Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo saggio cercherò di fare il punto su un’antichissima necropoli sorta nelle campagne sapresi, di cui oggi si vedono le antiche vestigia.
La fascia costiera di Sapri, dopo la preistoria e prima dell’epoca romana
Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia. Nell’Aprile del 1995, consegnai a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“. Nello studio, raccoglievo e citavo tutti i miei precedenti studi fatti sulla zona di Sapri, i documenti e le testimonianze del passato che da anni erano stati oggetto dei miei studi. Nella Relazione, a p. 7, parlando di alcuni rinvenimenti riferibili ad un’epoca precedente a quella romana, citavo le archeologhe Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, che in un loro pregevole studio sulle ricognizioni e ricerche nel Golfo di Policastro (…) così si esprimevano: “La lettura globale dei dati raccolti lascia immediatamente intravvedere una documentazione straordinariamente ricca per le fasi più antiche della presenza umana dell’ambito in esame. Essa, infatti, si estende per lungo periodo che va dal Paleolitico inferiore sino all’età del Bronzo.”(7). Nella mia nota (7), postillavo che: “(7) Fiammenghi C.A., Maffettone R., ‘Ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro’, stà in “A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988.”, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, pag. 36.”. Continuando il mio racconto in proposito scrivevo che: “La carenza di documentazione dal Bronzo finale e per la successiva età del Ferro, peraltro più volte sottolineata, sembra allo stato attuale dalle indagini, da connettere probabilmente più alla lacunosità delle ricerche che non ad una effettiva mancanza di testimonianze.”. Continuando il mio racconto, citavo ciò che in proposito scriveva l’archeologa Giovanna Greco (…) e scrivevo che significativo in proposito è quanto scriveva a p. 18, dell’op. cit: “; ed infine, estremamente significative sono le tombe recuperate a Torraca (22) i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte (23).”. Giovanna Greco, a p. 18, nella sua nota (22), postillava che: “(22) W. Johannowsky, Atti, XXII, CSMG, Taranto, 1982, p. 422.”. Johannowski, citato dalla Greco, si riferiva ai ritrovamenti fatti in località Madonna dei Cordici. La Greco (…), nella nota (23), postillava che: “(23) Il modello di “colonizzazione indigena della costa” proposto per la prima volta da E. Greco va sfumato ed articolato in quel più complesso fenomeno di incontro-scontro tra le diverse realtà cantonali indigene e quella greco-coloniale dove la possibilità di una comune gravitazione tirrenica consente la partecipazione alle grandi vie di traffico commerciale marittimo ed all’interno, con il controllo dei valichi, forme di contratatto e grado di intensità di traformazioni di volta in volta differenti ed articolati.”. A p. 7, continuavo il mio racconto e parlando di ‘Scidro’, citando l’Archeologa Giovanna Greco (…), in proposito scrivevo che ella, in un suo scritto, sosteneva che: “Il recente recupero a Sapri alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (…). Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (…). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…). “. Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, nello stesso testo, a p. 38, in proposito ai rinvenimenti nell’area scrivevano che: “I rinvenimenti di ceramica a vernice nera della fine del V sec. a. C. da Vibonati (loc. S. Lucia), Tortorella (loc. Reggiano), Torraca (loc. Madonna dei Cordici) e Sapri stessa (loc. S. Croce), sono già da correlare ad una trasformazione dell’assetto territoriale legata al fenomeno della “sannitizzazione”.”.
Nel IV sec. d.C., Macrobio nei suoi “Saturnali” cita lo scrittore antico “Pestano” cittadino di Vibone
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania – discorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 428, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di ‘Vibone’ scriveva che: “Fu cittadino di ‘Vibone’, Pestano, antico scrittore, di cui ‘Macrobio’ nè ‘Saturnali’ al lib. 6 fa menzione. Verisimilmente il porto dè Vibonesi doveva esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi ed antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che Macrobio (…), nella sua opera “Saturnali” (libro 6) citava lo scrittore antico “Pestano” che fu cittadino di Vibone. Antonini non dice nulla di più. E’ una notizia interessante che dobbiamo ulteriormente indagare. Macrobio visse nel IV secolo d.C.., ma, lo scrittore antico che l’Antonini chiama “Pestano” non si è capito chi fosse. Vediamo ora il Libro 6 dei ‘Saturnali’ dove l’Antonini scrive che Macrobio lo cita. Ambrogio Teodosio Macrobio (in latino: Ambrosius Theodosius Macrobius; 385 circa – 430 circa) è stato uno scrittore, grammatico e funzionario romano del V secolo. Studioso anche di astronomia, sostenne la teoria geocentrica. I Saturnalia, la sua opera principale, sono un dialogo erudito che si svolge in tre giornate, raccontate in sette libri, in occasione delle feste in onore del dio Saturno. L’opera ha un carattere enciclopedico ed è centrata principalmente sulla figura di Virgilio, anche se i suoi contenuti spaziano dalla religione alla letteratura e alla storia fino alle scienze naturali. Macrobio contribuì significativamente all’esegesi dell’Eneide e dell’opera di Virgilio più in generale; inoltre è grazie a lui se ci sono pervenuti frammenti di vari autori famosi, tra i quali spiccano Ennio e Sallustio, e se si è mantenuto il ricordo di poeti meno conosciuti come Egnazio e Sueio. Gli argomenti sono molto vari: dal nome e dall’origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. È questa la parte più ampia e la più sentita (libro III-VI). Si discorre di passi difficili e controversi, della superiorità rispetto ad Omero dei rapporti fra Eneide e poesia latina arcaica ecc. e si conclude con discussioni sugli insulti e su risposte a vari quesiti quale il famoso: è nato prima l’uovo o la gallina? (Ovumne prius fuerit an gallina?) (libro VII però incompleto). Assai raramente Macrobio accenna alle proprie fonti immediate, tra le quali furono senza dubbio Aulo Gellio e Plutarco, forse Varrone. Riguardo ai ‘Saturnalia‘ di Macrobio vorrei citare una citazione del sacerdote Luigi Tancredi (….), che nel 1978, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a p. 47 parlando dei passi di Diodoro Siculo (nel Libro XI, pp. 471-72) che parlava di Micito, signore di Reggio e di Zancle che si dice avesse fondato la città di Pixunte (Pyxous), il Tancredi scriveva che: “Conferma la proibità di Micito la Macrobio in “Saturnal. 11: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est ecc.. Anassilao messeno, che fondò Messina di Sicilia, fu tirannodi Reggio. Egli, allorchè lasiò i figliuoli piccoli, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela: e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del Re. Quando i fanciulli ebbero raggiunta l’età, affidò loro il supremo comando e i beni; ed egli raccolse le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò in Olimpia.”. Il passo di Macrobio citato da Tancredi è interessante ma a me pare strano che egli abbia scritto “Saturnal. 11”, in quanto i libri contenuti nei Saturnalia di Macrobio sono 7 e non 11. Tuttavia, se la notizia e la citazione del Tancredi è veritiera è la riprova che nei ‘Saturnalia’ Macrobio raccontava anche dell’antichissima città di “Pixunte” che gli storici dicono essere fondata da Micito di Reggio e, quindi la citazione dell’Antonini può essere corretta.
La via San Paolo


(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati e da li si collega a S. Marina
Da secoli, esiste un collegamento stradale che, nell’antichità, univa alcuni centri della corolla collinosa a ridosso della fascia costiera. Si tratta di una strada interpoderale che corre lungo la dorsale costiera, chiamata via S. Paolo. Nel territorio saprese, un tempo facente parte del feudo dei Palamolla di Torraca, si imbocca all’altezza dell’attuale locale ‘Capannelle’, che si può ritrovare lungo la SS. che da Sapri corre verso Torraca. Come si può vedere dalla vista del satellite di google maps, la via S. Paolo, corre lungo la dorsale costiera e collega le campagne Sapresi, con Vibonati e da lì porta a S. Marina. L’attuale località vicino il locale ‘le Capannelle’, denominata ‘Torrette Tempe’, molto vicina alla contrada dei ‘Codici’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri. Proprio in quelle contrade, oltre ai ruderi della chiesetta di Santa Maria di Porto Salvo che vediamo illustrati nell’immagine, vi è anche una strada interpoderale e sterrata, sulle mappe chiamata “via San Paolo”. Questa contrada è stata sempre nel territorio della Baronia di Torraca, prima Universitas Aragonese e poi infine Comune, ma come si può ben vedere nell’immagine del satellite essa è posta non molto distante dalla costa di Sapri, con la sua ampia baia. Nei pressi di queste collinette vi è il Santuario dedicato a Santa Maria dei Cordici e il Seminario vescovile di ‘Pietradama’ che, Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p. 248 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani): “…guardando in alto, vedo il colossale e incompleto Seminario di Pietradama, che spaventò il dittatore d’Italia nelle acque di Sapri.”. Oggi, guardando le mappe, la località è chiamata “Torrette Tempe”. Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio Saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza del locale le ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, molto vicina alla contrada dei ‘Cordici’ , è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale ……….del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri. Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (…), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella sua descrizione del ‘Principato Citra’ (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri , oggi nominata Li Bonati…” (…). Scipione Mazzella Napolitano, forse sulla scorta di altri che lo precedettero, affermava che il luogo di Sapri nel 1568, fosse nominato ‘Li Bonati’. La carta d’epoca aragonese dell’immagine Fig. 1, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘, cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta in questione da noi pubblicata (Fig. 1), colloca il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, forse l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ vescovile ‘Fanuele’. Infatti nella carta in questione il luogo viene proprio posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di importanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Questo territorio, presenta delle importanti fonti sorgive che alimentavano certamente in epoca romana, le ville romane e le strutture portuali a S. Croce in epoca romana, attraverso gli acquedotto che scendono al Porto di Sapri. Inoltre, dobbiamo segnalare che le fonti sorgive presenti nella località dove oggi è presente una chiesetta detta la Madonna dei Cordici, potrebbero avvalorare l’ipotesi del significato dell’etimo: ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: “Bevo alla spada oggi rovinata” (?). Alla luce di queste considerazioni, andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità Sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità che hanno permesso lo scempio edilizio di proprietari stupidi ed ignoranti. Non si capisce per quale motivo le residenze dei Carabinieri di Sapri, fossero state costruite in località S. Martino, in un area scarsamente urbanizzata e distante dal locale centro abitato. Le evidenze e le notizie delle non scarse testimonianze archeologiche in quell’area, fanno ritenere ad un piano criminoso tendente ad occultare invece che valorizzare. Sappiamo dal Curzio (…) che il luogo di ‘Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, dove raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un vescovado bussentino a Vibona o Vibone o ‘Hipponion’ – notizia tratta dall’epistola di Papa S. Gregorio magno (Papa Gregorio I), che fu Papa nel 540 d.C.. Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la ‘Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′ (…), dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’. Il Cappelli (…), sulla scorta del Laudisio (…), che sulla scorta del Barrio (12), scriveva in proposito di una sede vescovile a Vibonati: “…a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso, sulle rovine dell’antica Vibona, un volta sede vescovile, tant’è vero che S. Gregorio Magno, scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere identificata con Vibonati” (…). Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza del locale le ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri.

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco. L’Italia annessa al codice greco ‘Conventi Soppressi 626′, conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana e Palatina di Firenze

(Fig….) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, e fu da me pubblicata nell‘Analisi: “Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1).
Tutta l’area che abbiamo descritta, oggi con molte costruzioni di villette disseminate, dovrebbe essere studiata e meglio indagata da parte delle autorità preposte alla tutela. Sappiamo che recentemente in occasione della costruzione di alcune ville nei terreni vicini al Seminario Fanuele, come ad esempio nella proprietà dei Borea, sono state scoperte tombe. Si sa pure di liti con tombaroli o avventori. Sappiamo che in quella zona, un ragazzo di Sapri, Massimo Palmieri aveva scoperto un cunicolo che, dalla Chiesa di S. Croce risale fino a quelle campagne. Sappiamo che il cunicolo fu utilizzato dai tedeschi in occasione dell’ultimo conflitto mondiale. Il mio amico Domenico Smaldone, mi ha riferito di importanti rinvenimenti avutisi in quelle campagne come ad esempio quelli avuti in occasione della costruzione delle residenze dei Carabinieri in Contrada S. Martino.

(Fig….) Grata di un locale posto sotto le scale della chiesa di S. Croce – li vi è l’imbocco di un antichissimo cunicolo che porta e sbocca verso il Seminario ‘Fanuele’ o di ‘Pietradama’ nei pressi della contrada dei ‘Cordici‘.
La ‘Bibo ad Siccam’, citata da Cicerone è citata in una carta d’epoca Aragonese
Riguardo le notizie, citate sia dal Gallotti (…) nel 1899 che, dal Magaldi (…) nel 1928, ci conforta anche l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – da noi scoperta a Napoli – che, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi (toponimi locali), alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. La carta corografica di cui parliamo, è l’unica testimonianza cartografica del toponimo “Bibo ad Siccam odie ruin.”.

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore Anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…).
E’ singolare notare che nella carta in questione, illustrata nell’immagine in alto, il toponimo locale di “Bibo ad Siccam odie ruin.”, sia stato segnato tra le campagne di Sapri e di Vibonati, lungo la fascia costiera e spostato più nell’entroterra. Inoltre, accanto al toponimo citato, vediamo un piccolo borgo, le cui case sono state segnate con il colore rosso. Inoltre, il borgo con le case in rosso e lo stesso toponimo di ‘Bibo ad Siccam odie ruin.’, segnati, sono distinti rispetto al borgo di case ed al toponimo leggermente distante di “Bibone novo” (che stà per l’odierno centro abitato di Vibonati), per distinguerlo dall’altro “odie ruin.”, ovvero ‘oggi ruinato’ (che stà per oggi rovinata) .Dunque la carta in questione, riveste una particolare importanza per la storia di Sapri in quanto è l’unica testimonianza che ci parla del termine ‘Bibo ad Siccam’, che come vedremo è un termine o un toponimo di luogo conosciuto dalla storiografia perchè citato per la prima volta da Marco Tullio Cicerone nelle sue lettere all’amico Attico. Ma la carta in questione, illustrata nell’immagine, è interessante anche e soprattutto per la posizione in cui segna il toponimo, distinguendolo pure dal ‘Bibone novo’ (Vibonati). Dunque, leggendo i toponimi segnati sulla carta in questione, si vede chiaramente che il delineatore della carta (anonimo), volesse chiaramente indicare il toponimo segnato di “Bibo ad Siccam odie ruin.”, come un luogo di rovine posto nelle campagne che corrono lungo la fascia costiera tra Sapri e Vibonati, comuni questi confinanti fra loro anche e soprattutto all’epoca a cui noi riferiamo la carta ovvero all’epoca aragonese. Dunque, all’epoca in cui è stata delineata la carta, ovvero probabile epoca aragonese, nelle campagne tra i Sapri e Vibonati, doveva esistere una città antica, forse la stessa città, o probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). Della carta corografica e manoscritta del ‘Basso Cilento’ e della scritta: “Bibo ad Siccam odie ruin.” (Bevo alla spada oggi rovinata), abbiamo già parlato in un altro studio (Fig….) (..). La carta d’epoca aragonese da me scoperta, avvalora le notizie di una antica città scomparsa sita nelle campagne e colline sopra Sapri, tramandateci dalla tradizione orale popolare e dagli innumerevoli e recenti rinvenimenti avutisi nell’area. Sappiamo dal Curzio (…) che il luogo di ‘Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dallo Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio, il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, dove raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). La carta (Fig….), a cui rimandiamo ad nostro studio ivi pubblicato: “Sapri in una carta corografica d’epoca Aragonese”, è una carta d’epoca Aragonese, di autore anonimo, disegnata e dipinta a colori, è stata da me pubblicata e citata per la prima volta nel 1987. La rintracciai in un Fondo di antichissime mappe all’Archivio di Stato di Napoli, dove attualmente è ancora conservata. La vicenda del ritrovamento di questa carta e di altre da parte dell’Abate Ferdinando Galiani, sulla sua probabile datazione all’epoca Aragonese, è ancora controversa e da indagare. Oggi si trova custodita all’ASN e poco si conosce di essa. Forse sconosciuta agli studiosi, essa è stata poco indagata. Nel 1756, Ferdinando Galiani, scoprì e rintracciò alcune carte d’epoca aragonese conservate ancora oggi alla Bibliotheque Nationale de France a Parigi. Di questa carta, che ho rintracciato all’Archivio di stato di Napoli, pubblicai i riferimenti bibliografici già nel lontano 1987 (…). Nel 2008, i due studiosi La Greca e Valerio (…), pubblicavano alcune carte sul ‘Cilento’, simili, conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi – forse proprio quelle di cui si dice essere state copiate dal Galiani e, credendo di avere rintracciato le carte d’epoca aragonese, affermavano che la nostra carta sia una copia di quelle conservate a Parigi. La carta geografica inedita “Principato Citra-Regno di Napoli“, di cui pubblichiamo uno stralcio illustrato nella Fig…., è di estremo interesse per la storia di Sapri, poichè in essa, tra un ‘Bibone novo’, le odierne cittadine di Vibonati e Sapri, figura un “Bibo ad Siccam odie ruin.”. Il toponimo (nome di luogo) di “Bibo ad Siccam odie ruin.”, citato nella carta in questione, indica un luogo oggi (intendendosi al tempo della delineazione della carta), rovinato o luogo di rovine. Quindi un luogo rovinato o luogo di rovine chiamato “Bibo ad Sicam”. Mi chiedo, quale luogo indichi il toponimo ‘Bibo ad Siccam‘, citato nella carta e, quale luogo fosse e perchè citato con il toponimo di “Bibo ad Siccam odie ruin”, nella carta d’epoca Aragonese illustrata nella Fig…., toponimo citato tra un ‘Bibone nuovo’ (l’odierno Vibonati) e ‘Sapri’?. La carta d’epoca aragonese dell’immagine Fig…., riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘, cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. L’aggettivo “ad Siccam odie ruin.”, è riferito ad un luogo ove si vedono delle rovine, “odie ruinata“, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta in questione da noi pubblicata (Fig. 1), colloca il toponimo “Bibo ad Siccam odie ruin.”, tra un “Bibone novo” (forse l’odierna cittadina di Vibonati), Torraca – e Sapri. Quindi, il toponimo indicato nella carta di Fig. 1, “Bibo ad Siccam odie ruin.”, non si riferisce a Vibonati, Torraca e Sapri, ma è un luogo posto nella carta di Fig…., nelle campagne tra Sapri, Torraca e Vibonati. Forse un luogo scomparso o abbandonato. Forse si tratta della “Vibonem ad Sicam”, citata da Cicerone. Forse di un’antica città, ritenuta dal delineatore della carta di Fig. 1, nelle campagne tra Sapri e Torraca. L’area corrisponde a quella dove oggi si vedono i ruderi del ‘Seminario Fanuele‘ arcivescovile. Infatti nella carta di Fig…., la “Bibo ad Siccam odie ruin.”, viene posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca, che corrisponde alla località Madonna dei Cordici. Sappiamo di importanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (…): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (8) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), ecc..”. Alla luce di queste considerazioni, andrebbe ulteriormente indagata dal punto di vista strettamente archeologico tutta l’area compresa in località ‘Seminario’ e ‘Madonna dei Cordici’, sulla dorsale che corre verso Torraca. Questo territorio, presenta delle importanti fonti sorgive che alimentavano in epoca romana, le ville romane e le strutture portuali a S. Croce, attraverso gli acquedotti che degradano dalla collina di S. Martino verso S. Croce. Inoltre, dobbiamo segnalare che le fonti sorgive presenti nella località dove oggi è presente una chiesetta detta la Madonna dei Cordici, potrebbero avvalorare l’ipotesi del significato dell’etimo: ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta manoscritta in questione, anche se più recente rispetto ai portolani del XIII sec. che pure annoverano Sapri, costituisce un’importante testimonianza del passato per la ricostruzione storiografica del ‘basso Cilento’, del Golfo di Policastro e di Sapri per la ricchezza d’informazioni e di toponimi ivi riportati.
Nel 192 a. C. (II sec. a.C.), VIBONE, secondo Livio, la fondazione della colonia Romana
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7. Nell’area del Golfo di Policastro esisteva, a quanto pare, anche un’altra città, una colonia latina chiamata Vibo o Vibone, forse ricordata dal moderno nome di Vibonati; avendo lo stesso nome di Vibo Valentia in Calabria, è stata molto spesso confusa con quest’ultima città. Le colonie latine, a differenza di quelle romane, avevano per scopo principale un massiccio popolamento del territorio ed il suo controllo da parte di coloni di umili origini e senza risorse, ma per questo disposti a trasferirsi anche in zone lontane in cambio dell’assegnazione di consistenti lotti di terra. Grande sostenitore dell’esistenza della città di Vibo in Lucania è stato nel Settecento il barone Giuseppe Antonini, che ha raccolto e commentato le fonti relative (53). Pietro Ebner ed altri studiosi hanno ritenuto di escludere l’ipotesi dell’Antonini, in quanto le prime testimonianze medioevali su Vibonati chiamano tale insediamento in modi diversi, che fanno escludere una derivazione: casalis Libonatorum, Bonatorum, Bonati, Li Bonati, e solo in epoca moderna Vibonati (54). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (53) postillava: “(53) Antonini, 1795, vol. I, pp. 419-428”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (54) postillava: “(54) Ebner, 1982, II, pp. 740-744”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “A sostegno di questa tesi, l’Antonini cita Livio, il quale parla della fondazione della colonia latina di Vibone nel 192 a.C., con 4000 famiglie, affermando che il suo territorio era vicino al Bruzio (Bruttiorum proxime), e che i Bruzi l’avevano strappato ai Greci (58). Alla colonia fu data, come solitamente accadeva, un’aristocrazia “artificiale” con 300 cavalieri, che ricevettero 30 iugeri di terra ciascuno, circa otto ettari. Ai fanti, in numero di 3700, ne fu data la metà, 15 iugeri, circa quattro ettari. I magistrati che curarono la deduzione furono Quinto Nevio, Marco Minucio, Marco Furio Crassipede. Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…Senza stare a distinguere quale fonte sia nel giusto e quale no, è probabile che vi fosse una certa confusione fra gli stessi scrittori antichi, di fronte a due insediamenti relativamente vicini e con lo stesso nome. Comunque, il territorio del Golfo di Policastro è molto vasto, e la sola Buxentum, con trecento famiglie iniziali, appare povera cosa rispetto alle possibilità della zona. Così, seguendo Livio, è possibile che nel 192, a soli due anni dalla fondazione di Buxentum colonia romana, sia stata fondata qui la colonia latina di Vibo, colonia di popolamento, con 4000 famiglie. La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“. Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 62 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “Nel 338 a. C. il tiranno di Siracusa, Dionisio il Vecchio, distrusse la città di Hipponion ed il nome scomparve (8). Pochi anni dopo, nel 379 i Cartaginesi ricostruirono la città ed appare il nome di Vibona, in greco Viponion (9). Per quasi due secoli la città esiste sotto questo nome finchè, nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10). Non è l’unica di questo nome. Ancora oggi esiste ‘Valencia’ in Spagna, ‘Valence’, in Francia ecc..Per distinguere questa Valentia dalle altre, si trascina insieme al nuovo nome anche quello vecchio, e quindi abbiamo “Vibo Valentia” a partire dal 194 a.C. (11). Durante il governo romano decade la città, come tutta la Magna Grecia, dall’antico splendore. Ecc…”. Il Tancredi nella sua nota (8) postillava che: “(8) Diodoro Siculo, op. cit., XIV, 107”. Il Tancredi nella sua nota (9) postillava che: “(9) Diodoro Siculo, op. cit., XVI, 15”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Il Tancredi nella sua nota (11) postillava che: “(11) Tito Livio, op. cit.”. Dunque, il Tancredi scrive che secondo Livio (….), “nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Sempre il Tancredi parlando della “3. Decadenza romana” di “Pyxous-Policastro”, (dunque in questo caso riferendosi a Policastro), a p. 14 in proposito scriveva che: “Nel 194 a. C. fu inviata da Roma una colonia di 30 famiglie per ripopolare la città abbandonata (18). Si tratta evidentemente di una fondazione nuova; la Pyxous greca porta d’ora in avanti, per circa sette secoli, il nome romano di ‘Buxentum’. Il Tancredi, a p. 14, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Tito Livio, Storie “ab Urbe condita”, lib. XXXII, cap. 29, 4.”. Il Tancredi, a p. 14, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Tito Livio, Storie “ab Urbe condita”, lib. XXXIX, cap. 22, 4″, che poi in seguito vedremo meglio. Il Tancredi, a p. 15 riferendosi a Buxentum (Policastro) scriveva pure che: “I Romani tentarono almeno due volte di far rivivere Buxentum. Sotto il console P. Cornelio Scipione Africano, verso il 194 a. C., come abbiamo già detto, va inviata una colonia (20).”. Il Tancredi a p. 15 nella sua nota (20) postillava che: “(20) Tito Livio, op. cit., XXXII, c. 29, 4 (= 560 di Roma, “ad Urbe condita”).”. Dunque, pur riferendosi a Policastro (l’antico Pyxous), il Tancredi ci parla delle storie raccontate da Tito Livio e della colonia romana ivi mandata nel 194 a. C. Mi chiedo se la colonia romana di cui parlava Livio era a Pyxous o era a Vibone ?. Ritorniamo al Tancredi quando ci parla della colonia romana di Vibone citata da Livio. Dunque, il Tancredi scrive che secondo Livio (….), “nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Dunque, il Tancredi si riferiva al libro XXXV, 40 delle storie di Tito Livio in cui ci parla della Storia di Roma e scrive che Tito Livio scriveva della colonia romana che fu mandata nel 194 a.C., allorquando sia l’antica ‘Buxentum’ (Policastro), cadde in possesso dei Romani. Il Tancredi, a pp. 71-72, dopo aver detto e citato la città di “Scidron” negando che “si trovava in questi paraggi, essa era da secoli scomparsa e, al tempo della costruzione del porto, radiata dalla memoria umana”, postillando nella sua nota (4) Erodoto, proseguendo il suo racconto e parlando del “Porto di Vibona”, in proposito scriveva che: “Non possiamo evitare di mettere in discussione in questo punto un’affermazione, che noi stessi abbiamo fatta poche pagine prima. Livio parla dei 3700 coloni e 300 cavalieri, che Vibona ricevette sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi (5).”. Il Tancredi cita alcune notizie tramandateci da Tito Livio che scriveva che nel 194 a.C., i Romani inviarono nella nuova “Vibone”: “dei 3700 coloni e 300 cavalieri, che Vibona ricevette sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi (5).”. Il Tancredi, a p. 71, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, cap. 31”. Il Tancredi, a p. 15, in un altro passo riferendosi questa volta a Buxentum (Policastro) scriveva pure che: “I Romani tentarono almeno due volte di far rivivere Buxentum. Sotto il console P. Cornelio Scipione Africano, verso il 194 a. C., come abbiamo già detto, va inviata una colonia (20).”. Il Tancredi a p. 15 nella sua nota (20) postillava che: “(20) Tito Livio, op. cit., XXXII, c. 29, 4 (= 560 di Roma, “ad Urbe condita”).”. Dunque, in sostanza Tito Livio racconta che i Romani per ripopolare alcuni luoghi che avevano conquistato mandarono delle colonie nell’anno 194 a.C.. Il Tancredi scriveva che nel caso della colonia inviata dai romani a Buxentum, Livio ne parlava nel Libro XXXII, cap. 29, 4 e nel caso, invece, di Vibone, ne parlava nel Libro XXXV, cap. 31. Buxentum ricevette una colonia nell’anno 194 a. C., sotto il consolato di P. Cornelio Scipione Africano e, sempre nell’anno 194 a.C., Vibone ricevette una colonia sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi. Dunque, il Tancredi a p. 71 ci parla di ciò che scrisse Tito Livio (….), nel libro XXXV della sua opera del I secolo d.C., “Ab Urbe condita”. Tito Livio (in latino: Titus Livius; Patavium, 59 a.C. – Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore della Ab Urbe condita, una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C.. Iniziata nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.), in forma annalistica; è molto probabile che l’opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C. Il Tancredi riferendosi al passo di Tito Livio in “ab Urbe condita”, Libro XXXV, 40 scriveva che i Romani “la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi, a p. 71 scriveva pure che: Il Tancredi a p. 71 scriveva ancora che: “Questa colonia è normalmente ascritta a Vibo Valentia; ecc…”. Infatti, molti storici hanno sempre ritenuto che Livio si riferisse alla cittadina calabra di Vibo Valentia e non alla nosta Vibone Lucana. Il Tancredi a questo proposito a p. 71 citava le argomentazioni dell’Antonini che dice portava: “valide e logiche ragioni per dimostrare che la datazione di Valentia è contenuta nella seconda decade di Livio (perduta), mentre quella del 31° capitolo si riferisce a Vibona Lucana.”. Infatti, un autore che avanzava l’ipotesi che si trattasse di Vibone (che alcuni chiamarono Lucana per distinguerla da Vibo Valentia in Calabria fu proprio l’Antonini che, nella sua Lucania argomentò con diverse notizie questa ipotesi. L’Antonini, oltre a confutare il Barrio (….) cita Pomponio Mela (….) e l’Itinerario Antonino. L’Antonini lo chiama “Vibonem ad Siccam” (vedi p. 428). Antonini, a pp. 421-422 in proposito citava un passo di Strabone (libro 6) in cui parla della colonia dei Romani inviata ad Hipponio e, che muterà il suo nome in “Vibonem Valentiam” aggiungeva che: “Era l’anno di Roma circa il DXV., e forse nel Consolato di M. Manilio Turrino, e di Q. Valerio Faltone, quando furono mandati i Coloni ad Hipponio, chiamato da ‘Velleio’ specialmente ‘Valentia’. Ecco le di lui parole nel Libro I, dalle quali l’uno, e l’altro si ricava: “Proximoque anno (I), Torquato, Sempronioque Cofs. Brundusium, et post triennium Spoletium, quo anno floralium ludorum factum est initium; postque briennium deducta Valentia”. Di questa deduzione non si trova in Livio fatta menzione, per la mancanza della Deca 2. Nè nell”Epitoma’ XX, dove esser dovrebbe, affatto se ne fa parola. Aggiugnesi che lo stesso Livio nel libro 37 numerando le Colonie, che ajuto, o denaro ai Romani esibirono, o negarono, non fa di ‘Valentia’ menzione alcuna. Ciò che fu già dal ‘Sigonio’ notato nel c. 5, lib. 2, de antiq. jur Italiae, ecc..”, l’Antonini si riferiva al testo di Carlo Sigonio (….), De antiquo jure Romanorum, Italiae, provinciarum (1560):


