La Torre del Buondormire a Sapri

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Già l’Holstenio nel 1666 (27) e poi l’Alfano (17), nel 1795, ci davano notizie di queste torri marittime e costiere costruite lungo il litorale fino a Salerno.  Le notizie storiche sulle torri costiere, erano state confermate nel 1745 e poi nel 1795 dall’Antonini (20), e poi anche da altri studiosi come il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed il Guzzo (16), che dedicarono diverse pubblicazioni a questo argomento. In particolare, il Vassalluzzo (14) prima e poi in seguito il Guzzo (16), si sono occupati delle Torri costiere fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli, ma non è stata mai fatta una disamina approfondita sulle Torri marittime costruite in epoche anteriori.

Nel 1566, la costruzione della ‘Torre del Buondormire’, oggi scomparsa

Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (16), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e pure nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo il Guzzo (…), a p…., la costruzione della Torre del Buondormire, rientrò nel programma di edificazione di queste torri nel Regno di Napoli che ordinarono alcuni Vicerè Spagnoli. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del pPrincipato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 33) Una nel luogo detto del Buondormire, presso Sapri.”. Dunque, secondo quanto scrisse il Guzzo (…), non risulta ben chiaro se la Torre del Buondormire presso Sapri, che pure faceva parte del programma di costruzione del bando del 1566, fosse già preesistente e se di questa fosse prevista dall’Ingere Tortelli, solo la sua ristrutturazione o rinforzo o invece, come non ritengo verosimile, si trattasse di una vera e propria costruzione. Il Guzzo (…), a p. 246, nella sua nota (15), cita Don Sancio Martinez, di cui ne ha scritto il Pasanisi (…), nell’altro suo saggio dedicato alla costruzione delle Torri marittime della nostra costa. Il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località: al Buondormire presso Sapri.”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – la Torre di Buondormire, presso Sapri (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (14), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888. Vi furono, come torrieri, Caviczoles Pietro nel 1568, Prando della Torraca nel 1576 e Brando Francesco dal 1598 al 1605. “. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, ricavata dal Pasanisi (…), postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta notizia, suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”, incluendo nell’elenco anche quella la Torre del Buondormire, non avvalora affatto l’ipotesi che la Torre del Buondormire, fosse stata costruita con il Bando del Vicerè del 1566 e poi conclusa nel 1570, ma dimostra solo che essa, fosse operativa e pienamente funzionante. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. Non a caso le nostre Torri, nella tradizione orale vengono chiamate “Torri Normanne”. Non è facile stabilire l’origine di questa o di queste Torri, ma di certo possiamo dire che questa Torre, figura nella carta di probabile epoca Aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 2), di cui parleremo. Amedeo La Greca (36), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (3), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Una di queste è la Torre detta del Buondormire. La Torre del Buondormire, preesisteva lungo il litorale saprese già da molto tempo prima del ‘500, in cui vennero costruite altre Torri costiere. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (14), vi erano alcune Torri preesistenti. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. L’unico studioso che si sia occupato delle Torri costiere costruite anteriormente a quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli, verso la fine del ‘500, è stato il Pasanisi (2) che però non fa luce su alcune Torri costiere – di cui abbiamo testimonianza – preesistenti lungo il litorale costiero del Golfo di Policastro. In particolare quella detta Torre del Buondormire.

La Torre del “Bondormire” a Sapri in una carta d’epoca Aragonese (XV secolo)

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(Fig. 2) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).

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Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione del toponimo “Petrasia”, non è contenuta solo nell’Italia (Fig. 1) contenuta nel Libro del Re Ruggero del XII secolo (8), ma la ritroviamo anche in un’altra carta inedita, da noi rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (9)(Fig. 2). Come si può vedere dall’immagine della fig. 2, che illustra un particolare della nostra costa, tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese (secolo XV), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. La carta da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 2), di cui ho ivi pubblicato il saggio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita d’epoca Aragonese”a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, è di estremo interesse per la toponomastica riportata. Dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, la prima notizia certa su questa ed altre Torri costiere costruite lungo il litorale saprese, è contenuta in questa carta di probabile epoca Aragonese (Fig. 1)(9). La carta in questione (Fig. 1)(9) è di probabile epoca Aragonese e quindi d’epoca anteriore a quella Vicereale (epoca in cui furono realizzate o fortificate alcune Torri marittime Vicereali che furono costruite lungo il litorale Saprese, verso la fine del ‘500, su ordine dei Vicerè spagnoli). Da un’analisi più accurata sul file digitale della sua fotoriproduzione tratta dall’originale ottenuto dall’Archivio di Stato di Napoli (9), dove essa è conservata (Fig. 2), si possono notare particolari inediti e notizie interessantissime sulla storia locale. In questa carta corografica (Fig. 2), vengono indicati i toponimi principali dei luoghi, l’orografia del territorio, fiumi e montagne, alture e poi si vedono indicate anche le Torri marittime che a quel tempo si vedevano.

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(Fig. 2) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).

La Torre del “Buondormire” o del “Bondormire” a Sapri, oggi scomparsa

Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione del toponimo “Buondormire” è contenuta nella carta illustrata nell’immagine di Fig. 2, che illustra un particolare della nostra costa, tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese (secolo XV), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. Come possiamo ben vedere nell’immagine della Fig. 2, che illustra il particolare del litorale Saprese e della baia di Sapri, dopo una Torre costiera segnata vicino il toponimo “Petrasia”, segnato in prossimità del vicino Villammare e, procedendo lungo il litorale, si notano due Torri, disegnate di colore rosso carminio – a forma di torrini –  che sono poste alle due estremità della baia naturale di Sapri. Anzi a me pare vi fosse una terza fortificazione o torre posta sopra le colline. In particolare sulla parte occidentale della Baia di Sapri, corrispondente all’attuale Punta del Fortino, dove oggi si trova il Faro Pisacane, troviamo la Torre segnata “Bondormire”. Il fatto che queste Torri, come la Torre del Buondormire, segnalata con il toponimo di Bondormire”denota che la carta è molto più antica del ‘500, epoca di costruzioni delle Torri marittime Vicereali, costruite nel secolo XVI. Io credo che la Torre del Bondormire, fosse una torre costruita dagli Angioini al tempo della Guerra del Vespro.

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(Fig. 2) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9)

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(Fig. 3) Particolare della carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta da Mazzetti E. (19) (5).

La Torre del “Buondormire”, nel 2 dicembre 1635, nel “Porto” (porto di Torraca = Sapri)

Il Gaetani (…), nell’altro suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani), nel capitolo dedicato al “Porto di Sapri elevato a Parrocchia – Alcuni diritti di patronato”, parlando di alcune Cappelle ed edifici sacri a Sapri e, traendo la notizia dalla visita di Monsignor Felicei del 16 Dicembre 1635 (…), cita la Torre cavallara detta del “Bondormire” e, cita anche il suo torriere. Il documento (…), citato dal Gaetani (…) è tratto dal documento: “Visitatio Episcopi Felicei, datato 2 dic. 1635 (…), cioè il documento della visita episcopale del Vescovo Urbano Feliceo, che però il Laudisio (…), dice essere stato il 37° vescovo di Policastro, nominato Vescovo di Policastro nel 1630, è confermato dal Tancredi (…). Il Vescovo Feliceo, appena nominato Vescovo, visitò le parrocchie della sua Diocesi e riguardo Sapri. Il Gaetani (…), nell’altro suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani), nel capitolo dedicato al “Porto di Sapri elevato a Parrocchia – Alcuni diritti di patronato”, parlando di alcune Cappelle ed edifici sacri a Sapri, traendo la notizia dalla visita di Monsignor Felicei del 16 Dicembre 1629 (…), cita la Cappella di S. Maria di Porto Salvo, e a p. 43, scriveva in proposito che:

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Il Gaetani alla sua nota (2) scriveva: “Visitatio Episcopi Felicei 16 dicembre 1629. Santa Maria de Porto Salvo. Si trovano venti docati e mezzo in mano al Vescovo “quibus exactis ecc..ecc..”. Nella visita dello stesso , 2 Decembre 1635, “Visitavit Cappellam sub titulo S.to Mariae de Portu Salvo, quae cappella est fornicata ecc..ecc..”: Il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p….. (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nell’Appendice II, a p. 293, postillava che: “Traduzione da pag. 42”: Visita del Vescovo Felicei, 2 dicembre 1635: visitò la cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo con soffitto ed archi e trovò in essa l’altare molto ben preparato con tutto il necessario per il sacrifio della Messa. Nella parete sopra l’altare è dipinta l’immagine della SS.ma Vergine e si celebra una sola Messa nei giorni festivi per devozione del Barone della Terra di Torracae del faudo di Sapri, D. Decio Palamolla. Nel detto luogo è necessarissima una detta cappella, perchè confluiscono genti nel detto porto, oltre quelle che già dimorano per la cura dei vigneti. Perciò pregò il Signor Barone che si facesse una assegnazione annua da parte di chi avrebbe buone intenzioni. Similmente il signor Barone assicura il b.m. Vescovo Santorio di aver dato 23 ducati all’ill.mo e Rev.mo D. Filippo Cavalieri, arcidiacono di Policastro per spendere questi 23 ducati per un’icona e per altre necessità di detta cappella; che non ancora erano stati spesi perchè detto arciprete è assente e che quando lui ritornerà, sarà fatto. Il barone sostenne Domenico Biondo di Maratea che vendesse la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della torre del Buondomire presso il porto (di Sapri) e ordinò, essendo debitore con lo stesso Ferdinando di veni ducati per i suoi della cappella che pretende invece dal Clero di Torraca, di preparare, al più presto, lo strumento di vendita “ad finem previdendi”.”. Sappiamo dunque, dalla visita pastorale del Vescovo Felicei a Torraca –  da cui dipendeva il “Porto di Sapri” (Portus Saprorum o Portus Torracae) – “Porto” o “Porto di Torraca” (territorio Saprese, Sapri, nei documenti dell’epoca era chiamato “Porto”), che, nel 1635, in occasio ne del vascovo Urbano Felicei, vescovo di Policastro, a Sapri, si vedeva e vi era la Torre cavallara detta Torre del Buondormire. Nel suo libro il Tancredi (…), parlando di Sapri e della Cappella di “S. Maria di Porto Salvo” a Sapri, scriveva che: “Figura già nel primo ‘600 con la sua costruzione, il Sig. Decio Palamolla, Barone di Torraca e del feudo di Sapri, volle venire incontro ai contadini dimoranti nel Porto, per la coltivazione dei campi. Il Vescovo Mons. Giovanni Santonio, versò 23 ducati e mezzo a Don Filippo Cavalieri, Arcidiacono della Cattedrale, per l’acquisto di un quadro della madonna e di alcuni arredi ecc…Vi era l’onere della celebrazione di una Messa settimanale da parte del clero e del Parroco di Torraca, D. Ferdinando Magaldi, secondo le intenzioni del Barone. La Cappella era coperta con tegole e l’altare, ben mantenuto, era convenientemente ornato (9). Quale bene immobile, la chiesa possedeva un vigneto, venduto da Domenico Biondo, da Maratea, a Ferdinando Caporale, torriere addetto alla Torre di Buondonno, presso il Porto; la somma di 20 ducati, ricavati quale rendita di detto fondo, serviva per la manutenzione del sacro edificio (11). Nel 1632, D. Filippo Cavalieri, riceveva 32 ducati, con la cui rendita si provvedeva all’acquisto di nuovi arredi, ai necessari restauri ed alla sostituzione della vecchia porta, ridotta in cattivo stato. La chiesa che era situata in collina, a 4 miglia da Torraca e custodita da Giovanni Barra, ora non esiste più, come non esiste quella di S. Francesco di Paola, che sorgeva appunto in località S. Francesco: andò in rovina durante la guerra.”Ciò che scrive il Tancredi (30), riportando le notizie di alcuni antichi documenti (28), citati nella visita pastorale del Vescovo Feliceo (29). Le notizie storiche sulle torri costiere, erano state confermate nel 1745 e poi nel 1795 dall’Antonini (20), e poi anche da altri studiosi come il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed il Guzzo (16), che dedicarono diverse pubblicazioni a questo argomento. Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (20), che nella sua prima edizione della ‘Lucania’, nel 1745 e poi nel 1795 (III edizione), parlando del porto di Sapri e delle Pilae, accennava alla Torre del Buondormire che ancora si vedeva: “….di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbricaverso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente ecc..”. Il Barone Giuseppe Antonini (20), nella sua “Lucania”, parlando delle origini del toponimo di Scidro, e dissertando su alcuni studiosi che l’avevano preceduto, scriveva in proposito che: Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, ecc..“.  

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Dunque, dal punto di vista bibliografico e storiografico, una delle prime citazioni della Torre “del Buondormire” – che doveva essere visibile al visitatore nel 1666 – è quella di Luca Olstenio o Holstenius (27) che, nelle sue Note all’Italia Antiqua di Cluverio’ (26) che, parlando dell’antica città di “Blanda” – che credeva fosse da individuarsi con l’antico scalo portuale e marittimo di Sapri – citò l’antica Torre del Buondormire. Luca Holstenio (27) o Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel 1666, nel suo libro, “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..”, (‘Note all’Italia antiqua di Cluverio’ (26)), citò l’antica Torre “del Buondormire” oggi scomparsa. L’Holstenio, nel 1666, pubblicò questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi atlanti cartografici come il noto e bellissimo Theatrum Orbis Terrarum”, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (27), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (26). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (26), l’Holstenio (27), nel 1666, parlando della ‘Lucania’ e di Blanda che credeva fosse Sapri, a p. 22, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri” e a p. 288, dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”.

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L’Alfano (17), nel 1795, ci dava notizie di queste torri marittime e costiere costruite lungo il litorale fino a Salerno. Il Vassalluzzo (14) prima e poi in seguito il Guzzo (16), si sono occupati delle Torri costiere fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli, ma non è stata mai fatta una disamina approfondita sulle Torri marittime costruite in epoche anteriori. Le Torri costruite sul litorale saprese le troviamo segnalate nella carta geografica regionale del “Principato Citra”, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 3) (5). Impropriamente chiamate “Torri Normanne” nella tradizione orale locale, la costruzione delle torri continuò anche sotto la reggenza del Vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera. Purtroppo solo nel 1566 arrivò l’ordine della costruzione delle rimanenti torri da costruire nel tratto di costa del Principato Citra che va da Agropoli a Sapri. Della costruzione delle Torri marittime Vicereali lungo il litorale del Golfo di Policastro fino a Maratea, ne hanno parlato alcuni studiosi come il Romanelli (7), il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed infine il Guzzo (16). Delle torri progettate e da realizzare, sul finire del 1570 solo quattro erano quelle completate ed operanti, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati (2). Il Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197 e, pure il Guzzo (…), a p. 252 del suo “Da Velia a Sapri”, scrivevano in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Il Giustiniani (…), invece, nel suo vol. VII, a p. 228, parlando di Sapri……………..Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (7). La Torre del Buondormire, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage (21), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Onofrio Pasanisi, nel 1934, nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’ (…), parlando delle Torri marittime costruite in epoca vicereale Spagnola, nel basso Cilento, scriveva sulle incursioni barbaresche che subirono alcuni paesi prossimi alla costa, con notevoli danni e distruzioni. Il Pasanisi a pp. 277-278. Onofrio Pasanisi (3), ha parlato della costruzione delle Torri marittime anche e soprattutto nel 1926, nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI’. Il Cavalcanti (…), nel suo portolano ‘Guida del Pilota ecc..‘, a p. 45, scriveva della costa e di Sapri. Il Cavalcanti (…), nel suo portolano, citava e chiamava la “Torre di Sapri”. Pier Luigi Cavalcanti (…), nella sua ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, nel 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa ed i porti del basso Cilento:

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La Torre del Buondormire in uno schizzo militare della Repubblica Partenopea

Come si può vedere dall’immagine della Fig. 4, la Torre del Buondormire doveva essere visibile ancora alle truppe del Genio Militare Napoletano del Regno delle due Sicilie. Si tratta di uno dei due disegni (13) tratti da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. In particolare, il disegno manoscritto quì riportato in Figg. 3-4, riporta la scritta: Croquì di Sapri” (13). Il significato in lingua francese di ‘croquis‘ o croquì o croqui è ‘schema o schizzo‘. Nello schizzo planimetrico (Fig. 3-4), una veduta planimetrica d’insieme e dall’alto di Sapri all’epoca, vengono riportate alcune informazioni utili alla ricostruzione urbana del paese del tempo – primo decennio dell”800. Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni (litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una T. Scialandro e, dall’altra parte ad occidente, si vede un’ antica batteria con vicino segnato una Torre: “T. Buondormire”, (la Torre del Buondormire).

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(Fig. 4) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare Napoletano, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato (13). In questa carta d’epoca Borbonica, sono segnate le due Torri esistenti, la Torre del Buondormire e la Torre dello Scialandro (13).

Come si può ben vedere rappresentata nel disegno del Genio militare Napoletano, inedito e da me scoperto di Figg. 3-4 (13), ed in particolare nella immagine di Fig. 4, la Torre del Buondormire, oggi scomparsa ma già visibile nel XV secolo (vedi Fig. 1), era una torre costiera che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri o dove oggi si vede il Faro Pisacane, presso l’omonima località ‘Fortino’.

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(Fig. 5) Particolare tratto da ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (13).

E’ in alcune carte corografiche del Regno di Napoli, come quella che vediamo illustrata nella Fig…., oppure in quella illustrata in Fig. 7: Golfo di Policastro, una carta miltare senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX),da me scoperta ed inedita (…), che si può vedere dove era situata la Torre del Buondormire, lungo la costa Saprese.

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(Fig. 6) Particolare tratto dalla Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nellAnalisi: “Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“,per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1).

Queste tre carte inedite, da me scoperte e pubblicate, quella illustrata in Fig. 6, datata al primo quarto di secolo XIX, dunque 1815 circa, insieme all’altra carta di probabile epoca aragonese, illustrata in Fig. 2 (…), molto più antica e, l’altra, chiamata “Croquì di Sapri” (…), del 1819, si può vedere chiaramente l’esatta ubicazione dell’antichissima Torre del Buondormire. La Torre del Buondormire, dovette essere abbattuta dai Francesi o dagli stessi Borboni, dopo la prima metà del secolo XIX. Infatti, l’antichissima Torre del Buondormire, non appare in uno schizzo “….dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dalTenente Blois del Genio Militare Napoletano. ecc..”, illustrato in Fig. 7 (…), citato per la prima volta da Guilio Schmiedt (11), nel suo studio sui “Antichi porti d’Italia” (11) sui porti della Magna Graecia, che pubblicò l’interessante disegno Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, in esso, come vedremo, è segnata la “Torre del Fortino”.

Lo schizzo di Sapri del 1819

Lo studioso  Giulio Schmiedt (…), nel 1975, pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…), lo Schmiedt (…), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (…), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite di Fig. 1. Lo studioso Giulio Schmiedt, nel suo interessantissimo studio di Fig…. (…), citato, parlando del ‘Portolano del Mediterraneo’, a pag. 79, nella nota (176), si riferisce al ‘Compasso de navigare’ (Fig….)(…), e poi aggiunge e cita il testo di P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, 1846, che parla degli scali dell’area a p. 46. (…). Schmiedt, parlando dello scalo di Policastro a p. 78, sembra si riferisca ad un ‘Portolano del Mediterraneo’, moderno. Certo risulta strana la citazione di un ‘Sinus Laus’ e di un ‘Vibo ad Sicam’. Non sappiamo se il geografo e studioso Giulio Schmiedt, si riferiva al ‘Compasso de navigare‘.  Schmiedt (…), a p. 63, parlando di Punta Campanella e Punta Licosa, cita il Compasso (132) e poi a p. 79, lo cita nuovamente (176), citando anche il testo che ne parla: di P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, 1846 (…). Nel suo studio, Schmiedt (…), pubblicò lo schizzo illustrato nell’immagine di Figg. 2-3, che illustrano un disegno del 1819 eseguito dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano (…). Si tratta del rilievo in scala 1:5000 della baia naturale di Sapri e del piccolo centro abitato. Il disegno di Fig. 3, pubblicato dallo Schmiedt (…) nel 1975, da noi citato in alcuni nostri studi (1) già nel 1987 e poi da Scarfone (…) nel 2014, è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze e, di cui recentemente abbiamo acquisito il file digitale illustrato dall’immagine di Figg. 2-3.  Schmiedt (2), scriveva in proposito: un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”.

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(Fig. 7) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno;  vecchio schizzo pubblicato dallo Schmiedt (11), è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142).

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(Fig. 7) Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, vecchio schizzo (disegnato a mano libera), eseguito nel 1819 a cura del Tenente C. Blois del Genio militare Napoletano, dedotto da un rilievo a scala 1:5000 e tratto dal testo di Schmiedt (11), ove a p. 79, scrive:  “Si notino i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle””.

Il disegno del Tenente C. Blois (Fig. 7), pubblicato dallo Schmiedt (11), è particolarmente interessante in quanto ci illustra il litorale Saprese e lo stesso paese di Sapri, nel 1819 e, rappresenta il particolare della batteria costiera di cui più tardi parlerà il Gallotti (12) in un suo pregevole scritto. E’ probabile che questo disegno, fu redatto dal Tenente Blois, del Genio militare Napoletano, proprio dopo l’abbattimento dell’antica Torre cavallara detta del “Buondormire”, per far posto alla “Torre del Fortino”, che come si può vedere viene indicata proprio nello stesso luogo dove nella precedente carta corografica militare veniva indicata nel 1815, la Torre di Buondormire.

Il Fortino Borbonico

Il disegno del Tenente C. Blois, riporta la sagoma architettonica del Fortino preesistente le cui basi e fondamenta ancora si vedono sotto il Faro “Pisacane”, in località ‘Fortino’, costituendo le preesistenti fondazioni poste sulla scogliera adiacente la battigia del mare. Nellinteressante disegno di rilievo planimetrico e di veduta dall’alto dell’intera baia di Sapri (un rilievo a scala 1:5000), lo Schmiedt (11), pubblicava solo il particolare del litorale saprese a ridosso della collinetta di S. Croce (Fig. 6), come doveva apparire al giovane Tenente del Genio Militare Napoletano nel 1819 e, si vede anche la Torre del Fortino”, oggi scomparsa, indicata ove si vede scritto la Marinella (11). Forse proprio il vecchio Fortino di cui ci parlava il Gallotti (12) ed il Pesce (23). La batteria costiera preesistente disegnata nello schizzo del 1819 del Tenente C. Blois (Fig. 6), là dove oggi è il Faro “Pisacane”, di fronte all’Ospedale civile di Sapri, era un’antica batteria borbonica costiera che i Borboni volevano rinforzare. Il Genio militare Borbonico – dopo il decennio di occupazione francese diede incarico al Tenente C. Blois, del Genio militare Napoletano, di disegnare lo schizzo del rilievo planimetrico delle preesistenze del luogo, come si vede nella Fig. 6 (11), di cui abbiamo ivi pubblicato lo studio “Sapri in due studi di Giulio Schmiedt” e a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. La Torre del Buondormire, oggi scomparsa, era ancora visibile nel primo quarto di secolo XIX,  al delineatore della carta manoscritta “Golfo di Policastro“ (Fig. 6)(10), senza indicazione di scala, a colori, inedita e da me scoperta e, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, dove la rinvenni in un copioso cartegggio sul Cilento. La Torre detta del ‘Buondormire’, nei primi dell”800, fu trasformata in spaldo fortificato o Fortino munito di cannoni. Nel 1899, il Dott. Nicola Gallotti (12), in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo. ” (12). Il Gallotti (…), medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, nel suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare’, del 1899, cita il vecchio Fortino Borbonico di Sapri e, parlando di Sapri, a p. 16, riferiva che E, oltre, agli accennati Garibaldi, Pisacane – Nicotera, ecc.. che illustrarono con i loro avvenimenti – anche quei di casa Borbone, un tempo, un tempo vi si recarono, e, tra i più autorevoli * (postillava fra tutti quelli che vi vennero”), senza dubbio, annoverato il Re Murat, che volle pure personalmente visitare il nostro amenissimo paese, ma forse più per ispezionare, sotto il rapporto strategico, il così detto Fortino di Sapri, il quale, in quel tempo, era munito pure di cannoni. Degli spaldi di esso però, oggi-dì, si riscontrano appena le parvenze.”. In un altro suo scritto, il Gallotti, scriveva pure: “Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni (12), mentre il Pesce (…), ricordava che, moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati. Dunque, stando alle parole del Gallotti (…), che scriveva nel 1899, a Sapri, il Fortino, non esisteva e, nel 1899  “si riscontrano appena le parvenze.”. 

Punta Fortino a Sapri

Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro “Pisacane” a Sapri, nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, proprio in località ‘Fortino’,  forse rinforzato  durante il decennio napoleonico, durante il decennio francese e del Regno di Gioacchino Murat e, rinforzato poi in seguito al ritorno della  della monarchia borbonica, dal 1819 al 1833, come attesta la documentazione da noi rinvenuta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli, di cui parleremo (12). Lo Schmiedt (4), scriveva in proposito a Vibonati-Sapri-Maratea: “Dopo il Porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172) elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino (173).”. Il vecchio Fortino borbonico a Sapri, è stato citato anche da Cesare Pifano (…) che, sulla scorta di Leopoldo Cassese (…), parlando dello sbarco di Pisacane il 28 giugno 1857,  in proposito così scriveva: “Il punto prescelto per lo sbarco distava dall’abitato circa due chilometri e mezzo ed era altresì lontano dalla località indicata nelle mappe del tempo col nome di Fortino  (chiamata oggi comunemente zona del Villaggio) ove era un posto doganale.”. Lo storico Leopoldo Cassese (14), parlando dello sbarco di Carlo Pisacane, scriveva in proposito: Essendo assente il capo, d. Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Peluso, ne prese il comando d. Giuseppe Gallotti, il quale lasciava una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino.”. Ma se il Gallotti (12), scriveva che: Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni, vorrà dire che la Torre del Buondormire, era stata rimpiazzata da un Fortino Borbonico già ai tempi della visita di Gioacchino Murat, che dal 1808, passato al trono di Spagna e Re di Napoli, regnò fino al 1815. Infatti, durante gli anni della Repubblica Partenopea, scriveva il Pesce (…), sulla scorta del Racioppi (…), che Gioacchino Murat, giunse a cavallo a Lagonegro il 18 Maggio 1810 (v. p. 330). Se nella carta militare del 1815, illustrata in Fig. 6, veniva indicata la Torre del Buondormire e non il vecchio Fortino borbonico, vorrà dire che nei primi anni dell”800, a Sapri, non era stato costruito ancora il Fortino ma ancora doveva esserci in quel luogo, la Torre del Buondormire. E’ dubbia anche l’affermazione del Vassalluzzo (14), che nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197, nella sua nota (1), postillava che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6).”. Forse il Vassallluzzo, scrivendo che nel 1888, si vedeva ancora la Torre del Buondormire, voleva riferirsi al Gallotti (12), ma il Gallotti (12), parlava del vecchio Fortino borbonico e, sebbene abbia scritto notizie interessanti sulla storia di Sapri, non parla mai della Torre di Buondormire ma, riguardo il vecchio Fortino borbonico, a p. 16 del suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare’, del 1899, citava il vecchio Fortino, scrivendo però che: “Degli spaldi di esso però, oggi-dì, si riscontrano appena le parvenze.”. Dunque, stando alle parole del Gallotti (…), che scriveva nel 1899, a Sapri, il Fortino, non esisteva e, nel 1899  “si riscontrano appena le parvenze.”, ed è per questo motivo, noi crediamo, che sia il Vassalluzzo (…), che il Guzzo (…), nella sua nota (35), postillava:  “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888.. La Torre del Buondormire, fu abbattura per far posto al Fortino Borbonico, citato anche dal Gallotti (…), nel suo libretto del 1899, ma non erano la stessa cosa. Purtroppo, della Torre marittima del Buondormire, non ci sono documenti d’archivio che ne attestino la presenza a Sapri, ne conosciamo la sua origine, ma di certo sappiamo che essa è esistita. 

Le Torri di guardia o di avvistamento (guardiole), più piccole, con pochi uomini di guardia ed un solo cannone, erano disposte sulle alture, oppure lungo la costa, spesso in località difficilmente raggiungibili, ma in ottima posizione per sorvegliare molte miglia di mare. ogni torre era in vista delle due limitrofe, in modo da poter comunicare, sia durante il giorno (segnali di fumo) che di notte (con l’accensione di fuochi). Il numero di fuochi corrispondeva a quello delle navi in arrivo e la fumata, (nei limiti delpossibile…..) era rivolta nella direzione da cui queste provenivano. entrambi i tipi di segnalazione erano preceduti da un suono di campana. Le Torri angioine, più antiche, di forma cilindrica, con basamento a tronco di cono che rappresenta i 2/3 dell’altezza dell’intera torre ed è sormontato da una cordonatura (redondone o toro) di tufo grigio in piperno (roccia vulcanica proveniente dalle cave napoletane poste ai piedi dei Camaldoli) o materiale simile, e mura poco spesse. Avevano funzione, essenzialmente “di avvistamento”. Le torri circolari, quelle d’epoca Angioina, caddero in disuso con l’avvento della polvere a sparo. Fu l’avvento dell’artiglieria a segnare il passaggio dalla forma circolare a quella quadrata, per meglio resistere alle cannonate. Le nuove Torri, costruite con criteri più moderni, erano così in grado di assolvere a funzioni di avvistamento, riparo ed anche offesa. Talvolta, due o più Torri venivano unite da ballatoi. L’ingresso veniva aperto sul lato a monte, al piano superiore (3-6 m. di altezza) e poteva essere dotato di una scala retraibile., anziché in muratura. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo pregevole studio sui ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, nel capitolo III: “Le Torri costiere nel Viceregno”, a p. 45, mostrava un disegno tratto dalle Carte e stampe, conservate all’Archivio di Stato di Napoli, da cui io stesso, trassi diversi documenti inediti:

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In questo disegno, si vedono le due principali tipologie di torri costiere. La torre dello Scialandro, appartenente al sistema difensivo costiero del Regno di Napoli, ma di sicuro non faceva parte del programma di costruzione promosso dal Governo Vicereale. Situata su uno sperone roccioso nei pressi del “Canale di Mezzanotte”, non conosciamo l’epoca di fondazione, ma essendo la sua struttura di foma a pianta e sezione circolare, dunque con base e tronco cilindrico, rappresentando ed assumendo la quasi perfetta forma di un cilindro, essa si configura tra le tipologie costruttive usate molti secoli prima dell’epoca Vicereale. Io credo che la sua forma cilindrica, può avvalore l’ipotesi che essa sia una Torre molto più antica e forse risalente al periodo Angioino. Per le torri Vicereali, ovvero le torri costiere, oggi in parte ancora visibili anche se dirute, al contrario è stato scritto molto. Le torri costiere vicereali sono le torri costruite lungo la costa del Regno di Napoli ed in particolare quelle Tirreniche, dal Governo dei Vicerè Spagoli, ce tra gli anni 1555 e 1582, intrapresero un programma di costruzione molto vasto.  Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (…), a p. 197, scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.. Dunque, secondo il Vassalluzzo (…), ad oriente di Sapri, l’unica Torre esistente e costruita era quella di Capobianco, anticamente detta Torre dell’Obertino. Dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nessuna citazione delle torri costiere più antiche ed in particolare della ‘Torre di Scialandro’, di cui parlerò. Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (…), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi ‘Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e, nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del Principato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 35) Una allo Scialandro, presso Sapri“. Dunque, il Guzzo (…), a p. 247, scriveva che la Torre dello Scialandro, veniva costruita a seguito dell’orinanza vicereale del 1566. Ma rileggendo il Pasanisi (…), abbiamo visto che l’epoca di costruzione di quella torre non si evince. Dal documento citato a p. 429 nella sua nota (1), si evince che l’università di Rivello, nel 1567, veniva esentata dal pagamento dei pesi per la Torre dello Scialandro, ma non si evince da nessun documento che la ‘Torre dello Scialandro’ rientrasse nel programma dell’ordinanza del 1566. Ancora il Guzzo (…), a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località:………………….”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – ………………. (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (…), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “……………………. Il Guzzo (…), nelle pagine seguenti, parla del programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo e a p. 250, a proposito della Torre del Buondormire, dice che questa era una delle torri che furono completate alla fine del 1570 e a p. 252, nella sua nota (35), postillava che: “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888. Vi furono come torrieri: ecc..ecc..”. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, ricavata dal Pasanisi (…), la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, in proposito postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”. Dunque, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi (…), comprendeva nell’elenco delle torri che venivano costruite nel 1566, anche quella dello Scialandro. Il Guzzo, nel suddetto elenco, citava la ‘Torre dello Scialandro’ e la citava dopo la Torre alla foce del torrente Rubertino che abbiamo visto essere poi stata chiamata Torre di Capobianco che è ancora visibile davanti lo scoglio dello Scialandro. Dunque, stando a ciò che lo stesso Guzzo scrivesse a p. 250, la Torre dello Scialandro seguiva in successione quella del torrente Rubertino, e dunque, questa torre doveva essere una torre posta lungo la costa dopo quella del torrente Rubertino. Sempre il Guzzo (…), a p. 253, scriveva che con la nuova tassa imposta nel 1582, e per effetto di essa furono portate a termine anche la torre alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri. Dunque, della torre dello Scialandro, non si dice più nulla. Forse perchè era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (…), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Ma se il Guzzo (…), sulla scorta di Onofrio Pasanisi, a proposito di questa torre, a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Dunque, anche in questo caso il Guzzo (…), ci dà un quadro distorto della realtà dei fatti, in quanto secondo quanto asserisce, la torre dello Scialandro, si costruiva nel 1567. Come ho avuto già modo di ribadire, la torre dello Scialandro, nel 1567, era già preesistente ma dal documento citato dal Pasanisi non si evince che fosse in costruzione. Forse nel 1567, la Torre dello Scialandro, come altre torri già preesistenti, erano state oggetto di interventi di manutenzione. Sempre il Guzzo, a p. 253, scrive che nel programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo, per effetto della nuova tassa imposta nel 1582, fu portata a termine alcune torri ma nel suo elenco non figura quella dello Scialandro. Infatti, se la Torre dello Scialandro, veniva citata da Scipione Mazzella Napolitano, nella sua prima edizione del 1568, mi chiedo come fosse possibile che questa torre, pur essendo compresa nel programma di ricostruzione del 1566, non fosse stata ultimata a seguito del programma attuato a seguito della tassa del 1582. L’unica spiegazione logica è quella, come io credo, che la Torre dello Scialandro, fosse una torre già peesistente ancora prima della costruzioni vicereali e che poi in seguito, fu compresa nel programma di ricostruzione per rinforzarla ma, come io credo, i lavori non furono del tutto ultimati a causa del fatto che mancavano i fondi per ricostruirla o rinforzarla. Infatti, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 197, scriveva in proposito che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.. Dunque, secondo l’elenco che fa il Vassalluzzo (…), tra il 1568 e il 1584, sulla ‘Torre dello Scialandro’, a sua guardia non risulta nessun torriere ma risultano torrieri a guardia delle torri di Buondormire e di Capobianco. Ovviamente il fatto che non risultassero torrieri a guardia della ‘Torre dello Scialandro, nel secolo XVI, non significa che questa torre non fosse già preesistente.  Il Guzzo (…), sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 253, scriveva che nel 1580, la vicina Università di Maratea, “ricorreva al Vicerè per la mancata costruzione di una torre, già ordinata dal Governatore Conte di Briatico, nel luogo detto di Acquafredda, presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (39).“. La “Grutta d’a Scala” (il nome significa ‘grotta della scala’). Il Guzzo, a p. 253, in proposito a questa torre in Acquafredda, nella sua nota (39), postillava che: “(39) O. Pasanisi, op. cit. p. 435.”. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), a p. 435, aveva scritto che: “Nel 1580 l’università di Maratea ricorreva al vicerè per la mancata costruzione d’una torre già ordinata dal governatore Conte di Briatico nel luogo detto dell’Acqua fredda presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (2).“. Il Pasanisi (…), a p. 435, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Proc. R. Cam. (p.a.) n. 3037, vol. 277.”. Ma in questo caso il Pasanisi (…), non si riferiva alla ‘Torre di Scialandro’, ma si riferiva ad una torre costruita ad Acquafredda, nel luogo, dove io credo, oggi vi è la Villa Nitti. La vicina spiaggetta della grotta della Scala si trova ad Acquafredda di Maratea in Provincia di Potenza, ed è molto probabilmente la spiaggetta dove sbarcò il gruppetto al seguito di Costabile Carducci. Non sappiamo se il 10 marzo 1577, secondo quando scrive Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, a p. 281: “il regio misuratore delle Torri delle cinque provincie di Terra di Lavoro, Principato Citra (il nostro) Basilicata, Terra di Bari e Capitanata, Liberato Lucido, ecc..”, l’avesse visitata insieme alle altre preesistenti lungo il litorale costiero del nostro Principato Citra. Certo è che se fosse ritrovato l’antico verbale di visita di Liberato Lucido, Regio misuratore del Regno di Napoli al tempo del governo dei Vicerè Spagnoli, sarebbe un ulteriore testimonianza dell’esistenza, anzi preesistenza della ‘Torre di Scilandro‘. A tal proposito stò cercando i registri ‘Quinernioni’, dove si annotavano le Sentenze e delibere della Regia Corte della Sommaria, come ci dice il Capasso. Riguardo la torre marittima della Molpa, requisita dal duca d’Alcalà, al De Leyna, e in seguito, il 10 marzo 1577, dunque dopo la prima edizione del Mazzella, secondo quanto il Pasanisi postillasse nella sua nota (3), si riferiva al “(3) Proc. R. Camera, n. 3749, vol. 315, p.a.”. Come pure, potrebbe risultare interessante il documento citato dal Guzzo (…), a p. 258: “Carta n. 41 del Volume 104 dell’Archivio di Stato di Napoli, Sommaria Diversi, I numerazione, in cui è ben chiaro il numero ed anche la dislocazione di tutte le torri marittime del Regno.”. Forse la ‘Torre dello Scialandro’ era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Mazzella (…), a p. 87, elencava le torri costiere esistenti nel 1568, ed in proposito citava solo la torre dello ‘Scialandro’, scrivendo: “37 T. di Scilandro in Territorio di Policastro“. Scipione Mazzella (…), nel suo elenco delle Torri di Principato Citra, citava anche la “58 T. del Crivo di Scilandro in territorio di Cammerota”, confondendola con l’altra ‘Torre del Crivo‘, e confondendola il luogo, dicendola a Camerota. La torre dello Scialandro è una torre molto più antica delle altre visibili che la tradizione popolare orale chiama ‘Normanne’ ma, costruite in epoca Vicereale. Le torri vicereali,  non sono di forma circolare come quella dello Scialandro, ma esse hanno una sezione a base quadrata e, in elevato assumono una quasi perfetta forma cubica. La Torre dello Scialandro, invece, diversamente dalle altre e unico esempio esistente fino a Novi Velia, ha una sezione a base circolare ed in elevato, assume una forma quasi cilindrica, rastremandosi verso l’alto, forma questa tipica delle Torri d’epoca Angioina, dunque molto più antica delle altre. Inoltre, molti scrittori che l’anno citata, l’hanno confusa con la vecchia Torre dell’Obertino poi detta di Capobianco. La Torre dello Scialandro, come si può ben vedere in tutte le altre carte geografiche citate, è sempre segnata lungo la costa che da Sapri va verso Acquafredda ma posta in successione alla Torre di Capobianco. Credo che la Torre di Scialandro, sia la seconda torre ad oriente di Sapri e del fiume Lubertino, che si vede disegnata in rosso nella carta d’epoca Aragonese. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848′, edito nel 1909, parlando dei fatti che accaddero nel 1848, e sul Carducci, nel suo vol. II, a p. 5, in proposito alla torre che io credo fosse dello Scialandro, scriveva che: “Alcuni corsero ad avvertire le guardie doganali in una antica torre posta a ridosso della collina e addetta a caserma. Il brigatiere delle guardie, Salvatore Miggiani, raccolti i suoi pochi dipendenti ecc..”. A tal proposito, devo però citare il racconto dell’episodio e dei luoghi che fa Franco Maldonato (…), nel suo ‘Teste mozze’, edito recentemente, che a p. 104, in proposito allo sbarco di Carducci ad Acquafredda, scriveva che: “Messo al sicuro il gozzo, si inerpicano in cerca di cibo verso l’abitato, un borgo di duecento anime, noto come Acquafredda perchè nelle acque rivierasche affiora, una bolla visibile solo in tempo di bonaccia, una sorgente sotterranea di acqua dolce, più fredda delle altre correnti in ogni periodo dell’anno. Quivi si era rifugiato il sacerdote Vincenzo Peluso, che in gennaio ..”. Maldonato (…), a p. 105, continuando il suo racconto scriveva che: “ritenne più prudente ritirarsi ad Acquafredda, poco più di cinque chilometri da Sapri, in una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”Dunque, secondo il Maldonato, il vecchio prete Vincenzo Peluso, nel gennaio del 1848, si era ritirato o “rifugiato” in una una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”.

Le Torri costiere preesistenti e molto più antiche di quelle costruite nel Regno di Napoli dai Vicerè del governo Spagnolo

Sin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X–XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Furono gli Angioini a pensare a un sistema permanente e completo di difesa e di segnalazione con fumo e fuochi dall’alto di torri collocate in promontori e in vista una dell’altra. Tale sistema fu realizzato solo in minima parte, anche a causa dei continui cambiamenti politici e finì per passare sotto il controllo dei feudatari e delle famiglie che intendevano proteggere i propri territori, piuttosto che le popolazioni dei centri abitati. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Sulle Torri cosiere costruite all’epoca di Federico II di Svevia e quelle successive costruite in epoca Angioina, al tempo della disastrosa per le nostre terre “Guerra del Vespro”, che le interessò particolarmente, poco si è scritto e, poco si è detto e si è indagato. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. Non a caso le nostre Torri, nella tradizione orale popolare vengono chiamate “Torri Normanne”. Non è facile stabilire l’origine di questa o di queste Torri, ma di certo possiamo dire che questa Torre, figura nella carta di probabile epoca Aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig….), di cui parleremo. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81). Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Sempre il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. . Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Continuando il suo racconto il Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata. Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(88) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F. A. Vanni, ‘Cronica di Majerà, ms, cit.”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. L’unico studioso che si sia occupato delle Torri costiere costruite anteriormente a quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli, verso la fine del ‘500, è stato il Pasanisi (…) che però non fa luce su alcune Torri costiere – di cui abbiamo testimonianza – preesistenti lungo il litorale costiero del Golfo di Policastro. Tuttavia, sarà proprio il Pasanisi (…), come dirò, che oltre al Mazzella (…), citerà un’interessantissima notizia storica, forse l’unica, sulla ‘Torre di Scialandro’.  Alcune torri cavallare litoranee e di avvistamento, costruite in epoca Vicereale, non venivano comprese nel territorio di Sapri, in quanto il territorio di Sapri all’epoca dell’edizione di Scipione Mazzella Napolitano (…), era compreso nel territorio del feudo della baronia dei Palamolla di Torraca e sotto la giurisdizione più ampia del marchesato dei Carafa di Policastro.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998

(2) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime della R. Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ed. I.T.E.A., 1926, pp. 423-442; dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio)

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(3 bis) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Cavalcanti, ‘Guida del Pilota ecc..

(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure Vassalluzzo M., Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.
(4) ibidem, Parc. Prov. Fascio 119, fol. 138.

(5) (Fig. 3) Particolare della carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti E., op. cit., (19), vol. II, tav. XVII. 4).

(6) Granzotto G., La Battaglia di Lepanto, ed. Mondadori, Milano, pp. 128, 129.

(7) Romanelli D., Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa de: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101. 

(8) (Fig. 1) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi, stà in Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al- Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Ro- ma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nel- la traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(9) (Fig. 2) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (…) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio (…), non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

(10) (Fig. 6) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1).

(11) (Fig. 7) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Schmiedt G., ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno originale è conservato all’I.G.M. di Firenze – Nuovo Archivio, Sede S. Marco, classificazione catastale, 75-11, armadio 93, cartella 82, doc. n. 52, scans. 93, e si può ottenere la sua fotoriproduzione digitale andando sul sito: https://www.igmi.org/carte-antiche/digitale_300_dpi/carta-1507626269.46?searchterm=Genio+Napoletano

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(12) Gallotti N., “Condizioni igienico-sanitarie di Sapri”, Ed. Tipografia Lagonegrese, 1891; “L’aqua potabile di Sapri – (Ricordi) per il Dott. Nicola Gallotti”, Tipolitografia Francesco Graniti, Napoli, 1901 (di mia proprietà); “L’aqua potabile in Sapri – osservazioni e proposte del Dott. Nicola Gallotti”, Napoli, Ed. Tipografia dell’Accademia Reale delle Scenze, 1902; “Sull’influenza ricomparsa in Sapri-  dal Febraio all’Aprile del 1894”, Napoli, Ed. Tipografia di Michele Gambella, 1894; “Per l’inaugurazione del nuovo cimitero in Sa- pri – discorso del Sindaco Dott. Nicola Gallotti, pronunziato il 31 luglio 1904”, Lagonegro, Tipografia lucana, 1904 ( erano i tempi dei noti meridionalisti lucani come Giustino Fortunato).

(13) (Fig. 4-5) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli. Questo documento, è stato tratto da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti alla ex Biblioteca Provinciale, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N, (manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2). Questa carta manoscritta e inedita da me scoperta fu da me pubblicata nell”Analisi sull’Evoluzione Storico-Urbanistica’, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1) (vedi Attanasio F., op. cit., nota 1).

(14) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s.

(15) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.

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(16) Guzzo A., Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991.

(17) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1795, fog. 135, pp. 43.

(18) Caffaro A., Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni di- segni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro.

(19) Mazzetti E., Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972.

(20) Antonini G., La Lucania, I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, parte II, disc. XI, p. 430 e p. 435.

(21) Ramage C.T., Viaggio nel Regno delle due Sicilie – a cura di E. Clay, ed. De Luca, Roma, 1966, ristampa, p. 113 e s.; si veda pure dello stesso autore, la ristampa del libretto: Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828′, a cura di Raffaele Riccio, Roma, ed. dell’Ippogrifo, 2014, p. 137.

(22) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.

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(23) Pesce C., Storia della città di Lagonegro, Lagonegro, ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (prefazione del 1913), p. 398 e s; si veda pure dello stesso autore Pesce C., Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Conferenza su un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848, Stabilimento Tipografico, Palazzo della Cassazione, Napoli, 1895.

(24) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto da ‘L’Universo’, rivista di I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 513.

(25) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.

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(26) (Figg…..) Filippo Cluverio, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

(27) Holstenius (Olstenio) Lucas, (‘Note  all’Italia antiqua di Cluverio’ (26)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pure: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942.

(28) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op. cit., vol. II, p. 592.

(29) “Visitatio Episcopi Felicei” datato 16 dic. 1629. Il documento della visita pastorale del Vescovo di Policastro Urbano Feliceo nell’Università di Torraca, il 16 Dicembre 1629, secondo il Tancredi (…) che lo cita si trova conservato all’Archivio Diocesano di Policastro: SS. Visite Pastorali di Urbano Feliceo: Torraca, Cappella “extra moenia”, 22 Settembre (fol. 89) e 16 Dicembre (fol. 98), 1629. Nel Gaetani R., op. cit., pp. 42-43, si legge che le Visite pastorali “in dicto loco est necessariissima Cappella, quia confluunt gentes in dicto portu, praeter eos cui permanent”. La notizia del torriere della Torre di Buondonno (Torre del Buondormire) è tratta da un documento diocesano della visita episcopale pastorale del Vescovo Urbano Feliceo, del 2 dicembre 1630 (nota 2 di p. 54 del Tancredi, op. cit. (10).

