Gli Studi
Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni culti di origine greco-bizantina, come ad esempio quello di S. Sofia.

(Fig…) S. Sofia
S. Sofia
Secondo la Passio, il cui manoscritto più antico, conservato a Londra, è in siriaco e risalirebbe al V secolo ed il cui originale greco potrebbe essere del IV secolo, Sofia era una illustre matrona di origine italica, forse milanese, sposa di un senatore di nome Filandro e madre di tre figlie, a cui aveva dato i nomi delle tre virtù teologali: Pistis, Elpis, Agape. Traducendo in italiano questi nomi di origine greca, si può dire che la madre si chiamasse Sapienza e le figlie si chiamassero Fede, Speranza e Carità. Questo ha fatto nascere in alcuni studiosi il sospetto che non siano figure storiche, ma allegoriche; tuttavia le testimonianze del culto sono molto antiche e sembrerebbero smentire l’ipotesi allegorica. Sofia, dopo la morte del marito Filandro, da lei convertito al cristianesimo, soccorse con i suoi beni i poveri e svolse opera di proselitismo a Roma dove viveva con le figlie di 12, 10 e 9 anni. Denunciata dal prefetto di Roma, Antioco, all’imperatore Adriano, perché con la sua predicazione aveva indotto alcune donne sposate a vivere castamente, confessò davanti a lui la sua fede cristiana e rifiutatasi di adorare gli idoli, egli le fece imprimere sulla fronte il marchio d’infamia e la fece fustigare. Sperando di costringerla a rinnegare Cristo, Adriano fece torturare e decapitare una dopo l’altra le sue figlie sotto gli occhi della madre, che le esortava a restare salde nella fede cristiana, nella speranza della vita eterna. Compiuto il martirio delle figlie, le furono consegnati i loro corpi, che lei seppellì al diciottesimo miglio sulla Via Aurelia, dove morì tre giorni dopo, mentre pregava e piangeva sulla loro tomba, nella quale fu sepolta anche lei. L’anno del martirio fu il 122 d. C., durante il pontificato del papa San Sisto I. Gli Itinerari per pellegrini altomedievali segnalano la tomba di Sofia e delle figlie in un cubicolo (antro) della catacomba di San Pancrazio sulla via Aurelia, dove è tuttora visibile. Le prime notizie del loro culto finora conosciute risalgono al VI secolo e sono contenute nell’Index oleorum del presbitero Giovanni, che per incarico di San Gregorio Magno (590-604) prelevò gli olei dalle lampade che ardevano sulle tombe dei martiri da inviare alla regina Teodolinda a Monza. Nell’elenco figurano anche Santa Sofia e le sue tre figlie sulla Via Aurelia. La loro memoria fu inserita in vari Martirologi in due date diverse: le figlie al 1º agosto e la madre al 30 settembre. Tali date furono recepite anche dal Baronio nella sua edizione del Martirologio Romano. Nel Medioevo la memoria di Santa Sofia era celebrata nella chiesa romana di San Martino ai Monti il 15 maggio. Le Chiese Orientali, invece, celebrano la madre e le figlie in un’unica memoria, il 17 settembre.
Il culto di S. Sofia nel basso Cilento
In diverse località del Cilento, il 15 maggio si festeggia Santa Sofia. La vergine e martire è protettrice dei centri di Celle di Bulgheria (frazione Poderia), Alfano ed Albanella e si venere anche a Terradura (Ascea) e Piano Vetrale (Orria). A caratterizzare queste festività è la processione in stile cilentano che si snodo lungo le principali vie del paese. Talvolta in concomitanza si tiene anche una fiera, come accade ad Alfano. In serata, invece, i rituali religiosi cedono il posto alle programmazioni civili, con concerti musicali. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”.
Il culto di S. Sofia a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca
Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Il Natella e Peduto scrivono: ”Il Gaetani (18), ricorda come esistessero nella Diocesi di Policastro, a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca, chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia.”. Il Gaetani (…), in un suo pregevole saggio sulla storia di Policastro, scriveva: “è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, …si disputa fra gli storici. La S. Sofia celebrata da tutti è tradizionalmente legata a memorie greche, ….che la S. Sofia di provenienza greca altra non fosse che quella medesima, a cui l’imperatore Giustiniano dedicò il celeberrimo tempio di Costantinopoli ecc..E’ tutt’ora in Torraca un luogo che chiamasi di S. Sofia, ove la santa in un tempietto a lei inalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto dalle scarsissime carte del nostro Archivio, che al 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso, che mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine de’ Cortici, a S. Rocco ed a S. Sofia, di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.” . In seguito, il Falco (…), hanno scritto sulle “reliquie bizantine in Roccagloriosa (con tarde pitture di quello stile)”,……….Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 (v. Fig….), che posseggo.

parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….”. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso.




