Il cenobio basiliano e l’abbazia di S. Maria di Centola

Gli Studi 

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci, sorti nel basso Cilento, come ad esempio l’antichissimo monastero o cenobio basiliano prima e poi in seguito Abbazia Benedettina di S. Maria a Centola.  

Carta del Cilento, Centola

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio digitale Attanasio)

Nel 547, la prima distruzione del presidio goto di Molpa, la distruzione del generale Belisario e la nascita di “Centula”

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Centola nacque sotto la dominazione bizantina di Giustiniano. Da Wikipedia leggiamo che la leggenda vuole che Centola sia stata fondata intorno al XVI secolo da una cosiddetta “centuria” di profughi provenienti dall’antica città di Molpa: da questa “centuria” sarebbe poi derivato il nome al paese. Tuttavia Carla Marcato, ricercatrice dell’Università di Udine, ritiene molto più probabile una discendenza del toponimo da un’unità di misura agraria. Del resto il paese risulta più antico di quanto vorrebbe la leggenda. Da Wikipedia leggiamo che in epoca medioevale ebbe inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti. Alcuni di questi superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle Fontanelle, in un posto riparato e sicuro, detto Vallone. Fu forse dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo che questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. L’Antonini (…), vuole che dopo la prima distruzione di una cittadella sulla collina di ‘Molpa’, i superstiti, rifugiandosi sulle colline più a monte, dove oggi si trova l’odierno paesino di Centola. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 348-349 e s., ci parla di Centola e a p. 348, in proposito scriveva che: “Due miglia da quì, camminando a Mezzogiorno, si trova Centola posta per lungo sopra la collina, che la manca sovrasta al Melpi. Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario. Io non volendo pregiudicarla nella sua antichità, ne toglierne questo pregio, intera, e salva cotale opinione lascio a chi vorrà tenerla, però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè i terreni del paese non sono, che quelli della stessa distrutta Città, vasti, ed all’estremo abbondanti di tutto, ma la poca cura e industria de’ Cittadini appena ne fa uso per i generosi vini, e per gli fichi, etc…”.

(Fig…..) Antonini, op. cit., pp. 347-348

Dunque, l’Antonini scriveva che Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario.”. Dunque, l’Antonini riporta la notizia che le origini di Centola derivano da un Centurione dell’esercito bizantino dell’esercito del generale Belisario incaricato dall’Imperatore Costantino di conquistare il regno Goto in Italia. Antonini, sulla scorta del Chronicon di S. Mercurio scriveva pure che questo centurione bizantino ai tempi di Belisario e ai tempi della prima della città della Molpa andò a fondare il casale di Centola con altri cento soldati che ivi si stabilirino. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola, a p. 192, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “La Molpa fu distrutta nella seconda venuta in Italia di Belisario 544, donde ripartì il 558. Ora in questi quattro anni è giocoforza collocare la distruzione della Molpa. Tutto sta a precisare l’anno. Per riconquistare la Sicilia e la Magna Grecia è logico assegnare un tempo fino al 547, non sapendo quale mese indicare dell’anno di partenza e dell’anno di arrivo. Quindi l’operazione avrebbe comportato un anno e alcuni mesi. Il 548 Belisario è impegnato nella liberazione di Roma, occupata da Totila. E siccome la Molpa si trovava quasi alla fine della Magna Grecia, la sua distruzione non può non cadere che nel 547, etc…”Inoltre, il Cammarano, a pp. 204-205, in proposito scriveva che:  “Il Cristianesimo si insediò ben presto nella città della Molpa e non è difficile dimostrarlo. E’ certo che nella prima distruzione, 547, già era in massa cristiana. Difatti la laura di Centola sorse molto tempo prima di detta data in virtù di alcuni abitanti della Molpa, che vennero a menare vita eremitica nel luogo dove poi sorse la Badia di S. Maria di Centola.”. Giovanni Cammarano (…), a p. 186, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “In merito a detto documento dell’Abate Mercurio I, don Baldassarre nelle sue memorie riporta i giudizi anche di portata storica. 1) P. Gregorio Taliento, basiliano (* 1430) annotizia: “Nello scorrere del tempo che va dallo 543 al 554, fu presa la città della Molpa, città della Magna Grecia, occupata dai Goti, dallo generale bizantino, Belisario. I Goti facevano una forte resistenza, affavoriti dalle fortificazioni in muri, che cingevano la città con li posti di fortezza. E così Belisario per menare fuori i Goti, fu costretto dare fuoco e distruggere la città. E così li pochi scampati di quelli tanti abitatori si apportarono nelle terre dello internale. La maggioranza, come dice Mercurio, si fermarono sotto lo monte delle Fontanelle e a quasi lo vallone diedero esistenzia alle prime case del borgo, che chiamarono Centula, è addimostrabile”. (AFL) 2) P. Serafino 1° da Centola, cappuccino (1641+1712) riferisce in un magnifico notiziario: “Lo Abate Mercurio nulla si fece sfuggire nelle sue “Cronache” su tutti gli avvenimenti storici che si succedettero nelle nostre terre. In particolare merita attenzione, studio e riflessione da parte nostra il contenuto della Molpa, il modo poi di vivere della nostra primitiva popolazione stazionata in località “Vallone” e le tristi vicende storiche etc…”. Ancora, il Cammarano (….), a p. 188 scriveva pure che: “Difatti di Mercurio I sappiamo che lasciò la Molpa e se ne andò a fondare una laura a Centola menandovi vita eremitica tra preghiera, studio e lavoro. Di Mercurio II conosciamo solo il nome. E né possono essere chiamati in causa i due martiri di nome Mercurio, uno il 25 novembre e l’altro il 10 dicembre perchè vissuti molto tempo prima.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, parlando di Centola, a p. 712 in proposito scriveva che: “CENTOLA. ‘Centula, Centola, Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini. Università autonoma etc…L’Antonini (1) ricorda la leggenda del centurione che con i suoi cento uomini vi si stabilì ai tempi di Belisario e dopo la prima distruzione di Molpa. Il villaggio s’ingrandì ancora dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464), ma non sappiamo se colà era già un villaggio o se questo s’ingrandì dopo l’arrivo dei monaci italo-greci che costituirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.”. Ebner, a p. 712, nella nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 349.”. Scrive ancora l’Ebner, a p. 714 che: “Centola è ubicata dall’Antonini (10) su una collina e fino al 1529 casale di Sanseverino. ……Il Giustiniani pone Centola a 32 miglia da Salerno e a 3 miglia dal mare di Palinuro, su una collina con circostanti fertili terreni (grano, vino, olio, frutta). Traendone dall’Antonini ricorda anch’egli la leggenda del centurione che andò a stabilirsi temporaneamente ivi ai tempi di Belisario e la prima e la seconda distruzione di Molpa (13).”. Ebner, a p. 714, nella nota (10) postillava che: “(10) Trascrive da A. Baccio (Hist. natur. vin., lib. 5) “Extat novi nominis Centula oppidum, in cuius apricis collibus vinum gignitur, quod in Urbe praesertim Roma, et in communibus mensis, etiam Principatum, fama, atque usu cum Clarello contendit”, il cui significato tradotto è il seguente: “C’è un paese del nuovo nome di Centula, ne’ cui colli assolati si produce un vino, che nella città, specialmente in Roma, e nelle città del mese, anche nei principati, gareggia in fama e pratica col Clarello.”. Ebner, a p. 714, nella nota (12) postillava che: “(12) Giustiniani, cit.: Etc…, i fuochi”. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: Mercurio …..E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Etc…”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico ragionato del Regno delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “……….”. Amedeo ed Emilio La Greca ed Antonio di Rienzo (….), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 215 parlando di Centola (VI itinerario), in proposito scrivevano che: “E’ tradizione che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa nel 554 ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina (535-553 d.C.). I superstiti si rifugiarono in località detta “Vallone” ove costruirono un piccolo villaggio. Di qui si spostarono gradualmente più a monte dove nel 1207 sorse una Badia Benedettina detta Santa Maria degli Angeli (1). Questa fu il centro della vita economica e religiosa del nuovo paese. I Benedettini, infatti, organizzavano il lavoro, etc…”. I tre autori, a p. 215, nella nota (1) postillavano: “(1) Antonini, p. 387”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Lo storico greco Procopio di Cesarea, morto a Bisanzio nel 565, avendo seguito Belisario in Italia, fu diretto spettatore delle vicende e degli orrori della terribile Guerra Gotica. Egli, nella sua opera “De Bello Gothico”, ci offre una chiara visione della devastazione e della rovina patite dalla Molpa. Ecco il suo racconto: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. “. Il Guzzo, a p. 70, nella nota (12) postillava: “(12) Procopio – De Bello Gothico – Libro I – cap. VIII.”. Dunque, in questo passo il Guzzo trascrive il passo che riguarda la distruzione di Molpa tratto dal testo del “De Bello Gothico” di Procopio di Cesarea e dice Libro I, cap. VIII. Il passo trascritto dal Guzzo e da lui attribuito a Procopio è lo stesso passo che cita il barone Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 372, ma che attribuisce alla cronaca di S. Mercurio. Dunque, il Guzzo erra nel dire che il passo è di Procopio.

L’antica chiesa di S. Nicola di Mira a Centola

chiesa

(Fig…) Chiesa parrocchiale di S. Nicola di Mira a Centola

Nel 1559, i documenti dell’Abbazia, donazioni e privilegi, bolle e brevi papali nelle ricerche e acquisizioni di Camillo Porzio

Già dai tempi dell’acquisto del feudo di Centola e di gran parte dei territori da parte del famoso erudito e storico napoletano Camillo Porzio (…), si evince chiaramente il rinvenimento di antichissimi documenti storici che lui stesso cercò e raccolse e rinvenne in zona e nei suoi vasti possedimenti dell’ex Baronia dei Sanseverino. Sarebbe interessante indagare ed approfondire nei diversi lasciti e carteggi del Porzio (…) quali fossero le antiche fonti da cui egli stesso attinse per la stesura del suo capolavoro di storia: “La Congiura dei Baroni”, avvenimento che ebbe proprio qui, in queste zone, il suo drammatico epilogo. Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Camillo Porzio nacque a Napoli nel 1525 e morì nel 1603. E’ stato uno storico e avvocato italiano, noto per la sua monografia sulla quattrocentesca ‘Congiura dei baroni’ che si svolse anche e soprattutto nelle nostre zone. Affermatosi rapidamente come uno dei più celebri avvocati di Napoli, riuscì ad incrementare la già cospicua fortuna paterna fino all’acquisto (1559) del fondo di Centola, un vero e proprio feudo; il che, assieme al suo attivo sostegno al governo vicereale ed alle amicizie altolocate, lo inserì di diritto nella “nobiltà di toga” napoletana. L’attività del Porzio negli anni della maturità era divisa fra l’attività di avvocato, l’amministrazione del feudo e gli incarichi pubblici nel governo della città: inoltre era anche attivo negli ambienti culturali della città (ed evidentemente anche in altri ambienti, come si è visto). Pur non avendo più la rilevanza culturale del passato, i circoli culturali napoletani erano ancora in contatto con aree più vivaci, come Roma o Firenze. E’ proprio a Centola che amministrando il suo povero feudo che il Porzio ebbe modo di indagare sulla vicenda della ‘Congiura dei Baroni’ napoletani al tempo di Ferrante d’Aragona e che si svolse prevalentemente nei nostri luoghi. L’opera si chiamava: ‘La congiura de’ baroni del Regno di Napoli contra il re Ferdinando primo e gli altri scritti’, a cura di Ernesto Pontieri, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1964. Del feudo di Centola che appartenne al Porzio, a pp. 9-11 ha scritto lo storico Agostino Gervasio (…), nel suo Vita di Camillo Porzio’, in L’istoria d’Italia nell’anno 1547 e la descrizione del Regno di Napoli di Camillo Porzio, Napoli, dalla stamperia Tramater, 1839, pp. 4-6. Molte notizie storiche sul feudo di Centola e dei suoi dintorni si possono ricavare dalla sua stessa opera: ‘La congiura de’ baroni del regno di Napoli contra il re Ferdinando primo’, pubblicata a Roma per la stamperia di Paolo Manunzio nel 1565. Dalla Treccani on-line leggiamo che: Nel 1559 Porzio riuscì ad acquistare il feudo di Centola, nel Cilento, messo all’asta dalla nobile famiglia degli Alagna. Un’operazione immobiliare prestigiosa quanto complicata, destinata a creare duraturi contrasti fra gli eredi di Porzio, in quanto la proprietà, acquistata con somme versate da Porzio, fu intestata però al cognato, Marino Russo. Al 1562 risale il più antico riferimento alla prima opera storica di Porzio, in una lettera di Seripando del 23 marzo. La Congiura de’ baroni fu pubblicata nel 1565 a Roma, presso Paolo Manuzio, sovrintendente dal 1561 della Tipografia Vaticana. Quando il testo venne dato alle stampe, Seripando era morto da due anni, ma ne aveva caldeggiato a lungo la stesura e, molto probabilmente, anche la pubblicazione. Alla base della scelta di Porzio di ricostruire la congiura del 1484, sino ad allora mai trattata monograficamente dagli storici, era la convinzione che quegli eventi fossero all’origine di quanto avvenuto in Italia a partire dalla discesa del re di Francia Carlo VIII nel 1494. Una connessione, quella tra la rivolta del baronaggio meridionale e i suoi esiti e l’invasione francese nella penisola, già evidenziata da Tristano Caracciolo nel De varietate fortunae, un testo esplicitamente utilizzato da Porzio come fonte. Tuttavia, nella dedica a Carlo Spinelli, duca di Seminara, Porzio faceva riferimento a questa tesi attribuendola a Paolo Giovio, «padre delle moderne istorie», conosciuto a Firenze presso la corte medicea. La narrazione ripercorre nel dettaglio tutte le fasi della vicenda. Il I libro prende le mosse dalla descrizione dei tre personaggi cruciali della ribellione – il principe di Salerno Antonello Sanseverino, Antonello Petrucci, Francesco Coppola – e illustra i diversi fili intrecciatisi nella trama della congiura, a cominciare dai malumori diffusi presso alti funzionari ed esponenti del baronaggio meridionale nei confronti del re, e più ancora del principe ereditario Alfonso, di voler drasticamente ridimensionare il loro potere feudale o impossessarsi delle loro ricchezze. Quando Porzio si accinse a scrivere la storia della rivolta baronale del 1484 non esisteva ancora, a circa ottant’anni di distanza da quegli avvenimenti, una narrazione circostanziata. Ne aveva fornito una ricostruzione Giovanni Albino nel De gestis Regum Neapolitanorum ab Aragonia che, però, fu pubblicato postumo nel 1589 né si può affermare con certezza che Porzio avesse letto il manoscritto, che in molti punti, sia descrittivi sia interpretativi, si distanzia dal racconto di Porzio. Certamente il De bello Neapolitano di Giovanni Pontano, che narrava una vicenda simile ma avvenuta diversi anni prima (la guerra dei baroni svoltasi tra il 1459 e il 1465), e che metteva in scena in parte gli stessi personaggi, fu una delle fonti coeve utilizzate da Porzio, visto che Pontano è uno dei pochi autori citati all’interno dell’opera e, oltretutto, compare nella lista premessa al testo dei «luoghi onde l’auttore ha tratta l’istoria», insieme con Bartolomeo Sacchi (Platina), Raffaele Maffei (Volterrano), Marcantonio Coccio (Sabellico), Niccolò Machiavelli, Bernardino Corio, Philippe de Commynes, Tristano Caracciolo. Porzio aveva potuto attingere anche a testimonianze dirette e, soprattutto, ai documenti originali e a stampa dei processi intentati contro i baroni. Tuttavia, la Congiura di Porzio è strettamente legata, oltre che alla grande storiografia umanistica quattro-cinquecentesca, di cui riprende ideologie e lessico (Cirillo Monzani, in Opere di Camillo Porzio, 1846, p. XXXIV, definì Porzio «discepolo del Machiavelli»), anche ovviamente ai modelli della storiografia classica, in particolare Sallustio, un riferimento imprescindibile, dall’età umanistica, per gli autori di opere storiche monografiche. A questa fase della vita risale anche un altro testo di Porzio, la Relazione del Regno di Napoli, scritta dopo l’arrivo a Napoli, nel 1575, del viceré Iñigo López de Mendoza, marchese di Mondejár. Si tratta di una descrizione accurata della posizione geografica, della divisione in province, delle condizioni economiche e di alcune annotazioni storiche riguardanti il Regno, fino alla «disposizione degli animi de’ regnicoli verso il presente dominio» (1839, p. 170). Rimasta inedita, la Relazione fu pubblicata per la prima volta nel 1839 insieme con il I libro della Istoria d’Italia. Tra le fonti utili per la ricostruzione storiografica dell’opera del Porzio sul Regno di Napoli in epoca Vicereale vi è l’Archivio segreto Vaticano, Fondo Borghese, Serie I, vol. 44, cc. 28r-29v. Sul feudo di Centola ai tempi del Porzio ha scritto pure Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 107 e s. parlando del Cap. IV “Camillo Porzio signore di Centola e di Sanseverino” raccontava la complicata vicenda dell’acquisizione del feudo da parte del ricchissimo ereditiero e storico Camillo Porzio. Gli antefatti dell’acquisizione da parte del Porzio del feudo di Centola sono importanti per capire che attraverso quel feudo ed i contatti che il Porzio intrattenne in quegli anni, lo portarono a conoscere una serie di documenti di non poco conto per la ricostruzione storiografica delle vicende che interessarono le nostre terre. Gli antefatti dell’acquisizione da parte del Porzio del feudo di Centola sono importanti per capire che attraverso quel feudo ed i contatti che il Porzio intrattenne in quegli anni, lo portarono a conoscere una serie di documenti di non poco conto per la ricostruzione storiografica delle vicende che interessarono le nostre terre. Il Barra, a p. 111 accennava del Cardinale Seripando che aveva caldeggiato l’acquisto del feudo ed in proposito scriveva che: “In effetti, il cardinale parlava non genericamente ma con cognizione di causa, poichè oltre ai suoi legami di parentela coi Morra, suo fratello Giovan Ferrante era abate commendatario di S. Maria degli Angeli di Centola.”.

I fratelli Giuseppe e Annibale Antonini di Centola,  Bernardo e Ferdinando Galiani e mons. Garampi

Come vedremo e cercherò di dimostrare, l’accurata ricostruzione storiografica dei fatti e delle cose che contraddistinsero le nostre zone non può prescindere da un’accurata ricerca geo-storica. Lo studio cartografico, delle antiche mappe e dei toponimi, nomi dei luoghi, deve necessariamente intrecciarsi con lo studio delle fonti e dei documenti. Come vedremo, gran parte delle ricerche e degli studi partono proprio da Centola e forse dall’antica Abbazia benedettina di cui tratto in questo mio saggio, l’Abbazia di Santa Maria di Centola. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,…”. Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Batiffol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. A mio avviso furono proprio le ricerche e la raccolta di antichi documenti che indussero l’erudito Ferdinando Galiani ad accettare dal Cardinale……………..l’incarico gravoso di Abate dell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola. Di Centola era Giuseppe Antonini, dove nacque il 14 gennaio 1683. Giuseppe Antonini (…), barone di San Biase, fu avvocato ed erudito, che ha legato il suo nome allo studio della storia e della topografia della Lucania e del Cilento. I suoi studi furono trasfusi nell’opera ‘La Lucania, Discorsi di Giuseppe Antonini Barone di S. Biase’, pubblicata per la prima volta nel 1745.

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Nel 1745 diede alle stampe i suoi Discorsi sulla ‘Lucania’, che nel 1756 accrebbe e che nel 1790-91 il nipote Francesco Mazzarella Farao (…) ripubblicò, arricchendoli di copiose annotazioni, difendendo l’opera e la memoria dell’Antonini dalle accuse di P. Magnoni e dei non pochi critici e detrattori. Nel 1745, due anni prima, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) pubblicò la sua “La Lucania – I Discorsi”, era abate di S. Maria di Centola Girolamo Gascone, il quale, mostrò diversi privilegi e carte greche all’Antonini. Giuseppe Antonini (…), barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi). Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini, Annibale, era anche Abate a Parigi che nel 1734 pubblicò in Francia un guida di Parigi. Molte delle notizie già in precedenza raccolte dai fratelli Antonini qui proprio nel Cilento ed in particolare a Centola, passarono di mano agli amici fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Fu proprio l’Abate Gascone che aveva raccolto molti documenti antichi appartenuti all’Abbazia di Centola che si deve il merito di averli mostrati agli Antonini di cui il fratello maggiore, Annibale, era come lui uomo di chiesa. Insieme alla figura dei fratelli Antonini: Giuseppe e Bernardo, a metà del ‘700 spiccano altre due figure di eruditi che si conoscevano e a cui dobbiamo legare le approfondite ricerche storiografiche e geo-storiche successive.  Come scrisse lo stesso Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 718 in proposito scriveva che: “Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino, già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. Ferdinando Galiani, detto l’abate Galiani (Chieti, 2 dicembre 1728 – Napoli, 30 ottobre 1787). Nacque a Chieti nel 1728, da una famiglia originaria di Lucera: la sua formazione avvenne a Napoli, dove ebbe modo di conoscere l’opera di Giambattista Vico e fu allievo di Antonio Genovesi. La figura del Galiani è importantissima per la storia dei nostri luoghi e credo anche per i legami con l’Antonini. I legami con i due fratelli Antonini e i fratelli Galiani sono interessantissimi per le connessioni, a mio avviso esistenti, con gli Antonini (…) Giuseppe e Annibale (…), i quali, come vedremo era connessi sia al territorio dell’ex e ormai dissoluta Baronia dei Sanseverino e con il Galiani stesso che come sappiamo si recò a Parigi in missione e su incarico del ministro Bernardo Tanucci e rinvenne le famose carte corografiche di probabile epoca Aragonese e di cui una da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli e da me ivi pubblicata e di cui ivi ho pubblicato un particolare dell’area in questione (vedi Fig. 1) e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile. Proprio su quel fondo di antiche mappe scoperte alla BNF, l’abate Ferdinando Galiani affermava: “Un tesoro, storico, documentario e scientifico, “un monumento veramente curioso ed utile” (…). Queste pergamene, fatte riprodurre e copiare di nascosto dal Galiani, permisero a Rizzi Zannoni di comporre la “Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, opera mirabile ma completamente diversa dalle mappe trovate da Galiani. La pur breve permanenza dell’Abate Ferdinando Galiani nell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola, permise a questo grande ricercatore ed esperto cartografo di ottenere antichi documenti, donazioni e privilegi appartenuti all’Abbazia benedettina, forse ormai irrimediabilmente perduti ma soprattutto ottenere le giuste dritte e riferimenti bibliografici e storiografici di notizie storiche molte volte citate dall’Antonini nella sua “Lucania”. Il periodo della permanenza del Galiani a Centola e della prima edizione dell’opera dell’Antonini (…), è più o meno lo stesso. Gli stessi fratelli, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini ed il fratello maggiore Annibale Antonini (…), grande erudito del tempo e Abate a Parigi conoscevano i due fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Lo stesso Giuseppe Antonini, allorquando pubblicò nel 1745 la prima edizione della sua “La Lucania” conosceva bene i fratelli Galiani di cui il fratello minore, Ferdinando, nel 1747, due anni dopo, e non a caso – dico io – fu investito della carica di abate dell’antica Badia di S. Maria di Centola e, che dal ministro Bernardo Tanucci fu incaricato di cercare le carte d’epoca Aragonese. Infatti, lo stesso Giuseppe Antonini (…), allorquando, nel 1745, pubblicò la sua ‘Lucania’ conosceva anche il Tanucci a cui dedicò l’opera:

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Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini (…), Annibale Antonini (…) scrisse l’opera ‘Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs’, Nouvelle édition, Paris, 1734. E’ proprio riguardo al fratello maggiore di Giuseppe, Annibale Antonini che il Barra (…) a p. 82 in proposito al feudo di Centola scriveva che: “Nel 1538, infatti, Girolamo Morra alienò definitivamente Sanseverino ad Annibale Antonini, antenato dello storico settecentesco, “cum castello, et castellano, et feria Sanctae Margaretae” (l’antica fiera di S. Margherita costituiva un’evento commerciale di grande rilievo per tutto il basso Cilento, e la sua giurisdizione risultava quindi assai lucrosa. (7).”. Francesco Barra (…), a p. 14, nella sua nota (6) postillava dell’opera dell’Antonini e scriveva che: “(6) L’Antonini, nato a Centola il 14 gennaio 1683, morì a Giugliano, dove era governatore regio, il 6 gennaio 1795 (Francesantonio Soria, ‘Memorie storico-critiche degli Storici Napolitani’, Stamperia Simoniana, Napoli, 1781, vol. I, pp. 41-44). Anche il fratello Antonino seguì la stessa carriera, e nel 1768 era governatore di Serre, da dove chiedeva il 15 ottobre 1768 il trasferimento per motivi di salute una sede più vicina a Napoli ecc…”. Il Barra a p. 82, nella sua nota (7) ci ricorda che questa notizia ci fu data proprio dallo storico settecentesco Giuseppe Antonini nella sua Lucania, a p. 348, vol. I. Giuseppe Antonini a p. 347 (non come scrive il Barra a p. 348), vol. I della prima edizione, parlando del piccolo casale di Sanseverino “La Terra di Sanseverino” scriveva che: “Il suo Castello, …..e fino all’anno MDXXXVIII, era ancora ben tenuto, poichè Girolamo di Morra, che lo possedeva in quell’anno vendendolo ad Annibale Antonini, dice nell’Istromento, che ne fu stipolato dal Notar Lorenzo de Pauceriis, “cum Castello, & Castellano, ecc..”. Dunque, il feudo di Centola con il piccolo casale di Sanseverino, dal 1538, epoca in cui nacque lo storico Camillo Porzio appartenne ad Annibale Antonini antenato dei due fratelli Annibale e Giuseppe Antonini e da quì una serie di legami con la storia ed i documenti storici del territorio. Riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Ferdinando La Greca (…), nel suo saggio scritto insieme a Vladimiro Valerio (…): ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, nel 2008, nel suo capitolo “Le vicende delle mappe”, parlando sempre della sua carta Parigina e, dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini e a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scriveva che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) ecc…” e, poi ancora a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, ecc…”. Sempre il La Greca (…), continuando il suo racconto scriveva che: A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antonini per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio, la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. Ho voluto riproporre integralmente questo passo di Ferdinando La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, la trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. Sull’incarico ricevuto dall’Abate Ferdinando Galiani (…) ha recentemente scritto anche Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’. Il Barra a pp. 201 e s. ha dedicato un intero capitolo dal titolo: “L’ultimo Abate Commendatario: Ferdinando Galiani”.

Nel 17…, l’amico Giuseppe Garampi, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano

Il Galiani poi era anche fraterno amico di mons. Giuseppe Garampi (…), grande studioso e prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano. Infatti, sempre il Barra (…) a p. 205 riferisce che, per la controversia sorta tra il Galiani ed il Vescovo di Capaccio: “Galiani si rivolse allora all’eruditissimo mons. Giuseppe Garampi (1725-1792), prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, affinchè svolgesse per suo conto approfondite ricerche documentarie. Un’analoga ricerca gli commissionò poi per Centola, chiedendogli di appurare se fosse realmente “nullius”, ecc…..(13).”. Mi sembra un passo interessantissimo riguardo le approfondite ricerche che Ferdinando Galiani conduceva sulle origini dell’antica abbazia. Il Barra a p. 206, nella sua nota (13) postillava che: “(13) F. Nicolini, ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in Scritti di Archivistica e di ricerca storica, Ministero degli Interni. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma, 1971, pp. 54-55.”. Giuseppe Garampi fu prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano e dell’Archivio di Castel S. Angelo dal 1751 al 1772. Questo schedario, a distanza di secoli, è ancora oggi lo strumento, fra i diversi indici e inventari, che rendono effettivamente reperibile e consultabile l’immeso materiale documentario custodito all’interno dell’Archivio Segreto Vaticano. Importantissimo strumento, frutto della iniziativa di Giuseppe Garampi, lo ‘Schedario’, disponibile alla consultazione presso la sala di studio intitolata a Leone XIII dell’Archivio Vaticano, costituisce quindi ancora oggi l’unico Indice generale per nomi e per materie della documentazione presente nell’Archivio Vaticano fin quasi a tutto il XVIII secolo. Il Garampi, con i suoi collaboratori setacciò l’intero archivio annotando diligentemente tutto. Proprio sui rapporti strettisi fra Ferdinando Galiani ed il Garampi ha scritto Fausto Nicolini (…) che a p. 48, del suo Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in proposito scriveva che: “Il Galiani, allora, a differenza che nell’età matura coltivava con grande entusiasmo l’archeologia e l’erudizione storica; due discipline che già a Napoli gli avevano fatto ricercare la compagnia, per altri versi non divertente, del Mazzocchi e del Martorelli.”. Scrive ancora il Nicolini che: “Il Garampi, a cui nel 1755 veniva concessa la prefettura dell’Archivio di Castel Sant’Angelo,  col trarre dai documenti messi a sua disposizione,….materiali senza fine per un ‘Orbis Christianus’ (1) ecc…” e poi proseguendo il suo racconto, il Nicolini scriveva del Galiani ridivenuto Napoletano: “Ridivenuto napoletano, o come egli diceva, parigino spaesato, il Galiani, a ciò indotto, sembra da alcune liti, si pose a riordinare i documenti relativi alle sue parecchie badie (2) e, tra queste, al beneficio mitrato della chiesa di S. Cecilia della terra di Centola (feudo dei Pappacoda) e alla rettoria dell’altra chiesa di S. Lorenzo nella città di Capaccio (Parentesi: questi due benefici erano stati rinunziati a suo favore nel 1747, con la riserva di goderne vita natural durante, da un abate Girolamo Gascone, ecc…”. In questo passo interessantissimo però il Nicolini sbaglia confondendo la chiesa di S. Maria degli Angeli di Centola con quella di S. Cecilia. Infatti, anche il Barra (…) lo dice a pp. 207-208 nella sua nota (15) postillava che: “(15) L. Diodati, ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Vincenzo Orsino, Napoli, 1788, p. 14 (che però parla erroneamente del “beneficio mitrato di S. Cecilia di Centola”, inducendo spesso in errore gli autori successivi, tra cui il Nicolini). L’abate Gascone, che gli fornì alcuni documenti, è ricordato dall’Antonini (‘La Lucania’, cit., p. 373).”. Il Nicolini (…) a p. 51, nella sua nota (2) postillava dei documenti che: “(2) Alcuni di questi documenti (pochi in confronto di quanti erano al tempo del Galiani) si serbano nell’archivio Galianeo, codice segnatura, XXXI. A. 8.”. Riguardo questo Archivio, il Nicolini a p. 48 scriveva che: “Dai documenti dell’Archivio Galianeo (1) non risulta in modo esplicito come e quando egli fosse conosciuto dall’Abate Galiani.”. In proposito all’Archivio Galianeo, sempre il Nicolini a p. 48, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Posseduto ora dalla Società Napoletana di Storia Patria e comprendente ciò che sopravanza delle carte di Celestino, Bernardo e Ferdinando Galiani. Per un catalogo ragionato delle carte per quel che riguarda Ferdinando, si veda Fausto Nicolini, ‘I manoscritti dell’abate Galiani’, stà in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908.”. Infatti, il Nicolini (…) che riporta il carteggio epistolare fra il Galiani ed altri riporta anche la lettera che il Garampi gli scrive nel 1771, in risposta all’incarico da egli ricevuto anni prima. La lettera è contenuta in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908’ e dice sostanzialmente che egli non può più occuparsi di tali ricerche. Il Nicolini a p. 189 riporta nell’elenco la lettera di Garampi al Galiani e scrive: “601. – Garampi (gius.), Roma, 1771 (ivi, ff. 72-5).”. Tuttavia, il Nicolini non pubblica la lettera del Garampi che evidentemente si trova custodita oggi nell’Archivio Nicolini del fondo donato all’Istituto Italiano di Storia. Dunque, alcuni documenti riguardo l’Abbazia di S. Maria di Centola dovrebbero essere conservati nell’Archivio Galianeo, codice segnatura XXXI. A. 8, conservato e di proprietà della Società Napoletana di Storia Patria a Napoli. La Società Napoletana di Storia Patria, con sede in Castelnuovo, è, tra le società storiche nazionali, una delle più importanti sia per l’antichità delle sue origini, sia per la ricchezza del patrimonio librario che custodisce, sia per la vitalità delle sue iniziative scientifico – editoriali. Se non mi sbaglio la documentazione dell’archivio Galianeo fu acquistato dallo stesso Nicolini (…) e il cui fondo è oggi nell’Archivio Nicolini donato all’Istituto Italiano per gli Studi Storici. Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risaliva all’XI secolo. Sull’Abate Girolamo Gascone ho scritto quando ho scritto del ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola’.

Il monaco Mercurio I ed il suo ‘Chronicon di S. Mercurio’

Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola, a p. 15, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Che abbia visto il passaggio da Cenobio a Badia S. Maria, avvenuto il 700-750 non ci sono notizie a proposito, ma che ne abbia discusso il progetto è probabile. I pochi resti della sua Cronica ci dicono chiaramente che fu una grande mente di studioso e di organizzatore. Non si sa se fosse nativo di Centola, ma dai suoi scritti è chiaro che si mostra un appassionato conoscitore di una terra della quale conosceva tutte le trame ecc.. Proveniva dalla Molpa, i cui abitanti erano di origine greca,….?. E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Masimiliano e suo figlio Massenzio. Dubbia invece è la nascita dell’Imperatore Libio Severo (461-465), che, comunque, vi possedeva una villa. La notizia attinta pure dall’AFL, che vorrebbe Mercurio abate del cenobio omonimo di Roccagloriosa, è destituita di ogni fondamento.”. Il Cammarano (…), a p. 17, scrive che:  “Nell’anno 750, c’informa don Baldassarre Lupo, il cenobio fu elevato a rango di Badia in seguito al sempre più crescente numero di monaci. La crescita fu causata dalla fuga in Oriente verso la Magna Grecia, di numerosi religiosi per via della persecuzione dell’imperatore bizantino Leone 3° l’Isaurico. La Badia di Centola restò Basiliana fino al cader del Medioevo. Ciò si rileva dagli atti della visita, che nel 1458 fece Attanasio Kalkeopoulos, archimandrita (15). E’ vero che vi trovò monaci di rito orientale, ed è comprensibile, però resta chiaro che la visita aveva lo scopo di constatare quanto ancora vi era di monachesimo basiliano, come era del resto in altre Badie, per es. il Patirion in Rossano. Anche se nel 1458 non c’erano monaci basiliani, lo spirito Basiliano era ancora vivo e fresco, tanto che stentò a morire. Difatti nel 1700 a Centola vi erano ancora strascichi di rito orientale. Dicendo che la Badia cessò di essere basiliana al cader del Medioevo, non si è lontani dalla verità. Si aggiunga che siamo in possesso di un elenco di monaci basiliani vissuti nel 1300 (17). La questione sarà esaminata con uno studio a parte. Per il momento è sufficiente sapere che la data di demarcazione tra badia basiliana e benedettina oscilla intorno al 1458. Quando si dice che Centola è nata ed è vissuta all’ombra della Badia, è quanto di più vero storicamente si possa dire. Infatti, come si legge nelle memoie di don Baldassarre, i monaci, resisi conto dello sviluppo inarrestabile, è l’insufficienza della chiesa di S. Giocondo, divenuta troppo angusta, decisero di costruire la nuova chiesa di S. Basilio in Grangella nell’845. Continuando poi l’incremento alla fine del 1500 fu sempre l’abate di S. Maria a volere l’attuale chiesa parrocchiale.”. Il Cammarano (…), a p. 19, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Monaci basiliani vissuti nel 1300: vedi cap. III, parte 3 (dall’Archivio della Famiglia Lupo).”.

La ‘Cronaca’ locale del monaco Venceslao di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, parlando di Centola, a p. 714, nella nota (11) postillava: “(11) La notizia si rileva dalla Cronaca locale di un certo Venceslao di Centola. “Nell’anno MDXVIII lo signor Vicario Guarini, Abate di Centula fece scavare molto assai profondo etc…”. Ebner, a p. 714, nella nota (12) postillava che: “(12) Giustiniani, cit.: Etc…, i fuochi”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico ragionato del Regno delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “………………

Su S. Richerio ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, che a pp. 352-353 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Nel MDXCIII l’Abate ‘Guarini’ stando nella generale opinione de’ paesani della nostra Centola, volle scavare intorno all’altar maggiore della Badia, per vedere se vi trovava il desiderato corpo, ma nulla trovovvi. In queste poche parole manoscritte, che sono una specie di Cronaca, scritte da un tal ‘Vinceslao’ di Centola, che si conservano dal Signor D. Camillo d’Errico, così questo fatto si legge: ‘Nell’anno MDXCIII, lo Signor Vicario Guarino Abate di Centula, fice cavare assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo corpo di Sancto Ricario, et nce fice la processione, et quase tutta Centula digiunò, et si confessaro, et communicaro, et non si ritrovò niente.”.