Tancredi Luigi

(…) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 53-54; si veda pure: Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(31) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(32) Gaetani R., op.cit. (…), p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.”. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(34) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O.: “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”.

(35) Gaetani R., op. cit., pp. 42-43, si legge che le Visite pastorali “in dicto loco est necessariissima Cappella, quia confluunt gentes in dicto portu, praeter eos cui permanent”.

(36) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 176.

(…) Gaetani R., op.cit. (…), p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.”. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(…) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O.: “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”.

(….) “Visitatio Episcopi Felicei” datato 16 dic. 1629. Il documento della visita pastorale del Vescovo di Policastro Urbano Feliceo nell’Università di Torraca, il 16 Dicembre 1629, secondo il Tancredi (10) che lo cita si trova conservato all’Archivio Diocesano di Policastro: SS. Visite Pastorali di Urbano Feliceo: Torraca, Cappella “extra moenia”, 22 Settembre (fol. 89) e 16 Dicembre (fol. 98), 1629. Nel Gaetani R., op. cit., pp. 42-43, si legge che le Visite pastorali “in dicto loco est necessariissima Cappella, quia confluunt gentes in dicto portu, praeter eos cui permanent”. La notizia del torriere della Torre di Buondonno (Torre del Buondormire) è tratta da un documento diocesano della visita episcopale pastorale del Vescovo Urbano Feliceo, del 2 dicembre 1630 (nota 2 di p. 54 del Tancredi, op. cit. (10).

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(…) Gaetani R., Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, p. 42, ristampa anastatica a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, Casalvelino, 2014; si veda pure: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, pp. 151, 152, 153, 154. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 176.

(…) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32.

(…)  Johannowsky W., Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983b;  si veda pure dello stesso autore: ‘Le Ville romane dell’età imperiale‘, stà  in: Itinerari turistico culturali in Campania, n. 3, Società Editrice Napoletana, pp. 116, Napoli.

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(…) Beguinot C., Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960 (Archivio Storico Attanasio).

Nel 1477, Sapri in una carta di Taddeo Crivelli

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Nel 1987, pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri. In questo studio, cercheremo di fare degli approfondimen- ti circa la presenza del toponimo di Sapri sulle carte geografiche, manoscritte, contenute neiprimi Atlanti stampati della Geografia di Claudio Tolomeo, giunta solo nel 1396 da Co- stantinopoli in Italia e poi tradotta da Jacopo d’Agnolo della Scarperia, che la tradusse dal greco in latino tra il 1406 e il 1409 con il nome di ‘Cosmographia’.

Le carte annesse agli Atlanti a stampa della Cosmographia di Tolomeo del XV sec.

Come è noto, l’unica cartografia pervenutaci dal mondo antico è quella cosiddetta tole- maica, ovvero delle carte geografiche medioevali, copie manoscritte delle originarie car- te di origine greca contenute nella ‘Geographia’ di Claudio Tolomeo. Oltre a questi antichi Codici miniati, le cui carte manoscritte ivi contenute, sono di estremo interesse per gli studiosi di toponomastica medievale e di cui ci siamo occupati quì in altri studi, vi sono pure tutti i Codici miniati che seguiranno alla pubblicazione a stampa di Jacopo d’Agnolo della Scarperia, che, tra il 1406 e il 1409, tradusse nella curia romana dal greco in latino, l’opera di Claudio Tolomeo, γεωγραφία  (Gheografikè ufeghesis), giunta in Italia da Cos- tantinopoli nel 1396, dove fu scoperta, grazie al maestro greco Manuele Crisolora, assun- to come docente dal Comune di Firenze, e dandogli il nuovo nome di Cosmographia’.  Quando il padre Jos Fischer rese nota l’importante scoperta che, accanto ai codici greci già da lungo tempo conosciuti che contengono 27 carte, esiste un’altra classe di codici contenenti 64 carte. Nei codici della prima classe (classe A), le carte si trovano alla fine del testo, o intercalate al libro VIII, in quelli della seconda (classe B), sono inserite nei capitoli corrispondenti. Dei manoscritti greci, il Cuntz (3), ne indica sette fondamentali, dei quali tre soli contengono carte, e cioè il Vat. Urb. gr. 82, ed il Ven. Marc. gr. 516, che appartengono alla classe A, ed il Laurenziano XXVIII, 49 della classe B. Nei Codici latini pervenutici in seguito alla traduzione dell’opera tolemaica fatta da Jacopo d’Agnolo della Scarperia, vi è il  Vindobonensis Hist. (Vind. Hist), realizzato nel 1454 circa. Recentemen- te Borri (2), ci illumina su diversi aspetti della cartografia antica e, scrive in proposito: Un’attenta osservazione dei contorni, disegno orografico, ecc…., ci consente di affermare che che dai predetti codici greci (ed in particolare dal Vind. Hist) derivano le carte annesse ai codici latini che, come si vedrà, saranno la fonte delle prime carte a stampa della peni- sola italiana.” (2). La riscoperta di Tolomeo venne accolta con entusiasmo nell’Italia del primo Umanesimo: prima del 1410 era pronta la traduzione latina a cura di Jacopo d’A- gnolo da Scarperia ma solo nel 1409 veniva messa in circolazione con la dedica ad Ales- sandro V. Era dapprima senza carte; queste vennero eseguite da umanisti fiorentini, Francesco di Lapacino e Domenico di Lionardo Buoninsegni, seguendo pedissequamen- te modelli greci. Se dobbiamo dare importanza per la loro antichità alle tipiche tavole vecchie, che derivate dalle edizioni latine, appaiono poi ancora riportate dalle prime edi- zioni a stampa, ben maggiore significato presentano le cosiddette tavole nuove nei loro diversi rifacimenti. Le tavole dell’Italia annesse ai codici latini realizzati nel XV secolo e derivati dai quattro precitati codici greci vengono tradizionalmente suddivise in cinque gruppi, originanti da altrettan to scuole di cartografia. In questo studio, parlerò della scuola LAPACINO-BUONINSEGNI, che si ispira, tra altri, al Codice Laurent.175 (…), una Scuola di cartografi copiatori dei codici tolemaici greci, 1) la scuola dei due umanisti fiorentini, Francesco di Lapacino e Domenico di Lionardo Buoninsegni, con riferimento sia alla tavola tolemaica sia alla tavola nuova, hanno avuto notevole influenza su tutte le altre, ed in modo più incisivo sulla Scuola del Germanico (1° e 2° tipo, ed in particolar modo dal Codice Ebner deriva l’edizione a stampa di Roma del 1478. In particolare in questo studio parlerò della Carta d’Italia del 1477 del pittore ferrarese Taddeo Crivelli, che l’annesse alla sua edizione bolognese della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo (Figg. 1-2), in cui appare il toponimo di ‘Sapri’.

Sapri nella Carta d’Italia nell’edizione bolognese della Geografia di Tolomeo curata da Taddeo Crivelli del 1477. 

Interessantissima è la carta dell’Italia, delineata intorno o prima all’anno 1477, dal pittore ferrarese Taddeo Crivelli, che la pubblicò e l’annesse alla sua edizione bolognese della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo (Figg. 1-2), in cui appare il toponimo di ‘Sapri’. In diversi miei studi pubblicati a stampa (1), accennavo a questa Carta geografica (Figg. 1-2), per la presenza del toponimo citato di SAPRI e, nel 1987, così mi esprimevo: “Sapri, è chiaramente visibile nell’edizione bolognese della ‘Geografia’ di Taddeo Crivelli, (fig. 38) (109).” (1). Già nel 1451 il Crivelli era attivo a Ferrara: si ha un’ampia documentazione della produzione e della vendita di un gran numero di miniature eseguite nei venti anni vissuti in questa città. Punto culminante della sua attività fu la commissione per la Bibbia di Borso d’Este, alla quale si dedicò fra il 1455 e il 1461. Nello stesso periodo, si impegnò in una attività del tutto inconsueta, cominciando ad interessarsi a progetti di incisione e di stampa; ma intanto aumentavano le difficoltà. La partecipazione del Crivelli al progetto che portò alla pubblicazione delle prime carte geografiche stampate nel 1477 è, come molti aspetti della sua carriera, poco verificabile. Non c’è dubbio che egli sapeva disegnare carte geografiche. E’ probabile che abbia visto la copia manoscritta della Cosmografia di Tolomeo che “Nicolaus Germanus” aveva mandato a Borso nel 1466 (cfr. facsimile, Amsterdam 1963; Campori, 1872, p. 257; Hermann, 1900, p. 261); il Crivelli, aveva anche illustrato un’opera di Tolomeo nel 1454 (Bertonii 1925, p. 62). Si sa che egli si unì al Puteolano a Bologna nell’aprile del 1474, in una società di breve durata, per la pubblicazione di mappamondi (Sighinolfi, 1908) e che, nello stesso anno e allo stesso scopo, fece parte di un’altra società insieme a Filippo Balduino, al libraio Giovanni degli Accursi e ai tipografi Lodovico e Domenico de Ruggeri. Non si sanno le sorti di questa impresa, ma si ritiene comunemente che le carte preparate per essa dal C. siano poi state incorporate nell’edizione della Cosmografia stampata nel 1477 da Domenico de Lapis e che esse si basino in gran parte sulla tradizione di Nicolaus Germanus. Dato che il nome del C. non appare in questo volume, ci si può limitare a notare che lo stile delle teste, delle città viste dall’alto, dell’accavallarsi delle onde e delle iscrizioni si avvicina, in effetti, a quello della Bibbia di Borso. La tecnica scadente suggerisce però che, se il C. stesso eseguì i disegni e le incisioni, egli non raggiunse quel livello di perfezione che caratterizzò la sua arte di miniatore.

Taddeo Crivelli, 1477..

Taddeo Crivelli, 1477

(Figg. 1-2) Carta d’Italia nell’edizione bolognese della Geografia di Tolomeo curata da Taddeo Crivelli (1477-80) (16), in cui si vede chiaramente scritto il toponimo di Sapri (7).

La carta d’Italia di Taddeo Crivelli, pubblicata nel 1477

L’insigne studioso di cartografia antica Roberto Almagià, in un suo pregevole studio: “Studio storico di cartografia napoletana” (9), così si esprimeva a proposito di questa pregevole carta: “E’ stato già più volte accennato come in Napoli l’interesse per gli studi geografici, già risvegliatosi sotto gli ultimi Angioini, si fece vivissimo durante il periodo della dominazione aragonese (…),…: ne fa fede, tra molte altre notizie, la Statistica del Regno di Napoli, eseguita a cura di Borso d’Este sino al 1444 (10). Nel presente studio, volendo, come si accennò, limitarci a considerare le carte geografiche a stampa, ci è mestieri prender le mosse da quelle annesse alle più antiche edizioni della Geografia di Claudio Tolomeo, le quali, come già scriveva il Nordenskjold, “costituiscono il prototipo di tutti gli Atlanti geografici pubblicati dopo la scoperta dell’arte della stampa”…Tutte le edizioni della Geografia di Tolomeo apparse nei secoli XV e XVI, hanno, come è noto, una tavola dell’Italia, riprodotta con gli elementi contenuti nell’opera stessa del geografo Alessandrino; ma non tutte le riproduzioni sono perfettamente uguali. Nella rarissima edizione bolognese stampata coi tipi di Domenico de’ Lapi tra il 1474 e il 1477 con le carte designate da Taddeo Crivelli ferrarese, la carta d’Italia, incisa in rame, misura cm. 54,4 x 39,2 e porta per intero i paralleli ecc…Dopo al descrizione tecnica della carta in questione (Fig. 1-2), l’Almagià (9), aggiunge: “…si scosta dal modello tolemaico più di qualsiasi delle corrispondenti carte delle edizioni successive (…).”. In questa carta e soprattutto in quelle delle successive edizioni, la delineazione delle coste Campane è imperfettissima e, manca quasi del tutto il promontorio del Cilento. Infatti, si noti anche degli evidenti errori nella citazione dei toponimi come ad esempio si noti che il toponimo di SAPRI è posto vicino a quello del fiume SILARUS e a PESTU, mentre invece BRUXENTU è posto molto più giù, ma essa resta un documento interessantissimo ed inoppugnabile per la conoscenza della toponomastica locale e della presenza dei luoghi, all’epoca della delineazione delle carte geografiche di Tolomeo. Questa carta che sostanzialmente ricopiava le antichissime carte di Claudio Tolomeo, è un importante documento per la storia di Sapri e del Cilento.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) Borri A., L’Italia nell’antica cartografia, 1477-1799,  ed. Priuli e Verlucca, Torino, 1999.

(3) Cuntz O., Die Geographic des Ptolemaus, Berlino, Weidmann, 1923, pp. 18-20

(4) Almagià R., Monumenta Italia Cartographica, ed. I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore.

(5) Brotton J., Le Grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, p. 24.

(6) Capello F.C., Descrizione degli itinerari alpini di Jaque Signot, Codici e stampe dei secoli XV e XVI, Rivista Geografica italiana, vol. LVII, 1950.

(7) (Figg. 1-2) Carta d’Italia di Taddeo Crivelli, nell’edizione bolognese della Geografia di Tolomeo curata da Taddeo Crivelli (1477-80). La carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (4), Tavola V, 1). Questa carta è stata pubblicata da Borri A., op. cit. (2), C1, p. 22- 23. In questa carta si vede chiaramente scritto il toponimo di Sapri lungo la costa tirreni- ca meridionale. Di questa carta ne parla l’Almagià anche in vedi nota (9) e, vi saranno altre edizioni curate dal Crivelli.

 

(8) Mazzetti E., Cartografia generale del mezzogiorno e della Sicilia, scritti di Almagià R., Pontieri E., De Luca R., a cura di Mazzetti E., edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 1972, Tomo I-II, Tav……

(9) Almagià R., Il Napoletano nelle carte tolemaiche d’Italia, stà in “Studio storico di cartografia napoletana”, che stà in Mazzetti E., op. cit. (8), Parte II, pag. 10 e s.

San Severino di Camerota, la rocca ed il castello, la baronia dei Sanseverino e l’antico monastero S. Severinii

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sul piccolo borgo medioevale ed il suo castello di San Severino di Centola (ieri di Camerota) ed in particolare della vasta contea di Policastro ai tempi del Conte Guido, fratello di Gisulfo II, l’ultimo dei principi del Principato Longobardo di Salerno. Nei mesi estivi dell’anno 1052, il nuovo ed ultimo principe longobardo, Gisulfo II, creò la contea di Policastro, con vasti possedimenti che fino alla definitiva presa di potere del normanno Roberto il Guiscardo, nell’anno 1077 fu retta prima da Guido (fratello di Gisulfo) e poi da Landofo. Questo tema è stato da me trattato anche ivi nel mio saggio “Nel 1055, la longobarda Contea di Policastro e, i suoi conti Guido e Landone”, ivi pubblicato.

Il Monte Bulgheria, il fiume oggi Lambro o Mingardo, la ‘Gola del Diavolo’ o della ‘Tragara’ e il borgo medioevale di San Severino

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(Fig. 1) Particolare della carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio), nel particolare per l’area del borgo di San Severino di Centola

Dal VI sec. d.C., il “Monistero di Benedettini nel luogo chiamato le Celle”: “Monistero di S. Arcangelo”, o “Monasterii di S. Severini” (come vuole l’Antonini), nel luogo detto le “Celle” figura in un privilegio dell’Imperatore Lotario III

Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza scriveva che a Celle di Bulgheria, piccolo casale del basso Cilento, nel VI secolo vi era sorto il “monastero di S. Arcangelo” e scrive anche della donazione del 1086 di Ruggero Sanseverino. Il Bozza si riferiva ad alcune notizie storiche riferite in precedenza dall’Antonini. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi” parlando del piccolo casale cilentano di Celle di Bulgheria, posto alle falde del monte Bulgheria dava alcune notizie storiche di estremo interesse che riguardano in particolare un piccolo monastero italo-greco, poi in seguito trasformatosi in “Obbedientiae”, una sorta di monastero Benedettino. Antonini, oltre a collocare il monastero alle falde del Monte Bulgaria, nel luogo detto le “Celle”, come vedremo, egli riporta anche la notizia che questo monastero fu frequentato, anzi ne fu “Abate”, il monaco benedettino Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone), prima che egli fosse stato nominato Vescovo di Policastro, carica che anche questa abbandonò. La seconda notizia che in questo monastero si svolse il miracolo di S. Pietro da Salerno ed, infine la terza notizia che questo piccolo monastero figurava in un privilegio dell’Imperatore tedesco Lotario III. Premetto che l’Antonini scrive la fonte principale di queste notizie. Egli, a p. 278, in proposito scriveva che: “E’ perciò meglio rimanga ciò provato, riferiremo un fatto ricavato dagli ‘Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone’ , che sono presso à PP. della Trinità della Cava, e stampati dall’Ughellio con qualche picciola variazione nè ‘Vescovadi d’Italia’.”. L’Antonini si riferiva al manoscritto di Ugo da Venosa di cui parlerò in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279 (2° edizione) citando il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…” parlando di Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone) e del suo miracolo al figlio di Ruggero Sanseverino, prima che fosse stato nominato da Alfano I di Salerno, Vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro e, mentre se ne stava nel piccolo “Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’”, in proposito scriveva che: “Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Etc…”. Inoltre, l’Antonini aggiunge che: “Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, etc…”. Sui due piccoli casali di “Celle” e di “Poderia”, l’Antonini (….), nel 1745, nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387 scriveva che: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e aggiunge che: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola etc…”, di cui parlerò in seguito. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “Ma queste parole niente proverebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero etc…”.

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L’Antonini (….), nel suo “Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 348, narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra s’è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall”Abate Gattola’, ed in questo stesso Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV’. di questa ‘Parte’. Questa notizia, e ciò che fu notato dagli atti di S. Pietro Pappacarbone, fan chiaro un comune abbaglio ecc….”. L’Antonini, a p. 348 narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV’ di questa ‘Parte’.”. Dunque, con queste parole il detto Monastero di S. Arcangelo, non solo si trovava, secondo l’Antonini, ‘quod in territorio Cilenti situm est’ ma questo monastero si trovava non molto distante dal vicino castello di S. Severino tenuto da un nobile ciamato Ruggero. Dunque, il monastero di S. Arcangelo doveva trovarsi non molto distante dal vicino castello e rocca di S. Severino di Camerota oggi di Centola. L’Antonini ci parla anche del luogo dove era posto il Castello dei Sanseverino e scriveva: Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca glorioso dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia.”. L’Antonini voleva che l’antico Monastero italo-greco di S. Arcangelo, dove si ritirò S. Pietro Pappacarbone, non fosse un monastero a Perdifumo ma fosse nel nostro territorio e precisamente nel luogo chiamato “le Celle”. Secondo il nipote dell’Antonini, vicino il luogo chiamato “le Celle” non vi era alcun monastero di Sant’Arcangelo di cui era Abate il monaco Pietro Pappacarbone ma questo monastero fosse quello di Perdifumo. Su questo monastero di Perdifumo hanno scritto in molti ma notizie certissime non ve ne sono. Riguardo l’origine ed il luogo in cui si trovava il monastero di S. Arcangelo di cui accenna l’Antonini, in Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117 riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito racconta che: “Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). Etc…”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nei sui “Annali etc…”, vol. IX, a p. 294 ci parla di Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone), ed in proposito scrivea che: “Si eccitarono de’ gran romori, e molti Monaci tanti ne dissero all’Abbate S. Leone, del duro governo che costui fu costretto a ripigliarlo, e S. Pietro se ne passò nel Monistero di S. Arcangelo nel Cilento da Preposito; e quivi adunando quei, ch’erano di buona volontà, vi fece fiorir l’Osservanza.”. Il Di Meo (…) scriveva sulla scorta di Ugo da Venosa (…), un cronista dell’epoca che ci ha raccontato la vita di S. Pietro Pappacarbone (Abate di Cava) e di S. Costabile Gentilcore (Abate di Cava) parlando del miracolo di Pietro sul figlio di Ruggero Sanseverino, scrive che Pietro Pappacarbone: “Essendo nella Chiesa di S. Michele Arcangelo nel Cilento, seppe che Ruggieri Signor ‘Castri Severini’, spesso..”. Dunque il Di Meo, come pure il Gattola, ci parlano di ‘Castro Severini’, che dovrebbe corrispondere all’attuale borgo medievale di San Severino di Centola (vedi immagine). L’Antonini (…), nella Parte II, ‘Discorso III’ (e non IV), a p. 279, ci parla del Monastero di Benedettini, vicino al Castello di Sanseverino di Centola’, e citava un episodio accaduto ai tempi in cui Pietro Pappacarbone (…), si era ritirato nel Monastero di S. Arcangelo: “quod in territori Cilenti situm est”. L’Antonini (…), accenna ad un episodio narrato negli “Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone”, pubblicati dall’Ughelli (…): “..con qualche piccola variazione nè Vescovadi d’Italia”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 385 del vol. I parlando del monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo, in proposito scriveva che: “Esso fu poi visitato più volte dal S. abate Pietro che a Sant’Arcangelo, nominò priori, ecc…, ebbe donazioni (30).”. Ebner a p. 385, nella sua nota (30) e riferendosi al Venusino postillava che: “(30) Narra il Venusino che, in una delle sue periodiche visite al monastero di Sant’Arcangelo, il santo abate apprese che Ruggiero di San Severino continuava a molestare i contadini dipendenti dal monastero. Anzi, che negli ultimi tempi aveva addirittura infierito contro di essi. Ad apprendere le malefatte di Ruggiero, l’abate si accese d’ira così viva da rivolgersi al santo protettore del monastero con la memorabile invettiva: “Elia, sanctae mihahel archangeli sic nos protegis?…ecc..”. Ma già Ruggiero era stato punito nella vita del figlio, perchè contemporaneamente nel suo castello un pavimento sprofondava travolgendo tra le macerie il figliuoletto, uccidendolo. Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del VENEREO, ‘Diction.’ ms., VI, 73, ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Sul “Venereo” sempre l’Ebner a p. 385 scriveva che: “quando papa Urbano VIII, a premiare il grande archivista cavense, il napoletano P. Agostino Venereo (34), per aver ordinato in modo esemplare gli Archivi della Congregazione cassinese di Roma, ecc…”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017 accenna poco o niente sul monastero di S. Arcangelo a Celle di Bulgheria. Il Barra, a p. 61, in proposito si chiedeva: “Ma dov’erano il monte Kellerana e il cenobio di S. Michele Arcangelo ?. La localizzazione tradizionale li collocava nella Calabria ionica meridionale, sui monti Serre nei pressi di Mammola. Ma una rilettura più attenta della vita consente oggi, anche grazie alle preziose intuizioni di Biagio Cappelli, di situarli a monte del promontorio di Palinuro e nella valle del Mingardo. La vita di S. Nicodemo afferma infatti esplicitamente che l’anacoreta, “poiché i discendenti di Agar si levarono e devastarono tutta quella terra, il beato credette che fosse ira di Dio e, allontanatosi da quelli che stavano là, s’inoltrò, fuggendo per monti e spelonche”, fino a che giunse a nord del Mercurion “in una regione di luoghi molto elevati, detta Kellerana, boscosa e molto selvosa, per molti impraticabile, abitata piuttosto da demoni”. Etc…”. Dunque, il Barra chiedendosi sul toponimo “Monte Kellerana” citato nel chronicon agiografico della vita di S. Nicodemo, anche sulla scorta di Biagio Cappelli (….), ci parla della regione della Vale del Mingardo ma non dice nulla sul monastero di S. Arcangelo, anzi del monastero di “S. Michele Arcangelo”, di cui invece abbiamo altre notizie che riguardano Caselle in Pittari.

Il “monastero di Sant’ Arcangelo” dove Pietro da Salerno fu Preposito, alcuni credono fosse quello di Perdifumo

Pietro Ebner si espresse sulla permanenza in questo monastero dell’Abate Pietro da Salerno. A questo proposito e, a quanto scriveva l’Antonini, riguardo il racconto di Ugo da Venosa, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I a p. 704, nella nota (5), riferendosi all’Antonini postillava che: “(5) Antonini, cit., I, p. 383 dice di averne letto in documenti esistenti nell’Archivio della Diocesi di policastro, di cui non è traccia. Cfr. pure a p. 348: nel dire di S. Severino di Camerota scrive: “Sicuramente il paese fu quivi edificato perché il sito lo rendea forte, e messo agli insulti de’ vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fodato, come io verrei fermamente a credere”. Sul termine “cellae”, v. p. 343; a p. 277 confonde il monastero di S. Arcangelo di Perdifumo con quello “presso al territorio di S. Severino, nel luogo detto ancor oggi le Celle, secondo cui ce ne assicura una carta da noi veduta all’Archivio stesso della Cava”. Pertanto ubica un questo cenobio il miracolo di cui nella ‘Vita’ del terzo santo abate di Cava. In nota, però, il nipote Mazzarella Farao corregge l’errore dell’Antonini ubicando il monastero di Sant’Arcangelo a Perdifumo.”. Dunque, l’Ebner citava la correzione del nipote di Antonini, il giovane Mazzarella Farao. Infatti, Mazzarella Farao, nipote dell’Antonini, nella II edizione del 1795 della “Lucania” dell’Antonini, postillerà in nota che lo zio si sbagliava in quanto a suo dire il miracolo del figlio di Ruggiero Sanseverino non fosse accaduto nel monastero di benedettini di Sant’Arcangelo vicino “le Celle” ma nel monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo. Come faceva notare Pietro Ebner (…), scrivendo di S. Severino di Camerota, oggi di Centola, il barone Giuseppe Antonini (…), fu smentito dal nipote Mazzarella Farao, che nella seconda edizione (postuma) della Lucania di Antonini, edizione Tomberli del 1795, in proposito al Monastero benedettino che l’Antonini poneva nel luogo detto “le Celle”, a p. 378 nella sua nota (*) postillava che: “(*) Questo benedetto Monistero di S. Arcangelo in ‘Territorio Cilenti’ non era dove si dice le Celle, ma presso la Terra di Perdifumo, e se ne veggono ancora le ruine ecc…Non bisogna confondere S. Angelo con S. Arcangelo, ne questi con le ‘Celle’, com’è chiaro da quel che ne dice Scipione Ammirato, scrivendo di Rainaldo Conte dè Marsi, uno dè famosi benefattori dei Monaci suddetti., ed al dir del Cioccarelli, il quale mette il ‘S. Arcangelo’ vicino Perdifumo ‘de Cilento Caputaquensis Dioccesis’ ecc…, e le ‘Celle’ sono in Diocesi di Policastro.”. Infatti, nella seconda edizione, quella del 1795, per i tipi di Tomberli, il nipote Mazzarella Farao, a p. 378 della ‘Lucania’ di Antonini, II ed. Come però faceva notare Pietro Ebner (…), scrivendo di S. Severino di Camerota, oggi id Centola, il barone Giuseppe Antonini (…), fu smentito dal nipote Mazzarella Farao. Infatti, il Mazzarella Farao (…), nella seconda edizione (postuma) della ‘Lucania’ di Antonini, edizione Tomberli del 1795, in proposito al Monastero benedettino che l’Antonini poneva nel luogo detto “le Celle”, a p. 378 nella sua nota (*) postillava che: “(*)……….Non bisogna confondere S. Angelo con S. Arcangelo, ne questi con le ‘Celle’, com’è chiaro da quel che ne dice Scipione Ammirato, scrivendo di Rainaldo Conte dè Marsi, uno dè famosi benefattori dei Monaci suddetti., ed al dir del Cioccarelli, il quale mette il ‘S. Arcangelo’ vicino Perdifumo ‘de Cilento Caputaquensis Dioccesis’ ecc…”. Secondo Vito Lorè (…), il monastero in cui si ritirò Pietro Pappacarbone (…), in seguito alla probabile sua cacciata dei suoi stessi confratelli dall’Abazia di Cava dè Tirreni, che egli aveva retto come Abate, non doveva essere il Monastero di S. Arcangelo a Celle di Bulgheria, ma si trattava del Monastero di S. Arcangelo a Montecorice nel Cilento. In Treccani leggiamo che: “Alla rinuncia all’episcopato di Policastro seguì per Pietro la responsabilità della guida dell’abbazia di Cava, affidatagli dall’abate Leone, che lasciò il cenobio indicandolo dunque come suo successore e ritirandosi presso la chiesa da lui fondata a Vietri in onore di S. Leone papa. Pietro impose subito ai monaci, abituati a un controllo meno rigido da parte di Leone, una più stretta disciplina. Secondo il biografo, fu per questo motivo che Pietro venne cacciato dai suoi stessi confratelli (Vitolo, 1985), e non per la volontà di plasmare la congregazione cavense a modello della cluniacense. Sta di fatto che Pietro si allontanò da Cava e gli studiosi concordano nel riconoscerlo in quel Pietro, che tra il 1067 e il giugno 1072 fu abate nel monastero di S. Arcangelo sul monte Corace nel Cilento (Loré, 2008, p. XXIV). Qui diede inizio a un rilancio del monastero basato su una fruttuosa gestione del patrimonio monastico tramite acquisti di terre e concessioni a lunga durata, facendo inoltre di S. Arcangelo un polo attrattivo per le donazioni di terre.”. Il Lorè (…), pone il Monastero di S. Arcangelo sul Monte Corace. Per Monte Corace nel Cilento si intende il Montecorice o Monte Stella. Paul Guillaume (…), nell’opera citata, tradotta nel 2018 dalla Ruocco (…), a pp. 90-91, sulla scorta del racconto del chronicon di Ugo da Venosa, detto ‘Venusino’ (…), “Vite S. Petri ecc.., fol. 19” ci parla dell’episodio del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggiero Sanseverino. Questi nella sua giovinezza, poco rispettoso della chiesa, molestava continuamente i vassalli del monastero di S. Michele Arcangelo di Perdifumo. Etc..”. Sul monastero di Perdifumo ha scritto Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, a pp…….. parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “…..

Nel 1137 (?), il privilegio dell’Imperatore tedesco Lotario III al “monastero di S. Arcangelo” di S. Severino o Celle di Bulgheria

L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi Cilento un luogo posto fuor del corso dell’Alento, etc…”. Dunque, l’Antonini citava tre fonti da cui egli dice aver tratto le dette notizie. Antonini cita una carta o un diploma conservato presso l’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni; cita pure Scipione Ammirato ed infine cita l’Abate Gattola (…) che ci parla del privilegio di Lotario III. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura….e, se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. ”. L’Antonini, sempre sul privilegio di Lotario III, a p. 348 narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, etc…”. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.  

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L’Antonini a p. 279 della Parte III (e non IV) parla del miracolo di S. Pietro Pappacarbone e del figlio di Ruggiero Sanseverino, leggenda tratta da un racconto della vita di Pietro Pappacarbone di Ugo da Venosa (…). Dunque, l’Antonini, lega il monastero in questione, di cui dice essere nel luogo vicino “le Celle” con la questione dell’antico privilegio di Lotario III e con la questione che secondo lui ivi è accaduto il mircolo del figlio di Ruggero Sanseverino. A questo punto però mi chiedo se, nonostante l’eventuale abbaglio dell’Antonini zio (Giuseppe), il monastero di Benedettini, eventualmente di S. Arcangelo, posto nel luogo, come voleva l’Antonini, detto le Celle, esisteva o non era mai esistito perchè l’Antonini non l’avesse mai conosciuto ?. L’Antonini a p. 279 dice pure che di questo antico monastero di S. Arcangelo posto nel luogo detto le “Celle” : “se ne fa menzione in un privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Stor. Cassinese. fol. 86’.”. L’Antonini, parlando del Monastero di S. Arcangelo cita l’antico privilegio dell’Imperatore Lotario III che era stato “rapportato” dall’Abate Gattola (…) che lo riportava in ‘La Storia Cassinese‘, fol. 86. Infatti, anche il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ecc..”. Si tratta di Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86. Infatti, Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. L’Abate Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”. Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che: Il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III.”, poi prosegue e parla di altri monasteri come quello di “S. Pancrazio” etc…Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. Erasmo Gattola (….), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, parlando della storia dei monasteri cassinesi o benedettini, a p. 86, in particolare scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che “il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III”.

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(Fig…) Gattola Erasmo (…), op. cit., fol. (pag.) 86

Dell’antico Privilegio dell’Imperatore Lotario III vi è traccia solo nella citazione del Gattola (…) e, nella“carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava”, che vide l’Antonini. Da Wikipedia leggiamo che  Lotario II (III), detto anche Lotario di Supplimburgo (in tedesco Lothar von Süpplingenburg) (1075 – Breitenwang, 4 dicembre 1137), è stato Rex Romanorum e d’Italia dal 1125 al 1137 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1133. Innocenzo II e Lotario II di Supplimburgo concentrarono a maggio nel 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e si accamparono per tutto il mese. Mentre l’esercito imperiale giunse fino a Bari, che venne devastata. Poi assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga: il Sovrano aveva compreso che non poteva ostacolare l’esercito imperiale e si era rifugiato in Sicilia. Le forze congiunte, Imperiali e Papaline, quindi conquistano la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il pontefice tenne il concilio di Melfi nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore, delegittimò Ruggero II di Sicilia, della Casata Altavilla, in favore di Rainulfo di Alife, della Casata Drengot, nuovo duca di Puglia. Ma ben presto sorsero contrasti tra Lotario e Innocenzo sul possesso del ducato delle Puglie fino all’elezione congiunta del duca Rainulfo, mentre anche nell’esercito serpeggiava il malcontento. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che di questo monastero si parla in Scipione Ammirato (…), al suo ‘Delle famiglie nobili napoletane‘, pubblicato nel 1580. Scipione Ammirato (…), parlando dei Sanseverino, ed in particolare del Conte di Marsico Rainaldo Sanseverino, a p….., in proposito scriveva che:….L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura …….una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che del Monastero di S. Arcangelo presso il territorio di S. Severino veniva citato nel testo di Scipione Ammirato (….), “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla del “Principio della Famiglia Sanseverino”. Di ciò che scrive Scipione Ammirato (…) parlerò in seguito.

Il Conte Rotario o Lotario III ?

Dunque, quando nella trascrizione riportata dall’Antonini si dice: “Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur.”, il Visconti (…) traduce essere scritto: “Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, ecc…”. Di cosa si tratta? Una donazione fatta al monastero di S. Maria di Centola al tempo del Conte Rotario. E chi era questo Conte Rotario di cui parla l’antico Censuale dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola ?. Potrebbe essere quel Lotario III della donazione riportata dall’Abate Gattola citata dall’Antonini ?.

Nel VII secolo, la venuta dei Bulgari nella nostra area

Di questo piccolo centro del basso Cilento ha parlato il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, pp…….L’Antonini (…), a p. 381 in proposito scriveva che: “Fu questa montagna così detta da Bulgari, che vi si fermarono, e fortificarono; vedendosi sin da oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di due ruinati castelli ecc….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermar si vennero, è ben difficile ……….   

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, a pp. 703-704-705, dopo aver detto dei Bulgari, in proposito scriveva che: “Paolo Diacono (1) scrive che ai tempi del duca Romoaldo di Benevento una colonia di Bulgari, guidati da un loro principe, Alzeco, giunse (680) nel ducato beneventano e pacificamente chiese di potersi stanziare nel territorio. Il duca Romoaldo consentì che s’insediassero nei luoghi deserti intorno a Cepino, Isernia e Boviano. Il principe assunse il titolo di gastaldo, di ufficiale del duca. Vi è notizia che ancora nel VIII secolo conservassero la loro nazionalità parlando la loro lingua, oltre il latino (2). Recenti ricerche tendono a mostrare (3) che il duca Romoaldo avesse consentito che parte della colonia s’insediasse pure nella zona di Paestum allora ridotta a sola riserva di caccia (‘ad capiendas aves’) e che di là si fossero spinti oltre l’Alento stanziandosi alle falde di un monte che da essi prese poi il nome (Monte Bulgheria). Goffredo Malaterra (4) poi ricorda che Roberto il Guiscardo avesse assoldato slavi di Celle (di Bulgheria) perchè conoscitori attenti di tutti i passi del territorio. Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’immigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale “oltre ai suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi (in Italia) ancora Bulgari”. Probabilmente sede di una laura con celle di monaci italo-greci, per cui il nome di Celle all’abitato sortovi intorno; il villaggio seguì le sorti di Roccagloriosa, di cui fu casale fino alla sua elevazione a sede comunale. E’ notizia però che il feudatario di Centola, oltre a esigere la bagliva di Foria esigesse anche quella di Poderia, ora frazione di Celle. Villaggio quest’ultimo di cui, a dire dell’Antonini (p. 381), furono baroni Latino Tancredi, autore del ‘de Naturae miraculis’ e del consigliere Giovanni Andrea di Giorgio, noto per le sue opere legali.”. Ebner, a p. 703, vol. I, nella nota (1) postillava che: “(1) Paolo Diacono, V, 29: Eisdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit sc. Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates (….) Usque hodie in iis, ut diximus, locis habitantes, quamquam et latinae loquantur linguae tamen propriae usum non amiserunt”. Ebner, a p. 704, nella nota (2) postillava che: “(2) F. Hirsch cit., p. 42 ricorda TEOFANE, p. 546 ad a. 671 e NICEFORO, Breviarium (ed. de Boor, p. 33, i quali affermano che l’emigrazione avvenne ai tempi dell’Imperatore Costante, nel 669, e che la parte che venne in Italia si stanziò nella Pentapoli. Un documento posteriore del principe Sicardo (a. 833) ricorda il ‘Grauso Bulgarensis’ come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughell., p. 468).”. Ebner, a p. 704, nella nota (3) postillava che: “(3) V. D’AMICO, I bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era volgare. Loro speciale diffusione nel Sannio, Campobasso, 1933. Dello stesso autore, vedi pure ‘Importanza dell’immigrazione dei bulgari nell’Italia’, “Atti 3° Convegno internaz. Studi sull’alto medioevo”, Spoleto 1959, p. 372, Cfr. pure Ebner, Storia, cit. , p. 91 specialmente Economia e Società, cit., p. 28.”. Ebner, a p. 704, nella nota (5) postillava: “(5) G. Malaterra, I, 16.”. Della cosa ha scritto pure Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Forse si riferiva all’invasione o trasmigrazione di gruppi di Bulgari nell’area. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento medievale’, vol. I, p. 261, parlando di Celle di Bulgheria, scriveva che: “Con Acquavena e Rocchetta faceva parte della baronia di Roccagloriosa (v.) dei Sanseverino.”. Sempre l’Ebner (…), parlando di Roccagloriosa, scriveva a p. 282 che: “Se ne ha notizia specialmente da documenti del ‘200”, non approfondendo e non citando affatto i privilegi citati dall’Antonini (…). Sempre l’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, ci parla di ‘Celle di Bulgheria’ e, scrive che: “Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto il Guiscardo nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’emigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale ecc..ecc..”.

Il monte ‘Cellerano’, il capo Spartivento a Palinuro, il promontorio della Molpa, la ‘Gola del Diavolo’

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193 e s.. Infatti, Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: “Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Ricercando il monte Cellerano ecc…mi sembra che possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Plalinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musumane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42). Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare.. Sempre Biagio Cappelli, a sostegno della sua tesi sui luoghi di frequentazione di S. Nicodemo raccontati nella sua ‘Vita’ in proposito aggiungeva che: “Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Fulgenzio: e cioè che il personaggio di Palinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti  bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47).. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, op. cit., I, pp. 273 e 274”. Riguardo il testo citato si tratta di Apollinare Agresta (…) e del suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”; l’altro testo è quello di Domenico Martire (…), e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (40) postillava che: “(40) P. Zancani-Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo i testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia Graeca, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (47) postillava che: “(47) O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.”. Riguardo il testo citato si tratta di Ottavio Gaetani (….) e del suo ‘Vitae Sanctorum Siculorum’, Panormi, 1657. Biagio Cappelli, sempre in riferimento al racconto di Fabio Planciade Fulgenzio aggiungeva che: Ciò senza contare che il racconto potrebbe anche aver avuto come sfondo la stessa bassa valle del fiume Mingardo, detta oggi “valle dell’Inferno” per lo aspetto orrido che presenta nelle sue dolomie strapiombanti per centinaia di metri, in un paesaggio desolato su cui aleggiano solitudine e silenzio donati dalla completa assenza di vita che vi domina e che talora produce come un senso di angoscia. Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48).. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII.

I monaci italo-greci o basiliani nell’area del Monte Bulgheria

Un altro autore che ci parla di Celle di Bulgheria è Biagio Cappelli (…), nel suo “Il Monachesimo basiliano ai confini calabro lucani”, e a p. 193, in proposito scriveva che: “la denominazione di Cellerano mi sembra possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria.”. Sempre il Cappelli, a p. 305, in proposito a Celle di Bulgheria scriveva che: “momenti di pericolo rivolsero, tra altri, i loro passi S. Saba di Collesano, che si fermò nella marina di Palinuro, e S. Fantino e S. Nicodemo del Cirò, che trascorsero parte della loro esistenza nelle vicinanze di Celle di Bulgheria (36).”. Il Cappelli, a p. 312, nalla sua nota (36) postillava che: “(36) ‘Vita di S. Nilo Abate etc.’, pp. 6; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc., (ed. Cozza-Luzi), Roma, 1893, p. 50; S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo e S. Nilo e il cenobio di S. Nazario’, e il ‘Mercurion’, in questo volume”. Dunque, secondo il Cappelli, vi sono delle connessioni con l’area del Monte Bulgheria e la venuta di alcuni monaci basiliani, come S. Fantino e S. Nicodemo del Cirò (S. Nilo da Rossano e S. Nazario), ecc…, questi quasi tutti monaci provenienti dalla Calabria che venivano in eremitaggio in questa area che il Cappelli dice essere l’antica regione del ‘Merkurion’. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193 e s.. Infatti, Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: “Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Ricercando il monte Cellerano ecc…mi sembra che possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Plalinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musumane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42). Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare.“. Sempre Biagio Cappelli, a sostegno della sua tesi sui luoghi di frequentazione di S. Nicodemo raccontati nella sua ‘Vita’ in proposito aggiungeva che: “Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Fulgenzio: e cioè che il personaggio di Palinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti  bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47).“. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, op. cit., I, pp. 273 e 274”. Riguardo il testo citato si tratta di Apollinare Agresta (…) e del suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”; l’altro testo è quello di Domenico Martire (…), e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (40) postillava che: “(40) P. Zancani-Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo i testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia Graeca, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (47) postillava che: “(47) O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.”. Riguardo il testo citato si tratta di Ottavio Gaetani (….) e del suo ‘Vitae Sanctorum Siculorum’, Panormi, 1657. Biagio Cappelli, sempre in riferimento al racconto di Fabio Planciade Fulgenzio aggiungeva che: “Ciò senza contare che il racconto potrebbe anche aver avuto come sfondo la stessa bassa valle del fiume Mingardo, detta oggi “valle dell’Inferno” per lo aspetto orrido che presenta nelle sue dolomie strapiombanti per centinaia di metri, in un paesaggio desolato su cui aleggiano solitudine e silenzio donati dalla completa assenza di vita che vi domina e che talora produce come un senso di angoscia. Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48).“. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII.

Il piccolo borgo medioevale di San Severino di Camerota oggi di Centola a Forio di Centola

S. Severino di Centola

Basilica dell'Abbazia di S. Maria di Centola

Da Wikipedia leggiamo che: Il vecchio abitato di San Severino è un borgo medievale abbandonato sovrastante la valle del fiume Mingardo, che qui scava una stretta forra chiamata Gola del Diavolo. Risale al X-XI secolo e serba tracce delle varie epoche storiche fino al Novecento, conservando le rovine di un castello e di una chiesa. Secondo l’umanista Pietro Summonte, il villaggio prese il nome dalla famiglia Sanseverino, la più potente e ricca nel Principato di Salerno, con i Normanni prima e nel Regno di Napoli poi con gli Angioini e Aragonesi. Di parere opposto è Giuseppe Antonini, il quale, all’inverso, sostiene che sarebbe stata la famiglia patrizia a prendere il nome dal borgo; la stessa tesi sostengono il Bozza e Domenicantonio Stanziola, prete e storico di Centola del XIX secolo, secondo il quale la potente famiglia dei Sanseverino “si nomò così dal castello e Borgo di Sanseverino”. Le fonti storiche esistenti indicano nel VII secolo la probabile origine dell’insediamento urbano nella gola della “Tragara” che sovrasta il fiume Mingardo ad opera di mercenari bulgari emigrati con il loro principe Aztek nel principato longobardo di Salerno, come riferito da Paolo Diacono nella sua ‘Historia Langobardorum’. Questi soldati furono adibiti al controllo della gola del Mingardo e della principale arteria di collegamento per il Golfo di Policastro che appunto si dipanava per questa gola, garantendo il collegamento con il porto di Palinuro. A quest’epoca risale il primo insediamento con la costruzione di una torre di avvistamento, i cui resti sono visibili dall’alto, e le prime abitazioni per gli armigeri.

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(Fig…) Gola della Dragara o detta del ‘Diavolo’, nei pressi di S. Severino di Centola

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(Fig…) Borgo di S. Severino di Centola – resti della parte absidale della chiesa

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(Fig…) Antonini (…), pp…

La vasta contea Longobarda di Policastro

La Contea di Policastro fu un antico feudo nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Come scrisse il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 25, parlando di Policastro, riportava diverse notizie interessanti sul periodo di dominazione Longobarda: “Dall’839 al 1076 Policastro appartenne al Principato Longobardo di Salerno, poichè questa città colle terre di Campania e di Lucania fu assegnata al principe Siginulfo.”. Scrive ancora il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene Schipa, riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido, nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino.

Il conte Guido, fratello del Principe di Salerno Gisulfo II

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), parlando del piccolo borgo medioevale, oggi abbandonato, di San Severino di Camerota in proposito scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla restaurazione della Diocesi Bussentina in Diocesi Paleocastrense (…), scriveva che: “Come ho detto altrove (2), dopo la sua restaurazione, Gisulfo II di Salerno per ringraziare i normanni di Umfredo e Guglielmo di Altavilla che, disperdendo i congiurati, lo avevano reinsediato sul trono di Salerno, oltre a investire i normanni dei castelli già in loro possesso (3), s’impegnò solennemente ad assegnar loro, con lo “salaire” (tributi) (4), altre terre e castelli.  Allo zio Guido che, reggente, aveva rifiutato il trono per il rispetto verso l’erede e che tanto aveva cooperato alla restaurazione invocando di persona l’aiuto dei normanni, il principe Gisulfo II, ecc..ecc..”Pietro Ebner (…), nella sua nota (2), a p. 540, postillava che: “(2) Ebner, op. cit., vol. I, pag. 32 e s., 81 sg., 152 sg.”. Queste notizie, però, non sono interessanti per l’argomento in quanto i riferimenti delle note citate da Ebner, riguardano la restaurazione di alcune Diocesi e la loro latinizzazione. Pietro Ebner (…), nella sua nota (3), a p. 540, postillava che: “(3) Amato di Montecassino, op. cit., III, p. 32.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Amato di Montecassino (…), in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca Francesco, Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 223-224-225-226, in proposito alla congiura contro il principe Guaimario V e su Guido, così postillava a riguardo: “(40) L’evento era stato preannunciato da prodigi non bene interpretati, sui quali si diffonde Amato con il candore proprio del suo animo di religioso. Benchè informato che qualcosa si tramasse contro di lui, il principe non volle umiliarsi a provvedere, scrive Amato che ricorda il 2 giugno 1052 come giorno di pianto e disperazione (Amato, III, 25,26,27).”.

