Nel 1695-96, la ‘Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro ed il suo vasto patrimonio

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(Fig. 1) “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (3).

cenobio

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, ini- ziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informa-zioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche del-l’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta poca memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri, oggi conservato negli Archivi del Comune, scrivevo che, dal XV secolo in poi, le notizie su Sapri si fanno sempre più documentate. I quattro documenti (3-10-17-18)(Figg. 3-24-25), citati in questo studio – il primo del XII secolo (Fig. 24) – e gli altri tre – quasi coevi tra loro – del XVIII secolo – sono le uniche testimonianze in cui – per ragioni strettamente economiche – viene fatta una prima ricostruzione storica dei luoghi e dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e attraverso queste uniche testimonianze – i cui originali pubblichiamo per la prima volta – dal punto di vista bibliografico e storiografico, rappresentano un unicum.

Monte Bulgheria

(Fig….) Il Monte Bulgheria visto da Policastro

Bosco, carta del Cilento

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore Anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…) (Archivio Storico Attanasio)

Incipit

Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in seguito all’incarico datogli dalla Curia Diocesana di Policastro di redigere un trattato storico sull’antica abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, uno degli ultimi documenti che consultò fu una ‘platea dei beni e delle rendite’ che l’ultimo Abbate dell’antica Abbazia, ………………….., nel 1565, fece redigere. Si tratta di un documento del 1565, non più esistente ma che è di grande importanza per la storia del nostro territorio in quanto la sua storia è antichissima ed i suoi beni e possedimenti arrivavano fino alla Calabria. Atraverso questi ed altri documenti, non di minore importanza, possiamo tentare la ricostruzione storiografica di altri centri come Torraca, Sapri in Campania, Majerà e Grisolia in Calabria, Trecchina e Rivello in Lucania ed altri ancora. Attraverso questa documentazione manoscritta, ci viene data conferma di alcune notizie storiche intorno ai centri che ho elencato. Si tratta della “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, redatta da Girolamo De Vio nel 1565. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Di questo documento parlerò ivi. Oltre alla “Platea” del 1565, citata, il Di Luccia (…), visionò altri documenti ancora più recenti ma pure interessantissimi come ad esempio un altra platea di beni dell’Abbazia che fu compilata nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano che ivi per la prima volta pubblichiamo alcune pagine originali tratte da un manoscritto conservato presso l’Archivio Vescovile della Diocesi di Policastro.

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

Lo studioso locale Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicato nel 1991, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il trattato del Di Luccia riguarda la controversia sorta tra il Cenobio e l’Università di S. Giovanni a Piro e il Vescovo e il Conte di Policastro, i quali avevano usurpato i poteri spirituali e temporali sui due enti, di competenza del Baronato e della Commenda Basiliana. L’autore dedica il libro al Card. Alfonso d’Aragona, che era intervenuto nella controversia giudiziaria e rendeva noto l’intento di volersi svincolare dalla indebita ingerenza del Vescovo e del Conte di Policastro, Carafa della Spina, con l’aiuto del Sindaco Oliviero di Lianza, 1° eletto del tempo, dell’eletto Francesco di Miele e dei cittadini.”.

L’Abbazia italo-greca di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro

Recentemente, continuando ad indagare sull’argomento, sulla scorta del Peduto e Natella (16), abbiamo trovato un testo del Porfirio (20) che riporta interessantissime notizie su Policastro e quindi sul nostro territorio. Pietro Ebner (2), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (28))”. I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (16), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (25), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (…).”.  Il Laudisio (7-8), sulla scorta del Malaterra (26) e del Mannelli (22), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (2). Notizie poi in seguito, confermate dall’’Ebner (2), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Natuaralmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou)(27), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (5) e il Palazzo (15): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Un altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”. Scrive poi in proposito l’Ebner (19): L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (7-8), nella sua ‘Synopsi’ ecc.. , scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio. Il Laudisio (7) che, pur scrivendo una pregevole storia sulla Diocesi, dice pochissimo (riportiamo la traduzione della ‘Synopsi’ scritta in latino che fa il Visconti – 8): “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del pontificato e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa Abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria (8) e, non riporta alcuna nota a riguardo. Dal momento della sua riorganizzazione  – che fece l’umanista Teodoro Gaza –  che, da Cenobio basiliano abbandonato e la formazione degli Statuti con l’Università (aragonese) di S. Giovanni a Piro da parte del Gaza su intercessione del Cardinale Bessarione e, fino al 1587, i Commentatori e Abbati dell’Abbazia di San Giovanni a Piro furono sempre in conflitto con i Carafa ‘della Spina’ e, con i Palamolla di Torraca. Il Palazzo (15), argutamente scriveva: “deve pur trovarsi nell’Archivio della Cappella Sistina, dove, dopo l’avvenuto passaggio della Commenda basiliana a quell’Ente, furono trasportati atti e documenti, come afferma il Di Luccia, il quale, per averlo attestato, dovette prenderne personale cognizione durante la sua lunghissima permanenza a Roma.”.

Le donazioni dei principi Longobardi,  confermate in seguito dai Duchi Normanni

Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), a p. 107, dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, e a pp. 110-111, scriveva che “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbazia di Bosco – come quella basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata da un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, ecc..”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni Longobarde ad alcuni monasteri del basso Cilento, come quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, sono tratte dal Di Luccia (…), che ne scrisse nel suo Trattato a p. 26. Dunque, il Palazzo (…), citava questa interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.” e, il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di luccia (…), scriveva che: il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina.”. Sulla citazione dei beni donati all’Abbazia di Bosco un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571“, citato dal Palazzo (…), il Di Luccia, lo aveva già scritto in un’altra sua pagina del suo ‘Trattato’. Il Di Luccia (…), a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, ipotizzandone l’origine sia della Badia che di alcuni Monasteri sorti all’epoca Longobarda, sulla scorta di Rocco Pirro (che si rifaceva al Baronio ed al Fazello) a all’ Eugenio (…), scriveva che: “Vado però considerando, secondo le notizie anche ricevute, che detto territorio di S. Giovanni fosse stato dato dalla Chiesa al tempo dei Longobardi, i quali per ottenere il perdono dal Signore Iddio delle loro colpe avessero fatto donazione di diversi luoghi alla Chiesa, per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571 poichè dopo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli, fu assalito dalle Nazioni Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè dell’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568 successe al Zio a Narsete suo Capitano, quale havea cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati i Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571 con l’avere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato al tal fine il Reale Dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36 Duchi, ma creato nell’anno 583 Rè Autari figliolo di Clephe questo fino alla Città di Reggio arrivato pose il termine al Regno dei Longobardi, ebbe in donazione dal Duca Zotone di Benevento la Lucania, e la Calabria, e quanto havea in queste provincie acquistato, e diviso il Ducato di Benevento in tre Principati come di Capua, Benevento, e Salerno sotto questo Principato andava il Territorio di S. Giovanni venuto poi per successione in mano di Roggieri Normanno Conte di Sicilia, confermato Rè della Sicilia istessa, Puglia, e Calabria dal Pontefice Innocenzo II dell’anno 1139 come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”.