L’Archivio della Famiglia Lupo a Centola

Nel 1993, il sacerdote Giovanni Cammarano (…), nel suo vol. II del ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, vol. II, a p. 14, in proposito introduceva e scriveva che: “Ci faranno da guida i numerosi memoristi locali che abbiamo conosciuti nella prima parte della storia di Centola, soprattutto don Baldassarre Lupo.”. Il Cammarano (…), accenna al manoscritto del Lupo, nel volume I, della sua “Storia di Centola”, al punto 40-41 del suo Cap. IV, a p. 76 e s. Il Cammarano (…), in proposito scriveva che: “Infatti, don Baldassarre Lupo nel suo ultimo arbitrato la definisce “un grandioso edificio religioso”Baldassarre Lupo, nacque nel 1712 da Antonia Florio di Centola, dunque proveniva dall’antico casato dei Florio e prima ancora dai Marchisio di Camerota, come abbiamo già visto in un altro mio saggio ivi pubblicato. Era stato ordinato diacono. Il Cammarano a p. 76, scriveva che: “Lo si deve a lui se è stato possibile ricostruire la storia di Centola, della Badia, della Molpa, di questa, s’intende, in modo relativo, e dei monumenti fanno bella mostra di se.”. Don Baldassarre Lupo, rivestì le più alte cariche nella Curia Abbaziale di Centola. Il Cammarano (…), dunque, trae diverse notizie storiche sulle origini dell’antico cenobio italo-greco di Centola, da un manoscritto di memorie di Baldassarre Lupo (…), conservato nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola, ma il Cammarano, scriveva in proposito che l’Archivio della Famiglia Lupo (FLP), a Centola, fu distrutto più volte da incendi e che a causa di questi eventi non tutto si è salvato. Il Cammarano (…), a p. 76 del vol. I, parla di “quaderni”, manoscritti da don Baldassarre Lupo e da cui mancano diverse pagine che secondo lui sono state portate via da D. A. Stanziona, un’altro erudito locale e, lo cita parlando dell’“Opera omnia”, di don D.A. Stanziona che è andata smarrita pure questa e “della quale oggi possediamo molti preziosi frammenti che vengono mano mano riportati in questa storia”. Il Cammarano (…), a p. 77, nella sua nota (119), postillava che: “(119) Opera Omnia, di natura storica, si componeva di 36 grossi quaderni, rilegati in quattro volumi.”. Dunque l’opera di don Baldassarre Lupo, è stata raccolta da D.A. Stanziona, nei suoi quaderni della sua ‘Opera Omnia’, anche questa andata perduta, ma di cui ancora oggi si conservano preziosi frammenti dei suoi quaderni. Da questi frammenti, il Cammarano (…), a p. 43 del vol. II, nel Cap. III, trae l’elenco degli “Abati basiliani” della badia basiliana, poi in seguito divenuta benedettina. Il Cammarano, fa riferimento proprio ai frammenti dei quaderni del Stanziona (…), nell’AFL. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento, parlando di Centola, nel vol. I a p. 714, in proposito scriveva che: Il Litta (16) include nella sua opera la famiglia Lupo di Centola (ramo dei Lupo di Soragna) con arma: lupo rampante di azzurro in campo d’argento con tra le zampe anteriori una bandiera in rosso e attraversato da una banda di rosso.”. L’Ebner a p. 715 del vol. I, parlando di Centola, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Litta, ‘Famiglie celebri italiana’, Fasc. unico, Basadonna Torino.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, parlando di Centola, riguardo la famiglia Lupo di Centola cita il testo di Pompeo Litta Biumi (….), e a p. 715, nella nota (16) postilava che: “(16) Litta, Famiglie celebri italiana, Fasc. unico, Basadonna Torino”. Da Wikipedia leggiamo che Famiglie celebri italiane, nota anche come Famiglie celebri d’Italia, è un’opera sulla storia e la genealogia di 150 famiglie italiane, realizzata a dispense e iniziata da Pompeo Litta Biumi; tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo venne pubblicata anche una seconda serie di genealogie. Il nome originale era Famiglie celebri d’Italia mentre la dicitura Famiglie celebri italiane comparve per la prima volta nel 1862 con la dispensa n. 144. Dal 1885 Giuseppe Basadonna, fratello di Francesco ed editore a Napoli, proseguì la pubblicazione delle dispense delle Famiglie celebri italiane tramite la tipografia Richter e C. (23). Nel 1902 Luciano Basadonna, figlio di Giuseppe, iniziò una nuova serie delle Famiglie celebri italiane e le prime dispense furono dedicate alla famiglia Caracciolo, a cura del professor Francesco Fabris (31).

Nell’845, la chiesa di “S. Basilio in Grangella” a Centola

La tradizione vuole che l’antico Monastero Basiliano di S. Maria a Centola, fosse sorto in seguito allo spostarsi dei superstiti della guerra Gota che si rifugiarono e si stabilirono sulle colline ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’, dando vita al nuovo nucleo abitativo, chiamato ‘Centula’. In questo luogo, esisteva probabilmente il nucleo originario di Centola, ossia la Laura di S. Basilio, un elemento italo-greco, legato al monachesimo basiliano che costituì per secoli la base originaria e di espansione del piccolo centro. L’area dell’attuale piazza, dedicata al Santo orientale S. Nicola di Mira. L’attuale via principale del paese, via Rosario, un tempo era detta via San Basilio. Lo stesso rione principale di Centola è dedicato a S. Basilio in Grancelle, in cui è possibile leggere sia l’elemento religioso basiliano che quello economico: ‘grancella’, diminutivo di ‘grancia’, era infatti termine che indicava un piccolo fondo con granai e latifondi annessi al monastero principale. Nelle grancie annesse al Monastero italo-greco era fiorente la coltivazione e la produzione del gelso, infatti esistono testimonianze nella toponomastica del luogo, come ad esempio via Gelso. Del monastero basiliano oggi sopravvive a Centola, il Campanile romanico, illustrato nell’immagine di Fig…, della demolita Chiesa del Rosario. Nel 1993, il sacerdote Giovanni Cammarano (…), nel suo vol. II del ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, vol. II, a p. 17, sulla scorta di un manoscritto di Baldassarre Lupo (…), in proposito scriveva che: “Infatti, come si legge nelle memorie di don Baldassarre, i monaci, resisi conto dello sviluppo inarrestabile, è l’insufficienza della chiesa di S. Giocondo, divenuta troppo angusta, decisero di costruire la nuova chiesa di S. Basilio in Grangella nell’845.”.

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(Fig….) Campanile di S. Basilio (IX-X secolo), d’epoca romanica della Chiesa di S. Rosario (oggi demolita), facente parte dell’antico Cenobio di S. Maria di Centola, rimasto al centro del paese di Centola.

Il monastero basiliano di “S. Maria de Centula”, poi Abbazia benedettina

Durante il periodo longobardo Centola si ingrandì notevolmente e il suo sviluppo avvenne intorno all’Abazia (Badia) di Santa Maria di Centola, della quale oggi non resta più nulla. La Badia sorse come eremo fra il 515 e i 530 ad opera di monaci basiliani. Divenne Badia nel 750 e i suoi monaci continuarono a seguire la regola di San Basilio, la quale voleva che alla preghiera si unisse il lavoro. Pertanto crearono scuole, orfanatrofi, ospizi, un mulino, un frantoio, un monte di credito, , vaste piantagioni di ulivi e una biblioteca ricca di manoscritti, svolgendo così un ruolo di guida sia nella vita spirituale che nella vita sociale di Centola. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Dunque, il Cataldo scriveva che a Centola vi era la “comunità benedettina di S. Ricario”. Il parroco di Centola, Cammarano Giovanni, “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, voll. I-II-III, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1993, a p. 17, scrive che:  “Nell’anno 750, c’informa don Baldassarre Lupo, il cenobio fu elevato a rango di Badia in seguito al sempre più crescente numero di monaci. La crescita fu causata dalla fuga in Oriente verso la Magna Grecia, di numerosi religiosi per via della persecuzione dell’imperatore bizantino Leone 3° l’Isaurico. La Badia di Centola restò Basiliana fino al cader del Medioevo. Ciò si rileva dagli atti della visita, che nel 1458 fece Attanasio Kalkeopoulos, archimandrita (15). E’ vero che vi trovò monaci di rito orientale, ed è comprensibile, però resta chiaro che la visita aveva lo scopo di constatare quanto ancora vi era di monachesimo basiliano, come era del resto in altre Badie, per es. il Patirion in Rossano. Anche se nel 1458 non c’erano monaci basiliani, lo spirito Basiliano era ancora vivo e fresco, tanto che stentò a morire. Difatti nel 1700 a Centola vi erano ancora strascichi di rito orientale. Dicendo che la Badia cessò di essere basiliana al cader del Medioevo, non si è lontani dalla verità. Si aggiunga che siamo in possesso di un elenco di monaci basiliani vissuti nel 1300 (17). La questione sarà esaminata con uno studio a parte. Per il momento è sufficiente sapere che la data di demarcazione tra badia basiliana e benedettina oscilla intorno al 1458. Quando si dice che Centola è nata ed è vissuta all’ombra della Badia, è quanto di più vero storicamente si possa dire. Infatti, come si legge nelle memorie di don Baldassarre, i monaci, resisi conto dello sviluppo inarrestabile, è l’insufficienza della chiesa di S. Giocondo, divenuta troppo angusta, decisero di costruire la nuova chiesa di S. Basilio in Grangella nell’845. Continuando poi l’incremento alla fine del 1500 fu sempre l’abate di S. Maria a volere l’attuale chiesa parrocchiale.”. Il Cammarano (…), a p. 19, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Monaci basiliani vissuti nel 1300: vedi cap. III, parte 3 (dall’Archivio della Famiglia Lupo).”. Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo “Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli”, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ed un commodo Convento dè Padri Cappuccini.”. Dunque, il Sacco (….) citava la Badia di S. Maria degli Angeli. In origine questa Badia a Centola aveva la semplice intitolazione di S. Maria. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Le gravissime lacune della documentazione rendono quindi assai arduo ricostruire le origini e i primi secoli dell’abbazia di S. Maria di Centola. Avvertiamo che usiamo questa, che era l’intitolazione originaria, perchè la specificazione “degli Angeli” appartiene ad un’epoca successiva, affermandosi sino al punto che a fine ‘700 l’abbazia veniva spesso indicata direttamente come “l’Annunziata”. Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). In effetti, S. Maria di Centola non compare mai nella pur ricca agiografia dei santi italo-greci che abbiamo già citata……..Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 714-715 del vol. I, sulla scorta dell’Antonini, parlando di Centola sulla collina, scriveva che: “….a mezzo miglio, sulla via per Sanseverino, era l’antica abbazia, ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal Vescovo di Capaccio. Nella chiesa si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che l’abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore (11).”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando di S. Severino di Centola, in proposito a p. 349 scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana sulla via, che mena da S. Severino, trovasi un’antica dà passati Abati malmenata Badia (2), che fu già dè PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa la spiritual giurisdizione nella Terra, e nel Clero, se non quando in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi dà paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario ecc…”. Sulla questio della salma di S. Richerio ritorneremo in seguito. L’Antonini, a p. 349 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Fra le rendite, che aveva questa Badia, trovasi registrato il molino, ivi vicino nel luogo detto Mandrano, di cui appena oggi si conoscono i vestigj, e l’acque, che facevan macinarlo, si vedono in gran parte mancate, o forse invertite ad altro uso.”. A mezzo miglio da Centola, sulla via per Sanseverino, era l’antica Abazia (‘Badia’), ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal vescovo di Capaccio. I monaci italo-greci vi edificarono, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria di Centola. L’Antonini (….), a p. 351 parlando sempre dell’Abbazia di S. Maria di Centola e del piccolo casale di Centola vicino a quello di S. Severino, in proposito scriveva che: “E finalmente P. ‘Lubin’ nella ‘notizia dell’Abbazie d’Italia’ fol. 97 lit. C le stese cose ci conferma: ‘Abbazia titulo S. Mariae de Centula Ordinis S. Benedicti Dioecisis Caputaquensis (Capaccio) ut refeit Ughellius tom. 7. p. 663. qui nominis similitudine deceptus, huic Coenobio attribuit Sanctum Richerium Monasterii Centule in Gallia fundatorem. Haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc Caenobio incolatu. Vide notas nostras in Martyrol. Tab. 3. pag. 52.”. Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 70, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Anche A. Lubin, ‘Abbatiarum Italiae brevis notitia’, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”. Il Barra (….) si riferiva al poadre Agostino Lubin (….) ed al suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, dove a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola: “Abbatia titolo S. Maria de Centula, Ordine di S. Benedicti, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; ut refert Ughellus tomo 7, pag. 663. qui nominis similitudine deceptus huic Coenobio attribuit S. Ricarium Monasterii Centule in Gallia fundatorem, haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc loco incolatu. Vide notas nostras in Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’ Oppidum in Colle situm, in Regni Neapolitani Provincia, Principatus Citerior dicta; qualtuordecim passum mill. à Policastro distans; versùs Occidentem. In Cod. Taxarum D. Passionaei; sic legitur S. Maria de Angelis de Centula, Ord. S. Benedicti alias nullius Diecesis.”. Dunque, il Lubin ci dice alcune notizie riguardanti l’Abbazia come risultava dalle sue ricerche nell’anno 1693. Il Lubin scrive che: “Abbazia di S. Maria del titolo Centola Ordine S. Benedetto, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; in effetti Ughellus vol 7, p. Ingannato dalla somiglianza del suo nome, a questo si attribuisce a p. 663 all’attiguo Convento di S. Ricario in Francia, fondatore del monastero di Centola, affermiamo che queste cose sono più veramente in luogo di soggiorno: dai diuturniori nostro Dio per questo. Alla Sede Romana. Vedi nota nostra nel Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’, città del Regno di Napoli in Provincia Citeriore; distante qualtuordecim miglia. Policastro da lontano; direzione ovest. In Cod. D. le emozioni sono tassate; Così leggiamo di S. Maria degli Angeli Centola Ordine di San Benedetto nulliu Diecesis (di nessuna Diocesi = indipendente)”.

Lubin, p. 97

Lubin, p. 97,,

(Fig….) Lubin (…), op. cit., p. 97

Dunque, padre Agostino Lubin (….), a p. 97 parlando della Diocesi di Capaccio “Caputaquensis Episcopi” citava anche l’Abbazia di S. Maria di Centola citava l’abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra” dove nella sua prima edizione, vol. VII, a p. 663 ci parla dell’Abbazia di S. Maria de Centula e scriveva che: 

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(Fig…) Ughelli (…), I ed. vol. VII, p. 663-664

Nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69-70, in proposito scriveva pure che: “A ribadire fortemente questo carattere si aggiungeva inoltre l’esenzione dell’abbazia dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, nel cui territorio diocesano essa era tutavia incardinata, venendo quindi a costituire una sorta di enclave (17).”. Barra, a p. 70, nella nota (17) postillava: “(17) Anche A. Lubin, Abbatiarum Italiae brevis notizia, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae, 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”.

Il Chronicon Cavense

L’opera pubblicata dal Pratilli in un testo di Pellegrino (….) fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”

Nel 915, i Saraceni a Centola e dintorni, nel chronicon del Monaco di S. Mercurio dell’Abbazia di S. Maria di Centola e la richiesta del dacium

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 131, in proposito scriveva che: La stima che gli Italiani di questi barbari facevano, li rese così insolenti, e superbi, che coniavano delle monete col di loro impronto etc……Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna a cagione di quel pagamento, che a loro si faceva, chiamato DACIUM dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde poi sorse venne l’Italiana parola Dazio, e significava presso a’ Saraceni quella contribuzione in denaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dai saccheggiamenti; e talora anche quelle Terre, ove comunemente co’ Cristiani abitavano.”. Antonini citava un passo della cronaca di S. Mercurio, un antichissimo chronicon scritto in latino da un monaco che forse fu uno dei primi abati dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Il monaco fornisce interessanti notizie storiche sull’abbazia e parla anche della presenza dei Saraceni a Camerota e nel circondario. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano -Etc…”. Dunque, il Ciociano riporta la stessa notizia dell’Antonini ma non l’attribuisce al monaco di S. Mercurio ma l’attribuisce all’Anonimo Salernitano, così detto il chronicon Cevense pubblicato dal Pratilli.

Nel 908, Maugerio dona la chiesa ‘Obedientia’ di S. Sossio, nei pressi del fiume “Rubicante” (Melpi), nel luogo detto “S. Sossio”, vicino al “ponte ruinato”

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, a p. 353, riferisce di un certo Malgerio che nell’anno ‘908 donava al monastero di Montecassino la chiesa di S. Sossio scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio.”. L’Antonini, nella sua ‘Lucania’ a p. 353 (II edizione) parlando di Cuccaro in proposito scriveva che: “Di Cuccaro fan menzione ‘Merula’, e ‘Leandro Alberti’, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII (a. 908) fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio, è chiamato ‘Cucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggonsi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, ecc….“. L’Antonini a p. 353, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Eran questi luoghi chiamati tal volta ‘Obedientiae’, e talvolta ‘Cellae’. Ecc…Negli ‘Atti di S. Pietro Pappacarbone’, sono generalmente dette ‘Obedientiae’, e così in tutte le scritture di quei tempi, ecc…”. L’Antonini (…), nel vol. I° della sua prima edizione della “Lucania” (a. 1745), a p. 353, parlando di Molpa e Palinuro (cap. VII), in proposito scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosi ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..”.

Antonini, p. 353

(Fig…) Antonini (…), I° ed. (a. 1745), p. 353

Antonini, p. 342

Dunque, l’Antonini scriveva che il fiume detto “Rubicante” è citato in una donazione del 908 fatta da un certo Maugerio all’Abbazia di Montecassino. Dunque, l’Antonini cita questa donazione dell’anno 908. Dunque, l’Antonini assicura di aver letto questa donazione dell’anno 908. Maugerio nel 908 dona al Monastero di Montecassino la chiesa di S. Sossio. L’Antonini dice che in questa donazione è citato “Cucherus”, la chiesa di S. Sossio era una “Obedientiae”e che questa, ai tempi in cui lui scriveva, nel 1745, si vedono i ruderi  presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. E’ proprio alla citazione del fiume “Rubicante” che l’Antonini dice che anticamente il fiume Melpi si chiamava “Rubicante”. L’Antonini a p. 353, nella sua nota (I), postillava che di questo fiume ne parlava anche Plinio (…), Mario Nigro (…) e, il Gatta (…). Su questa antichissima donazione ha scritto pure Pietro Ebner. L’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “L’Antonini (20) assicura di aver letto una donazione (a. 908) della chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi), di cui non si ha nessun’altra notizia e che perciò lascia piuttosto perplessi.. Ebner a p. 270, nella sua nota (20) postillava che: “(20) L’Antonini predetto (p. 154) da al fiume Melpi anche il nome di Rubicante, traendone da una donazione di un certo Maugerio nel 908 al Monastero di Montecassino della chiesa di S. Sossio. Il brano della donazione riportata dall’Antonini, peraltro senza utili indicazioni, è il seguente “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosii ad ripas Rubicantis ab Occidente”. A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’.”. Ebner a p. 270 sbaglia dicendo che l’Antonini riferisce a p. 154 ma è a p. 353 che ne parla. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni etc…”, vol. II, a p. 172 parlando della Molpa riferisce di nuovo della citazione dell’Antonini intorno alla donazione di Maugerio e scriveva che: “L’Antonini dice pure di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) ecc…”. Ebner a p. 173 nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374. L’Antonini (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Mangerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosi ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..”. Documento assai dubbio.”. Dunque, secondo l’Ebner il documento della donazione riferita dall’Antonini è dubbio ma, come tante notizie e documenti riferiti dall’Antonini che aveva conosciuto l’Abate Gascone, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, come del resto il suo avo Annibale Antonini, doveva aver conosciuto diversi documenti forse andati irrimediabilmente persi. Chi era questo personaggio citato nella donazione citata dall’Antonini, Malgerio o Maugerio ? E poi, perchè egli fa una donazione all’Abbazia di Montecassino. Forse Maugerio nell’anno 908 fa una donazione ad uno dei monasteri italo-greci dell’epoca che aderirono alla ”Confederazione Cavense” fondata da S. Pietro Pappacarbone dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Certo che queste notizie andrebbero ulteriormente indagate sebbene l’Ebner scriveva che: A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’”.

Nel 966, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, Ermerico, suo preposto che nel 966 fuggì per l’attacco dei Saraceni

Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Etc…”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Dunque, il Carucci scriveva che queste notizie intorno al monaco Ermerico, provenivano dal chronicon medievale ‘Chronicon cavense’ che egli dice di dubbia autorità. Dunque, scondo il documento del 966, che cita il Carucci, Ermerico era stato preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. Sul monaco “Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis”, Pietro Ebner riporta una notizia. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 151, in proposito scriveva che: “Della chiesa di S. Pietro di Cannicchio, donata al monastero italo-greco di S. Magno (S. Mango) dai principi Giovanni e Guaimario, è notizia da un documento del 994 (v. oltre).”. Secondo il ‘Chronicon Cavense’ del Pratilli, il monastero di S. Mauro in Centulis, fu distrutto dai Saraceni e subito dopo, il suo preposto, Ermerico, nel 966 “ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che:  ….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Barra, sulla scorta del Chronicon Cavense credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Dunque, il monastero di cui era preposto Ermerico erano le “Cellae” di S. Mauro in Centulis che dipendeva dal monastero di S. Benedetto di Salerno. Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco  “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Il Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo  ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Nel 987 Leucio Etc…”.

Di Meo, tomo 7, p. 23

Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Infatti, il Di Meo (….), nel vol. VI, a p. 35 in proposito scriveva che: “4. Segue a dire l’Annalista Salernitano, che Ermerico ‘Preposito del Monistero di S. Mauro’ in Centulis, distrutto da’ Saraceni, col consenso del principe Gisolfo,e del nostro Abbate, edificò etc…”. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16)…Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12).”. Infatti, Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno. I pochi religiosi che sfuggirono al massacro si rifugiarono nei boschi e nelle montagne. Ermerico’, loro priore, col consenso dell’abate di S. Benedetto e del principe di Salerno Gisulfo I (933-77), si ritirò ai piedi del Monte Finestra, nella grotta di Metellianum e qui costruì una cella o monastero: “A. 966….Ermericus Praep. Cellae S. Mauri in Centulis a Saracenis destructae Cellam prope Salernum ad latus Fenestellae montis fecit cum Gisulfi et Abbatis nostri consensu”. (Op. cit., p. 415; cf. De Blasi, Chron., an. 966; Adinolfi, Stor. della Cava, p. 217, ecc..).”. Il Barra riporta anche la seguente notizia: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35). Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Giuseppe Pesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 73 riporta la notizia: “…fra questi Giovanni di Salerno…Fu sotto il governo di un tal Prelato, ch’ebbe la prima origine il celebre Monistero della SS. Trinità di Cava. Ermerico già Preposto del Cenobio di s. Mauro in Centulis, distrutto dalle irruzioni dei Saraceni tal sacro stabilimento, recossi in Salerno e “col consenso del Principe Gisolfo e del nostro Abbate (scrive l’Annalista Salernitano) etc…”. Dunque, il Pesano riporta la notizia sulla scorta dell’“Annalista Salernitano”, cronista dell’epoca che viene detto anche “Chronicon Cavense”, che fu pubblicato dal Pratilli. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’. Inoltre, Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), riguardo l’ipotesi che si potesse trattare del monastero di ‘S. Maria in Centulis’ postillava e ci ricorda che: Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI)….”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C.”.

Nel 966 ?, ipotesi sulle origini dell’Abbazia di S. Maria di Centola e il monastero di ‘S. Benedetto in Centulis’

Giovanni Cammarano (….), ex parroco di Centola, nella sua “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, voll. I-II-III, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1993, a p….. continuando il suo racconto sul cenobio basiliano di Centola, scriveva che: “Le terre di Centola erano l’entroterra della Molpa, dove, come vedremo, vi erano in maggioranza greci. Dalla Molpa, diventata cristiana, con l’apporto greco-bizantino, partirono gli amanti della vita eremitica e contemplativa. Si attestarono su una bella collina, che fu il punto ideale per sentirsi realizzati, dove poi sorse la Badia. Rimontano al calar del primo millennio, le chiese greco-bizantine, sorte intorno al Bulgheria, le cui impronte sono ancora visibili a Poderia, Celle Bulgheria ed altri paesi viciniori. Per convincersi di questo basta visitare, per le badie, il cenobio di S. Giovanni a Piro (19) e per le chiese, S. Michele, sita all’inizio di chi entra in Poderia proveniente da S. Severino e la chiesa parrocchiale. Entrambe hanno il campanile sormontato dalla caratteristica cipolla bizantina. La chiesetta di S. Michele avrebbe bisogno di un restauro conservativo per non perdere un ricorso millenario.”. Dunque, Cammarano dice nulla sull’origine dell’antica Abbazia bnedettina di Centola. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che:  ….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Dunque, il Barra, in questo passaggio scriveva che la mancanza di notizie antecedenti all’anno 1086 della donazione di “Maurici”“….fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Dunque, Barra credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Inoltre, il Barra aggiungeva in postilla che questo monastero: Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona. Altro carattere saliente è poi quello dell’essere S. Maria di Centola sorto come monastero autocefalo, cioè del tutto autonomo e indipendente dalle grandi abbazie benedettine di Montecassino e di Cava (16).. L’ipotesi del Barra, a suo dire sarebbe suffragata dal fatto che, il Chronicon Cavense ci parla di Ermerico e di un monastero di “S. Mauro in Centulis”. Infatti, il Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco  “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”.

Di Meo, tomo 7, p. 23

Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo  ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Etc…”. Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d.C.”. Sul monastero di S. Mauro in Centulis ha scritto anche Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Inoltre, Barra, a pp. 69-70, in proposito scriveva pure che: “A ribadire fortemente questo carattere si aggiungeva inoltre l’esenzione dell’abbazia dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, nel cui territorio diocesano essa era tutavia incardinata, venendo quindi a costituire una sorta di enclave (17).”. Barra, a p. 70, nella nota (17) postillava: “(17) Anche A. Lubin, Abbatiarum Italiae brevis notizia, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae, 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”

Nel….., S. Richerio, abate della chiesa di S. Maria in Centulis in Francia o di Centola nel Cilento ?

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 350 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana sulla via, che mena da S. Severino, trovasi un’antica dà passati Abati malmenata Badia (2), che fu già dè PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa ha la spiritual giurisdizione nella Terra e nel Clero, se non qua in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi da paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che il Maurolico malamente chiama Riario; e il tanto più il credono, quanto più ‘l Cardinal Baronio nelle note al ‘Martirologio’ à XXVI Aprile, nulla ha detto di questo dubbio, e l’Abate Ughellio l’ha ciecamente seguitato, con aggiungerci anche alcuna cosa del suo. Le parole del Martirologio sono: ‘In Monasterio Centola S. Richarii Presbyteri’et Confessoris’, di cui simileè l’altro in Francia.”. Su S. Richerio ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, che a pp. 352-353 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Nel MDXCIII l’Abate ‘Guarini’ stando nella generale opinione de’ paesani della nostra Centola, volle scavare intorno all’altar maggiore della Badia, per vedere se vi trovava il desiderato corpo, ma nulla trovovvi. In queste poche parole manoscritte, che sono una specie di Cronaca, scritte da un tal ‘Vinceslao’ di Centola, che si conservano dal Signor D. Camillo d’Errico, così questo fatto si legge: ‘Nell’anno MDXCIII, lo Signor Vicario Guarino Abate di Centula, fice cavare assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo corpo di Sancto Ricario, et nce fice la processione, et quase tutta Centula digiunò, et si confessaro, et communicaro, et non si ritrovò niente.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Le gravissime lacune della documentazione rendono quindi assai arduo ricostruire le origini e i primi secoli dell’abbazia di S. Maria di Centola. Avvertiamo che usiamo questa, che era l’intitolazione originaria, perchè la specificazione “degli Angeli” appartiene ad un’epoca successiva, affermandosi sino al punto che a fine ‘700 l’abbazia veniva spesso indicata direttamente come “l’Annunziata”. Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). In effetti, S. Maria di Centola non compare mai nella pur ricca agiografia dei santi italo-greci che abbiamo già citata……..Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 714-715 del vol. I, sulla scorta dell’Antonini, parlando di Centola sulla collina, scriveva che: “….a mezzo miglio, sulla via per Sanseverino, era l’antica abbazia, ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal Vescovo di Capaccio. Nella chiesa si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che l’abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore (11).”. L’Antonini (….), a p. 351 parlando sempre dell’Abbazia di S. Maria di Centola e del piccolo casale di Centola vicino a quello di S. Severino, in proposito scriveva che: “E finalmente P. ‘Lubin’ nella ‘notizia dell’Abbazie d’Italia’ fol. 97 lit. C le stese cose ci conferma: ‘Abbazia titulo S. Mariae de Centula Ordinis S. Benedicti Dioecisis Caputaquensis (Capaccio) ut refeit Ughellius tom. 7. p. 663. qui nominis similitudine deceptus, huic Coenobio attribuit Sanctum Richerium Monasterii Centule in Gallia fundatorem. Haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc Caenobio incolatu. Vide notas nostras in Martyrol. Tab. 3. pag. 52.”. Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 70, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Anche A. Lubin, ‘Abbatiarum Italiae brevis notitia’, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”. Il Barra (….) si riferiva al poadre Agostino Lubin (….) ed al suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, dove a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola: “Abbatia titolo S. Maria de Centula, Ordine di S. Benedicti, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; ut refert Ughellus tomo 7, pag. 663. qui nominis similitudine deceptus huic Coenobio attribuit S. Ricarium Monasterii Centule in Gallia fundatorem, haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc loco incolatu. Vide notas nostras in Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’ Oppidum in Colle situm, in Regni Neapolitani Provincia, Principatus Citerior dicta; qualtuordecim passum mill. à Policastro distans; versùs Occidentem. In Cod. Taxarum D. Passionaei; sic legitur S. Maria de Angelis de Centula, Ord. S. Benedicti alias nullius Diecesis.”. Dunque, il Lubin ci dice alcune notizie riguardanti l’Abbazia come risultava dalle sue ricerche nell’anno 1693. Il Lubin scrive che: “Abbazia di S. Maria del titolo Centola Ordine S. Benedetto, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; in effetti Ughellus vol 7, p. Ingannato dalla somiglianza del suo nome, a questo si attribuisce a p. 663 all’attiguo Convento di S. Ricario in Francia, fondatore del monastero di Centola, affermiamo che queste cose sono più veramente in luogo di soggiorno: dai diuturniori nostro Dio per questo. Alla Sede Romana. Vedi nota nostra nel Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’, città del Regno di Napoli in Provincia Citeriore; distante qualtuordecim miglia. Policastro da lontano; direzione ovest. In Cod. D. le emozioni sono tassate; Così leggiamo di S. Maria degli Angeli Centola Ordine di San Benedetto nulliu Diecesis (di nessuna Diocesi = indipendente)”.

Lubin, p. 97,,

(Fig….) Lubin (…), op. cit., p. 97

Dunque, padre Agostino Lubin (….), a p. 97 parlando della Diocesi di Capaccio “Caputaquensis Episcopi” citava anche l’Abbazia di S. Maria di Centola citava l’abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra” dove nella sua prima edizione, vol. VII, a p. 663 ci parla dell’Abbazia di S. Maria de Centula e scriveva che: 

Ughelli, p. 664.PNG

(Fig…) Ughelli (…), I ed. vol. VII, p. 663-664

Nel 1038 (?), “Richerio”, abate dei monasteri di S. Pietro ad Aquara e di S. Nazario a S. Nazario

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 333-334 che, parlando del casale e del monastero di S. Nazario, in proposito scriveva che: “….riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Abate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV…Etc..”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. ad. III. Idus Decembris MLV. il quale sentimento fu seguitato dal ‘Mabillon’ ne i citati ‘Annali’, soggiugnendo che, l’elezione fu fatta in Capua presente l’Imperador Corrado: e ‘l ‘Pellegrino’ dice di più: ‘Editus Anonymus Cassinensis consueto errore abitum Richerii notat ad annum MLIV. onde potrebbe esser, che la fondazione del Casale fosse fra il MXXXVII e’ ‘l MLV. Ma il dubbio maggiore consiste in ciò, che l’ Ostiense scrive nel cap. 49, lib. 11. cioè, che questa fondazione fosse stata fatta da Adamo Abate di Montecassino e, non già da Richerio ‘juxta Melpham fluvium’.”. L’Antonini scriveva che l’Anonimo Cassinese (….), nel suo chronicon pubblicato dal Pellegrino (….) riportava la seguente notizia: “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV.“, che tradotto significa che: “nell’anno 1040. Richerio l’Abate cacciò i Normanni dalla Terra di S. Benedetto. Richerio l’Abate fu deposto nell’anno 1044.”. Dunque, l’Antonini citava l’“Anonimo Cassinese” (pubblicato da Camillo Pelegrini), il quale  l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; etc…”, ovvero che l’Abate di Montecassino, Richerio, nel 1040 scacciò i Normanni dalla “de Terra Sancti Benedicti” e che mori nel 1054. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Scrive l’Antonini (p. 333)…….Lo stesso autore, dopo essersi soffermato sulla fondazione del casale, da lui attribuito all’abbate Richerio di Montecassino etc..”. In qualche modo la notizia di un Abbate Richerio è anche legata alla notizia secondo cui a Centola alcuni autori hanno riferito del corpo di S. Richerio sepolto presso la chiesa dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Altre notizie dell’Abbate Richerio provengono da altri autori e riguardano la fondazione dell’Abbazia di Montecassino. Sulla Treccani on-line leggiamo che Richerio era un monaco bavarese (m. 1055); reggeva l’abbazia di Leno (Brescia) qundo fu eletto (1038) abate di Montecassino per la protezione dell’imperatore Corrado II. Combatté contro Pandolfo di Capua, il conte d’Aquino e altri signori per ricuperare i patrimonî abbaziali da quelli usurpati. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”. Per una più esatta collocazione cronologica dell’evento, è necessario tener presente quanto riferisce lo storico Giuseppe Antonini circa la rifondazione dell’antica Abbazia basiliana di San Nazario, avvenuta, secondo lui, nel 1044 ad opera del benedettino Richerio, abate di Monte Cassino dal 1038 al 1055. Ciò farebbe supporre che, all’incirca nello stesso periodo, fu fondata l’antica chiesa di San Mauro gestita e officiata dai benedettini. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 350 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “…trovasi un’antica, da passati Abbati malmenata Badia (2), che fu già de’ PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa ha la spiritual giurisdizione nella Terra e nel Clero, se non qua in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi da paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che il Maurolico malamente chiama Riario; e il tanto più il credono, quanto più ‘l Cardinal Baronio nelle note al ‘Martirologio’ à XXVI Aprile, nulla ha detto di questo dubbio, e l’Abate Ughellio l’ha ciecamente seguitato, con aggiungerci anche alcuna cosa del suo. Le parole del Martirologio sono: ‘In Monasterio Centola S. Richarii Presbyteri’et Confessoris’, di cui simileè l’altro in Francia.”.

