Dal 1220 al 1250, Federico II di Svevia nel Cilento

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la  ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo saggio mi occupo del periodo storico che riguarda la dominazione di Federico II di Svevia nel Cilento ed in particolare nel basso Cilento. Il periodo di cui mi occupo è quello che segue la morte dell’Imperatore di Sevia Enrico VI (a 1197), figlio dell’Imperatore Federico I detto il Barbarossa. Enrico VI riuscì ad assicurare solo la successione al trono siciliano del figlio di appena tre anni, il futuro Federico II, con la reggenza della madre (che però sarebbe morta appena un anno dopo). Il Regno di Sicilia, che prima della sua conquista era uno Stato potente e ordinato, con Enrico si trasformò in un crogiuolo di anarchia, disagio finanziario, baronie riottose e musulmani in rivolta, ed era nel caos. La sua morte prematura e improvvisa fu un disastro politico dal punto di vista del progetto imperiale, ma fu una liberazione, dal punto di vista dei siciliani, che manifestò in pieno i propri effetti positivi a partire dal 1209 quando Federico II, uscito dalla tutela, prese le redini del Regno di Sicilia.

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(Fig. 1) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516 conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (43)

Le fonti: il ‘Liber censuum’

Per l’indagine demografica e storiografica un utile ma non esaustivo strumento d’indagine è il ‘Liber censuum’ che, nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, (….), 1896, p. 645, nella sua opera su Roma.

Nel 1239-1240, le Fonti per l’epoca Federiciana: ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240’

Molti dei documenti contenuti nella ‘Cancelleria’ di Federico II di Svevia furono pubblicati nel 1888 da Winkelmann (…), nel suo “Acta Imperii Inedita”, documenti federiciani inediti conservati nei diversi Archivi Italiani e soprattutto non andati persi nel rogo del 1943 dell’Archivio di Stato di Napoli. Altri documenti della Cancelleria angionina sono stati raccolti nel Liber Inquisitionum Caroli Primi dove si rielencavano gli stessi feudi e baronie esistenti ai tempi del ‘Catalogus Baronum’, ovvero ai tempi dei due Guglielmi I e II di Sicilia che poi furono donati da Carlo I d’Angiò ai suoi seguaci e tolti ai baroni che patteggiarono per Corradino di Svevia. Dunque, come scrive l’Ebner, riguardo le vicende successive al periodo di stesura del ‘Catalogus’, le stesse Baronie ivi elencate furono avocate al fisco da Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio, per “fellonia” e poi ancora in seguito, le stesse baronie elencate nel ‘Catalogus’ furono elencate in quei feudi che Carlo I d’Angiò restituì ai suoi seguaci dopo la caduta degli ultimi Svevi, di cui peraltro ho ivi scritto in un altro mio saggio. Dal sito dell’Archivio di Stato di Napoli, alla voce sulla Ricostruzione dei Registri della ‘Cancelleri Angioina’, epoca Federiciana leggiamo che: Dalla seconda metà del XVI secolo, lo studio dell’archivio della Cancelleria Sveva (l’unico registro superstite di Federico II per gli anni 1239-1240) e della Cancelleria Angioina (all’epoca ancora ricco di scritture, soprattutto per i regni di Carlo I, Carlo II e Roberto) ha prodotto spogli e lavori archivistici sistematici come i repertori e i notamenti: – il repertorio dell’unico registro di cancelleria di Federico II dell’anno 1239-1240, opera degli archivisti Vincenti/Sicola e Chiarito; – i 4 volumi (originariamente 11) di notamenti di Carlo de Lellis; – i 13 volumi di repertori dell’archivista Pietro Vincenti (1610-1614); – gli 8 volumi di supplementi ai precedenti repertori compilati dall’archivista Sigismondo Sicola (1673-1710); – i 2 repertori di Carlo Borrelli, l’indice delle famiglie e delle città del Grifo e i due volumi di Onofrio Sicola (1710) contenenti l’index monasterium; – i 18 volumi di Michelangelo Chiarito (1759-1763). Sopravvissuti alle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, oggi possono essere consultati in digitale presso le postazione della sala studio. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Leggiamo dalla Treccani on-line che: CANCELLERIA, REGISTRO DELLA (1239-1240). – Conservato fino al 1943 come unico cimelio superstite della cancelleria di Federico II, il registro degli anni 1239-1240 andò distrutto nel rogo del deposito antiaereo che era stato istituito in una villa dell’entroterra campano (Villa Montesano in S. Paolo Belsito, presso Nola), dove, a partire dal dicembre 1942, si era provveduto a trasferire i fondi più antichi del “Grande Archivio” di Napoli, nel timore che potessero subire danni durante eventuali bombardamenti e cannoneggiamenti della città. Nell’incendio, appiccato deliberatamente, per rappresaglia, il 30 settembre di quell’anno per ordine del comando tedesco del luogo, pienamente consapevole dell’importanza del materiale che vi era stato depositato, andarono bruciate tutte le serie più preziose dell’Archivio napoletano, compreso il ricchissimo archivio della cancelleria angioina. Del registro di Federico II del 1239-1240, l’unico della cancelleria sveva che fosse noto alla storiografia, rimanevano tuttavia le riproduzioni fotografiche (nove pellicole conservate oggi nell’archivio dell’Istituto Storico Germanico di Roma), la trascrizione pubblicata nel 1786 dall’archivista napoletano Gaetano Carcani (…) in appendice alla sua edizione del Liber Augustalis e quella, dattiloscritta, realizzata a metà degli anni Venti del Novecento da Eduard Sthamer e in seguito parzialmente riveduta da Wilhelm Heupel. Del Gaetano Carcani, la sua opera è “Constitutiones Regum Regni Utriusque Sicilae”, Napoli, 1786 o si veda Liber Augustalis, sui registri della Cancelleria di Federico II di Svevia dal 1239 al 1240 perduti. Si veda pure i Repertori di Sigismondo Sicola,  che si possono scaricare gratuitamente dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola Sigismondo, voll. II, ovvero Sicola Sigismondo, Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Reale Zecca allora superstiti; onde il Sicola Siismondo del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di Michele Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da Michele Chiarito (…) che raccolse  i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVIIpubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di Michelangelo Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito Michelangelo, Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Per Scandone si veda F. Scandone, Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Rimanevano inoltre notizie e repertori, trascrizioni, copie ed excerpta: lacerti di una tradizione più antica e in origine sicuramente ben più ricca, testimoni tutti del grande interesse che il registro aveva suscitato negli eruditi napoletani del Seicento e del Settecento, i quali, animati da curiosità di tipo prettamente antiquario e genealogico, furono i primi a sfogliarlo e leggerlo, vedendo in esso una sorta di grande contenitore dal quale attingere una enorme quantità di notizie sulle antiche famiglie del Regno. Una tradizione nel complesso ricca, anche se piuttosto singolare, che ha consentito di ricostruire la storia e la fisionomia del registro, e da ultimo di stabilirne e pubblicarne il testo. Per lungo tempo unico e prezioso cimelio conosciuto e conservato della cancelleria federiciana, il registro di Federico II andò distrutto, com’è noto, nel rogo che è passato alla storia come uno dei più gravi disastri archivistici dell’ultimo secolo, appiccato alla fine del settembre 1943 dalle truppe tedesche in ritirata dal meridione d’Italia al deposito dove erano stati trasferiti per motivi di sicurezza i fondi più antichi e preziosi del Grande Archivio di Napoli. A sessant’anni dalla sua distruzione e dopo vicende editoriali protrattesi per un circa un ottantennio, vede la luce l’edizione del registro, condotta sulla base delle riproduzioni fotografiche, di estratti e copie erudite, di precedenti trascrizioni. Il registro, strettamente riservato agli affari del Regno (vi erano cioè registrate soltanto le lettere che la corte inviava ai funzionari provinciali per comunicare le misure prese in merito alla gestione del regno), era frammentario fin dalla sua prima apparsa sulla scena delle fonti archivistiche napoletane, alla fine del Cinquecento, ed abbracciava solo un breve arco cronologico, che andava dai primi giorni di ottobre 1239 agli inizi di maggio 1240. Tuttavia l’elevato numero di lettere registrate (quasi milleduecento) e l’ampio ventaglio di argomenti trattativi ne fanno una fonte di eccezionale importanza per la storia del regno di Sicilia nei mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX. L’edizione è stata condotta adattando le tecniche ormai comunemente accolte per la pubblicazione dei documenti latini alle peculiarità di questo particolare tipo di fonte, dando ampio spazio, soprattutto, ai regesti e alle parti introduttive, là dove si ricostruisce l’iter di formazione delle lettere (per questo è stata introdotta una breve sezione dove compaiono i nomi del personale di cancelleria coinvolto nella loro produzione) e si evidenziano i nessi di vario genere che legano missive accomunate da una comune origine (prodotte cioè a seguito di uno stesso ordine). Inoltre si è tenuto massimo conto della struttura del registro e del suo carattere di unicità e insieme di coerenza e uniformità che lo contraddistingue, carattere che è stato mantenuto ed evidenziato al meglio, non solo conservando l’ordine col quale le registrazioni si susseguono al suo interno, ma anche, ad esempio, adottando caratteri diversi per le registrazioni e le note (coeve o posteriori) che le incorniciano, attribuendo un numero d’ordine a ciascuna registrazione indipendentemente dal fatto che fosse relativa a una o più lettere e considerando quindi come unità minima documentaria la registrazione in quanto tale, accorpando sotto un unico regesto le sequenze di lettere registrate “a catena”, ovvero le similes spedite nella stessa forma a diversi destinatari. Nell’introduzione (pp. IX-CIII), oltre alle consuete note relative alla storia del registro ed alle modalità di trasmissione del testo, si affronta in particolare il tema della sua funzionalità, che viene analizzata e vista attraverso una particolare lente, quella delle forme, ossia del modo in cui il registro era stato pensato e costruito e degli accorgimenti redazionali che erano stati adottati per ottenere non tanto un contenitore di documenti, quanto uno strumento di lavoro realizzato in cancelleria per la cancelleria e per la corte, improntato in funzione della massima visibilità e dell’immediata reperibilità della notizia, al fine di facilitarne la consultazione per poter ricostruire in qualsiasi momento lo stato di ciascuna questione della quale la corte si era occupata tramite la corrispondenza scritta.

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 40, nella nota (95) postillava che: “(95) ‘Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240’ a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, Roma, ISIME, 2002 (Fonti per la storia d’Italia Medievale, 19* e 19**), 2 voll, vol. 1, pp. 351-354. Sul registro di Federico II, sulla sua accidentata vicenda editoriale, cfr. l’Introduzione a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, all’Edizione, pp. XVII – LXXXII. Nondimeno si vedano i precedenti interventi di J. Mazzoleni, La registrazione dei documenti delle cancellerie meridionali dallepoca sveva all’epoca viceregnale, Napoli, Libreria Scientifica Editrice, 1971, pp. 12-25, che descriveva fisicamente il registro, e di W. Hagemann, La nuova edizione del registro di Federico II, VII Centenario della morte di Federico II imperatore e re di Sicilia. – (10-18 dic. 1959), Atti del Convegno di Studi Federiciani, a cura del Comitato Esecutivo, Palermo, Arti Grafiche A. Renna, 1952, pp. 315-336, per una storia del Registro, delle sue discutibili messe a stampa prima dell’edizione Carbonetti-Vanditelli.”.

Le fonti: il ‘Liber donationum Caroli primi’ ed il  ‘Liber inquisitionum Caroli Primi Pro Feudatariis Regni’,

Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri, a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Enrico Pispisa, Il Regno di Manfredi…., p. 55-70 e p. 85 e seguenti. L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini (RCA) ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto de Tortorella, ecc…. Dunque, la Pollastri segnala delle notizie tratte da Enrico Pispisa (….), a sua volta tratte dai Registri Angioni ricostruiti ed in particolare dal “Liber donationum”, vol. II, in cui figura il funionario Svevo chiamato “Guglielmo Villani”. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò. La Pollastri (…), suggerisce pure di vedere S. Pollastri, ‘La noblesse napolitaine sous la dynastie angevine: l’aristocratie des comtes (1265-1435)’, tesi di dottorato Parigi, X- ecc….Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Riguardo il testo citato sia da Ebner (…) e dalla Pollastri (…), il ‘liber donationum etc..’, il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber donationum Caroli Primi’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai possessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro, citava il testo di ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974. Infatti veniva citato dal Santoro anche a p. 30 nella sua nota (3). Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.”. Il Santoro, citava il testo di Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), Paris, 1886-1887. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intestazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit.,  II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoletane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”. Bartolomeo Capasso (….), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 349 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro feidataris Regni”, a p. 344, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iste liber signatus litt. I olim servabatur in archivio Regiae Camerae Summariae, et a Ferrante de Marra, duce Guardiae, saepe laudatur in opere Delle famiglie forestiere etc., p. 151, 379, 416 et alibi. Caesar Paganus, vir patriae historiae studiosissimus, circa finem saeculi XVI illum excerpsit, et compendio in suis neapolitani archivi ‘Notamentis’ transcripsit. Postea Philibertus Campanilis saeculo XVII, et Lucas Iohannes de Alicto a. 1760, nescio an ex ipso ‘Libro inquisitionum’ vel ex ejusdem Caesaris Pagani opere, excerpta fecerunt, quae habentur in ejusdem Campanilis ‘Repertorio nobilium familiarum ap. bibliothecam Nazionale VIII, B. 4, et in Lucae de Alicto cod. Ms. autographo (‘Vetusta regni Neapolis monumenta), quem servat cl. vir Aloysius Volpicella. Eorum excerptorum aliqua ex memoratis ‘Notamentis’ De Saint- Priest, ‘Hist. de Charles d’Anjou’ t. IV, p. 314 (Hist. dipl. Frid. II, VI, 917) eddit; ego autem illa integra ex texta amborum codd. inter se collato hic exhibeo.”. Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Una parte del documento riguarda Ruggero II Sanseverino che all’epoca dell’angioino non sarà più un giovane di 12 anni salvatosi dallo sterminio della “Congiura di Capaccio”.

Federico II di Svevia

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(Fig. 2) L’Imperatore tedesco Federico II di Svevia, in una miniatura dell’epoca

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(Fig. 3) Federico II di Svevia, busto marmoreo della statua posta sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli in Piazza del Plebiscito

Federico Ruggero Costantino di Hohenstaufen (Jesi, 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250) è stato re di Sicilia (come Federico I, dal 1198 al 1250), Duca di Svevia (come Federico VII, dal 1212 al 1226), Re dei Romani (dal 1212) e poi Imperatore del Sacro Romano Impero (come Federico II, eletto nel 1211, incoronato dapprima ad Aquisgrana nel 1215 e, successivamente, a Roma dal papa nel 1220) e re di Gerusalemme (dal 1225 per matrimonio, autoincoronatosi nella stessa Gerusalemme nel 1229). Apparteneva alla nobile famiglia sveva degli Hoenstaufen e fu l’ultimo sovrano a regnare in Sicilia ad appartenere a tale dinastia. Il suo mito finì per confondersi con quello del nonno paterno, Federico I detto il Barbarossa. Discendeva per parte di madre dai normanni di Altavilla (Hauteville in francese), conquistatori di Sicilia e fondatori del suddetto Regno di Sicilia. Federico nacque nel 1194 da Enrico VI (a sua volta figlio di Federico Barbarossa) e da Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia, e zia di Guglielmo II, a Jesi, nella Marca anconitana, mentre l’imperatrice stava raggiungendo a Palermo il marito, incoronato appena il giorno prima, giorno di Natale, re di Sicilia. Il 28 settembre 1197 Enrico morì e Costanza e, suo figlio l’Imperatore Federico II di Svevia, secondo le cronache, scese in Italia per ristabilire l’autorità Imperiale.  Dopo la morte di Enrico VI, nel 1197 e quella di sua moglie Costanza l’anno successivo (1198) in Sicilia si verificarono tumulti politici. Priva della protezione reale e con Federico II ancora fanciullo sotto la custodia del papa, la Sicilia era al tempo diventata un campo di battaglia per le forze rivali tedesche e papali. Nel 1221 Federico II, non più bambino, rispose con una serie di campagne contro i ribelli musulmani e le forze degli Hohenstaufen sradicarono i difensori da Jato, Entella e dalle altre fortezze. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento’, a p. 120, scriveva che: “Terminata con Guglielmo II nel novembre del 1189 la dinastia dei re normanni e successogli per disposizione di lui, non avendo egli lasciato la prole, sua zia Costanza figlia postuma di suo avo Ruggero e moglie di Enrico IV re di Germania, il Reame di Napoli e con esso la provincia di Salerno passò dal dominio normanno a quello svevo.”.

Le strade all’epoca Sveva

Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla).

Nel 1189, la CONTEA DI PRINCIPATO

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Gugliemo (IV), conte di Principato (a. 1195).”. Il Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II Da Guglielmo (III) la contea andò al figlio di suo fratello Nicola, Enrico, e poi al figlio di questi, Guglielmo (IV), che ne era in possesso nel 1195 (5).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (3) postillava che: “(3) Il conte Silvestro II di Marsico, come si evince dal Catalogus Baronum (ed. cit., p. 587), possedeva, tra gli altri feudi, Diano (Teggiano), Sala (Sala Consilina), Padula, Sanza e la metà di Magliano. Aveva, inoltre, come suffeudatari: Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi, ed Enrico signore di monteforte. Quest’ultima circostanza non è stata neppure considerata dall’Ebner nel citato suo lavoro sulla storia di Novi. Feudi minori, quali Altavilla (Silentina), Felitto, Castel S. Lorenzo e Polla, appartenevano a rami cadetti degli Altavilla.”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (5) postillava che: “(5) ABC, L, 38 (a. 1195). Nel 1219 Federico II ricevè in demanio la città di Eboli ed i suoi abitanti (C. Carucci, Codice diplomatico Salernitano del secolo XIII (CDC), Subiaco, 1931, I, p. 122), per cui la CONTEA DI PRINCIPATO cessò di esistere come feudo ed il titolo di Conte di Principato divenne solo onorifico. Il termine PRINCIPATO, intanto, fin dal tempo di Ruggero II (1130-1154) era passato ad indicare tutte le terre che comprendevano le attuali province di Salerno e di Avellino (si veda Catalogus baronum, cit., sotto la rubrica: DE PRINCIPATU), costituendo uno dei “Giustizierati” del Regno di Sicilia, il cui numero variò nel tempo ma che si fissò in quello di 9 sotto Federico II di Svevia. Tale numero si conservò anche nei primi tempi degli Angioini, poi il 19 giugno 1284, il PRINCIPATO fu diviso in due giustizierati: ‘Principatus a Serris Montori citra e Principatus a Serris Montori ultra’. Al tempo di Alfonso I d’Aragona (1442-1458) i giustizierati in numero di 12, furono denominati “Province” ed il Principato CITRA ebbe come capoluogo Salerno, il PRINCIPATO ULTRA Montefusco.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), ecc…”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16)…..Da segnalare che già nel 1216, la situazione nella “piana di Eboli” era mutata se Costanza, regina di Sicilia e moglie di Federico II, donò (C. Carucci, Codex diplomaticus salernitanum (CDS), I Subiaco, 1931, p. 107, XLIII) alla Chiesa salernitana “decimas platearum et plancarum” di Eboli confermando “omnes usus et bonas consuetudines” in precedenza concessi, v. pure i documenti LX e LX in Carucci cit., privilegi di cui è conferma nel 1221 (LXII Carucci, p. 135).”.

Nel 1194, GUGLIELMO II SANSEVERINO e la Baronia del Cilento

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, a pp. 120-121, in proposito scriveva che: I. Guglielmo Sanseverino, che possedette la baronia di Rocca anche nei primi tempi della dominazione sveva, ebbe dalla moglie Isabella Guarna un figlio che prese il nome di Guglielmo II. (1). Costrui salì a grande potenza e ricchezza avendo acquistati molti feudi, tra i quali quello di Ragusa, e come signore di esso fece nel 1194 una largizione al vescovo di Siracusa (2). Godeva anche del titolo di conte del principato di Salerno, come risulta da un’altra donazione che nell’anno successivo fece alla badia di Cava (3). Egli durante la sua vita trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca al figliuolo primogenito Iacopo, ma avendo questi ricusato di seguire l’esercito di Federico II svevo contro i Saraceni, fu dichiarato ribelle, posto in carcere e poi mandato in esilio ove morì senza lasciare prole (1). I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso il quale, dopo averli tenuti per un anno insieme con suo padre Guglielmo, cedè la contea di Capaccio e la baronia del Cilento all’imperatore Federico e ne ebbe in cambio la contea di Marsico.”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Filiberto Campanile – Delle insegne dei nobili, pag. 92 seguito dal Ventimiglia. Difesa dip. pag. 160.”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (2) postillava che: “(2) De Meo, vol. 2°, anno 1194”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (….) postillava che: “(3) Ivi, pag. 95.”. Di Guglielmo I Sanseverino ho gia detto nel saggio che riguarda il periodo di re Guglielmo II detto il buono. Dunque, Matteo Mazziotti racconta che quando prese il potere Federico II di Svevia, nel Principato di Salerno dominava Guglielmo II Sanseverino, figlio di Isabella Guarna e di Guglielmo I Sanseverino. Secondo il Mazziotti, Guglielmo II Sanseverino era molto potente tanto da possedere faudi anche in Sicilia. Guglielmo II Sanseverino era conte del Principato di Salerno. Guglielmo II Sanseverino trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca a Iacopo Sanseverino, suo figlio primogenito. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “….Guglielmo, che tolse Isabella figlia di Silvestro Conte di Marsico, da cui nacque Guiglielmo Secondo che fu anche Signore di Capaccio e di Cilento: ciò costa dalle Vite de’ Beati Abbati del Monistero della SS. Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di Lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivi del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114, nel regnare del Principe Roberto leggesi: ‘Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &c. E in un altro spedito nel 1121 al regnare di Guglielmo: ‘Nos Rogerius de Sancto Severino etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: “Guglielmo Sanseverino donò molti beni ed altri ne riconobbe in proprietà alla Badia cavense (aa. 1183-1187), con la quale definì (a. 1187) i confini delle due baronie, documento sottoscritto oltre che dalla moglie Isabella, anche dal suo primogenito Giacomo.. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “Guglielmo I Sanseverino sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro conte di Marsico ed ebbe da lei quattro figli: Iacopo, Guglielmo, Tommaso e Guaimario. Iacopo, che compare sottoscrittore col padre di alcuni documenti nel 1186 e nel 1187, ereditò i feudi paterni ma, essendosi rifiutato di seguire l’imperatore Federico II di Svevia in una spedizione contro gli Arabi, fu dichiarato ribelle, incarcerato e poi mandato in esilio, dove si spense senza lasciare eredi. I suoi feudi, pertanto, passarono al fratello Guglielmo II e, morto questi parimenti  senza prole (1), all’altro fratello, Tommaso I…….Nel 1227, essendo rimasto vacante il feudo di Marsico per essersi spento senza successori il legittimo conte Giacomo, nipote di Isabella Guarna (4), madre di Tommaso Sanseverino, quest’ultimo cedette a Federico II la signoria di Sanseverino e la baronia di Cilento in cambio di quella contea, aggiungendovi in più mille once d’oro per la permuta (1).”. Cantalupo, a p. 143, nella nota (1) postillava che: “(1) L’ultima notizia riguardante Guglielmo II Sanseverino è del 1195”.

Nel 1221, Federico II di Svevia, i Baroni ed il sequestro di alcuni castelli

Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Federico quindi accettò l’omaggio dei baroni di minor conto, servendosi subito di loro per comandare ai conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di Sanseverino, Riccardo d’Ajello, Riccardo da Celano e da alcuni altri, di consegnare, in base alla legge sui privilegi e ad altri provvedimenti che sarebbero stati promulgati subito dopo l’incoronazione, certi castelli che essi possedevano. La cosa più importante in quel momento per Federico, era di possedere piazzaforti nel regno. Fu un vantaggio che i baroni fossero presenti alla cerimonia e potessero constatare l’intesa esistente fra lui e il papa: intimoriti obbedirono ai suoi ordini. Del resto Federico, nel togliere, non badava alle persone ma all’importanza delle cose: in base alla legge sui privilegi, il fedele e devoto abate di Montecassino, presente all’incoronazione, dovette rinunciare non solo a certe rendite ecc…(p. 105) L’occasione si presentò subito dopo la campagna del Molise, quando i conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di San Severino e alcuni altri furono chiamati a partecipare alla guerra contro i saraceni: si presentarono con pochissimi uomini, o addirittura soli – e Federico senza por tempo in mezzo li fece prigionieri, e ne incamerò i beni. Dietro preghiera del papa, li mise poi in libertà, ma li bandì dal paese. (Come già il conte del Molise, presero rifugio a Roma).”. Scrive Amedeo La Greca (13), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, che: “Soprattutto sotto il regno di Costanza d’Altavilla, sposa e vedova di dell’Imperatore Enrico VI, i feudatari normanni avevano usurpato molti titoli e proprietà, specie a danno del demanio regio e della Badia di Cava. Il figlio, Federico II, appena preso possesso del regno, come suo primo atto, nel 1220, sancì l’obbligo per i feudatari di presentare alla sua curia i titoli comprovanti il legittimo possesso dei feudi: quelli dimostrati li confermò l’anno seguente a Salerno.”. Federico II di Svevia, dopo la morte del padre Enrico VI e della madre Costanza, appena potè mettersi alla testa di un suo esercito, scese in Italia e mise a ferro e fuoco alcune città del Mezzogiorno. Federico II di Svevia distrusse molte città del Regno di Sicilia e di Napoli. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pare che Policastro, fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia.

Nel 1221, Federico II, al suo rientro dalla V crociata defenestrò alcuni baroni del Regno come Riccardo di Lauria

Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza,, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia madre di Manfredi, figlio naturale di Federico II. Dall’unione nacque nel 1250 nel castello di Scalea, Ruggero di Loria. Riccardo, a seguito della parentela acquisita, riottenne la sua baronia e si mostrò degno di fiducia verso la casa sveva per la quale nel 1266 morì gloriosamente a fianco di re Manfredi nella battaglia di Benevento.”. Da Wikipedia leggiamo che al tempo di Federico II, la quinta crociata fu indetta da papa Onorio III e coinvolse eserciti franchi, ungheresi, ciprioti e austriaci in una campagna militare che ebbe luogo in Palestina ed Egitto fra il 1217 e il 1221. Sebbene lo scopo della crociata fosse di prendere la città di Gerusalemme, il conflitto si spostò in Egitto per occupare un porto importante da scambiare con territori in Terrasanta. La crociata si risolse con la presa di Damietta, ma dissidi all’interno del campo crociato e l’intransigenza del legato papale Pelagio portarono la spedizione all’insuccesso. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi. Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano.”. Dunque, il Mallamaci, scriveva che ai tempi di Federico II di Svevia, Torraca apparteneva alla Baronia del Cilento che “toccò” ai Lancia, di cui una grande esponente fu la madre di re Manfredi, Bianca Lancia. La sorella di Bianca Lancia, sposò Riccardo di Lauria, padre dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”.

Nel 17 giugno 1211 e 1222, papa Innocenzo III annullò l’elezione di Giacomo, medico personale e voluto dall’Imperatore Federico II di Svevia a vescovo di Policastro e conferma il vescovo Gerardo di Saponara

Ferdinando Ughelli, nella sua “Italia Sacra”, vol. VII (edizione Coleti), col. 560 e ssg. parlando dei vescovi di Policastro, dopo aver parlato del secondo vescovo di Policastro: “Arnaldo”, ci dice del terzo vescovo di Policastro e scriveva che: “3 N……cuius nomen non habemus Saponaria Marsicensis dioecesis Archipresbyter post diutinam etc…”, e riporta anche la lettera di papa Innocenzo III:

Ughelli, VII Coleti, p. 560 Policastro

Ughelli, VII, Coleti, p. 562, Policastro

(Fig….) Ughelli F., op. cit., vol. VII, ed. Coleti, col. 560 e ssg.

Dunque, la prima notizia viene dall’Ughelli. Si veda pure (Ughelli, vol. I, p. 1246), ovvero: Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, vol. I, p. 1246; Si veda pure sulla Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro,  Tomo VII, p. 542 e da p. 758 a p. 800 (Policastrensis Episcopi).

Ughelli, p.....PNG

Ughelli, p. 790

Ughelli, p. 790...

(Fig…..) Ughelli Ferdinando, (…), vol. II, p. 758, dove si parla della Diocesi di Policastro

In seguito la notizia, sebbene in parte viene riportata da Costantino Gatta. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie della Provincia di Lucania etc…”, a p. 138 parlando di Saponara scriveva che: “Conta ella fra gli altri Soggetti Giuliano prima Arciprete di Saponara, indi Vescovo di Policastro, come si cava dalle ‘Pistole d’Innocenzo III’. Pontefice, al cui tempo visse.”. Nel 1831, ebbe la luce l’edizione introvabile del testo scritto da Mons. Nicola Maria Laudisio (….), Vescovo di Policastro nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti), dopo aver scritto del “II. Arnaldo”, vescovo di Policastro, in proposito scriveva che: “III. Gerardo, arciprete di Saponara, nominato vescovo di Policastro nel 1211. Il lodato Gerardo era l’ordinario della sudetta Saponara; difatti, dopo la città di Grumento fu distrutta nell’879 dai Saraceni, i superstiti fondarono Saponara…..”. Sempre il Laudisio, a p. 75 (vedi versione a cura del Visconti), scriveva pure che: “Abbiamo fatto questo ‘exursus’ su Saponara a causa di Gerardo, vescovo di Policastro, che in precedenza era stato arciprete di Saponara.”. Il Laudisio (….), nella versione del Visconti, a p. 18 nella sua nota (54) postillava che: “(54) Cit. Costantino Gatta, Mem. Luc., cap. 5, pag. 74 (parte II, capo I, p. 133: Pretende ragionevolmente la Saponara il primato di questa Provincia ecc…Ibidem p. 138: Conta ella fra altri soggetti Giuliano, prima arciprete di Saponara, indi vescovo di Policastro, come si cava dalle Pistole d’Innocenzo III Pontefice, al cui tempo visse).”. Dunque, il Laudisio tra queste notizie da Costantino Gatta, il quale parlando della Diocesi di Saponara ci dice di “Giuliano”, non di Gerardo. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (…), in un suo studio sulle ‘Chiese d’Italia’ parlando della chiesa Policastrense dice che dopo le notizie dateci dall’Ughelli (…), dei pimi vescovi della restaurata Diocesi Policastrense, ed in particolare del vescovo ‘Arnaldo’ che successe al rinunciatario Pietro Pappacarbone: Nell’anno, infatti 1211, si trova in una lettera di papa Innocenzo III, la decisione di una controversia insorta per l’elezione del vescovo, di cui non si sa il nome, tra il capitolo dei canonici, che lo avevano eletto, e Federico Re di Sicilia, che gli voleva introdurre Jacopo, suo medico. L’anonimo eletto dal capitolo era arciprete di Saponara, già Grumento od Agromento nella diocesi di Marsico; ma il re, a cui stava a cuore il suo Jacopo, non volle concederglierne la conferma. Anzi, coll’influenza della sua autorità, indusse gli arcivescovi di Taranto e di Santa Severina ed il vescovo Gerontino a conferirgli la sacra ordinazione, dopo la quale egli recossi a Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 89, come mostra l’immagine).