Di Luccia, p. 11

Dunque, il Di Luccia (…), a pp. 10-11, fa risalire le donazioni Longobarde alla Chiesa del basso Cilento, a: “li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571, ecc..”, aggiungendo che dette notizie sono tratte dal come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, ecc.. . La notizia era stata tratta dal Di Luccia (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 45, così scriveva:  “Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, ecc..”. La notizia, era tratta dal Di Luccia (…), che nel 1700, scrisse ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro –  Trattato historico legale’, e che a pp. 10-11, del cap. II, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, ipotizzando l’origine sia della Badia che di alcuni Monasteri sorti all’epoca Longobarda, scriveva che: “Vado però considerando, secondo le notizie anche ricevute, che detto territorio di S. Giovanni fosse stato dato alla Chiesa al tempo dei Longobardi, i quali per ottenere il perdono dal Signore Iddio delle loro colpe avessero fatto donazione di diversi luoghi alla Chiesa, per cui poi si verifica che per la varietà dei Reami si siano perse le notizie e gli strumenti dai quali si potrebbe ottenere la verità dell’accaduto ecc…”. Il Di Luccia, scriveva che: “Dell’anno 750 cacciati li Padri Basiliani quali si trovavano nell’Ordine dall’esecrando Imperatore Copronimo, questi vennero nell’Italia, nella quale nell’anno 827 e 990 perseguitati dai Saraceni, che avevano sorpreso il Regno di Napoli furono di nuovo reintegrati dal valore della Regia Spada Normanna assieme con il Regno, secondo ciò che ne adduce Rocco Pirro nella Sicilia Sacra, perchè sotto l’assistenza del Conte Ruggiero nel Regno istesso furono eretti molti Cenobi, tra quali uno fu il Monastero di S. Giovanni, del quale Monastero benchè io non abbia le notizie in che tempo sia stato fondato, e da chi, tuttavia trovo che questo era annoverato nel numero delli Cenobij esistenti nel Regno assieme con il Monastero di S. Pietro di Camerota come vuole il detto Padre Agresta nel Cap. 5.”.