Nel 1052, “in finibus Salernitanis”, il territorio compreso fra l’Alento ed il Bussento

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc….”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Sempre sul “sacro Palatio”, l’Ebner ha scritto nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p…….Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi al principe di Salerno Gisulfo II, in proposito scriveva che: Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: La contea di Capaccio, come abbiamo visto, consisteva nello stesso ambito territoriale della Circoscrizione di Lucania, quale si era venuta a configurare dopo la divisione del 1034, di modo che la città di Capaccio era contemporaneamente sede di questa circoscrizione – retta da un Gastaldo, funzionario della curia del Principe – e sede della contea, quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2), lasciando il suo patrimonio nelle mani dei figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso, i quali, secondo il diritto di successione longobardo, ebbero la signoria del feudo e portarono tutti il titolo di Conte. Mantenutosi neutrali al momento dello scontro fra il Guiscardo e Gisulfo II, loro zio, furono dallo stesso duca Roberto lasciati nel tranquillo possesso di questa contea, dove, scomparso nel frattempo l’ordinamento amministrativo della circoscrizione di Lucania e incamerato, probabilmente, il castello di Capaccio dalla curia ducale (3), i territori apparvero unicamente retti come feudo, frazionati in più possedimenti, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 1, p. 116”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del Principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”.

Nel 1052, il longobardo Guido, fratello di Gisulfo II e la vasta contea di Policastro

Il Guido di cui si parla in questo mio saggio era fratello di Gisulfo II e non figlio. Guido, Conte di Policastro, era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV), e fratello di Gisulfo II, divenuto alla morte del padre suo successore e Principe di Salerno. Guido, dunque era anche fratello di Sichelgaita che sposò Roberto il Guiscardo. Guido, conte di Policastro era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV) e Gemma. Guido di Policastro era anche nipote di Guido Conte di Sorrento e di Conza, fratello di Guaimario IV. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Da wikipidia leggiamo che: “Gisulfo II ebbe anche cinque figli: Pandolfo, Guaimario (V) – che fu in co-reggenza con Gisulfo -, Landolfo, Guido e Giovanni.”.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 116, in proposito scriveva che: Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……………………

Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (5) postillava che: “(5)……..

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”.

Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…..Nè l’attenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quella di S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: “Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Ecc…”.

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla donazione che il nuovo principe Gisulfo II, suo nipote e principe del Principato di Salerno, scriveva che: “Allo zio Guido che, reggente,……il principe assegnò l’importante contea di Conza e, nella politica di assicurarsi la fedeltà di altre lontane terre del Principato, assegnò ai fratelli Guido e Guaimario altre contee lungo la fascia tirrenica. Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Schipa, cit., Ibid.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 224-225-226, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: “Creò la contea di Policastro, delicata zona di confine come s’è visto, affidandola con altri castelli nella valle dei S. Severino (oggi di Centola) al “prode e bellissimo” Guido e diede Cilento, con altri castelli al fratello Guaimario.”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc…”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (92), postillava che: “(92) …………….

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), scriveva: Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc…”

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), parlando del piccolo borgo medioevale, oggi abbandonato, di San Severino di Camerota in proposito scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”.

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico.

Nel 1054, Castel Mandelmo a Licusati, il castello di S. Severino e la contea di Policastro del conte Guido

In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. In origine, nel 1054, il castello, con il feudo di Policastro, era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, l’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…). Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi (….), dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’ che, verso l’anno 1077 fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380 parlando della situazione politica nell’anno 1066, ormai mutata, con la vicina “Contea del Principato” retta da Guglielmo d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e donatagli da Umfredo, l’imminente caduta del principe Gisulfo II, riferendosi al conte Guido di Policastro, in proposito scriveva che: L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Dal 1053 al 1057, i Normanni di Umfredo e Roberto d’Altavilla, la conquista di gran parte dei territori di Gisulfo II (Principato Longobardo di Salerno) e la valida e strenua difesa del Conte Guido di Policastro

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. I Normanni, al comando dello stesso suo cognato Roberto, Umfredo e Guglielmo suo fratelli del Guiscardo, tra l’anno 1053 e il 1054, occuparono moltissimi territori del Principato di Salerno. Caddero nelle loro mani le fortezze di Laurino e Novi, nonchè quasi per intero la Bricia. Resistettero per il momento Policastro, il castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola, forse detto all’epoca ‘Castel de’ Mandelmo’, sul fiume Mingardo. Pare che il territorio fu organizzato in una nuova circoscrizione detta contea di Principato’, che fu concessa da Umfredo d’Auteville, conte di Puglia, al fratello Guglielmo, col titolo di comes che tenne la sua sede amministrativa (Curia), ad Eboli e, concesse il suffeudo al miles Guglielmo de’ Mannia. Vito Lo Curto (…), nel suo “……………………………………..”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI la situazione dell’Italia meridionale si presentava, come è comunemente noto, quanto mai complessa e frastagliata: gli Arabi dominavano la Sicilia, i Bizantini (i greci) la Calabria (e quindi parte del basso Cilento) e la maggior parte della Puglia; esistevano poi i principati Longobardi di Benevento, Salerno e Capua nonchè le città (formalmente bizantine ma di fatto indipendenti) di Amalfi, Napoli e Gaeta con diversi possedimenti circostanti. Intorno all’anno Mille i primi Normanni – secondo il cronista Leone Ostiense (32), approdarono a Salerno. Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Riguardo il Principato di Salerno di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, vi fu un momento in cui il Principe Gisulfo II, dovette chiamare in aiuto i Normanni di Roberto il Guiscardo che sposò la sorella Sighelgaita e gli salvò il trono che ben presto dovette cedere proprio a loro come ci racconta la cronaca del Malaterra. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene Schipa, riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido, nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spietato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tratteggiasse già nel consegnare l’oro promesso a Riccardo d’Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di S. Nicandro e Castelvecchio e di una terra detta Facosa la Nova. Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini dell’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner, a p. 34, nella nota (92) postillava che: “(92) I fratelli di Alfano vennero imprigionati da Gisulfo, e mai liberati, per aver preso parte alla congiura contro il padre Guaimario V.”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (93), postillava che: “(93) Terzo e sesto degli Altavilla: Guglielmo “Braccio di ferro”, Drogone, Umfredo, Goffredo, Roberto il Guiscardo, Guglielmo del Principato, Ruggiero I.”. Ebner, a p. 34, nella nota (94) postillava che: “(94) Nel ricordare la partenza (a. 981/2) di Ottone II da Salerno per Taranto, dopo la conferma a pprincipi di Salerno di Mansone di Amalfi e del figlio Giovanni I, M. Schipa (Storia del principato di Salerno, Roma, 1968, p. 172) afferma che l’imperatore “si avviò quindi alla famosa impresa al finire del verno, per Bricia, presso Capaccio, e per la Lucania”. La notizia fu tratta dal Chron. di Romualdo di Salerno ad an. 981 (“De-hinc per Brixiam – al. Briciam – et Lucaniam in Calabriam perrexit”). Ma v. Alfano (‘Ad Guidonem fratem’, in Schipa, ‘Storia’, p. 277, vv. 27-30 e 53-56: “Sunt in Lucania portus regione velini // Quo Brittiorum vallis amoena iacet”, v. pure dello stesso Schipa, ‘Il Mezzogiorno’, cit., p. 169, dove è cenno dell’occupazione di Velia.”. Ebner, a p. 35, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Schipa cit., vedi pure il Mandelli cit., f. 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, I, 15) che “Guglielmo era comes totius Principatus (….) di questo Guglielmo figlio di Tancredi, quale, come si è detto, fu fatto da Umfredo Conte del Principato.”. Ebner a p. 35, nella sua nota (96) postillava che: “(96) M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma 1904, p. 31. Il Mazziotti dà la sola notizia senza riferimenti. In ogni caso si tratterebbe del secondo Guglielmo, uno dei due figliuoli (l’altro era Roberto) del primo conte del Principato per cui è da supporre che la contea di Adalberto e Rodelgrimo di Magliano (v.) fosse stata privata dei soli territori verso l’Alento.”. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, dove il Carucci cita un passo di Goffredo Malaterra (….), da cui molto probabilmente aveva attinto l’Ughelli, a p. 277, in proposito scriveva che: “I Normanni invasero da ogni parte con infinito danno il territorio di Salerno (1)” (eslamava il poeta Amato). Inutilmente il papa Leone IX venne nel 1053 a Salerno, s’accordò con Gisolfo per muovere contro i Normanni: che anzi Gisolfo non potè nemmeno prender parte alla lotta, che scoppiò proprio quell’anno tra il papa e i Normanni e che finì colla sconfitta del papa a Civitate. Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’Imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1), occuparono poi i castelli longobardi esistenti nella valle del Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3).”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Il Carucci, a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le terre che costituirono la contea di Principato furono per la prima volta occupate da Umfredo e date al fratello Guglielmo: ‘Guilelmo terram illam quae principatus dicitur distribuit. Malaterra, I, 15.”.  Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 79, nel suo cap. III, riferendosi alla  Signoria di Novi, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “E’ quasi certo, anzi, che il sorgere di quella signoria cada dopo la restaurazione  di quel principe (a. 1052), e cioè quando il terzo conte di Puglia, Umfredo (a. 1051-1057), con il fratello Guglielmo, stanchi delle tergiversazioni di Gisulfo s’impadronirono con la forza di alcune terre, dopo di aver atterrito con distruzioni e saccheggi le inermi popolazioni che abitavano tra il Tusciano e gli estremi confini salernitano-lucani e calabri dell’odierna provincia di Salerno. Da qui imprendevano poi la preordinata conquista di quei territori di cui Amato di Montecassino e Alfano da Salerno ci hanno tramandato nomi e limiti (3)……Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea di Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi.”. Ebner, a p. 79, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Alfano, cit., Amato, cit., III, 45 e p. 161 no 30.”. Ebner a p. 80, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner si riferiva ai due testi di Michelangelo Schipa (….), Storia del Principato longobardo di Salerno, e Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del citato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Ecc…”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Amato, IV, 33 sgg: le malefatte del principe, enumerate in questo paragrafo, vengono documentate una per una nei successivi (v. oltre).”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatasi dal fratello Guido.”. Ebner, a p. 85, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residenz alta Policastri victor in aula”. Secondo Amato, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Roberto ruppe gli indugi partendo con Sighelgaita per la Calabria dove la sposò (a 1058 assegnandole, come si è visto, quale “dono del mattino” un quarto delle terre conquistate in Calabria. Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è un documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “Ma quando Umfredo e Guglielmo tornarono a Salerno per ricevere ciò che era stato loro promesso, il principe cominciò a tergiversare, al punto che i normanni “molto corrocienz” (6), indignati, si allontanarono da Salerno iniziando l’occupazione di tutto quel territorio, di cui poi Umfredo investì il fratello Guglielmo con il prestigioso titolo del Principato (7) Con il suo solito tergiversare, Gisulfo aveva spazientito anche Roberto il Guiscardo, rinviando cioè, ‘sine die’ la consegna della dote della bella e virile sorella Sighelgaita, per cui Roberto, rompendo gli indugi, partì con la principessa per Melfi, dove la sposò (8). Gisulfo che già aveva tentato di recuperare la contea del Principato, sfruttando momentanei dissapori (9) sorti tra Roberto e Guglielmo, tentò ancora una volta di conseguire i suoi fini nominando arbitro della questione appunto Roberto. Il Guiscardo, però, ancora indignato per il comportamento del principe, si vendicò del cognato, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da Eboli e Sicignano al Calore e all’Alento e, per Magliano, ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (6), a p. 541, postillava che: “(6) Amato, cit., III, 45.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (7), a p. 541, postillava che:“(7) G. Malaterra, cit., p. 26: Willelmum vero in Principato “. Pietro Ebner (…), nella sua nota (8), a p. 541, postillava che: “(8) Ebner, Storia, cit. p. 88. Per altre notizie, pp. 37, 42 e 121.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (9), a p. 541, postillava che: “(9) Guglielmo rifiutava di riconoscersi vassallo di Roberto il Guiscardo”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 218, parlando dei dissapori sorti tra il Guiscardo ed il fratello Guglielmo e, riferendosi all’invidia di Guido per il matrimonio tra il Guiscardo e la sorella Sighelgaita, scriveva che: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, ‘Storia, cit., ed. Economia e società, cit.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: 4. Stanchi di attendere, e indignati (“molt corrocienz”, scrive Amato) per l’inqualificabile comportamento del principe, i normanni si ribellarono. Lasciata Salerno, impresero a saccheggiare e a incendiare villaggi esasperando così la popolazione (“a furore normannorum libera nos Domine”) che insorse. Sotto la direzione di un guerriero, esperto e valoroso, qual era Guido, il fratello del principe Gisulfo, le popolazioni cominciarono a guarnire le “lor terres et lor chasteaux de murs et de palis”. Contro queste posizioni fortificate s’infranse più che il coraggio dei normanni l’impeto delle loro agguerrite cavallerie.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: Ciò provocò l’insorgere di non pochi complessi nel principe (43), che cercò quasi di esorcizzarli rinviando ‘sine die’ gli impegni assunti, persino sulla consegna della dote della sorella Sighelgaita. Fu a questo punto che Roberto il Guiscardo, indignato, sposò malgrado tutto Sighelgaita (Melfi, a. 1059) assegnandole, secondo il costume longobardo, la quarta parte delle conquiste in Calabria (44), di cui alcune estorte con la frode. Margingab costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45). Ecc…”.

Ebner, p. 225

Ebner, a p. 225, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, ‘Storia’, cit., pp. 34 e 84.”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Id., ibidem, p. 87 sg. Roberto il Guiscardo aveva ripudiata Alverada di Buonalbergo dalla quale aveva avuto anche il noto Boemondo.”. Pietro Ebner, in questo passaggio, riferendosi al “Marcingab”, la dote Normanna che il Guiscardo donò alla sua seconda moglie Sighelgaita, si riferiva agli avvenimenti che precedettero l’anno 1059, in cui Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo sposò la principessa longobarda Sighelgaita, sorella del principe Gisulfo II e, a cui donò, secondo il costume Normanno la quarta parte delle conquiste dei territori della Calabria, che appunto aveva conquistato precedentemente. Ebner lo chiama “Margingab” (la dote Normanna) era costituita, secondo lui costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45).”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Il Racioppi (cit. p. 86 sg.) nel riportare un brano del cronista Giordano (visse intorno al 1314, termine della sua cronaca) si meraviglia che il Guiscardo si fosse impadronito della Puglia e della Calabria nel recarsi in Sicilia e non “della Lucania che era in mezzo tra le due”. Cosa che avrebbe poi fatto, secondo Giordano (‘qui veniens versus Lucaniam eam subiecit. Inde ivit Salerno’), al ritorno. Ma v., per la questione, anche i brani riportati di Alfano e di Romualdo salernitano.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: “Dopo di aver assalito e conquistato “lo chastel de Saint Nicharde”, di cui rinvengo notizia dai Registri Angioini (46), i normanni, scrive Amato, “von devorant lo Principat tout” impadronendosi pure di “Castel Viel et Facose le Nove” e spingendosi fin nella Bricia dell’arcivescovo Alfano. Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido all’usurpazione della “gens Gallorum”, Alfano informa che i normanni, penetrati in Lucania, raggiunsero anche i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre fin verso la Calabria. Le terre occupate che dovevano comprendere anche parte della pianura ebolitana, come si evince da alcune pergamene cavensi (47), ricadevano nella giurisdizione della diocesi pestana. Un territorio enorme cui Umfredo d’Altavilla prepose il fratello Guglielmo (48) con il titolo fino a quel momento “ignoto di conte del Principato”, come dice M. Schipa, ma che il territorio pare avesse già prima dell’arrivo dei normanni (49). Ecc…”. Ebner, a p. 226, nella nota (46) postillavano che: “(46)

Ebner, vol. I, p. 226.PNG

E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1). Le altre schiere, a seguito dei due fratelli d’Altavilla, discesero verso Sud e occuparono il bacino del medio corso del Sele e le limitrofe località poste tra Contursi, Eboli, Persano e la futura Altavilla, dopo essersi attestate, pare, nel castello di S. Licandro, presso l’attuale stazione di Sicignano (2). Più delle acque stagnanti della pianura pestana valsero certamente le fortificazioni di Capaccio e di Agropoli ad impedire che i Normanni si riversassero allora lungo le zone costiere a sud del Sele. Essi più agevolmente avanzarono, seguendo la direttiva di marcia tenuta da tutte le precedenti invasioni della regione, verso il vallo di Diano e, dopo aver soggiogato i versanti centro orientali dei monti Alburni, proseguirono per la via di Sanza e di Rofrano, raggiunsero i dintorni di Policastro e si affacciarono sul Tirreno. Distruggendo e saccheggiando, la travolgente avanzata normanna andava “divorando tutto il Principato”, come esprime Amato di Montecassino, e rendeva vana ogni resistenza organizzata, per cui le popolazioni si rinchiudevano e fortificavano nei castelli e nei borghi: “…..quant les gens des chasteaux surent ceste desstruction, il garnirent lor terres et lor chasteaux de murs et de palis (3). Anche Guido, il fratello di Gisulfo II, fu costretto a chiudersi in Policastro, lasciando che gli invasori, dopo aver occupato le terre di Laurino, di Novi e di Laurito, dilagassero in quelle della Bricia e si impadronissero di “Castello di Velia” (4). Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, mentre dall’alto del Castellum Cilenti Guaimario, che i contemporanei chiamarono, per motivi a noi ignoti, “detrattore e divoratore”, impediva che da Sud i Normanni penetrassero nella Lucania e nel Cilento. Quando questi però si fermarono, a Gisulfo II era rimasto ben poco del suo Principato: controllava ancora direttamente solo le terre comprese fra Salerno, Cetara, Nocera, qualche sparsa località nei dintorni della sua capitale ed i territori posti fra il Sele, Capaccio, Magliano e l’Alento; restavano comunque legati al suo trono i vasti possedimenti della Mensa arcivescovile di Salerno, concentrati soprattutto entro i confini costituiti dal torrente Asa, Giffoni, Olevano, il corso medio e basso del fiume Tuscaino e quello inferiore del Sele, inoltre la contea di Magliano, retta dai conti longobardi Saliperto ed Erimanno Guiselgardo (1), e, nella Bricia, S. Severino e Policastro (2). Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5). Non bastando ciò, il principe di Salerno era molestato da Riccardo d’Aversa, che chiedeva compensi per l’aiuto fornitogli nel 1052, e dagli Amalfitani, coi quali era in guerra sia per vendicare l’uccisione del padre sia per punire la loro ribellione al dominio salernitano e che, intanto, gli devastavano le coste fra Cetara e Policastro, impedendo la navigazione ai suoi sudditi (6).”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bisogna distinguere il territorio del Principato di Salerno, ancora in mano a Gisulfo II, da quello della Conta di Principato, che era solo una parte del primo e fu organizzato dai normanni in Contea prima del 1057. Sull’estensione di quest’ultimo vedi il paragrafo: ‘La Contea di Principato’.”. Sulla citazione del Cantalupo dei due studiosi Natella e Peduto, sulla “non” distruzione di Policastro da parte dei Normanni si rimanda al prossimo saggio sui Normanni di Roberto il Guiscardo.

Nel 1058, Guimondo de Mulsi, Guglielmo (I) d’Altavilla e la CONTEA DEL PRINCIPATO e l’usurpazione di beni della Chiesa Salernitana

Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: “Guimondo de Mulsi. Quest’ultimo era stato certamente milite di Guglielmo del Principato dal quale aveva ottenuto quel feudo nella Valle di S. Severino confinante con una contea liminare della Calabria, quella di Policastro residenza del prode Guido, fratello del principe Gisulfo. E appunto per una lite di confini, come vedremo, il conte di Policastro venne assassinato.”. Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che:  “(17) Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa (Amato, II, 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, v. in Amato cit., p. 99.”. Su Guimondo de Mulsi, Ebner, nella nota (16) postillava che:  “(16)…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ecc…”. Michelangelo Schipa (….), nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ecc…(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino scriveva pure di Guimondo de Mulsi. Dunque, Guimondo de Mulsi, era usurpatore pentito dei beni della Chiesa Salernitana. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), ecc…”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29) Per le terre occupate, Schipa, Storia, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la relativa loro entità in rapporto alle altre. Delle terre di Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanis”, e I 445 anno 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 (donazione alla stessa chiesa di S. Maria di Salerno ecc…ecc…Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: S. Pietro de Toro, S. Vito al Sele, chiesa di S. Michele Arcangelo, “quae sita est in cripta Montis qui dicitur aureus”, Olevano, il Lago maggiore e le cose del Tusciano, di Lama, Rivo Alto, Asa, Picentino, Giffoni, Salsanico, Forino, Anguillaro e Prato. La vastità di queste usurpazioni lascia immaginare l’estensione delle terre di chiese e cenobi locali occupate da Guglielmo de Màgnia. Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa salernitana, di cui v. il diploma di Balducci cit., I, p. 10. Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”.

Nel 1067, la Contea di Policastro, il conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli incendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: “Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6). Nè i rapporti del conte di Policastro con il fratello Gisulfo erano quelli di otto anni prima. Di fronte all’aggressiva reazione dei normanni, non accontentati dal principe nelle loro giuste richieste, Guido aveva fatto sue le rimostranze del fratello stroncando le brutali e rapide loro conquiste. Ma poi aveva capito e, sulla scia dell’omonimo zio Conte di Conza, aveva mutato atteggiamento. Si era reso conto, cioè, che il fratello Gisulfo avrebbe potuto conservare il trono solo se, adattandosi alla nuova situazione, fosse tornato alla politica paterna: Guaimario V (IV) con le indispensabili investiture ai conti normanni era riuscito, oltre che a salvaguardare la propria autorità, ad accrescerne il prestigio. Il principe, però, forse per insofferenza dei continui consigli di moderazione dello zio, certamente geloso del prestigio militare goduto dal fratello Guido, forse anche perchè era giunto il tempo di una ulteriore conferma del noto vecchio adagio latino (7), persisteva nell’insano suo comportamento verso i normanni. Un modo d’agire intollerabile per Guido, specialmente per l’inconsulto tergiversare di Gisulfo circa la consegna della dote alla coraggiosa sorella Sighelgaita, la quale, seguito a Melfi Roberto il Guiscardo, lo sposava ricevendone quale “dono del mattino”, l’antico longobardo ‘morgincap’ (8), il quarto dei beni conquistati dal marito, tra cui, forse, anche castelli confinanti con la contea di Guido. E’ evidente che tutto ciò rendeva più che precaria la salvaguardia dei confini, dei settentrionali più che dei lucano-calabri. Qui era Roberto al quale, oltre che da vincoli di parentela, Guido era ormai legato da ammirata amicizia per quel suo leggendario valore che doveva suscitare la considerazione persino dell’ostile Anna Commeno. L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, nel cap. III, a p. 88 parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò. Sorpreso lungo il viaggio dagli sgherri di Guimondo, Guido venne ucciso dopo strenua resistenza (a. 1075). Poco prima Alfano aveva inviato al valoroso guerriero quel suo carme che si chiudeva con l’augurio di vederlo vincitore dei Parti (Turchi) e sovrano di Costantinopoli.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”.

Nel 1075, lo sconfinamento di Guimondo dei Mulsi nella Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, a p. 88, in proposito scriveva che: Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Fu in questo periodo che il Guiscardo sposando la Principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II, Guido di Policastro potè riconquistare la sua contea, recuperando gran parte della Bricia (Calabrie), anche se la cosa non risultò gradita a Roberto il Guiscardo che nel frattempo si era riappacificato con il fratello Guglielmo che otteneva gran parte dei territori del Cilento. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ucciso da sicari nel 1075, mentre si recava a Capua per rivendicare parte del proprio territorio usurpato da Guimondo (72).”. Il Campagna, nella sua nota (72), a p. 258, postillava che: “(72) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, op. cit., VII, 12.”. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua ‘Storia dei Normanni’. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi. Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II. La definizione della spinosa vertenza fu affidata all’arbitraggio del principe di Capua, che non fece in tempo ad intervenire.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Per questioni di confini si accesero presto liti (10) tra Guido e Guimondo, finchè non si decise di affidare la definizione della vertenza all’arbitraggio del principe di Capua (Guido aveva rifiutato il fratello).”. Ebner (…), nella sua nota (10), a p. 541, postillava che: “(10) Più che probabile il disegno di Guimondo d’impadronirsi della contea di Policastro eliminando Guido che tanto si era opposto all’invasione normanna. “. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ed avevano fatto accordo di rimettere il giudizio delle loro contese all’arbitrato del Principe Capuano, che Guido, secondo Amato asserisce, aveva preferito a quello stesso di Gisulfo, proposto dal suo emulo…..(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”.

Nel 1075, l’uccisione del longobardo Guido, conte della vasta Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando della congiura “che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno”, ci parla anche di Guido ed in proposito scriveva che: “Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni (‘northmann’, uomo del nord) di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella Valle di S. Severino”; Guaimario “terre e il castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo con sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni ce diminuirono fino a parire, come vedremo dopo il matrimonio di Sichelgaita sorella del conte, con Robeto il Guiscardo, il quale era riuscito a impadronirsi della Calabri scacciandone i bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella onquista della Sicilia a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava in proposito che: “(90) Amato, cit., III, 30, ecc…”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascur di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Si pensa che il mandante dell’omicidio del conte Guido fosse Guimondo dei Mulsi, che governava come feudatario di Guglielmo, fratello del Guiscardo, tutti i territori della Valle del fiume Mingardo e, confinanti con la Contea di Guido. Il rivale, voleva impossessarsi del Castello di S. Severino. In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Fu in questo periodo che il Guiscardo sposando la Principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II, Guido di Policastro potè riconquistare la sua contea, recuperando gran parte della Bricia (Calabrie), anche se la cosa non risultò gradita a Roberto il Guiscardo che nel frattempo si era riappacificato con il fratello Guglielmo che otteneva gran parte dei territori del Cilento. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. In origine, nel 1054, il castello, con il feudo di Policastro, era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Per risolvere la controversia, i due nobili accettarono di sottoporsi all’arbitrato del principe di Capua, ma Guido non arrivò mai nella città, perché fu ucciso in un’imboscata proprio nella gola del Mingardo (Fig….) dagli sgherri di Guimondo dei Mulsi. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ucciso da sicari nel 1075, mentre si recava a Capua per rivendicare parte del proprio territorio usurpato da Guimondo (72).”. Il Campagna, nella sua nota (72), a p. 258, postillava che: “(72) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, op. cit., VII, 12.”. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua ‘Storia dei Normanni’. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi. Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II. La definizione della spinosa vertenza fu affidata all’arbitraggio del principe di Capua, che non fece in tempo ad intervenire. Il prode ed orgoglioso Guido, fu sorpreso con l’inganno nella orrida ‘Gola del Diavolo’, uno stretto passaggio tra le rocce e i dirupi del Mingardo, dagli sgherri di Guimondo e, nonostante l’indomito valore, fu ucciso nel feroce agguato. Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita).”.

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(Fig….) La ‘Gola del Diavolo’ del Fiume Mingardo nei pressi di San Severino di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Per questioni di confini si accesero presto liti (10) tra Guido e Guimondo, finchè non si decise di affidare la definizione della vertenza all’arbitraggio del principe di Capua (Guido aveva rifiutato il fratello). Nell’incamminarsi verso Capua, Guido fu sorpreso appunto in una delle gole della valle di S. Severino, dagli sgherri di Guimondo. Malgrado la più strenua resistenza e il suo indomito valore, Guido fu sopraffatto dal numero dei nemici e ucciso. Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (10), a p. 541, postillava che: “(10) Più che probabile il disegno di Guimondo d’impadronirsi della contea di Policastro eliminando Guido che tanto si era opposto all’invasione normanna. “. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “E intorno al tempo stesso venne a morte il giovane Guido, significato nei versi di Alfano, le cui gloriose speranze pur contrastavano alla costante amicizia che il fratello di Gisulfo serbò verso Roberto Guiscardo. Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ed avevano fatto accordo di rimettere il giudizio delle loro contese all’arbitrato del Principe Capuano, che Guido, secondo Amato asserisce, aveva preferito a quello stesso di Gisulfo, proposto dal suo emulo. E, al dì stabilito, il giovane Conte mosse per Capua. Ma, per via, sorpreso dà seguaci di Guimondo, per quanto strenuamente si difendesse, ferito d’un colpo di lancia, cadde esamine a terra. E l’empio tradimento parve ad Amato, che spegnesse il più onesto, e il più prode e caritatevole fra i cavalieri Longobardi, ultimo “lume” della sua gente. Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 236, scriveva in proposito che:

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Dal 1075 al 1077-78, Landolfo, Conte di Policastro

Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno Gisulfo II. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”.

Dal 1075 al 1077-78, il principe Gisulfo II, Landolfo e la Contea di Policastro

Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno Gisulfo II. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”.

Nel 1077-78, la Contea di Policastro a Roberto il Guiscardo dopo la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo

Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079). La data effettiva deve perciò risalire al 22 ottobre 1067, tanto più che U. da Venosa (“il Venusino”), ‘Vitae sanctorum abbatum cavensium’, ABC, cod. n. 24, ff. 15v – 15r) colloca l’evento subito dopo il ritorno di Pietro da Cluny. Ecc..”. Dunque, l’Ebner in questo passaggio indica come data della nomina ad Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni del monaco Pietro Pappacarbone all’anno 1074, tre anni prima dell’anno, 1077, in cui era stato deposto, dice lui, il principe longobardo Gisulfo II, da Roberto il Guiscardo che in quell’anno assediò Salerno. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: Il Guiscardo lasciò che i familiari del deposto principe conservassero i loro possedimenti, solo pretese che gli venissero consegnate le fortezze più importanti; così Landolfo dovette cedere Policastro ed il castello di S. Severino, Guiamario il Castellum Cilenti: “….Et il frere de Gisolfe vindrent; et comment lor fu comandé, Landulfe rendi lo Val de Saint Severin et Pollicastre, et Guaymere rendi Cyliente (1).”. Il Cantalupo, a p. 123, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Amato, op. cit., p. 37.”. Dunque, il Cantalupo citava Amato di Montecassino (….). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: “(49) Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro che, dopo l’assassinio di Guido, il principe aveva dato all’altro fratello Landolfo, e Cilento tenuto da Guaimario, fratello non figlio e di cui è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Ebner (…), cita Michelangelo Schipa (….) che, infatti, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 232, dopo aver detto dell’uccisione di Guido, scriveva di Landolfo, suo fratello minore, scriveva che: Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”.

I due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Scrivono i due studiosi Natella e Peduto (2) che, “la ripresa cattolica-romana in policastro e la restaurazione della sede episcopale, è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica Normanna.”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “la contea di Policastro, …..fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro ……..è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Michelangelo Schipa (…), nel cap. 12, del suo  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240, parlando dell’episodio citato da Ebner (…), sul dente di S. Matteo e, riferendosi a Roberto il Guiscardo e, della conquista di Salerno, dopo il suo assedio, scriveva che: “E maggiore contesa sorse dopo. Pretendeva Roberto che dovessero porsi in sua mano i castelli della valle di S. Severino, di Policastro e del Cilento, tenuti da Landolfo e da Guaimario, fratelli di Gisulfo, poichè diceva spettargli intera la signoria del Principato. E Gisulfo schermivasi, negando che dei castelli si fosse fatta parola allorchè egli si era arreso.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 256, scriveva in proposito che:

(Fig…..), Aimè (…), op. cit., p. 256

Ruggiero Sanseverino e le origini della nobile famiglia Sanseverino

Dalla Treccani leggiamo che: Sanseverino, Ruggero I. – Nacque tra il 1064 e il 1065 da Troisio (o Turgisio) di Rota, di discendenza normanna. Primo di cinque figli (suoi fratelli erano Silvano, Troisio jr, Roberto e Deletta), ereditò i possedimenti paterni che, oltre al castello di San Severino dal quale egli trasse il nomen familiae, comprendevano la pianura dell’attuale Mercato San Severino, Montoro, Lauro e Apudmontem (Roccapiemonte). Il suo nome personale si ricollega con molta probabilità a quello del conte di Sicilia Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, a cui la famiglia era legata da rapporti di amicizia. Vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo.Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose elargizioni (anche se la documentazione è talvolta di dubbia autenticità). Nel settembre del 1111, partecipò, invece, a un’assemblea indetta dal duca Ruggero Borsa per difendere il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che in presenza dell’abate Pietro e dei nobili campani riconobbe tutte le concessioni fatte dalla sua famiglia ai monaci cavensi. Il problematico rapporto con Cava restava però sempre al centro degli interessi di Sanseverino. Nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli,dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Poco dopo però insorsero contrasti con i monaci a seguito delle molestie da lui arrecate ai loro coloni, ma ancora una volta l’abate Pietro intervenne per cercare una mediazione, e nel novembre del 1116 Ruggero gli confermò il possesso della quarta parte del monastero cilentano di S. Giorgio con i beni annessi. Non è sicuro invece che nel 1118 abbia forzato il cognato Erberto il Normanno, detto Caputasini, a restituire a Cava alcune terre da lui usurpate. Nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola(località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. La Treccani non parla del borgo di S. Severino. Da Wikipedia leggiamo che: Ruggero I Sanseverino, conosciuto come Ruggero di Sanseverino o di San Severino (1065 circa – Cava de’ Tirreni, 1125), è stato un nobile e religioso italiano. Primogenito di Turgisio di Sanseverino, ereditò i possedimenti e titoli dal padre, e il castello di San Severino da cui prese il nomen familiae. Era il primo di cinque figli (Silvano, Troisio junoiores, Roberto e Deletta), fu il capostipite (insieme a suo padre) che diede il nome alla illustre e potente famiglia dei Sanseverino, che governò per diversi secoli nelle terre dell’Italia meridionale, stringendo rapporti con le maggiori famiglie reali, e rimanendo al centro dei maggiori eventi storici del sud Italia. La casata ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l’odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome. Ruggero deve il suo nome al fratello di Roberto il Giuscardo, anch’egli Ruggero. Sanseverino sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno principe di Salerno, e figlia del conte Landolfo. Secondo le fonti ebbero non meno di quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Inoltre vi fu un figlio naturale, Tancredi e uno illegittimo, Roberto. Ereditò dal padre, il titolo di conte di Rota e Signore di San Severino e di altri feudi. Poche notizie riguardanti il suo governo, sono affiliate al castello di Montoro, da lui posseduto almeno dal 1097. Partecipò ad un’assemblea di investitura, del 1109, durante la quale il signore di Monteforte, Guglielmo Carbone, giurò fedeltà a Roberto, figliastro di Ruggero. Guglielmo fu investito delle terre situate nei pressi di San Severino, Lauro e Forino. Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. L’Antonini (…), in proposito scriveva che: “Devesi inoltre sapere, che questo Sanseverino (diciamo pure di Cilento), era capo di molti paesi d’intorno, a segno che anche oggi il Baron della Terra esigge da Centola, dalla Foria, e dalla Poderia un’annua contribuzione a titolo di ‘Bagliva’, indubitato segno dell’antica soggezione (I), e dipendenza. Quell’ormai ruinato Castello fa ancor vedere, che non poteva esser fatto, che per Uomini di sommo conto. In questo luogo, e non in Perdifumo, come malamente scrive il Toppi, nacque Vincenzo di Vita, Barone della steessa Terra, e patrizio di Ravello, vicino Amalfi, ecc…”. Nicola Acocella (…), scriveva in proposito: “Dopo l’anno 1097, nuove forze politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (41).”. Sulle origini di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”.Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito:

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(Figg…) Di Meo (…), vol. IX, p. 295

Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. Nicola Acocella (…), scriveva in proposito: “Dopo l’anno 1097, nuove forze politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (41).”. Sulle origini di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera scrivendo del piccolo borgo medioevale di San Severino e del suo munito e fortissimo castello, voleva che ivi fossero i natali di uno dei primi rampolli di uno dei rami della nobilissima famiglia dei Sanseverino: Ruggero Sanseverino e forse pure del padre Torgisio o Troisio. Ruggero legò la storia della propria famiglia ai monaci della Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni, a cui cedette più volte appezzamenti di feudi e terre, senza esimersi da concedere favori signorili. Prima donazione è stata la chiesa di Santa Maria di Roccapiemonte, avvenuta nel 1081, e di sette terreni annessi, nel 1083. Nel 1111, difese il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che ne rivendicava le donazioni fatte in precedenza: entrambi si confrontarono in un’assemblea organizzata dal duca Ruggero Borsa. Il rapporto con i monaci cavesi fu tuttavia contraddittorio. Infatti lo accusarono più volte di maltrattamenti e molestie anche morali ai propri coloni. L’intervento di mediazione dell’abate Pietro calmò le acque e nel 1114, a Ruggero fu affidata la custodia del castello di Sant’Auditore. Nel 1116, dopo aver donato al monastero il casale di Selefone del Cilento, gli concesse una parte del monastero di San Giorgio, dopo ulteriori proteste. Secondo la tradizione, poco dopo il giugno del 1121, Sanseverino decise, dopo quarant’anni di rapporti religiosi, di spogliarsi dei suoi beni, prendendo l’abito monastico proprio a Cava, dove morì nel 1125.

(Fig….) Antonini, op. cit., p. 347-348

Il Mazziotti (…), a p. 117, scriveva sui Sanseverino che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. La Greca e Di Rienzo (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…, vedi ‘Storia di un feudo…’, p. 121), a p. 216, scrivevano in proposito che: “La prima notizia del borgo è del 1227 quando Tommaso Sanseverino lo cede alla Regia Curia in scambio della Contea di Marsico (2). E’ probabile che la sua nascita risalga al XII secolo, quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale scacciandone definitivamente i Bizantini. Quivi, infatti, venne fondato un castello della nobile famiglia dei Sanseverino circondato da mura turrite che lo resero inespugnabile. Il feudo comprendeva Centola, Foria e, al di là del Mingardo, Poderia.”. Ecco cosa scrive in proposito, Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino:

Gatta, p. 149

(Figg….) Gatta (…), pp. 149 e 150, in cui si parla delle origini dei Sanseverino

Saverio Gatta, figlio di Costantino (…), nel 17….., pubblica ‘Memorie Istoriche ecc..’, opera postuma del padre, che sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), ci da alcune interessanti notizie in merito. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2), postillava a riguardo: “De Meo, ‘Annali’, anno 9, p. 294”. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). Il Gatta (…), sulla scorta della Chronaca di Leone Ostiense Marsicano (…), “Vite dei Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava” (…), scrive che: “Da Turgisio Primo Conte Sanseverino nacque Rugiero, che sposò Sirca, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario, già Principe di Salerno del sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritiratosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente…”. L’Antonini (…), distingue i Sanseverino di Cilento, che avrebbero preso il nome dal villaggio di S. Severino di Camerota, ora di Centola, dai Sanseverino di S. Severino Rota.

Nel 1081, TURGISIO Normanno (di Sanseverino o di Rota) muore e si apre la successione

Da Wikipedia leggiamo che nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto.

Nel 1081, TURGISIO (II) SANSEVERINO, signore di Montemiletto  ed il fratello RUGGERO SANSEVERINO, figli ed eredi di TURGISIO di Rota, dopo la morte di Nicola di Principato, signori del Cilento

Da Wikipedia leggiamo che nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 8, in proposito scriveva che: “Il mentovato Turgisio, che fu altresì valoroso Capitano, e militò seguendo le bandiere di Roberto il Guiscardo, ebbe da quest’ultimo in dono il castello di Sanseverino, donde presero il cognome i suoi figliuoli a nome Ruggiero, Silvano e Turgisio 2°. Adunque le cospicue famiglie Filangieri e Sanseverino hanno origine da’ due fratelli e Cavalieri Normanni Angerio e Turgisio (4).”. Erasmo Ricca sostiene l’origine dei Sanseverino di Turgisio fratello di Angerio. Turgisio il Normanno ebbe tre figli: Ruggero, Silvano e Turgisio II. Come vedremo Turgisio II avrà il figlio che noi abbiamo chiamato Ruggero II Sanseverino:

Ricca Erasmo, p. 387 sullalbero geneologico dei Filangieri

Dalla Treccani on-line alla voce ‘Cilento’ leggiamo che  Accanto alla Badia, troviamo più tardi parecchi nobili cavalieri normanni, che sostituiscono gli antichi signori feudali, ecclesiastici o secolari: tra essi, emersero Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di San Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e Guglielmo detto del Principato, fratello di Roberto Guiscardo, che senza scrupoli s’industriava a formarsi una signoria fra la valle del Tanagro e il golfo di Policastro. Ma, arrestatasi al terzo erede la discendenza di Guglielmo del Principato, Torgisio di San Severino, figlio di Troiso di Rota, restò l’unico potente signore del Cilento, ed estendendo i suoi acquisti, formò la Baronia del Cilento, col suo centro nel Castello di Rocca. Da allora, la storia del Cilento s’identifica con quella, assai tragica, dei Sanseverino (v.). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 129, nel suo schema “DIscendenza dei Sanseverino”, subito dopo aver detto di “TORGISIO Normanno signore di Rota” egli mette i suoi tre figli: “TORGISIO II, signore di Sanseverino, Montemiletto e Cilento (a. 1113)”; “RUGGIERO di Sanseverino, signore di Cilento (1110-1114)” e “SILVANO”. Da “TORGISIO II” fa discendere il suoi due figli: “RUGGIERO I, signore di Sanseverino e Cilento (1114-1121)”, “ENRICO I, signore di Sanseverino, barone del Cilento (1125-1141)” e “GUGLIELMO I, signore di Sanseverino e Montoro, barone del Cilento, gran giustiziere e comestabile (1186-1187 e Catal. Baron.)”. Dunque, da questo schema possiamo vedere anche la successione temporale. Dunque, il Cantalupo, in questo suo schema pone Torgisio II nell’anno 1113 ed il fratello Ruggero Sanseverino negli anni tra il 1110 ed il 1114. Di Silvano non si dice nulla. Dalla Treccani leggiamo che Ruggero I Sanseverino, nacque tra il 1064 e il 1065 da Troisio (o Turgisio) di Rota, di discendenza normanna. Primo di cinque figli (suoi fratelli erano Silvano, Troisio jr, Roberto e Deletta), ereditò i possedimenti paterni che, oltre al castello di San Severino dal quale egli trasse il nomen familiae, comprendevano la pianura dell’attuale Mercato San Severino, Montoro, Lauro e Apudmontem (Roccapiemonte). Il suo nome personale si ricollega con molta probabilità a quello del conte di Sicilia Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, a cui la famiglia era legata da rapporti di amicizia. Vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose elargizioni (anche se la documentazione è talvolta di dubbia autenticità). Nel settembre del 1111, partecipò, invece, a un’assemblea indetta dal duca Ruggero Borsa per difendere il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che in presenza dell’abate Pietro e dei nobili campani riconobbe tutte le concessioni fatte dalla sua famiglia ai monaci cavensi. Il problematico rapporto con Cava restava però sempre al centro degli interessi di Sanseverino. Nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli, dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Poco dopo però insorsero contrasti con i monaci a seguito delle molestie da lui arrecate ai loro coloni, ma ancora una volta l’abate Pietro intervenne per cercare una mediazione, e nel novembre del 1116 Ruggero gli confermò il possesso della quarta parte del monastero cilentano di S. Giorgio con i beni annessi. Non è sicuro invece che nel 1118 abbia forzato il cognato Erberto il Normanno, detto Caputasini, a restituire a Cava alcune terre da lui usurpate. Nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola (località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. La Treccani non parla del borgo di S. Severino. Da Wikipedia leggiamo che: Ruggero I Sanseverino, conosciuto come Ruggero di Sanseverino o di San Severino (1065 circa – Cava de’ Tirreni, 1125), è stato un nobile e religioso italiano. Primogenito di Turgisio di Sanseverino, ereditò i possedimenti e titoli dal padre, e il castello di San Severino da cui prese il nomen familiae. Era il primo di cinque figli (Silvano, Troisio junoiores, Roberto e Deletta), fu il capostipite (insieme a suo padre) che diede il nome alla illustre e potente famiglia dei Sanseverino, che governò per diversi secoli nelle terre dell’Italia meridionale, stringendo rapporti con le maggiori famiglie reali, e rimanendo al centro dei maggiori eventi storici del sud Italia. Ruggero deve il suo nome al fratello di Roberto il Giuscardo, anch’egli Ruggero. Ereditò dal padre, il titolo di conte di Rota e Signore di San Severino e di altri feudi. Poche notizie riguardanti il suo governo, sono affiliate al castello di Montoro, da lui posseduto almeno dal 1097. Partecipò ad un’assemblea di investitura, del 1109, durante la quale il signore di Monteforte, Guglielmo Carbone, giurò fedeltà a Roberto, figliastro di Ruggero. Guglielmo fu investito delle terre situate nei pressi di San Severino, Lauro e Forino. Il suo nome personale si ricollega con molta probabilità a quello del conte di Sicilia Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, a cui la famiglia era legata da rapporti di amicizia. Dalla Treccani on-line leggiamo che, riferendosi a Ruggero di Sanseverino, suo fratello maggiore, nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli, dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Nicola Acocella (38) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secoli X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1961), a pp. 130-131, nel capitolo “b. la successiva espansione cavense nel Cilento” (che corrisponde allo stesso saggio pubblicato a pp. 486, nel testo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”), in proposito scriveva che: “Nuove forse politiche ed egemoniche si affermavano nella zona. Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse di S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (206).”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (206) postillava che: “(206), E. Pontieri, s. v. Cilento, in E.I.; C. Gatta, op. cit., p. 148 sgg., 275 sgg.”. Antonio Infante (….), nel suo “Cilento – uomini e vicende”, scritto insieme a Pierfrancesco del Mercato, ed. Reggiani, 1980, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo, il Cilento dovette trovare necessariamente la sua unità fino al 1083, quando incomincia il dominio effettivo della Badia di Cava sul feudo della Baronia di Castellabbate, come sarà chiamata dall’edificazione del castello nel 1127, in seguito alla conferma da parte del Guiscardo della donazione fatta da Gisolfo. Malgrado il Cilento fosse sotto la signoria dei Normanni, notiamo tra i feudatari molti di sangue Longobardo. Tra questi notiamo Guaimario, conte di Capaccio ed erede diretto dei Principi di Salerno. Guaimario, nel 1097, signore di Giffoni, donò alla Badia di Cava il casale di Massanova (…)”. Scrive sempre l’Infante (….), sulla scorta del Del Mercato (…) e dell’Acocella (…): “Nel 1082, il già citato Ruggero Sanseverino, capostipite della famiglia in Italia, dona alla Badia di Cava alcuni casali ed alcune terre nel Cilento. Nel 1083, il Guiscardo rinnovò alcuni privilegi donati da Gisulfo alla Badia di Cava, mentre tutto il resto del Cilento era governato dal visconte Boso. Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla. Non sappiamo di preciso in quale anno il feudo del Cilento passa alla famiglia Sanseverino, la prima investitura è fatta a favore di Enrico figlio di Turgisio (…). Non si può escludere che la contea del Cilento fosse dei Sanseverino già prima del 1082, infatti le donazioni fatte da Ruggero in quell’anno indicavano già una loro signoria sul Cilento, d’altra parte il fatto che nel 1083, il Cilento fosse amministrato dal Visconte Boso, non esclude che i Sanseverino ne fossero Conti. Infatti, Turgisio Sanseverino nel 1113 fa alcune donazioni alla Badia di Cava. Le donazioni dell’epoca, non lasciano dubbi sul fatto che la famiglia Sanseverino fosse già feudataria del Cilento (….).”. L’Infante, a p. 36, nella nota (12) postillava che: “(12) Mazziotti, op. cit., pag. 114”. L’Infante (….), sulla scorta del Del Mercato (…) e dell’Acocella (…), a p. 37, in proposito scriveva: “Nel 1082, il già citato Ruggero Sanseverino, capostipite della famiglia in Italia, dona alla Badia di Cava alcuni casali ed alcune terre nel Cilento. Nel 1083, il Guiscardo rinnovò alcuni privilegi donati da Gisulfo alla Badia di Cava, mentre tutto il resto del Cilento era governato dal visconte Boso. Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla.”. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 115-116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Morto nel frattempo il vecchio Torgisio, i suoi figliuoli, Torgisio iuniore, Ruggiero e Silvano avevano assunto il cognome di Sanseverino dal feudo da essi tenuto. Il primogenito, Torgisio juniore, in questo tempo ebbe in concessione anche il feudo della baronia di Cilento come è dimostrato da varie donazioni, da lui fatte alla Badia, di terre e di vassalli nel Cilento. In un atto dell’ottobre 1113, egli dichiarava di avere in suo dominio vassalli e terre nel Cilento e propriamente nella marina di esso, in S. Mauro ed in Fiumicello e ne faceva dono alla Badia di Cava (2). Nel dicembre dello stesso anno confermava la donazione e vi aggiungeva altri vassalli ed altre terre nei casali di Montecorice, di Quadrati, di Abramuli, di Pietrfocaia, di Pioppi, di Prigenito, e di Oliarola (3). Queste donazioni di vassalli e di possedimenti in tanti casali del Cilento attestano che già Torgisio era signore di esso; ciò che del resto è confermato da una serie di atti, in cui i suoi successori intervennero assumendo il titolo di baroni del Cilento. Il Ventimiglia (1) scrive che il Torgisio della donazione dell’ottobre 1113 è del tutto diverso da Torgisio Sanseverino della donazione del dicembre successivo perchè nella prima di esse è chiamato Torgisio signore di Montemiletto. Anzitutto è da notare che è detto “signore di Montemiletto e di moltri altri luoghi” ed il possesso di quel feudo, che egli volle indicare, non esclude punto che potesse avere in pari tempo la contea di S. Severino e la baronia del Cilento. Inoltre, l’atto del dicembre 1113 non è che un’assegnazione di vassalli e di terre negli stessi casali indicati nella precedente donazione. VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggero Sanseverino.”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Pubblicato dal Ventimiglia. ‘App., pag. 22.”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Idem, pag. XXIII.”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Notizie storiche’, pag. 59″. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo – Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro’, fol. 19; Muratore, tom. 6°, pag. 222, citati dal Guillaume”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a pp. 382-383, in proposito scriveva che: A Roberto nella contea di Principato successe Nicola (2) e dopo di lui non si fa più parola nelle carte del tempo della sua famiglia, per cui bisogna pensare che sia morto senza eredi. Contemporaneamente, e cioè fin dai primi anni del secolo XII, troviamo signore di molte terre nel Cilento Troizo o Torgisio Sanseverino, figlio di quel Troizo detto ‘De Rota’ nella bolla di Alessandro II (3). Egli in seguito ampliò grandemente i suoi possedimenti, forse ereditando parte dei beni di Nicola di Principato, e costituì definitivamente la baronia del Cilento. A Torgisio successero l’un dopo l’altro, durante il periodo Normanno, Ruggiero, Arrigo e Guglielmo, il quale ultimo visse nel turbinoso passaggio del Reame dalla dominazione normanna alla sveva. Il castello di Rocca Cilento era la sede della baronia, di cui facevan parte Porcile, etc…, di cui i nomi ora o poco prima cominciano ad apparire nei documenti del tempo.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Paesano, op. cit., I, 18, riporta un documento dell’archivio della mensa arcivescovile di Salernoin cui Robertus divina clementia annuente Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi conferma all’arcivescovo di Salerno Alfano ‘de consensu et voluntate domini Roerii ducis incliti’ parecchie antiche concessioni di terre tra Eboli e il Sele.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi un diploma di questo Conte in Paesano II, 113.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Paesano, II, pag. 18 e segg.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il Ventimiglia, Notizie storiche, pag. 59, scrive che questo Torgisio non ha che vedere con Torgisio Sanseverino. Vedi ad ogni modo l’opera di M. Mazziotti, La baronia del Cilento’, a pag. 113 e segg. (Roma, 1904).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a pp. 128-129, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento”, in proposito scriveva che: “Fu sicuramente il figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa (1080-1111), che concesse l’Actus Cilenti come feudo a Torgisio II ed a Ruggiero, figli del primo Torgisio, il normanno che era stato compagno delle conquiste salernitane di suo padre, creato da questi signore di Rota e destinato ad essere il capostipite della più potente famiglia comitale del Mezzogiorno: i Sanseverino. Nell’ottobre del 1113, infatti, troviamo che ‘in acto et pertinentia de Cilento’ Torgisio II Sanseverino, signore di Montemiletto, concesse alla Badia di Cava terre ed uomini di suo possesso nelle località di ‘Fiumicello, Marina e S. Mauro (1); nel dicembre di quello stesso anno assegnò altre terre ed uomini alla Badia, sia nelle dette località che a Montecorice, sia ancora nei casali di ‘Quarati’ (Guarrazano), Abramuli, Petra Focara, Pioppi, Pragenito ed Oliarola (Ogliastro Marina)(2). In un atto pubblico del marzo 1114 Ruggiero di Sanseverino (‘Rogerius qui dicitur de Sancto Saverino), fratello di Torgisio II, confermò alla stessa Badia il possesso dell’intero casale di S. Mauro, donatole l’anno precedente dal fratello, e del casale di Silifone, venuto in possesso del cenobio nel 1088 per lascito testamentario di Guaimario jr., signore di Giffoni e nipote di Guido duca di Conza (3). I due casali, evidentemente, cadevano sotto la giurisdizione di Ruggiero, come suo era il Castellum Cilenti, che in un documento dell’1110, in cui compare anche la prima menzione di Rocca (poi Rocca Cilento), è detto: ‘Castello di Ruggiero’ (4).”. Il Cantalupo, a p. 128, nella nota (2) postillava che: “(2) Senatore, cit., doc. XVII. Per ‘Quarrati’, v. qui, n. 3, p. 69”. Il Cantalupo, a p. 128, nella nota (3) postillava che: “(3) Senatore, cit., doc. XVIII. Per Silifone v. qui, pp. 138-39. Guaimario di Giffoni era figlio di Guaimario, figlio di Guido di Conza”. Il Cantalupo, a p. 128, nella nota (4) postillava che: “(4) ABC, XIX, 3 (luglio 1110): “….habitans de la Rocca…..Stabilem, iudicem de castello Rogerii, …… I documenti medievali oscillano nella registrazione dei toponimi CASTELLUM CILENTI, ROCCA E CASTELLABATE ecc…”. Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Leone Mattei Cerasoli (…), a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi. Ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18). Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”.

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona una “curtis” (“Murici”) all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola (riguarda il casale di S. Severino, casale di Roccagloriosa)

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. La notizia citata dal Romaniello proviene dal barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un’”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Il Barra citava e postillava del testo di Giacomo Morra (….):

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona una “curtis” (“Murici”) all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola

Vorrei fare il punto su una notizia ed un documento tratto dall’Antonini e, in particolare sulla notizia di una donazione fatta nell’anno 1086, di cui ancora, sebbene abbia indagato e approfondito le mie ricerche nulla ho potuto altro scoprire e di queste donazioni non vi è traccia. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. L’Antonini, nella sua “Lucania”, oltre a parlarci di un’antica donazione e privilegio concesso ad un monastero vicino il luogo detto le “Celle” dall’Imperatore Lotario III, parlando a p…… del casale di Celle di Bulgheria cita invece un altro privilegio o donazione fatta nell’anno 1086 da Ruggero Sanseverino. Due distinte e diverse donazioni di cui l’Antonini non fornisce alcun riferimento bibliografico se non per la prima fa riferimento all’Abate Erasmo Gattola. L’Antonini (…), come ho già detto, parlando dei casali di S. Severino di Camerota prima e di Celle di Bulgheria dopo, parlava di una donazione di “Ruggiero da Sanseverino” fatta ad un altro “Monastero di Benedettini”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania – I Discorsi’, nella parte III, nel Discorso VIII, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, e, parlando di Celle di Bulgheria, in proposito a p. 387 cita un’altra donazione che riguardava Centola ed in particolare il Monastero di S. Maria di Centola. L’Antonini dice che questa donazione era dell’anno MLXXXVI (anno 1086). L’Antonini, riferisce di un’altra simile donazione fatta questa volta sempre da Ruggero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Questa volta, l’Antonini cita addirittura l’intitolazione dell’antico privilegio dell’anno 1086. L’Antonini (…), a p. 387 accennava all’antico privilegio di Ruggiero Sanseverino dell’anno 1086 da cui egli trae l’origine dell’antica e nobile famiglia e, scriveva che:

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Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, scrive: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e cita una donazione del 1086, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatto al monastero di S. Maria di Centola nell’anno 1086: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”:

Antonini, p. 387, su S.Severino di Centola e il monastero

(Fig….) Antonini (…), p. 387 su Celle di Bulgheria e su Poderia

Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, ci informavache: “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.…”. Sempre l’Ebner, riferendosi sempre alla Badia di S. Maria di Centola aggiungeva che: L’Antonini, ……., parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)…”. Dunque, l’Ebner (…), a p. 712 parlando di Centola, ci informa che l’Antonini, scriveva che “a nord della via per S. Severino, la nota Abbazia di S. Maria…”,  secondo l’Antonini (…): “….assicura….e parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3).”. L’Ebner a p. 713, vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “Antonini, cit. Vol. I, p. 387. “Curtem unane prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiserum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. La notizia della donazione era tratta dall’Antonini (…). Il baronne Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria e di Poderia, accenna di nuovo alla “trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa…”, dunque la donazione di Ruggiero Sanseverino e non di Lotario III, donazione anche questa dell’anno 1086 ma, questa volta non al monastero di S. Severino ma al monastero di: “Monistero di S. Maria di Centola”, indicando pure l’intitolazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Dunque, l’Antonini scrive che: “Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 387 parla del casale di Celle di Bulgheria ma dicendo della donazione scrive che Celle è citata in detta donazione ma quando scrive “oltre di quello che che ne abbiamo accennato sopra”, si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, secondo l’Antonini, nella donazione del 1086 di Ruggiero Sanseverino che fa al Monastero italo-greco di S. Maria di Centola vengono citati anche i casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa. Del monastero di S. Maria di Centola ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini dice che nel luogo chiamato “le Celle”, si vedevano ancora (nel 1745) le vestigie dirute del Monastero di Benedettini. La traduzione del testo in latino riportato dall’Antonini è il seguente: “Sono andato alla corte una me vicino al fiume, nel luogo e nel guado dell’aereo. Inoltre, il possesso del glandiserum, il nome dello afferma che il Murex (Murici), che ha il suo inizio dal fiume, ai piedi della Bulgaria; percorre la sua strada attraverso la Serra Serra.. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Riguardo la donazione dell’anno 1086 citata dall’Antonini a p. 387, quando scriveva che: Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola, quando scrive “di quest’ultimo” si riferisce al casale di Celle di Bulgheria e quando scrive “oltre di quello che abbiamo scritto sopra” si riferisce al casale di Roccagloriosa. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e scriveva che: Il primo documento in cui essa viene ricordata risale al 1086, quando il normanno Ruggero Sanseverino, signore dell’omonima baronia, effettuò a suo beneficio una ricca donazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.” (15). La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Quello che comunque val pena di sottolineare, è la sostanziale stabilità per non dire staticità, della consistenza e della localizzazione della proprietà abbaziale per tutto il medioevo e tutta l’età moderna. Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966. Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, La Lucania, cit., p. 387”. Su quanto scriveva Francesco Barra (…) a p. 69 e postillasse nella sua nota (16) ho già parlato circa l’ipotesi delle origini dell’antico monastero di S. Maria di Centola che come egli stesso dice, richiamandosi ad un passo raccontato dal ‘Chronicon Cavensis’, una cronaca medioevale spuria e anonima, potrebbe derivare dal monastero di S. Maria in Centulis. Dunque l’Antonini, a p. 387 voleva che i due casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa erano citati nel privilegio del 1086 concesso da Ruggiero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Forse l’Antonini aveva letto di questi due privilegi, sia del privilegio dell’Imperatore Lotario III e sia di quella di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola leggendola dalla “Cronaca di S. Mercurio”, una cronaca medioevale apocrafa di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Certo è che queste notizie come pure di altre andrebbero ulteriormente indagate. Di questa donazione purtroppo nessuna traccia. Se vogliamo meglio indagare sulla donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia benedettina (?) di S. Maria di Centola dobbiamo riferirci alle munifiche donazioni degli ultimi principi Longobardi di Salerno e i primi duchi Normanni dell’area donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Si tratta dell’eventuale connessione che questo antico privilegio donato da Ruggero Sanseverino nell’anno 1086 al Monastero di S. Maria di Centola sia da collegarsi direttamente o indirettamente con l’altro Monastero nel luogo detto “le Celle”, citato sempre dall’Antonini e dove secondo lui accadde il miracolo di S. Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero. La notizia del miracolo, di Ruggero Sanseverino e del monastero benedettino nel luogo detto le Celle è riportata dall’Antonini in due altri passi, ovvero a p. 347 e p. 279, dove l’Antonini ci parla di un altro privilegio, anch’esso dell’anno 1086. L’Antonini dice che nel privilegio di Ruggero all’abazia di S. Maria di Centola sono citati i due casali: Celle di Bulgheria e Roccagloriosa. L’Antonini, riguarda quest’ultimo privilegio che dice essere dell’anno 1086, non fornisce alcun riferimento bibliografico ne io sono riuscito a capire da dove abbia tratto questa notizia. Sui privilegi e donazioni fatte da alcuni duchi Normanni intorno all’anno 1086, interessante è ciò che scriveva il nipote di Costantino Gatta (…), Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino. Egli a p. 149, parlando dei Sanseverino in proposito scriveva che: “….: tutto ciò costa dalle Vite dè Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di Lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivio del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114 nel regnare del Principe Roberto leggesi: “Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &”, ecc…”. Forse era proprio a questi 6 privilegi a cui si riferiva l’Antonini. Essi sono conservati nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Dunque, il Gatta (…), non riferiva della donazione del 1086 ma riferiva di un’altra donazione dell’anno 1114. Riguardo le numerose donazioni dei principi Longobardi e Normanni elargite ai Monasteri delle “Congregazione Cavense” ed all’Abbazia stessa di Cava dè Tirreni, è interessante ciò che scriveva Paul Guillaume (…), nella sua opera sull’Abazia di Cava dè Tirreni perchè cita il De Blasi.

Paul Guillaume (…), nella sua opera ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, ristampato con traduzione dalla Ruocco (…), a pp. 91, nella sua nota (1) postillava dei documenti e donazioni conservati nell’Abbazia di Cava dè Tirreni: “(1) Nov. 1081 (‘Arc. Mag.’ B. 18), Juin 1121 (ib. F. 18). Rodul. Op. cit., p. 62. “1122…circa hunc annum Rogerius de S. Severino Castri S. Severini, aliarumque terrarum Dnus, qui ex Normannorum Ducum prosapia Sanseverinae familiae stipes fuit in Sacrosanto Cavensi Monasterio Sanctae Religionis habitum suscepit.” ‘Chron. ad. an. 1122, in fine.”. Inoltre, sempre il Guillaume (…) a p. 91 nella sua nota (4) postillava di De Blasi: “(4) De Blasi, ‘Chron. ad. an. 1122, 1123, 1124; Rodul. Op. cit., p. 76, etc.”. In questa nota il Giullaume si riferisce all’abate di Cava Ridolfi (…). L’abate D. Alessandro Ridolfi (…), fu il primo storico della Badia, con il suo archivista, l’infaticabile D. Agostino Venereo. All’abate Ridolfi si deve la prima serie ottocentesca a stampa del “Codex Diplomaticus Cavensis” le cui prime edizioni ottocentesche furono curate da Schiani, Morcaldi e De Stefano. Nel secolo XII, una storia della Badia di Cava e le sue dipendenze fu scritta dall’abate Alessandro Ridolfi e poi anche il riordino ed il transunto dei documenti in appositi registri, da parte di Agostino Venereo. Su Agostino Veneno o Venereo (…), ha scritto Pietro Ebner (…), proprio in riferimento al personaggio Normanno Ruggiero Sanseverino, il quale in questo caso è il personaggio chiave per la donazione citata dall’Antonini (…). Per capire chi fosse Ruggero Sanseverino leggiamo da Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 385, nella sua nota (31) la postilla che: “Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del Venereo, ‘Diction., ms., VI, 73 ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Dunque, l’Ebner, riguardo le notizie su Ruggero Sanseverino, figlio di Turgisio II° cita il manoscritto del Venereo (…). Chi era il Venereo ?. Si tratta di Agostino Veneno o Venereo (…), uno dei primi abati dell’Abazia della SS Trinità di Cava dè Tirreni che nel …….. compilò un antico manoscritto rimasto inedito e chiamato ‘Dictionarium Cavense’. Di cosa si tratta ?. Paul Guillaume cita un passo (dell’anno 1122) di un opera del monaco Di Blasi (…). Si tratta del testo di Saverio Maria De Blasi (…) Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum che, il Guillaume riferiva più volte nelle sue note. Saverio Maria De Blasi (…) riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importanteDictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Saverio Maria De Blasi (…), riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante ‘Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Dunque, ritornando al manoscritto Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo), citato dall’Ebner (…), che dice parlarci di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli, nel suo …………………., a p. IV dell’Introduzione scriveva che: “…, per cui già gli Archivisti di Cava, Alessandro Ridolfi (+ 16….) e Agostino Venieri (+ 1638), nelle loro opere, rimaste inedite….”. Il Mattei Cerasoli, a p. IV dell’introduzione, nella sua nota (1) postillava che: “(1) AUGUSTINI VENEREI, ‘Dictionarium Archivii Cavensis, Ms. cart. dell’Archivio di Cava, vol. IV, 311.”. Dunque, stando all’Ebner noi dovremo trovare notizie riguardo Ruggero Sanseverino nel manoscritto cartaceo di Agostino Venereo detto ‘Dictionarium Archivii Cavensis‘, vol. IV, 311, e Ebner dice ‘Diction., ms., VI, 73‘. Paul Guillaume cita il testo di De Blasi (…), ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ e, cita le notizie per gli anni 1122, 1123, 1124 nello stesso testo e molto probabilmente riguardano proprio l’ultima donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia di Cava dè Tirreni, fatto nel 1121. Il 15 settembre 1778, domenicano Salvatore Di Biasi, fu chiamato a Cava, presso Salerno, da dom Tiberio Ortiz Abate dell’Abbazia della Santissima Trinità della Cava che gli affidò il riordino dell’importante archivio del monastero. Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077. Mi chiedo se l’Antonini avesse appreso dal testo del De Blasi (…), della donazione dell’anno 1086 di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola ?. Sul De Blasi, sulla Treccani on-line leggiamo che: Gli Opuscoli uscirono regolarmente fino al 1778, anno in cui il De Blasi venne chiamato dall’abate R. Pasca a lavorare al riordino dell’importante archivio del monastero benedettino-cassinense della Ss. Trinità di Cava dei Tirreni, presso Salerno. Egli condusse a termine tale incarico nel periodo di otto anni, riordinando un archivio ricco di circa sessantamila scritture avendo come solo supporto un indice alfabetico di sei volumi compilato nel 1630 da Agostino Veneno. Il De Blasi utilizzò i dati raccolti direttamente dalle pergamene, per chiarire e puntualizzare diversi aspetti della storia del territorio salernitano al tempo della dominazione longobarda. Il suo lavoro, reso noto attraverso relazioni alle accademie napoletane e articoli pubblicati su vari periodici, sollevò alcune critiche, talora aspre (in particolare si segnalarono in questo Giuseppe Cestari, A. Di Meo e F. A. Ventimiglia), cui egli replicò dimostrando la correttezza metodologica delle sue ricerche. Sulle donazioni di Ruggero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, riferendosi a Ruggero Sanseverino racconta che: “….Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117).. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, su queste cose, anche sulla scorte del De Blasi (…), ha scritto il Di Meo (…), nei suoi “Annali etc…”. Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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(Fig….) Di Meo (…), ‘Annali etc…’, op. cit., tomo IX, p. 295

Un altro autore che ha scritto sulle antiche donazioni e privilegi conservati negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni è stato Carlo Alberto Garufi (…) nel suo saggio ‘Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI’, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910, vedi da p. 291 e s. Il Garufi esamina alcuni atti e privilegi conservati all’Abbazia di Cava, otto documenti risalenti a non prima dell’anno 1076. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino, Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino:

(Fig….) Mattei-Cerasoli Leone, op. cit., pp. 21-22 (corrisponde al f. 19 del Ms.)

Riguardo le donazioni di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18).”. Dunque, Leone Mattei Cerasoli citava 7 donazioni conservate nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dè Tirreni. Leone Mattei Cerasoli, sulla scorta del Ricca (…) scriveva pure che: “Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”Dunque, Leone Mattei Cerasoli (…), nella traduzione e pubblicazione del testo medioevale dell’antico manoscritto del ‘Venusino’ (Ugo da Venosa) che racconta della vita di S. Pietro Pappacarbone Abate dell’Abazia di Cava dè Tirreni, postillava di Ruggiero I Sanseverino figlio di Turgisio il Normanno, compagno di Roberto il Guiscardo, scrivendo pure che egli fece diverse donazioni all’Abate di Cava dè Tirreni Pietro Pappacarbone, di cui una ne parla l’Antonini dicendo essere stata fatta da Ruggero nell’anno 1086 al monastero di S. Maria di Centola. Leone Mattei Cerasoli, per queste donazioni dice essere state otto e cita due testi, ovvero quelli di “Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Dunque, il testo di Erasmo Ricca (…), ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 e il testo di Portanova G., ‘Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 10 trascrive 8 delle 10 donazioni di Ruggero Sanseverino figlio di Turgisio (…):

Ricco E., p. 10

Ruggero Sanseverino fu vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose donazioni. Biagio Cappelli (…), a p. 23, in proposito scriveva che: “…, mentre da un documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria de Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli (…), a p…., nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Codex Diplomaticus Cavensis, IV, p. 122; VI, p. 18. Ecc..”. La casata dei Sanseverino ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia. Nicola Acocella (38), in un suo pregevole studio, scriveva in proposito: “Dopo l’anno 1097, nuove forse politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (39). Si puo dire che nei secoli a venire la storia del Cilento e delle nostre terre si identificherà con la storia della Badia di Cava e con quella, nel complesso benefica, dei potenti Sanseverino.”. Il cavaliere, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l’odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome.

Riguardo la notizia della donazione di Ruggero Sanseverino, alcune notizie storiche sono state riferite anche da Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Quale sia stato questo Castello di Sanseverino, che possedé esso Ruggiero, come erede di Tergisio suo Padre, si ricava dagli Atti manoscritti di San Pietro Pappacarbone, che si conservano nell’illustre Archivio de’ PP. Cassinesi della Cava. Di fatto negli Atti suddetti leggesi, che nell’XI secolo, possedendosi il Castello di Sanseverino da un Ruggiero, il quale molestando i Coloni del Monistero dell’Ordine di San Benedetto, e residendo il Santo Abbate nel Monistero detto di Sant’Arcangelo nel Cilento, e che rattrovandosi Ruggiero ‘longe a prefato Monasterio, solarium domus ejus cecidit (cioè della sua Casa in detto Castello), atque ejus filium parvum extinxit; e come crede D. Pasquale Magnoni nella sua ‘Lettera critica’ scritta a detto Signor Barone su i suoi ‘Discorsi della Lucania’ che i Coloni suddetti stati fussero de’ territorj del Monistero delle Celle vicino detto Castello di Sanseverino, fossi soggetto a quello di Sant’Arcangelo di Perdifumo, che io credo piuttosto territorio allora di Sanseverino. *** Credo ancora, che delli Coloni non erano de’ territorj del monistero delle Celle, ma di quelli dello stesso monistero di Sant’Arcangelo, siti nel Cilento, perche esso Ruggiero, per quello dirò, che era Signore del Cilento; *** onde poi Ruggiero, pensando, che tal avversità, accaduta gli fusse per l’ingiusti maltrattamenti a’ descritti Coloni fatti, morta la moglie fecesi Religioso nello stesso Monistero di S. Maria di Centola, alcuni beni, siti in quel territorio, cioè ‘Curiem’ *** (‘Curtis’ in tempo de’ Longobardi significava Villa. Credio Pellegrino in Ducatu Benevent. in Provinc. distribut. presso l’Antonini, pag. 548, Not. 2) *** “unam prope flumen, et vadum in loco plano. Item possessionem glandiferam nomine Murici, quae incipit a flumine, et vadit Serra Serra per Cellam” (questa ubbidienza, o piccolo Monistero era in territorio di Sanseverino suddetto) ‘ad pedem Bulgariae’, come dalla Scrittura degli stessi Antonini, e Magnoni riferita.”. Il Di Stefano che fu Governatore di Centola citava l’Antonini da cui traeva la notizia. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 548 parlando della città di Acerenza scriveva: “fu di questa Città da’ Longobardi fatto un Gastaldato (2), che vuol dire una Signoria etc…”. L’Antonini, a p. 548, nella nota (I) postillava:  “(2) Vari significati questa Longobarda parola ebbe,…….e fattori dei Regi poderi: e, perciò Camillo Pellegrino in Ducat. Benevent. in Provinc. distribut. scrive: etc…”. Qui l’Antonini disserta sulla parola ‘Curtis’ (Villa) mi sembra ma, la frase “unam prope flumen, et vadum in loco plano. Item possessionem glandiferam nomine Murici, quae incipit a flumine, et vadit Serra Serra per Cellam ad pedem Bulgariae” che significa “uno vicino al fiume e un guado in un luogo pianeggiante. Anche una proprietà ghiandolare chiamata Murici, che parte dal fiume e attraversa Serra Serra attraverso Cella fino ai piedi della Bulgaria”, è citata altrove ed è citata anche nella Lettera del Signor Magnoni all’Antonini.

Nel 1086, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Sul ‘diritto di patronato’ dei Sanseverino sull’omonima Baronia

Altra interessante notizia riferita dal Barra e già citata dall’Ebner,  è quella che scrive a p. 73 intorno a S. Maria di Centola, ovvero che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratelo del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 71

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Dunque l’Ebner, nella sua nota (9), postillava che:  “(9) Negli Atti dei creditori di Antonio Caracciolo, signore di Pisciotta, e di Molpa, si leggeva in una relazione che il feudatario era tenuto a offrire il 15 agosto di ogni anno un pranzo ai sacerdoti di Pisciotta, al quale doveva essere invitato anche il governatore del Castello di S. Severino, il quale doveva “sedere nel primo luogo, tenendo il suo cane a piedi, a il quale quale dovesse anche darsi tutto a mangiare”.”.

Il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola nel 1086 da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Nel 1123, in ‘Castri Severini’, il miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino

Il barone Giuseppe Antonini (…), nel 1745, nella sua “Lucania – I Discorsi”, a p. 347, nel cap….., dopo aver parlato di Laurito, di Cuccaro, di Massicelle e di Fulgenti, ci parla del borgo abbandonato di San Severino di Camerota oggi di Centola (frazione di) e, riferendosi ad un Monastero che lui dice vicino al borgo di S. Severino, scriveva del luogo dove, secondo lui era accaduto il miracolo del figlio di Ruggiero Sanseverino e di S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monisterio di Benedettini (siccome sopra sè detto) ed aparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall”Abbate Gattola’ ed in questo stesso Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV di questa ‘Parte’.”. L’Antonini, della Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279, scriveva pure e, riferendosi ad un miracolo di Pietro Pappacarbone che nel 1079 verrà nominato Vescovo della rinata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’. Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca glorioso dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne asscura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: “VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggiero Sanseverino. Questi nella sua giovinezza, poco rispettoso della chiesa, molestava continuamente i vassalli del monastero di S. Michele Arcangelo di Perdifumo. Narra la leggenda che l’abate Pietro di Pappacarbone, avutane notizia, battendo la terra col bastone invocò l’aiuto di S. Michele ed a tale invocazione cadde un solaio dalla casa uccidendo un figliuolo di Ruggiero (2). Avido, al pari del suo antenato, di dominio e di possessi volendo qualche anno dopo impadronirsi di un fertile terreno appartenente alla Badia vi si recò con buona scorta di armati e ne scacciò i contadini che lo coltivavano. L’abate di Cava, lo stesso Pietro di Pappacarbone, si recò allora sul luogo con alcuni monaci intonando pietose preghiere. Alla vista dell’uomo venerando e dei buoni religiosi Ruggiero si commosse e sceso da cavallo, si prostrò ai piedi dell’abate e gli restituì spontaneamente le terre usurpate (1)(p. 117). Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. L’Antonini, scrivendo a p. 279 che: “Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri…”, si riferiva alle precedenti sue pagine della cap. III, precisamente a p. 278, quando parlando di S. Pietro Pappacarbone scriveva che: “E perchè venga meglio ciò provato, riferiremo un fatto riprovato dagli ‘Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone’, che sono presso à PP. della Trinità della Cava, e stampati dall’Ughellio’ con qualche picciol variazione nei ‘Vescovadi d’Italia’”. Dunque, l’Antonini riferisce la leggenda del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino traendone la notizia dal testo pubblicato dall’Ughelli (…): “Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”.Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19; Muratori, tomo 6°, pagg. 222 citati dal Guillaume.”. Mazziotti Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Guillaume, pag. 90, in una nota riporta le fonti da cui è desunta tale notizia. Il Giordano ecc…”. Il testo a cui si riferisce l’Antonini è stato pubblicato e rivisto da Paul Guillaume (…), recentemente ristampato dal Rocco (…). Dell’antica donazione e della questione ha scritto Paul Guillaume (…), nel suo “Essai historique sur l’abbaye de Cava”, pubblicato a Cava de Tirreni, nel 1877, si veda pp. 90-91.

(Fig…) Guillaume P. (…), op. cit., pp. 90-91

Riguardo il miracolo del figlio di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 295. Il Di Meo (…), nel tomo 9° (vol. IX), a p. 295, riferendosi all’anno 1123 ci parla di S. Pietro Pappacarbone ed in proposito scriveva che:

Nel 1121, una donazione di Ruggiero Sanseverino

Da Wikipedia leggo che nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola (località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. (Treccani, parag. ultimo). Nella Treccani leggo che: Nel settembre del 1111, partecipò, invece, a un’assemblea indetta dal duca Ruggero Borsa per difendere il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che in presenza dell’abate Pietro e dei nobili campani riconobbe tutte le concessioni fatte dalla sua famiglia ai monaci cavensi. Il problematico rapporto con Cava restava però sempre al centro degli interessi di Sanseverino. Nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli,dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Poco dopo però insorsero contrasti con i monaci a seguito delle molestie da lui arrecate ai loro coloni, ma ancora una volta l’abate Pietro intervenne per cercare una mediazione, e nel novembre del 1116 Ruggero gli confermò il possesso della quarta parte del monastero cilentano di S. Giorgio con i beni annessi. Non è sicuro invece che nel 1118 abbia forzato il cognato Erberto il Normanno, detto Caputasini, a restituire a Cava alcune terre da lui usurpate. Nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola(località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. Il contraddittorio, quarantennale rapporto di Ruggero Sanseverino con Cava prese infine una piega forse non del tutto inattesa in quel contesto sociale e culturale. Secondo la tradizione, poco dopo il giugno del 1121 egli decise infatti di spogliarsi dei suoi beni, prendendo l’abito monastico proprio a Cava, dove morì nel 1125. Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Ecc…”.

Mazziotti, p. 117

(Fig…) Mazziotti (…), p. 117

Sulla notizia delle donazioni fatte di alcune terre da Landone (figlio di Guaimario principe Longobardo di Salerno), nell’anno 1121, il Mazziotti, cita e postilla del Di Meo. Il Mazziotti, a p…, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, p. 294”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Infatti, il Di Meo (…), nel suo vol. IX a p. 294 scriveva che:

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Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio in ‘Fruculasi’, a ‘Misciano’ ecc… nè confini di ‘Montuori’, ed ivi la Chiesa di S. Lucia vicino ‘Rivosecco’, e tutte le sue terre, che un tempo furono di ‘Landolfo’ figlio del Principe Guaimario, vicino al fiume ‘Uliarola’ (Ogliarola) nel Cilento.”.

Nel 1137, il “Monistero di Benedettini nel luogo chiamato le Celle”: “Monistero di S. Arcangelo”, (o “Monasterii di S. Severini” come vuole l’Antonini), nel luogo detto le “Celle”, citato pure in un privilegio dell’Imperatore Lotario III

Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza scriveva che a Celle di Bulgheria, piccolo casale del basso Cilento, nel VI secolo vi era sorto il “monastero di S. Arcangelo” e scrive anche della donazione del 1086 di Ruggero Sanseverino. Il Bozza si riferiva ad alcune notizie storiche riferite in precedenza dall’Antonini. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), citando il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…”, a p. 279 (2° edizione) parlando di Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone) e del suo miracolo al figlio di Ruggero Sanseverino, prima che fosse stato nominato da Alfano I di Salerno, Vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro e, mentre se ne stava nel piccolo “Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’”, in proposito scriveva che: “Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Etc…”. L’Antonini continuando il suo racconto sul castello e la rocca di San Severino (oggi) di Centola scriveva pure un’altra interessantissima notizia storica parlandoci di un privilegio o un diploma dato dall’Imperatore Lotario III al monastero di S. Arcangelo che, secondo lui, nel 1079 ospitava Pietro da Salerno, monaco benedettino. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che il Monastero, forse benedettino di “Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’)”, si trovava non molto distante dalla rocca e dal castello di S. Severino (oggi) di Centola, ed era posto “nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’”, dunque molto probabilmente a Poderia o a Celle di Bulgheria. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.

Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza scriveva che a Celle di Bulgheria, piccolo casale del basso Cilento, nel VI secolo vi era sorto il “monastero di S. Arcangelo” e scrive anche della donazione del 1086 di Ruggero Sanseverino. Il Bozza si riferiva ad alcune notizie storiche riferite in precedenza dall’Antonini. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), citando il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…”, a p. 279 (2° edizione) parlando di Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone) e del suo miracolo al figlio di Ruggero Sanseverino, prima che fosse stato nominato da Alfano I di Salerno, Vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro e, mentre se ne stava nel piccolo “Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’”, in proposito scriveva che: Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Etc…”. L’Antonini continuando il suo racconto sul castello e la rocca di San Severino (oggi) di Centola scriveva pure un’altra interessantissima notizia storica parlandoci di un privilegio o un diploma dato dall’Imperatore Lotario III al monastero di S. Arcangelo che, secondo lui, nel 1079 ospitava Pietro da Salerno, monaco benedettino. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 347, parlando di ………………scriveva che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra s’è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall”Abate Gattola’, ed in questo stesso Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV’. di questa ‘Parte’. Questa notizia, e ciò che fu notato dagli atti di S. Pietro Pappacarbone, fan chiaro un comune abbaglio ecc….”. Dunque, l’Antonini scriveva che il Monastero, forse benedettino di “Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’)”, si trovava non molto distante dalla rocca e dal castello di S. Severino (oggi) di Centola, ed era posto “nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’”, dunque molto probabilmente a Poderia o a Celle di Bulgheria. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.

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L’Abate Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”. Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”. Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. Erasmo Gattola scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che “il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III”. Il Gattola parlando però del monastero di S. Pancrazio cita il Lubin, p. 186, ovvero cita Agostino Lubin (….) ed il suo “Abbatiae Italiae brevis notitia quarum etc..”, pubblicato a Roma nel 1693 e che, a p. 186, in proposito scriveva che: “Abbatia in castro Sancto Laurentii etc…oppure Abbatia sive Monasterium titolo S. Benedicti in Lauriano etc…”, ovvero non parla del nostro monastero. Il monastero di S. Arcangelo è citato anche da Scipione Ammirato (….), nel suo “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla dei Sanseverino. Da Wikipedia leggiamo che  Lotario II (III), detto anche Lotario di Supplimburgo (in tedesco Lothar von Süpplingenburg) (1075 – Breitenwang, 4 dicembre 1137), è stato Rex Romanorum e d’Italia dal 1125 al 1137 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1133. Innocenzo II e Lotario II di Supplimburgo concentrarono a maggio nel 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e si accamparono per tutto il mese. Mentre l’esercito imperiale giunse fino a Bari, che venne devastata. Poi assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga: il Sovrano aveva compreso che non poteva ostacolare l’esercito imperiale e si era rifugiato in Sicilia. Le forze congiunte, Imperiali e Papaline, quindi conquistano la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il pontefice tenne il concilio di Melfi nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore, delegittimò Ruggero II di Sicilia, della Casata Altavilla, in favore di Rainulfo di Alife, della Casata Drengot, nuovo duca di Puglia. Ma ben presto sorsero contrasti tra Lotario e Innocenzo sul possesso del ducato delle Puglie fino all’elezione congiunta del duca Rainulfo, mentre anche nell’esercito serpeggiava il malcontento.

Dunque quando nella trascrizione riportata dall’Antonini si dice: “Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur.”, il Visconti (…) traduce essere scritto: “Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, ecc…”. Di cosa si tratta? Una donazione fatta al monastero di S. Maria di Centola al tempo del Conte Rotario. E chi era questo Conte Rotario di cui parla l’antico Censuale dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola ?. Potrebbe essere quel Lotario III della donazione riportata dall’Abate Gattola citata dall’Antonini ?.

La Baronia di San Severino di Camerota (oggi di Centola) e Ruggero II Sanseverino conte di Marsico

Dalla Treccani on-line leggiamo un saggio di Niceforo …………che, in proposito scriveva che Ruggero II Sanseverino nacque nel 1237 circa da Tommaso I, conte di Marsico, e da Perna de Morra. La sua famiglia fu coinvolta nella congiura di Sala e Capaccio (1245-46) che aveva come obiettivo, oltre alla morte dell’imperatore Federico II e del figlio re Enzo, anche l’uccisione del signore ghibellino Ezzelino III da Romano e il passaggio verso la fazione guelfa della fedelissima Parma. Costretto dunque alla fuga in Francia, fu accolto, assieme alla madre e ad altri congiunti, dall’esule papa Innocenzo IV. Per tale ragione i beni della stirpe furono requisiti dalla corona e poi ceduti a nobili fedeli: la contea di Marsico passò prima a Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento e San Severino furono ceduti ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia. Ruggero sposò nel 1250 circa Teodora d’Aquino, sorella di san Tommaso, dalla quale ebbe un solo figlio, Tommaso II. Dopo la morte dell’imperatore (avvenuta nel dicembre dello stesso anno), quando fu certo della stabilità dei rapporti tra Papato e Impero, tornò in patria, riuscendo a riottenere, per intercessione del pontefice, i feudi aviti; ma, dopo l’incoronazione di Manfredi a Palermo, divenne il punto di riferimento della nobiltà a lui ostile. Unitosi a Carlo I d’Angiò, partecipò in qualità di capitano pontificio alla battaglia di Benevento del 26 febbraio 1266, terminata con la morte di Manfredi. Tornato definitivamente nel Regno, poté rientrare in possesso dei feudi del Cilento, di San Severino e di Marsico, ai quali Carlo I, per il valore mostrato da Sanseverino in battaglia, aggiunse anche i castelli di Atena Lucana, Sala Consilina e Teggiano. Dopo la vittoria su Manfredi, l’angioino si ritrovò ad affrontare un esponente della spodestata famiglia sveva, Corradino, intenzionato a invadere il Regno per riconquistare la corona siciliana. Tra il 1267 e il 1268, dunque, il conte di Marsico fu a capo delle truppe angioine in Puglia, per contrastare l’avanzata nemica. Debellato anche questo pericolo, il sovrano ricompensò Sanseverino con il vicariato di Roma (dal 1272 al 1273), occupato in precedenza da Bertrando del Balzo. In questi anni, ebbe inoltre la custodia dei figli di Ruggero dell’Aquila, erede del conte di Fondi. Negli anni successivi, Sanseverino si impegnò attivamente nella politica mediterranea e ‘crociata’ degli Angioini. Grazie alla morte del despota dell’Epiro e ad alcune alleanze matrimoniali, Carlo I riuscì infatti a farsi proclamare re d’Albania (1272), affrontando peraltro non pochi ostacoli politici. Fu nell’ambito di questa nuova conquista che Ruggero, nel 1276, condusse una spedizione a Valona, per trasportare al di là dell’Adriatico rinforzi e vettovaglie. L’anno successivo, invece, ebbe dal re, intenzionato a conquistare il Regno di Gerusalemme, il comando della flotta assemblata per l’occasione. Salpato da Brindisi, Sanseverino approdò ad Acri nel mese di settembre, cogliendo di sorpresa il governatore Baliano, che si rifugiò in una fortezza e permise al conte di occupare i punti strategici della città. Privo del sostegno degli ordini militari presenti nel Regno, il governatore fu costretto alla resa: Sanseverino, appoggiato dai templari, non incontrò difficoltà a conquistare il castello e a innalzarvi la bandiera angioina. Divenne dunque vicario del Regno di Gerusalemme e giurò fedeltà a Carlo I, ricevendo l’omaggio dei nobili e cavalieri del luogo. Nel 1278, il sovrano gli inviò le vettovaglie necessarie al fabbisogno dei sudditi in Terrasanta, nonché contingenti di supporto, mentre il figlio Tommaso cercava di fargli pervenire cavalli, muli e scudieri. Con quella stessa spedizione giunsero ad Acri Margherita, cugina di Carlo I, diretta in Siria, Niccolò II di Saint-Omer, amico del re, accompagnato dalla moglie Maria e dalla cognata Lucia, diretti in Armenia per conto del sovrano. Per tal ragione, l’angioino ordinò a Sanseverino di trattare gli ospiti con i dovuti onori, pur se le navi non salparono prima dell’11 aprile dello stesso anno. Inoltre, l’imbarcazione che trasportava i beni inviati da Tommaso Sanseverino al padre giunse ad Acri con netto ritardo. Dopo quattro anni di soggiorno in Terrasanta, Sanseverino rientrò in patria (1282), a causa del pericolo aragonese incombente e, successivamente, dello scoppio dei Vespri siciliani. Inizialmente fu giustiziere di Terra di Lavoro e Molise (per un anno); nel maggio del 1284, in qualità di capitano di Salerno, ebbe la responsabilità della difesa della città dagli attacchi dei ribelli, mentre suo figlio Tommaso proteggeva la costa fino a Policastro. In seguito, ottenne l’ufficio di generale di guerra per i giustizierati di Valle del Crati, Terra Giordana, Basilicata e Principato, controllando in tal modo buona parte del litorale regnicolo. Il 5 ottobre 1285, ebbe inoltre l’ordine di esigere le imposte in favore dell’esercito che avrebbe dovuto combattere contro i ribelli siciliani. Questo fedelissimo esponente della nobiltà filoangioina morì nello stesso anno a Marsico e fu sepolto in una cappella adiacente alla cattedrale della città. Devotissimo al monastero di Montevergine, oltre ad aver assegnato un ex voto per la remissione dei peccati (1270), espresse nel suo testamento il desiderio di donare 12 once più 3 once annuali ai confratelli dell’illustre cenobio. Alla sua morte, il titolo comitale passò alla moglie Teodora e al figlio Tommaso II, che, come il padre, godé dei favori della dinastia francese. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Tommaso di Sanseverino nel 1227 aveva ceduto S. Severino e il Cilento alla regia Curia in cambio della contea di Marsico: “permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitato Marsici (….) et addidit uncias mille pro excambio” (Capasso, cit. p. 349). Con il figlio Guglielmo venne ucciso nel 1246 per aver preso parte alla congiura dei baroni.”.

Federico II di Svevia, i Baroni ed il sequestro di molti castelli

Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Federico quindi accettò l’omaggio dei baroni di minor conto, servendosi subito di loro per comandare ai conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di Sanseverino, Riccardo d’Ajello, Riccardo da Celano e da alcuni altri, di consegnare, in base alla legge sui privilegi e ad altri provvedimenti che sarebbero stati promulgati subito dopo l’incoronazione, certi castelli che essi possedevano. La cosa più importante in quel momento per Federico, era di possedere piazzaforti nel regno. Fu un vantaggio che i baroni fossero presenti alla cerimonia e potessero constatare l’intesa esistente fra lui e il papa: intimoriti obbedirono ai suoi ordini. Del resto Federico, nel togliere, non badava alle persone ma all’importanza delle cose: in base alla legge sui privilegi, il fedele e devoto abate di Montecassino, presente all’incoronazione, dovette rinunciare non solo a certe rendite ecc…(p. 105) L’occasione si presentò subito dopo la campagna del Molise, quando i conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di San Severino e alcuni altri furono chiamati a partecipare alla guerra contro i saraceni: si presentarono con pochissimi uomini, o addirittura soli – e Federico senza por tempo in mezzo li fece prigionieri, e ne incamerò i beni. Dietro preghiera del papa, li mise poi in libertà, ma li bandì dal paese. (Come già il conte del Molise, presero rifugio a Roma).”.

Nel 1227, Tommaso II Sanseverino cedette la baronia del Cilento a Federico II di Svevia in cambio della contea di Marsico

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Tommaso di Sanseverino nel 1227 aveva ceduto S. Severino e il Cilento alla regia Curia in cambio della contea di Marsico: “permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitato Marsici (….) et addidit uncias mille pro excambio” (Capasso, cit. p. 349).”. Ebner citava Bartolomeo Capasso (…..). Ebner, a p. 97 riferendosi ad altro citava il testo di Capasso e, nella sua nota (41) postillava che: “(41) B. Capasso (“Atti Acc. Arch. Lettere e Belle Arti”, Napoli, 1869, v. IV, p. 219) ammette due redazioni dell’incompleto e lacunoso elenco: una tra il 1154 e il 1161 e la seconda (revisione della prima) tra il 1161 e il 1169″. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel 1227, essendo rimasto vacante il feudo di Marsico per essersi spento senza successori il legittimo conte Giacomo, nipote di Isabella Guarna (4), madre di Tommaso Sanseverino, quest’ultimo cedette a Federico II la signoria di Sanseverino e la baronia di Cilento in cambio di quella contea, aggiungendovi in più mille once d’oro per la permuta (1).”. Capano, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Giacomo potrebbe essere stato anche cugino di Isabella Guarna, poichè vi è qualche incertezza nella documentazione relativa alla discendenza dei Guarna nella contea di Marsico, volendo persino qualcuno (cfr. L. Ventre, La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo, Salerno, 1965, pp. 125-32) che Isabella fosse figlia di Guglielmo Guarna anzicchè di Silvestro, cosa di cui non può dubitarsi (cfr. SENATORE, cit., doc. XIX).”. Capano, a p. 144, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nonostante la sicura notizia che Tommaso I Sanseverino….’permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitatu Marsici….et addidit uncias mille pro excambio’ (v. BARTOLOMEO CAPASSO, Historia diplomatica Regni Siciliae inde ab anno 1250 ad annum 1266, Napoli, 1784, p. 349), sia il Mazziotti (op. cit., p. 122) che il TALAMO ATENOLFI (op. cit., p. 29) insistono sulla fantasiosa notizia che il Sanseverino sarebbe stato feudatario anche di Capaccio prima del cambio. Lo stesso Tommaso è documentato come conte di Marsico nel 1230 (cfr. L. VENTRE, op. cit., pp. 131-132).”.