Carucci, vol. I, p. 89

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Nel 1211 Federico II,….a quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Ecc..”. Pietro Ebner racconta un’episodio che riguarda Policastro e l’Imperatore Federico II di Svevia. Ebner (…), che nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), vol. II, a p. 334 parlando di Policastro, scriveva in proposito che: “Nel 1211 Federico II rifiutò di confermare l’elezione a vescovo fatta dal capitolo di Policastro dell’arciprete di Saponara, perchè voleva che venisse eletto il suo medico Giacomo. Il Capitolo ubbidì, ma il 17 giugno papa Innocenzo III  da Roma (Laterano) comunicò al vescovo di Capaccio, al Capitolo di Policastro, all’Arcivescovo di Salerno e all’Abate di Cava di aver annullata, a norma della costituzione vigente l’elezione a Giacomo, medico del re di Sicilia, vescovo di Policastro. In quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dipendenze dello Stato Federiciano.”. Pietro Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 323, parlando del vescovo di Capaccio “19. N (icola ?), a. 1196”, in proposito scriveva che: “Forse appunto a questo vescovo, e ad altri vescovi e abati, scriveva papa Innocenzo III (“Innocentius….Episcopo Capudaquensi…) il 17 giugno del 1211 da Roma (Laterano), comunicando di avere annullata, a norma della costituzione vigente, l’elezione a vescovo di Policastro di Giacomo, medico di Federico II e dal re voluta, e confermando la nomina fatta dal Capitolo di Policastro “de archipresbytero de Saponara”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “…..Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Nel 1211, ad esempio, per vescovo di Policastro era designato il medico del Re di Sicilia, Giacomo, poi eletto (76); ecc…”. I due studiosi a p. 514, nella nota (76) postillavano: “(76) C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Roma, 1939, 1, p. 89”. Carlo Carucci, nel suo “Codice diplomatico Salernitano”, vol. I, a p. 89, in proposito scriveva che:

Carucci, vol. I, p. 89

(Fig…..) Carucci Carlo (….), op. cit., vol. I, p. 89

Il Carucci (…), nella sua nota (2), scrive una notizia tratta dall’Ughelli (…), p. 758, vol. VII, che: “L’Ughelli, facendo la storia della diocesi di Policastro, dice che nel 1222 ne era vescovo frate Guglielmo de Licio dell’ordine dei Minori e che non si hanno documenti certi di vescovi nominati per quella diocesi prima di lui. Egli dovè morire nel 1237, perchè in quell’anno il Capitolo di Policastro, nominò il successore del quale però non si conosce il nome.”. Infatti, l’Ughelli (…), a p. 758, vol. II, parla della Diocesi di Policastro ed in proposito scrive che: “Simeoni filio suo notho dono dedit, pervenit deinde ad Ioannem Ruffum anno 1299. Sub Ioanna I Regina, Gabriello & Luciano Grimaldis cessit imperio, regnate deinde Ferdinando Antonio Petruccius Antonelli filius Policastri Dominus fuit, qui una cum vita Maiestatis reus faqus, dominatum amisit: tendem ex Regio dono Ferdinandi II Regis Comes Policastro – ecc..”. Il documento a cui fa riferimento la nota (1) del Carucci a p. 89, è quello tratto da Carlo Carucci, vol. I, p. 45, doc. II. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, un ciclostilato inedito del 1973, in proposito a p. 173, nell’elencare i Vescovi di Policastro scriveva che: “4) – Gerardo Arciprete di Saponara……Saponara…..1211-1218”. Il Cataldo, lo pone prima di “5. P. Gabriele da Lecce….Lecce…1218.”. Il Cataldo, a p. 33, in proposito scriveva che: “Nella serie dei Vescovi di Policastro leggiamo invece al quarto posto: GUGLIELMO DE LICIO, Oed. frati Minori, 1222. Il predecessore è GERARDO, Arciprete di Saponara in Lucania, 1211. Come si vede l’Ughelli, nel compilare, nel compilare l’opera “Italia Sacra”, ha omesso non solo il nome di Giovanni, 3° Vescovo di Policastro, che fece edificare il campanile nel 1167, ma anche quello di Raffaele da Lecce. Nell’Ughelli notiamo anche delle divergenze ecc…”. Queste le notizie su Giacomo, medico dell’Imperatore e su Gerardo di Saponara. Un suggello alla notizia tratta dall’Ughelli ci è dato da un monumento della storia Federiciana, Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 34, nelle sue note postillava che: “Il primo conflitto di Federico con la curia: Ep. XI, n. 208, in Migne-Pl, 215, p. 1523; BFW, 6053. Un secondo scontro in seguito all’elezione per la sede vescovile di Policastro: Ep. 14, n. 81, in Migne-Pl, 216, p. 440; BFW, 6110; cfr. Winkelmann, Otto, p. 93.”. Il Kantorowicz, riguardo la citazione del “BFW”, intendeva il testo di Bohmer, Regesta imperii V, 3-5. Editi da J. Ficker ed E. Winkelmann, Innsbruck 1892-1901. Riguardo invece alla citazione di Migne-Pl, si tratta dell’opera del sacerdote Jacques Paul Migne (….) e del suo “Patrologiae cursus completus”, pubblicato nel 1844. Il Kantorowicz cita il Migne e per “Pl” intende la sua “Patrologia latina” che come si sà sono oltre 218 volumi. La lettera di papa Innocenzo III è pubblicata nella sua seconda edizione del “Patrologiae cursus completus”, vol. CCXVII (217), del 1855, col. 214-215-216. Il Kantorowicz, a p. 153, nelle sue note postillava che: “La regolamentazione delle elezioni vescovili in Sicilia a mezzo dei concordati e il primo intervento federiciano nelle elezioni di Palermo e di Policastro al tempo di Innocenzo III: v. nota p. 34, penultimo capoverso; cfr anche il richiamo di Federico alla prassi di Tancredi e di Costanza nello scritto in Ryccard. ed Gaudenzi, p. 124.”. Parlando di Policastro in epoca federiciana, lo storico Kantoriwicz (…), scriveva a p. 477 che: “Al momento della scomunica (di papa Gregorio IX a Federico II), v’erano in Sicilia centoquarantacinque vescovadi, trentacinque dei quali vacanti: di queste sedi alcune restarono tali, altre si ebbero per vescovi qua un notaio, là un nipote di un camerlengo Riccardo ecc…Molti furono i vescovi esiliati , e per i motivi più svariati: furono cacciati, è evidente, quanti si erano schierati dalla parte del papa in occasione della prima contesa tra Federico II e la curia a proposito della crociata. La notizia della scomunica papale l’aveva raggiunto a Padova nell’aprile del 1239.“. Il Kantoriwicz (…) a p. 517 nelle sue note scriveva: “Delle chiese siciliane, a quanto si rileva dalla circolare imperiale del 10 ottobre 1239 (BF, 2509, HB, V, pp. 437 e s.), erano sedi vacanti, oltre a singole abbazie, le seguenti sedi vescovili:…Policastro,…trentuno in tutto quindi, Con la messa al bando di altri vescovi subito dopo la scomunica, Federico II aveva bandito quelli di…(Ughelli, vol. I, p. 1246) ecc..”. Quindi, lo storico tedesco Kantorowicz, sulla scorta dell’Ughelli (…), ci informa che intorno l’anno 1239, Federico II, volle riformare alcuni vescovadi sostituendone i vescovi con uomini fidati e contrari alla curia romana di papa Gregorio IX. Il vescovado paleocastrense di Policastro Bussentino, nel 1239, era sede episcopale rimasta vacante. Lo storico elenca i vescovadi in cui vengono sostituiti i Vescovi ma non figura tra questi quello di Policastro (18). Sempre il Kantorowicz (…), a proposito di Policastro in epoca federiciana, nelle sue note a p. 725, scrive che nell’elenco dei Valletti Imperatoris testimoniabili sotto l’Imperatore Federico II (alcuni credono sotto il Re Manfredi), dell’Indice dei Regesti Imperii, troviamo un “26 – Rinaldo da Castellammare. Menzionato come valletto nel 1240 (19), potrebbe trattarsi, quì, della Baronia di Castellammare di Veglia presso Policastro.”. Kantorowicz E., op. cit., note a p. 517, egli scrive notizie tratte da (BF, 2509), ovvero: Bohmer J.F., Regesta Imperii, V, 3-5, editi da Ficker J., ed. E. Winkelmann, Innsbruck (1892-1901), 2509; vedi pure HB, V, pp. 437 e s., ovvero: J.I.A. Huillard-Breholles, Historia diplomatica Friederici, Parigi 1859.

Nel 1222, San Francesco d’Assisi, secondo la tradizione si fermò ad Agropoli e a Policastro

Pietro Ebner (…) a p. 113, parlando del clero regolare nel basso Cilento, scriveva che: “Nel ‘200, quando già si cominciava ad affievolire l’espansione benedetina sorsero i quattro grandi Ordini dei Mendicanti (francescani (3), domenicani (4), carmelitani (5) e agostiniani (6) che lentamente andavano approdando nella zona con i valori evangelici e con una notevole forza aggrregante.”. Ebner a p. 113 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Erano chiamati cordiglieri in Francia, frati scalzi in Germania e frati grigi in Inghilterra. Fu nella ricostruita chiesa della Porziuncola che S. Francesco (sett. 1181/2 – 3/4 ottobre 1226, canonicato nel 1228) scoprì la sua vocazione leggendo il Vangelo di Matteo (X, 7.10) e applicandolo letteralmente con “parole che come il fuoco toccavano il cuore”. Scrisse nella Prima Regola “che i confratelli ecc..ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 206, in proposito scriveva che: “Ciò che ancora restava sulla costa del mondo monastico greco venne, gradualmente, sostituito dai nuovi ordini latini: il francescano e il domenicano. Fu proprio un discepolo di S. Francesco, il beato Pietro Cathin da S. Andrea, della diocesi di Faenza, che nella prima metà del XIII secolo diffuse l’Ordine dei Minori in Calabria, fondando i monasteri di Scalea, Castrovillari, Corigliano, Amantea, Crotone (36).”. Le incursioni turchesche dei secoli XV e XVI riaprirono la piaga dell’insicurezza e del terrore ecc..”. Il Campagna, a p. 206, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Il monastero di Scalea era abitato da “un sol frate Conventuale”, all’epoca del Martire (‘La Calabria Sacra e Profana, cit., II). Fu soppresso nel 1653 con la bolla di Innocenzo X, in C. Manco, ‘Scalea – prima e dopo -, op. cit., ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 273, parlando delle Diocesi Caputaquensi, scriveva che: “La tradizione narra che ad Agropoli ecc…, che nel 1222 vi sbarcasse anche S. Francesco d’Assisi cui fu dedicato poi un monastero (12).”. Ebner a p. 273 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazziotti, cit., p. 28.”. Ebner si riferiva all’opera di Matteo Mazziotti, ‘La Baronia del Cilento etc…’, p. 28. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nella sua opera citata, a p. 28, parlando della fondazione di Agropoli e delle leggende intorno ad essa, in proposito scriveva che: Narra anche la leggenda che in Agropoli, nel 1222, predicò San Francesco d’Assisi e che nel luogo ove egli predicava fu innalzato il monastero tuttora esistente a lui dedicato. Ecc…”. Il Mazziotti, a p. 28, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Gian Nicola Del Mercato, ‘Commento a gli Statuti del Cilento’, opera inedita esistente presso i discendenti di lui.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 751 parla di un monastero italo-grco soppresso, quello di S. Francesco di Cuccaro Vetere. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, parla di S. Francesco d’Assisi a p. 43 e a p. 113. Da uno scritto sul web di Giuseppe Conte, leggiamo che secondo la tradizione il convento francescano fu fondato da San Bernardino da Siena nella prima metà del XV secolo. Situato tra le frazioni di San Martino (Laureana) e Rocca (Lustra, territorio da cui oggi dipende amministrativamente), popolarmente viene identificato anche con l’accostamento a questo piccolo centro, un tempo cuore pulsante del Cilento Antico (il convento di Rocca). Diverse sono le tracce architettoniche dei francescani nel territorio (ad Agropoli, a Gioi). Spesso tratteggiate da laboriose leggende. Ciò nonostante ad acquisire maggiore notorietà nel tempo è stato senz’altro il convento di Lustra. Non a caso è ricordato proprio come ‘San Francesco del Cilento’. Tuttavia nel corso dei secoli ha subito diversi ampliamenti. E’ variata anche la sua importanza. Strutturalmente, dalla porta centrale si accede alla chiesa, mentre sul lato sinistro si trova l’ingresso per il chiostro. All’interno si conservano bellissimi affreschi, alcuni meritevoli di restauro. Francesco nasce ad Assisi tra il 1181 e il 1182 Morirà nella stessa città nel 1226. Fondatore di un ordine mendicante, da cui preso il nome, per le sua umiltà passa alla storia come il ‘poverello di Assisi’. La memoria si celebra il 4 ottobre. Nel 1939, papa Pio XII, insieme a Santa Caterina da Siena, lo proclama ‘patrono d’Italia’. Secondo la tradizione, San Francesco parlò alle creature del cielo e del mare. Agli uccelli ed ai pesci e lo fece nei pressi dell’abitato di Agropoli da uno scoglio che oggi ne porta il nome. Su di esso sorge una croce a perenne memoria. Sempre secondo la tradizione, pare che il mare in tempesta, nonostante la sua impetuosa potenza, mai supera con le onde questo scoglio. Sulla terraferma, invece, si trova il luogo dove è esistito il convento. Nel Cilento altre importanti testimonianze architettoniche francescane si trovano a Gioi. La presenza dei frati nel territorio ha sempre contribuito alla crescita culturale e spirituale. L’ordine dei francescani, in particolare, godeva di una grande stima in quanto seguaci del ‘Santo di Assisi’.

Nel 1187, IACOPO (GIACOMO) SANSEVERINO, la Baronia di Sanseverino e del Cilento e l’arresto da parte di Federico II

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a pp. 121-122 riferendosi a Guglielmo I Sanseverino, in proposito scriveva che: I. Guglielmo Sanseverino, che possedette la baronia di Rocca anche nei primi tempi della dominazione sveva, ebbe dalla moglie Isabella Guarna un figlio che prese il nome di Guglielmo II. (1)……Egli durante la sua vita trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca al figliuolo primogenito Iacopo, ma avendo questi ricusato di seguire l’esercito di Federico II svevo contro i Saraceni, fu dichiarato ribelle, posto in carcere e poi mandato in esilio ove morì senza lasciare prole (1). I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso il quale, dopo averli tenuti per un anno insieme con suo padre Guglielmo, cedè la contea di Capaccio e la baronia del Cilento all’imperatore Federico e ne ebbe in cambio la contea di Marsico.”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Filiberto Campanile – Delle insegne dei nobili, pag. 92 seguito dal Ventimiglia. Difesa dip. pag. 160.”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a p. 160 in proposito scriveva che: “………………

Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 105, in proposito scriveva che: L’occasione si presentò subito dopo la campagna del Molise, quando i conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di San Severino e alcuni altri furono chiamati a partecipare alla guerra contro i saraceni: si presentarono con pochissimi uomini, o addirittura soli – e Federico senza por tempo in mezzo li fece prigionieri, e ne incamerò i beni. Dietro preghiera del papa, li mise poi in libertà, ma li bandì dal paese. (Come già il conte del Molise, presero rifugio a Roma).”. Guglielmo II Sanseverino trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca a Iacopo Sanseverino, suo figlio primogenito. Iacopo (Giacomo) Sanseverino fu dichiarato ribelle da Federico II di Svevia perchè non l’aveva seguito nella campagna contro i Saraceni. Iacopo Sanseverino fu incarcerato ed esiliato dove morì senza lasciare prole. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: “Guglielmo Sanseverino…..suo primogenito Giacomo. Subentrato nei feudi, per la morte di Guglielmo, Giacomo per non aver fornito a Federico II i forti nuclei di armati richiesti per la guerra contro i Saraceni di Sicilia, fu imprigionato dall’imperatore che ne avocò (a. 1223) anche i beni al fisco. Feudi poi restituiti (a. 1229) a Tommaso subentrato nelle signorie per la morte senza eredi del fratello.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “Guglielmo I Sanseverino sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro conte di Marsico ed ebbe da lei quattro figli: Iacopo, Guglielmo, Tommaso e Guaimario. Iacopo, che compare sottoscrittore col padre di alcuni documenti nel 1186 e nel 1187, ereditò i feudi paterni ma, essendosi rifiutato di seguire l’imperatore Federico II di Svevia in una spedizione contro gli Arabi, fu dichiarato ribelle, incarcerato e poi mandato in esilio, dove si spense senza lasciare eredi. I suoi feudi, pertanto, passarono al fratello Guglielmo II e, morto questi parimenti  senza prole (1), all’altro fratello, Tommaso I…….Nel 1227, essendo rimasto vacante il feudo di Marsico per essersi spento senza successori il legittimo conte Giacomo, nipote di Isabella Guarna (4), madre di Tommaso Sanseverino, quest’ultimo cedette a Federico II la signoria di Sanseverino e la baronia di Cilento in cambio di quella contea, aggiungendovi in più mille once d’oro per la permuta (1).”. Cantalupo, a p. 143, nella nota (1) postillava che: “(1) L’ultima notizia riguardante Guglielmo II Sanseverino è del 1195”. Cantalupo, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Giacomo potrebbe essere stato anche cugino di Isabella Guarna, poichè vi è qualche incertezza nella documentazione relativa alla discendenza dei Guarna nella contea di Marsico, volendo persino qualcuno (cfr. L. Ventre, La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo, Salerno, 1965, pp. 125-32) che Isabella fosse figlia di Guglielmo Guarna anzicchè di Silvestro, cosa di cui non può dubitarsi (cfr. SENATORE, cit., doc. XIX).”. Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 518, nelle sue note postillava che: “V. il caso di Giacomo Sanseverino nel “Liber inquisitionum” di Carlo I (in Capasso, Historia diplomatica, p. 349.). Misure contro singoli cavalieri: BF, 2611, 2612, 2804, 3033″. Infatti, Bartolomeo Capasso (….), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 349 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro feidataris Regni”, a p. 349 riportava il seguente scritto:

Capaso, HD, p. 349

(Fig…..) Capasso Bartolomeo, Historia Diplomatica etc…, p. 349

Nel 1223, Federico II combattè i Saraceni, li vinse e li confinò a Lucera

Nel 1991, invece, Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, sulla scorta di Matteo Camera (…), op. cit.,  scriverà il contrario di ciò che scriveva il La Greca (…). Il Guzzo (…), a pp. 20-21, in proposito all’epoca Federiciana, scriveva che: “Una feroce campagna contro i Saraceni condusse anche Federico II di Svevia. L’imperatore, volendoli estirpare dalla Sicilia nel timore che potessero unirsi ai loro vicini amici africani, li debellò e, nel 1223, riuscì a confinarne circa ventimila a Lucera, in Capitanata. Ma una volta assoggettati al suo dominio, Federico II, pensò bene di utilizzare le spiccate virtù guerriere nelle lotte che travagliarono la sua permanenza in Italia. I Saraceni vennero così a costituire il miglior nerbo dell’esercito imperiale e, come scrisse il Camera, furono il “braccio diritto” di Federico II, guadagnandosene, per le brillanti qualità militari e la costante devozione, ogni sorta di garanzie e di privilegi. (18).”. Il Guzzo, a p. 21, nella sua nota (18), postillava che:  “(18) M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, 1841, vol. I.”. Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 105, in proposito scriveva che: L’occasione si presentò subito dopo la campagna del Molise, quando i conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di San Severino e alcuni altri furono chiamati a partecipare alla guerra contro i saraceni: si presentarono con pochissimi uomini, o addirittura soli – e Federico senza por tempo in mezzo li fece prigionieri, e ne incamerò i beni. Dietro preghiera del papa, li mise poi in libertà, ma li bandì dal paese. (Come già il conte del Molise, presero rifugio a Roma).”.

Nel 1223, TOMMASO I SANSEVERINO, conte di Capaccio e poi conte di Marsico, fratello di Iacopo e figlio di Guglielmo II Sanseverino

Da Wikipedia leggiamo che Tommaso Sanseverino (1180c. – 1246), conte di Marsico (dal 1241); partecipò alla congiura contro Federico II; rifugiatosi a Capaccio, fu catturato e giustiziato. Tommaso Sanseverino era figlio di Guglielmo II Sanseverino, conte di Capaccio e fratello di Iacopo Sanseverino. Tommaso Sanseverino, conte di Capaccio e poi nel 1246 conte di Marsico, aveva sposato Perna di Morra, dalla quale ebbe due figli: Ruggero Sanseverino (che sarà salvato durante la congiura di Capaccio) e Guglielmo. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a pp. 121-122 riferendosi a Guglielmo I Sanseverino, in proposito scriveva che: I. Guglielmo Sanseverino, che possedette la baronia di Rocca anche nei primi tempi della dominazione sveva, ebbe dalla moglie Isabella Guarna un figlio che prese il nome di Guglielmo II. (1)……Egli durante la sua vita trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca al figliuolo primogenito Iacopo……(1). I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso ecc…”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Filiberto Campanile – Delle insegne dei nobili, pag. 92 seguito dal Ventimiglia. Difesa dip. pag. 160.”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Costantino Gatta lo chiama “Tommaso conte di Capaccio” e ne parla a p. 151 del suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote e, parlando della “Congiura di Capaccio” riferendosi al Ruggero Sanseverino unico superstite della Congiura di Capaccio, “….che ritrovavasi nel Castello di Venosa (di cui è fama (b) fusse stato figliuolo di Tommaso conte di Capaccio)”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: Tommaso aveva sposato Perna di Morra, dalla quale ebbe Guglielmo e Ruggiero che sposarono le sorelle di S. Tommaso d’Aquino, Maria e Teodora.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “Isabella Guarna (4), madre di Tommaso Sanseverino, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Giacomo potrebbe essere stato anche cugino di Isabella Guarna, poichè vi è qualche incertezza nella documentazione relativa alla discendenza dei Guarna nella contea di Marsico, volendo persino qualcuno (cfr. L. Ventre, La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo, Salerno, 1965, pp. 125-32) che Isabella fosse figlia di Guglielmo Guarna anzicchè di Silvestro, cosa di cui non può dubitarsi (cfr. SENATORE, cit., doc. XIX).”. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 123 parlando della ‘Congiura di Capaccio’ a cui pare avesse partecipato questo Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Alcuni di loro, per timore della scomunica e lusingati dal papa, d’indussero a congiurare contro la vita dell’imperatore ed a sollevargli gli Stati. Erano a capo della congiura, detta di Capaccio, perchè ordita in quel castello che era dei Sanseverino ovvero perchè ebbe in esso il più truce epilogo, Andrea Cicala capitano generale del Regno, Pandolfo di Fasanella e i suoi germani e cugini, Francesco Tibaldo, Giacomo e Goffredo di Morra e tutta la famiglia Sanseverino, tra cui i conti Guglielmo e Tommaso, che avevano seguito l’imperatore nella guerra di Lombardia. Tutti costoro godevano alti uffici del Regno ed erano familiari dell’imperatore che in essi riponeva completa fiducia (1).”. Il Mazziotti, a p. 123, nella nota (1) postillava che: “(1) Giannone, Stor. civ., vol. 3°, pag. 502; Summonte, vol. 2° pag. 332”.

Dal 1223 al 1225, TOMMASO I SANSEVERINO ed il padre Guglielmo II Sanseverino tennero la contea di Capaccio e la baronia del Cilento

Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: “…la contea dè Sanseverino e la baronia di Rocca….I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso il quale, dopo averli tenuti per un anno insieme con suo padre Guglielmo, cedè ecc..”. Mazziotti scrive che dopo l’arresto del fratello Giacomo Sanseverino (Iacopo), i due feudi (contea di Capaccio e la Baronia del Cilento) passarono a Tommaso che li tenne iniseme al padre Guglielmo II Sanseverino fino a quando li cedette all’Imperatore Federico II di Svevia in cambio della contea di Marsico. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: Feudi poi restituiti (a. 1229) a Tommaso subentrato nelle signorie per la morte senza eredi del fratello.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144, nella sua nota (1) postillava che: “(1) …..sia il Mazziotti (op. cit., p. 122) che il TALAMO ATENOLFI (op. cit., p. 29) insistono sulla fantasiosa notizia che il Sanseverino sarebbe stato feudatario anche di Capaccio prima del cambio. Lo stesso Tommaso è documentato come conte di Marsico nel 1230 (cfr. L. VENTRE, op. cit., pp. 131-132).”.

Nel 1227, TOMMASO I SANSEVERINO cedette la baronia del Cilento a Federico II di Svevia in cambio della contea di Marsico e Federico la cedè a Guglielmo di Villano

Nel 1227, Tommaso Sanseverino cedette la contea di Capaccio e la Baronia del Cilento a Federico II di Svevia, in cambio della Contea di Marsico. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: “…la contea dè Sanseverino e la baronia di Rocca….I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso il quale, dopo averli tenuti per un anno insieme con suo padre Guglielmo, cedè la contea di Capaccio e la Baronia del Cilento all’Imperatore Federico e ne ebbe in cambio la contea di Marsico.”. Mazziotti scrive che dopo l’arresto del fratello Giacomo Sanseverino (Iacopo), i due feudi (contea di Capaccio e la Baronia del Cilento) passarono a Tommaso che li tenne iniseme al padre Guglielmo II Sanseverino fino a quando li cedette all’Imperatore Federico II di Svevia in cambio della contea di Marsico. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Tommaso di Sanseverino nel 1227 aveva ceduto S. Severino e il Cilento alla regia Curia in cambio della contea di Marsico: “permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitato Marsici (….) et addidit uncias mille pro excambio” (Capasso, cit. p. 349).”. Ebner citava Bartolomeo Capasso (…..). Ebner, a p. 97 riferendosi ad altro citava il testo di Capasso e, nella sua nota (41) postillava che: “(41) B. Capasso (“Atti Acc. Arch. Lettere e Belle Arti”, Napoli, 1869, v. IV, p. 219) ammette due redazioni dell’incompleto e lacunoso elenco: una tra il 1154 e il 1161 e la seconda (revisione della prima) tra il 1161 e il 1169″. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel 1227, essendo rimasto vacante il feudo di Marsico per essersi spento senza successori il legittimo conte Giacomo, nipote di Isabella Guarna (4), madre di Tommaso Sanseverino, quest’ultimo cedette a Federico II la signoria di Sanseverino e la baronia di Cilento in cambio di quella contea, aggiungendovi in più mille once d’oro per la permuta (1).”. Il Cantalupo, a p. 144, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nonostante la sicura notizia che Tommaso I Sanseverino….’permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitatu Marsici….et addidit uncias mille pro excambio’ (v. BARTOLOMEO CAPASSO, Historia diplomatica Regni Siciliae inde ab anno 1250 ad annum 1266, Napoli, 1784, p. 349), sia il Mazziotti (op. cit., p. 122) che il TALAMO ATENOLFI (op. cit., p. 29) insistono sulla fantasiosa notizia che il Sanseverino sarebbe stato feudatario anche di Capaccio prima del cambio. Lo stesso Tommaso è documentato come conte di Marsico nel 1230 (cfr. L. VENTRE, op. cit., pp. 131-132).”. Il Cantalupo, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Giacomo potrebbe essere stato anche cugino di Isabella Guarna, poichè vi è qualche incertezza nella documentazione relativa alla discendenza dei Guarna nella contea di Marsico, volendo persino qualcuno (cfr. L. Ventre, La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo, Salerno, 1965, pp. 125-32) che Isabella fosse figlia di Guglielmo Guarna anzicchè di Silvestro, cosa di cui non può dubitarsi (cfr. SENATORE, cit., doc. XIX).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: Feudi poi restituiti (a. 1229) a Tommaso subentrato nelle signorie per la morte senza eredi del fratello. Tommaso aveva sposato Perna di Morra, dalla quale ebbe Guglielmo e Ruggiero che sposarono le sorelle di S. Tommaso d’Aquino, Maria e Teodora. Tommaso chiese all’imperatore di scambiare le signorie di Sanseverino e di Cilento con la contea di Marsico del nonno materno (17), già assegnata a Filippo Guarna di Salerno dopo la morte senza eredi di Guglielmo, il fratello di Isabella di Marsico, e la conseguente avocazione dei beni al fisco. A conguaglio (prima del 1229), Tommaso versò alla corona mille once d’oro”. Ebner, vol. II, a p. 390, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Tommaso ‘permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitato Marsici (….) et addidit uncias mille pro excambio” (Capasso, cit. p. 349).”:

Capaso, HD, p. 349

(Fig…..) Capasso Bartolomeo, Historia Diplomatica etc…, p. 349

Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239. Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Il più antico e inedito diploma che ci informa dei feudatari di Diano è del 1195 (21). Con esso il figlio di Goffredo di Hauteville, conte di Capitanata (+ 1101) e fratello del Guiscardo, che aveva assunto il nome del vinto Filippo Guarner, conte di Marsico e signore di Diano, vendette terre demaniali, site nel territorio della città di Diano e propriamente a Valle dei Razzoni, pertinente alla chiesa di S. Marciano (fucina dei falsi documenti, a dire di M. Galante), grancia dell’Abbazia di Cava. Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo ?), da cui a Silvestro (II, + 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, + 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo poi fu spogliato  della contea e della Signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ruggiero che era stato investito anche degli altri beni confiscati, avendo imprigionato a Salerno alcuni baroni, temendo di essere incolpato da re Manfredi fuggì presso Carlo d’Angiò che, conquistato il Regno, lo investì anche della baronia di Diano.”. Ebner, a p. 636, nella nota (22) postillava che: “(22) Reg. A., f 125”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Riguardo i Guarna, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), che i conti Guarna discendevano da Goffredo d’Altavilla, quarto figliolo di Tancredi (vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), il quale prese nome, secondo il costume del tempo, dal condottiero imperiale Warner (era stato chiamato da papa Leone IX contro i Normanni) e perciò Guarna, da lui ucciso nella battaglia di Civitate in Capitanata (a. 1053). Da Gogffredo (+ 1163), il secondo Goffredo, conte di Conversano, da cui discendenti Sibilla (+ 1103) che sposò Roberto di Normandia (v. Ebner, Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo o Goffredo, Silvestro (+1163), Guglielmo (+ 1180) e poi Filippo.”. Sempre Ebner (….), a p. 419 parlando di S. Arsenio, in proposito scriveva che: “La giurisdizione criminale, invece, continuò a essere esercitata dai conti Guarna, signori di Diano, da cui dipendeva S. Arsenio. Nel 1054 anche Silvestro (II) Guarna donò il casale di S. Pietro di Tramutola alla Badia. Alla morte di Guglielmo (+1180) successe, nella contea e signoria di Diano, Filippo al quale vennero bloccati i beni per ribellione. La contea di Marsico fu tenuta ‘maritali nomine’ da Guglielmo di Sanseverino che aveva sposato Isabella Guarna di Marsico (sorella di Filippo) prima che la contea fosse devoluta al fisco. Federico II concesse al figliuolo di Guglielmo, Tomaso (I), di comprarla devolvendo però alla R. Corte la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento e versando mille once d’oro. Dopo la ribellione di Tomaso, il figliolo di Ruggero, scampato alla morte e condotto a Lione da papa Innocenzo IV (ne sposò la nipote, figlia del conte Fieschi) (5), riebbe le contee di Marsico e di Sanseverino da re Manfredi. Degli angioini Ruggero (sposò in seconde nozze Teodora, sorella di S. Tommaso d’Acquino) ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”. Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”.