Nel 1038, Richerio, abate di Montecassino

Dalla Treccani on-line leggiamo che Richerio era già abate di S. Benedetto di Leno (presso Brescia) prima del 28 febbraio 1036, quando l’imperatore Corrado II (1024-39) emanò un diploma in favore del monastero (Conradi II. Diplomata, a cura di H. Bresslau, 1909, n. 227, pp. 373-376). In questi anni la scena politica meridionale era occupata dalle ambizioni del principe capuano Pandolfo IV, filobizantino. Enrico II, giunto a Montecassino nel 1022, gli aveva sottratto il principato di Capua per concederlo a Pandolfo, conte di Teano. Di lì a poco, però, il principe riprese il controllo su Capua e le sue mire sulle terre cassinesi, imprigionando l’abate Teobaldo (1022-35), lasciando a Montecassino il fidato famulus Teodino e imponendo come abate il calabrese Basilio (Chronica monasterii Casinensis, a cura di H. Hoffmann, 1980, II, capp. 39-42, pp. 243-246, capp. 56-57, pp. 276 s., 281, cap. 61, pp. 285 s.). Nella Chronica monasterii Casinensis, fonte essenziale per ricostruire l’abbaziato di Richerio, si legge che i cassinesi si rivolsero a Corrado perché intervenisse contro gli usurpatori, sicché l’imperatore, sceso in Italia per affrontare alcune questioni politiche (Böhmer, 1951, pp. 129-138), da Roma, risultate vane le ambascerie al Capuano, si diresse a Montecassino nella primavera del 1038. Dopo la conquista di Capua, consegnata al principe di Salerno Guaimario IV, i monaci gli chiesero un nuovo abate, replicando alle resistenze di Corrado, il quale evocò il rispetto della Regola benedettina per un’elezione interna, che non c’era nessuno idoneum e congruum in tantis perturbationibus e sollecitando la nomina di Richerio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 63, pp. 291 s.), de noble gent et vaillant person (Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. de Bartholomeis, 1935, II, 5, p. 62). La sua elezione avvenne il 14 maggio e la sua consacrazione il 1° o il 3 giugno (Annales Casinenses, a cura di G.H. Pertz, 1866, p. 306; Annales Casinenses ex Annalibus…, a cura di G. Smidt, 1934, p. 1414; Annales Cavenses, a cura di F. Delle Donne, 2011, p. 32; Chronicon Vulturnense…, a cura di V. Federici, 1925, V, p. 84; Hoffmann, 1967, pp. 313, 316). Ritornato in Germania Corrado, Richerio fu coinvolto negli scontri tra i sostenitori di Pandolfo IV e i suoi avversari, fino a essere catturato dal conte di Aquino e liberato grazie all’intermediazione di Guaimario (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 68, pp. 304-306). Costui gratificò Montecassino con diverse concessioni (Bloch, 1986, pp. 203, 424) e indusse Richerio (per due volte, giacché in un primo momento egli era rientrato dalla Lombardia ove aveva raccolto milizie, forse a Leno) a recarsi in Germania per chiedere aiuto all’imperatore, poiché perduravano i problemi, come confermarono gli eventi successivi (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 69, pp. 306-308). Trascorsi due anni in Germania, nel 1043 circa Richerio ritornò con un seguito armato, con cui ristabilì il controllo su buona parte della Terra s. Benedicti (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 70, p. 208), ma dovette fronteggiare la minaccia dei Normanni, già utilizzati dagli stessi cassinesi come forza mercenaria. Nella primavera del 1045 i contingenti abbaziali espugnarono le roccaforti normanne, un evento che ebbe grande risonanza nelle fonti, arricchito anche da un miracolo di s. Benedetto a difesa della sua comunità (Desiderio di Montecassino, Dialoghi…, a cura di P. Garbini, 2000, III, cap. 22, pp. 132 s.). Nel 1047, però, si presentò di nuovo la minaccia di Pandolfo, rapidamente contrastata; nella circostanza comparve il nipote di Richerio, Ardemanno, a cui era affidata la Rocca di Evandro, che egli difese ponendosi anche in contrasto con lo zio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, capp. 74-76, pp. 315-320).

La chiesa di San Giuliano sulla Molpa

Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421)”. Il Di Mauro (…), a p. 569 parlando di Centola, scriveva che: “Chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa, oggi con ruderi evidenti a est della cima; nel 1119 riceve la donazione di un podere dentro le mura della Molpa per le riparazioni necessarie alle mura e per la ricostruzione della dote liturgica a seguito della spoliazione operata dai saraceni nel 1113 circa; fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio; per questo sorse controversia tra il vescovo di Pisciotta e l’abate di Centola (Cammarano 133, II, 190 e IV, 198-205-209-211-214).”. Il sacerdote Giuseppe Cammarano (…), nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1933, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” di Mercurio 1°, e a proposito della Chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, scriveva che: E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?.”.

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona una “curtis” (“Murici”) all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola

Vorrei fare il punto su una notizia ed un documento tratto dall’Antonini e, in particolare sulla notizia di una donazione fatta nell’anno 1086, di cui ancora, sebbene abbia indagato e approfondito le mie ricerche nulla ho potuto altro scoprire e di queste donazioni non vi è traccia. L’Antonini, nella sua “Lucania”, oltre a parlarci di un’antica donazione e privilegio concesso ad un monastero vicino il luogo detto le “Celle” dall’Imperatore Lotario III, parlando a p…… del casale di Celle di Bulgheria cita invece un altro privilegio o donazione fatta nell’anno 1086 da Ruggero Sanseverino. Due distinte e diverse donazioni di cui l’Antonini non fornisce alcun riferimento bibliografico se non per la prima fa riferimento all’Abate Erasmo Gattola. L’Antonini (…), come ho già detto, parlando dei casali di S. Severino di Camerota prima e di Celle di Bulgheria dopo, parlava di una donazione di “Ruggiero da Sanseverino” fatta ad un altro “Monastero di Benedettini”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania – I Discorsi’, nella parte III, nel Discorso VIII, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, e, parlando di Celle di Bulgheria, in proposito a p. 387 cita un’altra donazione che riguardava Centola ed in particolare il Monastero di S. Maria di Centola. L’Antonini dice che questa donazione era dell’anno MLXXXVI (anno 1086). L’Antonini, riferisce di un’altra simile donazione fatta questa volta sempre da Ruggero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Questa volta, l’Antonini cita addirittura l’intitolazione dell’antico privilegio dell’anno 1086. L’Antonini (…), a p. 387 accennava all’antico privilegio di Ruggiero Sanseverino dell’anno 1086 da cui egli trae l’origine dell’antica e nobile famiglia e, scriveva che:

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Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, scrive: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e cita una donazione del 1086, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatto al monastero di S. Maria di Centola nell’anno 1086: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”:

Antonini, p. 387, su S.Severino di Centola e il monastero

(Fig….) Antonini (…), p. 387 su Celle di Bulgheria e su Poderia

Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, ci informavache: “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.…”. Sempre l’Ebner, riferendosi sempre alla Badia di S. Maria di Centola aggiungeva che: L’Antonini, ……., parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)…”. Dunque, l’Ebner (…), a p. 712 parlando di Centola, ci informa che l’Antonini, scriveva che “a nord della via per S. Severino, la nota Abbazia di S. Maria…”,  secondo l’Antonini (…): “….assicura….e parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3).”. L’Ebner a p. 713, vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “Antonini, cit. Vol. I, p. 387. “Curtem unane prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiserum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. La notizia della donazione era tratta dall’Antonini (…). Il baronne Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria e di Poderia, accenna di nuovo alla “trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa…”, dunque la donazione di Ruggiero Sanseverino e non di Lotario III, donazione anche questa dell’anno 1086 ma, questa volta non al monastero di S. Severino ma al monastero di: “Monistero di S. Maria di Centola”, indicando pure l’intitolazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Dunque, l’Antonini scrive che: “Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 387 parla del casale di Celle di Bulgheria ma dicendo della donazione scrive che Celle è citata in detta donazione ma quando scrive “oltre di quello che che ne abbiamo accennato sopra”, si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, secondo l’Antonini, nella donazione del 1086 di Ruggiero Sanseverino che fa al Monastero italo-greco di S. Maria di Centola vengono citati anche i casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa. Del monastero di S. Maria di Centola ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini dice che nel luogo chiamato “le Celle”, si vedevano ancora (nel 1745) le vestigie dirute del Monastero di Benedettini. La traduzione del testo in latino riportato dall’Antonini è il seguente: “Sono andato alla corte uname vicino al fiume, nel luogo e nel guado dell’aereo. Inoltre, il possesso del glandiserum, il nome dello afferma che il Murex (Murici), che ha il suo inizio dal fiume, ai piedi della Bulgaria; percorre la sua strada attraverso la Serra Serra.. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Riguardo la donazione dell’anno 1086 citata dall’Antonini a p. 387, quando scriveva che: Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola, quando scrive “di quest’ultimo” si riferisce al casale di Celle di Bulgheria e quando scrive “oltre di quello che abbiamo scritto sopra” si riferisce al casale di Roccagloriosa. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e scriveva che: Il primo documento in cui essa viene ricordata risale al 1086, quando il normanno Ruggero Sanseverino, signore dell’omonima baronia, effettuò a suo beneficio una ricca donazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.” (15). La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Quello che comunque val pena di sottolineare, è la sostanziale stabilità per non dire staticità, della consistenza e della localizzazione della proprietà abbaziale per tutto il medioevo e tutta l’età moderna. Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. Etc…”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, La Lucania, cit., p. 387”. Su quanto scriveva Francesco Barra (…) a p. 69 e postillasse nella sua nota (16) ho già parlato circa l’ipotesi delle origini dell’antico monastero di S. Maria di Centola che come egli stesso dice, richiamandosi ad un passo raccontato dal ‘Chronicon Cavensis’, una cronaca medioevale spuria e anonima, potrebbe derivare dal monastero di S. Maria in Centulis. Dunque l’Antonini, a p. 387 voleva che i due casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa erano citati nel privilegio del 1086 concesso da Ruggiero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Forse l’Antonini aveva letto di questi due privilegi, sia del privilegio dell’Imperatore Lotario III e sia di quella di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola leggendola dalla “Cronaca di S. Mercurio”, una cronaca medioevale apocrafa di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Certo è che queste notizie come pure di altre andrebbero ulteriormente indagate. Di questa donazione purtroppo nessuna traccia. Se vogliamo meglio indagare sulla donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia benedettina (?) di S. Maria di Centola dobbiamo riferirci alle munifiche donazioni degli ultimi principi Longobardi di Salerno e i primi duchi Normanni dell’area donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Si tratta dell’eventuale connessione che questo antico privilegio donato da Ruggero Sanseverino nell’anno 1086 al Monastero di S. Maria di Centola sia da collegarsi direttamente o indirettamente con l’altro Monastero nel luogo detto “le Celle”, citato sempre dall’Antonini e dove secondo lui accadde il miracolo di S. Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero. La notizia del miracolo, di Ruggero Sanseverino e del monastero benedettino nel luogo detto le Celle è riportata dall’Antonini in due altri passi, ovvero a p. 347 e p. 279, dove l’Antonini ci parla di un altro privilegio, anch’esso dell’anno 1086. L’Antonini dice che nel privilegio di Ruggero all’abazia di S. Maria di Centola sono citati i due casali: Celle di Bulgheria e Roccagloriosa. L’Antonini, riguarda quest’ultimo privilegio che dice essere dell’anno 1086, non fornisce alcun riferimento bibliografico ne io sono riuscito a capire da dove abbia tratto questa notizia. Sui privilegi e donazioni fatte da alcuni duchi Normanni intorno all’anno 1086, interessante è ciò che scriveva il nipote di Costantino Gatta (…), Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino. Egli a p. 149, parlando dei Sanseverino in proposito scriveva che: “: tutto ciò costa dalle Vite dè Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivio del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114 nel regnare del Principe Roberto leggesi: “Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &”, ecc…”. Forse era proprio a questi 6 privilegi a cui si riferiva l’Antonini. Essi sono conservati nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Dunque, il Gatta (…), non riferiva della donazione del 1086 ma riferiva di un’altra donazione dell’anno 1114. Riguardo le numerose donazioni dei principi Longobardi e Normanni elargite ai Monasteri delle “Congregazione Cavense” ed all’Abbazia stessa di Cava dè Tirreni, è interessante ciò che scriveva Paul Guillaume (…), nella sua opera sull’Abazia di Cava dè Tirreni perchè cita il De Blasi.

Paul Guillaume (…), nella sua opera ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, ristampato con traduzione dalla Ruocco (…), a pp. 91, nella sua nota (1) postillava dei documenti e donazioni conservati nell’Abbazia di Cava dè Tirreni: “(1) Nov. 1081 (‘Arc. Mag.’ B. 18), Juin 1121 (ib. F. 18). Rodul. Op. cit., p. 62. “1122…circa hunc annum Rogerius de S. Severino Castri S. Severini, aliarumque terrarum Dnus, qui ex Normannorum Ducum prosapia Sanseverinae familiae stipes fuit in Sacrosanto Cavensi Monasterio Sanctae Religionis habitum suscepit.” ‘Chron. ad. an. 1122, in fine.”. Inoltre, sempre il Guillaume (…) a p. 91 nella sua nota (4) postillava di De Blasi: “(4) De Blasi, ‘Chron. ad. an. 1122, 1123, 1124; Rodul. Op. cit., p. 76, etc.”. In questa nota il Giullaume si riferisce all’abate di Cava Ridolfi (…). L’abate D. Alessandro Ridolfi (…), fu il primo storico della Badia, con il suo archivista, l’infaticabile D. Agostino Venereo. All’abate Ridolfi si deve la prima serie ottocentesca a stampa del “Codex Diplomaticus Cavensis” le cui prime edizioni ottocentesche furono curate da Schiani, Morcaldi e De Stefano. Nel secolo XII, una storia della Badia di Cava e le sue dipendenze fu scritta dall’abate Alessandro Ridolfi e poi anche il riordino ed il transunto dei documenti in appositi registri, da parte di Agostino Venereo. Su Agostino Veneno o Venereo (…), ha scritto Pietro Ebner (…), proprio in riferimento al personaggio Normanno Ruggiero Sanseverino, il quale in questo caso è il personaggio chiave per la donazione citata dall’Antonini (…). Per capire chi fosse Ruggero Sanseverino leggiamo da Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 385, nella sua nota (31) la postilla che: “Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del Venereo, ‘Diction., ms., VI, 73 ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Dunque, l’Ebner, riguardo le notizie su Ruggero Sanseverino, figlio di Turgisio II cita il manoscritto del Venereo (…). Chi era il Venereo ?. Si tratta di Agostino Veneno o Venereo (…), uno dei primi abati dell’Abazia della SS Trinità di Cava dè Tirreni che nel …….. compilò un antico manoscritto rimasto inedito e chiamato ‘Dictionarium Cavense’. Di cosa si tratta ?. Paul Guillaume cita un passo (dell’anno 1122) di un opera del monaco Di Blasi (…). Si tratta del testo di Saverio Maria De Blasi (…) Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum che, il Guillaume riferiva più volte nelle sue note. Saverio Maria De Blasi (…) riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importanteDictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Saverio Maria De Blasi (…), riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante ‘Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Dunque, ritornando al manoscritto Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo), citato dall’Ebner (…), che dice parlarci di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli, nel suo …………………., a p. IV dell’Introduzione scriveva che: “…, per cui già gli Archivisti di Cava, Alessandro Ridolfi (+ 16….) e Agostino Venieri (+ 1638), nelle loro opere, rimaste inedite….”. Il Mattei Cerasoli, a p. IV dell’introduzione, nella sua nota (1) postillava che: “(1) AUGUSTINI VENEREI, ‘Dictionarium Archivii Cavensis, Ms. cart. dell’Archivio di Cava, vol. IV, 311.”. Dunque, stando all’Ebner noi dovremo trovare notizie riguardo Ruggero Sanseverino nel manoscritto cartaceo di Agostino Venereo detto ‘Dictionarium Archivii Cavensis‘, vol. IV, 311, e Ebner dice ‘Diction., ms., VI, 73‘. Paul Guillaume cita il testo di De Blasi (…), ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ e, cita le notizie per gli anni 1122, 1123, 1124 nello stesso testo e molto probabilmente riguardano proprio l’ultima donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia di Cava dè Tirreni, fatto nel 1121. Il 15 settembre 1778, domenicano Salvatore Di Biasi, fu chiamato a Cava, presso Salerno, da dom Tiberio Ortiz Abate dell’Abbazia della Santissima Trinità della Cava che gli affidò il riordino dell’importante archivio del monastero. Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077. Mi chiedo se l’Antonini avesse appreso dal testo del De Blasi (…), della donazione dell’anno 1086 di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola ?. Sul De Blasi, sulla Treccani on-line leggiamo che: Gli Opuscoli uscirono regolarmente fino al 1778, anno in cui il De Blasi venne chiamato dall’abate R. Pasca a lavorare al riordino dell’importante archivio del monastero benedettino-cassinense della Ss. Trinità di Cava dei Tirreni, presso Salerno. Egli condusse a termine tale incarico nel periodo di otto anni, riordinando un archivio ricco di circa sessantamila scritture avendo come solo supporto un indice alfabetico di sei volumi compilato nel 1630 da Agostino Veneno. Il De Blasi utilizzò i dati raccolti direttamente dalle pergamene, per chiarire e puntualizzare diversi aspetti della storia del territorio salernitano al tempo della dominazione longobarda. Il suo lavoro, reso noto attraverso relazioni alle accademie napoletane e articoli pubblicati su vari periodici, sollevò alcune critiche, talora aspre (in particolare si segnalarono in questo Giuseppe Cestari, A. Di Meo e F. A. Ventimiglia), cui egli replicò dimostrando la correttezza metodologica delle sue ricerche. Sulle donazioni di Ruggero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, riferendosi a Ruggero Sanseverino racconta che: “….Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117).. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, su queste cose, anche sulla scorte del De Blasi (…), ha scritto il Di Meo (…), nei suoi “Annali etc…”. Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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(Fig….) Di Meo (…), ‘Annali etc…’, op. cit., tomo IX, p. 295

Un altro autore che ha scritto sulle antiche donazioni e privilegi conservati negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni è stato Carlo Alberto Garufi (…) nel suo saggio ‘Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI’, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910, vedi da p. 291 e s. Il Garufi esamina alcuni atti e privilegi conservati all’Abbazia di Cava, otto documenti risalenti a non prima dell’anno 1076. Riguardo il Ruggiero Sanseverino (che come abbiamo visto l’Antonini gli attribuisce una donazione all’Abbazia di S. Maria di Centola), ha scritto Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, dove a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino, Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino:

(Fig….) Mattei-Cerasoli Leone, op. cit., pp. 21-22 (corrisponde al f. 19 del Ms.)

Riguardo le donazioni di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18).”. Dunque, Leone Mattei Cerasoli citava 7 donazioni conservate nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dè Tirreni. Leone Mattei Cerasoli, sulla scorta del Ricca (…) scriveva pure che: “Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”Dunque, Leone Mattei Cerasoli (…), nella traduzione e pubblicazione del testo medioevale dell’antico manoscritto del ‘Venusino’ (Ugo da Venosa) che racconta della vita di S. Pietro Pappacarbone Abate dell’Abazia di Cava dè Tirreni, postillava di Ruggiero I Sanseverino figlio di Turgisio il Normanno, compagno di Roberto il Guiscardo, scrivendo pure che egli fece diverse donazioni all’Abate di Cava dè Tirreni Pietro Pappacarbone, di cui una ne parla l’Antonini dicendo essere stata fatta da Ruggero nell’anno 1086 al monastero di S. Maria di Centola. Leone Mattei Cerasoli, per queste donazioni dice essere state otto e cita due testi, ovvero quelli di “Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Dunque, il testo di Erasmo Ricca (…), ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 e il testo di Portanova G., ‘Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 10 trascrive 8 delle 10 donazioni di Ruggero Sanseverino figlio di Turgisio (…):

Ricco E., p. 10

Ruggero Sanseverino fu vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose donazioni. Il Cappelli (…), a p. 23, in proposito scriveva che: “…, mentre da un documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria de Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli (…), a p…., nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Codex Diplomaticus Cavensis, IV, p. 122; VI, p. 18. Ecc..”. E’ proprio in questo testo a stampa compilato dagli ultimi abati della SS. Trinità della Cava dè Tirreni che si trovano trascritti i sei privilegi a cui si riferiva il Gatta (…), e forse troviamo pure quello del 1086 citato dal barone Antonini. Sempre su questi privilegi e donazioni fatte da Duchi Normanni ha scritto Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “Organizzazione dello spazio e vicende di popolamento” a p. 51 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”. Vitolo in proposito cita la “donazione di Asclettino del 1086, alla quale intervenne come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote del principe Guaimario IV (V) (46)”. Vitolo a p. 51 nella sua nota (46) postillava che: “(46) V. Bracco, Polla, cit., p. 761”. Giovanni Vitolo (…) cita la stessa donazione dell’anno 1086 in un altro suo passo. Vitolo a p. 146, dove scriveva che: “La serie delle donazioni iniziò nel maggio del 1086, quando Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e la moglie Sikelgaita, figlia di Pandolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV (V), donarono il monastero di S. Pietro e la chiesa di S. Caterina di Polla (93)……Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di montesano, donati da Ugo ‘de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Ecc…”.

Riguardo la notizia della donazione di Ruggero Sanseverino, alcune notizie storiche sono state riferite anche da Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Quale sia stato questo Castello di Sanseverino, che possedé esso Ruggiero, come erede di Tergisio suo Padre, si ricava dagli Atti manoscritti di San Pietro Pappacarbone, che si conservano nell’illustre Archivio de’ PP. Cassinesi della Cava. Di fatto negli Atti suddetti leggesi, che nell’XI secolo, possedendosi il Castello di Sanseverino da un Ruggiero, il quale molestando i Coloni del Monistero dell’Ordine di San Benedetto, e residendo il Santo Abbate nel Monistero detto di Sant’Arcangelo nel Cilento, e che rattrovandosi Ruggiero ‘longe a prefato Monasterio, solarium domus ejus cecidit (cioè della sua Casa in detto Castello), atque ejus filium parvum extinxit; e come crede D. Pasquale Magnoni nella sua ‘Lettera critica’ scritta a detto Signor Barone su i suoi ‘Discorsi della Lucania’ che i Coloni suddetti stati fussero de’ territorj del Monistero delle Celle vicino detto Castello di Sanseverino, fossi soggetto a quello di Sant’Arcangelo di Perdifumo, che io credo piuttosto territorio allora di Sanseverino. *** Credo ancora, che delli Coloni non erano de’ territorj del monistero delle Celle, ma di quelli dello stesso monistero di Sant’Arcangelo, siti nel Cilento, perche esso Ruggiero, per quello dirò, che era Signore del Cilento; *** onde poi Ruggiero, pensando, che tal avversità, accaduta gli fusse per l’ingiusti maltrattamenti a’ descritti Coloni fatti, morta la moglie fecesi Religioso nello stesso Monistero di S. Maria di Centola, alcuni beni, siti in quel territorio, cioè ‘Curiem’ *** (‘Curtis’ in tempo de’ Longobardi significava Villa. Credio Pellegrino in Ducatu Benevent. in Provinc. distribut. presso l’Antonini, pag. 548, Not. 2) *** “unam prope flumen, et vadum in loco plano. Item possessionem glandiferam nomine Murici, quae incipit a flumine, et vadit Serra Serra per Cellam” (questa ubbidienza, o piccolo Monistero era in territorio di Sanseverino suddetto) ‘ad pedem Bulgariae’, come dalla Scrittura degli stessi Antonini, e Magnoni riferita.”. Il Di Stefano che fu Governatore di Centola citava l’Antonini da cui traeva la notizia. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 548 parlando della città di Acerenza scriveva: “fu di questa Città da’ Longobardi fatto un Gastaldato (2), che vuol dire una Signoria etc…”. L’Antonini, a p. 548, nella nota (I) postillava:  “(2) Vari significati questa Longobarda parola ebbe,…….e fattori dei Regi poderi: e, perciò Camillo Pellegrino in Ducat. Benevent. in Provinc. distribut. scrive: etc…”. Qui l’Antonini disserta sulla parola ‘Curtis’ (Villa) mi sembra ma, la frase “unam prope flumen, et vadum in loco plano. Item possessionem glandiferam nomine Murici, quae incipit a flumine, et vadit Serra Serra per Cellam ad pedem Bulgariae” che significa “uno vicino al fiume e un guado in un luogo pianeggiante. Anche una proprietà ghiandolare chiamata Murici, che parte dal fiume e attraversa Serra Serra attraverso Cella fino ai piedi della Bulgaria”, è citata altrove ed è citata anche nella Lettera del Signor Magnoni all’Antonini.

Nel 1086, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa 

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Sul ‘diritto di patronato’ dei Sanseverino sull’omonima Baronia

Altra interessante notizia riferita dal Barra e già citata dall’Ebner,  è quella che scrive a p. 73 intorno a S. Maria di Centola, ovvero che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 71

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Dunque l’Ebner, nella sua nota (9), postillava che:  “(9) Negli Atti dei creditori di Antonio Caracciolo, signore di Pisciotta, e di Molpa, si leggeva in una relazione che il feudatario era tenuto a offrire il 15 agosto di ogni anno un pranzo ai sacerdoti di Pisciotta, al quale doveva essere invitato anche il governatore del Castello di S. Severino, il quale doveva “sedere nel primo luogo, tenendo il suo cane a piedi, a il quale quale dovesse anche darsi tutto a mangiare”.”.

Nel 1112, SICA, figlia di Pandolfo di Capaccio sposò Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio Jr. o II

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX.[3] Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita.[4] C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano[5] e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6). Però questa cosa non è proprio ciò che leggiamo da altre fonti. In primo luogo Ruggero I Sanseverino pare abbia sposato Sirca, ultimogenita di Pandolfo di Capaccio e sorella di Sichelgaita. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero I Sanseverino, avesse sposato Sichelgaita e non Sica. Pandolfo di Capaccio morì nel 1052, in occasione della congiura contro Guaimario. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III (10). In Wikipedia, nella nota (2) si postillava: (2) Joanna H. Drell, Kinship and Conquest: Family Strategies in the Principality of Salerno During the Norman Period, 1077–1194 (Ithaca: Cornell University Press, 2002). Riguardo la discendenza di questo nobile longobardo ed in particolare della sua ultima sua figlia, che in Wikipedia è chiamata “Sichelgaita” “e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita.[4] C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano[5] e Ruggero di San Severino”. In Wikipedia nella nota (4) postillava che: “(4) For a family tree, see Drell, pp. 218–19”, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 130, in proposito scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Torgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta dall’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (1), dalla quale ebbe Enrico I, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (1) postillava: “(1) Vedi p. 135”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 134, in un suo schema sulla contea di Capaccio pone tra le ultime figlie di “Pandolfo, conte di Capaccio (1034? – 1052)”, oltre alla citata Sichelgaita anche l’ultimo genita “SICA, sposa di Ruggiero Sanseverino (morto prima del 1112).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 135 scriveva che: “Le terre appartenute alla circoscrizione di Lucania e poste a sud del Solofrone, ad eccezione di quelle che nel frattempo erano state assorbite dall’Actus Cilenti, in parte rimasero di proprietà dei discendenti di Pandolfo, come dimostra, fra le altre, la summenzionata donazione del 1137, in parte confluirono anch’esse nella successiva formazione della baronia di Cilento, probabilmente come dote di una delle figlie del primo conte di Capaccio, Sica, andata in isposa a Ruggiero Sanseverino, signore di Cilento (1).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 130.”. Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali critico diplomatici del Regno di Napoli della mezzana Età”, vol. IX, p. 278, in proposito scriveva che: Pietro Ebner (…..), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 348, nella sua nota (8) postillava che: “(8) …..Un’altra figliuola di Pandolfo di Capaccio, Sica, aveva sposato Ruggiero, figlio di Troisio di Rota (Sanseverino). Cfr. nella mia ‘Storia’, cit., la Tavola a p. 345 (per errore tipografico manca Sica, poi moglie di Ruggiero).”. Infatti, Ebner, nello schema citato a p. 245 della sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, subito a seguire Schelgaita, pone “Berta” come figlia di Pandolfo di Capaccio e di sua moglie Gaitelgrima. Un’altra delle stranezze che non si riesce a capire come mai Ebner o Cantalupo facciano confusione su Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II ed il Ruggero di Sanseverino, fratello di Turgisio II e figli entrambi di Turgisio normanno o Turgisio di Rota.

Nel 1114, RUGGERO I SANSEVERINO, figlio di Turgisio II Sanseverino o Torgisio Jr

Da Wikipedia leggiamo che nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Turgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta dall’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (1), dalla quale ebbe Enrico I Sanseverino, che gli successe nei feudi di Sanseverino e di Cilento quando, nel 1121, decise di farsi monaco a Cava (2).”. Dunque, il Cantalupo scriveva che Ruggero I Sanseverino era figlio di Turgisio Jr. (Turgisio II) e sposò Sica, figlia di Pandolfo, conte di Capaccio. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 8, in proposito scriveva che: “Il mentovato Turgisio, che fu altresì valoroso Capitano, e militò seguendo le bandiere di Roberto il Guiscardo, ebbe da quest’ultimo in dono il castello di Sanseverino, donde presero il cognome i suoi figliuoli a nome Ruggiero, Silvano e Turgisio 2°. Adunque le cospicue famiglie Filangieri e Sanseverino hanno origine da’ due fratelli e Cavalieri Normanni Angerio e Turgisio (4).”. Dunque Erasmo Ricca sostiene l’origine dei Sanseverino di Turgisio fratello di Angerio. Turgisio il Normanno ebbe tre figli: Ruggero, Silvano e Turgisio II. Come vedremo Turgisio II avrà il figlio che noi abbiamo chiamato Ruggero II Sanseverino.  

Ricca Erasmo, p. 387 sullalbero geneologico dei Filangieri

Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, dove a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 115-116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggero Sanseverino. Ecc..”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo – Annali, vol. 9°, pag. 278″. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 115-116-117 parlando di Ruggero I Sanseverino racconta che: A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II sposò Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario principe di Salerno e conte di Capaccio. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte. Il Mazziotti (…), a p. 117, scriveva sui Sanseverino che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Cantalupo, a p. 130 scriveva che Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II Sanseverino sposò Sica, figlia di Pandolfo, conte di Capaccio e, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 135”. Il Cantalupo riguardo questo luogo non si riferisce a Castel Ruggiero vicino Policastro ma si riferisce a Castellabate. Il Cantalupo, a p. 130, nella nota (2) postillava: “(2) Il Guillaume, (op. cit., p. 91) riporta un documento redatto in tale circostanza: ‘Rogerius….pro anima domine Sicae dilecte quondam coniugis nostre, quond. dom. Pandulfi, filii dom. Guaimari principis Salerni….(a. 1121; ABC, Arca Magg., F. 18, doc. VI).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 135 scriveva che: “Le terre appartenute alla circoscrizione di Lucania e poste a sud del Solofrone, ad eccezione di quelle che nel frattempo erano state assorbite dall’Actus Cilenti, in parte rimasero di proprietà dei discendenti di Pandolfo, come dimostra, fra le altre, la summenzionata donazione del 1137, in parte confluirono anch’esse nella successiva formazione della baronia di Cilento, probabilmente come dote di una delle figlie del primo conte di Capaccio, Sica, andata in isposa a Ruggiero Sanseverino, signore di Cilento (1).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 130.”. Dunque, il Cantalupo scrive che dal documento conservato all’Abbazia di Cava de Tirreni e pubblicato dal Guillaume si evince che Ruggero (I) di Sanseverino figlio di Turgisio (II) di Sanseverino, nel …….sposò Sica, figlia del conte longobardo Landolfo e quindi nipote del principe di Salerno Guaimario IV. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Ruggero (I) Sanseverino sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno principe di Salerno, e figlia del conte Landolfo. Secondo le fonti ebbero non meno di quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Inoltre vi fu un figlio naturale, Tancredi e uno illegittimo, Roberto. Il Cantalupo lo chiama “Pandolfo” e in Wikipedia è detto Landolfo. Sica, la sposa di Ruggero era figlia di Pandolfo o Landolfo, fratello di Guaimario IV. Landolfo o Pandulfi era conte di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 130, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 135.”.  Il Cantalupo, a p. 135, ci parla della “Contea di Capaccio” e delle parentele con “Gisulfo de Mannia”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 129, nel suo schema “DIscendenza dei Sanseverino”, subito dopo aver detto di “TORGISIO Normanno signore di Rota” egli mette i suoi tre figli: “TORGISIO II, signore di Sanseverino, Montemiletto e Cilento (a. 1113)”; “RUGGIERO di Sanseverino, signore di Cilento (1110-1114)” e “SILVANO”. Da “TORGISIO II”, fa discendere il suoi due figli: “RUGGIERO I, signore di Sanseverino e Cilento (1114-1121)”, “ENRICO I, signore di Sanseverino, barone del Cilento (1125-1141)” e “GUGLIELMO I, signore di Sanseverino e Montoro, barone del Cilento, gran giustiziere e comestabile (1186-1187 e Catal. Baron.)”. Dunque, da questo schema possiamo vedere anche la successione temporale. Dunque, il Cantalupo, in questo suo schema, nella successione temporale ai feudatari del Cilento, dopo Ruggero Sanseverino, pone il figlio primogenito di Turgisio II Sanseverino, ovvero Ruggero I Sanseverino tra l’anno 1114 e l’anno 1121. Dunque, Ruggero I Sanseverino fu signore di Sanseverino e di Cilento all’epoca di Guglielmo I d’Altavilla. Saverio Gatta, figlio di Costantino (…), nel 17….., pubblicò ‘Memorie Istoriche sulla Lucania’, opera postuma del padre Costantino Gatta (….), che sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), ci da alcune interessanti notizie in merito. Ecco cosa scrive in proposito, Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino:

Gatta, p. 149

(Figg….) Gatta (…), pp. 149 e 150, in cui si parla delle origini dei Sanseverino

Il Gatta (…), sulla scorta della Chronaca di Leone Ostiense Marsicano (…), “Vite dei Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava” (…), scrive che: “Da Turgisio Primo Conte di Sanseverino nacque Rugiero, che sposò Sirca, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario, già Principe di Salerno del sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritiratosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente…”. Ruggero legò la storia della propria famiglia ai monaci della Santissima Trinità di Cava dè Tirreni, a cui cedette più volte appezzamenti di feudi e terre, senza esimersi da concedere favori signorili. Prima donazione è stata la chiesa di Santa Maria di Roccapiemonte, avvenuta nel 1081, e di sette terreni annessi, nel 1083. Nel 1111, difese il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che ne rivendicava le donazioni fatte in precedenza: entrambi si confrontarono in un’assemblea organizzata dal duca Ruggero Borsa. Il rapporto con i monaci cavesi fu tuttavia contraddittorio. Infatti lo accusarono più volte di maltrattamenti e molestie anche morali ai propri coloni. L’intervento di mediazione dell’abate Pietro calmò le acque e nel 1114, a Ruggero fu affidata la custodia del castello di Sant’Auditore. Nel 1116, dopo aver donato al monastero il casale di Selefone del Cilento, gli concesse una parte del monastero di San Giorgio, dopo ulteriori proteste. Secondo la tradizione, poco dopo il giugno del 1121, Sanseverino decise, dopo quarant’anni di rapporti religiosi, di spogliarsi dei suoi beni, prendendo l’abito monastico proprio a Cava, dove morì nel 1125. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito:

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(Figg…) Di Meo (…), vol. IX, p. 295

Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2), postillava a riguardo: “De Meo, ‘Annali’, anno 9, p. 294”. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito: “………………Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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Oltre a queste notizie su Ruggero I Sanseverino conosciamo anche un’altra interessante notizia che riguarda una donazione del 1086, di Ruggero I Sanseverino all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387) parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. L’Antonini (…) distingue i Sanseverino di Cilento, che avrebbero preso il nome dal villaggio di S. Severino di Camerota, ora di Centola, dai Sanseverino di S. Severino Rota. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera scrivendo del piccolo borgo medioevale di San Severino e del suo munito e fortissimo castello, voleva che ivi fossero i natali di uno dei primi rampolli di uno dei rami della nobilissima famiglia dei Sanseverino.