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Anche Angelo Guzzo, nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, a p. 53 e s., parlando di Bosco, sulla scorta di Palazzo (…), parlando dell’origine della chiesa di S. Nicola di Bosco, scriveva in proposito che: Essa faceva parte di un’importante Abbazia fondata dai monaci basiliani intorno all’anno Mille e dotata di un ingente patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa (1).. Il Guzzo, nella sua nota (1), postillava che la notizia era tratta dal Palazzo (…), p. 18, che, sulla scorta del Di Luccia (…), riferiva delle donazioni dei principi Longobardi ai cenobi basiliani o italo-greci dell’area tra cui quello di San Nicola a Bosco. La notizia delle donazioni Longobarde alla Chiesa locale, citate anche dal Palazzo, dal Cataldo e poi dal Guzzo, si possono ascrivere al Di Luccia (…). Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), ha cercato gli Atti di donazioni con cui i Principi Longobardi del Principato di Salerno, concessero diversi privilegi e donazioni, quelli che il Menniti (…), in seguito chiamerà i “nonnula et monimenta”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio. Il Di Luccia (…), cita Apollinare Agresta (…), che nel 1681, scrisse ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’. Il Di Luccia (…) a p. 10, anche sulla scorta di Rocco Pirro (…), riferendosi alle donazioni dei successivi Normanni, scriveva che: “Poichè sotto l’assistenza del conte Ruggiero, nel Regno stesso, furono eretti molti Cenobi, tra i quali uno fu il Monastero di S. Giovanni, del quale Monastero benchè io non abbia le notizie in che tempo sia stato fondato, e da chi, tuttavia trovo che questo era annoverato nel numero dei Cenobi esistenti nel Regno assieme al Monastero di S. Pietro di Camerota come indica il Padre Agresta nel Cap. 5.”. Il testo di Apollinare Agresta (…), è stato poi in seguito ripreso pari pari dal Rodotà (…): Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia’. Apollinaire Agresta, cita i Monasteri suddetti a p. 351, nel suo Cap. VI. Il Di Luccia (…), forse, ha suffragato la notizia delle donazioni Longobarde ai padri basiliani, sulla scorta del passo dell’Agreste (…), che a p. 342, parlando del Monastero Italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, fondato da S. Nilo, dopo che il santo si fosse fermato proprio nei monasteri fondati prima nella nostra area, scriveva: “Posseggono i nostri Padri nella Campagna Tuscolana dodici miglia distante da Roma, il Sacro Monastero di Grotta ferrata fondato dal nostro Padre S. Nilo di Rossano, venuto dalla Calabria circa l’anno 998 per fuggire l’impero dè Saracini, che scorrevano quelle contrade, commettendo ogni sorte di sceleraggine.”. Il riferimento all’Abazia di Grottaferrata a Rofrano, legatasi poi in seguito a quella di Tuscolo vicino Roma, ci riporta alle numerose donazioni Longobarde poi in seguito confermate dai Principi Normanni, nuovi signori del luogo, come è stato più volte dimostrato da eminenti studiosi. Si veda in proposito il nostro saggio dedicato al ‘Crisobollo’ di re Ruggero. Sarà Carlo Carucci (…), nel suo ‘La Provincia di Salerno ecc..’, nel suo Cap. IX, sulla scorta del Paesano (…), che a p. 176, scrivendo a proposito dei ‘Le Chiese e i Monasteri della Provincia di Salerno. Prime loro dotazioni – Formazione del patrimonio immobiliare delle principali chiese e Abbazie della Provincia. Formazione del patrimonio ecclesiastico nelle terre del Cilento ecc..‘, confermerà alcune cose scritte dal Di Luccia (…). Il Carucci, sulla scorta di Giuseppe Paesano (…), ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, e di Erasmo Gattola (…), a p. 176, nella sua nota (2), postillava: “Paesano, op. cit., I, pp. 33-34.”, nel capitolo “Le chiese e i monasteri nella provincia di Salerno. Prime loro donazioni.”, dedicato a p. 178, scriveva che: “Documenti particolari di dotazioni a chiese della Provincia anteriori al VII secolo non ne restano, ma ciò non dice che prima di quel tempo anche qui come altrove il patrimonio ecclesiastico  non esistesse ancora”. Continua scrivendo che: “Tutte queste chiese ed abbazie, già provvedute di beni dai fondatori, furono da principi protetti e ricolmi di privilegi, e si costituirono in breve un immenso patrimonio immobiliare, preparandosi per tempi assai lontani vere e proprie immunità giurisdizionali. Ed assistiamo ad una vera gara di concessioni e di donazioni, fatte in generale colla formula ‘pro remedium et salbationem animae nostrae’ (1), o coll’altra ‘hanc offeronnipotentis misericordiam pervenire (2). Le donazioni venivan dai principi, da piccoli proprietari, da artigiani, da gente di ogni classe (3). E assieme colle donazioni aumentavano il patrimonio gli acquisti fatti col danaro. E di tali acquisti e donazioni è bene ricordare alcuni per avere un’esatta conoscenza della formazione dell’immenso patrimonio immobiliare delle chiese e dei monasteri.”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Ebner, riguardo la notizia del privilegio di Guaimario V, concesso a S. Bartolomeo, aggiunge nel suo racconto che:Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.e poi alla sua nota (88), scrive: “Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. La studiosa Falcone (…), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, che ereditò dal padre Roberto il Guiscardo parte del Principato Longobardo di Gisulfo II, la Falcone (…), scriveva: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Per la nota (200), della Falcone (…), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e da Caciorgna (…). Lo studioso Gastone Breccia, in un suo pregevole studio sulla Badia di Grottaferrata a Rofrano ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, scriveva in proposito: “Pietro Ebner, che pure ha pubblicato il crisobollo di re Ruggero, non vi dà alcuna importanza, e fa risalire la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata addirittura al 1045 e alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, ecc…”. Della vicenda delle donazioni del Principe Longobardo Guaimario ci siamo già occupati in un nostro saggio ivi. Il Breccia, aggiungeva, riportando un passo dell’Ebner, tratto dalla ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno ecc..’, XII, 2), P. 32: “E’ Proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, ….all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del Monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze.”. Dunque, il Breccia, anche se non era del tutto d’accordo con la tesi sostenuta da Ebner, fa risalire le donazioni ai monasteri del basso Cilento all’epoca Longobarda, a molti anni prima del Crisobollo di re Ruggero, datato all’anno 1131, in piena epoca Normanna. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (…). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe Longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Pietro Ebner (…), nella presentazione al testo di Carmine Troccoli (…), a pp.10-11, scriveva in proposito: “Dei cenobi che hanno costellato il Cilento tutto mappa completa, sebbene molto si apprenda dalle loro pergamene recuperate dai benedettini di Cava che ne occuparono i cenobi abbandonati. Tra essi quello di S. Mango che i benedettini potenziarono quasi a competere con il Cenobio di S. Maria di Pattano, ove si veneravano i sacri resti del taumaturgo igùmeno S. Filadelfo. Da Velia e dal ridente seno naturale di Scario si inoltrarono nel territorio del basso Cilento, altri monaci italo-greci che fondarono cenobi a S. Giovanni a Piro (ab Epiro), poi calogerato come quello di S. Cono di Camerota, a S. Pietro di Licusati, a S. Maria di Centola. Vi sono tracce di altri monaci provenienti dalla Sicilia e dalla Calabria attraverso gli incerti confini, oltre Policastro, con l’antico gastaldato longobardo di Laino riconquistato dal futuro Imperatore Niceforo Foca. Essi giunsero ‘en tois maresi ton prinkipion’, nella quieta regione dei principi longobardi di Salerno,  – si rileva da un antico sinissario di Grottaferrata.”. Il ‘sinissario’ di Grottaferrata a cui si riferiva Ebner, era il bios o la vita di S. Nilo. Padre Germano Giovannelli (…), ieromonaco basiliano, nel suo ‘Vita di S. Nilo da Rossano’, il bios (la biografia della vita) di San Nilo (…), ripubblicata da padre Rocchi (…), che sulla scorta della biografia del S. Nilo, diceva che: “Egli penetrò in una regione tutta longobarda ma pure ricchissima di eremi e cenobi bizantini.”.

Nel 1466, gli Statuti redatti da Teodoro Gaza

Le origini dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano: la “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a piro del 1695-96” (3), citata dal Gaetani (4) e, di cui il Gaetani (…) pubblicò alcuni passi dei documenti ivi contenuti, manoscritti. Riguardo alcuni possedimenti nelle “Località Extra”, come quelli nel “Portus Saprorum” (all’epoca territorio di Torraca), come le Grangie di S. Fantino e quella di S. Nicola a Sapri – citate nell’antico documento notarile del 1695-96 (3)), venivano citate anche in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (…) e dal Cataldo (…). Il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), segnala che Teodoro Gaza (…), il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (9), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano sepelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Dunque, lo statuto n. 41, parla di un cimitero a S. Fantino. Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Ma si trattava del S. Fantino di cui l’Abbazia possedeva una Grangia a Torraca (o territorio saprese)?. Era il S. Fantino di cui parla il Di Luccia (…) ?. Scrive il Tancredi (…), a p. 60 che Teodoro Gaza “Fu il grande organizzatore del Cenobio Basiliano, in fase di decadenza. Procurò ogni mezzo per ricondurre all’antico splendore. Per regolare la vita dei due enti, dettò i celebri “Statuti”, che costituirono il “Diritto positivo” dell’Abbadia e dell’Università poichè contenevano norme di diritto Civile, Penale, Amministrativo, di Pubblica sirurezza ed altre norme relative alla tutela della proprietà, dell’igiene, al sistema tributaro ed all’amministrazione della giustizia, che, con il concorso degli esperti di diritto era nelle mani dell’Abate….Detti statuti del 7 ottobre 1466, Ind. XI, contenevano 49 articoli con altri 7 aggiunti dagli altri commendatori e una nota notarile, per opportune modifiche agli articoli precedenti. Esaminando questi provvedimenti di natura prettamente economica, ecc…”. Gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e la Baronia ecclesiastica dell’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaza – pubblicati dal Di Luccia (…) – risalgono al 1466 e, lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, attesterebbe che molti beni e proprietà dipendenti ed appartenenti all’antica Abbazia come ad esempio la grangia di S. Fantino nel territorio Saprese esisteva già nel 1466, epoca di fondazione degli Statuti redatti dall’Abbate pro-tempore Teodoro Gaza. Di certo si ha un ulteriore documento dell’epoca degli statuti che confermerebbe una grangia nel territorio saprese.