Nel 1228-1229, Federico II di Svevia cedè la baronia del Cilento e la contea di Marsico a Guglielmo di Villano

Pietro Ebner (…..), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390, quando ci parla di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: “La baronia di Cilento venne concessa dall’Imperatore prima a Giovanni di Villano, poi al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido di Pozzuoli (18).”. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (2).”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (2) postillava che: “(2) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pag. 160.”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a p. 160 in proposito scriveva che: “…………

Matteo Mazziotti scriveva che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, mentre affidava ai singoli feudatari la cura dei castelli in loro possesso, si preoccupò anche di far riparare e consolidare le fortezze imperiali, quelle cioè amministrate e dirette in proprio dalla Regia Curia, intervenendo in maniera specifica nei loro riguardi (2).”. Dunque, il Cantalupo scriveva che l’Imperatore Federico II di Svevia, subito dopo la permuta con Tommaso Sanseverino dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca Cilento. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio (B. CAPASSO, Hist. Diplom., ….cit. p. 346).”. Infatti, il Cantalupo citava il noto documento pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Queste notizie che riguardano il regno dell’Imperatore Federico II di Svevia e le nostre terre sono state ricavate da alcuni documenti angioini postumi. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Una parte del documento riguarda Ruggero II Sanseverino che all’epoca dell’angioino non sarà più un giovane di 12 anni salvatosi dallo sterminio della “Congiura di Capaccio”. Infatti, la notizia proviene da un documento d’epoca postuma, ovvero Angioina: il “Liber Inquisitionum Caroli I pro Feidatariis Regni” che fu ripubblicato da Bartolomeo Capasso:

Capasso, HD, p. 346

(Fig…..) Capasso Bartolomeo, Historia Diplomatica etc…, p. 349

Infatti, Ebner, a p. 390, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Liber inquisitionum: ‘Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo. Et deinde Imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio.”, ovvero che: “Al conte Rugerio de San Severino, Rocca Cilento fu restituita alle case che l’imperatore Federico concesse a Sir Guglielmo de Villano, perché scambiò la detta Rocca con le case, e San Severino con la compagnia dei Marsici; poi fu concessa dal lo stesso generale al signore Guido de Putiolo, e poi l’imperatore rammentò lo scambio che era stato fatto col conte Ruggero”. Del “Liber Inquisitionum Caroli I” ho già detto all’inizio del saggio parlando delle fonti storiche. Il documento fu pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, ecc..”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, in proposito scriveva che: “Federico spogliò i ribelli ed i loro familiari di tutti i feudi e diede le contee di Marsico e di Sanseverino a Guglielmo de Villano (4). Questi restituì a sua volta la baronia di Cilento all’Imperatore, che la concesse prima al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido signore di Pozzuoli (1).”. Sempre il Cantalupo, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965. Il Cantalupo, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. il doc. del Capasso, appresso cit., in nota”. E’ interessante ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Enrico Pispisa, Il Regno di Manfredi…., p. 55-70 e p. 85 e seguenti. L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini (RCA) ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto de Tortorella, ecc…. Dunque, la Pollastri segnala delle notizie tratte da Enrico Pispisa (….), a sua volta tratte dai Registri Angioni ricostruiti ed in particolare dal “Liber donationum”, vol. II, in cui figura il funionario Svevo chiamato “Guglielmo Villani”. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò. Dunque, secondo i documenti angioini, questo “Guglielmo Villani o Villano o de Villano” era un “proditores” ovvero un ribelle che dopo la battaglia di Tagliacozzo, re Carlo I d’Angiò tacciò come “proditores” (ribelle).

I LANCIA (“LANZA”)

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II Sanseverino costretto dunque alla fuga in Francia, fu accolto, assieme alla madre e ad altri congiunti, dall’esule papa Innocenzo IV. Per tale ragione i beni della stirpe furono requisiti dalla corona e poi ceduti a nobili fedeli: la contea di Marsico passò prima a Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento e San Severino furono ceduti ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia.

Manfredi I Lancia, i figli Giordano e Bianca Lancia, madre di Bianca Lancia sposa di Federico II

Da Wikipedia leggiamo che Manfredo Lancia o Lanza, detto anche Lanza Marques o Marques lanz o Marquis de Busca o Marquis Manfred Lancia (1140 circa – post 1214) è stato marchese di Busca e un trovatore occitano. Manfredo era il figlio maggiore di Guglielmo, secondo figlio di Bonifacio del Vasto, di un ramo della famiglia Aleramici. Ereditò parte del Contado di Loreto, tra Tanaro e Belbo, dai suoi zii Bonifacio di Cortemiglia e Ottone Boverio. Successivamente la divise col fratello Berengario e altri parenti. Inizialmente mantenne il castello di Busca, ma poi lo lasciò a Berengario in modo da stabilire la sua sede a Dogliani. Nel 1160 lui e Berengario ricoprivano cariche pubbliche a Moretta. Nel 1168 vendette una terra nei pressi di Dogliani, i primi segni di difficoltà finanziarie, e il 30 agosto del 1187 vendette Dogliani per 1150 lire a Manfredo II di Saluzzo. Nel 1180 ricomprò i diritti su Busca. Sostenne un debito di 1033 lire genovesi per l’acquisto dei diritti della città di Alba posseduta in Loreto. Nel 1191 vendette alcuni terreni boschivi nei pressi di Cortemiglia. Infine, il 19 marzo del 1197, facendo uso di donazioni concesse dall’imperatore Enrico VI, riusciva a pagare 700 delle 1033 lire che doveva per Alba. Il 30 settembre del 1195 Manfredo vendette i diritti di alcuni pedaggi a Santa Maria di Pogliola. Nel 1192 Manfredo, avuta Asti, muoveva guerra contro Bonifacio I di Monferrato. Nel 1194 Asti vendette i suoi diritti in Loreto a Bonifacio. Il 3 novembre del 1196 vendette tutte le sue terre possedute in Lombardia a Bonifacio e divenne suo vassallo; gli venne concesso il titolo di Conte di Loreto. Tra i suoi vassalli c’erano le famiglie di Agliano, Laerio e Canelli, probabilmente parenti per parte materna. Il suo secondo figlio, Giordano, Iordanus de Lança, avuto nel 1218, prese il cognome “di Agliano”. Nel 1198 i nemici di Bonifacio — Asti, Alessandria e Vercelli — invadevano la contea di Loreto, conquistando la cittadina di Castagnole e facendo prigioniero Manfredo. Venne riscattato in cambio della città di Costigliole. Nel 1206 insieme al suo signore, adesso Guglielmo VI di Monferrato, formalmente cedette Castagnole ad Asti insieme alla contea di Loreto in cambio di 4000 lire astigiani. Manfredo morì dopo il 1214. Oltre a suo figlio Giordano e al suo successore, Manfredo II, ebbe una figlia, Bianca, madre di Bianca Lancia, a sua volta madre di Manfredi di Sicilia. Dunque, Manfredi I Lancia ebbe tre figli: Giordano, Manfredi (II) e Bianca Lancia. Dall’unione di Bianca Lancia (figlia di Manfredi I Lancia) con Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato), nacque Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori.”.

Manfredi II Lancia, zio di Bianca Lancia, madre di Manfredi di Svevia

Da Wikipedia leggiamo che Manfredo II Lancia o Lança (1185/1195 – Asti, 1257o 1258) è stato marchese di Busca, figlio primogenito di Manfredi I; fu vicario imperiale e fedele seguace di Federico II. Da Wikipedia leggiamo che Manfredi I Lancia ebbe tre figli: Giordano, Manfredi (II) e Bianca Lancia. Dall’unione di Bianca Lancia (figlia di Manfredi I Lancia) con Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato), nacque Bianca Lancia, la futura sposa di Federico II e madre di Manfredi. Dunque, Manfredi II Lancia era fratello di Bianca Lancia che aveva sposato Bonifacio I d’Agliano e quindi fu lo zio di Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia. Nel 1216 Mainfredus Lancia è già nunzio di Federico II in Piemonte e successivamente lo seguì nel Meridione d’Italia. Intorno al 1230 è uno dei suoi fedeli più vicini, nel periodo in cui dalla relazione dell’imperatore con Bianca Lancia, nipote dello stesso Manfredo, nacquero Costanza e Manfredi, destinato a diventare re di Sicilia. Accompagnò Federico II anche nella sua spedizione in Germania del 1235, in seguito alla quale ebbe l’incarico di scortare in Puglia il ribelle figlio dell’imperatore, Enrico re di Germania. Nel 1238 Manfredo assunse la carica di vicario generale dell’Impero. Fu poi nominato per molti anni podestà di Alessandria. Negli anni seguenti alternò azioni diplomatiche a interventi militari spesso tesi a riportare l’autorità imperiale sui Comuni che tentavano di ribellarsi (Alessandria, Vercelli, Brescia, Piacenza, Crema, Milano), ma talvolta finalizzati a consolidare il proprio controllo sulle terre feudali di famiglia nel Piemonte meridionale. Nell’estate del 1245 papa Innocenzo IV scomunicò Manfredo, insieme a Federico II e a re Enzo. Alla morte dell’imperatore (19 dicembre 1250), Manfredo sfuggì ai guelfi di Lodi e si trasferì in Piemonte. Quando giunse in Italia Corrado IV, legittimo erede di Federico, Manfredo cercò di rinnovare il patto di fedeltà, ma gli fu preferito Oberto Pelavicino; questa scelta e il duro trattamento che l’imperatore riservò ai Lanza di Sicilia, lo indussero nel 1252 a passare spregiudicatamente nel partito guelfo. Così il 1º gennaio 1253 egli accettò la carica di podestà e capitano di guerra del Comune di Milano e poi di Novara. Alla morte di Corrado IV (maggio 1254), si impegnò militarmente a difendere i suoi possessi in Piemonte: ma fu attaccato nel settembre del 1257 dai pavesi, dagli alessandrini e dal marchese di Monferrato e fu probabilmente ferito a morte in occasione di questo scontro, perché successivamente il suo nome scompare dalle fonti (nell’agosto del 1259 Isolda è documentata figlia del defunto marchese Lancia).

Manfredi II Lancia di Asti ed i figli Galvano Lancia e Federico Lancia

Da Wikipedia leggiamo che i Lancia erano una potente famiglia imparentata con gli Svevi di Federico II e poi con il figliastro Manfredi. Essi erano imparentati con i Conti di Lauria, in particolare come vedremo con Gibel di Lauria e con Riccardo di Lauria suo figlio ai tempi della ‘Congiura di Capaccio‘. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia ed un Conte Giordano grande personaggio di quei tempi, detto di Agliano e che forse era anche fratello dei Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori.”.

Nel 1225, Bianca Lancia, sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi

Da Wikipedia leggiamo che a partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero:

  • Costanza (1230-1307), imperatrice bizantina;
  • Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266);

forse

Violante (1233-1264) moglie di Riccardo Sanseverino conte di Caserta

Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: “….un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Dunque, il Mazziotti citava il testo di Carlo Merkel (….), ed il suo “Manfredi I e Manfredi II Lancia – contributo alla storia politica e letteraria nell’epoca sveva”, pubblicato a Torino nel 1886. Un altro testo che ci parla di Manfredi e delle sue origini è quello di Michele Cianciulli (….), ed il suo “Re Manfredi e la tradizione della sua tomba in Montevergine etc….”, pubblicato a Milano per i tipi di Mosca, nel 1951. Cianciulli, a p. 16, in proposito scriveva che: “Figlio naturale di Federico II e di Bianca dei marchesi Lancia, la bella vedova, figlia di Bonifazio Guttuario, Castellano di Angliano, presso Asti, egli nacque sullo scorcio del 1232 (1).”. Dunque, Cianciulli scrive che Bianca Lancia era figlia di Bonifacio Bottuario, castellano di Anglano, un paese vicino Asti. Il Cianciulli parla di una “bella vedova”. Dunque, il Cianciulli dice di Bianca Lancia che era la bella vedova dei Marchesi Lancia, figlia di “Bonifazio Guttuario” che era il castellano di “Angliano”, un paese presso Asti in Piemonte. Secondo le discordi fonti del tempo, Bianca apparteneva alla nobile famiglia aleramica dei Lancia da parte di madre; forse era figlia di Bonifacio I d’Agliano, conte di Agliano, conte di Mineo e signore di Paternò, e di una Bianca Lancia (figlia del marchese piemontese Manfredi I Lancia). Il genealogista seicentesco Filadelfo Mugnos la vorrebbe, invece, figlia di Corrado Lancia dei duchi di Baviera, conte di Fondi, grande figura della storia medioevale europea, e sorella di Galvano Lancia, signore di Brolo e barone di Longi, capostipite di tutti i Lanza di Sicilia. Forse il suo vero nome era Beatrice. Il Cianciulli, a p. 17, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il matrimonio tra Federico e Bianca Lancia fu concluso nel 1232. Da questo matrimonio nacquero Manfredi e Costanza, la quale, nel 1247 andò sposa all’Imperatore di Nicea.”. Il Cianciulli, a p. 17 scriveva che: “Figlio di teneri amori (3), era adorno di ogni grazia di natura ed era bello come un terrestre arcangelo”. Da Wikipedia leggiamo che i Lancia erano una potente famiglia imparentata con gli Svevi di Federico II e poi con il figliastro Manfredi. Essi erano imparentati con i Conti di Lauria, in particolare come vedremo con Gibel di Lauria e con Riccardo di Lauria suo figlio ai tempi della ‘Congiura di Capaccio‘. Bianca Lancia, sarà l’ultima amante prima e sposa dopo di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacque Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia. Da Wikipedia leggiamo che Bianca Lancia, meglio Bianca d’Agliano (Agliano Terme, 1210 circa – Gioia del Colle, 1248 circa), è stata l’ultima moglie dell’imperatore Federico II di Svevia, che egli forse sposò in articulo mortis. Dalla loro relazione nacquero tre figli, tra cui Manfredi. Sono frutto di ipotesi congetturali sia il nome Bianca sia la verosimile appartenenza ai Lancia. Bianca Lancia nacque, probabilmente, in Italia meridionale. La Cronaca di Salimbene de Adam accenna ad un matrimonio segreto con Federico II e il cronista Matteo Paris riferisce che (di certo dopo il 1247), gravemente malata (o simulandosi tale), Bianca supplicò il sovrano di sposarla in articulo mortis, per la salvezza dell’anima e per il futuro dei figli. A questa unione Federico avrebbe acconsentito. È estremamente probabile che Bianca sia premorta al marito (attorno al 1248), in quanto ancora l’anno prima Manfredi era indicato come “Manfredus Lancea” (non era ancora stato legittimato), mentre nel testamento paterno del 1250 compare tra i destinatari dell’Honor Montis Sancti Angeli, tradizionale dote delle regine, e assegnato evidentemente a Bianca all’atto del matrimonio compiuto sul letto di morte pochi mesi prima. Essendo già morta l’imperatrice Isabella d’Inghilterra (1241), Bianca era stata investita infatti del feudo dell’ex fortilizio bizantino di Monte Sant’Angelo, l’Honor Montis Sancti Angeli appunto, comprensivo delle città di Vieste e Siponto e in dotazione a tutte le regine di Sicilia per volontà di re Guglielmo II di Sicilia. Una leggenda vuole che presso il castello di Monte Sant’Angelo Bianca fosse stata tenuta prigioniera della gelosia dell’imperatore. Stessa storia è tramandata a proposito della rocca di Gioia del Colle, dove sarebbe stata rinchiusa dall’imperatore per aver commesso adulterio. Bianca potrebbe aver vissuto in giovane età fra le mura del castello dei Lancia a Brolo e poi molto probabilmente nel maniero di Paternò e forse in quello di Gioia del Colle. La storia d’amore tra Bianca Lancia e l’imperatore Federico II viene raccontata nel romanzo di Laura Mancinelli Gli occhi dell’imperatore. La Mancinelli segue però la versione della Cronica di fra Salimbene da Parma, secondo il quale il matrimonio avvenne poco prima della morte dell’imperatore, alla fine del 1250. Da Wikipedia, alla voce Manfredi leggiamo che era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca Lancia d’Agliano (3) sposata poco prima della sua morte, dall’imperatore rimasto vedovo di Isabella d’Inghilterra, e quindi pienamente legittimato, malgrado la Curia romana disconoscesse quel vincolo matrimoniale, mossa com’era dal suo profondo odio per la casa di Hohenstaufen. Wikipedia, alla nota (3) postillava che: “(3) la maternità di Bianca appare non unanimemente accettata; Federico potrebbe aver concepito Manfredi con un’altra donna, e poi aver legittimato l’erede sposando la Lancia – probabilmente nel 1248 – in articulo mortis, anche se la Curia non riconobbe mai questa legittimazione”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Bianca Lancia era figlia di Bonifacio Lancia d’Agliano, divenne l’amante dell’imperatore Federico II, cui diede un figlio, Manfredi, e una figlia, Costanza, che sposò Giovanni III Ducas Vatatze, imperatore d’Oriente (o di Nicea). Federico, rimasto vedovo di Isabella d’Inghilterra, la sposò (1246), e ne legittimò i figli. Sul blog “Stupormundi.it” di Alberto Gentile leggiamo che Bianca Lancia, fu l’unica donna che riuscì a conquistare veramente il difficile cuore di Federico. I due si conobbero tra 1225 e 1230, fu subito un reciproco colpo di fulmine. Bianca apparteneva alla nobile famiglia dei Lancia da parte di madre; forse era figlia di Bonifacio I d’Agliano conte di Agliano e di una Bianca Lancia (figlia del marchese piemontese Manfredi I Lancia). Le notizie relative all’incontro tra i due sono discordanti. Secondo alcuni autori i Lancia e i d’Agliano, nobili famiglie ghibelline del Piemonte, dopo l’ascesa dei Liberi Comuni, si sarebbero trasferiti nel Regno di Sicilia al seguito della corte sveva in cerca di miglio fortuna. Quindi alcuni ritengono che Federico e Bianca possono essersi incontrati a Lagopesole o a Brolo nei pressi di Messina. Per altri autori pare che Federico abbia incontrato Bianca ad Agliano nel corso di un giro di ricognizione delle città imperiali del nord della penisola. L’imperatore, invaghitosi della bella ragazza volle portarla con sé al seguito dello zio di lei, Manfredi, marchese di Monferrato. Quindi secondo queste fonti le famiglie Lancia e d’Agliano si sarebbero trasferite al sud dopo l’incontro tra i due.

Nel 12….., Isabella (“Donna Bella”) Amico (o de’ Amicis), o “Bella Amico” o “d’Amichi” detta “Bella Lancia” sposa di Riccardo di Lauria e madre di Ruggero di Lauria, zia di Bianca Lancia

Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia era nipote di Isabella (Donna Bella) Amico. Isabella Amico o “Donna Bella” Lanza sposò in seconde nozze il conte di Lauria, Riccardo di Lauria o di “Loria” e, dalla loro unione nacque il grende ammiraglio Ruggiero di Lauria. Isabella Amico, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacquero Costanza e Manfredi di Svevia. Chi era Isabella Amico ?. Abbiamo visto chi fosse Bianca Lancia e le sue origini Aleramiche. Abbiamo visto che Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia era figlia di Bianca Lancia era la nipote di Manfredi II Lancia, fratello della madre Bianca Lancia che fu sposa di Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato). Dunque, Manfredi II Lancia era lo zio della futura sposa di Federico II di Svevia. Sappiamo che Isabella Amico o “Donna bella” Amico, che in seconde nozze andò sposa a Riccardo di Lauria era la zia di Bianca Lancia. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hohenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Dunque, donna Isabella Lancia era sorella di Guglielmo Amico. Guglielmo Amico (1194 circa – Messina, …) è stato un diplomatico italiano, al servizio dell’imperatore Federico II. Guglielmo nasce intorno al 1194; non è dato sapere se sia figlio di Ruggiero Amico, poeta della Scuola Siciliana, mentre è certo che diverrà in seguito zio di Ruggiero di Lauria. Sappiamo pure che nel 1266 la dinastia sveva viveva momenti difficili culminati, due anni più tardi, nella decapitazione del sedicenne sovrano Corradino per volontà di Carlo I d’Angiò e Ruggero di Lauria insieme alla madre “Donna Bella”, insieme ad altri esuli siciliani si rifugiò a Barcellona alla corte della regina Costanza, consorte dell’infante e futuro re d’Aragona Pietro III, nonché figlia di Manfredi e cugina di Corradino. Donna bella o Isabella Amico, zia di Bianca Lancia, in Sicilia, al tempo di re Manfredi è stata la nutrice di Costanza Hoenstaufen. Michele Cianciulli (….), ed il suo “Re Manfredi e la tradizione della sua tomba in Montevergine etc….”, pubblicato a Milano per i tipi di Mosca, nel 1951. Cianciulli, a p. 16, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Da questo matrimonio, concluso nel 1247, nacque Costanza, la “bella figlia”, che, per essere andata sposa a Pietro III d’Aragona, fu la “genitrice de lamor di Cicilia e d’Aragona””. Il Cianciulli scriveva che nel 1247, dal matrimonio di Manfredi con Beatrice di Savoia nasce Costanza Hoenstaufen che poi andò sposa a Pietro III d’Aragona. Costanza andò sposa a Pietro III d’Aragona. Costanza II di Sicilia, anche Costanza di Svevia, o ancora Costanza di Hohenstaufen, e Costanza d’Aragona (Catania, 1249 – Barcellona, 9 aprile 1302), figlia del re di Sicilia Manfredi di Hohestaufen (figlio naturale dell’imperatore Federico II) e di Beatrice di Savoia, fu moglie di Pietro III e regina consorte di Aragona (1276-1285). Dunque, Donna Isabella Amico fu la nutrice di Costanza, figlia di Manfredi di Svevia, quando nacque nel 1249. Questa “Bella Amico”, era figlia di Guglielmo Amico. Sotto gli Svevi il territorio venne attribuito a Guglielmo Amico, che rimase in carica fino a quando Federico II di Svevia non morì e Ficarra gli fu tolto. La sua vedova, Macalda di Scaletta (1240 ca.-1308 ca.), e il secondo marito Alaimo da Lentini, protagonista dei Vespri siciliani, divennero i nuovi proprietari. La spregiudicata baronessa ebbe gravi contrasti con la Corona di Aragona per il possesso di questo feudo.  Caduti in disgrazia, Macalda e Alaimo persero il feudo, che fu assegnato a Ruggero di Lauria, erede di Guglielmo Amico. Ruggero era il comandante in capo della flotta del Regno di Sicilia e vinse alcune battaglie contro gli angioini. Ciò non impedì al re di confiscargli i beni, tra cui Ficarra, che venne assegnata al nobile Ugo Lancia di Brolo padre di Blasco Lancia e già Signore di Mongiolino, Galati e Longi, che già rivendicava in detta terra di Ficarra un oliveto in contrada San Mauro. Dunque, Riccardo di Lauria, al tempo di Manfredi, sposando “Bella Amico”, oltre ai suoi vasti possedimenti Lucani, divenne barone di Ficarra, un paese sui Nebrodi in provincia di Messina. Paola Bottini, nella presentazione al testo, in proposito scriveva che: “Ruggiero……adolescente e già orfano del padre Riccardo, caduto con Manfredi di Svevia nella battaglia di Benevento. Vi giunge al seguito di Costanza, figlia del sovrano ucciso ed erede al trono di Sicilia (della quale era fratello di latte, dato che sua madre, Bella Lancia, ne era la nutrice), ecc…”. Dunque, nel testo è la Bottini che la chiama “Bella Lancia”. Ancora la Bottini, a p. 14, in proposito scriveva che: “Dai registri della corte aragonese emerge l’alta considerazione di cui godeva donna Bella, che ricopriva un ruolo tutt’altro che secondario (cui forse non è estraneo, oltre al suo rapporto con Costanza, il legame di ruolo che si riflette sul posto occupato dei suoi parenti maschi, ugualmente ospiti della casa d’Aragona.”. Su Bella Amico, sposa di Riccardo, i due studiosi Augurio e Musella, a pp. 25-26 scrivevano che: “Dopo questo tragico evento il destino di Ruggiero s’intrecciò più fittamente con quello dei membri superstiti della casa sveva. Costanza di Svevia (28), figlia di Manfredi ed erede al trono di Sicilia, aveva sposato il 13 giugno 1262 Pietro d’Aragona (29), figlio di Giacomo I re d’Aragona…..Costanza, orfana di madre, con il padre unito in seconde nozze a Elena d’Epiro, aveva circa tredici anni quando giunse alla corte di Giacomo ed è naturale che, essendo così giovane, non venisse separata dai familiari che l’avevano accompagnata nella nuova terra. Nell’Archivio Real de la Corona de Aragòn in Barcellona sono conservati, insieme ai registri delle spese di corte, molti documenti politici e privati dell’infante Pietro (31). In questi, con una certa frequenza, troviamo il nome di Bella Lancia, nutrice di Costanza e madre di Ruggiero: “aveva (Bella) educato la detta reina ed era venuta con lei in Catalogna; ed era savia, onesta e buona donna. E stette là per tutto il tempo che visse la reina (32)”. Sotto ogni riguardo Bella ebbe una posizione di preferenza: a lei erano affidati i gioielli della regina, con ogni probabilità amministrava la Cassa di Costanza e pare che fosse consultata in tutte le faccende di corte più importanti. Bella riceveva in compenso regali preziosi, pellicce, perle, piume, per se e per sua figlia Margherita nonchè rendite cospicue da parte dell’infante. Bella viene indicata nei Libri di Conti col titolo di “Madonna”, termine impiegato per tutte le donne nobili italiane a corte, mentre per quelle catalane si usava premettere il termine “Na” al nome.”. Dunque, Bella Amico, dopo essersi sposata in seconde nozze con Riccardo di Lauria, si trasferì alla corte catalana e spagnola degli Aragona di re Giacomo I d’Aragona, in occasione del matrimonio di Costanza di Svevia (figlia di Manfredi) con Pietro I d’Aragona, il 13 giugno 1262. Costanza era giovanissima, aveva 13 anni e portò con se in Spagna anche la sua nutrice Bella Amico che, nel 1249 aveva sposato Riccardo di Lauria e che nel frattempo aveva avuto Ruggiero di Lauria, nel 17 gennaio 1250. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo di Lauria era il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, (1) fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. In Wikipedia, nella nota (1) postillava che: “(1) Vito Amico, Dizionario topografico della Sicilia (tradotto dal latino ed annotato da Gioacchino Dimarzo), Tipografia P. Morvillo, Palermo, 1855, p. 448″. Dunque, in questo passaggio Wikipedia accenna al legame dei “Amico” con i Lancia e le origini di “Isabella Lancia”. In questo passaggio si scrive che Riccardo era il padre di una zia acquisita di Mandredi di Svevia, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca Lancia (sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia). Dunque, Bianca Lancia, madre di Manfredi e sposa di Federico II di Svevia, secondo questo passaggio era sorella di Corrado Lancia che era sposato con una zia acquisita di Manfredi. Chi era questa zia acquisita di Manfredi ? Chi era Corrado Lancia ?. Corrado Lancia era fratello di Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia e di Costanza. Inoltre su Wikipidia troviamo che Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi”. Dunque, Corrado Lancia era fratello di Bianca Lancia, madre di Manfredi e “Bella Amico” era la zia di Bianca Lancia e di Corrado Lancia. Da Wikipedia leggiamo che Corrado I Lancia (… – Capo d’Orlando, 4 luglio 1299) è stato un politico e militare italiano del XIII secolo. Fu primo conte di Caltanissetta. Corrado Lancia, discendente della famiglia Lancia di origine piemontese, fu figlio di Federico e fratello di Manfredi Lancia. Fu sposato con Berengaria de Santa Fede, dalla quale ebbe due figli, Federico e Blasco. Visse in Catalogna fin dalla prima giovinezza, dove fece gli studi. Fu nominato ammiraglio del regno di Valencia nel 1278 dal re Pietro III di Aragona. Dalla Treccani on-line leggiamo che Federico Lancia, era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Durante il regno di Manfredi il L. mise insieme cospicue proprietà e ricchezze, per quanto inferiori a quelle del fratello Galvano; esse si concentravano soprattutto nel territorio calabrese ma giungevano a comprendere anche la città di Messina. Oltre alla giurisdizione sulla contea di Squillace, egli estese il suo potere per mezzo di amministratori a lui devoti, ma soprattutto ricorrendo a espropri a danno degli oppositori del regime: si impossessò del casale Cristo, posto nella piana di San Martino, già appartenente ai Ruffo; ebbe i beni di Raimondo di Oppido distribuiti in numerose località e quelli di Ruggero de Rao in Anoia; a questi si aggiunsero i possessi immobiliari in Messina, città nella quale dal 1250 al 1263 ebbe l’appoggio della sua parente Beatrice Lancia, badessa di S. Maria Monialium, fiera oppositrice dei domenicani nonostante gli ammonimenti di Alessandro IV nel 1259 e di Urbano IV nel 1263. Risulta evidente la capacità del L. di creare fedeltà e consenso nei luoghi sottoposti alla sua influenza attraverso la distribuzione di privilegi a clientele di milites e di borgesi; seppe inoltre impegnarsi in redditizie intraprese economiche come la costruzione del grande fondaco dei Veneziani a Messina, che rendeva ogni anno più di 50 once d’oro, e nell’organizzare allevamenti in Calabria di mandrie di buoi e cavalli e di greggi di pecore. Tra le sue realizzazioni si conta anche la costruzione di una villanova nell’attuale Torriana presso Reggio Calabria, avvenuta negli anni in cui era vicario generale nella regione. Leggendo il Kantarowicz e cercando la voce “Bella Amico”, ho trovato il nome di “Bella de’ Amicis”. Leggendo sulla Treccani on-line alla voce “Ruggero de’ Amicis” è scritto che: “Un Guglielmo, “comes de Amico” e signore di Ficarra, è ricordato dal cronista messinese Bartolomeo da Neocastro come esule da Messina al tempo degli Svevi e primo marito di Macalda, la quale dopo la sua morte si risposò con Alaimo da Lentini, il noto protagonista del Vespro e capitano di Messina al tempo della “communitas” (Historia Sicula, in Rer. Ital. Script., 2 ed., XIII, 3, a cura di G. Paladino, p. 67). Guglielmo era inoltre zio di Ruggiero di Lauria, il famoso ammiraglio al servizio degli Aragonesi, e quindi fratello della madre di questo, Bella, la nutrice di Costanza di Svevia, futura regina d’Aragona e di Sicilia. Il Lauria infatti riottenne il feudo di Ficarra, di cui si era appropriata Macalda dopo la morte di Guglielmo, dopo la conquista aragonese della Sicilia. Un Orlando De Amicis negli anni 1262-65 fu invece zecchiere di Messina (I registri della Cancelleria angioina, II, p. 90). Quali fossero i rapporti di parentela tra questi membri della famiglia e il D. non è possibile stabilire. Guglielmo comunque, come il D. stesso, era coinvolto, insieme con il padre Amico, nella congiura del 1246 contro l’imperatore Federico II (cfr. Les registres d’Innocent IV, n. 4033).” Leggendo sulla Treccani on-line alla voce “Ruggero de’ Amicis” apprendiamo che: nel marzo del 1246, partecipò alla congiura contro Federico II manovrata da Innocenzo IV che vedeva coinvolti vari baroni e alti funzionari del Regno come il poeta Giacomo della Morra e Andrea di Cicala, capitano e maestro giustiziere, insieme con il D. nel 1239-40. I motivi per tale partecipazione non sono noti, ma vanno ricercati probabilmente nei legami famigliari che lo univano con altri ribelli. Due donne della sua famiglia erano infatti sposate con due dei congiurati: Mabilia De Amicis con Ruggiero di Bisaccio, Bella De Amicis (non è chiaro se è da identificarsi con la già ricordata madre di Ruggiero di Lauria) con Guglielmo di Montemarano.“. Infatti, il Kantarowicz, a p. 742, nelle sue note al testo postillava che: “Tuttavia, la partecipazione di questi calabresi alla grande congiura si fa probabile per altri motivi – anzitutto quella di Ruggero de Amicis. Due donne dei de Amicis erano già spose dei congiurati del 1246: Mabilia di Ruggero da Bisaccio e Bella di Guglielmo di Monte Marano. Che il primo, signore di Castel Labello (Bella, a sud di S. Fede, a so di Melfi) e di altre terre nelle vicinanze di Melfi, abbia partecipato alla congiura, non vi è il minimo dubbio; perchè suo figlio Riccardo vene riammesso al godimento dei propri beni da Carlo d’Angiò, che un altro Riccardo, il padre di Ruggero da Bisaccio, aveva perduto in seguito alla congiura del ’46 (2). Se pure già da questo si sia portati a concludere per la sua partecipazione anche alla rivolta, la cosa si fa certa quando si consideri che Ruggero da Bisaccio morì già nel 1248 e che la sua baronia fu restituita alla vedova di lui, Mabilia, da papa Innocenzo IV (3). Anche Bella fu reintegrata nell’estate del ’48, sempre dal papa, nel godimento dei beni del defunto marito Guglielmo di Montemarano; (4) il che dimostra che anche questi aveva pagato con la vita la sua partecipazione alla congiura.”. Dunque, il Kantorowicz li chiama “le due mogli di casa de Amicis”. Il Kantorowicz, a p. 742, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Capasso, Histor. diplom., p. 348.”. Il Kantorowicz, a p. 742, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Berger, 4035”. Il Kantorowicz, per “Berger” intendeva il testo di Elie Berger (….), il suo “Les registres d’Innocent IV”, in Biblioth. des écoles francaises d’Athènes et de Rome, Parigi, 1884. Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 15, in proposito scriveva che: “Qui, il Lauria era giunto insieme alla madre Bella Lancia d’Amichi o de Amicis (3), nel lontano 1262, in occasione delle nozze dell’infante Pietro con Costanza, figlia di Manfredi, re di Sicilia (4). Effettivamente, nei ‘Registri’ dell’Infante, successivi al 1262 – in particolare, nei libri di conto di quest’ultimo -, i nomi di Bella e di Ruggero risultano ricorrenti insieme a quelli di altri personaggi e cavalieri, non esclusivamente Siciliani, quanto piuttosto catalano-aragonesi, che formano il seguito sia di Costanza (5), sia di Pietro (6).”. La Lamboglia, a p. 15, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bella è diminutivo di Isabella, per quanto la donna venga costantemente indicata nella documentazione unicamente come “Bella”. Il cognome “DAMICHI” si trova in un diploma dell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona (e, da ora, ACA), Real Cancilleria (e da ora, RC) Reg. 19, f. 75 v. Sul ceppo dei De Amicis, si vedano L. Sciascia, Le donne e icavalier, gli affanni e gli agi. Famiglia e potere in Sicilia tra il XII e XIV secolo, Messina, Sicania, 1993, pag. 44 e EAD, Nome e memoria: i de Amicis, dalla conquista normanna al Vespro, in ‘Puer Apuliae’, mélanges offerts a Jean-Marie Marten, Edites par E. Cuozzo – V. Déroche – A. Peters Custot – V. Prigent, Paris, ACHCByz, 2008 (Monographie, Centre de Recerche d’Histoire et Civilitations de Byzance, 30), 2 vols., vol. 2, pp. 615-622.”. Riguardo la citazione di “EAD”, la Lamboglia si riferiva a EAD – Encoded Archival Description risale al Berkeley Finding Aids Project (BFAP), avviato nel 1993, presso la Berkeley University in California. La Lamboglia, a p. 2 postillava: “(4) Sul matrimonio tra Pietro e Costanza, si vedano L. PUGLISI, Le nozze di Costanza di Sicilia e Pietro II d’Aragona, «Archivio Storico Siciliano», III.10, 1959, pp. 199-214; D. GIRONA LAGOSTERA, Mullerament de l’Infant En Pere de Catalunya ab Madona Costança de Sicilia, Barcelona 1920, utile soprattutto per l’ampia appendice diplomatica che accompagna il saggio e, da ultimo, M. BRANTL, Studienzum Urkunden- und Kanzleiwesen König Manfreds von Sizilien (1250) 1258-1266, Inaugural Dissertation zu Erlangung des Doktorgrades der Philosophie an der Ludwig-Maximilians-Universität, München 1994, doc. 344, p. 397. (5) Su Bella, si vedano ad esempio ACA, RC, Reg. 17, f. 113r; Reg. 18, f. 72r (ma sul folio segnato 36v per via di una numerazione invertita); Reg. 28, ff. 85v, 108r – 109r, 112v – 114r, 189r; Reg. 29, ff. 1r, 169r, ff. 188r – 188v [ma trascritto anche nella recente riedizione di F. SOLDEVILA, Pere el Gran. Primera part: el Infant, a cura de M.T. FERRER MALLOL, Barcelona, Institut d’Estudis Catalans, 1995 (Memòries de la Secció històrico-arqueòlogica, LXVIII/1) doc. 25, p. 455], 189r; Reg. 30, ff. 6v, 7v, 10v, 71v, 104v; Reg. 31, ff. 35v, 58r e 58r bis; Reg. 32, ff. 23v, 92r, 94r – 95r, 97v; Reg. 33, ff. 19v, 35r. (6) Relativamente a Ruggero valgano esemplarmente le seguenti menzioni in ACA, RC, Reg. 33, ff. 8v, 20r, 53r-53v (parzialmente trascritto in SOLDEVILA, Pere el Gran. Primera part: el Infant, p. 291n), 62v; Reg. 34, f. 1r, 5v, 7r-7v, 36r, 52r, 64v, 66r, 83r, ma oltre a quelle qui indicate chi scrive ha individuato altre settanta referenze di questo tipo comprese nei Regg. 33-37. (7) A. KIESEWETTER (a cura di), Lauria, Ruggero di, in Dizionario biografico degli Italiani (e da ora DBI), 64, 2005, pp. 98-103. (8) Si rimanda, per tutti i riferimenti bibliografici del caso, a R. LAMBOGLIA ecc..”. Dunque, la Lamboglia cita il cognome di Isabella Lancia che negli Archivi della Corona d’Aragona a Barcellona è detta “Bella”. La Lamboglia scriveva che ella si chiamava “Bella Lancia d’Amichi o de Amicis (3)”, e nella sua nota (3) postillava: “Il cognome “DAMICHI” si trova in un diploma dell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona (e, da ora, ACA), Real Cancilleria (e da ora, RC) Reg. 19, f. 75 v.”. Sempre su Bella Lancia, la Lamboglia, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “Problematico invece è il legame di Bella con il ‘clan’ dei Lancia per via dei rapporti non sempre definiti di quest’ultimi (35), e per il quale occorre necessariamente risalire almeno a Bianca, amante dell’imperatore Federico II, sposata pare poi in punto di morte, e madre dell'”illeggittimo” Manfredi, secondo una ben attestata tradizione archivistica (36), prima ancora che da una ‘vulgata’ letteraria, diffusa da Dante in poi. Bianca era infatti legata al ‘clan’ dei Lancia per via materna – nella fattispecie, Manfredi I Lancia (il Vecchio) ne fu il nonno e Manfredi II Lancia lo zio (37) – e derivava il secondo cognome – d’Agliano nel primo decennio del XIII secolo; tra il 1226 ed il 1230, poi passò con la madre e con tutti i parenti piemontesi nel Regno di Sicilia a seguito del rapporto che ormai legava Manfredi II Lancia all’Imperatore (38). Bella seguiva di una generazione ed era ancora legata al ‘clan’ Lancia – sembrerebbe – mediante uno dei rami cadetti – i Lancia de Amicis – la cui vicinanza alla casa sveva era già da lungo corso determinata, se un suo fratello pare essere stato Ruggero de Amicis, vale a dire uno dei più fedeli burocrati al servizio di Federico II e nondimeno, successivamente da questi esiliato insieme ad un suo consanguineo, Guglielmo: tanto il primo, quanto il secondo sarebbero stati discendenti di un conte de Amico, cantato da Guglielmo di Puglia (39) come compagno del Guiscardo e di Ruggero d’Altavilla, e capostipite di una longeva e vigorosa dinastia feudale, cui afferivano non solo i discendenti di Guglielmo de Amicis, ma anche i conti di Giovinazzo (40).”. La Lamboglia, a p. 26, nella sua nota (35) postillava che: “N. Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, in Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia, Atti del Convegno (Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990), a cura di R. Bordone, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1992, pp. 55-80.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (36) postillava: “(36) In proposito, denunciano già una lettera di papa Urbano IV del 26 aprile 1262 e il pronunciamento di papa Clemente IV del 18 novembre 1266, entrambi citati in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, pp. 55-56”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (37) postillava che: “(37) Sui Lancia piemontesi, si rinvia al vecchio e ancor valido studio di C. Mekel, Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana dell’epoca sveva, Torino, E. Loescher, 1886; ma si vedano da ultimo, gli atti del recente convegno Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990, Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia (supra).”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (38) postillava che: “(38) Per le discrepanze tra le genealogie relative a Bianca, cfr. in proposito, i due alberi genealogici ancora in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, p. 80. Sulla figura di Bianca, si veda altresì la successiva voce di R. Bordone (a cura di), Bianca Lancia, in Enciclopedia Fridericiana (EF), Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002, 3 voll., vol. I, pp. 174-176.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Tale genealogia è stata ricostruita, per altro contesto ed altre circostanze da Sciascia, Le donne e i cavalier, pp. 44-45. Sul ceppo dei de Amicis, si rinvia ancora a Ead, Nome e memoria: i de Amicis dalla conquista normanna al Vespro, pp. 615-622.”.