(Fig….) Rocco Gaetani (…), pp. 23-24-25 e p. 29 (note bibliografiche)
I casali di Celle di Bulgheria, Poderia e S. Severino di Centola (o di Camerota)
Riguardo il piccolo casale di Celle di Bulgheria, Biagio Cappelli (…), nel suo saggio ‘Di alcuni manoscritti italo-greci‘ (…), a p. 305, scriveva in proposito: “S. Nilo di Rossano che venne appunto tonsurato monaco nel monastero di S. Nazario, che sorgeva sul luogo omonimo presso San Mauro La Bruca, mentre poi ad esso nei momenti di pericolo rivolsero, tra altri, i loro passi S. Saba di Collesano, che si fermò sulla marina di Palinuro, e S. Fantino e S. Nicodemo del Cirò, che trascorsero parte della loro esistenza nelle vicinanze di Celle di Bulgheria (36).”. Il Cappelli (…), postillava in proposito a p. 312, nella sua nota (36): “(36) Vita di S. Nilo Abate etc., cit. pp. 6 e s.; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc. (ed. Cozza-Luzi), Roma, 1893, p. 50; S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo, e ‘S. Nilo e il cenobio di S. Nazario’, e ‘Il Mercurion’, in questo volume.”. Nell’edizione del Rocchi ‘Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo’ (…), a p. 7-8-9, si ipotizzava che S. Nilo si fosse recato nei monasteri basiliani del ‘Mercurion’, che il Cappelli (…), credeva fosse da ubicarsi nell’attuale basso Cilento, sulle nostre terre, dapprima come monasteri basiliani, poi in seguito trasformatisi in benedettini. Secondo il Cappelli (…), alcuni monaci basiliani come S. Saba, S. Fantino e S. Nicodemo del Cirò, trascorsero parte della loro esistenza in alcuni monasteri nei pressi di Celle di Bulgheria, identificando l’area del Mingardo e sotto la montagna del Bulgheria come il ‘Mercurion’. Il Laudisio (…), scriveva in proposito: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma ecc.., I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Il Laudisio, alla sua nota (47) dice di aver tratto la notizia dal testo di Platino, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573. Anche queste notizie, intorno alle origini dei due calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, andrà ulteriormente indagata. Queste terre rivestono una importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (…). La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9; vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola (vedi Di Luccia). L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Natuaralmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. La notizia che alcuni paesi, sono sorti in epoca Normanna, nel 1065, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, tratta dal Laudisio (…), a sua volta tratta dal Barrio (…) o dall’Ughelli (…), secondo cui “in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso, sulle rovine dell’antica Vibona, un volta sede vescovile, ecc…”. Sempre dal Laudisio (…), apprendiamo che il 25 gennaio 1630 monsignor Feliceo, Vescovo di Policastro, giunse in visita pastorale alla chiesa parrocchiale di Celle di Bulgheria, S. Maria ad Nives.
L’Antonini, Poderia e Celle di Bulgheria
Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando di Celle di Bulgheria, a p. 387, scriveva che il casale di ‘le Celle’ (Celle di Bulgheria), sia stato un casale di Roccagloriosa insieme a quello di Acquavena: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. “. L’Antonini (…), scriveva che Celle di Bulgheria (“le Celle”), era un “casale della descritta Rocca” (riferendosi a Roccagloriosa).

(Fig….) Antonini (…), Parte II, Discorso …., p. 387
Poderia
Poderia, frazione di Celle di Bulgheria, è un piccolo borgo dal quale si raggiungono facilmente i sentieri che portano al Monte Bulgheria. Come Celle di Bulgheria, ha una storia profondamente legata all’Oriente, testimoniata ancor oggi dal culto a Santa Sofia, santa orientale. Fu a lungo feudo baronale, e conserva la chiesa trecentesca dell’Assunta, con aggiunte in stile barocco, e la cappella di San Michele Arcangelo, con caratteristico campanile a cipolla di forma “bulgara”.