Su ciò che scriveva Livio (….), il Tancredi argomentava che: “Siamo titubanti d’accettare le pur convincenti deduzioni, perchè 4000 coloni, con mogli e bambini, formano una popolazione di almeno 10.000 anime. E sulla collina che riteniamo sede della città di Vibona, una tale posizione non è facilmente immaginabile. La cifre che indica Livio sono normalmente esatte e non occorre aplicare come per molte altre fonti il beneficio dell’inventario. Quindi, per sottoporre la notizia al vaglio storico, abbiamo effettuato diversi sopralluoghi e queste sono state le nostre deduzioni. La nostra conoscenza del sito di Vibona si basa principalmente sulla carta topografica ecc…..Vibona subì una prima distruzione nei primi decenni del sec. X, ad opera dei Saraceni di Agropoli e di Camerota (6). A quel tempo risalgono le prime costruzioni di Vibonati, luogo di rifugio dei Vibonesi. La città di Vibonati, fu ricostruita, probabilmente su tono minore, e durante il periodo normanno, che dava ordine e pace alla contrada, e si sarà ripresa.”. Il Tancredi a p. 72, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cirelli F., op. cit., p. 36”. Si tratta di Filippo Cirelli (….).
I racconti dei viaggi di Cicerone, nelle sue lettere, citate da Plutarco e poi ritrovate dal Petrarca vicino Napoli nel 1400
Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. Il La Greca (…) a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. La citazione del La Greca (…), riguardo la citazione dell’Antonini (…) è interessantissima in quanto dice che “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”, citato dallo stesso Livio, Cicerone e nel Chronicorum Casinensium Epitome, unico erudito che per la prima volta non solo la cita ma la pone a Vibonati. Ovviamente sul sito di Vibonati bisognerà fare delle ovvie precisazioni che farò. Dunque, il La Greca, scrive questo in quanto stà parlando della “Vibo ad Sicam” citata nella carta corografica conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi (la carta n. 6, da lui pubblicata nel suo testo insieme al Valerio che è collocata come “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote :GE AA-1305 – feuille 6, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia, di cui egli dice essere uguale a quella da me scoperta all’ASN e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile.

(Fig….) Carta conservata alla BNF – GE AA-1305 – feuille 6
Fernando La Greca (…), parlando sempre della sua carta Parigina e, parlando dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini come si è visto e scrive che: “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”. Infatti, il La Greca (…), a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scrive che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) (227), abbia avuto modo di vedere le mappe, o parte delle mappe, prima del Galiani, facendone largo uso nella sua opera, ma nascondendo tale fonte. Quasi costantemente, nella sua descrizione, sembra avere davanti agli occhi e seguire passo passo la nostra mappa, con i suoi nomi, i suoi fiumi, degli affluenti, dei monti, dei paesi, dei santuari, delle isole, e segnalando i ponti lungo le strade. Molte sue ipotesi sul sito di paesi antichi scomparsi trovano riscontro sulla mappa, come ad es. ‘Vibo ad Siccam’ presso Sapri, e ‘Petilia’ sul Monte della Stella (peraltro riportata nella mappa solo come ‘Mercato Petilia’). Inoltre, nella sua descrizione di Paestum ecc…” e, a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, giungendo a indicare anche i nomi delle persone preposte ai vari uffici e alle quali rivolgersi per consultare volumi e documenti. Probabilmente l’abate si era imbattuto, durante le sue ricerche, nelle mappe aragonesi, e riconoscendo le località del Regno di Napoli, doveva essersi procurato facilmente qualche copia, poi inviata al fratello. Le mappe, fino al 1738, secondo il Galiani (230), erano state nell’Archivio della Corona di Parigi; ppoi, sfuggite ad un incendio, erano state portate a Versailles (Dépòt de la Marine). A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antoni per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio, la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. L’ipotesi di Fernando La Greca è molto interessante e merita ulteriori approfondimenti. Ho voluto riproporre integralmente questo passo del La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, lo trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. Il La Greca (…), a p…., nella sua nota (229) postillava che: “(229) A. Antonini, Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs, Nouvelle édition, Paris, 1734”. Il La Greca a p…., nella sua nota (230) postillava che: “(230) B. Tanucci, Lettere a Ferdinando Galiani, cit., pp. 231-232 (11 luglio 1768).”. Il La Greca a p…, nella sua nota (231) postillava che: “(231) J.J. Winckelmann, Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi, in Id., Opere, a cura di C. Fea, 1832, pp. 18-19; vd. J. Raspi Serra (a cura di), ‘Paestum idea e immagine. Antologia di testi critici e di immagini di Paestum (1750-1836), Panini, Modena, 1990, pp. 31-34.”. Leggiamo da Wikipedia che Marco Tullio Cicerone (in latino: Marcus Tullius Cicero, pronuncia ecclesiastica: /ˈmarkus ˈtulljus ˈʧiʧero/, pronuncia restituta o classica: /ˈmaːr.kʊs ˈtʊl.lɪ.ʊs ˈkɪ.kɛ.roː/; in greco antico: Κικέρων, Kikérōn; Arpino, 3 gennaio 106 a.C. – Formia, 7 dicembre 43 a.C.) è stato un avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo romano. Esponente di un’agiata famiglia dell’ordine equestre, fu una delle figure più rilevanti di tutta l’antichità romana. La sua vastissima produzione letteraria, che va dalle orazioni politiche agli scritti di filosofia e retorica, oltre a offrire un prezioso ritratto della società romana negli ultimi travagliati anni della repubblica, rimase come esempio per tutti gli autori del I secolo a.C., tanto da poter essere considerata il modello della letteratura latina classica. Grande ammiratore della cultura greca, attraverso la sua opera i Romani poterono anche acquisire una migliore conoscenza della filosofia. Tra i suoi maggiori contributi alla cultura latina ci fu, senza dubbio, la creazione di un lessico filosofico latino: Cicerone si impegnò, infatti, a trovare il corrispondente vocabolo in latino per tutti i termini specifici del linguaggio filosofico greco. Tra le opere fondamentali per la comprensione del mondo latino si collocano, invece, le Lettere (Epistulae, in particolar modo quelle all’amico Tito Pomponio Attico) che offrono numerosissime riflessioni su ogni avvenimento, permettendo di comprendere quali fossero le reali linee politiche dell’aristocrazia romana. Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati. Complessivamente furono ritrovate circa 864 lettere, delle quali una novantina furono scritte da corrispondenti, e ciò inizialmente provocò un grande entusiasmo, temperato successivamente dal fatto che l’immagine che traspariva di Cicerone non era quella dello strenuo eroe difensore della Repubblica, come si era sempre dipinto nelle sue opere e nelle sue orazioni, ma una versione molto più umana, con le sue debolezze e i suoi aspetti meno retorici, ma certamente affascinanti nella loro genuinità. Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.C. Si dividono in 4 categorie:
- Epistole agli amici (Epistulae ad familiares) (16 libri)
- Epistole al fratello Quinto (Epistulae ad Quintum fratrem) (3 libri)
- Epistole a Marco Giunio Bruto (Epistulae ad M. Brutum) (2 libri)
- Epistole ad Attico (Epistulae ad Atticum) (16 libri)
Per esempio Epistulae ad familiares (Lettere ai familiari o Lettere agli amici) sono la sezione dell’epistolario di Marco Tullio Cicerone contenente le lettere indirizzate dall’oratore arpinate a personaggi della vita pubblica, come Gneo Pompeo Magno, Gaio Giulio Cesare e Asinio Pollione, e privata, come la moglie Terenzia o il liberto Tirone. Redatte tra il 63 e il 43 a.C., le lettere non sono suddivise secondo un criterio cronologico, ma secondo il destinatario cui sono indirizzate. Il manoscritto è conservato presso la Biblioteca nazionale Marciana di Venezia. Riguardo queste lettere Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Velia, a p. 727, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Cicerone, Ad Familiares, XVI, 7: in Verrem, III.”. Sempre Ebner a p. 740 parlando di Vibonati, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cicerone, Ad Attico, XVI, 6, vedi F.A. Soria, Lettera intorno alle visite di alcuni autori, in “Giornale letterario di Napoli, vol. LXXV.”. Cicerone per sfuggire ad una probabile vendetta di Silla, tra il 79 ed il 77 a.C. Cicerone si recò, accompagnato dal fratello Quinto, dal cugino Lucio e probabilmente anche dall’amico Servio Sulpicio Rufo, in Grecia ed in Asia Minore. Particolarmente significativa fu la sua permanenza ad Atene. Qui incontrò nuovamente l’amico Attico che, fuggito da un’Italia sconvolta dalle guerre, si era rifugiato in Grecia. Egli era poi diventato cittadino onorario di Atene e poté presentare a Cicerone alcune tra le più importanti personalità ateniesi del tempo. Ad Atene, inoltre, Cicerone visitò quelli che erano i luoghi sacri della filosofia, a cominciare dall’Accademia di Platone, di cui era allora capo Antioco di Ascalona. Di quest’ultimo Cicerone ammirò la facilità di parola, senza tuttavia condividerne le idee filosofiche, ben differenti da quelle di Filone, delle quali era convinto ammiratore. Dopo un breve soggiorno a Rodi, dove conobbe lo stoico Posidonio, Cicerone tornò in Grecia, dove fu iniziato ai misteri eleusini, che lo impressionarono molto, e dove poté visitare l’Oracolo di Delfi. Qui domandò alla Pizia in quale modo avrebbe potuto raggiungere la gloria, ed ella gli rispose che avrebbe dovuto seguire il suo istinto, e non i suggerimenti che riceveva. Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del primo triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Cicerone, non si diede pace, implorando le sue conoscenze perché favorissero il suo ritorno, ma alcune sue ville furono addirittura distrutte, come quella di Formia che spesso dovette abbandonare a causa delle sue repentine fughe. Verso la metà del I secolo a.C., quando, dopo la congiura e l’uccisione di Giulio Cesare, il questore Romano Marco Tullio Cicerone, si diede alla fuga e, girovagando si recò via mare per le diverse ville sparse sulla costa tra la sua villa di Anzio fino ad arrivare a quelle del Golfo di Policastro. Dunque, come vedremo, è molto probabile che Cicerone, prima di essere ucciso dai sicari di Marcantonio che, lo credette uno dei congiurati trascorse gli ultimi giorni della sua vita proprio in una delle patrizie ville romane che allora vi erano nel Golfo di Policastro come quella che esisteva a Sapri in località S. Croce, l’unica di cui abbiamo la testimonianza essendo i suoi monumentali ruderi ancora esistenti. Cicerone non fu, certamente, colto di sorpresa dall’assassinio, da parte dei Liberatores, di Giulio Cesare: era sicuramente al corrente della congiura che si andava tessendo, ma decise sempre di tenersene al di fuori, pur manifestando una grande ammirazione per l’uomo che era destinato a divenire il simbolo stesso della congiura, Bruto. E lo stesso Bruto, infatti, con il pugnale sporco del sangue di Cesare ancora in mano, additò Cicerone definendolo l’uomo che avrebbe ristabilito l’ordine nella repubblica. In seguito alla sua prescrizione decretata da Antonio, Cicerone lasciò allora Roma e si ritirò nella sua villa di Formia, che aveva ricostruito dopo gli episodi legati a Clodio. A Formia, però, fu raggiunto da alcuni sicari inviati da Antonio, che, aiutati da un liberto di nome Filologo, poterono trovarlo fin troppo facilmente. Cicerone, accortosi dell’arrivo dei suoi assassini, non tentò di difendersi, ma si rassegnò alla sua sorte, e venne decapitato. Una volta ucciso, per ordine di Antonio, gli furono tagliate anche le mani (o forse soltanto la mano destra, usata per scrivere ed indicare durante i discorsi), con cui aveva scritto le Filippiche, che furono esposte in senato insieme alla testa, appese ai rostri che si trovavano sopra la tribuna da cui i senatori tenevano le loro orazioni, come monito per gli oppositori del triumvirato. Prima del suo assassinio, Cicerone, si spostava continuamente in viaggio dalla sua Villa di Formia e scriveva tanto ai suoi fedelissimi amici. Nei primi del ‘400, Francesco Petrarca, nel corso delle sue frequentazioni nei luoghi campani, rinvenne le lettere (Epistole) che il Questore romano Marco Tullio Cicerone scrisse ai suoi fedeli amici, tra cui, vi sono 396 epistole, scritte tra il 68 e il 44 a.C., indirizzate a Tito Pomponio Attico, uomo ricco, appartenente al rango equestre, dotato di grande cultura, seguace dell’Epicureismo e pertanto determinato a non prendere parte attiva alla vita politica. Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati. Complessivamente furono ritrovate circa 864 lettere, delle quali una novantina furono scritte da corrispondenti. Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.C. Si dividono in 4 categorie. Alla prima delle 4 categorie appartengono quelle scritte da Cicerone al suo amico Attico. Epistole agli amici (Epistulae ad Familiares) (16 libri). Pare che le lettere scritte da Cicerone, quelle che a noi interessano siano due, ovvero Lettere ad Attico, scritte nel 44 d.C. (quindi proprio quando oramai era arrivata la sua fine) e, sono: epistola 6 del libro 16 e, l’epistola 19, del lib. 14 ad Attico. Subito dopo, il 7 dicembre del ’43 a.C., Cicerone sarà ucciso nella sua villa di Formia dai sicari di Antonio. Tito Pomponio Attico, era grande amico e vecchio compagno di Cicerone. Prese il cognonem di Attico, dopo una lunga permanenza ad Atene. In alcune lettere, Cicerone, cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”. Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Giulio Cesare e la sua successione. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dalla biografia che ne fa Plutarco (….), si evince che Cicerone, pur essendo molto amico di Bruto, e odiasse Giulio Cesare per le sue manie accentratrici, forse abbia avuto un ruolo, sia pur secondario nella tragica fine del dittatore e che a Sapri, Cicerone venisse ad incontrare un personaggio all’epoca molto influente. Attraverso l’epistolario scritto da Cicerone (….), le cui memorie furono poi in seguito riprese da Plutarco (….), veniamo a conoscenza di alcune interessanti notizie che riguardano i nostri luoghi. L’epistolario è suddiviso in sedici libri e contiene 454 lettere. Le lettere indirizzate ad Attico coprono un periodo che va dal 68 a.C. al 44 a.C. con alcune interruzioni: non ci sono giunte lettere del 63 a.C., anno in cui Cicerone era console e affrontò la congiura di Catilina e mancano anche quelle del periodo tra il 54 e 51 a.C., poiché Attico si trovava a Roma. Ventiquattro anni di corrispondenza immergono il lettore nella profonda crisi politica di Roma, che portò alla dissoluzione della Repubblica. Sebbene fosse intenzione di Cicerone pubblicare le proprie lettere (Fam., XIV, 17, 1), tuttavia gli eventi gli impedirono di portare a termine questo progetto. Si tratta di una raccolta fondamentale per poter ripercorrere e rivivere non solo la storia e le emozioni dell’oratore di Arpino, ma anche la sua maturazione filosofica e letteraria. La sintassi delle lettere è molto diversa da quella delle orazioni, dei dialoghi e dei trattati: la costruzione del periodo non è così armoniosa, i periodi sono più rapidi e agili distaccandosi dal tono solenne proprio delle aule del tribunale. È chiaro come Cicerone, nella stesura sia delle lettere ad Attico sia delle ad Familiares, abbia adottato, in accordo con le regole del genere epistolografico, il sermo cotidianus, lo stile colloquiale usato dalle persone colte, privo di qualsiasi volgarismo, ma ricco di espressioni idiomatiche e soprattutto di grecismi, normalmente usati nella conversazione quotidiana ma banditi, in ossequio alle norme del purismo, dalle orazioni e dai trattati. [S. Rozzi].
VIBONE LUCANA, “VIBO AD SICAM”, CITTA’ SULLE COLLINE DI SAPRI ?
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 19, in proposito scriveva che: “Il territorio di Torraca presenta scarse testimonianze archeologiche per l’epoca greco-romana, ma soltanto perché non sono stati mai effettuati scavi sistematici. Non si tratta di una caso isolato: molte località del Cilento meriterebbero indagini approfondite, ma la cronica mancanza di risorse fa sì che il poco disponibile sia indirizzato verso i siti maggiori, Paestum e Velia. Eppure, gli scavi fortuiti in loc. Madonna dei Cordici nel 1982 facevano intravedere un importante insediamento indigeno di fine V – inizio IV secolo a.C., a ridosso di una città greca sulla costa nel sito di Sapri, dotata di un porto naturale, alla quale le fonti permettono di attribuire il nome di Scidro.”. In primo luogo l’avere posto Sapri, Scidro e Vibo, nel territorio di Torraca è molto indicativo della confusione che talvolta notiamo in alcuni autori coevi. Sapri, è stato nel territorio di Torraca, che è luogo relativamente giovanissimo, solo dall’epoca dell’acquisto dei Palamolla, ovvero a metà del 1500. Il territorio di Sapri, prima di quel periodo dipendeva dalla contea di Policastro. Il La Greca continuando il suo racconto, a p. 19, in proposito aggiungeva la notizia di una città chiamata “Vibo” e, dopo averla chiamata “Scidro” scriveva che: “La città, successivamente, dovette cadere nelle mani dei Lucani e poi diventare colonia latina con nome di Vibo (dando il suo nome al golfo), infine municipio e colonia romana con nome di Caesariana o Cesernia. La grande villa di Santa Croce, lungo la costa, evidenzia gli stretti e costanti rapporti esistenti tra la fascia costiera e l’interno, con insediamenti minori e coltivazioni intensive, senza trascurare le vie di collegamento con aree più distanti.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “A Vibo, dunque, doveva corrispondere Sapri, e le numerose testimonianze romane da Sapri, con carattere di monumentalità e di dislocazione su una vasta area, testimoniano “una vera e propria fioritura di questo sito che sembra configurarsi con un impianto a carattere urbano” (69). Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento.”. In questo passaggio il La Greca crede e attribuisce la stele funeraria romana (rinvenuta dall’Antonini e visibile oggi a Sapri in Piazza del Plebiscito) alla “colonia di Vibo”, ovvero egli crede che sulle colline di Sapri vi fosse la città, colonia romana di “Vibo”. Il La Greca, a p. 33, nella nota (69) postillava: “(69) FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 38”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (71) postillava: “(71) CIL X 461. Vd. GUZZO 1991”. Il La Greca si riferisce al testo di Angelo Guzzo (….) “A. GUZZO, La stele funeraria di Sapri, “Annali Cilentani”, III, n. 5, 1991, pp. 145-146”. In questo passaggio il La Greca, sulla scorta del Guzzo crede e attribuisce la stele funeraria romana (rinvenuta dall’Antonini e visibile oggi a Sapri in Piazza del Plebiscito) alla “colonia di Vibo”, ovvero egli crede che sulle colline di Sapri vi fosse la città, colonia romana di “Vibo” di cui parlerò. Abbiamo visto come la “gens Sempronia” si possa collegare alla colonia romana di Buxentum. Inoltre, sebbene propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum.
Vibone per l’Antonini
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania – discorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 423, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) scriveva che: “..ch’ancora oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarsi di presunzione, e di autoità, vi aggiungeremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N.X. G.P. XXV. E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia….”.

