
(Fig. 1) Il Golfo di Policastro ed il suo entroterra visto dal satellite
Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico restano di estremo interesse. In questo mio saggio vorrei fare il punto di quanto emerso circa il periodo in cui queste terre furono interessate dall’annosa guerra del Vespro, in cui gli eserciti Angionini di Carlo I e poi Carlo II d’Angiò si fronteggiarono con gli eserciti Aragonesi per la conquista del Regno di Napoli. Di quel periodo, il periodo della dominazione Angioina nel Regno di Napoli, sebbene le operazioni militari della guerra del Vespro si siano svolte per gran parte lungo le nostre coste, molti hanno scritto ma con pochi riferimenti alla nostra zona. Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, prendendo le mosse dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo Angioino, parlando di Policastro scriveva che: “Risorse gloriosa sotto il Regno dei Normanni, ma sotto i Re Angioin isoggiacque a nuova disavventura, mentre bollendo le guerre tra i Re di Napoli e Sicilia nel 1320 fu assalita da Federico d’Aragona ecc…”. Come ho scritto in altri miei studi, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: “Ritroviamo Sapri, nella “carta nautica del Mediterraneo” dell’Atlante Catalano di Carlo V, della prima metà del secolo XIV. (98). E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: ” terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit”.”. Sono convinto che indagando ulteriormente sulla nostra storia avremo non poche sorprese come è accaduto rileggendo il documento angioino del 1324, che riguardava il periodo in cui Policastro veniva ceduta per 25 anni al milite genovese Bartolomeo Roveti e di cui ho scritto in un altro mio saggio. Per condurre un’approfondita analisi ed indagine geo-storica del nostro territorio ci verrà utile indagare attraverso lo studio Cartografico delle antiche mappe conosciute, i portolani, le carte nautiche conosciute che all’epoca furono molto adoperate dai daviganti. La notizia di un “tenimentis et portus Sapri” ci riporta indietro nella Storia di Sapri di diversi secoli. Mi auguro che questo saggio possa indurre altri ad approfondire ulteriormente i diversi aspetti affrontati.

(Fig. 2) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…)
Nel 1239-1240, le Fonti per l’epoca Federiciana: ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240’
Dal sito dell’Archivio di Stato di Napoli, alla voce sulla Ricostruzione dei Registri della Cancelleri Angioina’, epoca Federiciana leggiamo che: Dalla seconda metà del XVI secolo, lo studio dell’archivio della Cancelleria Sveva (l’unico registro superstite di Federico II per gli anni 1239-1240) e della Cancelleria Angioina (all’epoca ancora ricco di scritture, soprattutto per i regni di Carlo I, Carlo II e Roberto) ha prodotto spogli e lavori archivistici sistematici come i repertori e i notamenti: – il repertorio dell’unico registro di cancelleria di Federico II dell’anno 1239-1240, opera degli archivisti Vincenti/Sicola e Chiarito; – i 4 volumi (originariamente 11) di notamenti di Carlo de Lellis; – i 13 volumi di repertori dell’archivista Pietro Vincenti (1610-1614); – gli 8 volumi di supplementi ai precedenti repertori compilati dall’archivista Sigismondo Sicola (1673-1710); – i 2 repertori di Carlo Borrelli, l’indice delle famiglie e delle città del Grifo e i due volumi di Onofrio Sicola (1710) contenenti l’index monasterium; – i 18 volumi di Michelangelo Chiarito (1759-1763). Sopravvissuti alle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, oggi possono essere consultati in digitale presso le postazione della sala studio. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Leggiamo dalla Treccani on-line che: CANCELLERIA, REGISTRO DELLA (1239-1240). – Conservato fino al 1943 come unico cimelio superstite della cancelleria di Federico II, il registro degli anni 1239-1240 andò distrutto nel rogo del deposito antiaereo che era stato istituito in una villa dell’entroterra campano (Villa Montesano in S. Paolo Belsito, presso Nola), dove, a partire dal dicembre 1942, si era provveduto a trasferire i fondi più antichi del “Grande Archivio” di Napoli, nel timore che potessero subire danni durante eventuali bombardamenti e cannoneggiamenti della città. Nell’incendio, appiccato deliberatamente, per rappresaglia, il 30 settembre di quell’anno per ordine del comando tedesco del luogo, pienamente consapevole dell’importanza del materiale che vi era stato depositato, andarono bruciate tutte le serie più preziose dell’Archivio napoletano, compreso il ricchissimo archivio della cancelleria angioina. Del registro di Federico II del 1239-1240, l’unico della cancelleria sveva che fosse noto alla storiografia, rimanevano tuttavia le riproduzioni fotografiche (nove pellicole conservate oggi nell’archivio dell’Istituto Storico Germanico di Roma), la trascrizione pubblicata nel 1786 dall’archivista napoletano Gaetano Carcani (…) in appendice alla sua edizione del Liber Augustalis e quella, dattiloscritta, realizzata a metà degli anni Venti del Novecento da Eduard Sthamer e in seguito parzialmente riveduta da Wilhelm Heupel. Del Gaetano Carcani, la sua opera è “Constitutiones Regum Regni Utriusque Sicilae”, Napoli, 1786 o si veda Liber Augustalis, sui registri della Cancelleria di Federico II di Svevia dal 1239 al 1240 perduti. Si veda pure i Repertori di Sigismondo Sicola, che si possono scaricare gratuitamente dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol. XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola Sigismondo, voll. II, ovvero Sicola Sigismondo, Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Reale Zecca allora superstiti; onde il Sicola Siismondo del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di Michele Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da Michele Chiarito (…) che raccolse i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII” pubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di Michelangelo Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito Michelangelo, Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6“. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Rimanevano inoltre notizie e repertori, trascrizioni, copie ed excerpta: lacerti di una tradizione più antica e in origine sicuramente ben più ricca, testimoni tutti del grande interesse che il registro aveva suscitato negli eruditi napoletani del Seicento e del Settecento, i quali, animati da curiosità di tipo prettamente antiquario e genealogico, furono i primi a sfogliarlo e leggerlo, vedendo in esso una sorta di grande contenitore dal quale attingere una enorme quantità di notizie sulle antiche famiglie del Regno. Una tradizione nel complesso ricca, anche se piuttosto singolare, che ha consentito di ricostruire la storia e la fisionomia del registro, e da ultimo di stabilirne e pubblicarne il testo. Per lungo tempo unico e prezioso cimelio conosciuto e conservato della cancelleria federiciana, il registro di Federico II andò distrutto, com’è noto, nel rogo che è passato alla storia come uno dei più gravi disastri archivistici dell’ultimo secolo, appiccato alla fine del settembre 1943 dalle truppe tedesche in ritirata dal meridione d’Italia al deposito dove erano stati trasferiti per motivi di sicurezza i fondi più antichi e preziosi del Grande Archivio di Napoli. A sessant’anni dalla sua distruzione e dopo vicende editoriali protrattesi per un circa un ottantennio, vede la luce l’edizione del registro, condotta sulla base delle riproduzioni fotografiche, di estratti e copie erudite, di precedenti trascrizioni. Il registro, strettamente riservato agli affari del Regno (vi erano cioè registrate soltanto le lettere che la corte inviava ai funzionari provinciali per comunicare le misure prese in merito alla gestione del regno), era frammentario fin dalla sua prima apparsa sulla scena delle fonti archivistiche napoletane, alla fine del Cinquecento, ed abbracciava solo un breve arco cronologico, che andava dai primi giorni di ottobre 1239 agli inizi di maggio 1240. Tuttavia l’elevato numero di lettere registrate (quasi milleduecento) e l’ampio ventaglio di argomenti trattativi ne fanno una fonte di eccezionale importanza per la storia del regno di Sicilia nei mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX. L’edizione è stata condotta adattando le tecniche ormai comunemente accolte per la pubblicazione dei documenti latini alle peculiarità di questo particolare tipo di fonte, dando ampio spazio, soprattutto, ai regesti e alle parti introduttive, là dove si ricostruisce l’iter di formazione delle lettere (per questo è stata introdotta una breve sezione dove compaiono i nomi del personale di cancelleria coinvolto nella loro produzione) e si evidenziano i nessi di vario genere che legano missive accomunate da una comune origine (prodotte cioè a seguito di uno stesso ordine). Inoltre si è tenuto massimo conto della struttura del registro e del suo carattere di unicità e insieme di coerenza e uniformità che lo contraddistingue, carattere che è stato mantenuto ed evidenziato al meglio, non solo conservando l’ordine col quale le registrazioni si susseguono al suo interno, ma anche, ad esempio, adottando caratteri diversi per le registrazioni e le note (coeve o posteriori) che le incorniciano, attribuendo un numero d’ordine a ciascuna registrazione indipendentemente dal fatto che fosse relativa a una o più lettere e considerando quindi come unità minima documentaria la registrazione in quanto tale, accorpando sotto un unico regesto le sequenze di lettere registrate “a catena”, ovvero le similes spedite nella stessa forma a diversi destinatari. Nell’introduzione (pp. IX-CIII), oltre alle consuete note relative alla storia del registro ed alle modalità di trasmissione del testo, si affronta in particolare il tema della sua funzionalità, che viene analizzata e vista attraverso una particolare lente, quella delle forme, ossia del modo in cui il registro era stato pensato e costruito e degli accorgimenti redazionali che erano stati adottati per ottenere non tanto un contenitore di documenti, quanto uno strumento di lavoro realizzato in cancelleria per la cancelleria e per la corte, improntato in funzione della massima visibilità e dell’immediata reperibilità della notizia, al fine di facilitarne la consultazione per poter ricostruire in qualsiasi momento lo stato di ciascuna questione della quale la corte si era occupata tramite la corrispondenza scritta.
L’INDAGINE GEO-STORICA ATTRAVERSO I DOCUMENTI
Le fonti per l’epoca Angioina: i Registri della Cancelleria Angioina e la loro recente ricostruzione
(…) Gli Archivi Angioini, conservati nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della Reale Zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.
Le fonti per l’epoca Angioina: i Registri della Cancelleria Angioina e la loro recente ricostruzione
Alcuni documenti dell’epoca, tratti dalla cancelleria angioina, dimostrano che a seguito delle operazioni militari della Guerra del Vespro, i centri costieri del Cilento, subirono notevoli danni, tra cui un sensibile calo della popolazione (…). I registri della Cancelleria Angoina, prima che fossero andati irrimediabilmente persi in un incendio, nell’ultimo conflitto mondiale, furono trascritti da diversi studiosi, tra cui il Carucci (…), nel “Codice Diplomatico Salernitano”, che ci racconta della guerra del ‘Vespro’, la guerra tra gli Angioini e gli Aragonesi, che si combattè proprio sulle nostre coste, nel XIII e XIV secoli. La Cancelleria Angioina, conservata presso gli Archivi di Stato di Napoli e Salerno è andata in parte persa in un incendio durante il secondo conflitto mondiale (…), ma restano i documenti tutti pubblicati a metà dell’800, da diversi studiosi come il Capasso, Giudice, Minieri-Riccio ed infine il Carucci (…). Dai documenti angioini (…) dell’epoca, si evince che la guerra del Vespro sarà causa di una forte diminuzione focatica (focolai, famiglie) dei feudi (…). Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), su cui bisognerebbe ulteriormente indagare. La Cancelleria Angioina, conservata presso gli Archivi di Stato di Napoli e Salerno è andata in parte persa con la conquista del Regno da parte degli Aragonesi (…). Purtroppo, gran parte dei documenti contenuti nei Registri Angioini, sono andati persi. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 F 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Dunque, Pietro Ebner, nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni etc…’, riguardo la storia di Policastro e di S. Giovanni a Piro, citava il Di Luccia (…) e, Marino Freccia (…). Ebner aggiunge che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina alcuni dei quali sono pubblicati dal Di Luccia: 1) Nel 1294, con il quale Re Carlo II esentò dalle tasse il villaggio soggetto al monastero di S. Giovanni; 2) Nel 1320, con il quale il re ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa; 3) re Ludovico che confermava tale dominio temporale; 4) Nel 1468, un documento (7) contenente il consenso del re e del papa al giuramento di fedeltà da parte dei vassalli e cittadini di S. Giovanni a Piro all’abate del locale monastero; Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Dal suddetto ‘Archivio’ e processo, ff. 158 e 159.”; 5) la notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”; 6) Il 20 novembre 1295, il vicario del Regno, Roberto, concesse agli abitanti di S. Giovanni a Piro, “quod est monasterij sancti Johannis ad pirum”, l’esenzione dalle tasse per cinque anni avendo subito dalle incursioni nemiche danni tali da obbligarli ad abbandonare il villaggio, purchè tornassero “ad lares proprios”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 66, f 229, Napoli = vol. II, p. 432, n. 321. ‘Justiciarius Principatus presenti et futuri. Ad casalem sancti Johannis ad pirum (…) propter incursus et depredatione hostium, desolatum, quod est monasterio sancti Johannis ad pirum, piùm vertentes consideracionis intuitum, casale ipsum et homines Universitati eiusdem per quinque annos, a principio anni presesentis (…) de generalibus subventionibus (…) ut interim ad fortunas deveniant pinguiores et qui eiusdem casalis deseruentur necessario incolatum propter presentem gratiam ad lares proprios eximimus (…) Presentes autem licteras restitui volumus presentandi postquam illa videritis quantum et quando fuerit oportunum’.”; 7) Il 23 aprile del 1296 il re ordinò al giustiziere del Principato (10) di pagare mensilmente il dovuto al mercenario a cavallo Pietro Mazza, “qui custos est fortellicie Cripte sancti Johannis ad Pirum, prope Policastrum”. Lo stesso Pietro Mazza venne poi inviato al fronte, agli ordini di Raimondo Malobosco, capitano comandante “in dicta fronteria” (11). Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Napoli, 21 aprile 1295. Reg. 64, f 118 t = vol. II, p. 476, n. 364. Pagamenti da effettuarsi secondo consuetudine ai mercenari a cavallo operanti ‘in frontiera hostium in partibus Principatus’.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Napoli, 16 luglio 1295, Reg. 81, f. 113 e 82 f 119 t.”; 8) documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”; 9) Il 2 giugno 1300 re Carlo II scrisse al giustiziere scrisse ai fedeli che a causa dei danni subiti dai fedeli locali vassalli, esonerava “hominum casalis sancti Johannis ad Piro, de territori Policastrensi”, dal pagamento dei residui delle tasse e dalla metà della sovvenzione che proprio in quel momento si stava esigendo (13). Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Reg. 10, f 37 = vol. II, p. 673, n. 577.”; 10) L’8 luglio 1349 il conte di Policastro con reale provisione fu incaricato di tutelare gli interessi del monastero e dell’università, da non ritenere investitura. Riguardo il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber inquisitionum Caroli Primi’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai ossessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro, citava il testo di ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974. Infatti veniva citato dal Santoro anche nella sua nota (3) a p. 30. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.“. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.”. Il Santoro, citava il testo di Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), Paris, 1886-1887. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intstazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit., II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoetane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.
Dai documenti della Cancelleria Angioina sappiamo di alcuni feudatari delle nostre terre seguaci di Manfredi
Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…”. La Pollastri (…), suggerisce pure di vedere S. Pollastri, ‘La noblesse napolitaine sous la dynastie angevine: l’aristocratie des comtes (1265-1435)’, tesi di dottorato Parigi, X- ecc….Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Riguardo il testo citato sia da Ebner (…) e dalla Pollastri (…), il ‘liber donationum etc..’, il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber inquisitionum Caroli Primi Pro Feudatariis Regni’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai ossessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro, citava il testo di ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974. Infatti veniva citato dal Santoro anche a p. 30 nella sua nota (3). Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.”. Il Santoro, citava il testo di Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), Paris, 1886-1887. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intstazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit., II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoletane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.
Nel 1266, Ruggero II Sanseverino
Da Wikipedia leggiamo che Ruggero sposò nel 1250 circa Teodora d’Aquino, sorella di san Tommaso, dalla quale ebbe un solo figlio, Tommaso II. Dopo la morte dell’imperatore (avvenuta nel dicembre dello stesso anno), quando fu certo della stabilità dei rapporti tra Papato e Impero, tornò in patria, riuscendo a riottenere, per intercessione del pontefice, i feudi aviti; ma, dopo l’incoronazione di Manfredi a Palermo, divenne il punto di riferimento della nobiltà a lui ostile. Unitosi a Carlo I d’Angiò, partecipò in qualità di capitano pontificio alla battaglia di Benevento del 26 febbraio 1266, terminata con la morte di Manfredi. Tornato definitivamente nel Regno, poté rientrare in possesso dei feudi del Cilento, di San Severino e di Marsico, ai quali Carlo I, per il valore mostrato da Sanseverino in battaglia, aggiunse anche i castelli di Atena Lucana, Sala Consilina e Teggiano. Dopo la vittoria su Manfredi, l’angioino si ritrovò ad affrontare un esponente della spodestata famiglia sveva, Corradino, intenzionato a invadere il Regno per riconquistare la corona siciliana. Tra il 1267 e il 1268, dunque, il conte di Marsico fu a capo delle truppe angioine in Puglia, per contrastare l’avanzata nemica. Debellato anche questo pericolo, il sovrano ricompensò Sanseverino con il vicariato di Roma (dal 1272 al 1273), occupato in precedenza da Bertrando del Balzo. In questi anni, ebbe inoltre la custodia dei figli di Ruggero dell’Aquila, erede del conte di Fondi. Negli anni successivi, Sanseverino si impegnò attivamente nella politica mediterranea e ‘crociata’ degli Angioini. Grazie alla morte del despota dell’Epiro e ad alcune alleanze matrimoniali, Carlo I riuscì infatti a farsi proclamare re d’Albania (1272), affrontando peraltro non pochi ostacoli politici. Fu nell’ambito di questa nuova conquista che Ruggero, nel 1276, condusse una spedizione a Valona, per trasportare al di là dell’Adriatico rinforzi e vettovaglie. L’anno successivo, invece, ebbe dal re, intenzionato a conquistare il Regno di Gerusalemme, il comando della flotta assemblata per l’occasione. Salpato da Brindisi, Sanseverino approdò ad Acri nel mese di settembre, cogliendo di sorpresa il governatore Baliano, che si rifugiò in una fortezza e permise al conte di occupare i punti strategici della città. Privo del sostegno degli ordini militari presenti nel Regno, il governatore fu costretto alla resa: Sanseverino, appoggiato dai templari, non incontrò difficoltà a conquistare il castello e a innalzarvi la bandiera angioina. Divenne dunque vicario del Regno di Gerusalemme e giurò fedeltà a Carlo I, ricevendo l’omaggio dei nobili e cavalieri del luogo. Nel 1278, il sovrano gli inviò le vettovaglie necessarie al fabbisogno dei sudditi in Terrasanta, nonché contingenti di supporto, mentre il figlio Tommaso cercava di fargli pervenire cavalli, muli e scudieri. Con quella stessa spedizione giunsero ad Acri Margherita, cugina di Carlo I, diretta in Siria, Niccolò II di Saint-Omer, amico del re, accompagnato dalla moglie Maria e dalla cognata Lucia, diretti in Armenia per conto del sovrano. Per tal ragione, l’angioino ordinò a Sanseverino di trattare gli ospiti con i dovuti onori, pur se le navi non salparono prima dell’11 aprile dello stesso anno. Inoltre, l’imbarcazione che trasportava i beni inviati da Tommaso Sanseverino al padre giunse ad Acri con netto ritardo. Dopo quattro anni di soggiorno in Terrasanta, Sanseverino rientrò in patria (1282), a causa del pericolo aragonese incombente e, successivamente, dello scoppio dei Vespri siciliani. Inizialmente fu giustiziere di Terra di Lavoro e Molise (per un anno); nel maggio del 1284, in qualità di capitano di Salerno, ebbe la responsabilità della difesa della città dagli attacchi dei ribelli, mentre suo figlio Tommaso proteggeva la costa fino a Policastro. In seguito, ottenne l’ufficio di generale di guerra per i giustizierati di Valle del Crati, Terra Giordana, Basilicata e Principato, controllando in tal modo buona parte del litorale regnicolo. Il 5 ottobre 1285, ebbe inoltre l’ordine di esigere le imposte in favore dell’esercito che avrebbe dovuto combattere contro i ribelli siciliani. Questo fedelissimo esponente della nobiltà filoangioina morì nello stesso anno a Marsico e fu sepolto in una cappella adiacente alla cattedrale della città. Devotissimo al monastero di Montevergine, oltre ad aver assegnato un ex voto per la remissione dei peccati (1270), espresse nel suo testamento il desiderio di donare 12 once più 3 once annuali ai confratelli dell’illustre cenobio. Alla sua morte, il titolo comitale passò alla moglie Teodora e al figlio Tommaso II, che, come il padre, godé dei favori della dinastia francese. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, in proposito scriveva che: “A seguito degli accordi tra il francese papa Urbano IV e il suo successore Clemente IV con Carlo d’Angiò e la calata di questo in Italia (a. 1265) dopo la battaglia di Benevento (26 febbraio 1266) e dopo il conferimento a Carlo lo Zoppo del principato di Salerno, Ruggiero venne reintegrato nelle signorie di Marsico, Sanseverino e Cilento (a. 1276)(21) e in quelle di Atena (Lucana), Sala (Consilina) e Diano (odierno Teggiano). Capitano delle milizie del re in Puglia (1267-1268), Ruggero fu poi vicario a Roma. Quando il re ebbe il regno di Gerusalemme da Maria di Antiochia e fu incoronato dal papa (1277), inviò Ruggiero a prenderne possesso. Vi rimase come vicerè fino al 14 ottobre 1282, quando venne richiamato per affidargli l’incarico di capitano generale di Principato e di Basilicata…..Il figlio Tommaso fu nominato comandante di tutte le forze costiere nel tratto Salerno-Policastro ecc…”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Ruggiero Sanseverino comandò l’esercito contro lo Svevo (Tagliacozzo 24 agosto 1268).”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Galvano e Federico Lancia ai tempi di Corradino di Svevia e della battaglia di Tagliacozzo dove Carlo I d’Angiò, vinse le armate ghibelline e Sveve, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 133-134-135 scriveva che: “I feudi posseduti dai Sanseverino e tra gli altri la baronia di Rocca passarono alla corona ma ad essa restarono per breve tempo a causa dei mutamenti che sopravvennero nel regno e di cui farò breve cenno…..Al nuovo pontefice Alessandro IV si presentarono nel 1255 Ruggiero Sanseverino con suo zio Guaimario, Pandolfo di Fasanella ed altri a nome di tutti i fuoriusciti napoletani per invocarne l’aiuto al ritorno del Regno. Ruggiero ebbe parte importante negli avvenimenti dell’epoca spronando continuamente il papa Alessandro ed id il successore di lui, Clemente IV, fino all’impresa di Carlo I d’Angiò nell’anno 1265……A reprimere la rivolta il re Carlo, inviò Ruggiero Sanseverino come suo capitano generale movendo quindi contro gli Svevi (1). Nello scontro dei due eserciti, avvenuto nel 24 agosto 1268 presso Tagliacozzo, Galvano Lancia, che aveva il comando di una terza parte delle forze fece grandi pruove di valore al pari degli altri capi: però le schiere di Corradino furono vinte. L’infelice principe riuscì a fugire insieme con il fido Galvano, con un figlio di lui a nome Galeotto e con il duca d’Austria. Indossati abiti da villici cercarono di avviarsi verso il mare, con la speranza di imbarcarsi. Giunti al castello di Astura, ecc…..II. Pochi anni dopo il re Carlo, con rescritto dell’11 giugno 1271 conferiva al suo primogenito Carlo II, il principato di Salerno (2). Con tale concessione, che si conservava nell’archivio della Zecca di Napoli, e che è stata pubblicata da varii scrittori, gli fu data soltanto la giurisdizione civile nel Principato, ed unicamente nel circuito delle mura di Salerno anche la giurisdizione criminale (3). Vennero allora restituiti a Ruggiero Sanseverino tutti gli antichi feudi della sua famiglia, tra cui le contee di Sanseverino e di Marsico e la baronia del Cilento (4). Però siccome dopo la congiura di Capaccio parecchi casali della Baronia erano stati usurpati, per determinare quali ne avessero fatto parte, si dovette ricorrere a vecchi testimoni. Fu così redatto nel 1276 un apposito processo, nel quale si accertarono i beni da restituirsi al Sanseverino così: “Rocca Cilento con gli altri infrascritti casali ecc.. (1). Ruggiero fu tenuto in grande onore dal re, ed allorchè questi, divenne re di Gerusalemme e fu come tale coronato dal papa nel 1277, egli andò a prendere possesso di quel regno (2) e vi rimase come governatore fino al 14 ottobre 1282, in cui il re lo richiamò per avvalersene quale suo capitan generale nella Basilicata e nel Principato (2). III. Dalle sue nozze con la contessa Fiesco non sembra che Ruggiero avesse avuto prole. Morta costei, egli aveva sposato Teodora dei Conti di Aquino la quale gli diede un figlio a nome Tommaso, giovine di grande destrezza e coraggio che aveva brillato con un completo trionfo (3) nel torneo avvenuto per le feste dell’incoronazione di Carlo I a re di Gerusalemme. Padre e figlio furono di grande giovamento agli Angioini nelle loro guerre, avendo Carlo II principe di Salerno affidata la custodia di questa città contro i ribelli a Ruggiero, ed al figliuolo di lui Tommaso il littorale da Salerno a Policastro (1, p. 135). Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 51; Summonte, vol. 4°, pag. 26.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Giudice, ‘Cod. dipl., vol. 2°, parte 1°, pag. 198, pubblica una lettera di Carlo I d’Angiò del 12 settembre 1268 che annunzia l’arresto di essi.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giannone, vol. 4°, lib. 22, pag. 399; Freccia, ‘De Subfeudis, ed. 2°, pag. 170.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Capasso, ‘Historia diplomatica, pag. 246.”. Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ventimiglia, ‘Notizie storiche’, etc., pag. 53. Tale processo che si conservava nell’archivio della R. Camera andò disperso nella rivoluzione del Macchia.”. Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, ivi, lib. 20°, pag. 134.”. Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gatta, ‘Mem., etc., pag. 136; ‘Cronaca’ di GASPARE FOSCOLILLO; MINIERI RICCIO, ‘Memorie della guerra di Sicilia, pag. 10.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, ‘Cronaca’ pubblicata dal Del Re, pag. 313; Minieri Riccio, ‘Memorie della guerra di Sicilia, pag. 58.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico napoletano”.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, in proposito scriveva che: “Federico spogliò i ribelli ed i loro familiari di tutti i feudi e diede le contee di Marsico e di Sanseverino a Guglielmo de Villano (4). Questi restituì a sua volta la baronia di Cilento all’Imperatore, che la concesse prima al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido signore di Pozzuoli (1).”. Sempre il Cantalupo, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965. Il Cantalupo, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. il doc. del Capasso, appresso cit., in nota”. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio (B. CAPASSO, Hist. Diplom., ….cit. p. 346).”. Infatti, il Cantalupo citava il noto documento pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Una parte del documento riguarda Ruggero II Sanseverino che all’epoca dell’angioino non sarà più un giovane di 12 anni salvatosi dallo sterminio della “Congiura di Capaccio”.

(Fig….) Capasso Bartolomeo, Hist. Diplom., p. 436
E’ un importante documento tratto dalla cancelleria Angioina che ci fa capire alcune notizie storiche sul periodo Federiciano. I notai di Carlo I d’Angiò scrivevano che: “Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio”, ovvero che: “Al conte Rugerio de San Severino, Rocca Cilento fu restituita alle case che l’imperatore Federico concesse a Sir Guglielmo de Villano, perché scambiò la detta Rocca con le case, e San Severino con la compagnia dei Marsici; poi fu concessa dal lo stesso generale al signore Guido de Putiolo, e poi l’imperatore rammentò lo scambio che era stato fatto col conte Ruggero”. Scrive sempre Matteo Mazziotti, che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: “sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”.
I Lancia nelle nostre terre
Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa la resistenza di alcuni feudatari delle nostre terre che pattegiarono per gli ultimi regnanti della casa Sveva. Alla dominazione Normanna fece seguito la dominazione Sveva e poi subentrarono gli Angioini di Carlo I d’Angiò che sconfisse Manfredi a Benevento nell’anno 1266. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: “I feudi posseduti dai Sanseverino e tra gli altri la baronia di Rocca passarono alla corona ma ad essa restarono per breve tempo a causa dei mutamenti che sopravvennero nel regno e di cui farò breve cenno. Quattro anni dopo la strage di Capaccio, nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo. Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori. In un parlamento tenuto a Barletta nel febbraio del 1256 lo nominò conte del principato di Salerno e Gran Maresciallo del Regno di Sicilia ed elevati gradi e feudi ebbero i congiunti di lui (2). Indubbiamente con il principato di Salerno conseguì anche la baronia del Cilento. L’Antonini afferma che Galvano Lancia costruì il castello di Rocca (1) il quale invece, come già ho detto, esisteva parecchi secoli prima e forse fu da lui soltanto ingrandito e restaurato. VI. Della signoria del Lancia nel Cilento non sono rimasti avvenimenti degni di nota: egli occupava i più alti uffici dello Stato, rappresentò una parte importantissima delle vicende dell’epoca e ovette anche per la sua devozione a Manfredi subire grandi traversie. L’imperatore Corrado venuto nel Regno nel giugno del 1252 prese ad avversare fieramente Manfredi, geloso della grande popolarità che questi aveva acquistato. Gli tolse i feudi donati a lui dal padre e cominciò a perseguitare i più devoti amici. Ordinò che Galvano e Federico Lancia e Bonifacio d’Anglano zio del principe uscissero dal Reame con tutti i loro congiunti (2). Essi si rifugiarono a Costantinopoli, presso Costanza d’Altavilla sorella di Manfredi, la quale aveva sposato l’imperatore greco: ma furono espulsi anche di là per volontà di Corrado, e non potendo tornare nel regno che alla morte di esso avvenuta a Lavello nel maggio del 1254 (3) in cui furono reintegrati nei loro beni. La potenza dei Lancia rifiorì un’altra volta avendo Manfredi tenuto novellamente il regno in nome di suo nipote Corradino che era in tenera età. In questo tempo Manfredi venuto in dissenso con papa Innocenzo, specialmente percè dagli uomini del principe era stato ucciso un barone devoto al papa, inviò ad esso, allora infermo a Teano, come suoi ambasciatori il conte Galvano Lancia e Riccardo Filangieri. Essi gli chiesero di ammettere il principe, con assicurarne la persona, a scusarsi con lui, ma il papa non volle fare alcuna promessa. Galvano Lancia ecc.. e fra questi la scomunica anche a Galvano Lancia (1). VII. Le ire del pontefice contro Manfredi erano vivamente attizzate dai fuoriusciti napoletani, tra i quali Ruggiero Sanseverino che, comunque giovanissimo ancora, per le sue doti e per la nobile famiglia da cui veniva era considerato come loro capo. Contro gli svevi lo spingevano il desiderio di recuperare gli antichi beni degli avi e l’amaro ricordo della truce strage dei suoi, dalla quale si era meravigliosamente salvato. Qundo Manfredi precedentemente, nell’anno 1253, si era presentato al papa Innocenzo per sottometterglisi, il pontefice aveva notato che Ruggiero Sanseverino e gli altri fuoriusciti del Regno allorchè incontravano Manfredi non si levavano il cappello (2). Al nuovo pontefice Alessandro IV si presentarono nel 1255 Ruggiero Sanseverino con suo zio Guaimario, Pandolfo di Fasanella ed altri a nome di tutti i fuoriusciti napoletani per invocarne l’aiuto al ritorno del Regno. Ruggiero ebbe parte importante negli avvenimenti dell’epoca spronando continuamente il papa Alessandro ed id il successore di lui, Clemente IV, fino all’impresa di Carlo I d’Angiò nell’anno 1265. VIII. Allorchè Carlo I, coronoto re di Roma nel 6 gennaio del seguente anno, volse le sue armi contro Manfredi, questi aveva posto a custodia del fiume Garigliano per impedirne il passo, in due punti diversi, Giordano Lancia ed il Conte di Caserta suo cognato. E’ noto che costui per errore, o per tradimento contro Manfredi, ecc….si venne a fiera battaglia, nella quale ebbero gran parte il conte Galvano Lancia, che comandava 1200 cavalli, ed il conte Giordano che ne aveva mille. Nelle schiere di re Carlo combatterono Ruggiero Sanseverino e Pandolfo di Fasanella. Ecc…Il Conte Giordano e suo fratello Bartolomeo furono chiusi nel Castello di Luco (2) e dipoi mandati in un carcere ove il primo di essi miseramente morì (3) mentre è ignota la fine dell’altro. Anche i fratelli Galvano e Federico Lancia vennero fatti prigionieri, ma a preghiera di Bartolomeo Pignatelli arcivescovo di Cosenza, fu loro restituita la libertà. Recatisi a Roma, ebbero liete accoglienze dal senatore Enrico Castiglia; di che si dolse il papa Clemente in una lettera del 16 novembre 1267 (1). Andarono poi in Germania a sollecitare il giovane Corradino a venire in Italia e a riacquistare il regno. I fratelli Lancia seguirono Corradino di Svevia quando questi, incitato dalle vive premure dei fuoriusciti napoletani e dalla parte ghibellina, con forte esercito ed accompagnato da gran numero di baroni, venne in Italia nell’inverno del 1267. All’annunzio della sua venuta, molte città della Puglia e della Basilicata insorsero innalzando l’acquila Sveva. A reprimere la rivolta il re Carlo, inviò Ruggiero Sanseverino come suo capitano generale movendo quindi contro gli Svevi (1). Nello scontro dei due eserciti, avvenuto nel 24 agosto 1268 presso Tagliacozzo, Galvano Lancia, che aveva il comando di una terza parte delle forze fece grandi pruove di valore al pari degli altri capi: però le schiere di Corradino furono vinte. L’infelice principe riuscì a fugire insieme con il fido Galvano, con un figlio di lui a nome Galeotto e con il duca d’Austria. Indossati abiti da villici cercarono di avviarsi verso il mare, con la speranza di imbarcarsi. Giunti al castello di Astura, ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca’: Giannone, lib. 18, pag. 581.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Parte 2°, discorso 3°, pag. 261.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca pub. da Gius. Del Re’, p. 117.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell'”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, pag. 131, Giannone, vol. 3°, pag. 361 e 366; ‘Arch. St.. nap., vol. 17, pag. 269.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il Summonte, vol. 2°, pag. 365, riferisce ciò dal Villani.”. Il Mazziotti (…), a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Del Giudice, ‘La famiglia di re Manfredi’, pag. 216.”. Il Mazziotti (…), a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, citato dal Giannone, vol. 4°, Lib. 19 pag. 39.”. Il Mazziotti (…), a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 51; Summonte, vol. 4°, pag. 26.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Giudice, ‘Cod. dipl., vol. 2°, parte 1°, pag. 198, pubblica una lettera di Carlo I d’Angiò del 12 settembre 1268 che annunzia l’arresto di essi.”.
Nel settembre 1266, Corradino di Svevia a Tortorella e poi sconfitto da Carlo I d’Angiò a Tagliacozzo
La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riportata da alcuni studiosi secondo cui all’epoca della discesa di Corradino di Svevia le galee di Federico Lancia e di Riccardo Filangieri si portarono nel Golfo di Policastro. Di Federico Lancia, ne ha parlato Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, a proposito di una lettera del 1279 di Carlo I d’Angiò che citava la terribile sua repressione dei ribelli di Tortorella che avevano patteggiato con Corradino di Svevia, figlio dell’imperatore Corrado IV. In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 (7). Ebner, in proposito alla citata lettera, postillava nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: “Diversamente interessante una lettera di re Carlo I al giustiziere di Principato di Terra Beneventana del 1279 (7) che ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia. Come è noto, chiamato da costoro dopo la morte di re Manfredi (1266), nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, il quale fu accolto trionfalmente a Roma…..Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Ecc…”. Ebner, a p. 676, nella sua nota (7), postillava che il documento è “(7) Reg. 33, f. 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Leggendo i Registri della Cancelleria Angioina pubblicati da Riccardo Filangieri ed in questo caso ricostruiti da Jole Mazzoleni (…), a pp. 141-142 del vol. XX, pubblicati dall’Accademia Pontaniana, a p. 142, la Mazzoleni nella sua nota postillava che il documento era tratto da Minieri-Riccio (…), ‘il Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò etc..’ a p. 7 (trascrizione parziale) ecc…Rileggendo il Minieri Riccio (…), edizione di Firenze del 1875, a p. 7 per l’anno 1279, il Minieri-Riccio (…), in proposito scriveva che: “Aprile 4 – Torre di S. Erasmo presso Capua – Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e Terra Beneventana che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino, ed allo approssimarsi che fecero al littorale di Policastro le galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri si portarono tutti ad incontrarli col vessillo imperiale (4) e quindi ricevutili come capitani li condussero nella detta terra di Tortorella affidando nelle loro mani l’amministrazione e il governo di tutto; ed alla venuta di Corradino fecero solenni e pubbliche feste.”. Minieri-Riccio (…), a p….., nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cum vexillo ad Aquilam”. Sempre il Minieri Riccio, a p…., nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. Ang. 1278. B. n. 30, fol. n. 75 t.” e nella nota (3) postillava che: “(3) Ivi fol. 94, il 1°”. Sebbene dell’interessante episodio di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, l’Ebner scrivesse: “Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo”, effettivamente l’episodio non viene registrato negli ‘Annali’ dei diversi studiosi dell’epoca ma bisognerà continuare ad indagare l’interessante notizia.
Nel 1266, la battaglia di Benevento e la morte di Manfredi
La decisiva battaglia di Benevento, avvenne il 26 febbraio 1266; le milizie siciliane e saracene insieme alle tedesche difesero strenuamente il loro re, mentre quelle italiane abbandonarono Manfredi, che morì combattendo con disperato valore. Riconosciutone il corpo, fu seppellito sul campo di battaglia sotto un mucchio di pietre da parte degli stessi cavalieri francesi, che ne vollero così onorare il valore. Successivamente, i popoli oppressi dal dominio angioino, scriveva Saba Malaspina. Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati’, pubblicato nel 2001, a p. 46-47, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, così liquidava la storia delle nstre terre: “Il papa Clemente IV di origine francese, offrì a Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, il Regno di Sicilia (che comprendeva anche il Cilento e quindi Morigerati): alla Chiesa veniva garantita l’abolizione delle leggi melfitane e il distacco definitivo dell’Italia meridionale dal trono imperiale. La storia delle nostre terre si confonde con quella più in generale dell’Italia guelfa e ghibellina. Con Carlo d’Angiò riprende vigore la parte guelfa, ovunque, e a Benevento Manfredi viene sconfitto e ucciso, quei baroni che già con Federico II erano stati estromessi dalla politica, con il francese furono reintegrati nei feudi tolti loro dall’Imperatore.”. Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…”. La Pollastri (…), suggerisce pure di vedere S. Pollastri, ‘La noblesse napolitaine sous la dynastie angevine: l’aristocratie des comtes (1265-1435)’, tesi di dottorato Parigi, X- ecc….Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello.
Nel 1266, Tommaso II Sanseverino nel Cilento
Dalla Treccani on-line leggiamo che Tommaso II Sanseverino, dopo la morte dell’imperatore (avvenuta nel dicembre dello stesso anno), quando fu certo della stabilità dei rapporti tra Papato e Impero, tornò in patria, riuscendo a riottenere, per intercessione del pontefice, i feudi aviti; ma, dopo l’incoronazione di Manfredi a Palermo, divenne il punto di riferimento della nobiltà a lui ostile. Unitosi a Carlo I d’Angiò, partecipò in qualità di capitano pontificio alla battaglia di Benevento del 26 febbraio 1266, terminata con la morte di Manfredi. Tornato definitivamente nel Regno, poté rientrare in possesso dei feudi del Cilento, di San Severino e di Marsico, ai quali Carlo I, per il valore mostrato da Sanseverino in battaglia, aggiunse anche i castelli di Atena Lucana, Sala Consilina e Teggiano. Dopo la vittoria su Manfredi, l’angioino si ritrovò ad affrontare un esponente della spodestata famiglia sveva, Corradino, intenzionato a invadere il Regno per riconquistare la corona siciliana. Tra il 1267 e il 1268, dunque, il conte di Marsico fu a capo delle truppe angioine in Puglia, per contrastare l’avanzata nemica. Debellato anche questo pericolo, il sovrano ricompensò Sanseverino con il vicariato di Roma (dal 1272 al 1273), occupato in precedenza da Bertrando del Balzo. In questi anni, ebbe inoltre la custodia dei figli di Ruggero dell’Aquila, erede del conte di Fondi. Negli anni successivi, Sanseverino si impegnò attivamente nella politica mediterranea e ‘crociata’ degli Angioini. Grazie alla morte del despota dell’Epiro e ad alcune alleanze matrimoniali, Carlo I riuscì infatti a farsi proclamare re d’Albania (1272), affrontando peraltro non pochi ostacoli politici. Fu nell’ambito di questa nuova conquista che Ruggero, nel 1276, condusse una spedizione a Valona, per trasportare al di là dell’Adriatico rinforzi e vettovaglie. L’anno successivo, invece, ebbe dal re, intenzionato a conquistare il Regno di Gerusalemme, il comando della flotta assemblata per l’occasione. Salpato da Brindisi, Sanseverino approdò ad Acri nel mese di settembre, cogliendo di sorpresa il governatore Baliano, che si rifugiò in una fortezza e permise al conte di occupare i punti strategici della città. Privo del sostegno degli ordini militari presenti nel Regno, il governatore fu costretto alla resa: Sanseverino, appoggiato dai templari, non incontrò difficoltà a conquistare il castello e a innalzarvi la bandiera angioina. Divenne dunque vicario del Regno di Gerusalemme e giurò fedeltà a Carlo I, ricevendo l’omaggio dei nobili e cavalieri del luogo. Nel 1278, il sovrano gli inviò le vettovaglie necessarie al fabbisogno dei sudditi in Terrasanta, nonché contingenti di supporto, mentre il figlio Tommaso cercava di fargli pervenire cavalli, muli e scudieri. Con quella stessa spedizione giunsero ad Acri Margherita, cugina di Carlo I, diretta in Siria, Niccolò II di Saint-Omer, amico del re, accompagnato dalla moglie Maria e dalla cognata Lucia, diretti in Armenia per conto del sovrano. Per tal ragione, l’angioino ordinò a Sanseverino di trattare gli ospiti con i dovuti onori, pur se le navi non salparono prima dell’11 aprile dello stesso anno. Inoltre, l’imbarcazione che trasportava i beni inviati da Tommaso Sanseverino al padre giunse ad Acri con netto ritardo. Dopo quattro anni di soggiorno in Terrasanta, Sanseverino rientrò in patria (1282), a causa del pericolo aragonese incombente e, successivamente, dello scoppio dei Vespri siciliani. Inizialmente fu giustiziere di Terra di Lavoro e Molise (per un anno); nel maggio del 1284, in qualità di capitano di Salerno, ebbe la responsabilità della difesa della città dagli attacchi dei ribelli, mentre suo figlio Tommaso proteggeva la costa fino a Policastro. In seguito, ottenne l’ufficio di generale di guerra per i giustizierati di Valle del Crati, Terra Giordana, Basilicata e Principato, controllando in tal modo buona parte del litorale regnicolo. Il 5 ottobre 1285, ebbe inoltre l’ordine di esigere le imposte in favore dell’esercito che avrebbe dovuto combattere contro i ribelli siciliani. Questo fedelissimo esponente della nobiltà filoangioina morì nello stesso anno a Marsico e fu sepolto in una cappella adiacente alla cattedrale della città. Devotissimo al monastero di Montevergine, oltre ad aver assegnato un ex voto per la remissione dei peccati (1270), espresse nel suo testamento il desiderio di donare 12 once più 3 once annuali ai confratelli dell’illustre cenobio. Alla sua morte, il titolo comitale passò alla moglie Teodora e al figlio Tommaso II, che, come il padre, godé dei favori della dinastia francese.
Nel 1266, Carlo I d’Angiò restituì le baronie e feudi avocati da Federico II
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 116, in proposito scriveva che: “3. La gloriosa morte di re Manfredi a Benevento (26 febbraio 1266), nel segnare la fine della monarchia nazionale e giuridica fondata da Federico II e l’inizio dell’Italia guelfa, consentì il ritorno nel regno dei baroni esuli, ai quali il nuovo re, Carlo d’Angiò, restituì cia via i beni confiscati loro da Federico II. Già con il suo riordinamento feudale, l’imperatore aveva frazionata l’antica baronia di Novi elevando a feudi autonomi i suffeudi di Magliano e di Cuccaro. L’avocazione alla Corona ne segnò addirittura la dissoluzione, aggravatasi in età angioina con l’aggregazione di terre economicamente non interdipendenti anche se politicamente integrabili. Unioni comunque redditizie per la Corona, che continuò a vendere terre e casali per centinaia e centinaia di carlini. Le restituzioni e le nuove concessioni risultano documentate nei preziosi ‘Registri Angioini’. Così, è notizia che re Carlo, oltre a ridare a Ruggero Sanseverino la baronia di Rocca, che dopo la permuta con la contea di Marsico (34) l’imperatore aveva concessa al conte Giovan Paolo di Roma e poi a Guido di Pozzuoli, restituì a Pandolfo la baronia di Fasanella che re Manfredi aveva diviso tra i fratelli Prinzivalle e Guido di Potenza. Ecc….Infatti, negli stessi Registri Angioini, e propriamente nell’atto di costituzione del Principato di Salerno, si legge che Carlo d’Angiò nel donare quest’ultimo, insieme alla contea ecc…., oltre Monteforte e Magliano (Francesco di Monteforte), Camerota e Molpa (Egidio di Blemur), Novi (Riccardo di Marzano) e Castelnuovo (Guido di Alemagna)(38).”.
I GIFFONE DI AJETA E TORTORA IN EPOCA ANGIOINA
Nel 1267, RINALDO CIFONE, figlio di Gilberto Cifone e padre di Paliana di Castrocucco, feudatario di Tortora e Ajeta ai tempi di Manfredi e Corradino dovette cedere il feudo a Riccardo di Lauria (quello d’epoca Angioina)
Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg. parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nei documenti feudali infatti risulta che……Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era RINALDO, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496). Nel 1276 il paese contava una popolazione di soli 538 abitanti ed era tassato di 10 once, 22 tarì, 16 grani. Nel 1326 Tortora pagava la decima al clero di Aieta, con tutto che aveva un clero proprio con quattro chiese: Il Purgatorio, S. Sofia, S. Vito e S. Sebastiano.”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Chi fosse questo Rinaldo Cifone, figlio di Gilberto Cifone che “però perdette il feudo poco tempo dopo.” ? Questo “Rinaldo Cifone” era il padre di Paliana di Castrocucco che aveva sposato Riccardo di Lauria in epoca Sveva. Forse, dopo il 1267 egli perse il feudo a causa della venuta della casa Angioina. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Infatti, Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei Luoghi della Calabria – vol. I, da A-B”, a p. 21, alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E’, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò nella famiglia Lauria.”. Dunque, il Valente scriveva che da Gilberto de Giffone, il feudo di Ajeta passoò da una sua erede alla famiglia Lauria. Si tratta di Paliana di Castrocucco che sposò Riccardo di Lauria. Paliana di Castrocucco fu “l’erede” di cui parlava il Valente. Infatti, il feudo di Ajeta che in età Normanna apparteneva a Gilberto de Giffone passò poi in seguito al figlio Rinaldo de Giffone che a sua volta lo dovette cedere in dote alla figlia Paliana di Castrocucco. Come vedremo in seguito questa “Paliana o Palliana di Castrocucco” che, aveva sposato il Riccardo di Lauria (quello d’epoca Angioina e fratello di Ruggero di Lauria) era figlia di RINALDO DE GIFFONE. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora” su Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 48, in proposito scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137). Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480”. La Lamboglia, nella sua nota si riferiva ai Registri della Cancelleria Angioina che saranno pubblicati dal Filangieri. Dunque, questo feudatario “RINALDO GIFFONE” era il padre dell’altra Paliana di Castrocucco che si sposerà con il Riccardo di Lauria d’epoca Angioina e fratello del grande ammiraglio Ruggero di Lauria. Riguardo i possedimenti che si portarono ai Loria e che erano amministrati dai Giffone, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25,riferendosi però all’altro Riccardo di Lauria, padre dell’altro Riccardo di Lauria e Ruggero di Lauria, ed al primo matrimonio con l’altra Paliana di Castrocucco scrivevano che: “Riccardo……Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra.“.
Nel 1269, dopo la morte di Corradino di Svevia re Carlo I d’Angiò
Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riportata da alcuni studiosi secondo cui all’epoca della discesa di Corradino di Svevia le galee di Federico Lancia e di Riccardo Filangieri si portarono nel Golfo di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, parlando di Tortorella, citava una notizia su Corradino di Svevia nelle nostre terre a proposito di una lettera del 1279 di Carlo I d’Angiò che citava la terribile sua repressione dei ribelli di Tortorella che avevano patteggiato con Corradino di Svevia, figlio dell’imperatore Corrado IV. In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. La notizia citata dall’Ebner (…), era tratta da una lettera del 1279 di re Carlo I d’Angiò che citava l’episodio in cui Corradino di Svevia, prima di perdere la battaglia di Tagliacozzo e prima della sua cattura e uccisione avvenuta a Napoli ad opera dello stesso Carlo I d’Angiò. La notizia si riferisce ad eventi accaduti prima della battaglia di Tagliacozzo. La battaglia di Tagliacozzo fu una battaglia combattuta nei piani Palentini il 23 agosto 1268 tra i ghibellini sostenitori di Corradino di Svevia e le truppe angioine di Carlo I d’Angiò, di parte guelfa. Dunque la notizia tratta dalla lettera di re Carlo I d’Angiò, riguarda eventi accaduti o nello stesso anno della battaglia (a. 1268) o l’anno precedente (a. 1267). Credo si tratti di un evento antecedente al 23 agosto 1268. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 ed in proposito alla citata lettera, scriveva che: “Diversamente interessante una lettera di re Carlo I al giustiziere di Principato di Terra Beneventana del 1279 (7) che ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia. Come è noto, chiamato da costoro dopo la morte di re Manfredi (1266), nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, il quale fu accolto trionfalmente a Roma…..Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offizza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Ecc…”. Ebner, a p. 676, nella sua nota (7), postillava che il documento è “(7) Reg. 33, f. 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Leggendo i Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Jole Mazzoleni (….) e pubblicati da Riccardo Filangieri (…), vol. XX, a pp. 141-142. Riccardo Filangieri (…), a p. 142, la Mazzoleni (…) postillava che il documento era tratto da Minieri-Riccio (…), ‘il Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò etc..’ a p. 7 (trascrizione parziale) ecc….

La Mazzoleni, a p. 142, postillava che il documento angioino oltre che dal Minieri-Riccio era stato tratto anche da: “Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”. Leggendo i Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri e pubblicati da Jole Mazzoleni (…), vol. XX, a pp. 141-142, pubblicati dall’Accademia Pontaniana (…), a p. 141, al n. 324, del Registro n…….., la Mazzoleni postillava che il documento era tratto da: “Fonti: Minieri-Riccio, il Regno etc., p. 7 (trascrizione parz.) id.; Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”. Il Minieri-Riccio (…) si riferiva al testo edito nel 1900 di Pietro Braida, La responsabilità di Clemente IV. e di Carlo 1. d’Anjou nella morte di Corradino di Svevia / Pietro Brayda. Rileggendo il Minieri Riccio (…), edizione di Firenze del 1875, a p. 7 per l’anno 1279, in proposito scriveva che: “Che dopo la sconfitta di Corradino egli ordinò a Ruggiero di Sanseverino Conte dè Marsi di tosto farli arrestare, ma essi si salvarono con la fuga. Di che egli dolente fece diroccare le loro case e svellere le loro vigne, e quei suoli e gli altri loro beni li diede in amministrazione prima ad un certo Alduino e poi a Giovanni Gallina, i quali essendosene impadroniti, esso re Carlo ordina rivendicarli (5).”. Il Minieri-Riccio, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Reg. Ang. 1278-1279, H n. 33, fol. 93.”. Minieri-Riccio (…), a p….., nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cum vexillo ad Aquilam”. Sempre il Minieri Riccio, a p…., nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. Ang. 1278. B. n. 30, fol. n. 75 t.” e nella nota (3) postillava che: “(3) Ivi fol. 94, il 1°”. Sebbene dell’interessante episodio di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, l’Ebner scrivesse: “Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo“, effettivamente l’episodio non viene registrato negli ‘Annali’ dei diversi studiosi dell’epoca ma bisognerà continuare ad indagare l’interessante notizia. Dunque, l’Ebner (…), il Minieri-Riccio (…) e la Mazzoleni, ci ricordano che i ‘proditores’ (ribelli) puniti e segnalati da Carlo I d’Angiò in quanto partigiani di Corradino di Svevia furono i militi: Roberto de Bertanoni, Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Offizza della Terra di Tortorella. Questi militi, secondo Carlo I d’Angiò andarono sulla costa di Policastro per incontrare con il vessillo reale di Corradino le galee di Federico Lancia e Riccardo Filangieri. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Infatti, Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: “Dopo la sconfitta di Corradino, re Carlo ordinò a Ruggiero Sanseverino, conte di Marsico, di fare arrestare i traditori di Tortorella, i quali si erano già messi in salvo con la fuga. Carlo I d’Angiò, ordinò di distruggere le loro case, svellere le loro vigne, distruggere i raccolti e dare i loro beni in amministrazione, prima ad un certo Arduino, e poi a Giovanni Gallina, i quali se ne erano già impadroniti. Il Re pertanto ordinò al giustiziere di estromettere costoro prendendo in consegna tali beni.”. Angelo Bozza (…), nel vol. I, a p. 368, per l’anno 1268 (dopo la morte di Corradino di Svevia) in proposito scriveva che: “Carlo I. premia i suoi Baroni, e fra gli altri, investe Guglielmo Visconte milanese del contado di Conza, e fra gli altri investe Simone di Monforte di quello della Padula, Guglielmo Galardo di Molpa e Camerota, Ruggiero da Sanseverino di quelli di Sanseverino e di Marsico.”. Riguardo i militi segnalati e puniti da Carlo I d’Angiò in quanto partigiani di Corradino di Svevia: Roberto de Bertanoni, Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Offizia della Terra di Tortorella. Questi militi, secondo Carlo I d’Angiò andarono sulla costa di Policastro per incontrare con il vessillo reale di Corradino le galee di Federico Lancia. Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, in proposito scriveva che: “Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8).”. L’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 163 leggiamo altro mentre a p. 153 si trova segnato il documento n. 312 segnalato da Ebner (…). Nel documento n. 312, del Registro XXXVII, a p. 153, leggiamo che: “312. – (Margarite Guarne vidue qd. Matthei de Padula concedit an. provisionem unc XX super bonis Iohannis de Procida proditoris, in excambium castrum Sanse, Turturelle e Casalisnovi, que tenebat pro dotario). (Reg. 1272, XV ind., f. LXXXVIII, t) e, poi postilla: “Fonti: De Lellis, l.c., n. 646.”.
Carlo I d’Angiò dopo la morte di Corradino
Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Da altri registri notizie di un ribelle locale (13), ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (13) postillava che: ” (13) Anni 1269-1272. Reg. 6, ff 151-154 = vol. VII, p. 260.”. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. VII, della ricostruzione dei registri angioini, registro n. “AD ADDITIONES REG. XIV”, a p. 260, nel documento n. 1 dove è citato un ribelle locale, un certo “Nicolam de Camerota“. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Da altri registri notizie ….e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14),…..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reg. 10, f 41 = vol. VII, p. 15, n. 89.”. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. VII, della ricostruzione dei registri angioini, registro n. XXIV, a p. 15, al n. 29 (non 89), è scritto: “29. – Mag. Tancredus de Messana et Guillelmus de Savarisius creantur Iudices Camerote) (Reg. 10, f. 4. t.).”. La Mazzoleni postillava che: “Fonti: Chiarito, l.c., Sicola, l.c.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’ all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Da altri registri notizie….nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Camerota pro focul. XXXVII, unc. XIX, tar. VII et mentium: vol. VIII, p. 239. Cfr. ad Agropoli.”.
Il regno Angioino e la prima Guerra del Vespro nel Golfo di Policastro

(Fig….) Busto di Carlo I d’Angiò, della statua marmorea posta sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli
Alla dominazione Normanna fece seguito la dominazione Sveva e poi subentrarono gli Angioini di Carlo I d’Angiò che sconfisse Manfredi a Benevento nell’anno 1270. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Carlo I d’Angiò (Parigi, 21 marzo 1226 – Foggia, 7 gennaio 1285), figlio del re di Francia, Luigi VIII il Leone e di Bianca di Castiglia, fu re di Sicilia dal 1266 fino alla sua cacciata dall’isola nel 1282 in seguito ai Vespri Siciliani. Continuò a regnare sui territori peninsulari del Regno, con capitale Napoli, con il titolo di re di Napoli, fino alla sua morte, avvenuta nel 1285. Soprattutto dopo la sua cacciata dalla Sicilia, Carlo I d’Angiò, che regnava sul Regno di Napoli, con capitale Napoli, dovette affrontare le continue scorribande Aragonesi. Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo (1254 – Napoli, 5 maggio 1309), figlio di Carlo I d’Angiò, prima re di Sicilia poi di Napoli, e di Beatrice di Provenza, ultimogenita del conte di Provenza, Raimondo Berengario IV, e di Beatrice di Savoia, fu re di Napoli dal 1285 alla morte, avvenuta nel 1309. Oltre ad essere sovrano del Regno di Napoli, Carlo II fu principe di Salerno dal 1266, poi conte d’Angiò e del Maine, conte di Provenza, principe di Taranto, re d’Albania, principe d’Acaia e re titolare di Gerusalemme. Carlo Martello d’Angiò (Napoli, 8 settembre 1271 – Napoli, 12 agosto 1295) era il figlio primogenito di Carlo II d’Angiò. Fu Principe di Salerno dal 1289 e Re titolare d’Ungheria dal 1290 fino alla sua morte. Papa Clemente, intanto offriva l’investitura del regno a Carlo I d’Angiò il quale, una volta in possesso della Corona, con l’appoggio dei Guelfi sconfiggeva Manfredi a Benevento. Era l’anno 1266. Carlo passava quindi a punire coloro che avevano patteggiato per gli Svevi. Il Regno di Napoli, come Stato sovrano, vide una grande fioritura intellettuale, economica e civile sia sotto le varie dinastie angioine (1282-1442), sia con la riconquista aragonese di Alfonso I d’Aragona (1442-1458). Sul finire del XIII secolo, vi fu un arresto dello sviluppo di tutto il ‘Cilento‘ ed anzi il ritorno a condizioni di vita difficili a causa della ‘Guerra del Vespro’, la guerra tra gli Angioini (francesi) e gli Aragona (Spagnoli in Sicilia) che volevano impossessarsi del Regno di Napoli. Le Guerre del Vespro furono una serie di guerre che ebbero inizio dopo la rivolta dei Vespri siciliani avvenuta a Palermo nel 1282 e che portò alla cacciata degli Angioini dalla Sicilia. Le “guerre del Vespro” furono una serie di guerre che ebbero inizio dopo la rivolta dei Vespri Siciliani avvenuta a Palermo nel 1282 e che portò alla cacciata degli angioini dalla Sicilia. La prima fase del conflitto ebbe termine nel 1302 con la pace di Caltabellotta e la divisione del regno di Sicilia tra il regno di Trinacria (agli aragonesi) e il regno di Napoli (agli angioini) divisione che perdurò fino al 1816 con la nascita del regno delle Due Sicilie. La prima fase del conflitto ebbe termine nel 1301 con la pace di Caltabellotta e la divisione del regno di Sicilia tra il regno di Trinacria (agli aragonesi) e il regno di Napoli (agli angioini) fino alla riunificazione del Regno di Sicilia, sotto gli angioini alla morte di Federico III d’Aragona. Alla stipula della Pace di Caltabellotta (1302) seguì la formale divisione del regno in due: Regnum Siciliae citra Pharum (noto nella storiografia moderna come Regno di Napoli) e Regnum Siciliae ultra Pharum (anche noto per un breve periodo come Regno di Trinacria e noto nella storiografia moderna come Regno di Sicilia). Pertanto questo trattato può essere considerato l’atto di fondazione convenzionale dell’entità politica oggi nota come Regno di Napoli. Con la morte di Corradino, per mano degli Angioini, i diritti svevi sul trono di Sicilia passarono ad una delle figlie di Manfredi: Costanza di Hohenstaufen, che il 15 luglio 1262 aveva sposato il re d’Aragona Pietro III. Il partito ghibellino di Sicilia che precedentemente si era organizzato attorno agli svevi Hohenstaufen, fortemente scontento della sovranità della dinastia angioina sull’isola, cercò il sostegno di Costanza e degli aragonesi per organizzare la rivolta contro il potere costituito. Iniziò così la rivolta del Vespro o i ‘Vespri Siciliani‘. Questa è stata a lungo considerata l’espressione di una ribellione popolare spontanea contro il peso della fiscalità ed il governo tirannico «della mala Signoria Angioina», come la definì Dante Alighieri; ma questa interpretazione ha lasciato ormai spazio ad una valutazione più attenta. Nel 1287, quando era in corso la guerra del Vespro (1282-1302), gli aragonesi sfondarono la linea difensiva angioina. In questo tremendo conflitto, Policastro ed il porto naturale di Sapri, ebbero un importante ruolo che andrebbe ulteriormente indagato. Nel XIII secolo, alcuni centri del ‘basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi che, dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Nel XVI secolo la ‘Guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra Carlo II d’Angiò contro Pietro d’Aragona ed i saraceni Almugaveri che volevano conquistare il Regno di Napoli, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incidendo sulle condizioni già precarie delle popolazioni. Durante la dominazione Angioina dei francesi di Carlo I d’Angiò (fine secolo XIII), costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi (spagnoli) che, dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino (i francesi d’Angiò). Nel 1287, quando era in corso la guerra del Vespro (1282-1302), gli aragonesi sfondarono la linea difensiva. Sotto i Sanseverino, di nuovo il Cilento ebbe di nuovo una relativa crescita demografica ed economica. Anche Policastro ricevè attenzioni dal nuovo feudatario e dalla corte Angioina e con esso anche il territorio di Sapri, dove era il porto. Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Di Luccia, scriveva che: “Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il secolo XIII e, al tempo degli Angioini, raggiunse un’importanza strategica e castrense notevolissima (Di Luccia, p. 8). Nel 1284, troviamo Policastro custodita dal milite e giudice Taddeo di Firenze, affiancato e coadiuvato da 65 soldati armati.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “In due carte quattrocentesche, dell’epoca della guerra del Vespro, si nota l’impotanza che gli Angioini annettevano a Policastro, il cui castello era stato trasferito dal feudatario alla R. Curia. Nel 1284, la città era custodita dal milite Taddeo di Firenze., al quale furono trasferiti altri 65 servienti armati.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”, ma dell’interessante notizia delle due carte quattrocentesche, non vi è traccia. Sempre i due studiosi riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Nel 1320, a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona Policastro fu ridistrutta, da marinai d’una flotta genovese al comando di Corrado Doria: ‘Terram Policastri expugnavit improbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit’. Quattro anni dopo nel 1324, re Roberto permise ecc…”. Al periodo della lunga guerra del Vespro, che si combattè principalmente sulle nostre coste e che vedeva Policastro e tutti i paesi rivieraschi impegnati in prima fila, ho dedicato ivi un mio saggio. Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Riguardo il Castello della Molpa all’epoca angioina, l’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Indagando ulteriormente sulla notizia dataci dal Campagna (…), secondo cui a Policastro, vi fossero stanziati definitivamente nuclei di Saraceni, in qualità di predoni mercenari, non sono riuscito a scovare l’origine o la fonte bibliografica della sua interessantissima citazione. Il Campagna, citava la notizia dopo aver parlato delle invasioni vandaliche ai tempi della guerra Gota e poi, prosegue con quelle dei Saraceni che subì la vecchia Policastro. Non mi risulta che la stessa, interessantissima notizia sia stata citata nel ‘Chronicon’ manoscritto del Mannelli (…), a cui ho dedicato ivi un mio saggio. Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), su cui bisognerebbe ulteriormente indagare. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della famiglia Grimaldi a Policastro. Matteo Camera (…), nel vol. II, a pp. 309-314. Infatti, Matteo Camera (…), a p. 309, in proposito scriveva che: “Oltre a quanto abbiamo dinanzi accennato intorno la città di Policastro, la quale era stata manomessa dai siciliani, e simultaneamente incendiata d agguagliata al suolo dai genovesi (v. av. pag. 274), dobbiamo aggiungere intorno ad essa talune altre peripezie che gli scrittori contemporanei non seppero nè punto nè poco tramandarci. Questa città pingue ed ubertosa dell’antica Lucania, nobile per la sua origine (2), ed a niuu altra seconda nelle sciagure, era stata sempre mantenuta e conservata nel regio demanio.”. Dunque, il Camera a p. 309, nella sua nota (2) postillava della storia di Policastro e prima quella dell’antica Bussento. Ricordiamo che nella guerra del Vespro, ebbe notevole ruolo un nostro conterraneo, il grande ammiraglio Ruggero di Lauria che combattè per conto della casata Aragonese che voleva conquistare il Regno di Napoli angioino. Sotto i Sanseverino, di nuovo il Cilento ebbe di nuovo una relativa crescita demografica ed economica. Anche Policastro ricevè attenzioni dal nuovo feudatario e dalla corte Angioina e con esso anche il territorio di Sapri, dove era il porto. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Però, sia per il tumulto dei Vespri, le cui conseguenze, per oltre un ventennio, furono esiziali alle nostre coste, sia per la dissoluzione endemica della corte angioina, e per le guerre che ne dilaniarono i rami di Napoli, di Durazzo e d’Ungheria, la nota famiglia subì fasi alterne nel governo del feudo, anche con soluzione di continuità. All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Luria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi di famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 101, nella sua nota (126) postillava che: “Prima della divisione in ‘Principato Citra’ o ‘Citeriore’ (il Salernitano) e in ‘Principato Ultra’ (l’Avellinese) attuata da Carlo I d’Angiò nel 1284, il Principato tout court comprendeva le aree di ambedue le province. Nel 1299 Carlo II lo Zoppo assegnò al ‘Principato Citra’ circa 142 ‘Terre’, fra cui ‘Rofranum, Alfanum, Sansa, Turturella, Paludum (Padula) Rocca de Gloriosa, S. Joannus ad Pirum, Casella, Mongerànum (Morigerati), Torraca, Policastrum (C. Carucci, Codice Diplomatico etc., op. cit., III, pp. 408-411.”. Sempre il Fusco (…), parlando di Caselle in Pittari verso la caduta del Regno Angioino, a p. 51, in proposito scriveva che: “Dopo gli anni difficili della Guerra del Vespro e i devastanti eventi naturali verificatisi intorno alla metà del XIV secolo (la carestia del 1343, la peste del 1348 con rigurgiti nel 1383, il terremoto del 1349)(140), la ‘Terra di ‘Casella’ aveva conosciuto non solo un incremento demografico ma anche un certo miglioramento economico, che erano poi continuati per buona parte del Quattrocento.”. Il Fusco a p. 103, nella sua nota (140) postillava che: “(140) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 170”. Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati’, pubblicato nel 2001, a p. 46-47, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, così liquidava la storia delle nstre terre: “Il papa Clemente IV di origine francese, offrì a Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, il Regno di Sicilia (che comprendeva anche il Cilento e quindi Morigerati): alla Chiesa veniva garantita l’abolizione delle leggi melfitane e il distacco definitivo dell’Italia meridionale dal trono imperiale. La storia delle nostre terre si confonde con quella più in generale dell’Italia guelfa e ghibellina. Con Carlo d’Angiò riprende vigore la parte guelfa, ovunque, e a Benevento Manfredi viene sconfitto e ucciso, quei baroni che già con Federico II erano stati estromessi dalla politica, con il francese furono reintegrati nei feudi tolti loro dall’Imperatore. I feudatari dovevano, però, risiedere, di fatto, nei loro possedimenti. Il Principato di Salerno fu diviso in Citra e Ultra, riferiti alla Serra di montoro, la Scuola Medica Salernitana fu privata d’alcuni diritti in favore di Napoli, che diventava la città più importante anche a discapito dell’ex capitale, Palermo, ma il 30 marzo 1282 la popolazione siciliana iniziava una rivolta sanguinosa che è passata alla storia coma la Guerra del Vespro e che consegnerà nelle mani degli Aragonesi la Sicilia. Per contrastare i francesi fu chiamato Pietro d’Aragona, marito di Costanza d’Altavilla, figlia di Manfredi. Gli Angioini cercarono di radunare un esercito per opporsi agli spagnoli, ma ad Eboli luogo di raduno dell’esercito francese per contrastare gli Aragonesi si presentarono solo dieci uomini. Ecc…”. Sappiamo che le cose non andarono proprio nel modo descritto dal Gentile che sulla scorta di altri studiosi locali della parte Pestana, tendono a ridurre le notizie storiche a quei luoghi mortificando quelle che invece rappresentano a pieno titolo le nostre terre.
Le fortificazioni e i castelli nel basso Cilento all’epoca della Guerra del Vespro
Riguardo la Guerra del Vespro, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, a p. 18, in proposito scriveva che: “L’aspetto che più ci interessa del conflitto siciliano è costituito dall’invasione dei Siculo-Aragonesi in Calabria e la resistenza che vi si oppose la casa angioina sulla frontiera del Principato 836). Il massiccio montuoso del Cilento, infatti, costituiva un ostacolo insormontabile e l’esercito napoletano vi si attestò, avvantaggiandosi delle favorevoli condizioni naturali nonchè della perizia di uno dei suoi comandanti, Tommaso Sanseverino conte di Marsico. Questi potè contrastare l’invasore mercè le valide opere difensive costituite dai preesistenti castelli della zona, che occupavano importanti strategiche dominanti il territorio. La validità del sistema difensivo non cessò neanche quando i Siciliani riuscirono ad occupare le importanti posizioni di Policastro, Castellabate, Castelcivita e Padula, tanto è vero che, malgrado fossero giunti fino a Salerno, non riuscirono mai a sconfiggere l’esercito del Sanseverino, che impedì ogni ulteriore progresso; posizione di rilievo ebbero dunque i castelli cilentani. Nella zona, che all’epoca dei Longobardi era divisa in tre castaldati (37), furono costruite, sin da quel tempo, importantissime opere di fortificazione in luoghi opportuni, quasi sempre in alto sulla cima dei monti o su rupi, opportune allo sbocco di una valle sul mare o nel piano. Si era costituita, nel tempo, una serie organica di fortificazioni, rispondente ad un piano prestabilito e saggiamente attuato in modo da costuire, da questo lato, una valida difesa di tutto il Principato. Nell’attuare la difesa contro gli invasori fu fortificata, per prima, Policastro, a difesa della valle del Bussento e per impedire l’approdo delle navi provenienti dalla Sicilia; furono anche aggiunte altre opere sussidiarie a Capitello e a Santa Marina (sulla destra), oltre quelle di Bosco, ed ai piedi del monte Bulgheria (a sinistra). Alle spalle di questa prima linea difensiva ne fu apprestata un’altra a Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castel Ruggiero; dato però che questa linea presentava un punto debole nelle valli del Lambro e del Mingardo, venne fortificato l’antico castello di Molpa, che dominava sia il mare che le due valli. Furono anche munite Castelluccio e San Severino, che si avvantaggiarono del terreno scosceso della zona. Sempre sul mare, poi, fu fortificato il Castellammare della Bruca ecc..ecc..”.
Il castello Normanno e poi Angioino di Caselle in Pittari
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Ad ogni modo soltanto con gli Angioini (negli anni 1279-1280 Carlo I tassava tutte le ‘Terre’ del Cilento e del Vallo, fra cui ‘Casolla’, per far fronte al pagamento delle milizie)(116), in particolare negli anni della disastrosa Guerra del Vespro (1282-1302) conbattuta fra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia, ‘Casolla’ dovette costituire uno dei ‘castra’ (fortezze) della seconda linea difensiva interna insieme con Torraca, Tortorella, Rocca Gloriosa e Torre Orsaia (117). Le due Valli del Bussento e del Mingardo, infatti, che in ‘Policastrum’ avevano la loro porta d’ingresso, furono costellate di ‘castra’ per la difesa contro la soldataglia degli Almugàveri assoldata dagli Aragonesi (118). E se alla foce del Bussento il ‘castrum Policastri’ era il più difeso anche con il concorso di quelli meglio attrezzati dell’interno (‘castrum Policastri debet reparari per homines Turturelle….Sanse…Turrace…Rofrani)(119) e dalle sorgenti dei due importanti corsi d’acqua erano attivi quelli di ‘Roffrànum’ (120) e di ‘Sansa’ (121) (che costituivano la terza linea), allora anche il ‘castrum Caselle’ nel medio corso dovette ricoprire qualche importanza e patire le misere condizioni di guerra, tanto da essere esonerato più volte dal pagamento delle imposte: ‘satis est notorium quod ex presentis guerre discrimine pars regni multa dispèndia subiit….dapna pergràvia deploràvit….itaque statuimus terras et loca ipsa eximendas a solutione presentis collecte…Nomina terràrum et locòrum sunt hec: Padula, Sansa, Rufranum, Caselle, Policastrum (122). L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123). In quanto fortezza (‘castrum’), l’abitato doveva contare su d’una solida cinta muraria e su d’un castello turrito che si elevava sulla sommità del poggio (124). Delle mura, innalzate sulla nuda roccia e interrotte soltanto dalle porte d’accesso al ‘castrum’, non v’è traccia; del castello invece ancora sfida il tempo e le intemperie una torre cilindrica (125) in parte diruta, forse l’antico ‘maschio’ della fabbrica difensiva. Elevato probabilmente in epoca normanna e ampliato in quella sveva, soltanto con gli Angioini il castello dovette assumere l’aspetto di vera e propria fortificazione in concomitanza con la funesta guerra del Vespro. In via Indipendenza, nella parte orientale dell’abitato, si aprono nella muraglia ampie cavità denominate ‘u Carcere’, probabilmente gli antichi punti delle prigioni del castello. Alla fine del XIII secolo Caselle entrò a far parte ufficialmente del ‘Principato Citra’ con le assegnazioni di Carlo II lo Zoppo (126)”.

(Fig…) Caselle in Pittari – torre medievale
Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (117) postillava che: “(117) F. Fusco, Quando la storia etc., p. 206.”. Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (118) postillava che: “(118) Nel 1284 Carlo I d’Angiò nominò Ruggiero II Sanseverino (figlio di Tommaso), conte di Marsico e barone di Cilento, comandante generale dell operazioni belliche nel ‘Principato’. Insieme col figlio Tommaso II provvide alla costituzione dei ‘castra’ ed alla richiesta al re di esonero dalle tasse per le martoriate popolazioni delle due Valli.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (119) postillava che: “(119)C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII, Subiaco, Tipografia dei Monasteri, 1931-1946, I, p. 57. (Il Castello di Policastro deve essere riparato dagli abitanti di Tortorella, Sanza, di Torraca, di Rofrano).”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (120) postillava che: “(120) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc, cit. , p. 169 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (121) postillava che: “(121) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 206 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (122) postillava che: “(122) ASN, Reg. Ang., n. 58, fol. 198. (E’ del tutto noto il fatto che per i guasti della presente guerra parte del Regno ha subito molte perdite, ha patito danni grafissimi….per questo abbiamo deciso che le terre e il luoghi coinvolti siano esentati dal pagamento della tassa attuale…Le terre e i luoghi sono i seguenti: Padula, Sanza, Rofrano, Caselle, Policastro).”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) AA.VV., Storia delle Terre, cit., I, p. 215.”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (124) postillava che: “(124) Ancora oggi la parte più elevata dell’abitato è detta ‘o Castiedo (il Castello). Il Castello raffigurato sullo stemma comunale è quello marchionale (non l’antico) turrito e merlato alla guelfa (su antiche carte dell’Archivio Diocesano di Policastro è riprodotto anche un altro stemma, ma più antico, costituito da una plama e dall’effige di San Michele.”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (125) postillava che: “(125) Alta 13 m., è l’unico indizio che farebbe pensare ad una fabbrica angioina: “Le torri cilindriche sono una caratteristica ed una costante negli interventi architettonici angioini” (A. La Greca, I beni culturali etc., p. 43). Torri cilindriche “angioine” sopravvivono ancora a Padula (torri di casa Tepedino, in via Nicotera, e di casa Marsicovetere in Piazza Trieste e Trento: cfr. AA.VV., Padula – Prima e durante la Certosa – I luoghi, i monumenti e le vicende della sua storia, a cura dell’Associazione Amici del Càssaro, Lagonegro, Grafiche Zaccara, 1995, p. 38 e 120), a Castelcivita, a Capaccio Vecchia, a Velia (cfr. A. D’Angelo, Velia e il Cilento – il Cilento sulle orme degli Eleati percorrendo gli scavi di Velia, Ascea, Marina, Paolino Editore, 1991, p. 109): sono costruzioni possenti, altre, con scarpinata di sostegno alla base, coronate di beccatelli. Cfr. P. Peduto, Archeologia medievale in Campania, in AA.VV., Cultura materiale, arte e territorio in Campania, a cura della ‘Voce della Campania’, Napoli, 1978 – 9, pp. 247-262.”.
L’INDAGINE GEO-STORICA ATTRAVERSO LO STUDIO CARTOGRAFICO
Le strade all’epoca Sveva
Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla).
Per la ricostruzione storica delle nostre terre e dei nostri luoghi nel periodo medievale, dai primordi fino al XVI secolo in poi, la documentazione sulle fonti storiche sono molto scarse. Delle poche fonti e documentazione a noi pervenutaci, la cartografia medievale, e con essa le carte nautiche e portolani antichi, rappresentano delle valide testimonianze per la toponomastica dell’epoca. Attraverso la toponomastica medievale, che figura sulle carte antiche, possiamo suffragare alcune ipotesi sull’esistenza o meno di alcuni centri antichi. Come è noto, la cartografia (le carte geografiche), manoscritte dell’antichità, possono fornire un valido contributo alla storiografia ed alla toponomastica dei luoghi in quanto, attraverso una serie di informazioni in essa contenute si può risalire all’epoca, alle origini di un luogo nell’antichità e quindi alla sua presenza, come ad esempio il toponimo di un luogo nell’antichità o la sua approssimativa ubicazione. L’antica cartografia manoscritta rimane una valida testimonianza del passato dei luoghi e della geografia più in generale. E’ attraverso alcune antiche carte geografiche e/o portolani o carte nautiche medievali, in cui figura l’originanario toponimo di Sapri, che possiamo affermare con sufficiente certezza che questo centro, sia pur scalo marittimo di minore importanza (non figura mai in rosso), sia stato conosciuto nell’antichità. La scoperta del toponimo ‘Sapri’, in alcune carte medievali manoscritte, testimonia e prova l’esistenza documentata di un approdo o un porto conosciuto dal nome di ‘Sapri’ nel XVI sec. Il toponimo di Sapri si ritrova, talvolta modificato in ‘Sapra’ o ‘Safri’ tra i centri costieri annoverati in molte carte nautiche e portolani del XIII e XIV secolo. Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: “La cartografia medioevale, e con essa le carte nautiche e portolani antichi, rappresentano delle valide testimonianze per la toponomastica dell’epoca. Attraverso la toponomastica medioevale, che figura sulle carte antiche, possiamo suffragare alcune ipotesi sull’esistenza o meno di alcuni centri antichi. E’ attraverso alcune antiche carte geografiche e portolani medioevali, in cui figura il toponimo di Sapri, che possiamo affermare con sufficiente certezza che questo centro, sia pur scalo marittimo di minore importanza (non figura mai in rosso), sia stato conosciuto nell’antichità. Il toponimo di Sapri si ritrova, talvolta modificato in ‘Sapra’ o ‘Safri’ tra i centri costieri annoverati in molte carte nautiche e portolani del XIII e XIV secolo. L’insigne studioso di toponomastica e cartografia antica Roberto Almagià, nel suo “Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali “(83), faceva notare come il toponimo di Sapri, insieme a Policastro (Panicastro), Palinuro (Palinudo) e Maratea (Maratia), figurano tra le località costiere di alcune carte geografiche e nautiche medioevali. Nell’interessante prospetto (84), leggiamo che Sapri risulta annoverato nella Carta nautica detta ‘ Carta Pisana’ (fig.19 )(85)……E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: “terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit”, e più tardi, nel 1324, lo stesso Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti” viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi “(99). Sapri, figura anche sul “Portolano del Mediterraneo”, di Guglielmo Soleri, del 1385 circa (fig. 26) (100); figura pure sulla carta nautica del cartografo Mecia de Viladestes, del 1413 (fig. 27) (101).”. Alcune di queste carte nautiche in cui figura il porto di Sapri o il piccolo scalo marittimo di Sapri, sono elencate nel prospetto che Roberto Almagià (…), pubblicò nel suo ‘Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali’, capitolo tratto dal suo ‘Monumenta Italia Cartographica’, che pubblicò nel lontano 1929. A p. 68, del testo citato in “Appendice” possiamo leggere:

(Fig….) Prospetto tratto da Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in ‘Monumenta Italia Cartographica’, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, p. 68.
L’antico porto di “Panecastro” all’epoca Angioina
Nel 6 marzo 1270, Carlo I d’Angiò ordina ai portolanati di Policastro di….
I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. Nel documento angioino del 1271 (…), alcuni centri non vengono citati ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300, la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il ‘Portus saprorum‘ di Policastro (…).Troviamo il portolanato di Policastro, col suo porto da cui forse dipendeva l’ampia baia di Sapri, in documento del 6 marzo 1270 tratto dalla Cancelleria di re Carlo I d’Angiò. Nel vol. III della “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri – 1269-1270”, pubblicato da Riccardo Filangieri (…) e, a cura di Jole Mazzoleni (…), è trascritto un documento del 1270 dove si cita il “de Portulanato Policastro”. Si tratta del vol. III del Filangieri che contiene, in questo caso il Registro XIII, l’unico registro Angioino, arrivato a noi intatto. A p. 106, è pubblicata la trascrizione del documento n° 82:

Nel documento n. 82 del registro XIII si legge che: “82. Scriptum est eidem (Iustitiario Principatus etc.) ut citet infrascriptos officiales, sub pena L unc. auri, ut XV presentis mensis martii cum omnibus rationibus et toto residuo quod dare teneantur, coram Mag. Rationalibus Magne Curie Regni debeant comaprere. Nomina vero….et officia que gesserunt ecc…Nicolaus Cavasilice, Mattheus de Cioffo, de Portulanatu Policastri; ecc…”. La Mazzoleni, a p. 106, nella sua nota al documento postillava che esso proveniva da: “Fonti: Ruocco, La prov. di Princ. Citra, in ‘Arch. stor. Salern., n. s. II, p. 313 sg. (trascriz.); Ciarito, Repert., cit., f. 264 e t.”. Dunque, la Mazzoleni citava il testo di Ruocco, La provincia di Principato Citra’, che stà in Archivio Storico Salernitano, n. s. II, si veda p. 313. Si tratta del saggio di Giobbe Ruocco, ‘La Provincia di Principato Citra, vista attraverso i documenti della sua storia etc…’, che abbiamo trovato in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, anno III, n.s., fascicolo I Gen. Marz. 1935 in Appendice la recensione del saggio, oppure Anno II nuova serie Gen. Marz. 1934, XII, in ‘Recensioni’, a p. 313. Giobbe ruocco, pubblicava la trascrizione integrale di alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina non ancora andati distrutti dal rogo del 1942 nel sito vicino Nola e la Mazzoleni li utilizza per la ricostruzione. Quì si tratta del documento del 1270.

Ruocco (…), a p. 313, in proposito scriveva che: “1270, a. V di Carlo I d’Angiò, re di Sicilia, XIII indizione, 6 marzo, Capua. Reg. n. 5 (Carolus I. C), f. 32 t. Riportiamo per maggiore precisione il n. XXXIII che riferisce il foglio medesimo. Altro ordine simile si legge al foglio 6-6- t. e porta la stessa data del 6 marzo. Carlo I d’Angiò ordina al Giustiziero del Principato di citare alcuni ufficiali a comparire, sotto pena di cinquanta once d’oro, avanti i maestri razionali della grande Curia, affinchè consegnino quello che ancora debbono per gli uffici che essi occuparono sotto Pietro Challis, ecclesiastico della Curia di Parigi.”. Notiamo però dele differenze con la trascrzione della Mazzoleni in quanto in Ruocco a p. 314 il documento trascritto dice: “Nicolaus Cavasilice (de Salerno), Matheus de Cioffo de portulanatu Policastri, ecc..”. Dunque secondo la trascrizione del Ruocco, per il portolanato di Policastro, comparivano i nomi di certi Nicola Cavasilice di Salerno e di Matteo de Cioffo. Il cognome “de Cioffo” poi nel tempo si è trasformato in Cioffi. Dunque, secondo questo documento della Cancelleria Angioina di Carlo I d’Angiò, nel 6 marzo 1270, il re ordinava ad alcuni ufficiali, tra cui Matteo de Cioffo del portolanato di Policastro, di comparire davanti alla Curia per indebite usurpazioni per gli uffici che essi occuparono sotto Pietro Challis, ecclesiastico della Curia di Parigi. Dunque, il documento è interessante per la dizione che riporta di “Portolanatu” di Policastro. Cosa era il Portolanato ?. Un porto o un distetto portuale da cui forse dipendeva il porto di Sapri con la sua ampia baia ?. Nel vocabolario troviamo che il termine significa ‘portolanato’ s. m. [der. di portolano], ant. – L’insieme delle funzioni del portolano, e la sua carica. Gran portolanato, magistratura che durante la dominazione. Dunque, nel 6 marzo 1270 a Policastro vi erano due ufficiali Nicola Cavaselice di Salerno e Matteo de Cioffo che sovraintendevano al suo porto. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dunque secondo il Carucci (…), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel porto di Policastro nel 1284, vi erano diverse navi per la guerra del Vespro. Dunque, secondo questa notizia dataci dal Minieri Riccio e poi dal Carucci, a Policastro nel 1284, vi era un porto che doveva essere pure molto grande. Ma, per detta notizia, i due studiosi citano pag. 145 del vol. II di Carucci (…). Ma il Carucci a p. 145, parlando dell’anno 1284, cita il documento “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Invece, sempre dal Carucci (…), vol. II, pp. 149-150, apprendiamo di un altro documento del 2 maggio 1284 “XLVI 1284, 2 maggio, Napoli”, tratto dal “Reg. ang. n. 45, fol. 85 b. L’11 maggio il principe manda gli stessi ordini a Ruggiero di Sangineto, giustiziere di Terra di Lavoro e del Molise (Reg. n. 49, fol. 150a).”, dove il principe di Salerno scrive al viceammiraglio della flotta del Regno di Sicilia Jacopo Bursone e impartisce istruzioni per le segnalazioni dalle torri marittime da farsi nel caso di passaggio di navi memiche. Il Carucci (…), nel vol. II, a pp. 149-150-151, pubblicando l’antico documento “XLVI 1284, 2 maggio, Napoli”, egli scrive che: “Il Principe di Salerno manda al giustiziere del Principato gli ordini riguardanti i segnali che si debbono fare dalle persone addette alla custodia delle torri del litorale da Policastro a Castellammare, per far conoscere il passaggio o lavvicinarsi di navi nemiche. Le università, cui spetta, debbono tenere d’ora innanzi custodi su torri o in altri luoghi, non lungi dal mare, di notte e di giorno. Ecc…ecc…”. Il documento è ivi pubblicato innanzi. Giulio Schmiedt (…), nel suo ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nel 1975 dall’I.G.M., parlando dell’antico scalo marittimo di ‘Buxentum’, a p. 78, in proposito scriveva che: “La topografia della città non è stata ancora accertata e nulla si conosce sullo scalo….Sappiamo solo che nel medioevo, dopo la distruzione del ‘Castrum’ da parte di Roberto il Guiscardo (1055) lo scalo era frequentato. Infatti il Compasso da Navigare lo cita, come negli itinerari antichi, dopo Palinuro: “….De Palanuda a Panicastro XXV millara per greco per lo levante…”. Attualmente lo scalo è completamente interrito e i moderni portolani avvertono che è consigliabile tenersi al largo di Policastro (171).”. Dunque, lo Schmiedt (…) citava il “lo Compasso de Navigare” a cui ho dedicato ivi un mio saggio. L’esemplare più antico di portolano per il Mar Mediterraneo che conosciamo è ‘Lo Compasso de navegare‘ (…), realizzato da un autore anonimo, forse di origine italiana, e, scritto in lingua volgare medievale. Il più antico portolano conosciuto, denominato ‘Lo Compasso de navegare’, probabilmente realizzato in Toscana nello stesso periodo della guerra del Vespro e della partecipazione genovese alle operazioni militari (…). E’ il titolo di un’opera manoscritta in lingua volgare da un autore anonimo, che non si può però definire toscano, genovese o veneziano, essendo frequenti i vocaboli catalani, provenzali, arabi e bizantini. La scoperta di quest’opera medievale di estrema importanza per lo studio della toponomastica e della cartografia medievale, è dovuta al suo scopritore, lo studioso medievalista italiano Bacchisio Raimondo Motzo che scoprì e studiò il testo medievale contenuto all’interno del Codice Hamilton 396, ormai dimenticato dagli studiosi (…) e, conservato e custodito presso la Biblioteca dello Stato Prussiano di Berlino (oggi Biblioteca Municipale di Berlino, o Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…) e, pubblicato nel 1947 dallo stesso Bacchisio R. Motzo (…) nell’opera che vediamo ( Fig….) (..). Si tratta del più antico portolano conosciuto, relativo alla totalità del Mediterraneo che sino ad oggi sia stato rinvenuto. Gli studiosi De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin (…), nel loro ‘I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo’, a p. 193, riferendosi al navigante del XIII secolo, così scrivono in proposito: “Egli dispone tra l’altro di un libro del mare, una specie di manuale nautico che risale ai peripli dell’Antichità. Il più antico attualmente esistente, il Compasso da navigare, è custodito alla Biblioteca municipale di Berlino ( Ms Hamilton 397) per il marinaio di allora esso era ciò che il “portolano” era per il navigatore dei nostri giorni. Porta la data di gennaio 1296 e sarebbe dello stesso periodo della ‘Carta pisana’. Secondo il professor Motzo, proprio quella stessa carta (o una simile) gli era aggiunta. Nonostante siano complementari, il manuale e la carta avranno fortune diverse; attualmente il manuale antico è molto più raro della carta nautica di cui contiamo , per il XIV e XV secolo, un centinaio di esemplari.”. Lo studioso medievalista Bacchisio R. Motzo, nella sua opera (Fig….), scriveva in proposito: “Il Compasso de navegare è un’opera italiana composta tra il 1250 e il 1265 all’incirca, in due parti che si completavano a vicenda: il portolano, cioè la guida scritta, per navigare nel Mediterraneo, e la carta nautica del Mediterraneo stesso”. Il Motzo, lo fa risalire alla metà del Duecento sulla base di confronti filologici con altre versioni dello stesso testo nello stesso periodo della guerra del Vespro e della partecipazione genovese alle operazioni militari (…), infatti, il testo scritto in latino volgare, si apre con l’indicazione: “In nomine Domini Nostri Iesu Christi, amen. Incipit Liber Compassuum MCCLXXXXVI. de mense ianuari fuit inceptum opus istud”. Ma si tratta della data della copia; il testo primitivo del Compasso, secondo il Motzo, sarebbe stato composto quarant’anni prima, esattamente tra il 1250 e il 1265. Rispetto all’originale, il testo presenta tutta una serie di aggiunte minori, di ampliamenti e rifacimenti, oltre a contenere non pochi errori dovuti alla trascuratezza dei successivi copisti e all’aver in più la descrizione delle coste del Mar Nero. Recentemente, ho potuto esaminare de visu l’opera originale medievale annessa al Codice Hamilton 396, (Fig…..), conservata alla Biblioteca Municipale di Berlino e, quì riportiamo la pagina 17r del testo medievale (che riguarda le nostre coste), che pubblichiamo le due fotoriproduzioni delle due pagine originali (Fig…..) tratte dal Codice Hamilton 396 e, fotografate dalla mia amica fotografa Claudia Obrocki, su cortese autorizzazione immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…). Cosa dice il testo originale medievale delle pagine n. 16r e n. 17r del Codice Hamilton 396 (Figg….)?. Recentemente la studiosa Alessandra Debanne, ha rivisto e tradotto, il testo pubblicato dal Motzo (Fig….), pubblicandolo in un suo testo dove cura la traduzione del testo medievale del Codice Hamilton 396 (Figg…..), del testo scritto originale in una gotica minuscola libraria della fine del secolo XIII. L’immagine di Fig…., illustra la traduzione della pagina n. 17r del ‘Lo Compasso de navegare’ (5): “Capo d(e) Mine(r)ba. Primariamente d(e) Menerba a Salerno xxx mil (lara) / p(er) greco verlo levante. De Salerno a lo capo de la Li/cosa l mil(lara) entre mecco dì e sirocco. De Licosa /20/ al capo de Palanua l mil(lara) p(er) sirocco ver lo leva(n)te. / De Palanuda a Panicastro xxv mil (lara) per greco v(er)lo levante. De Panicastro a Scalea xxv mil (lara) per / mecco di ver lo sirocco. Sopre Scalea à I° isola ecc…ecc..” (pag. 17r) (Fig…..):

(Fig….) Codice Hamilton 396 – pagina 16v (Lo Compasso de navegare), anonimo, gennaio 1296 (originale). Foto di Claudia Obrocki, 2017, per cortese autorizzazione immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…).