(Fig….) Antonini, op. cit., p. 347-348

L’Antonini (…), in proposito scriveva che: “Devesi inoltre sapere, che questo Sanseverino (diciamo pure di Cilento), era capo di molti paesi d’intorno, a segno che anche oggi il Baron della Terra esigge da Centola, dalla Foria, e dalla Poderia un’annua contribuzione a titolo di ‘Bagliva’, indubitato segno dell’antica soggezione (I), e dipendenza. Quell’ormai ruinato Castello fa ancor vedere, che non poteva esser fatto, che per Uomini di sommo conto. In questo luogo, e non in Perdifumo, come malamente scrive il Toppi, nacque Vincenzo di Vita, Barone della stessa Terra, e patrizio di Ravello, vicino Amalfi, ecc…”. L’Antonini, della Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279, scriveva pure e, riferendosi a Pietro Pappacarbone ed ad un suo  miracolo, in proposito scriveva che: “DISCORSO TERZO, p. 279. Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’. Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Dunque, l’Antonini cita il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…”. Dunque, secondo l’Antonini il miracolo avvenne prima dell’anno 1079. L’Antonini (…), nella sua opera scrivendo del piccolo borgo medioevale di San Severino e del suo munito e fortissimo castello, voleva che ivi fossero i natali di uno dei primi rampolli di uno dei rami della nobilissima famiglia dei Sanseverino: Ruggero Sanseverino e forse pure del padre Torgisio o Troisio. Ai fatti raccontati dall’Antonini si ricollega anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggiero Sanseverino. Questi nella sua giovinezza, poco rispettoso della chiesa, molestava continuamente i vassalli del monastero di S. Michele Arcangelo di Perdifumo. Narra la leggenda che l’abate Pietro di Pappacarbone, avutane notizia, battendo la terra col bastone invocò l’aiuto di S. Michele ed a tale invocazione cadde un solaio dalla casa uccidendo un figliuolo di Ruggiero (2). Avido, al pari del suo antenato, di dominio e di possessi volendo qualche anno dopo impadronirsi di un fertile terreno appartenente alla Badia vi si recò con buona scorta di armati e ne scacciò i contadini che lo coltivavano. L’abate di Cava, lo stesso Pietro di Pappacarbone, si recò allora sul luogo con alcuni monaci intonando pietose preghiere. Alla vista dell’uomo venerando e dei buoni religiosi Ruggiero si commosse e sceso da cavallo, si prostrò ai piedi dell’abate e gli restituì spontaneamente le terre usurpate (1)(p. 117). Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3).”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Pubblicato dal Ventimiglia. ‘App., pag. 22.”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Idem, pag. XXIII.”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Notizie storiche’, pag. 59″. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo – Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro’, fol. 19; Muratore, tom. 6°, pag. 222, citati dal Guillaume”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo – Annali, anno 9°, pag. 294″. L’Antonini, scrivendo a p. 279 che: “Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri…”, si riferiva alle precedenti sue pagine della cap. III, precisamente a p. 278, quando parlando di S. Pietro Pappacarbone scriveva che: “E perchè venga meglio ciò provato, riferiremo un fatto riprovato dagli ‘Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone’, che sono presso à PP. della Trinità della Cava, e stampati dall’Ughellio’ con qualche picciol variazione nei ‘Vescovadi d’Italia’”. Dunque, l’Antonini riferisce la leggenda del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino traendone la notizia dal testo pubblicato dall’Ughelli (…): “Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19; Muratori, tomo 6°, pagg. 222 citati dal Guillaume.”. Mazziotti Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Guillaume, pag. 90, in una nota riporta le fonti da cui è desunta tale notizia. Il Giordano ecc…”. Il testo a cui si riferisce l’Antonini è stato pubblicato e rivisto da Paul Guillaume (…), recentemente ristampato da Emilia Anna Gemma Ruocco (…). Dell’antica donazione e della questione ha scritto Paul Guillaume (…), nel suo “Essai historique sur l’abbaye de Cava”, pubblicato a Cava de Tirreni, nel 1877, si veda pp. 90-91. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 385 del vol. I parlando del monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo e della vita di S. Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che: “Esso fu poi visitato più volte dal S. abate Pietro che a Sant’Arcangelo, nominò priori, ecc…, ebbe donazioni (31).”. Ebner a p. 385, nella sua nota (31) e riferendosi al Venusino postillava che: “(31) Narra il Venusino che,……Ma già Ruggiero era stato punito nella vita del figlio, perchè contemporaneamente nel suo castello un pavimento sprofondava travolgendo tra le macerie il figliuoletto, uccidendolo. Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del VENEREO, ‘Diction.’ ms., VI, 73, ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Sul “Venereo” sempre l’Ebner a p. 386 scriveva che: “quando papa Urbano VIII, a premiare il grande archivista cavense, il napoletano P. Agostino Venereo (34), per aver ordinato in modo esemplare gli Archivi della Congregazione cassinese di Roma, ecc…”. Ebner, a p. 386, nella nota (34) postillava che: “(34) P. Agostino Venereo, nato a Napoli nel 1573, pronunziò i voti il 12 settembre 1595. Nel ‘Codice’, n. 29 (f 313) è detto etc…”. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 10 trascrive 8 delle 10 donazioni di Ruggero Sanseverino figlio di Turgisio (…): 

Ricco E., p. 10

Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “Organizzazione dello spazio e vicende di popolamento” a p. 51 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”. Vitolo in proposito cita la “donazione di Asclettino del 1086, alla quale intervenne come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote del principe Guaimario IV (V) (46)”. Vitolo a p. 51 nella sua nota (46) postillava che: “(46) V. Bracco, Polla, cit., p. 761”. Giovanni Vitolo (…) cita la stessa donazione dell’anno 1086 in un altro suo passo. Vitolo a p. 146, dove scriveva che: “La serie delle donazioni iniziò nel maggio del 1086, quando Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e la moglie Sikelgaita, figlia di Pandolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV (V), donarono il monastero di S. Pietro e la chiesa di S. Caterina di Polla (93)……Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di montesano, donati da Ugo ‘de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Ecc…”.

La Greca e Di Rienzo (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…, vedi ‘Storia di un feudo…’, p. 121), a p. 216, scrivevano in proposito che: “La prima notizia del borgo è del 1227 quando Tommaso Sanseverino lo cede alla Regia Curia in scambio della Contea di Marsico (2). E’ probabile che la sua nascita risalga al XII secolo, quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale scacciandone definitivamente i Bizantini. Quivi, infatti, venne fondato un castello della nobile famiglia dei Sanseverino circondato da mura turrite che lo resero inespugnabile. Il feudo comprendeva Centola, Foria e, al di là del Mingardo, Poderia.”.

Le munifiche donazioni di Ruggero Sanseverino

L’Antonini (…), riguardo il “Monistero di S. Arcangelo” ne riparla nella sua “Lucania”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279 ed in proposito, riferendosi a Ruggero Sanseverino scriveva che: “questi, abusandosi della sua potenza, continuamente molestava i Coloni del vicino Monistero Religioso, ……nel medesimo Monistero Religioso si fece……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso al territorio di S. Severino, nel luogo ancora detto le Celle, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e Scipione Ammirato sul principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Stor. Cassinese. fol. 86’.” :

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Dunque, l’Antonini (…) a p. 279 dice che: “era presso al territorio di S. Severino, nel luogo ancora detto le Celle, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, ecc..”. Dunque, l’Antonini parla di una carta vista nell’Archivio della Cava. L’Antonini si riferiva ad un privilegio (una carta) conservata negli Archivi dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Sulle munifiche donazioni di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). Infatti, il Di Meo (….), nei suoi “Annali etc…”, vol. VIII a p. 258 parlando dell’anno di Cristo 1086, in proposito scriveva che: 

Di Meo, tomo VIII, p. 258

Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino all’Abate di Cava Pietro Pappacarbone, troviamo scritto su Wikipedia alla voce Ruggero I Sanseverino che:  “Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085), a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, XI, Battipaglia 2015, pp. 55-58, 69-72, 120 s.”. Infatti, nel testo del ‘Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085)’, a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, vol. XI, troviamo il privilegio dell’anno 1081 e il privilegio dell’anno 1082 a pp. 69-72, e a p. 120 troviamo il privilegio del 1083. Molti di questi privilegi sono stati pubblicati dallo stesso Mattei Cerasoli (…), nel suo “La Badia di Cava e i monasteri della Calabria superiore”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti ‘Cavensi’, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50). Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Oltre alla questione fin qui trattata vi è anche un’altra questione, questa non meno secondaria. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Dunque l’Ebner, nella sua nota (9), postillava che:  “(9) Negli Atti dei creditori di Antonio Caracciolo, signore di Pisciotta, e di Molpa, si leggeva in una relazione che il feudatario era tenuto a offrire il 15 agosto di ogni anno un pranzo ai sacerdoti di Pisciotta, al quale doveva essere invitato anche il governatore del Castello di S. Severino, il quale doveva “sedere nel primo luogo, tenendo il suo cane a piedi, a il quale quale dovesse anche darsi tutto a mangiare”.”. Riguardo le antiche donazioni o privilegi citati dall’Antonini, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula ecc…”.

Nell’XI secolo, il ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, dal titolo “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, ai tempi dell’Antonini conservato dall’Abate Gascone

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandrita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. Ecc…”. L’antico documento citato dall’Antonini si è perso ?. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando di Centola e del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava del codice Cryptense che contiene i verbali delle visite ai diversi Monasteri da parte del Calkeopoulos e scrive che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. LEbner (…), nello stesso testo, vol. II a p. 267 parlando di ‘Palinuro’, nella sua nota (2) postillava che: “(2)….L’Antonini (I, p. 364) ci informa di un’antica testimonianza sulla grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco. Dal ms. l’Antonini trascrisse la parte che si riferiva a detta grotta. ‘Habet speluncas ecc…ecc…Il manoscritto era in possesso dell’Abate Commendatario Gascone.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Infatti, l’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.”:

Antonini, p. 363

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p. 364

la cui traduzione dovrebbe essere la seguente: “Anco tu hai le grotte, o le stive degli Osso al mare Molfe eu da ambo le parti del fiume Menicardi: alcune eu sono poste per esse, dove il mare non è impraticabile, il resto non serve a nulla, poiché il mare occupa l’ingresso di quelle stive. Ma al tempo dell’offerta, che il Signore ispirò al Monastero l’alto conte Rotardus, e le acque del mare non vi entrarono. Ma nel quarto anno dell’abate Giovanni, una tempesta ruppe l’antico recinto di mattoni, che chiudeva le tre torri dove sono sepolte le ossa dei Romani, che naufragarono intorno a questa colfora.”

Dunque, l’Antonini, a p. 364, riporta un brano tratto dall’antico “Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola” e, a p. 368, nella sua nota (I), in proposito postillava che: (I) Il titolo che v’è posto sul principio è questo: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’; essendo notabile, che non vi sono affatto dittonghi.”. Antonini non dice altro sull’antico Censuale. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula ecc…”. Cos’è il Censuale di un’Abbazia ?. Dovrebbe trattarsi di una specie di Platea dei beni o un inventario: “Nota delli beni censuali in perpetuum delli monaci della congregazione benedettina di Montevergine per estinguere il censo passivo di egual somma che pagano ogni anno all’ospidale della Santissima Annunziata di Napoli”. L’Antonini, di questo Censuale scrive pure che ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I), ecc..”. L’Antonini oltre a scrivere che il Censuale era del XI secolo, scrive pure che ai suoi tempi (a. 1745 anno della sua prima edizione) esso  era (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone”. L’Antonini scrive pure che il muro di mattoni che chiudeva la ‘Grotta delle Ossa’ sotto la Molpa, accadde ai tempi Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram….”, ovvero ai tempi Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni”, da cui si deduce che il fatto raccontato avvenne ai tempi dell’Abate Giovanni. Chi era Giovanni, abate dell’abbazia benedettina di S. Maria a Centola ? Conosciamo l’anno in cui egli fu abate dell’Abbazia. Questo scriveva l’Antonini, trascrivendo un passo che riguarda la Molpa tratto dal ‘Censuale’ (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola, che lui crede piuttosto essere un Inventario e che dice essere stato conservato dall’allora Abate Gascone, Commendatario dell’Abbazia a suoi tempi ovvero nel 1745, epoca della prima edizione. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 122, in proposito scriveva che: Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”. Il Cammarano (…) a p. 45, dice che il terzo abate del monastero di S. Maria a Centola fu “3) Giovanni: dall’AFL si conosce che fu abate, senza poter indicare nè l’anno e nè il suo operato. Di Lui parla l’Antonini in “La Lucania. Ebner in CBPC. scrive che “L’Antonini (I, pag. 364), ci informa di una antica testimonianza sulla Grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium et Censuale monasterii centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico o registro delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco.”. Dunque, il Cammarano a p. 45, lo chiama: “Polittico o registro delle dipendenze” dell’antico monastero italo-greco di S. Maria di Centola e, l’Ebner (…), nella sua nota (18) di p. 720, ci suggerisce l’elenco delle cose ivi conservate e rilevate nella Visita Apostolica di Attanasio Calkeopoulos. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Dunque, secondo l’Ebner (…) nel codice Cryptense Z D XII, al fol. 135 della Le “Liber Visationis” di Calkeopoulos, fosse stato ritrovato questo antico Censuale. Anche se a me non sembra che fra le cose riscontrate ed elencate nel Verbale della visita apostolica dell’Archimandrita Attanasio Calkeopoulos al monastero di S. Maria di Centola vi fosse questo antico documento che poi in seguito sarà citato dall’Antonini. Pietro Ebner parla della visita apostolica nel cap. 5 del vol. I di “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” a p….Il Barra (…), trascrive il Verbale a p. 72 del suo testo citato. Il verbale in questione è il fol. (foglio) 135 del codice cryptense  Z D XII, conservato presso l’Abbazia di Grottaferrata nel Tuscolano e di cui ho già parlato.

Calkeopoulos, Lat. 149, fol. 135, S. Maria di Centola.PNG

(Fig….) fol. 135  – Verbale della visita apostolica del 18 marzo 1458

Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risaliva all’XI secolo. Sull’Abate Girolamo Gascone ho scritto quando ho scritto del ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola’.

Nel ……… (?), il “comes Rotardus” (dal Censuale) o “conte Rotario” (dal Visconti) e la sua donazione all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola 

Un’interessante notizia storica, tutta da approfondire ci viene dall’Antonini (…), che nella sua “Lucania – Discorsi” pubblicata in prima edizione nel 1745, a p. 363 parlando del casale di Centola dice di un “Censuale” (un inventario) conservato dall’Abate Gascone (….) dell’Abbazia di S. Maria di Centola, antichissima abbazia benedettina. La notizia è quella secondo cui il “conte Rotardus” fece una donazione al Monastero benedettino o “Obbedientiae” di S. Maria di Centola. Chi era questo “conte Rotardus” ?. L’Antonini, come vedremo lo chiama “Comes Rotardus”. Infatti, l’Antonini dice di aver letto, tra le tante notizie storiche la seguente: “Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur.”. Poi in seguito vedremo in particolare. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Infatti, l’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’undecimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.”:

Antonini, p. 363

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p. 363

La notizia contenuta nel cosiddetto “Censuale” dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risale al secolo XI, è la seguente, ovvero il detto censuale riferendosi alla “Grotta delle Ossa”, una cavità della base costiera della Molpa di Palinuro scrive: “….Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Etc…”: Il testo della frase in latino tradotto dovrebbe essere il seguente: “Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava.”. Notizia molto interessante. Infatti, nel 1954, Pietro Visconti (…), nel suo “Paesaggi Salernitani”, a p. 122, in proposito scriveva che: Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…..a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”. Nel testo del ‘Censuale’ trascritto dall’Antonini è scritto che: “al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del conte Rotario”, a quale donazione si riferiva il Censuale e l’Antonini ?. Sull’antico documento risalente all’XI secolo, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 720 parlando di Centola, nella nota (18) postillava e rimandava alle grotte di Palinuro e: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Ebner, nel vol. I, nel suo Capitolo V, a p. 161, in proposito scriveva che: “Proveniente da S. Elia di Carbone (13 marzo 1458) la commissione giunse al monastero di S. Maria di Centola il 18 successivo. In quel tempo, e fino al 1620, Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone.”. Il canonico Giovanni Cammarano (….), a p. 45, del vol. III, in proposito, nella nota (3) postillava che:  “3) Ebner in CBPC. scrive che “L’Antonini (I, pag. 364), ci informa di una antica testimonianza sulla Grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium et Censuale monasterii centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico o registro delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco.”. Chi era questo “conte Rotario” e, della sua donazione si conoscono notizie a riguardo ?. Del “Comes Rotardus” o conte Rotardo e della donazione al Monastero di S. Maria di Centola ancora nessun’altra notizia. Pietro Visconti (…), nel suo “Paesaggi Salernitani”, a p. 122, in proposito scriveva che: Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, etc…”, dove troviamo scritta la notizia secondo cui:  Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava.”. A quale donazione si riferiva il detto documento dell’XI secolo dell’Abbazia di S. Maria di Centola trascritto in parte dall’Antonini ?. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro e, riferendosi però ad un’altra donazione di cui parlava sempre l’Antonini, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’”. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che di questo monastero si parla in Scipione Ammirato (…), al suo ‘Delle famiglie nobili napoletane‘, pubblicato nel 1580. Scipione Ammirato (…), parlando dei Sanseverino, ed in particolare del Conte di Marsico Rainaldo Sanseverino, a p….., in proposito scriveva che:….L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura …….una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che del Monastero di S. Arcangelo presso il territorio di S. Severino veniva citato nel testo di Scipione Ammirato (….), “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla del “Principio della Famiglia Sanseverino”. Di ciò che scrive Scipione Ammirato (…) parlerò in seguito.

Nel 1227, Tommaso Sanseverino cede Centola alla Regia Curia Angioina

Pietro Ebner (…, vedi ‘Storia di un feudo…’, p. 121), a p. 216, scrivevano in proposito che: “La prima notizia del borgo è del 1227 quando Tommaso Sanseverino lo cede alla Regia Curia in scambio della Contea di Marsico (2). E’ probabile che la sua nascita risalga al XII secolo, quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale scacciandone definitivamente i Bizantini. Quivi, infatti, venne fondato un castello della nobile famiglia dei Sanseverino circondato da mura turrite che lo resero inespugnabile. Il feudo comprendeva Centola, Foria e, al di là del Mingardo, Poderia.”.

Nel 1238, Nicola Mariconda dona al fratello Giustino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “Un documento sicuro è invece l’inedito M 37 dell’Archivio Cavense (21), con il quale Nicola detto Mariconda, donò al proprio fratello Giustino, monaco cavense e priore della chiesa di S. Maria de Dommo di Salerno “integram medietatem” del diritto di pesca di aguglie e delle fosse marine nel tratto Salerno-Palinuro. Del territorio furono feudatari i signori di Pisciotta (v).”. Pietro Ebner scriveva che l’Antonini parlava a p. 154 ma sbagliava perchè è p. 353, I° edizione, 1745, nel cap. VII. Sempre l’Ebner a p. 271 nella sua nota (21) postillava che: “(21) I, ABC, M 37, settembre anno 1238, XII, Salerno. Nella chiesa di S. Maria de Dommo, presente l’Abate cavense Leonardo e innanzi al giudice Matteo, Nicola, detto Mariconda, figlio del fu Pietro, pure detto Mariconda, ecc…” :

Ebner, vol. II, p. 271

Nel 1239, i Morra nel periodo Federiciano

Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”

Il crocefisso della chiesa di San Nicola di Mira o di Bari a Centola

Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ecc…”.

Cattura,...

(Fig…) Parte apicale della croce nella chiesa di S. Nicola di Mira a Centola

Crocefisso

Nel 1308-1310, l’Abbazia di S. Maria de Centula nel ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’

Su quel periodo, intorno al secolo XIV, Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia valevano quattro once, per le quali versava otto tarì alla curia pontificia (18). Un valore modesto, se comparato alle 15 once complessive delle chiese di S. Michele , S. Leonardo, S. Nicola, e S. Pietro di Cuccaro, alle 12 once di S. Nazario, alle 11 di S. Maria di Rofrano.”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Anche Nicola Montesano (…), parlando di Torraca e Tortorella così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). Il Barra (…), a p. 70 nella sua nota (18) segnava che riguardo il monastero di S. Maria di Centola veniva citato il documento n. 5536 a p. 385. Infatti, nel testo a cura di Mauro Inguanez (…), per “Salerno – 1. Decima degli anni 1308-1310”, a p. 385 troviamo sotto “In castro Cucculi” (ovvero nel territorio di Cuccaro Vetere) troviamo il documento n° “5536. Monasterium S. Marie de Centula valet unc. IIIIor solvit tar. VIII”.   Tuttavia, per completezza, riguardo il monastero di S. Maria di Centola riporto anche un altro documento non citato dal Barra (…): è il n° 6610, che troviamo sempre nello stesso testo per la stessa tassa. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou, nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p. 269 parlano del “Monasterium S. Marie de Centula”, e in proposito scrivevano che: “S. Maria di Centola: près de Centola, prov. Salerno, dioc. Capaccio (= Vallo della Lucania). 41 D 6. – A) ‘Documents caméraux et visite apostolique: Inguanez, ‘Rationes 6610; Hoberg, ‘Taxae’, p. 229; Liber pp. 158-159.”. I due studiosi a p. 158-159 del Le ‘Liber Visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos’, citavano il testo di Inguanez (…), ‘Decimarum etc….‘. Infatti, sempre nello stesso testo, troviamo in “Capaccio – Decima degli anni 1308-1310”, il ” (f. 311v) In castro Succuli”, (evidente errore in Cucculi, ovvero nel territorio di Cuccaro Vetere), a p. 462 troviamo pure il documento n° “6610. Monasterium S. Marie de Centula debet adhuc tar. III.”. Per quanto riguarda questo documento di Capaccio, Inguanez e altri, in “XXXIII Capaccio”, a p. 457 scrive che: “CAPACCIO – DECIMA DEGLI ANNI 1308-1310 (Arch. Vat. Collect. 161, f. 248v – 249; 309v-312v”.

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(Fig….)

Nel 1305, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola nel 1086 da Ruggero Sanseverino, diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Nel 1349, l’Abbazia di ‘S. Maria de Centula’ nella ‘Taxae pro communibus servitiis’

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: Dai registri vaticani delle ‘Taxae pro communibus servitiis’, risulta che nel 1349 la badia fu esentata dalla tassa “propter paupertatem”; ecc….”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (19) postillava che: “(19) H. Homberg, ‘Taxae pro communibus servitiis (1295-1455), Città del Vaticano 1949, p. 229.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro scriveva che: “… insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco….. “. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou (….), nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p. 269 parlano del “Monasterium S. Marie de Centula”, e in proposito scrivevano che: “S. Maria di Centola: près de Centola, prov. Salerno, dioc. Capaccio (= Vallo della Lucania). 41 D 6. – A) ‘Documents caméraux et visite apostolique: Inguanez, ‘Rationes 6610; Hoberg, ‘Taxae’, p. 229; Liber pp. 158-159.”. Dunque, per questa tassa i due studiosi francesi scrivevano: “‘Taxae’, p. 229”.  Su questa tassa, Nicola Montesano (…), a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Dunque, come scrive pure il Barra (…) sulla scorta dell’Ebner, il monastero prima ed in seguito l’Abbazia di S. Maria di Centola, era “nulliu dioeceseos” e non fu aggregata come altre al Capitolo Vaticano.  Sulla tassa e le entrate apostoliche ha scritto pure Pietro Ebner (…). Il Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal Codice Taxarum, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207. Il registro, acquistato dall’Archivio di Stato di Roma nel 1970, contiene l’elenco delle chiese e dei monasteri di tutta la cristianità con l’indicazione dell’ammontare delle tasse dovute alla Camera apostolica. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Dunque, secondo i due studiosi francesi per quanto riguarda il monastero o Abbazia di S. Maria di Centola, si deve vedere a p. 229 del testo di Hoberg (…), ovvero sul testo:  ‘Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455’ che stà in “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano 1949.

Dal 1355 al 1444, l’Abbazia di ‘S. Maria de Centula’ nella ‘Taxae pro communibus servitiis della ‘Taxae Episcopatuum et Abbatiarum’

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: Dai registri vaticani delle ‘Taxae pro communibus servitiis’, risulta che……dal 1355 al 1444, a ogni nuova investitura abbaziale, essa pagò invece 45 fiorini (19), dal che si deduce che la sua rendita annua si aggirava intorno ai 135 fiorini, poichè la tassa “pro communibus” equivaleva alla terza parte della rendita di un anno.”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (19) postillava che: “(19) H. Homberg, ‘Taxae pro communibus servitiis (1295-1455), Città del Vaticano 1949, p. 229.”. Dunque, per questa tassa e queste notizie il Barra citava il testo di Hermann Homberg, ‘Taxae pro communibus servitiis (1295-1455)’, Città del Vaticano 1949, ed. “Studi e Testi”, n° 144. Per il monastero di Centola vediamo a p. 229. Dalla Treccani leggiamo una notizia che però non riguarda Centola. Il 23 maggio 1347, Ruggero Sanseverino fu traslato da Clemente VI alla sede arcivescovile di Salerno, rimasta vacante per la recente morte di Benedetto de Palmerio; forse anche la crisi dinastica conseguente all’assassinio del principe Andrea di Ungheria influì sul suo trasferimento (al quale successe in Bari, sicuramente ante 23 agosto 1347, Bartolomeo Carafa). Nel mese di luglio, stando ai registri pontifici, Sanseverino sborsò 1500 fiorini d’oro per i «communia servitia» (Taxae Episcopatuum et Abbatiarum, 1949, p. 104).

Nel 1369, Giacomo Morra possedeva i feudi di Rofrano, Caselle, Centola, Foria, Poderia, Roccagloriosa, S. Severino di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando e riferendosi al feudo di Rofrano ed ai monaci dell’Abbazia, in proposito scriveva che “Probabilmente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, ricorda  (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Anche Camillo Tutini dice di Rofrano posseduto da conte Alemagna di Buccino, insieme con Balbano, Laviano, Ricigliano e S. Lorenzo, aggiungendo poi (p. 85) che Rofrano apparteneva al conte Giacomo Gaetani, notizia che troverebbe conferma in un documento aragonese del 1445. Dalle ‘Fonti aragonesi’, infatti, si apprende del conte di Fondi e del pagamento “pro feudali servicio seu adoha terre Rofrani que est Jacobi Gaetani fratris sui duc. sexaginta” (7).”. Riguardo a Giacomo Gaetani, Ebner, a p. 433, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Fonti Aragonese., 16 novembre 1445, Napoli = vol. IV, p. 50, n. 173: ‘Franciscus de Aquino etc (conte di Loreto e Satriano e Gran Camerario del Regno) etc…”. Dunque, Ebner ricorda che Scipione Mazzella Napolitano (….), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli”, del 1601, nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, per l’anno 1369 ricordava Giacomo Morra (….), feudatario dei feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Infatti, dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. Riguardo Giacomo Morra ed i suoi feudi ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Successivamente il feudo passò in possesso a un’altra famiglia, strettamente legata da legami politici e familiari con i Sanseverino, i Morra, che lo detennero sino ai primi decenni del XVI secolo. Nel 1404 Francisco Morra ottenne l’investitura della baronia di Sanseverino e dei suoi casali (2). Ecc..”. Il Barra, a p. 80, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. il rarissimo volume ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli 1629, pp. 65-73. Avvertiamo che non ci soffermeremo sul periodo della dominazione feudale dei Morra a Sanseverino, perchè ne faremo oggetto di una trattazione specifica.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Infatti, si tratta del testo a stampa del 1629 di Marco Antonio de Morra, ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, pubblicato a Napoli, si veda p. 71. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 70 su Centola

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, parlando di Caselle in Pittari, a p. 100, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu Signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1369.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 7 maggio 1393, con il breve papa Bonifacio IX ordina all’Abate del  monastero di ‘S. Maria di Centula’ la sostituzione dell’abate Gennaro in due monasteri del Vallo di Diano: S. Nicola Veterani di Diano (Teggiano) e di S. Zaccaria di Sassano

Riguardo le carte conservate nell’Archivio Segreto Vaticano ha scritto Gastone Breccia (…), nel suo “Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”. Il Breccia (…), a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “L’elenco ora riportato costituisce una prima base utile per definire quali documenti potessero effettivamente essere conservati al S. Basilio ‘de Urbe’.  Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae (18) e quella di Pietro Menniti il quale sia nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (19) che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali ( Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIII, (20)), dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauuca vidimus in monasterio S. Basilio Romae et aliquot exscripsimus: ex iis vero nom selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus…(21). Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque solo da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni a Piro (Diocesi Policastro, documento latino del 1473); ecc…; documento latino del 1224 (22).”. Per questo ultimo documento, il Breccia a p. 21 nella sua nota (22) postillava che: “(22)  Per le informazioni relative a questi documenti cfr. infra p. 32 sgg.”. Proseguendo il suo racconto il Breccia a p. 23 scriveva che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in essi citati sono infatti: – oltre naturalmente a Grottaferrata ed al SS. Salvatore di Messina, i seguenti – …….; S. Maria di Centula, diocesi di Capaccio (o Vallo della Lucania, provincia di Salerno; bolla del 1393, erroneamente datata dal Menniti al 1230 (30): ‘habetur exscripta in forma authentica /.. .] signata littera D’); ecc..”. Dunque, il Breccia scrive che nel ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), vi era trascritta una bolla del 1393 e dice che essa era stata erroneamente datata dal Menniti al 1230. Nella sua nota (30), che riguarda il documento del Monastero di S. Maria di Centola, il Breccia (…), a p. 23, nella sua nota (30) postillava che: ” (30) Si tratta, per l’esattezza, di un breve. L’errore di datazione è evidentissimo: il Menniti lo attribuisce a Gregorio IX, senza tener conto che nel testo si parla poi di Bonifacio Vili ‘predecessoris nostri’ e, come contemporaneo, dell’antipapa Clemente VII. È quindi evidente che il breve va attribuito a Bonifacio IX e datato conseguentemente al 7 maggio 1393, suo quarto anno di pontificato. Di questo documento è sopravvissuta una seconda copia (Basiliani XXXII, pp. 29-32) che, essendo perduta quella in forma autentica del bullarium del S. Basilio, è stata usata per l’edizione (infra, pp. 87-90).”. Dunque, il Breccia (…), riguardo questo documento postillava che: “Di questo documento è sopravvissuta una seconda copia (Basiliani XXXII, pp. 29-32). Ecc…”. Riguardo il fondo ‘Basiliani XXXII’, il Breccia a p. 21 scriveva in proposito che: “….che in una raccolta purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIII (20) ecc..”, e nella sua nota (20) sul fondo ‘Basiliani XXXIII postillava che: “(20) Questo fondo, costituito da 80 tra volumi rilegati, cartelle e opuscoli, costituisce il nucleo principale dell’ex archivio del S. Basilio ‘de Urbe’ restituito dai francesi dopo il Congresso di Vienna. Di qui in avanti verrà citato con la semplice dicitura ‘Basiliani’ con il numero dei volumi.”. Sempre sul documento di Centola, il Breccia a p. 37 aggiunge che: S. Maria di Centula 1. Basiliani XXXII, pp. 29-32 (copia di breve di Bonifacio IX, 7 maggio 1393, tratta dall’altra copia in forma authentica del S. Basilio) (79).”. Dunque, questo documento si trova custodito nel volume XXXII del fondo ‘Basiliani’ conservato nell’Archivio Segreto Vaticano a Roma, oggi detto “Archivio Apostolico Vaticano” i cui fondi non sono digitalizzati. Sempre sull’antico documento di Centola, il Breccia, a p. 42, in proposito scriveva pure che: “L’unica eccezione a quanto ora detto è costituito dalle pergamene di S. Giovanni di Stilo. Il gruppo attualmente in Vaticano (il Vat. gr. 2650 + il Vat. lat. 13118). Fu infatti rinvenuto nel 1925 dall’Holtzmann (…) nel Convento della Maddalena presso il Pantheon a Roma.”. Sul Codice Vaticano Latino 13118 completamente digitalizzato e conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana ha scritto C. Lilla, ‘I manoscritti vaticani greci. Lineamenti di una storia del fondo’ (Studi e testi, 415), 1939, riedizione. Forse in questo fondo troviamo anche il breve di papa Bonifacio IX. Sempre il Breccia, riguardo il documento in questione, a p. 43 scriveva che: “Per quanto riguarda poi il ‘Crypt. Z δ XII e il Vat. lat. 8201 è proprio il Menniti a fornirci la prova della loro presenza al S. Basilio. Un solo esempio: egli scrive, a proposito del breve di Bonifacio IX da lui stesso copiato nel ‘Bullarium’ del S. Basilio (e attribuito erroneamente a Gregorio IX: cifr. supra n. 30), ‘habetur in citato libro manuscripto bullarum Cryptaeferratae in archivi nostri collegii de Urbe folio 7.”. Dunque, è molto probabile che questo documento sia contenuto all’interno del Codice Cryptoferratense Z δ XII conservato pure nell’Archivio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata nel Tuscolano. E non poteva essere altrimenti essendo il breve di papa Bonifacio IX un documento che oltre ad interessare l’allora abate di S. Maria di Centola, di cui non si appura il nome, riguarda pure i due monasteri retti da Gennaro di Roma, ovvero il monastero di S. Nicola Veterani di Diano e S. Zaccaria di Sassano i quali erano grangie o dipendenze dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e dunque dipendenze dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano. Il Breccia, nella sua nota (79), postillava: “infra pp. 87-90”, di cui ivi pubblico la cattura dell’immagine:

Breccia G., p. 87

Breccia, p. 88

Breccia, p. 89

Breccia, p. 100

(Figg…) Il Breve di Papa Bonifacio IX tratto dall”Archivium Basilianum’ del Menniti (…) e, pubblicato dal Breccia (…), doc. n. 10 – pp. 87-88-89-90 

Sempre il Breccia, riguardo questo documento, a p. 24 scriveva che: “Per tutti questi documenti, fatta eccezione per gli originali, si risale dunque ad una sola fonte, il perduto ‘Bullarium Collegii S. Basilii’; ma da dove sono stati trascritti ? E qual’è la differenza tra la trascrizione ‘in forma authentica’ della bolla di S. Maria di Centula e le altre copie ?. Non ci sono elementi sicuri per dare una risposta a queste domande. Probabilmente la bolla per S. Maria di Centula venne trascritta, a differenza delle altre, in presenza di un notaio e corredata quindi della sua autenticazione; ecc…”. Stando alle parole del Breccia (…) pare che questo sia l’unico documento antico superstite e conservato nell’Archivio Segreto Vaticano che riguardi l’antichissimo monastero di Centola.  Il Breccia dice di questo documento del 1393, erroneamente datato dal Menniti all’anno 1230, in cui papa Bonifacio IX il 7 maggio 1393, “in seguito alla condotta indegna tenuta da Gennaro ‘de Urbe’, rettore di due chiese nella diocesi di Vallo della Lucania, affidata precedentemente all’abate del Monastero di S. Maria di Centula l’inchiesta relativa, ordina allo stesso che sia scelto come sostituto Canio Nugio di Diano.”. Dunque, papa Bonifacio IX aveva affidato all’abate di S. Maria di Centola l’inchiesta volta ad appurare i misfatti di un certo Gennaro di Roma che reggeva due chiese della diocesi di Vallo della Lucania (credo di Capaccio) e gli ordina di sostituirlo con Canio Nugio di Diano. Della cosa non parla l’Ebner, il Barra e il Cammarano. La notizia contenuta nel breve di papa Bonifacio IX andrà ulteriormente indagata. Nel breve papale del 1393 si parla di tre chiese rette da questo Gennaro de Urbe (di Roma), poste nella “Caputaquensis dioeceseos” (Capaccio) e poi aggiunge “il nostro diletto figlio  Januarius de Urbe, S. Nicolai Veterani de Diano (200) et S. Zacchariae propre Saxanum (201) ecclesiarum sine cura caputaquesnsis dioecesis rector, ecc…”. Il Breccia, a p. 87 nelle sue note (200) e (201) non sa di cosa si parla e dice solo che si tratta di un toponimo che deve localizzarrsi nel Vallo di Diano. Si tratta si di Vallo di Diano ma due due precisi monateri: S. Nicola Vetrani a Diano e S. Zaccaria di Sassano che secondo il breve papale erano retti da Gennaro di Roma. Un monaco romano chiamato ‘Januarius’. Dunque, Gennaro di Roma, rettore delle chiese del vallo di Diano: S. Nicola Veterani di Diano e S. Zaccaria di Sassano di cui ho scritto nel mio saggio su un altro monastero del vallo di Diano: il monastero di S. Pietro de Tumusso in Montesano, grancia del Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata. Forse il papa, con questo breve ha comandato che Canio Nugio di Diano sostituisse l’Abate di S. Maria di Centola nella vertenza contro Gennaro di Diano. Forse questo breve papale fu uno dei pochi documenti che Ferdinando Galiani riuscì a recuperare dalla ricerca dell’amico mons. Garampi. Come possiamo vedere,  nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: 2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria. 3 S. Zaccaria nel territorio di Diano. 4. S. PIETRO DI TAMAZZO nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. ecc..”,

martire, p. 150

i due monasteri citati nel breve di Bonifacio IX del 1393 dipendevano dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Tuscolo e dunque come io credo le vertenze che a questi monasteri o grancie o dipendenze facevano capo ad una “nulliu diocesis” come quella di S. Maria di Centola che era ancora indipendente dalla Diocesi di Capaccio. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc..”. Dunque, il Barra si sbagliava scrivendo che l’archivio dell’Abbazia di S. Maria di Centola si è completamente perduto e che nulla esiste sull’Abbazia di Centola, da come risulta negli Archivi Segreti del Vaticano.  Dei due monasteri citati nella bolla papale del 1393 hanno parlato diversi autori, come ad esempio Barbara Visentin (…) e Rosanna Alaggio (…). Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 e Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Edizione Laveglia, Salerno, 2004. Chi era il personaggio incaricato dal papa: “Canium Nugium de Diano” ? L’Antonini a p. 382 parlando della traslazione delle spoglie di S. Richerio, cita “….nella Cronaca di Guglielmo Nangio all’anno ‘987, si attribuisce cotal traslazione ad Ugone, padre di Ugo Capeto .”. Si tratterebbe di Guglielmo Nangio, ‘Gesta di S. Lodovico di Francia’. S . Lodovico di Francia sarebbe re Luigi IX. Ma questo testo più volte citato anche in altri non mi è riuscito di trovare. Forse si tratta di Guillaume de Nangis o Guglielmo de Nangiaco, e il suo Chronicon dal titolo: ‘Gesta Sancta memoria Ludovici regis Franciae’. Guillaume de Nangis, noto anche come Guglielmo di Nangis (… – 1300), è stato un benedettino e cronista francese. Era monaco presso abbazia di Saint-Denis; circa nel 1285 ebbe l’incarico di custos cartarum presso la biblioteca abbaziale. Dopo aver sicuramente lavorato sui manoscritti latini su cui sono basate le Grandes Chroniques de France, Guillaume scrisse un lungo Chronicon, riguardo alla storia del mondo dalla Creazione sino al 1300. Per il periodo anteriore al 1113 si tratta di una ripetizione del lavoro di Sigebert di Gembloux e di altri autori; ma dopo tale data contiene notizie nuove e di un certo valore. Altre sue opere sono: Gesta Ludovici IX; Gesta Philippi III, sive Audacis; Chronicon abbreviatum regum Francorum; e una traduzione di quest’ultimo lavoro in lingua francese, a beneficio dei laici (che di solito non conoscevano il latino).