Nel ’77 d.C. (I sec. d.C.), Plinio, nel Libro 3, cap. 5, il “sinus Vibonensis” (il Golfo Vibonese)
L’Antonini (…), nella sua prima edizione della “Lucania” del 1745 (ed. Gessari), a p. 423 aggiungeva che: “….e che così sia, sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3. Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il glofo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto. Quando Cicerone dopo la morte di Cesare ecc…”. Dunque, l’Antonini cita Plinio (…) ed il suo cap. 5 del Libro 3 della sua “Naturalis Historia”. Caio Plinio Secondo, conosciuto come “Plinio il Vecchio” (in latino: Gaius Plinius Secundus; Como, 23 – Stabia, 25 agosto o 25 ottobre 79), è stato uno scrittore, naturalista, filosofo naturalista, comandante militare e governatore provinciale romano. Plinio fu un uomo caratterizzato da un’insaziabile curiosità e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti. Tra queste opere si ricordano: il De iaculatione equestri; il De vita Pomponii Secundi, biografia in due libri del poeta tragico Publio Pomponio Secondo, di cui era devoto amico; i Bellorum Germaniae libri XX; gli Studiosi libri III, manuale sulla formazione dell’oratore; i Dubii sermonis libri VIII, su questioni grammaticali; e gli A fine Aufidii Bassi libri XXXI, sulla storia dell’Impero dal periodo in cui si interrompeva la storia di Aufidio Basso. L’unica opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia; una vasta enciclopedia in 37 volumi che tratta di geografia, antropologia, zoologia, botanica, medicina, mineralogia, lavorazione dei metalli e storia dell’arte. L’opera enciclopedica è il risultato di un’enorme mole di lavoro di preparazione condotto su oltre 2000 volumi di più di 500 autori. Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità. La fama di Plinio è anche legata alla sua morte, di cui ci è testimone il nipote-figlio adottivo Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle più grandi catastrofi della storia, l’eruzione del Vesuvio del 79. Corso in aiuto di una sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano. La Naturalis historia, come detto, fu pubblicata nell’anno 77; già nel titolo l’opera si presenta come ricerca di carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine, e va notato che la formula ha dato la denominazione alle scienze biologiche, cioè alla storia naturale nel senso moderno della locuzione. Il primo libro fu completato dal nipote Plinio il Giovane dopo la morte dello zio e contiene la dedica a Tito, il sommario dei libri successivi ed un elenco delle fonti per ciascun libro. L’enciclopedia tratta svariati temi, dal generale al particolare: dopo la descrizione dell’universo (II libro), si passa a geografia ed etnografia del Bacino del Mediterraneo (III-VI libro), per poi trattare di antropologia (VII libro) e zoologia (VIII-XI libro). Antonini scriveva che Plinio il Vecchio (….) nel 77 d.C. “…Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il glofo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto.”. Dunque, Antonini sulla scorta di Plinio scriveva che egli cita il “Sinus Vibonensis” e, seguendo il ragionamento di Antonini che postilla sulla cronologia dei luoghi citati, egli pone il “Sinus” (il Golfo) “Vibonensis” tra il promontorio di Tortora fino ad arrivare a quello di Palinuro, ovvero ciò che oggi chiamiamo Golfo di Policastro. Scriveva Antonini: “e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia”. Dunque secondo l’Antonini l’ipotesi che si trattasse di “Vibo Valentia” non è plausibile vista la sua enorme distanza dagli altri luoghi che Plinio pone cronologicamente vicini ed in successione tra loro.

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Plinio il Vecchio fa rientrare Buxentum nel Sinus Vibonensis, dove si trovano le “isole Itacesie” proprio di fronte a Vibo (contra Vibonem) (65), ma pone Hippo, chiamato Vibo Valentia, solo dopo molte altre città verso sud, e nel golfo di Terina (sinus ingens Terinaeus)(66). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (65) postillava: “(65) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 7, 85”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (66) postillava: “(66) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72-73”.
LA VIBONE ED IL ‘FUNDUS SICCAE’ DI CICERONE (una delle fonti su Vibo)
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7……Ma tutto ciò non sembra avere a che fare con la città antica: la questione non è sulle origini di Vibonati, ma sull’esistenza o meno nella zona di una città romana di nome Vibo. Passiamo alle fonti su Vibo. Nel 70 a.C. Cicerone, dopo un’inchiesta in Sicilia sulle malefatte del governatore Verre, ritorna in tutta fretta a Roma per il giorno del processo, navigando su una piccola imbarcazione tra Vibone e Velia (a Vibone Veliam), fra mille pericoli (55), legati forse al passaggio del capo Palinuro, ma forse anche alla presenza nella zona di schiavi fuggitivi appartenenti al disciolto esercito di Spartaco, sconfitto nel 71 da Crasso proprio in Lucania. Nel 58 a.C. Cicerone, costretto all’esilio, si reca a Vibone, nella villa (fundus) di un suo amico, Vibio Sicca (56); poi è costretto a lasciare l’Italia, e raggiunge in fretta Turi e Brindisi per imbarcarsi verso la Grecia (57). Nell’interpretazione dell’Antonini, per spiegare la particolare rapidità degli spostamenti di Cicerone, la villa di Sicca doveva trovarsi in Lucania, nel territorio dell’odierna Vibonati. Etc….L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). L’Antonini riporta anche una cronaca di Montecassino, nella quale si pone in Lucania la città di Vibone (Vibonam) (60). In effetti, anche altre fonti sembrano attestare l’esistenza della Vibo lucana, diversa da Valentia in Calabria. Se Cicerone chiama Vibo la città sul Golfo di Policastro, chiama poi Valentini e non Vibonenses gli abitanti di Vibo Valentia (61), attestando che il nome principale di quest’ultima doveva essere proprio Valentia. A conferma, Velleio pone al 239 a.C. la fondazione della colonia di Valentia (quella in Calabria) (62); Pomponio Mela, risalendo il Tirreno, cita di seguito, come due città diverse, Hipponium e Vibone (63); Cicerone giunge a casa di Sicca a Vibo anche nel 44 a.C., viaggiando con il mare in bonaccia e attraversando a forza di remi il golfo (sinus) Pestano e il golfo Vibonense (64); Plinio il Vecchio fa rientrare Buxentum nel Sinus Vibonensis, dove si trovano le “isole Itacesie” proprio di fronte a Vibo (contra Vibonem) (65), ma pone Hippo, chiamato Vibo Valentia, solo dopo molte altre città verso sud, e nel golfo di Terina (sinus ingens Terinaeus)(66). Etc..”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (55) postillava: “(55) Cicerone, Verr., Sec., II, 40, 99”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (56) postillava: “(56) Su Sicca vd. RUOPPOLO 1988.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (57) postillava: “(57) Cicerone, Ad Att., III, 2-4; Pro Planc., 40-41, 96-97.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (60) postillava: “(60) Chron. Casin. Epit., p. 353 Muratori.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (61) postillava: “(61) Cicerone, Verr. sec., 2, 40; 5, 40 e 158”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (62) postillava: “(62) Velleio, I, 14, 8”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (63) postillava: “(63)….Pomponio Mela, De chor., II, 4, 68”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (64) postillava: “(64) Cicerone, Ad Att., XVI, 6”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (65) postillava: “(65) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 7, 85”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (66) postillava: “(66) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72-73”.
La falsa frase “Parva gemma maris inferi” attribuita a Cicerone (anno 75 a.C.) dal Tancredi e dal Guzzo che, come altre bufale menzoniere su Sapri ricorre spesso nei blog pubblicitari sulla rete
Negli scritti di alcuni storici locali ricorre spesso la notizia di una lettera di Cicerone che scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il ‘Vicus’ come “Parva gemma maris inferi”, la cui traduzione letterale è “piccola gemma dei mari del Sud”. In questi scritti, però non vengono mai riferiti i riferimenti bibliografici. Questa notizia non è stata mai sufficientemente indagata. In questo blog che curo da pochi anni stò cercando di approfondire ed ulteriormente indagare alcuni temi e notizie. Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito scrivevo che: “Sulla scorta dell’Antonini, la storiografia locale, credeva riferirsi a Sapri Marco Tullio Cicerone, quando come questore in viaggio per la Sicilia occidentale, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a.C., diceva: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud). Marco Tullio Cicerone, nel I sec. navigò ripetute volte per le nostre coste; infatti nella lettera scritta nel 44 ad Attico (60) si legge: “perveni enim Vi bonem ad Siccam”.”. Nella mia nota (60) postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.”, riferendomi all’altra notizia e lettere ad Attico.
Dunque scrivevo che, secondo alcuni autori locali (Tancredi e Guzzo), la frase attirbuita a Cicerone, che diceva di Sapri “parva gemma maris inferi”, egli l’avesse scritta in una delle sue lettere ad Attico, nel 44 a.C., dove, pare che Cicerone avesse scritto all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa e, nella nota (60) postillavo che Cicerone questa lettera, datata anno 44 a.C. fosse l’epistola n. 6 del Libro 16 delle sue lettere contenute nell’opera sua “ad Attico”. Gli altri autori locali (Tancredi, Guzzo, Cesarino), citano la frase attribuendola a Cicerone ma come unico riferimento bibliografico scrivono solo che la frase è contenuta in una delle lettere “ad Attico”, indirizzate all’amico Trebazio Testa nell’anno 75 a.C..
Ancor prima, nel 1987, pubblicavo un mio saggio “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10 che fu citato da Felice Cesarino (…), nel suo saggio, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988. Nel 2014, lo studioso Antonio Scarfone (….), sulla scorta di alcuni scrittori locali, sul sito dell’ISPRA pubblicò il saggio dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come ‘parva gemma maris inferi’, ecc…“, senza indicarne i riferimenti bibliografici. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Il Tancredi riferisce la notizia di una “parva gemma maris inferis” scritta da Cicerone riferendosi ad un “Saprinus” in una lettera scritta all’amico Caio Testa Trebazio ma il Tancredi non dice altro e non da alcun riferimento bibliografico di questa lettera. Come sappiamo le lettere scritte all’amico di Velia sono tante e non sono solo quelle scritte e contenute nell’epistolario “Lettere ad Attico”. E così negli anni, si è tramandata questa notizia di cui non si dice mai quale fosse la sua vera origine. Nell’Antonini (….) non si fa cenno della notizia. Nel 1997, Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” a p. 175 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, nel suo “Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed il Guzzo (….) in seguito ci informano di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Angelo Guzzo (….), storico locale, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Il Guzzo ripete la stessa frase nell’altro suo lavoro. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, ‘Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed il Guzzo (….) in seguito ci informano di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Forse Cicerone si fermò nel vicus “Saprinus” presso la proprietà dell’amico Sica di cui parla in altre lettere ad Attico. Da “Saprinsus” Cicerone scrive all’amico Caio Trebazio di Velia. Gaio Trebazio Testa (in latino: Gaius Trebatius Testa; Elea, … – 4 d.C. circa) è stato un giurista e politico romano, la cui fioritura si colloca nel I secolo a.C.. La familiarità con Cicerone è testimoniata dall’intensa corrispondenza – diciassette lettere – nelle quali aleggia sempre un tono umoristico e confidenziale e da cui è possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa. Tuttavia, rivedendo alcuni autori locali come ad esempio il sacerdote Luigi Tancredi (….) credo si tratti di Plutarco (…) che scrisse della vita di Cicerone. Infatti, Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dalla Vibo Valenzia, a p. 66 in proposito scriveva che: “Nel tempo imperiale romano dev’esserci già una chiara distinzione, ma non sempre è mantenuta. Cicerone è una eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra calabra, menzionata nelle Verrine, porta sempre il nome di “Valenzia”. Poi, proseguendo il suo racconto il Tancredi viene al passo che interessa e scrive che: “Sicca era un amico di Cicerone ed abitava a Vibone lucana; il viaggio fu compiuto nel 44 a.C. (21).”. Dunque, il Tancredi ci parla chiaramente di un podere e di un amico di Cicerone “Sicca” o “Sica” che viveva ed abitava a Vibona o “Vibo ad Siccam”. Dunque, secondo la notizia che citava il Tancredi vi era un luogo o vicus o piccola città chiamata Vibone abitata dall’amico di Cicerone “Sica” che aveva ivi una villa o un grande podere agricolo. Cicerone si era recato dall’amico Sica subito dopo aver fatto visita a Velia (Elea) all’amico Caio Trebazio Testa. Ma secondo la notizia del Tancredi che io credo provenga dalle “Vita di Cicerone” in Plutarco (…), Cicerone si era fermato nel podere a Vibone o “Bibone” o “Bibo” dove fu ospitato dall’amico Sica. A questo riguardo il Tancredi a p. 64 in proposito scriveva che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova il villaggio, detto “Petrasia” (17), che poco dopo scompare e rinasce col nome di Villammare (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. da Troyli, Tomo I, Parte II, p. 178.”. Il Tancredi nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13”. Il Tancredi a p. 64 richiama più volte la sua nota (13) dove egli postillava che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. In sostanza il Tancredi, nella sua nota (13) postillava della carta d’epoca aragonese (e non come egli scrive del sec. XVI o 1600) che fui proprio io a scoprire all’Archivio di Stato e a mostrargli. Sulla carta in questione il La Greca ed il Vladimiro hanno pubblicato quelle Parigine. E qui, stranamente, il Tancredi invece di postillare della lettera ad Attico citata dall’Antonini (una delle quatto), nella sua nota (21) postillava che: “(21) Vita di Cicerone”, dove egli voleva riferirsi appunto alle “Vite” di Plutarco. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. La carta citata dal La Greca non è la nostra, ma credo essa sia una copia di quelle originali trafugate dal Galiani. La carta citata dal La Greca si trova a Parigi. Parlando di queste carte Parigine (simili alla nostra di cui ho già parlato), il La Greca (….), a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. Dunque, il La Greca (…), riguardo il toponimo di “Bibo ad Siccam odie ruin (ato)” contenuto mella carta “carta del Cilento” (quella parigina, non quella da me scoperta all’ASN), in proposito postillava di Plutarco e nella sua nota (41) postillava che: “Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ecc…”. Dunque, il La Greca (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32.
Non sappiamo a quale edizione di Plutarco si riferisca nella sua postilla il La Greca. Dunque, la notizia potrebbe provenire anche da Plutarco (…) che parlò di Cicerone nella sua opera le Vite parallele (Βίοι Παράλληλοι) sono dedicate a Quinto Sosio Senecione, amico e confidente di Plutarco, al quale lo scrittore dedica anche altre opere e trattati. Costituite da 23 coppie (una è andata perduta), alla biografia di un personaggio greco viene accostata, generalmente, quella di un romano, ad esempio Alessandro Magno e Giulio Cesare. L’originalità plutarchea sta proprio in questo accostamento, che dimostra sia come l’Ellade avesse prodotto valenti uomini d’azione e sia come i Romani non fossero tutti barbari. Le sue biografie contengono un’infinità di informazioni utili alla ricerca storiografica. Leggiamo da Wikipedia che Cicerone per sfuggire ad una probabile vendetta di Silla, tra il 79 ed il 77 a.C. Cicerone si recò, accompagnato dal fratello Quinto, dal cugino Lucio e probabilmente anche dall’amico Servio Sulpicio Rufo, in Grecia ed in Asia Minore. Particolarmente significativa fu la sua permanenza ad Atene. Qui incontrò nuovamente l’amico Attico che, fuggito da un’Italia sconvolta dalle guerre, si era rifugiato in Grecia. Egli era poi diventato cittadino onorario di Atene e poté presentare a Cicerone alcune tra le più importanti personalità ateniesi del tempo. Ad Atene, inoltre, Cicerone visitò quelli che erano i luoghi sacri della filosofia, a cominciare dall’Accademia di Platone, di cui era allora capo Antioco di Ascalona. Di quest’ultimo Cicerone ammirò la facilità di parola, senza tuttavia condividerne le idee filosofiche, ben differenti da quelle di Filone, delle quali era convinto ammiratore. Dopo un breve soggiorno a Rodi, dove conobbe lo stoico Posidonio, Cicerone tornò in Grecia, dove fu iniziato ai misteri eleusini, che lo impressionarono molto, e dove poté visitare l’Oracolo di Delfi. Qui domandò alla Pizia in quale modo avrebbe potuto raggiungere la gloria, ed ella gli rispose che avrebbe dovuto seguire il suo istinto, e non i suggerimenti che riceveva.
Nel ’58 a.C., Cicerone, il vicus “SAPRINUS” e la tenuta (proprietà fondiaria), il ‘Fundus Sicca’ dell’amico Sicca o Sica nei pressi di Vibone (Lucana)
Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del primo trimvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dall’altra città calabra ‘Vibo Valenzia’, a p. 66 in proposito scriveva che: “Cicerone è un’eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra ecc…”. Il Tancredi, a p. 66, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Cicerone M.T., ‘Ad Atticum’, III, 3 “Sed te oro ut ad me Vibonem statim venias, quo multis de causis converti iter meum”; ecc…”. Il Tancredi postillava della lettera ad Attico nel Libro III, la n. 3. Infatti, la lettera in questione la ritroviamo in “Lettere ad Attico” che, ivi pubblico traendole dal testo “Epistole ad Attico_1” (vol. II) a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet. Si tratta dell’epistola n. 3 contenuta ne Libro III, la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico che il Di Spigno (….), nel suo vol. I, Libro III a p. 266 in proposito è ivi scritto: “47 (III, 3) Scritta in itinere c. IX Kal. Apr., ut. vid., an. 58.”: “Cicero ad Attico sal. Utinam illum diem videam cum tibi agam gratias quod me vivere coegisti! Adhuc quidem valde me paenitet. Sed te oro ut ad me Vibonem (1) statim venias, quo ego multis de causis (2) converti iter meum. Sed eo si veneris, de toto itinere ac fuga mea consilium capere potero. Si id non feceris, mirabor; sed confido te esse factorum.”, la cui traduzione del Di Spigno è: “Voglia il Cielo che io veda il giorno in cui potrò ringraziarti di avermi costretto a vivere! Finora solamente rammarico è quel che provo e anche profondo. Ma ti prego di venire immediatamente ad incontrarmi a Vibone (1), dove sono diretto, perchè ho deviato, per molte ragioni (2), dal cammino che mi ero prefisso. Ma, se tu verrai là, potrò prendere una decisione sull’itinerario completo che devo seguire nel mio esilio. Se non lo farai, me ne stupirò; comunque ho fiducia che tu lo farai.”. Il Di Spigno, a p. 266, nella sua nota (1) postillava che: “‘Vibo Valentia (‘Hipponium’), città dei ‘Brutii’ sul versante tirrrenico” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone progettava di cercare rifugio in Sicilia, oppure nell’isola di Malta; cfr. Cic., Planc., 95 e l’epist. 49 (III, 4).”. Ma pare che il questore Romano Marco Tullio Cicerone, riguardo la sua amicizia con Sicca ed il suo podere a Vibone (Lucana non Vibo Valenzia), ho trovato un’altra lettera che mi sembra molto eloquente a riguardo. Si tratta dell’epistola sempre contenuta nelle sue Lettere ad Attico, la n. 2 del Libro III. Il Di Spigno a p. 267, la riporta e scrive che: “48 (III, 2) Scritta a Nari di Lucania il 27 marzo del 58. Cicerone ad Attico. La ragione per cui ho scelto questo itinerario sta nel fatto che non ho altro luogo ove con pieno diritto possa soggiornare alquanto tempo, eccetto la tenuta fondiaria di Sicca, ecc…(1).”. Il Di Spigno a p. 267, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ma Cicerone avrà un’amara sorpresa; cfr. 49 (III, 4)” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone temeva una vendetta da parte di Publio Autronio Peto, il console designato per il 65, implicato nella così detta prima congiura di Catilina e, in tono ridotto, nella violenta cospirazione del 63. Ecc..”. Dunque, il Di Spigno riguardo l’amara sorpresa che attendeva Cicerone cita l’epistola n. 49 (III, 4) che egli scrive a p. 268: “49 (III, 4) Scritta Vibone, ut vid., III, Non. Apr. an. 58. Cicerone ad Attico Sal. Miseriae nostrae ecc…Vorrei che tu attribuissi all’infelicità in cui mi dibatto, piuttosto che alla mia incoerenza, il fatto che all’improvviso sono partito dalle vicinanze di Vibone (1), dove ti sollecitavo a venire. Mi è stato appunto portato il testo della proposta di legge ecc…”. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (1) postillava che: “(1) In quei paraggi si trovava la proprietà fondiaria di Sicca; cfr. 48 (III, 2).”. Dunque, come scrive Cicerone, egli sollecitava l’amico Attico a ragiungerlo nella “tenuta” dell’amico Sicca che, nella lettera n. 2 del Libro III scrive essere “vicina” a Vibone. Dunque potrebbe trattarsi della bella e grande villa romana di cui ancora oggi si possono ammirare le antiche vestigia in località S. Crce a Sapri. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (2), riferendosi alla lettera (49, III, 4) postillava che: “(2) La distanza era calcolata dalle coste d’Italia; cfr. 52 (III, 7), vol. I; Plut., Cic. 32. Mentre Cicerone parla di 400 miglia, in Plutarco e in Cassio Dione leggiamo 500; cfr. Plut., l.c.; Cass. Dio, XXXVIII, 17,7. La discrepanza dei dati è variamente spiegabile, ma il testo ciceroniano non va toccato.”. Dunque, al di là della dissertazione sulle distanze calcolate dai vari autori per stabilire i luogni citati nelle lettere Ciceroniane, il Di Spigno, pur credendo che si trattasse di una ‘Vibo Valenzia’ e non di una Vibone Lucana, come la chiama il Tancredi ed il Racioppi, in queste due epistole del ’58 abbiamo la citazione di una villa con annesso grande podere a Vibone dell’amico Sicca che ospitò Cicerone. Ora vediamo cosa voleva intendere il Di Spigno con la postilla di: “Plut., Cicer., 32.”. Voleva intendere il testo di Plutarco sulla vita di Cicerone contenuta nelle sue “Vite parallele”. A sostegno della sua tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri, tra cui quella di Marco Tullio Cicerone. Antonini, dice che Plutarco, nella sua: “Vita di questo Oratore” (parlava della vita di Cicerone), scriveva che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).“. Dovrebbe trattarsi di un passo (il Di Spigno e il La Greca dicono essere a pp. 31-32) che io ho trovato nel testo di Plutarco (….), ‘Vite parallele’ pubblicato nel testo “Seconda parte delle vite di Plutarco Cheroneo etc…”, dove a p. 235 è scritto: “cinquecento miglia fuori d’Italia. Non vi fu quasi persona, che stimasse quello editto, perchè tutti riverivano Cicerone, & infinita umanità e cortesia gli usarono sempre. Tuttavia capitan lo egli in Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, il quale in affarissime cose s’era servito dell’amicizia di Cicerone, & nel Consolato di lui era stato creato prefetto dè fabri; non lo volle alloggiare; anzi gli minacciò, che subito sarebbe ito ad accusarlo. Ecc…Navigando poi con buon vento a Durazzo ecc..”. Questo passaggio di Plutarco nella vita di Cicerone è interessante perchè anche lui ci parla di una Vibone. Il trascrittore dellopera di Plutarco prima la chiama ‘Hippone’ (Hipponion) e poi aggiunge “città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone”. Ovviamente, sebbene tantissimi autori locali tra cui l’Ebner (….) abbiano citato le lettere ad Attico di Cicerone, nessuno ha mai voluto indagare ed approfondire la questione della Vibo Lucana e del podere di Sicca che Cicerone cita più volte.