(Fig….) Codice Hamilton 396, pagina 17 r del Compasso de navegare, anonimo, gennaio 1296 (originale). Foto di Claudia Obrocki, 2017, su cortese autorizzazione per la pubblicazione delle immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino.
“Lo Compasso de navegare”, cita ‘Palanuda’ (Palinuro), ‘Panicastro‘ (Policastro) e Scalea e, non parla di Sapri. Si deve però precisare che dall’esame del testo medievale originale, anche per altre coste, l’opera si limita ad indicare le distanze in miglia da un porto importante all’altro, citando solo i toponimi dei porti maggiori e, tralasciando i porti e gli scali marittimi minori. Noi crediamo che l’opera medievale citasse solo gli scali marittimi maggiori o porti franchi, quelli che nella ‘Carta Pisana’ (Fig. 2-3), vengono segnati in rosso) ed è per questo motivo che non cita il porto o scalo marittimo di Sapri che invece figura sulla probabile carta nautica ad esso annesso, la Carta nautica detta Carta Pisana (Fig….), dove invece figura con il toponimo di ‘Sapra’. Lo Schmiedt (…), a p. 78, nella sua nota (171) postillava che: “(171) Nel ‘Portolano del Mediterraneo’ (Basso Tirreno e Ionio Occidentale) a p. 166 viene esplicitamente ricordato che le isobate dei m 5 passano a m 600 da Policastro.”. Nella cartografia nautica, le linee batimetriche (o isobate dal greco “a uguale profondità”) sono rappresentate da sottili linee continue che uniscono i punti che hanno la stessa profondità. Quindi lungo una linea batimetrica la profondità è sempre uguale. Sono le curve di livello che si trovano sotto il livello del mare. Dunque, lo Schmiedt (…), nella sua nota postillava che a Policastro il fondale diventava insicuro perchè notevolmente profondo. E’ probabile che la particolare profondità delle isobate marine nel tratto di costa antistante la città di Policastro Bussentino sia dovuta alla forza di erosione del mare che ha scavato il fondale a mare aperto. Dunque, se questa è l’attuale situazione ci chiediamo dove fosse la vecchia foce del fiume Bussento e dove si trovasse l’antico scalo marittimo o piccolo porto della Polis-Castrum. Lo Schmiedt (…), affermava che nei pressi dell’attuale Policastro Bussentino, l’antica Pyxous e Buxentum, uno scalo marittimo doveva essere frequentato ma, di cui però, non si conosce l’esatta ubicazione. In uno dei miei saggi ho cercato di approfondire alcune notizie che riguardano l’epoca del normanno Roberto il Guiscardo ed il trasporto di uomini dalla e verso la Calabria (Nicotera per il Malaterra). Ma dette notizie non dicevano quale fosse stato e dove si trovasse lo scalo marittimo da cui partissero i leggeri legni. Lo Schmiedt (…), proseguendo il suo racconto su Policastro, dopo aver citato il portolano più antico conosciuto chiamato “lo Compasso de Navigare”, di cui ho parlato in un altro mio saggio aggiunge che: “Le recenti trasformazioni della zona si possono desumere raffrontando la fotografia aerea (1954) con la prima carta topografica dell’I.G.M. (1871). Dal raffronto risulta che il fiume nel 1871 sfociava in mare in direzione est dopo aver percorso un ampio meandro, mentre attualmente esso si immerge in mare verso sud con un alveo rettilineo molto più proteso. Nell’antichità come si può desumere dalle tracce dei vecchi terrazzamenti fluviali ricavabili sulla fotografia aerea, la foce del fiume era molto più arretrata (circa 3500 m). Lo scalo fluviale, si può quindi collocare sul terrazzo marino di riva sinistra, situato a sud-ovest dell’attuale abitato di Policastro.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 484, in proposito scrivevano che: “….produsse via via l’impaludamento del territorio, causa della formazione della medievale Policastro, almeno a quanto ipotizza uno studioso (7).”. Natella e Peduto, nella nota (7) si riferivano al Racioppi (…), a p. 524. Dunque, secondo il Racioppi (…), in seguito alla formazione della pianura alluvionale ed il suo progressivo impaludamento, nacque la nuova città medievale di Policastro. Io credo che l’antico porto di Policastro fosse posto sulla linea di costa appena superata l’attuale foce del fiume, dove attualmente si trova la marina di Torre Oliva, di fronte alla collina di Marcaneto verso la marina di Scario. All’epoca l’insenatura e la linea di costa era diversa ed arrivava dove attualmente sulla statale SS. 18 si trova l’incrocio per svoltare in direzione di Scario. Vi sono diversi elementi e testimonianze, tante delle quali oggi scomparse che ci indicano con sufficiente certezza che in quel posto vi fossero delle attrezzature portuali. Dall’indagine geo-storica condotta attraverso le antiche carte corografiche in nostro possesso possiamo avanzare alcune interessanti ipotesi. Infatti, come si può leggere sulla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…) ed illustrata in Fig. 2, nell’area che traguarda dove attualmente è la foce del fiume, dopo Policastro in direzione di Scario, forse la “Marina dell’Olivo”, si vedono chiaramente indicati due toponimi antichissimi: “Sirsto” posto al di quà della foce del fiume e al di là della foce del fiume, verso Scario, si trova il “Casale della Olia”. Un ‘Casale della Olia’ ?, il casale dell’Olio ?. Purtroppo per motivi di spazio digitale non è stato possibile mostrarvi l’ingrandimento dell’interessantissima carta d’epoca Aragonese. Devo altresì precisare che nella carta simile pubblicata da Vladimiro e La Greca (…), che a mio avviso non è l’originale delle carte Aragonesi trafugate da Carlo VIII in Francia, è scritto “Casale della Oliva” e “Sirsio”. La presenza in epoca Angioina e poi Aragonese di alcuni casali posti lungo la fascia di costa che va da Policastro e S. Giovanni a Piro, dovrebbe essere ulteriormente indagata. Io credo che proprio quell’area potrebbe riservarci alcune sorprese. Il Vassalluzzo (…), in proposito scriveva che: “…e, nel secolo scorso, ‘Orecchio di Porco’ dai marinai“. Scrive sempre il Vassalluzzo (…), parlando di S. Giovanni a Piro che: “Sarebbero stati questi ultimi abitatori a dare alla marina il nome di ‘Scarios’ (occidentale, sinistro), così detto perchè il luogo dove essi erano si trovava ad occidente dell’altro dell’Olivo, occupato precedentemente dai Sanniti. Però noi inclineremo a derivare il nome di questa marina da ‘Scarios’, piccolo cantiere navale. Come successe nella razzia guidata da Dragus Rais, approdavano sempre nel porto della marina dell’Olivo. In quella dolorosa occasione il nostro borgo fu raso al suolo e non fu più riedificato. Il nostro territorio passò allora sotto il dominio dei Carafa di Policastro.”. Dunque il Vassalluzzo, parlando di S. Giovanni a Piro, ci parla della “Marina dell’Olivo” e lo fa sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (…). Io credo che il porto di Policastro funzionante all’epoca degli Angioini e forse pure degli Aragonesi fosse prorio verso la Marina dell’Olivo. Il Vassalluzzo, scrive sulla scorta di Ebner che citava il Palazzo (…) e soprattutto il Laudisio (…) e il Di Luccia (…) che hanno scritto sull’invasione di Dragut Pascià (…) sulle nostre spiagge nel 1500. Sull’evento del Dragut scrisse anche Onofrio Pasanisi che descrisse lo sbarco ed i porti interessati dalla furia ottomana del 1542. Nel 1320, a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: “terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit”, e più tardi, nel 1324, lo stesso Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti, “viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 339-340, riferendosi al locale porto di Policastro, in proposito scriveva che: “Nel locale porto, come quello di Agropoli e della “marittima Pestarum”, veniva stivato il grano per Genova dai mercanti che ne acquistavano nei luoghi (56), come pure da Capaccio, dalla piana dei locali conti.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 340, nella sua nota (56) postillava che: “(56) Silvestri, cit., p. 28.”. Pietro Ebner, dunque citava Alfonso Silvestri (…) che nel suo ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, pubblicato nel 1956. Infatti, Alfonso Silvestri (…), a p. 28, in proposito scriveva che: “………………”. Non so se Ebner (…) si riferisse a questo scritto del Silvestri (…) che in verità ha dedicato altri suoi scritti al periodo ed all’evoluzione della popolazione nel Cilento. Infatti Alfonso Silvestri (…), nel ….. scrisse pure: ‘Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo’, ripubblicato nel 1989 da Pietro Laveglia. Alcuni centri non vengono citati come quello di Sapri ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300, la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “In due carte quattrocentesche, dell’epoca della guerra del Vespro, si nota l’impotanza che gli Angioini annettevano a Policastro, il cui castello era stato trasferito dal feudatario alla R. Curia. Nel 1284, la città era custodita dal milite Taddeo di Firenze., al quale furono trasferiti altri 65 servienti armati.“. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”, ma dell’interessante notizia delle due carte quattrocentesche, i due studiosi Natella e Peduto e il Carucci (…), non forniscono alcun riferimento bibliografico. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 26 di giugno 1275 re Carlo, da Monforte, scriveva al giustiziere del Principato di accogliere la richiesta “homines Salerni et Policastri” di armare, per lo Stato, solo quattro delle cinque galee “quod ad ornationem ipsarum omnium galearum sunt penitus impotentes” ordinando che all’armamento “cum dictis hominibus” concorressero anche “homines districtis earumdem terrarum” (38).”. Ebner nella sua nota (38) a p. 337, vol. II, postillava che: “(38) Reg. 21, f 253 t = Monteforte Irpino.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino, a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dunque, i due studiosi, Natella e Peduto, sulla scorta del Carucci, riferivano la notizia del momentaneo stanziamento di soldati Almugaveri a Policastro, nell’anno 1287. Vediamo cosa dice il Carucci. Il Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…), a pp. 121, cita un documento del “ XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi nei porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, er mare in piccole barche, a Nicotera per i bisogni dell’esercito. Non riechieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrov.”. Il Carucci a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Il Natella e Peduto, citavano Carlo Carucci che nel 1934, scrisse ‘Codice Diplomatico Salernitano del sec. XIII’, ma citava il tomo II, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934.
Il porto di Policastro all’epoca Angioina, il porto dei Genovesi
Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “16. Il Porto dei Genovesi. Presto si fa distuggere. Ad opera terminata, rimangono cadaveri disseminati, valori patrimoniali distrutti e gente impoverita senza tetto. A questi inconvenienti si poteva passa sopra…; ma era in gioco il trono di Napoli, come pure quello di Sicilia, perchè mancava il punto strategico di appoggio: Policastro. Quattro anni dopo la distruzione, che si era dimostrata indifendibile, ma sul posto della distruzione, che si era dimostrata indifendibile, ma sul posto antico, entro le mura del Guiscardo. Per il ripopolamento sono destinati i ‘Genovesi’ (già in possesso dei larghi privilegi di Napoli) che si sono dimostrati un prezioso aiuto per gli Angioini, grazie all’esperienza di navigatori (76). Che i Genovesi distruggono la città per conto del re Aragonese, e quattro anni dopo la ricostruiscono per conto del re Angioino, non deve meravigliare: gli affari sono affari; i marinai sono soldati, assoldati da chi paga. Le battaglie navali vanno combattute in gran parte da marinai, istruiti nelle repubbliche marinare. Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Il genovese ‘Bartolomeo Roveti’ si presenta al re ed offre di ricostruire e di ripopolare Policastro. Il re lo nomina capitano della città a vita, e, inoltre, gli dà per 25 anni la giurisdizione sui Genovesi e sugli immigrati di Policastro (77). Ecc.. “. Il Tancredi (…), forse sulla scorta di Romolo Caggese (…) che di quegli anni ha scritto di Policastro, a p. 28, in proposito scriveva che: “Le mura che il Doria rase al suolo in modo tanto perfetto che non rimase pietra, quelle mura appartenevano ad una Policastro che è scomparsa.”. In sostanza quì il Tancredi parla del castrum e delle mura Federiciane che Federico II di Svevia fece rinforzare. Sempre il Tancredi (…), proseguendo il suo racconto su Policastro, a p. 28 scriveva che: “Ben s’accorse Federico dell’importanza strategica del luogo, ma anche dell’insalubrità dell’aria e dell’inusabilità del porto fluviale, ormai molto lontano dalla città (non sappiamo di quanto; oggi la distanza è di circa 4 km.), ed in più richiedeva un enorme e continuo lavoro di manutenzione. Perciò Federico costruì un nuovo porto in riva al mare, dove l’insabbiatura non era da temere; questo porto fu fortificato e connesso al Castellaro con mura. Il luogo era, inoltre, più sano e si trovava a circa 2 km. da Policastro vecchia, in direzione di Capitello. La riva del mare era allora più verso monte, al di là dell’odierna strada statale n. 18. Le fortificazioni sono completamente scomparse e i residui sono coperti di vegetazione. Il Doria ha fatto un lavoro completo. Rimane soltanto la parte superiore d’un acquedotto, che portava acqua dolce alle navi, ed il nome di “Porta di Mare”, che la contrada porta ancora, perchè il luogo era compreso nella cinta fortificata. Un lungo tratto di questa cinta si scoprì e si distrusse, quando fu costruita la ferrovia (1890-95).”. Dunque l’ipotesi suggestiva del Tancredi che voleva che l’antico porto angioino di Policastro dei genovesi fosse nella contrada “Porta di Mare” posta più o meno dove attualmente vi è un campeggio dopo il cimitero di Capitello e vicino ai ruderi del cosiddetto Castellaro di Capitello.

(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…).
Come ho già scritto, non propendo per l’ubicazione di uno scalo portuale nell’area del Castellaro di Capitello, ipotesi questa del Tancredi che andrebbe ulteriormente verificata. Certo è che nella carta illustrata nell’immagine non troviamo alcun riferimento ad uno scalo fluviale o portuale eppure essa è di poco posteriore all’epoca Angioina.
Nel 1269, la Molpa in un documento pubblicato dal Trinchera
Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 190 e ssg. parlando di “Molpa”, nella nota (2) postillava: “.. – in una carta del 29 novembre 1269 (pubblicata in sommario, nel ‘Syllab. mebran. ad r. Siclae pertinent. Napoli, 1824, vol. I, p. 23) io trovo attestata la esistenza di Molpa; poichè vi si dà atto in fitto, per oncie 22, la gabella di Camerota, di Palinuro e di Melopae’.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”. Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Un documento angioino del 29 novembre 1269, del quale abbiamo solo il regesto, ricorda l’aggiudicazione della “Cabellam Camarotae, Melopue (sic), et Palinuri pro uncis auri 22″ (A.A. Scotti), Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824, vol. I, n. 8, p. 23”. Angelo Antonio Scotto, a p. 23, del suo “Syllabus membranarum ad Regiae Siclae Archivum pertinentium”, a p. 23 riportava il documento n. 8, dove è scritto: “N. 8 – Olim Arca B. Fasciculus 49 N. 5. – 1269 Novembris 29. Indictione 13. Caroli I. anno V. Camarotae – Iohannes Iudex Camerotae, ut uxsequatur mandatum Ursonis Bombae Vicesecreti Principatus, et Terrae Beneventi, quod excribitur post subhastationem, et fideiussionem locat Thomasio de Salerno, et Nicolao Murmurio, Cabellam Camerotae, Molopae, et Palinuri pro unciis auri 22 ponderis generalis. Per Riccardum Notarium Camerotae.”, il cui significato è il seguente: “Giovanni Giudice di Camerota, per eseguire l’ordine di Ursone Bomba, vicesegretario del Principato, e della Terra di Benevento, che è scritto dopo l’asta, e dà in garanzia a Thomasio de Salerno e Nicolaus Murmurius, i capelli di Camerota , Molopa, e Palinuri per once d’oro di peso complessivo 22. Di Riccardo Notaio di Camerota.”.
Nel 1290, porti di Sapri e di Policastro citati sulla “carta Pisana”, la carta nautica più antica conosciuta
Pietro Ebner (…), parlando di Sapri in età Angioina, in proposito scriveva che: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Ebner, a p. 592, dice che per quanto riguarda Sapri, il ‘Cedolario’, rinvia a Policastro. Ma non è così come vedremo. Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: “Nell’interessante prospetto (84), leggiamo che Sapri risulta annoverato nella Carta nautica detta ‘ Carta Pisana’ (fig.19 )(85). L’Almagià in proposito così si esprimeva: ” il più antico monumento di (cartografia nautica medioe vale) giunto fino a noi,è così detta ‘Carta Pisana’, riprodotta per la parte che riguarda l’Italia nella tav.III,la quale è sicuramente di fattura genovese (l’appellativo ‘pisana’ deriva dalla famiglia che la possedette ) ed appartiene al penultimo decennio del secolo XIII. Un prodotto che rappresenta la coordinazione dei rilievi dei mari onde si compone il bacino del Mediterraneo, fatto ad uso dei naviganti, con l’indicazione del contorno costiero, degli approdi,ecc..” (86). La ‘Carta Pisana’, il cui originale risale al 1290 circa, è di autore anonimo ed è conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Le studiose De La Ronciere e Mollat Du Jourdin, che hanno recentemente pubblicato un bellissimo libro sui portolani, (87) da cui abbiamo tratto gran parte delle illustrazioni a colori che quì pubblichiamo, a proposito della ‘Carta Pisana’, così si esprimevano: “Disegnata a penna su un foglio in pergamena, questa prima carta nautica riesce a dare – con grande esattezza di proporzioni il tracciato delle coste e delle isole del bacino del Mediterraneo… Come tutti i documenti di questo tipo, i nomi dei porti sono scritti perpendicolarmente e all’interno della linea di costa, alcuni in nero (come ‘Sapra’), altri considerati più importanti, in rosso” (come Policastro). Abbiamo riprodotto l’immagine ingrandita, a colori, pubblicata da De La Ronciere, nella speranza che il toponimo di ‘Sapra’ fosse più leggibile.”. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri, ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare durante la Guerra del Vespro (…), la guerra che fu combattuta proprio sulle nostre coste tra gli Angioini e gli Aragonesi. L’indagine toponomastica, condotta attraverso lo studio delle fonti e della cartografia manoscritta medievale, dei peripli, delle carte nautiche e portolani, identifica, sia pure solamente porto e non come un vero e proprio centro abitato quale è stato Policastro (segnato in rosso), Sapri, insieme a Palinuro, Maratea e Policastro, viene annoverato come luogo tra gli scali marittimi della nostra costa, segnati nelle carte nautiche esistenti più antiche che conosciamo come la ‘Carta Pisana’ (Fig….), risalente a forse prima del 1290 (…) (Fig….). Nella ‘Carta Pisana’, sotto i porti di Policastro, segnato in rosso ‘Panecastro, si può leggere il toponimo di Saprà o Sapra. La presenza dello scalo marittimo di Sapri sulla più antica carta nautica conosciuta e risalente proprio all’epoca della ‘Guerra del Vespro’ che fu combattura proprio sulle nostre coste, attesta che il centro marittimo di Sapri esisteva ed era perfettamente conosciuto. L’assenza sui registri angioini di un ‘portum’, o del feudo di Sapri, la sua assenza nei Registri Angioini che censivano la popolazione, dimostra che alla epoca, la guerra del Vespro, aveva fatto calare sensibilmente il numero degli abitanti del piccolo centro costiero, ma questa notizia, non dimostra affatto che il piccolo centro costiero di Sapri non esistesse al tempo del Regno angioino. Infatti, la presenza genovese nella zona, la presenza nella zona di uomini della Repubblica marinara di Genova, giustifica la presenza dello scalo portuale di Sapri o ‘Portum’ sulle prime carte nautiche o portolani manoscritti giunte fino a noi dall’epoca del Regno di Napoli angioino e, redatte da cartografi genovesi, pagati dalla Repubblica marinara di Genova che, all’epoca partecipava alle operazioni militari per la conquista del Regno di Napoli angioino (…). L’indagine toponomastica, condotta attraverso lo studio delle fonti e della cartografia manoscritta medievale, dei peripli, delle carte nautiche e portolani, identifica, sia pure solamente porto e non come un vero e proprio centro abitato quale è stato Policastro (segnato in rosso), Sapri, insieme a Palinuro, Maratea e Policastro, viene annoverato come luogo tra gli scali marittimi della nostra costa, segnati nelle carte nautiche esistenti più antiche che conosciamo come la ‘Carta Pisana’ (Fig….), risalente a forse prima del 1290 (…) (Fig….). Nella ‘Carta Pisana’, sotto i porti di Policastro, segnato in rosso ‘Panecastro, si può leggere il toponimo di Sapra. La presenza dello scalo marittimo di Sapri sulla più antica carta nautica conosciuta e risalente proprio all’epoca della ‘Guerra del Vespro’ che fu combattura proprio sulle nostre coste, attesta che il centro marittimo di Sapri esisteva ed era perfettamente conosciuto.
(Fig….) La ‘Carta Pisana’, esemplare conservato alla BNP (…).

(Fig….) Ingrandimento della carta nautica detta ‘Carta Pisana’ (Fig….), con il particolare delle coste tirreniche dell’Italia meridionale, tratta dal testo di Jerry Brotton (…).
Nel 1375, i porti di Sapri e di Policastro citati nell’Atlante Catalano di Carlo V
Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: “Ritroviamo Sapri, nella “carta nautica del Mediterraneo” dell’Atlante Catalano di Carlo V, della prima metà del secolo XIV. (98). E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: ” terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit”.”. In un mio precedente studio (…), in proposito scrivevo che: “Ritroviamo Sapri chiaramente menzionato anche sulla ‘carta nautica del Mediterraneo’..” (fig….) (…). Si tratta della ‘carta nautica del Mediteraneo’ dell’Atlante Catalano di Carlo V, della prima metà del secolo XIV, carta nautica spagnola, del cosiddetto “Atlante catalano” – anonimo e non datato ma attribuito ad Abramo Cresques (…), cartografo ebreo operante a Maiorca (Scuola Maiorchina) verso il 1375 – forse commissionato dalla Casa d’Aragona per farne omaggio a Carlo V di Francia (Fig….).

(Fig….) Atlante Catalano di Carlo V di Abramo Cresques (…), della metà del XIV secolo
Le fortificazioni costruite nel Golfo di Policastro da Federico II di Svevia poi in seguito rinforzate dagli Angioini e dagli Aragonesi per la difesa anticorsara

(Fig….) Torre Angioina a Novi Velia
I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. A partire da questo anno e fino al 1268 fu sotto la giurisdizione degli Svevi, a cui succedettero gli Angioini fino al 1435. Gli Angioini potenziarono ulteriormente le fortificazioni che formava con i castelli di Palinuro e di San Severino una cinta difensiva che si rivelò di importanza vitale nella guerra contro gli Aragonesi. Le difese però non resistettero all’invasione dei pirati Saraceni, noti come Corsari d’Africa, che all’alba dell’11 giugno 1464 la rasero al suolo, facendo schiava la sua gente (coloro che riuscirono a fuggire trovarono rifugiò nell’entroterra ed in particolare a Centola ed a Pisciotta) e decretando per sempre la fine dell’abitato di Molpa. Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania”, a p. 366, parlando della città fortificata e del castello di Molpa, oggi scomparso, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Dunque l’Antonini (…), parlando di Molpa, citava Gil de Blemur e il suo castello, un personaggio o feudatario che viene citato anche nel “Registro del Borrelli”, ovvero nel “Catalogus Baronum”, un registro dei feudatari che risale a molto prima del 1189 e che molto probabilmente la copia che oggi esiste pubblicata dal Borrelli (…), risale all’epoca Angioina. L’Antonini (…), scriveva che il castello di Molpa, fu tolto a Gil de Blemur da Carlo I d’Angiò. Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Sotto i Sanseverino, di nuovo il Cilento ebbe di nuovo una relativa crescita demografica ed economica. Anche Policastro ricevè attenzioni dal nuovo feudatario e dalla corte Angioina e con esso anche il territorio di Sapri, dove era il porto. Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. A seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro ed il suo territorio, si trovò al centro degli scontri. Furono proprio il Golfo di Policastro e le nostre coste, teatro dei sanguinosi scontri terrestri e navali per il possesso del Regno di Napoli. Le torri ed i castelli, costruiti dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 103 nel suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il territorio di Lentiscosa….Più che l’attuale paese, era conosciuto e frequentato il suo porto alla cui guardia, in epoca angioina, fu eretta una torre, detta Anforisca, alla cui cura erano tenuti sia gli abitanti della baronia di Camerota che di S. Giovanni a Piro (1279). Nelle carte Vaticane e in documenti notarili della stessa epoca il nome era ‘Lanfrasca’ e a Fisco, da cui poi in epoca successiva Rinfreschi, Linfreschi e oggi Infreschi. Ecc…”. Al periodo della lunga guerra del Vespro, che si combattè principalmente sulle nostre coste e che vedeva Policastro e tutti i paesi rivieraschi impegnati in prima fila, ho dedicato ivi un mio saggio. Sempre l’Ebner (…), a p. 339, parlando di Policastro al tempo della dominazione Angioina, in proposito scriveva che: “Il 3 gennaio 1300, da Napoli, re Carlo ordinò a Landolfo Rumbo di Napoli, “vicario principatus Salerni et eiusdem terre straticoto” di pagare alle persone che invierà Tommaso Sanseverino i “duo mandato nostra pridem direximus” sulle entrate “civitate Salerni” per la custodia “castro S. Severini de Camerota” e per quello di Policastro (51).”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 339, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Reg. 97, f. 126″. Furono gli Angioini a pensare a un sistema permanente e completo di difesa e di segnalazione con fumo e fuochi dall’alto di torri collocate in promontori e in vista una dell’altra. Tale sistema fu realizzato solo in minima parte, anche a causa dei continui cambiamenti politici e finì per passare sotto il controllo dei feudatari e delle famiglie che intendevano proteggere i propri territori, piuttosto che le popolazioni dei centri abitati. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Sulle Torri cosiere costruite all’epoca di Federico II di Svevia e quelle successive costruite in epoca Angioina, al tempo della disastrosa per le nostre terre “Guerra del Vespro”, che le interessò particolarmente, poco si è scritto e, poco si è detto e si è indagato. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. In particolare per il casale citato, ci conforta l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – dove essi vengono citati. La carta inedita, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, riveste una particolare importanza per i nomi dei luoghi o toponimi in essa citata, inoltre essa, è forse l’unica testimonianza cartografica dei due toponimi in questione che, ritroviamo solo in questa carta. Come si può vedere, nell’immagine sopra che illustra la carta in questione, nelle campagne poste a ridosso della fascia costiera di Sapri, e dopo il centro abitato di Sapri, andando verso Acquafredda, si possono leggere alcuni nomi di luogo, dei quali non conosciamo l’origine e che oggi sono del tutto scomparsi o di cui rimangono pochi ruderi. Nella carta in questione sono segnate con il colore rosso dei piccoli centri urbani o gruppi di costruzioni, che stanno ad indicare piccoli casali o borghi. Guardando la carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, d’epoca Aragonese, dunque molto più antica del ‘Croquì’, ci accorgiamo che, all’altezza e di fronte lo scoglio dello Scialandro, che pure è segnato, vediamo riportata solo la figura colorata in rosso di una torre ma senza l’indicazione del suo nome. Nella stessa carta d’epoca aragonese, all’altezza dell’attuale Canale di Mezzanotte, vediamo indicata un’altra torre (sempre di colore rosso) che anche quì non è scritto il suo nome ma io credo fosse propio la Torre dello Scialandro. Le due torri, segnate lungo la costa ad oriente di Sapri e sul monte Ceraso, nella carta d’epoca Aragonese, indicate solo con il disegno di una torre ma senza i nomi, io credo siano proprio le torri citate da Scipione Mazzella Napolitano (…), segnalate nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568.

(Fig….) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…).
Tuttavia, per citare alcuni documenti d’epoca Federiciana, riguardanti le nostre coste, ho tratto alcune interessanti notizie da Onofrio Pasanisi (…), che nel 1926, pubblicò l’interessante saggio ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’. Il Pasanisi (…), a p. 432, in proposito diceva che: “Nulla sappiamo della venuta del Salazar negli altri due versanti del Jonio e del Tirreno (3). Solo ci risulta che in Principato Citra ed in Basilicata fu iniziata da parte di molti partitari la costruzione delle torri ordinata sin dal 1566. Torri si costruivano da ‘Castellammare della Bruca’ al ‘Monte Palinuro’ da parte di Cola Vito Fasano ed ancora le seguenti per conto di altri: ecc.., alla ‘Punta della Licosa’ (idem), nelle località di ‘Camerota’, ‘Zancale’, ‘Maresca’, Calabianca’, e ‘Farconara’ e, nel luogo istesso ove esisteva l’altra torre ‘Amforisca’ dei tempi di Angioini, al capo ‘Infreschi’ cioè (1). Sette torri inoltre del partito di mastro Scipione Fasano si costruivano “nella marina di levante” di Basilicata (2).”. Il Pasanisi, a p. 433, nella sua nota (1), in proposito postillava che: “(1) In un documento riportato dal Camera (Memorie storico-diplomatiche ecc.., vol. I, pag. 14 in nota)), dell’anno 1277, si dà ordine all’università di Camerota e S. Giovanni a Piro di porre guardie nella torre detta ‘Amforisca’. Ora capo Imfreschi si trova precisamente fra Camerota e S. Giovanni a Piro. Ecc…”, di cui parlerò in seguito. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria.”. Forse lo studioso Orazio Campagna, senza citare alcun riferimento bibliografico dava queste notizie delle fortificazioni apportate a Bosco, S. Marina ecc.. traendo la notizia da p. 18 del Santoro (…).
I GIFONE O GIFFONI DI AJETA E TORTORA
Nel 1267, RINALDO GIFONE, figlio di Gilberto Cifone e padre di Paliana di Castrocucco, feudatario di Tortora e Ajeta è confermato feudatario di Aieta e di Tortora da re Carlo I d’Angiò
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “I più antichi documenti feudali però che ci è stato possibile rinvenire su Tortora, si riferiscono al periodo angioino. Uno di essi è un rescritto reale che conferma Rinaldo CIFONE nel possesso di Tortora, pervenutogli dal padre Gilberto e dai suoi predecessori e reca la data del 1267. Il testo è il seguente: “Raynaldo de Turtura, provisio pro confirmatione castri Turturis quod fuit quondam Giliberti patris sui et predecessorum suorum”. V’è poi un atto d’assenso, anche reale, del 23 novembre 1270 per lo stesso Rinaldo, il quale aveva chiesto al re di poter contrarre matrimonio con Devidea de Insula. Abbiamo inoltre trovato un messaggio reale indirizzato al giustiziere della valle del Crati, da cui dipendeva Tortora, recante la data del 16 luglio 1267, col quale viene dato l’ordine al giustiziere stesso di non molestare Rinaldo Cifone che evidentemente aveva prodotto istanza al re avverso la condotta del Magistrato distrettuale nei suoi confronti. Fa scrivere, infatti, Carlo I d’Angiò: “Ex parte Raynaldi de Turtura fuit nobis expositum quod licet tam pater quam progenitores sui castrum Turturis a tempore quo non exat memoria tenuerunt pacifice et quiete. Tu tamen auctoritate cuiusdam mandate Karoli primogeniti nostri eundem Raynaldum, eo non vocato neque admonito, intendis possessione dicti castri destituere. Unde supplicavit Quare fidelitati tuae mandamus quatenus, si premissis veritas suffragatur, eum non destituas vel molestes”. Che significa: “Provvedimento per la conferma del territorio di Tortora a Rinaldo di Tortora che fu di Gilberto suo padre e dei suoi predecessori. Da parte di Rinaldo di Tortora ci è stato esposto che tanto il padre quanto gli altri suoi antenati ebbero da tempo immemorabile il continuo e pacifico possesso del territorio di Tortora. Ma che tu facendo uso dell’autorità d’un non so quale ordine del nostro figlio primogenito Carlo intendi spogliare del possesso di detto territorio Rinaldo medesimo, senza averlo chiamato in giudizio né ammonito. Perciò facciamo appello alla tua fedeltà di non destituirlo né molestarlo, se le premesse rispondono a verità”. Qui si cela una storia d’intrighi e d’interessi, non sappiamo fino a che punto confessabili, determinati certo da preoccupazioni di carattere politico. I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc……Ma evidentemente Pallanza d’Aieta e i suoi vassalli cercavano d’insinuare il dubbio nell’animo del giustiziere della Valle del Crati circa i proclamati sentimenti di devozione verso casa d’Angiò da parte dei GIFONI che venivano accusati d’aver simpatie per la Casa degli Svevi e d’aver riposto le loro speranze da parte del nobile ma sfortunato tentativo di Corradino di riconquista del Regno di Sicilia, conclusosi col triste e sanguinoso eccidio di Piazza del Mercato a Napoli nel 1268. E’ nota la letteratura dell’avvenimento attraverso i secoli, come è parimenti nota la lirica del romantico Aleardo Aleardi che raggiunge punti di elevata commozione: etc…..Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore…..Ecc…”. Sempre sui “Gifone di Tortora” e Rinaldo “GIFONE” poi in seguito “cifone” di Tortora, Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a pp. 50-52-52, in proposito scriveva che: “Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore. Ecc…”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, ecc..”. Il Fulco, sempre sui Gifone o Cifone continuando il suo racconto aggiunge che: “Comunque della spoliazione di Tortora si ha indiretta conferma dal bollettino araldico, dal quale veniamo informati che l’altro ramo dei Gifoni stanziato a Polistena e a Tropea fu confermato nei propri feudi. Lo stemma di questa famiglia consisteva in uno scaccato di nero e di argento di sei file con fascia diagonale in rosso. Oltre a Rinaldo, Bernardo e Tommaso che furono signori di Tortora, si distinsero in questa famiglia Gerardo Gifone che fu Contestabile di Carlo I in Calabria. Etc…”. Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg. parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nei documenti feudali infatti risulta che……Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era RINALDO, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496). Nel 1276 il paese contava una popolazione di soli 538 abitanti ed era tassato di 10 once, 22 tarì, 16 grani. Nel 1326 Tortora pagava la decima al clero di Aieta, con tutto che aveva un clero proprio con quattro chiese: Il Purgatorio, S. Sofia, S. Vito e S. Sebastiano.”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Chi fosse questo Rinaldo Cifone, figlio di Gilberto Cifone che “però perdette il feudo poco tempo dopo.” ? Questo “Rinaldo Cifone” era il padre di Paliana di Castrocucco che aveva sposato Riccardo di Lauria in epoca Sveva. Forse, dopo il 1267 egli perse il feudo a causa della venuta della casa Angioina. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Infatti, Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei Luoghi della Calabria – vol. I, da A-B”, a p. 21, alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E’, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò nella famiglia Lauria.”. Dunque, il Valente scriveva che da Gilberto de Giffone, il feudo di Ajeta passò da una sua erede alla famiglia Lauria. Si tratta di Paliana di Castrocucco che sposò Riccardo di Lauria. Paliana di Castrocucco fu “l’erede” di cui parlava il Valente. Infatti, il feudo di Ajeta che in età Normanna apparteneva a Gilberto de Giffone passò poi in seguito al figlio Rinaldo de Giffone che a sua volta lo dovette cedere in dote alla figlia Paliana di Castrocucco. Come vedremo in seguito questa “Paliana o Palliana di Castrocucco” che, aveva sposato il Riccardo di Lauria (quello d’epoca Angioina e fratello di Ruggero di Lauria) era figlia di RINALDO DE GIFFONE. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora” su Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”.
I GIFONE O GIFFONI DI AJETA E TORTORA
Nel 1267, RINALDO GIFONE, figlio di Gilberto Cifone e padre di Paliana di Castrocucco, feudatario di Tortora e Ajeta è confermato feudatario di Aieta e di Tortora da re Carlo I d’Angiò
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “I più antichi documenti feudali però che ci è stato possibile rinvenire su Tortora, si riferiscono al periodo angioino. Uno di essi è un rescritto reale che conferma Rinaldo CIFONE nel possesso di Tortora, pervenutogli dal padre Gilberto e dai suoi predecessori e reca la data del 1267. Il testo è il seguente: “Raynaldo de Turtura, provisio pro confirmatione castri Turturis quod fuit quondam Giliberti patris sui et predecessorum suorum”. V’è poi un atto d’assenso, anche reale, del 23 novembre 1270 per lo stesso Rinaldo, il quale aveva chiesto al re di poter contrarre matrimonio con Devidea de Insula. Abbiamo inoltre trovato un messaggio reale indirizzato al giustiziere della valle del Crati, da cui dipendeva Tortora, recante la data del 16 luglio 1267, col quale viene dato l’ordine al giustiziere stesso di non molestare Rinaldo Cifone che evidentemente aveva prodotto istanza al re avverso la condotta del Magistrato distrettuale nei suoi confronti. Fa scrivere, infatti, Carlo I d’Angiò: “Ex parte Raynaldi de Turtura fuit nobis expositum quod licet tam pater quam progenitores sui castrum Turturis a tempore quo non exat memoria tenuerunt pacifice et quiete. Tu tamen auctoritate cuiusdam mandate Karoli primogeniti nostri eundem Raynaldum, eo non vocato neque admonito, intendis possessione dicti castri destituere. Unde supplicavit Quare fidelitati tuae mandamus quatenus, si premissis veritas suffragatur, eum non destituas vel molestes”. Che significa: “Provvedimento per la conferma del territorio di Tortora a Rinaldo di Tortora che fu di Gilberto suo padre e dei suoi predecessori. Da parte di Rinaldo di Tortora ci è stato esposto che tanto il padre quanto gli altri suoi antenati ebbero da tempo immemorabile il continuo e pacifico possesso del territorio di Tortora. Ma che tu facendo uso dell’autorità d’un non so quale ordine del nostro figlio primogenito Carlo intendi spogliare del possesso di detto territorio Rinaldo medesimo, senza averlo chiamato in giudizio né ammonito. Perciò facciamo appello alla tua fedeltà di non destituirlo né molestarlo, se le premesse rispondono a verità”. Qui si cela una storia d’intrighi e d’interessi, non sappiamo fino a che punto confessabili, determinati certo da preoccupazioni di carattere politico. I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc……Ma evidentemente Pallanza d’Aieta e i suoi vassalli cercavano d’insinuare il dubbio nell’animo del giustiziere della Valle del Crati circa i proclamati sentimenti di devozione verso casa d’Angiò da parte dei GIFONI che venivano accusati d’aver simpatie per la Casa degli Svevi e d’aver riposto le loro speranze da parte del nobile ma sfortunato tentativo di Corradino di riconquista del Regno di Sicilia, conclusosi col triste e sanguinoso eccidio di Piazza del Mercato a Napoli nel 1268. E’ nota la letteratura dell’avvenimento attraverso i secoli, come è parimenti nota la lirica del romantico Aleardo Aleardi che raggiunge punti di elevata commozione: etc…..Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore…..Ecc…”.
Sempre sui “Gifone di Tortora” e Rinaldo “GIFONE” poi in seguito “cifone” di Tortora, Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a pp. 50-52-52, in proposito scriveva che: “Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore. Ecc…”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, ecc..”. Il Fulco, sempre sui Gifone o Cifone continuando il suo racconto aggiunge che: “Comunque della spoliazione di Tortora si ha indiretta conferma dal bollettino araldico, dal quale veniamo informati che l’altro ramo dei Gifoni stanziato a Polistena e a Tropea fu confermato nei propri feudi. Lo stemma di questa famiglia consisteva in uno scaccato di nero e di argento di sei file con fascia diagonale in rosso. Oltre a Rinaldo, Bernardo e Tommaso che furono signori di Tortora, si distinsero in questa famiglia Gerardo Gifone che fu Contestabile di Carlo I in Calabria. Etc…”. Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg. parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nei documenti feudali infatti risulta che……Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era RINALDO, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496). Nel 1276 il paese contava una popolazione di soli 538 abitanti ed era tassato di 10 once, 22 tarì, 16 grani. Nel 1326 Tortora pagava la decima al clero di Aieta, con tutto che aveva un clero proprio con quattro chiese: Il Purgatorio, S. Sofia, S. Vito e S. Sebastiano.”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Chi fosse questo Rinaldo Cifone, figlio di Gilberto Cifone che “però perdette il feudo poco tempo dopo.” ? Questo “Rinaldo Cifone” era il padre di Paliana di Castrocucco che aveva sposato Riccardo di Lauria in epoca Sveva. Forse, dopo il 1267 egli perse il feudo a causa della venuta della casa Angioina. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Infatti, Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei Luoghi della Calabria – vol. I, da A-B”, a p. 21, alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E’, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò nella famiglia Lauria.”. Dunque, il Valente scriveva che da Gilberto de Giffone, il feudo di Ajeta passoò da una sua erede alla famiglia Lauria. Si tratta di Paliana di Castrocucco che sposò Riccardo di Lauria. Paliana di Castrocucco fu “l’erede” di cui parlava il Valente. Infatti, il feudo di Ajeta che in età Normanna apparteneva a Gilberto de Giffone passò poi in seguito al figlio Rinaldo de Giffone che a sua volta lo dovette cedere in dote alla figlia Paliana di Castrocucco. Come vedremo in seguito questa “Paliana o Palliana di Castrocucco” che, aveva sposato il Riccardo di Lauria (quello d’epoca Angioina e fratello di Ruggero di Lauria) era figlia di RINALDO DE GIFFONE. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora” su Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”.
Nel 1268, Enrico (per il Collenuccio) o Guglielmo (per l’Antonini), “il vecchio conte di Rivello”, partigiano di Corradino di Svevia
Angelo Bozza (…), sulla scorta del Collenuccio e del Summonte, nel vol. I, a p. 367, per l’anno 1266 (dopo la morte di Manfredi) in proposito scriveva che: “Alla fama della venuta di Corradino, molte provincie del regno, maltrattate da governatori francesi si ribellarono contro Carlo. Capi della ribellione Enrico, vecchio conte di Rivello, ecc…”. Pandolfo Collenuccio (…), nel libro IV del suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’, edito nel 1591, ci parla del conte di Rivello “Enrico” o “Arrigo” vissuto al tempo di Federico II di Svevia e dopo con la venuta di Corrado IV e poi di Corradino di Svevia. Il Collenuccio (…), ci parla del feudatario di Rivello e lo chiama, dice l’Antonini erroneamente “Enrico, vecchio Conte di Rivello” a cui l’Antonini si riferisce quando aggiunge che egli “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Dunque, secondo il Collenuccio (…), alla morte di Federico II di Svevia, suo figlio legittimo Corrado IV divenuto Imperatore ed erede del Regno di Sicilia, di cui faceva parte Napoli e le nostre terre, commise il governo di Napoli ad Enrico o “Arrigo” (l’Antonini lo chiama Guglielmo), vecchio Conte di Rivello. Il Collenuccio (…) aggiunge pure che Enrico, il vecchio conte di Rivello “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Il Collenuccio (…), a p. 62, in proposito scriveva che: “Avuto adunque Napoli in questo modo Corrado, fu Re universale del Regno senza alcuna contradittione, et la riformatione di esso, commise ad Enrico, vecchio Conte di Rivello, et il governo di Napoli. Stando adunque in istato pacifico volto ai piaceri, Enrico fanciullo suo fratello, figliuolo della Regina Isabella, partì di Sicilia, à chi Federico l’havea lasciata, per venire a far riverenza al Re. In sua compagnia vi era un Capitano Saracino detto Giovanni Moro, ecc…ecc..“. Il Collenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 57 a, parla di ‘Guglielmo, ribelle di Federico II’. Per i fatti, di cui ha parlato anche l’Antonini a p. 443 della sua ‘Lucania’, prendendo le mosse dal racconto che fece lo storico Pandolfo Collenuccio. L’Antonini (…), parlando di Lagonegro, l’antica ‘Nerulo‘, ‘Lagonegro e sue montagne’, p. 183, Parte II, Discorso I. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 442, continuando il suo racconto su Rivello, a pp. 442-443, nella sua nota (I), posillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Dunque, l’Antonini (…), riguardo a Rivello, sulla scorta del Collenuccio (…) scrive in proposito che fu conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II fu conosciuto da Corrado di Svevia, come uomo di gran senno e di consumata prudenza, destinandolo alla riformazione del Regno. L’Antonini si riferisce a Corrado IV, che ottenne la successione al Regno dopo la morte del padre Federico II di Svevia. Secondo l’Antonini, l’imperatore Corrado IV, succeduto al padre Federico II di Svevia nel Regno di Sicilia, conosciuto Guglielmo conte di Rivello (Enrico o Arrigo per il Collenuccio) lo destinò alla “riformazione del Regno”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei popoli etc…”, a p. 177, parlando dei moti scoppiati nel Regno di Sicilia dopo la morte di Federico II di Svevia per la sua successione, impossessatosi del Regno il figlio Corrado IV e della discesa di Corradino nel Regno per toglielo allo zio Manfredi, scrivendo sulla scorta del libro IV del Collenuccio (…) e del libro II del Summonte (…), scriveva che: “La prima città a ribellarsi (dice uno storico (2), assommando gli sparsi fatti) quando re Carlo era in Abruzzo contro Corradino, fu Lucera; poi Andria, Potenza, Venosa ecc..ecc…Capi della ribellione furono Roberto di Santa Sofia (1) con Raimondo, suo fratello, Pietro e Guglielmo, fratelli, Conti di Potenza, Enrico il vecchio Conte di Rivello, e un altro Enrico di Pietrapalomba (2), tedesco, ecc…Questi, scorrendo la Puglia, Capitanata e Basilicata, ogni cosa rivoltarono, ponendo a sacco le terre che facevano resistenza; le quali furono Spinazzola, Lavello, Minervino, ecc..ecc…Solo si tennero queste terre, perchè avevano fortezze e presidi, Gravina, Montepeloso, Melfi, Troia, Barletta, Trani, Molfetta, Bitonto e Bari.”, ma quando Carlo ebbe vinto, non fu terra, ne castello in Puglia, nè in Basilicata ecc..ecc..”. Il Racioppi (…), a p. 176, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Collenuccio, Stor., lib. IV e Summonte, Storia, ecc.. che ne ricopia le parole, II, p. 220.”. Il Racioppi (…), riguardo le ribellioni nel Regno con Corradino di Svevia ed alcuni feudatari delle nostre terre, citava il Summonte G.A. (…), che nel suo ‘Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli’, edito nel 1675 e nel 1602, tomo II, Libro III, a p. 121, in proposito scriveva che: “…capi della ribellione furono Roberto di santa Sofia, che spiegò la bandiera dell’Acquila, e Ramondo suo fratello Pietro, e Guglielmo fratelli conti di Potenza, Henrico, il Vecchio Còte di Rivello, & un altro Enrico ecc..ecc……contro li quali rubelli per tenerli in freno era stato deputato Ruggiero Sanseverino dal Re, con altri come è detto: & egli co’l suo esercito se n’era passato il passo levatosi dall’assedio di Lucera, havedo inteso che Corradino se ne veniva nel Regno: ecc..ecc..”. Dunque anche il Summonte (…), oltre al Collenuccio (…), lo chiamava Henrico vecchio conte di Rivello, diversamente dall’Antonini che voleva fosse Guglielmo e non Enrico. Il Racioppi, a p. 177, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Pietrapalomba era un castrum a sinistra dell’Ofanto, e il suo territorio oggi appartiene al paese che ha mutato il vecchio nome di Carbonara in quello di Aquilonia. – ecc..”. Dunque il Racioppi, a p. 177, vol. II, ci parla della conquista del Regno da parte di Carlo I d’Angiò e della sconfitta di Corradino di Svevia e dei suoi partigiani e, sulla scorta del Collenuccio (…) ed in particolare del libro V ci parla, come il Collenuccio del milite e feudatario Enrico, vecchio conte di Rivello.
Nel 1269, Riccardo di Lauria (figlio di Riccardo di Lauria d’epoca Sveva)
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 46, in proposito scriveva che: “Già dal luglio 1269, infatti, re Carlo affida a Roberto di Lauria e ad Egidio de Vinetta il compito di catturare i ribelli del Giustizierato di Calabria, di Val di Crati e di Terra Giordana e di tenere prigionieri i principali proditori (130).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (130) postillava che: “(130) RCA, vol. II, pp. 100-101, n. 369 e p. 101, n. 372.”.
Nel 1269, Carlo I d’Angiò donò a ‘Gille o Gille de Blèmur’ (Egidio di Blemur) il Castello di Molpa e Camerota
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) dell’Antonini (…) a p. 366. Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri (…) e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a “Gil de Blemur” il castello della Molpa. Inoltre, l’Ebner si riferisce ad un ‘Egidio de Blemur’, feudatario di Camerota all’epoca angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272. La stessa discrasia si ripete per il feudatario di Camerota “Gil de Blemur” quando ne parla l’Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. L’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a “Gil de Blemur” il castello della Molpa e invece il documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina pubblicato dal Filangieri (…) e citato dall’Ebner (…) ci dice il contrario. L’Ebner si riferisce ad un Egidio de Blemur, feudatario di Camerota all’epoca Angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272 e dunque non si poteva trattare dello stesso Gil (normanno) di cui parlano i due studiosi Augurio e Musella (…), di cui parlerò innanzi. I due studiosi Augurio e Musella (…), parlano di “Gibel di Lauria”, feudatario della Contea di Lauria. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10).”, e nella sua nota (10) postillava che: “(10) Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Riccardo Filangieri (…), nel vol. I della ricostruzione dei Registri Angioini, a p. 287 (e non a p. 294), nel registro n. VI, riguardo il documento n. 407, in proposito scriveva: “407.- (Carlo I ordina che ritornino in possesso della R. Curia i castelli di Macopa (?), Camerota e S. Severino, tenuti già dal fu Guglielmo Gagliardo milite, “Datum in obsidone Lucerie, XX, Julii, XX ind.”.) (Reg. 4, f. 148 t.).”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’ all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che: ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”. Dunque, riguardo la nota (11), postillata da l’Ebner, andando al Registro della Cancelleria angioina n. XXII, a p. 132 del vol. VI, pubblicato dal Filangieri (…) troviamo scritto al n. 644: “644. – (Mandatum ut respondeatur Egidio de Blemur, mil., de iuribus et redditibus castrorum Camerote et Melope in Principatu, per Regem sibi concessorum) (Reg. 10, f. 41 t.).”. Il Filangieri a p. 132 del vol. VI postillava: “Fonti: Chiarito, rep. cit., f. 57 t.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’ all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Dunque, riguardo la nota (12), l’Ebner scriveva che nel medesimo Registro, ovvero si riferiva al Registro della nota (11), ovvero al registro pubblicato da Riccardo Filangieri (…), nel vol. IV della ricostruzione dei Registri Angioini, n. XXII, p. 389, n. 618. Il Filangieri (…), nel vol. VI della ricostruzione dei registri angioini, a p. 388 (non 389), nell’‘Indice analitico’ riportava: “Blemur (de) Egidio, mil., sig. di Camerota, 92, 131, 132, 339.”. Nel Filangieri (…), vol. VI, a p. 127, al n. 618 del registro XXII, si legge un’altra cosa. Nel Filangieri (…), vol. VI, a p. 92, al documento n. 362 leggiamo: “362. – (Mandatum de solvenda pecunia Egidio de Blemur)(Reg. 13, f. 89), e per il documento postillava: “Fonti: Chiarito, l.c.”. Sempre il Filangieri, vol. VI, a p. 131, citava il documento n. 638, dove è scritto: “638. – (Egidio de Blemur, mil. donat Rex castra Camerote et Malope in Principatu)(Reg. 10, f. 41).”. Per questo dcumento il Filangieri postillava: “Fonti: Sicula, l.c., Chiarito, l.c.”. Sempre il Filangieri, vol. VI, a p. 339, nel registro XXII, citava il documento n. 1834, dove è scritto: “1834. – Egidius de Blemur receptus est de hospitio Regis) (ibidem).”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. E’ interessante ciò che scrive l’Ebner (…), su ‘Gil de Blemur’ nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Dunque, la Pollastri (…), cita Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, che a p. …, cita alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina e pubblicati dal Filangieri (…). In particolare il Pispisa (…), cita i documenti angioini pubblicati dal Filangieri (…), nel vol. VIII, da p. 183 a p. 193, dove a pp. 182 e 183 troviamo il documento del Registro XXXVII, che il Filangieri postilla essere tratto da “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668”, e dove troviamo tra i feudatari oggetti di donazioni da parte di Carlo I d’Angiò il: “; Edigius de Blemur pro castro Camerote et Melope et pro castro Sancti Nicandri.”. Lo stesso documento citato da Ebner lo troviamo nel vol. VIII dei Registri Angioini pubblicati da Riccardo Filangieri, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) dove a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che: ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”.
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che: ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (13) postillava che: ” (13) Anni 1269-1272. Reg. 6, ff 151-154 = vol. VII, P. 260.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reg. 10, f 41 = vol. VII, p. 15, n. 89.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Camerota pro focul. XXXVII, unc. XIX, tar. VII et mentium: vol. VIII, p. 239. Cfr. ad Agropoli.”. Di ‘Gil de Blemur’ è interessante ciò che Ebner (…), nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo i documenti che possono testimoniare a quali feudatari, tra cui quelli delle nostre zone, re Carlo I d’Angiò sequestrò i beni perchè avevano patteggiato con Manfredi, Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che: ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) di Antonini (…) a p. 366. Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”.
Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Vittorio Bracco (…), che, nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 39-40, nella nota (24) postillava che: “(24)…..il luogo di Molpa, lungo il profilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e questo paese è generalmente indicato dalla tradizione come sopravvivenza del centro scomparso……Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: ne abbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Economia e società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 272 parlando degli “Statuti di Camerota”, in proposito scriveva che: “Con Camerota (v.) il casale venne concesso nel 1271 da re Carlo a Egidio di Blemur.”. Sempre Ebner, a p. 102, vol. II, in proposito scriveva pure che: “Dai Registri angioini (1266-1267) si rileva la concessione di re Carlo “a Gilé de Belmur (di) casal Melope, castel Camerote e casal Sant Gregore”. Nell’archivio cavense una pergamena (ined. ABC, LV 110) del gennaio 1269, XI, segnala la compra-vendita di una vigna effettuata da Guido di Camerota. Nel 1271 il casale era ancora in possesso di Egidio di Blemur.”.
Nel 1266 o 1271 (per Mazziotti ?), CARLO II D’ANGIO’ DETTO LO ZOPPO DIVIENE PRINCIPE DI SALERNO
Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo (1254 – Napoli, 5 maggio 1309), figlio di Carlo I d’Angiò, prima re di Sicilia poi di Napoli, e di Beatrice di Provenza, ultimogenita del conte di Provenza, Raimondo Berengario IV, e di Beatrice di Savo, fu re di Napoli dal 1285 alla morte, avvenuta nel 1309. Oltre ad essere sovrano del Regno di Napoli, Carlo II fu principe di Salerno dal 1266, poi conte d’Angiò e del Maine, conte di Provenza e di Forcalquier, principe di Taranto, re d’Albania, principe d’Acaia e re titolare di Gerusalemme. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Galvano e Federico Lancia ai tempi di Corradino di Svevia e della battaglia di Tagliacozzo dove Carlo I d’Angiò, vinse le armate ghibelline e Sveve, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 133 scriveva che: “II. Pochi anni dopo il re Carlo, con rescritto dell’11 giugno 1271 conferiva al suo primogenito Carlo II, il principato di Salerno (2). Con tale concessione, che si conservava nell’archivio della Zecca di Napoli, e che è stata pubblicata da varii scrittori, gli fu data soltanto la giurisdizione civile nel Principato, ed unicamente nel circuito delle mura di Salerno anche la giurisdizione criminale (3).”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giannone, vol. 4°, lib. 22, pag. 399; Freccia, ‘De Subfeudis, ed. 2°, pag. 170.”.
Nel 1269, l’ordine al Giustiziere di Principato d’inviare Nicola di Tortorella di Padula
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento’ nel vol. II, a p. 242, parlando di Padula in proposito scriveva che: “Del 1269 è un ordine al giustiziere di Principato e Terra beneventana d’inviare 40 cavalieri del giustizierato in Romagna, tra essi Nicola di Tortorella di Padula che deve approntare la quinta parte di un milite (6).”. Ebner (…) a p. 242 nella sua nota (6) postillava che: “(6) Reg. 1269, S, f 53 = vol. IV, p. 39, n. 237.”.
Nel 1269, re Carlo I d’Angiò concede Tortorella, Sanza e Roccagloriosa a ‘Onorato di Moliers’, togliendoli al proditores Roberto di Tortorella
Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini e poi tra aragonesi e angioini (metà XIII secolo-inizio XIV secolo), purtroppo scarsamente documentato, Tortorella, con i suoi casali, fu soggetta a diversi passaggi di proprietà. Nel ‘Liber Donationum Caroli Primi’ databile alla seconda metà del XIII secolo (probabilmente 1269) si legge che il Re Carlo I d’Angiò concede il castrum di Tortorella, insieme a quello di Sanza e di Roccagloriosa, a Onorato di Moliers (33). Successivamente passò per la somma di 40 once d’oro, nelle mani del milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran) in cambio del Casale di Trecase, che si trovava nel Giustizierato di Terra d’Otranto, e di altri beni a Brindisi (34).”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominanturvaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind., f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella. Il milite Roberto di Tortorella, ex partigiano di Manfredi e forse anche di Corradino di Svevia, con Carlo Martello, riscatterà la sua posizione.
Nel 1269, re Carlo Martello concesse Roccagloriosa a Enrico Forniero de Moliers
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “Nello stesso anno re Carlo concede Roccagloriosa a Enrico Forniero de Moliers (16), cui successe Onorato, il quale, oltre ad avere la “previsio” sulla concessione di Roccagloriosa (17), restituì poi alla Curia regia (demanio) il feudo donatogli dal re in cambio del castello di Spigno (giustizierato della Terra di Lavoro e Molise) per sè e per i suoi discendenti (18). Da ciò l’ordine reale di revoca della concessione del castello di Roccagloriosa a Onorato Fornerio (de Moliers) (19).”. Ebner a p. 417, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Reg. 4, f 153 t = Reg. C. Carucci cit., I, p. 281, n. 351 (‘Henrico de Fornerio de Moliers’ concessione di ‘Rocca de Gloriosa (…) Datum in obsidione Lucecerie V juilii, XIII.”. Ebner a p. 417, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Onorato de Moliers, ‘provisio concessione terre Rocce Gloriose’, Reg. 6, f 18 = vol. IV, p. 115, n. 721. Sul mandato di pagamento, v. pure Reg. 13 f 92 = vol. VI, p. 94, n. 379. Reg. 1271 D, f 18 = vol. III, p. 16, n. 99 conferma della concessione a Onorato Moliers de Roccagloriosa; Reg. 1271 d, F. 16 = vol. III, p. 15, n. 90. Provisione a ‘Guidotto de Moliers fratri et procuratori terrarum Honorato (…) pro vassallis suis, quia fuerunt fidelis. Lucera 9 settembre, XIII.”. Ebner a p. 417, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Reg. 6, f 246 t = vol. IV, p. 77, n. 498.”. Ebner a p. 417, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Reg. 13, f 169 t = vol. IV, p. 121, n. 812, Cfr. Reg. 13, f 126 t = vol. VI, p. 79, n. 257.”.
Nel 1269, il castello di S. Severino passa alla Regia Curia
Angelo Bozza (…), nel vol. I, a p. 368, per l’anno 1268 (dopo la morte di Corradino di Svevia) in proposito scriveva che: “Carlo I. premia i suoi Baroni, e fra gli altri, investe Guglielmo Visconte milanese del contado di Conza, e fra gli altri investe Simone di Monforte di quello della Padula, Guglielmo Galardo di Molpa e Camerota, Ruggiero da Sanseverino di quelli di Sanseverino e di Marsico.”. Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 542, parlando di S. Severino di Centola (di Camerota), in proposito scriveva che: “Del castello e della sua importanza strategica durante la guerra angioino-aragonese, sono poi numerose notizie nei ‘Registri angioini’, i quali ci informano dei suoi castellani che, per ordine regio, vi si avvicendavano e dei passaggi feudali dell’ambito ma pericoloso castello troppo esposto alle insidie e alle incursioni degli almogàveri. Nel 1269 il castello della Molpa, Camerota e Sanseverino, tenuti dal milite Guglielmo Gagliardi, per ordine del re Carlo I, vennero restituiti alla regia Curia (12). Poi il castello di Sanseverino, con l’omonimo suo casale, passarono a Pandolfo di Fasanella (v.) e poi di nuovo alla Curia.”. L’Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 542, vol. II postillava che: “(12) Reg. 4, f 148 t = Reg. C a = vol. I, Napoli, 1950, p. 294, n. 402. Castello di Macopa (ma Malopa = Molpa), Camerota e Sanseverino. ‘Datum in obsidione Lucerie, XX julii, XX ind. (= a. 1269).”. Rileggendo il vol. I della ricostruzione dei Registri tratti dalla Cancelleria Angiona pubblicati da Riccardo Filangieri (…), pubblicato dall’Accademia Pontaniana, a p. 294, per il documento n. 402, non leggiamo la stessa notizia che invece leggiamo nell’altro documento citato sempre dall’Ebner nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10).”, e nella sua nota (10) postillava che: “(10) Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”, di cui ho parlato più avanti. Infatti, rileggendo il vol. I, della ricostruzione dei registri tratti dalla Cancelleria Angioina pubblicati e a cura di Riccardo Filangieri (…), a p. 287 (e non a p. 294), nel registro n. VI, riguardo il documento n. 407 (e non il documento n. 402, indicato da Ebner), troviamo scritto che: “407.- (Carlo I ordina che ritornino in possesso della R. Curia i castelli di Macopa (?), Camerota e S. Severino, tenuti già dal fu Guglielmo Gagliardo milite, “Datum in obsidone Lucerie, XX, Julii, XX ind.”.) (Reg. 4, f. 148 t.).”, dove il Filangieri postillava che il documento era tratto da: “Fonti: Not. comunicata da F. Scandone”. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia‘, a p. 20, parlando di S. Severino di Centola, in proposito scriveva che: “Il Castello di S. Severino, elemento di un formidabile sistema di difesa che comprendeva anche il castello di Camerota, le fortificazioni della Molpa e il Castelluccio sul Mingardo, rivestì notevole importanza strategica durante la guerra angioina-aragonese e fu fortezza inaccessibile, un osso duro per tutte le orde nemiche che ne tentarono l’assedio. Se ne dovettero rendere conto anche gli Almugàveri che, nelle loro ripetute scorrerie, lasciarono negli strapiombi di San Severino innumerevoli vittime. Nel 1269 i castelli di Molpa, Camerota e San Severino, tenuti dal milite Guglielmo Gagliardi, per ordine del re Carlo I, venivano restituiti alla Regia Curia.“.

(Fig…) Borgo e Castello di S. Severino di Centola

(Fig…) Gola della Dragara o detta del ‘Diavolo’, nei pressi di S. Severino di Centola

(Fig…) Antonini (…), pp…

(Fig….) Castel Mandelmo a Licusati
Nel 1269, a Roccagloriosa Ruggiero di Polla venne nominato castellano
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “Maggiori notizie ci sono pervenute dell’età angiona, a partire dal 1269, quando Ruggiero di Apolla (Polla) venne nominato castellano di Roccagloriosa (15).”. Ebner a p. 417, nella sua nota (15) postillava che: “(15) ‘Reg. 1269 S, f 226 = vol. IV, p. 161, n. 1073. Cfr. pure ‘Reg. 10, f 41 t = vol. IV, p. 132, n. 643 sul mandato di pagamento della gagia a Ruggiero.”.
Nel 1269, ‘Gille de Blemur’, e il Castello di Molpa e Camerota
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (10) postillava che: “Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che: ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (13) postillava che: ” (13) Anni 1269-1272. Reg. 6, ff 151-154 = vol. VII, P. 260.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reg. 10, f 41 = vol. VII, p. 15, n. 89.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Camerota pro focul. XXXVII, unc. XIX, tar. VII et mentium: vol. VIII, p. 239. Cfr. ad Agropoli.”. Di ‘Gil de Blemur’ è interessante ciò che Ebner (…), nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo i documenti che possono testimoniare a quali feudatari, tra cui quelli delle nostre zone, re Carlo I d’Angiò sequestrò i beni perchè avevano patteggiato con Manfredi, Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che: ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) di Antonini (…) a p. 366. Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a “Gil de Blemur” il castello della Molpa. Inoltre, l’Ebner si riferisce ad un Egidio de Blemur, feudatario di Camerota all’epoca Angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272 e dunque non si poteva trattare dello stesso Gil (normanno) di cui parlano i due studiosi Augurio e Musella (…).
Nel 1269, il villaggio di Roccagloriosa si ribella agli Angioini
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “A quel periodo è forse da ascrivere la ribellione del villaggio. A sedarla il re invia, quali capitani, Matteo di Fasanella e Anfuso di Vinay ordinando al giustiziere di Principato di fornire ogni aiuto ai predetti cavalieri nel compimento del loro mandato (20). Della previsione “pro hominibus castri Rocce de Gloriose pro regio demanio” (21) non sappiamo se venne disposta prima o dopo la ‘jaquerie’ di cui ci sono ignote le cause.”. Ebner a p. 417, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Reg. 13, f 125 t = vol. VI p. 78, n. 248. Non sappiamo se è da collocar in quel tempo ciò che i compilatori del vol. XIII (p. 102, n. 380 = Reg. 21, f 299) attribuiscono a Gentile e Pandolfo di Petruso, ribelli, dom. Gloriose etc.”. Ebner a p. 418, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Reg. 13 f 125 = vol. VI , p. 78, n. 248.”.
Nel 1269, re Carlo Martello ordina a Roccagloriosa di versare 22 once d’oro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “Anche nel periodo venne ordinato all’università di versare al fisco 22 once per avere occultato 88 fuochi (22).”. Ebner a p. 418, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cfr. ad Agropoli.”.
Nel 1269, il re Carlo Martello ordina di immettere a Roccagloriosa Giacomo de Florio, figlio di Riccardo Florio
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “A seguito di un esposto, poi, il re ordina al giustiziere di Basilicata (23) di immettere “in corporalem possessionem” Giacomo del fu Riccardo de Florio, spogliato ai tempi di re Manfredi della metà di Roccagloriosa e della terza parte di Tito che re Carlo gli aveva poi restituiti e che “tenuti pacifice” sebbene ora pare che venga insediato nel possesso.”. Ebner a p. 418, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Reg. 4, f 36 t = Reg. C in Carucci, op. cit., I, p. 228, n. 153. Immettere ‘incorporalem possessionem dictarum partium Gloriose et Titi (…) nec permittere eam (…) molestari.”.
Nel 1269, re Carlo I d’Angiò, scrive della ribellione di Nicola de Jannuccio di Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: “Nel 1269 il re ordinava di non molestare Nicola di Giannuzzi (“Jannucio”) di Policastro per la ribellione commessa da quella popolazione, perchè avvenuta in sua assenza (34).”. Pietro Ebner (…), a p. 337, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Reg. 1269, S, f 45 = vol. IV, p. 34, n. 196.”. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, nel suo vol….., a p….., parlando di Policastro scriveva che: “Dai registri Angioini si rileva un’ordinanza di Re Carlo I d’Angiò (Reg. 1269 S, f. 45) che invitava le autorità a non molestare Nicola de Jannuccio (Giannucci), per la ribellione commessa da Policastro perchè questa si era verificata durante la sua assenza. Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì.”. L’Ebner (…), in proposito scriveva che: “Dai registri Angioini si rileva un’ordinanza di Re Carlo I d’Angiò (Reg. 1269 S, f. 45) che invitava le autorità a non molestare Nicola de Jannuccio (Giannucci), per la ribellione commessa da Policastro perchè questa si era verificata durante la sua assenza.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, a p. 191, parlando di Policastro, nella sua nota (16) postillava che: “REGESTA CHARTARUM ITALIAE, op. cit., pag. 49. Ecco il testo intgrale: “Nicola de Jannuzzo de Policastro provvisio quod non molestur pro ribellione commissa per dictam terram quia ipse absens ab illa fuit” (anno 1269).”. L’opera a cui si riferiva il Vassalluzzo (…), ‘Regesta Chartarum Italiae’, che contiene e cita la notizia sulla ribellione di Nicola Jannuzzo è postillata nella sua nota (5) a p. 152 “Gli atti perduti della cancelleria angioina, parte I, vol. I, a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1939.”.
Nel 1269, a Policastro il giudice Ruggiero di Policastro, ordina al vescovo di esibire le decime riscosse
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Nel 1269,…vi è pure un ordine di recupero dall’erede del Giudice Ruggiero di Policastro; un ordine di esibizione delle decime al vescovo di Policastro (35); la nomina del bàiulo di Policastro a “prepositus” alla strada che dal ponte sul Sele andava fino a Polla e alla strada che da Policastro andava a San Giovanni a Piro e poi fino a Tropea (36).”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Reg. 10, f. 41 t = vl. VI, p. 132, n. 642”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (36), postillava che: “(36) Reg. 10, f. 115 t e 115 bis = vol. VI, pp. 237-238, n. 1266.”. Sempre l’Ebner (…) scriveva la stessa notizia parlando di S. Giovanni a Piro “Nel Reg. 10, f. 110 t e 115 bis, l’ordinanza che il baiulo di Policastro era “prepositus” alle strade del ponte del Sele a Polla, da Policastro a S. Giovanni a Piro e da Policastro a Tropea. Vi è pure un’ordinanza per la riscossione di 121 oncie per aver occultati 124 fuochi.”.
Il 16 marzo 1270, re Carlo I d’Angiò, donò i beni a Policastro del ‘proditores’ (ribelle) Bartolomeo di Torraca che aveva patteggiato per Manfredi
Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, precisamente nell’anno 1270 Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti ad un certo, “Bartolomeo di Torraca, chiamato “Proditor”, che possedeva beni a Policastro e per punirlo glieli tolse. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “In età angioina è poi notizia di Bartolomeo di Torraca, “proditor”, il quale possedeva beni a Policastro (5).”. Ebner, a p. 664, nella sua nota (5), postillava che la notizia era tratta da: “(5) Reg. 5, f 34, 16 marzo a. 1270, XIII = vol. III, p. 107, n. 85”. Infatti, rileggendo il vol. III della ricostruzione dei Registri Angioini, pubblicati da Riccardo Filangieri, a p. 107, il documento n. 84, del registro XIII, leggiamo: ” 86. – (‘Bartolomeo de Torraca’, “proditor”, ‘possedeva beni in Policastro, sub. dat. XVI martii XIII ind., anno 1270) (Reg. 5, f. 34).”. Riccardo Filangieri nel vol. III, a p. 107, postillava in proposito che: “Fonti: Scandone ms. in Arch.; Minieri Riccio, ms. in Arch.”. Il Filangieri, citava Francesco Scandone. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Scandone scrisse dei poeti siciliani ai tempi di Federico II di Svevia e di suo figlio Manfredi e riportava diversi documenti. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un Andrea di Torraca potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”.
Nel 1269, re Carlo I d’Angiò concede Tortorella ed i suoi casali di Battaglia e Casaletto, Sanza e Roccagloriosa a ‘Onorato di Moliers’, togliendoli al proditores Roberto di Tortorella
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini e poi tra aragonesi e angioini (metà XIII secolo-inizio XIV secolo), purtroppo scarsamente documentato, Tortorella, con i suoi casali, fu soggetta a diversi passaggi di proprietà. Nel ‘Liber Donationum Caroli Primi’ databile alla seconda metà del XIII secolo (probabilmente 1269) si legge che il Re Carlo I d’Angiò concede il castrum di Tortorella, insieme a quello di Sanza e di Roccagloriosa, a Onorato di Moliers (33).”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominanturvaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni di stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind., f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella. Il milite Roberto di Tortorella, ex partigiano di Manfredi e forse anche di Corradino di Svevia, con Carlo Martello, riscatterà la sua posizione.
Nel 1269, i fratelli GIACOMO, ROBERTO e RICCARDO DI LAURIA e, lo stato di Laino, in epoca Angioina
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Non si perdono invece le tracce di un Giacomo, di un Roberto e di un altro Riccardo di Lauria, fratelli, citati in un diploma angioino del 21 luglio 1269 e detti custodi del Castello di Laino (104). I tre erano infatti ricorsi all’autorità di Carlo I d’Angiò per chiedere la riscossione delle paghe loro (e di 25 servienti) sino a quel momento non percepite, avendo i Lauria prima espugnato il castello di Laino, in mano ai partiggiani di Corradino, e successivamente anche ottenutone la custodia dal giustiziere di Val di Crati. Evidentemente i Loria non si erano deputati affatto soddisfatti, né era bastoto loro il provvedimento per il quale re Carlo, il 13 giugno 1269, aveva già designato Roberto castellano del Castello di Laino, se quel Roberto di Laveria citato nel diploma (105), sembra essere, sulla fede del contenuto specifico, una regestazione onomastica impropria assunta dal Minieri Riccio (106) o in tal forma a lui derivata da un errore di scrittura del cancelliere. Non è neppure da escludere che la designazione risponda ad un provvedimento a caldo a favore di Roberto, mostrando infatti la documentazione collaterale un singolare avvicendamento di cariche con un Guglielmo di La Forest milite (107), già castellano del Castello di Laino al 1269 (108), declassato, nello stesso anno, quindi a custode (109).”. La Lamboglia, a p. 44 proseguendo scrive che: “…., mentre i rimanenti Jacobo (Giacomo) e Riccardo vengono esentati, dal prestare servizio militare in Acaia in soccorso di Guglielmo II di Villeharduin (115), poichè non posseggono un intero feudo (116). Di Giacomo di Lauria – comunque feudatario – sia pure di una porzione di feudo – nulla si dice invece nei documenti di cancelleria superstiti, se non quel poco che si ricava da un regesto di un documento, fatto a suo tempo dal Minieri-Riccio, e datato 18 luglio del 1271. In esso, re Carlo ordina al giustiziere della Basilicata di far pagare a Giacomo di Lauria, dai suoi vassalli, la sovvenzione dovuta secondo le consuetudini del Regno, poichè questo doveva essere cinto cavaliere ed insieme a Ruggero Sanseverino, conte di Marsico e vicario del Re a Roma, portarsi in quella città per faccende non del tutto precisate (117).”.

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “Tale d’altronde era lo stato di Laino occupata da Giacomo, Roberto e Riccardo di Lauria, i quali ricorrono nel 1269 al re Carlo I d’Angiò perché, avendone espugnato il Castello tenuto dai fautori di Corradino e avendone ottenuto la custodia dal Giustiziere della Valle del Crati con una guarnigione di 25 uomini (che il documento chiama servienti) da quel tempo non avevano mai riscosso il loro soldo. Re Carlo I fa ripondere da Foggia in data 21 luglio ordinando al Giustiziere Matteo di Fasanella di soddisfare il Lauria in ragione d’un’oncia al mese per essi e mezzo augustale per ciascuno per i “servienti” dal giorno in cui fu ad essi affidata la custodia del Castello ribelle di Laino fino al 1° agosto dello stesso anno 1269. Ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Confermerebbe la prima ipotesi – quella cioè che individuerebbe Roberto, Giacomo e Riccardo di Lauria quali zii paterni di Ruggero – un documento angioino del 1306-1307 recante la ‘Forma commissionis officii viceamiracie’, che nell’ultimo capoverso annota: “PRESCRIPTA (sic) forma concessa fuit de novo dom. Riccardo de Lauria patruo dom. Rogerii de Lauria antiquitus tamen predecessoribus fuit in alia forma concessa (….)(123).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (123) postillava che: “(123) RCA, vol. XXXI, p. 71-74, n. 41.”.
Nel 23 giugno 1270, Guglielmo Ruggiero di Lauria
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 46, in proposito scriveva che: “Guglielmo Ruggiero di Lauria – con buona probabilità altro esponente collaterale della famiglia – citato in un precedente documento del 23 giugno 1270, nel quale è riferito in forma di regesto che tal Guglielmo Ruggiero era ricorso al Re, insieme ad altri interessati, relativamente alla mancata quaternazione di un campo già oggetto di compravendita (125).”. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (125) postillava che: “(125) RCA, vol. IV, p. 164, n. 1093.”.
Nel 1270, “Andree de Torraca Proditoris” possedeva beni “alia bona in Policastro” che, Carlo I d’Angiò, nello stesso anno donò ad altri
Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, nell’anno 1270, Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti in passato ad un certo “Andrea ribelle di Torraca”. Recentemente in un testo a stampa su ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, Giorgio Mallamaci (…), parlando di Torraca all’epoca Angioina, sulla scorta di Ebner (…) e senza mai fornire alcuna citazione bibliografica a p. 33, in proposito scriveva che: “Un altro nome è quello di un certo Andree de Torraca il quale compare nei ‘Registri della Cancelleria Angioina’ ricostruiti da R. Filangieri; in tali documenti viene specificato che nel 1270 è stata effettuata la donazione da parte del re (Federico II) all’ostiario (custode) Rinaldo di Poggiolo un castello di Vineoli nel giurisdizionato di Basilicata, un castello di Conca di Campania, insieme con altri beni a Policastro che furono di Andree da Torraca. Più precisamente in esso vi si legge che “760 – Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli in Iustitiarato Basilicate, castrum Concae et aliab, que fuerunt Andree de Torraca, Prodi-Toris (Reg. 6, fol. 16).”. Il Mallamaci (…) parla di una donazione di Federico II di Svevia che è un evidente errore quando invece l’Ebner (…), correttamente parla di una donazione di Carlo I d’Angiò. Sono peraltro interessanti le citazioni bibliografiche dell’Ebner che cita il Filangieri (…). Dunque, la notizia che re Carlo I d’Angiò (e non Federico II di Svevia), nel 1270 donava al custode (ostiario) Rinaldo di Poggiolo alcuni castelli in Basilicata insieme ad altri beni a Policastro che furono di Andree di Torraca “Prodi-Toris” (‘proditor’), proviene da Pietro Ebner (…). Addirittura l’Ebner dirà di Andrea di Torraca “il ribelle”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 538, parlando di Policastro, in proposito riportava una notizia simile e scriveva che: “Nel Reg. 6, f 16 è la notizia della donazione di re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolo del castello di Vineolo in Basilicata e di “alia bona” in Policastro “que fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Del ribelle Andrea di Torraca è pure notizia negli stessi ‘Registri’ (6). Ecc…”. Ebner nella sua nota (6), postillava che: “(6) Reg. Cancelleria Angioina IV, p. 113, n. 760 (v. a Policastro).”. Riguardo l’interessantissima notizia, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: “Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì. Nel Reg. 6, f. 16 è la notizia della donazione di Re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata e di ‘alia bona’ in Policastro “quae fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Dal Reg. 10, f. 41 t l’ordine “de exibitione decimarum Episcopo Policastrensis”.”. Infatti, leggendo il vol. IV della ricostruzione dei Registri della Cancelleria Angioina pubblicati da Riccardo Filangieri (…) e, curato dalla Jole Mazzoleni (…), a p. 113, nel documento n. 760 del registro XIV si legge che: “760. Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli, in Iustitiariatu Basilicate, castrum Conche et alia bona in Policastro, que fuerunt Andree de Torraca proditoris). (Reg. 6, f. 16).”.

Il documento che riguarda Andrea di Torraca che postillava l’Ebner è “ (Reg. 6, fol. 16, n. 760).”, e la Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol. XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dunque, secondo il documento angoino pubblicato dalla Mazzoleni (vol. IV, p. 113 del Filangieri), scriveva che Carlo I d’Angiò, nel 1270 aveva donato all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata ed altri beni (“alia bona”), forse terreni e proprietà immobiliari a Policastro, che erano stati posseduti dal “proditores” (ribelle) Andrea di Torraca. Dunque, secondo il documento angioino, il ribelle e milite Andrea di Torraca, forse ai tempi di re Manfredi, possedeva un castello di Vineolo in Basilicata. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, riguardo il milite e ribelle ‘proditores’ ‘Andree de Torraca’, la Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di M. Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito M., Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6”. Dunque, il documento citato dall’Ebner (…) che riguarda il “proditores” “Andree de Turraca” è citato nel foglio n. 322 t, contenuto nei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito. Dove si trova questo foglio ?. In quale dei registri è stato registrato ?. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Dunque, secondo il documento federiciano pubblicato dalla Mazzoleni, Andrea di Torraca dovrebbe essere stato un milite che ai tempi di re Manfredi e di Corradino doveva avere un castello a Vineolo o “Vineoli” (del “giustizierato” dice il Mallamaci) in Basilicata. Ma del castello o del centro di Vineoli o Vineolo nel giustizierato di Basilicata non si riesce a capire quale fosse. Forse è il castello di Lagopesole, uno dei più belli e l’ultimo fatto costruire da Federico II di Svevia.
Il 16 marzo 1270, re Carlo I d’Angiò, donò i beni a Policastro del ‘proditores’ (ribelle) ‘Andree de Torraca’ che aveva patteggiato per Manfredi
Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, nell’anno 1270, Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti in passato ad un certo “Andrea ribelle di Torraca”. Recentemente in un testo a stampa su ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, Giorgio Mallamaci (…), parlando di Torraca all’epoca Angioina, sulla scorta di Ebner (…) e senza mai fornire alcuna citazione bibliografica a p. 33, in proposito scriveva che: “Un altro nome è quello di un certo Andree de Torraca il quale compare nei ‘Registri della Cancelleria Angioina’ ricostruiti da R. Filangieri; in tali documenti viene specificato che nel 1270 è stata effettuata la donazione da parte del re (Federico II) all’ostiario (custode) Rinaldo di Poggiolo un castello di Vineoli nel giurisdizionato di Basilicata, un castello di Conca di Campania, insieme con altri beni a Policastro che furono di Andree da Torraca. Più precisamente in esso vi si legge che “760 – Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli in Iustitiarato Basilicate, castrum Concae et aliab, que fuerunt Andree de Torraca, Prodi-Toris (Reg. 6, fol. 16).”. Il Mallamaci (…) parla di una donazione di Federico II di Svevia che è un evidente errore quando invece l’Ebner (…), correttamente parla di una donazione di Carlo I d’Angiò. Sono peraltro interessanti le citazioni bibliografiche dell’Ebner che cita il Filangieri (…). Dunque, la notizia che re Carlo I d’Angiò (e non Federico II di Svevia), nel 1270 donava al custode (ostiario) Rinaldo di Poggiolo alcuni castelli in Basilicata insieme ad altri beni a Policastro che furono di Andree di Torraca “Prodi-Toris” (‘proditor’), proviene da Pietro Ebner (…). Addirittura l’Ebner dirà di Andrea di Torraca “il ribelle”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 538, parlando di Policastro, in proposito riportava una notizia simile e scriveva che: “Nel Reg. 6, f 16 è la notizia della donazione di re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolo del castello di Vineolo in Basilicata e di “alia bona” in Policastro “que fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Del ribelle Andrea di Torraca è pure notizia negli stessi ‘Registri’ (6). Ecc…”. Ebner nella sua nota (6), postillava che: “(6) Reg. Cancelleria Angioina IV, p. 113, n. 760 (v. a Policastro).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: “Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì. Nel Reg. 6, f. 16 è la notizia della donazione di Re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata e di ‘alia bona’ in Policastro “quae fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Dl Reg. 10, f. 41 t l’ordine “de exibitione decimarum Episcopo Policastrensis”.”. Infatti leggendo il vol. IV della ricostruzione dei Registri della Cancelleria Angioina pubblicato e curato da Riccardo Filangieri, a p. 113, nel documento n. 760 si legge che: “760. Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli, in Iustitiariatu Basilicate, castrum Conche et alia bona in Policastro, que fuerunt Andree de Torraca proditoris). (Reg. 6, f. 16).”. Il documento che riguarda Andrea di Torraca che postillava l’Ebner è “ (Reg. 6, fol. 16, n. 760).”, e il Filangieri (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol. XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e del Filangieri, riguardo il milite e ribelle ‘proditores’ ‘Andree de Torraca’, il Filangieri, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti, riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di Chiarito (…), del Borrelli (…) e di Scandone (…). Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Per M. Chiarito (…), Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6, ecc…Riguardo invece il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola S., voll. II, ovvero Sicola S., Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”.
Nel 6 marzo 1270, Carlo I d’Angiò ordina ai portolanati di Policastro di….
Nel vol. III della “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri – 1269-1270”, pubblicato da Riccardo Filangieri (…) e, a cura di Jole Mazzoleni (…), è trascritto un documento del 1270 dove si cita il “de Portulanato Policastro”. Si tratta del vol. III del Filangieri che contiene, in questo caso il Registro XIII, l’unico registro Angioino, arrivato a noi intatto. A p. 106, è pubblicata la trascrizione del documento n° 82:

Nel documento n. 82 del registro XIII si legge che: “82. Scriptum est eidem (Iustitiario Principatus etc.) ut citet infrascriptos officiales, sub pena L unc. auri, ut XV presentis mensis martii cum omnibus rationibus et toto residuo quod dare teneantur, coram Mag. Rationalibus Magne Curie Regni debeant comaprere. Nomina vero….et officia que gesserunt ecc…Nicolaus Cavasilice, Mattheus de Cioffo, de Portulanatu Policastri; ecc…”. La Mazzoleni, a p. 106, nella sua nota al documento postillava che esso proveniva da: “Fonti: Ruocco, La prov. di Princ. Citra, in ‘Arch. stor. Salern., n. s. II, p. 313 sg. (trascriz.); Ciarito, Repert., cit., f. 264 e t.”. Dunque, la Mazzoleni citava il testo di Ruocco, La provincia di Principato Citra’, che stà in Archivio Storico Salernitano, n. s. II, si veda p. 313. Si tratta del saggio di Giobbe Ruocco, ‘La Provincia di Principato Citra, vista attraverso i documenti della sua storia etc…’, che abbiamo trovato in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, anno III, n.s., fascicolo I Gen. Marz. 1935 in Appendice la recensione del saggio, oppure Anno II nuova serie Gen. Marz. 1934, XII, in ‘Recensioni’, a p. 313. Giobbe ruocco, pubblicava la trascrizione integrale di alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina non ancora andati distrutti dal rogo del 1942 nel sito vicino Nola e la Mazzoleni li utilizza per la ricostruzione. Quì si tratta del documento del 1270.