Nel 1541, “l’apprezzo di Sapri” redatto da Pietro Gaglierano contenuto nella Causa di limiti vertente tra i Palamolla di Torraca ed il Conte di Policastro Carafa della Spina, Atti conservati all’Archivio di Stato di Napoli

Oltre alle liti che sorsero tra la Curia Vescovile, le Abbazie basiliane come quella di San Giovanni a Piro, i suoi ampi possedimenti, anche nel territorio Saprese, e i Carafa, conti di Policastro, sorsero delle liti anche fra gli stessi feudatari del posto, come ad esempio la lite riportata in un documento del 1541. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui nell’Archivio di Stato di Napoli esistono gli atti di una vertenza giudiziaria sorta nel 1551: la Causa di possesso e di limiti del 1551, che fu intentata davanti alla Real Corte di Napoli da Carafa, Conte di Policastro ed i feudatari di Torraca, i Palamolla. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Nel 1541, il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. La notizia, proviene da Rocco Gaetani (10), che nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, a p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “Si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (1).”. Il Gaetani, a p. 10, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Processi della causa vertente tra la casa di Palamolla e il Conte di Policastro dipendente dagli atti del Patrimonio del duca di Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Il documento citato dal Gaetani (…) si trova conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto:  “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (2).”. Il Gaetani (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Fol. 217, P.O. Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla, pronipote di Decio. Copia tratta dall’originale. Grande Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla e, che il suo pronipote Don Francesco Palamolla, nel 1541, presentò istanza alla Real Corte di Napoli, ed intentò una causa di confini con il Conte di Policastro. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”. Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “.

Nel 1565 (2 ottobre), la “Platea di Beni e di Rendite” compilata da Giacomo De Vio e l’elenco del vasto patrimonio terriero donato nel 501 dai Longobardi alla Chiesa

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc... Infatti, il Di Luccia (…), sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442, che diceva: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”, la cui traduzione è la seguente:  “Oltre all’Abbazia di San Giovanni Piras (Pyrus) Diocesi Polycastren cura che, a causa della debolezza degli abati, vescovi hanno ricevuto dall’Abbazia ecc..ecc..”. Giuseppe Cataldo (…), a p. 44, sulla scorta di ciò che sosteneva il Di Luccia (…), aggiungeva: “Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, furono materia di esoso sfruttamento a danno della comunità religiosa e dei cittadini del casale di S. Giovanni a Piro, poichè esse, medianti appositi fittatari, erano date ad enfiteusi temporanea, quasi fitto, con diritto di preferenza ai naturali del luogo, che dovevano pagare, invece delle decime, cospicui canoni annuali. Da ciò le cause, dell’impoverimento economico. L’ingerenza dei vescovi e dei conti di Policastro nella predetta Badia “nullius dioceseos” fu per salvare il salvabile, poichè sarebbe lo stesso finita in malora.”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 107, dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, e a pp. 110-111, scriveva che “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbazia di Bosco – come quella basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata da un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, ecc..”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Ferdinando Palazzo (…), sempre a pp. 110-111, riferendosi sempre alla “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, compilata nel 1565 da Giacomo De Vio, nominato Procuratore della Badia, scriveva pure che l’avesse vista e consultata in casa della famiglia CarbonI-Viviani di Bosco: Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina. Con nostro vivo rincrescimento, però, abbiamo dovuto constatare come tale documento – che avrebbe potuto essere l’unico atto probatorio per poter dimostrare i diritti territoriali di questo Comune, di fronte ai Comuni contermini – non può avere alcuna efficacia giuridica perchè manca della firma del compilatore o, comunque, di autentica di pubblico ufficiale, per cui non ha alcun valore probatorio per poter accertare i veri confini territoriali del nostro Comune, l’incertezza dei quali fa sorgere continue e dispendiose controversie, specialmente con Camerota.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni Longobarde ad alcuni monasteri del basso Cilento, come quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, sono tratte dal Di Luccia (…), che ne scrisse nel suo Trattato a p. 26. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva lencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio..”. Dunque, il Palazzo (…), citava questa interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo, nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – Teodoro Gaza (1462-68); Mons. Alfonso D’Aragona (1468-1503); D. Antonio Terracina (1503-20); D. Antonio De Bacio (1520-34); Card. Tommaso De Vio (1534); D. Andrea De Vio (1534-61); D. Girolamo De Vio (1561-87). Un Abate Basiliano di questo Cenobio, NICOLA, fu eletto Vescovo di Policastro nel 1417; gli successe Mons. Nicola Principato nel 1430. Col tempo questa fiorentissima Università andò in decadenza, sia per la diminuzione dei Padri e sia per fattori che resero inconsistente la sua reggenza. Cosa avvenne? Quando l’Abate Nicola, in seguito alla presa di possesso della Diocesi di Policastro, dovette sostituire il nuovo abate infermo, suo successore nella Badia, incominciò pian piano a usurpare i poteri spirituali (giurisdizione), mentre il Conte di Policastro usurpava i poteri temporali. E così fecero pure gli altri vescovi e conti, finchè nel 1574 il Commendatore D. Girolamo De Vio fu costretto ad intentare un guidizio contro D. Giovanni De Scielzo del Monastero di S. Pietro in Carbonaro di Majerà (Cosenza), Diocesi di S. Marco, per la medesima ragione. Questo giudizio fu definito con sentenza di condanna dell’usurpatore, pronunciata dal Rev. D. Raimondo Corso, Referendario di Gregorio XIII, e resa esecutiva in forma pubblica in Lauria dal Notaio Angelo De Juvenibus, fiduciario della Curia Vescovile di Policastro, che ne rilasciava copia il 3 settembre 1574. – Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc…”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, con giurisdizione autonoma spirituale e temporale. Di questa autonomia riferiscono non solo gli atti di ordinaria amministrazione dei Padri, ma soprattutto Mons. Angelo Oliverio, Vescovo di Acerra, quando, ordinando Diacono Antonio Ferrari della terra di S. Giovanni a Piro, con la dicitura ‘NULLIUS DIOCESEOS’ (14), afferma che il territorio Basiliano, cui il Ferrari apparteneva, era fuori di ogni giurisdizione diocesana.”. La notizia era stata tratta dal Di Luccia (…). Il Vescovo di Acerra, Mons. Oliviero, ordinò Antonio Ferrari, diacono della terra di S. Giovanni a Piro, nel…….e, la notizia del documento venne poi riportata dal Di Luccia (…), nel 1700, all’epoca del suo trattato istorico-legale. Il Cataldo (…), a p. 44, ci ricorda che le notizie intorno ai beni e possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, oltre che dal Di Luccia (…) e dal Palazzo (…), sono state tratte anche dalla “Platea di Beni e di Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, di cui, ivi abbiamo pubblicato un nostro studio e le immagini originali. Riguardo la detta ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco, citata dal Di Luccia (…), fatta compilare nel 1565 dal’Abate Commendatario di S. Giovanni a Piro, possiamo citar quella scoperta da Pietro Ebner (…), una ‘Platea dei beni’ del monastero di S. Pietro di Licusati, compilata nel 1480, di cui parleremo in seguito. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Capagna, dunque a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il Di Luccia, a p. 26, parlando del VI Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, Andrea De Vio, scriveva del suo collaboratore Giacomo che:

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Il Di Luccia (…), cita la “Platea”, dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro e dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, compilata nel 1565. Scrive il Di Luccia, riferendosi al monastero di S. Giovanni a Piro, detta “Badia” (Abbazia): “Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2 Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Dunque, secondo il Di Luccia (…), che a p. 26, ci parla di Giacomo De Vio (nipote del Cardinale De Vio), nominato Procuratore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che, il De Vio, il 2 ottobre 1565, compilò una Platea di Beni e di Rendite che appartenevano alle due Abbazie di S. Giovanni a piro e S. Nicola di Bosco. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). . Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna (…), nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Il Capagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza.

Nel 1695-96, la “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal notaio Domenico Magliano

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(Fig. 2) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (3).

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(Fig. 3) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 – Cappelletto storico

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(Fig. 11) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 – Cappelletto storico

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(Fig. 12) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta l’Indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati.

In questo studio, pubblichiamo un interessantissimo documento inedito – le cui immagini originali – sebbene fosse stato più volte citato dagli studiosi – non sono mai state pubblicate. Questo studio, ha il duplice scopo di restituire agli studiosi un documento originale conservato all’Archivio della Diocesi di Policastro ma mai pubblicato e, nel contempo – attraverso questo antico documento testimonianza del nostro passato – vorrebbe restituire un breve tratto della nostra storia. Si tratta, come vedremo di un documento notarile del 1695-96, redatto dal Notaio Domenico Magliano (3) (Fig. 1). Si tratta di un documento citato più volte da alcuni studiosi di storia locale come il Gaetani (4) che, pubblicò uno stralcio trascritto. Il documento (3) in questione “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96 (Fig. 1), redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96. L’antico documento notarile manoscritto su carta vergata, del 1695-96 – di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali che riguardano i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro, posseduti nel territorio di Torraca e quindi anche del territorio Saprese – che a quel tempo era sottoposto alla baronia dei Palamolla di Torraca –  è conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (A.D.P.)(3) (Figg. da 1 a s.). Dal punto di vista bibliografico e storiografico, l’antico documento (3), è stato più volte citato dal Gaetani (4). Il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri o ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Tancredi (6), alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. In questo mio saggio pubblico per la prima volta alcune pagine originali tratte dal manoscritto conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, avuto per gentile concessione dal Bibliotecario Don Pietro Scapolatempo. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (4), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il ‘Libro di memorie’ di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc….Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113. Nel 1587, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile, vi furono sempre continui conflitti legali (10-11-12-13).

Nel 1695-96, la “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96

Dopo il Palazzo (15) ed il Cataldo (…), che la citarono, Luigi Tancredi (6), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′, pubblicato nel 1991, nel capitolo “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s., (3), la esaminò, scrivendo nelle sue note: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. PARVULUS DATUS EST NOBIS CUI NOMEN ‘J.H.S.’. Die primo mensis 8bris anni currentis millesimi sexcentesimi nonagesimi quinti in Terra Sancti Joanni ad Pyrum. Constitutis in nostra praesentia praesentibus pro pro testibus RR. D. Francisco Zito, D. Joseph de Lianza Sacerdotibus dictae Terrae, U.J.D. Joanne Antonio Ursaja, et Doctore Physico Joanne Baptista de Alesio, Ill.mus ac Rev.mus D.nus Egidius Surrentino ejusdem Terrae Sancti Joannis ad Pyrum Procurator Generalis, ac ad hoc specialiter deputatus ab Ill.mo et Rev.mo Domino D. Vincenzo Petra Signaturae Justitia SS.mi Domini nostri Papae votans Insignis Cappellae SS.mi Praesepis in Sacrosancta Basilica S. Mariae Majors de Urbe Praepositus, et ab aliis Dominis Cappellanis dictae Venerabilis Cappellae pubblico Procutatoris mandato fierique rogamus manu nostri Simonis de Comitus sub die decima quarta Maij praesentis anni 1695 Romae, cujus tenor talis est, ut videtur.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), a p. 73 del suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’ esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “L’entità dei beni consiste in terreni coltivati da vassalli o custodi. Nel comprensorio di San Giovanni a Piro sono 1444, mentre in altre località sono 261. Sono compresi pure alcuni casalini  o case ed introiti vari (censi in grano, mosto, olio, ecc..). I vassalli sono 482, compreso i membri del Clero, a sè stante, con 13 sacerdoti singolarmente, una Congrega, un Monastero, 14 Cappelle. Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “La Platea manoscritta, comprende n. 170 fogli (= 340 pagine, recto (r.) et verso (v.), complete quasi tutte, formato protocollo. Fu redatta dal Sig. Domenico Magliano Notaio di S. Giovanni a Piro negli anni 1695-96. E’ un libro o Registro di Amministrazione. Inizia con un indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati, procede un cappelletto storico legale di 5 pagine, e segue l’esposizione dei fondi rustici, indicati col termine di generico di beni (bona) e relative rendite (in ducati, carlini, grana e tarì). Alla fine di ogni pagina c’è il risultato complessivo (totale parziale). I beni (bona) sono generalmente indicati secondo il tipo di coltivazione o produzione (vigne, castagneti, oliveti, orti, ecc..); manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari. Semplicemente è indicata la contrada (in loco dicto…) ed i confini con altri beni o poderi (juxta bona…, fine…).”.

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(Fig. 13) I Beni dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro secondo il Tancredi (6).