(Fig….) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio).
La chiesa di S. Sofia a Poderia
Anticamente questo santuario era una piccola cappella, le cui origini si possono dedurre solo grazie ad alcuni documenti conservati nell’archivio della diocesi di Teggiano-Policastro, che non vanno aldilà del 1500. Esistono anche cronache di visite pastorali alla cappella di Santa Sofia. Una leggenda molto particolare ruota intorno alsantuario di santa Sofia. Si racconta infatti che la cappella originaria venne fatta spostare per proteggere gli abitanti di Poderia dai fenomeni franosi del Monte Bulgheria. La statua in legno di santa sofia che ancora oggi è venerata, venne acquistata a Napoli verso il 1820 per 120 ducati del Canonico Don Antonio De Luca. La scultura che vediamo rappresenta santa sofia con davanti le tre figlie, Fede, Speranza e Carità.
Cappella San Michele a Poderia
Da Erika Pitta (…), in un sito del Liceo Parmenide di Vallo della Lucania, leggiamo che: “La cappella di san Michele è una testimonianze della seconda metà del 1700. Molto particolare risulta essere la forma del suo campanile, a cipolla; forma che ha tratto in inganno molti studiosi attribuendogli origini basiliane. Invece da recenti studi queste ipotesi sono state abbandonate, in quanto, dalla struttura architettonica si capisce che ha più origini settecentesche. Addirittura il campanile sembrerebbe un’aggiunta posteriore al corpo della cappella. Molti anziani di Poderia riferiscono che la cappella di san Michele prima era denominata chiesette di san Teodoro.”. Da Vincenzo De Luca, invece leggiamo che: “La cappella di San Michele compare negli atti del 1761, ma un’iscrizione sul portale riporta la data”A.D. 1752”. E’ probabile, però, che sia risalente all’ epoca bulgara (XV secolo). Lo testimonia la forma del suo campanile in stile orientale e il fatto che prima di essere intitolata a San Michele era detta “chiesetta di San Teodoro”.

(Fig….) Il campanile della cappella di S. Michele a Poderia
Nel X secolo, igumeni e monaci si imbarcavano al porto di Sapri o di Maratea
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 256, riferisce un’interessante notizia e, scriveva in proposito che: “Per i consueti pellegrinaggi presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, una prassi per il basiliano, igumeni e monaci dell’archimandritato carbonense si imbarcavano dal porto di Maratea o da quello di Sapri (61).”. Il Campagna (…), nella sua nota (61), a p. 256, postillava che: “(61) J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit; G. Giovannelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. E’ una notizia che ci lascia un pò perplessi ma estremamente interessante. Dunque, il Campagna, sulla scorta del Cozza-Luzi (…) e del Giovannelli (…), sosteneva che dal porto di Sapri e di Maratea, si imbarcavano igumeni e monaci dell’archimandritato Carbonenense, per recarsi in visita e pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Il Campagna (…), nelle sue note bibliografiche, citava i due testi del Cozza-Luzi (…) e, quello di padre Germano Giovannelli (…), su S. Nilo da Rossano. Si tratta del testo di Germano Giovannelli (…) ‘Vita di san Nilo di Rossano : fondatore e patrono di Grottaferrata’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol….. (1966), pp……Credo che il Giovannelli (…), traesse la notizia, dall’opera agiografica della ‘Vita’ dei due Santi fratelli, S. Saba e S. Macario, i quali, si fermarono nella zona del Lagonegrese e dei quali si parla proprio nell’opera agiografica dedicata ai due santi, l’opera del patriarca di Gerusalemm Oreste: ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, il cui manoscritto fu pubblicato dal sacerdote Cozza-Luzi (…). Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su S. Saba, ha scritto il Troccoli (…), a p. 47 che, nel 1986, parlando del “Latinianon”, scriveva: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Ma più che a questi l’influenza bizantina nella zona fu dovuta all’azione efficace ed energica di S. Saba che nel Mercurion ecc…Dal Monastero di S. Lorenzo e dalla vicina Episcopia S. Saba iniziava l’opera di espansione del monachesimo basiliano che doveva poi allargarsi alle coste tirreniche dell’attuale basso Salernitano. Il Santo spesso si allontanava dal suo Monastero di S. Lorenzo per ispezionare i vari cenobi disseminati nel territorio di Lagonegro e di Monte Bulgheria. L’azione ispettiva di S. Saba venne ereditata, alla sua morte, dal fratello San Macario e alla morte di questi dal monaco Luca. A quest’ultimo si attribuiscono i monasteri di SS. Elia ed Anastasio di Carbone e il monastero di S. Giuliano nell’alta valle dell’Agri.”. Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Vera Falkenhausen, a p. 62 (…), scrive in proposito agli insediamenti basiliani nella nostra regione che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”. Ritornando alla notizia riferitaci da Orazio Campagna, tratta dal Giovannelli (…), andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui, stando alle parole del Campagna, che era prassi fra igumeni e monaci basiliani dell’Archimandritato Carbonense, di recarsi in pellegrinaggio presso le tombe degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, e che essi partivano dai porti di Sapri e di Maratea. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’.