Ruocco (…), a p. 313, in proposito scriveva che: “1270, a. V di Carlo I d’Angiò, re di Sicilia, XIII indizione, 6 marzo, Capua. Reg. n. 5 (Carolus I. C), f. 32 t. Riportiamo per maggiore precisione il n. XXXIII che riferisce il foglio medesimo. Altro ordine simile si legge al foglio 6-6- t. e porta la stessa data del 6 marzo. Carlo I d’Angiò ordina al Giustiziero del Principato di citare alcuni ufficiali a comparire, sotto pena di cinquanta once d’oro, avanti i maestri razionali della grande Curia, affinchè consegnino quello che ancora debbono per gli uffici che essi occuparono sotto Pietro Challis, ecclesiastico della Curia di Parigi.”. Notiamo però dele differenze con la trascrzione della Mazzoleni in quanto in Ruocco a p. 314 il documento trascritto dice: “Nicolaus Cavasilice (de Salerno), Matheus de Cioffo de portulanatu Policastri, ecc..”. Dunque secondo la trascrizione del Ruocco, per il portolanato di Policastro, comparivano i nomi di certi Nicola Cavasilice di Salerno e di Matteo de Cioffo. Il cognome “de Cioffo” poi nel tempo si è trasformato in Cioffi. Dunque, secondo questo documento della Cancelleria Angioina di Carlo I d’Angiò, nel 6 marzo 1270, il re ordinava ad alcuni ufficiali, tra cui Matteo de Cioffo del portolanato di Policastro, di comparire davanti alla Curia per indebite usurpazioni per gli uffici che essi occuparono sotto Pietro Challis, ecclesiastico della Curia di Parigi. Dunque, il documento è interessante per la dizione che riporta di “Portolanatu” di Policastro. Cosa era il Portolanato ?. Un porto o un distetto portuale da cui forse dipendeva il porto di Sapri con la sua ampia baia ?. Nel vocabolario troviamo che il termine significa ‘portolanato’ s. m. [der. di portolano], ant. – L’insieme delle funzioni del portolano, e la sua carica. Gran portolanato, magistratura che durante la dominazione. Dunque, nel 6 marzo 1270 a Policastro vi erano due ufficiali Nicola Cavaselice di Salerno e Matteo de Cioffo che sovraintendevano al suo porto.
Nel 1269, i fratelli GIACOMO, ROBERTO e RICCARDO DI LAURIA e, lo stato di Laino, in epoca Angioina
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “Tale d’altronde era lo stato di Laino occupata da Giacomo, Roberto e Riccardo di Lauria, i quali ricorrono nel 1269 al re Carlo I d’Angiò perché, avendone espugnato il Castello tenuto dai fautori di Corradino e avendone ottenuto la custodia dal Giustiziere della Valle del Crati con una guarnigione di 25 uomini (che il documento chiama servienti) da quel tempo non avevano mai riscosso il loro soldo. Re Carlo I fa ripondere da Foggia in data 21 luglio ordinando al Giustiziere Matteo di Fasanella di soddisfare il Lauria in ragione d’un’oncia al mese per essi e mezzo augustale per ciascuno per i “servienti” dal giorno in cui fu ad essi affidata la custodia del Castello ribelle di Laino fino al 1° agosto dello stesso anno 1269. Ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 44 proseguendo scrive che: “Di Giacomo di Lauria – comunque feudatario – sia pure di una porzione di feudo – nulla si dice invece nei documenti di cancelleria superstiti, se non quel poco che si ricava da un regesto di un documento, fatto a suo tempo dal Minieri-Riccio, e datato 18 luglio del 1271. In esso, re Carlo ordina al giustiziere della Basilicata di far pagare a Giacomo di Lauria, dai suoi vassalli, la sovvenzione dovuta secondo le consuetudini del Regno, poichè questo doveva essere cinto cavaliere ed insieme a Ruggero Sanseverino, conte di Marsico e vicario del Re a Roma, portarsi in quella città per faccende non del tutto precisate (117).”. La Lamboglia, a p. 44, nella nota (117) postillava che: “(117) RCA, vol. VI, p. 89, n. 336; e C. Minieri Riccio, Il Regno di Carlo I d’Angiò negli anni 1271 e 1272, Firenze, 1875, p. 28: “(Carlo I) ordina al Giustiziero di Basilicata di far pagare a Giacomo di Lauria, dà suoi vassalli, la sovvenzione dovuta secondo le consuetudini del Regno, dovendo cingersi cavaliere e poi insieme a Ruggiero Sanseverino conte de’ Marsi e suo Vicario in Roma portarsi in quella città ‘pro nostri servitiis'”.
GIACOMO DI AIETA E PALLANZA DI CASTROCUCCO
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “I Gifoni, ……., erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti.”. Dunque, Amedeo Fulco ci dice che “Pallanza” era vedova di “Giacomo d’Ageta o di Aieta” che era stato il feudatario di Aieta e Tortora e che il feudo, fu confiscato alla vedova Pallanza per mancanza di discendenti. Sulla “Pallanza di Castrocucco” ha scritto Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 48, in proposito scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137). Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava che: “(137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi overo insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25.”. Augurio e Musella (….), infatti, a p. 25, in proposito scrivevano che: “Riccardo di Lauria……Fu vicerè nel bare ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Ferleto e Guardiola in Calabria ‘Citra’; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze ecc…”. Augurio e Musella scrivono che il nome di Riccardo di Loria si trova annotato nel ‘Catalogus Baronum’, ma su Paliana Pascale di Castrocucco nessuna postilla.
Nel 1271, RINALDO GIFONE di TORTORA è citato in giudizio da Pallanza di Castrocucco, vedova di Giacomo di Aieta
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “Rinaldo di Tortora, invece, è citato nell’ottobre del 1271 a comparire davanti alla Gran Corte di Napoli per discolparsi.”. Sulla faccenda, sempre Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “Qui si cela una storia d’intrighi e d’interessi, non sappiamo fino a che punto confessabili, determinati certo da preoccupazioni di carattere politico. I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc……Ma evidentemente Pallanza d’Aieta e i suoi vassalli cercavano d’insinuare il dubbio nell’animo del giustiziere della Valle del Crati circa i proclamati sentimenti di devozione verso casa d’Angiò da parte dei GIFONI che venivano accusati d’aver simpatie per la Casa degli Svevi e d’aver riposto le loro speranze da parte del nobile ma sfortunato tentativo di Corradino di riconquista del Regno di Sicilia, conclusosi col triste e sanguinoso eccidio di Piazza del Mercato a Napoli nel 1268. ……..poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore…..Ecc…”. Sempre sui “Gifone di Tortora” e Rinaldo “GIFONE” poi in seguito “cifone” di Tortora, Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a pp. 50-52-52, in proposito scriveva che: “Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore. Ecc…”.
Nel 1271, CARLO II D’ANGIO’ VA IL PRINCIPATO DI SALERNO
Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Galvano e Federico Lancia ai tempi di Corradino di Svevia e della battaglia di Tagliacozzo dove Carlo I d’Angiò, vinse le armate ghibelline e Sveve, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 133 scriveva che: “II. Pochi anni dopo il re Carlo, con rescritto dell’11 giugno 1271 conferiva al suo primogenito Carlo II, il principato di Salerno (2). Con tale concessione, che si conservava nell’archivio della Zecca di Napoli, e che è stata pubblicata da varii scrittori, gli fu data soltanto la giurisdizione civile nel Principato, ed unicamente nel circuito delle mura di Salerno anche la giurisdizione criminale (3).”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giannone, vol. 4°, lib. 22, pag. 399; Freccia, ‘De Subfeudis, ed. 2°, pag. 170.”.
Nel 1271, i SANSEVERINO riebbero le loro terre e la baronia del Cilento
Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, in proposito sosteneva che: “Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano. Riottenuto l’esteso feudo, i Sanseverino tennero il Cilento fino al 1552, anno che coincise con il declino definitivo della potente famiglia. Il suo ultimo feudatario fu Ferdinando che dovette riparare in esilio per aver appoggiato i francesi.”.
Nel 1271, Erberto di Aureliano diventa feudatario della terra di Laino
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 43, in proposito scriveva che: “Tuttavia tal ‘Roberto di Laveria’ sembra essere stato insediato nella carica soltanto in via provvisoria, poichè Guglielmo è ancora indicato come castellano in documenti della XIV Indizione (1270-1272)(110) e della XIV-XV Indizione (1271-1272)(111), e nel ruolo pare rimanere fino almeno alla sua nuova destituzione, a favore, questa volta, di un Erberto di Aureliano (112) che diventa anche signore feudale della terra di Laino (XV, Indizione, anni 1271-1272)(113).”.

Nel 1271, RUGGERO SANSEVERINO
Nel 1270-1271 (?), il feudo di Torraca passò nelle mani di Francesco Sanseverino
Nutro dei dubbi sulla notizia dataci da uno storico locale che ha scritto su Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’ recentemente pubblicato in e-book, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, nel 1270, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo sulla scorta della ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti) scriveva che Ruggero di Lauria appartenesse alla celebre famiglia dei Sanseverino. Il Mallamaci (…), a p. 32, in proposito scriveva che: “Nel 1270 il feudo passò nelle mani del nobile Francesco Sanseverino, conte di Lauria, ecc..”. Dunque, in questo interessantissimo passo, il Mallamaci, a p. 32, poneva all’anno 1270 il subentro nella proprietà del feudo di Torraca a Francesco Sanseverino, Conte di Lauria e di Cuccaro. Inoltre, sempre il Mallamaci, a p. 34 confermava questa notizia collegandola con la storia di Torraca e, parlando delle fortificazioni nel Golfo di Policastro ai tempi della Guerra del Vespro (1285-1302) e riferendosi al feudo di Torraca scriveva che: “Non si deve dimenticare che il feudo a cui apparteneva il castello, era in quel periodo di proprietà del già citato ammiraglio Ruggiero di Lauria della famiglia dei Sanseverino.”. Addirittura il Mallamaci afferma che Ruggero di Lauria sarebbe della famiglia dei Sanseverino. Non so dove abbia tratto il Mallamaci queste notizie su Torraca il quale non cita nessun riferiento bibliografico. Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1270, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Sulla figura di Ruggero di Lauria e del padre Riccardo, Conti di Lauria, ho parlato ivi e innanzi. In efetti, è molto probabile che il feudo di Torraca in epoca angioina facesse parte della Contea più vasta di Lauria che comprendeva diersi casali e possedimenti. Il feudo di Torraca, nei primi anni del 1200 doveva appartenere alla famiglia Lancia, da cui proveniva Ruggero di Lauria, infatti, il padre Riccardo di Lauria, Conte di Lauria, aveva sposato Isabella Lancia. Dunque, la madre di Ruggero di Lauria era una Lancia. La celebre famiglia dei Lancia possedette i feudi e le contee della nostra zona fino alla morte di Corradino e caddero in disgrazia con l’avvento della casata angioina. Nel 1270, in seguito la sconfitta di Manfredi di Svevia a Benevento, nel Regno di Napoli, subentrò il giovane Carlo I d’Angiò. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Ruggero Sanseverino, nel 1266 partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento contro Manfredi di Svevia e al fianco di Carlo I d’Angiò sconfisse Manfredi. Nel 1270 i Sanseverino, al tempo della dominazione Angioina divennero nuovamente potentissimi ed ebbero restituiti tutti i feudi che gli aveva confiscato Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio’. Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggero Sanseverino divenne plenipotenziario degli Angiò nel basso Cilento e Francesco Sanseverino, conte di Lauria e feudatario di Torraca e Laurito. Dunque, l’ipotesi del Mallamaci è ancora tutta da verificare ma ha del fondamento. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. Mi chiedo se fosse plausibile la notizia secondo cui il subfeudo di Torraca fosse passato da Francesco Sanseverino a Tommaso Monforte di Laurito nel 1284, ovvero 107 anni prima. Se le notizie contenute nei documenti “le pergamene di Laurito” pubblicate dalla Mazzoleni (…), fossero esatte, mi chiedo come fosse possibile che Biancuccia Mercadante di Torraca, fosse stata sposata a Tommaso di Monforte di Laurito 107 anni prima delle notizie che riguardavano i loro figli Antonello e Giovannella 107 anni dopo. Dunque, credo che ciò che scriveva Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio‘ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, in seguito, nel 1271, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo che scrivesse sulla scorta del ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti), parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano. Riottenuto l’esteso feudo, i Sanseverino tennero il Cilento fino al 1552, anno che coincise con il declino definitivo della potente famiglia. Ecc…”, non centrasse proprio nulla riguardo il subfeudo di Torraca. Matteo Mazziotti a p. 135, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico.”. Chi era Francesco Sanseverino ?. Chi erano i Monforte di Laurito ? Tommaso Sanseverino aveva avuto un figlio, Enrico Sanseverino a cui Roberto d’Angiò assegnò la baronia del Cilento e la Contea di Marsico (1) (dal Gatta, ‘Memorie della Lucania‘, etc.., p. 162), ma morì presto a soli 21 anni. Sul periodo e sulla famiglia Lancia ha scritto Matteo Mazziotti (…) che in proposito, nella sua “La Baronia del Cilento etc…”, nel suo cap. V, dopo aver parlato della fine della famiglia Lancia, a p. 133, così scriveva che: “Pochi anni dopo il re Carlo, con rescritto dell’11 giugno 1271 conferiva al suo primogenito Carlo II, il principato di Salerno (2). Vennero allora restituiti a Ruggiero Sanseverino tutti gli antichi feudi della famiglia, tra cui le contee di Sanseverino e di Marsico e la baronia del Cilento (4). Però siccome dopo la congiura di Capaccio parecchi casali della Baroniaa erano stati usurpati, per determinare quali ne avessero fatta parte, si dovette ricorrere a vecchi testimoni. Fu così redatto nel 1276 un apposito processo, nel quale si accertarono i beni da restituirsi al Sanseverino cosi: “Rocca Cilento, ecc..ecc..III. Dalle nozze della contessa Fiesco non sembra che Ruggiero avesse avuto prole. Morta costei, egli aveva sposato Teodora dei Conti d’Acquino la quale gli diede un figlio a nome Tommaso, giovine di grande destrezza ecc…Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2). Signore anche di Diano ottenne dai monaci di Montevergine la concessione di una piccola chiesa dedicata a S. Lorenzo nella pianura sotto Padula ed ivi edificò lo splendido monumento d’arte che è la Certosa di S. Lorenzo di Padula. Morì nel 1320.”.
Nel 1271, Carlo Martello dispensa Roccagloriosa dal versamento di 200 once d’oro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 418, in proposito scriveva che: “Del 1271 (Reg. A, f. 154) è un ordine al giustiziere di non esigere le 200 once d’oro dall’Università di Roccagloriosa, dalla stessa università promesse alla R. Camera per la conservazione in demanio del feudo, perchè esso è stato concesso dal re a Onorato da Moliers, detto Forriero, milite e familiare. Nello stesso anno (Reg. A, f 29 t) il re ordinava che i vassalli di Roccagloriosa prestassero ubbidienza al milite Fornerio (o Forrerio), cioè Onorato de Moliers.”. Ebner a p. 418, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cfr. ad Agropoli.”.
Nel 1271, Carlo Martello concesse Roccagloriosa a Franco de Guaysmali
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “Si legge nel ‘Liber donationum’ (24) della concessione a Franco de Guaysmali e suoi eredi del castello di Spina, concesso a Onorato de Moliers in cambio di quello di Roccagloriosa e altri feudi.”. Ebner a p. 418, nella sua nota (24) postillava che: “(24) Reg. 7, f 57 t sgg. (‘Liber donationum’ = vol. II, p. 254, n. 73) ‘Die XXVI febrarurii XIV ind. (1271) apud Capuam. Franco de Guaysmali et heredibus etc (conceditur) Castrum Spinei (Spino, Terra di Lavoro) quod concessum fuerat Honorato de Moliers (signore di Sanza), quod resignavit Curie pro excambio Rocce de Gloriose, quam habuit a Rege pro unciis LXXX et bona que fuerunt’ di altri in Terra di Lavoro.”.
Nel 1271, Carlo Martello concesse Roccagloriosa e Sanza a Erberto d’Orleans
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “Roccagloriosa fu concessa a “Herberto de Aureliano (Erberto d’Orleans) conceduntur Rocca Gloriosa et Sansa” (v.)(25), il quale aveva rinunziato ad alcuni feudi del giustizierato di Val Crati e Terra Giordana (26).”. Ebner a p. 418, nella sua nota (25) postillava che: “(25) Reg. 7, f 101 t = vol. II, p. 264, n. 124 ‘Liber donationum’.”. Ebner a p. 418, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Reg. 26, f 61 e t = vol. XV, p. 46, n. 194 (“Donati Herberto de Aurelianis, mil. et fam., resignanti in manibus Curie terram Brahalle (Calabria) de justitierato Vallis Gratis et Terre Jordane terras Rocce Gloriose et Sanse de justitieratu Principatus et Terre Beneventane.”.
Nel 1271, il milite Alessandro di Policastro prende possesso del monastero di Curacio in territorio di Castelluccio (Calabria ?)
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Nel 1271 è un ordine al milite Alessandro di Policastro di prendere possesso del monastero di Curacio, in territorio di Castelluccio (Calabria ?) che il re gli aveva donato (37). ecc..”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Reg. 1271, A., f. 111 = vol. VII, p. 205, n. 162.”. Ancora Ebner, parlando di Policastro scriveva che: “Nel Reg. 1271, A f. 111, l’ordine al milite di Alessandro di Policastro di prendere possesso del monastero di Curacio (Castelluccio) donategli dal Re.”.
Nel 1 dicembre 1271, re Carlo I d’Angiò chiede una tassa per ogni paese del basso Cilento
A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. “ (1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (5)“. Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (12) e dal Del Mercato (13), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (12), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (12), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).“. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41” e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″. A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino, il piccolo porticciolo di Sapri, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare tanto che, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Infatti, nel documento tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (….), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: ( riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum.” (…). Nel XIII secolo, alcuni centri del ‘basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, subìrono notevoli danni. Infatti, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271 (…), riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: (riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum 124” (…). Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri.” (1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (…)“. Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (…), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).“. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41″ e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″.



(Fig….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (…) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.
Il Carucci (…), trae il documento (…) dal Minieri-Riccio (…), che lo pubblicava a p. 41 (Fig…). Il Minieri-Riccio, nel documento (…), in questione che pubblicò nel 1852, scriveva in proposito come si può leggere nell’immagine di Fig….: “1 Dicembre. Ivi. Re Carlo ordina a Gualtiero di Collepietro Giustiziere di Principato e Terra Beneventana, di raccogliere il residuo della esazione de’ fuocolari dell’anno della 12° indizione, ed all’uopo gli manda la ‘Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita per collactionem factam de quaternis particularibus generalis subventionis ad quaternos de focolaribus pro quibus subscripte terre et loca tenentur ad rationem de augustali uno proquolibet foculari pro primo et secundo mense sub magistratu Gualterii de Collepetro Iustidiarii Principatus et Terre Beneventane in anno XII Indictionis. Le quali terre sono: Ecc…per i seguenti focolari:” ed elenca i centri con la nota (172)(…). I paesi con i relativi corrispondenti focolari registrati che riguardano le nostre terre, sono: “Cilento f. 110. on. 27 t. 15, Pisciotto f. 27. on. 6. t. 22 1/2, Alfano f. 3 t. 22 1/2, Cucculo f. 477. on. 119. t. 7 1/2, S. Severino di Cammarota f. 9. on. 2. t. 7 1/2, Cammarota (Camerota) f. 77. on. 19. t. 7 1/2, Corneto f. 2. t. 15, Tropano f. 3 t. 22 1/2, Rofrano f. 2. t. 15, Sansa f. 33. on. 8. t. 7 1/2, Padula f. 78. on. 19 t. 15, Rocca Gloriosa f. 88. on. 22., S. Giovanni a Piro f. 6. on. 1. t. 15, Policastro f. 124. on. 31.”. Poi aggiunge: “Et pro secundo mense in subscriptis terris ribelibus de prescriptis videlicet: – Policastro f. 124 ecc..” (26).



(Figg….) Stesso documento Angioino del 1271 (…), pubblicato Minieri-Riccio Camillo (…), nel suo ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò negli anni dal 1271 ecc…’ , pp. 41 e s., dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.
Il documento Angioino (…) è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25). Il Del Mercato, (…), dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”.


(Figg….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.
Nel documento angioino, alcuni centri non vengono citati ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300, la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il ‘Portus saprorum‘ di Policastro (…).
Nel 1272, re Carlo I d’Angiò dona i beni del “Proditores”, ribelle, Giovanni de Pisis (o de Pisio) di Policastro, partigiano di Manfredi di Sicilia
Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…”. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò. Fra questi nomi che la Pollastri sulla scorta di Pispisa (…) dice troviamo Giovanni de Pisis di Policastro e Roberto di Tortorella. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind., f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella.
Nel 1272, Carlo I d’Angiò dona i beni del “Proditores”, ribelle, Roberto di Tortorella partigiano di Manfredi di Sicilia
Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…“. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò. Fra questi nomi che la Pollastri sulla scorta di Pispisa (…) dice troviamo Giovanni de Pisis di Policastro e Roberto di Tortorella. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind., f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Tortorella.
Nel 1272, Margherita Guarna vedova di Matteo di Padula, accetta il casale di Tortorella
Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito scriveva che: “Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8).”. L’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 163 leggiamo altro e invece a p. 153 si trova segnato il documento n. 312 segnalato da Ebner (…). Nel documento n. 312, del Registro XXXVII, a p. 153, leggiamo che: “312. – (Margarite Guarne vidue qd. Matthei de Padula concedit an. provisionem unc XX super bonis Iohannis de Procida proditoris, in excambium castrum Sanse, Turturelle e Casalisnovi, que tenebat pro dotario). (Reg. 1272, XV ind., f. LXXXVIII, t) e, poi postilla: “Fonti: De Lellis, l.c., n. 646.”.
Nel 26 giugno 1275, re Carlo accoglieva la supplica di Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 26 di giugno 1275 re Carlo, da Monforte, scriveva al giustiziere del Principato di accogliere la richiesta “homines Salerni et Policastri” di armare, per lo Stato, solo quattro delle cinque galee “quod ad ornationem ipsarum omnium galearum sunt penitus impotentes” ordinando che all’armamento “cum dictis hominibus” concorressero anche “homines districtis earumdem terrarum” (38).”. Ebner nella sua nota (38) a p. 337, vol. II, postillava che: “(38) Reg. 21, f 253 t = Monteforte Irpino.”.
Nell’8 gennaio 1276, in un diploma angioino, Giacomo (Iacopo), Roberto, Riccardo e Ruggero (aliis de Lauria), feudatari di Lauria, Lagonegro e Castelluccio
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Ciò spiegherebbe anche perchè accanto agli stessi Iacopo (Giacomo), Roberto e Riccardo, un diploma angioino dell’8 gennaio 1276, menzioni poi anche un Ruggero, quale signore di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio. Il documento riferisce chiaramente infatti che Riccardo di Lauria presta servizio militare a Capua per sé, per Giacomo, Roberto e Ruggero e ‘aliis de Lauria’, in ragione appunto della titolarità dei sovramenzionati feudi. La notizia è infatti qui doppiamente significativa, valida a dimostrare cioè oltre il grado di parentela tra i quattro, anche la reintegrazione di Ruggero negli aviti possedimenti, per quanto egli non fosse propriamente di stanza nel Regno (124). Ferme infatti restando le riserve cautelari del caso, può essere data come altamente probabile la coincidenza tra il Ruggero del diploma angioini del ’76 ed il Nostro, sulla base dell’unico elemento ma abbastanza persuasivo per il quale, a questa data, le fonti non presentano doppioni omonimi, ecc…”. La Lamboglia, a p. 46, nella sua nota (124) postillava: “(124) RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65.”.
Nel 1275, i due fratelli Riccardo di Lauria e Ruggero di Lauria si accordano per il possesso dei castelli di Ajeta e di Tortora
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p….., in proposito scriveva che: “Analogamente, la medesima situazione documentale, mostrando vuoti d’informazione difficilmente colmabili, non consente di gettare ulteriore luce sulle vicessitudini della famiglia di Ruggero prima e dopo i fatti del Vespro, né permette di stabilire una cronotassi genealogica certa ed inequivocabile tra i suoi membri, se non a patto di accogliere le notizie delle fonti indirette, che citano e riferiscono di particolari ulteriori (140), oggi, non più evidenti dai regesti dei Registri angioini ricostruiti.”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (140) postillava che: “(140) In proposito, esemplare è il documento citato da Giacomo Racioppi, opportunamente confrontato col regesto presente in RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65: «[Ruggero]……Ci è noto da altro titolo (…) che pel possesso dei castelli di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo……”, in G. RACIOPPI, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Ristampa anastatica dell’edizione di Roma 1902, Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma 1970, (1a ed., Roma, Loescher, 1889), 2 voll., vol. 2, p. 180.”. Dunque, la Lamboglia, a p. 49, nella sua nota (140) postillava che il documento da cui era stata tratta la notizia dal Racioppi era stato “(140) …..opportunamente confrontato col regesto presente in RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65: ecc…”. Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3). Ci è noto da altro titolo (4) che pel possesso dei castelli di Ajeta e di Tortora surse litigio tra Riccardo eRuggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo. La quale non ebbe il casato dei ‘Cloria’, come altri ha detto (5), o per isbaglio, o per artifizi ecc…”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro“. Il Racioppi, nel vol. II, a p. 180, nella sua nota (4) postillava che: “Nella ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grasta (in Ajeta) di Vincenzo LOmonaco (Napoli, 1858), che dice avere avuto le notizie dal ben noto erudito napoletano Minieri-Riccio – Ap. Palmieri, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugg. di Lauria. – Lagonegro 1883 (II edizione. p. 11).”. La notizia venne riportata anche da Vincenzo Lomonaco (…), nel suo, ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858, a p. 12 in proposito scriveva che: “N’era signore Riccardo uno dei baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litizio tra i suoi figliuoli l’uno chiamato Riccardo siccome il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna, e quel che forma la gloria principale, per la sua grande valentia nelle cose guerresche e marittime, la quale fu per lo più sorrisa da propizia fortuna. Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Ajeta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente: e tal convenzione era addì 12 aprile 1301 rifermata dal Sovrano beneplacito di Carlo II. Ecc…“. Stessa notizia, sulla scorta del Lomonaco la citò il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (….), nel suo “Ruggiero di Lauria etc.,…”, a p. 10, citava Vincenzo Lomonaco (…) e scriveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna……Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Aieta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente”……Si inferisce inoltre dalle parole citate dal Sig. Lomonaco, che Ruggiero avendo ceduti al fratello Riccardo i castelli di Aieta e Tortora, la baronia di Lauria dovette necessariamente rimanere per se, perchè apparisce nel modo più lampante degli Annali del regno di Aragona, libro III, Capo 81, pag. 203, che il padre di lui era specificatamente, Signore di Lauria. Le terre di Basilicata, oltre quelle di Calabria e nel Principato, che furono restituite a Ruggiero da Carlo II d’Angiò, dietro la pace tra essi avvenuta, non sono forse i possedimenti che Ruggiero aveva in Lauria ? (2).”. Il Palmieri, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Costanzo lib. 3 e Summonte p. 2, lib. 3, Capo 2.”. Dunque, sia il Racioppi, che il Lomonaco che il Palmieri riportavano questa notizia sulla scorta del Di Costanzo (….9 e del Summonte (….).
Nel 1276, il Processo per la reintegra o restituzione dei beni avocati dagli Svevi ai Sanseverino
Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – etc…”, a p. 152 parlando dell’epoca Angioina, in proposito scriveva che: “Preso possesso del Regno di Sicilia, Carlo I d’Angiò restituì a Ruggiero Sanseverino, per il valido aiuto da questi fornitogli nella recente conquista, il feudo che era stato del padre Tommaso I e quelli che erano stati dello zio Guglielmo II: la contea di Marsico con le città di Atena, Diano (1) e Sala, la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento (2). Poichè molti casali di questa baronia erano stati usurpati durante le vicende seguite alla congiura di Capaccio, per accertare quali fossero da restituire al Sanseverino fu istituito nel 1276 quello che fu detto: ‘Processo della reintegrazione dei beni alla Corona (3), in base al quale, ascoltati i testimoni, fu stabilito che la baronia del Cilento era costituita da: etc….”. Dunque, molti beni e feudi incamerati dalla Regia Curia di Federico II di Svevia, in seguito alla congiura di Capaccio, vennero reintegrati da Carlo I d’Angiò e vennero accertati attraverso lunghi processi con testimoni istituiti nel 1276 e chiamati “Processo della reintegrazione dei beni alla Corona”. Questi documenti, tratti dalla cancelleria Angioina, alcuni dei quali pubblicati da Carlo Carucci ci hanno fornito alcune notizie d’epoca Federiciana. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Teggiano”. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (3) postillava che: “(3) V. Mazziotti, cit., p. 134; Senatore, cit., pp. 38-39.”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 391-392, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Nel processo di restituzione dei beni dei Sanseverino, esistente nell’Archivio della R. Camera e poi smarrito, ordinato da re Carlo (1276) si leggeva (VENTIMIGLIA, cit. p. 53): “Item predicti testes de Cilento sacramento eorum dixerunt, quod comiti Rogerio de Sancto Severino fuerunt restituita per Dominum Nostrum Regem post felicem ingressum eiusdem etc….”……Diamo per scontata la notizia dell’esistenza del processo del 1276, ma non si sa da dove il Ventimiglia (p. 53) abbia tratto le notizie sull’esistenza di esso nell’Archivio della R. Camera disperso poi nella rivoluzione del Macchia e della copia, pure dispersa, che era nella “Libreria dei chierici regolari di S. Giuseppe de’ Vecchi”, scritta da P. D. Carlo Borrello (p. 11 sg.)”. Il Cantalupo citava Domenico Ventimiglia (….) ed il suo “Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania etc…”. Il Ventimiglia, a p. 53 parlando del “Galdo” scriveva che:

Nel 1276, Ruggero II Sanseverino (conte di Marsico) e la Baronia di San Severino di Camerota (oggi di Centola)
Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, in proposito scriveva che: “Federico spogliò i ribelli ed i loro familiari di tutti i feudi e diede le contee di Marsico e di Sanseverino a Guglielmo de Villano (4). Questi restituì a sua volta la baronia di Cilento all’Imperatore, che la concesse prima al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido signore di Pozzuoli (1).”. Sempre il Cantalupo, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965. Il Cantalupo, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. il doc. del Capasso, appresso cit., in nota”. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio (B. CAPASSO, Hist. Diplom., ….cit. p. 346).”. Infatti, il Cantalupo citava il noto documento pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Una parte del documento riguarda Ruggero II Sanseverino che all’epoca dell’angioino non sarà più un giovane di 12 anni salvatosi dallo sterminio della “Congiura di Capaccio”.

(Fig….) Capasso Bartolomeo, Hist. Diplom., p. 436
E’ un importante documento tratto dalla cancelleria Angioina che ci fa capire alcune notizie storiche sul periodo Federiciano. I notai di Carlo I d’Angiò scrivevano che: “Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio”, ovvero che: “Al conte Rugerio de San Severino, Rocca Cilento fu restituita alle case che l’imperatore Federico concesse a Sir Guglielmo de Villano, perché scambiò la detta Rocca con le case, e San Severino con la compagnia dei Marsici; poi fu concessa dal lo stesso generale al signore Guido de Putiolo, e poi l’imperatore rammentò lo scambio che era stato fatto col conte Ruggero”. Scrive sempre Matteo Mazziotti, che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: “L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”.
Nel 26 febbraio 1277, il principe di Salerno ordina a tutti i giustizieri del regno
Tuttavia, per citare alcuni documenti d’epoca Federiciana, riguardanti le nostre coste, ho tratto alcune interessanti notizie da Onofrio Pasanisi (…), che nel 1926, pubblicò l’interessante saggio ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’. Il Pasanisi, a p. 441, ci parla delle origini delle torri marittime ed in proposito nella sua nota (1), postillava che: “(1) Torri come mezzo di difesa e di vedetta contro repentini assalti della costa furono in uso da noi, come in tutti i paesi marittimi, sin dalla più remota antichità. Tutto il regno era circondato da torri; ordini circolari erano stati dati ai giustizieri circa la riparazione e la guardia di esse. (Syllabus membr. ad R. Siclae Arch., pert., vol. I, fol. 244, 262 ecc…Reg. Ang. , vol. 6, fol. 172 e specialmente Minieri-Riccio, Diario Angioino, pag. 12; ‘Nuovi studi’, ecc.., pag. 10; ‘Regno di Carlo I d’Angiò dal 12-I-1273 al 31-XII-1273, pag. 4 ecc..).”. Dunque, nella nota (1), a p. 441, il Pasanisi (…), cita il testo di Minieri-Riccio (…), che nel suo ‘Diario Angioino’, a p. 12, in proposito cita un documento Angioino del “26 Sabato”, “Febbraio Indizione 12°”, dell’anno 1277, e, così scriveva che: “26 Sabato. Il Principe ordina a tutti i Giustizieri del Regno che tanto nelle torri che in tutti i luoghi marittimi si facciano i fari per potere avvisare l’approssimarsi del nemico e dei ribelli, avendo saputo che i Siculi-Aragonesi con gran numero di vascelli si preparavano a passare contro il continente (38).”. Il Minieri-Riccio (…), a p……, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Reg. Ang. 1284, riassunto dal De Lellis, ivi fol. 93 t.”. Il Pasanisi (…), riguardo questo documento si rifaceva anche al testo del De Lellis (…).
Nel 1277-78, le terre di Lauria, Lagonegro nella “Taxationis generalis subventionis in Iustitieratus Basilicate” ed in altri documenti fiscali d’epoca Angioina
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 46, in proposito scriveva che: “Quanto al valore economico delle terre, antichi possedimenti dei Lauria (126) e la causa della confisca, il Giustiziere nulla dice di sapere a riguardo. Su di esse vengono solo ribadite le prerogative curiali e la giurisdizione dei Loria (127). Ma che di queste terre vi fosse un sistema di insuffeudazione sembra più che certo, sia per quanto si diceva a proposito della designazione a cavaliere di Giacomo di Lauria alcune righe addietro, sia per ciò che si evincerebbe da un altro diploma angioino perduto e transumato dal De Lellis (128), nel quale si inviava al gistiziere di Val di Crati e di Terra Giordana, tra il 1278 ed il 1279, l’ordine di definire il confine delle terre sul versante meridionale del Giustizierato di Basilicata, evidentemente per il sorgere di controversie tra i vari piccoli feudatari, ivi titolari (129).”. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (126) postillava che: “(126) dalla Cedola ‘Taxationis generalis subventionis in Iustitieratus Basilicate’ (sic) e relativa ancora al 1277, si apprende che la terra di Lagonegro deve per 120 fuochi 30 once, quella di Lauria deve per 241 fuochi 40 once, 8 tarì e 8 grani, in RCA, vol. XXIII, p. 310-314, n. 400. Sul confronto dei fuochi per ciascuno altro centro menzionato, si deduce per le terre di Lagonegro un popolamento medio e per Lauria un popolamento medio-alto. Su questi temi già il G. Racioppi, Geografia e demografia della Provincia di Basilicata nei secoli XIII e XIV, Archivio Storico per le Province Napoletane, XV, 1890, pp. 565-582 e S.N. Cianci, I Campi pubblici in alcuni castelli del Medioevo in Basilicata. Studi giuridico-feudale con documenti, Napoli, Tip. R. Pesole, 1891. Relativamente, invece, alle modalità di esazione dei vari distretti le indagini propografiche sono tuttora in corso; nondimeno, per i primi risultati si vedano S. Morelli, Giustizieri e distretti fiscali nel Regno di Sicilia durante la prima età angioina, in Medioevo e Mezzogiorno Mediterraneo. Studi in onore di M. Del Treppo, a cura di G. Rossetti e G. Vitolo, 2 voll., vol. 2, Napoli, Liguori editore, 2000, vol. 1, pp. 301-323, segnatamente pp. 303-312.”. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (127) postillava che: “(127) STHAMER, V. Lehensrestitutionen in der Basilicata, p. 624.”. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (128) postillava che: “(128) Gli atti perduti della Cancelleria angioina transuntati da Carlo De Lellis, Parte I, Il regno di Carlo I, vol. I, a cura di B. MAZZOLENI, Roma, ISIME, 1939 (Regesta Chartarum Italiae, XVII), p. 382, n. 96: «Terrisio de Gant milititenenti castrum Mercuri, Raynaldo et Fanuel tenentibus terram Ursomartis, Girardo de Arenis tenenti terras Brahalle et Sancti Donati, Rogerio tenenti terram Berbicarii, Riccardo tenenti terram Sancti Blasii, et Giliberto tenenti terram Papasideri, provisio pro ponendis confinibus inter dictas terras (fol. 29 t.)». “. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (129) postillava che: “(129) RCA, vol. XX, p. 248, n. 662. Quanto alle terre suffeudatarie facenti capo alla baronia di Lauria in un arco temporale compreso tra il 1269 ed il 1343, si veda la carta Feudataires de Basilicate (1269-1343), approntata da S. POLLASTRI, L’aristocratie napolitaine au temps des Angevins, in N.-Y. TONNERRE et E. VERRY (sous la direction de), Les Princes angevins du XIIIe au XVe siècle. Un destin européen, Actes des journées d’étude des 15 et 16 juin 2001 organisées par l’université d’Angers et les Archives départementales de Maine-et-Loire, Rennes, Presses universitaires de Rennes-Conseil général de Maine-et-Loire, 2003, p. 179. I dati archivistici elaborati cartograficamente individuano, nei confini della baronia di Lauria, le terre suffeudatarie di Lagonegro, Rivello, Trecchina, Avena (sulla costa tirrenica), Maratea, Papasidero, Rotonda nella valle di Laino e Castelluccio.”.
Nel 1277, PALLANZA o PALIANA DI CASTROCUCCO e RICCARDO DI LAURIA si uniscono in matrimonio
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 48, in proposito scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137). Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480”. La Lamboglia, nella sua nota si riferiva ai Registri della Cancelleria Angioina che saranno pubblicati dal Filangieri. Dunque, questo feudatario “RINALDO GIFFONE” era il padre dell’altra Paliana di Castrocucco che si sposerà con il Riccardo di Lauria d’epoca Angioina e fratello del grande ammiraglio Ruggero di Lauria. Riguardo i possedimenti che si portarono ai Loria e che erano amministrati dai Giffone, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25,riferendosi però all’altro Riccardo di Lauria, padre dell’altro Riccardo di Lauria e Ruggero di Lauria, ed al primo matrimonio con l’altra Paliana di Castrocucco scrivevano che: “Riccardo……Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra.“.
Nel 1277, RINALDO GIFONE di TORTORA, si presenta davanti ai Giudici nel giudizio promosso da Paliana di Castrocucco o Pallanza di Aieta (Fulco)
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “Rinaldo di Tortora, invece, è citato nell’ottobre del 1271 a comparire davanti alla Gran Corte di Napoli per discolparsi. Vi giunge però quando i Magistrati sono in ferie e l’atto di citazione gli viene prorogato per tutta la durata del mese, come attesta il seguente rescritto: “Cum Raynaldus de Turtura citatus coram Magna Curia se presentavit in die feriali quo iudices de licentia regia se absentaverunt, mandat ut terminus citationis prorogetur per totum mensem octubris”. Poichè Rinaldo di Tortora – dice il rescritto – citato davanti alla Gran Corte si è presentato di giorno feriale nel quale i giudici per licenza del Re sono in vacanza, si comanda che il termine della citazione sia prorogato per tutto il mese di ottobre”. Non ci è dato però di sapere con esattezza, per mancanza di documentazione, quale fosse l’esito del proceso; ma dobbiamo senz’altro propendere per l’ipotesi della destituzione dei Gifoni da Feudatari di Tortora, dove rimasero privati cittadini, sostituiti nel dominio da uno dei fratelli Lauria, già stanziati a Laino.”.
Nel 1277, Riccardo di Lauria (figlio di Riccardo di Lauria) e Palearia di Castrocucco (figlia di Rinaldo) si uniscono in matrimonio
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “La figura di questo Riccardo di Lauria di età primo-angioina è poi oltremodo interessante per il biografo di Ruggero, poiché mostrerebbe nuovamente come sia stata plausibile la sovrapposizione di notizie di cui si diceva all’inizio, poi riversatasi in vari travasi bibliografici.“. Riguardo l’altro “Riccardo di Lauria”, sposato nel 1277, epoca Angioina, la Lamboglia aggiungeva pure che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Nondimeno, queste singolari coincidenze non sgombrano il campo dalla eventualità che vi sia stata proprio una sovrapposizione di figure per via dell’omonimia. E che dunque debba essere quantomeno ventilato il dubbio che il padre di Ruggero fosse quel Riccardo di età sveva, tanto accreditato dalla tradizione, e che tale anche si chiamasse. La situazione documentale non consente di risolvere l’aporia su Riccardo, il quale sarebbe da indicare, a questo punto del discorso, più correttamente solo come presunto padre di Ruggero, secondo un’opzione metodologica che preferisce considerare i dati della tradizione e il perché del consolidarsi di una tradizione, rispetto alla soluzione più economica di Andreas Kiesewetter, secondo cui del padre di Ruggero non si conosce il nome (139). Analogamente, la medesima situazione documentale, mostrando vuoti d’informazione difficilmente colmabili, non consente di gettare ulteriore luce sulle vicessitudini della famiglia di Ruggero prima e dopo i fatti del Vespro, né permette di stabilire una cronotassi genealogica certa ed inequivocabile tra i suoi membri, se non a patto di accogliere le notizie delle fonti indirette, che citano e riferiscono di particolari ulteriori (140), oggi, non più evidenti dai regesti dei Registri angioini ricostruiti.”. La Lamboglia (….), a p. 47, nella nota (139) postillava che: “(139) Cfr. KIESEWETTER (a cura di), Lauria, Ruggero di, p. 98.”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (140) postillava che: “(140) In proposito, esemplare è il documento citato da Giacomo Racioppi, opportunamente confrontato col regesto presente in RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65: «[Ruggero] Crebbe in corte di Aragona(…); ove il re gli die’ sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ed ivi si segnalò capitano di navi catalane in fatti audacissimi sopra i Saraceni (…). Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di Carlo II [sic] parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo Lauria per sé, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegra e di Castelluccio(…). Ci è noto da altro titolo(…) che pel possesso dei castelli di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo. La quale non ebbe il casato di Cloria, come altri hanno detto (…), o per isbaglio, o per artifizi di genealogisti, ma sì di Lorìa, che è parola stessa di Laurìa, con fonetismo francese, come è ritenuto fosse pronunziato il temuto nome nella corte francese dei re angioini (…)», in G. RACIOPPI, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Ristampa anastatica dell’edizione di Roma 1902, Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma 1970, (1a ed., Roma, Loescher, 1889), 2 voll., vol. 2, p. 180. (141) Cfr. P. HERDE, Die Schlacht bei Tagliacozzo, Eine historisch-topographische Studie, «Zeitschrift für Bayerische Landesgeschichte», 25, 1962, pp. 679-744. (142) In proposito, si rimanda, soprattutto alle ricerche di E. PISPISA, Il regno di Manfredi. Proposte di interpretazione (vd. nota n. 35) e ID., I Lancia, gli Agliano e il sistema di potere organizzato nell’Italia meridionale ai tempi di Manfredi, in Bianca Lancia D’Agliano, pp. 165-181, e segnatamente, pp. 165-173 (ristampato anche in ID., Medioevo meridionale. Studi e ricerche, Messina, Intilla Editore, 1994, pp. 121-144).”. Infatti, Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Crebbe in corte d’Aragona (1); ove il re gli diè sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ….Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro“. Infatti, in Michele Amari (…), nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona, scriveva che: “Sorridea Pietro, e a far disegni, non querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida (4). Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), venuto era fanciullo seguendo la regigna Costanza con madonna Bella madre sua, nutrice della reina, ecc..ecc..”. L’Amari a p. 83 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Saba Malaspina, cont., pag. 340-342. Per vero egli non scrive il nome di Corrado Lancia ma solo di Loria e Procida, e, aggiunge altri usciti italiani, ma ritraendosi dal Montaner la grande riputazione di Corrado a corte d’Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.“. L’Amari (…), a p. 83, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93” e nella sua nota (6) l’Amari postillava: “(6) Bartolomeo de Neocastro, cap. 83. Nel Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1291 A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8, forse di gennaio 1275, o 1276, ch’e è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per se, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne, tutti della stessa famiglia, che avevano diviso fra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.”. Dunque, la notizia citata da Ebner e tratta da Michele Amari è confermata. L’Amari (…), a p. 83 del cap. V, sulla scorta del diploma o privilegio tratto dai registri della Cancelleria Angioina di Carlo II d’Angiò dell’anno 1291, un documento del 1275 o 1276, che indicava la divisione delle proprietà dei Loria o di Roberto di Lauria padre di Ruggiero di Lauria, tra cui i castelli di Lauria (“Loria”), Lagonegro (“Lagonessa”) e Castelluccio in Basilicata, con i tre figli: Giacomo, Roberto e Ruggiero di Lauria. Dunque, l’Amari, traeva la notizia dal cronista Bartolomeo da Neocastro. Bartolomeo di Neocastro (…), o Bartholomaeus de Neocastro era un cronista che morì nel 1295. Fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino ‘Historia Sicola’. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (131) postillava che: “(137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.
Nel 1277, la terra di Lauria viene restituita ai Loria
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Solamente infatti con l’avvento dell’Angioino e nel 1277, per ordine di ‘Ferrerium vel Sperronum’, allora giustiziere di Basilicata, tali possedimenti ritornano definitivamente ai Loria. Il Giustiziere afferma infatti che su queste terre servivano per designazione della curia imperiale gli antenati dei Loria (122).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (122) postillava che: “(122) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 623″.
Nel 1277, i due fratelli Riccardo di Lauria e Ruggero di Lauria (celebre ammiraglio), figli di Riccardo di Lauria
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “La figura di questo Riccardo di Lauria di età primo-angioina è poi oltremodo interessante per il biografo di Ruggero, poiché mostrerebbe nuovamente come sia stata plausibile la sovrapposizione di notizie di cui si diceva all’inizio, poi riversatasi in vari travasi bibliografici.“. Riguardo l’altro “Riccardo di Lauria”, sposato nel 1277, epoca Angioina, la Lamboglia aggiungeva pure che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Nondimeno, queste singolari coincidenze non sgombrano il campo dalla eventualità che vi sia stata proprio una sovrapposizione di figure per via dell’omonimia. E che dunque debba essere quantomeno ventilato il dubbio che il padre di Ruggero fosse quel Riccardo di età sveva, tanto accreditato dalla tradizione, e che tale anche si chiamasse. La situazione documentale non consente di risolvere l’aporia su Riccardo, il quale sarebbe da indicare, a questo punto del discorso, più correttamente solo come presunto padre di Ruggero, secondo un’opzione metodologica che preferisce considerare i dati della tradizione e il perché del consolidarsi di una tradizione, rispetto alla soluzione più economica di Andreas Kiesewetter, secondo cui del padre di Ruggero non si conosce il nome (139). Analogamente, la medesima situazione documentale, mostrando vuoti d’informazione difficilmente colmabili, non consente di gettare ulteriore luce sulle vicessitudini della famiglia di Ruggero prima e dopo i fatti del Vespro, né permette di stabilire una cronotassi genealogica certa ed inequivocabile tra i suoi membri, se non a patto di accogliere le notizie delle fonti indirette, che citano e riferiscono di particolari ulteriori (140), oggi, non più evidenti dai regesti dei Registri angioini ricostruiti.”. La Lamboglia (….), a p. 47, nella nota (139) postillava che: “(139) Cfr. KIESEWETTER (a cura di), Lauria, Ruggero di, p. 98.”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (140) postillava che: “(140) In proposito, esemplare è il documento citato da Giacomo Racioppi, opportunamente confrontato col regesto presente in RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65: «[Ruggero] Crebbe in corte di Aragona(…); ove il re gli die’ sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ed ivi si segnalò capitano di navi catalane in fatti audacissimi sopra i Saraceni (…). Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di Carlo II [sic] parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo Lauria per sé, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegra e di Castelluccio (…). Ci è noto da altro titolo (…) che pel possesso dei castelli di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo. La quale non ebbe il casato di Cloria, come altri hanno detto (…), o per isbaglio, o per artifizi di genealogisti, ma sì di Lorìa, che è parola stessa di Laurìa, con fonetismo francese, come è ritenuto fosse pronunziato il temuto nome nella corte francese dei re angioini (…)», in G. RACIOPPI, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Ristampa anastatica dell’edizione di Roma 1902, Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma 1970, (1a ed., Roma, Loescher, 1889), 2 voll., vol. 2, p. 180. (141) Cfr. P. HERDE, Die Schlacht bei Tagliacozzo, Eine historisch-topographische Studie, «Zeitschrift für Bayerische Landesgeschichte», 25, 1962, pp. 679-744. (142) In proposito, si rimanda, soprattutto alle ricerche di E. PISPISA, Il regno di Manfredi. Proposte di interpretazione (vd. nota n. 35) e ID., I Lancia, gli Agliano e il sistema di potere organizzato nell’Italia meridionale ai tempi di Manfredi, in Bianca Lancia D’Agliano, pp. 165-181, e segnatamente, pp. 165-173 (ristampato anche in ID., Medioevo meridionale. Studi e ricerche, Messina, Intilla Editore, 1994, pp. 121-144).”. Infatti, Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Crebbe in corte d’Aragona (1); ove il re gli diè sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ….Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro“. Infatti, in Michele Amari (…), nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona scriveva che: “Sorridea Pietro, e a far disegni, non querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida (4). Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), venuto era fanciullo seguendo la regigna Costanza con madonna Bella madre sua, nutrice della reina, ecc..ecc..”. L’Amari a p. 83 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Saba Malaspina, cont., pag. 340-342. Per vero egli non scrive il nome di Corrado Lancia ma solo di Loria e Procida, e, aggiunge altri usciti italiani, ma ritraendosi dal Montaner la grande riputazione di Corrado a corte d’Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.“. L’Amari (…), a p. 83, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93” e nella sua nota (6) l’Amari postillava: “(6) Bartolomeo de Neocastro, cap. 83. Nel Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1291 A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8, forse di gennaio 1275, o 1276, ch’e è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per se, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne, tutti della stessa famiglia, che avevano diviso fra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.”. Dunque, la notizia citata da Ebner e tratta da Michele Amari è confermata. L’Amari (…), a p. 83 del cap. V, sulla scorta del diploma o privilegio tratto dai registri della Cancelleria Angioina di Carlo II d’Angiò dell’anno 1291, un documento del 1275 o 1276, che indicava la divisione delle proprietà dei Loria o di Roberto di Lauria padre di Ruggiero di Lauria, tra cui i castelli di Lauria (“Loria”), Lagonegro (“Lagonessa”) e Castelluccio in Basilicata, con i tre figli: Giacomo, Roberto e Ruggiero di Lauria. Dunque, l’Amari, traeva la notizia dal cronista Bartolomeo da Neocastro. Bartolomeo di Neocastro (…), o Bartholomaeus de Neocastro era un cronista che morì nel 1295. Fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino ‘Historia Sicola’. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “La mancanza di fonti preclude ogni possibilità di una esposizione cronologica nella successione delle baronie nel governo di Ajeta. Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono a lungo la Terra furono i de Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Dunque, il Campagna scrive che la Terra di Ajeta era passata da un Giffone a Riccardo di Lauria. Chi fosse questo Riccardo di Lauria Signore della Terra di Ajeta ?. Il Campagna lo spiega nella sua nota (104) a p. 220 dove postillava che: “(104) Riccardo sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, ‘Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, 1904.”. Il Campagna, sempre a p. 220, continuando il suo racconto ci parla di questo Riccardo di Lauria e scrive che: “Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggero di Lauria, in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V. E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Dunque, per l’altro Riccardo di Lauria, il Campagna scrive sulla scorta del Pepe (….). Il Campagna a pp. 220-221 prosegue e scriveva che: “Però, sia per il tumulto dei Vespri, le cui conseguenze, per oltre un ventennio, furono esiziali alle nostre coste, sia per la dissoluzione endemica della corte angioina, e per le guerre che ne dilaniarono i rami di Napoli, di Durazzo e d’Ungheria, la nota famiglia subì fasi alterne nel governo del feudo, anche con soluzione di continuità. All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo investito il 14 ottobre 1308, e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Lauria, ecc…”. Il Campagna, a p. 220, nella nota (106) postillava che: “V. Lomonaco, Monografia sul Santuario, etc., op. cit.”. Si tratta del testo di Vincenzo Lomonaco (…), ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858. Infatti, prima del Campagna, nel secolo precedente, il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo “Ruggiero di Lauria etc.,…”, a p. 10, citava Vincenzo Lomonaco (…) e scriveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna….Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Aieta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente”……Si inferisce inoltre dalle parole citate dal Sig. Lomonaco, che Ruggiero avendo ceduti al fratello Riccardo i castelli di Aieta e Tortora, la baronia di Lauria dovette necessariamente rimanere per se, perchè apparisce nel modo più lampante degli Annali del regno di Aragona, libro III, Capo 81, pag. 203, che il padre di lui era specificatamente, Signore di Lauria. Le terre di Basilicata, oltre quelle di Calabria e nel Principato, che furono restituite a Ruggiero da Carlo II d’Angiò, dietro la pace tra essi avvenuta, non sono forse i possedimenti che Ruggiero aveva in Lauria ? (2).”. Il Palmieri, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Costanzo lib. 3 e Summonte p. 2, lib. 3, Capo 2.”. Il Lomonaco, a p. 12 in proposito scriveva che: “Dopo le più lunghe pazienti e minuziose indagini fatte nell’archivio del nostro Regno si sono raccolti i seguenti fatti e documenti. La terra di Ajeta si appartiene fin dai tempi di Carlo I. d’Angiò alla illustre prosapia detta or ‘de Cloyra, or ‘de Cloyra’, or ‘Loria’, or ‘Lauria’. N’era signore Riccardo uno dei baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litizio tra i suoi figliuoli l’uno chiamato Riccardo siccome il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna, e quel che forma la gloria principale, per la sua grande valentia nelle cose guerresche e marittime, la quale fu per lo più sorrisa da propizia fortuna. Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Ajeta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente: e tal convenzione era addì 12 aprile 1301 rifermata dal Sovrano beneplacito di Carlo II. A Ruggiero successe il figliuolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu investito ai 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello, figliuolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che n’ebbe l’investitura ai 10 marzo 1310. Estinta colla morte di questo ultimo la linea discendente maschile di Ruggiero de Cloria; Carlo Duca di Calabria e Vicario Generale di suo Padre Roberto dichiarò devoluti alla corona i feudi possedut dalla famiglia suddetta tranne quelli assegnati per dote alle sorelle di Ruggiero Berengario. Si legge nell’Archivio generale una supplica della vedova di costui Giovanna di Tortora, con cui chiese ed ottenne dal Re Roberto addì 8 luglio 1331, che le fosse condonato il pagamento dell’aloe in once 28, tarì 26, e grana 5 per la Rocca di Ajeta (Rocce di Ageta) che disse per le precedenti guerre ridotta a stato deplorevole, e presso che disabitata: (ognuno conosce quanta parte si ebbe la famiglia de Loria nell’uragano politico onde fu sì miseramente e lungamente agitato il nostro Reame).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 205, parlando anche di Rivello, in proposito citava il Pesce (…) e, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).“. Il Campagna, nella sua nota (29) a p. 205, postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”. Scrive sempre il Palmieri che: “Se dunque il padre di Ruggiero, che si chiamava Riccardo, aveva il cognome di de Cloira, Ruggiero figlio a Riccardo Barone e giustiziere della Basilicata, doveva avere come al padre il Cognome di de Cloira.”. Il Palmieri (…), a p. 10, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le notizie di cui fa cenno il Sig. Lomonaco furono rilevate dal grande Arch. di Napoli dal suo amico Minieri Riccio, solerte cultore di patria antichità.”. Il testo citato dal Palmieri nella sua nota (1) si riferisce agli Archivi Angioini pubblicati dal Minieri Riccio (…) e poi ricostruiti dalla Jole Mazzoleni (…). Dunque, secondo il Lomonaco (…), dopo la morte di Riccardo di Lauria, nel 12 aprile 1301, i due suoi figli Ruggiero e Riccardo di Lauria, si divisero i beni ed i feudi e a Ruggiero di Lauria, l’ammiraglio, andarono i possedimenti di Lauria. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà, ci informa che: “Da un documento del 12 giugno 1453, citato anche dal Vanni (8), risulta che Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, aveva fatto donazione del feudo del fratello Alfonso. Fu così che i Loria entrarono nella storia della Terra di Majerà e ne determinarono le sorti per, circa, un secolo e mezzo (9).”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Dal Quinternione primo della R. Camera, fol. 264, e fol. 265, R. Assenso ad una Supplica al re Alfonso I, scritta dal notaio Pietro Bono di Maratea, “Cronica di Majerà” cit.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà e della nobile famiglia dei de Cloira o Loria, nella sua nota (9) postillava che: “(9)…..Come già scritto, Riccardo di Lauria, figlio dell’Ammiraglio, aveva sposato Pippa Sambiasi, figlia di Ruggiero e Costanza Isabella Sangineto, signore di Majerà. Con Vittoria e Geronimo la famiglia decadde, “non possedendo altro, che la Terra di Majerà”, Vanni, op. cit.”. Il Campagna, scrivendo che Riccardo di Lauria fosse figlio (dell’Ammiraglio) di Ruggiero di Lauria si sbagliava perchè il Riccardo di Lauria non era il figlio di Ruggiero di Lauria ma era suo fratello. Riccardo e Ruggiero erano entrambi figli di Riccardo di Lauria padre, amico di re Manfredi. Il Campagna (…), nella sua nota (6) a p. 72 della ‘Storia di Majerà’, postillava che: “E’ importante rilevare che da Costanza Isabella e Ruggiero (Sambiasi o Sambiase) nacquero Matteo, Filippo, Giacomo e Pippa, che andò sposa a Riccardo di Lauria, figlio del noto ammiraglio.”. Il Campagna (…) a p. 72, in proposito a Majerà scriveva che: “Dal 1271-1272 risulta signore di Majerà Guglielmo Matera, cosentino (5). Dai Matera il feudo passò ai Sangineto. Intorno al 1329 ne era signore Costanza Isabella, che, in seconde nozze, lo portò in dote a Ruggero Sambiasi II (6). Costanza Isabella era sorella di Filippo Sangineto, conte di Altomonte e di Corigliano.”. Dunque, secondo il Campagna (…) Costanza Isabella e Ruggiero Sambiasi o Sambiase, nacque Pippa Sambiase che sposò Riccardo di Lauria. Riccardo di Lauria il fratello dell’ammiraglio Ruggero ?. Orazio Campagna confondeva con Riccardo di Lauria e di Tortora fratello di Ruggiero di Lauria. Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 84, parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “A Tortora il passaggio dei poteri dai Normanni agli Svevi non fu nemmeno avvertito, in quanto i Cifone continuarono a conservare il feudo. Nei documenti feudali infatti risulta che nel 1239 Federico II confermò nel feudo Gilberto Cifone. Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era Rinaldo, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Dunque, il Pucci (…), ci parla di un certo Gilberto Cifone. Sarà Gilberto o il Gilbert di Loria ?. Gilberto Cifone. Su Gilberto Cifone, il Pucci (…) lo cita ancora a p. 85 scrivendo che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496). Nel 1276 il paese contava una popolazione di soli 538 abitanti ed era tassato di 10 once, 22 tarì, 16 grani. Nel 1326 Tortora pagava la decima al clero di Aieta, con tutto che aveva un clero proprio con quattro chiese: Il Purgatorio, S. Sofia, S. Vito e S. Sebastiano.”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. I due studiosi Augurio e Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria – Signore del Mediterraneo’, a p. 34, scrivono che Ruggierone (figlio di Ruggiero di Lauria): “Sposò Giovanna, figlia di Rinaldo di Tortora, ed ebbe un figlio di nome Riccardo (di lui parleremo in seguito).”. Dunque secondo i due studiosi che hanno basato la loro ricostruzione storiografica sul Muntaner (…), il figlio di Ruggero di Lauria, Ruggierone di Lauria, morto giovanissimo all’età di 22 anni, sposatosi con Giovanna di Tortora ebbe un figlio chiamato Riccardo di Lauria che sarà signore di Tortora. Ruggierone di Lauria e Giovanna di Tortora, figlia di Rinaldo di Tortora ebbero un figlio chiamato Riccardo.
Nel 1277, si ordina all’Università di Camerota e di S. Giovanni a Piro
Lo storico Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’, pubblicato nel 1926, sulla scorta di Minieri-Riccio (…) che a p. 12 del suo ‘Diario Angioino’, aveva pubblicato nel 1800 diversi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, a p. 441, cita il documento: del “26 Sabato”, “Febbraio Indizione 12°”, dell’anno 1277, e, così scriveva che: “26 Sabato. Il Principe ordina a tutti i Giustizieri del Regno che tanto nelle torri che in tutti i luoghi marittimi si facciano i fari per potere avvisare l’approssimarsi del nemico e dei ribelli, avendo saputo che i Siculi-Aragonesi con gran numero di vascelli si preparavano a passare contro il continente (38).”. Il Minieri-Riccio (…), a p……, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Reg. Ang. 1284, riassunto dal De Lellis, ivi fol. 93 t.”. Il Pasanisi (…), riguardo questo documento si rifaceva anche al testo del De Lellis (…). Onofrio Pasanisi (…), a p. 433, nella sua nota (1), in proposito postillava che: “(1) In un documento riportato dal Camera (Memorie storico-diplomatiche ecc.., vol. I, pag. 14 in nota)), dell’anno 1277, si dà ordine all’università di Camerota e S. Giovanni a Piro di porre guardie nella torre detta ‘Amforisca’. Ora capo Imfreschi si trova precisamente fra Camerota e S. Giovanni a Piro. Penso per conseguenza che Infreschi non sia altro che una corruzione dell’antico nome latino ‘Amforisca’ dato alla contrada, che derivava tale denominazione del fatto che in quel luogo, come ancora oggi, si estraeva l’argilla per la fabbricazione dei vasi di terra cotta, la cui industria è tutt’ora fiorente in alcuni vicini paesi. In detto documento trovo inoltre menzione delle torri di ‘Tresino’ (Castellabate); di ‘Licosa’ (idem); di ‘Castellammare della Bruca’ (in territorio); di ‘Palinuro‘ (idem), nelle istesse località cioè dove vennero edificate nel secolo XVI quelle della R. Corte.”. Il Pasanisi (…), a p. 433, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Percett. prov., Fascio 119 – Inc. “Conto di Gio. Ant. Nave R. Percettore della prov. di Principato Citra per gli anni 1569-70″, fol. 180 e sgg., 194 e seg., ed ivi per i nomi dei partitari, cessionari, soprastanti ecc..”. Alle cose sin quì riportate dal Pasanisi, dove lui stesso, parlando della torre di ‘Amforisca’, dice “dei tempi Angioini”, confermano che le torri elencate nel documento del 1277, riportato in nota dallo stesso Pasanisi, confermano che queste torri erano già preesistenti al programma della R. Corte. Il Pasanisi, scrive che alcune di queste torri, fossero d’epoca Angioina, ma io credo fossero già preesistenti all’epoca Federiciana. Il Pasanisi (…), a p. 433, nella sua nota (1), cita un documento del 1277, tratto dal testo di Matteo Camera (…), ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi’, vol. I, pag. 14. Nella sua edizione del 1876, nel suo Cap. II, nella sua nota (6), a pp. 14-15, Matteo Camera (…) riporta una ‘provvisores’ di re Carlo I d’Angiò del 1277, ed in proposito scriveva che: “(6) In un’altra provvisione dello stesso re Carlo, indirizzata al Giustiziere di Principato, stà scritto: “Jiusticiario Principatus, licterae responsales, de custodia maritimarum et de faciendis fanis in turribus consuetis sub periculo Universitatum inter quae tatuti sunt videlicet, Universitas Cilenti in turri quae dicitur Caricla; Universitas Castri Abbatis in tutti quae dicitur Licosa; Universitas Agropoli in turri quae dicitur Tresine; Universitas Castrimari de Bruca in turri quae dicitur Issica; ecc… Università San Severini de Camerota in turri quae dicitur Palus nudus (sic!): Universitas Camerotae et S. Johannis ad Pirum in turri quae dicitur Amforisca; ecc..”. Il documento del 1277, epoca Angioina, è del “‘Sub die 19 aprilis, VI Indict. 1277′., tratto da Ex Regest. Caroli I, 1 an. 1278-1279, lit. H., fol. 93 v.”. Dei 1066, documenti inediti provenienti dall’Archivio Angioino dell’Archivio di Stato di Napoli, il Carucci (…), nel suo vol. I, del suo ‘Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo’, non vi è traccia di questo del 1277, pubblicato da Matteo Camera (…). Il documento è pubblicato dal Minieri-Riccio. Dunque, nel documento “provvisione” del 1277, in cui re Carlo I d’Angiò, scriveva al Giustiziere del Principato, si ordinava alle università (i Comuni del tempo), per esempio a quella di “Camerota e S. Giovanni a Piro di porre guardie nella torre detta ‘Amforisca”. Questo documento del 1277, conferma la mia ipotesi che alcune torri elencate da Scipione Mazzella Napolitano (…) e che risultano in alcuni documenti della Real Corte Vicereale siano stati realizzati all’epoca Vicereale, ma erano già preesistenti e furono oggetto di opere di rinforzo o di rifacimento parziale. La Torre dell’Amforisca a Camerota, è una delle tanti torri forse fatte costruire dai Normanni e poi in seguito fatte rimaneggiare dall’imperatore Federico II di Svevia, che li avocò nella Regia Curia. Forse questo è lo stesso documento di cui ci parla il sacerdote Mario Vassalluzzo (…) che, a p. 71, in proposito alla Torre di Tresino scriveva che: “Nel 1277, però sotto il regno degli Angioini, essa appartiene alle Università di Agropoli. Infatti è a questa Università che il re Carlo, tramite il Giustiziere del Principato Citra, si rivolge perchè si preoccupi della custodia della torre e delle segnalazioni necessarie (32)“. Il Vassalluzzo, a p. 72, nella sua nota (33), postillava che: “(32) Camera, op. cit. vol. I, p. 15.”. Anche il Vassalluzzo (…), a p. 71, nella sua nota (32), si riferiva all vol. I, pag. 15 del testo di Matteo Camera (…), ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi’. Matteo Camera (…) postillava che il documento era conservato in “Ex Regesta Caroli 1, anno 1278”.
Nel 1277, la grancia di Sant’Angelo di Campora
Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione. Una delle grange in particolare, quella di Sant’Angelo di Campora, fu oggetto di una contesa nel 1277, per derimere la quale intervenne lo stesso Carlo d’Angiò. Questi, su istanza dell’abate, scrisse al giustiziere del Principato e di Benevento, affinchè costringesse Simone di Bosco, signore di Campora, a restituire la grangia del monastero di Rofrano e quella di Novi (6).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (6) postillava che: “(6) Barone 1905.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nel territorio di Campora vi era la grangia del monastero di Sant’Angelo, locata ad un notaio di Laurino, tal ‘Jo (hannes’) ‘Buono’, la cui famiglia possedeva quella grangia già da novant’anni, che corrispondeva annualmente al monastero soltanto una libra di cera (c. 63r).”.
Nel 1277, la popolazione e la tassazione dei fuochi di Torraca
Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Dai ‘Cedolari Angioini’ del 1277 si possono rilevare i dati demografici della popolazione del paese, ma questi sono da ritenersi largamente approssimativi, poichè trattasi di rilevamenti ai fini fiscali. Nel calcolo non si prendevano in considerazione varie categorie di abitanti, come i nobili, gli ecclesiastici ed i militari.”.
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 657 parlando del casale di Castellabate, in proposito scriveva che: “Dell’età angioina vi sono altri documenti che ci informano degli eventi occorsi nel territorio, specialmente durante la guerra angioina-aragonese, quando………..Oltre le notizie che si rilevano dal codice dell’abate Tommaso (7), va ricordato che già nel 1274 re Carlo aveva ordinato (8) alle autorità locali di obbedire ai militi Guglielmo di Dragone e Riccardo Veterese, nominati custodi del litorale “a Policastro usque Castrum Abbatis” contro genovesi, ecc..”. Pietro Ebner a p. 657 nella sua nota (8) postillava che: “(8) Reg. 8, f 35, 22 luglio 1274, Lagopesole = Carucci, cit., I, pp. 440-302.”.
Nel 1278, Tortorella (ed i suoi casali di Casaletto e Battaglia) è concessa al milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran)
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente passò per la somma di 40 once d’oro, nelle mani del milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran) in cambio del Casale di Trecase, che si trovava nel Giustizierato di Terra d’Otranto, e di altri beni a Brindisi (34). Dai ‘Registri angioini’ risulta inoltre che, nel 1278, il cavaliere Nasone era anche signore di Battaglia.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni di storia e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 675 parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “I ‘Registri’ angioini ci informano che….Il feudo passò poi al milite Nasone di Galarato o Galenzano (Galeran), il quale aveva restituito alla Curia il casale di Trecase nel giustizierato di Terra d’Otranto e altri beni a Brindisi, ricevendone appunto la terra di Tortorella nel giustizierato di Principato e Terra Beneventana (3). Il feudo era stato concesso al milite Nasone per 40 once d’oro (4). Troviamo ancora notizie di questo cavaliere nel 1278, quando risulta signore anche di Battaglia (5) (vedi) e poi quale custode delle strade di Ascoli in Capitanata (6).”. Ebner, a p. 675, nella nota (3) postillava che: “(3) Reg. 28, ff 69 t e 70 = vol. XIX, p. 46, n. 159.”. Ebner, a p. 675, nella nota (4) postillava che: “(4) Reg. 7, f 102 = vol. II, p. 264, n. 125”. Ebner a p. 675, nella nota (5) postillava che: “(5) Reg. 1278 C, f 135 t = vol. XXI, p. 298, n. 259”. Ebner a p. 675, nella nota (6) postillava che: “(6) Reg. 4, f 111,= vol. II, p. 126, n. 487 (Nasone de Galarato commictitur custodia stratarum Escoli = Ascoli in Capitanata. Su questo Nasone cfr. pure Reg. 4, f 31 = vol. II, p. 56, n. 200 sulla custodia del castello di Pietra Montecorvino (castrum Petre): Foggia VII aprile, XII ind.”.
Nel 1277, RUGGERO DI LAURIA e la Contea di Lauria
Leggiamo da Wikipidia che A Ruggiero di Lauria fu concesso di fregiarsi dei titoli di signore di Lauria, di Lagonegro (dal 1297), di Rivello, di Maratea, di Castelluccio, di Rotonda, di Papasidero e di Laino (dal 1301), di Gerba (dal 1284), di Cercara (per lettera di Bonifacio VIII, 11 agosto 1295), di Castellammare (da Carlo II, 22 febbraio 1301); ammiraglio del regno di Aragona e Sicilia, grande ammiraglio di Carlo II d’Angiò e, infine, barone di Cocentaina. Il 31 agosto 1302, con la pace di Caltabellotta che chiudeva la lunga guerra del Vespro, Ruggiero fece atto di sottomissione a Federico di Sicilia il quale, a seguito di ciò, gli rese i possedimenti confiscati. Nel 1279 rimase vedovo di Margherita, sorella di Corrado e Manfredi Lancia dalla quale aveva avuto un figlio, Ruggiero, e tre figlie, Beatrice, Gioffredina e Ilaria. Si ritirò in Catalogna e morì a Cocentaina, presso Valencia, nel gennaio del 1305. Ruggiero di Lauria, morì nel 19 gennaio 1305 a Cocentaina in Spagna, lasciando eredi i suoi figli. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, in proposito scriveva che: “Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro”. Racioppi (…), a p. 180, continuando il suo racconto scriveva che: “Ci è noto da altro titolo (4) che del possesso di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, ecc..ecc..”. Il Racioppi a p. 180, nella sua nota (4) postillava che: “Nella ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grazia (in Aieta) di Vinc. Lomonaco (Napoli, 1858), che dice avere avuto le notizie dal ben erudito napoletano Minieri-Riccio – Ap. Palmieri, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugg. di Lauria’ – Lagonegro 1883 (II edizione, p. 11).”. I suoi beni furono ereditati da suo figlio Ruggiero e, alla morte di questi, da Berengario. I due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a p. 20, segnalano che il Muntaner (…), nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, pubblicato nel 1844 voleva che “la sua baronia era in Calabria e comprendevasi di ventiquattro castella riunite; e il loco principale di questa baronia chiamasi Lauria” (10). I due studiosi citano anche il tomo II, p. 294 del ‘Dell’historia della Città e Regno di Napoli‘. I due studiosi citano Prospero Parisio (…) “in quella sua topografia di Calabria, ove dice che gli fu cosentino” (11).”. Prospero Parisio fu un cartografo di poco successivo all’Alberti (…), che pure ho citato diverse volte e molto citato dall’Antonini e dal Gatta (…). I due studiosi scrivono ancora che: “lo scrittore di patrie memorie cosentine, Girolamo Sambiase, nel 1639, affermava che “non è di noi chi dubiti, che non sia figlio della nostra patria” (12). I due studiosi a p. 21, nella loro nota (12) postillavano che: “(12) G. Sambiase, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Napoli, 1639, pp. 89-95.”. I due studiosi a p. 21 citano un biografo dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria, il V. Visalli (…), che nel 1900, scrisse ‘Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche’. Secondo Wikipidia, Ruggiero di Lauria ebbe come figli Ruggiero e Brengario, mentre Orazio Campagna ci parla di Riccardo di Lauria. Il sacerdote Nicola Palmieri (…), citando Vincenzo Lomonaco (…), ovvero il suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858, a p. 10 in proposito riportava le parole di Lomonaco e riferendosi ai due fratelli figli di Riccardo di Lauria, riferiva che: “dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna….Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Aieta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente”……Si inferisce inoltre dalle parole citate dal Sig. Lomonaco, che Ruggiero avendo ceduti al fratello Riccardo i castelli di Aieta e Tortora, la baronia di Lauria dovette necessariamente rimanere per se, perchè apparisce nel modo più lampante degli Annali del regno di Aragona, libro III, Capo 81, pag. 203, che il padre di lui era specificatamente, Signore di Lauria. Le terre di Basilicata, oltre quelle di Calabria e nel Principato, che furono restituite a Ruggiero da Carlo II d’Angiò, dietro la pace tra essi avvenuta, non sono forse i possedimenti che Ruggiero aveva in Lauria ? (2).“. Il Palmieri, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Costanzo lib. 3 e Summonte p. 2, lib. 3, Capo 2.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 205, parlando anche di Rivello, in proposito citava il Pesce (…) e, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).“. Il Campagna, nella sua nota (29) a p. 205, postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”.
Nel 1278, Morigerati in epoca Angioina
Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati‘, pubblicato nel 2001, a p. 52, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, dissertando sui diversi toponimi che Morigerati ha sulla documentazione d’epoca Angioina scriveva che: “A conferma di quanto detto si richiamano i Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti dal Filangieri, sotto l’anno 1278 riporta “Mugeralio” come feudo di Policastro: “Provisio contra à Robertum de Loysio de Mugeralio tenetem occupatum casalem Mugeralii situm prope Policastrum” (4). Si vede che l’abbazia di Rofrano è in decadenza, per i cambiamenti politici e la sua autorità non è più la stessa, ciò succederà ovunque nel Cilento, in riferimento ai basiliani che vedono diminuire, a poco a poco, le terre che prima erano di loro pertinenza: i signori dei feudi vicini si impossessano delle loro tere anche perchè viene a mancare la protezione del re. Si legge in un altro registro della Cancelleria: “Mentio euiusdam controversie pro nonnulis bonis feudalibus inter procuratores R. Fisci et….Robertum de Morigeralibus”. (5), è passato solo un anno e il nome viene riportato diversamente. Questo Roberto de Loisio aveva proditoriamente occupato il ‘casalem Mugeralii’ comportandosi come un feudatario, un fatto accaduto anche in altri centri quali Sacco e Monforte, sempre secondo la stessa fonte e che costringe il potere centrale ad intervenire. Fra i documenti normanni del 1150 e quelli angioini del 1278, è presente un’altra registrazione con un nome diverso ma similare: ecc..ecc…E’ il nome di Morigerati che appare nei documenti ufficiali che testimoniano come questa zona, già abitata per il passato, abbia ripreso vita e quindi deve partecipare alle difese del castello di sua pertinenza e di suo utilizzo in caso di bisogna. Sempre dai preziosi Registri angioini apprendiamo che nel 1279-80 erano state pagate le particolari sovvenzioni di un anno per le paghe delle milizie, tra gli altri è citato il nome di Morigerano (7). Altro nome nel 1284 quando vennero elencati i nomi di tutte le terre del Principato Ultra e Citra, sotto il re Carlo II d’Angiò, l’atto poi venne stilato nell’agosto del 1299 e per Morigerati si legge “Moregeranum” (sic Morigeranum)” (8). Nel 1294 altro nome, “Morigerarium”. Per i diversi nomi vale la spiegazione di cui sopra.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (4) postillava che: “(4) I Registri della Cancelleria Angioina a cura di R. Filangieri, n. XXI, pag. 255.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (5) postillava che: “(5) I Registri della Cancelleria Angioina a cura di R. Filangieri, n. XXII, pag. 126.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I Registri della Cancelleria Angioina, cit., sub anno 1279-80.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Carucci C., op. cit., 1946, vol. III, pagg. 406-411.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Figlio di Ruggiero e Teodora D’Aquino, sorella di S. Tommaso d’Aquino, è il più potente signore feudale del suo tempo. Dove c’è pericolo il re Carlo lo invia per porre rimedio. è signore di molte tere nel Cilento, tra le altre la città fortificata di Policastro e il territorio circostante.”.
Nel 1279, re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Corradino di Svevia fa punire i ribelli che avevano patteggiato per Corradino di Svevia
Riguardo i militi segnalati e puniti da Carlo I d’Angiò in quanto partigiani di Corradino di Svevia: Roberto de Bertanoni, Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Offizia della Terra di Tortorella. Questi militi, secondo Carlo I d’Angiò andarono sulla costa di Policastro per incontrare con il vessillo reale di Corradino le galee di Federico Lancia e Riccardo Filangieri, il Minieri-Riccio (…), ‘il Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò etc..’ a p. 7 (trascrizione parziale) ecc…Rileggendo il Minieri Riccio (…), edizione di Firenze del 1875, a p. 7 per l’anno 1279, in proposito scriveva che: “Che dopo la sconfitta di Corradino egli ordinò a Ruggiero di Sanseverino Conte dè Marsi di tosto farli arrestare, ma essi si salvarono con la fuga. Di che egli dolente fece diroccare le loro case e svellere le loro vigne, e quei suoli e gli altri loro beni li diede in amministrazione prima ad un certo Alduino e poi a Giovanni Gallina, i quali essendosene impadroniti, esso re Carlo ordina rivendicarli (5).”. Il Minieri-Riccio, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Reg. Ang. 1278-1279, H n. 33, fol. 93.”. Infatti, Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: “Dopo la sconfitta di Corradino, re Carlo ordinò a Ruggiero Sanseverino, conte di Marsico, di fare arrestare i traditori di Tortorella, i quali si erano già messi in salvo con la fuga. Carlo I d’Angiò, ordinò di distruggere le loro case, svellere le loro vigne, distruggere i raccolti e dare i loro beni in amministrazione, prima ad un certo Arduino, e poi a Giovanni Gallina, i quali se ne erano già impadroniti. Il Re pertanto ordinò al giustiziere di estromettere costoro prendendo in consegna tali beni.”. Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, nella sua nota () e, in proposito scriveva che: “Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8).”. L’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 163 leggiamo altro mentre a p. 153 si trova segnato il documento n. 312 segnalato da Ebner (…). Nel documento n. 312, del Registro XXXVII, a p. 153, leggiamo che: “312. – (Margarite Guarne vidue qd. Matthei de Padula concedit an. provisionem unc XX super bonis Iohannis de Procida proditoris, in excambium castrum Sanse, Turturelle e Casalisnovi, que tenebat pro dotario). (Reg. 1272, XV ind., f. LXXXVIII, t) e, poi postilla: “Fonti: De Lellis, l.c., n. 646.”. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello.
Nel 1279, re Carlo I d’Angiò in una lettera parla e fa punire i cavalieri ribelli che patteggiarono per Corradino di Svevia
In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 (7). Ebner, in proposito alla citata lettera, postillava nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: “ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia.”. Poi l’Ebner, continuando il suo racconto a proposito della lettera di Carlo d’Agiò, scriveva che: “Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Dopo la sconfitta di Corradino, re Carlo ordinò a Ruggiero Sanseverino, conte di Marsico, di fare arrestare i traditori di Tortorella, i quali si erano già messi in salvo con la fuga. Carlo I d’Angiò, ordinò di distruggere le loro case, svellere le loro vigne, distruggere i raccolti e dare i loro beni in amministrazione, prima ad un certo Arduino, e poi a Giovanni Gallina, i quali se ne erano già impadroniti. Il Re pertanto ordinò al giustiziere di estromettere costoro prendendo in consegna tali beni.”. Pietro Ebner (…) a p. 676, vol. II, nella sua nota (7) riguardo la lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 postillava che: “Reg. 33, f 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Infatti, rileggendo il XX volume della ricostruzione dei Registri tratti dalla Cancelleria angioina di Carlo I d’Angiò, a cura di Jole Mazzoleni, pubblicati dall’Accademia Pontaniana, a pp. 141-142, al n. 324 (anno 1279), la Mazzoleni postillava che il documento era tratto da: “Fonti: Minieri-Riccio, il Regno etc., p. 7 (trascrizione parz.) id.; Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”, dove si legge il seguente testo: “324. – (Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e T. Beneventana, ecc..ecc…Dopo al sconfitta di Corradino ordinò a Ruggero di Sanseverino conte de Marsi di tosto farli arrestare, ma essi si salvarono con la fuga. Di che egli dolente fece diroccare le loro case e svellere le loro vigne e quei suoli e gli altri loro beni diede in amministrazione prima ad un certo Alduino e poi a Giovanni Gallina, i quali, essendosene impadroniti, ordina di rivendicarli.). Dat. ap. Turrim S. Herasmi prope Capuam, IV apr. (1279). (Reg. 33, f. 93).”. A p. 142, la Mazzoleni (…) postillava che il documento era tratto da Minieri-Riccio (…), ‘il Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò etc..’ che a p. 7 iportarta la trascrizione parziale del documento. Rileggendo il Minieri Riccio (…), edizione di Firenze del 1875, a p. 7 per l’anno 1279, il Minieri-Riccio (…), in proposito scriveva che: “Aprile 4 – Torre di S. Erasmo presso Capua – Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e Terra Beneventana ecc..ecc… Che dopo la sconfitta di Corradino egli ordinò a Ruggiero di Sanseverino Conte dè Marsi, di tosto farli arrestare, ma essi si salvarono con la fuga. Di che egli dolente fece diroccare le loro case e svellere le loro vigne e quei suoli e gli altri loro beni diede in amministrazione prima ad un certo Alduino e poi a Giovanni Gallina, i quali, essendosene impadroniti, ordina di rivendicarli (5).”. Minieri-Riccio (…), a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Reg. Ang. 1278-1279, H, n. 33, fol. 93.”che è il documento di cui la Jole Mazzoleni postillava essere stato tratto oltre che dal Minieri-Riccio, anche dal “Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”. Infatti, anche Angelo Bozza (…), sulla scorta del Minieri-Riccio (…), nel suo vol. I, a p. 368, per l’anno 1268 (dopo la morte di Corradino di Svevia) in proposito scriveva che: “Carlo I. premia i suoi Baroni, e fra gli altri, investe Guglielmo Visconte milanese del contado di Conza, e fra gli altri investe Simone di Monforte di quello della Padula, Guglielmo Galardo di Molpa e Camerota, Ruggiero da Sanseverino di quelli di Sanseverino e di Marsico.”. Riguardo i militi segnalati e puniti da Carlo I d’Angiò in quanto partigiani di Corradino di Svevia: Roberto de Bertanoni, Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Offizia della Terra di Tortorella. Sebbene dell’interessante episodio di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, l’Ebner scrivesse: “Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo”, effettivamente l’episodio non viene registrato negli ‘Annali’ dei diversi studiosi dell’epoca ma bisognerà continuare ad indagare l’interessante notizia.
Nel 1279-1280, il casale“casalis Libonatorum” è concesso a Rodolfo de Lotteris
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 741 parlando di ‘Vibonati’ scriveva che: “La prima sicura è dell’età angioina e riguarda la concessione a Rodolfo de Lotteris della metà del “casalis Libonatorum” (9).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Reg. 8, f 3 = vol. XXIII, p. 4, n. 10 – 1279-1280: (Fit mentio Rodulfi de Locteris (Rodolfo de Lotteris) mil. cui conceditur medietas casalis Libonatorum.”.
Nel 1284 (?), Francesco Sanseverino, conte di Lauria e di Cuccaro, concesse a Tommaso Monforte di Laurito il subfeudo di Torraca
Nutro dei dubbi sulla notizia dataci da uno storico locale che ha scritto di Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, nel 1270, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo sulla scorta della ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti), scriveva che Ruggero di Lauria appartenesse alla celebre famiglia dei Sanseverino. Il Mallamaci (…), a p. 32, in proposito scriveva che: “Nel 1270 il feudo passò nelle mani del nobile Francesco Sanseverino, conte di Lauria, che nel 1284 lo diede in subfeudo ai Laurito, in altre parole ad un certo Tommaso Monforte di Laurito. Tra questa famiglia, il personaggio più rappresentativo fu Ruggero di Lauria. Nato a Lauria il 17 gennaio 1245 e morto a Valencia, 1305, è stato uno dei più celebri ammiragli al servizio dei sovrani aragonesi. Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia, ecc…”. Dunque, in questo interessantissimo passo, il Mallamaci, a p. 32, poneva all’anno 1270 il subentro nella proprietà del feudo di Torraca a Francesco Sanseverino, Conte di Lauria e, scrive pure che questi nell’anno 1284 lo diede in ‘subfeudo’ a Tommaso Monforte di Laurito. Il Mallamaci scriveva pure che alla famiglia di Tommaso Monforte di Laurito apparteneva il celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria. Inoltre, sempre il Mallamaci, a p. 34 confermava questa notizia collegandola con la storia di Torraca e, parlando delle fortificazioni nel Golfo di Policastro ai tempi della Guerra del Vespro (1285-1302) e riferendosi al feudo di Torraca scriveva che: “Non si deve dimenticare che il feudo a cui apparteneva il castello, era in quel periodo di proprietà del già citato ammiraglio Ruggiero di Lauria della famiglia dei Sanseverino.”. Addirittura il Mallamaci afferma che Ruggero di Lauria sarebbe della famiglia dei Sanseverino. Non so dove abbia tratto il Mallamaci queste notizie su Torraca il quale non cita nessun riferiento bibliografico. Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1271, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Sulla figura di Ruggero di Lauria e del padre Riccardo, Conti di Lauria, ho parlato ivi e innanzi. In efetti, è molto probabile che il feudo di Torraca in epoca angioina facesse parte della Contea più vasta di Lauria che comprendeva diersi casali e possedimenti.Il feudo di Torraca, nei primi anni del 1200 doveva appartenere alla famiglia Lancia, da cui proveniva Ruggero di Lauria, infatti, il padre Riccardo di Lauria, Conte di Lauria, aveva sposato Isabella Lancia. Dunque, la madre di Ruggero di Lauria era una Lancia. La celebre famiglia dei Lancia possedette i feudi e le contee della nostra zona fino alla morte di Corradino e caddero in disgrazia con l’avvento della casata angioina. Nel 1270, in seguito la sconfitta di Manfredi di Svevia a Benevento, nel Regno di Napoli, subentrò il giovane Carlo I d’Angiò. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Ruggero Sanseverino, nel 1266 partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento contro Manfredi di Svevia e al fianco di Carlo I d’Angiò sconfisse Manfredi. Nel 1270 i Sanseverino, al tempo della dominazione Angioina divennero nuovamente potentissimi ed ebbero restituiti tutti i feudi che gli aveva confiscato Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio’. Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggero Sanseverino divenne plenipotenziario degli Angiò nel basso Cilento e Francesco Sanseverino, conte di Lauria e feudatario di Torraca e Laurito. Dunque, l’ipotesi del Mallamaci è ancora tutta da verificare ma ha del fondamento. Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1271, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Infatti, i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. Mi chiedo se fosse plausibile la notizia secondo cui il subfeudo di Torraca fosse passato da Francesco Sanseverino a Tommaso Monforte di Laurito nel 1284, ovvero 107 anni prima. Se le notizie contenute nei documenti “le pergamene di Laurito” pubblicate dalla Mazzoleni (…), fossero esatte, mi chiedo come fosse possibile che Biancuccia Mercadante di Torraca, fosse stata sposata a Tommaso di Monforte di Laurito 107 anni prima delle notizie che riguardavano i loro figli Antonello e Giovannella 107 anni dopo.
Nel 14 ottobre 1282, re Carlo I d’Angiò nominò Ruggero Sanseverino, capitano generale nella Basilicata e nel Principato
Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, parlando di Ruggero Sanseverino ai tempi di Carlo I d’Angiò, e sulla scorta del manoscritto di Nicolò Iamsilla (…), a pp. 133-134-135 scriveva che: “….e vi rimase come governatore fino al 14 ottobre 1282, in cui il re lo richiamò per avvalersene quale suo capitan generale nella Basilicata e nel Principato (2). Padre e figlio furono di grande giovamento agli Angioini nelle loro guerre, avendo Carlo II principe di Salerno affidata la custodia di questa città contro i ribelli a Ruggiero, ed al figliuolo di lui Tommaso il littorale da Salerno a Policastro (1, p. 135). Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, ivi, lib. 20°, pag. 134.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico napoletano”.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”.
Nel 28 luglio 1283, Carlo II d’Angiò, principe di Salerno acconsente al trasporto di derrate dal porto di Policastro
Di certo, la stessa notizia degli Almugaveri a Policastro, stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita da Carlo Carucci (…) e, dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dunque, i due studiosi, Natella e Peduto, sulla scorta del Carucci, riferivano la notizia del momentaneo stanziamento di soldati Almugaveri a Policastro, nell’anno 1287. Vediamo cosa dice il Carucci. Il Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…), a pp. 121, cita un documento del “XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi nei porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, per mare in piccole barche, a Nicotera per i bisogni dell’esercito. Non richieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrove.”. Il Carucci a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Così scriveva il Carucci (…), a p. 121, del vol. II.
Nel 1° maggio 1284, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno manda soldati a Taddeo di Firenze a Policastro
Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Di Luccia, scriveva che: “Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il secolo XIII e, al tempo degli Angioini, raggiunse un’importanza strategica e castrense notevolissima (Di Luccia, p. 8). Nel 1284, troviamo Policastro custodita dal milite e giudice Taddeo di Firenze, affiancato e coadiuvato da 65 soldati armati.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “In due carte quattrocentesche, dell’epoca della guerra del Vespro, si nota l’impotanza che gli Angioini annettevano a Policastro, il cui castello era stato trasferito dal feudatario alla R. Curia. Nel 1284, la città era custodita dal milite Taddeo di Firenze., al quale furono trasferiti altri 65 servienti armati.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”, che si vede ivi illustrato e tratto dal Carucci (…):