Secondo wikipedia si tratta di Guglielmo Mangio. Si tratta dell’ Historia Rerum in Partibus Transmarinis Gestarum (Storia delle imprese d’Oltremare) o Historia Belli Sacri Verissima (Storia fedele della Guerra Santa) fu scritta da Guglielmo di Tiro nel Regno di Gerusalemme in latino medievale nella seconda metà del XII secolo. È un dettagliato resoconto scritto in latino della storia delle prime crociate e del Regno di Gerusalemme dal 1095 al 1183.

Nel 31 luglio 1423, la donazione di Giacomo Morra al vassallo Brancato Pistinello di Licusati

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Come c’informa un inedito atto in pergamena, redatto “apud terram Sancti Sanseverini de Camerota”, che pubblichiamo integralmente in appendice, il 31 luglio 1423 Giacomo Morra donò in proprietà e possesso irrevocabili (“in perpetuum donationis titulo et non revocabilis inter vivos”) al suo vassallo Brancato Pistinello di Licusati (“de Cusatis”) abitante in Sanseverino, in ricompensa dei suoi servigi, presumibilmente di natura militare (“vassalli affectione motus (….) accepto benefici gratus”), diversi beni stabili siti nelle pertinenze di Sanseverino: una casa in località San Cristofaro, confinante con via pubblica e via vicinale, soggetta ad annuo censo di un’oncia e mezzo alla corte feudale; una vigna in località “Campanella”, confinante con i beni di Biagio de Rosa, di Giovanni de Ielardi e di Giovanni de Petrillo, soggetta ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo; un terreno in località “Lisca”, confinante con la via pubblica, via vicinale e vallone, ugualmente soggetto ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo. Il documento fu redatto dal notaio Ciferio Britto (“Ciferius Brictum”) di Policastro (“de civitate Policastri”) e dal giudice annuale di Sanseverino Napolillo Bonavita (“Napulellus de Bonavita”)(3). E’ significativo che la solenne donazione, sottoscritta da molti autorevoli testimoni e giurata sul Vangelo dal Morra, s’inserisse nel contesto del diritto feudale e del rapporto vassallatico. La donazione era infatti a tutti gli effetti irrevocabile, alla sola condizione che il Brancati e i suoi successori avessero continuato a prestare l'”homagium” al feudatario e non riconoscessero altri signori (“accessisset ad aliquem domunum”). Non si trattava, quindi, di una pura e semplice censuazione, ma di una vera e propria investitura di beni feudali, effettuata, peraltro, senza nessuna autorizzazione legale da parte del sovrano, il che si spiega con la confusione politica attraversata in quel periodo dal regno di Giovanna II. Il fatto, poi, che la stipula dell’atto, rogato da un notaio “esterno” fatto venire da Policastro, non sia avvenuta, come ci si attenderebbe, nel castello di Sansverino, ma in una località indeterminata, e comunque in aperta campagna (“apud terram Sancti Severini de Camerota”) ecc…”. Il Barra (….), a p. 80, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Archivio di Stato di Benevento, Fondo Pedicini, Pergamena n. 1, che riportiamo in appendice al doc. 1”. Il Barra riporta integralmente la trascrizione scritta del documento a pp. 96-97-98.

Nel 18 marzo 1448, la visita apostolica di Atanasio Chalkeopoulos all’abbazia di S. Maria di Centola

Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), “I manoscritti greci di S. Elia di Carbone” (….) parlando del monastero di SS. Elia di Carbone a p. 97 scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “In quel tempo (a. 1458 visita di Atanasio) Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandrita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. L’abbazia aveva solo venti once d’oro di rendita e godeva di buona fama. Trascrivo il verbale della visita (f. 135) (17).”:

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Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: A metà del XV secolo, le condizioni del superstite monachesimo basiliano erano miserevoli, come attestano gli atti della visita compiuta nel marzo del 1458, per conto del cardinal Bessarione, dell’archimandita Atanasio Chalkéopoulos ai superstiti cenobi basiliani di S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Pattano e S. Maria di Centola (20). Quest’ultima apparve al Chalkéopoulos in condizioni relativamente ancora prospere e, al contrario di altri monasteri della zona, e soprattutto S. Cono di Camerota (21), godente di “laudabilem famam”……Nel 1458 la rendita ammontava a 20 once, pari a 120 ducati, e su questa cifra si attestò sino a metà ‘700. Capitalizzando la rendita al cinque per cento, si ricava che il patrimonio dell’abbazia aveva un valore – non enorme ma non disprezzabile per l’epoca – di 2.400 ducati circa. Come e quando il cenobio sia passato dai benedettini ai basiliani è ignoto. Ma l’evento deve sicuramente legarsi alla grande crisi del Trecento, all’estinzione di intere comunità monastiche e alla loro sostituzione con altre. Gli effetti della grande crisi secolare furono infatti vastissimi, e investirono in profondità tutti gli aspetti della vita del mezzogiorno, dalla demografia al paesaggio agrario, ecc….”. Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda. L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in commenda, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatta al monastero di S. Maria di Centola nel 1086. Il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…), a p. 17, scrive che:  “….La Badia di Centola restò Basiliana fino al cader del Medioevo. Ciò si rileva dagli atti della visita, che nel 1458 fece Attanasio Kalkeopoulos, archimandrita (15). E’ vero che vi trovò monaci di rito orientale, ed è comprensibile, però resta chiaro che la visita aveva lo scopo di constatare quanto ancora vi era di monachesimo basiliano, come era del resto in altre Badie, per es. il Patirion in Rossano. Anche se nel 1458 non c’erano monaci basiliani, lo spirito Basiliano era ancora vivo e fresco, tanto che stentò a morire. Ecc…”. Il Cammarano (…) a p. 18, vol. II, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Khalkeopoulos e Archimandrita: VEDI CAP. iv PAR. 5°. Callisto III: vedi cap. VI.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: Proveniente dal monastero di S. Elia di Carbone (13 marzo 1458), la commissione apostolica giunse a Centola il 18 marzo. Il visitatore trovò nel monastero di S. Maria solo un abate latino coadiuvato da un presbitero latino, ma senza monaci. L’abbazia che aveva solo venti once d’entrata godeva di buona fama. La commissione dopo aver elencato gli arredi e gli oggetti esistenti nel cenobio (17) e dopo le solite prescrizioni lasciò il monastero dirigendosi a Camerota. L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18). Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. L’Ebner, nelle sue note (17) e (18), postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata. Della visita a Centola, v. nelle Tavole la riproduzione del f. 135, la cui foto mi è stata cortesemente rimessa dall’archivista pr. Petta. Il Codice venne pubblicato da M.H. Laurent e A Guillou, in ‘Studi e Testi’ della Biblioteca apostolica vaticana n. 206. Per la visita al cenobio di S. Maria v. p. 158 sg del testo citato.”. Poi alla sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Alcuni autori locali, come La Greca e Di Rienzo, sulla scorta dell’Antonini (…), scrivono che l’Abazia Benedettina detta Santa Maria degli Angeli (…), sorse nell’anno 1207. Essi scrivono a p. 215 che: “Questa fu il centro della vita economica e religiosa del nuovo paese. I Benedettini infatti, organizzavano il lavoro, si occupavano dello smercio dei prodotti e all’occorrenza trasformavano il loro cenobio in fortezza. Così nel 1528 e nel 1580 quando cercarono di resistere all’assalto dei Saraceni; ma il paese e la Badia vennero saccheggiati.”. Biagio Cappelli (…), sulla scorta della ‘Liver Visitationis’, un resoconto della visita Apostolica eseguita da Atanasio Calceopoulos tra il 1457 ed il 1458, pubblicata da Laurent e Guillou (…), scriveva a p. 398 che: “Libri, argenti e stoffe non mancavano neanche nei monasteri del Cilento dei quali quello di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola, che lo ha soffocato nelle sue fabbriche meno di un secolo addietro, possedeva oltre un calice e una croce di argento e bei parati, tre manoscritti fra cui un libro corale; ecc..”. Dunque il Cappelli (…), sulla scorta del prezioso documento pubblicato da Laurent e Guillou (…), sulla Visita Apostolica di Atanasio Chalceopulos (…), ci dice che a Centola, dove attualmente si trova il Cimitero, vi era un antichissimo monastero di padri Basiliani, chiamato Santa Maria e che nel corso della visita Apostolica, ordinata da papa Callisto III, fu annotato che questo Monastero possedeva  “oltre un calice e una croce di argento e bei parati, tre manoscritti fra cui un libro corale; ecc..”. Dunque, il Monastero di S. Maria di Centola, era ancora visibile e funzionante nel 1458, mentre quello di San Giovanni a Piro era stato dato in Commenda al Cardinale Bessarione. Dell’antico Cenobio basiliano di S. Maria a Centola, rimane solo al centro del paese, il Campanile di S. Basilio (IX-X secolo), d’epoca romanica della Chiesa di S. Rosario (oggi demolita). Come si può vedere, nel testo di Agresta, del 1681, Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno (…),  da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…) (vedi Fig…), non viene citato Monastero di S. Maria di Centola come pure altri del Cilento. Dunque il Monastero figura solo tra quelli visitati nel 1458 dall’Archimandrita Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos), di cui abbiamo parlato. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, sulla scorta di (vedi nota (17)) M.H. Laurent – Guillou A. (…), accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Proveniente da S. Elia di Carbone (13 marzo 1458) la commissione giunse al monastero di S. Maria di Centola il 18 successivo. In quel tempo, e fino al 1620, Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. L’abbazia aveva solo venti once d’oro di rendita e godeva di una buona fama. Trascrivo il verbale della visita (f. 135) (17).”. L’Ebner, nelle sue note (17) e (18), postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata. Della visita a Centola, v. nelle Tavole la riproduzione del f. 135, la cui foto mi è stata cortesemente rimessa dall’archivista pr. Petta. Il Codice venne pubblicato da M.H. Laurent e A Guillou, in ‘Studi e Testi’ della Biblioteca apostolica vaticana n. 206. Per la visita al cenobio di S. Maria v. p. 158 sg del testo citato.”. Poi alla sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou, nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p. 269 parlano del “Monasterium S. Marie de Centula”, e in proposito scrivevano che: “S. Maria di Centola: près de Centola, prov. Salerno, dioc. Capaccio (= Vallo della Lucania). 41 D 6. – A) ‘Documents caméraux et visite apostolique: Inguanez, ‘Rationes 6610; Hoberg, ‘Taxae’, p. 229; Liber pp. 158-159.”. Infatti, i due studiosi a p. 158-159 del Le ‘Liber Visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos’, riportavano il testo del Verbale della visita apostolica dell’Atanasio, ovvero i fol. 135 e fol. 135v.  

Lat. 149, indice dei monasteri visitati

(Fig…) Atanasio Calkeopoulos, Ms. Lat. 149 (…), indice dei monasteri visitati

Calkeopoulos, Lat. 149, fol. 135, S. Maria di Centola.PNG

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “74 S. Maria di Centola”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 135 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

Pietro Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Bussento e l’Alento ecc..”. Dunque, l’Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Maria di Centola era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio ma essendo “nulliu dioeceseos” non fu sottomessa alle dipendenze del Capitolo Vaticano. Teodoro Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Atanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri.”. Silvano Borsari, nel suo ‘Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI) (…), a p. 85-86, riferendosi alle biblioteche possedute dai tanti monasteri italo-greci del Mezzogiorno d’Italia, scriveva che:  “Gli inventari delle biblioteche cominciano a diventare numerosi con il XV secolo. Un gruppo compatto è contenuto nel ‘Liber visitationis’ dell’arcimandita Atanasio Calceopilo, dell’anno 1457 (36), in cui sono riportati gli inventari di tutte le biblioteche monastiche basiliane della Calabria, della Basilicata meridionale e del Cilento meridionale, esclusa quella di S. Maria del Patir, e delle quali quindi noi possiamo conoscere la consistenza in un’epoca anteriore alle grandi spoliazioni avvenute nel XVI secolo (37).”. E quì il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Della visita Apostolica del 1457, di Atanasio Calceopulo si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” (vedi immagine da noi pubblicata) e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Nel settembre 1457 egli si trovava a Messina per passare a Reggio Calabria e il 10 ottobre cominciava la sua missione dal monastero di S. Giovanni Battista di Cataneto. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou. La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il Liber visitationis del Calkeopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Il Breccia (…), sulla scorta del “resoconto” della visita apostolica del 1457 di Atanasio Calceopoulos, scrive che si può dedurre la condizione di abbandono di tantissimi monasteri basiliani dell’Italia meridionale. Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Il grande interesse del documento da poco pubblicato il quale contiene il testo completo della Visita compiuta ai monasteri basiliani di Calabria, Basilicata e Campania dall’autunno 1457 alla primavera dell’anno successivo. Atanasio Calceopoulos, allorchè rcevette da Papa Callisto III la commissione per tale Visita, era archimandata del monastero del Patirion e per assolvere all’incarico si associò l’archimandrita Macario del monastero di S. Bartolomeo di Trigonia, presso Sinopoli, ed il notaio Carlo Feadacio. I tre viaggiatori, conclusero il loro viaggio il 5 aprile 1458 nel cenobio di S. Maria di Pattano nelle vicinanze di Vallo della lucania.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “Come si è detto, promossa dal Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, il pontefiche Callisto III (1455-1464) ordinò la visita ai monasteri italo-greci dell’Italia Meridionale (16) Il visitatore, archimandata Atanasio Calkeopoli, accompagnato dall’archimandata Macario e dal notaio Carlo Feadaci, iniziò le sante ‘Visitationes’ da Reggio (1 otobre 1457) concludendole piuttosto drammaticamente a Pattano il 5 aprile 1458. Proveniente dal monastero di S. Elia di Carbone (13 marzo 1458), la commissione apostolica giunse a Centola il 18 marzo. Ecc..”. L’Ebner, nelle sue note (17) e (18), postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata. Della visita a Centola, v. nelle Tavole la riproduzione del f. 135, la cui foto mi è stata cortesemente rimessa dall’archivista pr. Petta. Il Codice venne pubblicato da M.H. Laurent e A Guillou, in ‘Studi e Testi’ della Biblioteca apostolica vaticana n. 206. Per la visita al cenobio di S. Maria v. p. 158 sg del testo citato.”. Noi che possediamo il testo di Ebner, precisiamo che per la visita al Cenobio di S. Maria di Centola se ne parla nel Cap. V, 5 e a pp. 161-162 e non a p. 158. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “In quel tempo (a. 1458 visita di Atanasio) Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandrita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. L’abbazia aveva solo venti once d’oro di rendita e godeva di buona fama. Trascrivo il verbale della visita (f. 135) (17).”. Riguardo a ciò che scriveva l’Ebner nella sua nota (17), delle ‘Tavole’ del suo libro ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – la Baronia di Novi (…), non viene pubblicato il f. 135 (che riguarda la visita di Atanasio al Monastero di S. Maria di Centola) del Codice Cryptense Z D 12 ma, viene pubblicata la pagina f. 138 che riguarda Pattano. Riguardo questo antichissimo codice abbiamo dedicato ed ivi pubblicato il nostro studio e saggio “Il Bullarium Cryptense ed i nonnula iura et monimenta”, dove ho pubblicato alcune immagini di alcuni documenti originali tratti da questo antico codice latino, riprodotti in digitale. Pietro Ebner (…), nella sua nota (18), a p. 720, postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Recentemente ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”. Dunque, come si può leggere dalla cortese mail inviatami dalla dott.ssa Masciangioli, il diario di Atanasio Calkeopoulos è il manoscritto latino 149. Il Verbale del 18 marzo 1458, il Calkeopoulos, che l’Ebner (…), sulla scorta di M.H. Laurent- Guillou A. (…), riportava integralmente a p. 162 del suo vol. I di ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno ecc…’, era scritto: “Monasterium Sanctae Marie de Centola. Die XVIII° marcii visitatimus monasterium Sanctae Marie de Centula, in quo invenimus quendem abbatem latinum. Que abbacia valet uncias XX; de quò accepimus laudabilem famam et invenimus in ea bona introscripta: casubla I de belluto russo, casubla I de seta, tonicelle due, pluviale unu, mitria unu, groche I, cammisu unu, stole III, amictu I, casubla I blanca, calice unu de argento, coperta I de altaro, cruce una de argento, candileri dui de stayinu, rigleri dui, missale uno, libru I de cantu, breviarum unu, bancale I, tobagla I, tobagle VI, bucte XVIII; et in casali bucte IIII, tine II, lectu I, casa I, para due de lenzuoli, capitale I, curtina I, matarazu I, zappe II, achecte II, assime unu, cugnata I, plactelli VI de piltro, servienti IIII, caldare III, camastra I, tobagle II de tabula, carpita I / Deinde facimus moniciorem et dedimus ei capitula intrascripta, videlicet: / Vacat.”. L’Ebner pubblicò il foglio n. 138 (vedi immagine sopra) che riguardava la visita la Monastero di S. Maria a Pattano (SA), una località vicino Vallo Scalo. Oggi pubblichiamo l’immagine inedita del foglio n. 135 v. che illustra il diario o il verbale della visita del 18 marzo 1458, del vicario apostolico Atanasio Calkeopoulos al Monastero di S. Maria di Centola a Centola:

Calkeopoulos, Lat. 149, fol. 135, S. Maria di Centola.PNG

img_7231.jpg

(Fig…) Ebner, ‘Storia dei…’, tavola 25 (…), ma è quella che riguarda il Monastero di Pattano

Liber visitationis.PNG

(Fig…) Atanasio Calkeopoulos, Ms. Lat. 149 (frontespizio) conservato alla BSMN

Nel 1450, Pietro Luigi Morra, abate mitrato dell’Abbazia di S. Maria di Centola

Altra interessante notizia riferita dal Barra e già citata dall’Ebner,  a p. 73 scrive intorno a S. Maria di Centola è il seguente scritto: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un ptronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Infatti, si tratta del testo a stampa del 1629 di Marco Antonio de Morra, ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, pubblicato a Napoli, si veda p. 71. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 70 su Centola

(Fig…) De Morra, op. cit., p. 70

Nel 1455-1456, Casaletto, Capizzo e Centola erano feudi posseduti da Carlo e Alfonso de Sangro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nel 1456 Casaletto, Capizzo e Centola erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro, investiti di quei feudi dopo la morte del padre Paolo (4).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (4) postillava che: “(4) Ebner, Storia cit., pp. 137 sgg., 192, 201, 207, 217 e 246. Cfr. pure nel mio saggio ‘Economia e società cit., I, p. 262.”. Dunque, Ebner scriveva che nel 1456, i feudi di Centola, Casaletto e Capizzo erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro. I fratelli de Sangro avevano ereditato i feudi dal padre Paolo di Sangro. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 137-138, parlando della Baronia di Novi ai tempi degli Aragona, in proposito scriveva che: “2. Re Alfonso continuò a mostrare la sua cordiale benevolenza nei confronti del fedele Giovanni Antonio Marzano tanto da favorire il matrimonio di Marino, figlio unico del Grande ammirato, con la propria figlia Eleonora, cui diede in dono il principato di Rossano e buona parte della Calabria. Al medesimo barone di Novi, il sovrano donò Gioi, ……Ciò fu possibile perchè la baronia di Novi, passata dai Normanni de Mànnia ai discendenti cadetti dei principi longobardi di Salerno, secondo il diritto longobardo era divisibile. In quel tempo l’antica baronia era diventata un mosaico di feudi. Capizzo, con Casaletto e Centola (a. 1455) erano posseduti da Carlo e Alfonso di Sangro, investiti del feudo di Centola e casali anzidetti per la morte del loro padre Paolo (N Q f 58 e 59). Sala e Salella (N Q f 163), come l’odierno Vallo della Lucania (N Q f 62), già posseduti dai della Ratta di Caserta……Il 28 luglio 1429 (errore di trascrizione nel R Q per 1459) re Ferrante vendette per 1500 ducati (R Q 7, f 94) a Nicola da Procida, conte di Aversa, le terre di Laurito e Vibonati (R Q f 87).”. Dunque, anche in questo scritto Ebner chiarisce che secondo i Registri ancora esistenti, quelli che non sono andati distrutti in occasione dell’ultimo conflitto mondiale, ed in particolare i Registri Aragonesi, in particolare i Notamenti ai Repertori dei Quinternioni, nel 1455, i feudi di Centola, Capizzo e Casaletto erano stati ereditati dal padre Paolo di Sangro ai figli Carlo e Alfonso di Sangro (N Q f 58 e 59). Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, nel vol. II, a p. 262 parlando di “Centola”, in proposito scriveva che: “vedi vol. II”, ma non dice nulla, forse un errore di trascrizione.  

Nell’11 giugno 1464, una incursione dei Saraceni d’Africa e la distruzione della Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 375-376-377, in proposito scriveva che: “ultima sua ruina, poichè non essendo più tale, che potesse in quei confusi, scelerati tempi sicura mantenervisi la gente, cominciò pian piano a mancar di abitatori; e quei casali (I) ch’erano della Città dipendenti, pure cominciarono a fare lo stesso, in modo che nella final sua ruina del MCDLXIV pochi abitati ve ne erano. Finalmente toccolle vedere l’ultima sua desolazione, poichè essendo la notte degli undeci di Giugno MCDLXIV. sbarcati nel porto di Palinuro molti Saraceni d’Africa, sollecitamente e col dovuto silenzio s’avviarono alla Molpa….

Antonini, p. 375

Antonini, p. 376

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”. L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”Sulla distruzione della Molpa e di Pisciotta nel 1474 ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta, nella sua nota (7) postillava che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che fu saccheggiata: “…dai saraceni a più riprese (680-705-802-828-931-1113),…..ed infine dai pirati saraceni nel 1464, quando anche Pisciotta, apparteneva alla Molpa.”. Anche Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Su questa distruzione della Molpa, di Camerota ecc.., ha scritto anche Onofrio Pasanisi (…), nel suo saggio ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII. Questa notizia viene riportata pure dal sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, dove, a p. 165 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Alla fine, nel 1464, in occasione del saccheggio da essa subito per mano degli Arabi del Barbarossa, che nella notte dell’11 giugno l’assalirono violentemente, scacciandone gli abitanti e traendone prigionieri altri, i superstiti, dimoranti dapprima in “pagliare”, si ritirarono, come abbiamo detto innanzi, nel casale di Pisciotta (14).”. Il Vassalluzzo, a p. 165, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Silvestri A., La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956, pag. XII.”. E’ strano che il Vassalluzzo chiami questo corsaro d’Africa “Barbarossa”. Il Vassalluzzo, sempre in riferimento a questa notizia, a p. 152, parlando di Pisciotta, in proposito scriveva che: “Il suo sviluppo, questo borgo, lo ebbe verso la seconda metà del XV secolo, quando, nell’anno 1464, assalito e distrutto dai corsari musulmani il castello della Molpa, gli abitanti superstiti si rifugiarono su queste balze e ingrossarono il numero della popolazione già ivi esistente (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 152, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cirelli F., op. cit., pag. 64. Giustiniani L., op. cit., t. VII, p. 205.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”.

Nel 1464, Pisciotta e la Molpa nella ‘Cronaca’ ( o Relazione) del notaio Giovanni Antonio Ferrigno

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”. Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Due miglia poi sul mare, è la grossa Terra di Pisciotta (I), con un Monistero di Frati Francescani….ed a’ giardini danno, malamente dal Signor Gatta allogata nel ‘Vallo di Novi’ al fol. 300 della sua ‘Lucania Illustrata’. Tutte le frutta, e l’oglio sopra tutto, che in quantità grande produce, io lo ripongo fra i più belli del Regno. Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV fu da Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc... L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti.”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Riguardo questo manoscritto, Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: L’Antonini (p. 375) attribuisce a Molpa tre casali (S. Serio, Boregana e Castelluccio) e forse ancora un altro (Trivento), di cui non vi è altra notizia che quella citata dall’Antonini del 1546 (tavola Valente, f. 215, del processo innanzi al SRC tra Anonio Caracciolo e i suoi Creditori).”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

L’Antonini (…), a p. 375, riguardo questi luoghi, nella sua nota (2), postillava che: “Questi casali erano S. Serio, Busagano, Castelluccio, siccome vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”. Dunque, riepilogando, se nella sua nota (2), a p. 330, l’Antonini postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”, sempre l’Antonini, a p. 375, nella sua nota (2) postillava che: nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”, ovvero che l’Antonini ci dice che il manoscritto del Notaio originario di Pisciotta Giovanni Antonio Ferrigno doveva essere allegato in un Processo del Sacro Consiglio per Don Antonio Caracciolo…….

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”.

Nel 1483, il Liber rationum

Nel 1483, nel ‘Liber rationum’ Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardo feudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.

Nel 1518, l’Abbate Guarini e la ricerca del corpo di S. Richerio

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 714, in proposito scriveva che: “Centola è ubicata dall’Antonini (10) su una collina e fino al 1529 casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464). Poco lontano era un monastero di cappuccini e a mezzo miglio, sulla via per Sanseverino, era l’antica abbazia, ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal vescovo di Capaccio. Nella chiesa si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che nel 1593 l’Abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore (11). L’errore in cui caddero sia il cardinale Bessarione che l’Ughelli è dovuta all’omonimia con Centola di Francia, dove i sacri resti sono conservati.”. Ebner, a p. 714, nella nota (11) postillava che: “(11) La notizia si rileva dalla Cronaca locale di un certo Venceslao di Centola. “Nell’anno MDXVIII lo signor Vicario Guarini, Abate de Centula fece scavare molto assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo Corpo di San Ricario, et nce fice la processione et quase tutta Centola degiunò, et si confessarono et communicaro, et non si ritrovò niente”.”. Dunque, Ebner riferendosi all’Abbazia (Badia) di S. Maria di Centola scriveva che, secondo il monaco “Venceslao di Centola”, un monaco che poi vedremo ne ha parlato il Cammarano (….), scriveva che nell’anno 1518, l’Abate Guarini, abate del tempo, fece scavare avanti e dietro l’altare maggione della chiesa per cercare le sacre spoglie di S. Ricario. Ebner, scriveva che ciò accadde nel 1593 e scrive pure che sia l’Abate Guarini che il Cardinale Bessarione si sbagliarono. Il barone Giuseppe Antonini (…), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 349 parlando del casale e villaggio di Centola, in proposito scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana, sulla via che mena da S. Severino, trovasi un’antica da passati Abati malmenata Badia (2), che fu già de’ PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa ha la spiritual giurisdizion nella Terra, e nel Clero se non quanto in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi da’ paesani trovarsi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che ‘l Maurolico malamente chiama Riario; e tanto più il credono, quanto ‘l ‘Cardinal Baronio’, nelle ‘note’ al ‘Martirologio’ a’ XXVI aprile, nulla ha detto di questo dubbio, e l’Abate Ughellio l’ha ciecamente seguitato, con aggiugnerci anche alcuna cosa del suo. Le parole del Martirlogio sono: “In Monasterio Centula S. Richarii Presbyteri, & Confessoris”. L’abbaglio e l’equivoco è nato dal nome di ‘Centola’, di cui simile è l’altro in Francia, ove effettivamente il corpo di S. Ricario si trova.”.

Antonini, p. 349

L’Antonini racconta la notizia dell’Abate Guarini a p. 352. Nella chiesa di Centola, confusa con la chiesa di Centola in Francia si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che nel 1593 l’abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore. L’errore in cui caddero sia il cardinale Baronio ed il Bessarione che l’Ughelli è dovuta all’omonimia con Centola di Francia, dove i sacri resti sono conservati. L’Abate Ferdinando Ughelli (…), nella sua ‘Italia Sacra’, parlando dei “Caputaquense Episcopi” (vescovi di Capaccio), tomo VII, p. 663, ci parla della chiesa di Centola e crede, erroneamente, che li sia morto San Ricario (…). L’Antonini (…), disserta su S. Ricario che fu abate di una chiesa di Centola, erroneamente creduta dall’Ughelli (…), la nostra Centola, tanto che gli abitanti del luogo, scrive l’Antonini, credono “trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che il Maurolico, chiama Riario”, ma si è potuto accertare essere un paese della Francia:

Antonini, p. 350

Antonini, p. 351

Antonini, p. 352

(Fig….) Antonini (…), pp. 347-348-349-350-351-352, dove ci parla di Centola e di S. Richario

Ughelli, tomo VII, p. 663

Ughelli, tomo VII, p. 664, su S. Nazario

(Fig….) Ughelli (…), I ed., tomo VII, pp. 663-664

Sul corpo di S. Ricario e sull’equivoco sorto intorno all’Abbazia di S. Maria di Centola ha scritto anche Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., che diceva che: Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). In effetti, S. Maria di Centola non compare mai nella pur ricca agiografia dei santi italo-greci che abbiamo già citata…... Il Barra (…), a p…., nella sua nota (14) postillava sulla bibliografia utile a riguardo l’Abbazia francese e postillava che: “(14) …………”.

L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”.

Centola, feudo in tempi moderni

Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 347 e s., ci parla di Centola. Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 347, in proposito scriveva che: “però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè…..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”. Centola è ubicata dall’Antonini su una collina e fino al 1529 fu casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464) e, poi dei Pappacoda, che la governarono col titolo di Principi. Dunque, l’Antonini scriveva che fin dall’anno 1529 (secondo me vi è un errore 1129) Centola era un casale di S. Severino (ieri detto di Camerota), il casale della Baronia dei Sanseverino. Il casale di Centola, secondo l’Antonini, fu smembrato “in quanto alla giurisdizione” e poi aggiunge che Centola si ingrandì subito dopo il 1464, che avvenne l’incursione dei “Saraceni d’Africa” che distrusse definitivamente la Molpa.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”.  Centola è ubicata dall’Antonini su una collina e fino al 1529 fu casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464) e, poi dei Pappacoda, che la governarono col titolo di Principi. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria. Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda (2). L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in Commenda, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3) Ecc…..”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “In quel tempo (a. 1458 visita di Atanasio) Centola era un casale di Camerota.”. L’Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: “Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non vennevisitato nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano). Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (…), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola)…”. Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parlando di Centola, in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ecc…”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto da dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Probabilmente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, ricorda  (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Anche Camillo Tutini dice di Rofrano posseduto da conte Alemagna di Buccino, insieme con Balbano, Laviano, Ricigliano e S. Lorenzo, aggiungendo poi (p. 85) che Rofrano apparteneva al conte Giacomo Gaetani, notizia che troverebbe conferma in un documento aragonese del 1445. Dalle ‘Fonti aragonesi’, infatti, si apprende del conte di Fondi e del pagamento “pro feudali servicio seu adoha terre Rofrani que est Jacobi Gaetani fratris sui duc. sexaginta” (7). Non sappiamo se in quel tempo il cenobio di S. Maria continuasse a celebrare con rito greco. Certo è che non vi si recò la commissione apostolica presieduta dall’archimandrita Atanasio Calkeopilo nel 1458 per visitarlo. Non è da escludere, però, che l’avesse fatto perchè quel cenobio dipendeva direttamente da Grottaferrata. Nè conosciamo se era passata in commenda e quali furono gli abati commendatari.”. Sempre Ebner in un altro testo scriveva che: “Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Per ribellione di costrui, il feudo fu avocato al fisco.”. Dunque dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. 

Nel 1528, la fine dei Morra e la confisca dei beni

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 81 e s., in proposito scriveva che: “La crisi dei Morra precipitò nel 1528, con l’adesione al partito francese. Giacomo Morra subì infatti la confisca del feudo, la cui rendita veniva valutata in 460 ducati annui, e che così veniva descritto in un documento fiscale spagnolo del 1532 (4).”. Il Barra, a p. 81, nella sua nota (4) postillava che: “(4) N. Cortese, Feudi e feudatari napoletani della prima metà del Cinquecento, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n.s. a. XV, 1929, p. 36.”

Nel 1532, i feudi e casali di Centola, Capizzo e Casaletto a Girolamo di Sangro  

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1532 il re investì Sigismondo di Sangro, per la morte del padre Alfonso, dei suddetti casali, con tutti i loro diritti, giurisdizioni, mero e misto imperio e cognizione delle prime cause. Il compilatore dei Quinternioni (5) tenne a segnalare che i predetti casali vivevano “iure Langobardorum”. Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6). Nel 1603 Maria Rosso, laica in ‘capitulis’, figlia di Ascanio Rosso, rinunziò a Centola donando il feudo allo zio Mario Rosso (7). Ecc…”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Ecc…”. Sulla famiglia dei di Sangro a Centola ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, Gianalfonso de Sangro vendè nel 1516 il feudo a Giannicola Origlia, per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9). Sequestrato nel 1528, il feudo fu concesso a un dignitario fiammingo di Carlo V, Stefano Croppen (10). Nel 1539 i de Sangro vendettero per 9600 ducati la Molpa e Pisciotta al nobile italo-spagnolo Ferrante Bisbal, il quale aveva effettuato l’acquisto per conto di suo nipote Antonio Caracciolo.”. Il Barra, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Sempre il Barra, a p. 86, in proposito scriveva che: “Già all’epoca della signoria dei Morra i rapporti dei feudatari con i vassalli non risultarono sempre felici, come pure non mancarono controversie, giurisdizinali e di confini, con i feudatari vicini. Abbiamo ad esempio notizia di una controversia insorta nel 1459 tra Sigismondo de Sangro, barone di S. Sergio, e Giacomo Morra, barone di Sanseverino, a proposito di alcuni abitanti di S. Sergio che desideravano trasferirsi a Centola (20).”. Il Barra, a p. 86, nella nota (20) postillava che: “(20) “Atti del magnifico Gismondo de Sangr, possessore del casale di Sergio (sic), con lo magnifico Iacomo Morra, possessore della Terra di Sanseverino, e casale di Camerota, sopra la petizione di certi vassalli che habiano da rehabitare nel detto casale di Centola – 1459″ (ASN, Processi antichi della Sommaria, f 72, n. 5731).”.