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(Fig. 16) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 – possedimenti a S. Giovanni a Piro

Nel 1695-96, i possedimenti nelle “Località Extra” dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, citati nella “Platea dei beni e delle rendite etc.” compilata dal notaio Magliano

Da questi tre documenti citati (3-17-18), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Il documento del notaio Magliano (3) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Il documento (3), di cui il Gaetani (4), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (9) e dal Tancredi (6). Il documento (3), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini di alcuni possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, in alcuni paesi della nostra zona – tra cui anche quello Saprese – all’epoca della stesura dell’antico documento, facenti parte della Baronia di Torraca. I beni e possedimenti dell’antica Abbazia basiliana, arrivavano fino in Calabria. Questi beni e possedimenti erano il frutto di donazioni Longobarde e Normanne e quindi erano molto ma molto più antiche dell’epoca di stesura del documento (3) stesso. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro, citate dal Di Luccia (5), circa la presenza in altri luoghi di alcuni beni come ad esempio le due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (S. Phantini), nel territorio Saprese e di Torraca (5) – di cui peraltro, abbiamo pubblicato ivi uno studio a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino a Torraca (in realtà era sita nell’attuale territorio saprese), esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (3) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Il Di Luccia (5) scriveva che: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..”. Infatti, dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Il documento (3), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. La notizia ci arriva da Ebner (…) che scrive in proposito: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Il Di Luccia (5), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..” . Il Gaetani (4), a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.” (10). Il Cappelli (…), a p. 313, nelle sue note (55) postillava: “(55) V. il mio saggio, in questo volume, ‘Il Monachesimo basiliano e la grecità medioevale nel mezzogiorno d’Italia’.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci dal Laudisio (…), secondo cui, i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341). La notizia potrebbe essere connessa con quanto asseriva il Cappelli (…) che a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc.. (39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, a pp. 150-151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma:……”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio, e poi aggiunge che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta Basilica, cioè: …..ecc…. (come si può vedere nell’immagine) e: “Altri Monasteri mentovati nella vita di S. Sabba.”, al n. 25, cita il “Monastero de’ Marcari”. Il Martire (…), quando scrive di “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3″, si riferisce a Pietro Marcellino Di Luccia (…), che, nel 1700, scrisse ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’.

martire, p. 150

Martire D., p. 151

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Secondo il Martire (…), Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo cap. III, scrive che tra i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, vi sono alcuni monasteri, chiamate Badie, che furono unite da papa Clemente VIII alla Cappella del Presepe in Roma. Fra queste badie vi erano quelle elencate dal Martire (…), dal n. 18 al n. 31 che è il Monastero di S. Pietro di Camerota, forse il monastero di S. Pietro di Licusati. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia, e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse il suo ‘Trattato Istorico-legale ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44.

                                                TORRACA E TERRITORIO SAPRESE

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(Fig. 17) Pag. …. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Torraca

Nel 1689, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in ‘Terra di Torraca’ (territorio di Sapri ?)

La Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (4): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…): “Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”. Il Gaetani (4), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (5) illustrato nell’immagine di Fig. 9 (pag…..), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’ riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, in proposito pubblicava la trascrizione del testo estratto di una o due pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese: “Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni.”. Dunque, il Gaetani (…), a pp. 152-153, scrive che sulla scorta del suo amico Canonico Domenico Menta, cita e si riferisce alla “Platea di Beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, del 1695-96”, redatta dla notaio Domenico Magliano, trascrivendone il testo di alcune pagine: “La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere d’ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tuti i fondamenti; li quattro cantoni, ed il frontespitio, et anco un arco sopra l’altare medesimente di pietre scarpellate, stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare; la detta Cappella era diuta senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. D. D. Michele Brandaleone alla f. m. di P. P. Innocenco XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vesc.vo di Policastro, et incaricato dal suddetto D. Michele, il quale n’ebbe cura, et con l’entrate di detta Cappella rifece le mura, la ricoverse, fece l’astraco Porte et Altare et di più di suo proprio, e per sua divotione ci fece intempiata, valtaltare, carta di gloria et candelieri.”, poi continua la trascrizione del testo che riguarda i confini della Grancia di S. Fantino: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva nel 1695-96. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” come ci dice lo stesso Gaetani (…) e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese.

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(Fig….) Pag…. della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (3) – In questo documento si descrive la Grancia di S. Fantino ed i suoi confini, posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese (Torraca).

Infatti, il Gaetani (4), nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, nel trascrivere il testo di alcune pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese, in proposito trascriveva che: “La Venerabile Cappella di S. Fantino……stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare;…”. Dunque secondo il testo della ‘Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro’, che era stata redatta nel 1695-96, Sapri ed il suo territorio era chiamato: “….che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare;…”. Sapri era detto “la marina e porto di Sapri”, ovvero un piccolo porto che i monaci basiliani usarono per i loro traffici fin dall’antichità.

Lo Statuto n. 41 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro cita le Grancie di S. Nicola e di S. Phantini (S. Fantino) a Sapri

Le origini dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano, pubblicato dal Gaetani (4) che riportava uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto (3). La Grancia di S. Fantino – citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (3)), veniva citata in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (…) e dal Cataldo (…). Il Cataldo (…), afferma sulla scorta del Di Luccia che Teodoro Gaza, il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (9), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano seppelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e l’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaza – pubblicati dal Di Luccia – risalgono al 1466, e lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, se ne deduce che la Grancia di S. Fantino nel territorio saprese era presente nel 1466 – epoca di fondazione degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro – che la possedeva, già molto prima che fosse citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (3). Inoltre, secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Vi era un cimitero a San Fantino? Lo Statuto n. 41 non sembra così strano se consideriamo che il vecchio cimitero o camposanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma si trovava proprio sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella’. Fino ai primi dell’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri. In un libretto del 1928 il Magaldi (…), scrive in proposito: “In contrada S. Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, nel 1891, il dott. Gallotti (…), così scriveva: ”Il Camposanto di Sapri, non solo è in posizione antigienica…io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che sia distante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato, lambisce quasi il Camposanto di Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimitero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fatto che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria, sulle colline che traguardano il centro abitato. Mia zia Maria, racconta che il vecchio cimitero fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della ‘Trovatella’.  

                                                                        MARATEA

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(Fig. 18) Pag. 144 s. della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Maratea

                                                                         TYILICUM

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(Fig. 19) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Tyilicum

                                                              MAYERA’ (CALABRIA)

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(Fig. 20) Pag. 139 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Mayerà (Calabria)

I beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro a Majerà in Calabria

Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: ….finchè nel 1574 il Commendatore D. Girolamo De Vio fu costretto ad intentare un guidizio contro D. Giovanni De Scielzo del Monastero di S. Pietro in Carbonaro di Majerà (Cosenza), Diocesi di S. Marco, per la medesima ragione. Questo giudizio fu definito con sentenza di condanna dell’usurpatore, pronunciata dal Rev. D. Raimondo Corso, Referendario di Gregorio XIII, e resa esecutiva in forma pubblica in Lauria dal Notaio Angelo De Juvenibus, fiduciario della Curia Vescovile di Policastro, che ne rilasciava copia il 3 settembre 1574. – Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc…”.