Nel 1227, Federico II di Svevia cedè la baronia di Cilento (Sanseverino e Rocca) a Guglielmo Villano

Nel……, Tommaso Sanseverino ed il padre Guglielmo II Sanseverino cedettero la contea di Capaccio e la Baronia del Cilento a Federico II di Svevia, in cambio della Contea di Marsico. Scrive sempre il Mazziotti, che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, mentre affidava ai singoli feudatari la cura dei castelli in loro possesso, si preoccupò anche di far riparere e consolidare le fortezze imperiali, quelle cioè amministrate e dirette in proprio dalla Regia Curia, intervenendo in maniera specifica nei loro riguardi (2). Quanto al castello di Capaccio, che era tra quelli di proprietà della Corona, in considerazione dell’enorme importanza che esso rivestiva entro il sistema difensivo stabilito dagli Svevi a protezione delle terre di Principato, unite allora in un solo Giustizierato con quelle beneventane, l’Imperatore nel 1230/31 vincolò un notevole numero di vassalli all’obbligo di fornire la mano d’opera necessaria alle sue eventuali riparazioni (3). La disposizione interessava gli uomini della baronia di Fasanella, le abbazie di S. Benedetto di Salerno etc..”. Cantalupo, a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Federico si interessò particolarmente delle fortificazioni di Laurino (Castrum Laurini), Policastro (Castrum Policastri) e Rocca Gloriosa (Castrum Rocce de Gloriose), indicando anche coloro che erano tenuti a provvedervi (CDS, cit., I, pp. 157-159).”. Il Cantalupo si riferiva al testo di Carlo Carucci (….), “Codice diplomatico Salernitano”, vol. I, pp. 157-159.

Carucci, p. 255

(Fig…) 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 di Winkelmann (…) e, in Carucci (..), vol. I, p. 157

Nel 1239, i Morra nel periodo Federiciano

Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 1254, il castello di S. Severino fu restituito a Ruggero Sanseverino figlio di Tommaso

Dalla Treccani on-line leggiamo che Ruggero II Sanseverino nacque nel 1237 circa da Tommaso I, conte di Marsico, e da Perna de Morra. La sua famiglia fu coinvolta nella congiura di Sala e Capaccio (1245-46) che aveva come obiettivo, oltre alla morte dell’imperatore Federico II e del figlio re Enzo, anche l’uccisione del signore ghibellino Ezzelino III da Romano e il passaggio verso la fazione guelfa della fedelissima Parma. Costretto dunque alla fuga in Francia, fu accolto, assieme alla madre e ad altri congiunti, dall’esule papa Innocenzo IV. Per tale ragione i beni della stirpe furono requisiti dalla corona e poi ceduti a nobili fedeli: la contea di Marsico passò prima a Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento e San Severino furono ceduti ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia. Ruggero sposò nel 1250 circa Teodora d’Aquino, sorella di san Tommaso, dalla quale ebbe un solo figlio, Tommaso II. Dopo la morte dell’imperatore (avvenuta nel dicembre dello stesso anno), quando fu certo della stabilità dei rapporti tra Papato e Impero, tornò in patria, riuscendo a riottenere, per intercessione del pontefice, i feudi aviti; ma, dopo l’incoronazione di Manfredi a Palermo, divenne il punto di riferimento della nobiltà a lui ostile. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Nel 1254 il castello di Sanseverino, per interessamento d’Innocenzo IV, era stato restituito a Ruggero, l’altro figlio di Tommaso miracolosamente scampato (aveva nove anni) all’eccidio di Capaccio e allevato dal papa che gli diede in moglie una sua nipote. Ma il vicario imperiale Manfredi, tutore di Corradino, ripresa la lotta, donò il castello a Giordano de Anglano, suo parente (a. 1258)”.

Il castello di Policastro all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo…..; nel 1230-31 la città e il Castello dovevano essere riparati da uomini di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Policastro, Morigerati, Camerota, cioè da mezzo Cilento e da uomini della Lucania interna (77).. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (77), postillavano che: “(77) Carucci, op. cit., I., s.a.”. Come vedremo, la postilla di Natella e Peduto, nella loro nota (77), si riferisce al vol. I, di Carucci (…), a pp. 156-157-158. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Nel 1211 Federico II,….a quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Il feudo di Policastro fu assegnato a Giovanni Ruffo (a. 1229).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia. Dopo la congiura di Capaccio nel 1242, episodio in cui alcuni Baroni del Regno, primi tra questi, al solito, i Sanseverino, decidono di ribellarsi all’Imperatore Federico II di Svevia, che era stato scomunicato dal papa, e dopo il suo epilogo che avvenne a Capaccio in cui tutti i congiurati vennero sterminati, compreso Tommaso e Guglielmo Sanseverino.  I guasti del conflitto non rimesero circoscritti alla sola zona di Capaccio, ma incisero fortemente sulle condizioni di vita dell’intero Cilento. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Ritornando a quanto scrive il Campagna “sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79).” e, dove postillava: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Sempre il Campagna (…), sulla scorta del ‘Codice Diplomatico Salernitano’, del Carucci (…), a p. 266, scriveva che: “Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro.“. Pietro Ebner (…), scriveva che: Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). L’Ebner (…) scriveva che: Un documento di Federico II informa che alle opere di manutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro, Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (…).”, di cui si parla nei documenti pubblicati dal Carucci (…). Parlando del Castello e della fortezza di Policastro, Pietro Ebner, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del castello di Policastro (32).”. Ebner, a p. 336, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Fidericus (…) Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscoli provisoribus castrorum, li costituisce provisores dei castrorum nostrum di Principato, Terra di Lavoro e Terra Beneventana (…) Castrum Policastri, ecc…”, e faceva riferimento al Carucci, vol. I, p. 89. Devo precisare però che il documento pubblicato a p. 89 del vol. I dal Carucci, riguarda la facenda del medico di Federico II e non dice nulla sui ‘provisores’ nominati per il “Castrum Policastri”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, a pp. 156-157-158, pubblicava il documento del 1230-1231, citato dai due studiosi Natella e Peduto e da Pietro Ebner (…): “LXXVIII. 1230-1231 (?) Federico II, nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato ecc..”.

Carucci, p. 156

(Fig…) Carucci Carlo, op. cit., vol. I, p. 157Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775, (Archivio Attanasio)

Il Carucci (…), sempre nel suo vol. I, a p. 157, postillava che: “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi (Dal Winkelmann, Acta Imperii, pag. 775, e da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914.”. :

Carucci, p. 255

(Fig…) Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 e in Carucci, vol. I, p. 157 (Archivio Attanasio)

Infatti, come scriveva pure Pietro Ebner (…), vol. II , p. 336, nella sua nota (32), postillava che, nel documento vi è scritto che per “Castrum Policastri, debet reparari per homines Turturelle, et per homines Sanse, per homines Turracae, per homines Rofrani item per homines Brighelli (Rivello ?) et Triclani (Trecchina), qui sunt de iustitieriatu Basilicae; item potest reparari per homines Muclarone (Morigerati, nel 1294 Moregerarum) et per homines totius baronie Camerote, que homnes terre sunt vicine Policastro in quo nulla est familia ordinata. Carucci cit. ibidem.”

Carucci, p. 160

Carucci, p. 160, nota (1)

(Fig….) Documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, pp. 156-157

Le fortificazioni ed i castelli nel basso Cilento all’epoca della Guerra del Vespro: il castello di S. Severino di Centola, ieri di Camerota

Riguardo la Guerra del Vespro, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, a p. 18, in proposito scriveva che: “L’aspetto che più ci interessa del conflitto siciliano è costituito dall’invasione dei Siculo-Aragonesi in Calabria e la resistenza che vi si oppose la casa angioina sulla frontiera del Principato 836). Il massiccio montuoso del Cilento, infatti, costituiva un ostacolo insormontabile e l’esercito  napoletano vi si attestò, avvantaggiandosi delle favorevoli condizioni naturali nonchè della perizia di uno dei suoi comandanti, Tommaso Sanseverino conte di Marsico. Questi potè contrastare l’invasore mercè le valide opere difensive costituite dai preesistenti castelli della zona, che occupavano importanti strategiche dominanti il territorio. La validità del sistema difensivo non cessò neanche quando i Siciliani riuscirono ad occupare le importanti posizioni di Policastro, Castellabate, Castelcivita e Padula, tanto è vero che, malgrado fossero giunti fino a Salerno, non riuscirono mai a sconfiggere l’esercito del Sanseverino, che impedì ogni ulteriore progresso; posizione di rilievo ebbero dunque i castelli cilentani. Nella zona, che all’epoca dei Longobardi era divisa in tre castaldati (37), furono costruite, sin da quel tempo, importantissime opere di fortificazione in luoghi opportuni, quasi sempre in alto sulla cima dei monti o su rupi, opportune allo sbocco di una valle sul mare o nel piano. Si era costituita, nel tempo, una serie organica di fortificazioni, rispondente ad un piano prestabilito e saggiamente attuato in modo da costuire, da questo lato, una valida difesa di tutto il Principato. Nell’attuare la difesa contro gli invasori fu fortificata, per prima, Policastro, a difesa della valle del Bussento e per impedire l’approdo delle navi provenienti dalla Sicilia; furono anche aggiunte altre opere sussidiarie a Capitello e a Santa Marina (sulla destra), oltre quelle di Bosco, ed ai piedi del monte Bulgheria (a sinistra). Alle spalle di questa prima linea difensiva ne fu apprestata un’altra a Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castel Ruggiero; dato però che questa linea presentava un punto debole nelle valli del Lambro e del Mingardo, venne fortificato l’antico castello di Molpa, che dominava sia il mare che le due valli. Furono anche munite Castelluccio e San Severino, che si avvantaggiarono del terreno scosceso della zona. Sempre sul mare, poi, fu fortificato il Castellammare della Bruca ecc..ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, in proposito scriveva che: “Contro le invasioni degli Almugaveri erano state rinforzate le torri intorno a Camerota e ripristinato il castello di S. Severino (130).”. Il Campagna, nella sua nota (130), postillava che:  “(130) C. Carucci, La provincia di Salerno dai tempi ecc…, op. cit., Salerno, 1923; M. Vassalluzzo, Castelli, torri e borghi della costa cilentana, op. cit., Il castello di S. Severino fu posto alle dipendenze di Tommaso Sanseverino. Da Alfonso I d’Aragona, Teano 20 luglio 1436, fu investito del feudo Giovanni Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino principi di Salerno, in “SM”, a. VI (1973), fasc. IV, pag. 326.”.

Nel 1246, Ruggero II Sanseverino (conte di Marsico) e la Baronia di San Severino di Camerota (oggi di Centola)

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, in proposito scriveva che: “Federico spogliò i ribelli ed i loro familiari di tutti i feudi e diede le contee di Marsico e di Sanseverino a Guglielmo de Villano (4). Questi restituì a sua volta la baronia di Cilento all’Imperatore, che la concesse prima al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido signore di Pozzuoli (1).”. Sempre il Cantalupo, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965. Il Cantalupo, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. il doc. del Capasso, appresso cit., in nota”. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio (B. CAPASSO, Hist. Diplom., ….cit. p. 346).”. Infatti, il Cantalupo citava il noto documento pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Una parte del documento riguarda Ruggero II Sanseverino che all’epoca dell’angioino non sarà più un giovane di 12 anni salvatosi dallo sterminio della “Congiura di Capaccio”.

Capasso, HD, p. 346

(Fig….) Capasso Bartolomeo, Hist. Diplom., p. 436

E’ un importante documento tratto dalla cancelleria Angioina che ci fa capire alcune notizie storiche sul periodo Federiciano. I notai di Carlo I d’Angiò scrivevano che: “Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio”, ovvero che: “Al conte Rugerio de San Severino, Rocca Cilento fu restituita alle case che l’imperatore Federico concesse a Sir Guglielmo de Villano, perché scambiò la detta Rocca con le case, e San Severino con la compagnia dei Marsici; poi fu concessa dal lo stesso generale al signore Guido de Putiolo, e poi l’imperatore rammentò lo scambio che era stato fatto col conte Ruggero”. Scrive sempre Matteo Mazziotti, che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ruggiero che era stato investito anche degli altri beni confiscati, avendo imprigionato a Salerno alcuni baroni, temendo di essere incolpato da re Manfredi fuggì presso Carlo d’Angiò che, conquistato il Regno, lo investì anche della baronia di Diano.”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Federico II concesse al figliuolo di Guglielmo, Tomaso (I), di comprarla devolvendo però alla R. Corte la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento e versando mille once d’oro. Dopo la ribellione di Tomaso, il figliolo di Ruggero, scampato alla morte e condotto a Lione da papa Innocenzo IV (ne sposò la nipote, figlia del conte Fieschi) (5), riebbe le contee di Marsico e di Sanseverino da re Manfredi. Degli angioini Ruggero (sposò in seconde nozze Teodora, sorella di S. Tommaso d’Acquino) ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”.

Nel 1258, Manfredi donò il castello di S. Severino a Giordano de Anglano togliendolo al Sanseverino

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52)….Ma il vicario imperiale Manfredi, tutore di Corradino, ripresa la lotta, donò il castello a Giordano de Anglano, suo parente (a. 1258).”.

Nel 1369, Giacomo Morra possedeva i feudi di Rofrano, Caselle, Centola, Foria, Poderia, Roccagloriosa, S. Severino di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando e riferendosi al feudo di Rofrano ed ai monaci dell’Abbazia, in proposito scriveva che “Probabilmente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, ricorda  (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Anche Camillo Tutini dice di Rofrano posseduto da conte Alemagna di Buccino, insieme con Balbano, Laviano, Ricigliano e S. Lorenzo, aggiungendo poi (p. 85) che Rofrano apparteneva al conte Giacomo Gaetani, notizia che troverebbe conferma in un documento aragonese del 1445. Dalle ‘Fonti aragonesi’, infatti, si apprende del conte di Fondi e del pagamento “pro feudali servicio seu adoha terre Rofrani que est Jacobi Gaetani fratris sui duc. sexaginta” (7).”. Riguardo a Giacomo Gaetani, Ebner, a p. 433, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Fonti Aragonese., 16 novembre 1445, Napoli = vol. IV, p. 50, n. 173: ‘Franciscus de Aquino etc (conte di Loreto e Satriano e Gran Camerario del Regno) etc…”. Dunque, Ebner ricorda che Scipione Mazzella Napolitano (….), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli”, del 1601, nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, per l’anno 1369 ricordava Giacomo Morra (….), feudatario dei feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Infatti, dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. Riguardo Giacomo Morra ed i suoi feudi ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Successivamente il feudo passò in possesso a un’altra famiglia, strettamente legata da legami politici e familiari con i Sanseverino, i Morra, che lo detennero sino ai primi decenni del XVI secolo. Nel 1404 Francisco Morra ottenne l’investitura della baronia di Sanseverino e dei suoi casali (2). Ecc..”. Il Barra, a p. 80, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. il rarissimo volume ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli 1629, pp. 65-73. Avvertiamo che non ci soffermeremo sul periodo della dominazione feudale dei Morra a Sanseverino, perchè ne faremo oggetto di una trattazione specifica.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Infatti, si tratta del testo a stampa del 1629 di Marco Antonio de Morra, ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, pubblicato a Napoli, si veda p. 71. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 31 luglio 1423, la donazione di Giacomo Morra al vassallo Brancato Pistinello di Licusati

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Come c’informa un inedito atto in pergamena, redatto “apud terram Sancti Sanseverini de Camerota”, che pubblichiamo integralmente in appendice, il 31 luglio 1423 Giacomo Morra donò in proprietà e possesso irrevocabili (“in perpetuum donationis titulo et non revocabilis inter vivos”) al suo vassallo Brancato Pistinello di Licusati (“de Cusatis”) abitante in Sanseverino, in ricompensa dei suoi servigi, presumibilmente di natura militare (“vassalli affectione motus (….) accepto benefici gratus”), diversi beni stabili siti nelle pertinenze di Sanseverino: una casa in località San Cristofaro, confinante con via pubblica e via vicinale, soggetta ad annuo censo di un’oncia e mezzo alla corte feudale; una vigna in località “Campanella”, confinante con i beni di Biagio de Rosa, di Giovanni de Ielardi e di Giovanni de Petrillo, soggetta ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo; un terreno in località “Lisca”, confinante con la via pubblica, via vicinale e vallone, ugualmente soggetto ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo. Il documento fu redatto dal notaio Ciferio Britto (“Ciferius Brictum”) di Policastro (“de civitate Policastri”) e dal giudice annuale di Sanseverino Napolillo Bonavita (“Napulellus de Bonavita”)(3). E’ significativo che la solenne donazione, sottoscritta da molti autorevoli testimoni e giurata sul Vangelo dal Morra, s’inserisse nel contesto del diritto feudale e del rapporto vassallatico. La donazione era infatti a tutti gli effetti irrevocabile, alla sola condizione che il Brancati e i suoi successori avessero continuato a prestare l’”homagium” al feudatario e non riconoscessero altri signori (“accessisset ad aliquem domunum”). Non si trattava, quindi, di una pura e semplice censuazione, ma di una vera e propria investitura di beni feudali, effettuata, peraltro, senza nessuna autorizzazione legale da parte del sovrano, il che si spiega con la confusione politica attraversata in quel periodo dal regno di Giovanna II. Il fatto, poi, che la stipula dell’atto, rogato da un notaio “esterno” fatto venire da Policastro, non sia avvenuta, come ci si attenderebbe, nel castello di Sansverino, ma in una località indeterminata, e comunque in aperta campagna (“apud terram Sancti Severini de Camerota”) ecc…”. Il Barra (….), a p. 80, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Archivio di Stato di Benevento, Fondo Pedicini, Pergamena n. 1, che riportiamo in appendice al doc. 1”. Il Barra riporta integralmente la trascrizione scritta del documento a pp. 96-97-98.

Nel 1459, la lite tra Gismondo de Sangro e Giacomo Morra

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Sempre il Barra, a p. 86, in proposito scriveva che: “Già all’epoca della signoria dei Morra i rapporti dei feudatari con i vassalli non risultarono sempre felici, come pure non mancarono controversie, giurisdizinali e di confini, con i feudatari vicini. Abbiamo ad esempio notizia di una controversia insorta nel 1459 tra Sigismondo de Sangro, barone di S. Sergio, e Giacomo Morra, barone di Sanseverino, a proposito di alcuni abitanti di S. Sergio che desideravano trasferirsi a Centola (20).”. Il Barra, a p. 86, nella nota (20) postillava che: “(20) “Atti del magnifico Gismondo de Sangro, possessore del casale di Sergio (sic), con lo magnifico Iacomo Morra, possessore della Terra di Sanseverino, e casale di Camerota, sopra la petizione di certi vassalli che habiano da rehabitare nel detto casale di Centola – 1459″ (ASN, Processi antichi della Sommaria, f 72, n. 5731).”.

Nel 1489, Alfonso d’Aragona, duca di Calabria e figlio di re Ferrante, si reca a Policastro con l’architetto Giuliano Fiorentino ed è ricevuto dal vescovo Almensa

Riguardo il Duca di Calabria, il futuro re di Napoli Federico I d’Aragona, sappiamo pure che era l’epoca dei Petrucci, conti di Policastro di cui si parla nello stesso manoscritto. Nel manoscritto del Leostello (…), pubblicato dal Filangieri (…), vol. I, a pp 193-194-195, si parla di Camerota, Pisciotta e Policastro dove il Duca, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona si recò in viaggio per ispezionare le batterie e le fortificazioni dopo la nota ‘Congiura dei Baroni’. Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. Questo manoscritto fu pubblicato proprio da Gaetano Filangieri. Si tratta del manoscritto di Leostello Giampiero Volterrano (…), ‘Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883, vol. I. Il manoscritto di Joampiero Leostello (…), è importante per la datazione di questo pavimento anche perchè a mio avviso oltre a riferire fatti e produzioni dell’epoca Aragonese, trattando del Duca di Calabria, potrebbe rappresentare un anello di congiunzione con il probabile esecutore dell’opera in questione, Dimera di Sapri. Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), da una lista di giorni nefasti per le guerre e la giustizia e da una serie di distici elegiaci in lode del duca, assumono dunque importanza soprattutto come documento sulle abitudini del duca e della corte aragonese, ma anche come prezioso serbatoio di informazioni sull’architettura e sulla storia dell’arte a Napoli. Le Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria [1484-1491] di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca nazionale di Parigi, a cura di G. Filangieri, Napoli 1883 appaiono quindi come una sorta di cronaca-giornale, nella quale il Leostello aveva l’incarico di riportare tutti i fatti che riguardavano il duca Alfonso almeno per il periodo compreso tra il 22 maggio 1484 e il 6 febbr. 1491. Per far questo, il L. doveva vivere a stretto contatto giornaliero con Alfonso, sentendosi in dovere anzi di segnalare quando le notizie gli venivano di seconda mano. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seguito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso II d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Riguardo questo manoscritto oggi alla Biblioteca Nazionale di Francia, lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino, nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” sulla scorta del Filangieri (…), in proposito a pp. 48-49 scriveva che: “Chi, per primo, ci dà notizie dei prodotti, in questa arte nobilissima, della Patria nostra è il famoso manoscritto “Ephemeridi de le cose fatte per el Duca di Calabria” che faceva parte della Biblioteca Reale Napoletana e che venuto insieme ad altri innumerevoli nelle mani di Carlo VIII fu portato in Francia, ed ora trovasi a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Il manoscritto delle Effemeridi è cartaceo in folio, alto 31 centimetri e largo 21, ed ha 295 carte numerate, scritte in carattre corsivo del XV secolo, ecc….Sembra della stessa mano di chi compose il libro, se non che in certi luoghi è più grande e più tondo e rileva una mano diversa, l’intestazione seguente con la quale comincia il giornale: “Registro dove saranno collocati tucti progressi dell’Illustrissimo et Excellentissimo Signor Duca de Calabria Capitano generale de la Sanctissima et Serenissima Liga: ecc…”. Tramite le Effemeridi, l’opera principale del Leostello (…), si possono ricostruire i suoi movimenti tra il 1484 e il 1491. Il 14 settembre le truppe napoletane tornarono verso il Regno aragonese e impegnarono, una volta penetrate il 1° ottobre negli Abruzzi, i nobili aderenti alla cosiddetta congiura dei baroni (4 ottobre – 26 novembre). Piegata la resistenza, il duca con i suoi entrò trionfalmente, il 26 dicembre, a Napoli. Occasionalmente, in questo periodo, il L. ebbe anche la funzione di maggiordomo del duca, come nel caso della cena che Alfonso offrì agli ambasciatori papali il 10 luglio 1487 nella propria residenza napoletana a Castel Capuano. Il Leostello (…) accompagnò Alfonso in altri numerosi viaggi tra il 2 ott. 1487 e il 21 genn. 1491 (Cilento, Puglia, Calabria, dintorni di Napoli). Dal 22 gennaio il duca risiedette a Napoli presso il re Ferdinando I a Castelnuovo almeno fino al 6 febbr. 1491, data conclusiva nel racconto delle Effemeridi. Dunque, il Leostello parla del viaggio del Duca di Calabria Alfonso II d’Aragona che intraprese nell’anno 1487. Si tratta di Alfonso II d’Aragona. Infatti, come si vede sulla Treccani, il Leostello, dal 1474 sembra non trovarsi più a Volterra. Di certo, come dichiara egli stesso, il 20 ott. 1476 era a Napoli, presso la corte del duca di Calabria, il futuro re di Napoli Alfonso II d’Aragona. Da allora la vita del L. si sarebbe intrecciata con quella del duca. A Napoli infatti ottenne l’incarico di governatore dei paggi della casa del duca con lo stipendio annuo di 36 ducati. E’ lo stesso Duca di Calabria a cui si riferisce il Gaetano Filangieri quando parla delle ristrutturazioni che subì la chiesa di S. Pietro a Majella ?. Alfonso II d’Aragona che visitò Policastro e a cui si riferisce il testo manoscritto delle “Effereidi” del Leostello publicato dal Filangieri è il primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Nel basso Cilento la situazione era tutt’altro che tranquilla, a causa dell’inquieto atteggiamento dei baroni napoletani contro il re, che sfociò nella famosa congiura dei Baroni (1485). Il comportamento del duca di Calabria in quegli avvenimenti è noto, teso com’era a rafforzare l’autoritarismo dello stato. Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata. Alla morte del padre, nel 1494, Alfonso ascese al trono come re di Napoli e di Gerusalemme. Infatti, della notizia ci parlava Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…”

Leostello, p. 195 su Policastro

(Fig…) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. I, pp. 193-194-195

Questo documento parla pure di Policastro e di Maratea. Inoltre Ebner (…), dice di vedere nel vol. II, quando parlando di Policastro, scrive quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 340, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Va ricordato ce nel tardo ‘400 il castello di Policastro venne ricostruito su disegno di Giuliano Fiorentino.”. Sempre l’Ebner (…), nel suo vol. II, di ‘Chiesa etc…‘, a p. 345, parlando di Policastro e del suo castello segnala che l’Alfano (…), scriveva che: “L’Alfano (81) l’ubica alle falde di una collina con alla sommità un castello mezzo diruto “elevato da Jacopo Sanseverino, figlio de conte di Potenza nel 1393 (…) si crede Bussento, detta Bisso, e Bissunte ecc…”. Il Laudisio (…) a p….. della sua “Synopsi etc…“, ci dice di Girolamo Almensa che: “XXI. Girolamo Almensa, di Napoli, frate dell’Ordine dei Predicatori, nominato vescovo di Policastro nel 1485.”. Dunque, Girolamo Almensa successe al vescovo Gabriele Altilio. Ebner però scriveva che il vescovo Girolamo Almensa era “suo confessore” di Alfonso d’Aragona ma il Laudisio (…), a p. 77 (vedi Visconti), parlando del Vescovo Gabriele Altilio, in proposito scriveva che egli: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio di Alfonso II d’Aragona, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Le date e la notizia tratta dal Laudisio, cioè la cronostassi che il Laudisio riporta non sempre collima con le notizie storiche. Infatti, riguardo il vescovo Altilio che il Laudisio dice essere stato nominato vescovo di Policastro nel 1471, il sacerdote Giuseppe Cataldo scriveva essere salito alla cattedra vescovile nell’anno 1493 ed è più plausibile come data essendo stato il precettore di Ferrandino. Riguardo al vescovo Almensa di Napoli, che secondo il Laudisio divenne vescovo di Policastro nel 1485, potrebbe trovarsi con la data del documento pubbblicato dal Leostello che riguardava la visita di Alfonso duca di Calabria a Policastro nel 1489. La cronostassi del Laudisio (…), però non si trova con l’altro documento del 1481, di cui ho già parlato e che riguarda il vescovo di Policastro Gabriele Guidano che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire una chiesa a Sapri. Infatti, il Laudisio (…), nella sua cronostassi scrive che il vescovo Gabriele Guidano: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Come può essere possibile che secondo il Laudisio e forse pure per Ladvocat (…), il Guidano viene nominato dopo l’Almensa ovvero nell’anno 1491 se compare sul documento del 1481. Errore di stampa e di trascrizione ?. Del resto vi sono delle diverse conostassi come ad esempio ciò che riferisce lo stesso Cataldo.

Nel 1534, la Chiesa di S. Maria degli Angeli nel borgo di S. Severino

s.maria di Centola

(Fig….) La Chiesa di S. Maria (degli Angeli dopo il 1534) nel borgo medioevale di San Severino di Centola risalente a prima del ‘1000 (foto tratta da un sito di Mauro Pancaldi) Nel 1528, la fine dei Morra e la confisca dei beni

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 81 e s., in proposito scriveva che: “La crisi dei Morra precipitò nel 1528, con l’adesione al partito francese. Giacomo Morra subì infatti la confisca del feudo, la cui rendita veniva valutata in 460 ducati annui, e che così veniva descritto in un documento fiscale spagnolo del 1532 (4).”. Il Barra, a p. 81, nella sua nota (4) postillava che: “(4) N. Cortese, Feudi e feudatari napoletani della prima metà del Cinquecento, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n.s. a. XV, 1929, p. 36.”.

Nel 1528, Girolamo Morra vendette il feudo ad Annibale Antonini

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 82 parlando del la baronia e del feudo di Sanseverino di Centola, in proposito scriveva che: “Nel 1538, infatti, Girolamo Morra alienò definitivamente Sanseverino ad Annibale Antonini, antenato dello storico settecentesco, “cum castello, et castellano, et feria Sanctae Margaretae” (l’antica fiera di S. Margherita costituiva un’evento commerciale di grande rilievo per tutto il basso Cilento, e la sua giurisdizione risultava quindi assai lucrosa. (7). Il feudo passò poi ai Tancredi, nel 1628 a Girolamo Albertini, nel 1679 a Vincenzo Vita, e infine, per successione ereditaria, ai de Caro (8)”. Il Barra, a p. 82, nella sua nota (8) postillava che: “(8) L’Antonini ricorda la famiglia de Caro di Roccagloriosa, che nel 1305 vi aveva fondato la Commenda di S. Spirito, affermando che “quando sia nobile tal famiglia troppo sarebbe qui il ridirlo, ma ne fan chiara testimonianza i feudi da tanti secoli posseduti, i privilegi, le cappellanie, suoi illustri parentadi &” (La Lucania, cit., vol. I, p. 387, nota). In termini tutt’altro che encomiastici, anzi decisamente sarcastici, si esprime invece Lorenzo Giustiniani a proposito del giurista Filippo Ferdinando de Caro, ricordando le numerose controversie legali da lui sostenute “a vindicare il feudo di Sanseverino, piccola terra non lungi da Cammarota”. Infatti “l’acquisto di tl feudo gli apportò la perdita del cervello; poichè essendogli riuscito di rinvenir memora, che quella terra preso avesse il nome della famiglia Sanseverina, e non da quel Sanseverino vicino Salerno, incominciò a prender l’impegno di ottenere il titolo di Principe, a muover litigio co’ feudatari convicini, pretendendo la preminenza di questo suo feudo su quello di Foria e di Centola. E comechè ne venn’egli in parte ad ottenere di que’ diritti, che forse gli eran dovuti, e non i maggiori da lui pretesi, incominciarono questi suoi pensieri a divenir delirij, e nel 1768 finì da matto i suoi giorni” (L. Giustiniani, Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli, 1787, vol. I, p. 224). A parziale giustificazione delle pretese del de Caro, va ricordato che già gli Albertini si erano auto-intotolati principi di Sanseverino. Il de Caro fu autore di un commentario alla sua edizione di Leonardo Ricci U.I.D. Neapolitani, Praexos formulariae Judicii executivi et ordinarii, Ex Typographia Januariii Roselli, Neapoli MDCCLVII e MDCCLIX, vv. 2. Per Sanseverino cfr. E. Buonomo, San Severino di Centola, cit., che pubblica alle pp. 75-79 un apprezzo del feudo del 1786, tratto dall’archivio privato Albertini.”.   

Nel 1532, i feudi e casali di Centola, Capizzo e Casaletto a Girolamo di Sangro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1532 il re investì Sigismondo di Sangro, per la morte del padre Alfonso, dei suddetti casali, con tutti i loro diritti, giurisdizioni, mero e misto imperio e cognizione delle prime cause. Il compilatore dei Quinternioni (5) tenne a segnalare che i predetti casali vivevano “iure Langobardorum”. Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6). Nel 1603 Maria Rosso, laica in ‘capitulis’, figlia di Ascanio Rosso, rinunziò a Centola donando il feudo allo zio Mario Rosso (7). Ecc…”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Ecc…”. Sulla famiglia dei di Sangro a Centola ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, Gianalfonso de Sangro vendè nel 1516 il feudo a Giannicola Origlia, per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9). Sequestrato nel 1528, il feudo fu concesso a un dignitario fiammingo di Carlo V, Stefano Croppen (10). Nel 1539 i de Sangro vendettero per 9600 ducati la Molpa e Pisciotta al nobile italo-spagnolo Ferrante Bisbal, il quale aveva effettuato l’acquisto per conto di suo nipote Antonio Caracciolo.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(Fig. 1) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto: “‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981,  come dall’immagine che illustra la segnatura:

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Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: Incommunicable pour raison de conservation’. Pietro Ebner (…), parlando di Capitello, vol. I, p. 625, segnala che il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, del 1978 (credo che l’Ebner, si riferisca a questo lavoro) “assicura che sulla collina Castellaro vi sono ancora i ruderi di un antico castello e afferma di aver consultato nell’ASN una pianta (3) del 1746 dove sono indicati Policastro, il Castellaro, Capitello e Petrasia. Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat.”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello) ora restaurata (4).”. Ebner (…), a p. 625, del suo vol. I, nella sua nota (3), postillava che: “(3) ASN, ‘Sezione piante topografiche’, cart. 32, n. 2.”. La carta che segnalava Tancredi (…) ed il Guzzo (…), citata pure da Pietro Ebner (…), è una carta inedita di probabile epoca Aragonese. I riferimenti bibliografici della sua segnatura della sua collocazione presso l’ASN (non quelli citati da Ebner, sulla scorta di Tancredi e di Guzzo, i quali, riportarono la notizia senza mai citarmi), quelli corretti, sono quelli illustrati nell’immagine. La carta in questione, era inedita e fu da me pubblicata in un mio scritto a stampa, apparso nel lontano 1987 (1), dieci anni prima che ne parlassero il Tancredi (…), ed il Guzzo (…). Infatti, la carta in questione, dalla postilla impressa sul retro, non è del 1746, ma è del 1756. Ma, la sua datazione deve farsi risalire a molti secoli indietro. Dobbiamo pure precisare che l’opera di Luigi Tancredi (…) ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che, secondo cui Ebner (…), a p. 625, vol. I, segnalava che aveva citato la notizia di questa carta, lo stesso Ebner, sempre nel vol. I, a p. 688, nella sua nota (10), lo segnala come “Il Golfo ecc..”). Infatti, la cosa ci appare strana, in quanto, l’opera di Luigi Tancredi (…), è del 1978, mentre l’opera di Pietro Ebner (…), è del 1982, cioè dell’anno dopo che avevo richiesto ed ottenuto la fotoriproduzione b/n della carta in questione (v. Fig…, che illustra la ricevuta, rilasciatami dall’ASN). A quei tempi, mi sentivo spesso con Luigi Tancredi, al quale feci vedere la carta, e ritengo che Ebner, non avesse visto l’opera del Tancredi, ma che fosse venuto a conoscenza a mezzo del Tancredi stesso di questo importantissimo rinvenimento.

(4) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Pietro Ebner – Studi sul Cilento, vol. I-II, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – Pietro Ebner, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento (Archivio Storico Attanasio)

(…) De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, p. 94 (Archivio Attanasio)

(…) Ugo da Venosa o Ugone Venusino. Sarebbe stato il primo biografo di Abate di Cava de Tirreni, Pietro Pappacarbone e dell’Abate Costabile Gentilcore, originario di Tresino nel Cilento. Il Guillaume (…) raccontando la notizia del miracolo di S. Pietro Pappacarbone, il monaco benedettino che prima di fondare la “Congregazione dei Monasteri della Cava”, fu eletto vescovo della rinata Diocesi di Policastro, citava il monaco benedettino, Abate dell’Abbazia di Venosa, Ugo da Venosa o Ugone Venosino (…), che lasciò un manoscritto (un ‘Chronicon’) pubblicato dall’abate di Cava Ridolfi nel 18….., e che poi il Guillaume ha ripubblicato con l’elegante traduzione in italiano. Hugone abbate Venusino,Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, edizioni Leone Mattei Cerasoli (….). ‘Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis‘, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941. Nel testo del Venusino (…), pubblicato anche dal Muratori (…), in in Rerum italicarum scriptores – Bologna 1941, tomo VI, da p. 222, l’opera di Ugone o Ugo da Venosa è: “Vita S. Petri”, dove nel foglio 19 del manoscritto originale si trova menzionato il miracolo di Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero I Sanseverino. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19; Muratori, tomo 6°, pagg. 222 citati dal Guillaume.”.

(…) Su Pietro Pappacarbone (Pietro da Salerno) e la figura di Alfano I, si veda: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXIX (2013), pp. 5-36.

(…) Gattola Erasmo, Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassines, Venezia, 1733, Tomo I

(…) Bozza Angelo, La Lucania, Rionero, Tipografa Torquato Ercolani, 1888 (Archivio Attanasio)

(…) Stanziola Domenicantonio,

Guillaume P.,

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

(…) Loré V., Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151

(…) Ammirato Scipione, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, ed. Marescotti, 1580 (Archivio digitale)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)

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(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore:  Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947 (Archivio Attanasio) (…) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972 (Archivio Attanasio). (…) Ventimiglia Domenico, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e sgg. (…) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Memorie storiche del Principato di Salerno’. (…) Per Ruggiero Sanseverino la Treccani fornisce le seguenti fonti: A. di Meo, Annali critico-diplomatici del regno di Napoli della mezzana età, VIII, Napoli 1803, pp. 213, 221; G.A. Adinolfi, Storia della Cava distinta in tre epoche, Salerno 1846, p. 214; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’après des documents inédits, Cava dei Tirreni 1877, p. 91; M. De’ Santi, Studio storico sul santuario di S. Maria Materdomini in Nocera de’ Pagani, Napoli 1905, pp. 78 s.; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Paris 1907, I, p. 247, II, p. 265; E.M. Martini, Il diritto feudale e l’abate di Cava nel sec. XI, in Rivista storica benedettina, III (1908), pp. 218-232; L.R. Ménager, Inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile (11-12 siècles), Roma 1975, pp. 259-390 (in partic. pp. 292 s.); G. Portanova, I Sanseverino e l’abbazia cavense (1061-1324), Cava dei Tirreni 1977, pp. 44-75; P. Natella, I Sanseverino di Marsico: una terra, un regno, Mercato San Severino 1980, pp. 35 s.; G. Vitolo, Da Apudmontem a Roccapiemonte. Il castrum come elemento di organizzazione territoriale, in Rassegna storica salernitana, n.s., 1986, vol. 6, pp. 129-142; G.A. Loud, The Abbey of Cava and benefactors in the Norman era, in Anglo-Norman studies, IX, Woodbridge 1987, pp. 143-177 (in partic. p. 157); E. Cuozzo, «Quei maledetti normanni»: cavalieri e organizzazione militare nel Mezzogiorno normanno, Napoli 1989, p. 119; M. Galante, Un esempio di diplomatica signorile: i documenti dei Sanseverino, in Civiltà del Mezzogiorno d’Italia. Libro, scrittura e documento in età normanno-sveva. Atti del Convegno dell’Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti…, Napoli-Badia di Cava dei Tirreni… 1991, a cura di F. D’Oria, Salerno 1994, pp. 279-300; V. Ramseyer, The transformation of a religious landscape: medieval Southern Italy, 850-1150, London 2006, p. 175 (…) Cammarano Giovanni, “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, voll. I-II-III, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1993 (Archivio Attanasio). Riguardo il Cammarano il Barra (…), nella sua nota (13) a p. 67 postillava che: “Giovanni Cammarano alla storia dell’abbazia non è utilizzabile storicamente, fondato com’è su fonti memorialistiche inattendibili e apocrife, e comunque incontrollabili (G. Cammarano, Storia di Centola, vol. II, La Badia di S. Maria, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Agropoli, 1999, pp. 334).”. (…) Barra Francesco, ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017 (Archivio Attanasio) (…) Capano Antonio, Centola e il suo catasto provvisorio: paesaggio naturale e paesaggio antropizzato nel 1815, in “Annali CIlentani”, n. gennaio-dicembre, 1999 (….) De Morra M.A., ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71 (Archivio Attanasio)

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(…) Volpi G., Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, ed. Riccio, Napoli, 1752, pp. 211 e 287 (Archivio Attanasio) (…) Sacco Francesco, Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, ed. Flauto, Napoli (Archivio Attanasio)

Bertaux

(….) Bertaux, L’art dans l’Italie meridionale – De la fin de l’Impire Romain a la conquete de Charles d’Anjou, Ecole de Francaise de Rome, Paris, ed. Fontemoing, 190

 

I Peluso a Sapri

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Nel 1982, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura  dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale di Napoli che, al suo interno ed in particolar modo nelle due Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari“, custodivano diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai il resoconto storico in alcuni articoli su alcune riviste, come “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘ (1) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi” che, in seguito pubblicai nel 1998 nella relazione sull’ “Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri tratte da alcuni disegni e documenti inediti. Cercherò in questo mio studio sulla figura dei Peluso, di far luce su alcuni aspetti che non sono stati sufficientemente indagatio dalla storiografia locale.

I Peluso a Sapri

Con la scomparsa dell’Avvocato Vincenzo Peluso ed in seguito del nipote Antonio (Ninuccio), si è definitivamente estinta una delle più influenti ed antiche famiglie di Sapri. Originari del mandamento di Vibonati, dai primi del ‘600, la Famiglia Peluso, ha dato i natali ad illustri uomini di giurisprudenza, le cui cariche ricoperte, hanno determinato ed influenzato le sorti della nostra popolazione, fino alle recenti vicende politiche della Repubblica Italiana con l’Avv. Vincenzo Peluso, Sindaco per molti anni. Nella Fig. 1 è illustrato il bellissimo portale della casa di proprietà dei Peluso a Vibonati. Pare che sia la casa natale dell’Avv. Peluso. La famiglia Peluso, originaria di Vibonati, all’epoca del Regno borbonico delle due Sicilie rappresentava la sede di mandamento giuridico ed infatti nella Famiglia Peluso troviamo illustri funzionari dello Stato Borbonico. Ritroviamo lo stemma della famiglia Peluso al tempo del Regno delle due Sici- lie nella lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. 11).

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(Fig. 1) Portale marmoreo finemente scolpito della casa natale dell’Avv. Vincenzo Peluso a Vibonati. La fattura è un’insieme di sapienza e di eleganza (Foto Archivio Storico Attanasio)

Nel documento dell’immagine di Fig. 9, che illustra la prima pagina, ovvero il frontespizio, del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri, leggiamo i diritti e doveri del Vice-Console di Sapri che, dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. 8), sappiamo essere stato D. Antonio Peluso, nato nel 1795, sposato con Rosa Maria Branda e morto nel 28 Agosto 1820, lasciando orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina.   D. Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio dei sig.ri Vincenzo ed Anna Brandi. Sulla lapide marmorea, sopra l’epitaffio si vede scolpito lo stemma della Famiglia Peluso (Fig. 10) e, leggiamo che l’elogio funebre fu fatto dal mio avo, il sacerdote Giovanni Eboli (fratello della mia bisnonna paterna Teresa Eboli) alla presenza del Vescovo Sanfedista e filo-borbonico Nicola Laudisio (9-10). Il Dott. Giovanni Peluso era il padre dell’Avvocato Vincenzo Peluso che alla sua morte lasciò i suoi beni, tra cui il bel palazzotto in C. so Garibaldi a Sapri al nipote il quale a sua volta lasciò tutto alla Sig.ra sua consorte Martorelli. L’Avv. Peluso, però prima di morire, alienò in vendita alcuni beni di questa antica proprietà. Infatti, oltre ad un locale terraneo venduto a mio padre Gennaro, furono venduti altri beni tra cui l’appartamento oggi di proprietà del Sig. Rizieri, dove rinvenni e fotografai i due mosaici (Figg. 4-5), citate e ricordati anche dal Magaldi (4) e, di cui parlerò. Ricordo che dopo la morte dell’Avv. Vincenzo Peluso, prima che l’intera proprietà passasse al nipote ‘Ninuccio’, prima o subito dopo il sisma dell’80, scomparve anche Zincone che aveva una bottega al piano terra del Palazzotto, dove si vendevano i vecchi sigari Toscani e, una sera mio padre mi chiamò per dirmi di andare a vedere fuori il Tabacchino di Zincone. Trovai una pila di roba gettata sulla strada. Feci buona leva di francobolli, vecchi timbri, monete del fascio, banconote del Regno e vecchi libretti, buttati alla rinfusa ed in balia del vento che se li portava via. Negli anni della gioventù democristiana, di cui ero convinto assertore, frequentavo lo studio dell’Avv. Vincenzo Peluso che per anni, all’epoca del Regno d’Italia, era stato il Podestà di Sapri e, in seguito, con l’avvento della Repubblica, uno dei massimi esponenti della Democrazia Cristiana del luogo. Per decenni Sindaco, verso la fine del suo mandato, negli anni ’80, dovette gestire una grave crisi causata dal sisma dell’80 che colpì duramente an- che il nostro paese. Ricordo con affetto l’Avv. Vincenzo Peluso, il quale mi mostrava sempre un dipinto di Biagio Mercadante che teneva nel suo studio, pieno zeppo di carte. Ricordo personalmente che dopo la crisi politica per spingere l’apertura dell’Ospedale – peraltro fatto costruire dall’Avv. Peluso, allora Sindaco –  e, dei dissidi sorti con il parroco di Sapri Don Giovannino Iantorno, che aveva partecipato attivamente alla protesta popolare, dovetti accompagnare personalmente l’Avvocato al Duomo di Salerno in quanto da quel momento non entrava più in chiesa a causa delle funzioni officiate dal Parroco ‘comunista’. L’Avv. Peluso è stato un grande e convinto fascista ma anche una persona onesta e leale. Ricordo il raconto di mio nonno Francesco che mi riferiva un’episodio accaduto nel corso dell’occupazione degli Inglesi a Sapri nella seconda Guerra Mondiale. Mio nonno all’epoca, da sempre senza tessera del partito fascista, si era trovato prima con i tedeschi che avevano occupato il Palazzo Farano in via C. Alberto e, accampati all’Oliveto, le truppe chiamavano spesso mio nonno che si ritrovò suo malgrado a fare il barbiere per loro. Stessa cosa accadde con la venuta delle truppe d’occupazione Inglesi, le quali, appena arrivarono a Sapri, cercavano i fascisti come il Cavaliere Summese. Gli Inglesi, volevano arrestare l’Avvocato Vincenzo Peluso essendo stato per anni Podestà. Mio nonno mi raccontava che con l’arrivo degli Inglesi a Sapri, l’Avv. Peluso, gli chiese aiuto. Mio nonno lo salvò nascondendolo in un vecchio baule. Mio nonno Francesco, sapendo che frequentavo l’Avvocato Peluso, non mi disse nulla dell’accaduto ma fu stesso l’Avvocato che mi fece vedere una volta il vecchio baule dove mio nonno lo nascose. Non avevo ben capito di cosa si trattava e del perchè l’Avvocato m’avesse mostrato quel vecchio baule. Poi in seguito, seppi il fatto da mio nonno Francesco. Sempre dal Pesce (6), apprendiamo che un fratello del prete Don Vincenzo Peluso era il ricevitore doganale Don Michelangelo Peluso e poi anche Salomone Peluso, un nipote del prete era il Generale Peluso.