(Fig….) Plutarco, vita di Cicerone, in ‘Vite parallele‘, p. 235
Ora, Plutarco parla di Vibio siciliano. Cicerone, nel passo della lettera, menziona invece Sicca . E’ possibile conciliare le due testimonianze? Si deve pensare ad una svista di Plutarco, che tramanderebbe un nome per un altro, oppure Sicca e Vibio siciliano sono effettivamente due persone distinte? Per spiegare questa confusione e per far concordare le due fonti sono state avanzate delle ipotesi. Premettiamo che presso taluni si nota una certa perplessità nel riconoscere in Vibio siciliano, che non volle accogliere Cicerone a Vibo bensì in un cwrìon , lo stesso personaggio ricordato da Cicerone e che accolse invece l’esule a Vibo. Questo dubbio è dello Smith, che si fa eco di vecchi commenti. Effettivamente a prima vista, Sicca e Vibio potrebbero sembrare due persone distinte. Infatti, come vedremo più avanti anche Fernando La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) cita alcune lettere di Cicerone inviate ad Attico, in particolare cita “Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca);” e poi aggiunge: “Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Dunque, il passaggio di Plutarco che abbiamo letto: “….Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, ecc…” è per Ferdinando La Greca il “Vibio Sicca, amico di Cicerone”. Dunque, l’amico di Cicerone che aveva una villa con podere o tenuta agricola in un luogo sul mare molto vicino alla Vibone Lucana si chiamava Vibio Sicca. A Vibo Cicerone è ospitato presso il praefectus fabrum L. Vibio Sicca: Att. III, 2. 3. 4; Planc. 96; PLUT. Cic. 32, 1. Cf. DG 5, 631; CRISPO 1941, 186; MOREAU 1987, 471; RUOPPOLO 1988, 194. Sulla rete, su questo personaggio trovo scritto: “L. VIBIUS SICCA; Cfr. Crispo, 1941; Ruoppolo (…), 1988; Amico di Cicerone. Ospita Cicerone a Vibo durante il viaggio in esilio (anno ’58 a.C.); Cicerone si reca da lui per non vedere Publilia nell’anno 45 a.C.; Ospita Cicerone a Vibo nell’anno 44 a.C.”. Dell’esatta ubicazione del Fundus Siccae si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo“ in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, 1941 fasc. III p. 183 e seg. RUOPPOLO 1988 = M.G. RUOPPOLO, Un amico di Cicerone, L. (?) Vibius Sicca, «Athenaeum» LXVI, 1988, pp. 194-197. CRISPO 1941 = C.F. CRISPO, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; 225-233: “Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale. Aveva 34 anni e cominciava allora la sua vita politica. Ecc..”.

(Fig….) CF. Crispo (….), in ASCL, XI, 1941
Sebbene il Crispo (….) parlando del viaggio di Cicerone in Sicilia per raccogliere informazioni sul Propretore della Sicilia Caio Licinio Verre, si ostinava a credere che la Vibone (Lucana) fosse Vibo Valenzia, a p. 18, invece, il Crispo in proposito citava una lettera di Cicerone (….), contenuta nelle ‘Verrine’, in cui Cicerone parla di una città “Vibo di Velia”. Il Crispo a p. 18 in proposito scriveva che: “Cicerone (‘in Verrine’ (II), 1,9) accenna alle insidie tesegli da Verre in mare e in terra nel viaggio in Sicilia e scansate in parte per la propria vigilanza, in parte per lo zelo e le affettuose premure degli amici (2). In nessun luogo dà particolare informazione su questo punto, ma pare che fosse proprio nel ‘Sinus Vibonensis’, alla fine della sua missione, gli fosse stato preparato l’agguato per sopprimerlo o almeno per impedirgli di essere presente a Roma il giorno del processo – il 5 di agosto (nonae sextilis) ecc…”. Il Crispo a p. 18 nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘In Verrine’ (II), II, 40: non ego a Vibone Veliam parvulo navigo inter fugitivorum ac praedonum ac tua tela ecc..”. Dunque, dall’epistola contenuta nelle ‘Verrine’ Cicerone parla proprio di “Vibone Veliam”. Dunque, Cicerone fuggendo dalla Sicilia non si trovava per mari verso Vibo Valenzia ma si trovava vicino a una città chiamata “Vibone Velia”. Il Crispo a p. 18 nella sua nota (3) scriveva che: “Verre per essere assolto sperava nell’assenza di Cicerone ecc..”. Leggiamo da Wikipedia che Gaio Licinio Verra dal 73 a.C. al 71 a.C. fu propretore della Sicilia, designato dal Senato, e quindi acquisisce potere di imperium: funzioni militari, amministrative, giurisdizionali. Il governo di una provincia aveva durata annuale, ma in particolari circostanze poteva essere esteso. Il suo successore per il 72 era Quinto Arrio, che però non poté raggiungere la Sicilia in quanto impegnato nella guerra contro Spartaco ( nella quale morì) e quindi Verre ottenne una proroga dell’incarico. Poiché inoltre a causa della guerra servile e delle insurrezioni nell’Italia meridionale la situazione militare era molto pericolosa, il Senato gli prorogò ancora l’incarico anche per il 71 a.C., allo scopo di affidargli la protezione dell’isola contro eventuali infiltrazioni di ribelli. Durante il suo governo si macchiò di innumerevoli ingiustizie, allo scopo di accrescere il suo potere e le sue ricchezze personali. Compì concussioni, saccheggi e ruberie, pratiche piuttosto comuni nel periodo, per le quali, denunciato dai siciliani, subì un celebre processo a Roma nel quale Cicerone pronunciò contro di lui le orazioni denominate Verrine.