Nel 2 maggio 1284, Carlo II d’Angiò, principe di Salerno ordina istruzioni agli addetti della custodia delle Torri costiere del litorale dal Golfo di Policastro a Castellammare
Un documento del 2 maggio 1284, del Principe di Salerno, ci parla di Torri costiere costruite lungo le coste del Regno di Napoli, ed in particolare lungo le coste del basso Cilento, area di Policastro. Il documento del 1284, è uno dei primi documenti che attesta e dimostra che di torri costiere ve ne erano costruite ed esistenti sulla nostra costa già dall’epoca della guerra del Vespro. Il documento del 1284, fu pubblicato da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dal Carucci (…), vol. II, pp. 149-150, apprendiamo di un altro documento del 2 maggio 1284 “XLVI 1284, 2 maggio, Napoli”, tratto dal “Reg. ang. n. 45, fol. 85 b. L’11 maggio il principe manda gli stessi ordini a Ruggiero di Sangineto, giustiziere di Terra di Lavoro e del Molise (Reg. n. 49, fol. 150a).”, dove il principe di Salerno scrive al viceammiraglio della flotta del Regno di Sicilia Jacopo Bursone e impartisce istruzioni per le segnalazioni dalle torri marittime da farsi nel caso di passaggio di navi memiche. Il documento è ivi pubblicato innanzi. Infatti, il Carucci (…), nel vol. II, a pp. 149-150-151, pubblicando l’antico documento “XLVI 1284, 2 maggio, Napoli”, egli scrive che: “Il Principe di Salerno manda al giustiziere del Principato gli ordini riguardanti i segnali che si debbono fare dalle persone addette alla custodia delle torri del litorale da Policastro a Castellammare, per far conoscere il passaggio o lavvicinarsi di navi nemiche. Le università, cui spetta, debbono tenere d’ora innanzi custodi su torri o in altri luoghi, non lungi dal mare, di notte e di giorno. Ecc…ecc…”, come possiamo leggere nel documento:



(Figg…..) Policastro all’epoca Angioina, documenti tratti dal Carucci (…), pp. 149-150-151
Il Carucci (…), trae l’interessante documento dai Registri della Cancelleria Angioina, e a p. 150, per un altro simile documento postillava che: “Reg. ang. n. 45, fol. 85b. L’11 maggio il principe manda gli stessi ordini a Ruggiero di Sangineto, Giustiziere di Terra di Lavoro e del Molise (Reg. n. 49, fol. 150a)”, che attesta che dette torri costiere vi erano anche lungo la costa pugliese. Dal documento del 2 maggio 1284, possiamo trarre la notizia che all’epoca della guerra del Vespro, sulle nostre coste, da Policastro a Castellammare di Stabia, gli Angioini, ordinavano ai Giustizieri del Regno di Napoli (per il Principato Citra era Herberto de Aurelianeis), di fare delle segnalazioni nel caso di avvistamenti di navi o convogli nemici. Spiega come segnalare eventuali convogli di navi nemiche e dice che “i segnali che si debbono fare dalle persone addette alla custodia delle torri del litorale da Policastro a Castellammare”, attestando che vi erano delle persone addette e pagate per la custodia di torri costiere. Questo documento parla espressamente di torri costiere e gli ordini ed istruzioni vengono impartiti espressamente per i custodi delle Torri costiere: i Torrieri, uomini armati pagati per la custodia di queste piccole fortificazioni costruite lungo le coste del basso Cilento. Già precedentemente e sempre all’epoca della guerra del Vespro, gli Agioini, davano notevole importanza alle fortificazioni costiere.
Nel 10 Maggio 1284, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno ordina al giustiziere del Principato di recarsi a Policastro
Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Carlo Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…), a p. 145, pubblica un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Dunque, la notizia riferitaci dal Campagna (…), a p. 260, secondo cui il presidio o il Castello di Policastro, fu occucato dagli Almugaveri, non è la stessa che riporta il Carucci (…), a p. 121 e p. 145, ma è diversa, come abbiamo visto. Infatti, il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”:



NEL 1282-84, L’INVASIONE DELLA CALABRIA, BASILICATA E ALCUNI CENTRI DEL BASSO CILENTO
LE FONTI:
Riguardo le fonti dei Registri Angioini ricostruiti solo recentemente vorrei citare quanto scrive Adele Maresca Campagna (…), nella sua prefazione al testo “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, vol. XXXII. La Campagna a p. “Con questo volume si apprende la ricostruzione dei registri di Carlo II relativi alla III indizione (1289-90), riportati nel vol. XXX, dopo l’inserimento del ‘Formularium Curie Karoli secundi’, edito nel vol. XXXI. Fra i primi atti del re, rientrato a Napoli nel giugno 1289 e finalmente incoronato dal papa …..l’investitura di Carlo Martello, cui viene conferito il titolo di principe di Salerno e l’Onore di Monte Sant’Angelo, la creazione di 300 ecc….Nello stesso tempo il re nomina Roberto conte d’Artois, già “baiulo” nel periodo della sua prigionia, capitano generale del regno: per i meriti acquisiti sui campi di battaglia, “ob peritiam militatem” e per la sua conoscenza di uomini e cose. …..Carlo Martello è pure affiancato da una specie di consiglio di reggenza composto dal Vescovo di Capaccio, vice-cancelliere e guardasigilli, dal marescalco Anselmo di Chevreuse, da Ludovico de Mons, ecc…”. Inoltre, sempre riguardo le fonti storiche per il periodo della guerre del Vespro Sicilano, vi sono alcuni chronicon scritti da cronisti dell’epoca. E’ stato scritto sulla figura di Ruggiero di Lauria, ammiraglio della flotta Siculo-Aragonese di Pietro II d’Aragona prima e di Giacomo II d’Aragona re di Sicilia che ebbero un ruolo fondamentale nei fatti di cui mi occupo in questo mio saggio. I due studiosi Francesco Augurio Francesco e Silvana Musella (…), nella ‘Introduzione’ del loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo‘, pubblicato a Lauria con la prefazione dell’On. Gianni Pittella, in proposito a p. 17 scrivevano che: “Le cronache di autori francesi, catalani e “italiani”, scritte in latino medioevale, catalano volgare, possono essere suddivise in due gruppi, a seconda dell’adesione alla fazione guelfa, stretta attorno alla Chiesa e agli angioini, o a quella ghibellina, di matrice filoimperiale e perciò in naturale sintonia con gli interessi siculo-aragonesi. Al primo gruppo appartiene l’Historia del fiorentino Giovanni Villani (1276-1348) che ricoprì più volte tra il 1316 e il 1328 l’ufficio di priore, per nomina di Carlo I d’Angiò, allora signore di Firenze. Nella sua opera, ripresa in toto dalle cronache di Ricordano e Giacchetto Malaspini, al punto da far parlare il Muratori di plagio, si distinguono nettamente due parti……ecc..ecc…Ancora più schierato sembra essere Saba Malaspina, probabilmente parente dei precedenti Malaspini, del quale sono incerte sia l’origine sia la cronologia. Per sua stessa ammissione fu scrittore pontificio al tempo di papa Martino IV, e decano della chiesa di mileto. La sua cronaca intitolata Rerum Sicularum Historia, databile tra il 1284 e il 1285, riferisce gli eventi compresi tra la morte dell’imperatore Federico II di Svevia e la morte di Carlo I d’Angiò (1285), parteggiando per la fazione guelfa ecc….Di un’altra veridicità sono i cronisti di parte opposta che rappresentano i più autorevoli riferimenti per lo studio del periodo storico in esame. Il messinese Bartolomeo di Nicastro, giurista, magistrato ecc…, nel 1286 ambasciatore di Giacomo II presso papa Onorio IV, ecc…redigere in lingua latina, prima in versi, poi in prosa, l’Historia Sicula, cronaca che riporta gli eventi compresi tra la morte dell’imperatore Federico II e il 1293. Il Nicastro, ecc…Niccolò Speciale, definito dall’Amari “uomo di alto stato e di molte lettere”, ambasciatore nel 1334 di re Federico III d’Aragona presso papa Benedetto XII, è autore anch’egli di una Historia sicula…..Lo stesso metro seguono due altri contemporanei che, pur essendo di origine catalana, furono organici alla storia di Sicilia. Il primo è Raimondo Muntaner, nativo di Peralada (1265 o 1275), milite al servizio di re aragonesi Pietro III, Giacomo II e Federico III, il quale tornato vecchio in patria, si dedicò alla stesura della Cronaca. Ben altra gravità si rileva in Bernardo d’Esclot che, ecc…La sua Cronaca, terminata con la morte di Pietro III nel 1285, è fondamentalmente la prima testimonianza della mira aragonese sul mondo mediterraneo. Ecc…..Per quel che concerne le fonti archivistiche italiane, sono stati consultati i volumi dei registri della cancelleria angioina e i repertori seicenteschi della stessa conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, relativi agli anni di cui non è stata effettuata la ricostruzione dopo la distruzione degli originali avvenuta durante l’ultimo conflitto mondiale. Di pari importanza è da considerar lo studio dei documenti conservati nell’Archivio della Corona d’Aragona, pubblicati in varie raccolte. Tra queste ricordiamo i volumi del Carini, Archivi e biblioteche di Spagna e i documenti diplomatici pubblicati nella collana Documenti per servire alla storia di Sicilia, a cura della Società siciliana per la storia patria., riportati nella bibliografia finale.”. Nei pochi documenti tratti dall’ormai perduta Cancelleria angioina, pubblicati da Michele Amari (…) e poi in seguito da Carlo Carucci, troviamo tracce di questo periodo storico. Michele Amari, utilizza spesso la cronistoria di Bartolomeo da Neocastro (…), i cui fatti narrati nella sua “Historia Sicula” ricorrono spesso nella narrazione dell’Amari. Bartolomeo di Neocastro, o Bartholomaeus de Neocastro è stato un cronista medievale, fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino Historia Sicula. Lo si ritiene nato nella prima metà del Duecento da una famiglia probabilmente originaria di Nicastro e quindi di provenienza calabrese. Si sa che era un giureconsulto messinese, che esercitò inizialmente funzioni giuridiche, prima di assumere incarichi burocratici di primo piano nella corte aragonese: nel 1286, ad esempio, fu inviato da Giacomo II° d’Aragona in missione diplomatica presso Onorio IV. Proprio tali notizie rivelano il valore della sua figura come testimone diretto e ravvicinato degli eventi narrati, dei quali fu in qualche caso spettatore dall’interno. Fu autore di una Historia Sicula dal 1250 al 1293, redatta in prosa latina. ll filo narrativo seguito dall’autore prende le mosse dalla morte di Federico II Imperatore (nel 1250) e si spinge fino all’estate del 1293, con la descrizione di un’ambasceria siciliana a Giacomo II d’Aragona, sbarcata a Barcellona il 3 luglio di quell’anno. Dunque, la narrazione del cronista Bartolomeo da Neocastro dovrebbe comprendere anche gli anni del 1287 e 1288 in cui alcuni nostri paesi furono occupati dagli Almugaveri. Molte notizie di quel periodo storico e della guerra del Vespro ci pervengono dalla cronistoria di Bartolomeo di Neocastro. Michele Amari (…) a p. 604 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Tutte queste fazioni con poco divario leggonsi in Bartolomeo de Neocastro, cap. 82 – Sala Malaspina, cont. p. 415 e 417.”. L’Amari si riferiva al chronicon di Bartolomeo de Neocastro pubblicato integralmente da Giuseppe del Re (…), nel suo Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia’. Le gesta dei due, di Giacomo e di Ruggiero, sono descritti in due cronache. Nella cronaca di Bernardo d’Esclot e la cronaca di Ramon Muntaner, due cronache tradotte e pubblicate da Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Augurio e Musella (…), proseguendo il loro racconto nel capitolo V “Da Malta a Napoli”, a p. 63 in proposito scrivevano che: “Ai primi di giugno del 1284, tirate le ancore e issate le vele, si fece rotta verso Napoli. Ruggiero di Lauria si preparava a combattere una delle più importanti battaglie navali della storia. Lungo la risalita costa costa, l’Ammiraglio non disdegnò di compiere piccole incursioni a terra. Giunto a Scalea, riuscì ad appropriarsi di quattro navi e di alcune tarìde che caricavano legname diretto a Napoli. Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Bernat Desclot (o d’Esclot, italianizzato in Bernardo; … – …) è stato un cronista catalano del XIII secolo. Fu autore dell’importante opera Llibre del rei en Pere e dels seus antecessors passats, in lingua catalana, meglio conosciuta come Crònica de Bernat Desclot, stampata per la prima volta nel 1616 e facente parte del corpus delle quattro Grandi cronache catalane. La sua cronaca incomincia nel 1207 e termina nel 1285, trattenendosi più diffusamente sull’epoca al di Pietro III d’Aragona (1276-1285): discorre, in particolare, sul vespro siciliano (come la cronaca di Ramon Muntaner), delle gloriose imprese dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, della prigionia del principe di Salerno, Carlo lo Zoppo (futuro re Carlo II d’Angiò), figlio di Carlo I d’Angiò.
Nel 1282, le forze Siculo-aragonesi (almugaveri) di Pietro III d’Aragona e Ruggiero di Lauria contro Carlo I d’Angiò
Quando Pietro III d’Aragona mosse guerra a Carlo I d’Angiò dopo il Vespri Siciliani del 30 marzo 1282 per ottenere il possesso di Napoli e della Sicilia, gli almogàver formarono l’elemento più efficace del suo esercito. La loro disciplina e ferocia, la forza con cui lanciavano i loro giavellotti e la loro attività li rese formidabili contro la cavalleria pesante dell’esercito angioino. Combattevano contro la cavalleria attaccando prima i cavalli invece dei cavalieri. Una volta che il cavaliere era a terra, era una facile vittima per gli almogàver. Con il termine catalano di Almogàver (aragonese: Almogabar, spagnolo: Almogávar, dall’arabo: al-Mugavari) si indica un gruppo di soldati della Corona d’Aragona, famosi durante la reconquista cristiana della Penisola Iberica. In italiano furono variamente chiamati come almogaveri, almogavari, mugaveri, mogaveri o almogravi. In questo particolare periodo storico, gli anni 1286 fino al 1293, si inserisce inoltre un altro personaggio che apparteneva alla casata dei spagnoli Aragonesi di Sicilia. Giacomo d’Aragona, detto il Giusto è stato Re Giacomo II di Aragona, di Valencia e Conte di Barcellona (1291–1327). Dal 1285 al 1296 fu anche re di Sicilia come Giacomo I. Dal 1291 al 1298 governò il regno di Maiorca, mentre fu Re di Sardegna dal 1297 al 1327. Alla morte del padre, nel novembre del 1285, il secondogenito, Giacomo il Giusto gli successe sul trono di Sicilia come Giacomo I, mentre, in quanto figlio maggiore, Alfonso III gli successe sul trono di Aragona e di Valencia e nelle contee catalane. Il regno di Sicilia per la verità si era diviso in due regni, quello di Napoli, sul continente e quello di Sicilia, che poi diverrà di Trinacria, sull’isola, ed era in stato di guerra permanente; Giacomo, raggiunta la Sicilia dove già si trovava la madre, Costanza, che la governava per conto del marito Pietro, aveva ricevuto in aiuto dal fratello, Alfonso, la flotta del Regno di Sicilia, al comando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, per cui aveva la superiorità assoluta in campo marittimo, infatti il 23 giugno del 1287, Lauria aveva sconfitto la flotta napoletana, a Castellammare, impadronendosi di 42 galere, mentre lo stesso giorno Giacomo aveva sventato un attacco contro Augusta. In un altro mio saggio mi sono occupato delle forse Siculo-aragonesi e turbe di Almugaveri che, a soldo di Pietro d’Aragona e poi di Giacomo, occuparono parte della Basilicata e della valle del Tanagro. In particolare si parlava di Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (49), postillava che: “(49) Nel 1289 a Gaeta, tra Carlo II e D. Giacomo d’Aragona fino a Ognissanti del 1291.”. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (50), postillava che: “(50) Comparvero per la prima volta in Aragona nel XIII secolo: soldati di fanteria leggera abilissimi nelle armi da lancio contro la cavalleria. Scorridori (il termine arabo passò poi nella lingia spagnola) feroci lasciarono tristi ricordi nella popolazione del Cilento, dove infierirono a volte con inumana crudeltà. Le compagnie originarie erano costituite da aragonesi, navarresi, majorchini, guasconi, soprattutto da catalani, agli ordini di rispettivi “adil” (= giuda) cui ano sottoposti con ferrea disciplina.”. Pietro Ebner (…), ci raccontava del periodo in cui, quando Pietro III d’Aragona mosse guerra a Carlo I d’Angiò dopo il Vespri Siciliani del 30 marzo 1282 per ottenere il possesso di Napoli e della Sicilia, gli almogàver formarono l’elemento più efficace del suo esercito. La loro disciplina e ferocia, la forza con cui lanciavano i loro giavellotti e la loro attività li rese formidabili contro la cavalleria pesante dell’esercito angioino. Combattevano contro la cavalleria attaccando prima i cavalli invece dei cavalieri. Una volta che il cavaliere era a terra, era una facile vittima per gli almogàver. Con il termine catalano di Almogàver (aragonese: Almogabar, spagnolo: Almogávar, dall’arabo: al-Mugavari) si indica un gruppo di soldati della Corona d’Aragona, famosi durante la reconquista cristiana della Penisola Iberica. In italiano furono variamente chiamati come almogaveri, almogavari, mugaveri, mogaveri o almogravi.
Nel 1284, RUGGERO DI LAURIA, ammiraglio della flotta Siculo-Aragonese
Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa la resistenza di alcuni feudatari delle nostre terre che pattegiarono per gli ultimi regnanti della casa Sveva. Alla dominazione Normanna fece seguito la dominazione Sveva e poi subentrarono gli Angioini di Carlo I d’Angiò che sconfisse Manfredi a Benevento nell’anno 1266. Per la storia delle nostre terre nel periodo della terribile guerra del Vespro, la guera tra gli Angioini e gli Aragonesi, può rivelarsi utile indagare su un personaggio che ebbe un ruolo non secondario in quegli anni: Ruggiero di Lauria. Nel corso dello scoppio degli eventi bellici che determinarono la Guerra dei Vespri Siciliani, la guerra che si tenne verso la fine del XIII secolo tra i francesi Angioini e gli spagnoli Aragonesi del Regno di Sicilia per la conquista del Regno di Napoli, un dei personaggi di maggior rilievo fu proprio Ruggero di Lauria, un uomo delle nostre terre. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà e della nobile famiglia dei de Cloira o Loria, nella sua nota (9) postillava che: “(9) La famiglia aveva tratto il predicato dal feudo di Lauria. Divenne di Loria con l’uso umanistico di latinizzare nomi, cognomi e predicati. Pare che fosse di origine normanna, messasi alle dipendenze del Principato di Salerno. Venne identificata con i De Cloirat di Normandia. Ebbe feudi che andavano da Lagonegro a Lauria, e fin sulle coste del Golfo di Policastro. Il rappresentante più illustre fu Ruggiero di Lauria, 1245-1304, eroico ammiraglio al servizio di Pietro III d’Aragona. Come già scritto, Riccardo di Lauria, figlio dell’Ammiraglio, aveva sposato Pippa Sambiasi, figlia di Ruggiero e Costanza Isabella Sangineto, signore di Majerà. Con Vittoria e Geronimo la famiglia decadde, “non possedendo altro, che la Terra di Majerà”, Vanni, op. cit.”. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. La notizia che, nel ‘400, il feudo di Torraca (comprese le terre ed il porto di Sapri), fossero assoggettate alla Baronia di Lauria dei Sanseverino, riguarda anche Tortorella e Casaletto Spartano. Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Anche in virtù dei possedimenti terrieri in Calabria, si racconta che Ruggiero fosse in realtà nato nel castello normanno o nel palazzotto d’Episcopio di Scalea, anziché a Lauria, così come risulterebbe anche da un documento in latino conservato, ma mai trovato, negli archivi della Corona d’Aragona (a Barcellona), che lo stesso Ruggiero avrebbe inviato personalmente al re Giacomo II («Así consta de una carta Latina que se conserva en el Archivio Real de la Corona de Aragón, escrita por Roger al Rey Don Jayme II»). Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.“. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Rugero di Lauria, dicono gli Annali di Aragona nel libro III, Cap. 81, p. 203, venne nella Spagna con D.a Bella sua madre insieme a D.a Costanza presso la quale stava di servizio. Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266). Fu Rugero Ammiraglio valoroso. Ecc…”. Il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri‘, pubblicato nel 1914, a p. 5, parlando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, in proposito scriveva che: “Il Maurolio, scrittore di cose Siciliane, l’appella pur esso Calabrese, ed aggiunge: “Cui galli patrem unterfecerunt.” (1). Ma quello che precisa la patria dell’illustre uomo, facendone di proposito minuta biografia, è lo storico Spaguolo Girolamo Zurita. Questi, nell’opera che ha per titolo: “Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49, che avuto l’incarico Rugero di Lauria di portarsi nella Basilicata per sollevarla contro il dominio di Carlo d’Angiò, ed a prò di Pietro d’Aragona venne anche in Lauria, e giunto in questo paese, dice chiaramente l’autore, d’esser stato dè suoi predecessori, cioè i suoi antenati vi avevano un dominio, un possesso. Ecco le sue testuali parole: “ecc..ecc..”. Sempre il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, scriveva che negli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Rugero di Lauria, dicono gli Annali di Aragona nel libro III, Cap. 81, p. 203, venne nella Spagna con D.a Bella sua madre insieme a D.a Costanza presso la quale stava di servizio. Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266). Fu Rugero Ammiraglio valoroso. Ecc…”. Il sacerdote Nicola Palmieri (…), a p. 10 cita Vincenzo Lomonaco (…), ovvero il suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858. Il Palmieri, a p. 10 in proposito sciveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna….Se dunque il padre di Ruggiero, che si chiamava Riccardo, aveva il cognome di de Cloira, Ruggiero figlio a Riccardo Barone e giustiziere della Basilicata, doveva avere come al padre il Cognome di de Cloira.”. Il Palmieri (…), a p. 10, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le notizie di cui fa cenno il Sig. Lomonaco furono rilevate dal grande Arch. di Napoli dal suo amico Minieri Riccio, solerte cultore di patria antichità.”. Il testo citato dal Palmieri nella sua nota (1) si riferisce agli Archivi Angioini pubblicati dal Minieri Riccio (…) e poi ricostruiti dalla Jole Mazzoleni (…). Dunque, secondo il Lomonaco (…), dopo la morte di Riccardo di Lauria, nel 12 aprile 1301, i due suoi figli Ruggiero e Riccardo di Lauria, si divisero i beni ed i feudi e a Ruggiero di Lauria, l’ammiraglio, andarono i possedimenti di Lauria. E’ per questo motivo che secondo il Palmieri (…), il predicato di Lauria venne aggiunto al nome di Ruggiero. Dunque, secondo il Palmieri (…), sulla scorta dello Zurita (…), Ruggero di Lauria era figlio di “Donna Bella” (Isabella) Lancia che era al servizio (nutrice) di Costanza di Hoenstaufen. Isabella Lancia, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia. Dall’unione di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero), con Federico II di Svevia, nacque Manfredi di Svevia. Dunque, Ruggiero di Lauria e re Manfredi di Svevia erano cugini. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. Dunque, il nesso che legava la famiglia di Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, ai Lancia, nobile e potente famiglia al servizio della famiglia Sveva. Riccardo di Lauria, sposò in seconde nozze Isabella (“Donna Bella”) Lancia, sorella di Bianca Lancia, che come vedremo sarà l’ultima amante prima e sposa dopo di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacque Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia. E’ per questo motivo che, sebbene a Riccardo di Lauria, in seguito alla ‘Congiura di Capaccio’, Federico II di Svevia aveva tolto i possedimenti di Lauria e in Calabria, poi in seguito furono riacquistati e restituiti per la parentela che Riccardo di Lauria aveva con l’ultima moglie (o solo amante) di Federico II di Svevia. Bianca Lancia era nipote di Isabella (Donna Bella) Lancia, che in seconde nozze aveva sposato Riccardo di Lauria, conte di Lauria e padre di Ruggiero di Lauria. Di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero di Lauria) e sposa di Riccardo di Lauria), il genealogista seicentesco Filadelfo Mugnos e il Pirri, la vorrebbero figlia di Corrado Lancia dei Duchi di Baviera, Conte di Fondi, grande figura della storia medioevale europea e sorella di Galvano Lancia, Signore di Brolo e Barone di Longi, Capostipite di tutti i Lanza di Sicilia. Forse il suo vero nome era Beatrice. Bianca Lancia, o Lanza, meglio Bianca d’Agliano (Arce ?, 1210 circa – poco dopo il 1250 ?), è stata l’ultima moglie dell’imperatore Federico II di Svevia, che egli sposò “in articulo mortis”. Dalla loro relazione nacquero tre figli, tra cui Manfredi. Sono frutto di ipotesi congetturali sia il nome Bianca sia la verosimile appartenenza ai Lancia. A partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero: Costanza (1230-1307) e Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266). Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Infatti, di Manfredi leggiamo su Wikipidia che: “Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia. Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino di Svevia dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258.”. Nel 1266, la dinastia Sveva viveva momenti difficili culminati, due anni più tardi, nella decapitazione del sedicenne sovrano Corradino di Svevia per volontà di Carlo I d’Angiò. Ruggiero si rifugiò a Barcellona con altri esuli siciliani vivendo con la madre Bella alla corte della regina Costanza, consorte dell’infante di Spagna e futuro re d’Aragona Pietro III, nonché figlia di Manfredi e cugina di Corradino. Fu armato cavaliere dall’infante Pietro insieme a Corrado I Lancia, di cui fu compagno di imprese e in seguito cognato. Ruggero servì i re d’Aragona Pietro III e Giacomo I (rispettivamente re di Sicilia coi nomi di Pietro I e Giacomo I) e il re di Sicilia Federico III, riportando numerose vittorie contro le flotte degli Angioini. Nel 1282 fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri Siciliani. Nel 1282 fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri Siciliani. Ruggiero di Lauria (Lauria o Scalea, 17 gennaio 1250 – Cocentaina, 19 gennaio 1305) fu un ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: “Quattro anni dopo la strage di Capaccio, nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo. Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figliuolo di lui che lo elevò ai più alti onori. Ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca’: Giannone, lib. 18, pag. 581.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Parte 2°, discorso 3°, pag. 261.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca pub. da Gius. Del Re’, p. 117.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell'”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a pp. 206-207-208 scriveva che: “In seguito, morto Re Pietro, e sorte gravi sciagure fra i figli di lui Giacomo e Federico, Ruggiero parteggiò pel primo, che aveva assunto il trono dello stesso Re Giacomo, (e ciò rileviamo per eliminare ogni traccia di tradimento o fellonia) Ammiraglio della flotta franco-napolitana. Si trovò così egli a prestare l’opera sua a prò degli Angioini contro Federico nominato Re di Trinacria, e lo sconfisse in un combattimento navale al Capo Orlando, onde Re Carlo II d’Angiò – scrive il Giannone nel libro XXI, Cap. III, – “gli restituì non solo tutte le terre antiche sue “Calabria, in Basilicata ed in Principato, ma gliene donò molte “altre”. Fra tali feudi spettanti all’Ammiraglio Ruggiero, vanno ricordati Lauria, Lagonegro, Laino, Castelluccio, Maratea, Rivello, Rotonda, S. Chirico Raparo, Tortora, Tortorella ed altri, come rilevasi da Pietro Vincenti nel ‘Teatro dei Protonotari del Regno’. Così ebbe principio presso di noi, da sì alto personaggio nel 1297 – senza tener conto del periodo anteriore più oscuro ed ignorato – la serie dei Feudatari, e se si tien conto di tanto stipite, ecc..ecc…..”. Il 4 luglio 1299, a capo di un’armata angioina composta di settanta galee — trenta delle quali inviate da Giacomo II dalla Catalogna per far fronte agli impegni presi con il papa Bonifacio VIII quattro anni prima nel Trattato di Anagni — sconfisse i siciliani nella battaglia di Capo d’Orlando. Nello scontro seimila uomini della flotta avversaria morirono o caddero prigionieri, ma Federico sfuggì alla cattura. La storiografia ritiene verosimile che la fuga del sovrano fosse stata permessa o agevolata da Giacomo e dallo stesso Ruggiero che, nonostante fossero suoi nemici in battaglia, conservavano tuttora legami affettivi, sia di parentela che di pregressa fedeltà. Il 14 giugno 1300, nella battaglia di Ponza, Ruggiero sconfisse la flotta di Federico III, catturando il sovrano e Palmiero Abate. Il re riuscì nuovamente a fuggire, mentre Palmiero morì in prigionia. Il 31 agosto 1302, con la pace di Caltabellotta che chiudeva la lunga guerra del Vespro, Ruggiero fece atto di sottomissione a Federico di Sicilia il quale, a seguito di ciò, gli rese i possedimenti confiscati.
Nel 1283-84, le forze Siculo-aragonesi di Pietro III d’Aragona e Ruggiero di Lauria contro Carlo I d’Angiò
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate scriveva che: “Da una lettera (12) del 5 settembre del 1283 si apprende che gli almugaveri si erano spinti sino ai confini tra Basilicata e Principato saccheggiando le terre di Riccardo di Chiaromonte. Pertanto il principe Carlo ordinava al giustiziere delle due provincie di raccogliere armati e respingere “infideles Almugavari”.”. Dunque, l’Ebner (…), segnala che secondo i documenti angioini esistenti nell’Archivio di Stato di Napoli, poi andati persi nel rogo del 1943 ma pubblicati da Carlo Carucci (…), ed in particolare secondo la lettera del 5 settembre dell’anno 1283, si apprende che: “….gli almugaveri si erano spinti sino ai confini tra Basilicata e Principato saccheggiando le terre di Riccardo di Chiaromonte.”. Ebner, nel vol. I, a p. 658 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Reg. ang. 45 f 50 t Brindisi = Carucci, II, p. 126, n. 17.”. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II “La guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato” a pp. 125-126, pubblicò il documento n. 17, tratto dalla cancelleria angioina. Il Carucci in proposito a questo documento n. 17, datato 5 settembre 1283 scriveva che: “XVII. 1283, 5 settembre, Brindisi. Il principe Carlo, avendo saputo che gl’infedeli Almugaveri si erano spinti, come predoni, saccheggiando, fino alle terre del nobile Riccardo di Chiaromonte, site fra i confini delle provincie di Basilicata e di Principato, ordina ai giustizieri di quelle due provincie di raccogliere gente armata, a piedi e a cavallo, nelle terre vicine a quelle di detto RIccardo, accorrere personalmente ai luoghi invasi e difenderli con forza ed energia.”. Il Carucci a p. 125, postillava: “Reg, ang. n. 45, fol. 50b.”. Ebner postillava di Carlo Carucci (…) e si riferiva anche ad altri documenti (gli stessi) pubblicati nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano“, pubblicato in A.S.C.L. (….) e, dove a pp. 8-9 pubblicò questo documento citato da Ebner:

Riguardo i guerriglieri Almugaveri, lo storico Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’, pubblicato nel 1926, sulla scorta di Minieri-Riccio (…) che a p. 12 del suo ‘Diario Angioino’, aveva pubblicato nel 1800 diversi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, a p. 441, cita il documento: del “26 Sabato”, “Febbraio Indizione 12°”, dell’anno 1277, e, così scriveva che: “26 Sabato. Il Principe ordina a tutti i Giustizieri del Regno che tanto nelle torri che in tutti i luoghi marittimi si facciano i fari per potere avvisare l’approssimarsi del nemico e dei ribelli, avendo saputo che i Siculi-Aragonesi con gran numero di vascelli si preparavano a passare contro il continente (38).”. Il Minieri-Riccio (…), a p……, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Reg. Ang. 1284, riassunto dal De Lellis, ivi fol. 93 t.”. Il Pasanisi (…), riguardo questo documento si rifaceva anche al testo del De Lellis (…). Nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Ecc..”. Dunque, il Cataldo (…), parlando del castello di Policastro, cita quel periodo storico in cui vie era una furibonda guerra tra la casata francese degli Angiò e gli spagnoli di Pietro d’Aragona per il possesso del Regno di Napoli. I fatti di cui ci occupiamo risalgono al 1287 quando da poco era salito al trono Carlo II° d’Angiò, detto lo Zoppo e, suo figlio primogenito Carlo Martello d’Angiò, era stato nominato Principe di Salerno nel …….che minorenne restò sotto la tutela del conte d’Artois fino alla maggiore età, come scriveva Pietro Ebner (…), nel suo vol. I, a p. 658 del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” : “Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), ecc..”.
Nel 1284, re Carlo I d’Angiò nominò Ruggero II Sanseverino
Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (118) postillava che: “(118) Nel 1284 Carlo I d’Angiò nominò Ruggiero II Sanseverino (figlio di Tommaso), conte di Marsico e barone di Cilento, comandante generale delle operazioni belliche nel ‘Principato’. Insieme al figlio Tommaso II provvide alla costituzione dei ‘castra’ e alla richiesta al re di esonero dalle tasse per le martoriate popolazioni delle due Valli.”.
Nel 1284, gli almugaveri di Giacomo II di Aragona (futuro re di Trinacria poi Sicilia) e Ruggiero di Lauria e l’invasione della Calabria, Basilicata e parte del Cilento
Augurio e Musella (…), proseguendo il loro racconto nel capitolo V “Da Malta a Napoli”, a p. 63 in proposito scrivevano che: “Ai primi di giugno del 1284, tirate le ancore e issate le vele, si fece rotta verso Napoli. Ruggiero di Lauria si preparava a combattere una delle più importanti battaglie navali della storia. Lungo la risalita costa costa, l’Ammiraglio non disdegnò di compiere piccole incursioni a terra. Giunto a Scalea, riuscì ad appropriarsi di quattro navi e di alcune tarìde che caricavano legname diretto a Napoli. Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri‘, pubblicato nel 1914, a p. 5, parlando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, in proposito scriveva che: “Il Maurolio, scrittore di cose Siciliane, l’appella pur esso Calabrese, ed aggiunge: “Cui galli patrem unterfecerunt.” (1). Ma quello che precisa la patria dell’illustre uomo, facendone di proposito minuta biografia, è lo storico Spaguolo Girolamo Zurita. Questi, nell’opera che ha per titolo: “Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49, che avuto l’incarico Rugero di Lauria di portarsi nella Basilicata per sollevarla contro il dominio di Carlo d’Angiò, ed a prò di Pietro d’Aragona venne anche in Lauria, e giunto in questo paese, dice chiaramente l’autore, d’esser stato dè suoi predecessori, cioè i suoi antenati vi avevano un dominio, un possesso. Ecco le sue testuali parole: “ecc..ecc..”. Sempre il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, scriveva che negli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Rugero di Lauria, dicono gli Annali di Aragona nel libro III, Cap. 81, p. 203, venne nella Spagna con D.a Bella sua madre insieme a D.a Costanza presso la quale stava di servizio. Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266). Fu Rugero Ammiraglio valoroso. Ecc…”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati‘, pubblicato nel 2001, a pp. 51-52-53, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “….è questo il periodo della cosiddetta Guerra del Vespro, duro per tutto il Regno, durissimo per Morigerati che viene a trovarsi a ridosso della linea di guerra, soggetta ad aggressioni lampo, a violenze di ogni genere, ecc…ecc…E’ questo il periodo che allontana Morigerati dall’abazia italo-greca di Rofrano….Il difensore per eccellenza fu Tommaso Sanseverino, responsabile della costa del Golfo, aiutato dagli abitanti delle campagne che nel luglio del 1283 scesero a difenderla da un attacco (10) dagli Aragonesi via mare. Gli Angioini non contenti del comportamento del capitano di Policastro Oddone di Brindisi, evocano il castello alla Regia Curia (11): questa era responsabile direttamente anche di tutta la costa per la larghezza di un tiro di balestra, cioè una fascia di circa 150 metri. La stessa Curia invia Pietro pilet (4 marzo 1284) Vicario del Principato per meglio vigilare sul castello e terre circostanti, unitamente a 50 stipendiari (truppe pagate) al comando di Rimbaldo de Alemannia, proprio per la presenza di bande nemiche in zona. Nuovo cambio, viene inviato il giudice Taddeo di Firenze, il primo maggio dello stesso anno per vigilare sulle terre prossime a Policastro (12). Accorre anche Tommaso Sanseverino e il 10 maggio altri armati. Si temono soprattutto le bande degli almugaveri, truppe irregolari che gli spagnoli ingaggiavano purchè facevano i lavori più pericolosi; questi ‘guerriglieri’ erano di fede musulmana, il loro obiettivo era la predazione più che l’occupazione vera e propria, essendo abilissimi scorridori. Grazie agli sforzi congiunti queste bande furono, per il momento respinte. Due anni dopo, il 24 maggio 1286 altro responsabile per la zona di Policastro nella persona di Erberto de Aurelianis che poteva prendere possesso anche delle saline, se erano ancora esistenti. Costui era un esperto di difese e lo troviamo signore in altre fortificazioni, a seconda delle esigenze. Ecc..”. Il Gentile (…), a pp. 58-59, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Carucci C., La Guera del Vespro nella frontiera del Principato, Subiaco, 1934, pag. 120. Per Policastro usata come deposito di viveri o armi vedi pag. 121, 249, 291, 304, 330, 331.”. Alla nota del Gentile che trae le notizie dal Carucci, aggiungo che egli si riferiva al vol. II del testo di Carlo Carucci (12), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il Gentile (…), a pp. 58-59, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Cit., pag. 135.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Cit., pag. 145.”. Nella sua nota (10) il Gentile si riferisce al testo di Carlo Carucci (…), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Dunque, il Gentile nella sua nota postillava di Carucci (….), vol. II, pp. 120, 121, 249, 291, 304, 330, 331 e nella sua nota (11) postillava che: “(11) Cit., pag. 135.”. Anche Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “….negli anni della disastrosa Guerra del Vespro (1282-1302) conbattuta fra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia, ‘Casolla’ dovette costituire uno dei ‘castra’ (fortezze) della seconda linea difensiva interna insieme con Torraca, Tortorella, Rocca Gloriosa e Torre Orsaia (117). Le due Valli del Bussento e del Mingardo, infatti, che in ‘Policastrum’ avevano la loro porta d’ingresso, furono costellate di ‘castra’ per la difesa contro la soldataglia degli Almugàveri assoldata dagli Aragonesi (118). E se alla foce del Bussento il ‘castrum Policastri’ era il più difeso anche con il concorso di quelli meglio attrezzati dell’interno (‘castrum Policastri debet reparari per homines Turturelle….Sanse…Turrace…Rofrani)(119) e dalle sorgenti dei due importanti corsi d’acqua erano attivi quelli di ‘Roffrànum’ (120) e di ‘Sansa’ (121) (che costituivano la terza linea), allora anche il ‘castrum Caselle’ nel medio corso dovette ricoprire qualche importanza e patire le misere condizioni di guerra, tanto da essere esonerato più volte dal pagamento delle imposte: ‘satis est notorium quod ex presentis guerre discrimine pars regni multa dispèndia subiit….dapna pergràvia deploràvit….itaque statuimus terras et loca ipsa eximendas a solutione presentis collecte…Nomina terràrum et locòrum sunt hec: Padula, Sansa, Rufranum, Caselle, Policastrum (122). L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), el suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Carlo Carucci (…), nel lontano 1932, pubblicò un suo interessante saggio dal titolo ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘ (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II, 1932), pp. 1-7, dove egli, oltre a parlarci delle operazioni militari di Carlo II d’Angiò contro gli Aragonesi nella guerra detta del “Vespro Sciliano” fornisce pure una serie di documenti che poi in seguito pubblicherà anche sulla sua opera ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, in tre corposi volumi dove pubblicò moltissimi documenti tratti dagli Archivi Angioini nell’Archivio di Stato di Napoli non ancora distrutti nel rogo di San Paolo Belsito. Carlo Carucci (…), nel 1932, nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II), a pp. 4-5 in proposito scriveva che: “Ora, a tal proposito, molti documenti dell’Archivio di Stato di Napoli ci fan conoscere che, stando ancora a Reggio, Carlo d’Angiò intuì che i Siculi-aragonesi, avrebbero presto invasa la Calabria, ed infatti già delle bande, dette Almugaveri, avevano fatto qua e la degli sbarchi, e mandò ordini precisi a tutte le terre del Principato e della Calabria perchè si mettessero in stato di difesa. I maggiori preparativi egli opportunamente tenne che si dovessero fare……..e sul Golfo di Policastro, donde era possibile risalire a Nord, penetrare nella Basilicata o risalire l’impervio Cilento, ed uscire alla valle pestana. Organizzò quindi in quei due punti importanti linee di difesa. La prima, ….La seconda linea di difesa, sul Golfo di Policastro, fu affidata a Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggiero, conte di Marsico. E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Dunque, anche Carlo Carucci scriveva che “E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”. Carlo Carucci (…), a p. 145, pubblicò un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Di certo, le notizie degli Almugaveri a Policastro, stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro fu riferita da Carlo Carucci (…) e, dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino, a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.“. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dunque, i due studiosi, Natella e Peduto, sulla scorta del Carucci, riferivano la notizia del momentaneo stanziamento di soldati Almugaveri a Policastro, nell’anno 1287. Carlo Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…), a pp. 121, cita un documento del XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi nei porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, per mare in piccole barche, a Nicotera per i bisogni dell’esercito. Non richieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrove.”. Il Carucci a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Sempre il Carucci (…), a p. 145, pubblica un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemic e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Pietro Ebner (…), nel suo, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Roma , 1973, a pp. 120-121 e s. parla delle operazioni militari della Guerra del Vespro ed in proposito scriveva che: “La dura dominazione instaurata da Carlo d’Angiò determinò un malcontento che si diffuse ovunque nel regno. La nobiltà siciliana invitò subito Pietro III d’Argona alla cui corte si erano rifugiati Ruggiero di Lauria e il grande medico Giovanni da Procida, ad affrettarsi a liberarla dalla “schiavitù” di Carlo d’Angiò, che aveva tiranneggiato l’Isola, ecc…Sperarono nella libertà la Calabria (42), l’intero Principato con il Cilento, dove non mancarono riflessi della rivolta siciliana con significativi episodi d’incontrollata reazione che la progressiva carenza dell’autorità dello Stato non riuscì più a incanalare e contenere…..Il popolo di Roccagloriosa rifiutò di prestar giuramento al proprio feudatario: il salernitano Giovanni Mansella, che re Carlo aveva voluto podestà di Ascoli e poi capitano di guerra sulla frontiera del Principato (44). Ecc….(p. 120) 4. La guerra divampò per mare e per terra senza tregue, anche durante le trattative (49).”. Pietro Ebner, a p. 119 nella sua nota (42), postillava che: “(42) Pontieri E., Ricerche, p. 176 sgg, v. pure CDS, 20 gennaio 1275.”. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (44), postillava che: “(44) Reg. 59 f IIIa: Carlo II (Aix, 5 maggio 1292) concede a Giovanni Mansella il feudo di Rocca (Gloriosa): CDS, II, 189, v. pure Reg. 59 f 19a, 59 f 80a, 59 f 192a e Reg. 60 f 283: ecc…”. Riguardo i guerriglieri Almugaveri, lo storico Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’, pubblicato nel 1926, sulla scorta di Minieri-Riccio (…) che nel 1800, a p. 12, del suo ‘Diario Angioino’, aveva pubblicato diversi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, a p. 441, cita il documento: del “26 Sabato”, “Febbraio Indizione 12°”, dell’anno 1277, e, così scriveva che: “26 Sabato. Il Principe ordina a tutti i Giustizieri del Regno che tanto nelle torri che in tutti i luoghi marittimi si facciano i fari per potere avvisare l’approssimarsi del nemico e dei ribelli, avendo saputo che i Siculi-Aragonesi con gran numero di vascelli si preparavano a passare contro il continente (38).”. Il Minieri-Riccio (…), a p……, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Reg. Ang. 1284, riassunto dal De Lellis, ivi fol. 93 t.”. Dunque, il Pasanisi (…), riguardo questo documento lo traeva da Minieri-Riccio (…) che a sua volta lo traeva dal De Lellis (…). Al periodo della lunga guerra del Vespro, che si combattè principalmente sulle nostre coste e che vedeva Policastro e tutti i paesi rivieraschi impegnati in prima fila, ho dedicato ivi un mio saggio. Sappiamo, da alcuni documenti tratti dalla cancelleria Angioina che già nel 1284, gli Almugaveri e le forze Sicili-aragonesi avevano occupato e conquistato Scalea e che Carlo d’Angiò inviò truppe a liberarla. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Pietro Ebner (…), nel suo, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Roma , 1973, a pp. 120-121 e s. parla delle operazioni militari della Guerra del Vespro ed in proposito scriveva che: “4. La guerra divampò per mare e per terra senza tregue, anche durante le trattative (49). L’ultra ventennale lotta angioino-aragonese che, se per un verso logorò le forze angioine per l’altro risultò rovinosa per l’intero territorio del Cilento, soprattutto per la parte meridionale del basso Cilento a contenere l’avanzata dell’esercito assoldato dagli Aragonesi e costituito dai tristemente noti Almugàvari (50), ai quali si erano unite bande siciliane. I condottieri del tempo, resisi conto dell’importanza del Cilento, montagnoso e impervio, con sagace disegno unitario cercarono di creare un valido organismo difensivo che può considerarsi ancora oggi un capolavoro di strategia militare. Ecc..”. Più avanti l’Ebner a p. 123 continua scrivendo che: “Anche per impellenti bisogni venne in gran fretta trasferito materiale bellico dal castello di Melfi a Policastro (60). Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento ecc… Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Continuando il suo racconto il Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.” ho cercato di approfondire. Il Campagna, riferendoci la notizia citava i riferimenti bibliografici e, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. La notizia citata dal Campagna (…) e da Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del “re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari”. Infatti, il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri (…), nel fasc. IV dell’anno I, 1931 a p. 492, riferendosi al periodo in cui Carlo I d’Angiò affronta la campagna contro ……………………..,in proposito scriveva che: “Per lo stesso motivo duecento uomini vengono spediti per ordine del re, dal Giustiziere di Val di Crati e Terra Giordana, Porzio de Blanchefort, ad Amantea, che, avvisata dai nemici, è posta sotto la tutela di Guglielmo Sclavello (2)……A capo della guarnigione di ……Policastro ecc…sono affidate a Bertrando d’Artois (4). Tali disposizioni, prese nel novembre 1282, non furono sole e definitive: ordini e contrordini si susseguono con una celerità, che può essere soltanto spiegata dalle notizie che arrivano a Carlo I, a Reggio, e che divengono più tempestose nl volgere del dicembre. Si assicura, per esempio, che forti contingenti nemici stanno per assalire Scalea e che attraverso le gole di essa, si sarebbero aperto un varco nell’alta Calabria; parecchi fuoriusciti Calabresi che avevano trovato ospitalità presso Pietro d’Aragona, erano stati da questo rimandati nei rispettivi paesi, allo scopo di incitare gli animi e sollevarsi contro gli Angioini, e questi lavoravano ormai non senza frutto (5). Certo era diventata così critica la posizione degli Angioini in Calabria, che ne giunse……”. Il Pontieri, nel suo saggio a p. 492, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri-Riccio, Memorie, p. 13; Id., ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò dal 2 gennaio 1272 al 31 dicembre 1283, pag. 36. Ma i nomi non rispondono sempre esattamente alla lezione del Registro Angioino, da cui sono ricavati.”. Sempre il Pontieri a p. 492, nella sua nota (5) postillava che: “Minieri Riccio, Memorie, p. 15; Id., ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò dal 2 gennaio 1272 al 31 dicembre 1283, pag. 40.”. Domenico Tomacelli (….), nella sua, ‘Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, dal 1250 al 1303 di Domenico Tomacelli duca di Monasterace’, vol. I, sulla scorta del chronicon di Saba Malaspina (…), a pp. 273-274 e s., riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “Sopraggiunto il nuovo anno, gravissime ambasciate toccarono al vicario del d’Angiò, scarseggiando le provvisioni di bocca in terra ferma, si che l’esercito accampato a Nicotera, ebbe molto a patirne, e le terre di Santo Lucido, Scalea, Cetraro e Amantea, mosse dalla fame si dettero alla reina Costanza ed all’infante Giacomo, a patto che fussero provvedute di viveri. Il che, come fu assentito, prestamente dieci galee cariche di grano, ed una forte mano di almugaveri mandaronsi in quelle terre, con la quale cosa si provvide alla fame ed alla sicurtà dei terrazzani.”. Infatti, Michele Amari (…), nel suo ‘La Guerra del Vespro Siciliano, a p. 229 (cap. X)(si veda la ristampa ed. Mazara, 1947, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata) e, nella sua opera del 1851 a p. 220 (cap. X), sulla scorta del Muntaner (…) e del chronicon di Saba Malaspina, riferendosi all’anno 1284 ed alla regina Costanza, che prese a cuore una penuria di viveri in Calabria, in proposito scriveva che: “Mandovvi pertanto con otto gelee un forte di almugaveri, e alcune teride cariche di grano; onde il pregio di esso d’un subito si ammezzò, (3) a grande sollievo dei terrazzani.”. L’Amari a p. 220, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Da quaranta a venti tarì la salma, dice il Malaspina.”. Dunque, l’Amari si riferiva al chronicon di Saba Malaspina che troviamo pubblicato nel testo di Giuseppe Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti, Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia, Napoli, 1868, vol. II, che in wikipedia leggiamo: il chronicon di Saba Malaspina in G. Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti, ordinati per serie e pubblicati, vol. II, pp. 387-388, 478. Interessante è ciò che a riguardo scriveva Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Muntaner e di B. d’Esclot (…) e a p. 273 nel suo capitolo CXIII parlando dell’inizio del 1284 e, riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “Quando si fu imbarcato, trovò che v’erano quaranta galee, quattro uscieri e quattro barche armate; si dissero addio e coll’aiuto del Signore partirono. Costeggiando la Calabria, e in sul bel principio toccarono Scalea; trovarono al porto di San Nicola di Scalea, trovarono quattro navi e parecchie teride che caricavano legname per far legna, alberi e antenne da galee e da uscieri per trasportarlo a Napoli. Poi s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Moisè, traducendo il Muntaner proseguendo il suo racconto e riferendosi all’ammiraglio della flotta Siculo-aragonese, Ruggiero di Lauria si portò davanti il porto di Napoli. Dunque, riguardo la notizia di Policastro, a me sembra che il Muntaner (…) sia chiaro. Il Muntaner (…) non cita almugaveri o Matteo Fortuna ma, parlando di Ruggiero di Lauria, che chiama “l’almirante” scriveva che: “s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Moisè (….), nella sua ‘cronaca Catalana’, sulla scorta della cronaca di Ramon Muntaner postillava citando il testo “Cr. Cat. Vol. I”. Il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri‘, pubblicato nel 1914, a p. 5, parlando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, in proposito scriveva che: “Il Maurolio, scrittore di cose Siciliane, l’appella pur esso Calabrese, ed aggiunge: “Cui galli patrem unterfecerunt.” (1). Ma quello che precisa la patria dell’illustre uomo, facendone di proposito minuta biografia, è lo storico Spaguolo Girolamo Zurita. Questi, nell’opera che ha per titolo: “Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49, che avuto l’incarico Rugero di Lauria di portarsi nella Basilicata per sollevarla contro il dominio di Carlo d’Angiò, ed a prò di Pietro d’Aragona venne anche in Lauria, e giunto in questo paese, dice chiaramente l’autore, d’esser stato dè suoi predecessori, cioè i suoi antenati vi avevano un dominio, un possesso. Ecco le sue testuali parole: “ecc..ecc..”. Michele Amari (…), nel 1842 pubblicò, ‘Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII’, dove egli racconta questo periodo storico della guerra del Vespro Siciliano tra la casa d’Angiò e quella degli Aragona. L’Amari scriveva sulla scorta delle due cronache catalane di Ramon Muntaner e quella di Bernardo d’Esclot (…). L’Amari si rifà moltissimo alle notizie tratte dal cronista Bernardo di Neocastro (…). L’Amari, nel suo cap. X, a pp. 122-123 (a. 1283) in proposito scriveva che: “Ebbe in quel verno gran caro di vittuaglie in Italia. Donde Scalea, Santo lucido, Cetraro, Amantea, mosse dalla penuria o dalla mala contentezza (che Scalea, l’anno innanzi era stata la prima in terra ferma a darsi a re Pietro), si proffersero alla regina Costanza, s’ella provvedesse di viveri e difendesse; ecc…” (continua Cap. X, p. 123): “provvedessele di viveri e difendesse; la qual pratica condussero alcuni scaleotti usciti per omicidi e riparati in Sicilia; e volentieri la assentì la regina. Mandovvi pertanto con otto galee un forte di almugaveri, e alcune teride cariche di grano; onde il pregio di esso d’un subito si ammezzò (1), a grande sollievo dei terrazzani. Ma gli almugaveri messo piè a terra, diersi a infestare tutto val di Crati e Basilicata: contro i quali movendo il giustiziere di val di Crati con grosse torme di cavalli, aspettatolo a lor uso in una stretta gola, rupperlo di strage, e l’inseguirono infino a un castello del vescovo di Cassano. ove poser l’assedio. Ecc….”. L’Amari (…), a p. 123 nella sua nota (1) postillava che: “Da quaranta a venti tarì, dice Malaspina.”. I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria, nel cap. IV “Da Malta a Napoli”, sulla scorta della cronaca del Muntaner e del Zurita, a p. 60 in proposito scrivevano che: “Nell’autunno del 1283, il principe di Salerno Carlo lo Zoppo, reggente per conto del padre Carlo I d’Angiò, dopo aver affidato il comando delle truppe al conte Roberto d’Artois, lasciò Nicotera e si trasferì a Napoli per riorganizzare l’esercito. In seguito alla sua partenza la situazione in Calabria precipitò sia per il malcontento della popolazione locale sia per una grande carestia che aveva messo in ginocchio quasi tutta la regione. Nella primavera del 1284 le terre di Scalea (già ribellatasi l’anno prima agli angioini e passata cogli Aragonesi), San Lucido, Cetrara e Amantea avevano inviato ambasciatori alla regina Costanza chiedendo derrate alimentari in cambio della loro sottomissione. Prontamente la regina inviò due tarìde cariche di frumento scortate da otto galee armate con un buon numero di almogaveri. Quando il reggente Carlo lo Zoppo seppe che quattro castelli sul mare di notevole importanza strategica erano passati al nemico, spedì millecinquecento cavalieri provenzali e francesi con l’ordine di ripristinare l’autorità. Sbarcati a Scalea, furono subito affrontati in battaglia dagli almogaveri: la maggior parte fu uccisa o catturata.”. Augurio Musella, nella loro nota (16) a p. 60 postillavano che: “(16) B. d’Esclot, op. cit., cap. CXVI”.
Nel …….1284, Pietro III di Aragona manda il conte di Modica, Federico Mosca a conquistare Scalea
Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri, riferendosi a dopo l’occupazione di Scalea, nel 1284, in proposito scriveva che: “Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, ecc…”. Federico Mosca, conte di Modica di origine sveva del XIII secolo. Al servizio del re Pietro III di Aragona, detto il Grande, questi dopo essersi proclamato Re di Sicilia in quanto marito di Costanza di Hohenstaufen, figlia del Re Manfredi, l’11 novembre 1282 lo investì del titolo di Conte di Modica e lo nominò governatore del Val di Noto. L’Aragonese lo inviò in Calbria, dove a capo di una milizia costituita da 600 almogaveri attaccò gli Angioini, e devastò Scalea e il suo circondario, per poi dirigersi verso Reggio (1)(2). Wikipidia nelle sue note (1) e (2) postillava di: (1) Gaetani F. Emanuele, marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile, parte II, Lib. IV, Stamperia Santi Apostoli, 1757, p. 4 e nella nota (2) postillava: il chronicon di Saba Malaspina in G. Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti, ordinati per serie e pubblicati, vol. II, pp. 387-388, 478. Il Racioppi, nel suo raconto cita Michele Amari (…) che, nella sua ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’., riferendosi all’anno 1284, vol. II, cap. X, p. 219, in proposito scriveva che:

Nel principio del 1284 o già nel 1283 (secondo alcuni), le forze Siculo-aragonesi conquistano Scalea
Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “La prima terra da loro occupata sul Tirreno fu Scalea al principio del 1284 (1), incitati dai fuoriusciti della terra stessa: e da qui partono inviti e fomiti di sollevamenti all’interno della regione, e da codesti incitamenti e dal mancare dei grani, poichè le navi inimiche intercettavano ogni commercio per mare, si resero al re di Sicilia le prossime terre di S. Lucido, di Cetraro ed Amantea, che ne ebbero vettovaglie e presidii. Da questi punti di passaggio all’interno, frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri sciolti e spediti, si spingono pel paese interno della Valle del Laino o Mércuri e del Noce; e il giustiziere di Val Crati che va loro incontro con squadre di cavalli intoppa in un agguato, e scampa appena; inseguito, e poi stretto da blocco in un castello presso Cassano. Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con altre torme di Almugavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni, e più in là (2) Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumnto per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promesse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182). Ecc..”. Il Racioppi (…), a p. 181, nella sua nota (1) postillava che: “(1) In Amari, Op. cit., secondo l’ultima ediz., cap. X, vol. II, 29.”. Racioppi, a p. 181, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Documento del 2 agosto 1284, in Amari, Op. cit., cap. XI, 229.”. Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Muntaner e di Maresclot e a p. 273 nel suo capitolo CXIII parlando dell’inizio del 1284 e, riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “Quando si fu imbarcato, trovò che v’erano quaranta galee, quattro uscieri e quattro barche armate; si dissero addio e coll’aiuto del Signore partirono. Costeggiando la Calabria, e in sul bel principio toccarono Scalea; trovarono al porto di San Nicola di Scalea, trovarono quattro navi e parecchie teride che caricavano legname per far legna, alberi e antenne da galee e da uscieri per trasportarlo a Napoli. Poi s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Moisè, traducendo il Muntaner proseguendo il suo racconto e riferendosi all’ammiraglio della flotta Siculo-aragonese, Ruggiero di Lauria si portò davanti il porto di Napoli. Dunque, riguardo la notizia di Policastro, a me sembra che il Muntaner (…) sia chiaro. Il Muntaner (…) non cita almugaveri o Matteo Fortuna ma, parlando di Ruggiero di Lauria, che chiama “l’almirante” scriveva che: “s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Muntaner (in Moisè) nella sua ‘cronaca Catalana’ postillava citando il testo “Cr. Cat. Vol. I”. Michele Amari (…), nel 1842 pubblicò, ‘Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII’, dove egli racconta proprio questo periodo storico della guerra del Vespro Siciliano tra la casa d’Angiò e quella degli Aragona. L’Amari scriveva sulla scorta delle due cronache catalane di Ramon Muntaner e quella di Bernardo d’Esclot (…). L’Amari si rifà moltissimo alle notizie tratte dal cronista Bernardo di Neocastro (…). L’Amari, nel suo cap. X, a pp. 122-123 (a. 1283) in proposito scriveva che: “Sopraggiunto in Sicilia il conte di Modica, e con esso pochi cavalli e più feroci frotte di almugaveri, peggior travaglio diè a Basilicata. Prese alcune castella e la terra di san Marco; quivi della chiesa de frà minori fè un ridotto assai forte; mal conci ne rimandò Rizzardo Chiaromonte e altri baroni venuti con maschio valore contr’esso; i quali non furono punto imitati dagli altri feudatari del regno, scontentissimi del governo angioino. Invano di maggio dell’anno seguennte si fè appello alle milizie feudali del reame di Puglia per venire a oste a Scalea, e anco mandovvisi, sotto il comando di Ruggier Sangineto, gente assoldata in Toscana; perchè sempre tennero il fermo i nostri: e patiron provincie correrie, ladronecci, notturni assalti (2); che appena si crederebbe, standovi a manca il campo di Nicotera, a destra la capitale, e per tutto il regno guerriere voci e apparecchi.”. L’Amari a p. 123, nella sua nota (2) postillava che: “(2) D’Esclot, cap. 119. Saba Malaspina, cont., pag. 403, 404. Il primo dice dell’occupazione di quelle quattro terre; il Malaspina della sola Scalea.”. I due appelli al servigio feudale del reame di Puglia si leggono nel diploma del 30 ottobre 1283, nel citato Elenco delle pergamene del real Archivio di Napoli, vol. 1, pag. 257; e nei diplomi del 21 e 31 maggio 1284, ibidem, pag. 266, 268. – Nel r. Archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 81 a. t leggesi un diploma dato di Napoli a 28 aprile 12a Indiz. (1284) per 100 balestrieri e 200 arcieri a piè, venuti poco prima da Firenze, che si mandavano a Ruggiero Sangineto per ingrossar l’oste all’assedio di Scalea. Montaner, cap. 113, nomina alcuna delle terre occupate, e dice del mal contento nel reame di Puglia; ma confonde questa fazione con quella dell’armata che combattè poi nel golfo di Napoli.”. I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria, nel cap. IV “Da Malta a Napoli”, sulla scorta della cronaca del Muntaner e del Zurita, a p. 60 in proposito scrivevano che: “Nell’autunno del 1283, il principe di Salerno Carlo lo Zoppo, reggente per conto del padre Carlo I d’Angiò, dopo aver affidato il comando delle truppe al conte Roberto d’Artois, lasciò Nicotera e si trasferì a Napoli per riorganizzare l’esercito. In seguito alla sua partenza la situazione in Calabria precipitò sia per il malcontento della popolazione locale sia per una grande carestia che aveva messo in ginocchio quasi tutta la regione. Nella primavera del 1284 le terre di Scalea (già ribellatasi l’anno prima agli angioini e passata cogli Aragonesi), San Lucido, Cetrara e Amantea avevano inviato ambasciatori alla regina Costanza chiedendo derrate alimentari in cambio della loro sottomissione. Prontamente la regina inviò due tarìde cariche di frumento scortate da otto galee armate con un buon numero di almogaveri. Quando il reggente Carlo lo Zoppo seppe che quattro castelli sul mare di notevole importanza strategica erano passati al nemico, spedì millecinquecento cavalieri provenzali e francesi con l’ordine di ripristinare l’autorità. Sbarcati a Scalea, furono subito affrontati in battaglia dagli almogaveri: la maggior parte fu uccisa o catturata.”. Augurio Musella, nella loro nota (16) a p. 60 postillavano che: “(16) B. d’Esclot, op. cit., cap. CXVI”. I due studiosi si riferivano al cap. CXVI di B. d’Esclot, una cronaca tradotta e pubblicata da Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Riguardo l’occupazione di Castellabate da parte di Giacomo II di Aragona, Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Infatti, Domenico Tomacelli, nel suo ‘Storia dè Reami di Napoli e Sicilia ecc…’, a p. 229, il Tomacelli non parlava di Castellabate e non si riferiva ai fatti accaduti nell’anno 1286 ma all’anno 1283 e riferiva di Mosca e dei suoi almugaveri in Calabria. Tomacelli a p. 229 in proposito scriveva che: “Libro III. Anno 1283. Il 14 febbraio…..fu a Reggio. Quindi, mentre re Carlo si credea di trionfar dell’avversario, combattendo con armi eguali ed in campo chiuso, costui toglievagli vilmente le terre soggette ridendosene e beffandosene; che non sol Reggio in questa maniera venne in potere all’Aragonese, ma ancora la terra di Scalea e l’altra di Gerace, e sì che quella aperse le porte a Federico Mosca conte di Modica che vi mandò per reggervi giustizia in nome di Pietro, e questa, come vide il naviglio dell’Aragonese, si affretto a chiedere uomini ed armi ecc…”:

Il Tomacelli a p. 229 nella sua nota (9) postillava che:

Nel 2 agosto 1284, Federico Mosca, conte di Modica, reggente a Scalea per conto di Pietro III d’Aragona entra in Basilicata e forse pure Maratea
Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri, riferendosi a dopo l’occupazione di Scalea, nel 1284, in proposito scriveva che: “Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con altre torme di Almugavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni, ecc…”. Federico Mosca, conte di Modica di origine sveva del XIII secolo. Al servizio del re Pietro III di Aragona, detto il Grande, questi dopo essersi proclamato Re di Sicilia in quanto marito di Costanza di Hohenstaufen, figlia del Re Manfredi, l’11 novembre 1282 lo investì del titolo di Conte di Modica e lo nominò governatore del Val di Noto. L’Aragonese lo inviò in Calbria, dove a capo di una milizia costituita da 600 almogaveri attaccò gli Angioini, e devastò Scalea e il suo circondario, per poi dirigersi verso Reggio (1)(2). Wikipidia nelle sue note (1) e (2) postillava di: (1) Gaetani F. Emanuele, marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile, parte II, Lib. IV, Stamperia Santi Apostoli, 1757, p. 4 e nella nota (2) postillava: il chronicon di Saba Malaspina in G. Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti, ordinati per serie e pubblicati, vol. II, pp. 387-388, 478. Il Racioppi (…) a p. 182, continuando a discorrere su Matteo Fortuna, sulla scorta dell’Amari, scriveva che: “…..mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182). “Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimasto tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata.”. Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 ecc…”. Il Racioppi, vol. II, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. Domenico Tomacelli (….), nella sua, ‘Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, dal 1250 al 1303 di Domenico Tomacelli duca di Monasterace’, vol. I, sulla scorta del chronicon di Saba Malaspina (…), a pp. 273-274 e s., riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “Indi ad alcun tempo, quegli stessi almugaveri si spinsero fino alla Valle di Crati e alla vicina Basilicata, e comechè non bastavano ad arrestargli i pochi e scarsi armati che ivi aveva mandato il Vicario, si mettevano a recare per ogni dove la desolazione e la morte; quindi, fatti più forti da non pochi cavalli, e da una mano dè loro compagni, che gli menò appresso il conte di Modica, si dettero a travagliar le terre onde passavano di ladronecci, di stupri e di altre contumelie. Riccardo di Claremont, e Ruggier Sangineto, iti, l’un dopo l’altro, a snidar costoro di Basilicata, non riuscirono a cacciarli nè della terra di S. Marco, nè delle altre in chè si erano fortificati; sia che scarse tuttochè vigorosissime genti capitanassero, sia che veramente la gente d’ordinanza malamente potesse combattere contro questi ispidi e sanguinosi almugaveri, il cui mostrarsi e ritrarsi su per colli e balzi, era cosa veramente straodinaria. Nè il vicario fu più felice nell’ottenere soccorsi dà principi stranieri di quello delle sue armi erano stati nel respingere i barbari almugaveri: che, la veneta repubblica, udita la sconfitta subita a Malta, ecc…”. Il Racioppi cita Michele Amari, cap. XI, p. 227, dove l’Amari. Infatti, Michele Amari (…), nel suo ‘La Guerra del Vespro Siciliano, a p. 229 (cap. X)(si veda la ristampa ed. Mazara, 1947, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata) e, nella sua opera del 1851 a p. 220 (cap. X), sulla scorta del Montaner (…) e del chronicon di Saba Malaspina, riferendosi all’anno 1284 ed alla regina Costanza, che prese a cuore una penuria di viveri in Calabria, in proposito scriveva che: “Mandovvi pertanto con otto gelee un forte di almugaveri, e alcune teride cariche di grano; onde il pregio di esso d’un subito si ammezzò, (3) a grande sollievo dei terrazzani. Ma gli almugaveri, messo piè a terra, diersi a infestare tutto Val di Crati e Basilicata: contro il quale muovendo il giustiziere di Val di Crati con grosse torme di cavalli, aspettatolo a lor uso in una stretta gola, ruppero con strage, e l’inseguirono infine a un castello del vescovo di Cassano, ove posero l’assedio.“:

Nel 1284, gli almugàvari di Pietro III d’Aragona e Ruggero di Lauria, al comando dell’adil Matteo Fortuna occuparono Scalea e poi Maratea
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continua a parlare degli Almugaveri e scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota. Fermati dalle munite vie interne, tentarono di aggirare gli Angioini per la via costiera, e risalire poi il corso dei fiumi, con la valida protezione della flotta che assaliva e distruggeva casali e torri, i cui prèsidi, a volte, non riuscivano a segnalarne in tempo gli arrivi. Si spinsero così fino a Castellabate (a. 1286), minacciando Salerno. Penetrarono pure in Basilicata, inoltrandosi fino a Taranto e nella Valle del Tanagro occuparono Padula e nella valle del Calore Civita Pantuliano (Castelcivita). Le notizie pervenuteci lasciano supporre che gli Aragonesi tendessero a una guerra di logoramento, cioè alla guerriglia, per la natura del terreno e per il tipo delle milizie impegnate, senza dubbio più portate agli improvvisi colpi di mano e quindi di razzie che al possesso stabile delle località occupate. La ferocia dei mercenari, assetati di sangue, di donne e di preda costrinse il popolo a difendersi. Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (60), postillava che: “(60) Reg. 48 f 185 e 194 t.“. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri (…), nel fasc. IV dell’anno I, 1931 a p……, riferendosi al periodo in cui Carlo I d’Angiò affronta la campagna contro ……………………..,in proposito scriveva che: “…….
Come già ho detto il Racioppi si riferiva a Michele Amari (…) ed al suo ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’. Infatti, Michele Amari, riguardo questi avvenimenti, riferendosi all’anno 1285 (in seguito all’occupazione della Basilicata), vol. II, a pp. 223-224 (Cap. XI), in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno precipitarono peggio le sorti degli Angioini. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, era rimasto impavido tutta la state nelle terre occupate in Basilicata, che non si crederebbe, ma forse Carlo lo spezzò, tutto intento al passaggio in Sicilia. Costui, incoraggiato dagli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte, d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montalto, Regina, Rende, Bracalla, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in Val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; ecc…ecc..”. Il Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. L’Amari, nell’edizione del 1851, scriveva questo passo a p. 248 e a p. 249 (cap. XI) riportava le sue interessanti note al testo:
Nel 1284, l’adelillo Matteo Fortuna ed i suoi almugàvari occupano Policastro, Camerota e la Basilicata
Lo storico Lagonegrese Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 190, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), parlando delle imprese di Ruggiero di Lauria, scriveva che: “Ammiraglio Ruggero, Conte di Lauria – il quale comandava così superbamente e trionfalmente la flotta Sicula-Catalana ai servizi di Pietro d’Aragona, e del quale dovremo occuparci in seguito nel periodo della dominazine feudale – necessariamente furono nella persecuzione prese di mira le città che dipendevano dal terribile avversario. Questi, non pago delle vittorie riportate sulla flotta napolitana, spinse i conflitti pure i terraferma, e frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri, si spingono nel paese interno della valle del Laino o Mercure e del Noce, secondo che vien riferito dall’Amari nella ‘Storia dei Vespri Siciliani’, il quale soggiunge in ‘Appendice’, documento 34035: “Matteo Fortuna, conduttiero di duemila Amulgavari, impavido era rimasto tutta la stase (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano e poscia Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre in Val Crati e Basilicata” (1).”. Il Pesce (…), a p. 190, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi la Storia del Racioppi – vol. II, p. 182.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “Ma questi nuclei, ce devastavano così i territori della Lucania meridionale, ricevevano nuovi rinforzi dalle altre bande di predoni sbarcate alla Scalea nei primi mesi del 1284 (35) In tale modo gli sforzi fatti dai feudatari delle truppe angioine non valsero a nulla, perchè ancora nei mesi estivi di quell’anno 1284, bande di Almugaveri guidate da Matteo Fortuna devastarono le terre al confine calabro-lucano occupando inoltre, con improvvisi colpi di mano, Morano, che però insieme a Castrovillari si ribellò ai Catalani il 19 gennaio 1286 (36), e vari altri luoghi: Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro (37) i cui territori confinavano in buona parte con i feudi dei Chiaromonte. I quali feudi sebbene a quest’epoca non comprendessero più tutti i castelli ed i casali elencati in un documento del 1267 (38), pure si estendevano ancora lungo la valle del Sinni; ai confini così del Principato, della Lucania e della Calabria.”. Il Cappelli a p. 383 nella sua nota (37) postillava che: “(37) M. Amari, op. cit., II, Appendici; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, p. 182, vol. II.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “La prima terra da loro occupata sul Tirreno fu Scalea al principio del 1284 (1), incitati dai fuoriusciti della terra stessa: e da qui partono inviti e fomiti di sollevamenti all’interno della regione, e da codesti incitamenti e dal mancare dei grani, poichè le navi inimiche intercettavano ogni commercio per mare, si resero al re di Sicilia le prossime terre di S. Lucido, di Cetraro ed Amantea, che ne ebbero vettovaglie e presidii. Da questi punti di passaggio all’interno, frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri sciolti e spediti, si spingono pel paese interno della Valle del Laino o Mércuri e del Noce; e il giustiziere di Val Crati che va loro incontro con squadre di cavalli intoppa in un agguato, e scampa appena; inseguito, e poi stretto da blocco in un castello presso Cassano. Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con alttre torme di Almugavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni, e più in là (2) Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumnto per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promesse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182). “Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimasto tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata.”. Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 si tenne pel re di Sicilia, con un presidio di Almugavari, Castellabate nel Cilento, poi vennero a patti: cessero il castello e restarono, a doppio stipendio, con re Carlo (2); torme di ventura, senza fede, temuti e temibili non meno agli amici che ai nemici.”. Il Racioppi (…), a p. 181, nella sua nota (1) postillava che: “(1) In Amari, Op. cit., secondo l’ultima ediz., cap. X, vol. II, 29.”. . Racioppi, a p. 181, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Documento del 2 agosto 1284, in Amari, Op. cit., cap. XI, 229.”. Infatti, la notizia di Matteo Fortuna (…) la troviamo a p. 229, della ‘La Guerra del Vespro Siciliano, di Michele Amari, ristampa ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, pubblicato nel 1947. Amari (…) a pp. 223-224 (Cap. XI), in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno precipitarono peggio le sorti degli Angioini. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, era rimasto impavido tutta la state nelle terre occupate in Basilicata, che non si crederebbe, ma forse Carlo lo spezzò, tutto intento al passaggio in Sicilia. Costui, incoraggiato dagli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte, d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montalto, Regina, Rende, Bracalla, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in Val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; ecc…ecc..”. Il Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(2) In Amari. Op. cit., – Append., docum. 34 e 35.”. Per la notizia che cita il Racioppi (…), tratta da Michele Amari, dove l’Amari scrive che re Carlo manda a Maratea ecc..ecc.., Michele Amari riporta i riferimenti bibliografici a p. 249 del suo cap. XI del suo ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, IV° edizione, Firenze, Le Monier, 1851, scaricabile da Google libri. In essa l’Amari riporta pure in ‘Appendice’ il documento n. 3435 su Matteo Fortuna e citato dal Pesce (…). Amari (…), in ‘Appendice’ , da pp. 602 a p. 603 riporta il documento n. XXXIV e a p. 604 riporta il documento su Maratea n. XXXV, entrambi tratti dalla Cancelleria Angioina di re Carlo. Il doc. n. 34 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segn. 1299, A, f 43.”, mentre il doc. n. 35 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1299, A f 36 a tergo.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Per questo argomento e questo periodo, i due studiosi citando Carlo Carucci (…) e, scrivono vol. II, pp. 121 e p. 145. Infatti, il Carucci (…), a p. 145, pubblicò il documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, ed in proposito scriveva che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 182 parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1). “Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimasto tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata.”. Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 ecc…”. In questo passaggio, il Racioppi, a p. 182 del vol. II, citava la nota (1) e postillava che: “(1) I documenti dell’archiv. di Napoli onde risultano queste notizie, sono cennati particolarmente in Amari, op. cit., cap. XI, 227.”. Come già ho detto il Racioppi si riferiva a Michele Amari (…) ed al suo ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’. Infatti, Michele Amari, riguardo questi avvenimenti, riferendosi all’anno 1285 (in seguito all’occupazione della Basilicata), vol. II, a pp. 223-224 (Cap. XI), in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno precipitarono peggio le sorti degli Angioini. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, era rimasto impavido tutta la state nelle terre occupate in Basilicata, che non si crederebbe, ma forse Carlo lo spezzò, tutto intento al passaggio in Sicilia. Costui, incoraggiato dagli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte, d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montalto, Regina, Rende, Bracalla, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in Val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; ecc…ecc..”. Il Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. L’Amari, nell’edizione del 1851, scriveva questo passo a p. 248 e a p. 249 (cap. XI) riportava le sue interessanti note al testo:

Michele Amari (…), nel 1842 pubblicò, ‘Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII’, dove egli racconta proprio questo periodo storico della guerra del Vespro Siciliano tra la casa d’Angiò e quella degli Aragona. L’Amari scriveva sulla scorta delle due cronache catalane di Ramon Muntaner e quella di Bernardo d’Esclot (…). L’Amari si rifà moltissimo alle notizie tratte dal cronista Bernardo di Neocastro (…). L’Amari, a p. 141, nel cap. XI e, riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno peggio precipitarono gli eventi. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, impavido era rimasto tutta la state nelle occupate terre di Basilicata; che non si crederebbe, ma forse Carlo per troppa fretta del passaggio in Sicilia, lo spezzò. Costui inanimito agli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montaldo, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; per contrario nei popoli presente l’esempio di Nicotra, vivi gli umori di ribellione; ed invano attorno con molti altri eccitando gli uomini di maggior seguito due frati calabresi della famiglia dei Lattari: talchè tutti alla nuova dominazione si volser gli animi; fecersi occultamente le bandiere con le insegne di Sicilia; e un soffio à Calabresi bastava chiarirsi. Il fè Tropea, mossa da due frati; e Strongoli, Martorano, Nicastro, Mesiano, Squillaci fece omaggio all’infante Giacomo…….Tutte le Calabrie perdevansi se non era pel conte d’Artois. Il quale, ecc…”. E’ interennte ciò che l’Amari a p. 141, nella sua nota (1) postillava: “(1) Tutte queste fazioni con poco divario leggonsi in Bartolomeo de Neocastro, cap. 82. Ecc..” :

Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Ramon Muntaner (…) e di Bernardo d’Esclot (….) e, a p. 273 nel suo capitolo CXIII parlando dell’inizio del 1284 e, riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “Quando si fu imbarcato, trovò che v’erano quaranta galee, quattro uscieri e quattro barche armate; si dissero addio e coll’aiuto del Signore partirono. Costeggiando la Calabria, e in sul bel principio toccarono Scalea; trovarono al porto di San Nicola di Scalea, trovarono quattro navi e parecchie teride che caricavano legname per far legna, alberi e antenne da galee e da uscieri per trasportarlo a Napoli. Poi s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Moisè, traducendo il Muntaner proseguendo il suo racconto e riferendosi all’ammiraglio della flotta Siculo-aragonese, Ruggiero di Lauria si portò davanti il porto di Napoli. Dunque, riguardo la notizia di Policastro, a me sembra che il Muntaner (…) sia chiaro. Il Muntaner (…) non cita almugaveri o Matteo Fortuna ma, parlando di Ruggiero di Lauria, che chiama “l’almirante” scriveva che: “s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Muntaner nella sua ‘cronaca Catalana’ postillava citando il testo “Cr. Cat. Vol. I”. I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria e, proseguendo il loro racconto nel capitolo V “Da Malta a Napoli”, a p. 63 in proposito scrivevano che: “Ai primi di giugno del 1284, tirate le ancore e issate le vele, si fece rotta verso Napoli. Ruggiero di Lauria si preparava a combattere una delle più importanti battaglie navali della storia. Lungo la risalita costa costa, l’Ammiraglio non disdegnò di compiere piccole incursioni a terra. Giunto a Scalea, riuscì ad appropriarsi di quattro navi e di alcune tarìde che caricavano legname diretto a Napoli. Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Dunque, i due studiosi, riferendosi a Ruggiero di Lauria, concludono scrivendo che: “Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Dunque, anche i due studiosi, sulla scorta delle cronache di Ramon Muntaner (…) e di Bernardo d’Esclot scrivono che Ruggiero di Lauria, diretto con la sua flotta siculo-aragonese a Napoli, distrugge Policastro. I due studiosi si riferivano al cap. CXVI di B. d’Esclot, una cronaca tradotta e pubblicata da Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Pietro Ebner riguardo l’occupazione di Policastro da parte degli Almugàvari. Ebner a p. 123, nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, in proposito scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota.”. Dunque, secondo l’Ebner Policastro fu occupata da Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri a p….., in proposito scriveva che: ………………………….
Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “Ma questi nuclei, che devastavano così i territori della Lucania meridionale, ricevevano nuovi rinforzi dalle altre bande di predoni sbarcate alla Scalea nei primi mesi del 1284 (35). In tale modo gli sforzi fatti dai feudatari delle truppe angioine non valsero a nulla, perchè ancora nei mesi estivi di quell’anno 1284, bande di Almugaveri guidate da Matteo Fortuna devastarono le terre al confine calabro-lucano occupando inoltre, con improvvisi colpi di mano, Morano, che però insieme a Castrovillari si ribellò ai Catalani il 19 gennaio 1286 (36), e vari altri luoghi: Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro (37) i cui territori confinavano in buona parte con i feudi dei Chiaromonte. I quali feudi sebbene a quest’epoca non comprendessero più tutti i castelli ed i casali elencati in un documento del 1267 (38), pure si estendevano ancora lungo la valle del Sinni; ai confini così del Principato, della Lucania e della Calabria.”. Il Cappelli a p. 383 nella sua nota (37) postillava che: “(37) M. Amari, op. cit., II, Appendici; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, p. 182, vol. II.”. Biagio Cappelli (…), postillando di “M. Amari”, si riferiva a Michele Amari (…), ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, IV° edizione, Firenze, Le Monier, 1851. Infatti, l’Amari, nel suo vol. II, nelle sue “Appendici”, riporta alcuni documenti storici che riguardano Matteo Fortuna e la sua invasione. Sono gli stessi documenti che vedremo innanzi che aveva già in precedenza citato Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889. Michele Amari (…), ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, nella sua ‘Appendici’ riporta alcuni documenti che riguardano Matteo Fortuna e l’invasione della Basilicata. L’Amari riporta il documento n. 3435 su Matteo Fortuna citato pure dal Pesce (…). Amari (…), in ‘Appendice’ , da pp. 602 a p. 603 riporta il documento n. XXXIV e a p. 604 riporta il documento su Maratea n. XXXV, entrambi tratti dalla Cancelleria Angioina di re Carlo. Il doc. n. 34 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segn. 1299, A, f 43.”, mentre il doc. n. 35 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1299, A f 36 a tergo.“. Anche Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 190, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), parlando delle imprese di Ruggiero di Lauria, scriveva che: “Ammiraglio Ruggero, Conte di Lauria – il quale comandava così superbamente e trionfalmente la flotta Sicula-Catalana ai servizi di Pietro d’Aragona, e del quale dovremo occuparci in seguito nel periodo della dominazine feudale – necessariamente furono nella persecuzione prese di mira le città che dipendevano dal terribile avversario. Questi, non pago delle vittorie riportate sulla flotta napolitana, spinse i conflitti pure in terraferma, e frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri, si spingono nel paese interno della valle del Laino o Mercure e del Noce, secondo che vien riferito dall’Amari nella ‘Storia dei Vespri Siciliani’, il quale soggiunge in ‘Appendice’, documento 34035: “Matteo Fortuna, conduttiero di duemila Amulgavari, impavido era rimasto tutta la stase (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano e poscia Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre in Val Crati e Basilicata” (1).”. Il Pesce (…), a p. 190, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi la Storia del Racioppi – vol. II, p. 182.”.
Nel 12 aprile 1284, Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo, reggente del Regno, spedì Ruggero di Sangineto a riconquistare Scalea
Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “Ma questi nuclei, ce devastavano così i territori della Lucania meridionale, ricevevano nuovi rinforzi dalle altre bande di predoni sbarcate alla Scalea nei primi mesi del 1284 (35).”. Il Cappelli a p. 389 nella sua nota (35) postillava che: “(35) Amari M., op. cit., vol. I, pag. 273; C. Carucci, op. cit., pag. 10, doc. n. VIII.”. Il documento citato dal Cappelli e pubblicato dal Carucci nel suo saggio……………………..è il documento n. VIII, in cui il principe Carlo Martello ordina che “che l’esercito di Calabria, al comando di Ruggero di Sangineto, si porti a riconquistare la terra di Scalea, di cui i Siculi-aragonesi si erano impadroniti.“. Il documento è datato: “1284, XII, ind. 12 aprile 1284, Napoli. Il documento è riassunto da Minieri-Riccio, loc. cit., tratto dal fol. 91b del reg. ang., n. 49.” :

I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria, nel cap. IV “Da Malta a Napoli”, sulla scorta della cronaca del Muntaner e del Zurita, a p. 60 in proposito scrivevano che: “Quando il reggente Carlo lo Zoppo seppe che quattro castelli sul mare di notevole importanza strategica erano passati al nemico, spedì millecinquecento cavalieri provenzali e francesi con l’ordine di ripristinare l’autorità. Sbarcati a Scalea, furono subito affrontati in battaglia dagli almogaveri: la maggior parte fu uccisa o catturata.”.
Nel 2 maggio 1284, il reggente Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo spedì’ a Maratea Ruggiero di Sangineto per riconquistarla
Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri almugàvari, riferendosi a re Carlo I° d’Angiò che cercò di contrastare in tutti i modi l’avanzata delle forze Siculo-aragonesi di Pietro III d’Aragona e di Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “e più in là (2) Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumento per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promesse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182).”.
NEL 1285, CARLO II D’ANGIO’ “LO ZOPPO”
Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo (1254 – Napoli, 5 maggio 1309), figlio di Carlo I d’Angiò, prima re di Sicilia poi di Napoli, e di Beatrice di Provenza, ultimogenita del conte di Provenza, Raimondo Berengario IV, e di Beatrice di Savo, fu re di Napoli dal 1285 alla morte, avvenuta nel 1309. Oltre ad essere sovrano del Regno di Napoli, Carlo II fu principe di Salerno dal 1266, poi conte d’Angiò e del Maine, conte di Provenza e di Forcalquier, principe di Taranto, re d’Albania, principe d’Acaia e re titolare di Gerusalemme.
Nel 1285, muore Ruggero di Sanseverino
Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, parlando di Ruggero Sanseverino ai tempi di Carlo I d’Angiò, e sulla scorta del manoscritto di Nicolò Iamsilla (…), a pp. 133-134-135 scriveva che: “Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, ivi, lib. 20°, pag. 134.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico napoletano”.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”.
Nel 1285, TOMMASO (II) SANSEVERINO, figlio di Ruggero II Sanseverino
Da Wikipedia leggiamo che Tommaso (II) Sanseverino era figlio di Ruggero II Sanseverino e di Teodora d’Aquino, sorella di San Tommaso, nacque nel 1255 circa. Nel 1284 al padre Ruggero II fu affidata da Carlo, principe di Salerno e, a quel tempo, Vicario Generale di suo padre Carlo I d’Angiò, la custodia e la difesa della città di Salerno dai ribelli (durante il periodo dei Vespri Siciliani), mentre Tommaso, che dallo stesso principe venne nominato capitano di guerra, era stato spedito a difendere il litorale che da Salerno va a Policastro. Morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula. Alla morte del padre Ruggero II Sanseverino, nel 1285, gli successe e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro dal 1291, signore di Atena dal 1295, signore di Postiglione dal 1295 (ma rinuncia nel 1298), signore di Sanza dal 1294, signore di San Severino di Camerota, Casal Boni Ripari, Pantoliano, Castelluccio Cosentino, Corbella, Monteforte (di Vallo), Serre e Padula dal 1301, signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Scorto’ il Duca di Calabria per accogliere il nuovo re Roberto di Napoli di ritorno da Avignone (ottobre 1310). Tommaso sentì molto l’influenza del santo zio, Tommaso d’Aquino, che più di una volta aveva soggiornato al castello di Sanseverino ove ebbe una delle sue estasi, infatti si interessò attivamente per la glorificazione dello zio. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Dunque, il Gatta scriveva di Tommaso II Sanseverino. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero Sanseverino e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 135 scriveva che: “Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2). Questi per quanto prode nelle armi era altrettanto pio e devoto. Nella sua vita, che si protrasse durante i regni di Carlo II d’Angiò e parte di quello di Roberto, fece larghe donazioni alle chiese e specialmente a quella di S. Tommaso di Marsico che beneficò con quattro diplomi nel 1295, 1296, 1304, e 1314 (3). Signore anche di Diano ottene dai monaci di Montevergine la concessione di una piccola chiesa dedicata a S. Lorenzo nella pianura sotto Padula ed ivi edificò lo splendido monumento d’arte che è la Certosa di S. Lorenzo di Padula. In essa volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu posta questa epigrafe: ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico Napoletano”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1).”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Nel 1291 Tommaso di Sanseverino aveva acquistato Centola, Polla e Cuccaro, nel 1294 Sanza, nel 1295 Atena, Postiglione, Sala Consilina, S. Severino di Camerota, Casal Buoni Ripari, Pantuliano, Castelluccio (Cosentino), Corbella, Monteforte (Cilento), Serre, Padula, nel 1301 e Policastro nel 1305. Ebbe inoltre confermate le baronie di Cilento, Diano, Lauria, S. Angelo a Fasanella e Magliano Vetere. Nel 1395 ebbe infine confermata la baronia di Diano e S. Arsenio. Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Felice Fusco (…), a p. 158, parlando del periodo di re Ladislao, nella sua nota (7) postillava riguardo il casale di Buonabitacolo che fu fondato nel 1333 dal suo figlio terzogenito Guglielmo III Sanseverino: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) ecc…”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “….nel 1294, Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196). La pace di Caltabellotta (1302) chiuse la rovinosa guerra del Vespro e ridiede un pò di tranquillità alle martoriate contrade del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. Le agevolazioni fiscali da parte della Corona per un verso, l’opera benefica di Tommaso II Sanseverino (197) dall’altro permisero una relativa rinascita economica delle varie ‘Terre’. Nel 1306 il Sanseverino fondò la Certosa di Padula, effettuò opere di bonifica del Vallo (fece ripulire il canale del ‘Fossato’), si prese cura dei numerosi feudi tra cui il ‘Castrum Sanse’. Ecc….Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208 riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239. Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Quello di Lurino, ‘Li Lauri’, sorto con l’assenso di re Ladislao d’Angiò-Durazzo, fu portato in dote ai Sanseverino da Margherita di Vlamontone, che nel 1273 andò in sposa a Tommaso Sanseverino, il fondatore della Certosa di Padula. Il ‘castrum Laurini’ era stato concesso al padre di Margherita, Enrico di Valmontone, da Carlo I d’Angiò nel 1271 (cfr. P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Roma, ed. di Storia e Letteratura, 1982, II, p. 81). Tommaso Sanseverino comprò (1294) il ‘castrum Sanse’ da Tommaso Guilberto da Chiusano per 20 once annue (ASN, Reg. Ang., n. 77, fol. 14; F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale, in “Euresis”, VIII, (1992), p. 208). Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.
Nel 1285, gli Almugàveri conquistano Policastro
Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, cap. XIV, a p. 183: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. La notizia dell’invasione almugàvari di Policastro nel 1285 riportata dal La Greca fu ricavata da Pietro Ebner (…), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 123 in proposito scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota.”. Dunque, secondo l’Ebner Policastro fu occupata da Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri a p….., in proposito scriveva che: ………………………..
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro è riferita, oltre che da Carlo Carucci (…) anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino) che, però a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che Policastro fosse caduta nell’anno 1287: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”.
Nel 1285, una cruenta battaglia sulla Molpa tra angioini e aragonesi
Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, cap. XIV, a p. 183: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; ecc…”. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. Dunque, l’Ebner non dice nulla riguardo l’occupazione della soldataglia degli Almugaveri. Ma, Amedeo La Greca (…), non riportava in merito alla notizia alcun riferimento bibliografico.
Nel 24 marzo 1286, il conte d’Artois Spinazzola
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 24 marzo 1286, XIII, il conte d’Artois, da Foggia, informava Tommaso Sanseverino di aver concesso a “Herberto de Aurelianis d’Orleans (…) usque ad beneplacitum regiorum heredum vel nostrum, ipsis et suis heredes (…) possideant” il feudo di Policastro, sito nel Principato, eccetto le locali saline se ve ne sono e la custodia delle terre a un tiro di balestra dal mare (39).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (39) postillava che: “(39) Reg. 53, f 1: “possideant ad opus terram Policastri, sitam in iusticiariatu Principatus (…) expeptis salinis, si que ibidem sunt.”.