(Fig…) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ed. Cozza-Luzi (…), p. 41
Origini e Storia del Monastero di San Nazario a San Mauro La Bruca (SA)
Don Aniello Adinolfi (…), sul sito dell’Abbazia Italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata nel Lazio, in proposito scriveva che: “Nell’anno 939 circa, il giovane trentenne Nicola, proveniente da Rossano Calabro, raggiunse l’Abbazia intitolata al grande martire s. Nazario, per realizzare la sua vocazione monastica e consacrarsi al servizio di Dio. Ricevuto l’abito dalle mani dell’egumeno, cambiò il nome di battesimo in quello di Nilo. In quell’Abbazia, il monaco Nilo rimase quaranta giorni, impiegati nella preghiera, nelle pratiche ascetiche e nello scrivere con la sua bella grafia sulle pergamene. Rimproverò anche un tiranno locale, chiamato “Conte”, per la sua condotta immorale e gli profetizzò la prossima misera fine, come poi si verificò. Dopo quel tempo, ritornò dai santi Padri del Mercurion, rifiutando di diventare egumeno di un monastero vicino a quello di San Nazario. L’Abbazia di San Nazario, al tempo in cui san Nilo vi ricevette l’abito monastico, ospitava una piccola comunità di monaci greci ed era una delle tante Abbazie esistenti nella zona, fondate in gran parte dai monaci fuggiti dall’Oriente a causa delle persecuzioni iconoclaste e da quelli che avevano lasciato la Sicilia quando l’isola fu occupata dagli Arabi. L’Abbazia di San Nazario, collocata in una valle, sulle rive di un fiume, si trovava al centro di quella che oggi è conosciuta come la Valle del Lambro e del Mingardo, e che fa parte di un territorio più ampio, il Cilento. Essa, distrutta certamente dai Saraceni – le cui razzie furono predette dallo stesso s. Nilo – fu rifondata dopo il Mille dai monaci benedettini. L’Abbazia continuò ad esistere fino al XVI secolo, quando fu data in Commenda dal Papa Pio IV al Capitolo della Basilica Vaticana. E così, dal 1564 fino a tutto il XVIII secolo, l’Abbazia di San Nazario, esente dalla giurisdizione del Vescovo di Capaccio, dipese dal Capitolo di San Pietro, che amministrava i numerosi beni, come risulta da un inventario del 1613 conservato nell’Archivio storico della Diocesi di Vallo della Lucania. Non lontano dall’Abbazia, sulla riva opposta del fiume sul quale sorgeva, si costituì fin dalle origini un piccolo centro abitato, che prese lo stesso nome dell’Abbazia, e che fu anch’esso soggetto al Capitolo di San Pietro. Ai nostri giorni, San Nazario è una piccola frazione del Comune di San Mauro La Bruca (SA), e i suoi abitanti sono tenacemente legati alla loro chiesa parrocchiale, che, seguendo l’antica tradizione dei padri, continuano a chiamare l’Abbazia. L’attuale chiesa parrocchiale, edificata nella forma attuale nel 1730 e soggetta da allora a numerosi interventi di restauro, sorge sul luogo in cui si trovava l’antica Abbazia, nella quale s. Nilo divenne monaco. Il compianto parroco Mons. Pasquale Allegro (1913-1994), che ha curato le parrocchie di San Nazario e di San Mauro La Bruca per 45 anni, nell’eseguire lavori di restauro alla chiesa parrocchiale di San Nazario, ritrovò l’abside semicircolare dell’antica chiesetta dell’Abbazia, inglobato nell’arco maggiore dell’attuale chiesa, quando essa fu costruita nel 1730. Egli, originario di Rofrano, fece conoscere con tenacia le origini delle comunità, legate al monachesimo greco, e fu in contatto epistolare con Padre Germano Giovanelli, ieromonaco dell’Abbazia Greca di Grottaferrata. Nel 1980, a conclusione dei restauri eseguiti nella chiesa parrocchiale, fece realizzare tre artistiche tele, collocate sul soffitto della navata centrale, opera del pittore Vito Formisano di Vallo della Lucania. Le tre tele raffigurano: il martirio di s. Nazario in Milano, il ritrovamento del corpo incorrotto del Martire per opera di s. Ambrogio e la monacazione di s. Nilo nell’Abbazia di San Nazario. Nel 1984, a conclusione del suo servizio pastorale nella Parrocchia, il parroco fece apporre in chiesa una lapide che ricorda proprio questo ultimo episodio. Il lavoro di Mons. Allegro ha dato ottimi frutti: nel 2004, anno millenario della morte di s. Nilo e della fondazione dell’Abbazia Greca di Grottaferrata, alla presenza di Mons. Giuseppe Rocco Favale, Vescovo di Vallo della Lucania, Ordinario diocesano e di Padre Emiliano Fabbricatore, Archimandrita Esarca dell’Abbazia di Grottaferrata, la piazza principale del piccolo centro di San Nazario fu intitolata a s. Nilo, e nella chiesa parrocchiale, dopo la Divina Liturgia in rito greco, l’Archimandrita benedisse un’artistica icona del Santo monaco, che è collocata in una cappella laterale. L’allora parroco, che fece realizzare questa icona, istituì anche la festa di s. Nilo, che si celebra l’ultima domenica di settembre. E così s. Nilo è ritornato a San Nazario, dove più di mille anni orsono si consacrò a Dio nella vita monastica. Oggi la sua icona è venerata e il suo nome è invocato, accanto a quello del taumaturgo Martire Patrono, s. Nazario, in cui onore si celebra la solenne festa del 28 luglio. La comunità di San Nazario conserva poi l’indelebile ricordo dell’affabile figura di Padre Emiliano, Archimandrita dell’Abbazia di Grottaferrata, che nella Divina Liturgia celebrata nel luglio del 2004 nella loro chiesa, ebbe a dire: “È così bello questo luogo, che se avessi molti monaci li manderei subito qui a rifondare l’Abbazia”.”.