Nel 1231, Federico II di Svevia donò a “Guidoni de Potiolo” la baronia del Cilento che aveva tolto a Ruggero Sanseverino

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390, quando ci parla di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: “La baronia di Cilento venne concessa dall’Imperatore prima a Giovanni di Villano, poi al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido di Pozzuoli (18).”. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Matteo Mazziotti scriveva che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Ebner, a p. 390, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Liber inquisitionum: ‘Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo. Et deinde Imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio.”, ovvero che: “Al conte Rugerio de San Severino, Rocca Cilento fu restituita alle case che l’imperatore Federico concesse a Sir Guglielmo de Villano, perché scambiò la detta Rocca con le case, e San Severino con la compagnia dei Marsici; poi fu concessa dal lo stesso generale al signore Guido de Putiolo, e poi l’imperatore rammentò lo scambio che era stato fatto col conte Ruggero”. Del “Liber Inquisitionum Caroli I” ho già detto all’inizio del saggio parlando delle fonti storiche. Il documento fu pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II.

Capasso, HD, p. 346

(Fig…..) Capasso Bartolomeo, Historia Diplomatica etc…, p. 349

Nel 1232 nasce a Benevento Manfredi, figlio naturale di Federico II di Svevia e Bianca Lancia

Di Manfredi leggiamo su Wikipidia che: “Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia. Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino di Svevia dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258.”. Da Wikipedia leggiamo che a partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero:

  • Costanza (1230-1307), imperatrice bizantina;
  • Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266);

Manfredi nacque e visse la sua fanciullezza a Venosa in Basilicata. Era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca dei conti Lancia e Signori di Longi dei Duchi di Baviera. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: “….un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Dunque, il Mazziotti citava il testo di Merkel (….), ed il suo “Manfredi I e Manfredi II Lancia – contributo alla storia politica e letteraria nell’epoca sveva”, pubblicato a Torino nel 1886. Un’altro testo che ci parla di Manfredi e delle sue origini è quello di Michele Cianciulli (….), ed il suo “Re Manfredi e la tradizione della sua tomba in Montevergine etc….”, pubblicato a Milano per i tipi di Mosca, nel 1951. Cianciulli, a p….., in proposito scriveva che: “Figlio naturale di Federico II e di Bianca dei marchesi Lancia, la bella vedova, figlia di Bonifazio Guttuario, Castellano di Angliano, presso Asti, egli nacque sullo scorcio del 1232 (1).”. Il Cianciulli, a p. 17, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il matrimonio tra Federico e Bianca Lancia fu concluso nel 1232. Da questo matrimonio nacquero Manfredi e Costanza, la quale, nel 1247 andò sposa all’Imperatore di Nicea.”. Il Cianciulli, a p. 17 scriveva che: “Figlio di teneri amori (3), era adorno di ogni grazia di natura ed era bello come un terrestre arcangelo”. Dunque, il Cianciulli dice di Bianca Lancia che era la bella vedova dei Marchesi Lancia, figlia di “Bonifazio Guttuario” che era il castellano di “Angliano”, un paese presso Asti in Piemonte. Suo padre, l’imperatore Federico II morì il 13 dicembre 1250 e lasciò a Manfredi il Principato di Taranto con altri feudi minori; gli affidò inoltre la luogotenenza in Italia, in particolare quella del regno di Sicilia, finché non fosse giunto l’erede legittimo, il fratellastro di Manfredi, Corrado IV, che in quel momento era impegnato in Germania. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: “nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, ecc…”. Si narra che Federico II di Svevia avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266). Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258. Si narra che Federico II di Svevia avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia.

Nel 1229, dopo la V Crociata, Federico II ed i Lancia nelle nostre terre

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi. Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano.”. Dunque, il Mallamaci, scriveva che ai tempi di Federico II di Svevia, Torraca apparteneva alla Baronia del Cilento che “toccò” ai Lancia, di cui una grande esponente fu la madre di re Manfredi, Bianca Lancia. La sorella di Bianca Lancia, sposò Riccardo di Lauria, padre dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. Augurio e Musella, a p. 21, nella nota (13) postillavano che: “(13) …..

Nel 5 ottobre 1229, Riccardo o Tommaso (?) di Montenegro, gran Giustiziere del Principato

Pietro Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc..”, a p. 111, in proposito scriveva che: “….Federico aveva nominato custode del sigillo di giustizia della seconda tra le undici provincie del regno, grande giustiziere dell’antica Liburia, la ‘Libues’ di procopio, la Terra di Lavoro. Carica importantissima annualmente rinnovabile. Il giustizierato ecc…Della nomina è notizia in Riccardo di S. Germano (12), che lo ricorda subentrato a Riccardo di Montenegro (13).”. Ebner, a p. 111, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Riccardo di S. Germano, Chronicon, ad an. 1242: “Mense febrarii Riccardus de Montenigro a iustitiariatu Terrae Laboris amoventui, et Gisulfus de Mànnia substituitur illi”.”. Dunque, Ebner scriveva che vi sono atti che dimostrano il subentro di Gisulfo de Mànnia, nella carica inportantissima di Gran Giustiziere del Principato, alla precedente “Riccardo di Montenegro”. Su Riccardo di Montenegro Gran Giustiziere del Principato, Ebner, a p. 111, nella nota (13) postillava che: “(13) Ricardo o Tommaso? Quest’ultimo era giustiziere del Principato nel 1229 (v. n. 9) e di nuovo nel 1235.”. Ebner postillava della “lettera imperiale” indirizzata a Riccardo di Montenegro. Ebner, a p. 111, nella nota (13) postillava che: “(13) Ricardo o Tommaso? Quest’ultimo era giustiziere del Principato nel 1229 (v. n. 9) e di nuovo nel 1235.”. Infatti, Pietro Ebner, a p. 111, nella nota (9) postillava che: “(9) Il 5 ottobre 1229 il sovrano ordinò a Tommaso di Montenegro, giustiziere del Principato, di fare ogni sforzo “ut quolibet pro facultatibus suis agricolturas faciant et super agricolturam omnem curam adhiveant et operam efficacem quo et eptores inveniant, habundanter quid extrahant et inter fideles nostros forum venalium carius fieri propterea non contingat”. Huillard-Breholles cit., V; Parigi 1857, I, p. 423.”. Dunque, Ebner scriveva che Riccardo di Montenegro era giustiziere del Principato nel 1229 e poi anche nel 1235, come dimostra il documento (“Istrumento”) pubblicato dal Vassalluzzo, sulle Torri costruite o rinforzate all’epoca Federiciana. Infatti, Ebner, a p. 111, nella nota (13) riferendosi a Riccardo di Montenegro, postillava pure che: “(13)…Nell’istrumento che lo riguarda le torri di Tresino, Licosa, Palinuro, Ascea e S. Giovanni a Piro, è riportata la lettera imperiale a “dompni Thome de Montenigro imperialis iusticiarium Principatus et Terrae beneventanae”. L’istrumento (ABC, L 23: Tresino augusti 1235, VIII) è pubblicato tra i “Documenti” in appendice a ‘Castelli Torri e borghi della costa Cilentana (Salerno 1969, p. 203) di M. Vassalluzzo. Il giustiziere Riccardo di Montenero promulgò, per ordine imperiale, le famose Leggi melfitane entrate poi in vigore il primo settembre 1231.”.

Nel 1229, Policastro da città demaniale passa a Giovanni Ruffo, fratello di Pietro Ruffo di Calabria

Nel XIII secolo, in epoca Federiciana, Policastro diviene città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, ma, nel 1229, pervenne a Giovanni Ruffo. La notizia proviene da Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra” (ed. Coleti, 1721), vol. VII, dove a p. 542, in proposito scriveva che: “Simeoni filio suo notho dedit, pervenit deinde ad Ioannem Ruffum anno 1229. Sub Ioanna I Regina, Gabriello, &c Luciano Grimaldis etc…”. Dunque, l’Ughelli lo chiama “Ioannem Ruffum”.

Ughelli, p. 542

Dunque, la prima notizia proviene in assoluto dall’Ughelli. L’Ughelli scriveva che nel 1229, Policastro apparteneva a Giovanni Ruffo. Forse di famiglia calabrese. In epoca federiciana i Ruffo era una blasonata famiglia calabrese.  Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc….”, a p. 8, sulla scorta dell’Ughelli e riferendosi alla città di Policastro, in proposito scriveva che: “….suo figlio, e nell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, e da questo nell’anno 1348. in Gabriello e Luciano Grimaldi.”. Dunque, il Di Luccia affermava, forse sulla scorta dell’Ughelli che nel 1229, Policastro “passò” (appartenne) a “Gio: Ruffo” (Giovanni Ruffo).

Di Luccia, p. 8

Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, ecc..ecc…, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato, a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro e dei Ruffo di Calabria. Anche Ottavio Beltrano (…..), nel suo “……………………..”, a p. 251 scriveva che: “a tempo di Re Rogiero, che la diede col titolo di Conte a Simone suo figliolo naturale, & sotto questo titolo si è conservata fino al presente, se bene nel 1299, Gio. Ruffo fù signore di Policastro ecc…”. Dunque, il Beltrano dice che dai tempi di re Ruggero II d’Altavilla, Policastro fu elevata a contea, e poi aggiunge di Giovanni Ruffo ma mette un “sebbene”. L’Antonini non dice nulla in proposito dell’epoca Federiciana. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi della Diocesi di Policastro”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Però la contea di Policastro subì parecchie vicende. Difatti nel 1229 passò a Giovanni Ruffo; ecc…”. Anche Lorenzo Giustiniani (…), sulla scorta dell’Ughelli scriveva che Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, ecc…”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata da demaniale nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Ecc..”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Dunque, secondo i due studiosi (..), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo che diventerà il primo feudatario della zona. Questo significa che nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale. E così era anche il suo porto. Il Giustiniani (…), scriveva che Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), si dilungano sulle mura e fortificazioni di Policastro, per poi aggiungere: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Secondo i due studiosi (…), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo. Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 336 parlando di Policastro, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), scriveva in proposito che: “In quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Il feudo fu assegnato a Giovanni Ruffo nell’anno 1229.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Il feudo di Policastro fu assegnato a Giovanni Ruffo (a. 1229).”. Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 29 e s. scrive in proposito che: Soltanto sei anni dopo, scoppia una faida (1330) contro i ‘Ruffo’, che, nel 1229 erano feudatari di Policastro, ed arrivano tre condottieri (milites) con 500 uomini, che cacciano i funzionari dei Ruffo dalla città (81). E i Ruffo? I Ruffo occupano Gerace, che è dominio regio, e portano via gli abitanti che riducono a servi, perchè hanno bisogno di mano d’opera sui loro territori. E’ un atto di manifesta violazione di un regio dominio, ma i Ruffo dichiareranno più tardi che gli abitanti si sono rifugiati nei loro territori. E chi osa contraddire al potente? ecc…. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Laudisio, op. cit., p. 36; Ughelli F., Italia Sacra, col. 542.”. Sempre il Tancredi, nel cap. “17. Feudatari”, a p. 30, in proposito scriveva che: “Il feudo porta il titolo di ‘Contea di Policastro’. Nel 1229 passa a ‘Giovanni Ruffo’ (famiglia dalla quale discende Paola del Belgio) ecc…(82)”. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Di Luccia P.M., op. cit., p. 8.”. Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, citato da Natella e Peduto (…), nel suo vol. II, cap. V., “Il tramonto del Re”, a p. 354, parlando di Policastro, in proposito scriveva che nell’anno 1330: “Ma altre volte non si invocava l’Imperatore e si armavano, ciò non ostante, dei veri eserciti, come, per esempio,  nella selvaggia regione che si stende tra la Basilicata e la Calabria contro i Ruffo di Catanzaro.  Laggiù, a mezzo il 1330, tre ‘milites’ con un esercito di cinquecento uomini occuparono Policastro, feudo dei Ruffo, ne scacciarono i funzionari signorili, e mossero di la alla conquista di Roccabernarda e Misurata, altri feudi del Conte di Catanzaro,  con più numerose schiere e con ardimento reso temerario dalla vittoria (2).”. Il Caggese, a p. 354 nella sua nota (2) postillava che la notizia era tratta da: “(2) Reg. Ang. n. 282, c. 52t – 53, 11 luglio 1330. I tre capi erano “Rogerius de Riveto, Nicolaus natus eius et Jordanus eiusdem cognominis” aiutati da “Fulco et Tancredus, similiter de Riveto”, tutti ‘milites’. Dunque, il Caggese traeva l’interessante notizia dai Registri della Cancelleria Angioina di Roberto d’Angiò: il Reg. Ang. n. 282, c. 52t – 53 dell’11 luglio 1330. Dunque, anche lo storico Romolo Caggese riferendosi all’anno 1330 scriveva che: “cinquecento uomini occuparono Policastro, feudo dei Ruffo, ne scacciarono i funzionari signorili, ecc…”. Dunque, secondo i documenti angioini, Policastro dal 1229 fino al subentro dei Grimaldi nel 1348 è un feudo dei Ruffo. Mi chiedo però se i documenti angioini si riferissero a possedimenti in Calabria e che il Policastro non sia Bussentino. La notizia deve essere ulteriormente approfondita ed indagata in quanto, sebbene Ernest Kantorowicz ci dice di diversi paggi e valletti della famiglia Ruffo di Calabria cresciuti alla corte dell’Imperatore Federico II di Svevia, non sappiamo di questo Giovanni Ruffo che, secondo l’Ughelli, nel 1229 aveva Policastro. Chi era Giovanni Ruffo, era un feudatario di Federico II di Svevia o era un suo funzionario ? Forse un funzionario della corte Imperiale di Federico II. Kantorowicz, a p. 365, nella sue nota postillava che riguardo le nobili famiglie al tempo di Federico, in proposito postillava che: “il lavoro critico di G. Del Giudice, Riccardo Filangieri sotto il regno di Federico II, di Corrado e di Manfredi, Napoli, 1893; Su una fonte forse copiosa del genere, l’Historia delle famiglie di Salerno normande di Giovanni Battista Prignano (cod. 276 e 277 della Biblioteca Angelica di Roma). In essa si parla fra le altre, degli Aquino, degli Eboli, dei Fasanella, dei Filangieri, dei Ruffo ecc…”. Un chiarimento maggiore sulla figura di Giovanni Ruffo ci viene da Ernesto Pontieri (….), nel suo “Ricerche sulla crisi della Monarchia Siciliana nel secolo XIII”, ed. E.S.I., 1950 che a p. 318 (indice generale), alla voce “Giovanni, fratello di Pietro (I): 134, 167.”. Il Pontieri (….), a p. 167 riferendosi a Pietro (I) Ruffo “conte di Catanzaro”, in proposito scriveva che: “Pur così costituito, il patrimonio del neo conte di Catanzaro non comprendeva integralmente nè i territori della contea, nè gli altri che gli spettavano sotto titoli diversi. Per esempio, Rocca Niceforo, che aveva fatto parte della contea di Catanzaro sin dall’epoca Normanna, era dal re assegnata a Giovanni Ruffo, fratello di Pietro (5).”. Il Pontieri, a p. 167, nella nota (5) postillava che: “(5) Reg. Ang., XIL, ff. 15, 67 t.”. Dunque, il Pontieri ci parla di questo feudatario “Giovanni Ruffo”, (“fratello di Pietro”) che, il re Normanno (non lo specificava), gli aveva concesso Rocca Niceforo, in calabria, facente parte della contea di Catanzaro. E’ interessante la notizia che Rocca Niceforo, un paese della Calabria, che faceva parte della contea di Catanzaro, era stata “assegnata” dal re normanno (quale ?) a Giovanni Ruffo, fratello di Pietro I. Su “Rocca Niceforo” su Wikipedia leggiamo che Rocca Angitola è una frazione del Comune di Maierato, in Provincia di Vibo Valentia. È posto su un colle che guarda il bacino del lago dell’Angitola, dove ancora si ergono ancora i ruderi della città antica. Durante il medioevo fu denominata Rocca Niceforo, in onore del condottiero bizantino Niceforo Foca il vecchio, che riuscì più volte a sconfiggere i saraceni, ed in epoca tardomedievale fu chiamata Kastron. Era cinta di mura e munita di torri e dai registri angioini risulta che nel 1276 contasse 1228 abitanti. Nella Reintegra scritta, con licenza di Ferdinando d’Aragona Re di Napoli, nell’anno 1474 risulta che Rocca Angitola aveva sotto la sua giurisdizione diciotto casali. E’ oggi uno dei tanti villaggi abbandonati della Calabria. Ernesto Pontieri, a p. 134, ci parla ancora del Giovanni Ruffo, fratello di Pietro I Ruffo ed in proposito scriveva che: “Il conte di Catanzaro era stato seguito, nella via dell’esilio, dai suoi più fervidi seguaci, fra i quali diversi congiunti, soprattutto dopo l’insuccesso della spedizione pontificia in Calabria, ch’egli stesso, per tentare un’altra volta la fortuna, aveva incoraggiata e diretta nel 1255. Ultimo a raggiungerlo era stato il nipote Folco, figliuolo di suo fratello Giovanni, dopo aver valorosamente resistito alle truppe di Manfredi,…..ecc…; Federico Lancia, il suo capitale nemico, nominato vicario generale per la Calabria e mandato in questa regione a rianimare l’antica fede nella Casa d’Hohenstaufen ed a crearvi un’atmosfera propizia alle ambizioni recondite del suo diletto nipote Manfredi (1).”. Da Wikipedia alla voce i Ruffo di Calabria leggiamo che la grande fortuna della famiglia iniziò certamente con il conte di Catanzaro, Pietro I (m.1257), che fu cortigiano dell’imperatore Federico II e da questi nominato giustiziere, gran maresciallo del regno di Sicilia e balio del figlio Corrado. Prive di fondamento, se non addirittura false ed atte solo a sminuirne la figura, appaiono le notizie contenute nella Historia de rebus gestis Frederici II imperatoris del cosiddetto Pseudo-Jamsilla, secondo cui Pietro I era di povere ed umili origini. Nominato vicario in Sicilia e Calabria da Corrado IV, venne riconfermato in questi incarichi da Corradino, ma schieratosi apertamente contro Manfredi fu privato di tutti i suoi beni e costretto all’esilio, morendo assassinato dai partigiani dell’Hohenstaufen a Terracina. La stessa parabola politica seguì Giordano, nipote di Pietro I; anch’egli funzionario del Regno di Sicilia sotto Federico II, dapprima castellano e poi maniscalco imperiale, abbandonò successivamente gli svevi per schierarsi dalla parte di papa Alessandro IV, ma caduto prigioniero della parte ghibellina venne prima accecato e quindi giustiziato. Ernst Kantorowicz, a p. 682 scriveva che: “altri pochi fedeli che gli rimasero accanto negli ultimi giorni, appartenevano al seguito imperiale: il diciottenne Manfredi, il più vicino e il più diletto dei figli,…..Pietro Ruffo, mastro delle scuderie imperiali, con suo nipote Folco (uno dei giovani poeti della scuola siciliana, al quale anche recentisimamente Federico aveva testimoniato il suo favore), il genero, conte Riccardo di Caserta, e infine il medico Giovanni da Procida (al cui nome sono legati i Vespri Siciliani).”. Dunque, nel 1250, al capezzale dell’Imperatore vi era Pietro Ruffo e suo nipote Folco, figlio di Giovanni Ruffo che è il personaggio che secondo l’Ughelli, nel 1229, possiede Policastro. Vediamo altre notizie su Giovanni Ruffo. Ernesto Pontieri, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Sappiamo che Pietro Ruffo, il gran maresciallo di Federico II, ebbe moglie, ma non figli (2). Sappiamo ancora ch’egli ebbe un fratello, Giovanni (3), e da questo nacquero Folco, che abbiamo visto strenuamente resistere contro le truppe di Manfredi nell’estrema Calabria (4), e Giordano, ch’ebe per moglie una Belladama, di cui ignoriamo il casato, ma che era ancora viva nel 1291 (1).”. Il Pontieri, a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Era secondogenito ed aveva sposato Margherita di Pavia, figlia di Carnelevario, un feudatario calabrese, che aveva partecipato agli avvenimenti che portarono ai disastri di Pietro Ruffo nel 1255. Egli passò dalla parte di Manfredi.”. Secondo il Pontieri, Giovanni Ruffo, fratello di Pietro (I) Ruffo, aveva sposato Margherita di Pavia, figlia di “Carnelevario” e che ebbero il figlio chiamato Folco che assistette l’Imperatore Federico II sul capezzale di morte. Pontieri, a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Jamsilla, 536-37”. Dette queste notizie tratte dagli storici contemporanei, oltre a quella di Policastro, devo dire che la storia di Giovanni Ruffo, conte di Catanzaro e di vasti feudi in epoca federiciana, si intreccia con la travagliata storia del fratello Pietro (I) Ruffo. I due, dopo la morte di Federico II di Svevia ebbero alterne vicende che li videro combattere contro Manfredi, Corrado IV e poi Corradino. Dalla Treccani on-line leggiamo che postosi al servizio di Alessandro IV e riparato in Calabria (dove poteva ancora contare su una consistente schiera di sostenitori), Ruffo intraprese nel 1255 una spedizione militare contro le forze fedeli a Manfredi, che però riuscirono in breve ad avere la meglio e assoggettare l’intera regione all’autorità del sovrano svevo, costringendolo alla fuga. Un successivo estremo tentativo di riprendere la lotta, dopo avere effettuato uno sbarco a San Lucido (sulla costa tirrenica), fallì e Ruffo dovette definitivamente abbandonare ogni speranza di successo. Nel febbraio del 1256, nella Curia generale tenuta a Bari da Manfredi, Ruffo, giudicato colpevole di alto tradimento, fu ufficialmente privato della Contea di Catanzaro. Per sfuggire alla prevedibile rappresaglia di Manfredi, si rifugiò nello Stato della Chiesa. Agli inizi del 1257 fu però ucciso a Terracina da un sicario del sovrano svevo. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Ricerche sulla crisi della monarchia Siciliana nel secolo XIII”, a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1)…Stando a Saba Malaspina, I, 5, l’uccisore di Pietro Ruffo sarebbe stato “quondam Petrum de Castelliomata civem Salernitanum, domicellum et familiarem eiusdem Comitis”, mandatario però sempre di Manfredi. Sappiamo, comunque, che ad una Jodetta, vedova di Giovanni di Castellomata, fu dato da Carlo I, il 15 aprile 1269, in cambio dei suoi diritti dotali sul castello di Molterno – ch’era stato concesso da Manfredi a suo marito – alcuni beni del ‘proditore’ Bartolomeo de donna Susanna, e, l’anno successivo,, in aggiunta ed in cambio di essi, alcune terre già possedute da Giovani da Procida nei paraggi di Salerno; cfr. F. Scandone, Notizie biografiche dei rimatori della Scuola poetica siciliana (Napoli, 1904), p. 70, n. 1. E’ lecito supporre che il Malaspina, più che ignorare, ricordava male il vero nome dell’uccisore di Pietro Ruffo.”.

Su Wikipedia alla voce Policastro leggiamo che le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte.