Nel 1538, il feudo di Centola da Girolamo Morra passò ad Annibale Antonini, avo di Giuseppe

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 81- 82 in proposito al feudo di Centola faceva notare che: “Benchè avessero in seguito ottenuto la restituzione del feudo, le fortune dei Morra continuarono a declinare. Già nel 1531 Giacomo orra era stato costretto ad alienare le entrate feudali per 300 ducati annui al cugino Annibale Galeota. Il 29 luglio 1536 Giovanni Antonio cedette a Vincenzo Filangieri “la terra di San Severino con lo suo Casale di Centula” per 1700 ducati (la rendita si valutava in 360 ducati annui), ma ricomprando il feudo il 23 febbraio 1537 (5). Nel 1545, intanto, l’Università di Centola citò in giudizio sia Giovanni Antonio Morra che Mario Galeota per il reintegro nell’eserczio della giurisdizione delle “prime e seconde cause” (6). Ecc….Nel 1538, infatti, Girolamo Morra alienò definitivamente Sanseverino ad Annibale Antonini, antenato dello storico settecentesco, “cum castello, et castellano, et feria Sanctae Margaretae” (l’antica fiera di S. Margherita costituiva un’evento commerciale di grande rilievo per tutto il basso Cilento, e la sua giurisdizione risultava quindi assai lucrosa. (7).”. Il Barra a p. 82, nella sua nota (7) ci ricorda che questa notizia ci fu data proprio dallo storico settecentesco Giuseppe Antonini nella sua Lucania, a p. 348, vol. I. Giuseppe Antonini a p. 347 (non come scrive il Barra a p. 348), vol. I della prima edizione, parlando del piccolo casale di Sanseverino “La Terra di Sanseverino” scriveva che: “Il suo Castello, …..e fino all’anno MDXXXVIII, era ancora ben tenuto, poichè Girolamo di Morra, che lo possedeva in quell’anno vendendolo ad Annibale Antonini, dice nell’Istromento, che ne fu stipolato dal Notar Lorenzo de Pauceriis, “cum Castello, & Castellano, ecc..”. Dunque, il feudo di Centola con il piccolo casale di Sanseverino, dal 1538, epoca in cui nacque lo storico Camillo Porzio appartenne ad Annibale Antonini antenato dei due fratelli Annibale e Giuseppe Antonini e da quì una serie di legami con la storia ed i documenti storici del territorio.

Nel 1559, il feudo di Centola fu acquistato indirettamente, da Camillo Porzio, il noto storico

Camillo Porzio, che era divenuto il feudatario di Centola acquistandolo nel 14….., nel 1580 dettò le sue volontà testamentarie e donò il feudo e tutto quanto avesse alla figlia Fulvia Capece Scondito, figlia di sua moglie………………morta vedova. Camillo Porzio, suo patrigno, nacque a Napoli nel 1526 o nel 1527 da Simone e da Porzia d’Anna, di nobile famiglia napoletana. Ebbe sei fratelli tra i quali Antonio, che nel 1557 divenne vescovo di Monopoli, e Giacomo, che militò con gli spagnoli nelle guerre contro i turchi. Dopo la morte del padre, avvenuta il 27 agosto 1554, Porzio, che esercitava a Napoli la professione forense, si dedicò personalmente ad amministrare i beni della famiglia, occupazione che dovette assorbirlo molto, come è possibile dedurre da una lettera inviatagli da Girolamo Seripando il 27 giugno 1559, nella quale l’ecclesiastico si lamentava con l’amico perché non aveva mantenuto la promessa di andare in visita da lui a Salerno, dove, dal 1554, era arcivescovo. Nel 1559 Porzio riuscì ad acquistare il feudo di Centola, nel Cilento, messo all’asta dalla nobile famiglia degli Alagna. Un’operazione immobiliare prestigiosa quanto complicata, destinata a creare duraturi contrasti fra gli eredi di Porzio, in quanto la proprietà, acquistata con somme versate da Porzio, fu intestata però al cognato, Marino Russo. Sull’operazione immobiliare “prestigiosa”, come la chiama la Treccani, dell’acquisto del feudo di Centola, che però rimase intestato a suo cognato, Marino Russo, ha scritto Francesco Barra (….), nel capitolo IV: “Camillo Porzio signore di Centola e di Sanseverino”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “….il Feudo era finito, dopo vari passaggi, a Rainaldo d’Alagno, signore di Mottola. Questi, che versava in gravi difficoltà finanziarie (1), alla fine si vide messo all’asta il feudo a istanza dei creditori Sebastiano di Sarno e la moglie Lavinia Morra. Centola venne aggiudicata nel 1559 a Marino Russo, quale ultimo licitatore, per 4760 ducati, “con grande invidia de li concurrenti suoi”, come riferiva Antonio d’Afeltro al cardinale Seripando (2). Ma il vero acquirente era in realtà lo storico e giurista Camillo Porzio (1526-1580, del quale il Russo era cognato. Difatti, quando nel 1558 il feudo diCentola venne messo all’incanto, Porzio fu esplicitamente invitato a effettuare l’acquisto, non solo perchè disponeva di doviziosi mezzi, il che lo sollecitava ad “acquistar nobile possessione”, ma anche per rendere un servigio ai Morra, di cui l’Alagno era cugino, e soprattutto al cardinale Girolamo Seripando (1493-1563), arcivescovo di Salerno, parente a sua volta del l’Alagno, che l’aveva esplicitamente sollecitato insieme a Placido di Sangro, signore di Camerota etc…”.

Nel 1559, all’epoca del Porzio, Giovan Ferrante Seripando, abate mitrato dell’Abbazia

Il Barra, a p. 111 accennava del Cardinale Seripando che aveva caldeggiato l’acquisto del feudo ed in proposito scriveva che: “In effetti, il cardinale parlava non genericamente ma con cognizione di causa, poichè oltre ai suoi legami di parentela coi Morra, suo fratello Giovan Ferrante era abate commendatario di S. Maria degli Angeli di Centola.”.

Nel 20 giugno 1564, con la bolla “Insuper eminenti” di papa Pio V (o papa Pio IV ?), l’Abbazia di S. Maria degli Angeli venne aggregata in Commenda al Capitolo Vaticano della SS. Cappella del Presepe in S. Maria Maggiore a Roma (?)

Il sacerdote Giovanni Cammarano, nel suo ‘Storia di Centola’, vol. II dedicato alla ‘La Badia di S. Maria‘, a pp. 136-137 parlando di “2. Quando la Badia diventò commenda”, in proposito scriveva che: “Della prima (196), fino al momento, non si conosce la data precisa perchè, nonostante le ricerche, non è stato possibile avere sottocchio il documento.“. Il Cammarano a p. 136, nella sua nota (196) postillava che: “(196)  Della prima, secondo il Venceslao II fu dichiarata commenda nel 1564-65.”. Il Cammarano per Venceslao II si riferiva ad un abbate che aveva lasciato un manoscritto di cui ho già parlato. Sempre il Cammarano a p. 137 continuando a scrivere sull’argomento, non essendo d’accordo neanche sul Venceslao II in proposito citava l’Ebner e scriveva che: “L’Ebner non cita la fonte, per cui resta insoluta la data del passaggio in commenda. Comunque stando a questo passo la Badia di Centola sarebbe passata in Commenda nella seconda metà del 1400. Lo stesso Ebner, a prescindere che non conosceva per niente la storia di Centola, era tanto insicuro, per quanto riguarda la commenda, che cadde in contraddizione. Infatti in CBPC a p. 559 scrive che “Nel secolo XV, Papa Pio IV con la bolla “Insupereminenti del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in commenda al capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme ad altre quattro abbazie viciniori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti”. La citazione di Ebner, che pare abbia attinto dal Di Luccia (197) a p. 127, a prescidere dalla contraddizione, pecca di imprecisione. Difatti contiene i seguenti errori: !) Nel secolo XV, mentre è il secolo XVI se è vero che la bolla è datata il 20 giugno 1564. 2) Nella stessa bolla si parla delle Badie di S. Nazario e di S. Pietro di Licusati e quindi non fa menzione delle Badie di Eremiti-Castinatelli, di Cuccaro e di Bosco e tantomeno di Centola. La bolla non comincia, insuper eminenti, ma “In superminenti” (198).”. In seguito alle affermazioni del Cammarano ho cercato di approfondire la questione. Intanto riguardo i punti 1) e 3) del Cammarano direi di dargli ragione. Riguardo invece il punto 2) la questione va ulteriormente approfondita. Intanto il Cammarano contraddice se stesso se è vero che a p. 13, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il nome abate, ha molteplici suddivisioni: abate de regimine governa soltanto il proprio monastero; abate nullius dioecesis ha autorità su un territorio eparato dalla diocesi, alla diretta dipendenza della S. Sede, e fu il caso di Centola; abate commendatario, al quale veniva conferita un’abbazia in commenda cioè in affidamento, alle dipendenze della S. Sede, e si verificò per Centola dopo il 1564. Ai tempi di cui intendiamo parlare per avere il titolo abate erano sufficienti la tonsura e un ordine minore. Alcuni di questi abati avevano il privilegio di portare la mitra, insegna vescovile, per cui si chiamavano abati mitrati. E l’abate di Centola godeva di questo privilegio.”. Il Cammarano si riferiva a Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, dove parlando della chiesa di Bosco scriveva che:  “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, coadiuvato da un agente residente a Napoli con il compito di controllare l’opera del vicario locale (12)”Pietro Ebner (….), a p. 559, vol. I, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Di Luccia, cit., p. 127 e ssg.”.Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), riferendosi alla chiesa locale di Bosco postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Dunque, Pietro Ebner parlando di Bosco e della sua Abbazia di S. Nicola scriveva che questa insieme ad altre abbazie del basso Cilento furono aggregate alla Santa Sede dalla bolla di papa Pio IV il 20 giugno 1564. Pietro Ebner postillava di Pietro Marcellino Di Luccia (….), ovvero traeva la notizia dal Di Luccia (….), ovvero da p. 127 del suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 127. Rileggendo però il Di Luccia (….) a p. 127 e ssg., non si evince quanto sia stato scritto da Ebner. Il Di Luccia, a p. 127 ci parla di S. Giovanni a Piro e del suo territorio. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1991, nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′ (…), forse sulla scorta dell’Ebner a p. 110 e s., ci parla di Bosco e, scriveva in proposito che: “Nel secolo XVI, Papa Pio IV (Giovanni Angelo Medici), con la Bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, in Commenda, al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro Badie viciniori: Licusati, S. Nazario, Centola ed Eremiti. La chiesa di Roma ne esercitò la giurisdizione spirituale a mezzo di un vicario apostolico, coadiuvato da un controllore residente in Napoli.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., riferendosi all’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola, in proposito scriveva che: “Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze della S. Sede, da allora gli abati beneficiari vennero sottratti al patronato feudale e la loro nomina spettò direttamente al pontefice (l’ultimo di essi, come vedremo, fu Ferdinando Galiani nel 1748).”. Il Laudisio invece era di diverso avviso. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”Forse però questi autori sbagliano in quanto nel 1564 non era papa Pio V ma papa Pio IV. Infatti, Papa Pio V, al secolo Antonio (in religione Michele) Ghislieri è stato il 225º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, sovrano dello Stato Pontificio, dal 7 gennaio 1566 alla sua morte. Invece, papa Pio IV, nato Giovanni Angelo Medici di Marignano è stato il 224º papa della Chiesa cattolica, dal 1559 al 1565. Dunque, papa Pio V (o papa Pio IV), con la sua bolla emessa l’anno 1564 aggregò in Commenda (cioè in affidamento) alle dipendenze della Cappella del Presepe, della S. Sede Apostolica di Roma, alcune abbazie tra cui quella di S. Pietro di Licusati, l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia e S. Nazario ecc… Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria. Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda (2). L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in Commenda, ecc…”. Dunque, secondo Ebner l’Antonini affermava “ai suoi tempi” quindi, nel 1700 che, l’Abbazia era ancora in Commenda. Pietro Ebner (….) a p……, vol. I, nella sua nota (2) postillava che: “(2) L’Antonini scrive che tra le rendite della badia vi era anche un mulino in località Mandrano, già scomparso ai suoi tempi.”.Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando di S. Severino di Centola, in proposito a p. 349 scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana sulla via, che mena da S. Severino, trovasi un’antica dà passati Abati malmenata Badia (2), che fu già dè PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa la spiritual giurisdizione nella Terra, e nel Clero, se non quando in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi dà paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario ecc…”. Sulla questio della salma di S. Richerio ritorneremo in seguito. L’Antonini, a p. 349 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Fra le rendite, che aveva questa Badia, trovasi registrato il molino, ivi vicino nel luogo detto Mandrano, di cui appena oggi si conoscono i vestigj, e l’acque, che facevan macinarlo, si vedono in gran parte mancate, o forse invertite ad altro uso.”. L’Antonini (….), a p. 351 parlando sempre dell’Abbazia di S. Maria di Centola e del piccolo casale di Centola vicino a quello di S. Severino, in proposito scriveva che: “E finalmente P. ‘Lubin’ nella ‘notizia dell’Abbazie d’Italia’ fol. 97 lit. C le stese cose ci conferma: ‘Abbazia titulo S. Mariae de Centula Ordinis S. Benedicti Dioecisis Caputaquensis (Capaccio) ut refeit Ughellius tom. 7. p. 663. qui nominis similitudine deceptus, huic Coenobio attribuit Sanctum Richerium Monasterii Centule in Gallia fundatorem. Haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc Caenobio incolatu. Vide notas nostras in Martyrol. Tab. 3. pag. 52.”.

Antonini, p. 351

(Fig….) Antonini (…), p. 351

Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 70, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Anche A. Lubin, ‘Abbatiarum Italiae brevis notitia’, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”. Il Barra (….), proprio sulla scorta dell’Antonini e dell’Ebner si riferiva al padre Agostino Lubin (….) ed al suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, dove a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola: “Abbatia titolo S. Maria de Centula, Ordine di S. Benedicti, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; ut refert Ughellus tomo 7, pag. 663. qui nominis similitudine deceptus huic Coenobio attribuit S. Ricarium Monasterii Centule in Gallia fundatorem, haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc loco incolatu. Vide notas nostras in Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’ Oppidum in Colle situm, in Regni Neapolitani Provincia, Principatus Citerior dicta; qualtuordecim passum mill. à Policastro distans; versùs Occidentem. In Cod. Taxarum D. Passionaei; sic legitur S. Maria de Angelis de Centula, Ord. S. Benedicti alias nullius Diecesis.”. Dunque, il Lubin ci dice alcune notizie riguardanti l’Abbazia come risultava dalle sue ricerche nell’anno 1693. Il Lubin scrive che: “Abbazia di S. Maria del titolo Centola Ordine S. Benedetto, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; in effetti Ughellus vol 7, p. Ingannato dalla somiglianza del suo nome, a questo si attribuisce a p. 663 all’attiguo Convento di S. Ricario in Francia, fondatore del monastero di Centola, affermiamo che queste cose sono più veramente in luogo di soggiorno: dai diuturniori nostro Dio per questo. Alla Sede Romana. Vedi nota nostra nel Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’, città del Regno di Napoli in Provincia Citeriore; distante qualtuordecim miglia. Policastro da lontano; direzione ovest. In Cod. D. le emozioni sono tassate; Così leggiamo di S. Maria degli Angeli Centola Ordine di San Benedetto nulliu Diecesis (di nessuna Diocesi = indipendente)”. Padre Agostino Lubin (…), nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola:

Lubin, p. 97

Lubin, p. 97,,

(Figg….) Lubin (…), p. 97

(Fig….) Lubin (…), op. cit., p. 97

Dunque, padre Agostino Lubin (….), a p. 97 parlando della Diocesi di Capaccio “Caputaquensis Episcopi” citava anche l’Abbazia di S. Maria di Centola e citava l’abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra” dove nella sua prima edizione, vol. VII, a p. 663 ci parla dell’Abbazia di S. Maria de Centula e scriveva che: 

Ughelli, p. 664.PNG

(Fig…) Ughelli (…), I ed. vol. VII, p. 663-664

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc…(13)….. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. Sulla questione degli Archivi e degli antichissimi documenti provenienti dall’antica abbazia benedettina di S. Maria di Centola ritorneremo in seguito ma questa è un’altra storia. Dunque, secondo Francesco Barra, ‘S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti’, cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola.”. Dunque, anche il Barra afferma che mentre altre abbazie della zona passarono alla Santa Sede, “cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola.”.

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Questa si contrappose in un conflitto giurisdizionale all’abate di S. M. degli Angeli, Giulio Cesare Bologna. Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze etc….”.

Nel 1564, l’Abbazia di S. Maria di Centola nell’“Inventarium bonorum” negli Archivi del Capitolo Vaticano conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc…(13)….. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. Dunque, secondo Francesco Barra, negli Archivi del Capitolo Vaticano di San Pietro in Vaticano si trova la documentazione che riguarda anche l’Abbazia di Santa Maria degli Angeli di Centola è andata completamente perduta.

Nel 1579, S. Nicola di Centola nella“Tabula generalis omnium rendentium” negli Archivi del Capitolo Vaticano conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro e, riferendosi ad un possedimento dell’Abbazia di Bosco nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta.

Nel 1579, l’Abbazia di S. Maria degli Angeli a Centola

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Il Barra (…), a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “Ha sempre fatto parte del territorio della baronia di Sanseverino prima e del Comune di Centola poi, il piccolo casale di S. Nicola, dotato però di parrocchia propria. Questa era peraltro ecclesiasticamente del tutto indipendente sia da Centola che dalla diocesi di Capaccio, poichè era in origine una dipendenza dell’abbazia di S. Nazario, che vi aveva la giusdizione “quasi vescovile” (12).”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (12) postillava che: “(12) F. Sacco, ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del regno di Napoli’, V. Flauto, v. III, 1796, p. 301.”. Infatti, nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parlando di Centola, in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ecc…”. Il Barra (….), riguardo l’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Ecc..”. Dunque, il Barra scriveva che l’Abbazia di S. Maria di Centola non era stata aggregata al Capitolo di S. Pietro in Vaticano (della ex Basilica detta “Liberiana” dopo dventata Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Il Barra scriveva che la bolla di papa Pio V aggregava solo S. Nazario con altri monasteri basiliani di Bosco, S. Pietro di licusati ed Eremiti. Dunque, per il Barra Centola non veniva aggregata al Capitolo Vaticano. Eppure Pietro Ebner nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, ecc..”Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Dunque, invece per Ebner l’Abbazia di S. Maria di Centola veniva aggregata al Capitolo Vaticano dalla bolla di papa Pio IV che è la stessa a cui si riferiva il Barra.

Chiesa di S. Nicola di . Nicola di Centola

Nel 1580, Fulvia Capece Scondito eredita dal padre Camillo Porzio il feudo di Centola

Sugli Scondito o la famiglia Capece-Scondito abbiamo alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente approfondite.  Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 167 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Fulvia Capece Scondito, figliastra di Camillo Porzio, vendette il feudo di Centola il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Già il 17 ottobre 1592, infatti, Aurelia della Marra e suo marito, il magistrato Cesare Pappacoda (1567-1621), avevano acquistato dal duca di Monteleone i feudi Pisciotta e della Molpa. Ecc…”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Questa si contrappose in un conflitto giurisdizionale all’abate di S. M. degli Angeli, Giulio Cesare Bologna. Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze etc….”. Dunque, la nobile donna Fulvia Capece Scondito, era figliastra di Camillo Porzio. La figliastra del Porzio, Fulvia Capece Scondito, che aveva ereditato il feudo di Centola lo vendette il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Perchè il Barra scrive che Fulvia Capece Scondito era la “figliastra” di Camillo Porzio ?. Dalla Treccani on-line, alla voce “Porzio Camillo” leggiamo che: Nel 1580 Camillo Porzio dettò il suo testamento, nominando erede universale Fulvia Scondito, la cui madre aveva sposato quando era rimasta vedova.”. Camillo Porzio, che era divenuto il feudatario di Centola acquistandolo nel 1559 e, nel 1580 dettò le sue volontà testamentarie e donò il feudo e tutto quanto avesse alla figlia Fulvia Capece Scondito, figlia di sua moglie………………morta vedova. Da Wikipedia sappiamo che nel 1559 Porzio riuscì ad acquistare il feudo di Centola, nel Cilento, messo all’asta dalla nobile famiglia degli Alagna. Un’operazione immobiliare prestigiosa quanto complicata, destinata a creare duraturi contrasti fra gli eredi di Porzio, in quanto la proprietà, acquistata con somme versate da Porzio, fu intestata però al cognato, Marino Russo. Dunque, sulla vita privata del Porzio conosciamo il nome di suo cognato Marino Russo. Dunque, la moglie di Camillo Porzio doveva essere una Russo. Il Barra parla della Fulvia Capece Scondito come di una sua “figliastra”. In Wikipedia leggiamo pure che questo quadro di rispettabilità pubblica e di successo sociale doveva essere in forte contrasto con la sua vita privata, dato che in quegli stessi anni fu aggredito e sfregiato a colpi di coltello in seguito a un’avventura amorosa. Si ignorano i particolari della vicenda e la gravità delle ferite; di certo si sa che l’operazione di chirurgia plastica, praticata con le tecniche dell’epoca, ottenne risultati accettabili. Abbiamo visto che Camillo Porzio lasciò con testamento il feudo di Centola alla “figliastra” Fulvia Capece Scondito che ne divenne erede alla sua morte nel 1580. Abbiamo visto pure che Fulvia Capece Scondito, nel 1580 divenne feudataria di Centola. Dalla Treccani abbiamo visto che Camillo Porzio aveva sposato la madre, rimasta vedova, di Fulvia Capece Scondito. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Poi vennero i Caracciolo, di nuovo i Di Sangro con Sigismondo e Ippolita che tra il 1532 e il 1535 vi costruirono un piccolo maniero. Ritornarono alla fine del 1500 ancora i Rosso che, nel 1602, con Ascanio Rosso e poi la figlia Maria, cedettero il Feudo a Mario Rosso e da questi passò a Fulvia Scondito che, nel 1622, per 12000 ducati, vendette il feudo a Domenico Pappacoda, Marchese di Pisciotta e feudatario già di Molpa e Palinuro. Vuolsi che la trattativa avvenne proprio nel maniero di San Sergio, con da una parte il sacerdote Don Luca De Angelis e dall’altra un’amica della Scondito, Sofia Scannuzzi. La situazione economica della Scondito si era appesantita da molti debiti, dovuti alla sua fragorosa vita di bella donna. Sulla cappella di certo vi era la rendita della badia di Centola, ed era retta da un sacerdote.”.

Nel 24 ottobre 1580, l’Università di Centola denuncia l’abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola

Nel 2000, Eugenia Granito (…), nel catalogo della mostra documentaria tenutasi a Salerno “I confini della fede – luoghi di culto, istituzioni ecc..’, dove sono stati esposti alcuni documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, a pp. 13-14 veniva pubblicato un documento di Salerno datato 24 ottobre 1580 (documento n. 6): 

ASS, E.G., p. 13

ASS, E.G., p. 14

(Fig…) Granito Eugenia (…), in “I confini della fede – luoghi di culto, istituzioni ecc..’, pp. 13-14

Nel 18 aprile 1583, la visita apostolica di Silvio Galassi

E’ molto probabile che, dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli). La cosa andrà ulteriormente indagata in quanto non è detto che il Monatero esistesse ancora nel 1583, in quanto a Rofrano, il Galassi (…), trovò un solo diacono, figlio di un presbiterio greco. Tuttavia, siccome il Galassi, condusse la sua visita apostolica nel ‘basso Cilento’ solo di sicuro a Rofrano, questo sarà oggetto di ulteriore approfondimento. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, vol. I a p. 86, parlando dei commissari apostolici, in proposito scriveva che: “A Orazio Fusco seguì, nel 1583, come vicario apostolico, Silvio Galasso, il quale proseguì le visite pastorali visitando le parrocchie dell’odierno alto Cilento e della Valle del Tanagro (verbali nell’ADV). Nello stesso anno indisse un sinodo diocesano. Eletto poi vescovo di Ferentino, lasciò la diocesi che, ecc…”. Sempre l’Ebner a p. 138 sul Galassi scriveva che: “I 26 Verbali delle visite del commissario Silvio Galasso pervenuteci sono un pò diversi. Al titolo della parrocchia seguono dati utili sul reddito ecc…”. L’Ebner quando scriveva ADV si riferiva all’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Sempre Pietro Ebner (…) nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 288, citava il Galassi e scriveva che: “A Orazio Fusco seguì, sempre come Commissario apostolico, Silvio Galasso, il quale proseguendo le visite pastorali (a. 1583) visitò le parrocchie dell’alto Cilento e della Valle del Tanagro (decreti nell’ADV). Eletto vescovo di Ferentino, lasciò la diocesi che, ecc..”. Sempre l’Ebner a p. 331, parlando dei vescovi di Capaccio in proposito scriveva che: “Poi, Vicario generale fu il fratello del vescovo, il simoniaco Lelio, sostituito da Gregorio XIII (1580) con Orazio Fusco. Aggravatosi la malattia del vescovo, venne nominato Commissario Apostolico Silvio Galasso, poi vescovo di Ferentino.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 437, parlando del feudo e dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, dominio incontrastato dei Carafa della Spina Conti di Policastro, in proposito scriveva che: “Ma si è già detto che le chiese di Rofrano vennero visitate dal commissario apostolico Silvio Galassi il 18 aprile 1583.”. Ebner (..), a p. 437 nella sua nota (37) postillava che: “(37) Ma si tenga presente l’aggregazione alla diocesi di Capaccio di Gregorio XIII del 1583 e la prima visita pastorale del commissario apostolico Silvio Galasso (v. oltre). Comunque v. visita pastorale Galasso, esame clero, dove è notizia di sacerdoti, diaconi e suddiaconi greci.”. Ebner ne parla nel vol. II a p. 439 e scrive che: “Il 18 aprile 1583 il commissario apostolico Silvio Galasso giunse a Rofrano, ricevuto dal clero ecc…” che Ebner ne riporta integralmente il verbale. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento medievale’, nel vol. I, pp……, parlando di Policastro scriveva che: “…..per passare poi al conte di Policastro Giovanni Carafa, nel 1490. Questi cacciò i monaci rimasti nel monastero di Rofrano, che trasformò in proprio palazzo e si arrogò la giurisdizione spirituale del paese, nominando un prete come suo vicario. Questo stato di cose fu risolto dal Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato da Papa Gregorio XIII il quale nel 1583 aggregò Rofrano alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) e trovò tra gli ecclesiastici solo un diacono, figlio di un presbitero greco, l’unico rimasto dei molti presbiteri e diaconi greci che si trovavano un tempo nella terra di Rofrano. Il Galassi, visitando le chiese di Rofrano, cominciò dalla chiesa madre di Santa Maria di Grottaferrata, ecc…“. Della visita apostolica di Silvio Galassi sappiamo che nel 1583 viene registrata la Chiesa di San Nicola di Mira.

Nel 1583, papa Gregorio XIII aggregò S. Maria degli Angeli alla Diocesi di Capaccio

1993, il sacerdote Giovanni Cammarano (…), nel suo vol. II del ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, vol. II, a p. 13, in proposito introduceva e scriveva che: “Un monumento, di cui si parlerà a lungo in questo libro, senza purtroppo la possibilità di poterlo fotografare nella realtà, è la Badia (1) S. Maria, che dopo il 1500 si chiamò S. Maria degli Angeli.”. Ebner (…), a p. 437 nella sua nota (37) parlando di ‘Rofrano’ postillava che: “(37) Ma si tenga presente l’aggregazione alla diocesi di Capaccio di Gregorio XIII del 1583 e la prima visita pastorale del commissario apostolico Silvio Galasso (v. oltre). Comunque v. visita pastorale Galasso, esame clero, dove è notizia di sacerdoti, diaconi e suddiaconi greci.”. E’ molto probabile che, dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli). La cosa andrà ulteriormente indagata in quanto non è detto che il Monatero esistesse ancora nel 1583, in quanto a Rofrano, il Gassisi (…), trovò un solo diacono, figlio di un presbiterio greco. Tuttavia, siccome il Galassi, condusse la sua visita apostolica nel ‘basso Cilento’ solo di sicuro a Rofrano, questo sarà oggetto di ulteriore approfondimento. Il Giustiniani (…), nel suo ……………………., vol. IV, a p. 433, scrive di Centola ed in proposito accennava che: “Vi è una Badia nullius”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 156-157, nel suo cap. V “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: “Nel 1804 l’abate di S. Cecilia, vicario locale pro-tempore del Capitolo romano di S. Pietro, esecitava la giurisdizione spirituale, oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco. I canonici della basilica romana che a Bosco vantavano addirittura diritti baronali, ne conservarono le rendite fino al 1851, fino a quando Pio IX, nel trasferire la sede della Diocesi di Capaccio a Vallo (odierno Vallo della Lucania) assegnò all’istituendo seminario, le rendite dell’abbazia di S. Cecilia (24 ducati).”. L’Ebner, nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’ (…), a p. 575, parlando del casale e del Monastero di S. Nazario ed Eremiti, scriveva che: “Comunque secondo il Volpi nel 1708 e secondo il Giustiniani (12) ancora nel 1804, i due casali erano sempre sotto la giurisdizione spirituale del Capitolo di S. Pietro, se l’abate di S. Nazario, vicario pro-tempore di quel Capitolo esercitava una specie di giurisdizione vescovile, oltre che sulla chiesa degli Eremiti, anche su quella di Bosco, Cusati, (Licusati) e Sannicola: notizie evidentemente tratte dal Volpi (13). D’avviso contrario è il Mazzarella Farao (14) il quale ricorda che nel 1772, per la mancata nomina del vicario, l’abbazia e le chiese dipendenti erano passate per delega al vescovo di Capaccio.”. Ebner, nelle sue note (12-13), postillava che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198 e (13) Volpi, pp. 211 e 287 (ne scriveva nel 1752)”. Sull’abbazia e sul casale di Licusati, non vi sono molte notizie, sia perché l’Antonini (…), che pur aveva scritto del territorio nel ‘700, che il Volpi (…), che scrisse della diocesi di Capaccio e dei suoi vescovi, nulla avevano detto della badia e del villaggio che le era sorto a poche centinaia di metri. Nel 1752, Giuseppe Volpi, nel capitolo dedicato “Degli Abbati mitrati che hanno le loro chiese nella Diocesi di Capaccio”, del suo ‘Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio’, a p. 211, scriveva che:

Volpi, p. 211

Il Volpi (…), nel suo capitolo dedicato ai “Baroni della Diocesi di Capaccio”, a p. 311, non mette Camerota e Licusati ma mette solo Centola. Infatti al tempo che il Volpi (…), scrive, la Chiesa di Licusati, nel 1752 doveva dipendere dalla Diocesi e dal Vescovo di Policastro.

Cappelletti, p. 362

(Fig….) Cappelletti, op. cit., p….

Il Cammarano (…) a p. 78-79, in proposito scriveva che: “Don Giovanni Andrea Lupo (1787-1855) commenta a proposito: “Certamente mio zio, don Baldassarre, ebbe tutto il tempo di conoscere bene la situazione, che le liti fra la Diocesi di Capaccio e la Badia di Centola, ebbero ecc…”. Dunque, Baldassarre Lupo, fu abate dell’Abbazia di Centola proprio in un periodo in cui vi furono molte liti fra la Diocesi di Capaccio. Infatti, Centola, dipendeva dalla Diocesi di Capaccio e non da quella di Policastro. Centola, non figura fra i centri elencati nella cosiddetta ‘Bolla di Alfano I”, il documento di cui ho parlato in un altro mio saggio ivi pubblicato. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 305, parlando delle Diocesi Caputaquensi, in proposito all’Abbazia di Bosco, nella sua nota (68) postillava che: “Già con l”Ex quo imprescrutabili’, Pio IX aveva soppresso l’abbazia ‘nullius dioecesis’ (vulgo Del Bosco”, alla cui giurisdizione, avevano rinunciato il Capitolo e i canonici di S. Pietro di Roma (a compenso ebbero l’abbazia concistoriale di S. Domenico di Sora), incorporandola a Capaccio con alcuni paesi (Eremiti, S. Nicola e S. Nazario) e altri (Bosco e S. Giovanni a Piro e Cusati e Licusati) alla diocesi di Policastro ecc..”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: A ribadire fortemente questo carattere si aggiungeva inoltre l’esenzione dell’abbazia dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, nel cui territorio diocesano essa era tuttavia incardinata, venendo quindi a costituire una sorta di ‘enclave’ (17)..

Nel 1593, Guarino, abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, la Cronaca scritta di Venceslao di Centola e la ricerca del corpo di S. Ricario

Su S. Richerio ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, che a pp. 352-353 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Nel MDXCIII l’Abate ‘Guarini’ stando nella generale opinione de’ paesani della nostra Centola, olle scavare intorno all’altar maggiore della Badia, per vedere se vi trovava il desiderato corpo, ma nulla trovovvi. In queste poche parole manoscritte, che sono una specie di Cronaca, scritte da un tal ‘Vinceslao’ di Centola, che si conservano dal Signor D. Camillo d’Errico, così questo fatto si legge: ‘Nell’anno MDXCIII, lo Signor Vicario Guarino Abate di Centula, fice cavare assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo corpo di Sancto Ricario, et nce fice la processione, et quase tutta Centula digiunò, et si confessaro, et communicaro, et non si ritrovò niente.”.

Nel 1610, la fondazione del monastero dei frati Cappuccini a Centola

L’Antonini (…), parlando di Centola, cita il monastero dei Padri Cappuccini, poco distante dal paese. La costruzione del convento di San Francesco, voluto dai padri cappuccini, ebbe inizio nel 1617 in località Serrone. Il convento fu inaugurato nel 1625 in occasione del centenario della fondazione dell’ordine dei cappuccini. Di grande valore il tabernacolo scolpito in legno, in pieno stile barocco seicentesco, situato nell’altare maggiore. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 713-714 del vol. I, parlando di Centola, sulla scorta dell’Antonini, parlando di Centola sulla collina, scriveva che: “Poco lontano era un monastero di cappuccini..”. Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi …..ed un commodo Convento dè Padri Cappuccini.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 149 ci ricorda che: “Alla nuova chiesa parrocchiale di S. Nicola si lega pure la fondazione del convento di S. Francesco dei Padri Cappuccini. Infatti, durante la prima predicazione pasquale che si tenne l’anno successivo il padre cappuccino fra Michele d’Urso di Vallo, tale fu il fervore religioso da questo suscitato nella popolazione, che questa decise con grande entusiasmo – superata l’iniziale opposizione del potere badiale (9) – di stabilire in paese un convento dell’Ordine Cappuccino. Infatti, ecc…”. Sempre il Barra a p. 163 pubblicò un documento VII: “Documenti sulla fondazione del convento di S. Francesco dei Padri Cappuccini – Relazione sul Convento dei Cappuccini di Centola (1649)(7)”, ed in proposito scriveva che: “Il Convento de Cappuccini di Centola, nella Diocesi di Capaccio, fu fondato l’anno 1614 (sic) colla licenza dell’Ordinario. E’ lontano dall’habitato circa un quarto di miglio, et detto luogo v’habitano dodeci frati, e sono li seguenti: Guardiano, il Padre Ambrogio da Sarconi, Sacerdoti: Padre Giovanni da Lagonegro, Padre Agostino da Ferrandina, Padre Arcangelo da Pomarico, Padre Michelangelo da Sarconi Ecc…(8).”.

Nel 1617, gli atriti tra Fulvia Capece Scondito, feudataria di Centola e l’abbate dell’Abbazia di S. M. degli Angeli di Centola

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Questa si contrappose in un conflitto giurisdizionale all’abate di S. M. degli Angeli, Giulio Cesare Bologna. Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze della S. Sede, da allora gli abati beneficiari vennero sottratti al patronato feudale e la loro nomina spettò direttamente al pontefice (l’ultimo di essi, come vedremo, fu Ferdinando Galiani nel 1748). Inevitabilmente, quindi, vennero a prodursi degli attriti tra feudatario ed abate. La nobildonna Fulvia Capece Scondito, “utile padrona della Terra di Centola”, esponeva ad esempio nel marzo del 1617 che “l’Abbate Cesare di Bologna perpetuo commendatario del Abbatia del ecclesia di S.ta Maria del (sic) Angeli” e il suo vicario e luogotenente generale Tommaso Ciccarello avevano affisso un editto etc…”.