Sulle origini di alcuni monasteri: Rofrano
L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, a proposito di Rofrano, è il secondo a parlare, dopo il Muratori (…), scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (1), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. Pietro Ebner (3), scriveva in proposito: “Certamente l’abitato (Rofrano Vetere) riprese vita dopo l’arrivo dei religiosi italo-greci estendendosi intorno alla chiesa di S. Maria, ubicata dove poi sorse il palazzo baronale (v. nel sugello del Comune il monaco prostrato ai piedi della Vergine Maria, leggenda in esergo).”. Sempre l’Ebner, proseguendo il suo racconto scriveva: “Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Domenicantonio Ronsini, nel 1873, scriveva sulle origini di Rofrano: “Egli è naturale che Rofrano nuovo sia derivato dall’antico. Esso si formò intorno ad un Cenobio di Basiliani sito presso la Chiesa di Grotta Ferrata, dove ora torreggia il palazzo Baronale. Quivi si ridussero gli abitanti di Rofrano Vetere, e vi si formarono una mediocre agglomerazione con altre avveniticci di un paese, sito su di una balza tra Rofrano, e Laurino che vien chiamato Fugento in ‘Diploma di Ruggiero (Antonini, Lucania). Si serbò memoria del fatto dell’antico suggello di Rofrano, che ha l’effige della SS. Vergine con un Basiliano proteso ai suoi piedi, ed all’esergo il nome del Comune. E’ innegabile, che i conventi ecc…Quindi l’antichità di Rofrano nuovo si riduce a quello del Basiliano Cenobio. Or in qual anno questo fu fondato?”. A questo punto, il Ronsini, scrive sul Cenobio basiliano di Rofrano, citando le precedenti donazioni fatte da re Guglielmo prima che le confermasse re Ruggero II: “Dunque il Cenobio di Rofrano esisteva già nella seconda metà del secolo XI.”. Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area: “Fin dal 400 d.C. l’area che va da Laurino a Rofrano fu all’avanguardia del Cristianesimo: vi si innalzarono numerosi templi: sotto Gisulfo, in una grotta del monte ‘Costa della Salvia’ fu innalzato un altarino in legno a S. Michele, a devozione del Santo protettore dei Longobardi. In quell’epoca si levò la voce e l’esempio di S. Eliena (detta comunemente Elena) da Laurino, ‘Beata Eliena non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est’, la quale consacratasi all’amore di Dio, della penitenza di una grotta in località ‘Pruno’ nei pressi di Rofrano Vetere, non lontano da un Cenobio di monaci Basiliani, soffrì e pregò per i peccatori fino al giorno della morte. “L’Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo e rattoppando le tonache de’ monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni” Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (5).”. Il Ronsini, scrive: “Dunque bisogna indietreggiare la fondazione del Cenobio almeno nell’antecedente secolo X. E ce ne porge un altro plausibile documento. S. Nilo (Vita di S. Nili, interprete Sirleto penes Marten Vet. Script. Coll. I. VI c. 715. Salmon. t. XXIII), nato in Russano nel 906 ecc…Fu tra noi in questa contrada, ed ebbe stanza in Rocca Gloriosa dove aveva un romitorio nel Cenobio dei Benedettini detto di S. Mercurio e vi fabbricò un Romitaggio, ‘et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’ (Santorio in Hist: Carbon. Monast. f. 29) Abitò pure nell’altro romitorio di benedettini in S. Nazario. Indi fu accolto trionfalmente in Montecassino, dove riformò i monaci di quel celebre Monasterio, trattenne 15 anni tra i Benedettini di Casaluce. Era in Roma ecc…”. Poi il Ronsini, si chiede se il Cenobio di Rofrano fosse stato fondato da S. Nilo, o lo trovò già fondato?. La Badia di Rofrano ebbe il titolo di Grotta Ferrata da quella di Tuscolo (Frascati), o viceversa? Scrive il Ronsini: “A me pare che lo trovò già fondato: primo perchè il greco biografo di S. Nilo, che narra le altre fondazioni, tace di questa, secondo perchè altrimenti la nostra Badia nel breve spazio di tempo di una ottantina di anni (quanti ne corron da S. Nilo al Duca Ruggiero) non poteva giungere al grado di grandezza, che descriversi nel Diploma. Quindi parmi ancora che essendo posteriore la fondazione di Frascati potè solo ricevere non già dare il titolo di Grottaferrata.”. Poi il Ronsini, parla dei ruderi di un Monastero che esisteva a Rofrano Vetere (il vecchio Rofrano), ricordato nella Vita di S. Elena o Eliena di Laurino.