Nel 1286, il Castello di S. Severino
Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia‘, a p. 20, parlando di S. Severino di Centola, in proposito scriveva che: “Nel 1286 il castello di San Severino, con l’omonimo suo casale, apparteneva a Lambucio di Sableto, mentre nell’ottobre del 1290 il conte d’Artois ne ordinava la consegna a Torgisio di Troisio, capitano del Principato di Salerno, con l’obbligo di curarne la custodia. Nel dicembre dello stesso anno Carlo Martello e lo stesso conte d’Artois, accogliendo la richiesta delgli abitanti del casale, ordinava a Tommaso Sanseverino di dare il possesso del feudo a Filippo Della Porta, per successione del padre che ne era stato il signore.”.
Nel 1286, Giacomo II di Aragona, re di Sicilia, conquistò Castellabate
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 657 parlando del casale di Castellabate, in proposito scriveva che: “Dell’età angioina vi sono altri documenti che ci informano degli eventi occorsi nel territorio, specialmente durante la guerra angioina-aragonese, quando Castellabate venne persino occupata da re Giacomo di Sicilia (a. 1286) che la visitò tre anni dopo. Ecc…”. Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Ramon Muntaner (…) e di Bernardo d’Esclot (….) e, a p. 283, nel suo capitolo CXVI riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “…vano qualche impiego o che presidiavano le castella, e in pochi furono tutti all’ordine e regunati a Messina; e il principe passò in Calabria con mille cavalli bardati e cento armati alla spedita a modo dei giannettarj. V’era eziando un buon nerbo di almogavari e di valletti di masnada. Delle quaranta galee allestite dall’almirante venti erano aperte in poppa, e avevano su quattrocento cavalieri e gran copia di almogavari. Così, colla grazia di Dio, il signor infante don Giacomo per terra e l’almirante per mare, se n’andarono occupando città, borghi, castella ed altri luoghi. Ora che dirò ?…….Fu tanto il coraggio e l’audacia tutta cavalleresca del signor infante don Giacomo che, dal momento in che mostrossi in Calabria fino al suo ritorno in Sicilia, fece la conquista di tutta la Calabria, tranne la sola rocca di Stilo, posta sopra un’alta montagna presso il mare. Oltre la Calabria tolse nel Principato tutta quella provincia che si distende fino a Castello dell’Abbate, alla distanza di trenta miglia da Salerno, e l’isola d’Ischia, come già avete saputo e per giunta quelle di Procida e di Capri; cui bisogna aggiungere dal lato di levante la città di Taranto, tutto il Principato, tutto il capo di Leuca, ecc…”. Poi, il racconto di Moisè (Ramon Muntaner) prosegue parlando nel cap. CXVII, della conquista della città di Gerbe. Amedeo La Greca (…), nel suo Appunti di Storia del Cilento, cap. XIV, a p. 183, riferendosi all’anno 1286 in proposito scriveva che: “….l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. Rileggendo “La Baronia del Cilento” di Matteo Mazziotti (…), nel suo capo IV “Il Castello dell’Abbate”, al punto VI, a pp. 54-55, egli scriveva che: “Una lunga serie di gravi avvenimenti scosse profondamente Castellabate nella guerra protrattasi per parecchi anni tra gli aragonesi e Carlo II d’Angiò. Il suo territorio fu occupato nel 1286 da Giacomo d’Aragona e la stessa fortezza cadde nelle mani di lui che vi si recò di persona nel 1289 (1) e ne conservò il possesso per diversi anni. In tale incontro Castellabate con i suoi casali fu miseramente saccheggiata dagli invasori. L’abate del tempo, Rainaldo, pochi anni dopo, perdurando la guerra, ritenne di non essere in grado di difendere validamente Castellabate e cedette nel 1299 per 10 anni il castello ed il paese a Giovanni di Monforte, conte di Squillace e ciambellano di Re Carlo II, riservandosi soltanto la giurisdizione spirituale (2)……Nello stesso anno le truppe angioine assediarono Catellabate e l’obbligarono a cedere. Innanzi al castello stesso, in data 3 marzo di quell’anno fu stipulata la resa.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che Giacomo II di Aragona, nel 1289 si recò di persona a Castellabate a far visita al suo castello e fortezza. Secondo il Mazziotti (…) che scriveva sulla scorta della cronaca del Jamsilla (…), di cui parlerò in seguito, re Giacomo II di Aragona fece visita a Castellabate nel 1289 dopo essere stato a Scalea e prima di partire definitivamente il 27 del mese per Gaeta. Dunque, il Mazziotti scriveva che Castellabate fu presa da Giacomo II di Aragona nel 1286. Il Mazziotti (…), a p. 55, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nella cronaca di Nicola IAMSILLA si legge: “Il Re facendo visita la terra di Scalea, Castellabate e così le isole di Capri, di Procida e d’Ischia e riposatosi alquanto in Ischia ai 27 giugno partì e l’ultimo del mese fu a Gaeta.”. Sulla cronaca di Nicola IAMSILLA, come lo chiama Matteo Mazziotti, si vedano le mie note bibliografiche. La sua cronaca fu pubblicata per la prima volta dall’Ughelli (…) ma poi in seguito la troviamo anche nel testo di Guiseppe Del Re (…), nel suo ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti, Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia‘, Napoli, 1868. La cronaca di Nicola IAMSILLA o JAMSILLA (…) si intitola ‘Historia Sicula’ che dopo gli anni 1255 è ripresa da un’altro cronicon, quello di Saba Malaspina. Riguardo le notizie riportate dal Mazziotti, come lui stesso scrive a p. 5: “Qualche accenno vi ha pure nell’opera già citata del Lenormant ed in una piccola, ma accurata monografia recente di Giuseppe Volpe di Pollica (1). Due soli lavori hanno importanza per la storia della regione e vengono dalla famiglia Ventimiglia di Vatolla, molto benemerita di questi studi. Francesco Ventimiglia, che pubblicò nel secolo XVIII le memorie del principato di Salerno, scrisse pure un’opera tuttora inedita, ‘Il Cilento illustrato’, ecc…Domenico Ventimiglia, suo degno figliuolo ecc…”. Dunque, il Mazziotti, dopo aver citato la cronaca di Nicola Iasmilla citava anche il testo di Giuseppe Volpe di Pollica, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento nel 1888. Infatti, è proprio da questo testo che il Mazziotti prende le notizie sull’assedio di Castellabate. Il Volpe (…), nell’edizione Ripostes, a p. 60, in proposito scriveva che: “III. Ma infierndo nel 1286 la guerra tra i principi angioini di Napoli e i sovrani aragonesi di Sicilia, non pure i casali suddetti soffrirono gravi danni, ma la stessa Castellabate, la quale veniva ostilmente occupata dalle armi di re Giacomo infino al 1292, saccheggiata indi ridotta a tal punto, che cinque anni dopo contava appena duecentosei famiglie, laddove prima ne numerava ben mille.”. Il Volpe però non riportava nessuna nota bibliografica. Il Volpe scrive che: “….e dai sofferti danni rinfrancatasi Castellabate cò suoi casali, lo stesso re Roberto, nel 1332, ne faceva restituzione a Guizzardo abate cavense (15).”. Il Volpe dunque, riferendosi all’anno 1332 quando Roberto d’Angiò restituisce il casale e la fortezza all’abate della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, a p. 66, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Arch. di Cava, arm. 1, lit. F n. 18.”. Siccome il casale e la fortezza di Castellabate era stata concessa alla Badia di Cava dei Tirreni ho consultato il Guillaume (…) a cui anche il Mazziotti si riferiva. Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877. Siccome il casale e la fortezza di Castellabate era stata concessa alla Badia di Cava dei Tirreni ho consultato il Guillaume (…) a cui anche il Mazziotti si riferiva. Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877. Riguardo l’occupazione di Castellabate, il Guillaume (…) è importante perchè egli scrisse la storia dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che possedette la Baronia di Castellabate occupata in seguito dagli Almugaveri di Giacomo II di Aragona. Infatti il Guillaume (…), parlando dell’Abate Leone II, a pp. 189-190 in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Cava, tutta angioina per sentimento, ebbe, come si può immaginare, molto a soffrire dalle turbative senza sosta rinascenti, che allora agitavano il sud dell’Italia. Innanzitutto, all’epoca della defezione della Sicilia a vantaggio degli Aragonesi (1282) perse tutte le proprietà che teneva in quest’isola, soprattutto a ‘Paternione’ e a ‘Petralia’. Più tardi (1286), Giacomo, figlio di Pietro III d’Aragona che regnava in Sicilia, mentre andava con una flotta numerosa mettere assedio davanti Gaeta, fece una discesa sulle coste della Lucania e ‘Castellabate’, con tutte le sue dipendenze, cadde nelle sue mani (15). Fu a gran pena che la regina Costanza, figlia di Manfredi e madre di Giacomo, ecc…(16). Quando ai possessi di Sicilia, malgrado tutti gli sforzi di Leone, non si riuscì a riaverli.”. Il Guillaume a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Poi sempre il Guillaume (…), a p. 190, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Vedi la Bolla di papa Nicola IV, che nel 1292 conferma questa transazione ecc…De Blasi, ‘Chronicon ecc..’.”. Dunque, il Guillaume citava Domenico Tomacelli (…), ‘Storia del Reame di Napoli’, pubblicato nel ……, la sua p. 231. Infatti, il Tomacelli (…), nel suo vol. II, a pp. 232-233, riferendosi a Ruggiero Sanseverino in proposito scriveva che: “…che con quelle bastavano a ridurre Castellabate e torlo dalle mani di quei bestiali almugaveri che vi si erano afforzati dentro fin dall’anno 1286, ecc…”. Per l’episodio del 1286 a Castellabate ha scritto pure Michele Amari (…), nel suo ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, ed infatti a p. 276, nel cap. XIII riferendosi alle forze Siculo-Aragonesi l’Amari in proposito scriveva che: “Entrando l’ottantasei, Taranto, Castrovillari e Morano, voltavano, sì, a parte angioina per non poter più dè rapaci almugaveri; ma con maggior audacia o disciplina, un’altra banda armata di almugaveri, spintasi in Principato, s’insignorì di Castell’Abate, presso Salerno. Non guarì appresso, Guglielmo Calcerando, che reggea le Calabrie per Giacomo, riprese e riperdè Castrovilla e Morano, e tenne sì viva la guerra, che lo scorcio della state i governanti angioini chiamavan tutte le forse feudali ad osteggiarlo. S’ebbe più avvantaggio a mare. Loria, andato in Catalogna con due galee e toltene seco altre sei dalle catalane, correa depredando le costiere di Provenza; …..Nello stesso tempo, Giacomo allestì due armatette, l’una di dodici galee nel porto di Palermo, capitanata da Bernardo de Sarriano, ….l’altra di venti galee nel porto di Messina, armata forse di Messinesi e di abitatori delle coste Orientali, e le diè a Bernardo Vilaraut. E l’una, a dì otto giugno, fè vela dritto verso il Golfo di Napoli, ove al primo espugnò Capri e Procida, ecc….”. Dunque è in questo passo che l’Amari ci parla della conquista ed occupazione di Castellabate che all’epoca era antica baronia dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Riguardo l’occupazione di Castellabate da parte di Giacomo II di Aragona, Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Infatti, Domenico Tomacelli, nel suo ‘Storia dè Reami di Napoli e Sicilia ecc…’, a p. 229, il Tomacelli non parlava di Castellabate e non si riferiva ai fatti accaduti nell’anno 1286 ma all’anno 1283 e riferiva di Mosca e dei suoi almugaveri in Calabria. Il Guillaume (…), a p. 190, nella sua nota (15), riguardo Castellabate e la sua occupazione postillava anche di: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an..”. Il Guillaume si riferiva all’opera di Antonio Ludovico Muratori (…), Annali d’Italia dal principio dell’era volgare fino al 1749′ e, credo per l’anno 1286 che si trova nel tomo VII. Infatti, nella seconda edizione del Muratori (…), vol. XI, a p. 191, per l’anno 1286 troviamo scritto che: “All’incontro i Catalani presero il Castello dell’Abbate, situato trenta miglia da Salerno, e vi misero presidio. Nella festa della purificazione della Vergine, cioè il 2 di Febbraio, seguì in Palermo la solenne incoronazione del re di Sicilia dell’Infante Don Giacomo, ecc…”.
Nel 1286, Policastro si libera degli almugàvari che l’avevano occupata
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123, dopo aver scritto che nello stesso anno del 1286 gli almugàvari avevano occupato Policastro scriveva pure che: “Policastro approfittò della momentanea assenza degli Aragonesi per uccidere i 24 uomini del presidio di custodia, mettere in fuga gli altri e consegnare poi il castello al re.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.
Nel 1286, Roccagloriosa sventò la consegna del castello agli almugàvari da parte del feudatario Mansella
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continuando il suo racconto sull’invasione degli almugàvari scriveva pure che: “Roccagloriosa, continuamente esposta agli assalti nemici, venne tolta al feudatario Giovanni Mansella perchè il castellano “spiritum diabolice perversionis eversus” aveva deciso (il disegno fu sventato dai cittadini) di consegnare la fortezza agli assediatnti (63).”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.
Nel 1286, Camerota insorse e si liberò degli almugàvari che l’occuparono
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continuando il suo racconto e riferendosi all’anno 1286 scriveva pure che: “Camerota insorse liberandosi dagli oppositori.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.
Nel 1286, alcuni centri della Basilicata si ribellarono agli Almugaveri
Biagio Cappelli (…), sulla scorta di altri studiosi come Michele Amari e Giacomo Racioppi (…). Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “….l’anno 1284, bande di Almugaveri guidate da Matteo Fortuna devastarono le terre al confine calabro-lucano occupando inoltre, con improvvisi colpi di mano, Morano, che però insieme a Castrovillari si ribellò ai Catalani il 19 gennaio 1286 (36), e vari altri luoghi: Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro (37) i cui territori confinavano in buona parte con i feudi dei Chiaromonte. I quali feudi sebbene a quest’epoca non comprendessero più tutti i castelli ed i casali elencati in un documento del 1267 (38), pure si estendevano ancora lungo la valle del Sinni; ai confini così del Principato, della Lucania e della Calabria.”. Il Cappelli a p. 390 nella sua nota (37) postillava che: “(37) M. Amari, op. cit., II, Appendici; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, p. 182, vol. II.”. Biagio Cappelli, nella sua nota (37) citava Michele Amari (…), che nel ……scrisse ‘La guerra del Vespro Siciliano’, Milano, 1875. Nella nota (37) il Cappelli citava le “Appendici” del vol. II, dell’Amari (…) ed in particolare le sue “Appendici”. Riguardo invece i confini dei feudi, il Cappelli, citava alcuni documenti pubblicati dal Garufi. Infatti, il Cappelli, nella sua nota (38) a p. 390 postillava che: “(38) G.A. Garufi, Da Genusia romana al Castrum Genusium dei sec. XI-XIII, in A.S.C.L., a. III, pp.34-5, doc. n. 23. Laino infatti già nel 1274 non appare più tra i feudi dei Chiaromonte; cfr.: B. Cappelli, Laino ed i suoi Statuti, in A.S.C.L., a. I., pp. 415-16.”.
Nel 15 luglio 1287, i patti di tregua della pace di Oleron, non del tutto rispettata
Dopo che un primo accordo, preso ad Oléron, nel 1287, fu bocciato dal Papa Nicola IV, il 27 ottobre 1288 a Canfranc, nel nord dell’Aragona, fu trovato un accordo che mantenendo lo status quo nel regno di Sicilia, prevedeva la liberazione del re di Napoli, Carlo (II) d’Angiò detto lo Zoppo, ancora prigioniero in Aragona, in cambio dei suoi tre figli che dovevano rimanere in ostaggio al suo posto. Dopo che Carlo II venne liberato ed incoronato, Re di Sicilia, dal papa a Rieti, il 19 giugno del 1289, il papa annullò gli impegni presi col Trattato di Canfranc e riprese la guerra in Sicilia contro Giacomo il Giusto. Nell’agosto dello stesso anno, però a causa dei mamelucchi che minacciavano Acri, fu siglata una tregua di due anni. Ritornando alla questione di re Giacomo II di Aragona re di Sicilia, e della guerra che in quegli anni, nonostante una tregua stipulata con gli Angioini, continuò le incursioni e le conquiste sul litorale Tirrenico, Carlo Carucci (…), vol. II, p. 185, nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Interessante è ciò che scrisse Amedeo La Greca (…) sull’argomento , nel suo Appunti di Storia del Cilento, cap. XIV, a p. 183 in proposito scriveva che: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. Per il periodo successivo all’anno 1287, ovvero dopo la stipula della tregua firmata tra gli angioini e gli aragonesi, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Ebner, in sostanza ci racconta che dopo la stipula della tregua (a. 1287), nell’anno 1288 e nell’anno 1288, Carlo Martello, nipote di Carlo I° d’Angiò e che alla sua morte fu messo sotto la tutela del conte d’Artois (Roberto d’Angiò), essendo nel 1285 il principe Carlo imprigionato in Spagna, era stato nominato reggente del Regno di Napoli insieme al cardinale Gerardo di Palma, “con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che Carlo Martello riconquistò diverse posizioni che in precedenza erano state occupate dagli almugaveri. Secondo Ebner che si riferiva agli anni 1288 e 1289, Carlo Martello riconquistò il castello di Pantuliano ed ottenne per tradimento Policastro e Camerota. Solo Castellabate restò, come vedremo sempre nelle salde mani degli almugaveri e delle forze siculo-aragonesi di Ruggiero di Lauria e di re Giacomo II d’Aragona. Per la tregua firmata nel 1287 tra gli Angioini e Ruggero di Lauria hanno scritto i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato a Lauria nel 2000. I due studiosi, a p. 110, in proposito scrivevano che: “Fu così che dopo un primo accordo firmato il 15 luglio 1287 a Oleron in Bearn e non accettato il 27 ottobre del 1288 si giunse al trattato di Campofranco con cui Afonso III s’impegnava a liberare il principe Carlo lo Zoppo in cambio della consegna ecc…”. Dunque, in sostanza, a fronte della liberazione del principe Carlo detto lo Zoppo, figlio di Carlo I d’Angiò e futuro re Carlo II d’Angiò che nel frattempo era rimasto prigioniero degli aragonesi, i due contendenti vennero a patti e stipularono una tregua. Scarlata M. e Sciascia L., nel loro ‘Documenti sulla luogotenenza di federico d’aragona, acta siculo-aragonensia’, a p. 14 scrivevano che: “Dal punto di vista politico il Loria, avversario temibile sui mari, dispone quasi di una totale libertà d’azione tanto da concludere nel 1287 una tregua con l’angioino senza consultare il consiglio del re (28).”. I due autori a p. 14 nella nota (28) postillavano che: “(28) Cod. dipl., I, cit., Prefazione, p. CLXXIV e doc. CLXXXI, p. 421.”. I due autori si riferivano al testo di La Mantia (….), Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia, vol. I (anni 1282-1290), pubblicato a Palermo nel 1917. Il La Mantia, nella sua Prefazione al vol. I, a pp. CLXXIV in proposito scriveva che: “…; e lo scopo si sarebbe raggiunto se la tregua del Loria con gli Angioini di Napoli nel 1287 non avesse ecc…”. Per quel periodo e per l’anno 1287, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate. Ovunque, in vallate e pianure del Cilento vi era guerriglia. Pattuglie di Almugaveri si spinsero fino a Salerno. Ecc…”. Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, a p. 185, riferendosi a Carlo II d’Angiò e agli anni del 1289-1290 conclude quel periodo con le seguenti frasi: “Torna così in Francia e quindi in Italia, ecc….; a Rieti è coronato re dal papa e il 9 luglio ’89 entra in Napoli. Il papa però non approva il trattato e allora riarde la guerra per terra, specialmente sulla frontiera del Principato, e per mare. Re Giacomo si spinge fino a Gaeta, di cui occupa la rocca, ma ivi poi si trova assediato da truppe accorse da tutte le parti del Regno e, per opera del papa, da varie parti d’Italia. Nè manca, contravvenendo ai patti, di presenziare alle operazioni di assedio Carlo II.”.
Nel 1287, Camerota e Policastro vennero occupate dagli Almugaveri ( forse detti “mamelucchi”)
Alla morte del padre, nel novembre del 1285, il secondogenito, Giacomo il Giusto gli successe sul trono di Sicilia come Giacomo I, mentre, in quanto figlio maggiore, Alfonso III gli successe sul trono di Aragona e di Valencia e nelle contee catalane. Il regno di Sicilia per la verità si era diviso in due regni, quello di Napoli, sul continente e quello di Sicilia, che poi diverrà di Trinacria, sull’isola, ed era in stato di guerra permanente; Giacomo, raggiunta la Sicilia dove già si trovava la madre, Costanza, che la governava per conto del marito Pietro, aveva ricevuto in aiuto dal fratello, Alfonso, la flotta del Regno di Sicilia, al comando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, per cui aveva la superiorità assoluta in campo marittimo, infatti il 23 giugno del 1287, Lauria aveva sconfitto la flotta napoletana, a Castellammare, impadronendosi di 42 galere, mentre lo stesso giorno Giacomo aveva sventato un attacco contro Augusta. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate. Ovunque, in vallate e pianure del Cilento vi era guerriglia. Pattuglie di Almugaveri si spinsero fino a Salerno. Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Anche in questo passaggio l’Ebner (…), non cita alcuna fonte bibliografica. Dunque, la notizia che l’assalto di Policastro sia avvenuto nel 1287 è a mio avviso suffragata dalle lettere e diplomi degli anni successivi quando furono apprestati piani di attacco per la riconquista di buona parte di questi centri, soprattutto del centro di Castellabate che resistette fino alla disfatta avvenuta nell’anno 1299 e, di cui parlerò in seguito. Pietro Ebner riporta la notizia dell’occupazione di Agropoli da parte degli Almugaveri nell’anno 1287 e, dice l’Ebner, lo si deduce dalla lettera di re Carlo II d’Angiò che scrisse al milite Raimondo del Balzo (de Baucio). Nella lettera di re Carlo si elencano i ribelli. Pietro Ebner (…) scriveva che: “Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate.”. Le notizie storiche che riguardano l’anno 1287, non sono suffragate da documenti di quell’anno. Infatti, Carlo Carucci (…), a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Pietro Ebner ne parla sempre nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I,a p. 469, parlando di Agropoli, dove dice che: “Poco dopo Agropoli cadeva in mano degli Almugaveri, per cui la rioccupazione dell’abitato e l’assedio del castello caduto prima del maggio 1295. Lo si deduca da una lettera di re Carlo in data 5 di quel mese., al milite Raimondo del Balzo (de Baucio).”. Dunque, in conclusione, ritengo dubbia la notizia dataci da alcuni di un occupazione di Policastro nel 1287. Le notizie che nell’anno 1287 si ripettettero alcune invasioni da parte degli almugaveri delle forze siculo-aragonesi di Giacomo I di Aragona e di Ruggiero di Lauria non sono suffragati da documenti di quell’anno. Rileggendo alcuni testi come quello Camillo Minieri-Riccio (…), Diario angioino dal 4 gennaio 1284 al 2 gennaio 1285, parte III, del 1873, che pubblicava gran parte dei documenti tratti dalla Cancelleria angioina conservati nell’Archivio di Stato di Napoli fino al 1943 quando furono dispersi a causa di un maledetto rogo, pare che non vi fossero documenti dell’epoca. Lo stesso Carlo Carucci (….) che nel 1934 ne ripubblicò buona parte nel suo vol. II, salta direttamente all’anno 1289. Credo che i fatti accaduti negli anni intorno al 1287 siano stati desunti dai documenti angioini degli anni successivi al 1288, che analizzerò ora, come ad esempio quello di cui parla Pietro Ebner a p. 658 nella sua nota (13) postillava che: ,“(13) Reg. ang. 54, f 27, 12 maggio 1290, Napoli = Carucci, II, p. 219, n. 119 “. Dunque, in questo caso Ebner postillando del documento angioino si riferiva a Carlo Carucci, vol. II del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Dunque, Ebner nel suo vol. II, p. 219, scrive documento n. 119. Si tratta di questo documento CXIX, del 1290, 12 Maggio, Napoli, in cui “il conte d’Artois dà licenza a Giovanni de Eusebio, abbate Sorrentino, di recarsi in barca, con cinque marinai che la conducano, a Ischia, Capri, Castellabate e, se sarà necessario alla ribelle isola di Sicilia, per ottenere la liberazione del fratello Pietro, ecc…”. Carlo Carucci (…), nel 1932, nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II), a pp. 4-5 in proposito scriveva che: “…..E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Per questo argomento e questo periodo, i due studiosi citando Carlo Carucci (…) e, scrivono vol. II, pp. 121 e p. 145. Infatti, il Carucci (…), a p. 145, pubblicò il documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, ed in proposito scriveva che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Dunque, il Carucci si riferiva ad un’invasione del 1284 non all’anno 1287, infatti, nel documento citato dal Carucci, il documento datato 21 aprile 1284, il principe di Salerno Carlo detto lo Zoppo scrive e ordina al giustiziere del Principato di recarsi a Policastro perchè si era saputo che: “che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato”. Dunque, il 21 aprile 1284 ancora non era certo che gli almugaveri invadessero il Principato ma si sapeva solo che essi avessero occupato Scalea ed alcuni centri della Basilicata. Le notizie di un’invasione del Principato arriveranno più tardi. Carlo Carucci (…), riguardo gli Almugaveri nell’anno 1287, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a p. 183 (vol. II), in proposito a quegli anni scriveva che: “Poco dopo la morte di re Carlo, muore a Perugia Papa Martino IV e gli succede Onorio IV, ecc….Il conte d’Artois e il legato pontificio mettono audacemente piede in Sicilia; il re di Francia, Filippo, con grande esercito, valica i Pirenei e invade, vittorioso, la Catalogna; ……Ma la sagacia del re d’Aragona e il valore di Rugiero di Lauria cambiano improvvisamente il corso delle operazioni guerresche. D. Pietro assale l’esercito francese, che assedia Girona, e lo sconfigge; Ruggiero di Lauria sorprende, presso gli scogli delle Formiche, la flotta francese, la distrugge e sottopone a orribili torture quanti non hanno trovato la morte affogando nelle onde. L’esercito francese, decimato anche dalle malattie e dalle diserzioni, non può resistere alle molestie di D. Pietro e a quelle di Ruggiero di Lauria, che sbarcato a ….”. Nel 1282, Ruggiero di Lauria fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri siciliani. Nella prima delle battaglie navali del golfo di Napoli (5 giugno 1284) si scontrò con la flotta angioina comandata da Carlo II° “lo Zoppo”, fatto prigioniero. Nel 1285 sconfisse angioini e genovesi e, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, anche Filippo III di Francia “l’Ardito” — in guerra da due anni contro la Corona d’Aragona — nella battaglia navale delle Formiche, presso Roses, in Catalogna. Il Carucci traeva da Minieri-Riccio (…). Il Carucci, a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Dunque, il Carucci, parlando del periodo in cui Ruggiero di Lauria cerca in tutti i modi di invadere il Regno di Napoli degli Angiò, scriveva che gli Almugaveri, dopo aver invaso la Basilicata e aver penetrato nella Valle del Tanagro, “occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno“. Così scriveva il Carucci (…), a p. 183, del vol. II. Il Carucci (…), a p. 184, in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula,; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli, ecc…”. La notizia citata da Orazio Campagna (…) e dai due studiosi Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari“. Sempre il Carucci in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Ed intanto giunge in Aragona dalle prigioni di Metagrifone e di Cefalù ed è mandato a Campofranco nei Pirenei il nuovo re di Napoli, Carlo detto lo Zoppo. Il dieci novembre, mentre le popolazioni di Siciliae d’Aragona sono in tripudio per le grandi vittorie riportate in terra di mare, muore a Villafranca Pietro, di appena quarantesei anni…Pel testamento fatto nell’87 e l”instrumentum donacionis’ dell’83 gli succede in Aragona il figlio Alfonso ed in Sicilia Giacomo. Questi è coronato re il 2 febbraio nella cattedrale di Palermo, e, continuando, senza perder tempo, le operazioni guerresche, scaccia dalla Sicilia il cardinale Gherardo e il conte d’Artois; fa saccheggiare le coste tirrene, specialmente quelle del ducato di Amalfi e del Principato ecc….”. Dunque, riepilogando i passaggi storici citati dal Carucci, si parla di Giacomo d’Aragona, detto il Giusto, il quale è stato Re Giacomo II di Aragona. Dal 1285 al 1286 fu anche re di Sicilia come Giacomo I. Dunque, il Carucci si riferiva agli anni tra il 1285 ed il 1286. Riguardo invece l’anno 1287, cioè l’anno in cui molti asseriscono molte notizie di invasioni nel Principato, sempre il Carucci (…), vol. II, a pp. 184-185, in proposito scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli. La popolazione in questa città è in sommossa, onde pare sicuro il dissolvimento del governo angioino. Ma Ruggiero di Lauria non sa profittare della vittoria: senza autorizzazione del suo re concede al conte d’Artois e al legato pontificio una tregua di due anni, riceve una grossa somma e torna in Sicilia, rovinando un’impresa così bene avviata. A Messina, il popolo furibondo ne domanda la morte, ma è salvato da Giovanni da Procida, ecc….Muore in questo stesso anno, 1287, papa Onorio IV e gli succede Niccolò IV; ecc…”. Riguardo la ricostruzione storica degli avvenienti negli anni 1287 e 1288, il Carucci, a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Infatti, il Carucci, nel suo vol. II, a p. 186, continua con un documento del 1289, riportando un documento del 1289 e, saltando i documenti ed il periodo del 1287 e 1288. Mi chiedo se il Carucci, in questo riepilogo storico si riferisse all’anno 1287 o si riferisse ad avvenimenti accaduti nell’anno prima ?. Sicuramente le notizie storiche degli avvenimenti che riguardano l’anno 1287 sono scarsissime e quelle certe risalgono, come vedremo meglio innanzi, agli anni 1290, dal 4 luglio al 4 dicembre 1290 in cui Carlo Martello, nominato vicario dal re Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo che si recò in Francia, inizia a preoccuparsi di riconquistare le posizioni perdute o i centri occupati del Principato, come Padula, Policastro, Sanza ecc…..Infatti, Carlo Carucci, riguardo gli anni successivi, come ad esempio l’anno 1290, in proposito scriveva che: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, non cessano da ambo le parti le rappresaglie e le operazioni guerresche, pur tra continue scambievoli proteste. Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di Pantuliano, oggi Castelcivita, sito in fondo alla valle del Calore, affluente del Sele, e ne scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, e tenta quindi di muovere con l’esercito contro Castellabate. Quest’ultima impresa però lo fallisce.”. Dunque, queste le uniche parole riguardo la conquista di Policastro che in questo passo il Carucci dice ad opera di Carlo Martello negli anni successivi al 1290. Questa è l’unica notizia certa riguardo l’occupazione di Policastro e di Camerota, forse avvenuta nell’anno 1287, da parte degli Almugaveri, perchè sappiamo dai documenti angioini che in seguito, nell’anno 1290, Policastro fu ottenuta da Carlo Martello, vicario nel Principato di Carlo II d’Angiò lo Zoppo, per un tradimento fatto alla guarnigione degli almugaveri che ivi si erano stanziati nel castello. Ma da quale notizia storica gli storici locali desumono che Policastro fu attaccata ed espugnata dagli almugaveri nell’anno 1287 ?. Non saprei dire. Posso solo dire che le cronache di Ramon Muntaner e di d’Esclot ci parlano di quel periodo storico che come scriveva il Carucci, riguardo l’anno 1287 scriveva che: “Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli. La popolazione in questa città è in sommossa, onde pare sicuro il dissolvimento del governo angioino. Ecc..”, ovvero ci parla degli avvenimenti accaduti nel 1287 quando Ruggiero di Lauria si lancia all’assalto di Napoli. Carlo Carucci, parlando del periodo in cui Rugiero di Lauria cerca in tutti i modi di invadere il Regno di Napoli degli Angiò, scriveva che gli Almugaveri, dopo aver invaso la Basilicata e aver penetrato nella Valle del Tanagro, “occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno“. Il Carucci si riferisce a dopo l’anno 1286. Dunque, il Carucci a p. 185 del vol. II, riferendosi a l’anno 1287 scriveva che: “Muore in questo stesso anno, 1287, papa Onorio IV e gli succede Niccolò IV; ecc…”. In Carucci arriviamo al 1290, 5 settembre, quando da Eboli, Carlo Martello accoglie la supplica dei cittadini di Roccagloriosa e gli concede i proventi della loro bagliva che invece potevano utilizzare per la riparazione del castello. La città di Pantuliano venne assediata e riconquistata nel settembre del 1290 e, che il 13 ottobre 1290, la città di Policastro era libera dagli almugaveri e ritornata alla casa d’Angiò. E’ il documento CXLV pubblicato dal Carucci a p. 243, vol. II conservato nei Registri Angioini n. 54, fol. 241a. Di quel periodo e di Ruggiero di Lauria ha scritto Michele Amari (…), il quale, nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a pp. 291-292-293, riferendosi a dopo l’anno 1287, che salta completamente portandosi all’anno 1288-89, in proposito scriveva che: “Carlo II, intanto, passato di Provenza in Italia, fece omaggio del suo reame al papa; e funne coronato a Rieti il diciannove giugno milledugentottantanove, con grande allegrezza di tutta la parte guelfa d’Italia…….Perchè Giacomo, risolutamente l’assaltò, la primavera dell’ottantanove, intendendo la liberazione dello Zoppo e le successive negoziazioni, tirato ancora da una pratica con cittadini di Gaeta. Passa a Reggio, il quindici aprile, con quaranta tra teride e galee, montate da quattrocento cavalli, e dieci migliaia di fanti Messinesi e altri Siciliani; il quindici maggio muove lungo la costiera occidentale di Calabria, avanzandosi ei di terra con le genti, l’ammiraglio con la flotta, ecc…Occuparono Sinopoli, ecc…Arrendeasi indi a’ Siciliani Amantea, ecc…Giacomo, lasciata Belvedere, strinse duramente quest’altra fortezza ecc… Toccò Scalea, Castell’Abate, Capri e Procida, che per lui si teneano; soprastette in Ischia ecc..”. Poi a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare. Ricantando le bravate dei baroni di Carlo,…….ecc…, ma il guelfo Villani accetta esser tornato utilissimo quell’accordo al regno di Puglia; e Carlo stesso ecc…dall’esser rimasto Giacomo signore della più parte delle Calabrie, oltre le terre occupate qua e la per altre province; e da altri onorevoli patti ecc..”. L’Amari, a p. 295 scriveva che Giacomo II di Aragona il 7 settembre prese il porto di Messina, “dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare“. Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. In questo passo l’Amari parla del Patto di Gaeta tra Giacono II di Aragona e Carlo II d’Angiò. Dunque, l’Amari scrive Ognissanti del 1291. Di quegli anni e, delle incursioni degli Almugaveri nelle nostre terre nell’anno 1287 ha scritto Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati’, pubblicato nel 2001, a pp. 51-52-53 e, parlando di Morigerati all’epoca Angioina, riferendosi all’anno 1287, in proposito scriveva che: “L’accenno all’esistenza o meno delle saline ci mostra un quadro tragico: se la popolazione abbandona le preziose saline vuol dire che la guerra stava creando danni seri e, infatti, la situazione muta nel 1287 allorchè il baluardo Cilento venne attaccato dagli almugaveri che scendevano dai monti, e via mare con due flotte da 12 e 20 galee, una di queste assale Policastro. L’attacco congiunto ottenne l’effetto voluto: davanti a queste truppe la città cadde e gli abitanti vennero uccisi o fatti prigionieri, pochi si salvarono con la fuga. Per tre anni, le terre del basso Cilento rimasero in potere degli almugaveri con conseguenze facilmente intuibili; sarà Carlo Martello, Vicario del regno, a liberarle nell’anno 1290 con il valido aiuto di Guglielmo Pellegrino (o Peregrino) e Leonardo di Alatri che vennero ricompensati per il loro valore con l’assegnazione del feudo di Sanza in parti uguali (13). Due erano i punti fortificati, essendo praticamente ai confini tra Aragonesi e Francesi: Policastro e Roccagloriosa; dunque Morigerati venne a trovarsi sulla linea di guerra: è questo il periodo di maggiore depauperamento per il terrore delle aggressioni Aragonesi. Viene organizzato anche il reperimento di viveri affinchè gli abitanti non abbandonassero le terre e le difese, non potendo provvedere con la normale semina-raccolto (14). Chi riesce ad uccidere almugaveri viene pagato (15) e vengono organizzate bande di armati per combatterli, quella che agisce nel territorio del Bussento è al comando di Rainaldo di S. Dena che, all’occorrenza, ha il permesso non solo di ritirarsi nel castello, ma di rifornirsi di quanto occorre (16)….Tra il luglio ed agosto del 1296 gli almugaveri attaccano in forze e arrivano a scorazzare fino al fiume Sele, il castello viene colpito il primo agosto….”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 142.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cit., 13 ott. 1290 vendita di frumento, orzo e miglio a Policastro, 25 gennaio 1291 richiesta del re di provvedere di viveri la zona in questione.”. Il Gentile (…), a p. 59, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cit., pag. 149, 16 ottobre 1290.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cit., pag. 291, Trani, 13 gennaio 1292. L’ordine del re pervenne al castelliere di Policastro.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cit., pag. 288, 2 novembre 1291.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Cit., pag. 145.”. Carlo Carucci (…), citato dal Gentile, a p. 120 e 121 riporta i due documenti angioini, il documento XIII a p. 119 del 17 marzo 1283 da Melfi in cui Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo, primogenito del re e principe di Salerno, informa le autorità di avere affidato a Tommaso Sanseverino la difesa del Principato e poi l’altro documento, il n. XV, del 28 luglio 1283, da Nicotera dove Carlo Martello d’Angiò, principe di Salerno “scrive alle persone addette alla custodia del Golfo di Policastro ecc…”. Il Gentile cita sempre il Carucci e cita anche il vol. II, le pp. 249, 291, 304, 330, 331, di cui parlerò innanzi. In questo passo però il Gentile, sebbene io credo faccia riferimento solo al Carucci (…), egli non riporta nessuna nota bibliografica. La notizia del Gentile che scrive: “….la situazione muta nel 1287 allorchè il baluardo Cilento venne attaccato dagli almugaveri che scendevano dai monti, e via mare con due flotte da 12 e 20 galee, una di queste assale Policastro. L’attacco congiunto ottenne l’effetto voluto: davanti a queste truppe la città cadde e gli abitanti vennero uccisi o fatti prigionieri, pochi si salvarono con la fuga.“, ovvero la notizia che nell’anno 1287 gli almugaveri occuparono il baluardo del Cilento. Carucci dice addirittura che le forze siculo-aragonesi vennero via mare con due flotte di galee ed una di queste assalì Policastro, mettendo in fuga quei pochi cittadini rimasti. Credo che il Gentile, come dicevo, avesse preso questa notizia dal Carucci che nel suo vol. II, a pp. 184-185, diceva solo che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, …….occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno.”, senza però documenti a suffragio delle notizie riferite. Infatti il Gentile a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 142.”, riferendosi a p. 142 del vol. II del Carucci che però non parla dell’anno 1287 ma parla dell’anno 1284. Io credo che le notizie riferibili all’anno 1287 siano state desunte dagli avvenimenti e dai documenti degli anni 1289-90. Infatti, il Gentile, proseguendo il suo racconto scriveva pure che: “Per tre anni, le terre del basso Cilento rimasero in potere degli almugaveri con conseguenze facilmente intuibili;…”. Dunque, se gli almugaveri dovettero sloggiare nel 1290 va da se che avendo occupato Policastro ed altri centri per tre anni, essi, erano arrivati nell’anno 1287. Il Gentile ci da la stessa notizia anche per Camerota. Il Gentile (….), a p. 93 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, a p. 93, parlando di Camerota in proposito scriveva che: “Camerota fu conquistata dagli Almugaveri nel 1287 e liberata nell’estate del 1290 da Carlo Martello che l’anno dopo scrive a Giovanni Bursone affinchè provveda ai bisogni della popolazione della zona e. ancora, nel 1292 gli abitanti vengono esonerati dalle tasse (vedi le pagine precedenti) e ancora una volta nel 1295, da Carlo II, su richiesta di Tommaso Sanseverino e ancora nel 1300.”. Dunque, il Gentile, riferisce che dopo l’occupazione degli Almugaveri nel 1287, Camerota fu liberata nell’anno 1290 da re Carlo Martello che nel frattempo era succeduto a Roberto d’Angiò. Angelo Gentile (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”. Dunque, il Gentile, ci informa che dopo l’occupazione di Camerota da parte delle forse Siculo-Aragonesi e degli Almugaveri al soldo di Giacomo d’Aragona, Camerota fu liberata dal prinicipe di Salerno Carlo Martello d’Angiò. Infatti, il Gentile riporta una notizia riportata anche da Ebner (…), nel suo vol. I di “Chiesa, popolo e baroni ecc…” che, a p. 583, parlando di Camerota scriveva che: “Il 25 gennaio 1291 Carlo Martello ordinò a G. Bursone, Tommaso Sanseverino e Raimondo di Avella, incaricati delle riscossioni fiscali, ecc….”.
Nel mese di Agosto del 1289, la tregua di Gaeta
Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. In questo passo l’Amari parla del Patto di Gaeta tra Giacono II di Aragona e Carlo II d’Angiò. Dunque, l’Amari scrive Ognissanti del 1291. Michele Amari (…), nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a pp. 291-292-293, in proposito scriveva che: “Carlo II, intanto, passato di Provenza in Italia, fece omaggio del suo reame al papa; e funne coronato a Rieti il diciannove giugno milledugentottantanove, con grande allegrezza di tutta la parte guelfa d’Italia…….Perchè Giacomo, risolutamente l’assaltò, la primavera dell’ottantanove, intendendo la liberazione dello Zoppo e le successive negoziazioni, tirato ancora da una pratica con cittadini di Gaeta. Passa a Reggio, il quindici aprile, con quaranta tra teride e galee, montate da quattrocento cavalli, e dieci migliaia di fanti Messinesi e altri Siciliani; il quindici maggio muove lungo la costiera occidentale di Calabria, avanzandosi ei di terra con le genti, l’ammiraglio con la flotta, ecc…Occuparono Sinopoli, ecc…Arrendeasi indi a’ Siciliani Amantea, ecc…Giacomo, lasciata Belvedere, strinse duramente quest’altra fortezza ecc… Toccò Scalea, Castell’Abate, Capri e Procida, che per lui si teneano; soprastette in Ischia ecc..”. Poi a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare. Ricantando le bravate dei baroni di Carlo,…….ecc…, ma il guelfo Villani accetta esser tornato utilissimo quell’accordo al regno di Puglia; e Carlo stesso ecc…dall’esser rimasto Giacomo signore della più parte delle Calabrie, oltre le terre occupate qua e la per altre province; e da altri onorevoli patti ecc..”. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato a Lauria nel 2000, a p. 110, riportano la stessa notizia ed in proposito scrivevano che: “Nella stessa primavera del 1289 Giacomo II, ……forte dell’appoggio dei nobili siciliani e dell’invincibile Ruggiero di Lauria, decise di muovere in modo risoluto contro il regno angioino. L’Ammiraglio, ….il 15 aprile con quaranta tra tarìde e galee, quattrocento cavalli, diecimila fanti e tutti nobili messinesi, salpò dal porto di Messina con il re che avrebbe risalito la penisola calabrese via terra con l’esercito, mentre lui con la flotta lo avrebbe protetto dal mare. In poco tempo Giacomo II riconquistò le terre che erano passate con i francesi: Sinopoli ecc….“. Sempre i due studiosi a p. 113 scrivevano che: “Concluso l’assedio di Sangineto, Giacomo II e l’Ammiraglio fecero vela verso il Principato. Dopo aver toccato Scalea, visitarono Castel dell’Abbate, nei pressi di Agropoli, distante trentaquattro miglia da Salerno, e da lì si portarono nelle isole del Golfo di Napoli, Capri, Ischia e Procida già in loro possesso. Il 27 giugno 1289 partirono per Gaeta, dove giunsero l’ultimo giorno del mese.”.
Nel 30 agosto 1289, re Giacomo II e Ruggiero di Lauria rischiarono la flotta a Palinuro
Michele Amari (…), nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare.”. L’Amari, a p. 295 scriveva che Giacomo II di Aragona il 7 settembre prese il porto di Messina, “dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare“. Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato a Lauria nel 2000, a p. 116, dopo aver parlato della tregua stipulata “con il trattato si stabiliva una tregua di due anni, “fino al dì d’Ognissanti del novantuno” in proposito scrivevano che: “Come nei patti i francesi levarono prima il campo. Il 30 agosto Ruggiero di Lauria fece vela verso la Sicilia. Giunto sul far della notte nei pressi di Palinuro fu investito da una grande tempesta di mare. Mentre procedeva innanzi alle altre galee, facendo strada, alcune furono inghiottite dalla forza delle onde. Soltanto il 7 settembre la galea dell’Ammiraglio, che ospitava anche Giacomo II, giunse nel porto di Messina seguita alcuni giorni dopo dai legni superstiti.”. Secondo i due studiosi questa notizia dovrebbe essere tratta dal chronicon di Bartolomeo Nicastro (…), cap. CXII.
Nel 1289, Giacomo II di Aragona, re di Sicilia, si ferma a far visita a Castellabate
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, pp 657-658 che ci parla degli Almugaveri e di Giacomo II d’Aragona nel 1287. Ebner, parlando del casale di Castellabate, in proposito scriveva che: “….Castellabate venne persino occupata da re Giacomo di Sicilia (a. 1286) che la visitò tre anni dopo.”. Rileggendo “La Baronia del Cilento” di Matteo Mazziotti (…), nel suo capo IV “Il Castello dell’Abbate”, al punto VI, a pp. 54-55 egli, parlando di Castellabate e riferendosi a re Giacomo II di Aragona, in proposito aggiungeva che: “……che vi si recò di persona nel 1289 (1) e ne conservò il possesso per diversi anni. In tale incontro Castellabate con i suoi casali fu miseramente saccheggiata dagli invasori. L’abate del tempo, Rainaldo, pochi anni dopo, perdurando la guerra, ritenne di non essere in grado di difendere validamente Castellabate e cedette nel 1299 per 10 anni il castello ed il paese a Giovanni di Monforte, conte di Squillace e ciambellano di Re Carlo II, riservandosi soltanto la giurisdizione spirituale (2)……Nello stesso anno le truppe angioine assediarono Catellabate e l’obbligarono a cedere. Innanzi al castello stesso, in data 3 marzo di quell’anno fu stipulata la resa.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che Giacomo II di Aragona, nel 1289 si recò di persona a Castellabate a far visita al suo castello e fortezza. Secondo il Mazziotti (…) che scriveva sulla scorta della cronaca del Jamsilla (…), di cui parlerò in seguito, re Giacomo II di Aragona fece visita a Castellabate nel 1289 dopo essere stato a Scalea e prima di partire definitivamente il 27 del mese per Gaeta. Il Mazziotti (…), a p. 55, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nella cronaca di Nicola IAMSILLA si legge: “Il Re facendo visita la terra di Scalea, Castellabate e così le isole di Capri, di Procida e d’Ischia e riposatosi alquanto in Ischia ai 27 giugno partì e l’ultimo del mese fu a Gaeta.”. Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877 a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Dunque, il Guillaume citava Domenico Tomacelli (…), ‘Storia del Reame di Napoli’, pubblicato nel ……, la sua p. 231. Infatti, il Tomacelli (…), nel suo vol. II, a pp. 232-233, riferendosi a Ruggiero Sanseverino in proposito scriveva che: “…che con quelle bastavano a ridurre Castellabate e torlo dalle mani di quei bestiali almugaveri che vi si erano afforzati dentro fin dall’anno 1286, ecc…”. Riguardo l’occupazione di Castellabate da parte di Giacomo II di Aragona, Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Il Guillaume (…), a p. 190, nella sua nota (15), riguardo Castellabate e la sua occupazione postillava anche di: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an..”. Il Guillaume si riferiva all’opera di Antonio Ludovico Muratori (…), Annali d’Italia dal principio dell’era volgare fino al 1749′ e, credo per l’anno 1289 che si trova nel tomo VII. Infatti, nella seconda edizione del Muratori (…), vol. XI, a p. 207, per l’anno 1289 troviamo scritto che: “Imbarcatosi di nuovo il Re Giacomo visitò Scalea, il Castello dell’Abbate, e le Isole di Capri, Procida e Ischia, che ubbidivano alla sua Corona, e perciocchè da alcuni della città di Gaeta gli era data speranza, che s’egli fosse venuto gli avrebbero aperte le porte della città.”.
Nel 6 settembre 1289, Carlo II d’Angiò ordina a Riccardo de Ruggiero e a Riccardo D’Aiello di recarsi al Castello di Tortorella
Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, nella sua nota (…) e, in proposito scriveva che: “È del 1289 un ordine perentorio di Re Carlo II ai salernitani Riccardo de Ruggiero e Riccardo D’Aiello di recarsi immediatamente, sotto pena di confisca dei loro beni, rispettivamente al castello di Tortorella e a quello di Sanza, di cui erano possessori, per custodirli diligentemente “ne gravetur ab hostibus” (9)”. Ancora Ebner, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”. Forse è a questo “Riccardo de Ruggiero” che si riferiva Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, quando parlando di Tortorella ed i suoi casali di Casaletto e Battaglia all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel 1289 le Terre di Tortorella erano invece possedute da Riccardo de Ruggiero. Fu probabilmente in questo periodo che dette Terre di Tortorella entrarono a far parte del feudo di Lauria.”. Dunque, il Montesano riporta la notizia che nel 1289, la terra di Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia appartenevano ad un certo “Riccardo de Ruggero”, mentre Pietro Ebner ci parla di un ordine impartito da re Carlo II d’Angiò in cui si obbligava i “salernitani” “Riccardo de Ruggiero” a recarsi immediatamente “rispettivamente al castello di Tortorella”, “sotto pena di confisca dei loro beni”, “ne gravetur ab hostibus” (9)”. La notizia proviene dai Registri Angioini pubblicati da Carlo Carucci. Ebner, nella nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”. Dunque, Ebner postillava di Carlo Carucci e del suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII. La notizia è tratta dal vol. II, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII, pag. 204, documento n. 97. Infatti, Carlo Carucci (….), a p. 204 parlando del documento n. 97, in proposito scriveva: “LXXXXVII. 1289, 6 settembre, Napoli. Carlo II ordina a Riccardo de Ruggiero e a Riccardo D’Aiello, salernitani, che, sotto pena della perdita dei loro beni, vogliano immediatamente portarsi l’uno al castello di Tortorella, l’altro a quello di Sansa, di cui sono rispettivamente padroni, e provvedere alla difesa di essi dai nemici.”. Il Carucci, a p. 204 postillava: “Reg. ang. n. 46, fol. 314b.”. Il Carucci riporta il testo del documento: “Riccardo Rogerii, militi, de Salerno. Fidelitati tue, sub pena ammissionis terre, quam tenes a curia nostra….precipimus quatinus, statim visis presentibus, qualibet mora et occasione cessantibus, ad terram tuam Turturelle te personaliter conferas et ipsius terre diligentem custodiam, de gravetur ab hostibus, curaturus (nel testo: moraturus). Data Neapoli, die VI septembris III indictionis. Similes facte sunt Riccardo de Agello, militi, de Salerno, quod conferat se ad terram suam Sanse, de verbo ad verbum, ut supra.”. Chi era questo “Riccardo Ruggerii” ?. Il Carucci scriveva che il documento angioino ci parla di due militi “Salernittani” al servizio di re Carlo II d’Angiò a cui fu ordinato di recarsi immediatamente presso i loro beni, ovvero il castello di Tortorella di cui era padrone. Dunque, nel 1289, il castello di Tortorella apparteneva al milite salernitano Riccardo Rogerio. Questo secondo l’interpretazione dei registri angioini che ne fa il Carucci. Io credo che questo “Riccardo Rogerii, militi, de Salerno”, fosse il Riccardo di Lauria, fratello del grande ammiraglio, Ruggero di Lauria che, nel 1289, insieme a Riccardo d’Ajello, che teneva il castello di Sanza, subivano le pressioni di Carlo II d’Angiò a causa della guerra del Vespro (1282-1302). Riguardo il personaggio Matteo D’Ajello ha scritto Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Negli ultimi anni della guerra i feudatari di ‘Sansa’ si avvicendano celermente, quasi a sottolineare la precarietà e l’instabilità dei tempi e del territorio bussentino. Infatti,, in appena un quarto di secolo, ben cinque Signori vengono menzionati dai ‘Registri Angioini’: nel 1278 Erberto d’Aureliano, che trova tempo e modo di impelagarsi in una contesa per motivi di confine col Signore di Padula Guglielmo di Saccovilla (‘contenncio vertitur inter herbertum de aureliano, tenentem….Terram Sanse et Guillelmum de Sanguenville tenetem terram Padule’)(192), nel 1289 Riccardo d’Aiello, di cui si è detto; nel 1290 Guglielmo Peregrino (193) e Leonardo de Alatri (un capitano degli Almugaveri!)(194) in parti uguali per aver restituito Policastrum al dominio regio (195); nel 1294 Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (192) postillava che: “(192) ASN, Reg. Ang., n. 28, fol. 109; A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, Unione Editrice, 1914-1930 (rist. an. a cura di Vittorio Bracco e Angelina Bracco, Salerno, Boccia, 1982), III, p. 11 6, doc. IX. Per altre notizie su Erberto d’Orléans, che fu tra l’altro anche Signore di ‘Policastrum e di Rocca Gloriosa, cfr., F. Fusco, Universale Capitulum etc., cit., p. 150, n. 21.”. Dunque, il Fusco scriveva che nel 1289 era padrone di Sanza Riccardo d’Aiello e questa notizia era tratta dai Registri Angioini. Felice Fusco, a pp. 206-207, in proposito scriveva che: “Sanza….partecipa – come si è detto – alle operazioni e alla difesa del ‘castrum Policastri’, è strenuamente difeso (nel 1299 Carlo II d’Angiò ordina al milite Riccardo d’Aiello (181) di recarsi subito ‘ad Terram suam Sanse’ per difenderla dagli attacchi nemici)(182), ecc…”. Il Fusco, a p. 206, nella nota (181) postillava che: “(181) Per questo personaggio cfr. F. Fusco, Universale Capitulum etc., cit. p. 149, n. 18.”. Il Fusco si riferiva al suo saggio “Universale Capitulum Terrae Sontiae, ovvero gli Statuti Municipali di Sanza”, Euresis, 1991, Salerno, Boccia. Il Fusco, a p. 206, nella nota (182) postillava che: “(182) ASN, Reg. Ang., n. 46, fol. 134”. Su Leonardo d’Alatro, il Fusco, a p. 208, nella nota (194) postillava che: “(194) Leonardo de Alatro, dopo essere stato capitano degli Almugàveri di ‘Policastrum’, si era convertito alla religione cattolica e alla causa angioina. Nel 1290 il Conte d’Artois gli concesse l’indulto e una rendita annua di 20 once d’oro. Ibidem”.
Le fonti dei Registri angioini per gli anni 1289-90
Riguardo poi le fonti dei Registri Angioini ricostruiti solo recentemente vorrei citare quanto scrive Adele Maresca Campagna (…), nella sua prefazione al testo “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, vol. XXXII. La Campagna a p. “Con questo volume si apprende la ricostruzione dei registri di Carlo II relativi alla III indizione (1289-90), riportati nel vol. XXX, dopo l’inserimento del ‘Formularium Curie Karoli secundi’, edito nel vol. XXXI. Fra i primi atti del re, rientrato a Napoli nel giugno 1289 e finalmente incoronato dal papa …..l’investitura di Carlo Martello, cui viene conferito il titolo di principe di Salerno e l’Onore di Monte Sant’Angelo, la creazione di 300 ecc….Nello stesso tempo il re nomina Roberto conte d’Artois, già “baiulo” nel periodo della sua prigionia, capitano generale del regno: per i meriti acquisiti sui campi di battaglia, “ob peritiam militatem” e per la sua conoscenza di uomini e cose. …..Carlo Martello è pure affiancato da una specie di consiglio di reggenza composto dal Vescovo di Capaccio, vice-cancelliere e guardasigilli, dal marescalco Anselmo di Chevreuse, da Ludovico de Mons, ecc…”.
Nel 1290, re Carlo Martello nominò Roberto di Tortorella, capitano di Padula
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 677, parlando del casale di Tortorella, in proposito scriveva che: “Nell’Abbadia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella.”. Nel novembre del 1290 (10), Girolamo, figlio di Guido, con il consenso della moglie, vendette un terreno con vigna a Policastro, “ubi Molinelli dicuntur”, per un’oncia d’oro al D.no Roberto di Tortorella.”. Ed ancora troviamo il milite Roberto di Tortorella nel 1291. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adoperarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula. L’Ebner a p. 677 nella sua nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III.”. Stessa notizia è riportata da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ e a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”. Ed ancora troviamo il milite Roberto di Tortorella nel 1291. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula. L’Ebner a p. 677 nella sua nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III.”. Stessa notizia è riportata da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ e a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”.
Nel 1290, Rainaldo S. Denna e la sua banda autorizzato a combattere ed a contrastare gli attacchi degli almugàvari
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 parlando degli almugàvari di Matteo Fortuna scriveva che: “La ferocia dei mercenari, assetati di sangue, di donne e di preda costrinse il popolo a difendersi. Il notaio Ursone Massa, fuoriuscito da Castellabate, e Rinaldo di S. Denna di Padula costituirono, insieme ad altri e con assenso reale, bande simili a quelle degli Almugàvari, addestrandole alla guerriglia (62).”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 56 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1291 di Policastro scriveva che: “Chi riesce ad uccidere almugaveri viene pagato (15) e vengono organizzate bande di armati per combatterli, quella che agisce nel territorio del Bussento è al comando di Rainaldo di S. Dena che, all’occorrenza, ha il permesso non solo di ritirarsi nel castello, ma di rifornirsi di quanto occorre (16)…”. Il Gentile (…), a p. 59, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cit., pag. 149, 16 ottobre 1290.”.Il Gentile si riferiva a Carlo Carucci (…), al suo vol. II “La Guerra de Vespro nella frontiera del Principato”, ed al documento pubblicato a p. 149, del 16 ottobre 1290. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cit., pag. 291, Trani, 13 gennaio 1292. L’ordine del re pervenne al castelliere di Policastro.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 244, parlando di Padula, scriveva solo che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso Sanseverino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor ecc….(28). Il conte d’Artois informa Tommaso Sanseverino che Rainaldo di S. Dena gli ha riferito che persone di Padula di cui non conosce i nomi, hanno uccise tre suoi soci e un loro prigioniero rubando anche cose appartenenti alla sua società. Il conte ordina (29) d’indagare e di infliggere punizioni ecc…“. Su questo personaggio Rainaldo di S. Denna o S. Dena, Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 244, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f. 66t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.” e, a p. 245, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. 56, f 69, Trani, 25 genn. 1292 = vol. II, p. 291, n. 185: “et plurima bona mobilia societatis: una banda, come quella di Ursone Massa di Castellabate che, autorizzate dal governo, avevano impreso a fare la guerriglia per rintuzzare quella degli almugaveri.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (28) si riferiva al Registro Angioino “C”, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli ma poi in seguito andato perso. Ebner postillava: “(28) Reg. 4, f. 66t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.” e, si riferiva al documento angioino n. 128 contenuto nel vol. I, a pp. 214-215 della II edizione del “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, a cura di Riccardo Filangieri (…), dove il n. 128 si postilla che: “Fonti: Minieroi-Riccio, ‘Alcuni fatti ecc…’, p. 44 (transun.); Faraglia, Saggio di corografia abbruzzese, in A.S.N., p. 436, ecc..”, dove per “Padula di Principato” erano previste 150 salme. Alcune notizie contenute in due documenti angioini del 1291, riguardano Rainaldo de S. Dena. Pare che questo personaggio di Padula, Rainaldo de S. Dena, capeggiasse una piccola banda che doveva talvolta intervenire contro gli attacchi degli Almugaveri nemici. Pare che a quei tempi, Tommaso Sanseverino che era stato nominato a sovrintendere alle operazioni militari delle forze angioine contro quelle spagnole di Pietro e poi di Giacomo d’Aragona dopo, avesse autorizzato la formazione di bande che operavano nelle nostre terre per creare disturbo agli assalitori ed intervenire in occasione dei numerosi assalti nemici. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Il Carucci (…), scrivendo che “gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula; ecc…”, riporta la stessa notizia che riportava Felice Fusco (…) tratta da Piero Cantalupo (…). Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Dunque, il Fusco si riferiva al testo di Cantalupo, vol. I, p. 215.
Nel 1290, Carlo Martello d’Angiò, figlio primogenito di re Carlo II d’Angiò assale e riconquista le posizioni occupate dagli Almugaveri a Civita Pantuliano, a Capaccio, ad Agropoli, Camerota e Policastro
Pietro Ebner (…) nel suo vol. II parlando di Pantoliano “villaggio scomparso” a p. 273 scriveva solo che: “Si legge ancora nei ‘Registri’ che il 5 settembre 1290 Carlo Martello inviò da Napoli Nicola Verticello in diversi centri del Principato per approntarvi balestrieri da riunire a Eboli per l’assedio di Pantoliano (3).”, e nella sua nota (3) postillava che: “(3) Reg. 54, f 132 = vol. II, , p. 238, n. 138, Eboli, 5 settembre 1290. Salerno, ecc..dovevano approntare i balestrieri per ‘Casale Pantuliani, civitas Pantuliani’.”. Forse notizie più precise riguardo l’occupazione degli Almugaveri a Pantoliano e poi Camerota e Policastro potrebbero essere contenute in questi documenti dell’anno 1290. Angelo Gentile, riferisce che dopo l’occupazione degli Almugaveri nel 1287, Camerota fu liberata nell’anno 1290 da Carlo Martello d’Angiò. Sull’occupazione di Policastro nel 1287, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, riportava alcuni documenti tratti dalla cancelleria angioina ed in particolare a pp. 249, 291, 304, 330, 331. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, parlando del periodo che va dal 4 luglio al 31 dicembre 1290, a p. 229 scriveva questo sunto: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, non cessano da ambo lep arti le rappresaglie e le operazioni guerresche, pur tra continue scambievoli proteste. Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di Pantoliano, oggi Castelcivita, sito in fondo alla valle del Calore, affluente del Sele, e ne scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, e tenta quindi di muovere con l’esercito contro Castellabate. Quest’ultima impresa però gli fallisce.”. Infatti, nelle pagine seguenti alla pagina 229, il Carucci pubblica i documenti che ci dicono degli assedi a Pantuliano, a Camerota e a Policastro. In particolare vediamo il documento n. CXXXVI del 5 settembre 1290, pubblicato dal Carucci a p. 237 e, in cui Carlo Martello d’Angiò accoglie la supplica degli abitanti di Roccagloriosa per le spese del castello ordinando che la bagliva raccolta servisse a questo. Il documento in questione è tratto dalla cancelleria angioina ma il Carucci che non riporta i rferimenti bibliografici. Il documento n. CXXXVIII pubblicato dal Carucci a p. 238 riguarda l’inizio delle operazioni militari che Carlo Martello condurrà per l’assedio di Civita Pantuliano, egli scrive da Eboli nel 5 settembre 1290. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 132a”. Sempre il Carucci pubblica a p. 241 il documento n. CXLII del 20 settembre 1290 in cui Carlo Martello scrive da Pantuliano ai cittadini di Roccagloriosa esonerandoli dal pagamento delle tasse. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 138b.”.
Nell’estate del 1290, Camerota fu liberata dagli Almugaveri
Angelo Gentile (…), a p. 93 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando di Camerota in proposito scriveva che: “Camerota fu conquistata dagli Almugaveri nel 1287 e liberata nell’estate del 1290 da Carlo Martello che l’anno dopo scrive a Giovanni Bursone affinchè provveda ai bisogni della popolazione della zona e ancora, nel 1292 gli abitanti vengono esonerati dalle tasse (vedi le pagine precedenti) e ancora una volta nel 1295, da Carlo II, su richiesta di Tommaso Sanseverino e ancora nel 1300.”. Dunque, il Gentile, ci informa che dopo l’occupazione di Camerota da parte delle forse Siculo-Aragonesi e degli Almugaveri al soldo di Giacomo d’Aragona, Camerota fu liberata dal principe di Salerno Carlo Martello d’Angiò, Vicario del Regno angiono. Infatti, il Gentile riporta una notizia riportata anche da Ebner (…), nel suo vol. I di “Chiesa, popolo e baroni ecc…” che, a p. 583, parlando di Camerota scriveva che: “Il 25 gennaio 1291 Carlo Martello ordinò a G. Bursone, Tommaso Sanseverino e Raimondo di Avella, incaricati delle riscossioni fiscali, ecc….”. Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse.
Nel 11 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da Matera ai militi del castello di Camerota per consegnarlo a Trogisio de Trogisio
Carlo Carucci, a p. 242 pubblica il documento n. CXLIII, del 11 ottobre 1290, in cui Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da matera e: “ordina a Giovanni de Rocco e ai suoi socii di consegnare il castello di S. Severino di Camerota, che tenevano per conto della regia curia, a Trogisio de Trogisio, capitano del Principato, il quale avrà cura di custodirlo con opportuna diligenza. Si recheranno poscia da Rainaldo de Avelia, per avere il premio del servizio prestato.”. Il documento pubblicato dal Carucci è tratto dalla cancelleria angioina: “Reg. ang. n. 54, fol. 147 b.”.
Nel 1290, il re concede a Pellegrino ed al ribelle Leonardo di Alatri i feudi di Policastro e Sanza e quindi con l’inganno si impossessa di Policastro
Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, parlando del periodo che va dal 4 luglio al 31 dicembre 1290, a p. 229 scriveva questo sunto: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, ecc…….Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di ………scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, eccc….”. Dunque, il Carucci riassume quel momento storico (a. 1290) in cui Carlo Martello d’Angiò, Vicario del Regno e di Carlo II d’Angiò, Re di Napoli, riesce ad impossessarsi di Policastro e di Camerota. Il Carucci però scriveva pure che: “Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota”. Carucci scriveva che Policastro ritornò alla fede Regia dei d’Angiò a causa del tradimento, di un inganno di Carlo Martello. Si, proprio così. Carlo Martello, nel 1290 si impossessa di nuovo di Policastro promettendo a Leonardo di Alatri o di Alatro, capo degli Almugaveri che avevano occupato Policastro nel 1287, il feudo di Sanza. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a pp. 337-338, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno 1290 il re concesse a Guglielmo Pellegrino e a Leonardo di Alatri, in porzioni uguali, il feudo di Sansa in premio per quanto avevano fatto per il ritorno di Policastro in potere sovrano (42). “. Ebner a p. 338 nella sua nota (42) postillava che: “(42) Reg. 54, f 253 = Carucci, cit., II, p. 242.”. Questo documento è stato pubblicato da Carlo Carucci (…), vol. II, p. 242, doc. n. CXLIV del 1290: “Reg. ang. n. 54, fol. 253a.”, di cui il Carucci a p. 242 scriveva che: “Pel cattivo stato di conservazione della pergamena non è possibile un transunto letterale del documento, il quale riguarda la concessione della terra di Sansa a Guglielmo Pellegrino ed a Leonardo de Alatri, in porzioni eguali, in premio della parte da loro avuta nel ritorno di Policastro in potere del sovrano.”. E’ forse questo il documento che dimostra come Policastro fosse stato occupato dagli Almugaveri o comunque dalle forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. La liberazione dell’avamposto di Policastro e del suo Castello fu assicurato alla casa d’Angiò grazie alla promessa del feudo di Sanza al ribelle “Leonardo de Alatri“ o “ALATRO”, che come ho detto è dimostrato dal documento n. CXLIV del 1290 che è pubblicato dal Carucci nel vol. II a p. 242 e, come dimostra pure il documento n. CXLVIII, pubblicato a p. 246. Ma, il feudo di Sanza verrà tolto a Leonardo de Alatri come dimostra l’altro il documento n. CXLIX, pubblicato a p. 247 ed in cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore ecc..ecc..”. Su Leonardo d’Alatro, Felice Fusco (….), nel suo “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, nella nota (194) postillava che: “(194) Leonardo de Alatro, dopo essere stato capitano degli Almugàveri di ‘Policastrum’, si era convertito alla religione cattolica e alla causa angioina. Nel 1290 il Conte d’Artois gli concesse l’indulto e una rendita annua di 20 once d’oro. Ibidem”.
Nel 16 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte di Artois scrive da Spinazzola per pagare Leonardo di Campagna (o di Alatri) per fargli consegnare il castello di Policastro
Carlo Carucci (…), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, a p. 246 riportava il documento n. CXLVIII del 16 ottobre 1290, da Spinazzola in cui il conte d’Artois (Roberto d’Angiò) “informa Guglielmo Peregrino, capitano di Policastro, che Ugo di Brenne, Tommaso Sanseverino, Rainaldo d’Avella e Giacomo Bursone gli consegneranno 150 once d’oro, perchè compia quanto già a voce gli ha ordinato, e cioè: dia a Leonardo di Campagna (‘negli altri documenti, di ALATRO) quanto ancora gli si deve sulle 30 once promessegli; gli paghi le spese sostenute per sè, pel fratello e i serventi dal sabato, 7 ultimo scorso, fino al giorno in cui consegnerà il castello; paghi i creditori degli Almugaveri uccisi, in occasione della resa, in Policastro, e di quelli che fuggirono; compensi i danni arrecati al giudice Alfano e al notaio Tancredi da Guglielmo di Padula, già castellano di Policastro, il quale li teneva in sospetto di aspirare a tornare alla fede regia. Conservi il resto del danaro per gli stipendi suoi e dei serventi.”. Il Carucci, vol. II, a p. 246 postillava: “Reg. ang. n. 54, fol. 155a”. Sempre il Carucci (….), a p. 247 del vol. II cita un altro documento angioino che riguardava Policastro e gli Almugaveri vinti nel 1290. Deve riferirsi a questa notizia quando Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 56 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1287 di Policastro scriveva che: “sarà Carlo Martello, Vicario del regno, a liberarle nell’anno 1290 con il valido aiuto di Guglielmo Pellegrino (o Peregrino) e Leonardo di Alatri che vennero ricompensati per il loro valore con l’assegnazione del feudo di Sanza in parti uguali (13).“. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 242.”. Sempre Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, a pp. 247 e p. 250 pubblica due documenti tratti dalla cancelleria angiona che riguardano questo personaggio detto in un documento Leonardo di Camapgna e in un altro Leonardo de Alatro o Alatri. Questi due documenti che riguardano Policastro, sono del 1290 ed entrambi sono forse la riprova che a Policastro prima del settembre 1290 vi fossero stati per lungo tempo Almugaveri o forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I° d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. Carucci a p. 247 pubblica il documento n. CXLIX del 16 ottobre 1290, in cui il conte d’Artois scrive da Spinazzola e, di cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore, è tornato alla fede della Romana chiesa e del Re, ha innalzato sulle mura il vessillo regio e ha reso il castello. Concede perciò a lui, ai suoi parenti e a quanti furon con lui al servizio dei nemici, completo indulto nelle persone e negli averi, concede gli stipendi che spettavano a lui, al fratello e ai serventi fino al 5 ultimo scorso, dei quali già ha fatto dare un acconto da Guglielmo Peregrino, ivi destinato capitano e castellano, e gli farà pagare le spese fatte fino al giorno della consegna del castello. Ha inoltre dato ordineche nessuno gli dia molestia, sia in Policastro che fuori, e che lui e ai suoi eredi sia corrisposta dalla regia curia un’annua provvigione di 20 once d’oro.”. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 155a.”. Il Carucci, riguardo Leonardo di Alatri pubblica ancora un altro documento a p. 249 il doc. n. CL del 16 ottobre 1290, in cui sempre il conte d’Artois (Roberto d’Angiò) scrive da Spinazzola “informando Leonardo di Alatri d’aver nominato Guglielmo Pellegrino, connestabile di Melfi, castellano e capitano del castello e della terra di Policastro. Gli ordina quindi di consegnargli il castello colle munizioni, le armi, e ogni altra cosa in esso esistenti. Ordina poi al castellano di Melfi di prendere dal castello delle balestre coi rispettivi apparechi e delle casse di quadrelli e farle tenere allo stesso Peregrino e ordina a Ruggiero Costa di fare altrettanto, senza indugio o negligenza, dovendosi presto provvedere di munizioni il castello di Policastro.”. Il Carucci postillava essere il documento tratto da: “Reg. ang. n. 54, fol. 154b.”.
Nel 5 settembre 1290, re Carlo Martello ordinava che le tasse servivano a riparare il castello di Roccagloriosa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 418, in proposito scriveva che: “Più numerosi i riferimenti dal 1290, quando Rocca Gloriosa aveva subito e subiva non pochi danni dalla guerra angioina-aragonese. Il 5 settembre 1290 Carlo Martello ordina, a seguito di una supplica “Universi hominibus Rocce de Gloriosa”, che i proventi della bagliva vengano spesi nel luogo “in reparatione et fortificatione murorum ambitus terre vestre”. L’università era però tenuta a nominare due persone idonee e fedeli per seguire i lavori.”.
Nel 12 ottobre 1290, il re raccomandava la difesa di Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re raccomandava di provvedere alla difesa di Policastro ordinando a Tommaso Sanseverino di corrispondere al capitano Guglielmo Pellegrino 150 once d’oro (40).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (40) postillava che: “(40) Reg. 54, ff 152 e 155.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re ordinava a Guglielmo Pellegrino, “comestabulo di Melfie”, di condurre a Policastro 40 stipendiari a cavallo e 130 a piedi, di cui 30 dovevano rimanere sempre nel castello, come guarnigione. Nello stesso giorno il conte d’Artois comunica a tutti che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici a Policastro aveva levato sul castello il vessillo reale per cui concedeva a lui e ai suoi il più largo indulto (41).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (41) postillava che: “(41) Reg. 54, f 155, v. pure Reg. 54, f 154 ter.”. Infatti, deve riferirsi a questa notizia quando Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. La notizia citata da Orazio Campagna (…) e dai due studiosi Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del “re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari“.
Nel 12 ottobre 1290, il re ordinava a Guglielmo Pellegrino
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re ordinava a Guglielmo Pellegrino, “comestabulo di Melfie”, di condurre a Policastro 40 stipendiari a cavallo e 130 a piedi, di cui 30 dovevano rimanere sempre nel castello, come guarnigione. Nello stesso giorno il conte d’Artois comunica a tutti che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici a Policastro aveva levato sul castello il vessillo reale per cui concedeva a lui e ai suoi il più largo indulto (41).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (41) postillava che: “(41) Reg. 54, f 155, v. pure Reg. 54, f 154 ter.”.
Nel 1290, il re concede a Pellegrino e ad Alatri i feudi di Policastro e Sansa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a pp. 337-338, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno 1290 il re concesse a Guglielmo Pellegrino e a Leonardo di Alatri, in porzioni uguali, il feudo di Sansa in premio per quanto avevano fatto per il ritorno di Policastro in potere sovrano (42). “. Ebner a p. 338 nella sua nota (42) postillava che: “(42) Reg. 54, f 253 = Carucci, cit., II, p. 242.”. Questo documento è stato pubblicato da Carlo Carucci (…), vol. II, p. 242, doc. n. CXLIV del 1290: “Reg. ang. n. 54, fol. 253a.”, di cui il Carucci a p. 242 scriveva che: “Pel cattivo stato di conservazione della pergamena non è possibile un transunto letterale del documento, il quale riguarda la concessione della terra di Sansa a Guglielmo Pellegrino ed a Leonardo de Alatri, in porzioni eguali, in premio della parte da loro avuta nel ritorno di Policastro in potere del sovrano.”. E’ forse questo il documento che dimostra come Policastro fosse stato occupato dagli Almugaveri o comunque dalle forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. Credo però che questo documento avrebbe dovuto apparire dal Carucci non posteriore a quello di p. 247 (il documento n. CXLIX), in cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore ecc..ecc..”.
Nel 13 ottobre 1290, il conte d’Artois Spinazzola, per Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno il conte d’Artois, preoccupato delle condizioni economiche di Policastro, i cui abitanti non avevano di che nutrirsi, ordinò l’acquisto di frumento, orzo, e miglio per l’ammontare di 180 once d’oro da trasportare e vendere ai locali (43).”. Ebner a p. 338 nella sua nota (43) postillava che: “(43) Reg. 54, f 241, Napoli = Carucci, op. cit., II, p. 242: “maxima victualilium penuria (…) precimus quatimus illam quantitatem, inter frumentum, ordeum et milium (…) cuius pretium ascendat ad summam unciarum auri centum octuaginta (…) vendenda pro parte curie hominibus dicte terre aliisque fidelibus”.”. Infatti, Carlo Carucci nel suo vol. II pubblicherà questo documento a pp. 243-244 ed in proposito scriveva che: “Il conte d’Artois, considerando che gli abitanti di Policastro, ritornati alla fede regia, versano in estrema penuria di viveri, perchè non avvenga del loro castello qualche disgrazia, ordinano che si acquisti per 180 once d’oro una quantità di frumento, orzo e miglio, si trasporti a quella terra e si venda agli abitanti di essa.“. Il documento è il n. CXLV del 13 ottobre 1290 da Napoli: “Reg. ang. n. 54, fol. 241a.”:






Nell’ottobre del 1290,
Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia‘, a p. 20, parlando di S. Severino di Centola, riferendosi al suo Castello, in proposito scriveva che: “mentre nell’ottobre del 1290 il conte d’Artois ne ordinava la consegna a Torgisio di Troisio, capitano del Principato di Salerno, con l’obbligo di curarne la custodia. Nel dicembre dello stesso anno Carlo Martello e lo stesso conte d’Artois, accogliendo la richiesta delgli abitanti del casale, ordinava a Tommaso Sanseverino di dare il possesso del feudo a Filippo Della Porta, per successione del padre che ne era stato il signore.”.
Nel 16 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte d’Artois da Spinazzola scrive ai cittadini di Policastro
Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 27 e s. scrive in proposito che: “Nel 1210 il conte d’Artois di Spinazzola, in nome del Re, rilascia a Policastro una solenne dichiarazione e promessa: “Le mura e fortificazioni di Policastro non saranno mai distrutte”. Parola di Re Angioino (72).”. Il Tancredi a p. 27, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Carucci Carlo, Codice diplomatico Salernitano del sec. XIII, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1931, I, 189.”. Ma la nota del Tancredi è totalmente errata in quanto il Carucci (…), nel suo vol. I, a p. 189, riporta un documento del 1237 di Federico II di Svevia. Infatti credo che la notizia sia da riferirsi ad altro documento. Il 16 ottobre 1290 il Conte d’Artois comunicò all’Università che Policastro sarebbe stata sempre demaniale. Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Carucci (vol. II, pp. 252-253-254), scriveva in proposito: “Documento notevolissimo e probante della rilevanza politica raggiunta in quel tempo da Policastro, è quello che porta la data del 16 ottobre 1290, con il quale il conte d’Artois da Spinazzola informava i rappresentanti di Policastro che la loro città sarebbe stata sempre demaniale, sempre fortificata e mai distrutta (Muri civitatis eiusdem propter guerram presentem fortificentur in melius nec occasione aliqua diruatur), parole che poche città meridionali possono vantare a loro fama.”.