Il Palazzotto Peluso in C.so Garibaldi a Sapri

Il Palazzo della famiglia Peluso in C.so Garibaldi a Sapri, si può vedere sul web, collegandosi alla pagina di Sapri di Google maps o Earth. Il prete Vincenzo Peluso, fu citato dal Cav. Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci: ‘Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848′, edito a Napoli, nel 1895 e, di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio, il manoscritto olografo originale, scritto di proprio pugno dal Pesce (…), oggi conservato dalla Famiglia Tavernese. Il Pesce (6) descrive la figura e le proprietà di un avo dell’Avvocato Vincenzo Peluso. Si tratta del prete Vincenzo Peluso autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filoborbonico convinto che era. Secondo il Pesce, fu proprio il prete Vincenzo Peluso –  che l’aveva fatto costruire. Il Pesce (6), a proposito del prete Vincenzo Peluso e del Palazzotto in C.so Garibaldi, nel 1895, scriveva: “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene. In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia, e ad Acquafredda l’altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca.”. Il vecchio palazzotto fortificato sito in C.so Garibaldi a Sapri, residenza dell’Avvocato Vincenzo Peluso e delle due sue sorelle, era di antica fattura. Insieme all’Archivio del Comune di Sapri (forse perso), esso doveva essere la memoria storica del paese. In esso si dovevano custodire documenti della famiglia Peluso ma nel contempo la memoria di secoli in cui la stessa famiglia ha partecipato attivamente alle vicende storiche del Regno. In alcuni miei articoli e studi , pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale di Napoli (Figg. 2-3). Questi disegni (2), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione napoleonica del Regno delle due Sicilie. Proprio in uno di questi schizzi eseguiti dal Genio Militare Napoletano, al tempo dell’occupazione francese (Fig. 2), si può vedere al centro del paese ed in prossimità della linea di costa, una costruzione militare, quella che si vede nell’immagine ingrandita di Fig. 3. Noi crediamo fosse proprio il Palazzotto del prete Vincenzo Peluso, di cui parleremo (2-16).

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(Fig. 2) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare Napoletano, schizzo o disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, inedito e da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (13). In questa carta d’epoca Borbonica, sono segnate le due Torri esistenti, la Torre del Buondormire e la Torre dello Scialandro (13).

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(Fig. 3) Particolare tratto dallo schizzo di Fig. 2, ‘Croquì di Sapri‘, in cui si vede segnato l’edificio che noi crediamo sia il Palazzo di Peluso in C.so Garibaldi a Sapri. Nello schizzo del Genio militare Napoletano, l’edifico disegnato è contrassegnato in leggenda con la lettera ‘C’ = Batteria proposta (2-16).

Il “casino” (palazzotto) dei Peluso in C.so Garibaldi a Sapri

Palazzo Peluso

Il Palazzo della famiglia Peluso in C.so Garibaldi a Sapri, si può vedere sul web, collegandosi alla pagina di Sapri di Google maps o Earth. Il prete Vincenzo Peluso, fu citato dal Cav. Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci: ‘Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848′, edito a Napoli, nel 1895 e, di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio, il manoscritto olografo originale, scritto di proprio pugno dal Pesce (…), oggi conservato dalla Famiglia Tavernese. Il Pesce (6) descrive la figura e le proprietà di un avo dell’Avvocato Vincenzo Peluso. Si tratta del prete Vincenzo Peluso autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filoborbonico convinto che era. Secondo il Pesce, fu proprio il prete Vincenzo Peluso –  che l’aveva fatto costruire. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla Famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 9, a proposito del prete Vincenzo Peluso e del Palazzotto in C.so Garibaldi, nel 1895, scriveva: “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene. In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia, e ad Acquafredda l’altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca.”. Il vecchio palazzotto fortificato sito in C.so Garibaldi a Sapri, residenza dell’Avvocato Vincenzo Peluso e delle due sue sorelle, era di antica fattura. Insieme all’Archivio del Comune di Sapri (forse perso), esso doveva essere la memoria storica del paese. In esso si dovevano custodire documenti della famiglia Peluso ma nel contempo la memoria di secoli in cui la stessa famiglia ha partecipato attivamente alle vicende storiche del Regno. In alcuni miei articoli e studi , pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale di Napoli (Figg. 2-3). Questi disegni (2), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione napoleonica del Regno delle due Sicilie. Proprio in uno di questi schizzi eseguiti dal Genio Militare Napoletano, al tempo dell’occupazione francese (Fig. 2), si può vedere al centro del paese ed in prossimità della linea di costa, una costruzione militare, quella che si vede nell’immagine ingrandita di Fig. 3. Noi crediamo fosse proprio il Palazzotto del prete Vincenzo Peluso, di cui parleremo (2-16).

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(Fig….) “Villa Pelusi”  – particolare tratto dal disegno del Rilievo del Ten. Blois del 1819 – particolare rappresentato dove oggi è l’attuale Villa Comunale di Sapri

Recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio Storico un documento storico di notevole interesse per la Storia di Sapri. Si tratta di un disegno acquerellato del 1 gennaio 1819, eseguito dal Tenente Blois del Genio militare Napoletano (29). In questo rilievo del 1819, si riportano alcune interessanti informazioni storiche su Sapri, come lo vedeva nel 1819 il Tenente Blois. In esso vediamo segnata la “Villa Pelusi” che vediamo illustrata nell’ingrandimento di Fig. 18. Forse proprio la villa oggi in C.so Garibaldi. L’Avvocato Carlo Pesce (6), nel 1895, nel suo “Costabile Carducci e l’eccidio di Acquafredda”,  a proposito del prete Vincenzo Peluso e del Palazzotto in C.so Garibaldi in proposito scriveva che: “, alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia,…”. Io credo si trattasse di una casetta non ubicata a Villammare (la marina di Vibonati) ma di una casetta costruita nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, oggi detto il Villaggio, che a quei tempi doveva essere uno spaldo militare munito di cannoni di cui abbiamo già parlato nel nostro studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”. Forse in seguito, il bel mosaico – che il Ramage dice essere grossolano, fu fatto trafugare dal Capo Urbano Vincenzo Peluso, nell’altra casa dei suoi avi, fatta costruire proprio dal Prete Peluso e di cui ci parla sempre il Pesce (6): “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene”, ovvero il Palazzo in C.so Garibaldi. Era in uso comune in tante famiglie gentilizie di Sapri conservare e fare bella mostra di reperti archelogici provenienti dai ruderi in località Santa Croce a Sapri dove ancora oggi, nonostante le sfortunate spoliazioni di antiquari napoletani del ‘700, possono ammirarsi resti ed avanzi di fabbriche. Sono moltissime le famiglie che ancora ospitano materiale proveniente dalle strutture d’epoca romana a Sapri, come la Famiglia Farano, i Gaetani, i Gallotti, i Branda, i Cesarino, hanno gelosamente conservato reperti ai più oggi sconosciuti. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Peluso si ritirò in una casa di campagna a Torraca, dove trascorse in solitudine gli ultimi giorni della sua esistenza, e dove prima di morire ebbe l’onore di essere visitato dal suo amato sovrano. In quell’occasione il sovrano, Re Ferdinando si imbarcò a Napoli, sulla nave ammiraglia Fulminante, scortata dal Guiscardo, dal Ruggiero, dal Sannita e dal Carlo III e giunse nella rada di Sapri il 28 settembre. La stessa sera raggiunse a piedi Torraca, etc…Re Ferdinando, durante la visita al marchese di Poppano, Biagio Palamolla, saputo che a poca distanza dal castello era in fin di vita il vecchio prete, assassino del Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, con suo figlio, il principe ereditario Francesco, di quindici anni e con il seguito di corte. Si racconta, che il Peluso aveva 75 anni, provato dalla malattia, ed emozionato dall’inaspettata visita, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo spirò. Era il 4 ottobre del 1852. La casa di Sapri del terribile sacerdote, venne in seguito incendiata per vendetta da un manipolo di uomini del Pisacane…e con la restante a Policastro.”Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “….Sapri; – Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro, quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe del crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno in quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequito ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassini assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci; e l’eseguì poscia, di fredda mano, nella prossima di Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno di poi, fu colpito da visita da Re Ferdinando di Borbone che il raccomando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazia di Regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì, legando l’ombra al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione olle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte.”.

Nel 28 agosto 1820, la lapide in ricordo della messa funebre di don Giovanni Eboli per la morte del Vice-Console Antonio Peluso

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(Fig….) Lapide marmorea con epitaffio nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata in Piazza del Plebiscito a Sapri. Sulla lapide è inciso l’ epitaffio in ricordo del Vice-Console Britannico D. Antonio Peluso, posta nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata. La lapide ricorda anche l’elogio funebre del mio avo, il sacerdote Don Giovanni Eboli.

Dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. …), sappiamo essere stato Don Antonio Peluso, nato nel 1795, sposato con Rosa Maria Branda e morto nel 28 Agosto 1820, che lasciava orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina.  Don Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio dei sig.ri Vincenzo Peluso ed Anna Brandi. Il documento è di notevole importanza per la storia del nostro paese anche per la descrizione e la citazione di luoghi e di toponimi ancora non del tutto sufficientemente indagati e conosciuti. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig….) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che, raccontò i fatti accaduti sull’eccidio di Costabile Carducci di cui rimane la memoria nel manoscritto del cav. Carlo Pesce (….), manoscritto olografo di cui posseggo le foto concessimi dagli eredi del canonico Arciprete di Sapri Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig…..).

Nel 1815, il prete di Sapri, don Vincenzo Peluso accompagnò la regina Carolina in viaggio a Vienna

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 110, in proposito scriveva che: “Abitava allora in Sapri, suo paese nativo, un vecchio prete, Vincenzo Peluso, fanatico sanfedista del 1799, che fuggito per delitti di sangue in Sicilia il 1809 vi era stato ricevuto con grande favore da la Corte borbonica, di cui divenne familiare, tanto che, vuolsi, avesse accompagnato la regina Carolina a Vienna il 1815 (1).”. Mazziotti, a p. 110, nella nota (1) postillava: “(1) Sentenza della sezione di accusa di Potenza del 16 gennaio 1863. Rapporto del giudice istruttore Iuliani del 12 marzo 1849. (Processo Carducci), vol. 2°, parte 2°.”. Maria Carolina Luisa Giuseppa Giovanna Antonia d’Asburgo-Lorena, nota semplicemente come Maria Carolina d’Austria (Vienna, 13 agosto 1752Vienna, 8 settembre 1814), nata arciduchessa d’Austria, divenne regina consorte di Napoli e Sicilia come moglie di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia. Fu deposta nuovamente dalle forze napoleoniche nel 1806 e trascorse i suoi ultimi anni in esilio a Vienna, dove morì nel 1814, poco prima di poter assistere alla restaurazione dei Borbone sul trono delle Due Sicilie.

Nel 1820, il Prete Vincenzo Peluso uccise l’armiere Pietro Cesarino

Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda”, a pp. 8-9, in proposito al prete Vincenzo Peluso di Sapri scriveva che: Di lui si narrano molti assassini commessi o di proprio pugno o per mandato, e guai a chi non fosse stato liggio ai suoi doveri. Tornato appena dalla Sicilia, fece uccidere il sacerdote Loreto Giudice; nel 1820 l’armiere Pietro Cesarino, sul cui cadavere esercitò le più brutte sevizie, e poscia una giovinetta, druda d’un suo nipote; oltre d’un’infinità di altri gravissimi misfatti,che erano tutti andati impuniti benchè conosciuti generalmente”.

Nel 1820, l’Arciprete di Sapri don Giovanni Eboli ottenne due reliquie di Santi

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 63, parlando della chiesa parrocchiale di Sapri dell’ “Immacolata concezione”, in Piazza del Plebiscito, in proposito a S. Vito, scriveva che: “In chiesa si custodiscono due reliquie di Santi: una di San Biagio, ottenuta da Papa Pio VII nel 1820, tramite il parroco Don Giovanni Eboli, l’altra di San Vito ottenuta precedentemente.”. Inoltre, il Tancredi, cita l’iscrizione sull’Atare di S. Vito, in detta chiesa: “Salvatore Sollazzo e Raffaella La Corte 1881.”. Scrive il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica” che, l’altro mio avo, Don Giovanni Eboli – successore del primo Parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli – nel 1820, ottenne da Papa Pio VII, due reliquie di Santi che sono oggi conservate dentro la Chiesa Madre dell’Immacolata Concezione, di cui l’Eboli era parroco. Si tratta della reliquia di S. Biagio che l’Eboli ottenne dal Papa nel 1820, mentre l’altra – che era stata ottenuta precedentemente-  è la reliquia di S. Vito, patrono di Sapri. Secondo il Tancredi (…), il mio avo l’Arciprete don Giovanni Eboli, forse nipote del precedente e primo arciprete di Sapri don Gennaro Eboli, figura a pp. 74-75 nell’elenco dei “Parroci di Sapri”“D. Giovanni Eboli 1819-1834”.

‘Villa Pelusi’ a Sapri, nello schizzo del Ten. Blois, del 1819

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(Fig. 17) Rilievo della Baia di Sapri eseguito nel 1 gennaio 1819 dal Tenente Blois del Genio militare Napoletano, rilievo in scala 1:5000 – disegno acquerellato, conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze (I.G.M.), Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142) ‘Porto di Sapri’, “Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”,  con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. Lo schizzo fu pubblicato per la prima volta da Giulio Schmiedt (30). (Archivio Storico Attanasio – concessione dell’I.G.M. di Firenze n……).

Recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio Storico un documento storico di notevole interesse per la Storia di Sapri. Si tratta di un disegno acquerellato del 1 gennaio 1819, eseguito dal Tenente Blois del Genio militare Napoletano (29). In questo rilievo del 1819, si riportano alcune interessanti informazioni storiche su Sapri, come lo vedeva nel 1819 il Tenente Blois. In esso vediamo segnata la “Villa Pelusi” che vediamo illustrata nell’ingrandimento di Fig. 18. Forse proprio la villa oggi in C.so Garibaldi.

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(Fig. 18) Particolare di Fig. 17 – “Villa Pelusi” (29).

I mosaici d’epoca romana scoperti nel Palazzo Peluso

Nel corso delle mie frequentazioni nel Palazzotto dell’Avvocato Peluso in C.so Garibaldi a Sapri, facendo un giro nelle cucine (frequentate dalle sue schive anziane e zitelle sorelle), l’Avvocato Vincenzo Peluso mi mostrò due pavimenti di uno stanzino di servizio alle cucine (Figg. 4-5).

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(Fig. 4) Mosaico d’epoca romana, da me rinvenuto nel Palazzotto Peluso in C. so Garibaldi a Sapri – scomparso.

Fu proprio in occasione delle mie ricerche che da anni conducevo (1), fotografai nel Palazzo Peluso, in C.so Garibaldi a Sapri, due pavimenti che avevo visto anni prima (Figg. 3-4). Di chiara fattura d’epoca romana, i due pavimenti sono costituiti da singole formelle ognuna delle quali era di mosaico a tessere musive policrome. In seguito, notai che i due interessantissimi reperti archeologici, erano stati citati da uno studioso locale, il Magaldi (4). Josè Magaldi (4), su incarico della Regia Soprintendenza alle antichità della Campania, nel 1928, scrisse un libretto inedito dove venivano descritti i ruderi archeologici e gli avanzi di fabbrica presenti a Sapri. Mi recai personalmente a trovare il Magaldi che risiedeva ormai anziano in un’abitazione a Salerno e lì, ricevetti in dono il suo libretto inedito da egli redatto (4). Il Magaldi, nel 1928, fu incaricato dalla Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, di seguire i lavori di scavo che si tennero a S. Croce nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce. Nel suo libretto il Magaldi, riferiva, tra le altre cose ormai scomparse ed introvabili, di avanzi di fabbrica d’epoca romana e probabilmente provenienti dalla collinetta di S. Croce, come ad esempio i due mosaici illustrati nell’immagine di Figg. 3-4. Il Magaldi, così scriveva in proposito: ” Dott. Peluso Giovanni: pavimento in mosaico ben conservato a due semplici colori, in una stanzetta della sua abitazione.” . Il Dott. Giovanni Peluso era il padre dell’Avvocato Vincenzo Peluso. L’appartamento è oggi di proprietà del Sig. Rizieri, dove rinvenni e fotografai i due mosaici (Figg. 4-5), di cui oggi si sono perse le tracce. Subito dopo il sisma del 1980, il Rizieri, si accinse a far eseguire dei lavori di consolidamento e mi autorizzò ad accedere alla sua proprietà posta al piano primo del suddetto palazzotto che conoscevo bene. Fù l’occasione per rivisitare i bei mosaici che anni prima avevo visto in uno stanzino attiguo alle cucine del Palazzotto Peluso, quando erano vive le due sorelle dell’Avvocato (Figg. 4-5). Si trattava proprio del mosaico di cui parlava il Magaldi. Oggi nell’appartamento che è di proprietà del Rizieri, i due mosaici non ci sono o non sono più visibili. Ho segnalato più volte alla Soprintendenza Archeologica di Salerno ma non ho ricevuto mai alcuna risposta.  Da quando fotografai i due mosaici, dopo il terremoto dell’ 80 nel palazzotto dell’Avv. Peluso, in Corso Garibaldi, in uno stanzino adiacente le cucine, a seguito dei lavori di rinforzo strutturali intrapresi dalla nuova proprietà, Rizieri, non se ne è saputo più nulla – purtroppo – forse occultati, forse nascosti, non si sà. Restano a testimonianza di essi le mie due foto (Figg. 3-4). Il pavimento a mosaico di fine fattura e d’epoca romana, rappresenta una decorazione con disegni geometrici policromi, provenienti forse dalle strutture d’epoca romana in località Santa Croce a Sapri.

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(Fig. 5) Mosaico d’epoca romana, da me rinvenuto nel Palazzotto Peluso in C. so Garibaldi a Sapri – scomparso.

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(Fig. 19) Magaldi J., op. cit. (4), pag. XXI del libretto inedito in cui vengono descritti i due mosaici in casa Peluso.

Pare che questo mosaico fosse stato ancora visibile già 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage, lo vide e, lo citò. Lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (24), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria. Ecco cosa scriveva in proposito al bel mosaico che abbiamo fotografato in casa Peluso: Sulle scale di una casa, che si trova a nord di una piccola insenatura, a circa un chilometro dal paese, in una località ora denominata Camerelle – luogo dove era fosse ubicata la città antica – trovai un esemplare di mosaico grossolano.”. Dunque, il Ramage (24), aveva visto il mosaico alle Camerelle, ovvero in S. Croce, ma siccome dice: “sulle scale di una casa”, noi crediamo che non si possa escludere fosse proprio lo stesso mosaico da noi fotografato in un piccolo ambiente di casa Peluso. Infatti il Pesce (…), parlando delle case del prete Peluso, avo del Capo Urbano, scriveva che: Il Pesce (6), a proposito del prete Vincenzo Peluso e del Palazzotto in C.so Garibaldi, nel 1895, scriveva: “, alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia,…”. Noi crediamo si trattasse di una casetta non ubicata a Villammare (la marina di Vibonati) ma di una casetta costruita nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, oggi detto il Villaggio, che a quei tempi doveva essere uno spaldo militare munito di cannoni di cui abbiamo già parlato nel nostro studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”. Forse in seguito, il bel mosaico – che il Ramage dice essere grossolano, fu fatto trafugare dal Capo Urbano Vincenzo Peluso, nell’altra casa dei suoi avi, fatta costruire proprio dal Prete Peluso e di cui ci parla sempre il Pesce (6): “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene”, ovvero il Palazzo in C.so Garibaldi. Era in uso comune in tante famiglie gentilizie di Sapri conservare e fare bella mostra di reperti archelogici provenienti dai ruderi in località Santa Croce a Sapri dove ancora oggi, nonostante le sfortunate spoliazioni di antiquari napoletani del ‘700, possono ammirarsi resti ed avanzi di fabbriche. Sono moltissime le famiglie che ancora ospitano materiale proveniente dalle strutture d’epoca romana a Sapri, come la Famiglia Farano, i Gaetani, i Gallotti, i Branda, i Cesarino, hanno gelosamente conservato reperti ai più oggi sconosciuti. Cosa possiamo dire dei mosaici in questione illustrati in foto. Innanzitutto era composto da due pezzi di forma pressocchè rettangolare, ed a sua volta essi erano composti da più pezzi assemblati tra loro che coprivano la pavimentazione di uno stanzino di servizio alle cucine del Palazzo, quello che nella tradizione locale veniva detto “u gliar’, ovvero un piccolo e fresco deposito di derrate alimentari ma posto accanto al locale cucina. Dalle foto si vede che la superficie era stata interessata forse in passato da uno strato di calce forse per nasconderlo alla vista. I mosaici erano composti da piccolissime tessere musive in marmo policromo di colore nero e bianco che, formavano dei motivi geometrici tipici dell’epoca repubblicana. Come abbiamo già detto, i mosaici erano due distinti e simili tra loro, adagiati e disposti vicini tra loro in modo da costituire l’intero pavimento dello stanzino angusto. Come si può vedere in una delle due foto (Fig. 4), in alcuni pezzi o mattonelle spiccano i motivi della ‘svastica’ o croce uncinata. E’ singolare che questi mosaici fossero proprio nel Palazzotto dell’Avvocato Peluso che per decenni è stato un convinto fascista e Podestà. I due mosaici di casa Peluso, non sono molto dissimili da alcuni mosaici che ancora oggi si possono vedere nelle strutture d’epoca romana in località Santa Croce e a ridosso della S.S. 18 e rinvenuti in occasione degli ultimi scavi effettuati dalla Soprintendenza di Salerno, ma in essi non vi è traccia della croce uncinata. La croce uncinata era un motivo decorativo in uso all’epoca romana negli edifici pubblici, come le termae ecc.. Il disegno di una croce greca con i bracci piegati ad angoli retti (卐 o 卍), simbolo religioso e propizio per alcune culture religiose. All’epoca del giovane Avv. Vincenzo Peluso, la svastica era il simbolo del regime Nazista – alleato del regime Fascista di Mussolini, di cui l’Avvocato era membro essendo stato per diversi anni Podestà di Sapri. 

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(Fig. 6) Particolare di svastica o croce uncinata raffigurata nel mosaico d’epoca romana di Fig. 5, da me rinvenuto in casa Peluso, in C.so Garibaldi a Sapri – oggi scomparso

Nel 1809, il Prete Vincenzo Peluso

Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda”, a p. 8, in proposito al prete Vincenzo Peluso di Sapri scriveva che: “Costui esordì la carriera del delitto con due omicidi commessi nel 1809 commessi ferocemente nella piazza di Sapri; onde, per sfuggire alla giustizia punitiva, scampò in Sicilia, dove ebbe protezione ed intimità dalla Corte di Borbone, godè le grazie della regina Carolina, la quale, è fama, si fosse fatta accompagnare da lui in un viaggio in Austria. Durante la dominazione francese il prete Peluso spesso approdò con altri galeotti su navi inglesi alle coste del golfo di Policastro per tenere in continue perturbazioni quelle contrade, e nascosto nella caverna di Serralonga, ne usciva per eseguir vendette più per conto proprio che per la causa borbonica. Ritornando Ferdinando sul trono di Napoli nel 1815, il Peluso ebbe, pei servigi resi, una lauta pensione e s’adattò a fare la spia. Sanguinario, prepotente, feroce, mattoide, circondato da vili satelliti parenti ed amici, protetto e temuto dalle autorità, aveva libero campo ad ogni scelleraggine. Il Vescovo Laudisio che pure era tanto influente in Corte e temuto dalla Diocesi, non potè mai esercitare su di lui alcun imperio e lo lasciò fare. Quando non indossava l’abito talare il Peluso vestiva bizzarramente per lo più, un berretto rosso, con lungo fiocco pendente, calzoni bigi e largo pastrano. Di lui si narrano molti assassini commessi o di proprio pugno o per mandato, e guai a chi non fosse stato liggio ai suoi doveri. Tornato appena dalla Sicilia, fece uccidere il sacerdote Loreto Giudice; nel 1820 l’armiere Pietro Cesarino, sul cui cadavere esercitò le più brutte sevizie, e poscia una giovinetta, druda d’un suo nipote; oltre d’un’infinità ecc..”. Recentemente ho visto sulla rete il sito o blog dal titolo “Parlamento due Sicilie – Parlamento del Sud” curato da un certo Vincenzo Gulì. Ecco come un filoborbonico coevo, uno dei tanti fanatici che ancora oggi popolano il globo terrestre, si permette di scrivere sulla famigerata figura del prete Vincenzo Peluso: “L’agevole stroncatura del mito fasullo di Costabile Carducci è stata però l’occasione di approfondire un personaggio antitetico come don Vincenzo Peluso, sacerdote ma ‘Brigante di Sua Maestà’ come lo consideravano i francesi invasori del 1799  e seguenti. Un uomo leale,  generoso e forte perché dotato di un fisico possente. Compì la sua più importante impresa a favore della Patria nella terza età dopo aver servito superbamente tre re: Ferdinando IV, Francesco I e poi Ferdinando II. Per sua fortuna passò al Cielo qualche anno dopo , cioè prima che soffrisse nel vedere lo scempio ‘risorgimentale‘  della sua Patria delle Due Sicilie ma in tempo per ricevere direttamente dalla mani di Re Ferdinando un regalo per i meriti ampiamente acquisiti di fedeltà e abnegazione. Una piccola flotta militare si fermò presso Acquafredda e il sovrano gli fece visita donandogli un anello d’oro per eterna riconoscenza. In occasione del convegno abbiamo avuto la gioia di conoscere un discendente di don Vincenzo che ci ha mostrato con orgoglio l’anello gelosamente custodito per oltre un secolo e mezzo. La nostra patria risorge con le verità storiche che spingono quelli che stanno nell’ombra a palesare sentimenti ed oggetti che si credevano per sempre perduti …”. Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro, quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe del crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno in quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequito ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassini assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci; e l’eseguì poscia, di fredda mano, nella prossima di Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno di poi, fu colpito da visita da Re Ferdinando di Borbone che il raccomando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazia di Regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì, legando l’ombra al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione olle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte.”.

Il Vice-Console Britannico di Sapri, D. Antonio Peluso

Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Subito dopo il decennio francese (1806-1815), a Sapri – appartenente al mandamento o circonda-rio di Vibonati – il 12 Ottobre 1817, fu istituito a Napoli il Consolato Britannico di Sapri, di cui pubblichiamo il cartiglio ed il timbro del Regolamento Generale (Figg. 6-7), la cui sede era nel Palazzo dei Florenzano, in Via Cassandra a Sapri. Sul Cartiglio del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri – di cui la famiglia Florenzano, lo custodisce insieme al suo timbro – si può leggere la firma del Console Generale del Regno di Napoli Sir Ludwinghton (Fig. 6). Nella pagina successiva del Regolamento (Fig. 9), si legge al Capitolo primo: ”sito nel Portus Saprorum” e, si riportano i diritti e doveri del Vice-Console di Sapri che, dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. 10), sappiamo essere stato Don Antonio Peluso. Della Famiglia Peluso a Sapri, vi è una lapide marmorea nella chiesa dell’Immacolata a Sapri, il cui epitaffio scolpito ci racconta la morte di Don Antonio Peluso Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri. D. Antonio Peluso era figlio di Vincenzo Peluso e Anna Brandi. Nacque nel 1795 e, fu sposato con Rosa Maria Branda. Morì il 28 Agosto 1820, lasciando orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina, come si può leggere sull’epitaffio scolpito sulla lapide marmorea posta nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata di Sapri (Fig. 8). D. Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio di Vincenzo ed Anna Brandi. Sulla lapide marmorea, sopra l’epitaffio si vede scolpito lo stemma araldico della famiglia Peluso (Fig. 9) e, leggiamo che l’elogio funebre fu fatto dal mio avo, il sacerdote Giovanni Eboli (fratello della mia bisnonna paterna Teresa Eboli) alla presenza del Vescovo sanfedista e filoborbonico Nicola Laudisio (Fig. 10). La presenza a Sapri, in epoca borbonica, di un Consolato Britannico, denota principalmente l’importanza che Sapri, in quegli anni, prima della costruzione della linea ferroviaria Napoli-Reggio, aveva assunto un’importante ruolo di scalo marittimo per i notevoli traffici commerciali che dalle Calabrie e Sicilia che si estendevano alla Capitale del Regno delle due Sicilie.

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(Fig. 7) Regolamento del Consolato Britannico di Sapri, datato 1817 – frontespizio.

ingrandimento del Cartiglio

(Fig. 8) Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri, datato 1817, particolare del frontespizio.

Timbro del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri

(Fig. 9) Timbro del Consolato Britannico di Sapri (Archivio Storico Attanasio)

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(Fig. 9) Regolamento del Consolato Britannico di Sapri – prima pagina

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(Fig. 10) Lapide marmorea con epitaffio a ricordo di D. Antonio Peluso, posta nell’ambulacro della Chiesa (Madre) dell’Immacolata in Piazza del Plebiscito a Sapri. In essa viene citato anche l’Arciprete diacono Don Nicola Timpanelli (Foto Attanasio)

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(Fig. 11) Stemma araldico della famiglia Peluso, scolpito sulla lapide marmorea di Fig. 10.

Nel 1832, il Sindaco di Sapri D. Francesco Antonio Peluso con le funzioni di Commissario di Guerra

Lo storico Leopoldo Cassese (18), parlando dello sbarco di Carlo Pisacane, scriveva in proposito: Essendo assente il capo, d. Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Peluso, ne prese il comando d. Giuseppe Gallotti, il quale lasciava una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino.”. Il vecchio Fortino borbonico a Sapri, è stato citato anche da Pifano (23) che sulla scorta di Leopoldo Cassese (18), parlando dello sbarco di Pisacane il 28 giugno 1857,  in proposito così scriveva: “Il punto prescelto per lo sbarco distava dall’abitato circa due chilometri e mezzo ed era altresì lontano dalla località indicata nelle mappe del tempo col nome di Fortino  (chiamata oggi comunemente zona del Villaggio) ove era un posto doganale.”. Nel corso dei miei studi e ricerche (1), rinvenni alcuni documenti presso l’Archivio di Stato di Napoli, ove erano ivi conservati nella Sezione militare, pandette del Ministero della Guerra del Regno delle due Sicilie sotto la dominazione borbonica e che facevano parte di un fondo e documentazione che andavano tutti sotto il nome di “Sapri” e “Piazza di Sapri” (5), di cui ho pubblicato ivi uno studio. La ricca documentazione inedita, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da me ritrovata e pubblicata prima nel 1987 e poi nel 1994 (1-3), attesta come anche con il ritorno della monarchia borbonica, dal 1819 al 1833, le fortificazioni di Sapri furono oggetto di vari movimenti e lavori di trasformazione rivolti a trasformare i riferimenti costieri, come si può vedere anche dal documento (Figg. 10-11), in mio possesso che hanno impresso lo stesso timbro del Regno delle due Sicilie che ritroviamo anche su un altro documento (Fig. 12), del 1838. Si tratta di un lasciapassare rilasciato dall’Intendente borbonico della Provincia di Bari a Giuseppe Immediato nativo di Sapri. Questa documentazione inedita, ci consente di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione e del rafforzamento militare dell’epoca nelle nostre zone costiere (11). In particolare quelli che quì pubblico, fanno parte di un fondo di n. 13 fogli tratti dal Fondo Ministero Guerra (5), datati Napoli, 3 Aprile 1833, inediti. In uno del 1832 (i fogli numerati 4 e 6), indirizzati dall’allora Sindaco di Sapri, D. Francesco Antonio Peluso, facente funzioni di Commissario di Guerra, alla Direzione del Genio del Tirreno. In due di questi fogli, datati 1832 (i fogli numerati 4 e 6), indirizzati alla Direzione del Genio del Tirreno da Don Francesco Antonio Peluso, Sindaco di Sapri. I due documenti (Figg. 10-11), sono due processi verbali stilati nel 1832 a Sapri dal Sindaco di Sapri, facente funzioni di Commissario di Guerra della Piazza di Sapri del Regno delle due Sicilie in epoca borbonica, Francesco Antonio Peluso che effettua la disdetta di alcuni locali di proprietà del Barone Palamolla di Torraca, “tenuti in affitto dalla Guerra per uso di Magazzino delle Munizioni di Artiglieria”. I locali di proprietà del Barone Decio Palamolla, erano stati affittati dal Genio militare Napoletano che li avevano adibiti a Caserma e spalto difensivo. Dal documento si evince che detti locali erano muniti anche di batterie essendovi munizioni e quindi doveva essere un piccolo fortino. Per questa documentazione, si rimanda a due miei studi ivi pubblicati: “Le carte inedite del Genio Militare Napoletano, da me scoperte all’Archivio di Statodi Napoli.” e, “I disegni e le carte inedite del Genio Militare Napoletano, da me scoperte alla Biblioteca Nazionale di Napoli.” .

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(Fig. 12) Foglio n. 4 della documentazione inedita, da me scoperta all’ASN, riguardante le fortificazioni militari di Sapri, durante la dominazione Borbonica ai primi dell”800 (5)

8 - Sapri

(Fig. 13) Documento inedito del 1832, firmato dal Sindaco di Sapri D. Francesco Peluso, facente funzioni di Commissario di Guerra (6)

5 - Sapri

(Fig. 14) Documento inedito del 1832, firmato dal D. Francesco Peluso, Sindaco di Sapri, facente funzioni di Commissario di Guerra (6) (Archivio Storico Attanasio).

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(Fig. 15) Lasciapassare o ‘Carta di passaggio’ del 1838 o ‘Carta di Passaggio’, rilasciata a Giuseppe Immediato di Sapri (Archivio Storico Attanasio)

Il Prete Peluso

All’epoca di Re Ferdinando II di Borbone, insieme ad alcuni suoi familiari, spalleggiato dall’allora Vescovo Laudisio (8-9), il prete Vincenzo Peluso, fu fedele servitore della casa regnante borbonica del Regno delle due Sicilie. Tanto fedele al Re borbonico che all’epoca si macchiò di tali nefandezze che Ferdinando II di Borbone, riconoscente verso i suoi servigi, sbarcando a Sapri, si recò personalmente a far visita nel Palazzotto in C.so Garibaldi, al prete ammalato di idropisia e moribondo, donandogli un anello d’oro con il sigillo reale. All’epoca, il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (8-9), era un convinto filoborbonico e ‘Sanfedista’. Durante il Regno delle due Sicilie di Ferdinando II di Borbone, alcuni membri della famiglia Peluso, insieme ad un loro parente, il prete Vincenzo Peluso, si macchiarono di atroci nefandezze perpretate contro coloro che combattevano per la libertà. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Laudisio, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (17), dal Cassese (18) e, dal Pesce (6), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese (Fig. 16).

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(Fig. 16) Manoscritto del Dr. Vincenzo Timpanelli, fratello del prete D. Antonio Timpanelli

I Peluso, a Sapri, a quei tempi, costituivano una convinta fazione filoborbonica e si macchiarono della nefanda uccisione di Costabile Carducci. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. 10) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che all’epoca scrisse sui fatti dell’uccisione di Carducci, lasciando un manoscritto che abbiamo visto e letto ma che purtroppo non abbiamo potuto fotografare in quanto recentemente è stato da noi richiesto agli eredi del canonico Arciprete Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig. 16). Timpanelli, pur essendo un prete e quindi doveva restare fedele alla causa Sanfedista del suo Vescovo Nicola Maria Laudisio, faceva parte di una fazione di liberali che con il Barone Gallotti si contrapposero a quella sanfedista e filoborbonica dei Pelusiani. Esso fu citato dal Cav. Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci. Il Pesce (6) descrive la figura del prete Vincenzo Peluso, autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filoborbonico convinto che era. Secondo il Pesce, fu proprio il prete Vincenzo Peluso –  che aveva fatto costruire il Palazzotto in C.so Garibaldi. La figura del prete Peluso è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo recente ‘Teste Mozze‘ (8). Il prete Vincenzo Peluso ed i suoi familiari ebbero un ruolo fondamentale nella reazione sanfedista nei nostri territori e soprattutto in occasione della prigionia e dell’uccisione del patriota Costabile Carducci. Il Peluso, palesemente protetto ed impunito dalle autorità filoborboniche, morì nel suo letto a Sapri e con gli onori del Re Ferdinando II di Borbone che gli vece visita al capezzale di morte. Il Pesce (6), a proposito del famigerato prete Vincenzo Peluso, nel 1895 scrisse: “Costui esordì la carriera del delitto con due omicidi commessi nel 1809 commessi ferocemente nella piazza di Sapri; onde, per sfuggire alla giustizia punitiva, scampò in Sicilia, dove ebbe protezione ed intimità dalla Corte di Borbone, godè le grazie della regina Carolina, la quale, è fama, si fosse fatta accompagnare da lui in un viaggio in Austria. Durante la dominazione francese il prete Peluso spesso approdò con altri galeotti su navi inglesi alle coste del golfo di Policastro per tenere in continue perturbazioni quelle contrade, e nascosto nella caverna di Serralonga, ne usciva per eseguir vendette più per conto proprio che per la causa borbonica. Ritornando Ferdinando sul trono di Napoli nel 1815, il Peluso ebbe, pei servigi resi, una lauta pensione e s’adattò a fare la spia. Sanguinario, prepotente, feroce, mattoide, circondato da vili satelliti parenti ed amici, protetto e temuto dalle autorità, aveva libero campo ad ogni scelleraggine. Il Vescovo Laudisio che pure era tanto influente in Corte e temuto dalla Diocesi, non potè mai esercitare su di lui alcun imperio e lo lasciò fare. Quando non indossava l’abito talare il Peluso vestiva bizzarramente per lo più, un berretto rosso, con lungo fiocco pendente, calzoni bigi e largo pastrano. Di lui si narrano molti assassini commessi o di proprio pugno o per mandato, e guai a chi non fosse stato liggio ai suoi doveri. Tornato appena dalla Sicilia, fece uccidere il sacerdote Loreto Giudice; nel 1820 l’armiere Pietro Cesarino, sul cui cadavere esercitò le più brutte sevizie, e poscia una giovinetta, druda d’un suo nipote; oltre d’un’infinità ecc..”. Il Carducci, la notte del 4 luglio 1848, proveniente, con altri suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Acquafredda – dove, insieme ai suoi compagni –  si era fermato per rifocillarsi – da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto prima a Sapri, dove fu tenuto prigioniero e poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’….al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso, mutilandone la testa che fu portata in omaggio al Re. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla ‘fontana della Spina‘, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Il Peluso tornò a Sapri portando come trofeo la sciabola ed il cappello di Carducci, col risultato di venire accolto come trionfatore dai Borboni. Il cadavere del patriota, nel frattempo, venne gettato dai suoi aguzzini dall’alto di un dirupo, e ritrovato dopo qualche giorno da una pastorella. Un prete misericordioso, Daniele Faraco (forse un mio avo, mia nonna materna si chiamava Faraco), lo compose e lo seppellì nella piccola chiesa di Maria Santissima Immacolata ad Acquafredda, al cui esterno una lapide lo ricorda tuttora. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini, ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (8). Andrebbe ulteriormente indagata la posizione dei suoi familiari e della fazione Pelusiana nei moti del 1848 che portarono il Generale del Carretto a radere al suolo il piccolo borgo di Bosco ed in seguito in occasione dell’epopea di Carlo Pisacane. Scriveva il Pesce (6) a proposito del prete Peluso che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”.  La figura del prete Peluso è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo recente ‘Teste Mozze’ (8). Ecco cosa scrive il Pesce (6 bis), nell’altro suo libro e, sulla scorta del De Cesare (27) parlando della visita del Re Ferdinando II (già Ferdinando IV): “Nell’autunno del 1852 il Re Ferdinando volle visitare un’altra volta questa parte della Basilicata e le Calabrie…Il Re, imbarcatosi la sera del 27 settembre a Napoli, sulla fregata a vapore Fulminante, col figlio allora quindicenne Francesco, Duca di Calabria, e col fratello il Conte di Trapani, sbarcò nel mattino del 28 Settembre nella rada di Sapri. Quivi, avendo appreso che il Prete Vincenzo Peluso, l’esecrando assassino del gran patriota Costabile Carducci, era infermo e presso a morte, volle visitarlo, e recatosi a piedi nella villa, dove il vecchio era accasciato da idropisia e dagli anni, lo confortò e lo esortò a bene sperare nella divina misericordia. Da Sapri, il Re, a cavallo, percorrendo una traccia di rotabile, costruita da un negoziante per lo scarico di legname al porto, passò a Torraca, dove alloggiò e pernottò nel castello medievale, dalle torri merlate, del Marchese di Poppano (Barone Palamolla), il quale a perpetuo ricordo della visita reale, fece murare sulla facciata del Castello una lapide con lunga ed enfatica iscrizione latina….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, levarono il grido – Italia degli Italiani”.

Torre dello Scialandro............

(Fig. 19) La Torre angioina, posta prima del Canale di Mezzanotte, da cui fu avvistato il gruppo del Carducci dagli sgherri del Peluso.

Nel 1916, Francesco Torraca, curò la 16° edizione delle ‘Ricordanze della mia vita’, di Luigi Settembrini (…),il quale a p. 204, del suo cap. XXIII: “La Reazione”, in proposito al prete Vincenzo Peluso, scriveva che: “In quei giorni si vide passeggiare innanzi la reggia tra i militari un prete grosso della persona e vecchio e brutto; ed io lo vidi in mezzo a due uffiziali della Guardia, che cianciavano con lui e ridevano. Quel prete Vincenzo Peluso di Sapri aveva ucciso di sua mano il deputato Costabile Carducci, che sbarcava ad Acquafredda tra Sapri e Maratea, e gli aveva reciso il capo, e fattolo asciugare in un forno, lo aveva presentato in un paniere al Re, e non pure non fu punito dell’assassinio, ma ebbe una pensione e carezze molte; e fu punito il procurator generale Pasquale Scura che aveva dato ordine di fargli un processo, e se non fuggiva il povero Scura lo avrebbero arrestato. La moglie del Carducci, che era sorella di Giuseppe del Re, non seppe mai della morte del marito, ed era una pietà a vederla, a udirla che aspettava lettere dall’America dove le avevano detto che si era fuggito il Carducci.”. Ecco come dipingeva Luigi Settembrini, il vecchio prete Vincenzo Peluso di Sapri. L’episodio della povera testa del Carducci, che secondo il Settembrini, il Peluso o i suoi sgherri  “gli aveva reciso il capo, e fattolo asciugare in un forno, lo aveva presentato in un paniere al Re”, mi viene ricordato anche da mia zia Maria Attanasio, che mi raccontava spesso le storie tramandategli dai miei avi Eboli.

Il 6 giugno 1848, i moti del ’48 e, il Nunziante nella baia ed il generale Busacca che sbarcò a Sapri

I due studiosi G. Morabito De Stefano (….), nel loro saggio “La famiglia De Lieto nel Risorgimento Nazionale”, apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, (anno 1938), a p. 349 parlando dell’insurrezione Calabrese del 1848 a cui partecipò attivamente anche Costabile Carducci, poi catturato ad Acquafredda ed ucciso a Sapri, in proposito scriveva che: “Il 6 giugno il Nunziante sbarcò a Pizzo, bene accolto dalla popolazione e subito passò ad occupare Monteleone senza opposizione. Il generale Busacca, dopo vari tentativi di sbarcare a Paola occupata dai calabresi, sbarcò a Sapri l’occupò e subito dopo Castrovillari era già occupata dalle truppe comandate dal Ribotti.”. Dell’episodio ne parla anche Carlo Pesce (…), nel suo “Costabile Carducci ed il dramma d’Acquafredda ecc…”, che a p. 6, sulla scorta di Nicola Nisco (….) parlando dei moti rivoluzionari del 1848 a cui aveva partecipato attivamente Costabile Carducci in proposito scriveva che: “A Cosenza erasi istituito un Comitato di salute pubblica, dal quale il Ribotti fu prescelto ‘Comandante in capo di tutto l’esercito Calabro-Siculo’, e il Carducci ebbe, col grado di Colonnello, il comando della 4° Brigata delle truppe insurrezionali (1). Le sorti della guerra, si sa, volsero presto a male; il Re spedì contro i Calabresi il Generale Nunziante, che sbarcò al Pizzo, il generale Busacca, che sbarcò a Sapri, e il generale Lanza che percorse la strada consolare.”. Il Pesce (….), a p. 6 nella sua nota (1) postillava che: “Vedi il ‘Volume dei documenti riguardanti l’insurrezione Calabra. Doc. 149.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a pp. 5-6 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Quindi prese parte alla spedizione Sicula, organizzata dal Generale Ignazio Ribotti, e nel 14 dello stesso mese approdò sul ‘Vesuvio’ a Paola con Petruccelli della Gattina e con 700 siciliani per rafforzare l’insurrezione calabra, che pareva il fulcro del movimento liberale. A Cosenza erasi istituito un Comitato di salute pubblica, dal quale il Ribotti fu prescelto ‘Comandante in capo di tutto l’esercito Calabro-Siculo’, e il Carducci ebbe, col grado di Colonnello, il comando della 4° Brigata delle truppe insurrezionali (1). Le sorti della guerra, si sa, volsero presto a male; il Re spedì contro i Calabresi il generale Nunziante, che sbarcò a Sapri, e il generale Lanza, che percorse la strada consolare.”. Pesce, a p. 6, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi il volume dei documenti riguardanti l’insurrezione clabra. Doc. 149.”. Nel 1848, Costabile Carducci abbracciate le idee carbonare, capeggiò i moti nel Cilento. Ottenuta la Costituzione, Carducci rivestì il ruolo di colonnello comandante nella guardia nazionale di Salerno. Ma quando la monarchia borbonica, prendendo spunto da una sommossa del 15 maggio, sciolse il parlamento, Carducci fu costretto a fuggire prima a Roma e poi in Sicilia. Il 14 giugno dello stesso anno, insieme a Ferdinando Petruccelli della Gattina ed altri rivoluzionari, tentò di organizzare delle sommosse in Calabria, ma l’esercito borbonico represse ogni manifestazione, e Carducci tentò di riparare nel Cilento. Il 14 giugno dello stesso anno, insieme a Ferdinando Petruccelli della Gattina ed altri rivoluzionari, tentò di organizzare delle sommosse in Calabria, ma l’esercito borbonico represse ogni manifestazione, e Carducci tentò di riparare nel Cilento. Sempre il Pesce (2), parlando del Prete Vincenzo Peluso ai tempi dei moti del ’48, in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”. Sempre il Pesce, a p. 12, in proposito al prete Peluso scriveva che: “E poichè il fratello D. Michlangelo, ricevitore doganale, che era pure accorso, gli fece oservare che, stando quei Calabresi in atteggiamento pacifico, non era prudenza assalirli, ed aprire il fuoco, e che bisognava piuttosto attendere alle loro mosse e stare in guardia, il Prete furibondo gli disse: “Tu sei un vigliacco irriconoscente etc…”Quei signori lì sono tutti banditi perchè hanno mosso guerra al Re ed hanno combattuto contro le truppe regie del generale Busacca, che voi vedeste approdare alla spiaggia di Sapri nel 15 giugno; contro di essi è uscito il dcreto fuorbando, ed io so da informazioni segrete che essi erano rivolti a Sapri per unirsi ai nostri nemici e porre le nostre case a sacco e fuoco.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 87, in proposito scriveva che: “Il 15/05/1848, in occasione dell’insediamento del nuovo parlamento napoletano i deputati estremisti, appoggiati dai liberali, chiesero al sovrano di migliorare la Costituzione. Ferdinando II in risposta, ritira la Costituzione e soffoca nel sangue i moti rivoluzionari. Truppe regie furono inviate via mare a Sapri dove il generale Busacca sbarca con 2.000 soldati borbonici, altri reparti avanzavano via terra verso Lagonegro al fine di ristabilire l’ordine. Alla notizia dei moti del 1848, Costabile Carducci decide con i comitati rivoluzionari, di mettersi al comando di una nuova insurrezione cilentana. Si pone come guida dei circoli costituzionali dove i liberali antiborbonici trasmettono ideali di libertà e di unità. Allo scopo di portare la rivoluzione nel Cilento e in Basilicata, decide di attuare uno sbarco a Sapri ed iniziare una nuova rivoluzione.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 87, in proposito scriveva che: Allo scopo di portare la rivoluzione nel Cilento e in Basilicata, decide di attuare uno sbarco a Sapri ed iniziare una nuova rivoluzione. Da Praia, con altri patrioti, si dirige verso Sapri, sicuro di trovare un’attiva partecipazione dei liberali locali. Tale speranza venne delusa, poichè la popolazione era stata atterrita dalla notizia delle massicce forze borboniche sbarcate sotto il comando del generale Busacca, e e di altre truppe che avanzavano dal Vallo di Diano alla volta del Lagonegrese.”.