Oreste Campagna, situa il monastero di “S. Pietro di Marcaneto” a Papasidero e a Majerà (Calabria)

Interessante è l’ipotesi di Orazio Campagna (…) che, nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 96, scriveva che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l'”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”. Lo studioso calabro Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, riferendosi a Majerà e del vicino Casale di S. Maria e il suo territorio, conquistato dai normanni, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Majerà, se si accettua il riferimento, per altro incerto, al monastero melchita di Màkaros, del 1060-1061 (1), è il Diploma del duca Ruggero del luglio 1100, nel quale viene menzionata, fra le altre donazioni al monastero benedettino di S. Maria della Matina, l’”ecclesiam Sancte Marie in territorio castelli quod dicitur Machera. Dal documento si rileva che la chiesa di S. Maria o sopravvisse alle conquiste normanne o fu opera normanna, e, pertanto, dagli stessi messa alle dipendenze di S. Maria della Matina; che doveva disporre di rendite da platee, già monastiche; che il nome ebraico di “Grotta”, M’arà, già del Casale, grecizzato in “Machera” era passato ad indicare il castello e il nucleo che intorno ad esso si andava costruendo. La donazione venne confermata nel maggio del 1114 in un Diploma del duca Guglielmo e in un altro Diploma del Principe Boemondo del 1122. I documenti sono riportati dal Pratesi (16).”. Il Campagna, a p. 16, nella sua nota (16) postillava che: “(16) A. Pratesi, Carte latine, etc., cit., alle pag. 18-19, 23-25, 30-32.”. Sempre il Campagna nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. A S. Pietro marcanito, nella seconda metà del X secolo, un monaco greco, colpito da un fulmine, riebbe la parola, grazie all’intercessione di Saba da Collesano (36). Fu conquistata da Roberto il Guiscardo, difatti, nel 1065, lo stesso la donò, fra le altre conquiste, alla neo-abbazia benedettina di S. Maria della Matina, “…abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito…” (37). E’ ovvio che l’abbazia basiliana di S. Pietro, messa alle dipendenze di S. Maria della Matina, dovette conformarsi al rito latino, o cessare del tutto come istituzione monastica. Era sorta fra i nuclei greci e romani. I resti dell’abbazia, da qualche anno del tutto scomparsi, della chiesetta, nell’ansia del nuovo, è stata completamente deturpata l’antica struttura, evidenziando l’opus mixtun e l’uso del materiale romano sottratto a precedenti costruzioni. L’inventario del 1695-96 eseguito per conto della Cappella romana del S. Presepe, presso S. Maria Maggiore, riporta “una Chiesa con Cortile, et mura di due Cammare seu Celle al p.te dirute, et la d.ta Chiesa che si stà rinnovando è sotto il titolo di S. Pietro a Carbonaro” (38). Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41). Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Negli Inventari del Feudo, fino al 1599, quando dopo la morte di Vittoria di Loria, ne vennero eseguiti due, un per gli eredi Carafa, Giulia e Maria, e l’altro per la figlia di secondo letto, Olivia Bologna, i beni della grancia di S. Pietro erano stati considerati “liberi” (44). Nel 1650 e nel 1695-96 il Capitolo di S. Maria Maggiore, e, nel 1728, Benedetto XIII facevano inventariare i beni del monastero tramite rappresentanti di S. Giovanni a Piro e della Curia vescovile di Policastro. Nel 1724 ne era abate frà Antonio Magurno, forse l’ultimo abate, difati nel 1750 la chiesa era affidata al sacerdote D. Lorenzo Pignata (45). Anche presso questa Abbazia, come presso le altre della costa, vi è il toponimo Foresta, che ricorda antiche donazioni di zona boscosa e coltivata, o meno probabilmene, l’estraneità dei Basiliani, in tempi mutati, e nella lingua e nel rito (46). A sud della Foresta si apre la grotta di S. Angelo: S. Michele, l’Angelo per antonomasia. Presso S. Pietro e S. Anario vi è Prato. Un “locus” dallo stesso nome è più volte menzionato in “Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (47), e, nelle stesse “Carte”, localizzato presso S. Marco Argentano (48). Il nostro, ricco di resti greci e latini, conquistato dal Guiscardo, avrà tratto il nome dalla omonima località argentanese.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (36) postillava che: “(36) E’ detto …………………..presso Oreste Patriarca Hierosolymitanusde Historia et laudibus, etc., op. cit., XXVI, pag. 151.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit., pgg. 5-9.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38)Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” (fol. 139-141, recto et verso), inventario ms. del 1695-96, estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebr monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (44) postillava che: “(44) F.A. Vanni, cit. Non sappiamo quanto sia stata determinante, proprio in quegli anni, la presenza dei Carafa di Policastro, nella terra di Majerà.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (45) postillava che: “(45) F.A. Vanni, cit.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (406postillava che: “(46) Il nome, già usato nella toponomastica normanna, indica un vasto territorio, boschivo e coltivato. Nella Platea dei beni e rendite, etc., la Foresta viene delimitata, e la grancia di S. Pietro disponeva che “dal dì di tutti i Santi insino alla Vigilia di Natale, s’intende chiusa, et chi ci và a pascolare, o dannifica per d.to tempo paga alla d.to Chiesa di pena carlini quindeci per ciaschduna volta…”.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (47) postillava che: “(47)A. Pratesi, cit.”.

Il possedimento di Mayerà secondo la ‘Platea dei beni e rendite ect…’, del 1695-96

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, a p. 115 e s. riportava un estratto della: “Dalla Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, aggiungendo che: “manoscritto del 1695-96, inventario dei beni del monastero di S. Pietro a Carbonara, 1696 (2)”. Il Campagna, a p. 115, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (Salerno), fol. 139-141, recto et verso. Archivista Bibliotecario G. Cataldo.”. Il Campagna, trascriveva un estratto dei fogli n. 139, 140, 141, retro e verso:

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(Fig….) Trascrizione del fol. 130 (vedi Fig. 20) tratto dalla ‘Platea di beni e rendite etc’ del 1695-96 per il possedimento di Mayerà (Calabria) trascrizione pubblicata da Campagna (…), op. cit., p. 115.

Nel 1545-46, la “Platea di Beni e di Rendite del monastero di S. Pietro di Carbonaro a Majerà”, compilata da Sebastiano della Valle

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, parlando del Monastero e dell’Abbazia di S. Giovanni a piro, scriveva in proposito che: Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l’”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”.

                                                            GRISOLIA (CALABRIA)

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(Fig. 21) Pag. 144 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Grisolia

Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p…., ci parla pure di Grisolia e delle sue grangie, appartenute all’Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro.