(Fig….) Documento della Cancelleria Angioina, pubblicato da Carlo Carucci (…), op. cit., pp. 252-253-254
Nel novembre 1290, a Tortorella
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 677, parlando del casale di Tortorella, in proposito scriveva che: “Nell’Abbadia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella.”. Nel novembre del 1290 (10), Girolamo, figlio di Guido, con il consenso della moglie, vendette un terreno con vigna a Policastro, “ubi Molinelli dicuntur”, per un’oncia d’oro al D.no Roberto di Tortorella.”. L’Ebner a p. 677, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Laudisio, op. cit., p. 98 sg. 81 e 111.”.
Nel 1290, re Carlo Martello concesse il feudo di Roccagloriosa a Giovanni Mansella
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 419, in proposito scriveva che: “Intanto il re doveva aver concesso il feudo di Roccagloriosa a Giovanni Mansella, capitano a guerra nel Principato, se poi gli scrive (12 dicembre 1290) che, pur apprezzando la sua opera, i fatti non sempre l’hanno giustificata, come nel caso della scelta del castellano di Roccagloriosa, “homo ille, tuus, quem castellanum dicte Rocce prefecerat, spiritum diabolice perversionis eversus, Roccam ipsam conceperat prodere inimicis”, disegno di cui si accorsero i locali abitanti sventando così un evento che avrebbe costituito “in nostre maestatis obproprium et pregande dispendium”. Pertanto il re, ad evitare simili eventi “duximus ad nostram et rerum nostrarum demanium revocandum” il castello di Roccagloriosa, promettendo al Mansella di provvedere appena possibile a offrirgli un altro feudo (29).”. Ebner a p. 419, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Roma, 12 dicembre 1290, (V. n. 45).”.
Nel 18 dicembre 1290, Carlo Martello e il suo tutore il conte d’Artois, per Roccagloriosa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “Il 18 dicembre 1290 Carlo Martello e il suo tutore conte Roberto d’Artois scrissero “baiulis seo plateariis et universis hominibus Policastri” che, in considerazione dei danni sofferti, gli abitanti di Roccagloriosa sono liberi di acquistare e vendere, durante la fase bellica ogni utensile che credono nel territorio di Policastro senza pagare le relative tasse alla Curia (30).”. Ebner a p. 419, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Napoli, 18 dicembre 1290, Reg. 54, f 178 e f 178 t (19 dicembre per Alberico = Carucci, op. cit., p. 255, n. 154 e n. 256.”.
Nel 1291, TOMMASO II SANSEVERINO, conte i Marsico acquistò molti feudi del Cilento
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Nel 1291 Tommaso di Sanseverino aveva acquistato Centola, Polla e Cuccaro, nel 1294 Sanza, nel 1295 Atena, Postiglione, Sala Consilina, S. Severino di Camerota, Casal Buoni Ripari, Pantuliano, Castelluccio (Cosentino), Corbella, Monteforte (Cilento), Serre, Padula, nel 1301 e Policastro nel 1305.”.
Nel 20 settembre 1291, per Roccagloriosa, il conte Roberto d’Artois Spinazzola
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “Il 20 settembre successivo Roberto d’Artois, considerando “fidei et devotionis constantiam quam homines Rocce de Gloriosa” hanno sempre serbato per la Casa regnante e i gravi danni subiti nelle proprietà e nelle persone, “pro fide ipsa servanda”, nella guerra che si combatteva, li esonera per 7 anni da tutte le imposte, compresi i residui (28).”. Ebner a p. 419, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Civita Pantuliano (odierna Castelcivita), 20 settembre 1290, Reg. 54, f 138 t = Carucci, op. cit., II, p. 241, n. 142: “concedimus eis quod ab omnibus collectis, generalibus subventionibus et alii mutuis et exctionibus et oneribus (…) hinc ad septennium sint immunes, liberi et exempti (…) Data in castris in obsidione civite Pantuliano, die XX septembris IIII indictionis.”.
Nel 21 febbraio 1291, Carlo Martello fece liberare l’Abbate del monastero di S. Pietro di Licusati
Angelo Gentile (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a pp. 595-596, riporta un documento simile a quello n. 35 riportato dall’Amari (…) che il Carucci riporta col n. CDXXXV, dove nell’anno 1299, 4 Aprile, Napoli, Castellabate: “Reg. ang., n. 96, fol. 36b. Ed. dall’Amari, op. cit., App. doc. XXXVII.”, in proposito presentava scrivendo che: “Re Carlo II confema parecchi patti stipulati tra Tommaso Sanseverino e gli Almugaveri di Castellabate, i quali, dopo la cessione del fortilizio, erano passati o tornati alla fede regia. Fa i nomi di questi Almugaveri.”.
Nel 16 settembre 1291, Ponzio di Boccabianca, castellano del castello di Policastro
Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, vol. II a p. 309, nella sua nota (4) parlando di Policatro, dop aver scritto: “Divenuta dipopolata essa Città, e distrutta dal ferro e dal fuoco, fu data in quest’anno 1324 dal re Roberto a Bertolomeo Roveto di Genova (4), ecc..ecc…”. Il Camera, a p. 309, nella sua nota (4) postillava in proposito che: “(4) Nel 1291, Policastro, era guardata e difesa da Ponzio di Boccabianca milite, capitano, e castellano di essa Città; il quale teneva alla di lui immediazione una scorta di 24 soldati (‘servientes’).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 420 e s., in proposito scriveva che: “Il 16 conferma la nomina dei giudici Nicola di Tranto e Ubolotto del maestro Pietro per il nuovo anno, i quali dovranno prestare il giuramento nelle manii del capitano e castellano “Olivierius de Senes, castellanus Rocce de Gloriose” e a Ponzio castellano di Policastro (33).“. Ebner a p. 420, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Reg. 58, f 199, Napoli 3 novembre 1291.”.
Nel 21 marzo 1291, Giacomo de Bursone ordina la spesa per il castello di Roccagloriosa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “Carlo Martello e il conte d’Artois ordinarono al giustiziere “quod si homines Rocce de Gloriosa dominum Albericum de Villa Mastria (…) sponte volunt, tam terram, quam castrum dicte Rocce dicto domino Alberico (…) assignare mandetis”. Dell’11 marzo del 1291 è poi un ordine di Giacomo de Bursone di rimettere il denaro necessario per il castellano e i serventi del castello di Roccagloriosa (31).”. Ebner a p. 419, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Napoli, 11 marzo 1291, Reg. 52, f 414.”.
Nel 15 settembre 1291, re Carlo Martello d’Angiò
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 419-420 e s., in proposito scriveva che: “Lo stesso Carlo Martello (15 settembre 1291, consente che l’università di Roccagloriosa scelga due persone per sopraintendere alle spese delle entrate della bagliva per riparare le mura e acquistare munizioni per la difesa della propria terra.”.
Nel 16 settembre 1291, re Carlo Martello
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 420 e s., in proposito scriveva che: “Il 16 conferma la nomina dei giudici Nicola di Tranto e Ubolotto del maestro Pietro per il nuovo anno, i quali dovranno prestare il giuramento nelle manii del capitano e castellano “Olivierius de Senes, castellanus Rocce de Gloriose” e a Ponzio castellano di Policastro (33).“. Ebner a p. 420, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Reg. 58, f 199, Napoli 3 novembre 1291.”.
Nel 2 novembre 1291, Tortorella non è citata nell’ordine di Carlo II d’Angiò
Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Durante tutto il XIV secolo l’intero territorio conobbe purtroppo un periodo di crisi e di recessione economica. Tale periodo ebbe probabilmente inizio nel 1282, anno in cui scoppiò la guerra del Vespro che vedeva contrapposti gli Aragonesi e gli Angioini per il dominio del Regno di Sicilia. Il Basso Cilento, sulla linea est-ovest Policastro-Basilicata, fu per diverso tempo campo di battaglia, con gli aragonesi che cercavano di sfondare da sud e gli angioini che, dalle postazioni fortificate di Policastro, Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castel Ruggero, impedivano in quel punto il passaggio ai nemici per la risalita alla penisola. Tortorella, con i suoi casali, come abbiamo visto, faceva parte delle terre di Ruggero di Lauria, ammiraglio della flotta aragonese e quindi probabilmente era un avamposto fortificato delle armate spagnole. A conferma di questo Tortorella, a differenza di ‘Padula, Sanza, Rufranum, Caselle, Sanctus Severinus de Camerota (…) non è menzionata nell’ordine impartito da Carlo II d’Angiò, datato 2 novembre 1291, al giustiziere del Principato circa gli esoneri fiscali alle popolazioni comprese in questa linea difensiva. Ecc…ecc…(p. 26). Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39).”. Nicola Montesano (…), a p. 26, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Gallotti – Polito De Rosa – In difesa della verità storica…pag. 4.”.
Nel 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina Roberto di Tortorella (ex partigiano di Manfredi) difensore e custode di Padula
Pietro Ebner (…), riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Devo però precisare a riguardo che ciò che scrive Ebner nella sua nota (28) non corrisponde alla numerazione del Carucci (…), in quanto guardando il vol. I di Carlo Carucci (…), “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), contenuto nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII,, non corrispondono le nummerazioni, ovvero a p. 221 vi è trascritto un altro documento. Troviamo invece il documento citato dall’Ebner nel Carucci C., op. cit., vol. II, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ , dove a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”. Il Carucci trascrive “Roberto Tortorella” ma si tratta del milite (ex ribelle e partigiano di Manfredi) Roberto di Tortorella. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula.
Nel 12 settembre 1292, Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 settembre 1292, da S. Erasmo, il principe Carlo concedeva a “Benetenutum de Policastro” 4 once d’oro per aiutarlo a liberare “quorundam filiorum suorum, quos eorumdem hostium carcer includit” (45).”. Ebner a p. 338 nella sua nota (45) postillava che: “(45) Reg. 62, f 127 t: qui in presentis guerre discrimine ab hostibus damna gravia pertulit.”.
Nel 15 settembre 1292, Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 15 settembre 1292 il re accoglieva la supplica “baiulis Policastri” di devolvere le entrate della bagliva per la difesa della città.”.
Nel 3 novembre 1292, Carlo Martello d’Angiò
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “Il 3 novembre 1292 il re informa il figlio Carlo di aver concesso a Giovanni di Mansella di Salerno, e ai suoi eredi, il castello di Roccagloriosa con l’obbligo del pagamento di 50 once d’oro annue, accogliendo la sua rinuncia ai castelli di Fontana in Terra di Lavoro e di S. Lauro de Stricta (Castel S. Lorenzo) nel Principato. Il feudo concesso a Erberto d’Orleans, deceduto senza eredi, era stato lasciato, contrariamente alle leggi, ad Alberico di Villamastria al quale dovrà essere tolto e dato in possesso al Mansella (34). Nel comunicare al figlio la concessione fatta al Mansella, il re ricorda di far compilare gli inventari (vettovaglie, armi e munizioni) in duplice copia da consegnare una al Mansella e l’altra da inviare alla Curia. Al Mansella si chiarirà che armi e munizioni dovranno essere consegnati a richiesta (35). Il 9 giugno Carlo Martello trascrive la lettera di concessione feudale al giustiziere di Principato ordinando “prefatum Joannem Mansella de Salerno (…) in corporalem possessionem dicti Castri (…) assecurari facias” (36).”. Ebner a p. 420, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Aix, 5 maggio 1292, Reg. 59, f 3 = Carucci, op. cit., p. 294, n. 189.”. Ebner a p. 420, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Aix, 7 maggio 1292, Reg. 59, f 80 = Carucci, p. 296, n. 191.”.
Nel 11 settembre 1292, il principe Carlo scrive a Roccagloriosa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 420 e s., in proposito scriveva che: “L’11 settembre 1292 il principe Carlo consente che la bagliva venga spesa per riparare “munorum ambitus dicte terre”. L’università nomini “duo fideles et ydoneos viros” (37). Il 12 settembre il principe Carlo indirizza una lettera “universis hominibus Rocce de Gloriosa” contenent un’ampia lode per come essi difendono la loro terra assicurandoli, anche a nome del padre, che saranno conservati come premio tutti i privilegi concessi (38). Dal 3 novembre è l’ordine di pagamento a “Oliverius de Senes, castellanus Rocce de Gloriosa, pro gagis suis et servientum Rocce predicte” per i mesi agosto-ottobre, di 33 once d’oro. Per Ponzio, castellano di Policastro e per 20 serventi, per due mesi, 20 once d’oro (39).”. Ebner a p. 420, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Napoli, 9 giugno 1292, Reg. 58, f 199 = ID, p. 299, n. 194.”. Ebner a p. 420, nella sua nota (37) postillava che: “(37) S. Erasmo, 11 settembre 1292, Reg. 58, f. 19 = Carucci, op. cit., p. 322, n. 215.”. Ebner a p. 420, nella sua nota (38) postillava che: “(38) S. Erasmo, 12 settembre 1292, Reg. 60, f 10 = ID., p. 323, n. 217.”. Ebner a p. 420, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Napoli 3 novembre 1292, Reg. 58, f 199 = ID., p. 289, n. 181.”.
Nel 1292, Castellabbate venne liberata dall’assedio degli almugaveri di Giacomo II di Aragona
Rileggendo “La Baronia del Cilento” di Matteo Mazziotti (…), nel suo capo IV “Il Castello dell’Abbate”, al punto VI, a pp. 54-55, egli scriveva che: “Una lunga serie di gravi avvenimenti scosse profondamente Castellabate nella guerra protrattasi per parecchi anni tra gli aragonesi e Carlo II d’Angiò. Il suo territorio fu occupato nel 1286 da Giacomo d’Aragona e la stessa fortezza cadde nelle mani di lui che vi si recò di persona nel 1289 (1) e ne conservò il possesso per diversi anni. In tale incontro Castellabate con i suoi casali fu miseramente saccheggiata dagli invasori. L’abate del tempo, Rainaldo, pochi anni dopo, perdurando la guerra, ritenne di non essere in grado di difendere validamente Castellabate e cedette nel 1299 per 10 anni il castello ed il paese a Giovanni di Monforte, conte di Squillace e ciambellano di Re Carlo II, riservandosi soltanto la giurisdizione spirituale (2)……Nello stesso anno le truppe angioine assediarono Catellabate e l’obbligarono a cedere. Innanzi al castello stesso, in data 3 marzo di quell’anno fu stipulata la resa.”. Riguardo le notizie riportate dal Mazziotti, come lui stesso scrive a p. 5: “Qualche accenno vi ha pure nell’opera già citata del Lenormant ed in una piccola, ma accurata monografia recente di Giuseppe Volpe di Pollica (1). Due soli lavori hanno importanza per la storia della regione e vengono dalla famiglia Ventimiglia di Vatolla, molto benemerita di questi studi. Francesco Ventimiglia, che pubblicò nel secolo XVIII le memorie del principato di Salerno, scrisse pure un’opera tuttora inedita, ‘Il Cilento illustrato’, ecc…Domenico Ventimiglia, suo degno figliuolo ecc…”. Dunque, il Mazziotti, dopo aver citato la cronaca di Nicola Iasmilla citava anche il testo di Giuseppe Volpe di Pollica, ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento nel 1888′. Infatti, è proprio da questo testo che il Mazziotti prende le notizie sull’assedio di Castellabate. Il Volpe (…), nell’edizione Ripostes, a p. 60, in proposito scriveva che: “III. Ma infierndo nel 1286 la guerra tra i principi angioini di Napoli e i sovrani aragonesi di Sicilia, non pure i casali suddetti soffrirono gravi danni, ma la stessa Castellabate, la quale veniva ostilmente occupata dalle armi di re Giacomo infino al 1292, saccheggiata indi ridotta a tal punto, che cinque anni dopo contava appena duecentosei famiglie, laddove prima ne numerava ben mille.”. Il Volpe però non riportava nessuna nota bibliografica. Il Volpe scrive che: “….e dai sofferti danni rinfrancatasi Castellabate cò suoi casali, lo stesso re Roberto, nel 1332, ne faceva restituzione a Guizzardo abate cavense (15).”.
Nel 21 marzo 1293, il principe Carlo manda aiuti a Roccagloriosa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 421 e s., in proposito scriveva che: “Il 21 marzo 1293 il principe Carlo ordina al milite Giovanni di Zambrono, capitano a guerra nel Principato, di fornire “vir nobilis Johanne de Mansella de Salerno, miles”, una squadra di soldati e le necessarie “municiones” per la difesa della Rocca (40). Poi il principe segnala al giustiziere del Principato che a Giovanni di Mansella, “miles, familiari noster nonnuli vassalli sui (di Roccagloriosa) concessa sibi in feudum, ei recusant assecurationis iuramenta prestare ac ei ut eorum dominum obedire”. Ordina di costringere “dictos vassallos ad prestandum” tutti doveri cui sono tenuti (41).”. Ebner a p. 421, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Napoli, 21 marzo 1293, Reg. 60, f 96 = ID., p. 335, n. 232.”. Ebner a p. 421, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Caritate, 26 marzo 1293, Reg. = 170, f 257 = ID., p. 335, n. 233.”.
Nel 26 marzo 1293, re Carlo d’Angiò per Roccagloriosa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 421 e s., in proposito scriveva che: “Il 26 marzo re Carlo II d’Angiò informa il figlio Carlo Martello, vicario del Regno, di aver accolto la supplica “Universitates hominum Rocce de Gloriosa (…) e di aver revocata, quoque per nostra concessione, quam olim fcimus Johanni Mansella de Salerno (…) de Castri predicti” e di aver ricevuto il feudo di Roccagloriosa nel suo demanio. Non osi “prefatum Johannem (…) aliqua, dictis hominibus violenta vel qualis molestia inferatur” (42). Il 9 giugno il principe Carlo trascrive e invia “universi hominibus Rocce de Gloriosa” lalettera del padre che avoca al demanio il feudo togliendolo a Giovanni Mansella (43). Il re, però, comunica alle autorità del Principato che a Giovanni Mansella, che aveva ottenuto da lui il feudo di Roccagloriosa, ma che non aveva potuto esigerne i proventi per la revoca fattane al demanio, per le spese sostenute per la custodia del castello spettano tali proventi (44). Il 3 agosto dalla Provenza il re scrive alle autorità del Principato e al figlio Carlo Martello che avendo avocato al demanio Roccagloriosa, ha concesso all’ex feudatario Mansella i proventi non percepiti. Il Mansella è tenuto però, a custodire il feudo e di non approfittarne per infierire sugli abitanti (45).”. Ebner a p. 421, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Melfi, Reg. 60, f 283 = Carucci cit., II, p. 231. Ma v. Reg. 70, f 240 t = Carucci cit., p. 393, n. 284, dove il Carucci trascrive un ordine di re Carlo II ad Adenolfo Pandone, giustiziere del Principato, identico al precedente, ma datato Melfi 29 giugno 1294.”. Ebner a p. 421, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Napoli, 9 giugno 1293. Reg. 60, f 142 = Carucci, II, p. 339, n. 228.”. Ebner a p. 421, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Tarascona 1293. Reg. 61, f 120 t = ID., II, p. 340, n. 229.”. Ebner a p. 421, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Napoli, 3 agosto 1293. Reg. 56, f 35 t = Carucci, II, p. 344, n. 235. Vi è una certa discordanza di date sul succedersi degli eventi (v. pure oltre). Non si sa se attrribuire ciò a un errore di valutazione di date da parte del Carucci (v n. 42), del resto noto per la sua acribia.”.
Nel 21 maggio 1293, ordinava che per Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 21 maggio 1293 il principe ordinava che con le tasse di Policastro si dovevano pagare le spese per la difesa della città.”.
Nel 1293, GIACOMO (Jacopo) SANSEVERINO figlio di Ugo Sanseverino fa rinforzare il castello di Policastro
I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), parlando del ‘Castellaro’ di Capitello, scrivevano che: “Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana!”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, a p. 416, parlando delle mura di Policastro, in proposito scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina; e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso il mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietra di taglio nel MCCCXCII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, siccome dall’Iscrizione che stà sulla porta di essa.”.

(Fig…) Castello di Policastro – antico portale

(Fig…) Torre mastio del castello di Policastro

(Fig…) Castello di Policastro – resti della Cappella comitale della chiesa del Castello
Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “La torre del Castello, esistente ancora oggi nella parte alta, è del 1397 e fu costruita da Giacomo Sanseverino (Tav. VI, fig. 3). Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit., pag. 520.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554.”.

(Fig…) Planimetria generale di Policastro con la cinta delle mura fortificate ed il castello tratta da P. Natella e P. Peduto ‘Pixous-Policastro’, p….
Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 30 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”.
Nel 1294, Tommaso II Sanseverino comprò alcuni feudi del Vallo di Diano
Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “….nel 1294, Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196). La pace di Caltabellotta (1302) chiuse la rovinosa guerra del Vespro e ridiede un pò di tranquillità alle martoriate contrade del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. Le agevolazioni fiscali da parte della Corona per un verso, l’opera benefica di Tommaso II Sanseverino (197) dall’altro permisero una relativa rinascita economica delle varie ‘Terre’. Nel 1306 il Sanseverino fondò la Certosa di Padula, effettuò opere di bonifica del Vallo (fece ripulire il canale del ‘Fossato’), si prese cura dei numerosi feudi tra cui il ‘Castrum Sanse’. Ecc….Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Tommaso Sanseverino comprò (1294) il ‘castrum Sanse’ da Tommaso Guilberto da Chiusano per 20 once annue (ASN, Reg. Ang., n. 77, fol. 14; F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale, in “Euresis”, VIII, (1992), p. 208). Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.
Nel 1294, Carlo Martello vicario di Carlo I d’Angiò, nomina Tommaso II Sanseverino
Nel 1284 al padre Ruggero II fu affidata da Carlo (Martello), principe di Salerno e, a quel tempo, Vicario Generale di suo padre Carlo I d’Angiò, la custodia e la difesa della città di Salerno dai ribelli (durante il periodo dei Vespri siciliani), mentre Tommaso, che dallo stesso principe venne nominato capitano di guerra, era stato spedito a difendere il litorale che da Salerno va a Policastro.
Nel 5 febbraio 1294, il re ordinava al capitano di Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 338 e s., in proposito scriveva che: “Il 5 febbraio 1294, da Napoli, si ordinava al capitano di Policastro di esigere i diritti della bagliva e delle gabelle.”.
Nell’11 maggio 1294, il re dona 8 once d’oro al vescovo di Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 338 e s., in proposito scriveva che: “L’11 maggio 1294, da Napoli, re Carlo concesse un assegno annuo di 8 once d’oro al vescovo di Policastro per i danni subiti, somma da prelevarsi dai proventi della dogana di Amalfi (46). In quello stesso giorno il re ordinava agli esattori dei diritti di dogana di Amalfi di versare ogni anno al vescovo di Policastro 8 once d’oro, a compenso dei danni subiti, consacrando l’ordine in pubblico istrumento (47).”. Ebner a p. 338, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Reg. 56, f 224 = Carucci, cit., II, p. 370: “Actentis gratis serviciis per (…) dominum Paganum episcopum Policastrensem (…) ac unciis auri octo (…) usque ad nostrum beneplacitum super iuribus et proventibus dohane Amalfie (…) duximus providendum.”. Ebner a p. 338, nella sua nota (47) postillava che: “(47)Reg. 565, f 198 t.”.
Nel 31 maggio 1294, il notaio Nicola di Torraca si deve recare a Napoli da re Carlo II d’Angiò
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 421 e s., in proposito scriveva che: “Il 31 maggio 1294 re Carlo elenca i nomi di alcuni capifamiglia di Roccagloriosa che devono recarsi a Napoli per prestare il giuramento di fedeltà (46).”. Ebner a p. 421, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Napoli, 31 maggio 1294. Reg. 66, ff 46 t = Carucci, cit., II, p. 381, n. 271. Si tenga presente che il giuramento di fedeltà non doveva essere prestato al re per l’avocazione al demanio dl feudo di Roccagloriosa, ma al Mansella che i vassalli si rifiutavano di prestare. Le persone che dovevano recarsi a Napoli erano: Notar Pellegrino, Giacomo de Caro, notaio Benuto Currento, notaio Nicola di Torraca, Giacomo Capoano, Francesco di Arciprete, Pacifico ecc…”. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II del ‘Codice diplomatico Salernitano etc..’, dal titolo: “La Guera del Vespro siciliano nella frontiera del Principato etc..’ a p. 381, riporta il documento n. CCLXXI, del 1284, 31 maggio, Napoli, dove egli scrive: “Carlo II ordina che parecchi cittadini di Roccagloriosa, di cui fa i nomi, si presentino a lui in Napoli, per prestare giuramento di fedeltà a Giovanni Mansella, nominato feudatario di quel paese. Incarica dell’esecuzione di questo suo mandato il giustiziere del Principato.”. Il Carucci, a p. 382, per il documento in questione postillava che esso era tratto da: “Reg. ang. n. 66, fol. 46b”. Il documento trascritto dal Carucci inizia con: “Iusticiario Principatus. Cum infrascriptis de Rocca de gloriosa ad prestandum assecurationis sacramenti Johanni Mansella de Salerno…militi, familiari nostro, cui Rocca ipsa per nostram excellentiam ecc…notarius Nicolaus de Torraca, ecc…”.
Nel 1294, re Carlo II d’Angiò esentò dalle tasse S. Giovanni a Piro
Pietro Ebner (…), ci informa che Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato Historico-Legale’, pubblicato nel 1700, di cui abbiamo parlato in premessa, ci informava che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina come quello secondo cui, nel 1294, il re Carlo II esentò dalle tasse il villaggio soggetto al monastero di S. Giovanni. Infatti, il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato historico-legale etc..’, a p. 15, dopo aver parlato di un Breve di Papa Sisto IV per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Oltre li suddetti Bereui, ….., trovo vn processo fatto nel S. Conseglio di Napoli avanti l’Illustrissimo Camillo Sanfelice Regio Consigliere per l’atti di Gio: Andrea de Caro, il quale nel fol. 152 tiene giustificatione che nell’anno 1294. Carlo II Rè di Napoli trà l’altre assertiue dice: “Castrum S. Ioannis ad Pirum esse Monasterij S. Ioannis, & illius conteplatione conceditur exempio à funnctionibus fiscalibus stante dicti Castri depredatione ab ostibus” nel fol. 153. fino al foglio 158.”.
Nel gennaio del 1295, Carlo Martello vicario del Regno per Roccagloriosa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Nel gennaio del 1295 il vicario Carlo Martello, in considerazione “desolationes quas pro servanda illesa fide nostri culmini, patiantur” le famiglie di Roccagloriosa “per hostes Almugaveros” le esonera dal versare al fisco sovvenzioni e collette “usque ad nostrum beneplacium voluntatis” (47).”. Ebner a p. 421, nella sua nota (47) postillava che: “(47) S. Erasmo, gennaio 1295, Reg. 66, f 231.”.
Il 20 novembre 1295, Roberto, vicario del Regno, esentò S. Giovanni a Piro dal pagamento delle tasse
Pietro Ebner (…), ci informa che Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato Historico-Legale’, pubblicato nel 1700, di cui abbiamo parlato in premessa, ci informava che il 20 novembre 1295, il vicario del Regno, Roberto, concesse agli abitanti di S. Giovanni a Piro, “quod est monasterij sancti Johannis ad pirum”, l’esenzione dalle tasse per cinque anni avendo subito dalle incursioni nemiche danni tali da obbligarli ad abbandonare il villaggio, purchè tornassero “ad lares proprios”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 66, f 229, Napoli = vol. II, p. 432, n. 321. ‘Justiciarius Principatus presenti et futuri. Ad casalem sancti Johannis ad pirum (…) propter incursus et depredatione hostium, desolatum, quod est monasterio sancti Johannis ad pirum, piùm vertentes consideracionis intuitum, casale ipsum et homines Universitati eiusdem per quinque annos, a principio anni presesentis (…) de generalibus subventionibus (…) ut interim ad fortunas deveniant pinguiores et qui eiusdem casalis deseruentur necessario incolatum propter presentem gratiam ad lares proprios eximimus (…) Presentes autem licteras restitui volumus presentandi postquam illa videritis quantum et quando fuerit oportunum’.”.
Nel 1295, Carlo II d’Angiò esonerò dal pagamento delle tasse gli abitanti di Camerota
Anche Gentile (….), a p. 93 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, a p. 93, parlando di Camerota in proposito scriveva che: “Camerota fu conquistata dagli Almugaveri nel 1287 e liberata nell’estate del 1290 da Carlo Martello che l’anno dopo scrive a Giovanni Bursone affinchè provveda ai bisogni della popolazione della zona e. ancora, nel 1292 gli abitanti vengono esonerati dalle tasse (vedi le pagine precedenti) e ancora una volta nel 1295, da Carlo II, su richiesta di Tommaso Sanseverino e ancora nel 1300.”.
Nel 1295, Carlo Martello riconquista il castello di Agropoli occupato dagli Almugaveri
Pietro Ebner, che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 469, parlando di Agropoli, dove dice che: “Poco dopo Agropoli cadeva in mano degli Almugaveri, per cui la rioccupazione dell’abitato e l’assedio del castello caduto prima del maggio 1295. Lo si deduce da una lettera di re Carlo in data 5 di quel mese., al milite Raimondo del Balzo (de Baucio). Nel ricordare a costui la nomina a comandante di quell’assedio così felicemente conclusosi, il re esonerava dall’incarico tenuto ordinandogli di riprendere l’incarico affidatogli dalla regia Curia (81)”. Ebner (…), a p. 469 del vol. I, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Reg. 65, f. 261, Roma = CDS, II, p. 414, n. 304.”. Dunque, Pietro Ebner riporta la notizia dell’occupazione di Agropoli da parte degli Almugaveri nell’anno 1287 e, dice l’Ebner, lo si deduce dalla lettera di re Carlo II d’Angiò che scrisse al milite Raimondo del Balzo (de Baucio). Nella lettera di re Carlo si elencano i ribelli. Ebner, dunque, nella sua nota scriveva che il documento è contenuto a p. 417 del vol. II del CDS che corrisponde al “Codice Diplomatico Salernitano del XIII secolo” di Carlo Carucci. Infatti il Carucci, vol II, a p. 414 riportava il documento n. 304 tratto dalla Cancelleria Angioina. Si tratta del documento:
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(Fig…) Carucci Carlo, op. cit., vol. II, p. 414, documento CCCIV del 5 maggio 1295
Infatti, per questo documento datato 5 maggio 1295 in cui re Carlo II° d’Angiò da Roma scrive a “Raymundo de Baucio”, il Carucci a p. 414, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Questo documento mostra che anche il castello di Agropoli cadde in potere dei nemici e fu poi riconquistato dopo operazioni di assedio dirette da Raimondo de Baucio.”, confermando ciò che aveva scritto Pietro Ebner, parlando di Agropoli ed a proposito dell’assedio ai guerriglieri Almugaveri del 1290, e che anni prima, presumibilmente nell’anno 1287, gli Almugaveri avessero occupato Agropoli ed altri centri. Il documento è tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo II d’Angiò: Reg. ang. n. 65, fol. 261a”.
Nel 20 aprile 1296, re Carlo ordina la sospensione del sequestro a Mansella
Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: ” Il 20 aprile 1296 re Carlo ordina al giustiziere del Principato di sospendere procedimento di sequestro e personale contro Giovanni Mansella, il quale presta servizio militare sul fronte di Policastro e della Rocca di Policastro. Perciò non si è presentato al principe Roberto. La cosa è nota a Tommaso Sanseverino (48). L’11 dicembre 1296, da Roma, re Carlo, sicuro di quanto possa fare e dire il conte di Marsico Tommaso Sanseverino, approva la promessa fatta dal conte “homines Rocce de Gloriosa quod eos ad nostum revocamus demanium et perpetuo teneremus in illo”. Ma poichè occorrerà pur dare un feudo al Mansella, in cambio gli abitanti di Roccagloriosa dovranno pagare le 50 once d’oro annue che versava il Mansella (se la somma risulta “onerosa, illa de quadraginta constituas”) “pro ipsius terre custodia et eius defensionis presidio contra hostes, donec guerra duraverit” (49).”. Ebner a p. 421, nella sua nota (48) postillava che: “(48)Napoli, 20 aprile 1296, Reg. 81, f 30 e Reg. 87, f 156 t.”. Ebner a p. 421, nella sua nota (49) postillava che: “(49) Roma, 11 dicembre 1286, Reg. 88, f 153; per il privilegio f 57 t.”.
Il 23 aprile 1296, il re Carlo II d’Angiò ordinò il pagamento al mercenario Pietro Mazza
E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo. Pietro Ebner aggiunge che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina alcuni dei quali sono pubblicati dal Di Luccia e Ebner ne cita alcuni: 7) Il 23 aprile del 1296 il re ordinò al giustiziere del Principato (10) di pagare mensilmente il dovuto al mercenario a cavallo Pietro Mazza, “qui custos est fortellicie Cripte sancti Johannis ad Pirum, prope Policastrum”. Lo stesso Pietro Mazza venne poi inviato al fronte, agli ordini di Raimondo Malobosco, capitano comandante “in dicta fronteria” (11). Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Napoli, 21 aprile 1295. Reg. 64, f 118 t = vol. II, p. 476, n. 364. Pagamenti da effettuarsi secondo consuetudine ai mercenari a cavallo operanti ‘in frontiera hostium in partibus Principatus’.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Napoli, 16 luglio 1295, Reg. 81, f. 113 e 82 f 119 t.”.
Nel 26 aprile 1296, il re da Napoli
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 338 e s., in proposito scriveva che: “Il 23 aprile 1296, da Napoli, si ordinò al castellano di Castel Capuano di mandare balestre e quadrelle ai castelli di Policastro e Roccagloriosa (48). Il primo agosto 1296, da Napoli, il re scriveva al giustiziere del Principato di pagare gli stipendi al castellano e ai serventi del castello di Policastro e di provvedere alle necessarie riparazioni della torre maestra.”. Ebner a p. 338, nella sua nota (48) postillava che: “(48) Reg. 87, f 160.”.
Nel 17 ottobre 1298, Policastro e il re da Napoli
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 339 e s., in proposito scriveva che: “Il 17 ottobre 1298, pure da Napoli, re Carlo II ordinò al giustiziere del Principato di comunicare agli abitanti di Policastro di averli esonerati dal pagamento dei residui delle precedenti tasse e dalla presente generale sovvenzione “pro fidei nostre cultu illibate servando, per depredationibus hostium, multipliciter sustulerunt” (50).”. Ebner a p. 338, nella sua nota (49) postillava che: “(49) Reg. 64, f 142 t”.
Nel 4 aprile 1299, Roberto d’Angiò conferma i patti con gli almugàvari di Castellabate
Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a pp. 595-596, riporta un documento simile a quello n. 35 riportato dall’Amari (…) che il Carucci riporta col n. CDXXXV, dove nell’anno 1299, 4 Aprile Napoli, Castellabate: “Reg. ang., n. 96, fol. 36b. Ed. dall’Amari, op. cit., App. doc. XXXVII.”, in proposito lo presentava scrivendo che: “Re Carlo II confema parecchi patti stipulati tra Tommaso Sanseverino e gli Almugaveri di Castellabate, i quali, dopo la cessione del fortilizio, erano passati o tornati alla fede regia. Fa i nomi di questi Almugaveri.”.
Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, vol. II, a p. 182, parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 si tenne pel re di Sicilia, con un presidio di Almugavari, Castellabate nel Cilento, poi vennero a patti: cessero il castello e restarono, a doppio stipendio, con re Carlo (2); torme di ventura, senza fede, temuti e temibili non meno agli amici che ai nemici.”. Il Racioppi, nel suo vol. II, a p. 182, nella sua nota (2) postillava che: “(2) In Amari. Op.cit., – Append., docum. 34 e 35.”. Il Racioppi postillando dell’Amari si riferiva a Michele Amari, ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, IV° edizione, Firenze, Le Monier, 1851 e cita due documenti che l’Amari riporta in “Appendice”, il documento nn. 34 e 35, ovvero due documenti del 1299. L’Amari scrive che re Carlo manda a Maratea ecc..ecc.., l’Amari riporta i riferimenti bibliografici a p. 249 del suo cap. XI e, riporta pure in ‘Appendice’ i documenti n. 34-35 su Matteo Fortuna, citati pure dal Pesce (…). Amari (…), in ‘Appendice’ , da pp. 602 a p. 603 riporta il documento n. XXXIV e a p. 604 riporta il documento su Maratea n. XXXV, entrambi tratti dalla Cancelleria Angioina di re Carlo. Questo che pubblichiamo è il documento n. XXXIV di Carlo II d’Angiò, già pubblicato dall’Amari a p. 602 in Appendice:


Il doc. n. 34 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segn. 1299, A, f 43.”, mentre il doc. n. 35 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1299, A f 36 a tergo.”. Infatti, tutti e due i documenti sono datati all’anno 1299, allorquando questi nostri territori erano passati di nuovo sotto il controllo della casa Angioina, ovvero sotto il controllo di re Carlo II° d’Angiò che appunto rilascia diplomi ai paesi ed ai castellani di queste terre.
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continuando il suo racconto sull’invasione delle forze Siculo-aragonesi e della liberazione successiva dei centri occupati da questi scriveva che: “Camerota insorse liberandosi dagli oppositori. Policastro approfittò della momentanea assenza degli Aragonesi per uccidere i 24 uomini del presidio di custodia, mettere in fuga gli altri e consegnare poi il castello al re. A tutto provvedeva Tomaso Sanseverino che riprese anche Agropoli, occupata dal nemico il 1295, al cui castello inviò la moglie a presiedere la sua ricostruzione, dopo lla rinuncia fattane dal vescovo di Capaccio. Malgrado ogni sforzo Federico d’Aragona non riuscì a superare la linea Policastro-Basilicata, conservando invece Castellabate che fu visitata dallo stesso re Giacomo d’Aragona (a. 1289) e tenuta da Apparicio di Villanova con un forte presidio Siciliano, resistendo validamente all’assedio posto da Tommaso Sanseverino. Castellabate cadde solo per trattative approvate da re Carlo II a Napoli il 7 marzo 1299 e 4 aprile dello stesso anno (64).”, e poi a p. 129 continua e scrive che: “Nel 1309 buona parte del Cilento era stata occupata dagli Angioini, ma Castellabate venne restituita all’abbazia di Cava solo nel 1322.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (60), postillava che: “(60) Reg. 48 f 185 e 194 t.“. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.
Nel …….., vengono occultati i fuochi per il censimento
Da un documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”.
Nel 1299, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno assegnò al Principato Citra o Citeriore 142 ‘Terre’
Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – linee di una storia etc…”, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alla fine del XIII secolo Caselle entrò a far parte ufficialmente del ‘Principato Citra’ con le assegnazioni di Carlo II lo Zoppo (126) ecc..”. Il Fusco, a p. 101, nella nota (126) postillava che: “Prima della divisione in ‘Principato Citra o Citeriore’ (il Salernitano) e in ‘Principatro Ultra’ (l’Avellinese) attuata da Carlo I d’Angiò nel 1284, il ‘Principato tout court comprendeva le aree di ambedue le province. Nel 1299 Carlo II lo Zoppo assegnò al Principato Citra circa 142 ‘Terre’, fra cui ‘Rofranum, Alfanum, Sansa, Turturella, Paludum (Padula) Rocca de Gloriosa, S.. Joannus ad Pirum, Casella, Mongerànum (Morigerati), Torraca, Policastrum (C. Carucci, Codice Diplomatico etc.., cit., III, pp. 408-411).”. Il Fusco si riferiva al testo di Carlo Carucci (….), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, di cui il vol. III è ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel 1299 ‘Turturella’ viene anche citata nell’elenco dei paesi appartenenti al giustizierato del Principato Citra nel documento “attuativo” di divisione del giustizierato di Principato e della Terra Beneventana nei due giustizierati Citra e Ultra (36) a firma del re Carlo II d’Angiò. Tale divisione, resasi necessaria per l’eccessiva ampiezza del giustizierato (comprendeva grossomodo le attuali province di Salerno, Benevento e Avellino) era in realtà avvenuta formalmente già in data 12 giugno 1284 sotto Carlo I d’Angiò, ma evidentemente la ripartizione del territorio tra i due novelli giustizierati non fu facile e le questioni si protrassero a lungo (37).”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (36) postillava che: “(36) La definizione corretta è: ‘Iusticiariatus a serri Montorii citra Salernum e Iusticiariatus a serri Montorii ultra Salernum’.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Archivio Storico per la Provincia di Salerno – Anno VI-I- nuova serie – Tip. F.lli Di Giacomo – 1932, pagg. 90-91.”.
Nel 1299, Tortorella
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Nel 1299 ‘Turturella’ viene anche citata nell’elenco dei paesi appartenenti al giustizierato del Principato Citra nel documento “attuativo” di divisione del giustizierato di Principato e della Terra Beneventana nei due giustizierati Citra e Ultra (36) a firma del re Carlo II d’Angiò. Tale divisione, resasi necessaria per l’eccessiva ampiezza del giustizierato (comprendeva grossomodo le attuali province di Salerno, Benevento e Avellino) era in realtà avvenuta formalmente già in data 12 giugno 1284 sotto Carlo I d’Angiò, ma evidentemente la ripartizione del territorio tra i due novelli giustizierati non fu facile e le questioni si protrassero a lungo (37).”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (36) postillava che: “(36) La definizione corretta è: ‘Iusticiariatus a serri Montorii citra Salernum e Iusticiariatus a serri Montorii ultra Salernum’.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Archivio Storico per la Provincia di Salerno – Anno VI-I- nuova serie – Tip. F.lli Di Giacomo – 1932, pagg. 90-91.”.
Nel 1301, Riccardo di Tortorella, milite di Carlo I d’Angiò
Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, alle pp. 178-179 parla di Riccardo di Tortorella: “Affinchè ritornasse in Napoli il surriferito Riccardo Filangieri, denominato de Candita, il medesimo Monarca ebbe cura di spedire in Sicilia nell’anno 1301 Riccardo de Turturella con molti Siciliani, ch’erano stati all’uopo messi in libertà; siccome si desume da un documento seguente:


Nel 1300, le terre di Lauria, Lagonegro
Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 46, in proposito scriveva che: “Quanto al valore economico delle terre, antichi possedimenti dei Lauria (126) e la causa della confisca, il Giustiziere nulla dice di sapere a riguardo. Su di esse vengono solo ribadite le prerogative curiali e la giurisdizione dei Loria (127). Ma che di queste terre vi fosse un sistema di insuffeudazione sembra più che certo, sia per quanto si diceva a proposito della designazione a cavaliere di Giacomo di Lauria alcune righe addietro, sia per ciò che si evincerebbe da un altro diploma angioino perduto e transumato dal De Lellis (128), nel quale si inviava al gistiziere di Val di Crati e di Terra Giordana, tra il 1278 ed il 1279, l’ordine di definire il confine delle terre sul versante meridionale del Giustizierato di Basilicata, evidentemente per il sorgere di controversie tra i vari piccoli feudatari, ivi titolari (129).”. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (126) postillava che: “(126) dalla Cedola ‘Taxationis generalis subventionis in Iustitieratus Basilicate’ (sic) e relativa ancora al 1277, si apprende che la terra di Lagonegro deve per 120 fuochi 30 once, quella di Lauria deve per 241 fuochi 40 once, 8 tarì e 8 grani, in RCA, vol. XXIII, p. 310-314, n. 400. Sul confronto dei fuochi per ciascuno altro centro menzionato, si deduce per le terre di Lagonegro un popolamento medio e per Lauria un popolamento medio-alto. Su questi temi già il G. Racioppi, Geografia e demografia della Provincia di Basilicata nei secoli XIII e XIV, Archivio Storico per le Province Napoletane, XV, 1890, pp. 565-582 e S.N. Cianci, I Campi pubblici in alcuni castelli del Medioevo in Basilicata. Studi giuridico-feudale con documenti, Napoli, Tip. R. Pesole, 1891. Relativamente, invece, alle modalità di esazione dei vari distretti le indagini propografiche sono tuttora in corso; nondimeno, per i primi risultati si vedano S. Morelli, Giustizieri e distretti, le indagini propografiche sono tuttora in corso; nondimeno, per i primi risultati, si vedano S. MORELLI, Giustizieri e distretti fiscali nel Regno di Sicilia durante la prima età angioina, in Medioevo Mezzogiorno Mediterraneo. Studi in onore di M. Del Treppo, a cura di G. ROSSETTI e G. VITOLO, 2 voll, vol. 2, Napoli, Liguori Editore, 2000, vol. 1, pp. 301-323, segnatamente, pp. 303-312.”.
Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.
Nel 2 giugno 1300 re Carlo II d’Angiò esentava S. Giovanni a Piro dal pagamento delle tasse
E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo. Il 2 giugno 1300 re Carlo II scrisse al giustiziere che scrisse ai fedeli che a causa dei danni subiti dai fedeli locali vassalli, esonerava “hominum casalis sancti Johannis ad Piro, de territori Policastrensi”, dal pagamento dei residui delle tasse e dalla metà della sovvenzione che proprio in quel momento si stava esigendo (13). Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Reg. 10, f 37 = vol. II, p. 673, n. 577.”.
Nel 1300, Policastro
I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “La città tuttavia, dovette sopportare altre spoliazioni nel 1300, quando fu occupata da 3 milites e 500 uomini, avversi ai Ruffo, feudatari di Policastro.”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554.”.
Nel 3 gennaio 1300, re Carlo II d’Angiò
Pietro Ebner (…), a p. 339, del vol. II, in ‘Chiesa, Baroni etc…’, parlando di Policastro al tempo della dominazione Angioina, in proposito scriveva che: “Il 3 gennaio 1300, da Napoli, re Carlo ordinò a Landolfo Rumbo di Napoli, “vicario principatus Salerni et eiusdem terre straticoto” di pagare alle persone che invierà Tommaso Sanseverino i “duo mandato nostra pridem direximus” sulle entrate “civitate Salerni” per la custodia “castro S. Severini de Camerota” e per quello di Policastro (51).”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 339, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Reg. 97, f. 126″.
Nell’11 maggio 1300, re Carlo II d’Angiò esonerò gli abitanti di alcuni casali
Pietro Ebner (…), a p. 339, del vol. II, in ‘Chiesa, Baroni etc…’, parlando di Policastro al tempo della dominazione Angioina, in proposito scriveva che: “L’11 maggio 1300, il re esonerò gli abitanti dei castelli di Sanseverino, S. Severino di Camerota, Policastro, Cilento e casali, Monteforte e Magliano dal pagamento delle tasse, dato che Tommaso Sanseverino era in Sicilia col duca di Calabria e che il figlio Ruggiero era stato fatto prigioniero con Filippo, Principe di Taranto (52).”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 339, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Reg. 181, f. 15, Napoli.”.
Nel 1302, Tommaso II Sanseverino, sposò Sveva d’Avezzano
Da Wikipedia leggliamo che Tommaso Sanseverino era figlio di Ruggero II Sanseverino e di Teodora d’Aquino, sorella di San Tommaso, nacque nel 1255 circa. Alla morte del padre Ruggero II Sanseverino, nel 1285, gli successe e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1).”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Felice Fusco (…), a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio terzogenito di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III).”.
Nel 1305, Matteo Mansella feudatario di Roccagloriosa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Nel 1305 era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (50).”. Ebner a p. 420, nella sua nota (50) postillava che: “(50) A. Mazza, cit., p. 113.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dell’Ebner (…), che nel suo “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, nel suo vol. II a p. 422, che, sulla scorta di Mazza A. (…), p. 113 (vedi nota (50), scrive che nel 1305, era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (…). Pietro Ebner postillando citava Antonio Mazza (…), ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, pubblicato nel 1681, dove a p. 113 parlava dei Mansella. Infatti il Mazza (…), a p. 113 del suo ‘Rebus Salernitanis’ scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Indagando sull’origine del borgo chiamato Buonalbergo, vediamo che Buonalbergo si pensa che sia stata fondata da alcuni profughi degli antichi villaggi di Mondingo, Pescolatro e Faiella distrutti dai Barbari. I quali profughi ospitati dai Cenobiti della vicina chiesa di S. Maria, sorta sulle rovine di un tempio pagano, avrebbero chiamato quel luogo Alibergo. Ciò poté avvenire verso il 1000, poiché nella prima metà di questo secolo trovasi per la prima volta mentovato un ‘Gerardo de Bonne Herberg’, primo signore normanno dell’antica contea di Ariano. Egli vien detto il Gran Conte e fu il primo a chiamare Roberto il Normanno con il soprannome di Guiscardo e gli diede in moglie la propria zia Alberada. Le notizie su Gerardo di Buonalbergo non sono molte, soprattutto per quanto riguarda le sue origini. Sappiamo che la sua famiglia era di origine normanna ed era imparentata con gli Altavilla. Suo padre, Ubberto (?), era il fratello di Alberada, la prima moglie di Roberto il Guiscardo. È attestato nelle fonti a partire dal 1047, quando incontra il Guiscardo e gli offre la mano di sua zia Alberada e il suo aiuto, con 200 cavalieri, per conquistare la Calabria. Secondo alcune fonti sarebbe stato lui a dare per prima l’appellativo di Guiscardo (volpe = astuto) a Roberto d’Altavilla. Nel 1053 partecipa alla battaglia di Civitate al fianco del Guiscardo. Dopo questa data la vediamo titolare della Contea di Ariano, che governò fino alla morte nel 1086. La notizia sul signore di Roccagloriosa: Matteo Mansella (…), tratta dal Mazza (…), e dall’Ebner (…), è da collegarsi ad un’altra notizia di cui ci parla il De Blasii (…). Il De Blasiis (…), sulla scorta del Trinchera (…), che li aveva già pubblicati, nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti: “Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.“, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio dell’anno 1126, illustrato nell’altra immagine. Il De Blasii (…), si riferisce a due antichissime pergamene del 1097 e del 1126 in cui figura il personaggio Normanno Odo Marchisii. Dei due documenti ci siamo già occupati in un nostro saggio ivi pubblicato, perché riguardano ‘Scidro’ ed il territorio tra Vibonati e Sapri. Nell’anno 1097, Odo Marchisii, donava al monaco Sergio di Vibonati, il privilegio di poter costruire una chiesa o un monastero a ‘Scidro‘. Ma come abbiamo potuto accertare e detto in un altro mio saggio ivi pubblicato, riguardo l’origine del personaggio Normanno ‘Odo Marchisii’, egli era figlio di Emma (figlia di Alberada di Bonalbergo e di Roberto il Guiscardo) e di Oddone Bon Marchisio. Dunque, l’origine della famiglia Mansella (…), che dominò nel 1305 su Roccagloriosa, avvalora sempre di più la presenza all’epoca Normanna, sulle nostre terre delle famiglie dei Marchisio e dei Florio.
Nel 1305, il re Carlo II d’Angiò concesse Policastro a Tommaso II Sanseverino
Pietro Ebner (…), a p. 339, del vol. II, in ‘Chiesa, Baroni etc…’, parlando di Policastro al tempo della dominazione Angioina, in proposito scriveva che: “Nel 1305, venne concessa a Tommaso Sanseverino la città di Policastro “de antiquo reali demanio” con la condizione “quosque de equivalenti excambio provideatur” (53).“. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 339, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Reg. 1305, A, 46 = Camera, Annali delle due Sicilie, II, Napoli 1841-1860, pp. 118 e 373.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Matteo Camera (…), nel vol. II, a pp. 309-314. Infatti, Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 309, parlando della città di Policastro, in proposito scriveva che: “Questa città pingue ed ubertosa dell’antica Lucania, nobile per la sua origine (2), ed a niuu altra seconda nelle sciagure, era stata sempre mantenuta e conservata nel regio demanio. Ma il secondo Carlo d’Angiò nel 1305 la concedette “in feudam nobile” e per l’annuo valore d’once 120 a Tommaso Sanseverino II conte di Marsico (3). Il suo figliolo Guglielmo, ciambellano del re Roberto, ebbe riconfermato il possesso di Policastro “utique de antiquo reali demanio, qui immediate a Curia tenebat”.”. Il Camera (…), a p. 309, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex regest. reg. Car. II an. 1304 lit. C Indict. III fol. 96; et an. 1305 lit. A. fol. 46: et lit. F. fol. 36. Vedi la pagina antecedente 118.”. Il Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 118, in proposito scriveva che: “Al conte di Marsico Tommaso Sanseverino fu data la città di Policastro ‘ de antiquo reali demanio’, colla condizione “quousque de equivalenti excambio provideatur” (2).”. Il Camera, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “Ex regest. Reg. an. 1305 lit. A. fol. 46.”. Nel 1397 la Contea passò alla famiglia Sanseverino, cui si deve la ricostruzione del castello e delle mura portata a termine nel 1455, come documenta un altorilievo posto sulla facciata della Cattedrale. Al periodo della lunga guerra del Vespro, che si combattè principalmente sulle nostre coste e che vedeva Policastro e tutti i paesi rivieraschi impegnati in prima fila, ho dedicato ivi un mio saggio. Pietro Ebner (…), a p. 339, sulla scorta del Camera (…), parlando di Policastro al tempo della dominazione Angioina, in proposito scriveva che: “Nel 1305, venne concessa a Tommaso Sanseverino la città di Policastro “de antiquo reali demanio” con la condizione “quosque de equivalenti excambio provideatur” (53).”.
Nel 1305, Ruggero di Lauria, morte e successione nella Contea di Lauria
Da Wikipedia leggiamo che nel 1279 rimase vedovo di Margherita, sorella di Corrado e Manfredi Lancia dalla quale aveva avuto un figlio, Ruggiero, e tre figlie, Beatrice, Gioffredina e Ilaria. Si ritirò in Catalogna e morì a Cocentaina, presso Valencia, nel gennaio del 1305. Ruggiero di Lauria, morì nel 19 gennaio 1305 a Cocentaina in Spagna, lasciando eredi i suoi figli. I suoi beni furono ereditati da suo figlio Ruggiero e, alla morte di questi, da Berengario. I due studiosi a p. 21 citano un biografo dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria, il V. Visalli (…), che nel 1900, scrisse ‘Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche’. I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca. Il primo figlio ebbe nome Ruggerione…..Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Esaurina d’Entenca …..ed ebbe Berengario, ecc..ecc..“. Sempre i due studiosi Augurio e Musella, a p. 34, in proposito scrivevano che: “Da Bianca Lancia (errore Margherita) ebbe anche tre figlie femmine che furono sposate con i più importanti esponenti della nobiltà catalana o italiana. La maggiore, Beatrice, sposò Giacomo di Xirica, nipote del re Pietro III, uno dei primi baroni del regno. Pare che questo matrimonio sia stato fortemente voluto dal papa Bonifacio VIII (65) quando questi conferì a Ruggiero di Lauria il feudo di Aci in Sicilia. Di lei si conserva una lettera, datata Valencia 18 gennaio 1305, con la quale chiedeva al re Giacomo II d’Aragona alcune grazie in favore di Saurina d’Entenca, vedova del padre e per il fratello Ruggierone (66). La seconda, Costanza, sposò il nobile don Noto di Moncada mentre l’ultima, Goffredina, il conte di Sanseverino. Secondo il De Lellis quanti titoli e feudi ebbe Ruggiero nel continente, tanti passarono con questo matrimonio in casa Sanseverino. Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Saurina d’Entenca, figlia di Berengario d’Entenca, una delle famiglie più importanti di Aragona e Catalogna. Da questo matrimonio nacquero altri due figli, Carlo, Berengario e Margherita. Quest’ultima sposò in prime nozze Ugo di Chiaromonte, appartenente ad una delle prime famiglie di Sicilia, da cui discese Costanza di Chiaromonte, regina di Napoli. Ad Ugo di Chiaromonte fu affidato dall’Ammiraglio il baliato del figlio minore, Berengario. Dopo la morte di Ugo, Margherita sposò in seconde nozze Bartolomeo di Capua, ecc…ecc…”. I due studiosi, per la ricostruzione delle discendenza di Ruggiero hanno utilizzato la cronologia del Muntaner (…). Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel 1308, le terre di Lauria passarono ad Enrico Sanseverino, IV conte di Marsico e Gran Connestabile del Regno di Napoli, che sposa la contessa di Lauria Ilaria, figlia del famoso ammiraglio Ruggiero di Lauria, che conquistò fama e onori durante la guerra del Vespro. Ruggiero, oltre che del titolo di Grande Ammiraglio del Regno d’Aragona e di Sicilia e di signore di Lauria, si fregiò anche dei titoli di signore delle terre di Castelluccio, Lagonegro, Laino, Maratea, Papasidero, Rivello e Rotonda. Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria…..ecc…”.
Nel 1305, Ruggierone di Lauria successe al padre Ruggero di Lauria ma morì a 22 anni
Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “La mancanza di fonti preclude ogni possibilità di una esposizione cronologica nella successione delle baronie nel governo di Ajeta…..All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo investito il 14 ottobre 1308, e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106).”. Dunque, il Campagna, sulla scorta del Lomonaco (….) scriveva che nel feudo di Ajeta, a Ruggero di Lauria subentrò il figlio Ruggerone. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Luria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi di famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107). Il feudo di Ajeta ritornò, successivamente, ai Loria, fino a quando Tommaso ne fu estromesso, 1496, da Ferdinando II o Ferrandino, re di Napoli per la seconda volta (7 luglio 1495-7 ottobre 1496), dopo la partenza di Carlo VIII. Pare che Tommaso di Loria, avesse partecipato alla congiura dei Baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Ecc..ecc..”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”. Si tratta del testo di Vincenzo Lomonaco (…), ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858. Infatti, prima del Campagna, nel secolo precedente, il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo “Ruggiero di Lauria etc.,…”, a p. 10, citava Vincenzo Lomonaco (…) e scriveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna….Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Aieta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente”……Si inferisce inoltre dalle parole citate dal Sig. Lomonaco, che Ruggiero avendo ceduti al fratello Riccardo i castelli di Aieta e Tortora, la baronia di Lauria dovette necessariamente rimanere per se, perchè apparisce nel modo più lampante degli Annali del regno di Aragona, libro III, Capo 81, pag. 203, che il padre di lui era specificatamente, Signore di Lauria. Le terre di Basilicata, oltre quelle di Calabria e nel Principato, che furono restituite a Ruggiero da Carlo II d’Angiò, dietro la pace tra essi avvenuta, non sono forse i possedimenti che Ruggiero aveva in Lauria ? (2).”. Il Palmieri, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Costanzo lib. 3 e Summonte p. 2, lib. 3, Capo 2.”. Il Lomonaco, a p. 12 in proposito scriveva che: “Dopo le più lunghe pazienti e minuziose indagini fatte nell’arcivio del nostro Regno si sono raccolti i seguenti fatti e documenti. La terra di Ajeta si appartiene fin dai tempi di Carlo I. d’Angiò alla illustre prosapia detta or ‘de Cloyra, or ‘de Cloyra’, or ‘Loria’, or ‘Lauria’. N’era signore Riccardo uno dei baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litizio tra i suoi figliuoli l’uno chiamato Riccardo siccome il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna, e quel che forma la gloria principale, per la sua grande valentia nelle cose guerresche e marittime, la quale fu per lo più sorrisa da propizia fortuna. Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Ajeta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente: e tal convenzione era addì 12 aprile 1301 rifermata dal Sovrano beneplacito di Carlo II. A Ruggiero successe il figliuolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu investito ai 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello, figliuolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che n’ebbe l’investitura ai 10 marzo 1310. Estinta colla morte di questo ultimo la linea discendente maschile di Ruggiero de Cloria; Carlo Duca di Calabria e Vicario Generale di suo Padre Roberto dichiarò devoluti alla corona i feudi possedut dalla famiglia suddetta tranne quelli assegnati per dote alle sorelle di Ruggiero Berengario. Si legge nell’Archivio generale una supplica della vedova di costui Giovanna di Tortora, con cui chiese ed ottenne dal Re Roberto addì 8 luglio 1331, che le fosse condonato il pagamento dell’aloe in once 28, tarì 26, e grana 5 per la ROcca di Ajeta (Rocce di Ageta) che disse per le precedenti guerre ridotta a stato deplorevole, e presso che disabitata: (ognuno conosce quanta parte si ebbe la famiglia de Loria nell’uragano politico onde fu sì miseramente e lungamente agitato il nostro Reame).”. Secondo il Lomonaco (…), dopo la morte di Riccardo di Lauria, nel 12 aprile 1301, i due suoi figli Ruggiero e Riccardo di Lauria, si divisero i beni ed i feudi e a Ruggiero di Lauria, l’ammiraglio, andarono i possedimenti di Lauria. E’ per questo motivo che secondo il Palmieri (…), il predicato di Lauria venne aggiunto al nome di Ruggiero. Il Lomonaco (…), riferendosi all’accordo stipulato tra i due fratelli Ruggiero e Riccardo di Lauria, figli entrambi del feudatario Riccardo, in proposito scriveva che: “….A Ruggiero successe il figliolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu ‘investito’ il 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello figliolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che ne ebbe l’investitura il 10 marzo 1310. Estinta colla morte di quest’ultimo colla morte discendente ecc…ecc…”. Secondo la ricostruzione storiografica delle origini di Ruggiero di Lauria che fanno i due studiosi Augurio e Musella (…), Ruggierone, figlio di Bianca Lancia e di Ruggiero di Lauria. Ruggierone sposò Giovanna, figlia di Rinaldo di Tortora da cui ebbe un figlio di nome Riccardo. I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, parlando della successione a Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca. Il primo figlio ebbe nome Ruggerione e, divenuto adulto, collaborò col padre in casi spesso complessi. Tra le carte conservate nell’Archivio Real de la Coron d’Aragon’ di Barcellona, pubblicate dallo Scarlata, troviamo il testamento di Ruggierone, stilato nel 1307 (64). Si tratta di un documento per uso interno della cancelleria. Entrando nel merito del documento troviamo che viene istituito erede univerale Berengario, figlio di secondo letto. Dispone inoltre che il debito contratto da Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, per il matrimonio contratto con la sorella Goffredina sia assegnato alla sorella Margherita per il suo matrimonio. Lascia, infine alla sorella Ilaria il feudo di Ricigliano in Calabria. Ruggierone, ricevette dal padre la baronia di Tirello, Ursomarso e Abbatemarco. Mostrava già i segni di uomo di gran merito quando morì a soli 22 anni. Sposò Giovanna, figlia di Rinaldo di Tortora, ed ebbe un figlio di nome Riccardo (di lui parleremo in seguito).”. Augurio e Musella, a p. 32, nella nota (64) postillavano che: “(64) M. Scarlata, op. cit., pp. 307-311.”. Augurio e Musella si riferivano al testo di Mario Scarlata (….), Carte reali diplomatiche di Giacomo II d’Aragona (1291-1327) riguardanti l’Italia, Palermo, 1993; Acta siculo-aragonensia, Palermo, 1972.
Nel 1305, Tommaso II Sanseverino, acquistò Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Nel 1291 Tommaso di Sanseverino aveva acquistato Centola, Polla e Cuccaro, nel 1294 Sanza, nel 1295 Atena, Postiglione, Sala Consilina, S. Severino di Camerota, Casal Buoni Ripari, Pantuliano, Castelluccio (Cosentino), Corbella, Monteforte (Cilento), Serre, Padula, nel 1301 e Policastro nel 1305. Ebbe inoltre confermate le baronie di Cilento, Diano, Lauria, S. Angelo a Fasanella e Magliano Vetere.”.
Nel 1306-1307, Riccardo, Giacomo, Roberto di Lauria, forse zii paterni di Ruggero di Lauria (Ammiraglio)
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Confermerebbe la prima ipotesi – quella cioè che individuerebbe Roberto, Giacomo e Riccardo di Lauria quali zii paterni di Ruggero – un documento angioino del 1306-1307 recante la ‘Forma commissionis officii viceamiracie’, che nell’ultimo capoverso annota: “PRESCRIPTA (sic) forma concessa fuit de novo dom. Riccardo de Lauria patruo dom. Rogerii de Lauria antiquitus tamen predecessoribus fuit in alia forma concessa (….)(123).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (123) postillava che: “(123) RCA, vol. XXXI, p. 71-74, n. 41.”. Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.
Nel 1306, Tommaso II Sanseverino costruisce la Certosa di S. Lorenzo a Padula
Da Wikipedia leggiamo che nel 1306 fu decisa da Tommaso II, la costruzione di un monumento certosino, i cui lavori iniziarono il 28 gennaio dello stesso anno, sotto la supervisione del priore della Certosa di Trisulti, sul sito di un preesistente cenobio (a Padula). il 17 aprile dello stesso anno, poi, il re Carlo II lo Zoppo ne confermo’ la fondazione. I lavori proseguirono, con ampliamenti e ristrutturazioni, fino al XIX secolo. Si tratta del complesso certosino più grande d’Italia, dichiarato nel 1998, patrimonio dell’umanità. Le ragioni della costruzione furono specialmente politiche. Sanseverino, con la costruzione della Certosa, voleva ingraziarsi i reali angioini del Regno di Napoli: i certosini erano un ordine religioso francese; la casa generalizia, fondata nel 1084 da San Brunone, si trovava a Grenoble, e non poteva quindi che essere graditissima al sovrano angioino, di cui Sanseverino era un fedelissimo, la fondazione di una Certosa a Padula. Quando questa fu in grado di poter accogliere i monaci di San Brunone, il conte Tommaso Sanseverino inviò al Generale di Grenoble, il privilegio di donazione. Poco dopo, riunitosi il Capitolo a Grenoble, furono mandati alla Certosa i padri e il priore Giovanni Tommaso da Vico, per stabilirvi l’osservanza della Regola. Inoltre la posizione della certosa consentiva il controllo del territorio, dei grandi campi fertili circostanti, dove venivano coltivati i frutti dai monaci che gestivano il complesso, oltre al controllo delle vie che portavano alle regioni meridionali del Regno di Napoli. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208 riferendosi a Sanza e a Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Nel 1306 il Sanseverino fondò la Certosa di Padula, effettuò opere di bonifica del Vallo (fece ripulire il canale del ‘Fossato’), si prese cura dei numerosi feudi tra cui il ‘Castrum Sanse’. Ecc…”.
Nel 15 novembre 1306, Roberto d’Angiò
Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. III: “Classi e conflitti sociali”, a p. 280 in proposito scriveva che: “Gli appaltatori della gabella “auripellis, tintorie sete et cuculli” di Salerno, affermano, sula fine del 1306, che i neofiti Salernitani, hanno deciso di assumere alcuni detestabili atteggiamenti in pregiudizio grave dei gabellieri, e quindi del pubblico erario, esercitando “segretamente nelle loro case l’arte loro e incettando gran quantità di seta, per tutto il Salernitano fino a Policastro, per rivenderla alla fiera di S. Matteo, liberamente in frode dei diritti fiscali” (4).”. Il Caggese, a p. 280 del vol. I, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Reg. Ang., n. 164, c. 84-84t, 15 novembre 1306: “…..condixerunt setam et cucculum ecc…ecc..”.
Nel 14 ottobre 1308, Carlo di Loria o di Lauria, fratello di Ruggerone e figlio di Ruggero di Lauria, signore di Ajeta
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo investito il 14 ottobre 1308, e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Lauria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+ 1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi della famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107). Il feudo di Ajeta ritornò, successivamente, ai Loria, fino a quando Tommaso ne fu estromesso, 1496, da Ferdinando II o Ferrandino, re di Napoli per la seconda volta (7 luglio 1495-7 ottobre 1496), dopo la partenza di Carlo VIII. Pare che Tommaso di Loria avesse partecipato alla congiura dei baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Per questo motivo la Terra di Ajeta fu donata, per benemerenze, a Giovanni de Montibus. Nella conquista del Regno di Napoli da parte del visconte di Lautrec, Odet de Foix, 1528, Francesco di Loria, barone di Ajeta, con Simone Tebaldi di Capaccio ebbero l’incarico della conquista della Calabria. A Capo d’Orso la defezione del Loria determinò la vittoria navale della Lega, 27-28 aprile 1528 (109). I feudi sottoposti, anche indirettamente, ai Loria aprirono le porte ai francesi: Cirella, Ajeta, Tortora, Fiumefreddo, Abatemarco (110). Durante la riconquista spagnola (il Lautrec era morto tra il 15 ed il 16 agosto 1528), il castello di Ajeta oppose resistenza. Infine si arrese, ma fu confiscato e concesso ad un Loquingen (111).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca.”. Sempre i due studiosi Augurio e Musella, a p. 34, in proposito scrivevano che: “Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Saurina d’Entenca, figlia di Berengario d’Entenca, una delle famiglie più importanti di Aragona e Catalogna. Da questo matrimonio nacquero altri due figli, Carlo, Berengario e Margherita.”. I due studiosi, per la ricostruzione della discendenza di Ruggiero di Lauria hanno utilizzato la cronologia del Muntaner (…). Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Infatti, Vincenzo Lomonaco (…), nel suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858, parlando di Tortora e della successione a Ruggiero di Lauria dei suoi figli nella Contea di Lauria e Maratea, in proposito scriveva che: “….A Ruggiero successe il figliolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu ‘investito’ il 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello figliolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che ne ebbe l’investitura il 10 marzo 1310. Estinta colla morte di quest’ultimo colla morte discendente ecc…ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, ecc..ecc…”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”.
Nel 1308, Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia che appartenevano alla Contea di Lauria divendono feudo dei Sanseverino, quando Arrigo Sanseverino sposa Ilaria dell’Oria, figlia dell’Ammirglio
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Nel 1308, le terre di Lauria passarono ad Enrico Sanseverino, IV conte di Marsico e Gran Connestabile del Regno di Napoli, che sposa la contessa di Lauria Ilaria, figlia del famoso ammiraglio Ruggiero di Lauria, che conquistò fama e onori durante la guerra del Vespro. Ruggiero, oltre che del titolo di Grande Ammiraglio del Regno d’Aragona e di Sicilia e di signore di Lauria, si fregiò anche dei titoli di signore delle terre di Castelluccio, Lagonegro, Laino, Maratea, Papasidero, Rivello e Rotonda. Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria la quale, in un matrimonio probabilmente più d’interessi che d’amore, pensò giustamente di porre il feudo di Lauria sotto la protezione delle effige della blasonata famiglia del marito. Da questa unione nacquero Tommaso e Ruggero. Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Aten. Viene nominato dal Re Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori. Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino ecc…”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’) riferendosi a Tommaso II Sanseverino a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) ……Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”.
ENRICO (ARRIGO) SANSEVERINO, figlio secondogenito di Tommaso II Sanseverino e la Valmontone
Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) ……il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Dunque, il Gatta scriveva che alla morte di Tommaso (II) Sanseverino, Sveva d’Avezzano, sua seconda moglie diede, con la licenza di re Carlo II d’Angiò, “….ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Tommaso Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): ecc…”.
Nel 1309, ILARIA DI LAURIA o Maria dell’Oria ed ENRICO II (“Arrigo”) SANSEVERINO successero nella Contea di Lauria
Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc….L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero. Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Dunque, secondo il Mazziotti, Enrico (“Arrigo”) di Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino, morì nel 1336 a Diano dove sono sepolte le sue spoglie. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Lo storico locale di Lagonegro Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a p. 208 scriveva che: “Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio….A Bartolomeo di Lauria successe, nel 1350, l’unica figlia ‘Ilaria’, la quale sposò ‘Arrigo Sanseverino’ ed ereditò pure il feudo di Lagonegro, trasmettendolo al figlio o nipote ‘Gaspare Sanseverino’. Così Lagonegro passò, con la Contea di Lauria, sotto il dominio della potentissima famiglia Sanseverino, la quale possedeva in feudo, per le varie ramificazioni sue, quasi tutta la Basilicata, ed ebbe tanta parte negli avvenimenti che si succedettero per lungo tempo nel Regno.”. Non mi ritorna la cronologia riportate dal Pesce se confrontate con il Mazziotti, che scriveva sulla scorta di una lapide sulla tomba sacello di Enrico Sanseverino a Diano che egli morì nel 1336, mentre il Pesce scriveva addirittura che solo nel 1350 sua moglie “Ilaria di Lauria” (per il Pesce e per altri) o “Maria dell’Oria” per il Mazziotti, avesse ereditato il feudo di Lauria solo nel 1350. Non mi ritorna pure la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Su un sito web che ci parla della familia dei Sanseverino e delle sue ramificazione leggiamo che Enrico Sanseverino IV conte di Marsico morì nel 1314 e gli successe il figlio Tommaso III Sanseverino. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314).”. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino a cui è legato il nome della Certosa di Padula, morì nell’anno 1314 e stessa notizia troviamo su un sito web. Non mi ritrovo con quanto scriveva il Pesce sulla successione del feudo di Lauria. Mi chiedo come potevano succedere nei feudi Ilaria di Lauria ed il marito Enrico di Sanseverino nel 1350 se Enrico Saneverino morì nell’anno 1314. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano e di Tommaso II di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita……Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Da wikipidia, in riferimento a Tommaso II Sanseverino leggiamo che succedette a suo padre, e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro, ecc.., signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, nacque primogenito dalla prima moglie di Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, Margherita di Valmontone di Ariano. In seguito, sempre secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, sposò Ilaria di Lauria, figlia dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria che gli portò in dote 2000 once d’oro, ebbero due figli: Tommaso III Sanseverino e Ruggero Sanseverino. Dunque, secondo gli archivi Angioini, il nesso che legava la famiglia di Ruggiero di Lauria ai Sanseverino fu il matrimonio della figlia Ilaria e Enrico di Sanseverino, figlio di Tommaso di Sanseverino, che in seconde nozze nel 1302 aveva sposato Sveva, Contessa di Tricarico. Il nesso che legava i Sanseverino con i Loria o la famiglia di Ruggiero di Lauria è il matrimonio con Ilaria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), dal matrimonio di Ilaria di Lauria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino, nacque Tommaso III di Sanseverino. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Ebner riguardo il Volpi si riferisce a Giuseppe Volpi (…) e al suo “Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio”, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II°, epigrafe a p. 57. Giuseppe Volpi (…), a p. 56 in proposito a Tommaso Sanseverino ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula data nel 1308 ai padri Certosini, riferendosi a quel periodo, scriveva che: “E in vero che piucche molto fioriva in quel secolo la pietà cristiana; imperocchè nello stesso tempo Maria di Loria figliuola dell’Ammiraglio Roggiero, e moglie di Arrigo Sanseverino (b) Contestabile del Regno nato dal suddetto Tommaso, fondò sette Conventi per gli Frati di S. Francesco, e tra questi quello dè Conventuali di Cuccaro, nella cui Sagrestia essendone stata posta la memoria, consumata poi nel tempo, fu rinnovata dal P. Maestro dè Rossi con un’altra iscrizione, con errore da lui intitolata ad Ilaria di Loria, la quale per essere stata sorella (c), e non figliuola dell’Ammiraglio Rogiero, non ebbe alcuna di queste Signorie, che egli le atribuisce, e che furono di Maria per ragion di Arrigo Sanseverino suo marito; onde crediamo, che il P. Maestro ingannato dalla similitudine del nome, posto che la prima lettera di Maria sia stata rosa dal tempo, senz’altra diligenza fare, giudicasse Ilaria la fondatrice. L’iscrizione è la seguente.”.

Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (a) postillava che: “(a) Camillo Tutini nel libro dè Contestabili del Regno”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (b) postillava che: “(b) Filiberto Campanile nella famiglia Sanseverina, Carlo De Lellis nella famiglia Sambiase.”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (c) postillava che: “(c) Registro del Re Roberto degli anni 1326 e 1327, presso Carlo De Lellis al luogo cit.”. Dunque, questo è ciò che scrive il Volpi sulla scorta del De Lellis e del Campanile. Pietro Ebner, scriveva che l’Antonini attibuisce la fondazione del monastero di Cuccaro ad Ilaria di Lauria, figlia dell’ammiraglio Ruggero di Lauria. Giuseppe Antonini (…), a p. 340 della sua “La Lucania”, nel discorso VI, a p. 336, in proposito a Cuccaro scriveva che: “Trovasi in questa terra un ricco Monistero di PP. Francescani, edificato già dalla pietà d’Ilaria di Loria, figlia del famoso Ruggieri, siccome ne faceva fede un’iscrizione posta nel Coro di questa Chiesa, oggi ingratamente tolta via. Ci è chi ha voluto, che quell’Ilariae (I) dovesse leggersi ‘Mariae’, e verrebbe ad esser sorella, non figlia di Ruggieri, quale l’iscrizione la chiamava; oltrechè la medesima da me più volte attentamente letta, a chiari caratteri diceva ‘Ilariae’; nè ci è mancato chi ad altri ancor abbia voluto questa fondazione attribuire, come fu il P. Ridolfo Toffiano’ nella ‘Storia della Religion Serafica al lib. II. dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato, così scrive: ‘Locus Cuccari, quem construxit Magister Antonius piscopus Acernanus. Extant ejus insigna in Choro’. Ma altamente in ‘Toffiani’ s’inganna, perchè in un pilastro superiore del Chiostro, oggi rinnovato, ho io letto il numero dell’anno della fabbrica MCCCXXXIII. quando il Vescovo morì nel MDX. ed oltre a ciò nell’atrio inferiore è dipinto a fresco il ritratto della medesima Ilaria fondatrice. Conservavasi con molta venerazione in una particolar cappella vicino al chiostro un considerabile pezzo del legno della Croce di Cristo nostro Signore, ed altre insigne reliquie ancora.“. L’Antonini (…) a p. 339, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Scipione Ammirato’ nella famiglia di Diano fa menzione di questa Ilaria, e la chiama vedova di Enrico Sanseverino, nipote di Ruggiieri, Conte di Marsico. ‘Filiberto Campanile’ nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”. Dunque, l’Antonini (…), cita Scipione Ammirato (…) che nel suo ‘Delle Famiglie nobili napolitane’, Firenze, 1580-1651, la chiama “vedova di Enrico Sanseverino” e poi cita pure Filiberto Campanile (…) che nel suo ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile’, edito a Napoli il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, scriveva che “nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”.
NEL 1309, ROBERTO D’ANGIO’
Roberto d’Angiò, detto il Saggio (Torre di Sant’Erasmo, 1277 – Napoli, 16 gennaio 1343), figlio del re Carlo II d’Angiò e della regina Maria Arpad d’Ungheria, fu nominato nel 1296, durante il regno di suo padre, primo duca di Calabria, titolo che manterrà fino alla sua incorazione a re di Napoli, avvenuta alla morte del padre nel 1309. Sarà sovrano del Regno di Napoli, assieme ai titoli di conte d’Angiò e del Maine, conte di Provenza, e re titolare di Gerusalemme, fino alla sua stessa morte, avvenuta nel 1343. Senza eredi legittimi in vita, Roberto sarà succeduto al trono dalla nipote Giovanna, figlia di suo figlio Carlo, duca di Calabria. La guerra, interrotta dalla morte di Enrico, proseguì contro i ghibellini Matteo Visconti e Cangrande della Scala. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tasata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico.”. Mazziotti, a p. 135, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187.”. Forse il Mazziotti postillando di Minieri Riccio nella sua nota (4) si riferiva a ‘Memorie della guerra di Sicilia.
Nel 1310, Torraca, Tortorella e Policastro nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.
Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)
- Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
- Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV
Foglio 250 (v)
- Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
- Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV
Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”.
Nel 1308, il ‘castrum Turricelle’ (Tortorella)
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Del ‘castri Turricelle’ viene fatto menzione anche nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, raccolta delle decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto fino a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.“. Nicola Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di ) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana- 1948, pag. 479.”.
Nel 1310, nasce Tommaso III Sanseverino, V conte di Marsico, figlio di Arrigo (Errico) e di Ilaria di Lauria
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina e, riferendosi ad Errico Sanseverino e della sua unione con Ilaria di Lauria, in proposito scriveva che: “Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria la quale, in un matrimonio probabilmente più d’interessi che d’amore, pensò giustamente di porre il feudo di Lauria sotto la protezione delle effige della blasonata famiglia del marito. Da questa unione nacquero Tommaso e Ruggero. Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori.”. Dunque, Tommaso III Sanseverino nasce dall’unione di Errico Sanseverino e Ilaria di Lauria o dell’Oria, figlia del grande Ammiraglio. Nel 1310 diviene V conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Re Roberto d’Angiò lo nomina Gran Connestabile del Regno di Napoli. Nel 1330, alla morte del padre Errico, i possedimenti paterni cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero Sanseverino. Nel 1340, alla morte della madre, i possedimenti della madre cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero. Tommaso III Sanseverino muore il 27 aprile 1358. Riguardo la contea di Lauria, le notizie dateci dal Montesano contraddicono altre notizie intorno a Ruggero Berengario di Lauria, di cui parlerò innanzi. Infatti, Tommaso III Sanseverino dividerà i possedimenti paterni nel 1330 e quelli materni (della madre Ilaria), nel 1340. Dunque, secondo alcuni studiosi, Tommaso III Sanseverino diviene conte di Lauria ………….Su Tommaso III Sanseverino ha scritto pure Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento” riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc….L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Dunque, Matteo Mazziotti scriveva che Errico Sanseverino, padre di Tommaso III Sanseverino e di Ruggero Sanseverino, morì a soli 21 anni. Dunque, Errico (“Arrigo”) Sanseverino, marito di Ilaria dell’Oria, morì nel 1331. Infatti, il Montesano scrive dei possedimenti paterni passati a Tommaso III nel 1330. Mazziotti, a p. 136, riferendosi al primo figlio di Errico e Ilaria, ovvero a Tommaso III, in proposito dice che: “Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”.
Nel 10 marzo 1310, Ruggiero Berengario di Lauria, ultimo figlio di Ruggiero di Lauria, fu investito della Contea di Lauria
I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca.”. Sempre i due studiosi Augurio e Musella, a p. 34, in proposito scrivevano che: “Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Saurina d’Entenca, figlia di Berengario d’Entenca, una delle famiglie più importanti di Aragona e Catalogna. Da questo matrimonio nacquero altri due figli, Carlo, Berengario e Margherita. Quest’ultima sposò in prime nozze Ugo di Chiaromonte, appartenente ad una delle prime famiglie di Sicilia, da cui discese Costanza di Chiaromonte, regina di Napoli. Ad Ugo di Chiaromonte fu affidato dall’Ammiraglio il baliato del figlio minore, Berengario. Dopo la morte di Ugo, Margherita sposò in seconde nozze Bartolomeo di Capua, ecc…ecc…”. I due studiosi, per la ricostruzione della discendenza di Ruggiero di Lauria hanno utilizzato la cronologia del Muntaner (…). Infatti, Vincenzo Lomonaco (…), nel suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858, parlando di Tortora e della successione a Ruggiero di Lauria dei suoi figli nella Contea di Lauria e Maratea, in proposito scriveva che: “….A Ruggiero successe il figliolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu ‘investito’ il 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello figliolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che ne ebbe l’investitura il 10 marzo 1310. Estinta colla morte di quest’ultimo colla morte discendente ecc…ecc…“. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Luria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi di famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107). Ecc..ecc..”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”. Dunque, secondo la ricostruzione storiografica delle origini di Ruggiero di Lauria che fanno i due studiosi Augurio e Musella (…), Ruggierone, figlio di Margherita Lancia e di Ruggiero di Lauria. Ruggiero di Lauria ebbe dall’altra moglie Saurina d’Entenca un altro figlio chiamato Ruggiero Berengario. Il Pucci (…), a p. 85 scrivendo che: “A Tortora….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496).”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Luria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi di famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”.
Nel 1313, la seconda guerra del Vespro nel Golfo di Policastro
La guerra però riprese nel 1313 quando Federico III rivendicò il titolo di re di Sicilia per il figlio Pietro. Si riuscì a trovare un primo accordo solo alla morte di Pietro (1342), quando salì al trono il figlio Ludovico sotto tutela di Giovanni d’Aragona, detto la «Pace di Catania» l’8 novembre 1347, che non fu ratificato dal parlamento siciliano. Nel XVI secolo la guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra il re francese Carlo II d’Angiò contro Pietro d’Aragona ed i saraceni Almugaveri che volevano conquistare il Regno di Napoli, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incidendo sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. In questo tremendo conflitto, Policastro ed il porto naturale di Sapri, ebbero un importante ruolo che andrebbe ulteriormente indagato. Certo è che, a causa delle operazioni militari della Guerra del Vespro, i piccoli borghi marinari del Cilento, subirono notevoli danni. Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo (…), scriveva in proposito: “Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (….), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus'”.
Nel 1314, Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio primogenito di Tommaso (II) e sposo di Ilaria di Lauria muore
Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) ……il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Dunque, il Gatta scriveva che alla morte di Tommaso (II) Sanseverino, Sveva d’Avezzano, sua seconda moglie diede, con la licenza di re Carlo II d’Angiò, “….ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Tommaso Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): ecc…”.
Nel 1314, a Tortorella
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 677, parlando del casale di Tortorella, in proposito scriveva che: “Nell’Abbadia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella.”. Il 30 gennaio 1314 (11), per scadenza, vennero devoluti “in feudum nobile” tutti i beni che erano stati di Giovanni Lombardi di Tortorella, da parte di Tommaso Sanseverino a Silvio Vulcano di Padula“. L’Ebner a p. 677, nella sua nota (11) postillava che: “(11) I, ABC, LXV 41, 30 gennaio 1314, XII”.
Nel 1314, Nicolò Arabito, milite di Policastro
Matteo Camera (…) nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, parlando dell’anno 1324 e dell’editto di re Roberto d’Angiò per Bartolomeo Roveti, a p. 313, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette di poi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.”.
Nel 31 dicembre 1317, il milite Iacopo Capano a Policastro
Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. III: “Classi e conflitti sociali”, a p. 334, parlando dell’acuirsi di forme “intollerabili” di violenze e soprusi dei feudatari locali, in proposito scriveva che: “A Policastro, Iacopo Capano, milite, scaccia violentemente i portulani, impedisce gli abitanti di fornire loro delle vettovaglie, e non permette che si esigano i diritti di uscita, da quella che egli considera terra assolutamente sua (2)!.”. Il Caggese, a p. 334 del vol. I, nella sua nota (2) postillava che: “(4) Reg. Ang., n. 212, c. 26, 31 dicembre 1317.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dei Capano, affidatari dei Lancia e dei Sanseverino, però si riferisce al 1343 quando con Tommaso II Sanseverino, Giacomo Capano assistettero all’incoronazione di Giovanna I.
Nel 1318 re Roberto d’Angiò signore di Genova
Già in possesso di vasti possedimenti in Piemonte, Roberto estese ulteriormente la propria influenza nella penisola: nel 1317 fu nominato dal papa senatore di Roma, nel 1318 divenne signore di Genova – di cui detenne la signoria sino al 1334 – e, nel 1319, di Brescia. Fu ricordato da Petrarca e Boccaccio come colto e generoso mecenate: il Petrarca, che gli dedicò l’Africa, volle addirittura essere esaminato da lui prima dell’incoronazione in Campidoglio (1341). Leggiamo da Wikipedia che nel 1319, Genova è assediata dall’esercito ghibellino di Marco Visconti, cui partecipano i Doria e gli Spinola fuoriusciti. Arriva a Genova per la parte guelfa il re di Napoli Roberto d’Angiò che nel 1324, dona Policastro a Bartolomeo Roveti di Genova. La guerra, interrotta dalla morte di Enrico, proseguì contro i ghibellini di Matteo Visconti e Cangrande della Scala. Dopo la morte del fratello Carlo Martello (1295), Roberto divenne erede al trono di Sicilia. Le lotte tra guelfi e ghibellini, che nella Repubblica presero il nome rispettivamente di “rampini” e “mascherati“, progredirono fino al 1270, anno in cui Oberto Doria e Oberto Spinola, a seguito di un’insurrezione ghibellina, divennero di fatto “diarchi” e riuscirono a governare la città per circa 20 anni, in pace. Le lotte intestine non cessarono nemmeno dopo i successi navali del XIII secolo. I troppi interessi economici in gioco, costrinsero ulteriormente il governo della città ad abbandonare le figure istituzionali precedentemente adottate, dai consoli in poi. Dopo ben cinque diarchie Doria-Spinola (ghibelline) e una Fieschi-Grimaldi (guelfa), intervallate da diverse forme di governo, fu così creata la carica di Doge, similmente a quello che già accadeva a Venezia. Simone Boccanegra, eletto nel 1339 (e a cui Giuseppe Verdi dedicò un’opera secoli più tardi), tentò di estromettere i nobili e coloro che erano coinvolti in lotte plurisecolari, dal governo cittadino.
Nel 13 dicembre 1318, Roberto d’Angiò, esenta dalle tasse il casale di S. Giovanni a Piro
Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. VI: “La finanza pubblica e la corte”, a p. 617, parlando delle imposizioni fiscali e dei diversi atteggiamenti della Curia angioina verso alcuni casali del Regno, in proposito scriveva che: “Altra volta, su i primi del trecento, come per il “castrum Milani” (Magliano), anche nel Principato, ogni fuoco dà un tarì e mezzo, cioè circa tre lire, prima della sciagura, per sentirsi costretta a dare tre tarì quando, ridotta la terra da 600 fuochi ad 80, la somma totale dell’imposta discende a….(3).”. Il Caggese, a p. 617 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Reg. Ang., n. 220, c. 311t- 312, 2 ottobre 1318. Vi si accenna a docc. del 12 giugno 1305 e 16 giugno 1309. — La stessa proporzione è osservata per il Casale “Sancti Johannis ad Piram prope Policastrum”, dipendente dall’abbate di quel Convento: Reg. Ang., n. 220, c. 320-321, 13 dicembre 1318 .”. Nel 1320, con il quale il re (re Roberto e non Carlo II d’Angiò) ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa. Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte, che facevano li habitatori di d. loco le quali in recognitione di dominio pagavano le risposte al Monastero, e dalla narrativa di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero, e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi anche un Breve di Sisto IV dell’anno 1473. dal quale si deduce che in quel tempo vi era detto Monastero, & in oltre, da una commissione del Rè Carlo Secondo inserita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..“. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.“. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una “Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”.

(Figg…) Di Luccia (…), op. cit., pp. 11-12
Nel 1320 (per Mazziotti) e 1321 (Fusco), muore Tommaso II Sanseverino (secondo il Mazziotti)
Da Wikipedia leggiamo che Tommaso II Sanseverino (1255 circa – 25 settembre 1324) è stato un nobile italiano, conte di Marsico e Tricarico, e barone di Sanseverino, noto per aver fondato la certosa di Padula, dal 1998 patrimonio UNESCO. Morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula (1). Wikipedia, nella nota (1) postillava che: “(1) Cappella del tesoro, sala del capitolo, cimitero antico e cappella del fondatore, su polomusealecampania.beniculturali.it (archiviato dall’url originale il 25 settembre 2018).”. Non mi ritorna però la cronologia del Mazziotti in quanto nella sua “La Baronia del Cilento” a p. 135, parlando di Tommaso II di Sanseverino scrive che: “In essa, volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu ecc…“. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero Sanseverino e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 135 scriveva che: “In essa volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu posta questa epigrafe: ecc…”. Anche Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”.
Nel 1° gennaio 1320, Bartolomeo di Lauria è Conte di Lauria e signore di Lagonegro
Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a pp. 206-207-208 scriveva che: “Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio. E’ notevole un diploma di grazie accordato, nel 1° gennaio del 1320, dal detto Bartolomeo in premio della fedeltà e dei servigi ottenuti dall’Unità e dai cittadini di Lagonegro. Assicurano il Falcone ed il Tortorella che dal diploma di grazie, nel quale Bartolomeo si denominava ‘utile signore di Lagonegro’, si conservava originariamente scritto su pergamena, nell’Archivio Comunale, ma esso è andato distrutto.”. Il Pesce a pp. 207-208, riporta l’intera trascrizione del docuumento o del privilegio di Bartolomeo trascritto dal Tortorella (…). Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.
Nel 1320, la popolazione dell’Università di Torraca nel “Generalis Subventio Angioino”
Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel ‘Generalis Subventio Angioino’ del 1320 vengono riportati per ciascuna “università”, ovvero per ogni attuale comune della provincia di Salerno, i valori dell’imposta applicata in proporzione al numero dei nuclei familiari e del loro reddito. Ogni nucleo familiare rappresentava un “fuoco”. Per risalire dal dato finanziario espresso in moneta del tempo, ossia “Once”, “Tari” e “Grana” a quello del numero dei fuochi, occorre adottare un moltiplicatore pari a circa 35 grani che rappresentava la tassazione focatica per ogni nucleo familiare di un piccolo centro come il nostro paese. Poichè ogni fuoco era composto da 6 persone è possibile ricavare il numero degli abitanti. Dal predetto documento si ricava che Torraca (e quindi anche il territorio di Sapri che ne faceva parte) nel 1320 veniva tassato per 1 oncia, 27 tarì e 10 grana. Poichè: 1 Oncia = 30 Tari = 600 Grana, nel nostro caso si ha per 1.27.10 1 Oncia = 600 Grana; 27 Tari = 540 Grana; 10 Grana = 10 Grana; Tot. = 1.150 Grana. Come si è già precisato, ogni fuoco era tassato con 35 Grana, si ottiene così: 1.150: 35 =32,86, ossia circa 33 fuochi che moltiplicato per 6, otteniamo: 33 fuochi x 6 (persone per fuoco) = 198 abitanti. Da quando sopra esposto è possibile tentare una stima del totale di abitanti; aggiungendone un 10 % di quelli non considerati nella tassazione focatica, arriviamo ad un numero complessivo di circa 220 anime.”. Il prelievo dell’imposta diretta rappresenta un tassello importante della politica fiscale angioina. La generalis subventio o colletta fu formalmente richiesta come tassazione straordinaria per la difesa del Regno ; tuttavia per la frequenza dell’esazione, essa si configurò, sostanzialmente, come un vero e proprio tributo ordinario e annuale. Nel solco dei cambiamenti già apportati dalla monarchia normanno-sveva, furono i primi due sovrani angioini, Carlo I e Carlo II, a intervenire nel sistema fiscale, precisando più compiutamente le funzioni degli ufficiali preposti alla riscossione dell’imposta e le procedure legate al prelievo. Le pratiche fiscali messe in atto nel corso del XIII secolo sono state ampiamente studiate nei lavori di Romolo Caggese, Giuseppe Galasso, Jean-Marie Martin, Serena Morelli e Giovanni Vitolo. Meno note sono invece le situazioni che si vennero a creare con i sovrani successivi, i quali non intervennero in maniera significativa in ambito fiscale, ma adottarono la politica già tracciata dai loro predecessori, declinandola secondo i contesti e le contingenze. Il presente lavoro si propone, pertanto, di offrire una panoramica sulle diverse modalità di applicazione del prelievo diretto nelle ancora poco studiate periferie del regno tra XIV e XV secolo, soffermandosi in particolare sulle due province di Terra di Bari e di Terra d’Otranto, sulla scorta della documentazione offerta dai Registri ricostruiti della Cancelleria Angioina, dai Libri Rossi e dai Codici Diplomatici. Verranno presi in considerazione alcuni interessanti aspetti dell’amministrazione fiscale : le competenze degli ufficiali preposti alla riscossione ; la serrata contrattazione tra la monarchia e le università ; le concessioni di riduzioni e remissioni di una parte o dell’itera somma da versare e infine la ripartizione dell’onere fiscale all’interno delle comunità.
Nel 10 setembre 1320-21, Policastro fu distrutta e occupata dalla flotta di Federico d’Aragona al comando del genovese Corrado Doria
Nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro fu riditrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: “terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit “. Come scrissi nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: “Ritroviamo Sapri, nella “carta nautica del Mediterraneo” dell’Atlante Catalano di Carlo V, della prima metà del secolo XIV. (98). E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: ” terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit“.”. Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. III: “Classi e conflitti sociali”, a p. 237 in proposito scriveva che: “Anzi, quando i feudatari fanno il loro dovere, come tra il 1319 e il ’20, nella campagna contro Rieti ed in quella, Federigo d’Aragona, sono generosamente esentati dal pagamento del tributo o della prestazione del servizio miltare (1). Il Duca di Calabria si limita ad ordinare ai portulani del Regno ed ai custodi dei passi montani di vigilare attentamente che ai nemici della Chiesa e del Re non fossero inviate le vettovaglie promesse dai Baroni (2).“. Il Caggese, a p. 237 del vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Reg. Ang., n. 221, c. 216-216t, 10 settembre 1320. Rotta la tregua Federico occupò Policastro, dandola alle fiamme, e danneggiò “terram Iscle“. Il Caggese, a p. 237 del vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(2) Reg. Ang. n. 254, c. 242t, 23 luglio 1324. La lettera del Papa è del 1° giugno.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Nel 1320, a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona Policastro fu ridistrutta, da marinai d’una flotta genovese al comando di Corrado Doria: ‘Terram Policastri expugnavit improbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit’.”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Ecc..“. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515, nella loro nota (80) postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della famiglia Grimaldi a Policastro. Infatti, lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. II, nel cap. III: “Per la conquista della Sicilia”, a p. 190 in proposito scriveva che: “II. – Il 10 agosto 1230, tutti i Baroni e tutte le Università del Regno, obbligati a “dimitio militari servicio supra”, ebbero l’ordine di prepararsi alla guerra e di far buona guardia ai confini essendo virtualmente già rotta la tregua con la Sicilia (3). …i cittadini di Salerno furono invitati ad armarsi come meglio fosse stato loro possibile, per essere pronti a difendere con ogni mezzo la città minacciata (5), in collaborazione con quanti feudatari e uomini d’arme (continua a p. 191) vi si fossero trovati disponibili (1). Il pericolo urgeva; e in realtà la flotta siciliana, dopo aver gravemente danneggiato Policastro (2), aveva attaccata, forse il 10 e l’11 agosto, Ischia assolutamente indifesa distruggendone i pingui vigneti e i frutteti obertosi onde andava superba (3). Ormeggiata poi nelle acque di Ponza, indecisa se andare a dare l’assalto alla capitale o correre a Genova, l’armata facilmente vittoriosa, a cui si erano unite le galee dei Ghibellini genovesi comandate da Gerardo Spinola, ricevevano vettovaglie proprio dai fedelissimi di re Roberto.“. Caggese a p. 191, nella sua nota (2) a proposito dell’assalto a Policastro postillava che: “(2) Vedi Camera, Annali, vol. II, p. 274 e fonti ivi citate. Vedi più compiutamente, la notizia in Reg. Ang. n. 234, C 77-77t, 10 settembre 1320: “teram Policastri expugnavit improbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit…”.”. Matteo Camera (…), nel vol. II, a pp. 309-314. Infatti, Matteo Camera (…), a p. 309, in proposito scriveva che: “Oltre a quanto abbiamo dinanzi accennato intorno la città di Policastro, la quale era stata manomessa dai siciliani, e simultaneamente incendiata e agguagliata al suolo dai genovesi (v. av. pag. 274), dobbiamo aggiungere intorno ad essa talune altre peripezie che gli scrittori contemporanei non seppero nè punto nè poco tramandarci. Questa città pingue ed ubertosa dell’antica Lucania, nobile per la sua origine (2), ed a niuu altra seconda nelle sciagure, era stata sempre mantenuta e conservata nel regio demanio.”. Dunque, Matteo Camera (…), a p. 309 dei suoi “Annali”, vol. II, nella sua nota (2) riassume la storia di Policastro e di Bussento. Matteo Camera (…), ci parla della distruzione di Policastro da parte di Corrado Doria a p. 274. Infatti, il Camera (…), nel suo vol. II, a p. 274, parlando dell’anno 1320, in proposito scriveva che: “Infrattanto Federico, impegnò il famoso Castuccio signore di Lucca, a porsi alla testa di quei fuoriusciti; e quindi fece partire da Sicilia una flotta di quarantadue navi, dirette dall’ammiraglio Corrado Doria di Genova, donde la corsa fu combinata col cammino dell’armata di terra. All’incontro, Roberto, pose in mare cinquanta legni che unì alle galee genovesi, sotto il comando del catalano Raimondo di Cardona, illustre capitano, che subito si condusse in cerca del nemico. L’ammiraglio siciliano scioltosi dal porto di Messina costeggiò dapprima il littorale delle Calabrie, ed a viva forza prese e distrusse la città di Policastro; “dum littora Calabriae excurrit, Policastren evertit” (1). Questa Città, probabilmente surta sulle rovine dell’antica ‘Bussento’ prendendo il nome di PALEOCASTRUM, o di antico castello, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Una tale catastrofe non fu mai rammentata dal nostro topografo Giustiniani (3). Dopo che l’ammiraglio siciliano ebbe distrutta Policastro, ch’ei trovò sguarnita di difensori, rivolse le prore verso Napoli, affin di farsi inseguire dalle galee angioine con maggiore ardore, e così dar tempo a Castruccio di raccogliere i fuoriusciti ghibellini, e di chiudere la piazza di Genova.”. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Th. Fazelli ‘de rebus Siculis’, poster decad. lib. IX – Anche il Maurolico scrisse: “Tota classis Genuam versus est navigarsi, Polycastrum in Calabria diripuit – Maurol. Sicanicae hist. lib. V.“. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giustiniani, op. cit., tomo VII, vedi art. Policastro.”. Matteo Camera citava Tommaso Fazello (…), ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, pubblicato a Palermo nel 1560 e poi citava il Maurolico (…), di cui consiglio la lettura di Girolamo Di Marzo Ferro (…), ‘Della Storia di Sicilia dell’abate Maurolico’. Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, a p. 274, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Th. Fazelli ‘de rebus Siculis’, poster decad. lib. IX.”. Lo storico siciliano Tommaso Fazello o Fazzelli (…), nel 1560 pubblicò ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, scritto tutto in latino. Molto più tardi, in seguito, Remigio Fiorentino (…), lo ripubblicò integralmente tradotto in italiano, nel suo “Le due deche dell’Historia di Sicilia del Tomaso Fazello”, pubblicato a Venezia nel 1574. Nella traduzione del Fazello di Remigio Fiorentino (…), a p. 778 nel cap. IX, a p. 778, si legge che: “Nacque intanto in Genova tra i Dorij e i Spinoli, Ghibellini fuoriusciti, e tra i Grimaldi Flischi, e Malucelli, Guelfi che dominavano una gran sedizione: la onde i Guelfi chiamarono in loro aiuto il Re Ruberto, & i Ghibellini si raccomandarono al Re Federigo. Per la qual cosa, Federico l’anno di nostra salute MCCCXX, messa infreme un’armata di quaranta galere, andò alla volta di Genova: ma mentre ch’egli corseggiava per le riviere di Calabria, rovinò il castel di Policastro. Assaltò poi Voltiro, poco lontana da Genova, ecc…ecc…”. Dunque questo scriveva il Fazello secondo Remigio Fiorentino. L’interessante notizia, già in passato era stata accuratamente esaminata dagli studiosi di storia del Regno di Napoli. Infatti, anche il canonico Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, prendendo le mosse dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo Angioino, parlando di Policastro scriveva che: “Risorse gloriosa sotto il Regno dei Normanni, ma sotto i Re Angioni soggiacque a nuova disavventura, mentre bollendo le guerre tra i Re di Napoli e Sicilia nel 1320 fu assalita da Federico d’Aragona e diroccata, quando partì da Messina, per andare in aiuto ai Ghibellini di Genova, per quanto notò il Fozzelli. Rifatta di nuovo (dice questo medesimo Autore), ecc…ecc…”. Luca Mannelli, o Mandelli (…), scrisse nei primi anni del ‘600, un prezioso manoscritto intitolato ‘Lucania sconosciuta‘ (…), rimasto inedito, già conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno e, per molti secoli è stato introvabile e, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. In questo nostro studio, pubblichiamo tutto il Capitolo XI del Libro II, ovvero le pagine che ci parlano della storia di Camerota e di Policastro, proponendoci di pubblicare anche le pagine seguenti del manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, che riguardano il territorio fino a oltre Scalea. Luca Mannelli o Mandelli, era un frate Agostiniano (dell’Ordine di S. Agostino). Nella fortuna critica della sua “Lucania sconosciuta” c’è una palese contraddizione: da parte, il Mandelli è utilizzato e citato, dal Seicento in poi, fino ad oggi, dagli storici che si sono occupati del territorio lucano e poi salernitano; dall’altra, nonostante tale persistente ed indiscussa vitalità, la sua opera, tranne appunto la parte che riguarda il Vallo di Diano, è rimasta manoscritta. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini (…) e del Troyli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico sono stati i primi a comporre una storia organica dei nostri territori. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava (…). Il Padiglione (…), nel suo ‘La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati da Carlo Padiglione’, pubblicato nel 1876, a p. 262, leggiamo che:

(Fig….) Pagina n. 50v, tratta dal Libro II, Cap. IX del manoscritto del Mannelli (…)
Dunque, nel manoscritto del monaco Luca Mannelli o Mandelli (…), si cita lo storico siciliano Fazello (…). Come ho già precedentemente scritto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: “E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: ” terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit”, e più tardi, nel 1324, lo stesso Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti” viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi “(99). Sapri, figura anche sul “Portolano del Mediterraneo”, di Guglielmo Soleri, del 1385 circa (fig. 26) (100); ecc…“. Riguardo l’episodio del 1320, che riguarda direttamente un distruzione di Policastro è quanto scriveva Rocco Gaetani sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani (…), a p. 29 in proposito scriveva che: “…per quanto notò il Fozzelli. Ecc…”. Il Gaetani (…), sulla scorta del Mannelli (…), a p. 29, citava Tommaso Fazello (….) (il Gaetani lo chiama Fozzelli), che nel 1560 scrisse il suo ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560. Il Fazello (…), nel suo Indice dei nomi e dei luoghi, alla lettera “P”, riporta: “Policastrum a Friderico Rege eversum 520”. Dunque, il Fazello parla di Policastro nell’anno 1320. Tommaso Fazello (…), nella sua opera sulla Sicilia, a p. 520, in proposito a Policastro scriveva che: “Gibellini verò Fredericum evocarunt. Anno itaq; fal. 1320. Fridericus Rex cum quadraginta triremium classe contra Genuam soluit. Sed dum littora Calabrie excurrit, Policastrum oppidum evertit. Deinde oppidum Voltirum ecc…”. Fazello riporta la notizia che nell’anno 1320 re Federico con 40 galee sbarcò a Policastro e la distrusse. Il Gaetani (…), sulla scorta del Mannelli (…), a p. 29, citava Tommaso Fazello (….) (il Gaetani lo chiama Fozzelli), che nel 1560 scrisse il suo ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560. Il Fazello (…), nel suo Indice dei nomi e dei luoghi, alla lettera “P”, riporta: “Policastrum a Friderico Rege eversum 520”.