Nel 2 settembre 1622, Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta acquistò il feudo di Centola da Fulvia Capece Scondito

Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli‘, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ed un commodo Convento dè Padri Cappuccini.”. Il barone Antonini (…), a p. 330, riferendosi a Pisciotta in proposito scriveva che: “Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc…”. L’Antonini che a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 167 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Fulvia Capece Scondito, figliastra di Camillo Porzio, vendette il feudo di Centola il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Già il 17 ottobre 1592, infatti, Aurelia della Marra e suo marito, il magistrato Cesare Pappacoda (1567-1621), avevano acquistato dal duca di Monteleone i feudi Pisciotta e della Molpa. Il 6 ottobre 1617 Cesare ottenne il titolo di Marchese di Pisciotta, e Domenico il 14 febbraio quello di principe di Centola (1). Questo dei Pappacoda, nobili del Sedile di Porto, era un ramo secondario della famiglia, diverso da quello principale, estintosi nel 1762. Secondo l’umanista quattrocentesco Francesco Elio Marchese, in genere ben informato ma celebre per essere spesso maledico, i Pappacoda, ecc…..Il Borrelli replicò che se era vero che i Pappacoda avevano avuto possedimenti terrieri e proprietà di imbarcazioni ad Ischia, come in Coscia, erano invece nobili sin dai tempi normanni ed erano imparentati con antiche famiglie patrizie napoletane, come i Macedonio (3). La verità, come spesso accade, stava nel mezzo. Si trattava, in effetti di un’antica ma modesta famiglia patrizia del Seggio di Porto (4), ecc…Diversa, e più modesta, fu la linea dei Pappacoda di Centola-Pisciotta. Patrizi di Seggio di Porto e piccoli feudatari della provincia ecc…”. Sui Pappacoda di Centola-Pisciotta ha scritto il Prof. Massimo Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’, pubblicato nelo 2016, che fa una puntuale disamina della famiglia e dei suoi possedimenti dal ‘600 in poi, traendo notizie dall’Archivio di Stato di Salerno. Dunque, la nobile donna Fulvia Capece Scondito, era figliastra di Camillo Porzio. La figliastra del Porzio, Fulvia Capece Scondito, che aveva ereditato il feudo di Centola lo vendette il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Sempre dal Barra apprendiamo che il magistrato Cesare Pappacoda, marito di Aurelia della Marra, avevano acquistato nel 1567 dal duca di Monteleone i feudi di Pisciotta e della Molpa e, “Il 6 ottobre 1617 Cesare ottenne il titolo di Marchese di Pisciotta, e Domenico il 14 febbraio quello di principe di Centola (1).”. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Poi vennero i Caracciolo, di nuovo i Di Sangro con Sigismondo e Ippolita che tra il 1532 e il 1535 vi costruirono un piccolo maniero. Ritornarono alla fine del 1500 ancora i Rosso che, nel 1602, con Ascanio Rosso e poi la figlia Maria, cedettero il Feudo a Mario Rosso e da questi passò a Fulvia Scondito che, nel 1622, per 12000 ducati, vendette il feudo a Domenico Pappacoda, Marchese di Pisciotta e feudatario già di Molpa e Palinuro. Vuolsi che la trattativa avvenne proprio nel maniero di San Sergio, con da una parte il sacerdote Don Luca De Angelis e dall’altra un’amica della Scondito, Sofia Scannuzzi. La situazione economica della Scondito si era appesantita da molti debiti, dovuti alla sua fragorosa vita di bella donna. Sulla cappella di certo vi era la rendita della badia di Centola, ed era retta da un sacerdote.”.

Nel 1644, S. Maria degli Angeli e la vertenza con i Vescovi di Capaccio

Il Volpi (…) ne scrive nella vertenza tra i vescovi di Capaccio e i preti di Centola, i quali rifiutarono di ricevere dal vescovo Tommaso Carafa (1639-1664) la facoltà di amministrare i sacramenti asserendo che erano tenuti a riceverla dall’abate, ordinario locale. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Centola, nel vol. I a p. 714, in proposito scriveva che: “Il Volpi (14) scrive della vertenza tra i vescovi di Capaccio e i preti di Centola, i quali rifiutarono di ricevere dal vescovo Tommaso Carafa (1639-1664) la facoltà di amministrare i sacramenti asserendo che essi erano tenuti a riceverla dall’abbate, ordinario locale. La sacra Congregazione del Concilio intervenne (15) a richiesta del vescovo, ma nel 1708 (vescovo de Nicolai) Centola era ancora esente dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio. Ancora il 9 Novembre 1749 i confessori del luogo ricevettero solo le lettere patenti del vescovo del tempo (mons. Raymondi).”. Pietro Ebner (…), a p. 714, vol. I nella sua nota (14) postillava che: “(14) Volpi, cit., p. 173.”. Infatti, Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Cronologia dè Vescovi Pestani ora detti di Capaccio’, a p. 173 in proposito scriveva che: 

Volpi, Cronol. p. 173

Nel 1666, la ‘Platea dei beni e del feudo della Molpa’

La Greca e Di Rienzo (…), sulla cui scorta Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una Platea del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”. Sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”.

Nel 1666, la “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 178 scriveva che a Palinuro vi era un’antica laura basiliana dal titolo originario “S. Maria di Loreto”, poi secoli dopo, nel 1600 cambiato in “S. Maria Laurentana”, come si evince da una platea dei beni del 1666. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666”, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. infatti sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Dunque, secondo la Platea del 1666 dei beni di Centola e Pisciotta, a Palinuro vi era un piccolo eremo, in origine basiliano, “un’antica laura” (come scrive il Barra) che dipendeva dall’Abbazia di S. Nicola a Bosco. Il Barra (…), a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “L’Avvocato fiscale della R. Udienza di Salerno. Questi così riferì il 28 agosto 1792: …” e quindi, il Barra, a p. 182 pubblica la risposta della R. Camera di S. Chiara trasmessa al sovrano: “Che vi esiste una Cappella sotto il titolo di S. M. Lauretana eretta in un fondo della Badia del Bosco soggetta al Capitolo di S. Pietro di Roma, con due altari, senza che però vi fosse custodita per conservarsi il SS. Sacramento dell’Eucarestia, e senza che vi fosse luogo destinato per la conservazione dell’Oglio Santo, nè fonte battesimale. Che in tal Cappella nè giorni festivi si celegra una Messa, quando però la stagione e il buon tempo lo permettono, dal Cappuccino residente nel Convento di Centola, con licenza e permesso del Vicario del Bosco, dal quale niente se li corrisponde per detta celegrazione di Messa, ma quei poveri abitatori, per quanto le loro debolezze le comportano, l’uniscono ecc…” Riguardo a questa ‘Platea di Beni’ del 1666 pubblicata dal Prof. Massimino Iannone di Pisciotta, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una ‘Platea di beni’ del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”

Nel 1693, l’Abbazia benedettina di S. Maria degli Angeli a Centola

Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ed un commodo Convento dè Padri Cappuccini”Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Avvertiamo che usiamo questa, che era l’intitolazione originaria, perchè la specificazione “degli Angeli” appartiene ad un’epoca successiva, affermandosi sino al punto che a fine ‘700 l’abbazia veniva spesso indicata direttamente come “l’Annunziata”. Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). Ecc…”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: A ribadire fortemente questo carattere si aggiungeva inoltre l’esenzione dell’abbazia dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, nel cui territorio diocesano essa era tuttavia incardinata, venendo quindi a costituire una sorta di ‘enclave’ (17).. L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in commenda, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatta al monastero di S. Maria di Centola nel 1086.

Antonini, p. 349

Sull’antica “Abbadia di Santa Maria degli Angeli” a Centola, sono interessanti alcune notizie, sebbene scarse, del governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 188. Egli parlando del monastero di S. Pietro ad Aquara, il paese da cui proveniva, in proposito scriveva che: “Successivamente succedé in questa Badia Donatantonio Gallo nel 1627, ed a costui D. Giulio Pepoli, che n’era Abbate nel 1632 D. Cesare Pappacoda, che lo trovo Abbate nel 1635 fu il successore Giovanni Conte Romano n’era Abbate negli anni 1651 e 1686, in tempo, ch’era già stato creato Cardinale. A costui succedé D. Giangeronimo Guascon Napoletano, che lo trovo Abbate fin dal 1693. Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, al presente Regio Consigliere coll’incarico di Secretario del Supremo Magistrato del Cammerario, ed è similmente Abbate di S. Maria dell’Angioli della terra di Centola, nullius di S. Pietro di Amalfi, e S. Caterina ad Colonna, e di S. Lorenzo do Stricto.”. Dunque, in questo passaggio del Libro III, il Di Stefano ci parla di due personaggi che ha citato il barone Antonini. Si tratta di Giangeronimo Guascon Napoletano che dovrebbe essere “l’Abbate Guascone” che teneva ed imprestò il Censuale che l’Antonini riporta alcuni versi e che dice essere un documento dell’XI secolo. Ovviamente il Di Stefano ci parla anche dell’Abbate Ferdinando Galiani.

Nel 1693, Giangeronimo Gascone, Abate dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola che custodiva il ‘Censuale’ e lo mostrò all’Antonini

Girolamo Gascone, fu abate dell’Abazia di S. Maria di Centola, prima che ne divenisse titolare Ferdinando Galiani. La sua figura è importante perchè pare che avesse mostrato all’Antonini alcuni documenti di notevole importanza per la storia dell’Abbazia e per la storia del Regno in generale. Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risaliva all’XI secolo. Sull’Abate Girolamo Gascone ho scritto quando ho scritto del ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola’. L’Abate Gascone, Abate dell’Abbazia di S. Maria dell’Angeli a Centola è interessante per le nostre ricerche perchè egli pare che custodisse il noto Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola”, un antichissimo documento o Inventario dei beni che l’Antonini fa risalire all’XI secolo. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Infatti, l’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “…..secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: etc…”. Il barone Giuseppe Antonini ci parla in diversi momenti dell’Abbate Guascone e del suo Censuale. Infatti, l’Antonini ci ricorda l’Abate Gascone dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola a p. 373 dove riferendosi ad una donazione dell’anno 1119 (MCXIX), dice che: “Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di consusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, ecc…”. Abbiamo già visto in precedenza le interessantissime notizie che l’Antonini trasse dall’antico Censuale e, che a suo dire gli fu mostrato dall’Abbate mitrato Guascone. Nel 1745, due anni prima, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) pubblicò la sua “La Lucania – I Discorsi”, era abate di S. Maria di Centola Girolamo Gascone, il quale, mostrò diversi privilegi e carte greche all’Antonini. Giuseppe Antonini (…), barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi). Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini, Annibale, era anche Abate a Parigi che nel 1734 pubblicò in Francia un guida di Parigi. Molte delle notizie già in precedenza raccolte dai fratelli Antonini qui proprio nel Cilento ed in particolare a Centola, passarono di mano agli amici fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Fu proprio l’Abate Gascone che aveva raccolto molti documenti antichi appartenuti all’Abbazia di Centola che si deve il merito di averli mostrati agli Antonini di cui il fratello maggiore, Annibale, era come lui uomo di chiesa. Girolamo Guascone mostrò all’Antonini il Censuale di S. Maria degli Angeli di Centola di cui abbiamo già detto. l’Abbate Girolamo Guascone fu il precente titolare dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola prima di Ferdinando Galiani che fu nominato Abate nel 1747 da papa Benedetto XIV. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Pietro Ebner (…), nello stesso testo, vol. II a p. 267 parlando di Palinuro, nella sua nota (2) postillava che: “(2)….L’Antonini (I, p. 364) ci informa di un’antica testimonianza sulla grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco. Dal ms. l’Antonini trascrisse la parte che si riferiva a detta grotta. ‘Habet speluncas ecc…ecc…Il manoscritto era in possesso dell’Abate Commendatario Gascone.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. Ecc…”. Sull’abate Gascone ha scritto Francesco Barra (…), che a p. 207, dice che: “Il Galiani entrò quindi in possesso di “molte onoreficenze e privilegii”, a cui corrispondeva però assai scarsa sostanza. Innanzitutto, il precedente titolare del beneficio, l’abate Girolamo Gascone, vi aveva rinunziato riservandosi, vita natural durante, una cospicua pensione sulle rendite della badia, per cui Galiani, ogni volta che l’incontrava gli usava dire, con macabro umorismo, che il più grande favore che potesse rendergli era quello di morire “quam citius”; favore che il Gascone – per altro assai anziano – gli rese presto, perchè morì nel 1749 (15).”. Dunque, l’Abate Girolamo Gascone fu il predecessore del Galiani. Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Il Barra (…) a pp. 207-208 nella sua nota (15) postillava che: “(15) L. Diodati, ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Vincenzo Orsino, Napoli, 1788, p. 14 (che però parla erroneamente del “beneficio mitrato di S. Cecilia di Centola”, inducendo spesso in errore gli autori successivi, tra cui il Nicolini). L’abate Gascone, che gli fornì alcuni documenti, è ricordato dall’Antonini (‘La Lucania’, cit., p. 373).”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 188. Egli parlando del monastero di S. Pietro ad Aquara, il paese da cui proveniva, in proposito scriveva che: “Successivamente succedé in questa Badia Donatantonio Gallo nel 1627, ed a costui D. Giulio Pepoli, che n’era Abbate nel 1632 D. Cesare Pappacoda, che lo trovo Abbate nel 1635 fu il successore Giovanni Conte Romano n’era Abbate negli anni 1651 e 1686, in tempo, ch’era già stato creato Cardinale. A costui succedé D. Giangeronimo Guascon Napoletano, che lo trovo Abbate fin dal 1693. Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, etc…”. Dunque, in questo passaggio del Libro III, il Di Stefano ci parla di due personaggi che ha citato il barone Antonini. Si tratta di Giangeronimo Guascon Napoletano che dovrebbe essere “l’Abbate Guascone” che teneva ed imprestò il Censuale che l’Antonini riporta alcuni versi e che dice essere un documento dell’XI secolo. Il Di Stefano scrive che l’Abbate Guascone, egli lo chiama “Guascon, napoletano”, successe all’Abbate di S. Pietro di Aquara, Giovanni Conte Romano e scrive pure che: A costui succedé D. Giangeronimo Guascon Napoletano, che lo trovo Abbate fin dal 1693″. Poi il Di Stefano scrive che all’Abbazia di S. Pietro di Aquara,  Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, etc…”, ovvero l’Abate Ferdinando Galiani, nel 1747 successe all’Abate Guascone alla direzione dell’Abbazia di S. Pietro ad Aquara. Dunque, mi chiedo se, l’Abbate Guascone fu Abbate dell’Abbazia di S. Pietro ad Aquara dal 1686 (?) al 1747, quando questo è stato Abbate dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola ?. Lucido Di Stefano (….), però, a p. 188 del Libro III, scrisse pure che: “Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, al presente Regio Consigliere coll’incarico di Secretario del Supremo Magistrato del Cammerario, ed è similmente Abbate di S. Maria dell’Angioli della terra di Centola, nullius di S. Pietro di Amalfi, e S. Caterina ad Colonna, e di S. Lorenzo do Stricto.”. Il Di Stefano, riguardo l’Abbate Guascone che era Abbate dell’Abbazia di S. Pietro ad Aquara scriveva pure che “Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani”, dunque, secondo il Di Stefano nel 1747, l’Abbate Guascone rinunciò alla carica di Abbate di S. Pietro ad Aquara e che sempre nel 1747 gli subentrò l’Abbate Ferdinando Galiani già Abbate di S. Maria degli Angeli. Dunque, nel 1747, due anni dopo la pubblicazione dell’Antonini, a Centola già era Abbate il Galiani e Guascone non lo era più. Per la storia del Galiani, Francesco Barra citava il testo di L. Diodati, ”Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere”, Vincenzo Orsino, Napoli, 1788. Sull’Abbate Guascone, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a pp. 284-285. Egli parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Lorenzo ‘de Strictu’, in proposito scriveva che: “Giovanni Conte Romano prese per mezzo del suo Procuratore possesso di questa Chiesa nell’anno 1666 a tre Giugno, essendo stato da Alessandro VII creato Cardinale. Avendo rinunziato l’Abbadia, la fé conferire a suo nipote P. Giovangeronimo Guascon napoletano, chi lo trovo Abbate colla riserba di una annua penzione, fu quella conferita nell’anno 1747 a D. Ferdinando Galiani napoletano, nipote del celebre Cappellano Maggiore, e Arcivescovo di Tessalonica D. Celestino Galliani. Quest’Abbate è ancora tra i vivi, Uomo assai noto per le sue scienze della Repubblica letteraria, e celebre antiquario, eletto dal nostro Monarca, Regio Consigliere coll’incarico di Secretario del Spremo Magistrato del Commercio. D. Giuseppe Volpe nella ‘Cronologia dei Vescovi di Capaccio’, nel cap. 50 parlando di Monsignor Francesco Nicolai suo Zio così scrive: ‘Riconosce inoltre questa Diocesi da Francesco l’essersi riscossa da moltissimi pregiudizj patiti nella sua giurisdizione, avendo con sentenza Rotale riacquistata quella del considerevol Castello di S. Lorenzo, che si esrcitava dal suo Abate’. Ma non descrivendone la storia dello Spoglio, stimo qui rapportarla. Aveva l’Abbate Guascon proceduto e pubblicato alcuni Capi monitoriali di Scomunica contro alcuni naturali di S. Lorenzo, contradicente il Sig. Principe del Luogo, tanto che si disgustarono tra di loro, e fu la causa, che costui spinse Monsignor Nicolai a introdurre il litigio in Roma contro l’Abate, per la giurisdizione spirituale, e vescovile, che asserì usurpata. Ne ottenne nel 1708 roborarlo di Regio Placito. Concertò il Principe col Vescovo etc…”. Insomma, il Di Stefano, sulla scorta del Volpe (…) riferiva l’episodio di Sanlorenzo contro l’Abate Guascone. Dunque, secondo il Di Stefano, forse sulla scorta del Volpe (….), l’Abbate Guascone era il nipote di Giovanni Conte Romano, che nel giugno del 1666 fu creato Cardinale da papa Alessandro VII. Pare che Guascone fosse nipote di Mons. Francesco Nicolai, Vescovo di Capaccio e autore della “Dissertatio istorica-Canonica de Episcopo visitatore seu de antiquo regimine cclesiae vacantis etc…”, pubblicata nel ….., da cui gli ammiccamenti dell’Antonini sulla questione di Bussento. Sempre sull’Abbate Guascone, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 521 del vol. I, parlando del paese di Aquara e del ‘Monastero di Aquaria’, nella nota (27) postillava che: “(27) ….Poi la Baia venne unita a quella di San Lorenzo de Strictu e affidata al Cardinale Borromeo de Cesis (1621). etc…Seguì Giulio Pepoli (1632), Cesare Pappacoda (1635) e Giovanni Conte di Roma (1651). Nel 1699 era in commenda di Giovangerolamo Guascone di Napoli ce poi vi rinunciò. Nel 1747 ne era abate D. Ferdinando Galiani.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 693 parlando del paese di Castel S. Lorenzo, in proposito scriveva che: “L’abate, che aveva la cura d’anime sull’intero villaggio, era esente dal vescovo di Capaccio avendo una giurisdizione quasi vescovile con l’uso della mitra e del pastorale: ancora nel 1708 i parroci erano esenti dalla giurisdizione vescovile con il titolo di abati di S. Lorenzo. Nel 1544, quando l’Abbazia stava per passare in commenda venne abbandonata dai monaci. Seguirono gli abati commendatari fino ai primi del ‘700 (13). Tra gli abbati commendatari anche Ferdinando Galiani (v. a Centola). Nel 1708 (abate Giangirolamo Gascon) la giurisdizione spirituale passò con atto violento (14) al vescovo di Capaccio mons. Nicolai.”. Ebner, a p. 693, vol. I, nella nota (13) postillava che: “(13) ….Seguì il romano Giovanni Conte che prese possesso dell’abbazia il 3 giugno 1666, poi creato cardinale da papa Alessandro VII. Il cardinale vi rinunciò a favore del nipote G. Gerolamo Guascone di Napoli (a. 1693). Nel 1700 la badia venne concessa al nipote di D. Celestino Galliani, cappellano maggiore e arcivescovo di Tessalonica, noto letterato. Il nuovo abbate D. Ferdinando Galliani, figlio del R. Consigliere di Taranto era ancora abbate commendatario del luogo dopo il decreto della Sacra Congregazione (a. 1708, tempi dell’abbate Giangirolamo Gascon di Napoli) che attribuì al vescovo di Capaccio la giurisdizione di Catel S. Lorenzo. Il possesso della giurisdizione spirituale del luogo venne sottratta con atto di forza dal vescovo de Nicolai di Capaccio, etc…”.

Nel 1747, Ferdinando Galiani, abate dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli dal 1747 al 1765

Sull’antica “Abbadia di Santa Maria degli Angeli” a Centola, sono interessanti alcune notizie, sebbene scarse, del governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 188. Egli parlando del monastero di S. Pietro ad Aquara, il paese da cui proveniva, in proposito scriveva che: “Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, al presente Regio Consigliere coll’incarico di Secretario del Supremo Magistrato del Cammerario, ed è similmente Abbate di S. Maria dell’Angioli della terra di Centola, nullius di S. Pietro di Amalfi, e S. Caterina ad Colonna, e di S. Lorenzo do Stricto.”. Dunque, in questo passaggio del Libro III, il Di Stefano ci parla di due personaggi che ha citato il barone Antonini. Si tratta di Giangeronimo Guascon Napoletano che dovrebbe essere “l’Abbate Guascone” che teneva ed imprestò il Censuale che l’Antonini riporta alcuni versi e che dice essere un documento dell’XI secolo. Ovviamente il Di Stefano ci parla anche dell’Abbate Ferdinando Galiani. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 718 in proposito scriveva che: “Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino, già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. Infatti, il Barra, a p. 114 in proposito scriveva che: “Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze della S. Sede, da allora gli abati beneficiari vennero sottratti al patronato feudale e la loro nomina spettò direttamente al pontefice (l’ultimo di essi, come vedremo, fu Ferdinando Galiani nel 1748).”. Eugenia Granito, parlando del documento n. 6 citava Francesco Barra (…) e il suo “Ferdinando Galiani e la Badia di S. Maria degli Angeli di Centola”, stà in “Il Picentino”, a. CX, nn. 1-2, gennaio-giugno 1975, pp. 13-19. Il Cammarano (…), a p. 13, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il nome abate, ha molteplici suddivisioni: abate de regimine governa soltanto il proprio monastero; abate nullius dioecesis ha autorità su un territorio eparato dalla diocesi, alla diretta dipendenza della S. Sede, e fu il caso di Centola; abate commendatario, al quale veniva conferita un’abbazia in commenda cioè in affidamento, alle dipendenze della S. Sede, e si verificò per Centola dopo il 1564. Ai tempi di cui intendiamo parlare per avere il titolo abate erano sufficienti la tonsura e un ordine minore. Alcuni di questi abati avevano il privilegio di portare la mitra, insegna vescovile, per cui si chiamavano abati mitrati. E l’abate di Centola godeva di questo privilegio. Difatti nella vita del Galiani, scritta dall’Avv. Luigi Diodati, si legge a pagina 86: “Quindi con tranquillità d’animo, e con rassegnazione di cristiano e di filosofo, morì al dì 30 ottobre 1787 verso le ore 20 d’Italia, dopo aver vissuto 58 anni, dieci mesi e due giorni  ecc…”. Il Cammarano cita Luigi Diodati (…) ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Napoli, 1788. Ferdinando Galiani, detto l’abate Galiani (Chieti, 2 dicembre 1728 – Napoli, 30 ottobre 1787). Nacque a Chieti nel 1728, da una famiglia originaria di Lucera: la sua formazione avvenne a Napoli, dove ebbe modo di conoscere l’opera di Giambattista Vico e fu allievo di Antonio Genovesi. La figura del Galiani è importantissima per la storia dei nostri luoghi e credo anche per i legami con l’Antonini. I legami con i due fratelli Antonini e i fratelli Galiani sono interessantissimi per le connessioni, a mio avviso esistenti, con gli Antonini (…) Giuseppe e Annibale (…), i quali, come vedremo era connessi sia al territorio dell’ex e ormai dissoluta Baronia dei Sanseverino e con il Galiani stesso che come sappiamo si recò a Parigi in missione e su incarico del ministro Bernardo Tanucci e rinvenne le famose carte corografiche di probabile epoca Aragonese e di cui una da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli e da me ivi pubblicata e di cui ivi ho pubblicato un particolare dell’area in questione (vedi Fig. 1) e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile. Proprio su quel fondo di antiche mappe scoperte alla BNF, l’abate Ferdinando Galiani affermava: “Un tesoro, storico, documentario e scientifico, “un monumento veramente curioso ed utile” (7). Queste pergamene, fatte riprodurre e copiare di nascosto dal Galiani, permisero a Rizzi Zannoni di comporre la “Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, opera mirabile ma completamente diversa dalle mappe trovate da Galiani. La pur breve permanenza dell’Abate Ferdinando Galiani nell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola, permise a questo grande ricercatore ed esperto cartografo di ottenere antichi documenti, donazioni e privilegi appartenuti all’Abbazia benedettina, forse ormai irrimediabilmente perduti, ma soprattutto ottenere, le giuste dritte e riferimenti bibliografici e storiografici di notizie storiche molte volte citate dall’Antonini nella sua “Lucania”. Il periodo della permanenza del Galiani a Centola e della prima edizione dell’opera dell’Antonini (…), è più o meno lo stesso. Gli stessi fratelli, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini ed il fratello maggiore Annibale Antonini (…), grande erudito del tempo e Abate a Parigi conoscevano i due fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini (…), Antonio (…) scrisse l’opera ”Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs”, Nouvelle édition, Paris, 1734. Ferdinando La Greca (…), nel suo saggio scritto insieme a Vladimiro Valerio (…): ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, nel 2008, parlando sempre della sua carta Parigina e, parlando dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini e a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scrive che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) (227), abbia avuto modo di vedere le mappe, o parte delle mappe, prima del Galiani, facendone largo uso nella sua opera, ma nascondendo tale fonte. Quasi costantemente, nella sua descrizione, sembra avere davanti agli occhi e seguire passo passo la nostra mappa, con i suoi nomi, i suoi fiumi, degli affluenti, dei monti, dei paesi, dei santuari, delle isole, e segnalando i ponti lungo le strade. Molte sue ipotesi sul sito di paesi antichi scomparsi trovano riscontro sulla mappa, come ad es. ‘Vibo ad Siccam’ presso Sapri, e ‘Petilia’ sul Monte della Stella (peraltro riportata nella mappa solo come ‘Mercato Petilia’). Inoltre, nella sua descrizione di Paestum ecc…” e, a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, giungendo a indicare anche i nomi delle persone preposte ai vari uffici e alle quali rivolgersi per consultare volumi e documenti. Probabilmente l’abate si era imbattuto, durante le sue ricerche, nelle mappe aragonesi, e riconoscendo le località del Regno di Napoli, doveva essersi procurato facilmente qualche copia, poi inviata al fratello. Le mappe, fino al 1738, secondo il Galiani (230), erano state nell’Archivio della Corona di Parigi; poi, sfuggite ad un incendio, erano state portate a Versailles (Dépòt de la Marine). A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antonini per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio , la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. Ho voluto riproporre integralmente questo passo di Ferdinando La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, la trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. L’Ipotesi di La Greca è molto interessante. Sempre riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Ma già dai tempi dell’acquisto del feudo di Centola e di gran parte dei territori da parte del famoso erudito e storico Camillo Porzio (…), si evince chiaramente il rinvenimento di antichissimi documenti storici che lui stesso cercò e raccolse e rinvenne in zona e nei suoi vasti possedimenti dell’ex Baronia dei Sanseverino. Sarebbe interessante indagare ed approfondire nei diversi lasciti e carteggi del Porzio (…) quali fossero le antiche fonti da cui egli stesso attinse per la stesura del suo capolavoro di storia: “La Congiura dei Baroni”, avvenimento che ebbe proprio qui, in queste zone, il suo drammatico epilogo. Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. A mio avviso furono proprio le ricerche e la raccolta di antichi documenti che indussero l’erudito Ferdinando Galiani ad accettare dal Cardinale……………..l’incarico gravoso di Abate dell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola. Sull’incarico ricevuto dall’Abate Ferdinando Galiani (…), ha recentemente scritto anche Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’. Il Barra a pp. 201 e s. ha dedicato un intero capitolo dal titolo: “L’ultimo Abate Commendatario: Ferdinando Galiani”. Il Barra (…), nel 2016, in proposito a p. 201, riferendosi all’ascesa al pontificato del Cardinale Prospero Lambertini, papa Benedetto XIV, scriveva che: “Ben noti erano infatti gli antichi e mai dismessi sentimenti di alta stima e di profonda amicizia che legavano al Galiani il nuovo pontefice……Due anni dopo, nel luglio del 1747, la benignità di papa Lambertini concesse inoltre al futuro autore della Moneta e del Commercio dei grani la vetusta badia di Santa Maria degli Angeli di Centola. Quest’ultima era tra quelle – ben 44 – considerate “nullius diocesis”, il cui abate commendatario (tranne quelle di regio patronato) era nominato direttamente dal pontefice nel Concistoro dei cardinali; e da ciò furono dette “abbazie concistoriali”, poi abolite con il Concordato del 1818. Ma Centola risultò per Galiani assai magro acquisto. Infatti, la remota badia Cilentana, invece di fornire al giovanissimo “abate” un valido sostegno economico per la sua vita di studioso e di cortigiano, si rivelò infatti subito un cattivo affare, che richiese sin dall’inizio spese cospicue e cure assidue, ecc….In effetti, quando l’ebbe in commenda il Galiani, della badia rimanevano quasi solo il titolo, l’antica e malandata sede (sul luogo dell’attuale Cimitero di Centola), modeste rendite e la giurisdizione spirituale, con poteri quasi vescovili, sul clero e sul migliaio di anime che popolavano ancora Centola (4).”. Il Barra (…), a p. 203, nella sua nota (4) postillava che: “(4) F. Sacco, ‘Dizionario geogafico-istorico-fisico del regno di Napoli’, Napoli, 1795, vol. I, p. 290; L. Giustiniani, ‘Dizionario geografico ragionato del regno di Napoli’, Napoli, 1797, vol. III, pp. 432-33; ecc..”. Dunque, il Barra, cita il testo di Francesco Sacco (…), ‘Dizionario geogafico-istorico-fisico del regno di Napoli’, Napoli, 1795, vol. I, p. 290. Il Barra (…) a p. 203 continuando il suo racconto scriveva che: “Il Galiani entrò quindi in possesso di “molte onoreficenze e privilegii”, a cui corrispondeva però assai scarsa sostanza.”.

Nel 1750 ?, la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola fatta redigere dall’Abbate Ferdinando Galiani

Francesco Barra (…), che a p. 208, dice che: “Afrontando, come egli stesso afferma nella memoria che pubblichiamo in appendice, molte spese per la bonifica dei terreni, per la costruzione di un frantoio per le olive, per l’impianto di un vigneto e per l’accrescimento dell’oliveto, oltre ad aver rifatto la “platea” dei beni e recuperato parecchi censi, Galiani riuscì ad accrescere le rendite abbaziali sino a 160 ducati annui.”. Il Barra, pubblica in Appendice una memoria del Galiani dove egli ci parla della “Platea dei beni e delle rendite” che fece rifare. Il Barra, a p. 220 pubblica il doc. I: “Copia di memoria data dall’Abbate Galiani a Mons. Nunzio (1765)(1)”. Il documento è senza data ma si pensa che risalga al 1765.  

Nel 17…, Giuseppe Garampi, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, amico di Ferdinando Galiani