Nel 1230-1231, i castelli che furono rinforzati in epoca Federiciana

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, mentre affidava ai singoli feudatari la cura dei castelli in loro possesso, si preoccupò anche di far riparere e consolidare le fortezze imperiali, quelle cioè amministrate e dirette in proprio dalla Regia Curia, intervenendo in maniera specifica nei loro riguardi (2). Quanto al castello di Capaccio, che era tra quelli di proprietà della Corona, in considerazione dell’enorme importanza che esso rivestiva entro il sistema difensivo stabilito dagli Svevi a protezione delle terre di Principato, unite allora in un solo Giustizierato con quelle beneventane, l’Imperatore nel 1230/31 vincolò un notevole numero di vassalli all’obbligo di fornire la mano d’opera necessaria alle sue eventuali riparazioni (3). La disposizione interessava gli uomini della baronia di Fasanella, le abbazie di S. Benedetto di Salerno etc..”. Cantalupo, a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Federico si interessò particolarmente delle fortificazioni di Laurino (Castrum Laurini), Policastro (Castrum Policastri) e Rocca Gloriosa (Castrum Rocce de Gloriose), indicando anche coloro che erano tenuti a provvedervi (CDS, cit., I, pp. 157-159).”. Il Cantalupo si riferiva al testo di Carlo Carucci (….), “Codice diplomatico Salernitano”, vol. I, pp. 157-159. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, egli scriveva dell’Imperatore Federico II. La notizia è tratta dal Carucci (…), nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, edito nel 1946, vol. I, ovvero il “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, dove a pp. 156-157, pubblicava il documento del 1230-1231 (?), che fu pubblicato da Winkelmann (…) , in ‘Acta imperiali’, n. 764. Il Winkelmann (…), secondo il Carucci (…), in ‘Acta Imperii ecc..’, al n. 775 e, tratti da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedri

Carucci, CDS, I, p. 156

Carucci, p. 255

(Fig…) 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 di Winkelmann (…) e, in Carucci (..), vol. I, p. 157

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo……..nel 1230-31 la città e il Castello dovevano essere riparati da uomini di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Policastro, Morigerati, Camerota, cioè da mezzo Cilento e da uomini della Lucania interna (77).”. I due studiosi, a p. 514, nella nota (77) postillavano che: “(77) Carucci, op. cit., I., s.a.”.

Il Cantalupo scrive che questo accadde proprio quando “proprio nel tempo in cui Federico II, mentre affidava ai singoli feudatari la cura dei castelli in loro possesso, si preoccupò anche di far riparare e consolidare le fortezze imperiali” e, cioè, nel 1230-31, come risulta dal documento pubblicato dal Winkelmann, in “Acta Imperii”, p. 7……, che fu pubblicato pure da Carlo Carucci (….) e di cui parlo in seguito. In Carucci, il documento “LXXVIII” in cui si dice che “Federico nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato, di Terra di Lavoro e della Terra Beneventana”.

Tancredi di Padula, figlio di Guglielmo di Padula

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia etc..‘ vol. I a p. 249, in proposito al periodo successivo al ‘Catalogus Baronum’ scriveva che: “Nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da re Carlo, come risulta dai ‘Registri angioini’. Significativo è il brano di A. di Costanzo (cit., p. 226) sul ritorno a Napoli di re Ladislao ecc..ecc..”. Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346). Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 21 in proposito scriveva che: “Durante il periodo di dominazione normanno-sveva un ordine impartito da Federico II obbligava gli abitanti di Tortorella nel ‘iusticiaratu Principatus et Terre Beneventane’ a partecipare ai lavori di restauro del castrum di Policastro: “In primis castrum Pulicastri debet reparari per homines Turturelle et per homines Conse, per homines Turracae, per homines Rustrani, item per homines Brigetti et Tuclani, qui sunt de iusticiaratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per homines Muclarone et per homines tocius baronie Camerate, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est fomiglia ordinata” (32).”. Il Montesano, a p. 21, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Acta Imperii Inedita – Eduard Winkelmann – Innsbruck – 1880, pag. 775.”.

Nel 1230-1231, Federico II di Svevia, nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato, per esempio di Policastro e tra questi abitanti di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Camerota

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, mentre affidava ai singoli feudatari la cura dei castelli in loro possesso, si preoccupò anche di far riparare e consolidare le fortezze imperiali, quelle cioè amministrate e dirette in proprio dalla Regia Curia, intervenendo in maniera specifica nei loro riguardi. Quanto al castello di Capaccio, che era tra quelli di proprietà della Corona, in considerazione dell’enorme importanza che esso rivestiva entro il sistema difensivo stabilito dagli Svevi a protezione delle terre di Principato, unite allora in n solo Giustizierato con quelle beneventane, l’Imperatore nel 1230/31 vincolò un notevole numero di vassalli all’obbligo di fornire la mano d’opera necessaria alle sue eventuali riparazioni (3).”. Il Cantalupo, a p. 144, nella sua nota (3) postillava che: “(3) CDS, I, p. 158”. Parlando del castello e della fortezza di Policastro, Pietro Ebner, a p. 336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del castello di Policastro (32).”. Ebner, a p. 336, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Fidericus (…) Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscoli provisoribus castrorum, li costituisce provisores dei castrorum nostrum di Principato, Terra di Lavoro e Terra Beneventana (…) Castrum Policastri, ecc…”, e faceva riferimento al Carucci, vol. I, p. 89. Devo precisare però che il documento pubblicato a p. 89 del vol. I dal Carucci, riguarda la facenda del medico di Federico II e non dice nulla sui ‘provisores’ nominati per il “Castrum Policastri”. L’Ebner (…), scriveva che: Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 21 in proposito scriveva che: “Durante il periodo di dominazione normanno-sveva un ordine impartito da Federico II obbligava gli abitanti di Tortorella nel ‘iusticiaratu Principatus et Terre Beneventane’ a partecipare ai lavori di restauro del castrum di Policastro: “In primis castrum Pulicastri debet reparari per homines Turturelle et per homines Conse, per homines Turracae, per homines Rustrani, item per homines Brigetti et Tuclani, qui sunt de iusticiaratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per homines Muclarone et per homines tocius baronie Camerate, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est fomiglia ordinata” (32).”. Il Montesano, a p. 21, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Acta Imperii Inedita – Eduard Winkelmann – Innsbruck – 1880, pag. 775.”. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, parlando dell’Imperatore Svevo Federico II e, soprattutto al periodo successivo alla ‘Congiura di Capaccio’ ed alla crudele repressione che ne seguì, in proposito scriveva che: Cercò poi di estromettere i feudatari dai castelli costruiti dopo il 1189, per cui non potevano avere avuto alcuna concessione e ne dispose l’obbligo di manutenzione, a cui dovevano partecipare i villaggi vicini e lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra alcuni dei principali castelli che ruotavano attorno alla proprietà regia vi era quello di Camerota e quello di Policastro, che ricadeva nelle pertinenze del feudo di Camerota, vi era anche quello di Roccagloriosa (distrutto dai Francesi nel 1806), alla cui manutenzione dovevano collaborare anche tutti gli uomini liberi del feudo di Castellammare della Bruca (Velia).”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortorella a p. 21 faceva notare che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.” ed io dico figlio del “Gibel de Loria” presente nel ‘Catalogus Baronum’. Il Pacichelli (…), parlando dell’epoca Sveva, con Federico II di Svevia, Caselle in Pittari insieme a Vibonati, Tortorella, Battaglia, doveva partecipare ai lavori di ristrutturazione e di rinforzo della fortezza di Policastro e dipendeva dalla Contea di Lauria che dipendeva da Riccardo di Lauria o Oria, il quale era figlio di Gibel e sarà il padre del noto Ammiraglio Ruggero di Lauria. Dunque, il Montesano (…), anche sulla scorta dell’Ebner (…), ci faceva notare il collegamento che vi era con i feudatari della nostra terra all’epoca della stesura del ‘Catalogus Baronum’ con l’epoca successiva (periodo Normanno-Svevo con Federico II) che vedeva Caselle in Pittari ed altri piccoli centri fortificati dipendenti con la Contea di Lauria. I nomi dei casali di Tortorella (“Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bactorum, Casalecti et Bactalearum'”, sono ricordati in un documento della ‘Cancelleria’ Federiciana pubblicato da Winkelmann (…) e poi dal Carucci (…), citato da Montesano. Il Winkelmann (…), a p. 775, in proposito a questo documento di cui non riporta data ma lo mette in “STATUTA OFFICIORUM” dove a p. 768 scriveva docum. n. 1005 del 1241-1246, a p. 775 in proposito scriveva che: “Nomina castrorum et domorum imperialis ducatus Amalfie, Principatus et Terre Beneventane et nomina terrarum iusticairatus eiusdem, que sunt deputate ad reparacionem castrorum et domorum imperialum eorundem”:

Winkelmann, Acta Imperii Inedita, p. 775

(Fig…..) Winkelmann (…), Acta Imperii Inedita, op. cit., p. 775, documento di Federico II

Ciò risulta dal Codice Diplomatico Salernitano sotto l’anno 1230-31 (…). Si tratta di un documento tratto dalla Cancelleria Angioina ma riguarda un documento dell’epoca Federiciana, ovvero il documento in Carucci (…) a p. 156, vol. I, LXXVIII, dove il Carucci scrive 1230-31 ?”, Federico II nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento Medievale’, a p. 537, parlando di Policastro riportava la stessa notizia e in proposito scriveva che: Un documento di Federico II informa che alle opere dimanutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro,Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (10).“. Ebner (…), a p. 537, vol. I, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Carucci, Codice diplomatico salernitano, cit., p. 89.”. Ma, Ebner si sbagliava perchè il Carucci a p. 89 del vol. I, parla della questione della nomina del vescovo a Policastro nel 1211.

Carucci, p. 89

(Fig…..) Carlo Carucci, op. cit., vol. I, p. 89

Stesso errore fanno i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Nel 1211, ad esempio, per vescovo di Policastro era designato il medico del Re di Sicilia, Giacomo, poi eletto (76); nel 1230-31 la città e il Castello dovevano essere riparati da uomini di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Policastro, Morigerati, Camerota, cioè da mezzo Cilento e da uomini della Lucania interna (77).”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (76), postillavano che: “(76) C. Carucci, Codice diplomatico salernitano del sec. XIII, Roma, Fonti per la Storia, ecc.., 1931, vol. I, p. 89.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (77), postillavano che: “(77) Carucci, op. cit., I., s.a.”. Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati‘, pubblicato nel 2001, a p. 52, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, dissertando sui diversi toponimi che Morigerati ha sulla documentazione d’epoca Angioina scriveva che: Per quello di Policastro tra gli altri paesi, impose i pagamenti anche a “Muchrone”. Ciò risulta dal Codice Diplomatico Salernitano sotto l’anno 1230-31 (6).”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII, vol. I, pag. 156, 157, 158. Gli altri paesi che dovevano concorrere alle spese erano: Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Camerota. I provisores erano due: Agneo de Mastuscio e Sanctoni de Montefuscoli.”. Il documento citato dal Gentile (…), nella sua nota (6), a p. 58, riguarda Federico II di Svevia ed è trascritto nel vol. I del Carucci Carlo (…), op. cit.,  a pp. 156-157-158 e come scrive lo stesso Carucci è tratto dalla Cancelleria Sveva trascritto dal Wilkelmann (…) “Acta Imperii”, n. 758. Il Gentile scriveva in proposito a tale documento pubblicato e tratto dal Carucci (…): “Fra i documenti normanni del 1150 e quelli angioini del 1278, è presente un’altra registrazione con un nome diverso ma similare: ecc..ecc…Per quello di Policastro tra gli altri paesi, impose i pagamenti anche a “Muchrone”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, egli scriveva dell’Imperatore Federico II. La notizia è tratta dal Carucci (…), nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, edito nel 1946, vol. I, ovvero il “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, dove a pp. 156-157, pubblicava il documento del 1230-1231 (?), che fu pubblicato da Winkelmann (…) , in ‘Acta imperiali’, n. 764. Il Winkelmann (…), secondo il Carucci (…), in ‘Acta Imperii ecc..’, al n. 775 e, tratti da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914, pubblicò il documento del 1230-1231, tratto dai Registri della Cancelleria Svevo-Angioina, dove si elencavano i “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione Sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi.”. Secondo il Carucci, questo elenco di castelli e fortezze imperiali appartenenti alla casa regnante dell’Imperatore Federico II di Svevia, nella Provincia di Salerno, all’epoca Angionina di Carlo I e Carlo II, non subì modifiche, ma restò inalterato. Come possiamo leggere dal documento del 1230-1231, pubblicato anche dal Carucci a p. 156-157 del vol. I, nel “Castrum Policastri”, ed al suo castello, vi era addetto il seguente personale: “LXXVIII. – 1230-1231 ?. Federico II nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato, di Terra di Lavoro e della Tera beneventana e dà loro istruzioni circa il numero dei servienti di ciascun castello, circa le paghe da corrispondersi loro, le riparazioni eventuali da farsi, la coltivazione delle terre annesse ecc… Per ogni castello ordina si faccia un inventario di quanto possiede di armi, vettovaglie, animali ecc.., redatto in triplice copia, di cui una resti al castellano, l’altro presso i detti ‘provisores’, e il terzo si mandi alla regia curia.” Il Carucci (…), nella sua nota a tergo del documento postillava che: “Dal Winkelmann. ‘Acta imp.’, n. 764”, ma a p. 764 non pubblica questo documento. Il documento in questione pubblicato dal Winkelmann è a p. 775. Nel documento è scritto: “Fridericus etc. Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscolo, provisoribus etc…”.

Carucci, p. 156, vol. I

(Fig….) Carucci Carlo (…), op. cit., vol. I, p. 156 e s.

Carlo Carucci (…) a p. 157 aggiunge che: “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione Sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi. (Dal Winkelmann, ‘Acta Imperii’, pag. 775, e da Sthamer Eduard (…), in‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914). Durante i regni di Carlo I e Carlo II d’Angiò lo statuto di essi non subì cambiamenti notevoli e i castelli del Principato insieme con quelli di terra di Lavoro, furono alla dipendenza dello stesso ‘provisor castrorum’.”. Nella parte del documento pubblicata a p. 157 del vol. I dal Carucci, si legge: “Castrum Policastri’ debet reparari per homines Turturelle et per homines Sanse, per homines Turrace, per homines Roffrani; item per homines Brigelli (Rivello ?) et Triclani (Trecchina), qui sunt de iustitieratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per omines Muclarone (Morigerati; nel 1294 Moregeranum) et per homines totius baronie Camerote, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est familia ordinata.”.

Carucci, p. 255

(Fig…) 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 di Winkelmann (…) e, in Carucci (..), vol. I, p. 157

Carucci, p. 160

Carucci, p. 160, nota (1)

(Fig….) Documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, pp. 156-157

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Ecc…”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Sempre il Campagna (…), sulla scorta del ‘Codice Diplomatico Salernitano’, del Carucci (…), a p. 266, scriveva che: “Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro.”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia. Dopo la congiura di Capaccio nel 1242, episodio in cui alcuni Baroni del Regno, primi tra questi, al solito, i Sanseverino, decidono di ribellarsi all’Imperatore Federico II di Svevia, che era stato scomunicato dal papa, e dopo il suo epilogo che avvenne a Capaccio in cui tutti i congiurati vennero sterminati, compreso Tommaso e Guglielmo Sanseverino.  I guasti del conflitto non rimesero circoscritti alla sola zona di Capaccio, ma incisero fortemente sulle condizioni di vita dell’intero Cilento.

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(Fig…) Policastro Bussentino – Torri e mura

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(Fig…) Policastro Bussentino – Torre delle mura

Il porto di Policastro forse costruito da Federico II

Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, forse sulla scorta di Romolo Caggese (…), che di quegli anni ha scritto di Policastro, a p. 28, in proposito scriveva che: “Le mura che il Doria rase al suolo in modo tanto perfetto che non rimase pietra, quelle mura appartenevano ad una Policastro che è scomparsa.”. In sostanza quì il Tancredi parla del castrum e delle mura Federiciane che Federico II di Svevia fece rafforzare. Sempre il Tancredi (…), proseguendo il suo racconto su Policastro, a p. 28 scriveva che: “Ben s’accorse Federico dell’importanza strategica del luogo, ma anche dell’insalubrità dell’aria e dell’inusabilità del porto fluviale, ormai molto lontano dalla città (non sappiamo di quanto; oggi la distanza è di circa 4 km.), ed in più richiedeva un enorme e continuo lavoro di manutenzione. Perciò Federico costruì un nuovo porto in riva al mare, dove l’insabbiatura non era da temere; questo porto fu fortificato e connesso al Castellaro con mura. Il luogo era, inoltre, più sano e si trovava a circa 2 km. da Policastro vecchia, in direzione di Capitello. La riva del mare era allora più verso monte, al di là dell’odierna strada statale n. 18. Le fortificazioni sono completamente scomparse e i residui sono coperti di vegetazione. Il Doria ha fatto un lavoro completo. Rimane soltanto la parte superiore d’un acquedotto, che portava acqua dolce alle navi, ed il nome di “Porta di Mare”, che la contrada porta ancora, perchè il luogo era compreso nella cinta fortificata. Un lungo tratto di questa cinta si scoprì e si distrusse, quando fu costruita la ferrovia (1890-95).”. Dunque l’ipotesi suggestiva del Tancredi che voleva che l’antico porto angioino di Policastro dei genovesi fosse nella contrada “Porta di Mare” posta più o meno dove attualmente vi è un campeggio dopo il cimitero di Capitello e vicino ai ruderi del cosiddetto Castellaro di Capitello.

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(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…).

Come ho già scritto, non propendo per l’ubicazione di uno scalo portuale nell’area del Castellaro di Capitello, ipotesi questa del Tancredi che andrebbe ulteriormente verificata. Certo è che nella carta illustrata nell’immagine non troviamo alcun riferimento ad uno scalo fluviale o portuale eppure essa è di poco posteriore all’epoca Angioina.

Il borgo ed il castello a S. Severino di Centola, all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia

Con i Normanni (1077–1189) e successivamente con gli Svevi (1189-1266) furono realizzate nel Castello di San Severino di Centola altre opere di fortificazione, soprattutto da Federico II, il quale dispose la realizzazione della cinta muraria; fu realizzata altresì la chiesa di notevoli dimensioni a picco sullo strapiombo della gola della Tragara.

S. Severino di Centola

(Fig. 16) S. Severino di Centola. Borgo e Castello di San Severino

Nel 1239, Sapri, in un documento dell’epoca, una lettera del Papa per un patto di alleanza con le due Repubbliche marinare di Genova e Venezia contro  Federico II di Svevia

A proposito del porto e di Sapri e Policastro, l’Ebner (…) scriveva in proposito: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”, ma un interessante notizia sulla presenza di Sapri nel 1239 ci è data dallo studioso Ernst Kantorowicz (…). Lo storico dell’Imperatore Federico II di Svevia, Kantorowicz (…), nel suo libro ‘Federico II imperatore’, recentemente ristampato per i tipi di Garzanti, scriveva che nel 1239, in occasione di un patto di alleanza stipulato tra il Papa Gregorio IX e le Repubbliche marinare di Venezia e di Genova per combattere l’Imperatore Federico II di Svevia: “il papa pretendeva tutto il reame quod est beati Petri patrimonium; Venezia avrebbe avuto i porti di Barletta e Sapri;” (…). Si avete letto proprio bene. La Repubblica marinara di Venezia pretendeva in cambio i porti di Barletta e di Sapri. Si tratta di Sapri o forse di Salpi, che, è un luogo ed un porto, come Barletta, che si affaccia sul mare Adriatico. Forse un errore di trascrizione dello storico. Dopo la morte di papa Onorio III, uno dei primi atti del pontificato di papa Gregorio IX fu l’invio all’Imperatore Federico II di Svevia (che possedeva l’intera Sicilia), della comunicazione di mantenere le promesse fatte al suo predecessore Onorio III – cioè di non intervenire militarmente nei territori dell’Impero nel Nord d’Italia e di accettare le nomine dei vescovi incaricati dal papa stesso – e infine di organizzare un nuova crociata che però l’Imperatore non mantenne e ne scaturì una seconda scomunica. A causa dei continui dissidi sorti tra la curia romana e l’Imperatore, il 20 Marzo 1239, papa Gregorio IX, in continua lotta con l’Imperatore Svevo Federico II, emise una nuova scomunica (la terza) per Federico II, la Domenica delle Palme. L’imperatore, che ora si sentiva investito dell’impegno di difendere l’impero dal “papa eretico” – alleato con gli eretici lombardi -, cominciò a conquistare possedimenti dello Stato Pontificio con l’intento di isolare progressivamente Roma. Papa Gregorio IX chiese aiuto a Venezia, dove si progettò l’invasione nelle terre di Puglia, e convocò a Roma un concilio ecumenico per la Pasqua del 1241 con lo scopo di deporre l’imperatore. Lo storico tedesco Kantorowicz (…), parlando di papa Gregorio IX, dice che: , il papa aveva concluso in Laterano un patto d’aggressione, contraenti Venezia e Genova, contro l’Imperatore. In base ad esso, le due città marinare, in passato spesso nemiche, s’impegnavano ora ad aiuto reciproco e giuravano di non concludere alcun trattato con lo Staufen senza previo consenso del papa.”. Scrive il Kantorowicz (…): “Tutte queste lotte erano ancora avviate – l’Imperatore si batteva ancora nel territorio di Bologna – quando la curia lo costrinse a dirigere la sua attenzione su tutt’altre faccende. L’alleanza tra Venezia e Genova, che aveva avuto Gregorio IX per mediatore, si vedeva ora crescere di consistenza con l’ingresso, della medesima, di Piacenza e Milano, e infine della curia romana stessa. Venezia e Genova, avrebbero trasportato proprie soldatesche e truppe papali in Sicilia. Si preparava in tal modo un grande attacco all’isola, la roccaforte della potenza imperiale. Sei mesi, si pensava sarebbero stati sufficienti, e si era anzi già diviso il bottino: il papa pretendeva tutto il reame quod est beati Petri patrimonium; Venezia avrebbe avuto i porti di Barletta e Sapri; Genova, Siracusa, che le stava tanto a cuore; sia Venezia sia Genova, infine, avrebbero avuto altri compensi per le spese sostenute. Questo il programma degli alleati contro cui Federico II aveva adesso da scontrarsi.”. Lo storico Kantorowicz (…), trae la notizia dello storico patto da un’epistola (lettera) del papa Gregorio IX che scrive nel Settembre 1239 (..), in occasione della sua mediazione per la stipula del patto d’alleanza fra le Repubbliche marinare di Venezia e Genova (16) contro l’Imperatore Federico II di Svevia, dove però non figura il porto di Sapri ma figurano i due porti pugliesi di Barletta (Barolum) e quello di Salpi (Salpas). Nell’anno 1239, Genova avviò le trattative con Gregorio IX, che portarono all’alleanza novennale con la rivale Venezia. Il pontefice promise ai liguri di riconsegnare Siracusa alla loro giurisdizione, e a Venezia come scalo per i convogli diretti verso Bisanzio i porti pugliesi di Barletta e Salpi (‘Salpas’) o Sapri (come scrive il Kantorowicz (…)). Il trattato del 26 luglio 1239 con la Chiesa garantì anche a Genova (16) la protezione papale nei traffici commerciali della Sardegna, contesa ai pisani, sostenuti dall’imperatore. L’alleanza in realtà non porterà a nessuna azione offensiva di rilievo contro Federico II, tranne l’assedio alla città di Ferrara: una flotta congiunta veneziana e genovese risalì il corso del Po per assediare la città, che cadde dopo cinque mesi. Lo storico Kantorowicz (…), riferendosi allo storico patto di alleanza (16), cita il porto di Sapri che sarebbe andato a Venezia, alleatasi con Papa Gregorio IX contro l’imperatore Federico II di Svevia. Il Kantorowicz (…), nelle sue note a p. 516, scrive dei patti di alleanza stipulati dal papa Gregorio IX,  dice che: “L’alleanza della curia con i Comuni”, stà in: “Il patto con Venezia”, stà in “MG-EPP. Pont., I, n. 833-838, pp. 733 e s”, ovvero stà nelle ‘Epistulae saeculi XIII e regestis pontificarum Romanorum selectae epistoli (lettere) papali ed in particolare una delle lettere di papa Gregorio IX: Romaneus Quirinus et Stephanus Baduarius Iacobi Teopuli ducis et comminis Venetiarum Gregorio IX Papae et ecclesiae romanae promittunt sec XXV galeas ad regnium siciliae occupandum armaturos esse, iuraque, statunt, quae, sibi, tam, apud Barolum’ et Salpas quam in omni olio regni loco, quem venectorum auxilio contingerit occupari in perpetuum feudum concedi dubeant, tenore litterarum procurationis ducis et comminis venetiarum. a. 1239, Sept. 5.” (15-16). Il Kantorowicz, nelle sue note a p. 515, riguardo l’alleanza tra Venezia e Genova, stretta in Laterano”, scriveva: “in quadam camera domini pape”, stà in BFW, 7216, WACT., II, n. 1028, pp. 689 e s. (6), ovvero Bohmer J.F., Regesta Imperii, V, 3-5, editi da Ficker J., ed. E. Winkelmann, Innsbruck (1892-1901); vedi pure: Winkelmann, Acta imperii inedita, vol. II, n. 1028, pp. 669, Innsbruck, 1880.

Acta Imperii, pè. 689

Sempre il Kantorowicz (…), nelle sue note a p. 516, dice che: “L’alleanza della curia con i Comuni”, stà in: “Quello con Genova” stà in “Liber Jurium, Hist. Patr. Monum., vol. VII, p. 980″ (6), ovvero stà in ‘Liber iurium reipubblicae Genuensis’; 2 voll., Torino 1854-57; Historia Patriae Monumenta, voll. VII e IX. In un nostro studio del 1987 (1), scrivevamo in proposito: “Dubbi sussistono sull’esattezza della notizia dataci dallo storico Kantorowicz, secondo cui alla epoca federiciana l’alleanza fra Venezia e Genova, che aveva avuto Gregorio IX per mediatore contro Federico II di Svevia (prima metà del secolo XIII), stabilì che”: ” Venezia avrebbe avuto i porti di Barletta e di Sapri;…” (…). Nella lettera di papa Gregorio IX (15), non figura Sapri ma figurano i porti pugliesi di Barletta (Barolum’) e di Salpi (‘Salpas’) (15). L’abbaglio o l’errore di traduzione del Kantorowicz (…) si desume dalla lettera (testo in latino), in cui si riporta il testo dell’alleanza o del patto (15). Nell’epistola papale in cui si riporta lo storico patto con i Comuni di Venezia e di Genova (15). Dalla traduzione del testo latino dell’antica pergamena si evince che ”Venezia avrebbe avuto i porti di Barletta e di Salpi (Salpas);…”, viene appunto un ‘Salpas’ e non il toponimo del porto di Sapri come invece scrive lo storico tedesco. Nello storico patto del papa Gregorio IX, non figura il porto di Sapri ma si citano i due porti pugliesi di Barletta (Barolum) e quello di Salpi ‘Salpas’. I due porti citati nel Patto di alleanza stupulato con il papa, Barletta (Barolum) e Salpi (Salpas), sono entrambi due porti medievali che si trovavano sulle coste pugliesi, all’epoca controllati dall’Imperatore Federico II di Svevia ed erano ambiti dalla Repubblica Marinara di Venezia, anch’essa in lotta con l’Imperatore Federico II. Entrambi i porti citati, figurano anche sulla più antica carta nautica conosciuta che è datata proprio all’epoca Federiciana, la ‘Carta Pisana’  (…), del 1290 circa, a cui abbiamo dedicato un nostro saggio ivi pubblicato. Non sappiamo se vi è stato un errore di traduzione o altro secondo cui, lo storico tedesco Kantorowicz (…), abbia confuso il porto di ‘Salpas’ con quello di Sapri. Nella traduzione del tedesco Kantorowicz (…), del testo latino della lettera papale, il ‘Salpas‘ citato, corrisponda al toponimo del porto pugliese di Salpi o quello del porto di Sapri (…). Dobbiamo pure dire che il toponimo del porto di ‘Salpas’ (Salpi) e, non di ‘Sapri’,  come invece vuole il Kantorowicz e lo stesso traduttore dal tedesco dell’autore del testo Kantorowicz, citato nel testo latino dell’epistola papale del 26 Luglio 1239 (15), potrebbe anche indicare il porto di Sapri e non il porto pugliese di Salpi. Tuttavia, la notizia andrebbe ulteriormente indagata. Bisognerebbe esaminare de visu il documento papale originale perchè potrebbe trattarsi di un errore di traduzione o semplicemente di trascrizione – come noi crediamo – che il curatore dell’opera dello studioso Kantorowicz (6), la traduzione di Gianni Pilone Colombo delledizione Garzanti, abbia errato e preso un abbaglio, anche se dobbiamo dire che non è così scontata la conclusione ad un indagine più attenta e rigorosa del documento papalino (15), originale, come pure dobbiamo far notare che la stessa traduzione del testo in latino dell’epistola papalina sia sbagliata, ovvero che, ad un’attenta analisi del testo latino dell’epistola in questione (15) il ‘Salpas’ non sia Salpi ma corrisponda al porto di Sapri come voleva il Kantorowicz (…). Inoltre, dobbiamo pure far notare che vista la presenza genovese a Policastro in quell’epoca, potrebbe darsi che lo storico tedesco si riferisca al patto con il Comune di Genova che non abbiamo potuto esaminare de visu. E’ vero che la lettera papale in questione, ci parla di due porti pugliesi, ‘Barolum’ e ‘Salpas’ (…), ma noi riteniamo che la notizia andrebbe ulteriormente approfondita ed indagata. E’ vero che alcuni parlano del porto pugliese di Salpi (16), mentre ad esempio proprio il Kantorowicz (…), parlando delle sedi vescovili vacanti in Sicilia, oltre a quella di ‘Policastro’ ci parla di un ‘Salpe’. Certo che Sapri, nel XIII secolo era uno scalo marittimo conosciuto con il toponimo di Saprà, come risulta dalla più antica carta nautica conosciuta, la ‘Carta Pisana’, datata intorno al 1290 (Fig….).

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(Fig. 9) Ingrandimento della carta nautica detta ‘Carta Pisana’, con il particolare delle coste tirreniche dell’Italia meridionale, tratta dal testo di Jerry Brotton (…)

Le Torri costiere esistevano già in epoca Sveva al tempo dell’Imperatore Federico II di Svevia

Fin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X-XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata costruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II. Ecco perchè le torri costiere presenti sul nostro litorale, vengono chiamate dalla tradizione popolare orale “Torri Normanne”. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Come ho già scritto, il sistema di segnalazioni e difesa del territorio costituito da torri costiere, costruite lungo i litorali, esisteva già dallepoca della dominazione Sveva, che poi in seguito, fu mantenuto e rafforzato dai francesi Angioini. Accessi a documenti d’epoca Sveva, ancor prima dell’epoca Angioina, si trovano citati nel Pasanisi (…), che come la studiosa Anna Andreucci (…), nel suo ‘Il sistema nelle torri costiere di difesa’, a p. 221, nella sua nota (12), postillava che: “Onofrio Pasanisi, con il suo scritto già citato, pubblicato nel 1926, nel volume di ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa, è il primo studioso che si è interessato all’argomento ed è lettura obbligata per chiunque si accinga ad analoghe ricerche.”. Infatti, il Pasanisi (…), di cui parlerò, oltre a precisare la data dell’inizio del programma di costruzioni delle torri costiere fatte realizzare dai Vicerè spagnoli, sarà il primo a citare alcuni interessanti documenti d’epoca Sveva, in cui si parlava di torri costiere o di sistema di difesa realizzati in epoca anteriori a quella Angioina. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 176, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p….., scriveva che: “Nel 1233 Federico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, parlando dell’Imperatore Svevo Federico II e, soprattutto al periodo successivo alla ‘Congiura di Capaccio’ ed alla crudele repressione che ne seguì, in proposito scriveva che: Cercò poi di estromettere i feudatari dai castelli costruiti dopo il 1189, per cui non potevano avere avuto alcuna concessione e ne dispose l’obbligo di manutenzione, a cui dovevano partecipare i villaggi vicini e lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra alcuni dei principali castelli che ruotavano attorno alla proprietà regia vi era quello di Camerota e quello di Policastro, che ricadeva nelle pertinenze del feudo di Camerota, vi era anche quello di Roccagloriosa (distrutto dai Francesi nel 1806), alla cui manutenzione dovevano collaborare anche tutti gli uomini liberi del feudo di Castellammare della Bruca (Velia).”. L’Ebner (…), scriveva che: Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). L’Ebner (…) scriveva che: Un documento di Federico II informa che alle opere di manutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro, Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (4).”, di cui si parla nei documenti pubblicati dal Carucci (…). Molti documenti dell’epoca Federiciana, riguardanti le nostre terre e l’ex Principato Longobardo di Salerno, furono pubblicate da Carlo Carucci (…), nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, che, nel volume I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), pubblicava molti documenti d’epoca Federiciana. Tuttavia, per citare alcuni documenti d’epoca Federiciana, riguardanti le nostre coste, ho tratto alcune interessanti notizie da Onofrio Pasanisi (…), che nel 1926, pubblicò  l’interessante saggio ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’. Il Pasanisi (…, a p. 440, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3)  Ne sono a tutt’oggi scomparse moltissime, sia crollate, e sia convertite ad uso di abitazioni. Altre – poche di numero – rimangono ancora; in piedi alcune, dirute o semi – dirute le rimanenti; è facile tutavia distinguere il tipo e precisarne l’epoca; quadrangolari quelle costuite dalla R. Corte, di varie forme come ho già detto, le altre. Vi sono torri sveve, angioine, aragonesi, post a guardia del litorale contro i pirati d’ogni luogo e di tutte le età.”.