Nel 4 luglio 1848, ad Acquafredda la cattura di Costabile Carducci e a Sapri la sua orrenda uccisione

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(Fig….) Costabile Carducci – disegno inciso su carta tratto da Matteo Mazziotti (…), op. cit.

Nel 1848, Carducci tentò di riparare nel Cilento. Durante il tragitto fu costretto da una tempesta a sostare a Maratea, e, il 4 luglio, approdò sulla spiaggia del Porticello (presso Acquafredda). Lì fu raggiunto dal sacerdote Vincenzo Peluso di Sapri, uomo fidato dei Borboni, che, fingendo di essere loro alleato, uccise molti dei suoi compagni e lo fece prigioniero. Da wikipedia leggiamo che: “Successivamente, nello stesso giorno, dopo essere stato esposto al pubblico ludibrio, Carducci fu portato nella pineta di Acquafredda e lì fu ucciso con un colpo di pistola in pieno viso.”. Ma è profondamente falsa la notizia che fu ucciso “nella pineta di Acquafredda”. Il Carducci fu ucciso sul monte Spina dagli sgherri del Peluso. Il monte Spina è un monte posto tra la Medichetta di San Costantino e Sapri.

Nel 1848, il prete Vincenzo Peluso e l’eccidio di Costabile Carducci

Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 87, in proposito scriveva che: Allo scopo di portare la rivoluzione nel Cilento e in Basilicata, decide di attuare uno sbarco a Sapri ed iniziare una nuova rivoluzione. Da Praia, con altri patrioti, si dirige verso Sapri, sicuro di trovare un’attiva partecipazione dei liberali locali. Tale speranza venne delusa, poichè la popolazione era stata atterrita dalla notizia delle massicce forze borboniche sbarcate sotto il comando del generale Busacca, e e di altre truppe che avanzavano dal Vallo di Diano alla volta del Lagonegrese. Una tempesta il 4 luglio 1848, li fa naufragare ad Acquafredda di Maratea, dove il popolo istigato dal prete sanfedista e pluriomicida, Vincenzo Peluso, si organizza attaccandoli a colpi di fucile. Il Carducci ferito, venne facilmente catturato dal Peluso e ucciso da un gruppo di suoi fidati sicari, fatti giungere da Sapri. Il corpo dell’eroe, venne tumulato nella chiesa della Concezione di Acquafredda. Un’altra versione sulla fine del Carducci, vuole che l’eroe, tra il 4 e il 5 luglio fu attirato con un tranello nell’abitazione del Peluso, con la scusa di un invito a cena, e poi trucidato da spietati sicari sul Monte Spina. Il capo gli fu reciso da un barbiere ed esposto in Napoli alla vista del re, il quale, per servigio reso donò al Peluso, mandante dell’omicidio, un prezioso anello. La casa del terribile prete di Sapri in cui si consumò il misfatto, era ubicata ad Acquafredda, presso una torre circolare inglobata nella villa Nitti.”Ma come vedremo le due differenti versioni che maldestramente il Mallamaci ci propone non sono del tutto corrette e veritiere. Come vedremo il Carducci fu fatto uccidere dal prete Peluso da suoi sicari sul monte Spina, ma egli fu tradotto prima a Sapri, in seguito alla cattura dei naufraghi ad Acquafredda e poi da Sapri fu tradotto sul monte Spina invece che a Lagonegro dove si trovava il Giudice che lo doveva giudicare. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento della amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (162), dal Cassese (163), e dal Pesce (164), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese. Il Carducci, la notte del 4 luglio 1848, proveniente con altri tre suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Sapri, insieme ai suoi compagni, da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’…..al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla fontana della spina, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini, ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro.”. Nella mia nota (162) postillavo che: (162) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, vol. II, (1909), rist.di Galzerano ed.”. Nella mia nota (163) postillavo che: (163) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n.14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp.I-IV.”. Nella mia nota (164) postillavo che: (164) Pesce C., Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda, Napoli, 1895.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 10, a proposito del prete Vincenzo Peluso scriveva che: “Riferite tali cose al prete Peluso, questi, o per timore, o perchè fin d’allora meditasse terribili disegni, mandò tosto a chiamare tutti i contadini del villaggio, che si trovavano a mietere il grano nella difesa di Carmine Perazzi sul monte tra Acquafredda e Sapri; e poco dopo mandò in tutta fretta la sua parente e domestica Emmmanuela Liguori in Sapri, con una lettera pel suo nipote omonimo Vincenzo Peluso, soprannominato il ‘Generale’: accorressero immediatamente tutti i parenti ed amici ad Acquafredda, dove erano disbarcati con tristi propositi ed in atteggiamento minaccioso molti rivoluzionari Calabresi, peri quali egli, il Peluso, versava in grave pericolo. Verso le ore 5 pomeridiane giunsero i primi terrazzani richiamati dal lavoro; il Peluso, agitato etc…. Dunque, questa è un’altra interessante notizia. Il Pesce riferisce che il Peluso mandò a chiamare i contadini sapresi che lavoravano nell “Difesa” di Carmine Perazzi , un grande appezzamento di terra coltivata che si trovava sul monte Ceraso. Infatti, ancora oggi, lungo la statale SS. 18 che da Acquafredda arriva a Sapri, non esistente all’epoca, all’altezza dello scoglio dello Scialandro, vicino la Torre detta di Capobianco vi è una casetta rossa di proprietà della famiglia Perazzi. Sempre il Pesce, a p. 12, in proposito al prete Peluso scriveva che: “E poichè il fratello D. Michlangelo, ricevitore doganale, che era pure accorso, gli fece oservare che, stando quei Calabresi in atteggiamento pacifico, non era prudenza assalirli, ed aprire il fuoco, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 16 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Intanto il Peluso, col tuono di grande inquisitore, prese ad interrogare il Carducci; cui ripeteva con cipiglio beffardo ed insolente: “Ditemi ora, o Signore, perchè m’avete sempre perseguitato e minacciato ? Che male v’avevo fatto io, povero vecchio, oltre dei miei principii politici dissenzienti dai vostri ? Quando capitanaste la ribellione nel Cilento, minacciaste persino (e lo seppi da fonte sicura) d’uccidere me, monsignor Laudisio e il cav. Pecorelli di Policastro; per lo che fui costretto rifugiarmi nelle caverne e dormire più volte sul nudo suolo!…So che minacciaste anche di bruciare la mia Babilonia in Vibonati ! Che male v’aveva fatto io ? E Carducci di rimando calmo e dignitoso: “Ma voi v’ingannate; ciò non è vero; io non ho mai meditato simili iniquità, anzi son pure amico dei vostri nipoti D. Salomone e D. Moisè Peluso, che ho conosciuto in Napoli”. Pesce, a p. 18, in proposito scriveva che: “…e si avviò coraggioso al suo destino, menato innanzi per l’alpestre sentiero dai dodici manigoldi, fra i quali era anche un prete, Don Giuseppe Calderaro. Lungo il cammino furono usate al prigioniero le più atroci sevizie, e rivolte le parole più oltraggiose. Giunto il triste corteo al punto designato detto della Scala, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda, Giuseppe Bello, più degli altri feroce, fatto sedere su d’un sasso il Carducci stanco ed affranto, tentò strangolarlo colle mani; l’infelice dopo breve letargo si riebbe, ed allora Domenico Calderaro lo finì con un colpo di pistola alla gola tirato bruciapelo. In quel mentre spuntava sul firmamento l’aurora triste e rosseggiante, ed un cacciatore di Sapri, tal Raffaele Gallotti, trovandosi in quei pressi, vide inorridendo ligare il cadavere pel collo con una corda, trascinarlo per lungo tratto e precipitarlo nel sottostante burrone. Consumato il martirio quei manigoldi tornarono nel villaggio; ed è fama che Bello al ritorno per la gioia e per la ferocia fosse divenuto maniaco e furioso, sicchè bisognò frenarlo per impedire che si fosse precipitato dalle rupi.”. All’epoca epoca di Re Ferdinando II di Borbone, insieme ad alcuni suoi familiari, spalleggiato dall’allora Vescovo Ludovici, il prete Vincenzo Peluso, fu fedele servitore della casa regnante borbonica del Regno delle due Sicilie. Tanto fedele al Re borbonico che all’epoca si macchiò di tali nefandezze che Ferdinando II di Borbone, riconoscente verso i suoi servigi, sbarcando a Sapri, si recò personalmente a far visita nel Palazzotto in C.so Garibaldi, al prete ammalato di idropisia e moribondo, donandogli un anello d’oro con il sigillo reale. All’epoca, il Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (8-9), era un convinto filoborbonico e ‘Sanfedista’. Durante il Regno delle due Sicilie di Ferdinando II di Borbone, alcuni membri della famiglia Peluso, insieme ad un loro parente, il prete Vincenzo Peluso, si macchiarono di atroci nefandezze perpretate contro coloro che combattevano per la libertà. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Ludovico Ludovici, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Fabrizio Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (17), dal Cassese (18) e, dal Pesce (6), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese (Fig. 16). I Peluso, a Sapri, a quei tempi, costituivano una convinta fazione filoborbonica e si macchiarono della nefanda uccisione di Costabile Carducci. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. 10) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che all’epoca scrisse sui fatti dell’uccisione di Carducci, lasciando un manoscritto che abbiamo visto e letto ma che purtroppo non abbiamo potuto fotografare in quanto recentemente è stato da noi richiesto agli eredi del canonico Arciprete Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig. 16). Timpanelli, pur essendo un prete e quindi doveva restare fedele alla causa Sanfedista del suo Vescovo Nicola Maria Laudisio, faceva parte di una fazione di liberali che con il Barone Gallotti si contrapposero a quella sanfedista e filoborbonica dei Pelusiani. Esso fu citato dal Cav. Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci. Il Pesce (6) descrive la figura del prete Vincenzo Peluso, autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filoborbonico convinto che era. Secondo il Pesce, fu proprio il prete Vincenzo Peluso –  che aveva fatto costruire il Palazzotto in C.so Garibaldi. La figura del prete Peluso è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo recente ‘Teste Mozze‘ (8). Il prete Vincenzo Peluso ed i suoi familiari ebbero un ruolo fondamentale nella reazione sanfedista nei nostri territori e soprattutto in occasione della prigionia e dell’uccisione del patriota Costabile Carducci. Il Peluso, palesemente protetto ed impunito dalle autorità filoborboniche, morì nel suo letto a Sapri e con gli onori del Re Ferdinando II di Borbone che gli vece visita al capezzale di morte. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla Famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a pp. 5-6 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Costui esordì la carriera del delitto con due omicidi commessi nel 1809 commessi ferocemente nella piazza di Sapri; onde, per sfuggire alla giustizia punitiva, scampò in Sicilia, dove ebbe protezione ed intimità dalla Corte di Borbone, godè le grazie della regina Carolina, la quale, è fama, si fosse fatta accompagnare da lui in un viaggio in Austria. Durante la dominazione francese il prete Peluso spesso approdò con altri galeotti su navi inglesi alle coste del golfo di Policastro per tenere in continue perturbazioni quelle contrade, e nascosto nella caverna di Serralonga, ne usciva per eseguir vendette più per conto proprio che per la causa borbonica. Ritornando Ferdinando sul trono di Napoli nel 1815, il Peluso ebbe, pei servigi resi, una lauta pensione e s’adattò a fare la spia. Sanguinario, prepotente, feroce, mattoide, circondato da vili satelliti parenti ed amici, protetto e temuto dalle autorità, aveva libero campo ad ogni scelleraggine. Il Vescovo Laudisio che pure era tanto influente in Corte e temuto dalla Diocesi, non potè mai esercitare su di lui alcun imperio e lo lasciò fare. Quando non indossava l’abito talare il Peluso vestiva bizzarramente per lo più, un berretto rosso, con lungo fiocco pendente, calzoni bigi e largo pastrano. Di lui si narrano molti assassini commessi o di proprio pugno o per mandato, e guai a chi non fosse stato liggio ai suoi doveri. Tornato appena dalla Sicilia, fece uccidere il sacerdote Loreto Giudice; nel 1820 l’armiere Pietro Cesarino, sul cui cadavere esercitò le più brutte sevizie, e poscia una giovinetta, druda d’un suo nipote; oltre d’un’infinità di altri gravissimi misfatti,che erano tutti andati impuniti benchè conosciuti generalmente. Recentemente ho visto sulla rete il sito o blog dal titolo “Parlamento due Sicilie – Parlamento del Sud” curato da un certo Vincenzo Gulì. Ecco come un filoborbonico coevo, uno dei tanti fanatici che ancora oggi popolano il globo terrestre, si permette di scrivere sulla famigerata figura del prete Vincenzo Peluso: “L’agevole stroncatura del mito fasullo di Costabile Carducci è stata però l’occasione di approfondire un personaggio antitetico come don Vincenzo Peluso, sacerdote ma ‘Brigante di Sua Maestà’ come lo consideravano i francesi invasori del 1799  e seguenti. Un uomo leale,  generoso e forte perché dotato di un fisico possente. Compì la sua più importante impresa a favore della Patria nella terza età dopo aver servito superbamente tre re: Ferdinando IV, Francesco I e poi Ferdinando II. Per sua fortuna passò al Cielo qualche anno dopo , cioè prima che soffrisse nel vedere lo scempio ‘risorgimentale‘  della sua Patria delle Due Sicilie ma in tempo per ricevere direttamente dalla mani di Re Ferdinando un regalo per i meriti ampiamente acquisiti di fedeltà e abnegazione. Una piccola flotta militare si fermò presso Acquafredda e il sovrano gli fece visita donandogli un anello d’oro per eterna riconoscenza. In occasione del convegno abbiamo avuto la gioia di conoscere un discendente di don Vincenzo che ci ha mostrato con orgoglio l’anello gelosamente custodito per oltre un secolo e mezzo. La nostra patria risorge con le verità storiche che spingono quelli che stanno nell’ombra a palesare sentimenti ed oggetti che si credevano per sempre perduti …”. Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro, quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe del crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno in quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequito ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassini assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci; e l’eseguì poscia, di fredda mano, nella prossima di Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno di poi, fu colpito da visita da Re Ferdinando di Borbone che il raccomando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazia di Regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì, legando l’ombra al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione olle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte.”.

Fontana del Lauro

Il manoscritto olografo del “Dramma d’Acquafredda” di Carlo Pesce

Recentemente, ho acquisito in copia digitale, le pagine originali del manoscritto olografo del Cav. Avv. Carlo Pesce. Esso, è conservato dalla Famiglia Tavernese che me lo mostrò oltre trenta anni or sono. Il membro della Famiglia Tavernese che lo possiede, Palmiro Tavernese, mi ha concesso la facoltà di studiarlo e di trarne foto digitali. Il Tavernese, sostiene che detto manoscritto apparteneva a don Vincenzo Timpanelli, farmacista di Sapri e fratello di uno dei protagonisti e testimoni diretti, l’Arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, di cui parlerò. I due Timpanelli, don Vincenzo Farmacista di Sapri e don Nicola, Arciprete di Sapri, erano figli maschi della Baronessa Margherita Picinni-Leopardi, di Buonabitacolo, imparentatisi nei primi del ‘900 con i Cesarino di Sapri. I Tavernese di Sapri, si ritrovano oggi questo lascito di carte olografe forse a causa dei diversi passaggi di proprietà della loro madre. Da un’attento esame dello stesso si evince che il manoscritto in questione, ricalca fedelmente il testo del libro di Carlo Pesce (…), citato e pubblicato nel lontano 1895: ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda ecc..’, illustrato in Fig. 2. Oggi pubblico il manoscritto olografo originale di cui ho parlato e che credo sia stato scritto di proprio pugno dal Cav. Avv. Carlo Pesce in uno dei suoi tanti soggiorni sapresi e sicuramente arricchito da aneddoti raccontati dai suoi diretti testimoni: i Timpanelli di Sapri, molto probabilmente arriva questo carteggio. Come ho già detto, il Pesce, scrisse un suo resoconto sulle vicende storiche che riguardano l’uccisione del patriota Costabile Carducci e di cui fu testimone diretto suo l’Arciprete Don Antonio Timpanelli. Il manoscritto, si compone di n. 22 pagine manoscritte, date poi alle stampe a Napoli, nel 1895. L’Arciprete D. Nicola Timpanelli, pur essendo un prete e quindi doveva restare fedele alla causa Sanfedista del suo Vescovo Nicola Maria Laudisio, faceva parte di una fazione di liberali che con il Barone Gallotti si contrapposero a quella sanfedista e filoborbonica dei Pelusiani. Il Pesce (2), sulla scorta del Timpanelli,  descrisse la figura del prete Vincenzo Peluso, autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filo-borbonico convinto che era e, raccontò l’episodio della cattura e dell’uccisione orrenda di Costabile Carducci a Sapri.  Recentemente, la vicenda del Carducci, è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo ‘Teste Mozze‘ (15). Il prete Don Antonio Timpanelli, insieme ad alcuni suoi familiari, fu un protagonista e testimone diretto delle vicende che videro la cattura del Carducci, nel 1848, e poi in seguito anche dello storico sbarco di Carlo Pisacane con i suoi trecento (8-9-10-11-12-13-14). In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (2) e, andrebbe ulteriormente indagata la posizione della fazione Pelusiana, nella vicenda del Carducci e poi di Pisacane. 

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(Fig. 3) Manoscritto olografo dell’Avv. Carlo Pesce (…), del testo del libro a stampa ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’ , oggi posseduto dalla Famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio)

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, riferendosi allo sbarco di Garibaldi a Sapri, in proposito scriveva pure che: “III. ……prende il mare su d’una barcaccia peschereccia che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso del cielo terso di cobalto, s’avanza a fatica rasentando le coste, quali degradanti e quali scendenti a picco nel mare, di Maratea, Cersuta ed Acquafredda fino all’insenatura di Sapri. Quasi lo stesso tragitto percorse già nel 4 luglio 1848, il gran patriota Costabile Carducci coi suoi sventurati compagni, quando egli, dopo le sconfitte di Campotenese, cercò raggiungere le natie balze del Cilento, ma, costretto ad approdare, peri violenti marosi, alla spiaggia del villaggio di Acquafredda, quivi, fu catturato e trucidato infamamente dagli sgherri del prete Peluso. Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto passaggio di Garibaldi per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e ville dell’antica Magna Grecia, che le ossa del gran Patriotta del Cilento, le quali tuttora riposano dimenticate nella chiesetta del villaggio, si fossero destate dall’avello frementi di gioia pel compimento della tanto sospirata redenzione d’Italia (1).”.

Nell’8 luglio 1848, dopo l’eccidio del Carducci, il colonnello Recco con la nave ‘Tancredi’ da Napoli arriva a Sapri per salvare il prete Peluso ed il 9 luglio 1848 riparte per Napoli con il Peluso

Il sacerdote Mario Vassaluzzo (….), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 201 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il cadavere del Carducci fu trascinato nel ripiano detto ‘Jazzine’ e precipitato nel burrone scavato tra le due altissime rocce. Temendo una insurrezione popolare, dietro segnalazione del Peluso, il giorno 8 luglio, il colonnello Recco, proveniente da Napoli, a bordo del “Tancredi”, sbarcò a Sapri. Ma poichè tutto era apparentemente calmo, egli ne partì il giorno 9 in compagnia del Peluso.”. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (….), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (…). L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 21 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Immantinenti fu mandata a Sapri una nave da guerra, il ‘Tancredi’, su cui prese pure imbarco il Canonico, con truppe a comando del Colonnello Recco. Giunta la nave nel giorno otto nelle acque di Sapri, a presentare gli omaggi al comandante ed averne protezione in quei frangenti si recò a bordo una commissione d’uffiziali della Guardia Nazionale, del clero e di altri notabili del paese, i quali vennero trattenuti a bordo per 24 ore. Nel frattempo le truppe, discese a terra, s’unirono coi Pelusiani, discesi dai monti, e festeggiando per le vie della città il fausto avvenimento, univano al grido: ‘Viva il Re! l’altro: ‘Viva Vincenzo Peluso! ed a scorno ed uiliazione dei liberali procedettero al disarmo della Guardia Nazionale. Nel mattino del 10 il ‘Tancredi’ ripartì per Napoli portando la sacra persona del prte Peluso, il quale corse a ricevere direttamente dal Re il guiderdone del bel servizio. Portò seco i due cappelli dei Calabresi, e fu forse per questo che surse la voce, riferita da molti storici, che egli avesse portato la testa del Carducci: leggenda sorta anche perchè alcuni soldati, portando a bordo una cassetta, dissero, forse per ischerzo, che il dentro erano rinchiusi a testa e il braccio di Carducci. Dopo la partenza del ‘Tancredi’, l’impudenza e l’energia dei Pelusiani giunse al colmo. La protezione, che il governo aveva dispiegato in loro favore, e il disarmo degli avversari li spinsero ai più brutti eccessi. Fortunato Timpanelli narrando ad un suo amico sotto il maestoso albero nella piazza di Sapri, i particolari orribili dell’assassinio, soggiunfìgeva: “Oh ! se tu pure ti fossi trovato in quel rincontro, avresti con tutti noi altri il premio dal governo e la pensione!”.

Nel 1852, Vincenzo Peluso Sindaco di Sapri

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i Sindaci del Comune di Sapri citando il primo Sindaco “1) – Giovanni Schettino nel 1795” e il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”.

Nel 28 settembre 1852, a Sapri la visita di re Ferdinando II di Borbone e Francesco suo figlio al prete Peluso, malato che aveva 75 anni

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 75 in proposito scriveva che: “Nell’autunno del 1852 il re Ferdinando II volle visitare la Basilicata e la Calabria. Sbarcato da Napoli il mattino del 28 settembre sul lido di Sapri, nel golfo di Policastro, col figlio quindicenne, Francesco, duca di Calabria, e col fratello, il Conte di Trapani, Aiutante Generale del grado di Brigatiere, visitò e confortò il vecchio D. Vincenzo Peluso nelle sua villa; indi proseguì per Torraca, Casaletto Spartano, Battaglia e Lagonegro. Il Peluso morì il 4 ottobre.”. Infatti, anche Mario Vasalluzzo (…), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 202 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il 28 settembre settembre del 1852, Sapri riceveva la visita del Re. Il sovrano accompagnato da un nutrito seguito e scortato da quattro navi, approdò al Fortino, a circa un chilometro dalla cittadina. Ferdinando, saputo della sua infermità, volle far visita al Peluso. Fu l’ultimo saluto col suo fedele collaboratore: Vincenzo Peluso infatti, a sei giorni da quello storico incontro, cessava di vivere la sua esistenza agitata e tormentata (5).”. Il Vassalluzzo a p. 204, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i Moti…., op. cit., vol. II, pp. 16, 17, 30, 110, 119. De Cesare R., La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18.”. Dunque, il sacerdote Mario Vassalluzzo cita il Matteo Mazziotti (….) e cita anche Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18. E’ proprio sulla scorta del De Cesare (….), che lo storico coevo, Giorgio Mallamaci scrivendo la storia di Torraca ci parla dello storico evento distorcendone i fatti. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848”, dopo aver parlato di Costabile Carducci che dice essere stato ucciso “sul Monte Spina” (che non esiste), continuando a parlare di Torraca, a p. 88, riferendosi al re Ferdinando IV di Borbone, “divenuto Ferdinando II, re delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “Il Peluso si ritirò in una casa di campagna a Torraca, dove trascorse in solitudine gli ultimi giorni della sua esistenza, e dove prima di morire ebbe l’onore di essere visitato dal suo amato sovrano. In quell’occasione, Re Ferdinando si imbarcò a Napoli, sulla nave ammiraglia il ‘Fulminante’, scortata dal ‘Guiscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’ e giunse nella rada di Sapri il 28 settembre. la stessa sera raggiunse a piedi Torraca, dove fu accolto dalla popolazione con festose manifestazioni: luminarie, spettacoli, giochi di fuoco e danze. Il re fu ospitato nel castello, dal vecchio marchese Biagio Palamolla. Quest’ultimo, a causa di una grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima dall’incarico di guardia del re con il grado di brigadiere e portastendardo. Il sovrano prima di lasciarlo, gli donò una carrozza in segno di gratitudine e poi conferì all’ospite il titolo di Duca di Torraca. Fu questa la sola volta, in cui Ferdinando di Borbone accettò ospitalità da privati. Re Ferdinando, durante la visita al marchese di Poppano, Biagio Palamolla, saputo che a poca distanza dal castello era in fin di vita il vecchio prete, assassino del Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, con suo figlio, il principe ereditario Francesco, di quindici anni e con il seguito di corte. Si racconta, che il Peluso aveva 75 anni, provato dalla malattia, ed emozionato dall’inaspettata visita, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo spirò. Era il 4 ottobre del 1852.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nell’altro suo libro “Storia della città di Lagonegro”, dove, a p. 373 e ssg. parlando della visita del Re Ferdinando II (già Ferdinando IV): “Nell’autunno del 1852 il Re Ferdinando volle visitare un’altra volta questa parte della Basilicata e le Calabrie, etc…ordinò, partisse per le calabrie. Il movimento delle truppe, oltre 20 mila soldati, ebbe luogo dal 23 al 26 Settembre concentrandosi tutta la colonna in Lagonegro e nei dintorni (1). Tuttavia quasi d’una marcia militare, che i liberali del tempo dissero fatta per intimorire le popolazioni. Il Re,  imbarcatosi la sera del 27 settembre a Napoli, sulla fregata a vapore Fulminante, col figlio allora quindicenne Francesco, Duca di Calabria, e col fratello il Conte di Trapani, sbarcò nel mattino del 28 Settembre nella rada di Sapri. Quivi, avendo appreso che il Prete Vincenzo Peluso, l’esecrando assassino del gran patriota Costabile Carducci, era infermo e presso a morte, volle visitarlo, e recatosi a piedi nella villa, dove il vecchio era accasciato da idropisia e dagli anni, lo confortò e lo esortò a bene sperare nella divina misericordia. Da Sapri, il Re, a cavallo, percorrendo una traccia di rotabile, costruita da un negoziante per lo scarico di legname al porto, passò a Torraca, dove alloggiò e pernottò nel castello medievale, dalle torri merlate, del Marchese di Poppano (Biagio Palamolla), il quale a perpetuo ricordo della visita reale, fece murare sulla facciata del Castello una lapide con lunga ed enfatica iscrizione latina….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, levarono il grido – Italia degli Italiani”. Pesce, a p. 372, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Fine di un Regno’ di Raffaele De Cesare, vol. I, pag. 18, 3° ediz., dove nel vol. III è pure riportata questa narrazione, già da me pubblicata nel giornale il ‘Foglietto’.”. Infatti, Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria, sulla scorta di Carlo Pesce (….), in proposito scriveva che: “Sulla fine di settembre del 1852, il re vole dare….., partisse alla volta delle Calabrie. Il movimento delle truppe ebbe luogo nei giorni 23, 24, 25 e 26 settembre, concentrandosi tutta la colonna nei dintorni di Lagonegro. Il re s’imbarcò la sera del 27 settembre a Napoli sul ‘Fulminante’, insieme col principe ereditario, che contava quindici anni, e col conte di Trapani. Il suo seguito era formato dal principe D’Aci, dai brigatieri Ferrari e Del Re, dai colonnelli Nunziante e De Steiger, dal tenente colonnello Letizia, dai maggiori Severino, Anziani e De Angelis, dai capitani Grenet, Schumacher e Salvatore Nunziante. Il colonnello Afan de Ribera, che era pure del seguito, comandava l’atiglieria; il brigatiere Garofalo era capo dello stato maggiore, e il maggiore La Tour seguiva, come aiutante in campo, il conte di Trapani. I direttori Scorza e Murena partirono per posta ed attesero il sovrano a Lagonegro. Il re aveva seco il suo cameriere particolare, Gaetano Galizia, mentre un cuoco e un sottocuoco, con servizio completo, di cucina in apposito furgone, procedevano il corteo di un giorno. Il ‘Fulminante’, seguito dal ‘Giuscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’, giunse la mattina del 28 nella rada di Sapri. La sera di quel giorno il re dormì a Torraca, facendo la prima tappa, da Sapri a Torraca, a piedi per mancanza di strade. Alloggiò nel castello del marchese di Poppano, Biagio Palamolla: castello medioevale, con le torri merlate. Lo ricevette il vecchio marchese che, per grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima, dalle guardie del Corpo, col grado di brigatiere e portastendardo. Il re, prima di allontanarsi, conferì all’ospite il titolo di duca di Torraca; e il marchese, a perpetuo ricordo, fece cingere con una catena di ferro l’ingresso del castello e murare sulla facciata una lunga lapide latina, della quale ecco la chiusa: ……..Fu quella la sola eccezione che Ferdinando fece al suo proposito di non accettare, a nessun patto, ospitalità da privati. Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l’assassino di Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, e vi andò a piedi, seguito dal figlio e dagli aiutanti, ed esortò quel tristo a sperare nella divina Provvidenza. Il Peluso, accasciato dagli anni e dal male, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo morì (1). Alla Taverna del Fortino trovò una berlina di corte ecc….”. Il De Cesare, a p. 33, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Avv. Carlo Pesce, ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’, Lagonegro, Tipografia Lucana, Matteo Tancredi, 1905. E’ un breve scritto, che si legge con viva commozione. Devo anche al signor Pesce un curioso diario sul passaggio del re da Lagonegro, pubblicato dal giornale ‘il foglietto’ di quella città. (Vedi Parte III, Documenti).”. Dunque, il De Cesare ci parla dell’episodio del passaggio del re a Sapri sulla scorta del libretto dello storico di Lagonegro Carlo Pesce (…), di cui una sola copia si trova nei miei archivi e alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Io posseggo anche copia del manoscritto olografo del Pesce (…) che ho pubblicato in un altro mio saggio. E’ molto probabile che il racconto del Pesce sia stato influenzato da notizie di prima mano di un parente dell’arciprete Timpanelli. Ma il Pesce (….), non scrive ciò che ha scritto il De Cesare e sulla cui scorta ha scritto il Mallamaci. Dunque, il racconto del Mallamaci, cambia anche la data di arrivo di re Ferdinando II a Sapri, ponendola non al 28 settembre 1852 ma al 4 ottobre 1852. Stessa divergenza di date e di notizie ritrovo anche in Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di policastro ecc..”, dove parlando di Torraca a p. 196 in proposito scriveva che: “Il 15 ottobre 1852 Torraca ebbe l’onore di ospitare il re Ferdinando II, il quale, diretto in Calabria, si fermò al castello Palamolla su invito dell’amico barone Biagio. Sul portale del salone principale del maniero dovrebbe ancora far mostra di sè la lapide che ricorda l’avvenimento.”. Il Pesce dunque riporta la data scolpita sulla lapide apposta sulla facciata del Castello di Torraca ed in particolare parlando dell’amico barone Biagio si riferiva al barone Biase Palamolla. Di Biagio Palamolla il Guzzo (…), ne parla a p. 193 ed in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla, Marchese di Poppano, ecc….”In quella occasione e nel corso della visita il re Ferdinando II donò al Peluso morente l’anello di oro col sigillo di casa reale che portava seco, oggi custodito dalla famiglia Martorelli erede Peluso.

Anello di re Ferd

(Fig….) L’anello di oro con sigillo reale di re Ferdinando II di Borbone che donò al prete Vincenzo Peluso (Archivio Attanasio)

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel 1905, nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della Rivoluzione Napoletana del 1848‘, (non quello citato dal De Cesare), Napoli, Stabilimento Tipografico Palazzo della Cassazione, 1895, di cui io posseggo una copia, in proposito a p….. scriveva che:

Pesce, su Peluso e la visita del re

Recentemente ho visto sulla rete il sito o blog dal titolo “Parlamento due Sicilie – Parlamento del Sud” curato da un certo Vincenzo Gulì. Ecco come un filoborbonico coevo, uno dei tanti fanatici che ancora oggi popolano il globo terrestre, si permette di scrivere sulla famigerata figura del prete Vincenzo Peluso: “L’agevole stroncatura del mito fasullo di Costabile Carducci è stata però l’occasione di approfondire un personaggio antitetico come don Vincenzo Peluso, sacerdote ma ‘Brigante di Sua Maestà’ come lo consideravano i francesi invasori del 1799  e seguenti. Un uomo leale,  generoso e forte perché dotato di un fisico possente. Compì la sua più importante impresa a favore della Patria nella terza età dopo aver servito superbamente tre re: Ferdinando IV, Francesco I e poi Ferdinando II. Per sua fortuna passò al Cielo qualche anno dopo , cioè prima che soffrisse nel vedere lo scempio ‘risorgimentale‘  della sua Patria delle Due Sicilie ma in tempo per ricevere direttamente dalla mani di Re Ferdinando un regalo per i meriti ampiamente acquisiti di fedeltà e abnegazione. Una piccola flotta militare si fermò presso Acquafredda e il sovrano gli fece visita donandogli un anello d’oro per eterna riconoscenza. In occasione del convegno abbiamo avuto la gioia di conoscere un discendente di don Vincenzo che ci ha mostrato con orgoglio l’anello gelosamente custodito per oltre un secolo e mezzo. La nostra patria risorge con le verità storiche che spingono quelli che stanno nell’ombra a palesare sentimenti ed oggetti che si credevano per sempre perduti …”.

Nel 4 ottobre 1852, a Sapri, a 75 anni, ormai infermo muore il prete Vincenzo Peluso

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 75 in proposito scriveva che: Il Peluso morì il 4 ottobre.”. Infatti, anche Mario Vasalluzzo (…), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 202 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: Vincenzo Peluso infatti, a sei giorni da quello storico incontro, cessava di vivere la sua esistenza agitata e tormentata (5).”. Il Vassalluzzo a p. 204, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i Moti…., op. cit., vol. II, pp. 16, 17, 30, 110, 119. De Cesare R., La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18.”.

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia di Sapri, antistante il “casino bianco” (forse il palazzotto del Peluso, oggi in corso Garibaldi) ?

Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – etc…Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, etc….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, invano levarono il grido – Italia degli Italiani – ; non fu chi rispose ‘e gl’ Italiani per essa’ –  come l’aspettata guida avrebbe dovuto a segnale di riconoscimento. Con poco favorevoli auspici toccarono terra: etc…”. Dunque, il Racioppi, forse sulla scorta del Venosta (….) scriveva che il luogo dello sbarco non era la spiaggia dell’Oliveto, coe hanno scritto tanti, ma secondo il Racioppi, il luogo dello sbarco dei “Trecento” e di Carlo Pisacane fu davanti la “casina bianca” che egli indica come il palazzotto del prete Peluso, che all’epoca doveva trovarsi molto vicino alla spiaggia di Sapri. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p……, in proposito scriveva che: “Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri….Accosto al torrente prossima al mare, dal lato orientale sorge una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto visto e scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a tale un uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’ partigiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe che il crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno tra quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequieto ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassinii assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci, e l’eseguì poscia, di fredda mano nella prossima Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno dipoi, fu colpito di visita da Re Ferdinando di Borbone; che il raccomandando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazie di regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì; legando l’ombra del nome al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione  volle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte. E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti….”. Ricordiamo che, nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) nella mia nota (169) io postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. La notizia merita ulteriori approfondimenti. La “casina bianca”, che molti indicarono come quella (attuale proprietà indivisa della famiglia Stoppelli, antistante il centro commerciale di Villammare, lungo la statale SS. 18) e all’epoca quasi vicino al futuro costruendo Cimitero di Sapri (dunque in territorio che apparteneva alla Principessa Carafa di Policastro e che il governo del Regno d’Italia dispose che questo territorio, conteso nel 1600, tra i Carafa e i Palamolla, rientrasse tra i confini del Comune di Vibonati, il quale in seguito cedette al Comune di Sapri, il terreno per costruire il Cimitero. E’ da approfondire la notizia del Racioppi, che sulla scorta del Venosta scriveva che:   “Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva…”, al prete Peluso. La casina del prete Peluso, come scrive il Racioppi era all’epoca il palazzotto che oggi vediamo in Corso Garibaldi a Sapri, ma che all’epoca doveva essere la “casina bianca” accosto al torrente Brizzi, prossima alla spiaggia ed al mare, sul lato orientale di Sapri, isolata e che, nel 1895 venne descritta anche dal Cav. Carlo Pesce (….) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci: ‘Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848′, edito a Napoli, nel 1895 e, di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio, e dove, a p……, in proposito scriveva che: “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene. In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia, e ad Acquafredda l’altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca.”. Il vecchio palazzotto fortificato sito in C.so Garibaldi a Sapri, residenza dell’Avvocato Vincenzo Peluso e delle due sue sorelle, era di antica fattura.

il Palazzo Peluso

(Fig….) Particolare del Palazzotto Peluso tratto dallo schizzo del 1817 “Croquì di Sapri

Sapri nel 1819, ten. Blois

(Fig….) Particolare tratto dal disegno del rilievo di Sapri del Ten. Blois del 1819, illustrato nell’immagine della Fig….., “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000. In questo particolare si vede il centro abitato di Sapri come doveva apparire al Genio Militare Borbonico nel 1 gennaio 1819.

Ecco cosa scriveva Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”,riguardo il “casino bianco”, il luogo indicato per lo sbarco. Bilotti,  a p. 185 parlando dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: Si corse al ‘casino bianco’, punto convenuto, e si levò più volte il grido: Italia degli Italiani; non vi fu chi rispondesse: E gli italiani per essa (4).. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”.  Bilotti, a p. 185, nella nota (4) postillava: “(4) Il governo tenne una lunga corrispondenza per accertare quale fosse il casino bianco dove i ribelli avrebbero dovuto trovare persone note. I casini di quel colore erano tre, e le indagini rimasero quasi infruttuose.”.

Il prete Nicola Timpanelli

Paolo Emilio Bilotti (…), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli malgrado le difese che lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu mai data tregua per aver tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la messa nella chiesa del Purgatorio. Eppure egli si trovava alla dipendenza della gran corte crim. col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”.

Nel 27 giugno, 1852, Vincenzo Peluso, Capourbano di Sapri e nipote del famigerato prete

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Leopoldo Peluso che era capourbano e l’altro, Vincenzo Peluso che era Sindaco di Sapri. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 189-190, scriveva pure che: “….in Sapri, ….Nicotera ed altri pochi si diressero a sorprendere la casa Peluso nella speranza di rinvenire il capo-urbano D. Vincenzo. Costui però si era messo in salvo, fuggendo in Vallo insieme col figlio D. Annibale, capurbano di Ispani. Nicotera uscito col suo seguito di cinque militi dalla casa del capo-urbano, si recò all’abitazione del ricevitore demaniale, D. Giovanni Peluso; ma non riuscì a rinvenire neanche lui e solo s’impossessò di due schioppi e di alquante munizioni, senza chiedere danaro od altro e trattando con rispetto e con maniere gentili la moglie di lui (2). Il Peluso osò poi dichiarare al giudice Fischietti che gli fossero stati tolti ducati 113, ma l’assertiva sua era bugiarda, come posteriormente affermò lo stesso Fischietti (3).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (2) postillava: “(2) Sentenza luglio 1858 – p. 170.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (3) postillava: “(3) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p. 39.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Una perizia fatta eseguire dal giudice Fischietti provò il contrario, come un’altra perizia disposta in Sapri dallo stesso magistrato, provò non veritiera la denunzia del capurbano V. Peluso che pretendeva fosse stato esploso un colpo di fucile contro la porta di casa sua.”.  

Nel 28 giugno, 1852, Leopoldo Peluso, Sindaco di Sapri e nipote del famigerato prete

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”. Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc..”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci.

Nel 27 giugno 1857, a Sapri, il giorno prima dello sbarco dei “Trecento” a Sapri, alcuni erano già fuggiti

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo (165).”. Nella nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo ……..Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa.”. Infatti, il giorno prima dello sbarco, il 28 giugno, alcuni realisti di Sapri, avendo avuto sentore dell’arrivo di Pisacane fuggirono sulle montagne vicine raggiungendo i nascondigli già usati in occasione dei moti del ’48. Dagli atti dei processi emerge che i “trecento” di Pisacane si recarono presso le residenze di Giuseppe Magaldi e del Sindaco di Sapri o Capourbano, Leopoldo Peluso ma essi erano fuggiti. Risultò introvabile anche il nipote del Sindaco, Annibale, che si erano machiati di orrendi delitti nei moti del ’48. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”. Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc..”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti al buio della sera è fama ricercando anzitutto gli abitatori di quelle mura; perchè la nemesi della rivoluzione punisse il delitto, che la bieca giustizia sociale aveva già coronato di premio. Fu fortuna, che i sospettosi abitatori ai primi tumulti sgombrassero; e fu tolta alla nemesi del popolo l’occasione di un delitto; che, non che instaurare il diritto, aggravava l’antico; lavando sangue innocente con sangue innocente.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 186 continuando il suo racconto scriveva che: Non trovarono che tenebre e solitudine, mentre non pareva che a Sapri non vi dovessero essere dei partigiani della rivoluzione, giacchè otto giorni prima dello sbarco si eran rinvenuti nella marina dei cartelli con la scritta: “Armatevi, chè la rivoluzione è vicina”. Bilotti, a p. 195, in proposito scriveva pure che: “Era invece atteso lo sbarco Murattiano, tanto che all’arrivo di Pisacane qualcuno esclamò: “Viva Murat”, e la voce si dovette subito coprirla col grido: “Viva l’Italia”. E che in favore del Murattismo si fosse fatta discreta propaganda in quei luoghi, si desume dal fatto che nel mese di maggio in sei diversi punti di Sapri si erano rinvenuti cartelli con la scritta: “Muoia il tiranno Ferdinando II. Viva luciano Murat Re di Napoli. Viva il Governo francese”; e nel tempo medesimo si erano vedute girare in Sapri, come in Napoli ed in Salerno, alcune monete di oro e di argento con l’effige del pretendente francese e la leggenda: ‘Lucien Murat, Roi de Naples’ (1).”. Bilotti, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri, – p. 6.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”.  Il Bilotti, a p……, nell'”Elenco generale dei compromessi disposti per ordine alfabetico dei rispettivi comuni di origine”, a p….., troviamo un “Vallato Carmine di Cuccaro; 241. Lazzaro luigi di Policastro; Smimmero Luigi di Polla; Tropeano gaetano di San Pietro di Polla; 285. Maccarone Giovanni di Santa Marina; 299. Tuoti Francesco di Scalea; 327. Raele Raffaele (forse di Lagonegro o di Lauria)”. In quel periodo e nei mesi precedenti furono diversi i segni che misero in allarme le autorità già da molto tempo prima. Infatti, il Bilotti, a p. 48, in proposito scriveva che: “Le preoccupazioni crebbero poi nel febbraio del 1857 in conseguenza dell’arrivo di una fregata inglese denominata “Malacca” della cui venuta nelle acque del golfo salernitano non si conosceva il motivo, e più ancora perchè in data 18 di quel mese l’intendente aveva mandata ai giudici regi, dei circondari posti lungo la intiera costa, la seguente circolare ordinatagli dalla direzione della polizia: “Laddove pervenisse nelle acque del litorale di sua giurisdizione qualche legno inglese etcc…La nave inglese si era fermata presso Pesto, ponendosi in panno alla cappa per mantenersi in pareggi e con una lancia avea messo a terra sei uomini armati di fucile….La preoccupazione era grande etc…E poichè quella fragata aveva tirato molti colpi a palla ed a mitraglia verso mare ed il capitano che era sceso a terra con gli altri armati, interrogato, aveva risposto che “trattavasi di un semplice simulacro di guerra”, le preoccupazioni aumentavano, etc….All’alba del giorno seguente il legno apparve ad Agropoli ed ivi produsse maggiore allarme, perchè lentamente procedendo e poi ritornando lungo le marine del Cilento, pareva cercasse ora e luogo opportuni per operare uno sbarco. Etc…”. Oltre a questi episodi, il Bilotti racconta che la Spedizione di Sapri era già da tempo decisa ed oltre al Pisacane vi doveva partecipare anche Giuseppe Garibaldi. Il Bilotti racconta che fu il Mazzini ad organizzare il tutto e che la prima volta la spedizione che doveva partire il 13 dovette saltare e quei preparativi avevano messo in allarme le autorità borboniche già da diverso tempo. Bilotti, a p. 67 in proposito scriveva: “Il ritiro di Garibaldi, il rifiuto di Cosenz, lo scoraggiamento di Medici che pur accettando di essere il tesoriere del fondo peri 10.000 fucili, etc..”. Inoltre, il Bilotti, nel capitolo IX “Tra Salerno e Gaeta” raccontando dell’arresto di un traditore: “Un traditore fra i cospiratori – Arresto dei fratelli Taiani e sequesto di corripondenze compromettenti – Sospettati rapporti di Nicola Taiani nel distretto di Salerno etc…”, a p. 160 e sgg., in proposito egli scriveva che: “…le autorità giudiziarie non prendevano riposo, massime dopo l’arresto “degli emissari demagogici” Nicola e Salvatore Taiani da Maiori. I due fratelli giravano pel regno il primo coonestando i suoi viaggi col qualificarsi tipografo ambulante etc….Ad entrambi si erano sequestrate etc…a Salvatore varie carte e principalmente “una lettera enigmatica” con firma di un tale Gennaro Siniscalco, etc…Gli si trovò anche una carta di passaggio etc…Si seppe inoltre che il Nicola Taiani era stato più volte in segrete ferenze con D. Giovanni Amatruda da Agerola allora dimorante in domicilio forzoso a Napoli, ma compromesso in politica fin dal 1843. Nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Non si comprende come tali notizie fossero pervenute alla polizia, ma è certo che furono impartiti ordini pressanti ai giudici regi di Torreorsaia, Vibonati e Gioi perchè procedessero ad immediate perquisizioni e nel cas, all’arresto dei ‘pervenuti’, e poi anche ai giudici etc…”. Sempre il Bilotti, a p. 183 scriveva pure che: “Avveniva intanto a Montemurro verso la metà di maggio 1857, l’arresto di tal Vincenzo Gerbasi, soprannominato ‘Fatariello’, che fu uno dei più fidati emissari dei liberali di Padula; etc..”.