(Fig….) Fazello Tommaso, op. cit., p…..
Dunque, il Fazello parla di Policastro nell’anno 1320. Alcune di queste carte nautiche in cui figura il porto di Sapri o il piccolo scalo marittimo di Sapri, sono elencate nel prospetto che Roberto Almagià (…), pubblicò nel suo ‘Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali’. Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, ecc…ecc….come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, al tempo degli Angiò. Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), su cui bisognerebbe ulteriormente indagare. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28, riferendosi a Policastro dopo la distruzione subita da Corrado Doria, in proposito scrive che: “16. Il Porto dei Genovesi. Presto si fa distuggere. Ad opera terminata, rimangono cadaveri disseminati, valori patrimoniali distrutti e gente impoverita senza tetto. A questi inconvenienti si poteva passa sopra…; ma era in gioco il trono di Napoli, come pure quello di Sicilia, perchè mancava il punto strategico di appoggio: Policastro. Quattro anni dopo la distruzione, che si era dimostrata indifendibile, ma sul posto della distruzione, che si era dimostrata indifendibile, ma sul posto antico, entro le mura del Guiscardo.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (77) postillava che: “(77) Caggese Romolo, op, cit.”. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 27 e s. scrive in proposito che: “Non passa molto tempo e nel 17 luglio 1320 ‘Federico d’Aragona’ dichiara la guerra e la settimana dopo, il 25 luglio, salpa una potente flotta, composta di 40 galee siciliane e 20 galee genovesi, sotto il controllo del genovese ‘Corrado Doria (73), e si dirige a Policastro per distruggerla. Il porto era punto di appoggio per i rifornimenti angioini; per indebolire le azioni del nemico, bisognava distruggerlo. Il governo di Napoli (Roberto d’Angiò) non si mosse affatto, abbandonando Policastro al suo destino. Dev’essere stato un assedio durante il mese di agosto 1320, perchè in data 10 settembre successivo leggiamo: “Terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit “ (74), cioè la città di Policastro fu presa d’assalto, data alle fiamme, distrutta, e la sua popolazione completamente eliminata. Non sappiamo nulla sugli avvenimenti dell’agosto 1320, sulle azioni dei difensori, sulla finale sopraffazione, sull’eccidio e la cacciata degli abitanti, sull’incendio e la distruzione della città. I difensori sono forse periti; comunque non c’è dubbio che Corrado Doria abbia fatto diverse relazioni al suo re e che queste relazioni dovrebbero trovarsi negli archivi aragonesi di Saragozza e di Barcellona (Spagna). A quanto sappiamo, queste relazioni non furono mai cercate, per quanto sarebbero di grande interesse storico, per le ragioni che subito esporremo. Tali relazioni di Doria non sono nè a Saragozza, nè a Barcellona, ma forse a Palermo, sede della corte che avrebbe incaricato Doria.”. Il Tancredi, a p. 27, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Caggese R., Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, I, 1930, pp. 442-443.”. Il Tancredi, a p. 28, nella sua nota (74) postillava che: “(74) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 234, Carta n. 77.”. I Doria (detti anche D’Oria) sono un’antica e nobile famiglia originaria di Genova, con la cui storia spesso s’intreccia e s’immedesima la stessa storia familiari. Sino al XIV secolo i Doria primeggiarono, tra gare e rivalità, con le altre grandi famiglie feudali, gli Spinola, ghibellini come loro, e i Fieschi e i Grimaldi, due famiglie guelfe; dopo l’istituzione del dogato popolare (1339), perdono il predominio politico, ma conservano le tradizioni e le funzioni militari e navali; con Andrea Doria salgono all’apice della vita cittadina, e, anche perduta questa funzione predominante, conservano sempre per il numero, per le ricchezze e per le aderenze, grande importanza e autorità e hanno, anche in tempi più recenti e in momenti decisivi, una funzione quasi direttiva. Corrado Doria mantenne la carica solo per un breve periodo, durante il quale scoppiò il conflitto con Venezia. Verso la fine del 1297 diede le dimissioni e si recò in Sicilia, dove il re Federico III lo nominò grande ammiraglio, al posto di Ruggiero di Lauria. Mentre suo padre era riuscito a tenere Genova e se stesso fuori della guerra dei Vespri, il Doria prese posizione. Si trattava di una scelta rischiosa per la città, che veniva a trovarsi in grave urto con Carlo II d’Angiò che dominava l’Italia meridionale, dove Genova aveva notevoli interessi commerciali, e la Provenza, dove i fuorusciti guelfi genovesi trovavano appoggio e asilo per le loro azioni di saccheggio. Nel 1320, i ghibellini genovesi unirono le loro forze e allestirono una flotta di ventidue galere che, comandate dal Doria, insieme con quarantadue navi siciliane e con il sostegno dell’imperatore bizantino Andronico II, attaccarono alcune colonie genovesi nell’Europa sudorientale, arrecando gravi danni ai traffici di Genova con l’Oriente.
Nel 1321, GUGLIELMO (III) SANSEVERINO, figlio di Tommaso II e Sveva d’Avezzano successe al padre, nei feudi del Vallo di Diano
Nicola Montesano (…) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22 parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, il Montesano scriveva che Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio, Guglielmo Sanseverino. Dunque, Guglielmo Sanseverino era Conte di Capaccio. Il Montesano scriveva che alla morte di Guglielmo Sanseverino, non avendo figli maschi i suoi possedimenti furono ereditati e divisi tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino. Chi era Guglielmo Sanseverino ?. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208 riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) ……in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Ecc…”. Dunque, questo Guglielmo Sanseverino era il secondo figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. Guglielmo aveva altri tre fratelli: Giacomo (primogenito), Roberto e Ruggero, oltre ai due fratellastri figli della prima moglie del padre (Margherita di Valmontone): Ruggero ed Enrico. Il Fusco, a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Guglielmo (III) Sanseverino era figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. La madre di Guglielmo III Sanseverino, Sveva d’Avezzano, è stata la seconda moglie di Tommaso II Sanseverino ed era Contessa di Tricarico, figlia di Gismondo di Tricarico e vedova di Filippetto Polliceno. Dunque, anch’essa sposata in seconde nozze. Sulla discendenza di Guglielmo (III) Sanseverino, ha scritto Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 che, parlando del casale di Teggiano ci dice dei figli di Tommaso II Sanseverino, conte di Marsico (quello che fondò la Certosa di Padula) ed in proposito scriveva che: “Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Ecc…”. Riguardo Guglielmo Sanseverino ne ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “della contea e della Signoria di Diano……Guglielmo (I) Saneverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ecc…”. Ebner prosegue a p. 639 coon Tommaso Sanseverino. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Tommaso Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che nei feudi di Diano ecc… successe Tommaso (III) Sanseverino, figlio di Enrico e Ilaria di Loria. Ebner scrive solo che Guglielmo III Sanseverino fu uno dei figli della seconda moglie di Tommaso II Sanseverino. Dunque, Ebner ci dice di Guglielmo (III) Sanseverino, che era figlio di Tommaso II e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano, contessa di Tricarico e con cui ebbe altri quattro figli: GIACOMO, GUGLIELMO III, ROBERTO III e RUGGERO III. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239……Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.
Nel 1321, re Roberto d’Angiò confermò le concessioni all’Università di Tortorella che nel 1021 fece Guaimario III
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15 in proposito scriveva che secondo un manoscritto: “….il longobardo Guaimario III principe di Salerno, ecc….”Nell’anno 1021″ concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Nel 1321 il Re Roberto confirmò lo stesso, e tolse le onze”, così come riportato nell'”In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella” (19), memoria redatta nell’aprile del 1931 da Francesco Polito – De Rosa, cofirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti. Sempre in questa “Memoria” si ricordano anche i nomi dei casali della Terra di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’).”. Il Montesano (…), a p. 16, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e dell ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Covane di Gaetano – Salerno 1931 – Appendice, p. 5.”. In Appendice però il Montesano riguardo questo testo aggiunge un autore “M. Gallotti” che dovrebbe essere il “confirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti.”. Chi era l’autore di questa memoria scritta pubblicata a stampa, chi era Francesco Polito de Rosa, il cui memoriale scrive il Montesano “posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, ecc..” ? Il Montesano a p. 74, in proposito scrive che: “L’unificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia in un unico Ente, secondouna leggenda che si tramanda nel corso degli anni e riportata anche dal Sostituto Procuratore del Re Francesco Polito-de Rosa nella sua memoria, datata 1931, “In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella”, avvenne nel 1810, per mano del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi ecc..ecc… (108).”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il Sostituto Procuratore del Re. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”.
Nel 1931, Francesco Polito-de Rosa, Sostituto Procuratore del Re firmò insieme a Mario Gallotti (podestà di Tortorella), la memoria sul comune di Tortorella
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15 in proposito scriveva che secondo un manoscritto: “….il longobardo Guaimario III principe di Salerno, “Nell’anno 1021” concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Nel 1321 il Re Roberto cofirmò lo stesso, e tolse le onze”, così come riportato nell'”In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella” (19), memoria redatta nell’aprile del 1931 da Francesco Polito – De Rosa, cofirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti. Sempre in questa “Memoria” si ricordano anche i nomi dei casali della Terra di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’).”. Il Montesano (…), a p. 16, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e dell ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Covane di Gaetano – Salerno 1931 – Appendice, p. 5.”. In Appendice però il Montesano riguardo questo testo aggiunge un autore “M. Gallotti” che dovrebbe essere il “confirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti.”. Chi era l’autore di questa memoria scritta pubblicata a stampa, chi era Francesco Polito de Rosa, il cui memoriale scrive il Montesano “posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, ecc..” ? Il Montesano a p. 74, in proposito scrive che: “L’unificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia in un unico Ente, secondo una leggenda che si tramanda nel corso degli anni e riportata anche dal Sostituto Procuratore del Re Francesco Polito-de Rosa nella sua memoria, datata 1931, “In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella”, avvenne nel 1810, per mano del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi ecc..ecc… (108).”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il sostituto Procuratore del Re ai tempi del processo a Pisacane. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”. Da un articolo apparso su il Mattino, tratto dalla rete, troviamo scritto che: “Il secolo di Donna Maria festa al castello per la baronessa” – Festa il castello. Il piccolo borgo di Battaglia, deliziosa frazione di Casaletto Spartano (nel cuore del Cilento) si prepara a festeggiare «la baronessa». Il suo non è un compleanno come gli altri: Donna Maria Amato Polito compie cento anni. Donna Maria Amato Polito era la moglie dell’avvocato Giosuè, figlio di quel Giuseppe Gallotti che nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. La madre, nonna Menchina (Domenica). Madre di cinque figli, Giuseppe (ex funzionario dell’Enpi), Prosperina e Carla (insegnante di lettere e storia dell’arte) e Mario (architetto), nonna di sette nipoti (uno di loro è sacerdote a Salerno) e dodici pronipoti, vive ancora giornate lunghe e intense passate a ricordare.
Nell’8 luglio 1324, Roberto d’Angiò concede per 25 anni Policastro al genovese Bartolomeo Roveti
Nel luglio del 1324, re Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti, “viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi ” (…). I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che, dopo l’anno 1320: “Quattro anni dopo, nel 1324, re Roberto permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia, agli ordini di Bartolomeo Roveti, viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi. Le case furono ricostruite e Policastro ebbe migliore vita, in specie per le entrate della pesca.”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554 (forse p. 354). Ecc..“. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515, nella loro nota (80) postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554 (forse p. 354). Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Matteo Camera (…), ci parla della distruzione di Policastro da parte di Corrado Doria a p. 274. Infatti, il Camera (…), nel suo vol. II, a p. 274, parlando dell’anno 1320, in proposito scriveva che: “…Questa Città, probabilmente surta sulle rovine dell’antica ‘Bussento’ prendendo il nome di PALEOCASTRUM, o di antico castello, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Ecc..”. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”. Matteo Camera, in questo caso errava a scrivere “…Questa Città, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Ecc..”, in quanto, sebbene si potesse trattare come scrive il Camera di “filibustieri” (genovesi), nell’anno 1324 non la distrussero ma la colonizzarono ripopolandola su espressa volontà di re Roberto d’Angiò. Infatti il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”. Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, citato da Natella e Peduto (…), a pp. 442-443, vol. I, nel cap. IV: “Autonomie Municipali”, parlando di Roberto d’Angiò, in proposito scrive che: “Ma non mancano casi specialissimi nei quali il Re, per la difesa, economica e militare, insieme, ai luoghi ritenuti utilissimi alle ragioni dello Stato, crea dal nulla una Università, dotandola di privilegi e di facoltà molto feconde. Oltre il caso di Città Reale or ora ricordato, dovuto a preoccupazioni essenzialmente d’indole militare, è degno di particolare rilievo l’atto del 1324 col quale la terra di Policastro, nel Principato Ultra, quasi completamente devastata dalle continue guerre esterne ivi abbattutesi con estrema violenza, veniva rinvigorita di sangue genovese e riformata con ordinamenti di singolare interesse. Presentatosi, dunque, al Re, in Provenza, il cittadino genovese Bartolomeo Roveti, si offrì di ricostruire e ripopolare Policastro, che proprio dai Genovesi, tre anni prima, aveva ricevuto l’ultimo e più fiero colpo, deducendovi una copiosa colonia di suoi concittadini atti a ridare in poco tempo alla terra sventurata l’anica prosperità e l’antico splendore. Il Re accolse benevolmente e concesse, anzitutto, a Bartolomeo Roveti la qualità di Capitano della città a vita e, per ben 25 anni, il mero e misto imperio su i Genovesi non solo ma anche su quanti fossero ivi convenuti d’oltre Regno, riservando al regio Giustiziere del Principato la giurisdizione su gl’indigeni. Alla colonia è riservato l’uso delle consuetudini e delle leggi genovesi, per ciò che riguarda le eventuali liti da definirsi da arbitri, ed è concessa la facoltà di esercitare liberamente, pagati i diritti alla Curia regia, il commercio di spropriazione del frumento e dei cereali tutti, alla sola condizione che all’interno il frumento non costi più di due tarì e dieci grani il tomolo. Tutte le terre e le case di Policastro, appartenenti al demanio o a privati scomparsi o non solleciti di ritornarvi, nel termine massimo di diciotto mesi, sono concessi ai coloni con un censo da regolare in seguito, caso per caso; e, darano alla Curia quella somma che risulterà costituire la media delle entrate dell’ultimo quadriennio. Nessun barone, infine, potrà acquistare o costruire case in Policastro per un ventennio, e quelli che abitano nei dintorni sono tenuti, in caso di guerra, ad accorrere in difesa della città risorta (1). In questi casi quindi, la Università si fonda ‘ex novo’, come si fonda un castello ecc…ecc..”. Il Caggese (…), a p. 443, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Reg. Ang., n. 255, c. 22-23, 8 luglio 1324: “Bartholomeus Roveti de Ianua, constitutus in nostra presentia, dum in Provincie partibus moraremur, obtulit se nobis et efficaciter repromisit refectionem ac populationem facere civitatis eiusdem et in habitationem ipsam viros utique sufficientes et aptos ianuenses adducere in numero copioso”; ecc…”. La notizia è tratta da Matteo Camera (…). Infatti, due studiosi Natella e Peduto (…), citavano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. Infatti, Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 309, parlando della città di Policastro, in proposito scriveva che: “Divenuta dipopolata essa Città, e distrutta dal ferro e dal fuoco, fu data in ques’anno (1324) dal re Roberto d’Angiò a Bartolomeo Roveto di Genova (4) con le seguenti condizioni: Che questi dovesse riedificarvi o ripararvi gli edifizi, e fare riabilitare il paese da una colonia di genovesi, ch’ei comanderebbe a titolo di capitania per la durata di 25 anni, esercitando su di essa il diritto sommo del ‘mero e misto imperio’ tranne però la podestà criminale – Che qualunque questione, litigio o causa che fra quelli nascesse, venisse risoluta secondo le leggi, usi, e consuetudini patrie del Comune di Genova – Che introducendosi in Policastro dè fuoriusciti, si sarebbero consegnati da esso Roveto nelle mani della regia Curia – Che potessero i naturali del luogo liberamente estrarre quivi delle vettovaglie pè luoghi devoti ed amici al sovrano ed alla S. Sede – Che tutte le case e poderi demaniali di Policastro, rimasti abbandonati, divenissero per sempre in proprietà dè nuovi abitatori e loro eredi. Che nessun barone infra la durata di 25 anni potesse quivi acquisire alcun terreno od innalzarvi nuovi edifizii ec. Ma perchè i nostri leggitori abbiano fatto, e faremo, ogni qual volta troveremo qualche lacuna presso gli antichi scrittori delle nostre patrie memorie (1, p. 310): “Robertus etc. Universis presentis indulti seriem inspecturis tam presentibus etc…””. Il Camera, a p. 309, nella sua nota (4) postillava in proposito che: “(4) Nel 1291, Policastro, era guardata e difesa da Ponzio di Boccabianca milite, capitano, e castellano di essa Città; il quale teneva alla di lui immediazione una scorta di 24 soldati (‘servientes’).”. Il Camera (…) pubblica l’intero testo in latino del documento con cui re Roberto d’Angiò concede Policastro al genovese Bartolomeo Roveti. Il Camera, nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 312, alla fine del documento scritto in latino, in proposito scriveva che: “Datum ibidem per manus Bartholomei de Capua militis logothete et prothonotarii regni Sicilie anno Domini MCCCXXIIII nostrorum anno XVI (1).”, e nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. n. 235 fol. 22 apud Reg. Archiv. Neap.”. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28, riferendosi a Policastro dopo la distruzione subita da Corrado Doria, riferendosi al castrum di Policastro, in proposito scrive che: “16. Il Porto dei Genovesi…..Per il ripopolamento sono destinati i ‘Genovesi’ (già in possesso dei larghi privilegi di Napoli) che si sono dimostrati un prezioso aiuto per gli Angioini, grazie all’esperienza di navigatori (76). Che i Genovesi distruggono la città per conto del re Aragonese, e quattro anni dopo la ricostruiscono per conto del re Angioino, non deve meravigliare: gli affari sono affari; i marinai sono soldati, assoldati da chi paga. Le battaglie navali vanno combattute in gran parte da marinai, istruiti nelle repubbliche marinare. Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Il genovese ‘Bartolomeo Roveti’ si presenta al re ed offre di ricostruire e di ripopolare Policastro. Il re lo nomina capitano della città a vita, e, inoltre, gli dà per 25 anni la giurisdizione sui Genovesi e sugli immigrati di Policastro (77). Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (77) postillava che: “(77) Caggese Romolo, op, cit.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”.
Nell’8 agosto 1324, re Roberto d’Angiò ed il ‘tenimento et porto di Sapri’
Pietro Ebner (…), parlando di Sapri in età Angioina, in proposito scriveva che: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Ebner, a p. 592, dice che per quanto riguarda Sapri, il ‘Cedolario’, rinvia a Policastro. Ma non è così come vedremo. Probabilmente Ebner non si era accorto dell’interesante citazione di cui stò accennando. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. All’epoca Angioina, Sapri aveva un porto che doveva essere conosciuto in quanto lo ritroviamo menzionato in un documento del 1324 tratto dai Registri della Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera, nei suoi “Annali”, nel 1860. L’antico documento (…) si riferisce ad un editto di re Roberto d’Angiò che concedeva la città di Policastro al soldato Bartolomeo Roveti, dopo l’avvenuta distruzione della città di Policastro che nel 1320 fu distrutta dalla flotta Aragonese al comando dell’ammiraglio genovese Corrado Doria. A Sapri, che in quegli anni doveva essere un piccolo villaggio marinaresco, doveva esistere un porto marittimo avendo la sua ampia baia un approdo e riparo sicuro per i vascelli che operarono durante la terribile guerra del Vespro tra gli Angioini e gli Aragonesi. La notizia di un porto a Sapri in epoca Angioina è provata e testimoniata proprio da questo documento di cui parlo. Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte il Porto di Sapri (“portus Sapri”). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 313, parlando della città di Policastro e continuando il suo racconto sull’editto di re Roberto d’Angiò che donava Policastro al milite genovese Bartolomeo Roveti (di cui ho parlato in un altro mio saggio sulla guerra del Vespro e la nostra terra all’epoca Angioina), in proposito aggiungeva e scriveva che: “Non appena fatto passaggio la nuova colonia genovese in Policastro, nacquero varie questioni peritoriali, possessoriali ec. su di esso territorio, alle quali re Roberto con suo editto pose termine – Rapportiamo questo altro documento storico anche inedito: “Robertus etc. Bonofiglio de Guardia militi magne nostre Magistro Rationali consiliario familiari et fideli suo gratiam etc….”. Il Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 314, trascrive il testo finale del documento: “Datum apud castrummaris de Stabia per Iohannem Grillum de Salerno etc. anno domini MCCCXXIIII die octavo augusti VII Indictionis. Regnum nostrorum anno XVI (1).”. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. 22 fol. 208.”.


(Figg….) Documento del 1324, tratto dalla Cancelleria Angioina e da Matteo Camera (…), ‘Annali’, vol. II, pp. 313-314 (Archivio Attanasio)
Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte “Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus etc…”. Come si può leggere dal testo in latino dell’editto di re Roberto d’Angiò (…), trascritto integralmente da Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a pp. 313-314: “Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus cum nemore magno ubi sunt venationes animalium silvestrium et glandes dossent percipi usque ad pretium sex unciarum per annum quem dictus Bonusfilius locare non potest dictis Ianuensibus nisi ex dominica jussione ad quod toliter ecc…” e, ancora: “…antiquo demanio certa tenimenta et terras que censuerunt pro certis pecuniis et victualium quantitatibus inter que est tenimentum Squisi et Portus Sapri qui locari possunt, dictum tenimentum Squisi pro unciis duabus et tenimentum portus Sapri qui locari potest annuis unciis auri quatuor petunt inde aliquid minui, ad quod taliter respondemus quod gratiose concessimus usque ad quindecim annos ad dictum vel alium consuetum censum seu pecuniam minime teneantur, ad sextum quod incipit Item terre demanii et tenimentorum prefatorum locari non possunt singulariter et divisim omnibus illis personis que apte essent ad recipiendum titulo locationis easdem eo quod persone ipse nondum venerunt omnes etc…”. Da cio che leggo si comprende che il re Roberto d’Angiò con questo editto oltre a Policastro dona al capitano Genovese Bartolomeo Roveti anche il tenimento e porto di Sapri. Sulla notizia della colonia dei Genovesi al comando di Bartolomeo Roveti che doveva ripopolare Policastro, ha scritto il canonico Luigi Tancredi (…) che però non si è accorto dell’interessante citazione di un “tenimenti e Portus Sapri”. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 29 e s. scrive in proposito che: “Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”. Nell’editto del 1324 di re Roberto d’Angiò, si citano alcuni personaggi come ad esempio Niccolò Arrabito di Policastro e Buonfiglio di Guardia. Su entrambi il Camera ha postillato fornendoci alcune interessanti notizie. Matteo Camera (…) a pp. 313-314, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Ecc….”.

(Fig…) Foto dei primi dell’800 – “Sapri, marina”, un vecchio ‘gozzo’ dell’epoca (Archivio Storico Attanasio)
Nel 10 agosto 1324, re Roberto d’Angiò nomina Tommaso Sanseverino per la difesa del Golfo di Policastro
Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, citato da Natella e Peduto (…), nel suo vol. II, cap. III: “Per la conquista della Sicilia”, a p. 214, in proposito scriveva che: “Ampia e dispendiosa preparazione, in verità, incominciata o, meglio, ripresa nella seconda metà del 1324 ecc…. Anzitutto, bisognava pensare alla difesa delle coste ioniche e tirrene, interminabili, rigide, spesso altissime e con insenature frequenti capaci di offrire ospitalità feconda alle navi corsare del nemico…. e i Baroni che preferivano la facile vita della Capitale e di Castellammare, all’ombra della Corte, ricevettero l’ordine di recarsi immediatamente nelle loro terre specialmente marittime, per organizzare la difesa (2). Al Conte di Sanseverino fu affidata la difesa della costa tra Policastro e Ravello, Ruggero di Sangineto, Conte di Corigliano, ebbe l’incarico di difendere le coste tra Ravello e Cetara (I di p. 215), ecc…ecc…”. Romolo Caggese, nella sua nota (2) a p. 214 postillava che: “(2) Reg. Ang. n. 255 c. 41-41t, 10 agosto 1324.”. Il Caggese, a p. 215 nella sua nota (1) postillava della nomina al Sanseverino: “(1) Reg. Ang. n. 255 c. 217, 10 agosto 1324.”. Non mi ritorna però la cronologia del Mazziotti in quanto nella sua “La Baronia del Cilento” a p. 135, parlando di Tommaso II di Sanseverino scrive che: “In essa, volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu ecc…“.
Nel 25 settembre 1324, muore Tommaso II Sanseverino a 72 anni
Da Wikipedia leggiamo che Tommaso II Sanseverino (1255 circa – 25 settembre 1324) è stato un nobile italiano, conte di Marsico e Tricarico, e barone di Sanseverino, noto per aver fondato la certosa di Padula, dal 1998 patrimonio UNESCO. Morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula (1). Wikipedia, nella nota (1) postillava che: “(1) Cappella del tesoro, sala del capitolo, cimitero antico e cappella del fondatore, su polomusealecampania.beniculturali.it (archiviato dall’url originale il 25 settembre 2018).”. Non mi ritorna però la cronologia del Mazziotti in quanto nella sua “La Baronia del Cilento” a p. 135, parlando di Tommaso II di Sanseverino scrive che: “In essa, volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu ecc…“. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero Sanseverino e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 135 scriveva che: “In essa volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu posta questa epigrafe: ecc…”. Anche Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”.
Nel 1324, Roberto d’Angiò cita i Buonfiglio e gli Arrabito a Policastro
Nell’editto del 1324 di re Roberto d’Angiò, si citano alcuni personaggi come ad esempio Niccolò Arrabito di Policastro e Buonfiglio di Guardia. Su entrambi il Camera ha postillato fornendoci alcune interessanti notizie. Riguardo il milite “Bonofiglio de Guardia”, il Camera, a p. 311, nella nota (1) postillava come di seguito: “(1) Buonfiglio de Guardia milite ec., marito di Agnese de Vidauro, era feudatario della Terra di Sant’Angelo ad ‘Esca’, pervenutagli per successione paterna; e poi di Rocca San Felice (Princip. ult.) ch’ei comperò dal barone Mattia de Gesualdo che possedevala “in feudam antiqum”. Più tardi, il medesimo ‘Buonfiglio’ divenne siignore dè castelli di Malanotte, e di Penna de Domo in Abruzzo, vendutigli da Pietro ‘de Chinaveriis’.”. Il Camera (…) a pp. 313-314, nella sua nota (1), riguardo il documento inedito di cui parlo, nella sua nota (1) a p. 313 postillava che: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette dipoi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo di Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.”. Anche Pietro Ebner (…) ci ha parlato di Niccolò Arrabito ecc…L’Ebner (…), nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p….., parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’Archivio Cavense sono quattro atti di vendita (fino al 1400), dal marzo 1136, XIV (ABC, XXIII, 110) al 19 Agosto 1331, XIV (ABC, LXIX 77). Nella seconda (agosto 1136, XIV – ABC, XXIV, 2) è notizia di “Mobilia monacha” (…) filia quondam Landulfi, olim domini de Policastro”. Vi sono pure un atto di divisione (16 gennaio 1336, IX – ABC, LXVIII, 20) e uno di revoca dell’11 settembre 1337 (ABC, LXX, 47).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 334, parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’archivio Cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo ecc…(24). Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 riguardanti Policastro (26).”. Ebner a p. 334 del vol. II, nella sua nota (26) postillava che: “(26) I, ABC, agosto XIII, Policastro: vendita di una casa nella Piazza di Policastro fatta da ‘nobilem virum D.no Tomaso de Arrabito militem de Policastro’ a Ruggiero di Lanciano per 2 once d’oro e 15 tarì.“. Dunque, secondo quanto scrive e postillava il Camera, dopo la morte del padre Niccolò Arabito, il figlio Francesco Arabito ereditò dal padre alcuni beni feudali che il padre Niccolò possedeva. I beni feudali degli Arrabito furono poi rivenduti dal Francesco Arabito a Gabriele di Morra ed ai genovesi Percivallo e Gabriele Grimaldi. Matteo Camera, nel suo vol. II degli ‘Annali’ a p. 314, in proposito scriveva che: “Da ultimo , re Roberto, nel 1333 concedette in feudo “et ad vitam” la città di Policastro a Gabriele, Antonio, e Princivalle de Grimaldo di Genova, per l’anno valore di 120 once, tanto che essi che per Luciano de Grimaldo lor nipote (4): ma quegli abitanti ecc..ecc..”. Dunque, il feudo di Policastro doveva essere appartenuto agli Arrabito almeno fino al 1333. Pietro Ebner, a p. 339, nella sua nota (53) postillava di una bolla conservata negli Archivi Cavensi circa una lite per la Curia e un beneficio del 1407, e la vendita di Simon Giacomo d’Arabito, canonico di Policastro ecc…
Nel 1326, una causa di confini fra la terra di Rofrano
Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Al 1326 risale una causa per questioni di confini fra la terra di Rofrano e quella di Novi, in occasione della quale Carlo figlio di re Roberto ordinò al giustiziere del Principato citeriore di provvedere alla esatta confinazione dei due territori (7).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (7) postillava che: “(7) ‘Ibidem’, atti del 25 gennaio e del 24 febbraio 1326, dai Registri angioini, vol. 249, f. 309 e vol. 263, f. 220b.”.
Nel 1330, Rinaldo di Sassano cercò di conquistare Policastro
Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Cinque anni appresso, un certo Rinaldo de Sussano figlio di Pietro, radunata una squadra di fuoriusciti “cum comitiva illicita” fece grandi sforzi per espugnare Policastro e Castelluccio ‘de Alfano’; ma non vi riuscì (3).”. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1330 lit. B. fol. 126 v.”.
Nell’11 luglio 1330, tre ‘milites’ di Rivello occuparono Policastro feudo dei Ruffo di Calabria
Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “Soltanto sei anni dopo, scoppia una faida (1330) contro i ‘Ruffo’, che, nel 1229 erano feudatari di Policastro, ed arrivano tre condottieri (milites) con 500 uomini, che cacciano i funzionari dei Ruffo dalla città (81). E i Ruffo? I Ruffo occupano Gerace, che è dominio regio, e portano via gli abitanti che riducono a servi, perchè hanno bisogno di mano d’opera sui loro territori. E’ un atto di manifesta violazione di un regio dominio, ma i Ruffo dichiareranno più tardi che gli abitanti si sono rifugiati nei loro territori. E chi osa contraddire al potente? Il feudo di Policastro nel 1229 passa a Giovanni Ruffo (famiglia dalla quale discende Paola del Belgio) e nel 1348 alla famiglia genovese dei ‘Grimaldi’ (82), ancora regnante a Monte Carlo.“. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Laudisio, op. cit., p. 36; Ughelli F., Italia Sacra, col. 542.”. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Di Luccia P.M., op. cit., p. 8.”. Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, citato da Natella e Peduto (…), nel suo vol. II, cap. V., “Il tramonto del Re”, a p. 354, parlando di Policastro, in proposito scriveva che nell’anno 1330: “Ma altre volte non si invocava l’Imperatore e si armavano, ciò non ostante, dei veri eserciti, come, per esempio, nella selvaggia regione che si stende tra la Basilicata e la Calabria contro i Ruffo di Catanzaro. Laggiù, a mezzo il 1330, tre ‘milites’ con un esercito di cinquecento uomini occuparono Policastro, feudo dei Ruffo, ne scacciarono i funzionari signorili, e mossero di la alla conquista di Roccabernarda e Misurata, altri feudi del Conte di Catanzaro, con più numerose schiere e con ardimento reso temerario dalla vittoria (2).”. Il Caggese, a p. 354 nella sua nota (2) postillava che la notizia era tratta da: “(2) Reg. Ang. n. 282, c. 52t – 53, 11 luglio 1330. I tre capi erano “Rogerius de Riveto, Nicolaus natus eius et Jordanus eiusdem cognominis” aiutati da “Fulco et Tancredus, similiter de Riveto”, tutti ‘milites’. Dunque, il Caggese traeva l’interessante notizia dai Registri della Cancelleria Angioina di Roberto d’Angiò: il Reg. Ang. n. 282, c. 52t – 53 dell’11 luglio 1330. Romolo Caggese, forse sulla scorta di Matteo Camera, per l’anno 1330, ci dice che a Policastro si portarono i tre ‘milites’ di Rivello che si opposero con 500 fanti contro lo strapotere dei Ruffo di Catanzaro. I tre militari capi della rivolta che occuparono Policastro erano di Rivello (“Riveto”) ed erano: Ruggiero di Rivello, Nicola e Giordano aiutati da Fulco e Tancredi di Rivello. In proposito ai Ruffo di Calabria ed alla contea di Policastro, essa fin dall’epoca federiciana apparteneva ai Ruffo di Catanzaro. Dalla Treccani on-line leggiamo che Pronipote (sec. 13º) di Pietro I, ritornò in Calabria con gli Angioini e vi ricostruì la fortuna della famiglia. Dopo aver debellato i fautori calabresi di Corradino (1268), s’impegnò, durante la guerra del Vespro, per conservare la Calabria agli Angioini, soprattutto con l’efficace difesa da lui fatta di Catanzaro (1280-81).
Nel 1330, a soli 21 anni muore Enrico (“Arrigo”) Sanseverino (figlio di Tommaso II) e marito di Maria dell’Oria o Ilaria di Lauria
Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento” riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc…L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso Ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”.Su un sito web che ci parla della familia dei Sanseverino e delle sue ramificazione leggiamo che Enrico Sanseverino IV conte di Marsico morì nel 1314 e gli successe il figlio Tommaso III Sanseverino. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314).”. Dunque, secondo l’Ebner, nel 1314, morì Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino a cui è legato il nome della Certosa di Padula, che era ancora vivo. Il nonno di Tommaso III Sanseverino, Tommaso II Sanseverino alla morte del padre Enrico ra ancora vivo. Infatti, Tommaso II Sanseverino morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula.
Nel 1330, TOMMASO III SANSEVERINO, V Conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento, Lauria, e Diano
In un sito sul web sui Sanseverino leggiamo che Tommaso III (1311 † 1358), figlio di Enrico († 1314) 4° Conte di Marsico fu il 5° conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Gran Connestabile del Regno di Napoli, sposò nel 1326 in prime nozze Sibilla Pipino, figlia di Nicola Conte di Minervino e nel 1337, in seconde nozze, Margherita de Clignet, figlia ed erede di Giovanni de Clignet, Signore di Caiazzo e di Margherita Stendardo dei Signori di Arienzo e Arpaia. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Enrico Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso Ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Dunque, Matteo Mazziotti scriveva che Errico Sanseverino, padre di Tommaso III Sanseverino e di Ruggero Sanseverino, morì a soli 21 anni. Dunque, Errico (“Arrigo”) Sanseverino, marito di Ilaria dell’Oria, morì nel 1331. Infatti, il Montesano scrive dei possedimenti paterni passati a Tommaso III nel 1330. Mazziotti, a p. 136, riferendosi al primo figlio di Errico e Ilaria, ovvero a Tommaso III, in proposito dice che: “Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Il Mazziotti, parlando di Tommaso (III) di Sanseverino scrive che egli era figlio di Ilaria di Lauria (“Maria dell’Oria”) ed Enrico Sanseverino e fratello di Ruggero, era nato nel 1310 e che nel 27 aprile 1358 morì dopo aver sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita……Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 febbraio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Dunque, secondo l’Ebner, Tommaso III Sanseverino era figlio primogenito di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino e di Ilaria di Lauria e nipote del nonno Tommaso II Sanseverino. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè Barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re anche Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori. Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, Tommaso III Sanseverino nasce dall’unione di Errico Sanseverino e Ilaria di Lauria o dell’Oria, figlia del grande Ammiraglio. Nel 1310 diviene V conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Re Roberto d’Angiò lo nomina Gran Connestabile del Regno di Napoli. Nel 1330, alla morte del padre Errico, i possedimenti paterni cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero Sanseverino. Nel 1340, alla morte della madre, i possedimenti della madre cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero. Tommaso III Sanseverino muore il 27 aprile 1358. Secondo l’Ebner, nel 1330, alla morte di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, suo figlio Tommaso III Sanseverino gli successe nei feudi tra cui quello di Teggiano (e di Lauria ?), essendo pure figlio di Ilaria di Lauria. Dopo il primo matrimonio, Tommaso III Sanseverino, sposò Margherita Clignetta di Caiazzo da cui ebbe i due figli Antonio, Francesco poi conte di Lauria e, Luisa. Infatti, Pietro Ebner (…), a p. 639, in proposito scriveva che: “Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa….ecc..ecc..”. Dunque, Ebner dice che alla morte di Tommaso III Sanseverino, figlio di Errico e di Ilaria, gli successero nella contea di Lauria i figli della seconda moglie: Francesco e Luisa. Ebner scrive pure che: “Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 febbraio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner scriveva che morto Tommaso III Sanseverino nel 1358, il 24 febbraio 1359 gli successe il figlio Antonio, V conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca D’Andria. Ebner, vol. II, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”.
Nel 19 agosto 1331, a Policastro, alcuni rogiti
Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p….., parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’Archivio Cavense sono quattro atti di vendita (fino al 1400), dal marzo 1136, XIV (ABC, XXIII, 110) al 19 Agosto 1331, XIV (ABC, LXIX 77).”.
Nel ……, Roberto d’Angiò esentò il casale di S. Giovanni a Piro dal pagamento della tassa per la riparazione del castello di Roccagloriosa
E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo. La notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”.
Nel 19 agosto 1331, Giovanni Molenaro vende a Giovanni Giordano una vigna a Policastro
Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p….., parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’Archivio Cavense sono quattro atti di vendita (fino al 1400), dal marzo 1136, XIV (ABC, XXIII, 110) al 19 Agosto 1331, XIV (ABC, LXIX 77).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 334, parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’archivio Cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo ecc…(24). Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 riguardanti Policastro (26).”. Ebner a p. 334 del vol. II, nella sua nota (26) postillava che: “(26)…….I, ABC, LXVIII, 20, 16 gennaio 1326, IX: divisione di beni nella città di Policastro fatta tra il priore del monastero di S. Lorenzo di Padula e il nobile Giovanni Abellante di Policastro. Notaio Pietro de Donadeo. I, ABC, LXIX 77, 19 agosto 1331: Giovanni Molenaro con la moglie Maria vendono una vigna a Policastro in località Salenare a Giovanni Giordano, abitante in ‘casale Saponi pertinentiarum Policastri’ per 18 tarì d’oro. Notaio Pietro di Donato di Policastro. I, ABC, LXX 49. Bianca Ferraro di Policastro revoca l’oblazione di sè e dei suoi beni fatta al monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, presente il vescovo di Policastro.”.
Nel 1331-32, Francesco Arabito signore di Policastro (figlio di Nicolò Arabito) secondo Matteo Camera e i registri angioini
Matteo Camera (…) nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, parlando dell’anno 1324 e dell’editto di re Roberto d’Angiò per Bartolomeo Roveti, a p. 313, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava della famiglia degli Arabito o Arrabito, in particolare di Nicolò e di Francesco suo figlio che secondo i documenti della Cancelleria Angioina inediti e da lui pubblicati risulta che: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette dipoi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.”.
Nel 1333, GUGLIELMO (III) SANSEVERINO ed il casale di Buonabitacolo
Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 203 sg.).”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico“. Ma chi era questo Guglielmo Sanseverino che nel 1333 concesse ai cittadini di Casalnuovo ecc…Si tratta di Guglielmo (III) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. Sulla discendenza di Guglielmo (III) Sanseverino, ha scritto Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 che, parlando del casale di Teggiano ci dice dei figli di Tommaso II Sanseverino, conte di Marsico (quello che fondò la Certosa di Padula) ed in proposito scriveva che: “Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Ecc…”. Dunque, Ebner ci dice di Guglielmo (III) Sanseverino, che era figlio di Tommaso II e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano, contessa di Tricarico e con cui ebbe altri quattro figli: GIACOMO, GUGLIELMO, ROBERTO e RUGGERO III. La madre di Guglielmo III Sanseverino, Sveva d’Avezzano, è stata la seconda moglie di Tommaso II Sanseverino ed era Contessa di Tricarico, figlia di Gismondo di Tricarico e vedova di Filippetto Polliceno. Dunque anch’essa sposata in seconde nozze. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Ecc…ecc…E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico“. Dunque, secondo Felice Fusco, Guglielmo (III) Sanseverino era un fratellastro di Giacomo Sanseverino, era figlio di Tommaso II Sanseverino ed era nonno di Ruggero Sanseverino. Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Infatti, poco dopo, nell’anno 1333, re Roberto d’Angiò, concesse il feudo di Policastro ai Grimaldi. Il Camera (…), scriveva “per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico…..ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).”. Dunque, secondo Matteo Camera, Guglielmo III Sanseverino, nel 1333 dovette lasciare il feudo di Policastro che passò alla Curia e poi per decisione di Roberto d’Angiò fu donato ai Grimaldi di Genova. Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della famiglia Grimaldi a Policastro. Matteo Camera (…), citato da Natella e Peduto (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Da ultimo, re Roberto d’Angiò, nel 1333 concedette in feudo “et ad vitam” la città di Policastro a Gabriele, Antonio, e Princivalle de Grimaldo di Genova, per l’annuo valore di 120 once, tanto per essi che per Luciano de Grimaldo lor nipote (4): ma quegli abitanti ricusarono di prestar loro giuramento di vassallaggio “juramentum assicurationis”, e di pagare i proventi giurisdizionali (5) – Ecco come Roberto accarezzava i Grimaldi di Genova che tenevano per la parte guelfa (v. av. pag. 134.).”. Nicola Montesano (…) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22 parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”.
Nel 1333, Ilaria di Lauria fondò il monastero francescano dei Conventuali di Cuccaro Vetere
Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Ebner riguardo il Volpi si riferisce a Giuseppe Volpi (…) e al suo “Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio”, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II°, epigrafe a p. 57. Giuseppe Volpi (…), a p. 56 in proposito a Tommaso Sanseverino ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula data nel 1308 ai padri Certosini, riferendosi alla metà del ‘300, scriveva che: “E in vero che piucche molto fioriva in quel secolo la pietà cristiana; imperocchè nello stesso tempo Maria di Loria figliuola dell’Ammiraglio Roggiero, e moglie di Arrigo Sanseverino (b) Contestabile del Regno nato dal suddetto Tommaso, fondò sette Conventi per gli Frati di S. Francesco, e tra questi quello dè Conventuali di Cuccaro, nella cui Sagrestia essendone stata posta la memoria, consumata poi nel tempo, fu rinnovata dal P. Maestro dè Rossi con un’altra iscrizione, con errore da lui intitolata ad Ilaria di Loria, la quale per essere stata sorella (c), e non figliuola dell’Ammiraglio Rogiero, non ebbe alcuna di queste Signorie, che egli le atribuisce, e che furono di Maria per ragion di Arrigo Sanseverino suo marito; onde crediamo, che il P. Maestro ingannato dalla similitudine del nome, posto che la prima lettera di Maria sia stata rosa dal tempo, senz’altra diligenza fare, giudicasse Ilaria la fondatrice. L’iscrizione è la seguente.”.

Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (a) postillava che: “(a) Camillo Tutini nel libro dè Contestabili del Regno”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (b) postillava che: “(b) Filiberto Campanile nella famiglia Sanseverina, Carlo De Lellis nella famiglia Sambiase.”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (c) postillava che: “(c) Registro del Re Roberto degli anni 1326 e 1327, presso Carlo De Lellis al luogo cit.”. Dunque, questo è ciò che scrive il Volpi sulla scorta del De Lellis e del Campanile. Pietro Ebner, scriveva che l’Antonini attibuisce la fondazione del monastero di Cuccaro ad Ilaria di Lauria, figlia dell’ammiraglio Ruggero di Lauria. Giuseppe Antonini (…), a p. 340 della sua “La Lucania”, nel discorso VI, a p. 336, in proposito a Cuccaro scriveva che: “Trovasi in questa terra un ricco Monistero di PP. Francescani, edificato già dalla pietà d’Ilaria di Loria, figlia del famoso Ruggieri, siccome ne faceva fede un’iscrizione posta nel Coro di questa Chiesa, oggi ingratamente tolta via. Ci è chi ha voluto, che quell’Ilariae (I) dovesse leggersi ‘Mariae’, e verrebbe ad esser sorella, non figlia di Ruggieri, quale l’iscrizione la chiamava; oltrechè la medesima da me più volte attentamente letta, a chiari caratteri diceva ‘Ilariae’; nè ci è mancato chi ad altri ancor abbia voluto questa fondazione attribuire, come fu il P. Ridolfo Toffiano’ nella ‘Storia della Religion Serafica al lib. II. dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato, così scrive: ‘Locus Cuccari, quem construxit Magister Antonius piscopus Acernanus. Extant ejus insigna in Choro’. Ma altamente in ‘Toffiani’ s’inganna, perchè in un pilastro superiore del Chiostro, oggi rinnovato, ho io letto il numero dell’anno della fabbrica MCCCXXXIII. quando il Vescovo morì nel MDX. ed oltre a ciò nell’atrio inferiore è dipinto a fresco il ritratto della medesima Ilaria fondatrice. Conservavasi con molta venerazione in una particolar cappella vicino al chiostro un considerabile pezzo del legno della Croce di Cristo nostro Signore, ed altre insigne reliquie ancora. Le più ragguardevoli famiglie dè convicini Baroni avevano in questo Monistero le di loro proprie cappelle, e sepolchi: molti di esse oggi sono estinte (I), specialmente l’Oristanio, riguardevole per lo possesso di tanti feudi, confiscatigli poi per ribellione, siccome nelle ‘decisioni di Matteo d’Afflitto’ si legge.”. L’Antonini (…) a p. 339, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Scipione Ammirato’ nella famiglia di Diano fa menzione di questa Ilaria, e la chiama vedova di Enrico Sanseverino, nipote di Ruggiieri, Conte di Marsico. ‘Filiberto Campanile’ nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”. Dunque, l’Antonini (…), cita Scipione Ammirato (…) che nel suo ‘Delle Famiglie nobili napolitane’, Firenze, 1580-1651, la chiama “vedova di Enrico Sanseverino” e poi cita pure Filiberto Campanile (…) che nel suo ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile’, edito a Napoli il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, scriveva che “nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”. Il Mazziotti, a p. 145, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania, pag. 176; Racioppi, op. cit., vol. V, pag. 188.”. Riguardo il Racioppi citato dal Mazziotti, egli, nella sua opera “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”.
Nel 13… (?), RUGGERO SANSEVERINO, figlio di Giacomo Sanseverino
Riguardo Giacomo Sanseverino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, parlando del figlio Americo in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.”. Dunque, Felice Fusco, riguardo Giacomo Sanseverino, sulla scorta di Pietro Ebner, scriveva che Americo Sanseverino era “Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (128) postillava che la notizia era tratta da: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Sbaglia Ebner (ivi) quando come pare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo per dire.”. Dunque, secondo il Fusco, Ruggero di Sanseverino, padre di Americo, era il figlio di Giacomo Sanseverino, figlio primogenito di Tommaso II di Sanseverino (fondatore della Certosa di Padula) e di Sveva d’Avezzano. Ruggero Sanseverino, il padre di Americo, fu il 2° conte di Tricarico (altro ramo dei Sanseverino) e dunque Americo di Sanseverino fu il 3° conte di Tricarico. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Da Tommaso l’unico Giacomo, da cui il progenitore Ruggiero (secondo conte di Tricarico), Venceslao (terzo Conte), Stefano (conte di Matera) e Americo.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di Re Roberto. Il Tutini cit., pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit., II, p. 212 sgg.”.
Nel 1333-1334, Guglielmo III Sanseverino, figlio di Tommaso II e padre di Giacomo, rinuncia a Policastro
Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”.
Nel 1333-1334, re Roberto d’Angiò concesse ai Grimaldi di Genova il feudo di Policastro
I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, il castello di Policastro, nell’anno 1348 ebbe un rifacimento ed ampliamento proprio ai tempi di Luciano e Gabriele Grimaldi, feudatari di Policastro. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. IV: “Autonomie Municipali”, a pp. 458-459, parlando dell’acuirsi di forme “intollerabili” di violenze e soprusi dei feudatari locali, in proposito scriveva che: “A Policastro, che, come vedremo, fu ripopolata di genovesi nel 1324, ardono conflitti gravisimi tra quella Università ed i signori Grimaldi e fratelli, feudatari della terra, circa l’elezione dei giudici locali: conflitti, che finiscono con la vittoria dei signori (1).”. Il Caggese, a p. 459 del vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Reg. Ang., n. 286, c. 98-98t, 5 agosto 1332. Si stabiliscono che: “magister iuratus nullatenus eligitur, quodque duo probi homines de civitate iamdicta expressius niminandi ac per dominorum ipsorum vicarium approbandi…..malefactores et delinquentes….de personis capere valeant ipsosque captovos….assignare Justitiariis regionis….”.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della famiglia Grimaldi a Policastro. Matteo Camera (…), citato da Natella e Peduto (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Da ultimo, re Roberto d’Angiò, nel 1333 concedette in feudo “et ad vitam” la città di Policastro a Gabriele, Antonio, e Princivalle de Grimaldo di Genova, per l’annuo valore di 120 once, tanto per essi che per Luciano de Grimaldo lor nipote (4): ma quegli abitanti ricusarono di prestar loro giuramento di vassallaggio “juramentum assicurationis”, e di pagare i proventi giurisdizionali (5) – Ecco come Roberto accarezzava i Grimaldi di Genova che tenevano per la parte guelfa (v. av. pag. 134.).”. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ex regest. Reg. Roberti an. 1337-1338-1339 fol. 71v.”. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ex regest. Reg. Roberti an. 1333-1334 lil. B. fol. 81.”. Dunque, il Camera (…), scriveva che Policastro fu concesso in feudo da re Roberto d’Angiò a Gabriele, Antonio, Princivalle della famiglia genovese dei Grimaldi ed al loro nipote Luciano Grimaldi. Dunque secondo Matteo Camera (…), il feudo di Policastro fu concesso alla famiglia guelfa Genovese dei Grimaldi da re Roberto d’Angiò nell’anno 1333, mentre come vedremo innanzi il Di Luccia (…), del 1700, sulla scorta dell’Ughelli (…) era di avviso contrario. Matteo Camera (…), nel suo vol. II dei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, a p. 134, dopo aver parlato dei favori e protezioni godute dalla famiglia Doria di Genova, ci parla dei Grimaldi ed in proposito scriveva che: “Favori e protezioni ebbero pur anco dà sovrani Carlo II e Roberto, li Grimaldi, Maruccelli, Lomellini, ed altri di Genova dimoranti in Napoli. Grabriele, Antonio e Percivallo dè Grimaldi, figliuoli di Gasparre, furono provvisionati di once 50 annualmente; e loro fu data la Città di Policastro per qulche tempo. Il succennato Gabriele, fu Giustiziere in Basilicata, e poi negli Abruzzi (1318).”. Dunque, il Camera (…), scriveva che re Roberto d’Angiò concesse ai Grimaldi il feudo di Policastro per un pò di tempo ma senza citare nessun documento scriveva che Gabriele Grimaldi fu Giustiziere di Basilicata prima del 1318. Matteo Camera scrive pure che gli abitanti di Policastro si ribellarono e non vollero prestare giuramento ai nuovi feudatari “di prestar loro giuramento di vassallaggio “juramentum assicurationis”, e di pagare i proventi giurisdizionali (5) – Ecco come Roberto accarezzava i Grimaldi di Genova che tenevano per la parte guelfa“. Matteo Camera, a p. 314, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ex regest. Reg. Roberti an. 1337-1338-1339 fol. 71v.”. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ex regest. Reg. Roberti an. 1333-1334 lil. B. fol. 81.”. Dunque, il Camera per la notizia dei Grimaldi si riferiva ai registri angioini di re Roberto d’Angiò per gli anni 1333, 1334. Sempre Matteo Camera (…) nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, parlando dell’anno 1324 e dell’editto di re Roberto d’Angiò per Bartolomeo Roveti, a p. 313, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette dipoi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.“. Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930,parla della famiglia Grimaldi nel suo vol. I ap. 459, come ho già scritto. Caggese scrive pure di Antonio Grimaldi a p. 299 del vol. II, op. cit. in cui scriveva che: “,…e gli esuli, scacciati in patria dalla rivolta contro la Signoria angioina, ecc..ecc…Antonio Grimaldi, che un giorno riceverà da Giovanna I un vistoso compenso alla ben provata fedeltà, può vivere pacificamente a Nizza, sotto l’egida della protezione del Re (6), come altri suoi concittadini, mercanti arricchiti, possono liberamente entrare a far parte della nobiltà provenzale ricorrendo sempre utilmente alla protezione del Re anche contro lo zelo eccessivo dei Siniscalchi (7).”. Il Caggese, a p. 299 del vol. II, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Arch. des Bouch. du Rh., B, 195, c. 5, 17 febbraio 1338: “de permictendo construi facere galeas per ecc…ecc..”. Sempre il Caggese, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Ibidem, B., 195, c. 21, 27 giugno 1340: “….de novitatibus factis per officiales Provincie contra Ruffum Salvagnis de Janua et eius fratres ratione castri Sancti Albani quod tenet idem Ruffus”.”. Poi sempre il Caggese, nel vol. II a p. 294, scrive di Grimaldi Carlo scrivendo che: “Ventimiglia poteva servire efficacemente a guardare ecc…ed ecco che Carlo Grimaldi, genovese, e Filippo di Sangineto, Siniscalco angioino di Provenza, si dettero a lavorare gli animi, ecc..”. Dunque, in riferimento ad Antonio Grimaldi genovese, il Caggese scrive che ai tempi della Regina Giovanna I d’Angiò ricevette da questa una buona dote per la sua fedeltà. Ed è forse la stessa notizia ed allo stesso periodo a cui si riferiva Pietro Marcellino di Luccia (…) che, nel 1700, nel suo ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, e da questo nell’anno 1348, in Gabriello, e Luciano Grimaldi, ……..come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.“. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia, scriveva che nel 1348 il feudo di Policastro passò a Gabriele e Luciano Grimaldi, rilevandolo da un documento dell’epoca della Regina Giovanna I d’Angiò confermata da re Ladislao suo cugino. Il Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Il Di Luccia, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che nel 1348, Policastro era feudo e apparteneva alla celebre famiglia genovese dei Grimaldi. Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, e dei Grimaldi di Genova. Stessa notizia ci dà il Laudisio (…) che cita il Di Luccia (…). Infatti, il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “….Il feudo di Policastro nel 1229 passa a Giovanni Ruffo (famiglia dalla quale discende Paola del Belgio) e nel 1348 alla famiglia genovese dei ‘Grimaldi’ (82), ancora regnante a Monte Carlo.“. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Laudisio, op. cit., p. 36; Ughelli F., Italia Sacra, col. 542.”. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Di Luccia P.M., op. cit., p. 8.”. Dunque, il Tancredi (…), fornisce un diverso riferimento bibliografico circa i Grimaldi di Genova a Policastro, cita altri riferimenti bibliografici e cita il Laudisio (…) e l’Ughelli (…). Il Di Luccia (…), cita l’Ughelli (…), ovvero la sua ‘Italia Sacra‘, op. cit. ed in particolare il tomo VII, col. 542. Infatti, l’Ughelli (…), del 1560, nel vol. VII a p. 758, parlando di “Policastrenses Episcopi”, in proposito alla storia di Policastro scriveva che: “…, pervenit deinde ad Ioannem Rufum, anno 1299. Sub Ioanna I Regina, Gabriello & c. Luciano Grimaldis cessit Imperio, regnate deinde Ferdinàdo Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Domino sult ecc…“. Dunque l’Ughelli, scriveva che nel 1299 Policastro fu donata ai Ruffo di Calabria e solo con la Regina Giovanni I d’Angiò i Grimaldi (Gabriele e Luciano) ebbero Policastro fino a che subentrano i Petrucci della casa regnante Aragonese. Dunque, ciò che scriveva l’Ughelli (…), che voleva che i Grimaldi fossero i feudatari di Policastro da quando regnava la Regina Giovanna I d’Angiò, e non da Roberto d’Angiò, il Caggese scriveva che essi regnavano su Policastro dal 1348, ovvero ai tempi della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò, o Giovanna I di Napoli, figlia di Carlo d’Angiò, duca di Calabria, fu regina di Napoli dal 1348 al 1381, anno in cui fu deposta dal cugino Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale salirà al trono di Napoli con il nome di Carlo III e un anno dopo la farà assassinare. Anche il Laudisio (…), citato dal Tancredi (…), riporta la stessa notizia sulla scorta dell’Ughelli (…). Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), il vol. III, su cui bisognerebbe ulteriormente indagare.
Nel 1333, Tommaso Arabito (figlio di Nicolò Arabito), Sindaco dell’Università di Policastro
Matteo Camera (…) nei suoi “Annali”, parlando dell’anno 1324 e dell’editto di re Roberto d’Angiò per Bartolomeo Roveti, a p. 313, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, …..ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette di poi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.”. Riguardo a Tommaso Arabito o Arrabito, secondo figlio di Nicolò Arabito, di cui ho già parlano per l’anno 1314, oltre alla citazione di Matteo Camera, ne ha parlato Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 334, parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’archivio Cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo ecc…(24). Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 riguardanti Policastro (26).”. Ebner a p. 334 del vol. II, nella sua nota (26) postillava che uno dei quattro documenti conservati nell’Archivio della Badia di Cava dei Tirreni riguarda un certo Tommaso Arrabito, nobile di Policastro: “(26) I, ABC, agosto XIII, Policastro: vendita di una casa nella Piazza di Policastro fatta da ‘nobilem virum D.no Tomaso de Arrabito militem de Policastro’ a Ruggiero di Lanciano per 2 once d’oro e 15 tarì.“. Secondo questo documento conservato negli arcivi cavensi il nobile Tommaso Arrabito, uno dei due figli di Niccolò Arrabito, nel 1331-1332 vendette una casa nella piazza di Policastro a Ruggiero Lanciano.
Nel 16 gennaio 1336, a Policastro divisione di beni
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 334, parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’archivio Cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo ecc…(24). Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 riguardanti Policastro (26).”. Ebner a p. 334 del vol. II, nella sua nota (26) postillava che:“(26)…….I, ABC, LXVIII, 20, 16 gennaio 1326, IX: divisione di beni nella città di Policastro fatta tra il priore del monastero di S. Lorenzo di Padula e il nobile Giovanni Abellante di Policastro. Notaio Pietro de Donadeo.”.
Nel 1336, alcune vendite a Policastro
Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p….., parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’Archivio Cavense sono quattro atti di vendita (fino al 1400), dal marzo 1136, XIV (ABC, XXIII, 110) al 19 Agosto 1331, XIV (ABC, LXIX 77). Nella seconda (agosto 1136, XIV – ABC, XXIV, 2) è notizia di “Mobilia monacha” (…) filia quondam Landulfi, olim domini de Policastro”. Vi sono pure un atto di divisione (16 gennaio 1336, IX – ABC, LXVIII, 20) e uno di revoca dell’11 settembre 1337 (ABC, LXX, 47).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 334, parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’archivio Cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo ecc…(24). Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 riguardanti Policastro (26).”. Ebner a p. 334 del vol. II, nella sua nota (26) postillava che: “(26)…….I, ABC, LXVIII, 20, 16 gennaio 1326, IX: divisione di beni nella città di Policastro fatta tra il priore del monastero di S. Lorenzo di Padula e il nobile Giovanni Abellante di Policastro. Notaio Pietro de Donadeo. I, ABC, LXIX 77, 19 agosto 1331: Giovanni Molenaro con la moglie Maria vendono una vigna a Policastro in località Salenare a Giovanni Giordano, abitante in ‘casale Saponi pertinentiarum Policastri’ per 18 tarì d’oro. Notaio Pietro di Donato di Policastro. I, ABC, LXX 49. Bianca Ferraro di Policastro revoca l’oblazione di sè e dei suoi beni fatta al monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, presente il vescovo di Policastro.”.
Nel 1339-40, Francesco Arabito signore di Policastro (figlio di Nicolò Arabito) rivendette alcuni feudi a Goffredo Morra e a Percivallo e Gabriele Grimaldi di Genova
Matteo Camera (…) nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, parlando dell’anno 1324 e dell’editto di re Roberto d’Angiò per Bartolomeo Roveti, a p. 313, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette dipoi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.“.
Nel 1340, re Ludovico ordinava al Conte di Policastro assistenza all’Abate di S. Giovanni a Piro
Nel 1342 muore Guglielmo (III) Sanseverino e si apre la successione dei feudi
Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Il Fusco, a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Guglielmo nel 1342, il ‘castrum’ di ‘Sansa’ restò ancora in potere dei Sanseverino col figlio Tommaso e, per successione, pervenne ad Americo Sanseverino, del ramo dei Signori di Padula, Laurino e Capaccio (1433)(202), il quale lo lasciò al figlio Guglielmo che, per aver preso parte alla Congiura dei Baroni etc…”. Dunque, secondo il Fusco, Guglielmo Sanseverino morì nel 1342, anno in cui si aprì la successione ai beni paterni. Sanza e gli altri casali del feudo passarono per successione al figlio Tommaso (III) Sanseverino ed ancora per successione il feudo passò ad Americo Sanseverino, del ramo dei signori di Padula, Laurino e Capaccio (1433), ed ancora al figlio suo Guglielmo (III) Sanseverino che per aver preso parte alla Congiura dei Baroni il feudo gli fu confiscato. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.“. Nicola Montesano (…) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22 parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Secondo il Montesano, il feudo di Tortorella, che apparteneva a Guglielmo Sanseverino, scrive il Montesano,“conte di Capaccio”, “alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”.
Nel 1342, GIACOMO SANSEVERINO, figlio di Tommaso II Sanseverino
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico“. Matteo Mazziotti, a p. 145, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania, pag. 176; Racioppi, op. cit., vol. V, pag. 188.”. Riguardo il Racioppi citato dal Mazziotti, egli, nella sua opera “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”.

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Ecc…ecc…E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico“. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (132) postillava che la notizia era tratta da: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), ecc..”. Devo però precisare che la notizia dataci dal Fusco (…) tratta da probabilmente dal testo di G. Pecori (…), riguardo il nonno – scrive sempre il Fusco – Guglielmo Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino, non mi pare collimi con un’altra interessantissima notizia che proviene da Matteo Camera (…). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “I Sanseverino possedevano ancora il feudo nel 1333 con Giacomo di Sanseverino (27), primogenito di secondo letto di Tommaso, secondo conte di Marsico, per parte di sua madre Sveva Avezzano. Era pure conte di Mileto, barone di Cilento e primo Conte di Tricarico. Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc..Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…..Sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco. Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni e dei titoli al fratello Antonello (sposò Giovannella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi. Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ma vennero poi reintegrati nei loro beni con il privilegio di re Ferrante II del 15 agosto 1486. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Da Tommaso l’unico Giacomo, da cui il progenitore Ruggiero (secondo conte di Tricarico), Venceslao (terzo Conte), Stefano (conte di Matera) e Americo.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di Re Roberto. Il Tutini cit., pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit., II, p. 212 sgg.”.
Nel 1343 – GIOVANNA I D’ANGIO’
Roberto d’Angiò, fino alla sua stessa morte, avvenuta nel 1343. Senza eredi legittimi in vita, Roberto sarà succeduto al trono dalla nipote Giovanna, figlia di suo figlio Carlo, duca di Calabria. Giovanna I d’Angiò, o Giovanna I di Napoli (Napoli, 1327 circa – Muro Lucano, 12 maggio 1382), figlia di Carlo, duca di Calabria, e della duchessa Maria di Valois, fu regina di Napoli dal 1343 al 1381, anno in cui fu deposta dal cugino Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale salirà al trono di Napoli con il nome di Carlo III e un anno dopo la farà assassinare nella fortezza di Muro Lucano, ove era rinchiusa. Luigi I d’Angiò-Valois, figlio secondogenito del re di Francia Giovanni II, detto il Buono, fu prima creato conte e poi duca d’Angiò. Nel 1380 la regina Giovanna I, sovrana di Napoli e priva di eredi, lo designò come suo legittimo erede al trono di Napoli, ma nel 1382 Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale era stato designato erede prima di lui, entrò a Napoli facendo incarcerare e poi uccidere la regina Giovanna I, proclamandosi re. Luigi I si definì re di Napoli fino alla morte, avvenuta nel 1384, e le pretese al trono e il titolo vennero ereditate dal figlio Luigi II.
Nel 1343, Giovanna I ed i Capano
Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, in proposito sosteneva che: “Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc….”, a p. 137, in proposito scriveva che: “IV. All’incoronazione di Giovanna I avvenuta nell’anno 1343 assisteva, oltre Tommaso Sanseverino e molti baroni, un nobile a nome Giacomo Capano che dette al suo cognome un gran lustro nel Cilento. La famiglia di lui ebbe origine in Montecorice, ove aveva per cognome Capam da cui poi sarebbe venuto quello di Capano (1), come si desume da un’epigrafe che si trova nella chiesa di San Francesco presso Lustra. Su una lapide che covre una tomba vedesi effiggiato un guerriero ed incise queste parole: ………………….La famiglia Capano da Montecorice passò a Rocca e poi ebbe case a Salerno ed a Napoli. Giacomo Capano, maestro razionale e regio consigliere sotto Roberto, da cui ottenne varii feudi, fu armato cavaliere nel 23 marzo 1343 dal Principe Andrea marito della regina Giovanna. Costei, che lo predilegeva, volle nella circostanza della nomina di lui cavaliere donargli una cotta di lana verde con vaio per fregiarsene in tale rincontro, come si rileva dal seguente mandato di pagamento: …………..”.
Nel 1345, AMERICO SANSEVERINO, succede al padre Ruggero e diventa 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc…”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Chi era Americo Sanseverino ?. Riguardo questo feudatario, Americo Sanseverino, Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Da Tommaso l’unico Giacomo, da cui il progenitore Ruggiero (secondo conte di Tricarico), Venceslao (terzo Conte), Stefano (conte di Matera) e Americo.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto. Il Tutini, cit. , pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) ‘Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonabitacolus, Sansa’”. Dunque, in questa nota, Ebner postillava di un Americo Sanseverino che nel 1345 successe al padre, un altro Americo Sanseverino, nel possesso di alcuni casali e terre cilentane tra cui Laurino e Caselle. Sempre Ebner (…), nella sua nota (28) precisa che il padre di questo Americo Sanseverino era “nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto”. Riguardo alla nota (28) dell’Ebner a p. 82, dove scrive che questo Americo: “Era nato da un altro Americo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di Re Roberto ecc..”, Ebner lo ripete anche parlando del casale di Capaccio a p. 610 del vol. I, dove però, pur riferendosi alla stessa fonte (al Tutini) lo chiama “Arrigo”. Americo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto d’Angiò. Sempre l’Ebner (…) a p. 610 del vol. I, di “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di Capaccio, nella sua nota (46), lo chiama “Arrigo” ed in proposito cita lo stesso pp. 78-80 del Tutini (…) postillando che: “(46) Nella colletta di Principato Citra, disposta per il trionfo di re Alfonso, Arrigo risulta il primo barone della Provincia, scrive C. Tutini, cit. pp. 78 e 80: “Comes Caputatii, Aquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Caputatium, Caselle, Trentinaria, Mons fortis, Marginariatu, Contronum, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Bonabitacolus, Sanza.”. Ebner (…), nella sua nota (46) citava Camillo Tutini (…), ovvero il suo: “Dell’origine e fundazione dè Seggi di Napoli e il libro di De Lellis etc..’ pubblicato a Napoli nel 1754. Il Tutini (…), come scrive l’Ebner che lo cita e che a pp. 78-80 in proposito, parlando dei Maestri Giustizieri nel Regno di Napoli al tempo di Roberto d’Angiò scriveva su Americo Sanseverino fosse nato da un altro Americo Commestabile di re Roberto d’Angiò “il comes Caputatii” che (possedeva): “Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”.

(Fig…) Camillo Tutini, op. cit., p. 80
Dunque, secondo il Tutini (…) al tempo di re Roberto d’Angiò, vi era un “Comes Caputatii” (che possedeva) alcuni casali ed era chiamato Americo o Arrigo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto. Felice Fusco (…), il quale, parlando del casale e del faudo di Caselle in Pittari, a p. 101, nella sua nota (128), nel suo “Caselle in Pittari – linee di una storia etc..”, riferendosi al passo dell’Ebner postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Sbaglia Ebner (ivi) quando come pare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo per dire.”. Di sicuro però devo segnalare che si parla di un Americo nel 1345 alla successione del padre Ruggero di Sanseverino. Un Americo nel 1345 alla successione dei feudi appartenuto al defunto suo padre Ruggero Sanseverino, figlio del nonno Giacomo e un Americo che il 27 febbraio 1433 viene nominato da re Alfonso I d’Aragona 1° conte di Capaccio e del Principato Citeriore. Dunque, Americo Sanseverino era il figlio terzogenito di Ruggero Sanseverino, figlio di Giacomo Sanseverino, figlio primogenito di Tommaso II di Sanseverino e di Sveva d’Avezzano. Ruggero Sanseverino, il padre di Americo, fu il 2° conte di Tricarico (altro ramo dei Sanseverino) e dunque Americo di Sanseverino fu il 3° conte di Tricarico. Dunque, riguardo Americo Sanseverino, il Fusco scriveva, forse sulla scorta del Pecori (…) che, egli sbagliava scrivendo “…quando – come pare – ritiene Americo figlio di un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo per dire.”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Devo però precisare che la notizia dataci dal Fusco (…) tratta da probabilmente dal testo di G. Pecori (…), riguardo il nonno – scrive sempre il Fusco – Guglielmo Sanseverino (padre di Tommaso II Sanseverino), non mi pare collimi con un’altra interessantissima notizia che proviene da Matteo Camera (…). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Di questo Americo Sanseverino ha parlato anche Felice Fusco (…) che lo cita in un suo saggio su Sanza e Buonabitacolo ed anche in un suo libro sulla storia di Caselle. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in Pittari, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati). Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134)…”. Dunque, Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner parla di due Americo Sanseverino: il primo è “Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.” che secondo lui aveva avuto un figlio chiamato Tommaso e che a sua volte ebbe un altro figlio chiamato anch’esso Americo. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel suo cap. 5, parlando dei Cpano e della Baronia del Cilento, a p. 144, riferendosi ad un documento, una Sentenza del 7 luglio 1386 pronunziata in Rocca Cilento, dove è trascritto un ordine di Tommaso I di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Lo stesso documento ci informa che la Baronia in quell’anno fu invasa da un tal Amerigo de Cucarito, ed essendo stato, fra gli altri, spogliato dei suoi beni un tale Petruccio de Rayno di Vetrale, piccolo casale di Matonti, egli ricorse ai Capano ecc..”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8) ecc…Quando i Sanseverino che erano scampati alle stragi di re Ladislao riottennero i loro feudi, non poterono più assicurare la promiscuità territoriale ai ‘naturali’ della fascia pedemontana del Cervato, i quali, a distanza di qualche decennio, erano già scontenti delle divisioni operate da Ladislao. Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Sempre a proposito di Guglielmo Sanseverino il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae‘ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Alcontrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 203 sg.).”. Dunque, riguardo il Guglielmo Sanseverino, il Fusco si riferiva all’altro Guglielmo figlio di Tommaso Sanseverino, vissuto ai tempi di Carlo d’Angiò.
Nel 1347, è l’anno della peste nera o bubbonica
Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel 1347, anno della “Peste nera” si ha un repentino calo degli abitanti. La terribile epidemia, a detta di molti storici, falcerà il 58 % dell’intera popolazione della Provincia di Salerno, per cui Torraca alla fine di quest’anno , potrebbe aver perso, rispetto al 1320, più della metà delle sue genti.”. Interessante è ciò che scriveva Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”.
Nell’8 luglio 1348, i re Ludovico e Giovanna I d’Angiò, scrivono a “Vallerano dei Grimaldis”, Conte di Policastro, per l’assistenza all’Abate di S. Giovanni a Piro
Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte,…..ecc…e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, ecc…..inserita (?) nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..”.

Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una “Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia, scriveva che nel 1348 il feudo di Policastro passò a Gabriele e Luciano Grimaldi, rilevandolo da un documento dell’epoca della Regina Giovanna I d’Angiò confermata da re Ladislao suo cugino. Il Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Il Di Luccia, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che nel 1348, Policastro era feudo e apparteneva alla celebre famiglia genovese dei Grimaldi. Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, e dei Grimaldi di Genova. Stessa notizia ci dà il Laudisio (…) che cita il Di Luccia (…). Infatti, il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “….Il feudo di Policastro nel 1229 passa a Giovanni Ruffo (famiglia dalla quale discende Paola del Belgio) e nel 1348 alla famiglia genovese dei ‘Grimaldi’ (82), ancora regnante a Monte Carlo.“. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Laudisio, op. cit., p. 36; Ughelli F., Italia Sacra, col. 542.”. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Di Luccia P.M., op. cit., p. 8.”. Dunque, il Tancredi (…), fornisce un diverso riferimento bibliografico circa i Grimaldi di Genova a Policastro, cita altri riferimenti bibliografici e cita il Laudisio (…) e l’Ughelli (…). Il Di Luccia (…), cita l’Ughelli (…), ovvero la sua ‘Italia Sacra‘, op. cit. ed in particolare il tomo VII, col. 542. Infatti, l’Ughelli (…), del 1560, nel vol. VII a p. 758, parlando di “Policastrenses Episcopi”, in proposito alla storia di Policastro scriveva che: “…, pervenit deinde ad Ioannem Rufum, anno 1299. Sub Ioanna I Regina, Gabriello & c. Luciano Grimaldis cessit Imperio, regnate deinde Ferdinàdo Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Domino sult ecc…”. Dunque l’Ughelli, scriveva che nel 1299 Policastro fu donata ai Ruffo di Calabria e solo con la Regina Giovanni I d’Angiò i Grimaldi (Gabriele e Luciano) ebbero Policastro fino a che subentrano i Petrucci della casa regnante Aragonese. Dunque, ciò che scriveva l’Ughelli (…), che voleva che i Grimaldi fossero i feudatari di Policastro da quando regnava la Regina Giovanna I d’Angiò, e non da Roberto d’Angiò, il Caggese scriveva che essi regnavano su Policastro dal 1348, ovvero ai tempi della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò, o Giovanna I di Napoli, figlia di Carlo d’Angiò, duca di Calabria, fu regina di Napoli dal 1348 al 1381, anno in cui fu deposta dal cugino Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale salirà al trono di Napoli con il nome di Carlo III e un anno dopo la farà assassinare. Anche il Laudisio (…), citato dal Tancredi (…), riporta la stessa notizia sulla scorta dell’Ughelli (…). Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), il vol. III, su cui bisognerebbe ulteriormente indagare.
Nel 1348, la Regina Giovanna I d’Angiò concesse privilegi ad Antonio Grimaldi di Genova che poteva vivere felice a Nizza
Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930,parla della famiglia Grimaldi nel suo vol. I ap. 459, come ho già scritto. Caggese scrive pure di Antonio Grimaldi a p. 299 del vol. II, op. cit. in cui scriveva che: “,…e gli esuli, scacciati in patria dalla rivolta contro la Signoria angioina, ecc..ecc…Antonio Grimaldi, che un giorno riceverà da Giovanna I un vistoso compenso alla ben provata fedeltà, può vivere pacificamente a Nizza, sotto l’egida della protezione del Re (6), come altri suoi concittadini, mercanti arricchiti, possono liberamente entrare a far parte della nobiltà provenzale ricorrendo sempre utilmente alla protezione del Re anche contro lo zelo eccessivo dei Siniscalchi (7).”. Il Caggese, a p. 299 del vol. II, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Arch. des Bouch. du Rh., B, 195, c. 5, 17 febbraio 1338: “de permictendo construi facere galeas per ecc…ecc..”. Sempre il Caggese, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Ibidem, B., 195, c. 21, 27 giugno 1340: “….de novitatibus factis per officiales Provincie contra Ruffum Salvagnis de Janua et eius fratres ratione castri Sancti Albani quod tenet idem Ruffus”.”. Poi sempre il Caggese, nel vol. II a p. 294, scrive di Grimaldi Carlo scrivendo che: “Ventimiglia poteva servire efficacemente a guardare ecc…ed ecco che Carlo Grimaldi, genovese, e Filippo di Sangineto, Siniscalco angioino di Provenza, si dettero a lavorare gli animi, ecc..”. Dunque, in riferimento ad Antonio Grimaldi genovese, il Caggese scrive che ai tempi della Regina Giovanna I d’Angiò ricevette da questa una buona dote per la sua fedeltà.
Nel 1300 e 1400, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano) e la Signoria dei SANSEVERINO
Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).“. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”.
Nel 1350, Francesco Sanseverino, Conte di Lauria e Signore di Cuccaro sposò Caterna dei Conti di Celano
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando del feudo di Tortorella all’epoca angioina e del periodo di successione alla morte di Tommaso III di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Nel 1395 Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso che aveva sposato nel 1350 Caterina dei conti di Celano, diventa il 1° Conte di Lauria.”. Nicola Montesano, nell’ultima frase si riferiva a Tommaso III di Sanseverino ed al suo figlio secondogenito Francesco di Sanseverino, figlio della seconda sua moglie. Il Montesano, sulla scorta di Ebner, scrive che Francesco Sanseverino nel 1350 aveva sposato Caterina dei Conti di Celano e nel 1395 divenne il 1° Conte di Lauria.
Nel 1352 “Andrea di Castelluccia” (Mercadante), padre di “Iancuccia” (Biancuccia) Mercadante di Torraca
Da alcune ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea di Castelluccio. Pietro Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’Angiò re a. VII. Biancuccia figlia del fu Andrea Mercatante di Castelluccia e moglie di Antonello di Diano, nomina Maso Valente di Diano suo procuratore per vendere la metà del castello di Torraca in Principato Citra a Matteo di Laurito.” e, postillava: “Giudice a. Romano di maestro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Pietro Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), nel suo “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, a p. 664, in proposito a Torraca scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano” e, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. La Mazzoleni (…) a p. 134, riguardo il documento n. VI (pergamena di Laurito n° 5). La Mazzoleni in proposito scriveva che: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’A. re a. VII” e, poi scriveva il seguente testo: “Biancuccia figlia del fu Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 5 postillava che: “Giud. an. Romano di mastro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Ma chi era l’“Andrea di Castelluccia”, padre di “Iancuccia” Mercadante di Torraca che aveva sposato Tommaso di Monforte di Laurito ?. Riguardo l’Andrea di Castelluccia, citato da Ebner, doveva trattarsi di un milite al servizio della famiglia dei Sanseverino originario di Castelluccia, un casale vicino Roccadaspide. Dunque, Pietro Ebner ha scritto di Andrea di Castelluccia, padre di Iancuccia Mercadante, ovvero Andrea Mercadante di Castelluccia. Ebner (…), parlando di Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante di Torraca, scriveva che “Andree de Castelluccia” risultava “quondam”, ovvero egli fu, ovvero era Andrea Mercadante di Castelluccia era morto. Dunque, siccome la pergamena a cui si riferiva la Mazzoleni è del 1391, significa che nel 1391 Andrea Mercadante di Castelluccia era già morto nel 1391. Ma quando è morto il padre di Biancuccia Mercadante ?. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni, riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino i Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito.”. Ebner (…), come ho già detto, traeva questa notizia da alcune pergamene dette di Laurito pubblicate da Jole Mazzoleni. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano.“di cui il testo scritto è il seguente: “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Dunque, secondo il documento pubblicato dalla Mazzoleni (…), risulta che nel 1352 Andrea di Castelluccia era Giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota ai tempi di Tommaso II Sanseverino feudatario del basso Cilento. Dunque, se come risulta dalla pergamena n° 2 risulta che nell’anno 1352 Andrea Mercadante di Castelluccia aveva ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino, vuol dire che egli morirà molto più tardi e che nell’anno 1352 egli ricopriva a pieno titolo le cariche attribuitegli dal Sanseverino. Dal documento pubblicato dalla Mazzoleni (…), risulta che Andrea di Castelluccia nel 1352 risultava Giustiziere e vicario della terra di Cuccaro. Se, come scrive la Mazzoleni (…), sulla scorta di un documento tratto dalla Cancelleria Angioina, Andrea di Castelluccia, nel 1352 (epoca di Carlo II d’Angiò) era “giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, ….”, dobbiamo riferirci all’epoca del 1352, all’epoca di Tommaso II Sanseverino. Per saperne di più, guardiamo all’epoca dell’anno 1352, ai tempi di Tommaso II Sanseverino se risultano notizie intorno alla figura del milite Andrea Mercadante padre di Biancuccia nella baronia di Laurito, e nelle terre o casali di Cuccaro e di S. Severino di Camerota. Riguardo il casale di “Castelluccia”, ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p. 261 del vol. I. Ebner in proposito scriveva che: “Castelluccia (fino al 1863, odierno Castelcivita). Già nell’ottobre del 1117 è menzione ‘del loco Castelluczo’, più tardi (settembre 1157) di ‘habitantes ubi Castelluctium dicitur’. Ne è notizia ancora in una concessione enfiteutica dell’agosto 1257. Dai ‘Reg. ang.’ risulta che avesse occultato sei fuochi per un’oncia e mezza. Fu sempre dei Sanseverino di Cilento. Avocato al fisco per fellonia dei Sanseverino, fu poi concesso da re Federico a Giovanni di Cardona. Nei suoi pressi le rovine di Pantuliano.”. Dunque, Ebner scrive che questo casale oggi corriponde all’odierno Castelcivita, un comune vicino Roccadaspide. Situato alle pendici meridionali degli Alburni e a nord-est del territorio cilentano, sorge su uno sperone naturale, con case a cascata, a 587 m sul livello del mare. Castelcivita è un nome recente: infatti, come molti paesi della Campania costruiti sull’alto di qualche montagna e poi distrutti, ha subito varie denominazioni. È indicato già in un documento del 1171, come in quelli angioini aragonesi, con il nome di Castelluccia, ad indicare l’originario Castella, piccola piazzaforte, del periodo romano. Si pensa che la recinzione totale di Castelcivita sia opera di Pandolfo di Fasanella, gran feudatario, il quale la fece costruire per ordine di Carlo I d’Angiò. Sul casale di Castelluccia ha scritto Pietro Ebner nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, dove a p. 670 del vol. I, in proposito all’epoca di Andrea Mercadante e a Federico II di Svevia scriveva che: “Da una disposizione reale, risalente forse alla stessa di Federico II circa i casali tenuti a contribuire alla manutenzione di alcuni castelli, risulta che era signore “castri Castelluccia” Erberto d’Orleans (4)”. Ebner nella nota (4) postillava che: “(4) Reg. 21, f 179 t = vol. XI, p. 76, n. 252 (Rex mandat ne homines etc..)”. Ebner riguardo la sua nota postillava e si riferiva al vol. XI della Ricostruzione dei Registri Angioini pubblicati da Riccardo Filngieri (…). Devo precisare che il personaggio di cui tratto, il milite ‘Andrea di Castelluccia’, padre di Biancuccia Mercadante, dunque probabilmente Andrea Mercadante di Castelluccia (oggi Castelcivita), ha vissuto in epoca angioina. Riguardo il castello ed il casale di S. Severino di Camerota, leggendo il vol. II del ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’ di Pietro Ebner a p. 544, non troviamo nessuna notizia circa il giustiziere della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino, Andrea di Castelluccia, ma troviamo conferma che il feudo era sotto Tommaso II Sanseverino e forse posseduto da Girolamo di Morra il quale lo vendette ad Annibale Antonini.
Nel 1 novembre 1352, “Andrea di Castelluccia” (Mercadante), padre di “Iancuccia” (Biancuccia) Mercadante di Torraca è Giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota
Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino i Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Da alcune ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea di Castelluccio. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni (…), riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano.“ di cui il testo scritto è il seguente: “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Riguardo al milite Andrea Mercadante di Castelluccia ho già scritto.
Nel 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI e la sua bolla di Avignone con la quale unisce alcuni monasteri e abbazie alla basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore in Roma
Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia….Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordnaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Dopo il detto fin quì (il tutto che si è venuto fatto di raccogliere sulla Chiesa policastrense) chiuderemo questo articolo notando i luoghi su i quali si estende la giurisdizione episcopale. Essi sono: ‘Acqua della Vena’, Bosco, Battaglia, Camerota, Capitello, Celle, Casaletto, Lentiscosa, Lauria, Latronico, Lagonegro, Morigerati, Poderia, Policastro, Roccagloriosa, Rocchetta, Rivello, Spani Sicilì, Sapri, S. Costantino, S. Cristoforo, Santa Marina, S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Trecchiena, Torraca, Tortorella, Vibonati'”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Concilio Tridentino, Sessione 24, Capitolo 18, ‘de Reformat’.”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex Bull., 21 novem. anno 1777.”.