Nel 1233, le fortificazioni e le Torri costiere

Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 145 scriveva pure che: “Intanto, nel 1233, Federico II aveva emanato un altro ordine per la riparazione e la fortificazione dei castelli (3), a cui erano seguite nell’aprile del 1235 delle precise disposizioni, impartite a Tommaso di Montenero, giustiziere di Principato e Terra Beneventana, di provvedere, nell’ambito della propria giurisdizione, a far fortificare ed, eventualmente, riparare le torri costiere (4).”. Il Cantalupo, a p. 145, nella sua nota (3) postillava che: “(3) HUILLARD BREHOLLES, Historia diplomatica Friderici II, IV, I, p. 427.”. Il Cantalupo, a p. 145, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il documento (aprile 1235) è contenuto in quello dell’agosto 1235 appresso citato”. Il Cantalupo, a p. 146, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il documento (agosto 1235), contenente i due precedenti, è riportato integralmente da M. Vassalluzzo, Castelli, Torri e borghi della costa Cilentana, Salerno, 1969, pp. 203-206”.

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Nel 1233, Federico II di Svevia ordina la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni

Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’ parlando dell’Imperatore Svevo Federico II, scriveva che: Cercò poi di estromettere i feudatari dai castelli costruiti dopo il 1189, per cui non potevano avere avuto alcuna concessione e ne dispose l’obbligo di manutenzione, a cui dovevano partecipare i villaggi vicini e lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra alcuni dei principali castelli che ruotavano attorno alla proprietà regia vi era quello di Camerota e quello di Policastro, che ricadeva nelle pertinenze del feudo di Camerota, vi era anche quello di Roccagloriosa (distrutto dai Francesi nel 1806), alla cui manutenzione dovevano collaborare anche tutti gli uomini liberi del feudo di Castellammare della Bruca (Velia).”. Fin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X–XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata costruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II. Ecco perchè le torri costiere presenti sul nostro litorale, vengono chiamate dalla tradizione popolare orale “Torri Normanne”. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti.

Nel 1233, Federico II ordina la ristrutturazione di alcune Torri costiere

Fin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X-XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 176, scriveva che: “Nel 1233 Federico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), non postillava nulla al riguardo, e non forniva alcun riferimento bibliografico. E’ molto probabile che il La Greca (…), si riferisca ad un documento di cui parlava anche Pietro Ebner (…) che, nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – ecc..’, che a p. 111, parlando dell’epoca sveva e di Federico II, nella sua nota (13), postillava in proposito che: “(13) Nell’istrumento che riguarda le torri di Tresino, Licosa, Palinuro, Ascea e San Giovanni a Piro , è riportata la lettera imperiale a “dompni Thome de Montenigro imperialis iusticiarum Principatus et Terrae beneventane”. L’istrumento (l’Atto) (ABC, L., 23: Tresino augusti 1235, VIII) è stato pubblicato tra i “Documenti” in appendice a ‘Castelli torri e borghi della costa cilentana (Salerno 1969, p. 203) di Mario Vassalluzzo.”. Pietro Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc..”, a p. 111, scrivendo della carica Imperiale all’epoca Federiciana: “Federico aveva nominato custode del sigillo di giustizia della seconda tra le undici provincie del regno, grande giustiziere dell’antica Liburia, la ‘Libues’ di procopio, la Terra di Lavoro. Carica importantissima annualmente rinnovabile. Il giustizierato ecc…Della nomina è notizia in Riccardo di S. Germano (12), che lo ricorda subentrato a Riccardo di Montenegro (13).”. Dunque, Ebner scriveva che Riccardo di Montenegro era giustiziere del Principato nel 1229 e poi anche nel 1235, come dimostra il documento (“Istrumento”) pubblicato dal Vassalluzzo, sulle Torri costruite o rinforzate all’epoca Federiciana. Infatti, Ebner, a p. 111, nella nota (13) riferendosi a Riccardo di Montenegro, postillava pure che: “(13)…Nell’istrumento che lo riguarda le torri di Tresino, Licosa, Palinuro, Ascea e S. Giovanni a Piro, è riportata la lettera imperiale a “dompni Thome de Montenigro imperialis iusticiarium Principatus et Terrae beneventanae”. L’istrumento (ABC, L 23: Tresino augusti 1235, VIII) è pubblicato tra i “Documenti” in appendice a ‘Castelli Torri e borghi della costa Cilentana (Salerno 1969, p. 203) di M. Vassalluzzo. Il giustiziere Riccardo di Montenero promulgò, per ordine imperiale, le famose Leggi melfitane entrate poi in vigore il primo settembre 1231.”. Il Vassalluzzo (…), parlando dei Saraceni sulle nostre coste, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “Altre scorrerie essi faranno sulla costa, al tempo di Federico II (12), di Carlo d’Angiò (13), degli Aragonesi (14) e degli Spagnoli (15).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 32, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Archivio Cavense, Arca L, n. 23”,  (che è la collocazione del documento del 1235, da lui pubblicato).”.

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(Fig…..) Vassalluzzo Mario, Appendice, Doc. n. 1 – lettera imperiale a “dompni Thome de Montenigro imperialis iusticiarium Principatus et Terrae beneventanae”

Ebner postillava della “lettera imperiale” indirizzata a Riccardo di Montenegro. Infatti, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), a pp. 215-216-217, in “VI Documenti”, in Appendice, pubblicava l’interessantissimo documento risalente all’anno 1235, epoca Federiciana: “Documento n. 1”, però il Vassalluzzo scrive: “Istrumento riguardante le torri di Tresino, Licosa, Palinuro, Ascea e S. Giovanni a Piro (anno 1235).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 218, in proposito riportava i nomi dei sottoscrittori dell’Atto ed in proposito scriveva che: ” + Signum Iohannuzi Marchisani, qui presens fuit (1).”. Il Vassalluzzo, a p. 218, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Archivio Cavense, Arca L, n. 23.”. Dunque, il documento dell’anno 1235, citato da Ebner (…) e, pubblicato integralmente dal Vassalluzzo, si riferisce all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia, prima della nota ‘Congiura dei Baroni’ o ‘Congiura di Capaccio’, del 1242. Dunque, l’antico documento del 1235, tratto dagli Archivi dell’Abbazia Benedettina di SS. Trinità di Cava de Tirreni, che Ebner (…), a p. 111, nella sua nota (13), postilava e citava la Lettera Imperiale “dompni Thome de Montenigro imperialis iusticiarum Principatus et Terrae beneventane”, tratta da  (ABC, L., 23: Tresino augusti 1235, VIII)”, dunque del documento di Federico II di Svevia, Tresino, Casale cilentano, dell’agosto 1235, VIII indizione, ci parla dell’incursione dei Saraceni che fecero nell’anno…….e che indussero l’Imperatore Federico II di Svevia a rinforzare delle Torri costiere già preesistenti all’epoca di Federico II: la Torre di Tresino; Torre di  che riguarda le torri di Tresino, Torre di Licosa, Torre di Palinuro, Torre di Ascea e, Torre di San Giovanni a Piro, sulla costa di Scario. Sempre dal Vassalluzzo (…), ci vengono alcune interessanti notizie storiche sulle torri e sul periodo Federiciano. Il Vassalluzzo (…), a p. 71, in proposito alla Torre di Tresino scriveva che: “La Torre di Tresino, posta come collegamento tra quella di S. Francesco e l’altra di Licosa, mediante la Torre di ‘Pagliarolo’, ecc….Ecco perchè la troviamo nelle carte del XIII secolo, alla cui custodia e manutenzione erano tenuti l’Abate di Cava ed il Vescovo di Capaccio (31). Ecc..”. Il Vassalluzzo, a p. 72, nella sua nota (31), postillava che: “(31) il documento n. 1”. Sempre il Vassalluzzo (…), a p. 32, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Santoro L., Le torri costiere della Campania, in Napoli Nobilissima, anno 1967, vol. VI, pag. 38.”. Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, continuando il suo racconto a p. 71 riferendosi sempre alla “Torre di Tresino” scriveva pure che: “Nel 1277, però sotto il regno degli Angioini, essa appartiene alle Università di Agropoli. Infatti è a questa Università che il re Carlo, tramite il Giustiziere del Principato Citra, si rivolge perchè si preoccupi della custodia della torre e delle segnalazioni necessarie (32)……Tresino, però è famosa perchè ha dato i natali ad un grande santo benedettino, S. Costabile, IV abate di Cava, che morì nel 1124, dopo aver dato grande impulso al Cenobio Cavense ed un centro importantissimo al Cilento nel Castello dell’Abate. A Tresino, già nell’anno 1187, era un approdo detto “Stayno”, in attività ancora al tempo degli Angioini, ed era uno dei tanti porti che il Monastero di Cavense aveva sulla costa (34).”. Il Vassalluzzo, a p. 72, nella sua nota (33), postillava che:  “(32) Camera, op. cit. vol. I, p. 15.”. Si tratta del documento di cui ci parlava anche il Pasanisi (…). Nella sua edizione del 1876, nel suo Cap. II, nella sua nota (6), a pp. 14-15, il Camera riporta una ‘provvisores’ di re Carlo I d’Angiò del 1277, ed in proposito scriveva che: “(6) In un’altra provvisione dello stesso re Carlo, indirizzata al Giustiziere di Principato, ecc…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 73, nella sua nota (34), riguardo Tresino, postillava che: “(34) Ventimiglia D., Il Castello dell’Abate e i suoi casali, pag. 93.”. Ciò che scrive il Vassalluzzo, riguardo l’epoca Federiciana ed alcuni casali cilentani, e le Torri costiere, è stato riassunto dal Guzzo (…), a pp. 239-240, dove in proposito scriveva che: “Ma già molto prima dell’arrivo degli Spagnoli, a difesa delle nostre coste erano sorti castelli, torri e fortificazioni varie. La maggior opera in tal senso era stata svolta dai monaci benedettini della Badia della Trinità di Cava. Questo Cenobio, eretto nell’anno 1111 da Alferio Pappacarbone, ben presto, per le concessioni munifiche dei vari principi, accrebbe il suo prestigio che, iniziato con San Leone di Lucca, abate di Cava, al tempo del grande Pietro Pappacarbone, ….nacque una potente organizzazione monastica con i suoi borghi, le sue fortezze ed i suoi porti, i suoi casali rustici, le sue culture, le sue industrie e la sua regolamentazione economica e civile (4).”. Il Guzzo (…), a p. 240, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di San Matteo Evangelista, Roma, 1958, p. 53.”.

Nel 1237, la battaglia di Cortenuova

Da Wikipedia leggiamo che l’Imperatore Federico in effetti non era mai venuto meno ai suoi propositi di sottomettere l’Italia all’impero germanico, favorendo l’instaurarsi di signorie ghibelline a lui amiche (la più potente fu quella dei Da Romano che governava su Padova, Vicenza, Verona e Treviso). Il 27 novembre 1237 Federico colse una notevole vittoria sulla Lega Lombarda a Cortenuova, conquistando il Carroccio, che inviò in omaggio al papa. Dopo questa sconfitta, la Lega Lombarda si sciolse; Lodi, Novara, Vercelli, Chieri e Savona si sottomisero al potere imperiale, mentre Amedeo IV di Savoia e Bonifacio II del Monferrato riconfermarono la loro adesione alla causa ghibellina: Federico II era all’apice della sua potenza in Italia. Milano, che, erroneamente, non fu assediata da Federico II (la città era ora molto debole dal punto di vista militare), si offrì di firmare una pace, ma le eccessive pretese dell’imperatore spinsero i milanesi a una nuova resistenza. Fu così che l’imperatore non sfruttò il grande successo di Cortenuova: infatti non riuscì più a entrare nella città lombarda e anche l’assedio di Brescia fu tolto nel 1238.

Nel 1239, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano), dopo la Signoria dei Guarna, la Signoria dei Sanseverino

Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239. Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano riferendosi al figlio di Guglielmo (III) Sanseverino, in proposito scriveva che: Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ruggiero che era stato investito anche degli altri beni confiscati, avendo imprigionato a Salerno alcuni baroni, temendo di essere incolpato da re Manfredi fuggì presso Carlo d’Angiò che, conquistato il Regno, lo investì anche della baronia di Diano.”. Ebner, a p. 636, nella nota (22) postillava che: “(22) Reg. A., f 125”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: La contea di Marsico fu tenuta ‘maritali nomine’ da Guglielmo di Sanseverino che aveva sposato Isabella Guarna di Marsico (sorella di Filippo) prima che la contea fosse devoluta al fisco. Federico II concesse al figliuolo di Guglielmo, Tomaso (I), di comprarla devolvendo però alla R. Corte la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento e versando mille once d’oro. Dopo la ribellione di Tomaso, il figliolo di Ruggero, scampato alla morte e condotto a Lione da papa Innocenzo IV (ne sposò la nipote, figlia del conte Fieschi) (5), riebbe le contee di Marsico e di Sanseverino da re Manfredi. Ecc…”. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”.

Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 1239, Federico II di Svevia conferma i feudi di Ajeta e Tortora a GILBERTO CIFONE

Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, Orazio Campagna scriveva che il feudo di Aieta arrivò ai Loria, dopo gli Scullando, “ai quali era passata da una de Giffone (103).”. Secondo il Campagna, il feudo di Aieta passò ai Loria da una donna appartenente alla famiglia dei “de Giffone”. Chi era questa donna appartanente alla famiglia dei “Giffone”, vecchi feudatari di Aieta, subentrati ai Scullando ?. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei luoghi della Calabria – vol. I da A-B”, a p. 21 alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Dunque, il Valente scriveva che il feudo di Aieta, dagli Scullando passò a GILBERTO GIFFONE, aggiungendo che il feudo di Aieta “una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Il Valente non dice chi fosse questa feudataria dei “GIFFONE”, figlia ed erede di GILBERTO GIFFONE e, che sposò qualche personaggio dei Loria. Chi erano questi feudatari ?. In primo luogo se il feudo arriva a Riccardo di Lauria in epoca Sveva, quale era l’epoca in cui dominavano i “de Cifone”. I Ciffone o Giffone dominavano la valle ed anche il paese di Tortora in epoca Sveva, ma erano feudatari di Tortora e Aieta fin dai tempi Normanni. Nel 1239, il feudo di Tortora fu confermato da Federico II di Svevia a “Gilberto Gifone”. Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg., parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del secolo XI il territorio tortorese divenne un feudo dei Normanni, che, appunto, chiamavano ‘Terre’ i loro feudi. Normana era sicuramente la famiglia Cifone, un cui componente, GILIBERTO CIFONE, era signore di Tortora nell’ultimo periodo della dominazione normanna. Il feudo di Tortora doveva essere stato della famiglia Cifone fin dall’inizio della dominazione normanna, se è vero, come sembra che Giliberto avesse ereditato il feudo dagli avi. Dopo Giliberto lo ereditò il figlio RINALDO, che viene citato nei primi documenti feudali (vedi il successivo periodo svevo).”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: “A Tortora il passaggio dei poteri dai Normanni agli Svevi non fu nemmeno avvertito, in quanto i Cifone continuarono a conservare il feudo. Nei documenti feudali infatti risulta che nel 1239 Federico II confermò nel feudo Gilberto Cifone. Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era Rinaldo, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Il Pucci scriveva che i Cifone conservarono il feudo di Ajeta anche in epoca Sveva. Essi dominarono la zona di Tortora e di Ajeta dal periodo Normanno a quello Svevo. Il Pucci (…) cita ancora il Gilberto Cifone a p. 85 scrivendo che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria. Ecc…”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci (…), ci parla di un certo Gilberto Cifone. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora”, ‘Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 29, nella nota (51) postillava che: “(51) Per una distrettuazione del territorio in età normanna e poi sveva si rimanda a F. PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, in Storia della Basilicata. 2. Il Medioevo, a cura di C.D. FONSECA, Roma-Bari, Editori Laterza, 2006, pp. 86-124.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “Difatti, l’intero territorio in cui si circoscrivono la nascita ed i possedimenti di Ruggero indicati en passant come ventiquattro castelli dal Muntaner – e segnatamente quello più settentrionale, coincidente, oggi, con il cosiddetto Lagonegrese (59) – sconta lacune documentarie significative soprattutto per quanto riguarda i secoli centrali del Medioevo. Pertanto non stupisce come anche la pregevolissima Storia della Basilicata. 2. L’Età Medievale, pubblicata qualche anno fa dall’editore Laterza e curata da Cosimo Damiano Fonseca, non possa più di tanto indugiare su quelle terre situate a contermine con la Calabria settentrionale e coincidenti, in età normanna, in massima parte con i domini della signoria lucana dei Chiaromonte (60). Queste terre non entrarono a far parte del Catalogus Baronum (61) per il fatto di riferirsi, il Catalogus, solamente al Ducato di Puglia e al Principato di Capua, e le seconde – comprese nel pur longevo distretto di Val Sinni –, in sostanza, al territorio calabrese.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, nelle sue note (59-60-61) postillava che: “(59) Le difficoltà relative a questo territorio tuttavia non concernono solamente il Medioevo. Non meno problematiche sono le indagini in Età Moderna. Cfr., da ultimo, V. CAPODIFERRO, Il Lagonegrese borbonico. Note economiche sulla situazione preunitaria, «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», LXXIV, 2007, Roma, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, pp. 189-229. (60) Sui distretti feudali lucani e della Basilicata, si rimanda ancora a PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, p. 103, ma si veda anche S. POLLASTRI, La féodalité de la région de Matera, pp. 129-158. (61) Catalogus Baronum, a cura di E. JAMISON, Roma, ISIME, 1972 (Fonti per la Storia d’Italia, 101*). Sul Catalogus, oltre allo studio preliminare premesso dalla Jamison, si vedano EAD., Additional Work by E. Jamison on the “Catalogus Baronum”, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoniano (e da ora BISIMEAM)», 83, 1971, pp. 1-63 e Commentario, a cura di E. CUOZZO, Roma, ISIME, 1984 (Fonti per la Storia d’Italia, 101**). Cfr., altresì, E. MAZZARESE FARDELLA, Il contributo di Evelyn Jamison agli studi sui Normanni d’Italia e di Sicilia, «BISIMEAM», 83, 1971, pp. 65-78.”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Sui Cifone di Aieta ha scritto pure Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”.

Nel 1239, Federico II e i prigionieri Lombardi furono affidati ai Baroni e feudatari

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: Giustiziere della valle del Crati era Tolomeo di Castiglione, il quale agì in conformità di un editto del grande Imperatore, così formulato: “Cum quosdam de Mediolano. Che vuol dire pressapoco: “Poichè abbiamo condotti nel regno degli uomini d’armi di Milano, di Piacenza e di Como destinati alla prigionia; e poichè vogliamo che alcuni di essi siano tenuti prigionieri da Baroni della tua giurisdizione a noi fedeli, ti ordiniamo di ricevere i prigionieri che ti sono stati assegnati e di affidarli, secondo l’elenco che ti accludiamo sigillato dei prigionieri e dei Baroni ai quali debbono essere affidati, ai Baroni stessi. Avvertili rigorosamente da parte nostra che facciamo custodire i prigionieri con ogni cura e che provvedano al loro vitto durante la prigionia. Fai fare pubblici elenchi della loro assegnazione, tenendone uno presso di te, e mandandone uno alla nostra Curia. Ordina pure che, nella tua giurisdizione, un uomo fidato ogni mese li vada ad ispezionare, rendendosi conto di come sono tenuti e se viene ad essi somministrato il vitto necessario. ‘Pisa, Dicembre 1239”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Ed ancora un documento federiciano di appena qualche giorno prima annovera Riccardo tra i trentadue feudatari del giustizierato di Basilicata ai quali vengono affidati gli ostaggi lombardi (97), presi in consegna, su mandato dell’Imperatore dal giustiziere di Capitanata Riccardo di Montefuscolo (98) con l’incarico di tradurli via mare nel Regno e, qui, poi smistarli tra i vari giustizieri a cui erano stati destinati (99).”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (97) postillava che: “(97) Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240′ a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, vol. 1, doc. 335, pp. 323-350; il nome del Lauria è a p. 350. Il documento, però, eragià in J.A. HUILLARD-BREHOLLES, Historia Diplomatica Friderici II, Paris, 1852-1861, 6 voll., 12 tomi, vol. V, tomo 1, pp. 617-619. Circa la natura del documento, si leggano le note esplicative della C. Carbonetti-Vanditelli, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240′ , vol. 1, pp. 324-328.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (98) postillava che: “(98) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 1, doc. 317, pp. 317-318.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (98) postillava che: “(99) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 1, docc. 328-333, pp. 320-323″.

Ma chi erano questi “prigionieri lombardi dell’Imperatore” di cui uno fu dato in custodia ad un certo “Riccardo di Lauria” ?. A quale episodio dell’epoca Federiciana si riferiva il Racioppi ?. Racioppi si riferiva ad una lettera dell’Imperatore Federico II di Svevia che scrisse nel 1239 e che era contenuta nell’unico ‘Registro’ della ‘Cancelleria’ federiciana salvatosi nell’incendio di San Paolo Belsito vicino Nola nel 1943. Questi documenti furono annotati in un manoscritto anch’esso oggi introvabile “il manoscritto Broccoli” consultato in Inghilterra da Huillard-Bréholles (….) mentre lavorava alla sua ‘Historia diplomatica Friderici secundi’, a cui si riferisce il Racioppi (…). In questa opera vennero pubblicati i documenti della ‘Cancelleria’ federiciana dal 1239-1240, delle lettere dell’Imperatore. La parte rimasta abbracciava sette mesi a cavallo tra l’ultimo scorcio degli anni Trenta e gli inizi degli anni Quaranta del Duecento. Sono i mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX, tuttavia ‒ fatta eccezione per l’amara missiva indirizzata nel febbraio 1240 all’arcivescovo di Messina, il quale si era proposto inutilmente come mediatore tra l’imperatore e il pontefice ‒ nelle lettere non appare l’eco di questa vicenda, o almeno non direttamente; indirettamente invece numerose disposizioni rivelano a quale punto di tensione fosse giunto lo scontro tra i due sovrani: ad esempio quelle impartite per punire in maniera esemplare Benevento, l’enclave pontificia dove avevano trovato rifugio i sudditi siciliani partigiani del papa, o anche i ripetuti accenni a indagini e operazioni di controllo volte a intercettare lettere e messaggi diretti alla Curia romana, o i provvedimenti di espulsione ed esproprio con i quali Federico II esercitò una dura repressione nei confronti dei sudditi che avevano aderito alla causa papale.

Nel 25 dicembre 1239, Federico II di Svevia affida a Riccardo di Lauria i prigionieri Lombardi 

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Indubbiamente c’è un momento in cui questo Riccardo di Lauria acquista preminenza. Infatti, il 25 dicembre del 1239 è tra gli uomini incaricati da Federico II di recapitare agli undici giustizieri del Regno le istruzioni relative alla riscossione della colletta per l’anno corrente pari a quella riscossa l’anno precedente, e per la quale viene raccomandato di avere particolare cura affinchè non ne fosse diminuito il gettito (95) – nella fattispecie, Riccardo è inviato presso il giustiziere di Val di Crati e di Terra Giordana ed anche presso il giustiziere di Calabria (96).”. La Lamboglia, a p. 40, nella nota (95) postillava che: “(95) ‘Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240’ a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, Roma, ISIME, 2002 (Fonti per la storia d’Italia Medievale, 19* e 19**), 2 voll, vol. 1, pp. 351-354. Sul registro di Federico II, sulla sua accidentata vicenda editoriale, cfr. l’Introduzione a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, all’Edizione, pp. XVII – LXXXII. Nondimeno si vedano i precedenti interventi di J. Mazzoleni, La registrazione dei documenti delle cancellerie meridionali dallepoca sveva all’epoca viceregnale, Napoli, Libreria Scientifica Editrice, 1971, pp. 12-25, che descriveva fisicamente il registro, e di W. Hagemann, La nuova edizione del registro di Federico II, VII Centenario della morte di Federico II imperatore e re di Sicilia. – (10-18 dic. 1959), Atti del Convegno di Studi Federiciani, a cura del Comitato Esecutivo, Palermo, Arti Grafiche A. Renna, 1952, pp. 315-336, per una storia del Registro, delle sue discutibili messe a stampa prima dell’edizione Carbonetti-Vanditelli.”La Lamboglia, a p. 40, nella nota (96) postillava che: “(96) Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240′ a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, vol. 1, docc. 342-343, p. 354. Sull’evoluzione delle cariche, rispetto alla precedente età normanna ed in particolare su quella del Maestro Giustiziere e dei giustizieri, si rinvia a E. CUOZZO, La “Magna Curia” Al tempo di Federico II di Svevia, “Radici. Rivista Lucana di storia e cultura del Vulture”, 16, 1995, pp. 23-71 e a A. Kiesewetter, Il governo e l’amministrazione centrale del Regno, in Le eredità normanno-sveve nell’età angioina. Persistenze e mutamenti ne Mezzogiorno, Atti delle quindicesime giornate normanno-sveve, Bari, 22-25 ottobre 2002, a cura di G. MUSCA, Bari, Edizioni Dedalo, 2004, pp. 25-68.”. Filiberto Campanile (….), nel 1600, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, a p. 207, in proposito ai Loria scriveva che: Il primo, che di questa famiglia ritroviamo nominato ne’ Regij Archivij è Riccardo Signor di feudi in Basilicata, à cui nell’anno 1239. l’Imperador Federico II. come uno dei Baroni del Regno, comette alcuni Stadici datigli da’ Paduani, e nel medesimo tempo il manda per Vicerè, e Capitano à guerra nella Provincia di Terra di Bari.”. Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono di Riccardo di Lauria che: Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi.. I due studiosi però non davano alcun riferimento bibliografico dell’interessante notizia dell’epoca Federiciana. I due studiosi parlando di Riccardo di Lauria, spesso si riferivano all’epoca di re Manfredi ed allo Zurita (…). Dunque, l’episodio è tratto dal Pesce (…) che a sua volta si riferiva al Racioppi (….). Il Pesce parlava dei primi feudatari di Lagonegro. Il Pesce scriveva che il padre dell’Ammiaglio Ruggero di Lauria, Riccardo di Lauria, certo “Riccardo de Loria”, o di Lauria, fu pure signore di Lauria, e aggiunge ciò che scriveva su di lui Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania’, vol. II, a p. 179, parlando di Ruggero di Lauria e riferendosi a Riccardo di Lauria scriveva che: “Ma Lauria fu il capo della signoria, che comprendeva i prossimi paesi di Lagonegro, di Castelluccio e Tortora e Aieta, e, probabilmente, Scalea e Rotonda; e Lauria come capo della signoria feudale diè il titolo alla famiglia. Il padre, familiare di re Manfredi, e signore di Lauria (2), morì con lui nella battaglia di Benevento; ecc..”. Nella sua nota (2) che il Racioppi postillava la notizia scrivendo che: “(2) E’ detto e scritto ‘Riccardus de loria’ nel Registro del 1239 di Federico II (in ‘Hist. diplom., etc., di Breholles); e poichè a lui è dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria.”. Giacomo Racioppi traeva questa notizia da Hist. diplom., etc., di Breholles. (J.A. HUILLARD-BREHOLLES, Historia Diplomatica Friderici II, Paris, 1852-1861, 6 voll., 12 tomi, vol. V, tomo 1, pp. 617-619). Infatti, Huillard Breholles, a p. 618, nel presentare il documento di Federico II di Svevia, a p. 618, del vol. V, per l’anno 1239, i : “Barones in Justitariatu Basilicate quorum custodie singillatim com- (fol. 43 verso) missi sunt prisones Lombardi” scriveva: “Riccardus de Loria……..Sixtum de Pizubunello Med.”. Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono di Riccardo di Lauria che: Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi.“. I due studiosi però non davano alcun riferimento bibliografico dell’interessante notizia dell’epoca Federiciana. I due studiosi parlando di Riccardo di Lauria, spesso si riferivano all’epoca di re Manfredi ed allo Zurita (…). Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Dunque, l’episodio è tratto dal Pesce (…) che a sua volta si riferiva al Racioppi (….). Il Pesce parlava dei primi feudatari di Lagonegro. Il Pesce scriveva che il padre dell’Ammiaglio Ruggero di Lauria, Riccardo di Lauria, certo “Riccardo de Loria”, o di Lauria, fu pure signore di Lauria, e aggiunge ciò che scriveva su di lui Giacomo Racioppi (…), nel vol. II a p. 179, ovvero che: “scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”,…..(2).”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania’, vol. II, a p. 179, parlando di Ruggero di Lauria scriveva che: “Ma Lauria fu il capo della signoria, che comprendeva i prossimi paesi di Lagonegro, di Castelluccio e Tortora e Aieta, e, probabilmente, Scalea e Rotonda; e Lauria come capo della signoria feudale diè il titolo alla famiglia. Il padre, familiare di re Manfredi, e signore di Lauria (2), morì con lui nella battaglia di Benevento; ecc..”. E’ nella sua nota (2) che il Racioppi postillava la notizia scrivendo che: “(2) E’ detto e scritto ‘Riccardus de Loria’ nel Registro del 1239 di Federico II (in ‘Hist. diplom., etc., di Breholles); e poichè a lui è dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria.”. Dunque, secondo il Racioppi (…) che scriveva sulla scorta dei documenti della ‘Cancelleria’ di Federico II di Svevia pubblicati dal Huillard-Bréholles (…), era detto “Riccardus de Loria” nel 1239.

Nel 1239, GILIBERTO GIFONE, Barone del feudo di Tortora è custode di alcuni prigionieri dell’Imperatore Federico II di Svevia

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: Ed infatti, al tempo di Federico II, Tortora era feudo di Giliberto Cifone, a cui fu dato in custodia tramite il giustiziere della Valle del Crati e di Terra di Giordana, l’uomo d’armi piacentino Palmerio di Montedomini fatto prigioniero nella guerra di lombardia, come ad Enrico di Papasidero fu dato Pietro de Conio, pure di Piacenza; a Pietro di Trecchina, Borgognone Laccetti, a Guglielmo di Sanguineto, i milanesi Antelmo di Pizzobonelli e Morando Mariglione ed a Riccardo di Lauria, Sisto di Pizzobonelli, pure milanese. Giustiziere della valle del Crati era Tolomeo di Castiglione, il quale agì in conformità di un editto del grande Imperatore, così formulato: “Cum quosdam de Mediolano, etc…”. Che vuol dire pressapoco: “Poichè abbiamo condotti nel regno degli uomini d’armi di Milano, di Piacenza e di Como destinati alla prigionia; e poichè vogliamo che alcuni di essi siano tenuti prigionieri da Baroni della tua giurisdizione a noi fedeli, ti ordiniamo di ricevere i prigionieri che ti sono stati assegnati e di affidarli, secondo l’elenco che ti accludiamo sigillato dei prigionieri e dei Baroni ai quali debbono essere affidati, ai Baroni stessi. Avvertili rigorosamente da parte nostra che facciamo custodire i prigionieri con ogni cura e che provvedano al loro vitto durante la prigionia. Fai fare pubblici elenchi della loro assegnazione, tenendone uno presso di te, e mandandone uno alla nostra Curia. Ordina pure che, nella tua giurisdizione, un uomo fidato ogni mese li vada ad ispezionare, rendendosi conto di come sono tenuti e se viene ad essi somministrato il vitto necessario. ‘Pisa, Dicembre 1239”.