Il Galiani poi era anche fraterno amico di mons. Giuseppe Garampi (….), prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano oggi Archivio Apostolico Vaticano. Infatti, sempre il Barra (…) a p. 205 riferisce che, per la controversia sorta tra il Galiani ed il Vescovo di Capaccio: “Galiani si rivolse allora all’eruditissimo mons. Giuseppe Garampi (1725-1792), prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, affinchè svolgesse per suo conto approfondite ricerche documentarie. Un’analoga ricerca gli commissionò poi per Centola, chiedendogli di appurare se fosse realmente “nullius”, giacchè, egli, oltre a potersi vantare del titolo di “abate mitrato” e di aver diritto a essere chiamato “monsignore”, godeva altresì del privilegio (a cui teneva moltissimo) di essere, salvo la dipendenza diretta dalla S. Sede, “monarca assoluto” (come egli diceva) di quella chiesa, senza dover rendere conto a nessun vescovo. Ma Garampi nel frattempo fu nominato Nunzio a Varsavia, ecc…(13).”. Mi sembra un passo interessantissimo riguardo le approfondite ricerche che Ferdinando Galiani conduceva sulle origini dell’antica abbazia. A proposito dei rapporti tra il Galiani e Giuseppe Garampi (…) che nel 17…. venne nominato custode e archivista dell’Archivio Segreto Vaticano, Francesco Barra a p. 206, nella sua nota (13) postillava che: “(13) F. Nicolini, ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in Scritti di Archivistica e di ricerca storica, Ministero degli Interni. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma, 1971, pp. 54-55.”. Sempre il Barra (…), a p. 206, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Demarco C., ‘Del Diritto Diocesano del Vescovo di Capaccio sul Clero e popolo di Santangelo a Fasanella’, s.n.t., ma Napoli, 1786 e Domenicantonio Ronsini, ‘Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, p. 24.”. Sempre il Barra a p. 207, scriveva che: “Il Galiani entrò quindi in possesso di “molte onoreficenze e privilegii”, a cui corrispondeva però assai scarsa sostanza. Innanzitutto, il precedente titolare del beneficio, l’abate Girolamo Gascone, vi aveva rinunziato ecc… (15)…”. Giuseppe Garampi fu prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano e dell’Archivio di Castel S. Angelo dal 1751 al 1772. Questo schedario, a distanza di secoli, è ancora oggi lo strumento, fra i diversi indici e inventari, che rendono effettivamente reperibile e consultabile l’immeso materiale documentario custodito all’interno dell’Archivio Segreto Vaticano. Importantissimo strumento, frutto della iniziativa di Giuseppe Garampi, lo ‘Schedario’, disponibile alla consultazione presso la sala di studio intitolata a Leone XIII dell’Archivio Vaticano, costituisce quindi ancora oggi l’unico Indice generale per nomi e per materie della documentazione presente nell’Archivio Vaticano fin quasi a tutto il XVIII secolo. Il Garampi, con i suoi collaboratori setacciò l’intero archivio annotando diligentemente tutto.Del Garampi (…) e del suo Inventario e fondo costituitosi nell’Archivio Segreto Vaticano, degli antichi codici provenienti dai monasteri italo-greci della penisola, da lui inventariati, ha scritto Gastone Breccia (…) che, nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e degli antichi documenti greci (pergamene, privilegi, ‘nonnula et monimenta’ ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…) a p….., nella sua nota (11) postillava che: “(11) L’istituto della Commenda, diffusosi a partire del XVI secolo ebbe come effetto collaterale il trasferimento di un numero rilevante di pergamene e manoscritti dai monasteri alle collezioni (perloppiù romane) degli abati commendatarì.”. Dunque, il Breccia (…) scrive chiaramente che la documentazione esistente negli antichissimi monasteri italo-greci del mezzogiorno, proprio in seguito all’essere stati commendati dalla Santa Sede del Capitolo Vaticano, andrà a riempire gli scaffali delle collezioni di alcuni abati commendatari come ad esempio gli Aldobrandini (…). Dunque, come si è già visto, anche il monastero e poi Abbazia di Santa Maria (poi degli Angeli) di Centola, nel XVI secolo fu interessata dall’istituto della ‘Commenda’ ed è dunque a causa di questo fatto che il grande patrimonio documentario di privilegi e donazioni appartenuti all’Abbazia. Nel 1745, epoca della sua prima edizione della “La Lucania – Discorsi”, l’Antonini, assicurava che ai suoi tempi la badia era ancora in Commenda, e dunque, forse pure in questo caso gran parte del suo patrimonio documentale andò disperso negli Archivi Vaticani che come abbiamo visto andrà disperso in Francia, ivi portato dale truppe Napoleoniche.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria. Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda (2). L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in Commenda, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)….L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, la sorte di rapida e irreversibile decadenza che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età angioina. Già alla fine del medioevo le perdite – sia quantitativamente che qualitativamente – dovevano essere senza dubbio considerevoli, almeno a quanto si può dedurre dal resoconto della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457). Questo materiale documentario è i larga misura relativo all’acquisizione e al mantenimento di possedimenti fondiari.”. Sempre il Breccia (…), continuando il suo breve resocondo sul destino dell’ingente documentazione proveniente dai tanti monasteri italo-greci della penisola, gran parte dispersa, in proposito a pp. 16 e s. scriveva che: “Alla fine del 600, di fronte alla situazione di pressochè totale abbandono in cui versavano gli archivi monastici dell”Ordo Sancti Basilii’,  venne intrapreso un importante quanto isolato tentativo di salvare i fondi superstiti  raccogliendoli in due archivi centrali: il S. Basilio ‘de Urbe’ (8) per quanto riguardava i monasteri dell’Italia meridionale e il SS. Salvatore di Messina per quanto riguardava i monasteri Siciliani (9). Responsabile di questa decisione fu Pietro Menniti, abate generale dell’Ordine dal 1696 al 1718.  Le vicende storiche successive, tuutavia, ne vanificarono in gran parte l’opera: l’archivio del SS. Salvatore andrà perduto in circostanze non chiare (10) mantre quello del S. Basilio, in seguito alla soppressione del monastero durante la dominazione napoleonica (1810) venne trasferito a Parigi e quindi parzialmente disperso; quanto ne sopravvisse, restituito alla Santa Sede dopo il Congresso di Vienna è l’oggetto principale di questo studio. Il tentativo di recupero intrapreso dal Menniti è dunque un passaggio fondamentale nella tradizione moderna della documentazione italo-greca.”. A proposito dei rapporti tra il Galiani e Giuseppe Garampi (…) che nel 17…. venne nominato custode e archivista dell’Archivio Segreto Vaticano, Francesco Barra a p. 206, nella sua nota (13) postillava che: “(13) F. Nicolini, ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in Scritti di Archivistica e di ricerca storica, Ministero degli Interni. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma, 1971, pp. 54-55.”. Proprio sui rapporti strettisi fra Ferdinando Galiani ed il Garampi ha scritto Fausto Nicolini (…) che a p. 48, del suo Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in proposito scriveva che: “Il Galiani, allora, a differenza che nell’età matura coltivava con grande entusiasmo l’archeologia e l’erudizione storica; due discipline che già a Napoli gli avevano fatto ricercare la compagnia, per altri versi non divertente, del Mazzocchi e del Martorelli.”. Scrive ancora il Nicolini che: “Il Garampi, a cui nel 1755 veniva concessa la prefettura dell’Archivio di Castel Sant’Angelo,  col trarre dai documenti messi a sua disposizione,….materiali senza fine per un ‘Orbis Christianus’ (1) ecc…” e poi proseguendo il suo racconto, il Nicolini scriveva del Galiani ridivenuto Napoletano: “Ridivenuto napoletano, o come egli diceva, parigino spaesato, il Galiani, a ciò indotto, sembra da alcune liti, si pose a riordinare i documenti relativi alle sue parecchie badie (2) e, tra queste, al beneficio mitrato della chiesa di S. Cecilia della terra di Centola (feudo dei Pappacoda) e alla rettoria dell’altra chiesa di S. Lorenzo nella città di Capaccio (Parentesi: questi due benefici erano stati rinunziati a suo favore nel 1747, con la riserva di goderne vita natural durante, da un abate Girolamo Gascone, ecc…”. In questo passo interessantissimo però il Nicolini sbaglia confondendo la chiesa di S. Maria degli Angeli di Centola con quella di S. Cecilia. Infatti, anche il Barra (…) lo dice a pp. 207-208 nella sua nota (15) postillava che: “(15) L. Diodati, ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Vincenzo Orsino, Napoli, 1788, p. 14 (che però parla erroneamente del “beneficio mitrato di S. Cecilia di Centola”, inducendo spesso in errore gli autori successivi, tra cui il Nicolini). L’abate Gascone, che gli fornì alcuni documenti, è ricordato dall’Antonini (‘La Lucania’, cit., p. 373).”. Il Nicolini (…) a p. 51, nella sua nota (2) postillava dei documenti che: “(2) Alcuni di questi documenti (pochi in confronto di quanti erano al tempo del Galiani) si serbano nell’archivio Galianeo, codice segnatura, XXXI. A. 8.”. Riguardo questo Archivio, il Nicolini a p. 48 scriveva che: “Dai documenti dell’Archivio Galianeo (1) non risulta in modo esplicito come e quando egli fosse conosciuto dall’Abate Galiani.”. In proposito all’Archivio Galianeo, sempre il Nicolini a p. 48, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Posseduto ora dalla Società Napoletana di Storia Patria e comprendente ciò che sopravanza delle carte di Celestino, Bernardo e Ferdinando Galiani. Per un catalogo ragionato delle carte per quel che riguarda Ferdinando, si veda Fausto Nicolini, ‘I manoscritti dell’abate Galiani’, stà in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908.”. Infatti, il Nicolini (…) che riporta il carteggio epistolare fra il Galiani ed altri riporta anche la lettera che il Garampi gli scrive nel 1771, in risposta all’incarico da egli ricevuto anni prima. La lettera è contenuta in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908’ e dice sostanzialmente che egli non può più occuparsi di tali ricerche. Il Nicolini a p. 189 riporta nell’elenco la lettera di Garampi al Galiani e scrive: “601. – Garampi (gius.), Roma, 1771 (ivi, ff. 72-5).”. Tuttavia, il Nicolini non pubblica la lettera del Garampi che evidentemente si trova custodita oggi nell’Archivio Nicolini del fondo donato all’Istituto Italiano di Storia. Il Nicolini pubblicò la lettera del Garampi all’amico Galiani, segnata Roma, 30 aprile 1771 a pp. 54-55, del suo ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, ed in proposito scriveva che: “Vengo ora a soddisfare alle ulteriori di lei ricerche. Le compiego l’estratto delle enunciate bolle, nelle quali non comparisce il desiderato “nullius”, ne da tutto il complesso delle notizie finora rinvenutesi parmi che sia sperabile poterlo scoprire. Sicchè per ottenere il fine che ella si era proposto, le converrà di usare degli altri mezzi che le detterà la sua prudenza (1). Mi è riescito nuovo l’interder l’odiosità del popolo contro il consaputo soggetto (2). A dir vero, non l’ho mai reputato per l’uomo il più prudente e circospetto del mondo.”. In questo passo, il Garampi, dopo essersi lamentato del dover lasciare i libri e le ricerche amate per la nomina a Nunziatura di Varsavia, forniva al Galiani le bolle pontificie che riguardavano l’Abbazia di S. Maria di Centola, di cui però non vi è traccia nella lettera e, aggiungeva di un uomo che avrebbe potuto aiutare il Galiani nella ricerca di altri utili documenti. Il Nicolini (…) a p. 54 nella sua nota (1) postillava che: “(1) In queste parole coperte si cela forse il consiglio di rivolgersi direttamente a Clemente XIV molto benevolo al Galiani.”. Il Nicolini a p. 54 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Dalle carte Galianee non appare chi fosse”. Riguardo le carte conservate nell’Archivio Segreto Vaticano ha scritto Gastone Breccia (…), nel suo “Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”. Il Breccia (…), a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “L’elenco ora riportato costituisce una prima base utile per definire quali documenti potessero effettivamente essere conservati al S. Basilio ‘de Urbe’.  Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae (18) e quella di Pietro Menniti il quale sia nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (19) che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali ( Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIII, (20)), dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauuca vidimus in monasterio S. Basilio Romae et aliquot exscripsimus: ex iis vero nom selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus…(21). Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque solo da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni a Piro (Diocesi Policastro, documento latino del 1473); ecc…; documento latino del 1224 (22).”. Per questo ultimo documento, il Breccia a p. 21 nella sua nota (22) postillava che: “(22)  Per le informazioni relative a questi documenti cfr. infra p. 32 sgg.”. Proseguendo il suo racconto il Breccia a p. 23 scriveva che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in essi citati sono infatti: – oltre naturalmente a Grottaferrata ed al SS. Salvatore di Messina, i seguenti – …….; S. Maria di Centula, diocesi di Capaccio (o Vallo della Lucania, provincia di Salerno; bolla del 1393, erroneamente datata dal Menniti al 1230 (30): ‘habetur exscripta in forma authentica /.. .] signata littera D’); ecc..”. Dunque, il Breccia scrive che nel ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), vi era trascritta una bolla del 1393 e dice che essa era stata erroneamente datata dal Menniti al 1230. Nella sua nota (30), che riguarda il documento del Monastero di S. Maria di Centola, il Breccia (…), a p. 23, nella sua nota (23) postillava che: ” (30) Si tratta, per l’esattezza, di un breve. L’errore di datazione è evidentissimo: il Menniti lo attribuisce a Gregorio IX, senza tener conto che nel testo si parla poi di Bonifacio Vili ‘predecessoris nostri’ e, come contemporaneo, dell’antipapa Clemente VII. È quindi evidente che il breve va attribuito a Bonifacio IX e datato conseguentemente al 7 maggio 1393, suo quarto anno di pontificato. Di questo documento è sopravvissuta una seconda copia (Basiliani XXXII, pp. 29-32) che, essendo perduta quella in forma autentica del bullarium del S. Basilio, è stata usata per l’edizione (infra, pp. 87-90).”. Dunque il Breccia a p. 37, sempre sul documento di Centola, aggiunge che: S. Maria di Centula 1. Basiliani XXXII, pp. 29-32 (copia di breve di Bonifacio IX, 7 maggio 1393, tratta dall’altra copia in forma authentica del S. Basilio) (79).”. Il Breccia, nella sua nota (79), postillava: “infra pp. 87-90”, di cui ivi pubblico la cattura dell’immagine:

Breccia G., p. 87

documento del 1393 di cui ho già accennato. Dunque, alcuni documenti riguardo l’Abbazia di S. Maria di Centola dovrebbero essere conservati nell’Archivio Galianeo, codice segnatura XXXI. A. 8, conservato e di proprietà della Società Napoletana di Storia Patria a Napoli, fondo Nicolini forse passato all’Istituto Italiano di Storia. La Società Napoletana di Storia Patria, con sede in Castelnuovo, è, tra le società storiche nazionali, una delle più importanti sia per l’antichità delle sue origini, sia per la ricchezza del patrimonio librario che custodisce, sia per la vitalità delle sue iniziative scientifico – editoriali. Se non mi sbaglio la documentazione dell’archivio Galianeo fu acquistato dallo stesso Nicolini (…) e il cui fondo è oggi nell’Archivio Nicolini donato all’Istituto Italiano per gli Studi Storici.

Nel 1781, Lucido di Stefano, governatore baronale di Centola e il casale di S. Nicola

Francesco Barra nella sua nota (13) postillava pure che: “Lucido di Stefano, che era stato governatore baronale di Centola, ed era quindi ben informato, affermava nel 1781 che “Villa San Nicola era stata “edificata non ha gran tempo da quattro famiglie Centulesi” (L. Di Stefano, ‘Della Valle di Fasanella nella Lucania’, cit., vol. I, p. 175); due di queste erano le famiglie Natale e Tomei. Avvertiamo infine che il volume dedicato da mons. Giovanni Cammarano alla storia dell’abbazia non è utilizzabile storicamente, fondato com’è su fonti memorialistiche inattendibili e apocrife, e comunque incontrollabili (G. Cammarano, Storia di Centola, vol. II, La Badia di S. Maria, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Agropoli, 1999, pp. 334).”. Riguardo il governatore di Centola Lucido Di Stefano (…) citato dall’Ebner e dal Barra, le notizie intorno a Centola ed al piccolo suo casale di S. Nicola, si rilevano da un suo manoscritto del 1781 conservato presso la Biblioteca del Museo Provinciale di Salerno. Di Stefano Lucido, Della Valle di Fasanella nella Lucania – discorsi del dott. Lucido Di Stefano della terra di Acquaro nella stessa Lucania’, ed. a ristampa ‘Centro di cultura e studi storici ‘Alburnus’, Opera di Lucido di Stefano, risalente al 1781, e costituisce una delle principali fonti per la ricostruzione della storia dell’area dei Monti Alburni e della Valle del Calore Lucano in provincia di Salerno. In questo secondo volume vengono descritti i paesi posti sulla sinistra del fiume Calore: Corleto Monforte, Roscigno, l’antica Fasanella, Bellosguardo, Ottati, S. Angelo a Fasanella, Castelcivita, Controne, Serre, Postiglione, Sicignano, Petina, i villaggi scomparsi della Civita e di Pantoliano e quelli di S. Pietro, Carritiello e Cosentini. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” vol. I a p. 501, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Museo Provinciale di Salerno, Biblioteca, ms. del dott. Lucido De Stefano, della terra di Acquaro, 1781. I riferimenti ai ff, del ms. che sono nella stessa Biblioteca ecc…”.

Nel 1877, Domenico Martire ed il suo elenco dei Monasteri e Abbazie

Dunque, il Cappelli (…), citava il Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 

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Martire D., p. 151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, non cita l’Abbazia di S. Maria di Centola, ma non perchè essa non esisteva ma perchè come ho detto essa non era aggregata alle abbazie del Capitolo Vaticano. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen. – Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio)

(2) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Attanasio)

(3) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Attanasio)

(4) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Benedetto Gessari, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383. Giuseppe Antonini (Centola, 14 gennaio 1683 – Giugliano, 6 gennaio 1765) è stato un geografo italiano. Giuseppe Antonini, barone di San Biase, fu avvocato ed erudito, che ha legato il suo nome allo studio della storia e della topografia della Lucania e del Cilento. I suoi studi furono trasfusi nell’opera La Lucania, Discorsi, pubblicata per la prima volta nel 1745. Nel 1745 diede alle stampe i suoi Discorsi sulla Lucania, che nel 1756 accrebbe e che nel 1790-91 il nipote Francesco Mazzarella Farao (…) ripubblicò con i tipi di Tomberli, arricchendoli di copiose annotazioni, difendendo l’opera e la memoria dell’A. dalle accuse di P. Magnoni e dei non pochi critici e detrattori. E infatti la Lucania, sfrondata dagl’inevitabili errori, si può considerare un lavoro diligente e per quel tempo pregevole per l’abbondanza del materiale storico e specie lapidario, per la prima volta raccolto ed edito.

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(5) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.

(6) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(7) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

Liber visitationis

(Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopilo (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite ai Monasteri italo-greci visitati (Archivio Storico Attanasio). Il codice manoscritto originale (Ms. Lat. 149), si trova conservato presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (la Biblioteca dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata).

Lat. 149

(…) (Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopilo (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite ai Monasteri italo-greci visitati (Archivio Storico Attanasio). Il codice manoscritto originale (Ms. Lat. 149), si trova conservato presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (la Biblioteca dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata). Recentemente, ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”Nel 1457, Atanasio Chalkéopoulos, studioso di monaco greco vissuto in Italia sotto la protezione del cardinale Bessarione, che è stato nominato abate di Sainte-Marie-du-Patir (nei pressi di Rossano), è stato commissionato da Callisto III ispezionare sessanta diciotto monasteri basiliani in Calabria e Campania, che in qualche modo sono sopravvissuti l’antico rito greco, vestigia della presenza bizantina sostituito nel XI secolo dal dominio normanno. Così, quattro anni dopo la caduta di Costantinopoli – ■ da dove la sua famiglia ha avuto origine – Chalkéopoulos avrebbe dovuto fare il punto del monachesimo greco in Italia meridionale, la valutazione di un altro declino, che non poteva contenere qui, il assalto dei turchi, ma principalmente per la lontananza di Bisanzio e mento grignote- esercitata dal mezzo “latino” – ■ perché c’era molto sinistra del greco calabrese in queste dure e spesso analfabeti che ha composto la del numero di monasteri basiliani. Il nostro “visitatore” noi non comunicare i sentimenti che riusciva a liberarsi durante la sua missione, ma si stabilisce con coscienza obiettività 1 “stato” di quello che trova: beni mobili ed immobili, il reddito di ogni casa, caratteristiche morali e spirituali di hegumen e monaci (quando presenti); in ogni caso, prescrive le misure da adottare per correggere la situazione, o (più raramente) esorta i religiosi esaminati a perseverare nel modo giusto. Gli “atti” della visita sono conservati oggi nel manoscritto 816 del-Italiano Greco Abbazia di Grottaferrata, vicino a Roma, e questo volume fornisce un’edizione annotata davvero esemplare. Jean Bayet ci dice, in una prefazione suggestiva, il testo è stato segnalato per André Guillou, ora segretario della Scuola Francese di Roma, da padre Rev. M. -H. Laurent, Scriptor in Vaticano. Il signor Guillou ha assunto l’arduo compito di trascrivere il documento, ed è sufficiente dare un’occhiata alle tavole III e IV per avere un’idea delle difficoltà che ha spettacoli sublimi di umanità. Antigone non lo supera. Si potranno apprezzare al Signor Pierre Tisset così come Miss Lanhers per avere l’accesso facilitato a questo famoso processo e speriamo che la pubblicazione del processo di riabilitazione e di quelli dei volumi annunciati, che contiene l’annotazione di storia e traduzione, non aspettare troppo a lungo. Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominarlo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner, nelle sue note (17) e (18), di p….., postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata.”. Biagio Cappelli (…), parlando della visita apostolica di Athanasio Calkeopilo, un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Dunque il Cappelli (…), scrive che le ‘Liber visitationis’ di Atanasio non si trova contenuto nel codice ‘Z D XII’ come scrive l’Ebner ma vuole che il codice fosse “I D. III. 12” conservato all’Abbazia italo-greca di Grottaferrata (vicino Tuscolo). La Treccani, riguardo la visita apostolica ai monasteri del Calkeopilo, scriveva che il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…).

(…) M.H. Laurent – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).

(9) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’Abbaye de Rossano, Contribution l’Histoire de la Vaticana, ed. Picard, Paris, 1891, pp….

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Attanasio)

Gli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’, dispersisi alcuni dei quali conservati a Grottaferrata e all’Archivio Segreto Vaticano

Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e degli antichi documenti greci (pergamene, privilegi, ‘nonnula et monimenta’ ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, la sorte di rapida e irreversibile decadenza che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età angioina. Già alla fine del medioevo le perdite – sia quantitativamente che qualitativamente – dovevano essere senza dubbio considerevoli, almeno a quanto si può dedurre dal resoconto della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457)”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,…”. Il Breccia (…), sulla scorta di Laurent – Guillou (…), scriveva in proposito che nel corso della visita apostolica di Atanasio, si potè rilevare che: “…il quale, accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Dunque, come ci narra il Breccia (…), nel 1457, Atanasio Calceopulo, eseguì una visita apostolica in tutti i monateri Basiliani ancora esistenti. Il Breccia, alla sua nota (6), postillava che: “Anche tenendo conto dell’incompletezza del resoconto citato, nel quale viene a volte omesso l’inventario dei beni di alcuni monasteri, nonché della possibilità che qualcosa sia sfuggito al suo redattore, l’impressione di un generale e drastico depauperamento è inequivocabile.”. Scrive sempre il Breccia (…), a proposito del lavoro svolto dal Menniti (…): “Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti in Italia meridionale.”. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg. Non si può certo escludere che nei settantanove anni che corrono tra l’edizione dell’Agresta e quella del Rodotà il numero dei monasteri fosse rimasto invariato: certo è tuttavia che il modo in cui quest’ultimo riprende il testo dell’Agresta, a tratti copiandolo fedelmente, non depone a favore della sua attendibilità.”. A questo punto, il Breccia, riprende il suo racconto e scrive che: “Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.“. Riguardo il ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum’ in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che 9 furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Il Petta (…), alle note (4-5-6-7-8), postillava che: “(4) M.H. Laurent – Guillou A., p. 155; (5) – Batiffol, L’Abbaye de Rossano ecc.., pp. 120-121; traduzione di G. Crocenti. Soveria Mannelli, 1986, pp. 146-148; Marco Petta, ‘L’originale dell’inventario dei libri del monastero di S. Elia di Carbone, in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n.s. 25 (1971), pp. 62-64.; (6) Per una più dettagliata descrizione del contenuto cfr. M. Petta, ‘Codici del monastero’, cit., sul contenuto del Codice Vat. gr. 2005 cf. la comunicazione di A. Jacob tenuta in occasione di questo convegno; (7) P. Batiffol, L’Abbaye.., pp. 42-43; (8) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216.”. Per quanto riguarda l’antico codice Cryptense Z D 12 o Z D XII, si consiglia di vedere Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae (…). Per quanto riguarda l’inventario fatto dal Batiffol (…), si veda G. Crocenti (a cura di), ‘L’Abbazia di Rossano. Contributo alla storia della Vaticana’ (trad. it. di P. Batiffol, L’abbaye de Rossano. Contribution à l’histoire de la Vaticane, Paris 1891), Longobardi 1986 D’Agostino 1981 E. 

(…) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (7). Questo grecista britannico ha dato in ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). La Robinson (…), nelle sue pubblicazioni del 1930, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato pubblicato nel raro testo di Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54, 55,56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana voi. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è tratta dal vol. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).”.

(…) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine.

(…) Carlone Carmine, I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400), a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal Codice Taxarum, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Hoberg Hermann, ‘Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455′, collana “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi, …..), ristampa 1973

(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c); di Ughelli si veda tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di ‘Paleocastren’. Il Cappelletti (35), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.  

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(…) Borsari Silvano, Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2 (Archivio Attanasio).

(…) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 339-365. Si parla della Chiesa di Capaccio e della sua Diocesi: Capaccio-Vallo, per Centola.

(…) Infante e Del Mercato,

(…) Acocella Nicola, Salerno medievale ed altri saggi, p. 485; Si veda pure Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.

(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ ( a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Attanasio).

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 117 (Archivio Attanasio)

(…) Troyli, Historia generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747

(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(…) De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, p. 94 (Archivio Attanasio)

(…) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Attanasio).

(…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703

(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Attanasio).

(…) S. G. Mercati – C . Giannelli – A . Guillou, Saint-Jean-Théristès (1054-1264), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 5, Città del  Vaticano 1980, pp. 15-16. L’inventario del 1607 è stato pubblicato da V. Capialbi (…).

(…) Capalbi V., Appendice sopra alcune biblioteche di Calabria, Arch. storico per la Calabria e la Lucania 10 (1940) pp. 128-136 e 250-256, p. 136: i documenti allora presenti nell’archivio del S. Giovanni erano così divisi: 83 pergamene greche (di cui 3 “piombate”); 41 pergamene latine (di cui 25 “piombate”); 4 pergamene “quali non si ponno discernere”; 9 bolle pontificie.

(…) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Attanasio).

(…) Gattola Erasmo, Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassines, Venezia, 1733, Tomo I,

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola

(…) Santoro P.E., Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii,

(…) Perrotti Nicolò,

(…) Rocchi A., Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, Roma, ed. Desclee-Lefebre, 1904, p….; Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio). Nella sua nota (2), la Follieri (…), ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514.”.

Guillaume P.,

(…) Guillaume Paul, l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Si veda pure la ristampa del saggio e traduzione di Emilia Anna Gemma Ruocco, dal titolo: “L’Abbazia di Cava”, ed. Palladio, 2018. Paul Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

(…) Loré V., Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151

Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, contenuto nel codice Crypt. Z. δ. XII

(…) Il codice Crypt. Z.d. XII (…), è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…): Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’” (…). Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (…). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1”, che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (…), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che:Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (…), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: ”CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” .

Rocchi, p. 513

Rocchi, p. 514

(Figg….) Rocchi A., pp. 513-514, sul Codice Cryptense Z D XII (…).

Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente, su nostra richiesta, abbiamo ottenuto la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini ivi pubblicate. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “Come si è detto, promossa dal Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, il pontefiche Callisto III (1455-1464) ordinò la visita ai monasteri italo-greci dell’Italia Meridionale (16) Il visitatore, archimandata Atanasio Calkeopoli,..”.

(…) raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: ‘Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale’, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio vaticano, 1989.

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(…) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Falcone G., Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G., op. cit. (13), p. 147 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

(…) Mercati G., ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216.

(…) Sul Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone in Provincia di Potenza, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8. Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Riguardo questo antichissimo monastero, ha scritto il Rodotà P. P. (40), Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763, ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”Moltissimi dei documenti d’epoca Normanna, molti dei quali erano pergamene membranacee e redatte con scrittura in greco, erano documenti provenienti da monasteri basiliani o di antica fondazione. Molti di questi documenti, come alcuni di quelli che abbiamo citato in quanto riguardano il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, erano privilegi compilati per concessioni fatte al Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), che dopo varie vicissitudini ed anche a seguito alla soppressione dei Monasteri del 1809, confluirono nell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata presso Tuscolo, nel Lazio, che nel 1600, fu commendata dal Cardinale Bessarione, il quale incaricò alcuni suoi collaboratori di redigere quello che oggi viene comunemente chiamato “Regestum Bessariones”, che cita moltissimi di questi antichissimi documenti. Agli inizi del XVIII secolo, Pietro Menniti (…), su incarico del Bessarione, redisse il ‘Chronicon Carbonense’ e il ‘Bullarium Cryptense’, dove vennero trascritti moltissimi dei documenti posseduti dall’Abazia di Grottaferrata, provenienti dal monastero di Carbone (…). La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch (…), scriveva che all’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Scrive sempre il Breccia che il Menniti (…), utilizzò alcuni antichissimi manoscritti greci, provenienti dalla Badia di Grottaferrata a Tuscolo, per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6), dice: la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’”. Riguardo l’opera del Bessarione e del Menniti (…), si veda il testo di  Pera (…) ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’. Per gli antichi documenti del monastero di Carbone (PZ), si vedano pre gli studi  di Enrica Follieri (…). Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot, hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), che: “Il monastero greco di Sant’Elia e Sant’Anastasio di Carbonio fu fondato alla fine del X secolo quando i monaci greci calabresi si insediarono in Basilicata. Il re Guglielmo II fece nel 1168 del suo abate l’archimandrita dei monasteri greci della Basilicata. L’abbazia declina nel tredicesimo e nel quattordicesimo secolo, perde gradualmente il suo carattere greco, passa nel 1474 sotto il regime della commenda. Gli abati commendatari Giulio Antonio Santoro, Paolo Emilio Santoro e Giovanni Battista Pamphili, che seguono 1570-1644, poi l’Abate Generale dell’Ordine Basiliano Pietro Menniti alla fine del XVII secolo, ha contribuito a mantenere molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), il Basiliani finanziare l’Archivio Segreto Vaticano, un paio di altri fondi, o conservati in antiche edizioni, in particolare nel libro di PE Santoro. La vecchia parte dei fondi fu pubblicata nel 1928-1930 da Gertrude Robinson, insoddisfacente; Walther Holtzmann, poi Gastone Breccia, ha anche curato gli elementi. Si propone di dare un’edizione scientifica degli atti greci e latini di questo fondo bilingue, il più importante per la storia della Basilicata medievale e il monachesimo greco in Italia.”. I materiali per la storia medievale del Monastero del Carbone (PZ), sono ricchi e complessi. Questo grande monastero, che non fu rimosso fino al 1809-61, suscitò l’interesse degli studiosi durante l’era moderna, dalla metà del XVI secolo agli inizi del XVIII secolo, quando fu in pieno declino. Gli abati commendatari e gli abati generali dell’ordine di San Basilio sapevano poi come conservare, tradurre o copiare molti documenti di archivi, ma li trasmettemmo in un certo disordine. Fino a quel momento l’Abazia aveva conservato (nonostante gli incendi che lo avevano colpito nel 1177) un buon numero di documenti e anche di libri, alcuni dei quali sono ancora conservati nella Biblioteca Vaticana e nella biblioteca dell’Abazia di Grottaferrata. Per quanto riguarda i documenti, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Fu nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo che questa dispersione avvenne in tempi diversi, il che almeno permise di salvaguardare buona parte degli archivi. (63) Vedi Laurent-Guillou 1960 p. 154-156. Batiffol 1891, p. 120-122, Petta 1972, p. 156: nella seconda metà del XVII secolo, la biblioteca (trasferita a S. Basilio di Roma) aveva ancora 88 libri (102 nel quindicesimo dopo Athanase Chalkéopoulos). Mercati 1935. Batiffol 1889 a. Vaccari 1925, p. 308-309: scribi di Carbone. Un elenco dei manoscritti Vaticani e Grottaferrati provenienti dal monastero di Carbone si trova in Marco Petta 1994 (…), p. 98. La Biblioteca Vaticana conserva, tra le altre cose, una euchologia di Carbone (codice Vat Gr., 2005), realizzata dopo la morte del re Tancredi: vedi Falkenhausen (…) 1994 b, p. 80 e 87; Jacob (…) 1995.

(…) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che racconta la storia del Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. E’ molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena (64), scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Interessantissima la ricostruzione storica che fa il Santoro, che possiamo leggere nella traduzione di Marcello Spena (42), parlando della storia del Monastero del Carbone, ci narra di S. Nilo da Rossano e di S. Luca e di S. Bartolomeo da Rossano, poi ci parla dei Normanni, del Guiscardo ecc..

(…) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’, a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”.

(…) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Scrive il Breccia in una sua nota: “W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188.”.

(….) Codex Diplomaticus Cavensis. Nel 1873 è stato pubblicato il primo volume del Codex diplomaticus Cavensis, un progetto che prevede la pubblicazione integrale del materiale d’archivio. Interrotto nel 1893, con le stampe dell’ottavo volume, il progetto è ripreso circa un secolo dopo, nel 1984, quando ha visto la luce il IX volume, seguito dal X nel 1990. Il periodo cronologico coperto dai primi dieci volumi va dal 792 al 1080. Nel 2015 sono stati pubblicati, dopo quattro anni di lavoro, i volumi XI e XII che corpono il periodo 1081-1090. Dal sito dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, leggiamo che i documenti pubblici (Bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano nell’arca magna in numero di oltre 700, ordinati anch’essi cronologicamente. Dunque, la bolla del vescovo di Policastro citata da Pietro Ebner dovrebbe trovarsi nell’‘Arca Magna’. Ebner, riguardo gli antichi documenti provenienti dalla Badia di Cava de Tirreni, citava il Codice Diplomatico Cavense. Il Codex diplomaticus cavensis (abbreviazione bibliografica CDC; in italiano: Codice diplomatico cavense, o cavese) è un progetto editoriale attivo nel campo della storia dell’Italia medievale e della Langobardia Minor, iniziato nel 1873 e proseguito con andamento irregolare. Il progetto persegue l’obiettivo della pubblicazione esaustiva dell’intero corpus diplomatico e documentario custodito nell’archivio della Badia benedettina della Santissima Trinità, situata a Cava dei Tirreni. La consistenza dell’archivio si dipana su oltre 15.000 pergamene, a partire dalla prima scrittura che risale al 792. A tale patrimonio membranaceo è da aggiungere una mole consistente di documenti su carta. Le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti.

(…) Di Meo A., ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23 (Archivio Attanasio)

(…) Visconti Pietro, ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s.,

(….) De Blasi Salvatore Maria, Series principum qui Longobardorum aetate Salerni imperarunt ex vetustis sacri….., Napoli, 1785 (Archivio Attanasio); Riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante ‘Dictionarium Cavense‘ compilato tra il 1595 ed il 1599 da dom Agostino Venieri (Venereo). Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077.

(…) Gattola Erasmo, Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassines, Venezia, 1733, Tomo I (Archivio Attanasio)

Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, contenuto nel codice Crypt. Z. δ. XII

Il codice Crypt. Z.d. XII (10), è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…): Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis'” (6). Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: “Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” . Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (16) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (16), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilianum’ all’inizio del XVIII secolo (2), ecc..”Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg. 2-3-4, ecc…

(…) Ammirato Scipione, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, ed. Marescotti, 1580 (Archivio digitale)

(…) De’ Guidobaldi D., ‘Affreschi della Trinità di Cava’, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4;

(…) Cammarano Giovanni, Storia di Centola, La Badia di S. Maria, vol. II, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 1993 (Archivio Attanasio). Francesco Barra (…), nella sua nota (13) postillava pure che: “Avvertiamo infine che il volume dedicato da mons. Giovanni Cammarano alla storia dell’abbazia non è utilizzabile storicamente, fondato com’è su fonti memorialistiche inattendibili e apocrife, e comunque incontrollabili (G. Cammarano, Storia di Centola, vol. II, La Badia di S. Maria, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Agropoli, 1999, pp. 334).”.

(…) Garufi Carlo Alberto, Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910 (Archivio Attanasio), da p. 291 e s.

(…) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972 (Archivio Attanasio)

(….) Portanova G., Il castello di San Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Acquino’, Badia di Cava, 1924

(…) Ricca Erasmo, ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 (Archivio Attanasio)

(…) Cammarano Giovanni, “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, voll. I-II-III, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1993 (Archivio Attanasio). Riguardo il Cammarano il Barra (…), nella sua nota (13) a p. 67 postillava che: Giovanni Cammarano alla storia dell’abbazia non è utilizzabile storicamente, fondato com’è su fonti memorialistiche inattendibili e apocrife, e comunque incontrollabili (G. Cammarano, Storia di Centola, vol. II, La Badia di S. Maria, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Agropoli, 1999, pp. 334).”.

(…) Barra Francesco, ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Ferdinando Galiani e la Badia di S. Maria degli Angeli di Centola” stà in “Il Picentino”, a. CX, nn. 1-2, gennaio-giugno 1975, pp. 13-19.

(…) Capano Antonio, Centola e il suo catasto provvisorio: paesaggio naturale e paesaggio antropizzato nel 1815, in “Annali CIlentani”, n. gennaio- dicembre, 1999

(….) De Morra M.A., ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71 (Archivio Attanasio)

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(…) Volpi G., Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, ed. Riccio, Napoli, 1752, pp. 211 e 287 (Archivio Attanasio)

(….) ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli, antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il Chronicon si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino.

(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Annalista Salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(…) Sacco Francesco, Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, ed. Flauto, Napoli, 1795 (Archivio Attanasio); si veda su Centola, vol. I, p. 290

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio). Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Di Stefano Lucido, Della Valle di Fasanella nella Lucania – discorsi del dott. Lucido Di Stefano della terra di Acquaro nella stessa Lucania, ed. a ristampa “Centro di cultura e studi storici ‘Alburnus'”, Opera di Lucido di Stefano, risalente al 1781, e costituisce una delle principali fonti per la ricostruzione della storia dell’area dei Monti Alburni e della Valle del Calore Lucano in provincia di Salerno. In questo secondo volume vengono descritti i paesi posti sulla sinistra del fiume Calore: Corleto Monforte, Roscigno, l’antica Fasanella, Bellosguardo, Ottati, S. Angelo a Fasanella, Castelcivita, Controne, Serre, Postiglione, Sicignano, Petina, i villaggi scomparsi della Civita e di Pantoliano e quelli di S. Pietro, Carritiello e Cosentini. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” vol. I a p. 501, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Museo Provinciale di Salerno, Biblioteca, ms. del dott. Lucido De Stefano, della terra di Acquaro, 1781. I riferimenti ai ff, del ms. che sono nella stessa Biblioteca ecc…”.

(…) Visconti Pietro, Paesaggi Salernitani, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, v. p. 122 (Archivio Attanasio)

(…) Granito Eugenia , ‘Archivio di Stato di Salerno, mostra documentaria: “I confini della fede – luoghi di culto, istituzioni ecc..’, Mostra 29 marzo – 30 dic. 2000 – Catalogo, Salerno 2000 (Archivio Attanasio), vedi pp. 13-14; si veda pure dello stesso autore: “Archivio Carafa di Castel San Lorenzo”, stà in ‘Archivio di Stato di Napoli – Archivi Privati- Inventario sommario’, vol. II a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1967, p. 221 (Archivio Attanasio)

(…) Diodati Luigi, Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere, Napoli, 1788 (Archivio Attanasio)

(….) Nicolini Fausto, ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in Scritti di Archivistica e di ricerca storica, Ministero degli Interni. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma, 1971, pp. 54-55; dello stesso autore si veda pure: ‘I manoscritti dell’abate Galiani’, stà in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908 (Archivio Attanasio)

(…) Demarco C., ‘Del Diritto Diocesano del Vescovo di Capaccio sul Clero e popolo di Santangelo a Fasanella’, s.n.t., ma Napoli, 1786 (Archivio Attanasio)

(…) Iannone Massimino, ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX – Elementi documentati di storia’, diritti riservati dell’Autore, 2016 (Archivio Attanasio)

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Attanasio)

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Edizione Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Attanasio)

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. 

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, ci parla dei ‘Monasteri del Principato Citra’. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Montfaucon Bernard, Paleographia Graeca sive de ortu et progressu ecc.., Paris, ed. Privilegio Regis, 1708, pp. 431-432 (Archivio Attanasio)

(…) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

(…) Gervasio Agostino, ‘L’istoria d’Italia nell’anno 1547 e la descrizione del Regno di Napoli di Camillo Porzio‘, Napoli, dalla stamperia Tramater, 1839 (Archivio Attanasio)

(…) Stanziola

(…) Martuscelli Ezio, Storie, Aneddoti, Fatti e Misfatti di Centola e delle sue Frazioni, ed. Progetto Centola, 2012; si veda anche dello stesso autore: La partecipazione dei soldati del Comune di Centola alla grande Guerra1915-18, ed. Progetto Centola, 2015

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