(Fig…) Porfirio Gaetano, op. cit., p. 539
La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore”
Nel 27 aprile 1358, muore Tommaso III di Sanseverino
Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Enrico di Sanseverino sposo di Ilaria di Lauria o Maria dell’Oria, a pp. 135-136, riferendosi a Tommaso III Sanseverino, figlio di Ilaria di Lauria e Enrico Sanseverino da poco morto e fratello di Ruggiero Sanseverino dei Conti di Marsico, in proposito scriveva che: “L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso Ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero. Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Dunque, il Mazziotti, parlando di Tommaso III di Sanseverino scrive che egli era figlio di Ilaria di Lauria (“Maria dell’Oria”) ed Enrico Sanseverino e fratello di Ruggero, era nato nel 1310 e che nel 27 aprile 1358 morì dopo aver sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè Barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re anche Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori, successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”.
Nel 24 Maggio 1358 o 1359, Antonio Sanseverino, V conte di Marsico, successe al padre Tommaso III Sanseverino (figlio di Enrico e di Ilaria)
Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc…ecc…”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria che gli portò in dote 1500 once d’oro.”.
Nel 1359, Francesco Arabito (di Policastro e figlio del defunto Nicolò), vendette certi beni al nobile Giacobello di Marsico
Riguardo la nobile famiglia degli Arabito o Arrabito (a Policastro), il canonico Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, sulla scorta dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo Angioino, parlando di Policastro scriveva che: “Fiorì molta nobiltà in Policastro, la quale dopo l’ultima sua desolazione si ridusse ad habitare altrove, ma perchè si conosca qual fusse, e s’abbia qualche piccola notizia d’alcune poche famiglie che da questa Città trassero origine, noterò quelle notizie che mi sono abbattuto vederne. Fu nobilissima famiglia de Arrabito (1) (p. 32) di cui oltre le memorie che se ne ritrovano negli Archivii Reali, leggesi fra pergamene raccolte dal P. M. Giovan Battista Prignano il nobil sig. Francesco de Arrabito Cavaliere di Policastro nel 1359 vender certe robbe, che haveva in detta Città al nobile Giacobello di Marsico, di cui si vede in un altra cartola fusse moglie la nobile signora Bettruda di Raone (2). Evvi anco il testamento di Catarina di Montitehio moglie del nobile Michele de Arrabito fatto nell’anno 1408. Altre scritture esser mi ricordo haver lette di queste famiglie, nelle quali sempre son chiamate nobili e Cavalieri e di Policastro le persone nominatevi; ma basti accennare questo poco, poichè non ho altre notizie se sia estinta, o pure in altro luogo trasferita.”. Il Gaetani (…), a p. 32, nella sua nota (1) postillava che: “(1) De Arrabito fam.”. Il Gaetani, a p. 32, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363.”. Riguardo la citazione di Gaetani delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano, di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi e che furono poi pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’, forse raccolte e pubblicate dal Fortunato nell’inedito ‘Codice diplomatico potentino’, costituito da 55 documenti che dal 1178, giungono al 1500, forse pubblicati nel testo ‘Badie, Feudi e Baroni della Valle di ..‘, poi in seguito pubblicate dal Pedio (…). Invece forse si tratta di Prignani Giovan Battista, ‘Memorie storiche della città di Salerno‘, un manoscritto. Manoscritto; 1601-1657 data stimata (codice donato alla Biblioteca Angelica nel 1657). ‘Delle famiglie di Salerno’. Tomo primo (1r). Riguardo l’interessante manoscritto del Prignano (…), ne parla Giovanni Granito (…), nel suo saggio ‘Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma’, che stà in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. Giovanni Granito (…), op. cit., a p. 81, in proposito scriveva che: “…………..”.

Riguardo l’altra citazione del Gaetani (…), del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…), si tratta del manoscritto che egli scrisse nei primi anni del ‘600, un prezioso manoscritto intitolato ‘Lucania sconosciuta‘ (…), rimasto inedito, già conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno e, per molti secoli è stato introvabile e, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. In questo nostro studio, pubblichiamo tutto il Capitolo IX del Libro II, ovvero le pagine che ci parlano della storia di Camerota e di Policastro, proponendoci di pubblicare anche le pagine seguenti del manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, che riguardano il territorio fino a oltre Scalea. Luca Mannelli o Mandelli, era un frate Agostiniano (dell’Ordine di S. Agostino). Nella fortuna critica della sua “Lucania sconosciuta” c’è una palese contraddizione: da parte, il Mandelli è utilizzato e citato, dal Seicento in poi, fino ad oggi, dagli storici che si sono occupati del territorio lucano e poi salernitano; dall’altra, nonostante tale persistente ed indiscussa vitalità, la sua opera, tranne appunto la parte che riguarda il Vallo di Diano, è rimasta manoscritta. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini (…) e del Troyli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico sono stati i primi a comporre una storia organica dei nostri territori. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava (…). Il Padiglione (…), nel suo ‘La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati da Carlo Padiglione’, pubblicato nel 1876, a p. 262, leggiamo che:

(Fig….) Pagina n. 50r, tratta dal Libro II, Cap. IX del manoscritto del Mannelli (…)
Nel 1359, Francesco de Arrabito vendette alcune proprietà a Policastro a Giacobello de Marsico
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: ‘Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal sig. Scipione Volpicella (…) e, di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio – riguardo l’epoca Aragonese e Vicereale nel Golfo di Policastro, il Capitolo XI del manoscritto del Mannelli, a p. 32 parlando delle famiglie nobili ed importanti di Policastro, in proposito è scritto che: “famiglia de Arrabito (1) di cui oltre le memorie che se ne ritrovano negli Archivii Reali, leggesi fra pergamene raccolte dal P. M. Giovan Battista Prignano il nobil sig. Francesco de Arrabito Cavaliere di Policastro nel 1359 vender certe robbe, che haveva in detta Città al nobile Giacobello di Marsico, di cui si vede in un altra cartola fusse moglie la nobile signora Bettruda di Raone (2). Evvi anco il testamento di Catarina di Montitehio moglie del nobile Michele de Arrabito fatto nel 1408. Altre scritture esser mi ricordo haver lette di queste famiglie, nelle quali sempre son chiamate nobili e Cavalieri e di Policastro le persone nominatevi; ma basti accennare questo poco, poichè non ho altre notizie se sia estinta, o pure in altro luogo trasferita.”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 32 così postillava che: “(1) De Arrabito fam.”. Il Gaetani (…), nella sua nota (2) a p. 32 così postillava che: “(2) Archivio P. Prignano. 1359 fascicolo 0. numero 12 – II fascicolo p. 1363.”. Dunque, Rocco Gaetani traeva alcune interessanti notizie su alcune nobili famiglie di Policastro in alcune pergamene raccolte nel testo di P.M. Giovan Battista Prignano (…). Riguardo la citazione di Gaetani (…) delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano (o Prignani), di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi che, in seguito, furono pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’. Su questo autore ha scritto Granito G. (…), nel suo ‘Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” anno II, 1, 1984, pp. 81-87. In Granito (…), del suo saggio a p. 86, nella sua nota (1) postillava che: : “(1) G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno, manoscritto n. 276, in Biblioteca Angelica di Roma, sul frontespizio leggesi “F. Philippus Vicecomes Episcopus Catanzarij olim Generalis Bibliothecae Angelicae donavit anno 1657.”.

Il Granito (…), nella sua prima pagina del saggio segnalava che i due testi del Prignani (…) erano stati già segnalati dal Cantalupo (…). Infatti, il Cantalupo (…), nel suo “Il feudo vescovile di Agropoli etc..” che si trova nel Bollettino storico per la provincia di Salerno e Principato Citra’, anno II, n. 2 (1983), a p. 36 nella sua nota (103), postillava che: “(103) ecc..:

(Fig…) Cantalupo, op. cit. in ‘BSPPC’, anno II, n. 2 (1983), p. 36, nota (103)
Dove egli scrive di averli personalmente scoperti nella Biblioteca Angelica di Roma dove essi sono conservati con la collocazione ms. 276 e 277. Il Cantalupo (…), riguardo un documento di Tommaso Sanseverino postillava dei ue testi del Prignano (…), che furono segnalati per la prima volta nel manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (…), da cui ha attinto Rocco Gaetani (…). Il Cantalupo scrive che: “Nei due volumi dell’opera trattò diffusamente, sulla scorta di una precisa documentazione tratta dagli archivi dell’epoca, la storia di 84 famiglie che ebbero feudi e titoli nobiliari soprattutto nel Principato Citra.”. Dunque, i due volumi del Prignani costituiscono una fonte importantissima per la storia delle nostre terre.
Nel 20 agosto 1372, la fine della guerra del Vespro Siciliano
La fine del conflitto con gli Angioini si ebbe con il Trattato di Avignone che, segnò il distacco definitivo del Regno di Napoli dal Regno di Sicilia. La guerra fra Sicilia e Napoli si sarebbe chiusa solo il 20 agosto 1372 dopo ben novanta anni, con il trattato di Avignone, firmato da Giovanna d’Angiò e Federico IV d’Aragona con l’assenso di papa Gregorio XI, con il riconoscimento formale dei due regni, di Sicilia e di Napoli. La guerra che però era ripresa nel 1313 quando Federico III rivendicò il titolo di re di Sicilia per il figlio Pietro. Si riuscì a trovare un primo accordo solo alla morte di Pietro (1342), quando salì al trono il figlio Ludovico sotto tutela di Giovanni d’Aragona, detto la «pace di Catania» l’8 novembre 1347, che non fu ratificato dal parlamento siciliano. La guerra fra Sicilia e Napoli si sarebbe chiusa solo il 20 agosto 1372 dopo ben novanta anni, con il trattato di Avignone, firmato da Giovanna I d’Angiò e Federico IV d’Aragona con l’assenso di papa Gregorio XI, con il riconoscimento formale dei due regni, di Sicilia e di Napoli.
Nel 1373, Biancuccia (“Iancuccia”) Mercadante, figlia di “Andree de Castelluccia” ( Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota
“Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, era figlia di “Andree de Castelluccia” (Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e Vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota nell’anno 1352, quando secondo una pergamena pubblicata dalla Mazzoleni, risulta avere ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino. Sempre secondo alcune ‘pergamene di Laurito’, nel 1390 fu rogato il testamento del suo primo marito Tommaso di Monforte di Laurito a favore dei figli Antonello e Giovannella ancora minori. Dalle pergamene pubblicate dalla Mazzoleni non si evince la data in cui Tommaso di Monforte di Laurito aveva sposato Biancuccia Mercadante ma possiamo dedurla dal testamento del 1390. Infatti, presumibilmente la data del matrimonio risale all’anno 1373, ovvero 17 anni prima che il padre dei due pupilli, anno 1390, fece testamento prima di morire. Sappiamo sempre dalle pergamene di Laurito che, Biancuccia Mercadante di Torraca, dopo la morte del marito Tommaso di Monforte di Laurito, avvenuta presumibilmente dopo aver fatto testamento nell’anno 1390, si risposò nuovamente con Antonio Pellegrino di Diano (Teggiano). Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Riguardo i beni mobili ed immobili lasciati nel testastamento da Tommaso di Monforte di Laurito ai due figli Antonello e Giovannella ed alla prima moglie Biancuccia Mercadante, madre dei due ragazzi minorenni, la cui tutela fu afidata al loro zio Matteo di Monforte cugino di Tommaso, la Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “….le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, ecc…” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Riguardo l’origine di “Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, scriviamo sulla scorta di alcune pergamene di Laurito, cosiddette e pubblicate dalla Jole Mazzoleni (…). Jole Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “…..marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, ecc…”. La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano” e, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. La Mazzoleni (…) a p. 134, riguardo il documento n. VI (pergamena di Laurito n° 5). La Mazzoleni in proposito scriveva che: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’A. re a. VII” e, poi scriveva il seguente testo: “Biancuccia figlia del fu Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 5 postillava che: “Giud. an. Romano di mastro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Dunque, dalle Pergamene di Laurito pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea Mercadante di Castelluccia, un casale vicino Roccadaspide. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni, riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano.” di cui il testo scritto è il seguente: “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Poi Ebner sempre a p. 523 scriveva pure che: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia giustiziere e vicario della baronia di Laurito di accertare ecc…ecc…”. Ebner, a p. 524 scriveva che: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria.”.
Nel 1373 (?), Tommaso Monforte di Laurito sposò “Iancuccia” Biancuccia Mercadante
“Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, era figlia di “Andree de Castelluccia” (Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e Vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota nell’anno 1352, quando secondo una pergamena pubblicata dalla Mazzoleni, risulta avere ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino. Sempre secondo alcune ‘pergamene di Laurito’, nel 1390 fu rogato il testamento del suo primo marito Tommaso di Monforte di Laurito a favore dei figli Antonello e Giovannella ancora minori. Dalle pergamene pubblicate dalla Mazzoleni non si evince la data in cui Tommaso di Monforte di Laurito aveva sposato Biancuccia Mercadante ma possiamo dedurla dal testamento del 1390. Infatti, presumibilmente la data del matrimonio risale all’anno 1373, ovvero 17 anni prima che il padre dei due pupilli, anno 1390, fece testamento prima di morire. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito ecc….(8)“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figliuoli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “….come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, ecc…(2).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”. Ma quando Tommaso di Monforte di Lauito avesse sposato Biancuccia non ci è dato sapere. Nè sapiamo quando, dopo la morte di Tommaso di Monforte di Laurito, Biancuccia, si risposò con Antonio Pellegrino di Diano.Di sicuro possiamo dire che, se come è vero che il testamento di Tommaso Monforte di Laurito era stato rogato nel 1390, prima che lui morisse e, che dallo stesso testamento risulta che i suoi due figli e di Biancuccia, Antonello e Giovannella erano stati lasciati alla tutela del cugino Matteo, vuol dire che essi erano ancora minorenni e quindi possiamo far risalire il matrimonio tra Tommaso di Monforte di Laurito e Biancuccia Mercadante a 17 anni prima ovvero al 1373 circa. Chi era questo Tommaso di Monforte di Laurito, citato da Ebner e nelle ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Mazzoleni ?. Era il primo marito di “Iancuccia” Biancuccia Mercadante di Torraca. Dunque, secondo alcune pergamene pubblicate dalla Jole Mazzoleni, si evince che nel 1390, Tommaso di Monforte di Laurito, prima di morire lasciando vedova sua moglie Biancuccia Mercadante di Torraca, fa testamento a favore dei suoi due figli e della moglie. Riguardo i Monforte di Laurito, la Mazzoleni in “Notizie per la storia di Laurito e della Famiglia Monforte (1344-1770)”, in R.S.S., in roposito scriveva che: “Nel 1344 (2) i Signori del casale si chiamano ancora di Laurito nelle persone di Ruggero e del nipote Iaquinuccio, mentre nel 1352 i Monforte sono già indicati onomasticamente come feudatari, con Giovanni Monforte detto di Laurito, che tiene il casale in feudo nobile per metà del servizio militare, e a cui si rivolge Tommaso Sanseverino, (3) conte di Marsico per stabilire i contributi finanziari ai quali è obbligato il subfeudo. La morte di Giovanni, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco Sanseverino, conte di Lauria.”. Sui Monforte di Laurito Pietro Ebner riporta la stessa notizia a p. 339, vol. II, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta di Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, a p. 102, parlando di Laurito, in proposito alle origini dei Monforte in proposito scriveva che: “Da un altro ‘Registro’ (7) si apprende che nel 1336 un ramo della famiglia Monforte si era trasferito a Laurito”. Tommaso Monforte di Laurito, nel 1344, era il feudatario di Laurito un piccolo centro del basso Cilento nella Diocesi di Capaccio. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino i Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)“. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, sulla scorta delle pergamene di Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1348 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14). Il 30 aprile del 1407 Nicola di Monforte alias di Laurito, signore dell’altra metà si divesero un ‘hospicium’ posseduto in comune “in platea pubblica” (15). Il 17 novembre del 1414 Giovanna II ordinò (16) al nobile Corrado Curialis di S. Severino d’immettere Guglielmo di S. Barbaro di Sanseverino nel possesso della metà del casale di Laurito vendutogli con regio assenso da Masello di Laurito, tutore di Mazeo e Giacomo di Laurito per 70 once da devolvere a soddisfare i diritti dotali della madre (Perna Bigotta di Sala) dei predetti pupilli e di far prestare l’omaggio dovuto dai vassalli al suddetto Guglielmo Barbato. Infatti, l’8 dicembre 1414 (17), presente Corrado Curialis di Sanseverino, i capifamiglia della metà di Laurito spettantegli prestarono la dovuta ‘asseciratio’ al nuovo feudatario. Nel 1427 Giovanna II confermò ai capifamiglia la separazione di Laurito da Cuccaro (18).”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (16) postillava che: “(16) VIII, Napoli = Mazzoleni cit., pergamena n. 17, p. 137.”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Mazzoleni, cit., pergamena n. 18, VIII, Laurito, giudice ‘ydiota’ Giacomo di Stabile di Laurito e notaio Benuto di not. Prisciano di Rocca Gloriosa. ‘Nomina vero et cognomina ipsorum vassallorum et hominum ipsius terre sive casalis Lauriti sunt hec videlicet: Ntarius Cirillus de Porta tam nimine ecc…”. Ebner (…), riguardo le ‘pergamene di Laurito’, a p. 102, del vol. II, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Mazzoleni, pergamene 4-5-6-7.”. Riguardo le “Pergamene di Laurito”, conservate all’Archivio di Stato di Napoli e, da cui l’Ebner ha tratto l’interessante notizia che riguarda pure il feudo di Torraca, ne parla la Jole Mazzoleni (…) a p. 126 nel testo ‘Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), pubblicato nella rivista ‘Rasssegna Storica Salernitana’, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s., Anno XII, N. 1-4, gennaio-dicembre 1951, a p. 126. La Mazzoleni ne parla anche nel testo ‘Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630)’ acquistate anni fa dall’ASN, che stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140. La Mazzoleni (…) a p. 126, in proposito scriveva che: “Il recente acquisto di un gruppo di 22 pergamene dei secoli XIV-XVII, fatto dall’Archivio di Stato di Napoli, ci permette di offrire alcuni particolari interessanti Laurito, piccolo centro del Salernitano, in diocesi di Capaccio, e la sua storia feudale prima come suffeudo concesso dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria ai Monforte, indi come ducato autonomo di questi ultimi. Dal contenuto dei singoli documenti di cui riportiamo un ampio regesto, si rileva anzitutto l’ininterrotto rapporto di dipendenza dai Monforte dai Sanseverino come suffeudatari fino al secolo XVII. Ecc..”. Dunque, la prima cosa che devo dire è che Tommaso (“di” dice Ebner) Monforte di Laurito e Tommaso Sanseverino e Francesco Sanseverino sono tre persone diverse. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Francesco Sanseverino, conte di Lauria e Signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis’ (12).”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni a p. 138 riportando la pergamena n….. (documento suo n. XX) in proposito scriveva che: “XX. 1438, 24 ottobre, II , Rocca Gloriosa.” e, postilava che: “Trans. il 1454, 1° gennaio (v. n. 21). Perg. n° 15.”.
1382 – CARLO III D’ARAGONA-DURAZZO
Luigi I d’Angiò-Valois, la regina Giovanna I d’Angiò, sovrana di Napoli e priva di eredi, lo designò come suo legittimo erede al trono di Napoli, ma nel 1382 Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale era stato designato erede prima di lui, entrò a Napoli facendo incarcerare e poi uccidere la regina Giovanna I, proclamandosi re. Luigi I si definì re di Napoli fino alla morte, avvenuta nel 1384, e le pretese al trono e il titolo vennero ereditate dal figlio Luigi II.
Nel 1381, Matteo di Monforte di Laurito, zio e tutore degli eredi Antonello e Giovannella figli di Tommaso Monforte, ebbe riconosciuti i diritti sul feudo di Laurito ed il suffeudo di Torraca dal giurista Arcamone nella causa davanti al parlamento di Carlo III d’Aragona-Durazzo
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 103, parlando di Laurito, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito scriveva che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, asserendo: che alla morte di Giovanni di Laurito era già premorto il primogenito Antonio, che essendo incapace il secondogenito Giovanni Nicola, e morto in età infantile il terzogenito Giovannello, non vi era a chi assegnare il suffeudo. Si oppose Matteo di Laurito, il quale richiamandosi all’infeudamento ‘iure langobardarum’ del feudo affermò che esso doveva essere assegnato a lui quale zio paterno. Tali ragioni, per le oposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento da Carlo III d’Aragona-Durazzo. Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione.”.

(Fig…) Mazzoleni, p. 132, pergamena n° 3, anno 1381
Carlo d’Angiò-Durazzo, figlio di Luigi, III duca di Durazzo, e di Margherita Sanseverino, fu re di Napoli con il nome di Carlo III, dal 1382, e re d’Ungheria con il nome di Carlo II detto il Breve, dal 1385. La Mazzoleni in “Notizie per la storia di Laurito e della Famiglia Monforte (1344-1770)”, in R.S.S., in roposito scriveva che: “La morte di Giovanni, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco Sanseverino, conte di Lauria.”. Dunque, dalle ‘Pergamene di Laurito‘ sappiamo che nel 1381, dopo la morte di suo fratello Giovanni di Monforte di Laurito, Matteo di Monforte di Laurito, cugino del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, governava sul feudo e la Baronia di Laurito. La Mazzoleni, scriveva “per le ragioni che ora spiegheremo..”. La Mazzoleni, spiega che dopo la morte di Giovanni Monforte, poichè i due suoi figli, Antonio era morto e Giovanni Nicola era stato ritenuto incapace e pure il suo figlio Giovannello era morto, Francesco Sanseverino si era ripreso il feudo di Laurito e l’aveva donato al fratello Luigi per poi ricomprarlo di nuovo. Matteo di Monforte nella sua qualità di zio paterno dei mancati feudatari legittimi, si oppose ed ebbe riconosciuti i diritti nella successione del casale dal giurista Bartolomeo Arcamone. La Mazzoleni, sulla scorta delle ‘Pergamene di Laurito’ scriveva che nel 1381 morì Giovanni Monforte feudatario di Laurito e suo fratello Matteo Monforte cade in discordia con il conte di Lauria, Francesco Sanseverino, feudatario di Laurito. Dunque, secondo Pietro Ebner, sulla scorta delle pergamene di Laurito pubblicate dalla Mazzoleni, dopo il 1381, quando Francesco Sanseverino si riprese il feudo di Laurito, Matteo di Monforte di Laurito, zio paterno dei due eredi di Tommaso di Monforte, Antonio e Giovannella, si oppose e si adirò alla corte di Carlo III d’Aragona-Durazzo dal quale ottenne la Sentenza di Bartolomeo Arcamone che gli riconobbe i diritti di successione sul feudo di Laurito. Infatti, la Mazzoleni, scrive pure che dopo la sentenza emessa dal giurista Bartolomeo Arcamone. Pietro Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. La Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che: “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.“.
Nel 1381, Francesco Sanseverino cedette il feudo di Laurito a Matteo di Monforte
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 103, parlando di Laurito, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito scriveva che: “Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento once d’oro in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11).”. Ebner a p. 103, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Mazzoleni, cit., pergamene 4-5-6-7”.

(Fig…) Mazzoleni, p. 132, pergamena n° 3, anno 1381
Nel 1383-1384, muore Antonio di Sanseverino, figlio di Tommaso III Sanseverino
Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso III Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria che gli portò in dote 1500 once d’oro.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”.
Nel 1384, Tommaso IV di Sanseverino, V conte di Marsico successe al padre Antonio
Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Antonio di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Tommaso IV ed in proposito scriveva che: “….nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc…ecc…”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”.
Nel 1300 e 1400, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano) e la Signoria dei SANSEVERINO
Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).“. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Ecc…”.
Nel 1386, Tommaso IV Sanseverino dei Conti di Marsico, signore di Laurino, Padula, Casaletto, Sanza, Buonabitacolo, Caselle ecc..
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Alla fine del XIII secolo Caselle….e nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella‘. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..ecc…”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che: “Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, p. 82.”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Sbaglia Ebner (ivi) quando – come appare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo a dire”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms. Napoli, 1890 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione cuulturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci, Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sansee’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Felice Fusco (…), a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 203 sg.).”.
Nel 1386, TOMMASO IV SANSEVERINO, figlio di Giacomo e padre di Americo
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (130) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitaculum‘) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, done il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”.
1386 – LADISLAO I D’ANGIO’- DURAZZO
Ladislao I di Napoli, detto il Magnanimo, noto anche come Ladislao d’Angiò-Durazzo o Ladislao di Durazzo, figlio del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, al 1414, anno della sua stessa morte. Fu l’ultimo erede maschio legittimo degli Angiò-urazzo, ramo collaterale della dinastia estintasi nel ramo principale nel 1382 con Giovanna I di Napoli, gli Angioini. Dopo la morte gli succedette la sorella Giovanna II, poi morta anch’ella senza eredi; la corona andò infine a Renato d’Angiò-Valois, ultimo re della dinastia degli Angioini nel Regno di Napoli. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Ecc..”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò.
Nel 20 luglio 1387, muore Tommaso (IV) Sanseverino che era succeduto al padre Antonio
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria che gli portò in dote 1500 once d’oro.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile. Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2).”.
Dopo il 20 luglio 1387, LUIGI SANSEVERINO successe al padre Tommaso IV Sanseverino
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “VIII…..Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2). Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Matteo Mazziotti (…) in proposito, nella sua “La Baronia del Cilento etc…”, nel suo cap. VII, dopo aver detto della Baronia del Cilento ai tempi delle guerre tra re Ladislao e Luigi, prima a p. 136 e p. 144 parlando della discendenza di alcuni dei Sanseverino, in proposito scriveva che: “(p. 144) VIII. – Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile. Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsini contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2).”. Il Mazziotti, parlando dei quatro figli tra cui Luigi Sanseverino e del secondogenito Francesco, si riferiva al loro padre Tommaso IV di Sanseverino che Ebner scrive essere morto non prima del 20 luglio 1387 e che a lui gli successe il figlio primogenito Luigi Sanseverino. Il Mazziotti, a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “1-2- Ventimiglia, Difesa storico-diplomatica’, a p. 179 nota a. e poi ancora Ventimiglia, op. cit., pag. 180.”. Sempre il Mazziotti (…), a p. 144, parlando sempre di Francesco Sanseverino, in proposito scriveva che: “Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui soltanto che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad altro ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”.
Nel 1387, FRANCESCO SANSEVERINO, figlio secondogenito della seconda moglie di Tommaso IV Sanseverino, alla morte di Tommaso IV, figlio del fratello Antonio divenne Conte di Lauria e di Lagonegro
Matteo Mazziotti (…) in proposito, nella sua “La Baronia del Cilento etc…”, nel suo cap. VII, dopo aver detto della Baronia del Cilento ai tempi delle guerre tra re Ladislao e Luigi, prima a p. 136 e p. 144 parlando della discendenza di alcuni dei Sanseverino, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile. Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2).”. Matteo Mazziotti, si riferiva a Tommaso IV di Sanseverino che alla sua morte avvenuta il 20 luglio 1387, aveva lasciato quattro figli, tra cui Francesco Sanseverino, figlio di Francesca Orsini dei Conti di Nola. Tommaso IV era figlio di Antonio Sanseverino che successe al fratello Tommaso III. Francesco di Sanseverino era figlio di Tommaso IV e di Francesca Orsini. Il Mazziotti scrive pure che i suoi quattro figli, alla morte del padre Tommaso IV, essendo ancora tutti minorenni furono allevati dalla madre Francesca Orsini contessa di Marsico e di S. Severino, come si rileva da un diploma del 1388. Il Mazziotti, a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “1-2- Ventimiglia, Difesa storico-diplomatica’, a p. 179 nota a. e poi ancora Ventimiglia, op. cit., pag. 180.”. Dunque, Francesco Sanseverino, aveva pochi anni quando morì il padre nel 1387. Il Mazziotti, parlando dei quatro figli tra cui Luigi Sanseverino e del secondogenito Francesco, si riferiva al loro padre Tommaso IV di Sanseverino che Ebner scrive essere morto non prima del 20 luglio 1387 e che a lui gli successe il figlio primogenito Luigi Sanseverino. Il Mazziotti si riferiva all’opera di Mariano Ventimiglia, Difese storico-diplomatico-legale della giurisdizione civile del monastero di SS. Trinità della Cava nel feudo di Tramutola, Napoli, 1881. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina e del periodo di successione alla morte di Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano. A Roberto spetta, come da conferma rilasciata due secoli dopo da Luigi XII a Blois nel 1505, insieme a ‘Capaccio’, le terre di ‘Totorella, Trementana, Magliano, Laurino, La Palude (Padula), Montesano, Casalnuovo, Lanza, Lo Tito, Gazanello, La Scalea, Lagonegro, Ravello, Verbicaro e Lo Sasso (35). Nel 1395 Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso che aveva sposato nel 1350 Caterina dei conti di Celano, diventa il 1° Conte di Lauria.”. Nicola Montesano (…), a p. 22, nella sua nota (35) in proposito postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, Nicola Montesano, parlando di Casaletto Spartano, scriveva che nel 1395 Francesco Sanseverino, figlio secondogenito di Tommaso IV Sanseverino, nel 1350 aveva sposato Caterina dei Conti di Celano. Chi era Francesco Sanseverino ?. Chi erano i Monforte di Laurito ? Tommaso Sanseverino aveva avuto un figlio, Enrico Sanseverino a cui Roberto d’Angiò assegnò la baronia del Cilento e la Contea di Marsico (1) (dal Gatta, ‘Memorie della Lucania’, etc.., p. 162), ma morì presto a soli 21 anni. Scrive sempre il Mazziotti riferendosi ai tempi delle lotte tra Luigi d’Angiò ed il futuro re Ladislao, cita un episodio in cui re Ladislao fece prigionieri divesi dignitari dei Sanseverino che avevano patteggiato per Luigi II d’Angiò ai tempi del 1389 e in proposito scriveva che: “…..Ladislao intanto, …Altri dei Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti, a p. 145, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania, pag. 176; Racioppi, op. cit., vol. V, pag. 188.”. Riguardo il Racioppi citato dal Mazziotti, egli, nella sua opera “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta (…), nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a p. 163, parlando di Ugo Sanseverino di Chiaromonte figlio di “Giacopo” Sanseverino, figlio di Enrico Sanseverino e di Ilaria di Lauria, in proposito scriveva che:

Dunque, secondo il Mazziotti, Tommaso IV di Sanseverino morì nel 1387 lasciando quattro figli minorenni, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsini contessa di Marsico e di S. Severino. Dunque, forse si tratta del Francesco Sanseverino secondogenito di Tommaso IV di Sanseverino. Dunque, secondo il Mazziotti, questo Francesco Sanseverino, conte di Lauria doveva essere il conte di Lauria che si era salvato dalla sua ribellione contro Re Ladislao Durazzo. Infatti, Carlo Pesce (…), a p. 209, parlando di Lagonegro, si ricollega alla ricostruzione storica del Summonte e del Mazziotti, riguardo il feudatario conte di Lauria ai tempi di Re Ladislao ed alla ribellione avvenuta. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, secondo il Pesce, ai tempi di Re Ladislao, nel 1403, il conte di Lauria era Gaspare Sanseverino. Non mi ritorna la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Altre interessanti notizie sul Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, le ritroviamo nelle cosiddette “Pergamene di Laurito”. Riguardo le “Pergamene di Laurito”, conservate all’Archivio di Stato di Napoli e, da cui l’Ebner ha tratto l’interessante notizia che riguarda pure il feudo di Torraca, ne parla la Jole Mazzoleni (…) a p. 126 nel testo ‘Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770)’, pubblicato nella rivista ‘Rasssegna Storica Salernitana’, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s., Anno XII, N. 1-4, gennaio-dicembre 1951, a p. 126 e s., riporta i testi trascritti delle pergamene acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli nel ‘Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630)’, da p.132 e s. La Mazzoleni (…) a p. 126, in proposito scriveva che: “Il recente acquisto di un gruppo di 22 pergamene dei secoli XIV-XVII, fatto dall’Archivio di Stato di Napoli, ci permette di offrire alcuni particolari interessanti Laurito, piccolo centro del Salernitano, in diocesi di Capaccio, e la sua storia feudale prima come suffeudo concesso dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria ai Monforte, indi come ducato autonomo di questi ultimi. Dal contenuto dei singoli documenti di cui riportiamo un ampio regesto, si rileva anzitutto l’ininterrotto rapporto di dipendenza dai Monforte dai Sanseverino come suffeudatari fino al secolo XVII. Ecc..”. Dunque, in questo passo, la Mazzoleni, scriveva che il piccolo centro di Laurito venne concesso ai Monforte dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria. Dalle pergamene di Laurito acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli e poi pubblicate dalla Mazzoleni, si può ricostruire i passaggi feudali ai Sanseverino fino al secolo XVII, ed in particolare sulla figura di Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso II Sanseverino morto nel 1350. La Mazzoleni (…), nel suo saggio sulle ‘pergamene di Laurito’ continuando il suo racconto scriveva che: “La morte di Giovanni Monforte detto di Laurito, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Ecc..”. La Jole Mazzoleni, nel suo saggio ricostruisce alcuni passaggi feudali riguardo i Monforte di Laurino e Francesco Sanseverino, Conte di Lauria. Ebner, a p. 102, parlando di Laurito, scrive pure che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, Conte di Lauria e signore di Cuccaro, si riprese il villaggio di Laurito, concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, asserendo: che alla morte di Giovanni di Laurito era già premorto il primogenito Antonio, che essendo incapace il secondogenito Giovanni Nicola e morto in età infantile il terzogenito Giovannello, non vi era a chi assegnare il suffeudo. Si oppose Matteo di Laurito, il quale richiamandosi all’infeudamento ‘iure langobardorum’ del feudo affermò che esso doveva essere assegnato a lui quale zio paterno. Tali ragioni, e le opposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento convocato da Carlo III d’Aragona-Durazzo e, quindi con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento oncie in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo di Laurito era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11). Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione (11).”. Ebner, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Mazzoleni, pergamene 4-5-6-7.”. Dunque, sulla scorta di alcuni documenti pubblicati dalla Jole Mazzoleni (…), il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, Conte di Lauria, che concesse in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito. Scrive ancora la Mazzoleni, a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “Il Sanseverino, anzi, con il consenso della moglie Caterina di Celano, glielo dona ricevendone ecc… (1). Dieci anni dopo il feudo è diviso in due parti e l’amministrazione feudale è frazionata in due rami dei Monforte, come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Di Francesco Sanseverino ha scritto anche Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, che, parlando di Laurito (un villaggio unito a Cuccaro e da non confondere con Laurino), a p. 102, scriveva di Francesco Sanseverino, Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro (forse), scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre)….”. Ebner (…), sempre sulla scorta dei registri Angioini, a p. 664, del suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, parlando di Torraca, riferisce che il Feudo di Torraca, e quindi, anche il territorio Saprese ed il suo “Porto”, appartenessero al “feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre). Ecc…“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Ebner, nella sua nota (7), postillava che la notizia era tratta da p. 134 dell’opera citata di Jole Mazzoleni (…), che pubblicò le Pergamene di Laurito. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, sulla scorta delle pergamene di Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1348 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14). Il 30 aprile del 1407 Nicola di Monforte alias di Laurito, signore dell’altra metà si divesero un ‘hospicium’ posseduto in comune “in platea pubblica” (15). Il 17 novembre del 1414 Giovanna II ordinò (16) al nobile Corrado Curialis di S. Severino d’immettere Guglielmo di S. Barbaro di Sanseverino nel possesso della metà del casale di Laurito vendutogli con regio assenso da Masello di Laurito, tutore di Mazeo e Giacomo di Laurito per 70 once da devolvere a soddisfare i diritti dotali della madre (Perna Bigotta di Sala) dei predetti pupilli e di far prestare l’omaggio dovuto dai vassalli al suddetto Guglielmo Barbato. Infatti, l’8 dicembre 1414 (17), presente Corrado Curialis di Sanseverino, i capifamiglia della metà di Laurito spettantegli prestarono la dovuta ‘asseciratio’ al nuovo feudatario. Nel 1427 Giovanna II confermò ai capifamiglia la separazione di Laurito da Cuccaro (18).”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (16) postillava che: “(16) VIII, Napoli = Mazzoleni cit., pergamena n. 17, p. 137.”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Mazzoleni, cit., pergamena n. 18, VIII, Laurito, giudice ‘ydiota’ Giacomo di Stabile di Laurito e notaio Benuto di not. Prisciano di Rocca Gloriosa. ‘Nomina vero et cognomina ipsorum vassallorum et hominum ipsius terre sive casalis Lauriti sunt hec videlicet: Notarius Cirillus de Porta tam nimine ecc…”. Nel 1397 la Contea di Policastro passò alla famiglia Sanseverino, cui si deve la ricostruzione del castello e delle mura portata a termine nel 1455, come documenta un altorilievo posto sulla facciata della Cattedrale. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 30 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Francesco Sanseverino, conte di Lauria e Signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis’ (12).”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni a p. 138 riportando la pergamena n….. (documento suo n. XX) in proposito scriveva che: “XX. 1438, 24 ottobre, II , Rocca Gloriosa.” e, postilava che: “Trans. il 1454, 1° gennaio (v. n. 21). Perg. n° 15.”. Sappiamo che il Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, era anche Duca di Scalea da cui provennero i Palamolla. Infatti, dopo Biancuccia di Mercadante di Torraca, Torraca fu acquistata dai Gambacorta e poi dai Palamolla di Scalea. La notizia che, nel ‘400, il feudo di Torraca (e dunque, comprese le terre ed il porto di Sapri), fossero assoggettate alla Baronia di Lauria dei Sanseverino, riguarda anche Tortorella e Casaletto Spartano. Dunque, per il XIII secolo e oltre, per la storia di Sapri, del suo porto e delle terre dipendenti forse dal feudo di Torraca, bisognerà indagare sulla storia dei feudatari di Torraca, di Lauria e di Policastro. Secondo l’Ebner, Torraca (e forse anche il territorio Saprese ed il suo Porto), erano dipendenze di Policastro. Biancuccia Mercadante di Torraca, insieme al primo suo marito Tommaso Monforte di Laurito, possedeva il suffeudo di Torraca, concesso dal conte di Lauria Francesco Sanseverino. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario ((nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni (…) a p. 138 della sua opera “Pergamene di Laurito” in Rassegna Storica Salernitana, 1951, pubblicava la Pergamena n° 15 (documento n° XX), e scriveva che: “1438, 24 ottobre, II, Rocca Gloriosa. Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro conferma a Jacobello di monforte la concessione della metà del casale di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’.”. La Mazzoleni a p. 138 postillava che: “Trans. il 1454, I° gennaio (v. n. 21). Pergam. n° 15”.

Nel 28 settembre 1390, Tommaso Monforte, Signore di Laurito, sul capezzale di morte fa testamento e lascia i suoi beni (il castello di Torraca suffeudo dei Sanseverino e a Policastro) per metà ai figli Antonello e Giovannella e per metà alla moglie Biancuccia Mercadante di Torraca
Jole Mazzoleni (…), a p. 127,riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figloli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “….come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela del cugino Matteo finchè in minore età, con l’obbligo per Antonello di maritare convenientemente la sorella all’età giusta e per la figlia che ottenuta la dote di paraggio rinunzi ai beni paterni a favore dei suddetti Antonello e Matteo; chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”.

(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 127
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8)“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Riguardo i beni mobili ed immobili lasciati nel testastamento da Tommaso di Monforte di Laurito ai due figli Antonello e Giovannella ed alla prima moglie Biancuccia Mercadante, madre dei due ragazzi minorenni, la cui tutela fu afidata al loro zio Matteo di Monforte cugino di Tommaso, la Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “….le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, ecc…” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”.
Nel 1390, muore Tommaso di Monforte, Signore di Laurito e marito di Biancuccia Mercadante di Torraca
Dunque, dal documento pubblicato dalla Jole Mazzoleni (…) (testamento) si evince che Tommaso Monforte, Signore di Laurito e primo marito di Biancuccia Mercadante di Torraca, ai tempi di re Ludovico II d’Angiò, il 28 settembre 1390, sul capezzale di morte, subito prima di morire fa testamento e chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.
Nel 1390, Matteo di Monforte di Laurito, è nominato tutore dei due figli di suo cugino Tommaso di Monforte di Laurito
Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela del cugino Matteo finchè in minore età, con l’obbligo per Antonello di maritare convenientemente la sorella all’età giusta e per la figlia che ottenuta la dote di paraggio rinunzi ai beni paterni a favore dei suddetti Antonello e Matteo; chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”.

(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 127
Nel 1391, Biancuccia Mercadante si risposa con Andrea (per la Mazzoleni) o Antonio (per Ebner) Pellegrino di Diano (Teggiano)
Si rileva sempre dalle ‘Pergamene di Laurito’ publicate dalla Mazzoleni (…) che dopo la morte del suo primo maito, Tommaso di Monforte di Laurito con cui Biancuccia Mercadante di Torraca aveva avuto due figli, Antonello e Giovannella, dati in tutela al cugino di Tommaso Matteo di Monforte di Laurito, si risposa con Andrea (per la Mazzoleni) o Antonio (per Ebner) Pellegrino di Diano, l’odierno Teggiano. Infatti, sempre da dette pergamene si rileva che il suo primo marito, nell’anno 1390, aveva fatto testamento in favore dei due figli Antonello e Giovannella e della moglie BIancuccia. Devo però precisare che ci si riferisce all’atto del 1390 in cui il testamento fu rogato dal notaio de Caso. Nel testamento però il Tommaso di Monforte, primo marito della Biancuccia, affida al cugino Matteo di Monforte il tutoraggio o la tutela dei due figli minorenni. Mi chiedo come mai se, come risulta dal testamento, nell’anno 1390, i due figli (minorenni) dovevano essere affidati alla tutela del cugino Matteo e non alla madre Biancuccia ? Forse che la Biancuccia si era già risposata?. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “….mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano,….. (2)”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”.
Nel 19 febbraio 1391, Biancuccia Mercatante nominò Maso Valente di Diano suo procuratore per la vendita di metà del castello e di Torraca ad Antonello e Giovanella Monforte di Laurito, figli suoi e del suo primo marito Tommaso Monforte di Laurito
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. La notizia riguarda in parte il casale ed il feudi di Laurito ed i parte quello (suffeudo) di Torraca, dunque anche del ‘portus’ di Sapri che all’epoca era nel territorio del feudo di Torraca. I documenti pubblicati dalla Mazzoleni e citati da Ebner (…), attestano che ai tempi di Luigi II d’Angiò, nel 1391, Biancuccia Mercatante e suo figlio Antonello Monforte di Laurito, possedessero la metà del suffeudo ed il castello di Torraca ed altri beni burgensatici e feudali (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro. I documenti attestano e citano Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), risposatasi con Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte. Jole Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “XI 1397, 13 ottobre, VI, Napoli, Luigi II d’Angiò re a. XIV – Sorta contesa tra Antonio Pellegrino di Diano, marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, e Matteo di Monforte, tutore e balio di Antonello e Giovannella, figli ed eredi del defunto Tommaso per le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, e nella quarta, i contendenti vengono ad uno accordo per salvaguardare i diritti dei pupilli, avendo arbitri della contesa il vescovo di Policastro per Matteo e il milite Roberto de Pantaleone per Antonio Pellegrino.” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Il 19 febbraio 1391 Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano, nominò Maso Valente di Diano procuratore per la vendita a Matteo di Laurito della metà del castello (villaggio) di Torraca (7), in Principato Citra.”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’Angiò re a. VII. Biancuccia figlia del fu Andrea Mercatante di Castelluccia e moglie di Antonello di Diano, , nomina Maso Valente di Diano suo procuratore per vendere la metà del castello di Torraca in Principato Citra a Matteo di Laurito.” e, postillava: “Giudice a. Romano di maestro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”.

(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p……
Dunque, la Mazzoleni riguardo questo documento postillava che si trattava della pergamena n. 5 transunta il 25 marzo 1391 e di vedere nella sua nota (7). La Mazzoleni, parlando delle 22 pergamene a p. 129, nella sua nota (7) postillava che: “(7) A. S. N. – Significatorie del relevi, vol. 222, fol. 77 t “. Dunque, secondo questo documento del 1391, scritto a Diano, Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte, ai tempi di Luigi II d’Angiò, possedeva metà del castello di Torraca “…e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti…”, insieme al figlio Antonello Monforte di Laurito.
Nel 25 marzo 1392, Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia Mercadante vendette la metà del castello e di Torraca a Matteo Monforte di Laurito, procuratore di Antonello e Giovanella Monforte di Laurito, figli di Biancuccia e di Tommaso Monforte di Laurito
Biancuccia Mercadante di Torraca, figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio e, vedova di suo primo marito, Tommaso di Laurito, il 25 marzo 1392, vendette Torraca a Matteo di Monforte di Laurito. Dunque, da questi antichi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, pubblicati per la maggior parte da Jole Mazzoleni (…), sappiamo che famiglia dei “Mercatante” (Mercadante), era un’antica famiglia prima di Castelluccio e poi di Torraca. Ricordiamo che questa antica famiglia, diede i natali al celebre pittore Biagio Mercadante. Dunque, se la sua ava, Biancuccia Mercadante era proprietaria di Torraca perchè sposa al suo primo marito Tommaso Monforte di Laurito che aveva ricevuto dal Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, il suffeudo di Torraca, e se la Biancuccia era la figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio, può esserci un legame tra questa famiglia ed i Sanseverino di Lauria ? O forse il legame era più semplicemente con Tommaso di Monforte di Laurito che ebbe il suffeudo di Torraca in dono dal Conte di Lauria. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie storiche che riguardano il feudo di Torraca in epoca Angioina ed in particolare all’epoca della Guerra del Vespro siciliano. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. La notizia riguarda in parte il casale ed il feudi di Laurito ed i parte quello (suffeudo) di Torraca, dunque anche del ‘portus’ di Sapri che all’epoca era nel territorio del feudo di Torraca. I documenti pubblicati dalla Mazzoleni e citati da Ebner (…), attestano che ai tempi di Luigi II d’Angiò, nel 1391, Biancuccia Mercatante e suo figlio Antonello Monforte di Laurito, possedessero la metà del suffeudo ed il castello di Torraca ed altri beni burgensatici e feudali (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro. I documenti attestano e citano Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Il 25 marzo 1392 Maso Valente, procuratore di Biancuccia, vedova di Tommaso di Laurito, vendette a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8).“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”, mentre nella sua nota (8), postillava che: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VII 1392 (1391) 25 marzo, XIV – Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. re a. VII”, il testo della Mazzoleni è il seguente: “Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia vedova di Tommaso di Laurito vende a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca, in Principato Citra, che Biancuccia aveva in comune con Antonello, figlio del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi, per il prezzo di 30 once.”. La Mazzoleni, per la pergamena n. VII (Pergamena n. 5) scrive ancora che: “E’ usato lo stile dell’incarnazione fiorentino. Giud. an. ‘ydiota’ Guglielmotto de Sabino in Rocca Gloriosa, not. Giovanni de Caro. Pergamena n. 5.”. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, pubblica l’altro documento o pergamena del 1391 o 1392 del 25 marzo, scritto a Rocca Gloriosa che è l’atto di vendita stipulato a Rocca Gloriosa per 30 once d’oro. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dall Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VII 1392 (1391) 25 marzo, XIV – Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. re a VII. – Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia vedova di Tommaso di Laurito vende a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca, in Principato Citra, che Biancuccia aveva in comune con Antonello, figlio del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi, per il prezzo di 30 once.”. La Mazzoleni, postillava che: “E’ usato lo stile dell’incarnazione fiorentino. Giud. an. ‘ydiota’ Guglielmotto de Sabino di Rocca Gloriosa, not. Giovanni de Caro. Perg. n° 5.”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 5. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, riportava il documento n. VIII e scriveva che: “VIII 1392 (1391) 25 marzo, VI (sic) (XIV), Rocca Gloriosa Luigi II d’A. a. VII. – Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini”, del 14(00), 10 luglio, VIII.”, e postilava che: “Perg. n° 6”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 6. Ebner, nella sua nota (54) a p. 339, postillava che: “(54) Mazzoleni Jole, Pergamene di Laurito, op. cit., p. 153.”. Secondo la Jole Mazzoleni (v. la nota (8): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso”), la metà del feudo di Torraca (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria, che, secondo una pergamena di Laurito, l’aveva dato in suffeudo al feudatario di Laurito, Tommaso di Monforte, marito di Biancuccia Mercadante di Torraca. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Il testo della Mazzoleni per la pergamena n. VII ovvero la pergamena originale n. 6 è il seguente: “Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini” del 14(00), 10 luglio, VII. Perg. n° 6.”. Poi la Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che: “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.”.
Nel 1395, Francesco di Sanseverino, divenne il 1° conte di Lauria
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando del feudo di Tortorella all’epoca angioina e del periodo di successione alla morte di Tommaso III di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano. A Roberto spetta, come da conferma rilasciata due secoli dopo da Luigi XII a Blois nel 1505, insieme a ‘Capaccio’, le terre di ‘Totorella, Trementana, Magliano, Laurino, La Palude (Padula), Montesano, Casalnuovo, Lanza, Lo Tito, Gazanello, La Scalea, Lagonegro, Ravello, Verbicaro e Lo Sasso (35). Nel 1395 Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso che aveva sposato nel 1350 Caterina dei conti di Celano, diventa il 1° Conte di Lauria.”. Nicola Montesano, nell’ultima frase si riferiva a Tommaso III di Sanseverino ed al suo figlio secondogenito Francesco di Sanseverino, figlio della seconda sua moglie. Il Montesano, sulla scorta di Ebner, scrive che Francesco Sanseverino nel 1350 aveva sposato Caterina dei Conti di Celano e nel 1395 divenne il 1° Conte di Lauria.
Ne 4 ottobre 1397, Luigi II d’Aragona assentì e confermò la vendita della metà di Torraca e del castello che passò nelle mani di Matteo Monforte di Laurito
Jole Mazzoleni (…), a p. 127,riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figloli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Pietro Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), parlando di Torraca, a p. 664, scriveva che: “Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, su richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. L’Ebner, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 135, riporta il seguente documento: “X. 1397, 4 ottobre, VI, Napoli Luigi II d’A. re a. XIV” ed il testo della Mazzoleni è il seguente: “Luigi II d’A., a richiesta di Matteo di Monforte tutore di Giovannella e Antonello, figli del fu Tommaso di Monforte e di Biancuccia Mercadante, gli concede assenso e conferma per la vendita della metà del castello di Torraca nelle pertinenze di Policastro e Turturella fattagli da Biancuccia che lo teneva in feudo dal conte di Lauria, verso il quale si devono sempre rispettare gli obblighi feudali.”. La Mazzoleni a p. 135 per il documento n. X (pergamena n. 18), postillava che: “Priv. transuntato il 1528, 14 aprile Laurito a richiesta di Ferdinando Monforte (v. n. 24). Perg. n° 18.”.

(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit. p. 135
La notizia, secondo l’Ebner (v. p. 664), si rileva da un documento di Laurito, il transunto della pergamena VIII, di Roccagloriosa, del giudice Guglielmo di Roccagloriosa e del notaio Giovanni Caso. Sempre l’Ebner (…), a p. 664 del vol. II, riferendosi a Biancuccia Mercatante, in proposito scriveva che: “….gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.” e, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner (…), a p. 339, del suo vol. II, di ‘Chiesa, ecc…’, parlando di Policastro, cita Biancuccia Mercadante di Torraca e, scriveva in proposito: “Il 13 ottobre 1397, a Napoli, arbitri il vescovo di Policastro, per Matteo di Monforte di Laurito, e il milite Roberto di Pantaleone, per Antonio Pellegrino di Diano, (secondo) marito di Biancuccia Mercadante (di Torraca), vedova di Tommaso di Monforte ( di Laurito, prima marito), si giunse ad un accordo circa i diritti dei pupilli di Tommaso, rappresentati da Matteo e quelli di Biancuccia rappresentati dal secondo marito (54).”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, vol. II, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta di Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, a p. 102, parlando di Laurito, in proposito alle origini dei Monforte in proposito scriveva che: “Da un altro ‘Registro’ (7) si apprende che nel 1336 un ramo della famiglia Monforte si era trasferito a Laurito” e, poi scrive ancora sempre a p. 102 che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale però lo ricomprò. Si oppose Matteo di Laurito. Il giureconsulto Matteo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione del feudo di Laurito. Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo ricevendone cento once in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Il 18 novembre 1404 re Ladislao separò (12) il villaggio di Laurito da Cuccaro. Tale separazione, però, non esentò l’antico feudatario dall’obbligo della dipendenza dai Sanseverino conti di Marsico. Infatti, nel 1448 Fancesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione ecc..ecc..”. Jole Mazzoleni, a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “Il Sanseverino, anzi, con il consenso della moglie Caterina di Celano, glielo dona ricevendone ecc… (1). Dieci anni dopo il feudo è diviso in due parti e l’amministrazione feudale è frazionata in due rami dei Monforte, come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Il testo della Mazzoleni per la pergamena n. VII ovvero la pergamena originale n. 6 è il seguente: “Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini” del 14(00), 10 luglio, VII. Perg. n° 6.”. Poi la Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che: “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.”. La Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “XI 1397, 13 ottobre, VI, Napoli, Luigi II d’Angiò re a. XIV – Sorta contea tra Antonio Pellegrino di Diano, marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, e Matteo di Monforte, tutore e balio di Antonello e Giovannella, figli ed eredi del defunto Tommaso per le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, e nella quarta, i contendenti vengono ad uno accordo per salvaguardare i diritti dei pupilli, avendo arbitri della contesa il vescovo di Policastro per Matteo e il milite Roberto de Pantaleone per Antonio Pellegrino.” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”.
Nel 1400, muore Luigi Sanseverino, conte di Marsico e figlio di Tommaso IV
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “VIII…..Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2). Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”.
Nel 1400, Tommaso V di Sanseverino, conte di Marsico successe al padre Luigi
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi a Luigi Sanseverino nella successione del padre Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che dopo la morte di Luigi Sanseverino, successe nella contea di Marsico il primogenito Tommaso V di Sanseverino. Siccome, il Mazziotti scriveva che Luigi di Sanseverino era ancora in vita nel 1400, la sua morte e successione del figlio Tommaso V avvenne nei primi anni del 1400.
Nel 1400, Luigi Sanseverino, figlio di Tommaso IV
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile. Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2). Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Dunque, secondo il Mazziotti, Luigi Sanseverino, Conte di Marsico e figlio del defunto Tommaso IV, ebbe due figli: Tommaso VII e Giovanni Sanseverino che, alla morte dello zio Tommaso V, morto senza eredi, succederà nella Contee dei Sanseverino.
Nel 1400, TOMMASO (VII) SANSEVERINO, conte di Marsico successe al padre Luigi
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone.”. Dunque, secondo la successione e secondo quanto scrive il Mazziotti, alla morte di Luigi Sanseverino, succederà il figlio Tommaso che io chiamo Tommaso VII di Sanseverino che ebbe in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figlia chiamata Diana Sanseverino. Ma purtroppo, la figlia Diana alla sua morte non potè ottenere i feudi e le contee essendo femmina. I feudi e le Contee dei Sanseverino dei Conti di Marsico furono concesse da re Alfonso I d’Aragona che le concesse allo zio Giovanni Sanseverino. Diana non potè ottenere quanto gli spettasse per successione nemmeno alla morte dello zio Giovanni che lasciò i suoi beni ai figli Luigi, Barnaba e Roberto che divenne Principe di Salerno essendo ella dichiarata decaduta per ribellione. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).“. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) ecc…”.
Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao
Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.
Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò
Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.
Nel 1414, re Ladislao I di Durazzo, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.
Nel 1414, muore Ladislao I di Durazzo
Ma i progetti dell’ambizioso sovrano erano destinati a non realizzarsi mai. Colpito da una malattia, re Ladislao I rientrò a Napoli, dove morì il 6 agosto 1414 all’età di appena 38 anni. In molti hanno sollevato il dubbio che la sua morte non sia avvenuta per cause naturali, bensì per avvelenamento, messo in atto da Firenze per liberarsi della sua minaccia. In realtà, si sa che la morte fu dovuta a una malattia infettiva dell’apparato genitale (forse alla prostata), causata dalle abitudini sessuali dissolute e promiscue[1]. Con la sua scomparsa, senza lasciare eredi, la corona di Napoli passò alla sorella Giovanna, che regnò fino alla morte, nel 1435, ultima sovrana della Casa d’Angiò di Napoli. L’imponente monumento sepolcrale nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, fatto erigere dalla sorella Giovanna, ne custodisce le spoglie.
1414 – GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI
Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.
Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli
Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato, vescovo di Policastro, fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto di Principato (12) e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). Dopo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.
Nel 1418, il feudo di Policastro era posseduto da Carlo Carrafa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a pp. 539-540, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Il feudo nel 1418 era posseduto da Carlo Carrafa (14), feudo confermato da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (ducati 5000)) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, ecc…ecc…”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”.
Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna II d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria
Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….
Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”.
Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria
Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…, donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.


(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.
Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.
Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro
Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.
1435 – muore Giovanna II d’Angiò – Durazzo
Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.
Dal 1435 al 1432, Renato di Valois-Angiò
Renato di Valois-Angiò, noto come Renato I di Napoli, detto il Buono (Angers, 16 gennaio 1409 – Aix-en-Provence, 10 luglio 1480), fu Duca d’Angiò e Conte di Provenza e di Forcalquier dal 1434, Duca di Bar dal 1430, e Duca di Lorena dal 1431 al 1453 come consorte di Isabella di Lorena. Fu anche Re di Napoli dal 1435 al 1442, anno della sua deposizione e cacciata dal Regno per mano di Alfonso V, re d’Aragona. Fu inoltre Re titolare di Gerusalemme dal 1438, Re titolare d’Aragona (con incluse Sicilia, Sardegna, Maiorca e Corsica) dal 1466, e, dopo la sua deposizione, anche Re titolare di Napoli dal 1442. Suo fratello Luigi III era stato designato come erede del Regno di Napoli dalla regina Giovanna II, ultima degli Angiò-Durazzo; tuttavia questi morì prima della regina, nel 1434, e tutti i titoli passarono a Renato. Fu per questo motivo che Renato divenne il primo, ma anche l’ultimo, re di Napoli della dinastia dei Valois-Angiò.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840.
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10
(2) Natella P. Peduto P., ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista dell’I.G.M. ‘L’Universo’, ed. I.G.M. Firenze, Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s. (Archivio Storico Attanasio)
(3) Volpe F., Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Storico Attanasio)
(4) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio. Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.
(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

(4)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981
(5) (Figg. 5) “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: “, datato 1 Dicembre 1271, era conservato al Grande Archivio di Napoli, oggi Archivio di Stato di Napoli. E’ un documento d’epoca Angioina, “….in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita”. Il documento Angioino è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25). Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Il documento è stato pubblicato anche dal Carucci C., Codice diplomatico salernitano del secolo XIII, (…), vol. I, ovvero ” 1201-1281- Salerno durante la dominazione sveva e quella del primo angioino – a cura di Carlo Carucci”, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, p. 400 e 401, che postillava a p. 400 che era stato tratto da Minieri-Riccio che a sua volta l’aveva tratto da “Napoli. Archivio di Stato. Reg. Ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, in Minieri Riccio, p. 41”. Minieri-Riccio (…), op. cit. p. 41 e s., pubblica il documento a p. 41 sotto “Anno 1271, indizione 15°, dal 1 Settembre 1271 al 31 Agosto 1272”, e che nella sua nota (172), a p. 118, postillava che il documento era così collocato: “Reg. 1272 A. n. 13 fol. 186-187 t.”. Purtroppo, questo documento angioino non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri, hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta. Purtroppo, la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. Riguardo i Registri Angioini all’Archivio di Stato di Napoli, i Registri di Carlo I d’Angiò, si veda Filangieri R., I registri della Cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di R. Filangieri, Napoli 1950, reg. VI, 427 p. 299; si veda pure: Dierreu Paul, Les Archives Angevines de Naples, etude sur les Registres du Roi Charles I (1265-1285), par Paul Durrieu, Tomo I, Paris, ed. E. Thorin, 1886; Mazzoleni Jole……………………………………………
(…) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651 (Archivio storico e digitale Attanasio)
(…) Bosio (J.) Giacomo, ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso’, Napoli, 1600; si veda vol. III, fol. 177 (Archivio Storico e digitale Attanasio); secondo il Guzzo (…), si veda parte III, a p. 136
(…) Campanile Filiberto, L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (Archivio Storico e digitale Attanasio)
(…) Volpi Giuseppe, Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II° edizione (Archivio Storico Attanasio)
(…) P. Toffiano Ridolfo, Storia della Religion Serafica al lib. II, dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato parla dei monasteri Francescani nel basso Cilento, edificati da Ilaria di Lauria
(…) P. Pietro Antonio di Venezia M.O. Riformato, Giardino Serafico istorico ecc..ecc…L’edizione è di Venezia MDCCX (1710). Si veda la parte III, pag. 489, Capitolo V
(…) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, pp. 67, stà in ‘Coste liguri e tirreniche della penisola’, p. 68.
(…) ibidem, questa carta riprodotta nel testo di Almagià R., op. cit., tav. III, p. 3, crediamo fosse riportato ‘Sapra‘ e non ‘Saprì‘. Noi pubblichiamo quella tratta dal testo di De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, Tav. 1 (Archivio Storico Attanasio)
(…) (Figg…..) tratta da Brotton J., Le grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53
(7) (Fig….) ibidem, questa carta riprodotta nel testo di Almagià R., op. cit., tav. III, p. 3, crediamo fosse riportato Sapra. Noi pubblichiamo quella tratta dal testo di De La Ron-ciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, tav. 1, a colori.

(8) Ebner Pietro, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Roma , 1973, ed. di Sroria e Letteratura (Archivio Storico Attanasio)
(8) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 591, 592. Si veda pp. 538 e s. su Policastro; si veda pure vol. I, p. 592-593; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.
(6) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Storico Attanasio)
(10) Bacchisio Raimondo Motzo, Il Compasso da Navigare, Opera italiana della metà del secolo XIII, Cagliari, Annali della facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Cagliari, VIII, 1947, p. 166.
(11) (Fig….) Carta del Mediterraneo, tratta dall’Atlante Catalano del 1375 (circa), donato al Re di Francia Carlo V, Conservata presso la Biblioteca Nazionale di Parigi e riprodotta dal Mazzetti (Mazzetti E., op. cit., vol. I, Tav. I), Parigi, B.N.P.., Ms espanol 30.

(12) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, si veda vol. I, p. 223 e p. 236, dai seguenti titoli: il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), p. 400 e 401 (Archivio Storico Attanasio – copia digitale. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito). Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il vol. III ha il seguente titolo: ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Il vol. IV ha il seguente titolo: ‘Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV’, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.
(13) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Ho scritto era perchè purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.
(14) (Fig…..) l’immagine è tratta dalla carta nautica più antica conosciuta: la ‘Carta Pisana’, l’ingrandimento ed il particolare delle coste tirreniche dell’Italia meridionale, tratta dal testo di Jerry Brotton, Le grandi mappe, editore Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53.
(15) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965

(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio)

(…) Pasanisi Onofrio, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e sgg.. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)
(…) Santoro Lucio, Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro G., L’Economia della Provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio (1862-1962), Salerno, 1966; si veda pure: Santoro Lucio, ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi immagini, 1982 (Archivio Attanasio)

(16) Vassalluzzo Mario, ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975 (Archivio Storico Attanasio)
(17) Vassalluzzo Mario, op. cit. (16), p. 228.
(…) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amm.va, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(18) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un esemplare che gli fu mostrato da Scipione Volpicella. Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”. In particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (2), riportandone solo l’intestazione (Archivio Attanasio).
(18) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.
(18) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906, ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 2000; si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, ristampa a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento Salerno, 2000
(20) Franciosa L., Il Cilento, ed. ‘Ipocratica’, Serie II, n. 1, Salerno
(21) Cassese L., La statistica ecc.., stà in ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, Salerno (Archivio Storico Attanasio)
(22) Marzolla B., Atlante corografico storico-statistico del Regno delle due Sicilie, Napoli
(23) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli
(24) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Attanasio)

(25) Amari Michele, Storia dei Musulmani di Sicilia, II edizione con note di Carlo Alfonso Nallino, Vol. I-II, ed. Romeo Prampolini, Catania, 1933 – XI.; si veda anche vol. I, p. 344 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: La guerra del Vespro Siciliano, Milano, 1875, vol. I-II (Archivio Attanasio); si veda pure: La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852 (Archivio Attanasio); si veda pure Amari Michele, La Guerra del Vespro Siciliano, ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, 1947 (Archivio Attanasio)
(26) Minieri-Riccio, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s. (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore, per il ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, si veda pure: C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181.
(27) Hillard-Breholles J.L.A., Historia diplomatica di Federici Secundi, Paris, 1852; si veda questo testo fondamentale per i documenti Federiciani-Svevi dal 1215 al 1220.
(28) Gli Archivi Angioini, conservati nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.
(…) Fazello Tommaso, ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560, si veda cap. IX (Archivio Attanasio)
(…) Ruggiero di Lauria, nella prima delle battaglie navali del golfo di Napoli (5 giugno 1284) si scontrò con la flotta angioina comandata da Carlo II “lo Zoppo”, fatto prigioniero. Nel 1285 sconfisse angioini e genovesi e, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, anche Filippo III di Francia “l’Ardito” — in guerra da due anni contro la Corona d’Aragona — nella battaglia navale delle Formiche, presso Roses, in Catalogna. Nel 1288 Ruggiero sconfisse definitivamente gli angioini benché armato solo di quaranta navi contro le ottanta degli avversari, garantendo così la supremazia della flotta siculo-catalana nel Mediterraneo occidentale. Dopo la seconda vittoria Ruggiero, senza l’autorizzazione del re, vendette una tregua al conte Roberto II d’Artois e al cardinale Gerardo Bianchi da Parma. I siciliani disapprovavano tale tregua perché la ritenevano inutile e dannosa; secondo loro la vittoria, favorita dalla vacanza della Santa Sede, avrebbe scoraggiato definitivamente gli angioini da ulteriori rivendicazioni del loro territorio. Tuttavia i rapporti tra Ruggiero e il giovane sovrano si deteriorarono e, quando il primo passò dalla parte degli angioini, Federico fece espugnare il castello (1297) entro il quale si erano asserragliati i ribelli. Per riuscire nell’impresa il re fece costruire una torre mobile in legno, chiamata cicogna, alta quanto la rupe lavica e dotata di un ponte alla sommità per rendere agevole l’accesso al castello. In seguito Ruggiero si trincerò a Castiglione di Sicilia, suo feudo e residenza estiva, dove fu assediato e quindi sconfitto. Arrestato, fuggì da Palermo e abbandonò la Sicilia insieme alla sua seconda moglie, la nobildonna catalana Saurina d’Entença, che diede a Ruggiero quattro figli, Roberto, Berengario, Carlo e Margherita. I suoi numerosi possedimenti in Sicilia, Calabria e Africa furono subito confiscati da parte di Federico. Il 4 luglio 1299, a capo di un’armata angioina composta di settanta galee — trenta delle quali inviate da Giacomo II dalla Catalogna per far fronte agli impegni presi con il papa Bonifacio VIII quattro anni prima nel Trattato di Anagni — sconfisse i siciliani nella battaglia di Capo d’Orlando. Nello scontro seimila uomini della flotta avversaria morirono o caddero prigionieri, ma Federico sfuggì alla cattura. La storiografia ritiene verosimile che la fuga del sovrano sia stata permessa o agevolata da Giacomo e dallo stesso Ruggiero che, nonostante fossero suoi nemici in battaglia, conservavano tuttora legami affettivi, sia di parentela che di pregressa fedeltà. Il 14 giugno 1300, nella battaglia di Ponza, Ruggiero sconfisse la flotta di Federico III, catturando il sovrano e Palmiero Abate. Il re riuscì nuovamente a fuggire, mentre Palmiero morì in prigionia.
(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)
(…) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

(…) Perito Enrico, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s. (Archivio Storico Attanasio); segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure l’opera di Mazzoleni Jole, ‘Gli atti perduti della cancelleria angioina’, parte I, vol. I, a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1939; si veda pure J. Mazzoleni, ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974, p. 36.
(…) Mazzoleni Bianca (a cura di) Gli atti perduti della Cancelleria Angioina transuntati da Carlo de Lellis pubblicati sotto la direzione di Riccardo Filangieri, in ‘R. Istituto Storico Italiano Per il Medioe Evo, Regesta Chartarum Italiae’, parte I, Il Regno di Carlo I, vol. I (a cura di Mazzoleni Bianca), Roma, 1939.

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, la cui datazione potrebbe risalire a molto prima del ‘600. Scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, credeva che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371 (anno 1601-1700). Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (13). Si veda pure Padiglione C. (14), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (4), op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano I, è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit. (6), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v.
I Quinternioni feudali del Regno di Napoli
(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni“. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, a p….., possiamo leggere che: “……
(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.
(…) Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche.

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova
(…) Mercati Giovanni, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo, (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p…. (Archivio Storico Attanasio).
(…) Bianchini Luigi, Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40
(…) Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli
(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, ‘Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).
(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, ‘Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.
(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479.

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.
(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore: Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.
(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia, Unione Grafica, Lugio, 1997 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Azzarà G., I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335

(…) Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986
(…) Sinno A., Commercio e industria nel Salernitano dal XIII secolo ai primordi del XIX secolo, Salerno, 1954, parte II, p. 130 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri Alfonso, Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Mazza Antonio, Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681 (Archivio Storico Attanasio)
(…) De Lellis Carlo, Supplemento a Napoli Sacra di D. Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli, 1654 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure:
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De Lellis, Carlo <fl. 1663-1671>
Caserta : Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893
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di Carlo De Lellis per i Notamenti e repertori della Cancelleria Angioina si veda pure ‘Notamenta ex registris Caroli II: Roberti et Caroli ducis Calabriae’ (ms. del XVII sec.). Napoli: Archivio di Stato di Napoli, vol. III, IV e IV bis.
(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Nel 1947 Bachisio Raimondo MOTZO, pubblicava il testo di un Portolano medievale, il Codice Hamilton 396 (Ms. Hamilton 396), custodito allora presso la Biblioteca dello Stato Prussiano di Berlino (oggi Biblioteca Municipale di Berlino o Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino), un testo anonimo, datato 1296, intitolato Compasso de Navegare. Si tratta del più antico portolano relativo alla totalità del Mediterraneo che sino ad oggi sia stato rinvenuto. È un’opera italiana scritta in volgare, che non si può però definire toscano, genovese o veneziano, essendo frequenti i vocaboli catalani, provenza- li, arabi e bizantini. Si potrebbe parlare, come disse il Motzo, di una “lingua franca” deri- vante dalla fusione di diversi idiomi e dialetti, che veniva parlata dai marinai di tutto il mondo latino per intendersi tra loro. Il lavoro del Motzo non si è limitato alla pubblica- zione di tale manoscritto, peraltro preziosissimo per la mole dei dati contenuti e per la sua originalità, ma è stato accompagnato da una lunga parte introduttiva nella quale è stata affrontata la questione relativa all’origine e all’evoluzione dei portolani e delle car- te nautiche che, nati contemporaneamente, si completavano a vicenda durante la navi- gazione. Il Motzo annunciava inoltre l’intenzione di curare la stampa di altri tre porto- lani derivanti dal Compasso e far così un “Corpus” che evidenziasse il contributo fornito dall’Italia alla Storia della navigazione. Si riferiva, in particolare, ai codici di Grazia Pauli (fine XIV secolo), di Carlo di Primerano (metà XV secolo) e di Giovanni da Uzzano (metà XV secolo), alcuni esemplari dei quali si trovano custoditi nella Biblioteca Nazionale e in quella Riccardiana di Firenze e nella Biblioteca Universitaria di Cagliari. L’avanzare del- l’età impedì al Motzo di portare a compimento il suo progetto, che si interruppe con la trascrizione dei tre manoscritti. Il codice Hamilton 396 – II cosiddetto codice Hamilton, è attualmente custodito nella Biblioteca dello Stato Prussiano di Berlino. Scritto su buona pergamena, misura cm. 21 x 14 e consta di 107 carte. La scrittura è una gotica libraria della fine del XIII secolo. Riguardo al contenuto, esso si divide in tre parti. Nella prima sono descritte le coste da capo San Vincenzo in Portogallo a Gibilterra; seguono le coste della Spagna mediterranea, Francia, Italia, della penisola Balcanica fino ad Istanbul, del- l’Anatolia, Siria, Palestina e ancora dell’Africa settentrionale fino a Capo Spartel, ed infine le coste atlantiche del Marocco fino a Saffì. Sono precisate le distanze tra le diverse loca- lità calcolate in miglia, sempre associate alle direzioni date in base alla rosa dei venti (o compasso). Si trovano poi informazioni sui fondali marini, le correnti, le secche, i venti dominanti e sui procedimenti di attracco e sbarco. La seconda parte ha un doppio ogget- to: da un lato raccoglie un gran numero di traversate o percorsi attraverso il mare aperto (pelei o pileggi) da un punto all’altro generalmente lontani di coste continentali e insulari, con menzione delle distanze e delle direzioni; dall’altro descrive il periplo delle grandi isole: le Baleari, la Sardegna, la Corsica, la Sicilia, le Egadi, le Eolie, Malta, Creta, Milo, Ci- pro. La terza parte, contenente la descrizione delle coste del Mar Nero, è sicuramente un’aggiunta successiva trovandosi dopo l’explicit. Il manoscritto è di origine italiana. Secondo il Motzo sarebbe stato composto in Toscana, più precisamente a Pisa. Infatti la descrizione delle coste catalane, di quelle francesi e provenzali, dell’Italia meridionale e dell’Adriatico è piuttosto sommaria, rispetto a quella delle coste liguri, toscane, corse e sarde. Ciò porta ad escludere Catalani, Francesi, Provenzali, ma anche Italiani del meridione e Veneziani. Due lunghi segni di richiamo al principio della carta 14, descri- zione di Porto Pisano, e all’inizio della carta 15, descrizione di Monte Argentario con por- to Ercole e porto Santo Stefano, che non hanno riscontro nel resto del manoscritto, lo ri- connettono con la Toscana. Con tutta probabilità dovette appartenere ad un navigatore pisano. Il fondo della lingua del Compasso, pur con infiltrazioni di altri idiomi e dialetti, è sostanzialmente toscano, non ripulito dall’uso letterario, ma così come era parlato dai marinai abituati ad andare di porto in porto. Il Compasso non comprendeva in origine la descrizione delle coste del Mar Nero. Se l’autore fosse stato un genovese non avrebbe di certo omesso di descriverlo, essendo fortissimi gli interessi genovesi in quel mare.
(…) Trattasi del già citato portolano pubblicato da B. R. MOTZO sotto il titolo: Il Compasso da Navigare, opera italiana detta metà del secolo XIII, stà in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, Cagliari, voI. VIII, 1947, pag. 166; la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Debanne A., Lo Compasso de navegare, Edizione del Codice Hamilton 396, Editore Peter Lang Gmbh, Internationaler Verlag Der W, 2011, pag. 48. la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Debanne è la pagina n. 17 r (Fig….).

(…..) Debanne Alessandra, Lo Compasso de navegare, Edizione del Codice Hamilton 396, Editore Peter Lang Gmbh, Internationaler Verlag Der W, 2011, pag. 48 (Archivio Storico Attanasio)
(…) De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, pag. 193 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Mallamaci Giorgio, Torraca – Storia di un borgo del Cilento, ed. e-book,
Per la Bibliografia su Ruggiero di Lauria

(…) Palmieri Nicola, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri, Lauria, (PZ), Tipografia editrice F.lli Rossi, ed. 1898 e 1914 (Archivio Attanasio)

(…) Zurita Girolamo, Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49 (Archivio Attanasio)
(…) Caggese Romolo, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, vedi vol. I, pp. 442-443; vedi vol. II, p. 191- 554; dello stesso autore si veda: Caggese Roberto, L’Alto Medioevo, ed. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1937 (Archivio Attanasio)
(…) Summonte G. A., Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli, 1675, tomo II, pp. 294; si veda edizione Gio Jacomo Carlino, Napoli, 1602 (Archivio Attanasio)
(…) Scotti…., Syllabus membranorum ad Regiae Siciliae Archivum pertinientium, Napoli, ed. …., 1814, vol. III, p. 3 (Archivio Attanasio)
(…) Del Giudice Giuseppe, Codice diplomatico del Regno di Carlo I e II d’Angiò – dal 1265 al 1309, Napoli, 1863 (Archivio Storico Attanasio), dove il Del Giudice pubblicava il testo dello Scotti e poi dell’Aprea
(…) Lomonaco Vincenzo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, Napoli, ed……, 1858 (Archivio Attanasio)
(…) Amari Michele, Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII, Palermo, tip. Empedocle, 1842 (Archivio Attanasio)
(…) Pontieri Ernesto, Un Capitano della Guerra del Vespro, stà in ‘ASCL’, I (1931), fasc. III e IV; idem ‘Ricerche sulla crisi della Monarchia siciliana nel secolo XIII’, Napoli, 1958 (Archivio Attanasio)
(….) Augurio Francesco e Musella Silvana, Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo, ed. Associazione Mediterraneo, Lauria, 2000 (Archivio Attanasio)

(…) Moisè Filippo, in questo testo il Moisè pubblica la traduzione di Raimondo Muntaner, Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot, Firenze, 1844 (Archivio Attanasio)
(…) Parisio Prospero, Topografia di Calabria, ed. …..
(…) Visalli V., Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche, Messina, 1900
(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, ed. Loesher, 1889 (Archivio Attanasio)
(…) Menager Leon Robert, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in rivista di ‘Storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 55-70. Il Pratesi (…), ritiene che il Menager abbia dimostrato l’autenticità di un documento del 1065, proveniente dall’Archivio Aldobrandini; si veda pure dello stesso autore: L.R. Menager, ‘Recueil des actes ducs normands d’Italie (1046-1127), I: Les premiers ducs (1046-1087)’, Bari 1981 (Società di Storia patria per la puglia, Documenti e monografie 45), nr. 43, pp. 136-141 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle)’, stà in ‘Roberto il Guiscardo e il suo tempo’, Bari 1973
(…) Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’, ed. Orizzonti Meridionali, 2014 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Finke H., Acta aragonensia, Berlino, 1908 (Archivio Attanasio)
(….) De rebus Regni Siciliae (9 settembre 1282-26 agosto 1283) Documenti inediti estratti dall’Archivio della Corona d’Aragona e pubblicati dalla Sovrintendenza agli Archivi della Sicilia, Palermo, 1882.
(…) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(Fig…) Barrio (…), Tomo V, parte I, libro II, p. 139

(…) Jamison M. Evelyn, Catalogus baronum, ed. ISIPME, Roma, 1972, ristampa (Archivio Storico Attanasio)
(…) Pucci Michelangelo, Tortora – Natura Storia Cultura, ed. Zaccara, Lagonegro (PZ), 2017 (Archivio Storico Attanasio)
(…) AA.VV., ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255
(…) Fulco Amedeo, Memorie storiche di Tortora, ed. Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, nuova edizione Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52
(…) Manco Carmine, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969
(…) Vincenti Pietro, Teatro degli uomini illustri che furono protonotari del Regno di Napoli, Napoli, Gio Battista Sttile, 1607 (Archivio Storico e digitale Attanasio)
(….) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana, ed. Lighnthing Source UK Ltd, 2016 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Pacichelli Giovan Battista, Il Regno di Napoli in Prospettiva, Napoli, ed.
(…) Mons. Damiano D., Maratea nella storia e nella luce della fede, ed. Missioni O.M.I., Roma (Archivio Storico Attanasio)
(…) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651 (Archivio storico e digitale Attanasio)
(…) Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), pARIS, 1886-1887.
(…) G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) ed. Società di Storia Patria, Roma,
(…) Vincenzio N., Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III
(…) Moscati R., Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoetane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.
(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, a cura di Raffaele Ferdinando Marino, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fusco Felice, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in “Euresis”, VIII (1992); ‘Capitulationes et Pacta Terrae Rofrani, ovvero gli antichi Statuti municipali di Rofrano, ivi, XI (1995)
(…) Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Riccardo Filangieri, Introduzione, in Gli atti perduti della cancelleria angioina transuntati da Carlo De Lellis, pubblicati sotto la direzione di Idem, parte I, vol. I («Regesta chartarum Italiae»), Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1939, pp. VII-LII; Idem, Programma di ricostruzione dell’archivio della Cancelleria Angioina, in «Notizie degli Archivi di Stato», VIII (1948), pp. 36-38; Idem, Prefazione, in I registri della cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di Idem, Napoli, Accademia Pontaniana, 1950, pp. V-XII; Idem, Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane compilati da Carlo De Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII (1927), ora in Idem, Scritti di paleografia e diplomatica, di archivistica e di erudizione, Roma, Ministero dell’interno 1970, pp. 173-200; Jole Mazzoleni, Storia della ricostruzione della cancelleria angioina, Napoli, Accademia Pontaniana, 1987; Stefano Palmieri, Degli archivi napolitani. Storia e tradizione, Bologna, il Mulino, 2002, pp. 250 sgg.
(….) Prignani Giovan Battista, riguardo la citazione di Gaetani (…) delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano (o Prignani), di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi e che furono poi pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’, forse raccolte e pubblicate dal Fortunato nell’inedito ‘Codice diplomatico potentino’, costituito da 55 documenti che dal 1178, giungono al 1500, forse pubblicati nel testo ‘Badie, Feudi e Baroni della Valle di ..‘, poi in seguito pubblicate dal Pedio (…). Invece forse si tratta di Prignani Giovan Battista (…), ‘Memorie storiche della città di Salerno’, forse un manoscritto. Manoscritto; 1601-1657 data stimata (codice donato alla Biblioteca Angelica nel 1657). ‘Delle famiglie di Salerno’. Tomo primo (1r). Delle famiglie di Salerno. Tomo secondo (1r del ms. 276); il tomo primo è nel ms. 276. Si veda: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152. G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]. M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]. G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80). In Granito (…), del suo saggio a p. 86, nella sua nota (1) postillava che: : “(1) G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno, manoscritto n. 276, in Biblioteca Angelica di Roma, sul frontespizio leggesi “F. Philippus Vicecomes Episcopus Catanzarij olim Generalis Bibliothecae Angelicae donavit anno 1657.”. La Treccani on-line segnala: Fonti e Bibl.: Arch. segreto Vaticano, Registro Vaticano 42, f. 52; Roma, Bibl. Angelica, cod. 276: G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno normande (ms., 1641), f. 69. Aurelio Musi (…), scrive che questo importante testo del 1600 è conservato presso la Biblioteca Provinciale di Salerno, ms. 19, famiglie 1-103 e presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, Cronache e notizie di famiglie nobili salernitane, ms. X1V-H-22. Sul sito della Biblioteca Angelica di Roma, per il ms. 276, troviamo la seguente Bibliografia: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152; G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “”Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]; M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]; G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]; H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80).


Infatti il Cantalupo (…), nel suo “Il feudo vescovile di Agropoli etc..” che si trova nel Bollettino storico per la provincia di Salerno e Principato Citra’, anno II, n. 2 (1983), a p. 36 nella sua nota (103), postillava che: “(103) ecc..:

(Fig…) Cantalupo, op. cit. in ‘BSPPC’, anno II, n. 2 (1983), p. 36, nota (103)
Dove egli scrive di averli personalmente scoperti nella Biblioteca Angelica di Roma dove essi sono conservati con la collocazione ms. 276 e 277. Il Cantalupo (…), riguardo un documento di Tommaso Sanseverino postillava dei ue testi del Prignano (…), che furono segnalati per la prima volta nel manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (…), da cui ha attinto Rocco Gaetani (…). Il Cantalupo scrive che: “Nei due volumi dell’opera trattò diffusamente, sulla scorta di una precisa documentazione tratta dagli archivi dell’epoca, la storia di 84 famiglie che ebbero feudi e titoli nobiliari soprattutto nel Principato Citra.”.
(…) Pecori G., ‘Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms.’, Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47)
(…) Bruno I., Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino)
(…) Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.
(….) Carcani Gaetano, Constitutiones Regum Regni Utriusque Sicilae, Napoli, 1786 o si veda Liber Augustalis, sui registri della Cancelleria di Federico II di Svevia dal 1239 al 1240 perduti. Si veda pure i Repertori di Sigismondo Sicola,
(…) Ruocco Giobbe, La Provincia di Principato Citra, vista attraverso i documenti della sua storia etc…’, che abbiamo trovato in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, anno II, n.s., fascicolo I Gen. Marz. 1934, XII, in ‘Recensioni’, a p. 313. Giobbe ruocco, pubblica la trascrizione integrale di alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina non ancora andati distrutti dal rogo del 1942 nel sito vicino Nola e la Mazzoleni li utilizza per la ricostruzione.
(….) Tomacelli Domenico, Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, dal 1250 al 1303 di Domenico Tomacelli duca di Monasterace, Napoli, Tip. Fernandes, 1846 (Archivio Attanasio), vedi vol. I
(…) Saba Malaspina, La prima edizione del Liber gestorum regum Sicilie, limitata alla parte iniziale dell’opera, fu pubblicata nel 1713 da Étienne Baluze. Successive edizioni, sempre parziali e non di rado inaffidabili, furono curate da Giovanni Battista Caruso (Palermo 1723), Pieter Burmann e Johann George Graeve (Leiden 1723), Ludovico Antonio Muratori (Milano 1726), Rosario Gregorio (Palermo 1792). Nel 1868 Giuseppe Del Re fornì la prima edizione completa della cronaca riunendo la prima parte (1250-76) pubblicata dal Baluze e la seconda (1276-85) pubblicata dal Gregorio e affiancandola con una traduzione in italiano curata da Bruto Fabbricatore (Saba Malaspina, Rerum Sicularum historia, in Cronisti e scrittori sincroni napoletani, a cura di G. Del Re, II, Napoli 1868, pp. 203-408). Nel 1999 l’esigenza più volte rimarcata di un’edizione critica della cronaca malaspiniana è stata soddisfatta con la pubblicazione dell’ottima edizione curata da W. Koller e A. Nitschke, Die Chronik des Saba Malaspina, in Mon. Germ. Hist., Scriptores, XXXV, Hannover 1999.
Bernat Desclot (o d’Esclot, italianizzato in Bernardo; … – …) è stato un cronista catalano del XIII secolo. Fu autore dell’importante opera Llibre del rei en Pere e dels seus antecessors passats, in lingua catalana, meglio conosciuta come Crònica de Bernat Desclot, stampata per la prima volta nel 1616 e facente parte del corpus delle quattro Grandi cronache catalane. La sua cronaca incomincia nel 1207 e termina nel 1285, trattenendosi più diffusamente sull’epoca al di Pietro III d’Aragona (1276-1285): discorre, in particolare, sul vespro siciliano (come la cronaca di Ramon Muntaner), delle gloriose imprese dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, della prigionia del principe di Salerno Carlo lo Zoppo, figlio di Carlo d’Angiò.
(…) Carini Isidoro, Gli Archivi e le biblioteche di Spagna, Documenti ed allegati annessi alla Relazione di I. Carini, 2 voll., Palermo, 1884; dello stesso autore si veda pure: Carini Isidoro, De rebus regni Sicilie, a cura di I. Carini (anni 1282-83), Palermo, 1882
(….) Scarlata M. e Sciascia L., Documenti sulla luogotenenza di federico d’aragona, acta siculo-aragonensia, fonti per la storia della sicilia collana diretta da francesco giunta, vol. 2, ed. ilapalma, Renzo Mazzone editore, Palermo, 1978 (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda pure:
(…) Scarlata M., Carte reali diplomatiche di Giacomo II d’Aragona (1291-1327) riguardanti l’Italia, Palermo, 1993; Acta siculo-aragonensia, Palermo 1972;
(…) Giunta F., Giordano N., Scarlata M., Sciascia L., Acta siculo-aragonensia, I, 1 Documenti sulla luogotenenza di Federico d’Aragona a cura di, ed. Società Siciliana per la Storia Patria, Palermo, 1972 (Archivio Attanasio)
(…) La Mantia Giuseppe, Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia, vol. I (anni 1282-1290), Palermo, 1917 (Archivio Attanasio)
(…) Muratori Antonio Ludovico, Annali d’Italia dal principio dell’era volgare fino al 1749′, Napoli, 1753, tomo VII (Archivio Attanasio)
(…) Ventimiglia Mariano, Difese storico-diplomatico-legale della giurisdizione civile del monastero di SS. Trinità della Cava nel feudo di Tramutola, Napoli, 1881; dello stesso autore si veda pure: Degli uomini illustri del Real Convento del Carmine Maggiore di Napoli,
- Moreno Echavarría, José María, Los almogávares, Círculo de Lectores.
- Paul N. Morris, We have met devils! The Almogavars of James I and Peter III of Catalonia-Aragon, in Anistoriton, vol. 4, 2000.