Fulco, p. 49

Nel 12……, Riccardo di Lauria al tempo di Federico II di Svevia

Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, il Campagna scriveva che la Terra di Aieta e di Lauria ebbero come signore e feudatario un Riccardo di Lauria. Il Campagna aggiunge pure che dopo la morte di Riccardo di Lauria, il feudo fu ereditato dal figlio che aveva lo stesso nome. Dunque, secondo il Campagna, vi erano due Riccardo di Lauria. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Antica famiglia che trasse il predicato dalla contea di Lauria. “Loria” è forma umanistica dello stesso predicato. La famiglia pare abbia avuto per capostipite un de Clojrat, omonimo d’una Terra di Normandia. Si ignora se fu uno dei quaranta cavalieri venuti nel Mezzogiorno d’Italia al servizio di Guaimario di Salerno o se sia venuto con gli Altavilla. Ebbero feudi che andavano da Lauria a Lagonegro, e, sul Tirreno, lungo le coste della Calabria, della Basilicata e della Campania (C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 21, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia madre di Manfredi, figlio naturale di Federico II. Dall’unione nacque nel 1250 nel castello di Scalea, Ruggero di Loria. Riccardo, a seguito della parentela acquisita, riottenne la sua baronia e si mostrò degno di fiducia verso la casa sveva per la quale nel 1266 morì gloriosamente a fianco di re Manfredi nella battaglia di Benevento.”.

Nel 12….. (?), Riccardo di Lauria (figlio di Gibel de Loria) si unisce in prime nozze con Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (131) postillava che: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Nell’edizione del ……., abbiamo trovato che Filiberto Campanile ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Il Campanile scriveva che: “La Casa di Loria, ò vero dell’Oria, le cui armi sono tre fascie d’argento interposte in altre tante azzurre, è una delle più antiche del nostro Regno. Il primo, che di questa famiglia ritroviamo nominato ne’ Regij Archivij è Riccardo Signor di feudi in Basilicata, à cui nell’anno 1239. l’Imperador Federico II. come uno dei Baroni del Regno, comette alcuni Stadici datigli da’ Paduani, e nel medesimo tempo il manda per Vicerè, e Capitano à guerra nella Provincia di Terra di Bari. Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina. Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”.

Campanile, p. 207

Dunque, il Campanile scriveva che “Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”, ovvero scriveva che Roberto si sposò in prime nozze con “Paliana di Castrocucco” e da lei ebbe una figlia chiamata “Beatrice” che sposò Riccardo d’Arena, Signore di Arena e di Santa Caterina. Da Wikipedia leggiamo che le origini del borgo di Arena in Calabria sono antichissime, fu colonia greca contemporanea ad Ipponio e successivamente municipium romano all’epoca delle guerre puniche. In epoca medievale fu capoluogo di un feudo molto esteso appunto da meritare il nome di Stato di Arena. Primo signore fu Matteo De Arenis dei Conclubet. I Culchebret (o Conclubet di Arena, anche detti Scullandi) furono una famiglia normanna molto potente e influente nelle vicende storiche, culturali, politiche ed economiche dell’Italia meridionale e della Sicilia, a partire dall’XI secolo. Come vedremo nel mio saggio su Ajeta ritroviamo gli Scullando in alcuni documenti d’epoca Normanna. Su un blog in tere troviamo critto che Riccardo (+ ucciso da Jeronimo Sambiase nella battaglia di Benevento 26-2-1266 – Re Manfredi muore nella medesima occasione tra sue braccia), Signore di Lauria dal 1254, Signore di Scalea nel 1266; aveva feudi in Basilicata (1239) e in Calabria, Vicerè e Capitano di guerra in Terra di Bari, Gran Privado del Re Manfredi di Sicilia. 1°) = Paliana di Castrocucco. 2°) = Bella d’Amico, figlia di Guglielmo d’Amico e di Macalda Scaletta Signora di Ficarra (+ all’ospedale di Messina, in miseria), fu la Governante della Regina Costanza d’Aragona e si risposò con Alaimo di Leontina. Rosanna Lamboglia (….) scriveva che i documenti ci riportano a due Riccardo di Lauria e a due matrimoni, con una “Paliana di Castrocucco”. Il primo Riccardo di cui si parla nei documenti è un Riccardo che in età sveva aveva sposato una certa “Paliana Pascale di Castrocucco”. Inoltre, i documenti angioini ci parlano di un “Riccardo di Lauria” che nel 1277 ha sposato una “Paliana o Palliana di Castrocucco”, figlia del Giustiziere di Basiliaca “Podiolo”. Sul “Riccardo di Lauria” d’epoca Sveva, la Lamboglia scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. Infatti, i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi.”. Dunque, la Lamboglia scrive che questo Riccardo di Lauria visse al tempo di Federico II di Svevia e che ad un certo punto sposò in prime nozze con la nobile Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia che gli portò in dote i feudi di Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra che appartenevano al padre di lei, Podiolo, giustiziere di Basilicata al tempo di Federico II. Dalla prima moglie Palliana di Castrocucco, Riccardo di Lauria ebbe una figlia. Augurio e Musella scrivono che la figlia si chiamava “Beatrice”, mentre su Wikipedia leggiamo che Riccardo ebbe “Costanza di Lauria”. Augurio e Musella (….), a p. 24-25, in proposito scrivevano che: “Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:

  • Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
  • Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
    • una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
    • Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.

Nel 12….., Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (131) postillava che: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610……e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco.”. Da Wikipidia leggiamo che Riccardo di Lauria sposò Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo……Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo di Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Ecc…”. Nell’edizione del 1610 ho trovato che Filiberto Campanile (…..), nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili”, stampato a Napoli, nel 1610, ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Il Campanile scriveva che: Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”. Dunque, il Campanile scriveva che “Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”, ovvero scriveva che Roberto si sposò in prime nozze con “Paliana di Castrocucco” e da lei ebbe una figlia chiamata “Beatrice” che sposò Riccardo d’Arena, Signore di Arena e di Santa Caterina. Da Wikipedia leggiamo che le origini del borgo di Arena in Calabria sono antichissime, fu colonia greca contemporanea ad Ipponio e successivamente municipium romano all’epoca delle guerre puniche. In epoca medievale fu capoluogo di un feudo molto esteso appunto da meritare il nome di Stato di Arena. Primo signore fu Matteo De Arenis dei Conclubet. I Culchebret (o Conclubet di Arena, anche detti Scullandi) furono una famiglia normanna molto potente e influente nelle vicende storiche, culturali, politiche ed economiche dell’Italia meridionale e della Sicilia, a partire dall’XI secolo. Come vedremo nel mio saggio su Ajeta ritroviamo gli Scullando in alcuni documenti d’epoca Normanna. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “La mancanza di fonti preclude ogni possibilità di una esposizione cronologica nella successione delle baronie nel governo di Ajeta. Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono a lungo la Terra furono i de Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Nondimeno, queste singolari coincidenze non sgombrano il campo dalla eventualità che vi sia stata proprio una sovrapposizione di figure per via dell’omonimia. E che dunque debba essere quantomeno ventilato il dubbio che il padre di Ruggero fosse quel Riccardo di età sveva, tanto accreditato dalla tradizione, e che tale anche si chiamasse. La situazione documentale non consente di risolvere l’aporia su Riccardo, il quale sarebbe da indicare, a questo punto del discorso, più correttamente solo come presunto padre di Ruggero, secondo un’opzione metodologica che preferisce considerare i dati della tradizione e il perché del consolidarsi di una tradizione, rispetto alla soluzione più economica di Andreas Kiesewetter, secondo cui del padre di Ruggero non si conosce il nome (139). Analogamente, la medesima situazione documentale, mostrando vuoti d’informazione difficilmente colmabili, non consente di gettare ulteriore luce sulle vicessitudini della famiglia di Ruggero prima e dopo i fatti del Vespro, né permette di stabilire una cronotassi genealogica certa ed inequivocabile tra i suoi membri, se non a patto di accogliere le notizie delle fonti indirette, che citano e riferiscono di particolari ulteriori (140), oggi, non più evidenti dai regesti dei Registri angioini ricostruiti.”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. La Lamboglia (….), a p. 47, nella nota (139) postillava che: “(139) Cfr. KIESEWETTER (a cura di), Lauria, Ruggero di, p. 98.”.

Nel 1240, Federico II di Svevia invita i cittadini di Policastro di presentarsi al suo cospetto a Foggia

Certo è che la notizia citata dallo storico Kantorowicz (…), è più o meno dello stesso anno (a. 1239-1240), dell’altra notizia dataci da Carlo Carucci (…), di una altra carta Federiciana del 1240.  I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, proseguendo il loro interessante racconto citano altre notizie dateci da Ebner (…), ed in proposito a Policastro scrivevano che:  “In altra carta federiciana, del 1240, l’Imperatore in un parlamento a Foggia invitò della Provincia di Salerno i soli rappresentanti di Salerno, Eboli, Amalfi e Policastro (78): è chiaro l’intento politico, originato dalla necessità di avere sotto controllo e ai propri ordini i maggiorenti delle città più qualificate dal punto di vista della sicurezza territoriale).”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”. Pietro Ebner (…), aveva già riportato questa interessante notizia, infatti, a p……., scriveva che: “Per il Parlamento da tenere a Foggia (a. 1240) l’imperatore oltre i rappresentanti di Salerno, Eboli e Amalfi, invitò anche quelli di Policastro.. Rileva il Carucci (…) che per il parlamento  poi tenuto a Foggia nell’anno 1240 – quindi prima della Congiura di Capaccio – il sovrano invitò insieme ai rappresentanti di Salerno, Eboli e Amalfi, anche quelli di Policastro, il cui castello fu avocato alla curia regia. Come si può leggere nel documento ivi, tratto dal Carucci (…), che lo pubblicò nel 1931, del vol. I, a p. 196: “XCIX. 1240 (a. XX di Federico II imperatore), (XIII, ind.), marzo, Viterbo. Federico II informa, per mezzo del suo ministro Pier delle Vigne, la città di Salerno, che ha piacere di vedere i sudditi fedeli del suo regno ereditario di Sicilia, e che terrà a Foggia un generale parlamento il dì delle Palme, 1° del prossimo Aprile. Invita la città a mandare due suoi rappresentanti che possano vedere “la Serenità del suo volto” e riferire, al ritorno, la sua volontà.”. Il Carucci (…), a p. 196, aggiunge che il documento è tratto dal ‘Regestum Imp. Fr. annorum 1239-1240’ etc. edizioni Carcani:…………….Il Carucci (…), nel suo vol. I, a p. 196, pubblica l’interessante documento del 1240, di cui ci parla l’Ebner (…) e i due studiosi Natella e Peduto (…) e, nella sua nota (1), a p. 197, postillava in proposito: “(1) Le città invitate a quell’importantissimo parlamento furono quarantasei in tutto il Regno, e tra queste, Salerno, Amalfi, Policastro ed Eboli, della Provincia di Salerno.”. Questa notizia dell’anno 1240 e l’altra notizia dataci dallo storico Kantorowicz (…), dell’anno 1239, mi fanno ritenere che il porto di Policastro, demaniale ed importantissimo ai tempi dell’Imperatore Svevo Federico II, sia proporio la baia naturale di Sapri, che poteva accogliere legni di una certa portata, rispetto ad un piccolo porticciolo interratosi nel tempo, quale potrebbe essere stato a Policastro. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Nel successivo marzo del 1240, Riccardo di Lauria è di nuovo tra gli ufficiali a cui Federico II fa pervenire la comunicazione, nella quale ingiunge loro di presentarsi al cospetto dell’Imperatore in occasione della sua prossima venuta nel Regno di Sicilia e della convocazione di un’assemblea generale che si terrà a Foggia il giorno della Domenica delle Palme – apud Fogiam in festo Palmarum primo venturo conloquium indixerimus generale (100). Nondimeno, ‘Riccardus de Loria’ sembra essere stato giustiziere di Basilicata solamente al tempo di Federico II (101), poichè dopo il 1240, se ne perdono del tutto le tracce.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (100) postillava che: “(100) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 2, docc. 657-668, pp. 620-622; il nome di Ruggero è nel doc. 660, p. 621. Sulla circostanza della convocazione, si veda A. Caruso, Indagine sulla legislazione di Federico di Svevia per il Regno di Sicilia. Le Leggi pubblicate a Foggia nell’aprile del 1240, in Il “Liber Augustalis” di Federico II di Svevia nella storiografia, Antologia di scritti a cura di A. L. Trombetti Budriesi, Bologna, Pàtron editore, 1987, pp. 145-168. Sulla feudalità del Regno, si rinvia alle note di G. Fasoli, La feudalità siciliana nell’età di Federico II, in Trombetti Budriesi (a cura di), Il “Liber Augustalis” di Federico II di Svevia, pp. 403-421.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (101) postillava che: “(101) FRIEDL, Studien zur Beamtenschraft Kaiser Friedrichs II., p. 312.”.

Nel 1246, Gisulfo de Mannia, gran Giustiziere del Principato e di Federico II di Svevia

Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 328 parlando di “Mannia”, in proposito scriveva che: “Seguendo il corso del picciol fiume ch’esce dalla Bruca, vedesi sopra una collina a man manca Mannia, Terra già mancata, ed oggi abitata appena da otto, o dieci famiglie. Vi è ancora una non molto bella torre all’antica….Fu questo luogo, e Castelnuo posseduto da Gisulfo Joffredo, chiamato perciò Gisulfo di Mannia (I), gran giustiziere di Federico II di cui sopra s’è già fatta menzione.”. Ebner, a p. 328 nella sua nota (I) postillava che: “(I) Finì e si estinse la discendenza di Gisulfo in Paolina ecc…”. Dunque, Ebner lo chiamava Goffredo Gisulfo detto di Mannia. Egli era gran Giustiziere dell’Imperatore Federico II. All’epoca federiciana, “Gisulfo de Mannia” era feudatario di “Mannia” (Mandia), un piccolo casale del basso Cilento. Da Wikipedia leggiamo che durante la Congiura di Capaccio, realizzatasi nel 1246, non venivano invece dal principato Citra o da Salerno i congiurati Tommaso Saponara, Gisulfo de Mannia, Malgario Sorello e Andrea de’ Cicala. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, parlando di Caselle in Pittari, a p. 47, in proposito scriveva che: Fra i congiurati (112) assediati nei due castelli di Sala e di Capaccio v’erano anche i fratelli ‘Goffridus, Jacòbus e Rogerius de Morra’. Ecc…”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (112) postillava che: “(112) Tommaso I Sanseverino col primogenito Guglielmo, Roberto e Riccardo di Fasanella, i fratelli de Morra, Gisulfo di Mannia, Roberto e Guglielmo di Marzano, Ugo di Chiaromonte, ed altri ancora. La reazione di Federico II fu durissima: si salvarono soltanto il dodicenne figlio (Ruggiero) di Tommaso I conte di marsico e ‘Rogerius de Morra.”. Su Gisulfo de Mannia ha scritto Pietro Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc..”, a p. 680 (indice) indicava: “De Màgnia (o Mànnia), sig. di Novi, Ermanno 97; Gisulfo I (IV sig.) 99 sgg.; II (VI sig.) 108 sgg.; ecc…”. Dunque Ebner, a p. 111, in proposito scriveva che: “Ma, proprio in questa età vennero stroncate dalla crudele vendetta imperiale le migliori famiglie della regione, i cui capi erano stati in precedenza da Federico allevati alle più alte dignità del regno. Tra questi, Gisulfo de Màgnia che Federico aveva nominato custode del sigillo di giustizia della seconda tra le undici provincie del regno, grande giustiziere dell’antica Liburia, la ‘Libues’ di procopio, la Terra di Lavoro. Carica importantissima annualmente rinnovabile. Il giustizierato ecc…Della nomina è notizia in Riccardo di S. Germano (12), che lo ricorda subentrato a Riccardo di Montenegro (13). Ma che Gisulfo di Novi fosse tra i più potenti feudatari del regno si rileva anche dalle testimonianze sulla sua partecipazione alla famosa congiura contro Federico II (Congiura di Capaccio), quale effetto dei contrasti Chiesa-Impero, nel Principato.”. Ebner, a p. 111, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Riccardo di S. Germano, Chronicon, ad an. 1242: “Mense febrarii Riccardus de Montenigro a iustitiariatu Terrae Laboris amoventui, et Gisulfus de Mànnia substituitur illi”.”. Dunque, Ebner scriveva che vi sono atti che dimostrano il subentro di Gisulfo de Mànnia, nella carica inportantissima di Gran Giustiziere del Principato, alla precedente “Riccardo di Montenegro”. Pietro Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc..”, a p. 109, in proposito scriveva che: “Nei documenti imperiali sono elencate le altre baronie tenute a concorrere alla manutenzione dei vari castelli con riferimento a un solo feudatario, “Gisulfi de Magina”, segno evidente di prestigio e di rapporti più autorevoli con l’imperatore. Va chiarito, innanzi tutto, che in quel periodo una sola famiglia di quel nome (Magnia, Mannia, Maina) era nel Principato, e precisamente gli eredi di quel Guglielmo de Magnia cui, dopo il 1052, era stata affidata da Guglielmo del Principato la baronia di Novi. Tuttavia, dopo il diploma di Guglielmo IV (a. 1186) nessun altro documento che li riguarda si è potuto reperire nell’Archivio cavense, eccetto quello che ricorda l’ingresso alla vita monastica di Cava di Nicola de Magnia per la sua donazione del 1292 e i cenni contenuti nel secentesco ‘Liber familiarum’ cavense. Ma, a parte le modifiche subite da ogni cognome, nella trascrizione grafica dei documenti posteriori, a partire dall’ABC, G 12, a. 1134 (Mannia)(8), è da tener presente che appunto nel ‘600 la loro ortografia era più che mai materia opinabile.”. Ebner, a p. 109, nella nota (8) postillava che: “(8) Nel primo documento il predicato è de Magnia, con tutta probabilità da Alemagnia, Alemagna, Alemanna, come si è detto, e non da Mandia che apparteneva ad Alfano de Catrimaris (Velia) feudo del quale continuò a far parte fino al 1472, quando re Ferrante vendette quel casale, con Novi e Gioi, a G. Paolo del Duce e nel 1496 a Giovanni Carrafa. Nel 1507 il re Cattolico diede quella Terra a Fabrizio Colonna che la vendette ad Andrea Carrafa (imprecise date e passaggi, v. NRQ f 93 e RQ f 79).”. Sui Signori di Novi ed i Mànnia o Màgnia, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 145 parlando del villaggio di Mandia scriveva più o meno le stesse notizie: “Si è supposto (3) che dal villaggio avesse preso il nome la famiglia de Mànnia, signori di Novi. Ma il predicato originario della famiglia era de Magnia, come si legge nel primo documento pervenutoci (4), da cui il de Mannia.”. Ebner, a p. 143, nella nota (3) postillava che: “(3) Ebner, Storia, cit., p. 114”. Ebner nella nota (4) postillava: “(4) Ebner, ibidem, p. 109”.  

Nel 1246, la ‘Congiura di Capaccio’, contro Federico II di Svevia e la dissoluzione della baronia del Cilento dei Sanseverino

La ‘Congiura di Capaccio’, ordita già dal 1245 contro Federico II di Svevia, e realizzatasi nel 1246 prende il nome dal castello di Capaccio dove convennero infine i cospiratori, all’avvenuta scoperta della congiura e dove se ne consumò l’epilogo nel luglio 1246. Essa fu una delle tante che in quel periodo furono intentate ai danni dell’imperatore e che lo videro sempre vincitore. Alla congiura parteciparono, in buon numero, le famiglie più antiche e potenti dell’Italia meridionale, approfittando dell’assenza di Federico II che si era ritirato nei pressi di Grosseto per una stagione di caccia. La congiura fu ordita da Papa Innocenzo IV, come dimostrato dal rinvenimento di diplomi papali compromettenti nel castello, oltre alle confessioni dei congiurati prima di essere giustiziati. I capi erano tra le famiglie dei Fasanella, dei Francesco e dei Morra. Fra gli altri partecipanti si ricordano Bartolomeo D’Alice, Ruggero da Bisaccio, Guglielmo da Gaggiano, Giovanni Capece, Francesco, Ottone e Riccardo da Laviano, Enrico, Nicola e Tommaso de Littera, Riccardo di Montefusco, Bartolomeo di Teora, ai quali si aggiunsero i già potenti Sanseverino e gli Eboli. Non venivano invece dal principato Citra o da Salerno i congiurati Tommaso Saponara, Gisulfo de Mannia, Malgario Sorello e Andrea de’ Cicala. Quest’ultimo ricopriva, dall’ottobre 1239, un’importante carica militare, cruciale per la sicurezza dei confini superiori del Regno di Sicilia, di cui fu «capitano della parte settentrionale» (22), con amplissimi poteri, amministrativi e militari, inclusa la gestione e l’amministrazione delle strutture castellari. Secondo lo storico Huillard-Breholles (…., VI, pp. 403; 441), Giovanni da Presenzano, uno dei congiurati, si pentì e tradì i suoi compagni informando Riccardo Sanseverino, conte di Caserta e futuro genero di Federico, della congiura. Questi comunicò a sua volta la notizia all’Imperatore, che cadde in una momentanea depressione, ritenendo di non meritare una sorte simile. Venuto a conoscenza della cospirazione, Federico II fece immediato ritorno nel Regno, mentre i suoi fedeli davano la caccia ai congiurati nelle rocche del Cilento in cui si erano rifugiati: fu presa Sala Consilina, mentre Altavilla Silentina fu rasa al suolo. Federico cinse d’assedio il castello di Capaccio il 18 aprile del 1246 e la fortezza cadde dopo tre mesi, nel caldo afoso di luglio. Federico II ottenne la vittoria perché riuscì a sabotare la grande cisterna maggiore, del castello medesimo, lasciando senza acqua i 150 uomini e le 20 donne che vi si erano riparati. I congiurati furono incarcerati andando incontro al giudizio dell’imperatore. Terribile fu la punizione inflitta: rifacendosi al diritto romano, Federico II applicò la ‘Lex Pompeia de parricidio’, colpendoli come violenti e parricidi. Incarcerati tutti gli uomini, ne ordinò l’accecamento e la mutilazione del naso e degli arti, quindi ne decretò la messa a morte con vari mezzi che si rifacevano agli elementi naturali, come contrappasso al loro agire contro natura: impiccati, destinati al rogo, a essere trascinati da cavalli, o chiusi in un sacco di vipere (poena cullei) e annegati (mazzeratura). Le donne furono invece vendute come schiave a Palermo.

Giannone, p. 353.PNG

Giannone, opere, p. 88

(Fig….) Pag. 88 tratta da Pietro Giannone (…), Opere ecc., in cui si racconta della rivolta di Capaccio

Mazziotti, p. 123...PNG

(Fig….) Pag. 123, tratta da Mazziotti (…), dove si parla  della ‘Congiura di Capaccio’.

Matteo Mazziotti, ci parla dell’episodio sulla scorta di Pietro Giannone (…), ma nella sua nota (1) di p. 123, dove si parla  della Congiura, sbaglia il tomo del Giannone che non è il tomo III, ma è il Tomo II. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Con il figlio Guglielmo venne ucciso nel 1246 per aver preso parte alla congiura dei baroni.”.

Nel 1246, Federico II di Svevia, dopo la ‘Congiura di Capaccio’

Mazziotti, p. 124..

(Fig….) Pag. 124, tratta da Mazziotti (…), dove si parla delle conseguenze della Congiura

Dopo la Congiura di Capaccio, e lo sterminio dei Sanseverino – fatto prigioniero ed esule alla corte del Papa, il piccolo Ruggero unico sopravvissuto – Galvano Lancia, fu investito della Contea del Cilento dall’Imperatore Federico II. Lo storico tedesco Kantorowicz (…), nelle sue note a p. 34 su Policastro all’epoca Federiciana, parlando dei dissidi tra il papato e l’Imperatore Federico II di Svevia, traendo la notizia dall’Epistola papale (16), dice che: “Un secondo scontro in seguito all’elezione per la sede vescovile di Policastro.”. Federico II in tale contesto, sfidò apertamente il Papa, impedendo le nomine vescovili e imprigionando i legati pontifici. L’Ebner (…), nel suo Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento, vol. II, p. 334, parlando dell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, scriveva in proposito: “Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 che riguardano Policastro (26).” e, poi lo stesso autore scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. Da Wikipedia leggiamo che la famiglia Sanseverino prese parte alla congiura di Sala e Capaccio, fra il 1245-46. Dalla congiura sarebbero dovuti risultare la morte di Federico II, di suo figlio, e di Ezzelino III da Romano. Rifugiati in Francia, da papa Innocenzo IV, i beni dei Sanseverino furono confiscati e spartiti fra Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia.

Nel 1246, Federico II di Svevia e la ‘Congiura di Capaccio’

La ‘Congiura di Capaccio’ ordita già dal 1245 contro Federico II di Svevia, e realizzatasi nel 1246 prende il nome dal castello di Capaccio dove convennero infine i cospiratori, all’avvenuta scoperta della congiura e dove se ne consumò l’epilogo nel luglio 1246. Essa fu una delle tante che in quel periodo furono intentate ai danni dell’imperatore e che lo videro sempre vincitore. Alla congiura parteciparono, in buon numero, le famiglie più antiche e potenti dell’Italia meridionale, approfittando dell’assenza di Federico II che si era ritirato nei pressi di Grosseto per una stagione di caccia. La congiura fu ordita da Papa Innocenzo IV, come dimostrato dal rinvenimento di diplomi papali compromettenti nel castello, oltre alle confessioni dei congiurati prima di essere giustiziati. I capi erano tra le famiglie dei Fasanella, dei Francesco e dei Morra. Fra gli altri partecipanti si ricordano Bartolomeo D’Alice, Ruggero da Bisaccio, Guglielmo da Gaggiano, Giovanni Capece, Francesco, Ottone e Riccardo da Laviano, Enrico, Nicola e Tommaso de Littera, Riccardo di Montefusco, Bartolomeo di Teora, ai quali si aggiunsero i già potenti Sanseverino e gli Eboli. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 149, in proposito scriveva che: “E la pena venne e fu atroce, pare, ed esemplare. Stando alla relazione che il notaio e cappellano imperiale, Gualtiero de Ocra, inviò a re d’Inghileterra in merito ai fatti, i ribelli, ancor prima di essere condotti davanti a Federico, furono accecati ed orrendamente mutilati dai suoi soldati. Egli, poi, fattili ancora torturare, li fece infine trucidare, risparmiando solo le donne per inviarle prigioniere in Sicilia, probabilmente a Palermo”. Il Cantalupo, a p. 149, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Si veda, ad es., la relazione di G. DE OCRA (in HUILLARD BREHOLLES, op. cit., VI, I, p. 458) e quando scrivono il COLLENUCCIO (op. cit., pp. 136-137)”. L’opera di Huillard Bréholles a cui si riferisce il Cantalupo è “Historia diplomatica Friderici”, vol. VI, I, pp. 457 e ssg. Riguardo l’opera del Collenuccio (….), si tratta di …………..

Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 123 parlando della ‘Congiura di Capaccio’ a cui pare avesse partecipato questo Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Alcuni di loro, per timore della scomunica e lusingati dal papa, d’indussero a congiurare contro la vita dell’imperatore ed a sollevargli gli Stati. Erano a capo della congiura, detta di Capaccio, perchè ordita in quel castello che era dei Sanseverino ovvero perchè ebbe in esso il più truce epilogo, Andrea Cicala capitano generale del Regno, Pandolfo di Fasanella e i suoi germani e cugini, Francesco Tibaldo, Giacomo e Goffredo di Morra e tutta la famiglia Sanseverino, tra cui i conti Guglielmo e Tommaso, che avevano seguito l’imperatore nella guerra di Lombardia. Tutti costoro godevano alti uffici del Regno ed erano familiari dell’imperatore che in essi riponeva completa fiducia (1).”. Il Mazziotti, a p. 123, nella nota (1) postillava che: “(1) Giannone, Stor. civ., vol. 3°, pag. 502; Summonte, vol. 2° pag. 332”.

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, parlando di Caselle in Pittari, a p. 47, in proposito scriveva che: Un passo tormentato del ‘Liber Inquisitiòrum (110) pare colleghi la ‘Terra’ di ‘Casella’ con la Congiura di Capaccio del 1245. Con gli Svevi (1189-1266), che mutarono il ‘servitium personàrum’ rigidamente attuato dai Normanni in ‘servitium pecuniàrum’ (i ‘feuda’ non dovevano assicurare più ‘milites’ e servientes’ bensì somme di denaro proporzionate alla loro consistenza economica), si “ruppe per sempre il cordone ombelicale che legava il Sovrano con i singoli esponenti della feudalità” (111), in particolare con i titolari dei ‘feuda in capite de dòmino Rege’. I quali, visto limitato il loro strapotere della politica accentratrice di Federico II, ordirono quella che poi è passata alla storia come Congiura di Capaccio. Fra i congiurati (112) assediati nei due castelli di Sala e di Capaccio v’erano anche i fratelli ‘Goffridus, Jacòbus e Rogerius de Morra’. Scoperta la congiura, i primi due furono uccisi e ‘Rogerius’ accecato e privato dei suoi ‘feuda’, fra cui il ‘castrum Caselle’, che potè riavere soltanto con l’avvento degli Angioini (1266): ….“Hericus de Morra…habuit tres filios, Godfridum, Jacòbum et Rogerius fuit cecatus, et dicte terre (scil.: castrum Morre et castrum Caselle et baronia Corbellum et feuda in Cilento) fuèrunt concesse a principe Manfrido dom. (ino) Philippo Tornello; et post adventum Regis (scil.: Carlo d’Angiò) fuerunt restituite dicto Rogerio cecato (113).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (110) postillava che: “(110) Liber Inquisitionum regis Caroli Primi pro feudatariis regni (= vol. II del Registro della Cancelleria Angioina, Napoli, 1951).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (111) postillava che: “(111) E. Cuozzo, La nobiltà etc., p. 164.”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (112) postillava che: “(112) Tommaso I Sanseverino col primogenito Guglielmo, Roberto e Riccardo di Fasanella, i fratelli de Morra, Gisulfo di Mannia, Roberto e Guglielmo di Marzano, Ugo di Chiaromonte, ed altri ancora. La reazione di Federico II fu durissima: si salvarono soltanto il dodicenne figlio (Ruggiero) di Tommaso I conte di marsico e ‘Rogerius de Morra.”. Il Fusco, a p. 100, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra e di Caselle, la baronia di Corbella e feudi a Cilento – dal principe Manfredi furono concesse a Filippo Tornello; poi, dopo il ritorno del re, furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu Signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1369.”.