                                                         TRICLINA (TRECCHINA)

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(Fig. 22) Pag. 148 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Trecchina

                                                                          RIVELLO

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(Fig. 23) Pag. 150 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Rivello

                                                                     LENTISCOSA

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(Fig. 24) Pag. 153 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Lentiscosa

                                               LENTISCOSA – AIRA DELL’ABBATE

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(Fig. 25) Pag… della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Lentiscosa e ‘Aria dell’Abbate’

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(Fig. 26) Pag. 157 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Lentiscosa

                                                                          BOSCO

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(Fig. 27) Pag. 158 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco.

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(Fig. 28) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco.

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(Fig. 29) Pag. 159 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco.

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(Fig. 30) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco

                                                   ROCCAGLORIOSA E POLICASTRO

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(Fig. 31) Pag. 169 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Roccagloriosa e Policastro

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(Fig. 32) Pag. 170 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Ultima pagina

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

La storia del territorio attraverso i possedimenti dell’Abbazia basiliana di San Giovanni a Piro

La notizia di alcuni possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a Giovanni a Piro nel territorio Saprese e le sue origini, di cui parleremo – sono molto più antiche del documento (3) del Notaio Domenico Magliano. Il Cappelli (13), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, cita un documento di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio di ciò che già il Di Luccia (5), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino ( o S. Infantino) nel territorio Saprese. Il Cappelli (13), oltre a citare importanti notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, parlando della Grangia di S. Fantino, trae importanti notizie dal Trinchera (14) che nel 1865, pubblicava ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il Cappelli (13), sulla scorta del Trinchera (14) a proposito della Cappella e della Grangia di S. Fantino, che secondo il Di Luccia (3), faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Nel Cilento, infatti, il culto di San Fantino è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chiesetta campestre, a S. Fantino dedicata (5), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (18), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (7-8), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ed all’altra di S. Ciriaca.” (14-18).

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(Fig. 24) Pag. 81, tratta dal Trinchera (14), il documento dell’anno 1097 (18).

Stando all’antico documento membranaceo del XII secolo (18) (datato anno 1097), pubblicato dal Trinchera (14), un abitante di Vibonati, il monaco Milano Sergio, aveva ricevuto da Odo Marchese, il permesso – Sigillum factum – di costruire un monastero intorno alla chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, di cui, scive il Cappelli (13), rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Il documento: “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (18), pubblicato dal Trinchera (14), è un antichissimo documento manoscritto in greco su pergamena (membrana), datato Settembre 1097 (XII secolo), tratto da antichissimi codici membranacei manoscritti in greco, risalenti a prima dell’anno ‘1000, oggi andati persi o dispersi a causa degli eventi bellici dell’ultima guerra Mondiale, i cui bombardamenti colpirono l’Archivio di Stato di Napoli, dove essi erano conservati e catalogati dallo studioso Francesco Trinchera (14). L’antichissimo documento (18), ci riporta di molti secoli indietro nella ricostruzione storica delle origini delle nostre terre e per la localizzazione di un antica cappella di S. Fantino nel territorio saprese. L’antico documento pubblicato da Trinchera (14), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. Dunque, l’antico documento parla della S. Fantino di Scido. A parte la citazione di ‘Scido’ – il documento chiama il luogo Scido – è interessante perchè il luogo non è Vibonati ma è ‘Scido’,  quindi, probabilmente Sapri. Doveva trattarsi di un luogo vicino a Policastro – quindi Sapri. Le notizie intorno a S. Fantino ed ai possedimenti dell’antichissima Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dopo questo documento si fanno più labili.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(3) (Figg. da n. 1 a n. 22 ecc..) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (4) e dal Cataldo (9). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (3), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (17), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Cataldo (9), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (17). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (17). Le immagini che noi quì pubblichiamo (Figg. da n. 1 in poi), sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (Fig. 1), da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese. 

(4) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

Di Luccia

(5) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

Tancredi Luigi

(6) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (3) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s. (Archivio Storico Attanasio)

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(7) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831 (Archivio Storico Attanasio)

(8) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.

(9) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(10) Gaetani R., op.cit. (4), p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.”. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(11) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O.: “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”.

(12) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op. cit., vol. II, p. 592.

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(13) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 323. Il Cappelli poi nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P.M., op. cit., pp. 8; 3. Poi la nota (21): Trinchera F. (14), p. 80; poi la nota (22): Laudisio N.M. (7-8), pp. 34 e s. Si veda pure Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, …

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(14) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino.

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(15) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006, p. 23.

(16) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto dalla rivista dell’I.G.M. ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Firenze, Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512.

(17) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (4), a p. 154, alla nota 4 (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (3) (Figg. 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11 ecc..) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (4), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (4), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta, che redasse la “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il canonico Giuseppe Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (32), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113.

(18) (Fig. 24) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (14), pp. 80-81-82.

(19) Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1979, Tomo II, p. 409.

d'avino-porfirio

(20) Porfirio G., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(21) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(22) (Fig. 25) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (2), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (7-8), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v. 

(23) Volpicella Luigi, Notamento delle Opere relative alla Storia ed alla Topografia della Provincia di Basilicata tratto da un lavoro inedito intitolato: La Biblioteca Storica e Topografica del Regno di Napoli, raccolta e pubblicata nel 1795 da Lorenzo Giustiniani, ed ora corretta, accresciuta ed in miglior ordine disposta ecc..estratto dal Giornale Economico-letterario della Basilicata, nuova serie, anno 1852, fascicolo terzo.

(24) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(25) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377

(26) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, Cap. XXXVII e s.; stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

Liber Visitationis

(27) Laurent M.H. – Guillou G., Le liber ‘visitationis’ d’Athanase ChalkeopoulosContribution a listoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano, 1960.

(28) Cardinal de Luca, Adnotationes ad Concilii Tridentini, Disc. VIII, n. 25 e disc. XIV, n. 21, stà nella nota (21) del Volpe G., op. cit. (23), p. 120 (non sappiamo a quale autore si riferisca, forse a Matteo Egizio, nipote dell’Antonini.

(29) Ronsini Domenicantonio, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stabilimento Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore.

(30) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

(31) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(32) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I.

(33) Frecciae Marini, De Subfendis, in de Origine Baronum, Venezia, ed. De Bottis, 1597, 3.28, parla di Abbas Sancti Joannis ad Pirum,

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(…) Cariello Franco, San Giovanni a Piro, Chiese, Cappelle e Confraternite, ed. Tipografia MDD, Sapri, 2010 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

Martire Domenico

(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Campagna Orazio, Storia di Majerà, ed. Brenner, Cosenza, 1985 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mercati Giovanni, Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p…. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’, ed. Orizzonti Meridionali, 2014 (Archivio Storico Attanasio)

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

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