(Fig….) Pagine di storia tratte dal Ronsini (…)
Note bibliografiche:
(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(2) Gay I, L’Italie meridionale et l’Impire byzantine etc, Paris, 1904 e si veda pure:

(3) Schipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923, pag. 96 e 97, si veda pure: a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.
(4) Zancani-Muntuoro P., Siri-Sirino-Pixunte, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, XVIII, 1949, pp. 15 e s.
(5) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996; si veda pure: Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII; si veda pure: Rohlfs G., Colonie galloitaliche sul Golfo di Policastro (Galloitalienische Sprachkolonien am Golf von Policastro (Lukanien), in Zeitschrift fur Romanische Philologie, 61, 1941, pp. 79-113, stà in Rohlfs G., Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, ed. Congedo, Galatina (LE), 1988, ristampa anastatica, pp. 39 e s.
(6) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 69 e p. 73 del testo di Visconti, p. 17 e s.
(7) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio)
(8) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2

(9) Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e, stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 295 e s.; il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43); sul Monastero di Centola si veda p. 398. Il Tancredi, cita poi l’Ughelli (…) e poi nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il Cappelli che per parlare dell’etimo, trae la notizia dal Codice greco Latino del 1482, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, Cod. Vaticano Latino 9239. Si tratta del codice manoscritto latino, di cui ha parlato Salvatore Gemelli, op. cit. (33).
(10) Natella P. Peduto P., ‘Pyxous – Policastro’, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 508 e s. ; si veda anche Porfirio (10).
(11) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978
(12) (Fig…) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

(13) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio)
(…) Troccoli C., Montesacro antichissimo santuario basiliano, ed. Laurenziana, Napoli, 1986 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).