Nel 1246, Ruggero (II) Sanseverino, figlio di Tommaso (II) Sanseverino, si salvò in fasce dalla Congiura di Capaccio

Dalla Treccani on-line leggiamo che Ruggero (II) Sanseverino nacque nel 1237 circa da Tommaso I, conte di Marsico, e da Perna de Morra. Aveva un fratello chiamato Guglielmo che perì nella Congiura di Capaccio insieme al padre Tommaso I Sanseverino. La sua famiglia fu coinvolta nella congiura di Sala e Capaccio (1245-46) che aveva come obiettivo, oltre alla morte dell’imperatore Federico II e del figlio re Enzo, anche l’uccisione del signore ghibellino Ezzelino III da Romano e il passaggio verso la fazione guelfa della fedelissima Parma. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, in proposito scriveva che: “La Congiura di Capaccio segnò la fine di tutti i Sanseverino; solo Ruggiero, uno dei figli del conte di Marsico, fanciullo di circa 12 mesi, si salvò perchè allora si trovava al sicuro, forse a Venosa (3).. Il Cantalupo, a p. 150, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Che il piccolo Ruggiero si sia salvato attraverso molte peripezie ed aiutato da un servo, è invenzione di MATTEO SPINELLI nei suoi ‘Diurnali’ (cfr. Mazziotti, op. cit., p. 125, n. 1).”. Riguardo Ruggero Sanseverino in fasce, il Cantalupo, a p. 148, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Dei due figli di Tommaso Sanseverino, Guglielmo si trovava a Capaccio e Ruggiero, fanciullo di circa 12 anni, se pure non era a Venosa (vedi appresso), era certamente in un luogo sicuro ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: Feudi poi restituiti (a. 1229) a Tommaso subentrato nelle signorie per la morte senza eredi del fratello. Tommaso aveva sposato Perna di Morra, dalla quale ebbe Guglielmo e Ruggiero che sposarono le sorelle di S. Tommaso d’Aquino, Maria e Teodora.”Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, in proposito scriveva che: “Dopo l’ingresso di Innocenzo IV a Napoli (27 ottobre 1254), il pontefice restituì anche la baronia del Cilento a Ruggiero di Sanseverino, da lui allevato dopo che era scampato miracolosamente (aveva nove anni) all’eccidio di Capaccio. Dai ‘Diurnali’ di Matteo da Giovinazzo (20) si apprende del matrimonio di Ruggiero con la nipote del papa Innocenzo IV, figlia di Orazio Fieschi. Notizia spiegabile solo con la un primo matrimonio senza prole. Certo è che Ruggiero sposò Teodora, figlia di Landolfo d’Aquino.”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, nella sua nota (20) postillava che: “(20) RIS, VII, p. 1073. Ebner, a p. 391 nella nota (20) citava il testo di Rassegna Italiana di Storia, vol. VII, p. 1073. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a p. 134, in proposito scriveva che: III. Dalle sue nozze con la contessa Fiesco non sembra che Ruggiero avesse avuto prole. Morta costei, egli aveva sposato Teodora dei Conti di Aquino la quale gli diede un figlio a nome Tommaso, giovine di grande destrezza e coraggio che aveva brillato con un completo trionfo (3) nel torneo avvenuto per le feste dell’incoronazione di Carlo I a re di Gerusalemme. Padre e figlio furono di grande giovamento agli Angioini nelle loro guerre, avendo Carlo II principe di Salerno affidata la custodia di questa città contro i ribelli a Ruggiero, ed al figliuolo di lui Tommaso il littorale da Salerno a Policastro (1, p. 135). Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, ivi, lib. 20°, pag. 134.”.  Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gatta, ‘Mem., etc., pag. 136; ‘Cronaca’ di GASPARE FOSCOLILLO; MINIERI RICCIO, ‘Memorie della guerra di Sicilia, pag. 10.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, ‘Cronaca’ pubblicata dal Del Re, pag. 313; Minieri Riccio, ‘Memorie della guerra di Sicilia, pag. 58.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico napoletano”.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”.

Nel 1246, Guglielmo conte di Rivello, cospiratore e ribelle a Federico II di Svevia nella ‘Congiura di Capaccio’

Per i fatti, di cui ha parlato anche l’Antonini a p. 443 della sua ‘Lucania’, prendendo le mosse dal racconto che fece lo storico Pandolfo Collenuccio. L’Antonini (…), parlando di Lagonegro, l’antica ‘Nerulo‘, ‘Lagonegro e sue montagne’, p. 183, Parte II, Discorso I. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 442, continuando il suo racconto su Rivello, a pp. 442-443, nella sua nota (I), posillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Dunque, l’Antonini (…), riguardo a Rivello, sulla scorta del Collenuccio (…) scrive in proposito che fu conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II. Il Collenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 57 a, parla di ‘Guglielmo, ribelle di Federico II’. La congiura di Capaccio, ordita già dal 1245 contro Federico II di Svevia e realizzatasi nel 1246 prende il nome dal castello di Capaccio dove convennero infine i cospiratori, all’avvenuta scoperta della congiura e dove se ne consumò l’epilogo nel luglio 1246. Il Collenuccio, nel cap. IV a p. 57, in proposito alla ‘Congiura di Capaccio’, scriveva di questo Guglielmo: “Capi del trattato erano Pandolfo da Fasanella, & Giacomo da Morra; Compagni nel tradimento erano Tebaldo, Guglielmo, & Francesco da S. Severino, ecc..”.

Nel 1246, Ruggero II Sanseverino (conte di Marsico) e la Baronia di San Severino di Camerota (oggi di Centola)

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, in proposito scriveva che: “Federico spogliò i ribelli ed i loro familiari di tutti i feudi e diede le contee di Marsico e di Sanseverino a Guglielmo de Villano (4). Questi restituì a sua volta la baronia di Cilento all’Imperatore, che la concesse prima al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido signore di Pozzuoli (1).”. Sempre il Cantalupo, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965. Il Cantalupo, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. il doc. del Capasso, appresso cit., in nota”. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio (B. CAPASSO, Hist. Diplom., ….cit. p. 346).”. Infatti, il Cantalupo citava il noto documento pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Una parte del documento riguarda Ruggero II Sanseverino che all’epoca dell’angioino non sarà più un giovane di 12 anni salvatosi dallo sterminio della “Congiura di Capaccio”.

Capasso, HD, p. 346

(Fig….) Capasso Bartolomeo, Hist. Diplom., p. 436

E’ un importante documento tratto dalla cancelleria Angioina che ci fa capire alcune notizie storiche sul periodo Federiciano. I notai di Carlo I d’Angiò scrivevano che: “Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio”, ovvero che: “Al conte Rugerio de San Severino, Rocca Cilento fu restituita alle case che l’imperatore Federico concesse a Sir Guglielmo de Villano, perché scambiò la detta Rocca con le case, e San Severino con la compagnia dei Marsici; poi fu concessa dal lo stesso generale al signore Guido de Putiolo, e poi l’imperatore rammentò lo scambio che era stato fatto col conte Ruggero”. Scrive sempre Matteo Mazziotti, che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ruggiero che era stato investito anche degli altri beni confiscati, avendo imprigionato a Salerno alcuni baroni, temendo di essere incolpato da re Manfredi fuggì presso Carlo d’Angiò che, conquistato il Regno, lo investì anche della baronia di Diano.”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Federico II concesse al figliuolo di Guglielmo, Tomaso (I), di comprarla devolvendo però alla R. Corte la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento e versando mille once d’oro. Dopo la ribellione di Tomaso, il figliolo di Ruggero, scampato alla morte e condotto a Lione da papa Innocenzo IV (ne sposò la nipote, figlia del conte Fieschi) (5), riebbe le contee di Marsico e di Sanseverino da re Manfredi. Degli angioini Ruggero (sposò in seconde nozze Teodora, sorella di S. Tommaso d’Acquino) ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”.

Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”.

Nel 1246, Riccardo di Lauria, conte e feudatario della contea di Lauria, ribelle nella ‘Congiura di Capaccio’

Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in proposito scrivono che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. I due studiosi, a p. 25, nella sua nota (27) postillava: “(27) G. Zurita, op. cit., libro III, p. 81”. Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, in seconde nozze sposò Isabella (“Donna Bella”) Lancia, la zia di Bianca Lancia, amante ed ultima sposa di Federico II di Svevia e madre di ManfrediDa Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Riccardo di Lauria sposò:

  • Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
  • Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
    • una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
    • Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Parla dell’antica famiglia di Ruggiero di Lauria e cita Carlo Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero. Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini ecc..”. La notizia riportata anche da Ebner e tratta dai registri della Cancelleria Angioina andrebbe ulteriormente indagata e riguarda l’epoca Federiciana della ‘Congiura di Capaccio’ in cui diversi feudatari delle nostre terre patteggiarono contro Federico II di Svevia oppure si riferisce al periodo immediatamente successivo alla presa di potere di Manfredi dopo la morte di Federico II di Svevia. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Crebbe in corte d’Aragona (1); ove il re gli diè sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ….Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro”. Infatti, in Michele Amari (…), nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona, scriveva che: “Sorridea Pietro, e a far disegni, non querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida (4). Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), venuto era fanciullo seguendo la regigna Costanza con madonna Bella madre sua, nutrice della reina, ecc..ecc..”. L’Amari a p. 83 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Saba Malaspina, cont., pag. 340-342. Per vero egli non scrive il nome di Corado Lancia ma solo di Loria e Procida, e, aggiunge altri usciti italiani, ma ritraendosi dal Montaner  la grande riputazione di Corrado a corte d’Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.. L’Amari (…), a p. 83, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93” e nella sua nota (6) l’Amari postillava: “(6) Bartolomeo de Neocastro, cap. 83. Nel Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1291 A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8,  forse di gennaio 1275, o 1276, ch’e è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per se, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne, tutti della stessa famiglia, che avevano diviso fra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.”. Dunque, la notizia citata da Ebner e tratta da Michele Amari è confermata. L’Amari (…), a p. 83 del cap. V, sulla scorta del diploma o privilegio tratto dai registri della Cancelleria Angioina di Carlo II d’Angiò dell’anno 1291, un documento del 1275 o 1276, che indicava la divisione delle proprietà dei Loria o di Roberto di Lauria padre di Ruggiero di Lauria, tra cui i castelli di Lauria (“Loria”), Lagonegro (“Lagonessa”) e Castelluccio in Basilicata, con i tre figli: Giacomo, Roberto e Ruggiero di Lauria. Dunque, l’Amari, traeva la notizia dal cronista Bartolomeo da Neocastro. Bartolomeo di Neocastro, o Bartholomaeus de Neocastro era un cronista che morì nel 1295. Fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino ‘Historia Sicula‘.

Dopo il 1240, dopo la congiura di Capaccio, Riccardo di Lauria cade in disgrazia

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Nondimeno, ‘Riccardus de Loria’ sembra essere stato giustiziere di Basilicata solamente al tempo di Federico II (101), poichè dopo il 1240, se ne perdono del tutto le tracce. E’ possibile che a partire da questa data intervenga un periodo di disgrazia, per il quale non è da escludere un provvedimento di destituzione dalla magistratura o anche un ordine di probabile esecuzione contro costui (102), entrambi come risultanze, parimenti verosimili, delle contromisure Imperiali prese a seguito della Congiura di Capaccio (103).”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (101) postillava che: “(101) FRIEDL, Studien zur Beamtenschraft Kaiser Friedrichs II., p. 312.”. La Lamboglia, a p. 42, nella nota (102) postillava che: “(102) concorda su questo punto anche FRIEDL, Studien zur Beamtenschraft Kaiser Friedrichs II., p. 316. etc….”. La Lamboglia, a p. 42, nella nota (103) postillava che: “(103) Sulla congiura del 1246 e sulle sacche di resistenza nelle fortezze di Sala e Capaccio, si rinvia a D. ABULAFIA, Federico II. Un Imperatore medievale, Torino, Einaudi, 2016 (ed. or. D. Abulafia, Frederick II. A medieval emperor, London, Allen Lane The Penguin Press, 1988), pp. 314-315. Una informazione sintetica della congiura è poi anche alla voce ‘Capaccio’ (1246), congiura di, a cura di E. CUOZZO, in EF, vol. 1, pp. 222-223.”.

Nel 1246, Federico II di Svevia dona le terre di Lauria e Lagonegro ad ‘Alemagno de Fallucca’

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 44, in proposito scriveva che: “Si apprende infatti che, a seguito della conquista, le terre di Lagonegro e di Laria furono concesse da Federico II ad Alemagno de Fallucca in cambio di alcune terre in Calabria, e che detto Alemagno le mantiene fino all’avvento di re Corrado (119).”. La Lamboglia, a p. 44, nella nota (119) postillava che: “(119) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 624.”.

Nel 1249, il matrimonio tra Riccardo di Lauria e Bella d’Amico o Isabella Lancia

Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia era nipote di Isabella (Donna Bella) Amico. Isabella Amico o “Donna Bella” Lanza sposò in seconde nozze il conte di Lauria, Riccardo di Lauria o di “Loria” e, dalla loro unione nacque il grende ammiraglio Ruggiero di Lauria. Isabella Amico, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacquero Costanza e Manfredi di Svevia. Chi era Isabella Amico ?. Abbiamo visto chi fosse Bianca Lancia e le sue origini Aleramiche. Abbiamo visto che Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia era figlia di Bianca Lancia era la nipote di Manfredi II Lancia, fratello della madre Bianca Lancia che fu sposa di Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato). Dunque, Manfredi II Lancia era lo zio della futura sposa di Federico II di Svevia. Sappiamo che Isabella Amico o “Donna bella” Amico, che in seconde nozze andò sposa a Riccardo di Lauria era la zia di Bianca Lancia. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hohenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’ pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “….Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II” ma, su Bianca e Isabella Lancia, ovvero sulla madre di Ruggero di Lauria, non dice nulla. Augurio e Musella (…), a pp. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, ecc….Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredo, y murio’ con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Ferleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Sivilglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo di Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Dunque, della seconda sposa di Riccardo, i due studiosi scrivevano che: “In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi.”. I due studiosi a p….. scrivevano che: “Bella riceveva in compenso regali preziosi, pellicce, perle, piume, per se e per sua figlia Margherita nonchè rendite cospicue da parte dell’infante. Bella viene indicata nei Libri di Conti col titolo di “Madonna”, termine impiegato per tutte le donne nobili italiane a corte, mentre per quelle catalane si usava premettere il termine “Na” al nome.”. Da Wikipedia leggiamo che “Bella Amico”, zia di Bianca Lancia, sposata in seconde nozze a Riccardo di Lauria e, madre di Ruggero di Lauria, oltre a Ruggero di Lauria ebbe una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia. Questa seconda figlia di Bella Amico e Riccardo di Lauria, forse Margherita, sposò Corrado I Lancia. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’ pubblicato nel 2000, a pp. 26-27, in proposito scrivevano che: “Oltre Bella vi erano altre italiane al seguito di Costanza. Ricordiamo innanzitutto sua figlia Margherita che più tardi entrò nel monastero di Sixena dotata di una cospicua rendita vitalizia, e dopo la morte fu nominata venerabile. Una seconda Margherita, sorella di Corrado e Manfredi Lancia, sposò Ruggiero di Lauria (36). Tra questi ricordiamo tre nobili italiani coetanei di Costanza: Ruggiero di Lauria figlio, come si è detto, della nutrice di Costanza e per questo suo fratello di latte, Corrado e Manfredi Lancia, suoi parenti per parte paterna. Tutti e tre, giunti molto giovani in Catalogna, furono educati a corte insieme ad altri rampolli fungendo da paggi di Costanza. Nella cronaca di Muntaner..”. Dunque, i due studiosi scrivevano che alla corte catalana d’Aragona si erano rifugiati e trasferiti dalla Sicilia i fratelli: Margherita, Corrado e Manfredi Lancia. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, ….aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Dunque, “Donna bella Lancia”, in seconde nozze sposò Riccardo di Lauria e dalla loro unione nacque Ruggero di Lauria. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Dunque, parlando di Riccardo di Lauria, wikipedia chiama la sua sposa “Bella Amico”, baronessa di Ficarra in Sicilia, in provincia di Messina.

Nel 1250, Federico II di Svevia muore a Ferentino, e si apre la successione al trono del Regno di Sicilia

L’Imperatore Federico II cadde vittima di una grave patologia addominale, forse dovuta a malattie trascurate, durante un soggiorno in Fiorentino di Puglia; secondo Guido Bonatti, invece, sarebbe stato avvelenato. Egli, difatti, qualche tempo prima aveva scoperto un complotto, in cui fu coinvolto lo stesso medico di corte. Le sue condizioni apparvero immediatamente di tale gravità che si rinunciò a portarlo nel più fornito Palatium di Lucera e la corte dovette riparare nella domus di Fiorentino, un borgo fortificato nell’agro dell’odierna Torremaggiore, non lontano dalla sede imperiale di Foggia. Pandolfo Collenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 60, parlando della morte di Federico II di Svevia, in proposito scriveva che: “Lasciò erede universale nel Regno di Napoli, et in tutto l’Imperio di Roma, suo figlio Corrado Re d’Alemagna. Ad Enrico, minor figliuolo ancora legittimo, lasciò il Regno di Sicilia: oltra il Faro, il qual però havesse a tenere secondo la volontà di Corrado predetto, et lasciolli centomila once d’oro. ecc…ecc…”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, ecc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Federico II d’Hohenstaufen e i suoi tempi (1194-1250) Appunti dalle lezioni del Corso di Storia Medioevale etc…”, a p. 275 così scriveva della fine di Federico II di Svevia: “Il 7 dicembre, “in die sabbati”, Federico aveva dettato il suo testamento, e le sue disposizioni circa l’ordine della successione erano le seguenti: erede del trono era il figlio Corrado, re di Germania, nato dal suo matrimonio con Isabella di Brienne; nel caso che questi fosse morto senza figli, la successione sarebbe toccata all’altro figlio Enrico, nato da Isabella d’Inghilterra, a cui lasciava il Regno di Arles o quello di Gerusalemme, secondo il volere di Corrado. Infine se fosse morto pure Enrico e senza discendenti, l’eredità sarebbe passata a Manfredi, che Federico aveva avuto da Bianca Lancia, che aveva fatto legittimare dopo le sue nozze con costei e al quale assegnava il principato di Toscana e la contea di Monte S. Angelo in Puglia. Reggente o “balio” del Regno, fino all’arrivo di Corrado dalla Germania sarebbe stato il medesimo Manfredi, coadiuvato dal consigliere Bertoldo di Hohenburg.”, ma come vedremo le cose non andranno così.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, dattiloscritto inedito, 1973 (Archivio Storico Attanasio).

(3) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377; parla della Chiesa Paleocastrense.

(4) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp….

(5) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.;

(6) Kantorowicz Ernest H., Federico II Imperatore, Milano, ed. Garzanti, p. 473 e s. Si veda pure la sua recente ristampa del 2017, con la traduzione di Gianni Pilone Colombo. Il Kantorowicz, nelle sue note a p. 515, riguardo l’alleanza tra Venezia e Genova, stretta in Laterano”,  scrive: “in quadam camera domini pape”, stà in BFW, 7216, WACT., II, n. 1028, pp. 689 e s., stà in Bohmer J.F., Regesta Imperii, V, 3-5, editi da Ficker J., ed. E. Winkelmann, Innsbruck (1892-1901); vedi pure: Winkelmann, Acta imperii inedita, vol. II, n. 1028, pp. 689 (o p. 669?), Innsbruck, 1880. Nelle sue note a p. 516, il Kantorowicz, parlando del patto di alleanza stipulato da papa Gregorio IX, scrive che il patto con Venezia stà in “MG-EPP. Pont., I, n. 833-838, pp. 733 e s.”. Si tratta delle ‘Epistulae saeculi XIII e regestis pontificarum Romanorum selectae’, stà in ‘Monumenta Germaniae Historica’, voll. 3, Rodenberg Carl, ed. Apud Weidmannos, Berlino (1883-87), I, n. 833-838, pp. 733 e s. Mentre per il patto con Genova si veda: ‘Liber Iurium’, Hirst. Patr. Monum., vol. VII, p. 980, ovvero: ‘Liber iurium reipubblicae Genuensis’; 2 voll., Torino 1854-57; Historia Patriae Monumenta, voll. VII e IX. Si veda pure: Ortalli G., Venezia-Genova: percorsi paralleli, conflitti, incontri, p. 13, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, cit. Cfr. cap. II. 2, p. 157 e, Puncuh E., Trattati Genova-Venezia, p. 143, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, cit. Nella ‘Cronica per extensum descripta’, p. 298, a cura di E. Pastorello, Bologna 1938-1958, in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, XII/1, Andrea Dandolo scrisse che nel 1242, dopo la sconfitta all’isola del Giglio, Venezia dietro domanda genovese, preparò una flotta di sessanta galee, non per combattere la flotta imperiale stanziata nel basso Adriatico, ma per la sottomissione di Pola.

(7) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(8) Giustiniani L., Dizionario Geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, Tip. Vincenzo Manfredi, 1797

(24) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(9) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(9) Ebner P., op. cit., Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro.

(10) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(10 bis) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(11) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(12) Carucci C.,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(13) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 176.

(14) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(15) Romaneus Quirinus et Stephanus Baduarius Iacobi Teopuli ducis et comminis Venetiarum Gregorio IX Papae et ecclesiae romanae promittunt se XXV galeas ad regnium siciliae occupandum armaturos esse, iuraque, statunt, quae, sibi, tam apud Barolum’ et Salpas quam in omni olio regni loco, quem venectorum auxilio contingerit occupari in perpetuum feudum concedi dubeant, tenore litterarum procurationis ducis et comminis venetiarum. a. 1239, Sept. 5. “.

(16) Kantorowicz E., op. cit., note al testo, p. 34 scrive sulla sede vescovile vacante di Policastro: “Ep. 14, n. 81, in Migne-PL, 216, p. 440, ovvero: Migne J. P., Tabulas Patrologie Latinae; BFW, 6110;  ovvero: Bohmer J.F., Regesta Imperii, V, 3-5, editi da Ficker J., ed. E. Winkelmann, Innsbruck (1892-1901); vedi pure: Winkelmann, Acta imperii inedita, vol. II, n. 1028, pp. 669, Innsbruck, 1880; vedi pure:  Winkelmann, Otto, p. 93, ovvero: ……………..

(17) Abulafia D., Federico II un imperatore medievale, p. 113.

(18) Kantorowicz E., op. cit., note a p. 517, egli scrive notizie tratte da (BF, 2509), ovvero: Bohmer J.F., Regesta Imperii, V, 3-5, editi da Ficker J., ed. E. Winkelmann, Innsbruck (1892-1901), 2509; vedi pure HB, V, pp. 437 e s., ovvero: J.I.A. Huillard-Breholles, Historia diplomatica Friederici, Parigi 1859. Si veda pure (Ughelli, vol. I, p. 1246), ovvero: Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, vol. I, p. 1246; Si veda pure sulla Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro,  Tomo VII, da colonna (Columnum), p. 542 e da p. 758 a p. 800.

(19) Kantorowicz E., op. cit., p. 725.

(20) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827 (Archivio Storico Attanasio).

(21) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(22) HB, V, pp. 437 e s., ovvero: J.I.A. Huillard-Breholles, Historia diplomatica Friederici, Parigi, 1852- 1860, VI, pp. 403 e 441; si veda questo testo fondamentale per i documenti Federiciani-Svevi dal 1215 al 1220;

(23) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377.

(24) Capasso B., Historia diplomatica Regni Siciliae, ………………., si veda pure

(25) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992.

(26) Urso C., Adelaide del Vasto, stà in ‘Con animo virile, donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XV)’, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 58 e s.

(27) Fazello T., Storia di Sicilia, II, 7, 1-3 (per Ruggero I d’Altavilla), mentre per la storia di Fedrico II, si veda……………

(28) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(29) Campanile Filiberto, Dell’armi ovvero insegne dei nobili, Napoli, stamparia Gramignani, 1680, p….

(30) Acocella N., Salerno medievale ed altri saggi, p. 485; Si veda pure Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.

(31) Caruso G.B., Memorie istoriche di quanto è accaduto in Sicilia, Stamperia Gramignani, Palermo, I, 1787, parte II, vol. I, p. 122.

(32) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”.

(33) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p.…..

(34) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Storico Attanasio).

(35) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; si veda pure dello stesso autore: Pasanisi O., La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII Secolo, Atti della Reale Società Economica della Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Frat. Jovine, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Pasanisi O., I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, a. III (1935), pp. 34-52.

(36) Silvestri Afonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri A., Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, Fonti II, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989; si veda pure: Silvestri A., La contrastata giurisdizione feudale del Vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, ed. Pietro Laveglia, Salerno, n. 27 (1997)(ritampa) o LVII dalla fondazione, pp. 279 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(37) Volpe F., Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981.

(38) Vassalluzzo M., ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975.

(39) Amari M., La Guerra del Vespro siciliano, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852.

(40) Caraci G., Segni e colori degli spazi medievali, Italiani e Catalani nella primitiva cartografia nautica medievale, ed. Diabasis, Reggio Emilia, 1993, p. XIX.

(41) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(42) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri.

(43) (Figg. 1-2) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia.

(44) Giannone P., Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, Tomo VI, Libro XVII, per la Congiura di Capaccio, si veda da p. 337 e s., oppure si veda dello stesso autore, Opere comoplete, Tomo IV, p. 87 e s.

(45) ‘Ottone da San Biase’, Cronaca, stà in Muratori A.L. (…), Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. (?). In effetti, l’Antonini (…), riporta le notizie sulla Molpa e su Policastro, fornisce anche un interessante riferimento bibliografico, citando e scrivendo “….e secondo come scrive ‘Ottone da S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal Sig. Muratori fra gli ‘Scrittori Medii Aevi'”. A chi si riferiva l’Antonini nel citare la Chronaca scritta da un certo Ottone da S. Biase ?.

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Ottone di San Biagio, continuò la ‘Chronica’ di Ottone di Frisinga. Di Ottone di Frisinga, meglio conosciuta è l’opera di Ottone Gesta Friderici imperatoris’ (Imprese dell’Imperatore Federico), scritta per desiderio di Federico I detto il Barbarossa, e introdotta da una lettera dell’Imperatore stesso all’autore. Le Gesta sono composte da quattro libri, dei quali i primi due furono scritti dallo stesso Ottone. Il secondo libro si apre con l’elezione di Federico I nel 1152, e si sviluppa con la storia, abbastanza dettagliata, dei suoi primi cinque anni di regno, soprattutto per quel che riguarda le vicende in Italia. Da questo punto in poi (1156) il suo lavoro viene proseguito da Ragewin. Il latino di Ottone è eccellente, e nonostante una certa partigianeria a favore della casata Hohenstaufen e alcune piccole inesattezze, le Gesta sono state giustamente descritte come un buon modello di composizione storica. Codesta ‘Chronaca’ fu continuata fino all’anno 1210 da Ottone abbate di San Biagio. Su Ottone Abate di San Biagio, ha scritto il Tramontana (…), a p. 59, nel suo  ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc..,postillava su Ottone di San Biagio, alla sua nota (16), scriveva: “Ottone di San Biagio, Chronica, a cura di A. Hofmeister, MGH, Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, Hannover-Leipzig, 1912, c. 45, p. 71.”. Il Di Meo, scriveva che il Pappebrochio, scriveva coll’autorità di Ottone di S. Biase. Nel Tomo X della Nuova Enciclopedia popolare del 1848, si scrive di Toone da San Biase che egli scrisse una ‘Chronaca’, continuando l’opera di un altro prelato dell’epoca Ottone da Frisenga.

Muratori, Rerum ..., vol. VI, p. 861.JPG

Il Muratori in ‘Rerum Italicarum Scriptores, vol. VI, p. 863 e sgg., pubblicava la Chronaca di Ottone Abate di San Biagio, in particolare la notizia citata dall’Antonini è  nel Cap. XXXIX (39), si legge dell’anno MCXCIII (1197). 

(46) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(47) Pietro da Eboli (in latino Petrus de Ebulo; nato ad Eboli, 1150 e morto intorno al 1220, è stato un poeta e cronista, vissuto a cavallo del XII e XIII e vicino alla corte sveva. Fedele alla politica di Enrico VI, gli dedicò il Liber ad honorem Augusti (noto anche come Carmen de Rebus Siculis o Carmen de motibus Siculis), opera in distici e in tre libri, nella quale celebrò la conquista del Regno di Sicilia, tessendo le lodi dell’Imperatore. Con Pietro da Eboli ha inizio il processo di mitizzazione  della figura di Federico II di Svevia: già Liber ad honorem Augusti, attraverso i ‘presagia’ che scandiscono la nascita dell’erede Hohenstaufen, iniziano a prendere corpo letterario e cronachistico le attese escatologiche che si concentrarono sull’agire storico di Federico II, e ne accompagnarono la figura ben oltre la morte. Nell’opera sembra presente anche un’allusione a un doppio nome ricevuto dello svevo, Federico Ruggero, una circostanza riportata dagli Annali di Montecassino ma negletta in genere dalle altre fonti. Si veda Fulvio Delle Donne, Pietro da Eboli, Enciclopedia Federiciana, Vol. II, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Jaffé- Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195)

(….) Sthamer Eduard, Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou, vol. I, II,III, Leipzig, 1914

(…) Winkelmann Eduard, Acta Imperii Inedita – Innsbruck – 1880 (Archivio Attanasio)

(….) Prignani Giovan Battista, riguardo la citazione di Gaetani (…) delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano (o Prignani), di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi e che furono poi pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’, forse raccolte e pubblicate dal Fortunato nell’inedito ‘Codice diplomatico potentino’,  costituito da 55 documenti che dal 1178, giungono al 1500, forse pubblicati nel testo ‘Badie, Feudi e Baroni della Valle di ..‘, poi in seguito pubblicate dal Pedio (…). Invece forse si tratta di Prignani Giovan Battista (…), ‘Memorie storiche della città di Salerno’, forse un manoscritto.  Manoscritto; 1601-1657 data stimata (codice donato alla Biblioteca Angelica nel 1657). ‘Delle famiglie di Salerno’. Tomo primo (1r). Delle famiglie di Salerno. Tomo secondo (1r del ms. 276); il tomo primo è nel ms. 276. Si veda: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152. G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]. M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]. G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80). In Granito (…), del suo saggio a p. 86, nella sua nota (1) postillava che: : “(1) G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno, manoscritto n. 276, in Biblioteca Angelica di Roma, sul frontespizio leggesi “F. Philippus Vicecomes Episcopus Catanzarij olim Generalis Bibliothecae Angelicae donavit anno 1657.”. La Treccani on-line segnala: Fonti e Bibl.: Arch. segreto Vaticano, Registro Vaticano 42, f. 52; Roma, Bibl. Angelica, cod. 276: G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno normande (ms., 1641), f. 69. Aurelio Musi (…), scrive che questo importante testo del 1600 è conservato presso la Biblioteca Provinciale di Salerno, ms. 19, famiglie 1-103 e presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, Cronache e notizie di famiglie nobili salernitane, ms. X1V-H-22. Sul sito della Biblioteca Angelica di Roma, per il ms. 276, troviamo la seguente Bibliografia: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152; G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “”Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]; M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]; G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]; H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80).

Granito G., op. cit. in BSPS, 84, a. II, n. 1, p. 86

Granito, op. cit. , p. 81.PNG

Infatti il Cantalupo (…), nel suo “Il feudo vescovile di Agropoli etc..” che si trova nel Bollettino storico per la provincia di Salerno e Principato Citra’, anno II, n. 2 (1983), a p. 36 nella sua nota (103), postillava che: “(103) ecc..:

Cantalupo, Archivio Storico ..principato Citra, anno II, n. 2 (1983), nota 103, p. 36,.PNG

(Fig…) Cantalupo, op. cit. in ‘BSPPC’, anno II, n. 2 (1983), p. 36, nota (103)

Dove egli scrive di averli personalmente scoperti nella Biblioteca Angelica di Roma dove essi sono conservati con la collocazione ms. 276 e 277. Il Cantalupo (…), riguardo un documento di Tommaso Sanseverino postillava dei ue testi del Prignano (…), che furono segnalati per la prima volta nel manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (…), da cui ha attinto Rocco Gaetani (…). Il Cantalupo scrive che: “Nei due volumi dell’opera trattò diffusamente, sulla scorta di una precisa documentazione tratta dagli archivi dell’epoca, la storia di 84 famiglie che ebbero feudi e titoli nobiliari soprattutto nel Principato Citra.”.

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