Sulla rete trovo un interessante saggio di Guido Carugno (….). Nel febbraio del 58 fu promulgata la lex Clodia de capite civis Romani (che mandava Cicerone in esilio) . Cicerone, senza attenderne l’approvazione dei comizi tributi, nella notte del 20 marzo del ’58 a.C., lasciò Roma e si diresse verso la Campania. Voleva recarsi in Epiro (ad Att. III,1), ma poi cambiò idea e, lasciata la via Appia, si mise sulla via Popilia che conduceva a Reggio Calabria. Nei pressi di Nares Lucanee scrisse ad Attico (III,2) per informarlo del cambiato itinerario e gli dava appuntamento a Vibone (Lucana); in una successiva lettera (ad Att. III,3), spiegava all’amico che per motivi di sicurezza si era rifugiato a Vibo nella casa di Sicca. Qui Cicerone venne a conoscenza della correzione apportata da Clodio alla seconda legge che nel frattempo era stata promulgata. Partito da Vibo alla volta di Turi, per raggiungere Brindisi e quindi l’Oriente, durante il viaggio, verso il 13 di aprile, scrisse una lettera ad Attico (III,4) nella quale tra l’altro gli diceva: ‘allata est enim nobis rogatio de pernicie mea; in qua quod correctum esse audieramus erat eiusmodi ut mihi ultra quadringenta milia liceret esse, illoc pervenire non liceret. Statim iter Brundisium versus contuli ante diem rogationis, ne et Sicca apud quem eram periret et quod Melitae esse non licebat’. Cicerone, male informato. parla di 400 miglia. che per giunta calcola da Roma, ma in effetti egli era allontanato di 500 miglia dai confini d’Italia, come attesta Plutarco. Ora, mentre Cicerone era a Vibo nel fundus Siccae (….), dovette ricevere, quantunque non ne faccia menzione nelle lettere scritte ad Attico in questo periodo, una comunicazione: da Gaio Virgilio, pretore della Sicilia, il quale gli faceva sapere, come attesta Plutarco, di tenersi lontano dalla sua provincia. Cicerone dovette maturare l’idea di recarsi in Sicilia durante il viaggio verso il mezzogiorno della penisola, tant’è vero che, come abbiamo ricordato, ad un certo punto non bene identificabile, invece di recarsi direttamente a Brindisi per raggiungere l’Oriente, deviò verso il Bruzio ponendosi sulla via Popilia. L’esule dunque, agitato da vari pensieri, depose l’idea di andare in Oriente e decise di trovare ospitalità in Sicilia, dove era pretore un suo amico. Quantunque questa decisione non emerga dalle lettere inviate ad Attico, tuttavia non c’è dubbio che le cose si siano svolte così, come del resto rilevasi sia da quanto Cicerone stesso ricorda nell’orazione pro Plancio 95, 96, sia anche dalla testimonianza di Plutarco (1.c.), il quale attribuisce all’esule il proposito di raggiungere la Sicilia appena uscito da Roma . Ora, riprendendo il nostro ragionamento, se, come abbiamo motivo di ritenere, Cicerone, prima di scrivere questa lettera ad Attico, aveva ricevuto anche la comunicazione da Gaio Virgilio, a maggior ragione, a parte il computo della distanza dall’Italia, egli dovette rinunziare al proposito di andare in Sicilia, nella quale gli era vietato di porre i piede. Veramente, nel passo della lettera che stiamo esaminando. Cicerone non fa altra questione se non quella della distanza, ma poichè lascia intendere di recarsi in oriente, dal momento che prende la via di Brindisi, è giusto pensare che il divieto di Gaio Virgilio era già a sua conoscenza. Suppongo che Cicerone tralasci di ricordare esplicitamente il divieto del pretore di Sicilia, perchè egli è tutto rivolto con la mente alla correzione della legge del tribuno. Quando Cicerone scrive ut… illoc pervenire non liceret vuole alludere alla Sicilia e non ad altro luogo; ed è anche evidente che, nelle righe seguenti della lettera, il pensiero dell’esule è rivolto ad altro e che la Sicilia, tra le considerazioni che seguono, non può essere più ricordata in quanto che l’argomento è stato già in precedenza esaurito, sia pure con la semplice valutazione della distanza. Nell’esame della lettera, non dobbiamo in questo momento perdere di vista la successione logica del pensiero di Cicerone, perchè ciò, come vedremo, ha una grande importanza ai fini della nostra dimostrazione. A questo punto, vien fatto di domandarsi: che c’entra, nel passo della lettera, il ricordo di Malta e quando mai Cicerone aveva manifestato il proposito di rifugiarsi in quest’isola? Se Melita fosse Malta, Cicerone avrebbe ricordato quest’isola, logicamente, accanto alla Sicilia e non dopo altre considerazioni statim iter Brundisium versus contuli… ne et Sicca apud quem eram, periet et quod Melitae esse non licebat. Ma c’è da fare un’altra importante osservazione. Malta che, come si sa, è a sud di Pachino di circa 90 km., fu definitivamente strappata ai Cartaginesi nel 218 dal console Sempronio, il quale costrinse alla resa il presidio cartaginese agli ordini di Amilcare. Da allora, quel gruppo di isole fu annesso alla provincia di Sicilia ed il governo centrale, con sede nel municipio di Malta, era rappresentato da un procuratore alle dipendenze del pretore di Sicilia. In base a ciò. non può sfuggire l’impossibilità d’identificare Melita con Malta. Ai fini del divieto imposto a Cicerone dal pretore Gaio Virgilio, è evidente che dire Sicilia o Malta era perfettamente la stessa cosa, dato il rapporto di dipendenza giurisdizionale dell’isola dal pretore di Sicilia. Esclusa l’identificazione di Melita con Malta per gli argomenti su addotti, cerchiamo di identificare questo luogo. Suppongo che dovesse trovarsi in territorio metropolitano e lontano da Vibo, come sil rileva dal passo di Cicerone, in cui il nome di Sicca, che era a Vibo, è posto accanto alla menzione di Melita (ne et Sicca, apud quem eram periret, et quod Melitae esse non licebat). Ora, nei pressi di Monteleone esiste un paese chiamato Mileto, sulle cui rovine Ruggiero il Normanno nel 1058 fece costruire una cittadina nella quale stabilì la sua corte (10). Questa località è vicina all’antico Hipponio, che sovrastava all’ Ippwniàthz kòlpoz (Strabone 6, 266), detto dai Romani sinus Vibonensis (Plinio n. h. 10, 29). Quivi appunto nel 191 a. C. i Romani dedussero una colonia di plebei del Lazio. Concludendo, dunque, Cicerone ha voluto dire ad Attico: appena che sono venuto a conoscenza della correzione apportata da Clodio al bando per cui non potevo, per motivi di distanza, recarmi in Sicilia, ho preso immediatamente la via di Brindisi il giorno precedente alla votazione della legge, sia per non mettere nei guai Sicca, che mi ospitava a suo rischio, sia anche perchè a Mileto non potevo starmene nascosto in campagna. A bene osservare il testo di Cicerone, appare chiaro che l’esule, dopo aver liquidato con la valutazione della distanza di 400 miglia il suo progettato ritiro in Sicilia, nel successivo periodo,passa ad un’altra serie di considerazioni, in cui il fatto che egli non volesse generosamente mettere nei guai Sicca, dato il divieto di Clodio di accogliere l’esule, è intimamente legato alla sua permanenza a Mileto, cioè nel fundus Siccae, che corrisponde esattamente a (tò) cwrìon ricordato da Plutarco. Dell’esatta ubicazione del Fundus Siccae si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo“ in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, 1941 fasc. III p. 183 e seg. L’Amatucci, nell’interessante nota già ricordata, ha avuto per primo il merito di identificare Melita con l’attuale Mileto. Il fundus Siccae, ricordato da Cicerone, è da identificare col cwrìon menzionato da Plutarco. E questo fundus non era a Vibo, dove Sicca, come attesta Plutarco, non volle accogliere l’esule per ovvie ragioni di sicurezza, bensì in un oppidulum della valle del Mesima, denominato sin dal sec. XIV Mellite o Melita. La serrata dimostrazione dell’Amatucci, che identifica il luogo dell’Appennino calabrese ricordato da Cicerone nella lettera in questione. è basata su rilievi di carattere puramente topografici, che dimostrano un‘esatta conoscenza dei luoghi percorsi da Cicerone in questo doloroso momento della sua vita. Il Crispo non condivide il punto di vista dell’Amatucci e ritiene che Melita sia Malta, ma di questa sua asserzione non dà una dimostrazione convincente. Certo, è naturale che, leggendo Melita il pensiero corra a Malta, ma, in base a quanto abbiamo detto, discutendo dei luoghi di Cicerone e di Plutarco che ricordano lo stesso episodio, non credo che si possa agevolmente accogliere quest’identificazione che si tramanda, a parer mio, erroneamente di edizione in edizione. Io ho accolto la tesi dell’Amatucci e ad essa ho apportato nuovi elementi per sostenerla e – confermarla.
Nel 44 a.C., la fuga di Cicerone, che temeva di essere ucciso dai sicari di Marco Antonio
Da Wikipedia leggiamo che Cicerone, in seguito alla morte di Cesare. Quando Cesare fu ucciso, il 15 marzo del 44 a.C., a seguito della congiura ordita da Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, per Roma, e per lo stesso Cicerone, si avviò una nuova fase politica, che avrebbe avuto termine solo con l’avvento dell’impero. A causa dell’instabilità politica di Roma, dopo l’assassinio di Cesare, e prima della sua condanna a morte, Cicerone si recava spesso nelle ville dei suoi amici a Velia e forse anche nella villa di Sapri. La decisione di intraprendere questo viaggio era maturata nelle turbolenze successive all’assassinio di Cesare, volendo Cicerone raggiungere la Grecia attraverso una lunga e inusuale, ma più sicura navigazione litoranea che, dalle coste tirreniche, attraversasse lo stretto di Sicilia. Cicerone non fu, certamente, colto di sorpresa dall’assassinio, da parte dei Liberatores, di Giulio Cesare: era sicuramente al corrente della congiura che si andava tessendo, ma decise sempre di tenersene al di fuori, pur manifestando una grande ammirazione per l’uomo che era destinato a divenire il simbolo stesso della congiura, Bruto. E lo stesso Bruto, infatti, con il pugnale sporco del sangue di Cesare ancora in mano, additò Cicerone definendolo l’uomo che avrebbe ristabilito l’ordine nella repubblica.
La testimonianza di un’antica città chiamata ‘Bibo ad Sicam‘ o ‘Siccam’ – nelle campagne di Sapri e che, probabilmente fosse stata già conosciuta dagli antichi e quindi anche dallo stesso Cicerone che la cita nelle sue lettere al suo amico di Velia. Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del primo triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Cicerone, non si diede pace, implorando le sue conoscenze perché favorissero il suo ritorno, ma alcune sue ville furono addirittura distrutte, come quella di Formia che spesso dovette abbandonare a causa delle sue repentine fughe. Verso la metà del I secolo a.C., quando, dopo la congiura e l’uccisione di Giulio Cesare, il questore Romano Marco Tullio Cicerone, si diede alla fuga e, girovagando si recò via mare per le diverse ville sparse sulla costa tra la sua villa di Anzio fino ad arrivare a quelle del Golfo di Policastro. Dunque, come vedremo, è molto probabile che Cicerone, prima di essere ucciso dai sicari di Marcantonio che, lo credette uno dei congiurati trascorse gli ultimi giorni della sua vita proprio in una delle patrizie ville romane che allora vi erano nel Golfo di Policastro come quella che esisteva a Sapri in località S. Croce, l’unica di cui abbiamo la testimonianza essendo i suoi monumentali ruderi ancora esistenti. Cicerone non fu, certamente, colto di sorpresa dall’assassinio, da parte dei Liberatores, di Giulio Cesare: era sicuramente al corrente della congiura che si andava tessendo, ma decise sempre di tenersene al di fuori, pur manifestando una grande ammirazione per l’uomo che era destinato a divenire il simbolo stesso della congiura, Bruto. E lo stesso Bruto, infatti, con il pugnale sporco del sangue di Cesare ancora in mano, additò Cicerone definendolo l’uomo che avrebbe ristabilito l’ordine nella repubblica. In seguito alla sua prescrizione decretata da Antonio, Cicerone lasciò allora Roma e si ritirò nella sua villa di Formia, che aveva ricostruito dopo gli episodi legati a Clodio. A Formia, però, fu raggiunto da alcuni sicari inviati da Antonio, che, aiutati da un liberto di nome Filologo, poterono trovarlo fin troppo facilmente. Cicerone, accortosi dell’arrivo dei suoi assassini, non tentò di difendersi, ma si rassegnò alla sua sorte, e venne decapitato. Una volta ucciso, per ordine di Antonio, gli furono tagliate anche le mani (o forse soltanto la mano destra, usata per scrivere ed indicare durante i discorsi), con cui aveva scritto le Filippiche, che furono esposte in senato insieme alla testa, appese ai rostri che si trovavano sopra la tribuna da cui i senatori tenevano le loro orazioni, come monito per gli oppositori del triumvirato. Prima del suo assassinio, Cicerone, si spostava continuamente in viaggio dalla sua Villa di Formia e scriveva tanto ai suoi fedelissimi amici. Nei primi del ‘400, Francesco Petrarca, nel corso delle sue frequentazioni nei luoghi campani, rinvenne le lettere (Epistole) che il Questore romano Marco Tullio Cicerone scrisse ai suoi fedeli amici, tra cui, vi sono 396 epistole, scritte tra il 68 e il 44 a.C., indirizzate a Tito Pomponio Attico, uomo ricco, appartenente al rango equestre, dotato di grande cultura, seguace dell’Epicureismo e pertanto determinato a non prendere parte attiva alla vita politica. Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati. Complessivamente furono ritrovate circa 864 lettere, delle quali una novantina furono scritte da corrispondenti. Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.C. Si dividono in 4 categorie. Alla prima delle 4 categorie appartengono quelle scritte da Cicerone al suo amico Attico. Epistole agli amici (Epistulae ad Familiares) (16 libri). Pare che le lettere scritte da Cicerone, quelle che a noi interessano siano due, ovvero Lettere ad Attico, scritte nel 44 d.C. (quindi proprio quando oramai era arrivata la sua fine) e, sono: epistola 6 del libro 16 e, l’epistola 19, del lib. 14 ad Attico. Subito dopo, il 7 dicembre del ’43 a.C., Cicerone sarà ucciso nella sua villa di Formia dai sicari di Antonio. Tito Pomponio Attico, era grande amico e vecchio compagno di Cicerone. Prese il cognonem di Attico, dopo una lunga permanenza ad Atene. In alcune lettere, Cicerone, cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”. Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Giulio Cesare e la sua successione. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dalla biografia che ne fa Plutarco (….), si evince che Cicerone, pur essendo molto amico di Bruto, e odiasse Giulio Cesare per le sue manie accentratrici, forse abbia avuto un ruolo, sia pur secondario nella tragica fine del dittatore e che a Sapri, Cicerone venisse ad incontrare un personaggio all’epoca molto influente. Attraverso l’epistolario scritto da Cicerone (….), le cui memorie furono poi in seguito riprese da Plutarco (….), veniamo a conoscenza di alcune interessanti notizie che riguardano i nostri luoghi. La raccolta di queste lettere sono dette “Epistole ad Attico”. In alcune di queste lettere scritte da Cicerone ai suoi amici che l’avevano ospitato o in cui egli si recò, egli citò diverse volte alcuni luoghi del Golfo di Policastro.
TALNA, l’amico di Cicerone che più volte l’ospito nella sua villa a Velia
Da Wikipedia leggiamo che Manio Giovenzio Talna (latino: Manius Iuventius Thalna) (… – …) è stato un politico romano. Figlio di un Lucio, che era stato legato in Spagna sotto il comando dell’allora pretore Calpurnio Pisone, Manio divenne tribuno della plebe nel 170 a.C.; con il collega Gneo Aufidio accusò il pretore Gaio Lucrezio circa la sua condotta tirannica ed oppressiva in Grecia. Nel 167 a.C. egli stesso divenne pretore ed ottenne la iurisdictio inter peregrinos; lo stesso anno si appellò al popolo per dichiarare la guerra contro Rodi, nella speranza di averne il comando supremo. Ma non si era precedentemente consultato con il Senato e la sua proposta ebbe la veemente opposizione dai tribuni Marco Antonio e Marco Pomponio. Nel 163 a.C. fu eletto console con Tiberio Sempronio Gracco e gli fu affidata la campagna militare contro i corsi che si erano ribellati, campagna che fu conclusa vittoriosamente in breve tempo. Per riconoscenza il Senato gli riconobbe l’onore di un pubblico ringraziamento; Manio Giovenzio fu travolto dalla felicità per tale riconoscimento, tanto che, mentre offriva un sacrificio agli dei, fu colpito da un attacco di cuore che lo uccise all’istante. Dopo l’omicidio di Cesare, Cicerone fuggì e finì a Velia, città natale di Trebazio. Secondo una delle lettere, sarebbe rimasto lì con un certo Talna, ma alcuni sospettano che, data la forte amicizia e le descrizioni accompagnate da consigli, si trovasse in realtà a casa di Trebatius. Ciò significherebbe che Trebatius a volte veniva anche chiamato Talna dai suoi cari. Un’altra spiegazione di ciò potrebbe essere trovata in un’errata acquisizione della corrispondenza di Cicerone da parte di Petrarca: quando vide il nome Testa, non lo riconobbe, e lo fece Talna perché già esisteva nel Ad Atticum-lettere di Cicerone. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, a pp. 424-425 e ssg., nel suo “Capitolo XI – Di Vibonati, e Sapri”, in proposito scriveva che: “Quando Cicerone dopo la morte di Cesare per le brighe fra Ottavio, ed Antonio fuggì di Roma, andossene alla sua villa a Pompei; di là postosi in barca, andò a Velia, donde (dopo essere stato un giorno in casa di Talna (partì ed andò a Vibone (I).“. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 232 parlando di Velia, in proposito scriveva: “Era pregiata per la salubrità ed amenità del luogo; e Cicerone quand’era in viaggio vi andava a trovare i suoi amici Talna e Trebazio (4). Etc…”. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: “(4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; 7, 5; ad fam. VII 20; Phlipp. I 4, 9; X 4, 8; Brut. I 10,4. A Velia gli venne il primo pensiero di scrivere la ‘Topica’, che dedicò appunto a Trebazio (a. 44): ad fam VII 19; cfr. Top. 1, 5.”. Nel 2005, Carlo Di Spigno curò l’edizione Utet, delle “Epistole ad Attico_2”, dove a p. 1460 e sgg. pubblica la lettera n. 6, del libro XVI di Marco Tullio Cicerone contenuta nella sua opera “ad Atticum”. Il Di Spigno, a p. 1460 scriveva che: “414 (XVI, 6) Scr. Vibone VIII Kal. Sext. an. 44″ e, poi, a p. 1461, nella traduzione scrive: “414 (XVI, 6) Scritta a Vibo Valentia il 25 luglio del 44.”. Cicerone inizia così il passo dell’epistole di Cicerone: “(I)……Veni igitur ad Siccam octavo die e Pompeiano, cum unum diem Veliae constitissem; ubi quidem fui sane libenter apud Talnam (1) nostrum nec potui accipi, illo absente praesertim, scilicet. Itaque obduxi posterum diem. Etc…“. Nella sua traduzione del testo greco, il Di Spigno, a p. 1461, in proposito scriveva che: “(I) …..Dunque sono arrivato da Sicca sette giorni dopo che ero partito dalla mia villa di Pompei, però con un giorno di sosta a Velia, dove mi sono trattenuto proprio volentieri a casa del nostro amico Talna (1) e non avrei potuto essere accolto con maggiore generosità, tanto più che egli era assente. Etc…”. Cicerone scrive che, partitosi otto giorni prima dalla sua villa di Pompei, fa un viaggio per mare, con una barchetta a remi, fa un giorno di sosta a Velia, dove sarà ospite della moglie dell’amico Talna che dice che era assente. Il Di Spigno, a p. 1460, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. 299 (XIII, 28), 4, n. 5.”. Infatti, il Di Spigno, riguardo l’amico di Cicerone, Talna, a p….., nella nota (5) postillava: “(5) Si tratta probabilmente di Giovenzio Talna, il ‘flosculus Iuventiorum’ di cui a CATULL., 24, I. Suo padre fu buon amico di Cicerone; cfr. 414 (XVI, 6), I.”.
Nel 24 luglio 44 a.C., Cicerone, partito da Pompei il 18 luglio arriva nel fondo dell’amico Sicca che lo ospita a “Vibonem ad Siccam” ed il 25 scrive all’amico Attico. Cicerone si era fermato un giorno a Velia, in casa dell’amico assente Talna
Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito scrivevo che: “Sulla scorta dell’Antonini, la storiografia locale, credeva riferirsi a Sapri Marco Tullio Cicerone, quando come questore in viaggio per la Sicilia occidentale, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a.C., diceva: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud). Marco Tullio Cicerone, nel I sec. navigò ripetute volte per le nostre coste; infatti nella lettera scritta nel 44 ad Attico (60) si legge: “perveni enim Vibonem ad Siccam”.”. Nella mia nota (60) postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.” riferendomi all’altra notizia e lettere ad Attico. Negli scritti di alcuni storici locali ricorre spesso la notizia di una lettera di Cicerone che scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il ‘Vicus’ come “Parva gemma maris inferi”, la cui traduzione letterale è “Piccola gemma dei mari del Sud”. In questi scritti, però non vengono mai riferiti i riferimenti bibliografici. Questa notizia non è stata mai sufficientemente indagata. In questo blog che curo da pochi anni stò cercando di approfondire ed ulteriormente indagare alcuni temi e notizie. Nella mia Relazione Storico-Urbanistica su Sapri (….) scrivevo che, secondo alcuni autori locali (Tancredi e Guzzo), la frase attirbuita a Cicerone, che diceva di Sapri “parva gemma maris inferi”, egli l’avesse scritta in una delle sue lettere ad Attico, nel 44 a.C., dove, pare che Cicerone avesse scritto all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa e, nella nota (60) postillavo che Cicerone questa lettera, datata anno 44 a.C. fosse l’epistola n. 6 del Libro 16 delle sue lettere contenute nell’opera sua “ad Attico”. Gli altri autori locali (Tancredi, Guzzo, Cesarino), citano la frase attribuendola a Cicerone ma come unico riferimento bibliografico scrivono solo che la frase è contenuta in una delle lettere “ad Attico”, indirizzate all’amico Trebazio Testa nell’anno 75 a.C….Cicerone si era fermato a Velia ed a “Vibone ad Siccam”, ospite di amici, diverse volte. Nella mia Relazione (….) citata riportavo la notizia, di cui, per la prima volta aveva dissertato l’Antonini. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, a pp. 424-425 e ssg., nel suo “Capitolo XI – Di Vibonati, e Sapri”, in proposito scriveva che: “Quando Cicerone dopo la morte di Cesare per le brighe fra Ottavio, ed Antonio fuggì di Roma, andossene alla sua villa a Pompei; di là postosi in barca, andò a Velia, donde (dopo essere stato un giorno in casa di Talna (partì ed andò a Vibone (I). Ed acciò nulla ci si possa opporre sulle parole di Cicerone, le riporteremo belle, ed intiere ‘ad Attico lib. 16. epist. 6 Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) magis commode quam strenue navigavi; remis enim magnam partem; prodomi nulli: illud fatis opportune. Duo Sinus fuerunt, quos transmitti oportet, Paestanus, & Vibonensis. Utrumque pedibus (2) aequis transmisimus. Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talman nostrum, nec potui accipi, illo absente praesertim, liberalius, IX. Kal. igitur ad Sicam (3). Questa sola parte basterebbe a convincere Barrio, e suoi ostinati seguaci, perchè in essa vedesi che Cicerone lo chiama ‘Vibo ad Siccam’ e non Vibo Valentia, ma vi si può aggiungere di più che per andare colà, bisognò, che passasse due golfi, quel di Pesto, oggi di Salerno e quel di S. Eufemia etc…”:

Fu l’Antonini che mise in dubbio la notizia che il fondo di Sicca, che ospitò più volte Cicerone, non si trovasse a Vibo Valentia ma si trovasse nel luogo che Cicerone chiama “Vibonem ad Siccam” che, l’Antonini ipotizza quale città antica posta tra le campagne delle attuali Sapri e Vibonati. L’Antonini prendeva ad esempio la citata lettera ad Attico scritta il 25 luglio del 44 a.C…Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone,….., si fermò a Vibone…..e poi vi fu in seguito altre due volte quando, cioè, prendeva la via dell’esilio, ospite dell’amico Sicca (a. 58), ch’era stato ‘praefectus fabrum’ sotto il suo consolato (4), etc…”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (4) postillava che: “(4) Cic. ad Att. III 4; pro Plancio 40, 96.”. Dunque, il Ciaceri citava la lettera di Cicerone, la n. 4 contenuta nel Libro III delle epistole “ad Atticum”. Di questa lettera ne abbiamo gia parlato ed è a questa lettera, che però è stata scritta precedentemente, nell’anno 58 a.C., che l’Antonini si riferiva quando scriveva del lungo itinerario fatto da Cicerone in barca a remi se si fosse trattato di Vibo Valenzia e non di un’altra località molto prossima alla breve sosta che fece a Velia, ovvero “Vibo ad Siccam”. Infatti, Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Nel 58 a.C. Cicerone, costretto all’esilio, si reca a Vibone, nella villa (fundus) di un suo amico, Vibio Sicca (56); poi è costretto a lasciare l’Italia, e raggiunge in fretta Turi e Brindisi per imbarcarsi verso la Grecia (57). Nell’interpretazione dell’Antonini, per spiegare la particolare rapidità degli spostamenti di Cicerone, la villa di Sicca doveva trovarsi in Lucania, nel territorio dell’odierna Vibonati. A sostegno di questa tesi, l’Antonini cita Livio, il quale parla della fondazione della colonia latina di Vibone nel 192 a.C., con 4000 famiglie, affermando che il suo territorio era vicino al Bruzio (Bruttiorum proxime), e che i Bruzi l’avevano strappato ai Greci (58)…… L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (56) postillava: “(56) Su Sicca vd. RUOPPOLO 1988.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (57) postillava: “(57) Cicerone, Ad Att., III, 2-4; Pro Planc., 40-41, 96-97.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 232 parlando di Velia, in proposito scriveva: “Era pregiata per la salubrità ed amenità del luogo; e Cicerone quand’era in viaggio vi andava a trovare i suoi amici Talna e Trebazio (4). Egualmente che Vibone, Velia era un punto toccato da chiunque lungo la costa del Tirreno dalla Campania andasse a Reggio e viceversa (5); ma la città da per sè non aveva più importanza e da questo tempo in poi non c’è più ricordata dagli scrittori antichi.“. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: “(4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; 7, 5; ad fam. VII 20; Phlipp. I 4, 9; X 4, 8; Brut. I 10,4. A Velia gli venne il primo pensiero di scrivere la ‘Topica’, che dedicò appunto a Trebazio (a. 44): ad fam VII 19; cfr. Top. 1, 5.”. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (5) postillava: “(5) Cic. Verr. II 40, 99; V 17, 44.”. Dunque, il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: “(4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; etc…”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. XII – “Antonio, Cicerone ed Ottaviano”, a pp. 340-341, in proposito scriveva: “Ma egli voleva partire; ed, in fine, dopo avere raccomandate tutte le cose all’amico Oppio, il quale l’aveva spinto a codesta decisione per provvedere meglio alla sua dignità (7) (calcolando di far ritorno in Roma con il principio del nuovo anno, quando fossero entrati in carica i nuovi consoli, Irzio e Pansa, e con il pensiero d’andare a raggiungere gli amici al campo se presto si fosse venuti alle armi, sebbene si lamentasse della lentezza di Bruto nei preparativi di guerra)(8), movendo da Pompei il 18 luglio prendeva il mare (9). Fermatosi un giorno a Velia e successivamente a Reggio, giungeva a Siracusa donde, una sola notte di fermata, navigava alla volta della Grecia; etc…”. Questa la cronistoria del viaggio che Cicerone fece nel 44 a.C.. Dunque, il Ciaceri scriveva che Cicerone, dopo la partenza del 18 luglio 44 a.C. si fermò un giorno a Velia (nella casa dell’amico Talna che però dice essere assente) e, proseguendo il suo viaggio si fermò dall’amico Sicca a Reggio. La lettera in questione non dice che egli si fermò dall’amico Sicca a Reggio ma dice che egli si fermò a “Vibonem ad Siccam”, di cui l’Antonini ha fatto notare non essere “Vibo Valentia, ma essere una località molto prossima a Velia. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (7) postillava: “(7) ad Famil. (ad Oppium) XI 29 (primi di Luglio); cfr. ad Att. XV 26, 1”. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (8) postillava: “(8) ad Att. XVI 4, 4; cfr. 2, 4 “. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (9) postillava: “(9) ib. XVI 3, 61 (17 Luglio”. A questo punto, il Ciaceri aggiunge che, in seguito Cicerone: “Abbandonò l’idea del viaggio in Grecia e rifacendo la stessa via presso Velia s’incontrò con Bruto, etc…” prosieguo che vedremo nella prossima lettera, la n° 7. Ritornando alla lettera del 25 luglio 44 a.C., la lettera n° 6 del libro 16 dell’anno 44 a.C.. ci chiediamo che era questa la lettera a cui alcuni storici locali (Tancredi, Guzzo, Cesarino) attribuivano a Cicerone la famosa frase “Parva gemma maris inferi” ?. Nel 2005, Carlo Di Spigno curò l’edizione Utet, delle “Epistole ad Attico_2”, dove a p. 1460 e sgg. pubblica la lettera n. 6, del libro XVI di Marco Tullio Cicerone contenuta nella sua opera “ad Atticum”. Il Di Spigno, a p. 1460 scriveva che: “414 (XVI, 6) Scr. Vibone VIII Kal. Sext. an. 44″ e, poi, a p. 1461, nella traduzione scrive: “414 (XVI, 6) Scritta a Vibo Valentia il 25 luglio del 44.”. Cicerone inizia così il passo dell’epistole di Cicerone: “(I) Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Siccam) magis commode quam strenue navigavi; remis enim magnam partem, prodromi nulli. Illud satis opportune, duo sinus fuerunt quos tramitti oporteret, Paestanus et Vibonensis, utrumque pedibus aequis tramisimus. Veni igitur ad Siccam octavo die e Pompeiano, cum unum diem Veliae constitissem; ubi quidem fui sane libenter apud Talnam (1) nostrum nec potui accipi, illo absente praesertim, scilicet. Itaque obduxi posterum diem. Sed putabam, cum Regium venissem, fore ut illic “δολιχον πλοον ορμαινοντες” (2) cogitaremus corbitane Patras an actuariolis ad Leucopetram Tarentinorum (3) atque inde Corcyrm; et, si oneraria, statimme freto an Syracusis. Etc..”. Nella sua traduzione del testo greco, il Di Spigno, a p. 1461, in proposito scriveva che: “(I) Fino ad ora (sono giunto a casa di Sicca a Vibo Valentia) ho compiuto il viaggio per mare più placidamente che rapidamente: in gran parte a remi: il soffio dei venti di nord-nord est non si era sentito affatto. E’ capitato ben a proposito perché due erano i golfi che bisognava oltrepassare, quello di Pesto e l’altro di Vibo: abbiamo attraversato ciascuno dei due a pié fermo. Dunque sono arrivato da Sicca sette giorni dopo che ero partito dalla mia villa di Pompei, però con un giorno di sosta a Velia, dove mi sono trattenuto proprio volentieri a casa del nostro amico Talna (1) e non avrei potuto essere accolto con maggiore generosità, tanto più che egli era assente. Quindi il 24 sono giunto da Sicca. Qui, naturalmente mi trovo come se fossi a casa mia. Pertanto sto aggiungendo al mio soggiorno anche il giorno successivo. Ma penso che, una volta raggiunto Reggio, lì, “meditando sulla lunga nagigazione”(2), dovremo riflettere se far rotta per Patrasso con una nave da carico, oppure puntare con delle barche a remi su Leucopetra Tarentina (3) e di lì su Corcira; nell’ipotesi etc…”. Il Di Spigno, a p. 1460, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. 299 (XIII, 28), 4, n. 5” e, a p. 1460, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Hom., ‘Od.’ III, 169, inserito con la tecnica ad intarsio”. Dunque, anche il Di Spigno, nella traduzione dal greco scrive: “(I) Fino ad ora (sono giunto a casa di Sicca a Vibo Valentia) ecc…”, ma nutriamo forti dubbi che si tratti di Vibo Valentia. La cosa non è di poco conto. Cicerone, il 24 luglio del 44 a.C. si trovava ospite a casa dell’amico Sicca a Vibo Valentia o si trovava non molto distante da Velia visto che aveva fatto il viaggio con una barchetta a remi e quindi a “Vibonem ad Siccam” ?. Dunque, il 25 luglio 44 a.C., Cicerone è a casa dell’amico Sicca a “Vibonem ad Siccam”, dove era giunto il 24 luglio del 44 a.C. e, dove, il 25, il giorno dopo scrive all’amico Attico. Cicerone scrive che, partitosi otto giorni prima dalla sua villa di Pompei, fa un viaggio per mare, con una barchetta a remi, fa un giorno di sosta a Velia, dove sarà ospite della moglie dell’amico Talna che dice che era assente. Il Di Spigno, a p. 1460, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. 299 (XIII, 28), 4, n. 5.”. Infatti, il Di Spigno, riguardo l’amico di Cicerone, Talna, a p….., nella nota (5) postillava: “(5) Si tratta probabilmente di Giovenzio Talna, il ‘flosculus Iuventiorum’ di cui a CATULL., 24, I. Suo padre fu buon amico di Cicerone; cfr. 414 (XVI, 6), I.”. Dunque, ritornando alla lettera di Cicerone ed al suo viaggio, l’arrivo il 24 luglio nel fondo dell’amico Sicca a “Vibone ad Siccam”, alla sosta di un giorno a Velia a casa dell’amico Talna, gli storici locali, come io credo, giustamente hanno interpretato la località “Vibonem ad Siccam” come “Sapri”, a differenza della maggioranza degli studiosi che pone questa località quale “Vibo Valenzia” ma, hanno aggiunto la frase “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud)” che Cicerone, come vedremo non scrisse in quella lettera né come mi pare in nessun’altra. Resta comunque un dubbio sull’anno che i due autori locali pongono. La lettera da me citata riguarda l’anno 44 a.C., mentre i due autori ci parlano dell’anno 75 a.C.. In ogni caso, Cicerone scrive nel 75 a.C. ma non conosciamo l’esatto riferimento bibliografico e dunque non siamo sicuri della notizia.
Riguardo la trascrizione dell’epistola ad Attico di Cicerone, l’Antonini in proposito nella sua nota (3) postillava che: “(3) Devesi avvertire, che nell’edizione dell”Epistole ad Attico’ fatta da Aldo Manunzio nel MDXIII. trovansi diversamente notate le date, i luoghi e ‘l numero dell”Epistole.”. Cicerone aggiunge che dopo aver navigato da Pompei l’ottavo giorno si era fermato a Velia dove si era fermato nella villa dell’amico “Talmam” (….) e, in seguito si recò nella villa di “Sica”. L’Antonini, nella nota (I), dice di trarre la notizia dalla ‘Storia’ di Francesco Fabricio (….). L’Antonini (….), nel parlare del ‘Sinus Vibonensis’ si riferiva a Francesco Fabricio (….) ed al suo testo sulla vita o la storia di Cicerone ‘Ciceronis HIstoria’, del 1569. L’Antonini confuta ciò che aveva scritto Fabricio che credeva si trattasse di Vibo Valenzia e non della nostra Vibone. La seconda lettera, Epistola n. 19 del Libro XIV, è la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico ‘Sal.’ da “Scr. in Pompeiano VIII Id. Mai. an. 44.” (anno ’44 a.C.) (372, Libro XIV, 19). Il Di Spigno (….) che ha curato l’edizione delle ‘Lettere ad Attico’ a p. 1333, nella sua traduzione scrive “Scritta nella villa di Pompei l’8 maggio del 44.”. A sostegno di questa tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri. Antonini, dice che Plutarco (….), nella sua “Vita di questo Oratore”, scrive che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).”. L’Antonini, a sostegno della sua tesi che Cicerone si riferisse al nostro Vibonati cita anche Plinio (…), dicendo che egli nel cap. 5 del lib. 3: “aveva incontro al nostro Vibone situato alcune isole col nome d’Ithacesiae: Et contra Vibonem parvae sunt Insulae, quae vocantur Ithacesiae, Ulyssis specula”, e sulla base di ciò detto l’Antonini affermava non essere il Vibo Valenzia ma un luogo a noi prossimo. Le isole ‘Ithacesiae’ di cui parla l’Antonini e Plinio, sono degli isolotti che ricorrono in tutte le carte d’Italia annesse alla ‘Geografia’ di Tolomeo, come possiamo vedere nel codice greco più antico conosciuto, il Codice Vaticano Urbinate Greco 82, di cui l’immagine di Fig….., ne illustra un particolare della carta dell’Italia. Ma come abbiamo cercato di dimostrare alcuni autori come Plutarco (….) dicono non si tratti di Vibo Valenzia in Calabria anche perchè questa cittadina aveva un porto molto distante dalle ville della costa Velina. E’ molto probabile che si tratti della baia e del porto di Sapri. L’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagine 424-425, disserta sul toponimo di ‘Vibone‘ e, citando “l’Abbate Aceti” scriveva che, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone, nelle sue “Epistole ad Attico” (una raccolta di lettere che Cicerone scrisse a diversi suoi amici subito dopo la congiura che portò alla morte di Giulio Cesare), si riferiva all’antico toponimo (nome di luogo) riferito a Sapri o al porto naturale di Sapri. Infatti, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, nelle sue “lettere ad Attico”, cita più volte il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘. L’antica città romana o ‘Latina’ di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Dal punto di vista strettamente bibliografico e, storiografico, il primo a riferire del toponimo “Bibo ad Sicam”, è stato il Barone di S. Biase (natio di Cuccaro Vetere), Giuseppe Antonini, nella sua ‘Lucania’ (…). Nel 1745 e in seguito, nel 1795, il nipote Matteo Egizio, pubblicò la “Lucania – I Discorsi”, del barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….) che, ci parla per la prima volta di un ‘Bibo ad Sicam‘ o ‘Siccam’ (…), citata da Cicerone (…). L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Ecc…”. Riguardo questo passaggio dell’Antonini (….), Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 740 parlando di Vibonati in proposito scriveva che: “Naturalmente è da escludere l’ipotesi dell’Antonini (3) che vuole Vibonati denominato da un’isoletta che le sarebbe quasi di fronte “Vibo ad Sicam, e Siccam” e che ubica ivi la Vibone di Cicerone (4). Già il Troyli (5) aveva fatto giustizia di questa ipotesi quando scriveva “lasciando da parte l’opinione di qualche altro Autore, che per amore della sua Lucania la vorrebbe ne’ Bonati; da Vibone diducendolo Vibonati, con una etimologia molto nuova”. Dello stesso parere il Soria (6), più incisivo il Magnoni (7).”. Ebner a p. 740 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Troyli, cit., I, p. 419, p. 178.”. Dunque Pietro Ebner (….) dando torto all’Antonini citava l’opera dell’abbate Troyli (….) riferendosi al tomo I, p. 419 e p. 178 del suo ‘Istoria generale del Reame di Napoli etc…’ dove a p. 176 del tomo I parlando di Vibo Valenzia in proposito scriveva che:


L’Antonini continua il suo discorso argomentando su ciò che aveva scritto Gabriele Barrio (….), di cui parlerò in seguito che voleva che il ‘Vibone’ citato da Cicerone fosse l’attuale Vibo Valenzia in Calabria. Figuriamoci se Cicerone nel fuggire dopo l’uccisione di Giulio Cesare si fosse recato a Vibo Valenzia e non come voleva giustamente l’Antonini nel golfo di Policastro che gli antichi chiamarono “Seno Vibonense” e, che altri in seguito, come vedremo chiamarono “Seno Saprico”. L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Infatti, l’Antonini aggiungeva che: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Certo è che le ‘Cammerelle’, come si mostravano prima degli anni ’80, somigliano ai ‘criptoportici’ (così detti da Schmiedt) di alcune ville patrizie romane a Formia, dove vi era anche la villa di Cicerone. Questo studio, riapre nuovi scenari circa il pasaggio e la conoscenza che il grande oratore Cicerone, avesse dei nostri luoghi. L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”.
L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Infatti, l’Antonini aggiungeva che: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Nel 1975, lo studioso Giulio Schmiedt (…), pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…) riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato ‘Vibo ad Sicam’ che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino”. Sulla questione ancora oggi dibattuta dagli storici, ovvero se si trattasse di Vibo Valenzia o piuttoto di una Vibone Lucana, l’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagina 424, disserta sul toponimo di ‘Vibone‘, credendo che si riferiva a Sapri, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, quando scriveva e citava nelle sue Epistole il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘ e, dedica molte pagine a Vibonati, dissertando sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva essere la Vibo Valenzia in Calabria e, confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una ‘Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dava torto a Barrio e cita anche Pomponio Mela (…), Tito Livio (…) e Plinio (…). L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dando torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. Anche il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, traeva questa notizia dalle epistole papali di papa S. Gregorio Magno e, nella nota (48), a p…., del Visconti (…), che postillava il Laudisio (…), scriveva: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, ovvero il Laudisio (…), nel riportare la notizia secondo cui: “Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile.”, l’aveva tratta dal Barrio (…), nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s., molto prima dell’Ughellio (…), scriveva sull’antica Vibonati e su alcune notizie citate dal Laudisio (…), credendola l’antica Vibone Lucana o “Hipponium”:

(Fig…) Barrio (…), Tomo V, parte I, libro II, p. 139
Nel 17 agosto 44 a.C., Cicerone incontra Bruto a Velia, nella villa dell’amico Thalna
Il 17 agosto 44: Cicerone incontra M. Bruto nelle vicinanze di Velia, prima della partenza di questi per la Macedonia: Att. XVI, 7, 5; Phil. I, 9. Cf. RUETE 1883, 10 n. 40; DG 6, 294; CIACERI 2, 343; GELZER 1969, 345; SB 1971, 245; STOCKTON 287; KUMANIECKI 1972, 515; FEDELI 1973, 411; BELLINCIONI 1974, 202; FUHRMANN 246; MARINONE a. 44 A. –Att. XVI, 7, 5: XVI Kal. Sept. [17 agosto] cum venissem Veliam, Brutus audivit […] pedibus ad me statim. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 232 parlando di Velia, in proposito scriveva: “Era pregiata per la salubrità ed amenità del luogo; e Cicerone quand’era in viaggio vi andava a trovare i suoi amici Talna e Trebazio (4). Egualmente che Vibone, Velia era un punto toccato da chiunque lungo la costa del Tirreno dalla Campania andasse a Reggio e viceversa (5); ma la città da per sè non aveva più importanza e da questo tempo in poi non c’è più ricordata dagli scrittori antichi.“. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: “(4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; 7, 5; ad fam. VII 20; Phlipp. I 4, 9; X 4, 8; Brut. I 10,4. A Velia gli venne il primo pensiero di scrivere la ‘Topica’, che dedicò appunto a Trebazio (a. 44): ad fam VII 19; cfr. Top. 1, 5.”. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (5) postillava: “(5) Cic. Verr. II 40, 99; V 17, 44.”. Dunque, il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: “(4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; 7, 5; “, ovvero postillava dell’altra lettera scritta ad Attico del 17 agosto 44, quando Cicerone si era recato di nuovo a Velia nella casa dell’amico di Velia, Trebazio Testa, e poi, in questa occasione parla dell’incontro che ebbe con l’amico Bruto e sua moglie Porzia. Si tratta della lettera (in “ad Atticum”), libro 16, n° 7 del 17 agosto 44 a.C…Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. XII – “Antonio, Cicerone ed Ottaviano”, a pp. 340-341, in proposito scriveva: “Ma egli voleva partire; ed, in fine, dopo avere raccomandate tutte le cose all’amico Oppio, il quale l’aveva spinto a codesta decisione per provvedere meglio alla sua dignità (7) (calcolando di far ritorno in Roma con il principio del nuovo anno, quando fossero entrati in carica i nuovi consoli, Irzio e Pansa, e con il pensiero d’andare a raggiungere gli amici al campo se presto si fosse venuti alle armi, sebbene si lamentasse della lentezza di Bruto nei preparativi di guerra)(8), movendo da Pompei il 18 luglio prendeva il mare (9). Fermatosi un giorno a Velia e successivamente a Reggio, giungeva a Siracusa donde, una sola notte di fermata, navigava alla volta della Grecia; senonchè, oltrepassata la costa di Sicilia dai venti contrari era respinto a Leucopetra e, costretto a fermarsi, alloggiava nella villa del suo amico Valerio (10). Quivi venivano a visitarlo molti della vicina Reggio; e da persone che giungevano da Roma (fra le quali era uno che essendo stato ospite di Bruto, lo aveva lasciato a Napoli) sentiva parlare d’un gran mutamento avvenuto negli affari pubblici, che faceva sperare in una generale conciliazione: disposto Antonio a sottostare all’autorità del Senato avrebbe abbandonata la pretesa delle provincie galliche e si sarebbe accordato con Bruto e Cassio, i quali sollecitavano tutti i principali senatori ad intervenire alla seduta del senato del 1° Settembre desiderando sovratutto la presenza di lui, Cicerone, e lamentandone l’assenza in siffatto momento (1). Abbandonò l’idea del viaggio in Grecia e rifacendo la stessa via presso Velia s’incontrò con Bruto, che trovavasi con le sue navi vicino il fiume Alete e che lo ragguagliò degli ultimi avvenimenti informandolo, fra l’altro, della seduta del Senato del 1° Agosto, nella quale Pisone aveva osato per il primo di muovere un’invettiva contro Antonio, per cui Bruto lo portava al cielo, sebbene nessuno dei Senatori avesse avuto l’animo d’assentire a quanto egli diceva (2).“. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (7) postillava: “(7) ad Famil. (ad Oppium) XI 29 (primi di Luglio); cfr. ad Att. XV 26, 1”. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (8) postillava: “(8) ad Att. XVI 4, 4; cfr. 2, 4 “. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (9) postillava: “(9) ib. XVI 3, 61 (17 Luglio”. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (10) postillava: “(10) ad Famil. (ad Trebatium) XII 20 (20 Luglio); VII 19 (28 Luglio); Philipp. I 3, 7 “. Il Ciaceri, a p. 341, nella nota (1) postillava: “(1) ad Att. XVI 7, 1; Philipp. I 3, 8 “. Il Ciaceri, a p. 341, nella nota (2) postillava: “(2) ib. XVI 7, 5 e 7; ad Famil. (ad Cassium) XII 2, 1 (fine Sett.); Philipp. I 4, 10: 6, 14; V 7, 19; cfr. XII 6, 14 “. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 88, in proposito scriveva che: “..e Bruto, dopo l’uccisione di Cesare, andò colla flotta a Velia ed ivi vide Cicerone, che tentò persuaderlo di tornare a Roma (3).”. Carucci, a p. 88, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Cic., I e X Filippica, VI e XV epistola. In quella ad Atticum leggesi: Erat enim (Brutus) cum suis navibus apud Helectem fluvium intra Veliam tria millia passuum’. Plutarco poi, nella Vita di Bruto, dice che il figlio adottivo di Cesare a Velia lasciò la moglie Porzia, quando partì per la Grecia.”. Da Wikipedia leggiamo che dopo la morte del padre di Porcia nel luglio 45 a.C., Marco Bruto, suo cugino, divorziò da Claudia e sposò Porcia. Molti non videro bene il divorzio, ma il partito di Pompeo lo accettò. Inoltre, Porcia era completamente innamorata di Bruto. Ebbero un figlio, ma morì quando era piccolo, nel 43 a.C. Bruto decise di attaccare Cesare. Sposò in prime nozze Marco Calpurnio Bibulo (un alleato politico del padre) e successivamente Marco Giunio Bruto, suo primo cugino. Plutarco tramanda che Porcia abbia ricevuto una ferita alla coscia in preparazione alla tortura, per provare che soffriva. A causa della ferita, ha sofferto di forti dolori, febbre e brividi. Bruto era molto preoccupato. Quando raccontò al marito della ferita, decise che non gli avrebbe nascosto nulla, perché vide che poteva fidarsi di lui. Porzia fu costretta a fuggire ad Anzio assieme a Bruto, poi si rifugiarono a Napoli ed infine a Velia da dove Bruto partì per la Grecia lasciandola sola. Si raccontava che Porzia, sempre attenta a non far trasparire le sue emozioni, rimase impassibile sulla banchina mentre la nave che le portava via il marito lasciava il porto.La città di Velia, in epoca romana, dopo la guerra sociale, divenne il municipio di Velia e fu meta di personaggi illustri quali Bruto e Cicerone che soggiornarono qui. Elea-Velia fu tappa di viaggio obbligata per Paolo Emilio, il vincitore di Pidna; Bruto e la moglie Porzia vollero conoscerla; Cicerone ne apprezzò le cure termali, che – la leggenda vuole – avevano ridato la salute ad Augusto di ritorno dall’Oriente; Orazio guarì, invece, da una quasi totale cecità. Con il passare degli anni Velia perse il suo antico splendore per via del progressivo interramento dei due porti che fornivano la maggiore risorsa commerciale della città. Venne distrutta dai Saraceni fra l’VIII ed il IX sec d. C. Da Wikipedia leggiamo che Marco Giunio Bruto (in latino: Marcus Iunius Brutus, pronuncia classica o restituta: [ˈmaːrkʊs ˈjuːnɪ.ʊs ˈbruːtʊs]; Roma, 85 a.C. o 79-78 a.C. – Filippi, 23 ottobre 42 a.C.), ufficialmente noto dopo l’adozione come Quinto Servilio Cepione Bruto (Quintus Servilius Caepio Brutus), è stato un politico, oratore, filosofo e studioso romano, senatore della tarda Repubblica romana e uno degli assassini di Giulio Cesare; fu difatti una delle figure preminenti della congiura delle Idi di marzo assieme a Gaio Cassio Longino e a Decimo Bruto. Eufemia Guariglia, nella sua Tesi di Laurea per il Politecnico di Milano, in proposito scriveva che Velia divenne ben presto un rifugio privilegiato dell’aristocrazia romana, per la fama della sua cultura, per l’importante scuola medica e per la bellezza dei luoghi: Bruto aveva qui una villa e Cicerone fu spesso ospite del suo amico Trebazio che aveva a Velia una splendida villa sul mare. Subito dopo, il 7 dicembre del ’43 a.C., Cicerone sarà ucciso nella sua villa di Formia dai sicari di Antonio.
Nel 42 a.C., Buxentum e l’ascesa al potere di Cesare Augusto Ottaviano
Da Wikipedia leggiamo che dopo l’uccisione di Giulio Cesare, come erede principale di Cesare, Ottaviano aveva diritto a tre quarti delle sue ricchezze. Informato dell’uccisione del prozio, decise di tornare a Roma per reclamare i suoi diritti di figlio adottivo. Assieme a lui erano stati nominati eredi Lucio Pinario e Quinto Pedio, a cui spettava il restante quarto del patrimonio di Cesare; solo Ottaviano, però, poté prendere, in quanto unico figlio adottivo, il nome del defunto, divenendo così Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Cesare lasciava, inoltre, agli abitanti di Roma trecento sesterzi ciascuno, oltre ai suoi giardini lungo le rive del Tevere (Horti Caesaris). Svetonio sintetizzò il periodo che seguì delle guerre civili. Sbarcato a Brindisi, dove ricevette il benvenuto dalle legioni di Cesare lì acquartierate in attesa della spedizione in Oriente, Ottaviano si impossessò dei circa 700 milioni di sesterzi di denaro pubblico destinati alla guerra contro i Parti, che utilizzò per acquisire ulteriore favore tra i soldati e tra i veterani di Cesare stanziati in Campania. (Anno 44 a.C.). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc…e tre lapidi, etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “La città di Bussento tuttavia si svilupperà a poco a poco, nel II e nel I sec. a.C., raggiungendo una certa floridezza nella prima età imperiale”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “Dopo la riforma di Diocleziano, anche il territorio di Bussento venne attribuito al Bruzio (12).”. L’Ebner, a p. 331, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Liber coloniarum, Lachmann, p. 262, 9 sg., p. 209, 14, sg.”. Ebner si riferiva al testo del filologo tedesco Karl Lachmann (….). Recentemente il testo “Liber Coloniarum” è stato tradotto da Giacinto Libertini (….), nel suo “Gromatici Veteres etc…Gli antichi Agrimensori etc…”, dove ci parla della Provincia III del Brutium e di Buxentum e del suo territorio, a p. 260. L’Ebner a p. 331, nella sua nota (13) postillava che: “(13) P. Natella e P. Peduto, Pixous-Policastro, “Universo”, 3, 1973 (per altre notizie e per l’importante bibliografia), p. 483 sgg. Cfr. pure Magaldi. Etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “8. Frattanto Buxentum fra l’età augustea e la metà del I sec. d.C. vede la monumentalizzazione dell’impianto urbano, con edifici pubblici, la sistemazione del foro, la costruzione di un macellum o mercato coperto, ed una serie di iscrizioni dedicatorie per la famiglia imperiale; nell’insieme, la città mostra numerosi segni di vitalità, come importante centro amministrativo del territorio e centro commerciale allo sbocco del Vallo di Diano, legato al porto (74). Quest’ultimo era alla foce del fiume Bussento, (nell’antichità arretrata di circa 4 km rispetto all’attuale), sul terrazzo marino di riva sinistra a sud-ovest di Policastro (75). La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico)(76) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come ad es. un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine a rilievi coevi del Vallo di Diano (77).”. Il La Greca, a p. 36, nella nota (74) postillava che: “(74) GUALTIERI 2003, pp. 104-110; BRACCO 1981b; BRACCO 1983.”. Il La Greca, a p. 36, nella nota (75) postillava che: “(75) SCHMIEDT 1966, pp. 322-324”. Il La Greca, a p. 36, nella nota (76) postillava che: “(76) CIL X 459-460.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (77) postillava che: “(77) Vd. GUALTIERI 1996.”.
Ville e possedimenti imperiali
Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. Nella mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, nella nota (42) postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n. 8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288-289-290, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Qui aggiungiamo che Velia, col suo porto (p. 34), per essere uno scalo quasi obbligatorio di coloro che andavano in Sicilia, o ne tornavano per via di mare, costringeva i viaggiatori a fermarvisi (1). Cicerone, nella sua seconda ‘actio’ contro Verre, ricorda che, per trovarsi a Roma, come richiedeva la procedura, il giorno della trattazione della causa, dové esporsi ad un viaggio per mare pieno di pericoli, da Vibone a Velia (2). In un altro passo Cicerone afferma di aver visto con i suoi occhi, all’ancora del porto di Velia (p. 34), la splendida nave, su cui Verre si era imbarcato, non senza avervi prima caricato una parte, la più preziosa della refurtiva (3).”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, II, 40, 99: “……………..”…Cfr. C.F. Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, a. XI (1941), p. 18 seg.. Nel passo riferito di Cicerone vi era un allusione al ‘Thempsanum incommodum’, di cui si è fatto cenno (p. 188).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, V, 17, 44 etc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “Ai tempi dei primi imperatori era posto di confino per gli esiliati di marca. Etc…Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Credo che molte iscrizioni di quei tempi sian sepolte fra gli abbattuti edifici di Policastro, dalle quali potrebbesi formar concetto della sua magnificenza, essendone però una sola, nemmeno intera pervenuta a mia notizia, non voglio tediarla di qui rapportarla, etc…”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro, ragionando sulla presenza di queste epigrafi scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc…e tre lapidi, etc…”. Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 47, in proposito alle due epigrafi di cui parlo in questo mio saggio scriveva che: “La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico, murate nel campanile della cattedrale di Policastro)(70) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine ai rilievi coevi del vallo di Diano (71).“. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) CIL X 459-460.”. Infatti due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Il La Greca (…), a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. La mia ipotesi che Giulia fosse stata confinata a Sapri nella bella villa in località S. Croce non potrebbe essere tanto campata in aria visto che l’epigrafe funebre a lei dedicata esiste e si trova non molto distante da Sapri. Tuttavia la notizia andrebbe a mio parere ulteriormente indagata. Secondo quanto scrivevano Tacito e Svetonio, la villa (Imperiale) che accolse l’esilio forzato della bella moglie di Tiberio potrebbe essere quella di Sapri essendo questa l’unica più vicina a Policastro, dove si trova la sua epigrafe funeraria e l’unica esistente su tutto il litorale fino a Velia. L’ipotesi è plausibile ?. Certo è che la notizia e l’ipotesi stessa dovrebbe essere ulteriormente e meglio indagata dagli addetti ai lavori chepare abbiano dimenticato le due epigrafi ancora visibili sul campanile della cattedrale di Policastro. Già il Ramage si chiese come mai si trovassero a Policastro quelle epigrafi che ci parlano di una famiglia imperiale, la quale a suo avviso, essi dovevano possedere una villa di una certa importanza. Vi sono ville d’epoca romana a Policastro ?. Che io sappia non ne sono mai state trovate. Forse è per questo motivo che l’Antonini poneva Bussento lì dove doveva trovarsi l’antica città della Molpa. Sono ancora tanti i dubbi e le incertezze storiche di questo territorio e non credo che certe notizie vadano liquidate alla stregua del Racioppi che criticò fortemente l’Antonini. L’Antonini scrive che il campanile fu costruito con materiale di risulta proveniente da altri ruderi o monumenti dell’antichità. Infatti, il campanile è di epoca posteriore a quello delle Iscrizioni citate dall’Antonini, solo una risulta anteriore. E’ quindi da non ecludere l’ipotesi che l’epigrafe di Giulia (“IVLIAE”), provenga da una villa d’epoca romana posta nella zona. Credo che oltre ogni ragionevole dubbio si possa propendere per l’ipotesi che si trattasse proprio della villa d’epoca Romana a Santa Croce a Sapri. Come scriveva il Tancredi, la figlia di Augusto e moglie di Tiberio, Giulia maggiore, di cui a Policastro Bussentino, l’antica Buxentum (Bussento) possiamo leggerne l’epitaffio della sua morte su una lapide scolpita nel marmo posta sul campanile bizantino della cattedrale, fu confinata dal padre Cesare Augusto in una villa di cui a Policastro non si trovano i resti. E’ molto probabile però che la sua villa, in cui ella dovette morire, fosse la villa romana di cui ancora oggi possiamo ammirarne le vestigia in località S. Croce a Sapri. Il fatto che l’epigrafe marmorea si trovasse a Policastro significa poco perchè essa poteva provenire da altro luogo essendo materiale di risulta reimpiegato sulla torre campanaria della Cattedrale. L’epigrafe lapidea di Giulia, moglie di Tiberio, poteva essere scolpita e posta solo dopo la sua morte nel municipio di Buxentum.
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: “(52) In Plutarco (Cato min., 20) è notizia di latifondi dell’Uticense, in Eutropio (X 2. 3) di Massimiliano Ercole (305 d.C.) “consenescens in agris amoenissimis”. Della proprietà di Trebazio, v. Cicerone (ad fam., VII 20), di Paolo Emilio pure in Plutarco (P. Emil., 39), dei terreni di Papinio Stazio senior s’induce dall’oera del figliuolo (Silvae, V 3). Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265). Di fundi è pure notizia a Vatolla per l’epigrafe dell’Antonini, p. 262. Per la villa di Simmaco, RSS 1965, P. 60. sulle gentes Persius, Capitinius, Pullius, Tuscius, ecc., v. Carucci cit., p. 151.”. Riguardo la citazione del Carucci, si veda Carlo Carucci (…), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, 1923, mentre riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”.
Nel 68 d.C., San Paolo, ordinava Vescovo Bacchilo che visiterà le diocesi di Bussento e Blanda
Oltre al Gagliardo (…), citato dal Laudisio e dal Tancredi, un’altra notizia simile che riguarda l’apostolo San Paolo che, fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…) che, nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, edito nel 1910, parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo (…), primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo di Tarso che ordinò il primo vescovo della diocesi di Messina, san Bacchilo. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di ‘Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, scriveva che: “Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e p. 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare le comunità vicine di Vibone ad Sicam (132)…. Il Curzio, nel cennato racconto del I secolo dell’era Cristiana (Melania di Blanda), parla spesso di Blanda, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugata le tenebre della notte, tano che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione,…, in nome dell’Apostolo Paolo, ecc…, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento (193)”. Il Cataldo aggiunge che “Altra persona oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia. ”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che: “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che: “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che: “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”. Discepolo dell’Apostolo San Paolo, Bacchilo fu dallo stesso consacrato vescovo di Messina nel 42 d.C. Secondo la tradizione fu lui ad inviare l’ambasciata alla Vergine Maria, per annunziarle la conversione della Città, a cui la Vergine rispose con una lettera chiusa fra i suoi capelli in cui fra l’altro diceva: “Benediciamo voi e la vostra città” (come si legge sul monumento posto nel mare dello stretto). Rimase a capo della Chiesa messinese per molti anni e morì vecchio nella seconda metà del I secolo. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26). La costruzione di regolari diocesi si forma in Italia Meridionale soltanto un secolo più tardi. Il vescovo Elia (27) partecipa al Concilio di Calcedonia, nel 451: non è Blanda, ma dev’essere di Bleandro, in Asia Minore (28), come osserva argutamente Francesco Russo. In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.
Nel IV sec. d.C., Macrobio nei suoi “Saturnali” cita lo scrittore antico “Pestano” cittadino di Vibone
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania – discorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 428, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di ‘Vibone’ scriveva che: “Fu cittadino di ‘Vibone’, Pestano, antico scrittore, di cui ‘Macrobio’ nè ‘Saturnali’ al lib. 6 fa menzione. Verisimilmente il porto dè Vibonesi doveva esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi ed antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che Macrobio (…), nella sua opera “Saturnali” (libro 6) citava lo scrittore antico “Pestano” che fu cittadino di Vibone. Antonini non dice nulla di più. E’ una notizia interessante che dobbiamo ulteriormente indagare. Riguardo ai ‘Saturnalia‘ di Macrobio vorrei citare una citazione del sacerdote Luigi Tancredi (….), che nel 1978, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a p. 47 parlando dei passi di Diodoro Siculo (nel Libro XI, pp. 471-72) che parlava di Micito, signore di Reggio e di Zancle che si dice avesse fondato la città di Pixunte (Pyxous), il Tancredi scriveva che: “Conferma la proibità di Micito la Macrobio in “Saturnal. 11: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est ecc.. Anassilao messeno, che fondò Messina di Sicilia, fu tirannodi Reggio. Egli, allorchè lasiò i figliuoli piccoli, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela: e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del Re. Quando i fanciulli ebbero raggiunta l’età, affidò loro il supremo comando e i beni; ed egli raccolse le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò in Olimpia.”. Il passo di Macrobio citato da Tancredi è interessante ma a me pare strano che egli abbia scritto “Saturnal. 11”, in quanto i libri contenuti nei Saturnalia di Macrobio sono 7 e non 11. Tuttavia, se la notizia e la citazione del Tancredi è veritiera è la riprova che nei ‘Saturnalia’ Macrobio raccontava anche dell’antichissima città di “Pixunte” che gli storici dicono essere fondata da Micito di Reggio e, quindi la citazione dell’Antonini può essere corretta. Macrobio visse nel IV secolo d.C.., ma, lo scrittore antico che l’Antonini chiama “Pestano” non si è capito chi fosse. Vediamo ora il Libro 6 dei ‘Saturnali’ dove l’Antonini scrive che Macrobio lo cita. Ambrogio Teodosio Macrobio (in latino: Ambrosius Theodosius Macrobius; 385 circa – 430 circa) è stato uno scrittore, grammatico e funzionario romano del V secolo. Studioso anche di astronomia, sostenne la teoria geocentrica. I Saturnalia, la sua opera principale, sono un dialogo erudito che si svolge in tre giornate, raccontate in sette libri, in occasione delle feste in onore del dio Saturno. L’opera ha un carattere enciclopedico ed è centrata principalmente sulla figura di Virgilio, anche se i suoi contenuti spaziano dalla religione alla letteratura e alla storia fino alle scienze naturali. Macrobio contribuì significativamente all’esegesi dell’Eneide e dell’opera di Virgilio più in generale; inoltre è grazie a lui se ci sono pervenuti frammenti di vari autori famosi, tra i quali spiccano Ennio e Sallustio, e se si è mantenuto il ricordo di poeti meno conosciuti come Egnazio e Sueio. Gli argomenti sono molto vari: dal nome e dall’origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. È questa la parte più ampia e la più sentita (libro III-VI). Si discorre di passi difficili e controversi, della superiorità rispetto ad Omero dei rapporti fra Eneide e poesia latina arcaica ecc. e si conclude con discussioni sugli insulti e su risposte a vari quesiti quale il famoso: è nato prima l’uovo o la gallina? (Ovumne prius fuerit an gallina?) (libro VII però incompleto). Assai raramente Macrobio accenna alle proprie fonti immediate, tra le quali furono senza dubbio Aulo Gellio e Plutarco, forse Varrone.
La “città d’Avenia”, città etrusca
Sulla scorta di questa notizia, Luigi Tancredi (Tancredi Luigi, Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280), nel pubblicare il documento notarile (22) al posto di “Velia”, riporta “Avenia“, p. 23 e, successivamente il Guzzo, “Da Velia a Sapri, Itinerario costiero tra mito e storia”, ed. Palumbo, Cava dei Tirreni, 1978, p. 220), affermavano, che tra i rioni di Santa Croce e della Marinella sarebbe sorta “Avenia” di origine etrusca. Il Guzzo così si esprimeva: “Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto un triste giorno colpita da un terribile sisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti.“. Sulle probabili origini Etrusche di Sapri ha scritto Ettore Pais. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, in proposito scriveva che: “Gli Etruschi raggiunsero poi la Campania. Apprendiamo da Dionigi di Alicarnasso che nel 524 a. C. in compagnia di molti popoli barbari, come Umbri e Dauni, tentarono di conquistare la città greca di Cuma. Ma i Cumani ricacciarono ecc…Da vari dati si ricava che alcune città della Campania furono soggiogate o fondate dagli Etruschi…..E’ bensì vero che verso la metà del V secolo i Sanniti si sovrapposero agli Etruschi nella Campania;…..Gli Etruschi occuparono il paese degli Oschi fino a Marcina posta non lungi da Salerno. Anche l'”ager Picentinus” limitrofo al Silaro venne in loro potere; il fiume che ivi scorre si chiama anche oggi Tusciano. Gli Etruschi non oltrepassarono tuttavia, per quel che pare, la foce del Silaro, ove era la colonia greca di Posidonia (Pesto). Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trizene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia appare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”, e poi a p. 205 scriveva che: “Comprendiamo che attraverso il commercio dei Sibariti giungevano svariati prodotti dell’Asia. Soprattutto i Milesi diffondevano merci preziose, etc…”. Il Pais, a p. 358, vol. I, nelle sue note al Libro II postillava che: “p. 205. Le mie osservazioni sulle relazioni commerciali dei Sibariti, dei Milesi e degli Etruschi, sull’estensione della potenza Etrusca ecc.., esposi e documentai in miei libri precedenti, (Storia della Magna Grecia; Italia Antica). Ivi ho raccolto e discusso testi e materiali antichi.”.
Un’antica città sepolta nelle campagne della fascia costiera tra Sapri e Vibonati
Dell’esistenza d’una città antichissima nel sito attuale di Sapri è dimostrata da alcuni rinvenimenti oltre che da alcune fonti. Secondo alcuni, nel luogo detto ‘Marina di Torraca‘, o ‘Porto Saprorum’ o Sapri, sarebbe sorta in tempi remoti un grande centro popolato. Dell’ esistenza di un’antica città scomparsa, ne parlano gli anziani del luogo che, attraverso la tradizione orale popolare si crede e si vuole che, in seguito ad un violento maremoto, fosse stata inghiottita la celebre ‘città d’Avenia‘. Fu allora, a seguito di questo violento cataclisma, che il nome mutò in Saprì ( si aprì ) e poi in Sapri. Intorno alla città scomparsa d’Avenia o ‘città d’Avenia’, rimandiamo allo studio ivi pubblicato: ‘La città d’Avenia ed il maremoto che l’inghiottì’. Riguardo l’eventuale localizzazione di una città d’epoca pre-romana a Sapri o nel suo entroterra, lo studioso Fernando La Greca (…), scriveva in proposito: “Il territorio di Torraca presenta scarse testimonianze archeologiche per l’epoca greco-romana, ma soltanto perchè non sono stati mai effettuati scavi sistematici. La scarsezza di fonti certe e di documentazione certa non danno conforto all’attestazione del sito di Sapri.”. Bisognerebbe ulteriormente indagare sulle affermazioni di alcuni eruditi del ‘600 e del ‘700 che la credevano localizzata nell’entroterra saprese. Riguardo il toponimo di ‘Avenia’ o di ‘città d’Avenia‘, non è stato ancora precisato il sito, si sa solo che, questo era il nome di un antica famiglia romana. Andrebbero ulteriormente indagati i toponimi di “Avenia“, o “città d’Avenia” e quello di ‘Bibo ad Sicam‘. Nello studio già pubblicato, scrivevo: “Sappiamo di resti antichi, forse di una antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca.” e, pubblicavo una carta (Fig….), dove si vede segnato un toponimo interessantissimo per la ricostruzione storica di Sapri e delle sue origini. Nella carta (Fig….)(…), il luogo, figura con il toponimo di ‘Bibo ad Sicam odie rui.‘ ed esso viene scritto proprio nell’ entroterra saprese. Lo studioso locale, Josè Magaldi (…), nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione delle opere e lavori che portavano a compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’. Il Magaldi (…), riprendendo alcuni passi del Gallotti (…), disserta fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri ed in proposito alla città d’Avenia di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare, scriveva: “La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani”. Il Magaldi, poi prosegue il racconto scrivendo: “Un viottolo vicinale attraversava quella zona e metteva in comunicazione Sapri con i paesi circonvicini ed occidentali tra i quali il più importante tra i quali Vibonati colonia dell’antica Vibone dell’Antonini.“. Ciò che segnala il Magaldi (…) – anche sulla scorta del Gallotti (…) e, della tradizione orale popolare di Sapri che credeva esservi stata un’antica città – scomparsa – sulle colline della contrada saprese di S. Martino – oggi ricadente nel Comune di Torraca – è di estrema importanza per la ricostruzione storica delle origini di Sapri. Il Tancredi (…), sulla scorta dell’Antonini, così si esprimeva: “Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore, filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò a ‘Saprinus’ e di quì scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Oltre a Plutarco, di Vibone parlò anche Tito Livio e poi ancora Cicerone che, scappando dall’Imperatore Ottaviano e scrivendo al suo amico Attico, riferiva che da Velia in barca raggiunse ‘Vibone ad Sicam’. L’Antonini credeva che l’antica ‘Vibone’ di cui parlava Cicerone, avesse un porto lontano un miglio e mezzo dalla odierna Vibonati, detta nella carta di Fig. 1, “Bibo nova”, ed il porto fosse quello di Sapri. A sostegno di questa tesi, l’Antonini (…), cita lo scrittore greco Plutarco, che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri, tra cui quella di Marco Tullio Cicerone. Antonini, dice che Plutarco, nella sua: “Vita di questo Oratore” (parlava della vita di Cicerone), scriveva che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).“. L’Antonini, a sostegno della sua tesi che Cicerone si riferisse a Vibonati, cita anche Plinio (…), dicendo che egli nel cap. 5 del lib. 3: “aveva incontro al nostro Vibone situato alcune isole col nome d’Ithacesiae: Et contra Vibonem parvae sunt Insulae, quae vocantur Ithacesiae, Ulyssis specula” e, sulla base di ciò detto, l’Antonini affermava non essere il Vibo Valenzia ma un luogo a noi prossimo. Lo studioso Giulio Schmiedt (…), nel 1975, pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…), (Fig…), lo Schmiedt (…), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato ‘Vibo ad Sicam’ che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (…), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. Antonio Scarfone, nel 2014, nel suo saggio apparso sul web lo studio “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta del Guzzo (…) e del Tancredi (…), a p. 449, citava la città di Avenia, di cui parla la nostra tradizione orale e, in proposito scriveva che: “Una ulteriore ipotesi lega Sapri ad un grande centro etrusco, ‘Avenia’, per il cui importante e strategico possesso si scatenò una furiosa quanto vana lotta tra Etruschi e Romani. Narra una locale leggenda (6)(TANCREDI, 1985) che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvvisorimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti anche ad una conseguente ingressione marina, si sarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa in seguito asciugata e poi bonificata.”. Sempre a p. 449, Antonio Scarfone (…), nella sua nota (7), traendo la notizia dal Tancredi (…) che, nel 1985, nella sua ‘Sapri, giovane e antica’, a p. 353 ne riportava il passo su ‘Avenia’, citava la ‘Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’, redatta da notaio Domenico Magliano (…), inedita e da me pubblicata ivi nel mio saggio: “La Platea dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, dove pubblicavo il documento inedito citato dal Tancredi. Nel documento del 1656-57, redatto dal notaio Domenico Magliano, parlando dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel territorio saprese e della sua Grangia di S. Fantino, citava la città di Avenia.

(Fig….) Pag. …. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Torraca
Il Tancredi (…), scriveva in proposito: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (…). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimae in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare.”. Il Tancredi aggiunge in proposito: ” E’ certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Lo studioso in proposito così si esprimeva: “Poco valida è l’intepretazione ‘Saprì’, cioè si aprì: la terra si sarebbe aperta ed avrebbe inghiottito, appunto per evento sismico, il primitivo agglomerato (1)”. Il Tancredi (…), poi rimanda alla sua nota (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il documento a cui rimanda il Tancredi (…) – da cui probabilmente trae queste notizie sulle origini dell’antica città di ‘Avenia’, è l’antico documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…). Poi il Tancredi (…), continua il suo racconto sulla città d’Avenia sempre sulla scorta dell’antico documento (…) del 1595-96. Ma il Gaetani (…), che pubblicò alcuni passi del documento del Notaio Magliano, non parla di ‘Avenia’ ma parla della città di ‘Velia’, mentre invece il Tancredi (…) che, nel pubblicare il documento notarile al posto di “Velia“, riporta “Avenia“ (…). Nel 1906, il sacerdote Rocco Gaetani (…), in un suo pregevole studio sulla storia di Torraca e del territorio Saprese, sulla scorta del Di Luccia (…), parlando dell’antica Cappella di San Fantino nel territorio Saprese, cita la città di ‘Velia’, citata in un antico documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…), redatto dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 e, conservato all’Archivio Diocesano di Policastro e a cui abbiamo dedicato uno studio ivi pubblicato e a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti (Fig….)(…). Il Tancredi (…), nel pubblicare la trascrizione di un antico documento notarile del Notaio Magliano, parlando della Cappella di S. Fantino e del Porto di Sapri, al posto di “Velia“, riporta “Avenia“ (…). Il Tancredi (…), scriveva in proposito: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare.”. Il Tancredi aggiunge in proposito: ” E’ certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Recentemente, Antonio Scarfone (…), a proposito di ‘Avenia’, cita il Tancredi (…) e nella sua nota (6), scrive: “L’origine di questa antica leggenda locale si perde nella notte dei tempi. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. È il caso di una resoconto trascritto, nel 1695, dal notaio Domenico Magliano al fine di un censimento dei beni e delle rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni a Piro ubicata nell’omonimo centro urbano di San Giovanni a Piro (SA) distante circa 20 km da Sapri (SA). Lo stesso, dopo aver descritto lo stato di conservazione della cappella di San Infantino ubicata questa nel territorio di Torraca (SA) avanza anche un probabile periodo di costruzione affermando che […] tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Avenia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina et Porto di Sapri, perché s’aprì il monte et entrò il mare […]. Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.“. Ma, come vedremo, la notizia dell’antica città scomparsa di ‘Avenia’, non deriva dal documento notarile del Magliano dell’anno 1695-95, ma è una esclusiva illazione del Tancredi (…) che, sulla scorta della tradizione popolare orale – di cui parleremo e che tramanda l’esistenza di una antichissima ‘città di Avenia’, trasformava ‘Velia’ (è il termine citato nel documento Notarile del Magliano), in ‘Avenia’.

(Fig…..) Carta tratta dal Codice Vaticano Urbinate Greco 82 – XI sec. (la più antica carta geografica conosciuta) – particolare delle nostre coste.
Nel 1568, il “Seno Saprico” (Golfo di Policastro) in Scipione Mazzella Napolitano
Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (4), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: ”Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”.
La somiglianza della villa di Cicerone a Formia con le ‘Cammerelle’ in località S. Croce a Sapri, testimonia che Cicerone, conosceva i nostri luoghi quando citava ‘Vibonem ad Sicam’, forse il ‘Fundus Sicca’
Attraverso le sue lettere, sappiamo che Marco Tullio Cicerone, andò spesso a Velia e poi a ‘Vibonem ad Sicam’. Come intuì l’Antonini (2), il ‘Vibonem ad Sicam’, non doveva distare di molto da Velia e quindi si è ritenuto essere Vibonati o ‘Li Bonati’- così chiamata nel ‘700. Il passaggio e la conoscenza che l’oratore e Questore Romano Marco Tullio Cicerone, avesse delle nostre coste – già intuizione dell’Antonini (2), quando, nel 75 a.C. ( I° secolo a.C.), spesso era in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste, nella sue lettere scritte al suo amico Attico nel 44 d.C., scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a. C., si diresse in un luogo che chiamò ‘Vibonem ad Sicam’ e che apostrofò: “Parva gemma maris inferi“, “piccola gemma del mare del sud”. Che Cicerone, si riferisse alla nostra Vibonati, ci è confortata dalla notevole somiglianza che vi è con alcune strutture della sua villa a Formia, che somigliano notevolmente alle nostre ‘Cammerelle’ a S. Croce. Si tratta della villa di Cicerone a Formia- Minturno, dove Seneca, riprendendo gli scritti di Tito Livio (…), racconta che Cicerone, dice essere stato raggiunto dai sicari di Antonio e, ucciso il 7 dicembre del ’43 a.C. Durante il I° triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso essendo venuto meno il suo peso politico, Cicerone dovette ritirarsi definitivamente nella sua villa sul litorale Laziale, la sua villa di Formia. Si tratta della sua Villa romana a Formia (Figg. 3-4), dove egli doveva trovarsi quando seppe dell’arrivo dei sicari di Antonio. In questo luogo da lui prediletto, Cicerone continuò i suoi studi e a seguire le vicende politiche di Roma. Seneca, racconta che Cicerone, fu raggiunto dai sicari di Antonio, proprio nella villa romana a Formia e ucciso il 7 dicembre del 43 a.c.. e dice che Cicerone, doveva trovarsi nella sua Villa romana a Formia (Figg. 3-4), quando seppe dell’arrivo dei sicari di Antonio, e: “Provò a fuggire per mare, ma la burrasca glielo impedì. Prese allora la Via Appia, ma fu raggiunto nel punto che oggi indichiamo come la sua Tomba, anche se in realtà è solo un sepolcro votivo”. La villa di Cicerone a Formia, oggi detta Villa Rubino, ha delle strutture molto molto simili a quelle di S. Croce. La villa romana a Formia, attribuita a Cicerone, è stata citata da Giulio Schmiedt (5), che in suo pregevole studio, pubblicava alcune immagini della Villa della Regione Sarinola a Formia-Minturno (Fig. 3), poi in seguito attribuita a Cicerone. Il passaggio e la conoscenza di Cicerone di queste nostre coste, già intuizione dell’Antonini (2) e, della nosta interessante ipotesi è suffragata anche e soprattutto – a nostro avviso – da alcune strutture preesistenti nella Villa di Cicerone a Formia che somigliano alle nostre ‘Cammerelle’, ormai occultate dall’infelice intervento di Johannowsky (9). Nel 1972, Giulio Schmiedt (5), parlava di alcune ville romane sul litorale laziale e, pubblicò l’immagine della Fig. 3, che illustra i “criptoportici” della Villa romana di Cicerone a Formia (Figg. 3-4), che come si può ben vedere, somigliano notevolmente alle strutture a S. Croce che la tradizione popolare vuole fossero chiamate ‘Cammerelle’ (Fig. 5). La villa citata da Schmiedt (5) è una villa romana posta sul litorale Laziale, e si tratta della Villa della ‘Regione Sarinola’ di Formia (Figg. 3-4), oggi detta villa Rubino, attribuita ed appartenuta all’oratore Cicerone, di cui abbiamo pubblicato ivi lo studio “I criptoportici della villa di Cicerone a Formia, somigliano alle Cammerelle di Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. La villa di Cicerone a Formia, ha delle strutture che lo Schmiedt (5), chiama “Criptoportici”, illustrati nell’immagine da lui pubblicata (Fig. 3) che, come si può ben vedere, somigliano notevolmente alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri, illustrate invece nell’immagine di Fig. 5, dei primi del secolo e, prima dell’infelice restauro voluto da Werner Johannowsky (9) – che le ha deturpate e nascoste.

(Fig…..) I criptoportici della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, oggi detta Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle Cammerelle a S. Croce a Sapri.


(Fig…..) I criptoportici della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, oggi detta Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

(Fig…..) Le ‘Cammerelle’ o criptoportici a S. Croce, in una foto dei primi del ‘900
La “Vibone Lucana” per Tancredi
Il sacerdote Luigi Tancredi (…), a p. 63, nalla sua nota (13), postillava sulla bibliografia di questa carta e scriveva che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. Sebbene il Tancredi (…), abbia citato la nostra carta corografica (…) (Fig….) ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, egli, riporta i suoi riferimenti bibliografici totalmente errati. Al sacerdote Luigi Tancredi (…), però va dato il merito di avere avanzato delle ipotesi interessanti sull’antica ‘Vibona Lucana’, proprio sulla scorta della carta corografica da noi scoperta verso gli ultimi anni ’70. Il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’,del 1978, a p. 63, scriveva che: “L’altra ‘Vibona’, invece, che nel Medioevo troviamo spesso citata col nome di “Vibona Lucana”, è oggi completamente scomparsa. Le strade e le costruzioni, che le carte topografiche del sec. XVII ancora tracciano, sono coperte da una fitta vegetazione. Vibone Lucana (13) si trovava circa a metà strada fra l’odierna Sapri e l’odierna Policasto Bussentino, alla foce di un piccolo fiume che formava un bacino portuale, prima di gettarsi nel mare: quindi il tipico porto per la navigazione antica. Il bacino è oggi terra ferma e i detriti hanno avanzato la spiaggia di circa 200 metri. Questo è il comune di destino di quasi tutti i porti antichi del basso Tirreno; essi erano situati alle foci dei fiumi ecc..”. Poi il Tancredi (…), proseguendo a p. 64, il suo racconto, scriveva che: “Vibona Lucana era già poco importante quando nel X secolo (forse intorno al 915-950), gli abitanti fondarono la nuova città di Vibonati a pochi chilometri verso l’interno, sulla prima collina che si prestava allo scopo. Durante le incursioni del sec. XVI la città scomparve completamente e non fu più ricostuita (14).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (14), postillava che: “(14) Laudisio N M., op. cit., p. 44.”, ma noi non abbiamo trovato in Laudisio, nessun riferimento riferito dal Tancredi, riguardo Vibonati e, riferito dal Tancredi. Il Laudisio, a p. 99 (edizione a cura del Visconti), scriveva solo che: “A Vibonati c’era un altro convento, quello dei Minimi di S. Francesco di Paola, ma essendo pur esso soppresso, ecc..”. Il Tancredi, a p. 65, continua il suo racconto su Vibone Lucana e scriveva che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova un villaggio, detto ‘Petrasia’ (17), che poco dopo scompare e rimase col nome di ‘Villammare’ (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Velleio Patercolo, Historiae Romane, libro I, 15 (Da ula colonna si legge: “ecc…”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. dal Troyli, Tomo I, P. II, p. 178 in “Additions ad Calepinum” la dice “Bibone”.”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13.”.
Una sede episcopale a ‘Vibona’ (Vibonati o Sapri ?)
Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un vescovado bussentino a Vibona o Vibone o ‘Hipponion’ – notizia tratta dall’epistola di papa Gregorio magno (papa Gregorio I), che fu papa nel 540 d.C. Biagio Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che la notizia della tradizione locale è tratta dal Laudisio (…), op. cit., p. 34. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che: “(21) F. Trinchera, op. cit., p. 80.” e, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc, Neapoli, 1931, pp. 34 e s.; v. in questo volume ‘Il monachesimo basiliano e la grecità medievale etc.”. Rileggendo il testo di Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73, apprendiamo che: “…l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”, e poi il Laudisio continua il suo racconto scrivendo che alcune di queste comunità furono associate e Commendate (cioè dipesero) all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…), e quindi, come dice il Lanzoni (…), a causa delle continue incursioni Longobarde, nel VII secolo, alcune città lucane preesistenti (di cui parla Tito Livio), che intorno al V e VI secolo d.C., iniziarono a costituirsi giovani nascenti comunità cristiane, come l’antica città di Blanda che, a causa delle frequenti incursioni longobarde, dovettero trasferirsi in luoghi vicini ma più sicuri come poteva essere il ‘Porto di Sapri’ e ad indurre il papa S. Gregorio Magno (…) ad affidarne la cura al Vescovo Felice di Paestum (trasferitosi ad Agropoli fortificata). Il Laudisio (…), nella versione del Visconti (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, nella sua nota (48), postillava che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, nella nota (49), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Dunque, cerchiamo di analizzare ciò che scriveva il Laudisio (…), tradotto in seguito dal Visconti (…). Diciamo subito due parole sulla nota (49) del Laudisio (…), circa la sede vescovile di Vibonati. Sulla notizia riportata dal Laudisio, su Vibonati, sede vescovile che: “…sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”, il Laudisio (…), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”, egli citava due epistole (lettere) di Papa Gregorio Magno (papa Gregorio I), di cui parleremo. Sulle epistole (lettere) di papa Gregorio Magno, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia’, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736, si scrive del Concilio di Nicea dove partecipò il vescovo Rufino. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982. Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la ‘Lib. 8, ep. 49, lib. 11,ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi a Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’. Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il Cappelli (…), sulla scorta del Laudisio (…), a proposito di una sede vescovile di Vibonati, scriveva che: “…a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona, un volta sede vescovile, tant’è vero che S. Gregorio Magno (49), scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere identificata con Vibonati”. Il Visconti (…), nella sua nota (48) al testo del Laudisio (…), dice che la notizia è tratta dal Barrio (…) e, nella sua nota (49), fa riferimento alle epistole (lettere) di papa S. Gregorio Magno: ‘Lib. 8, ep.49, lib. 11, ep. 18′. Il Laudisio (…), riportando la notizia “…l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati;”, traeva questa notizia dalle epistole papali di papa S. Gregorio Magno. Nella sua nota (48), a p…., del Visconti che postillava il Laudisio (…), scriveva: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, ovvero il Laudisio (…), nel riportare la notizia secondo cui: “Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile.”, era stata tratta dal Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s., molto prima dell’Ughellio (…), scriveva sull’antica Vibonati e su alcune notizie citate dal Laudisio (…), credendola l’antica Vibone Lucana o “Hipponium”:

(Fig…) Barrio (…), Tomo V, parte I, libro II, p. 139
Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (2), si riferiva alle origini di alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (li Bonati). Il Porfirio (…), scriveva che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, ……altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…). La tesi potrebbe essere quella che in un certo periodo, come afferma il Lanzoni (…): «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». La notizia citata dal Laudisio (…) e dal Volpe (…), è tratta dal Binio (…) e dal Gatta (…). Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che:

Sappiamo dal Curzio (7) che il luogo di ‘Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio, il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, dove raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (7). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un vescovado bussentino a Vibona o Vibone o ‘Hipponion’ – notizia tratta dall’epistola di Papa S. Gregorio magno (Papa Gregorio I), che fu Papa nel 540 d.C.. Secondo il Laudisio (14), l’epistola (lettera) è la ‘Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′ (16), dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’. Il Cappelli (15), sulla scorta del Laudisio (14), che sulla scorta del Barrio (12), scriveva in proposito di una sede vescovile a Vibonati: “…a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso, sulle rovine dell’antica Vibona, un volta sede vescovile, tant’è vero che S. Gregorio Magno, scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere identificata conVibonati” (12). Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza delle ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale ……….del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri.
Vibone per l’Antonini
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania – discorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 423, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) scriveva che: “..ch’ancora oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarsi di presunzione, e di autoità, vi aggiungeremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N. G. P. XXV. E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia, sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3.”:







Nel IV sec. d.C., Macrobio nei suoi “Saturnali” cita lo scrittore antico “Pestano” cittadino di Vibone
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania – discorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 428, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di ‘Vibone’ scriveva che: “Fu cittadino di ‘Vibone’, Pestano, antico scrittore, di cui ‘Macrobio’ nè ‘Saturnali’ al lib. 6 fa menzione. Verisimilmente il porto dè Vibonesi doveva esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi ed antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che Macrobio (…), nella sua opera “Saturnali” (libro 6) citava lo scrittore antico “Pestano” che fu cittadino di Vibone. Antonini non dice nulla di più. E’ una notizia interessante che dobbiamo ulteriormente indagare. Macrobio visse nel IV secolo d.C.., ma, lo scrittore antico che l’Antonini chiama “Pestano” non si è capito chi fosse. Vediamo ora il Libro 6 dei ‘Saturnali’ dove l’Antonini scrive che Macrobio lo cita. Ambrogio Teodosio Macrobio (in latino: Ambrosius Theodosius Macrobius; 385 circa – 430 circa) è stato uno scrittore, grammatico e funzionario romano del V secolo. Studioso anche di astronomia, sostenne la teoria geocentrica. I Saturnalia, la sua opera principale, sono un dialogo erudito che si svolge in tre giornate, raccontate in sette libri, in occasione delle feste in onore del dio Saturno. L’opera ha un carattere enciclopedico ed è centrata principalmente sulla figura di Virgilio, anche se i suoi contenuti spaziano dalla religione alla letteratura e alla storia fino alle scienze naturali. Macrobio contribuì significativamente all’esegesi dell’Eneide e dell’opera di Virgilio più in generale; inoltre è grazie a lui se ci sono pervenuti frammenti di vari autori famosi, tra i quali spiccano Ennio e Sallustio, e se si è mantenuto il ricordo di poeti meno conosciuti come Egnazio e Sueio. Gli argomenti sono molto vari: dal nome e dall’origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. È questa la parte più ampia e la più sentita (libro III-VI). Si discorre di passi difficili e controversi, della superiorità rispetto ad Omero dei rapporti fra Eneide e poesia latina arcaica ecc. e si conclude con discussioni sugli insulti e su risposte a vari quesiti quale il famoso: è nato prima l’uovo o la gallina? (Ovumne prius fuerit an gallina?) (libro VII però incompleto). Assai raramente Macrobio accenna alle proprie fonti immediate, tra le quali furono senza dubbio Aulo Gellio e Plutarco, forse Varrone. Riguardo ai ‘Saturnalia‘ di Macrobio vorrei citare una citazione del sacerdote Luigi Tancredi (….), che nel 1978, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a p. 47 parlando dei passi di Diodoro Siculo (nel Libro XI, pp. 471-72) che parlava di Micito, signore di Reggio e di Zancle che si dice avesse fondato la città di Pixunte (Pyxous), il Tancredi scriveva che: “Conferma la proibità di Micito la Macrobio in “Saturnal. 11: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est ecc.. Anassilao messeno, che fondò Messina di Sicilia, fu tirannodi Reggio. Egli, allorchè lasiò i figliuoli piccoli, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela: e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del Re. Quando i fanciulli ebbero raggiunta l’età, affidò loro il supremo comando e i beni; ed egli raccolse le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò in Olimpia.”. Il passo di Macrobio citato da Tancredi è interessante ma a me pare strano che egli abbia scritto “Saturnal. 11”, in quanto i libri contenuti nei Saturnalia di Macrobio sono 7 e non 11. Tuttavia, se la notizia e la citazione del Tancredi è veritiera è la riprova che nei ‘Saturnalia’ Macrobio raccontava anche dell’antichissima città di “Pixunte” che gli storici dicono essere fondata da Micito di Reggio e, quindi la citazione dell’Antonini può essere corretta.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10
(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.
(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(…) Schmiedt Giulio, ‘Il livello antico del Mar Tirreno – testimonianze dei resti archeologici, Firenze, Leo S. Olschki editore, 1972 (Archivio Attanasio)
(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Attanasio)
(…) Curzio Nicola, Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, cap. XIV, p. 29; si veda pure: Curzio N., Vere origini di Lauria, Lauria, 1934 (Archivio Attanasio).

(…) Gaetani Rocco, Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, p. 42, ristampa anastatica a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, Casalvelino, 2014; si veda pure: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, pp. 151, 152, 153, 154. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.
(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Attanasio)

(…) Romanelli Domenico, ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli dell’Abbate Domenico Romanelli’, Napoli, Stamperia Reale, 1815, vol. I, parte III, p. 376; si vedap pure la ristampa curata da Ferdinando La Greca, ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2000 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Johannowsky Walter, Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983 b; si veda pure dello stesso autore: ‘Le Ville romane dell’età imperiale‘, stà in: Itinerari turistico culturali in Campania, n. 3, Società Editrice Napoletana, pp. 116, Napoli (Archivio Attanasio)
(…) Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco Giovanna, 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38 (Archivio Attanasio)
(13) Marco Tullio Cicerone – Lettere ad Attico, nel 44 d.C. (lib. XVI, epistola 6, oppure, lib. XIV, epistola 19, ad Attico).
(…) Greco Emanuele, Laos I, Scavi a Marcellina, 1973-1985, Taranto, 1989, p. 46
(…) Cesarino Felice, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988. Il Cesarino citò il mio studio ed in proposito scriveva: “Una attenta disamina della cartografia di età medioevale è stata proposta da Franco Attanasio, …nell’articolo al quale rinviamo per gli opportuni approfondimenti.”. Si veda dello stesso autore: ‘Sapri archeologica’, stà in “I Corsivi”, Marzo, 1987, n. 3, p. 5 (Archivio Attanasio)
(…) Carbone G. et Alii, Ricerche preistoriche nel Golfo di Policastro, stà in “Atti I Convegno gruppi archeologici dell’Italia Meridionale”, Prato Sannita, Viareggio, 1989 (Archivio Attanasio)
(…) La Greca Ferdinando, L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana, Agropoli, 2010, pp. 19 (Archivio Attanasio)
(…) Beguinot C., Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960 (Archivio Attanasio)
(….) Corcia Nicola, Storia delle due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789, Tomo III, 1874, p….
(…) Ciaceri Emanuele, Storia della Magna Grecia, ed. Società Anonima Editrice Dante Alighieri, Genova-Roma, Napoli-Città di Castello, Albrighi, Segati e C., 1940, II ed. (Archivio Storico Attanasio), pp. 264 e s.
(…) Gambassini P. et Alii, Notiziario, stà in “Rivista Scienze Preistoriche” XXXVI, 1-2, 1981, p. 313 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Zancani Montuori P., Siri Sirino, Pixunte, stà in “Archivio storico Calabria e Lucania”, 1949
(…) Lepore E., Elea e l’eredità di Sibari, stà in P.d P, 1966, p. 265 s.
(…) Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678
(…) Ateneo, XII, 523, c,d, che si rifà a Timeo ed Aristotele
(…) Strabone, Geografia, (I sec.a.C.), Libro VI, 1.
(…) Erodoto, libro VI, 21
(…) Berard Jean, La Magna Grecia – Storia delle colonie greche dell’Italia meridionale, Einaudi, Torino, 1963, p. 150
(…) Nissen, Italianische Landeskunde, Berlino,
(…) Maiuri Amedeo, Passeggiate in Magna Grecia, stà in “II Congresso sulla Magna Grecia”, m Taranto, 1963; si veda pure Napoli M., op. cit., pp. 181, 182
(….) Battisti Carlo, Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964

(…) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40. Si veda pure: Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891, pp. da 23 a 27 (copia in mio possesso)

(…) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti (…).
(….) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA (Archivio Storico Attanasio)
(…) Napoli Mario, Civiltà della Magna Grecia, ed. Eurodes, Napoli, p. 181 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Volpi Giuseppe, Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, Cap. X, da p. 113, 120. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.
(…) Tortorella A., Breve cronografia ragionata della diocesi di Teggiano-Policastro, Annuario diocesano 2004-2005, pp. 25–32 (Archivio Attanasio)
(…) Magaldi Emilio, Lucania Romana, ed. Istituto di Studi Romani, Roma, 1947 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Lenormant Francois, ‘A Travers l’Apulie et la Lucaine’; si veda pure dello stesso autore: La Grande-Grèce – Paysage et Historie par Francois Lenormant, ed. Brenner, Cosenza, 1961 (Archivio Attanasio)
(…) Racioppi G., Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Deputazione di Storia patria per la Lucania, ed. Loescher, Roma, 1889; si veda la ristampa anastatica dell’edizione di Roma (2° ed.) del 1902, della Deputazione di Storia Patria per la Lucania, 1970, vol. II, p. 69.
(…) Troyli P.P. (Placido Abate), ‘Istoria generale del Reame di Napoli’, Napoli, 1748, Tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. Afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.
(…) Lacava Michele, ‘Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana’, Napoli, 1891, pag…..

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore: Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 53-54 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Barrio Gabriele, De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part.
(…) Rohlfs G., ‘Mundarten und Griechentum des Cilento’ (Dialetti e grecità nel Cilento), stà in “Zeitschrift fur Romanische Philologie”, 57 (1937), pp. 421-461 (ristampa anastatica a cura dell’Università della Basilicata, ‘Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento’ di Gerhard Rohlfs, ed. Congedo, si veda su Scario, pp. 83, 112 ecc.. (Archivio Storico Attanasio).
(…) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.
(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)

(Fig….) AA.VV., L’attività archeologica nel Golfo di Policastro n. 2 a cura del G.A.S., Sapri, 1978

(Fig…..) AA.VV., L’attività archeologica nel Golfo di Policastro n. 2 a cura del G.A.S., Sapri, 1978 (Archivio Storico Attanasio)

(Fig….) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199.
(…) Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone

(…) Cluverio Filippo, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

(…) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria. Il geografo latino Pomponio Mela (…), secondo il Cluverio (…), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.
(Fig….) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nell‘Analisi: “Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, , per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1)
(…) La Greca Amedeo, Temi per una storia di Torraca, ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2010