Nel 29 giugno 1857, Nicotera si reca nella casa del capo-urbano Vincenzo Peluso

Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica”, assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa. Queste gesta ed i sequestri di armi e munizioni effettuate in numerose case di sapresi contribuirono non poco ad impaurire la popolazione che all’alba del giorno 29 non si mostrò particolarmente accogliente nei confronti di tutta la massa dei rivoltosi che penetrando nel paese con la bandiera spiegata gridava incitazioni alla rivolta. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri,….Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica” assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) e mentre un buon numero di militi attendeva al disarmo del posto doganale e degli urbani catturati, Nicotera ed altri pochi si diressero a sorprendere la casa Peluso nella speranza di rinvenire il capo-urbano D. Vincenzo. Costui però si era messo in salvo, fuggendo in Vallo insieme col figlio D. Annibale, capurbano di Ispani. Nicotera uscito col suo seguito di cinque militi dalla casa del capo-urbano, si recò all’abitazione del ricevitore demaniale, D. Giovanni Peluso; ma non riuscì a rinvenire neanche lui e solo s’impossessò di due schioppi e di alquante munizioni, senza chiedere danaro od altro e trattando con rispetto e con maniere gentili la moglie di lui (2). Il Peluso osò poi dichiarare al giudice Fischietti che gli fossero stati tolti ducati 113, ma l’assertiva sua era bugiarda, come posteriormente affermò lo stesso Fischietti (3).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (2) postillava: “(2) Sentenza luglio 1858 – p. 170.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (3) postillava: “(3) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p. 39.”.Devo però precisare che il titolo corretto del libretto del Fischetti (….), giudice regio del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti, del 1877 è: “Cenno storico della Invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel circondario con note e osservazioni.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Una perizia fatta eseguire dal giudice Fischietti provò il contrario, come un’altra perizia disposta in Sapri dallo stesso magistrato, provò non veritiera la denunzia del capurbano V. Peluso che pretendeva fosse stato esploso un colpo di fucile contro la porta di casa sua.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) (Figg. 2-3) Disegni e carte manoscritte e inedite, tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato dell’ex Biblioteca Provinciale, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. (Figg. 2-3) ‘Croquì di Sapri’, disegno del Genio Militare Napoletano, a mano libera su carta (all’impronta), ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2); e (Figg……), idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Queste carte inedite, da me scoperte, sono state da me pubblicate nello studio ”Analisi sull’Evoluzione Storico-Urbanistica’, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1).

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(4) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI, p. XXI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse la Relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1884. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce.

(5) (Fig. 12) L’immagine illustra uno dei n. 13 documenti che rinvenni all’Archivio di Stato di Napoli, negli anni ’80, nel corso delle mie ricerche che all’epoca conducevo (1). Per questa documentazione, si rimanda ai due miei studi ivi pubblicati: “I disegni e le carte inedite del Genio militare napoletano, da me scoperte all’Archivio di Stato di Napoli.” e, “I disegni e le carte inedite del Genio militare napoletano, da me scoperte alla Biblioteca Nazionale di Napoli.”. Recentemente, la documentazione in questione, è stata da me richiesta all’ASN, ma ci è pervenuta la documentazione simile e di cui ivi pubblichiamo due nelle immagini di Figg. 13-14. Nel corso dei miei studi e frequentazioni presso l’Archivio di Stato di Napoli, oltre trent’anni fa, rinvenni dei documenti d’epoca borbonica che riguardano le batterie costiere e fortificazioni militari del Regno delle due Sicilie nel Golfo di Policastro, Palinuro, Centola e Sapri. Si tratta di documenti manoscritti e inediti. Della documentazione rinvenuta all’ASN, nel lontano 1987, eseguii delle copie in b/n (Fig. 12). Tale documentazione era del tutto inedita e la pubblicai a stampa su alcuni miei studi (1). Recentemente, ho chiesto all’Archivio di Stato di Napoli di acquisirne le fotoriproduzioni digitali degli originali. In seguito, l’Archivio di Stato di Napoli, mi ha inviato le fotoriproduzioni in digitale della documentazione che ivi pubblico (Fig. 13-14)(6) che è simile a quella che rinvenni e pubblicai negli anni ’80 (Fig. 12).  I documenti rinvenuti all’epoca, erano in bianco e nero e, sebbene facessero pare dello stesso fondo d’Archivio, sono differenti da quelli acquisiti recentemente, che pure sono inediti e che pure riguardano lo stesso fondo d’archivio. In particolare, i documenti rinvenuti negli anni ’80 (Fig. 12), facevano parte di un fondo di n. 13 fogli tratti dal Fondo Ministero Guerra, fascio 2325, inc. 1609. In particolare, tra quelle carte, vi è una datata Napoli, 30 Settembre 1832, indirizzata alla Direzione del Genio del Tirreno da D. Francesco Antonio Peluso Sindaco del Comune di Sapri. Tutti si trovano conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, ove rinvenni la seguente documentazione: pandette Ministero Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 2306, 2409, 1960, 2325, 2364, 2325, 442, 437, Sezione militare, Segreteria di Guerra, fasci: 442, 437, 1960, 2306, 2325, 2364, 2409, che vanno tutti sotto il nome di “Sapri” e “Piazza di Sapri“. I documenti citati, andavano sotto la segnatura di fascio 2325, inc. 1609. Recentemente, ho chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, di ottenere le fotoriproduzioni digitali che mi sono state inviate ma, sebbene siano simili e di grande interesse per Sapri e le sue fortificazioni militari, essi sono diversi. Ecco cosa ci ha scritto la dott.ssa Orciuoli: “Gentile Studioso, in riferimento alla Sua richiesta si comunica che sono stati consultati i fasci nn. 437, 442, 2306, 2325, 2409, mentre i fasci 1960 e 2364 sono risultati mancanti. In particolare, il fascio 437, contenente un solo fascicolo, riguarda le pensioni; il fascio 442, le richieste di licenza e approvazione di matrimoni; i fasci 2306 e 2409 sono relativi rispettivamente a Difesa della frontiera e delle coste (Pescara,  Civitella delTronto, Capua, Gaeta) e alle Piazze di Nola, Brindisi, Messina, Palermo e Napoli. Solo nel fascio 2325, relativo agli edifici militari, oltre che a quelli di Torre Annunziata, Caserta, Castellammare, Baia, Portici, Granatello, Aversa, Otranto, Napoli, è presente un fascicolo 627, datato 9 marzo 1833 contenente due sottofascicoletti aventi ad oggetto “Piazza di Sapri, esercizio 1832, Processo verbale di continuazione di fitto per l’anno 1832 di un locale in Sapri di proprietà del Sig. Barone Pallamolla, per uso di magazzino delle munizioni di artiglieria” il primo, e “[…] per uso di caserma di artiglieria” il secondo.. Le carte acquisite recentemente ed illustrate nelle (Figg. 13-14), sono documenti che fanno parte della documentazione manoscritta inedita, da me scoperta all’ASN, riguardante le fortificazioni militari di Sapri ai primi dell”800 e, del Genio Militare Napoletano Borbonico e, fanno parte di un fondo e documentazione che vanno tutti sotto il nome di “Sapri” e “Piazza di Sapri“, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, Sezione militare, pandette Ministero della Guerra e Segreteria di Guerra, fascio 2325 “relativo agli edifici militari”, del fascicolo 627, datato 9 marzo 1833 contenente due sottofascicoletti aventi ad oggetto “Piazza di Sapri, esercizio 1832, Processo verbale di continuazione di fitto per l’anno 1832 di un locale in Sapri di proprietà del Sig. Barone Pallamolla, per uso di magazzino delle munizioni di artiglieria” il primo, e “[…] per uso di caserma di artiglieria” il secondo.”. In particolare quello della Fig. 12, fa parte di un fondo di n. 13 fogli tratti dal Fondo Ministero Guerra, fascio 2325, inc. 1609. Esso è datato Napoli, 30 Settembre 1832, indirizzato alla Direzione del Genio del Tirreno da D. Francesco Antonio Peluso Sindaco del Comune di Sapri, fu da me rinvenuto e pubblicato, insieme agli altri, in bianco e nero, in diversi mie studi e pubblicazioni, oltre trenta anni fa.

(6) (Fig. 13-14) Le immagini illustrano due dei documenti recentemente acquisiti e fotoriprodotti presso l’Archivio di Stato di Napoli. Ecco cosa ci scrisse la dott.ssa Orciuoli: Gentile Studioso, in riferimento alla Sua richiesta si comunica che sono stati consultati i fasci nn. 437, 442, 2306, 2325, 2409, mentre i fasci 1960 e 2364 sono risultati mancanti. In particolare, il fascio 437, contenente un solo fascicolo, riguarda le pensioni; il fascio 442, le richieste di licenza e approvazione di matrimoni; i fasci 2306 e 2409 sono relativi rispettivamente a Difesa della frontiera e delle coste (Pescara,  Civitella del Tronto, Capua, Gaeta) e alle Piazze di Nola, Brindisi, Messina, Palermo e Napoli. Solo nel fascio 2325, relativo agli edifici militari, oltre che a quelli di Torre Annunziata, Caserta, Castellammare, Baia, Portici, Granatello, Aversa, Otranto, Napoli, è presente un fascicolo 627, datato 9 marzo 1833 contenente due sottofascicoletti aventi ad oggetto “Piazza di Sapri, esercizio 1832, Processo verbale di continuazione di fitto per l’anno 1832 di un locale in Sapri di proprietà del Sig. Barone Pallamolla, per uso di magazzino delle munizioni di artiglieria” il primo, e “[…] per uso di caserma di artiglieria” il secondo.”. Il documento della Fig. 12, è un documento che fa parte della documentazione manoscritta inedita, da me scoperta all’ASN, riguardante le fortificazioni militari di Sapri ai primi dell”800 e, del Genio Militare Napoletano Borbonico e, fa parte di un fondo e documentazione che vanno tutti sotto il nome di Sapri” e “Piazza di Sapri“, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, Sezione militare, pandette Ministero della Guerra e Segreteria di Guerra, fascio 2325 “relativo agli edifici militari”, del fascicolo 627, datato 9 marzo 1833 contenente due sottofascicoletti aventi ad oggetto “Piazza di Sapri, esercizio 1832, Processo verbale di continuazione di fitto per l’anno 1832 di un locale in Sapri di proprietà del Sig. Barone Pallamolla, per uso di magazzino delle munizioni di artiglieria” il primo, e “[…] per uso di caserma di artiglieria” il secondo.”

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(3) Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Napoli, Reale Stab. Tip. Pansini, 1913 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso esiste la ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (con la prefazione del 1913), ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante, p. 398 e s. (Archivio Storico Attanasio)

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(6) Pesce Carlo, Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, Napoli, 1895, Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione, p. 9 e s. Gran parte delle notizie storiche ivi riportate sono state tratte dall’Archivio del Tribunale di Lagonegro (PZ) (Archivio Attanasio). Il testo si trova conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli

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(6 bis) Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, 1900, ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante, si veda Cap. XVII, p. 373 e s. (Archivio Storico Attanasio)

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(7) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40. Si veda pure Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891; si veda pure: L’Acqua potabile di Sapri – ricordi per il Dott. Nicola Gallotti, Tip. Francesco Graniti, Napoli (Foto e Archivio Storico Attanasio)

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(8) Maldonato F., Teste mozze – Romanzo storico, ed. Iride, Soveria Mannelli, 2015

(9) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (Archivio Storico Attanasio)

(10) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Ro- ma, 1976, che ha curato anche la traduzione del testo latino.

(11) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.

(12) Vassalluzzo M., Castelli, torri e borghi della costa cilentana, pp.6-24.

(13) Barra F., Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815, Salerno-Catanzaro, 1981, pp. 123-125. Si veda pure: Cortese N., Corpi e scuole militari dell’esercito napoletano dal 1806-1815, Estratto da “Rassegna storica Napoletana”, a. I, n. 4, 1933, pp. 27-28.

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(14) Caffaro A., Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989.

(15) Romanelli Domenico, Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa de: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101.

(16) Durante il decennio dell’occupazione francese del Regno delle due Sicilie (1806-1815), il meridione d’Italia visse una vera e propria guerriglia civile, che si manifestò col cosiddetto “brigantaggio”, alimentato dai borboni e dagli inglesi, respinti ed arroccati in Sicilia. Anche il Cilento venne coinvolto, tanto dalle operazioni terrestri tanto da quelle navali, per la difesa delle coste (13). Nel Regno delle due Sicilie, durante il breve periodo di occupazione napoleonica di Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Il rafforzamento e l’ingrandimento delle fortificazioni militari esistenti, fu certamente oggetto di particolare attenzioni del governo napoleonico, in epoca murattiana, come risulta da alcuni disegni manoscritti, da me ritrovati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (2) e da me pubblicati nell’’87. Alcuni di questi disegni che riguardano però Palinuro, furono pubblicati molti anni dopo, nel 1989, da Antonio Caffaro (14). Molti di questi disegni, ma non quelli trovati da noi e qui riportati, furono già citati dal Vassalluzzo (12) e poi successivamente pubblicati da A. Caffaro (14) che, si limita alle batterie e fortificazioni progettate fino a Palinuro. La particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. L’Esercito del Regno di Napoli, attivo durante il decennio francese, ovvero allorquando il regno fu conquistato e governato dai napoleonidi, fu una forza armata di terra che prese parte, al fianco della Grande Armata, a molte delle principali campagne delle guerre napoleoniche. Con l’occupazione napoleonica del 1806 il trono napoletano venne affidato in un primo momento a Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Nel 1808, fino al 1815, il trono napoletano fu occupato invece da Gioacchino Murat, uno dei più brillanti comandanti militari dell’impero napoleonico. Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti manoscritti e rari originali tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni dagli originali abbiamo richiesto ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa. Ecco cosa ci scrisse la dott.ssa Orciuoli: “Gentile Studioso, in riferimento alla Sua richiesta si comunica che sono stati consultati i fasci nn. 437, 442, 2306, 2325, 2409, mentre i fasci 1960 e 2364 sono risultati mancanti. In particolare, il fascio 437, contenente un solo fascicolo, riguarda le pensioni; il fascio 442, le richieste di licenza e approvazione di matrimoni; i fasci 2306 e 2409 sono relativi rispettivamente a Difesa della frontiera e delle coste (Pescara,  Civitella delTronto, Capua, Gaeta) e alle Piazze di Nola, Brindisi, Messina, Palermo e Napoli. Solo nel fascio 2325, relativo agli edifici militari, oltre che a quelli di Torre Annunziata, Caserta, Castellammare, Baia, Portici, Granatello, Aversa, Otranto, Napoli, è presente un fascicolo 627, datato 9 marzo 1833 contenente due sottofascicoletti aventi ad oggetto “Piazza di Sapri, esercizio 1832, Processo verbale di continuazione di fitto per l’anno 1832 di un locale in Sapri di proprietà del Sig. Barone Pallamolla, per uso di magazzino delle munizioni di artiglieria” il primo, e “[…] per uso di caserma di artiglieria” il secondo.”.

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(17) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, vol. II, (1909). Quello illustrato in figura è il vol. I (Archivio Storico Attanasio)

(18) Cassese L., La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, B.C.M., 1969, p. 52, vedi nota al testo n. 14, p. 55, pp. 51-52, e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp. I-II; vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77 (Archivio Storico Attanasio)

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(19) Bilotti P. E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, Salerno, Stab. Tip. Fratelli Jovine, 1907, p. 195.

(20) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano C., Pisacane da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, 1977.

(21) Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani- La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – ‘La Spedizione di Sapri’.

(22) Colletta P., Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, Tomo III, Capolago, Tip. Elvetica, 1834, p….

(23) Pifano C., Pisacane, da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, Casalvelino Scalo (SA), 1977, p. 38.

(24) Ramage C.T., Viaggio nel Regno delle due Sicilie – a cura di E. Clay, ed. De Luca, Roma, 1966, ristampa, p. 113 e s.; si veda pure dello stesso autore, la ristampa del libretto: Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828′, a cura di Raffaele Riccio, Roma, ed. dell’Ippogrifo, 2014, p. 137.

(25) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.

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(26) Fischetti Gaetano, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss. (Archivio Storico Attanasio)

(27) De Cesare R., La fine di un Regno, Napoli, ed. III, vol. I e vol. III, pp. 18.

(28) Racioppi G., La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, con documenti inediti per Giacomo Racioppi, ed. Giuseppe Margheri, 1863, si veda Cap. XIX da p. 43 e s.; si veda pure dello stesso autore: ‘Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermine nel 1860′, Napoli, Tip. di Achille Morelli, 1867.

(29)(Figg. 17-18) Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, tratto da Schmiedt G., op. cit. (3), p. 78-79; Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: un vecchio schizzo ecc.. eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il vecchio schizzo pubblicato dallo Schmiedt (…), è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142) ‘Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno.

(30) Schmiedt G., Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (che noi possediamo in originale), pp. 78-79.

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(…) Settembrini Luigi, Ricordanze della mia vita, con prefazione di Francesco De Sanctis, a cura di Francesco Torraca, Napoli, ed. A. Morano, 1916 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pollini L., La tragica spedizione di Sapri (1857), ed. A. Mondadori, Verona, 1935 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891.

(13) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano C., Pisacane da Sapri a Sanza, ed.Galzerano, 1977.

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(…) Il Rosselli (Rosselli N., op. cit., p. 361), in proposito così scriveva: “La Spedizione di Sapri dette luogo a numerosi componimenti poetici, quasi tutti assai scadenti, seppure calorosi ed ispirati. Vanno citati, in ordine di tempo: Mercantini L., La Spigolatrice di Sapri, stampata la prima volta nel Movimento, Genova, 3 Agosto 1857; Ricciardi C., Novissima Verba, Carme ai caduti di Sapri, in La Gazzetta del Popolo, Torino, 29 luglio 1857; Vecchi C.A., Canto funebre, ivi, 17 agosto 1857; Curzio F., L’eroe di Sapri (4 sonetti), 1858, ristampati in Poesie edite ed inedite di F.C.,  Milano, 1883; Lombardi E., La Spedi-zione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877; versi di Terzi R., e di Capasso G., sul giornale ‘Masuccio’, Salerno, 2 luglio 1903; Fra gli stranieri che cantarono la spedizione si veggano Swinborne, Song of Italy, Harriet Hamilton-King, The disciples, London, 1873 (vedi il brutto poemetto ‘Nicotera’) Carducci dedica due versi a Pisacane in una delle sue odi barbare (Scoglio di Quarto). E’ noto che anche Victor Hugo tessè l’apo-logia di Pisacane, dicendolo più grande di Garibaldi nello stesso modo che Brown era da considerarsi più grande di Waschington.”; Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani- La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.

Il manoscritto inedito di Luca Mannelli

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista stret tamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine e la ricostruzione storiografica di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Recentemente abbiamo ottenuto la fotoriproduzione digitale delle dieci pagine contenute nel Libro II del Capitolo (Capo) XI della ‘Lucania Sconosciuta’ del Mannelli, conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli con la collocazione seguente: Ms. XVIII.24, di cui ivi pubblico integralmente il Cap. IX, che parla di Policastro Bussentino e dell’antica Bussento.

Luca Mannelli

(Fig. 1) Luca Mannelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito (2).

La ‘Lucania Sconosciuta’, manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli

Luca Mannelli, manoscritto

(Fig. 1) Luca Mannelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito (2).

Nel ……….., Gerardo Saverio Gatta, figlio di Costantino Gatta (…), allorquando ripubblicò il testo del padre Costantino, ‘Memorie ecc.. ‘(…), spiega nell’introduzione, che moltissime notizie furono tratte dal testo manoscritto di Luca Mannelli (…): “La Lucania illustrata” e la “Lucania sconosciuta”: 

Gatta, p....

(Fig…) Gatta Costantino (…),

Luca Mannelli, o Mandelli, scrisse nei primi anni del ‘600, un prezioso manoscritto intitolato ‘Lucania sconosciuta‘ (2), rimasto inedito, già conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno e, per molti secoli è stato introvabile e, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. In questo nostro studio, pubblichiamo tutto il Capitolo IX del Libro II, ovvero le pagine che ci parlano della storia di Camerota e di Policastro, proponendoci di pubblicare anche le pagine seguenti del manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, che riguardano il territorio fino a oltre Scalea. Luca Mannelli o Mandelli, era un frate Agostiniano (dell’Ordine di S. Agostino). Nella fortuna critica della sua “Lucania sconosciuta” c’è una palese contraddizione: da parte, il Mandelli è utilizzato e citato, dal Seicento in poi, fino ad oggi, dagli storici che si sono occupati del territorio lucano e poi salernitano; dall’altra, nonostante tale persistente ed indiscussa vitalità, la sua opera, tranne appunto la parte che riguarda il Vallo di Diano, è rimasta manoscritta. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini (3) e del Troyli (4), che dal punto di vista bibliografico e storiografico sono stati i primi a comporre una storia organica dei nostri territori. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava (5). Il Padiglione (14), nel suo ‘La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati da Carlo Padiglione’, pubblicato nel 1876, a p. 262, leggiamo che:

Padiglione, p. 262.PNG

(Fig….) Padiglione (….), p. 262, sul manoscritto del Mannelli (…)

Quì, pubblichiamo le dieci pagine del secondo volume (Libro II), Capo (Capitolo) IX, che raccontano e ricostruiscono alcuni eventi di storia delle nostre terre, in particolare la pagina illustrata in Fig. 2, parla di Camerota e Policastro e quelle seguenti. Le pagine che pubblichiamo (2), sono tratte dal manoscritto di Luca Mannelli, ‘La Lucania sconosciuta’, conservato alla Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, da cui abbiamo ottenuto la riproduzione dei file digitali. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

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(Fig. 2) Pagina n. 47r, tratta dal Libro II, Cap. IX del  manoscritto del Mannelli (2)

Il manoscritto di Luca Mannelli

Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Il Bracco (12), op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli. Il Bracco (12), op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Il manoscritto del Mannelli, è rimasto inedito ed introvabile per molto tempo. Si tratta di un’esemplare proveniente dalla Biblioteca del Museo di San Martino, ms. S. Mart. 371. Il manoscritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto (10) che dice: “Lucania sconosciuta, (ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51).”. Arturo Didier (11), scriveva in proposito: ”la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano incominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.Di Luca Mandelli (2) ne parla Vittorio Bracco (12) nel libro – che mi fu donato da Gerardo Ritorto. Nelle sue note, il Bracco dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Il padre Agostiniano, cita spesso il cronista Normanno Goffredo Malaterra (17), da cui trae gran parte delle sue notizie sulle nostre terre dall’epoca Longobarda al dominio Normanno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini (3) e del Troyli (4), che dal punto di vista bibliografico e storiografico sono stati i primi a comporre una storia organica dei nostri territori. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava (5). Tra gli autori della bibliografia antiquaria del ‘600, oltre all’Ughelli (18) ed al Troyli (4), citiamo anche  Costantino Gatta, nella sua ‘La Lucania illustrata‘ (7), che lo cita e che riporta moltissime delle notizie storiche. Sul manoscritto del Mannelli, ha scritto lo studioso Franco Strazzullo (13), nella sua ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, del Padiglione (14), ‘La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati’. Il Padiglione (14), scrive del manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli:  “è il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino.”. Il Padiglione a p. 261 e p. 262, scrive in proposito al manoscritto n. 245 della Biblioteca della Certosa di S. Martino di Napoli: “245. Mannelli (Luca). Fragmenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine. E’ del secolo XVII, di carte novantotto, in fol. E’ il libro quarto dell’opera del Mannelli che contiene la storia di questo nostro reame: essa cominciando dalla caduta dell’Impero Romano viene man mano a trattare del governo dei Goti, de’ Longobardi, de’ Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi e degli Austriaci fino a Carlo II. Il Mannelli nacque in Diano in Principato Citra, e tale lo ritengono il Toppi, il Gatta, ed altri moltissimi. Egli però da noi è ritenuto napoletano, poichè l’Ossinger nella sua Biblioteca Augustiniana asserisce che è nato in Diano, fu alunno della Provincia di Terra di Lavoro, e figlio del monastero di Napoli ove morì. Facciam poi notare che il Ms. che si conserva nel convento di Salerno, e che secondo questi frammenti aveva il titolo di ‘Lucania sconosciuta’, forse è lo stesso che dal Toppi, dal Giustiniani, e dall’egregio Cav. Luigi Volpicella, viene intitolato: Lucania Illustrata. Quest’ultimo in un suo libro pubblicato nel 1852 (15) nell’articolo Lucania sotto il numero 9 segna un P. Luca Mannelli, che stando al detto del Giustiniani nella sua Bibliot. Topog. Storica, dice autore della Lucania Illustrata e sotto il n° 15 un Mandelli autore di un Ms. dal titolo ‘Lucania Sconosciuta’, che dice ricordato dall’Antonini nella prefazione ai discorsi della Lucania e, dal Giustiniani  alla pag. 34 del Tomo X del Dizionario Storico geografico del Regno di Napoli. Da tali note dell’egregio bibliografico ci fermiamo nell’idea che l’opera la ‘Lucania Sconosciuta’ sia la stessa che quella chiamata ‘Lucania Illustrata’. Ed infatti, se l’Antonini dà all’autore di quella col primo titolo il nome Mandelli, non ricorda l’opera del secondo titolo alla quale vien dato dal Toppi e dal Giustiniani per autore un Mannelli. Il Giustiniani, se due fossero stati gli autori ed in conseguenza due le opere, avrebbe fatto di ambedue menzione nel suo Dizionario e nella sua Biblioteca Storica (25), e non avrebbe citato solo un ‘Mandelli’ autore della ‘Lucania Sconosciuta’ nel primo, e nella seconda poi, cioè nella ‘Biblioteca’ un ‘Mannelli come scrittore della Lucania Illustrata. Il che ci dimostra che uno fu l’autore ed una l’opera, e che il Giustiniani cadde in errore, quando in due sue opere diverse ecc…”.

Antonini, 1795, II ed., prefazio

(Fig…) Giuseppe Antonini (…), ‘La Lucania’, prefazione al lettore, II° edizione, 1795

Il Giustiniani (…), che pure viene citato da Didier (…), cita il manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Dizionario istorico geografico’, tomo X, a p. 34, quando ci parla di Venosa e, nella sua nota (2), postillava in proposito che: “(2) Vedete il ‘Mandelli’ nella sua ‘Lucania sconosciuta’, part. I, fol. 253, trà MMS della nostra Real Biblioteca, n. 1604-1605.”. Il Padiglione (14) poi prosegue dissertando sul vero nome dell’autore del manoscritto, riferisce del Toppi ed altri come il Gherardo Gatta, figlio del Gatta padre (…) che nel 1732, pubblicò una seconda edizione dell’opera del padre ‘Memorie Topografiche ecc..’, dove si ricorda un ‘P. Luca Mandelli‘ come autore di un ms. sulla Lucania, del quale però non ci tramanda del titolo preciso.”. Nell’altra edizione poi fatta nel 1743 da Giuseppe altro figliolo dello scrittore delle Memorie, l’autore del ms sulla Lucania è chiamato Mannelli.”. Nel 1831, anche il Laudisio (8), nella sua ‘Synopsi ecc..’, cita il manoscritto del Mannelli e scrive in proposito: “P. Manell., Note Lucane”  ( vedi Visconti (9) a p. 14 nota (36)). Le pagine che pubblichiamo (2), sono tratte dal manoscritto di Luca Mannelli, ‘La Lucania sconosciuta’, conservato alla Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, da cui abbiamo ottenuto la riproduzione dei file digitali. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r. (Figg. 1- 2-3-4-5-6-7-8-9-10)(2). Il Gaetani (6), in un suo pregevole studio, cita l’episodio dell’Antonini che lesse una parte spuria del manoscritto: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli, invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode od ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua di calce versatavi sopra; e pure il valente uomo da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera. Or noi per primi a piena risposta al Nicolao (23), riferiamo quel tanto che il Mannelli si appartiene a Pisciotta ecc..”. Il Gaetani, non si riferisce a Pisciotta ma a ciò che sosteneva il Nicolao (23) su Bussento e su Pisciotta. Tuttavia, il primo che pubblicò integralmente le notizie tratte dal Mannelli è stato Costantino Gatta (7), nella sua ‘La Lucania illustrata ecc..’, e in ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…..’, opera postuma del 1743, data alla luce da suo figlio Giuseppe. E’ il Gatta (7), ma anche l’Antonini (3), che analizzeranno alcune interessantissime notizie storiche riportate dall’Agosiniano Padre Mannelli (2). Luca Mannelli (2), attinse soprattutto al Pratilli (23) che aveva pubblicato l’opera del Pellegrino (16) che attingevano dall’opera del monaco Normanno Goffredo Malaterra (17). Infatti, molte notizie storiche citate nel manoscritto del Mannelli, sono citate anche dal Malaterra. Noi crediamo che il Mannelli (2), attinse anche dall’opera dell’Annalista Salernitano (21), il ‘Chronicon Salernitanum’, non ancora suffiecientemente conosciuto ed indagato. I due studiosi Natella e Peduto (10), ritenevano il manoscritto del Mannelli, non attendibile. I due studiosi Natella e Peduto (10), citano una notizia del Volpe (23), secondo cui, nell’anno 915, gli Agareni (Saraceni), –  che si erano stabiliti ad Agropoli già dall’anno 882, creandone un loro spalto fortificato – attaccarono Bussento – per la seconda volta nella sua storia – incendiandola e distruggendola. La notizia del Volpe (20), fu tratta proprio dal manoscritto del Mannelli (2) ed è per questo motivo che i due studiosi (10), sulla scorta del Volpe (20), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ”Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 e, postillavano: La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.. Non siamo del tutto daccordo con la tesi dei due studiosi Natella e Peduto (10), che non credevano a queste notizie in quanto ritenevano il manoscritto del Mannelli (27), “un falso settecentesco”. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferia dal Volpe (20), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (2) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (17). Abbiamo ritrovato e pubblicato il manoscritto di Luca Mannelli (2), a cui – non a torto –  si rifaceva una certa bibliografia antiquaria come il Volpe (20), e l’Antonini (3) ed abbiamo visto che alcune notizie storiche in esso citate sono state tratte dal monaco benedettino Goffredo Malaterra (17), e pertanto degne di nota.

Il Capitolo IX del Libro II del Manoscritto di Luca Mannelli, conservato alla Nazionale di Napoli

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(Fig. 3) Pagina n. 47v, tratta dal Libro II, Cap. IX del  manoscritto del Mannelli (2)

Lo studioso Biagio Moliterni (…), nel suo pregevole e recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, in proposito, nella sua nota (9) a p. 7, postillava che: “(9) Il Mandelli (…), fu il primo studioso a parlare della Bolla di Alfano, “Bulla in Arch. Salern. ann. 1079”, e a pubblicare l’incipit: “Alfanus Dei providentia S. Salernitanae sedis Archiepiscopus omnibus Fidelibus Orthodoxis, Sacerdotali, Clericalique, ordini et Plebi consistenti Buxentinae, quae modo Policastrensis dicitur Ecclesiae” (vol. II, c. 146), per precisare, subito dopo, che Policastro, “intorno all’anno di nostra salute 1079, era così popolato di gente che potea sostenere la Vescoval dignità: Perlocchè Alfano Arcivescovo di Salerno, per la facoltà che dal Papa ne havea, vi ripose l’honor della Cathedra, nò più sotto nome di Bussent, ma di Policastro, concedendo alla preghiera di quel Popolo per primo Vescovo Pietro Pappacarbone nobil Salernitano, huomo di gran santità, e dottrina, e Monaco di S. Benedetto, come nella sua Bolla, che dianzi accennai si legge” (ivi, cc. 148-149).”, come si può leggere nella pagina sotto inedita e per la prima volta da me ivi pubblicata. In questa pagina (la n. 47r), del suo manoscritto inedito, da me pubblicato per la prima volta, il Mannelli (…), scriveva che: “dopo che fu da Saraceni distrutta, et essendo dagli habitatori poi edificata, acquistò quel nuovo Nome, che vi fu manifesto da una Bolla d’Alfano Arcivescovo di Salerno  il quale erigendo a vescovado la rinnovata città con l’Autorità Apostolica così scrisse a quel popolo. Alphanus Dei providentia Salernitane sedis Archipiscopus Obnibus ecc…”:

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(Fig. 4) Pagina n. 47r, tratta dal Libro II, Cap. IX del manoscritto del Mannelli (2)

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(Fig. 5) Pagina n. 48v, tratta dal Libro II, Cap. IX del  manoscritto del Mannelli (2)

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(Fig. 6) Pagina n. 48r, tratta dal Libro II, Cap. IX del manoscritto del Mannelli (2)

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(Fig. 7) Pagina n. 49v, tratta dal Libro II, Cap. IX del  manoscritto del Mannelli (2)

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(Fig. 8) Pagina n. 49r, tratta dal Libro II, Cap, IX del manoscritto del Mannelli (2)

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(Fig. 9) Pagina n. 50v, tratta dal Libro II, Cap. IX del  manoscritto del Mannelli (2)

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(Fig. 10) Pagina n. 50r, tratta dal Libro II, Cap. IX del  manoscritto del Mannelli (2)

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(Fig. 11) Pagina n. 51v, tratta dal Libro II, Cap. IX del  manoscritto del Mannelli (2), dove tratta anche di Maratea

Blanda nel manoscritto del Mannelli

Riguardo l’antica città di Blanda, lo studioso Michele Lacava (5), ci riporta dei passi dell’introvabile manoscritto del Mandelli (2) che criticava l’ipotesi di Camillo Pellegrino (16) che fu il primo ad identificare la città perduta con Maratea: « Di tal opinione fu quel raro ingegno dei nostri tempi Camillo Pellegrino, il quale nella Tavola in piano del Ducato di Benevento segnolla in questo sito: Blanda, nunc Maratea (…) Parvemi ciò inverosimile, poiché dicendoci Livio, Blanda fosse città mediterranea della Lucania, e Tolomeo espressamente poi annoverandola tra i luoghi fra terra di essa provincia, non mi sembra potersi in questo tratto marittimo situare. Ma non dovendo ne’ volendo contradire a quel sì degno scrittore, honor del nostro secolo, che in queste materie di antichità s’ha lasciato addietro quanti moderni prima di lui hanno scritto, volli per lettera palesargli il mio dubbio come altre volte già feci di smiglianti cose, e ne riportai questa risposta: Di Velia e di Blanda non si sovviene hòra quali autori ebbero a credere Pisciotta e Maratea; e per essere ciò notato da me fuori del mio istituto principale, non ne presi di molta cura. Tolomeo in vero riconosce Blanda fra terra, ma quella Tavola di Pirro Ligorio è Maratea giù e Maratea suso, che sarebbe la Blanda mediterranea. Ma io ne rimetto alla diligenza di V. S. non già a quella di Gioseffo Moleto che nella sua edizione di quel Geografo espose Blanda per Castellamare Della Bruca, accortomi nelli nomi antichi della nostra Campania di siffatti errori suoi e di altri men cauti autori. Non essendo dunque necessitato dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo diazi accennato. » (2). Anticamente la Lucania comprendeva un vasto territorio che si estendeva da Paestum a Potenza, passando ovviamente per il Vallo. Non per nulla, due paesi della provincia di Salerno, molto distanti tra loro, si chiamano Vallo della Lucania e Atena Lucana. Ebbene, proprio da un paese dell’antico territorio lucano, Diano, detto oggi Teggiano, venne, nella seconda metà del Seicento, la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano.

Il cap. XI su Policastro, del manoscritto di Luca Mannelli, rapportato da Gaetani

Quasi contestualmente alla pubblicazione del testo di Monsignor Nicola Laudisio (8-9), lo studioso Gaetani Rocco (…), nel suo pregevole studio ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (6), pubblicato nel 1880, riporta integralmente alcuni passi dell’introvabile manoscritto del Mannelli. Il Gaetani (6), traeva notizie dal manoscritto del Mannelli (2), che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro‘ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra (17). Il Gaetani, pubblicò la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (2) che ricopiò da un’esemplare di Scipione Volpicella (15). Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”. Nel 1880, per i tipi di De Bonis, il sacerdote di Torraca, Rocco Gaetani (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia’, pubblicò interamente il Cap. XI, interamente trascritto del manoscritto inedito della “Lucania sconosciuta” (il Libro II), di Luca Mannelli (…), che come lui stesso scrive nella sua prefazione al testo, aveva copiato da un testo mostratogli dal sig. Scipione Volpicella (…). Il Gaetani (…), a p. 6, in proposito scriveva che: “Noi pertanto, per cortesia del Ch. Com. Scipione Volpicella, ne pubblichiamo questo solo capo XI, che riguarda Policastro, attenendoci esattamente all’originale.”.

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(Fig….) Rocco Gaetani (…), frontespizio della sua pubblicazione sul Ms. del Mannelli

Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: ‘Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli –  in questo primo suo studio (…), egli fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Come vedremo, il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal sig. Scipione Volpicella (…) e, di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio –  in questo suo saggio, fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche. La ricca documentazione bibliografica e le interessanti citazioni e notizie storiche trattate, sono state rivedute e citate nei miei saggi ivi pubblicati, come ad esempio “Nel 1079, il Portum (Sapri?), nella Bolla di Alfano I”, o nel saggio “Sapri negli anni 592 e 649 (VI e VII secolo)”. Traducendo il testo del manoscritto del Mannelli (…), le cui pagine inedite, ho pubblicato ivi, in un altro mio saggio, in originale, il Gaetani (…), da p. 17, inizia a parlare della bolla di Alfano I, citando l’Antonini (…), dove parlava della rinata Diocesi Paleocastrense. Il Mannelli (…), a p. 17, secondo il Gaetani, scriveva che: “Basta leggere la lettera di Alfano, anzi la sola intitolazione, ecc…”.

Gaetani, p....

(Fig….) Gaetani (…), p. 5

Non so se il testo che il sig. Scipione Volpicella (…), fosse il testo di Luigi Volpicella (…), ‘Notamento delle Opere relative alla Storia ed alla Topografia della Provincia di Basilicata tratto da un lavoro inedito intitolato: La Biblioteca Storica e Topografica del Regno di Napoli, raccolta e pubblicata nel 1795 da Lorenzo Giustiniani, ed ora corretta, accresciuta ed in miglior ordine disposta ecc..estratto dal Giornale Economico-letterario della Basilicata, nuova serie, anno 1852, fascicolo terzo.’. Il Gaetani, sempre a p. 6, scrive che il manoscritto originale del Mannelli, si trovava negli scaffali della Biblioteca Nazionale di Napoli e che gli fu mostrato da Scipione Volpicella (…). Il Gaetani (…), scrive sempre sul Volpicella Scipione (…), nell’altro suo testo su Policastro Bussentino (…), ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato qualche anno dopo, nel 1882. Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (..), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.

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(Fig…..) Pag. 13 del testo di Gaetani R., op. cit. (6), che, parlando di Bussento, riporta alcuni passi del manoscritto di Luca Mannelli, op. cit. (2), vol. II, Cap. IX, pag. 136.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

Luca Mannelli

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(2) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, la cui datazione potrebbe risalire a molto prima del ‘600. Scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, credeva che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371 (anno 1601-1700). Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (13). Si veda pure Padiglione C. (14), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (4), op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano I, è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit. (6), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v.

(3) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; egli parla del manoscritto del Mannelli nella sua Prefazione ai discorsi, Tomo I o Parte I. Riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(4) Troyli P.P. (Placido Abate), ‘Istoria generale del Reame di Napoli’, Napoli, 1748, Tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. Afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano I è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. 

(5) Lacava Michele, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana’, Napoli, 1891, pag. 153.

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(6) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un esemplare che gli fu mostrato da Scipione Volpicella. Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  In particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (2), riportandone solo l’intestazione (Archivio Attanasio).

(6) Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio). Si veda pure: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 2000. In particolare il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (19) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“. Si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, ristampa a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento Salerno, 2000 (Archivio Attanasio).

(7) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….., o- pera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, ristampa anastatica ed. Forni, Bologna, si veda Parte III, capo III, Capo IV e VI, pp. 34, 292 e seguenti fino a p. 307.

(8) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831.

(9) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Ro- ma, 1976, per la traduzione del testo latino si veda pp. 70, 71, 72, 73,74.

(10) Natella P. Peduto P., ‘Pyxous – Policastro’, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 508 e s. ; si veda anche Porfirio (23), p. 486.

(11) Didier A., Diano, città antica e nobile. Si veda pure: I regesti delle pergamene di Teggiano, anno 1197-1805, Salerno, 2003.

(12) Bracco Vittorio, ‘Padula’, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, pp. 520 e 521. Il Bracco, nella sua nota 59 a proposito del Mandelli, dice che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno.

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(13) Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., op. cit. (14).

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(14) Padiglione C., ‘La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati da Carlo Padiglione’, Stabilimento tipografico di F. GianniniNapoli, 1876, pp. 261-263.

(15) Volpicella Luigi, Notamento delle Opere relative alla Storia ed alla Topografia della Provincia di Basilicata tratto da un lavoro inedito intitolato: La Biblioteca Storica e Topografica del Regno di Napoli, raccolta e pubblicata nel 1795 da Lorenzo Giustiniani, ed ora corretta, accresciuta ed in miglior ordine disposta da L. V.  – estratto dal Giornale Economico-letterario della Basilicata, nuova serie, anno 1852, fascicolo terzo. 

(16) Pellegrino C., Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751.

(17) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(18) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), p. 542 e da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro.

(19) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (8) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(20) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117.

(21) Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli (24) lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (19). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo»[2]. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(22) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medie-vale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(23) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(24) Pratilli F.M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo».

(25) Giustiniani L. , Dizionario Storico geografico del Regno di Napoli, Napoli, Tomo X, p. 34; si veda pure: La Biblioteca Storica e Topografica del Regno di Napoli, Napoli, 1795.

 

 

Il Principato Longobardo di Salerno ed il basso Cilento

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e, del porto di Sapri negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano  abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio vuole approfondire e meglio indagare sulle nostre terre, il basso Cilento nel periodo della dominazione Longobarda del Principato di Salerno.

Nel 529 (VI sec. d.C.), S. Benedetto da Norcia e la fondazione del monastero benedettino di Montecassino

Da Wikipedia leggiamo che Benedetto da Norcia (Norcia, 480 – Montecassino, 21 marzo 547) è stato un monaco cristiano italiano, fondatore dell’Ordine di San Benedetto. Viene venerato da tutte le Chiese cristiane che riconoscono il culto dei santi. San Benedetto da Norcia, fratello di santa Scolastica, nacque nel 480 nella città umbra di Norcia. Il padre Eutropio, figlio di Giustiniano Probo della gens Anicia, era Console e Capitano Generale dei Romani nella regione di Norcia, mentre la madre era Abbondanza Claudia de’ Reguardati di Norcia. Quando ella morì, secondo la tradizione, i due furono affidati alla nutrice Cirilla. Alla gens appartenevano anche san Gregorio Magno e Severino Boezio. Rimase a Subiaco per quasi trent’anni, predicando la “Parola del Signore” e accogliendo discepoli sempre più numerosi, fino a creare una vasta comunità di tredici monasteri, ognuno con dodici monaci e un proprio abate, tutti sotto la sua guida spirituale. Negli anni tra il 525 ed il 529, a seguito di un altro tentativo di assassinio con un pane avvelenato, Benedetto decise di abbandonare Subiaco per salvare i propri monaci. Si diresse quindi verso Cassino dove, sopra un’altura, fondò il monastero di Montecassino, edificato sopra i resti di templi pagani e con oratori in onore di san Giovanni Battista (da sempre ritenuto un modello di pratica ascetica) e di san Martino di Tours, che era stato iniziatore in Gallia della vita monastica. Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Le principali notizie sulla vita di S. Benedetto sono tratte dal II libro dei ‘Dialoghi’ di S. Gregorio Magno. Nacque a Norcia attorno al 480 da nobile famiglia. Giovane, fu inviato dai genitori a Roma per seguire gli studi letterari, ma “appena posto il piede sulla soglia del mondo, si accorse che molti correvano pei dirupi dei vizi”. Abbandonò Roma, gli studi e il patrimonio paterno, e si ritirò ad Affile, un borgo sui colli della Sabina. Ma il luogo non gli sembrò ancora adatto a quel bisogno di raccoglimento in Dio, che lo aveva spinto a lasciare il mondo della città. Si nascose a Subiaco, dove incontrò un monaco di nome Romano, che gli impose l’abito monastico e l’aiutò a vivere nascosto in uno speco, come uno di quei monaci orientali che per i sacrifici a cui sottoponevano il fisico finivano per assomigliare nell’aspetto a bestie selvatiche. Così lo scoprirono alcuni pastori: “l’avevano intravveduto vestito di pelli in mezzo ai cespugli e lo avevano preso per una bestia selvatica; ma riconosciutolo poi per servo di Dio, molti di loro, ch’eran quasi bestiole, mutati dalla grazia, si diedero a santa vita”. Uscito dalla fase anacoretica, Benedetto si diede, come scrive San Gregorio, a custodire i “i vasi sacri”, cioè le anime dei fedeli. Fu invitato a dirigere una comunità di monaci a Vicovaro, dove vanamente tentò di imporre una regola e una disciplina. Avendo i monaci tentato di avvelenarlo, se ne tornò nel suo rifugio a Subiaco, ma questa volta non rimase solo, perchè attorno a lui si riunirono altri giovani monaci di estrazione anche nobile. Divise i suoi discepoli in gruppi, secondo il modello offertogli da S. Pancomio: a ciascun gruppo assegnò un abbate. Il successo che accompagnava la fondazione monastica creata da Benedetto fece ingelosire un prete sublacense, tale Fiorenzo, che cercò di combatterlo con odio. Anche Fiorenzo, tentò di avvelenare Benedetto, il quale, per una seconda volta, abbandonò il luogo. Benedetto intraprese a cercare un nuovo luogo dove continuare la sua opera. Questo luogo fu Cassino, sul cui monte sorgeva “un vetustissimo tempio, dove la superstizione del popolo campagnolo praticava il culto di Apolllo, per inveterata consuetudine pagana. Era l’anno 529. Benedetto distrusse l’antico tempio e al suo posto “edificò un oratorio dedicato a San Martino, e all’ara di Apollo sostituì un altare dedicato a San Giovanni. Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è  l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 44, in proposito scriveva che:“A questo grande movimento dei basiliani, che si effettuò principalmente sulle coste orientali d’Italia, fece riscontro un altro dei monaci benedettini. San Benedetto, nato a Norcia nell’anno 480, introdusse i cenobiti al principio del VI secolo sotto il regno di Totila (3). Dal famoso monastero di Montecassino, da lui fondato nell’anno 529, si irradiò una simile opera di propaganda monastica ed in pari tempo di civile redenzione in tutta la parte occidentale dell’ex Reame di Napoli e specialmente nella Campania e nella Lucania.”. Mazziotti, a p. 44, nella nota (3) postillava:“(3) Giannone. Vol. 1° pag. 408.”

Nel 542 d.C. (VI sec. d.C.), l’Ostrogoto “Baduila” detto Totila andò a trovare S. Benedetto da Norcia a Montecassino

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è  l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 44, in proposito scriveva che: “San Benedetto, …..introdusse i cenobiti al principio del VI secolo sotto il regno di Totila (3).”. Mazziotti, a p. 44, nella nota (3) postillava: “(3) Giannone. Vol. 1° pag. 408.”.

Pietro Diacono

I LONGOBARDI DEL DUCATO DI BENEVENTO

Nel 568 d.C. (VI sec.d.C.), Alboino, i suoi Longobardi ed i Bulgari nel basso Cilento

Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, parlando della fine della guerra greco-gotica in Italia e riferendosi alla Provincia di Salerno, a p. 117, in proposito scriveva che: “Passarono allora anche le orde franche ed alemanne di Buccellino, le quali dovettero affrettarsi a lasciare le nostre terre, perchè nelle nude campagne e nei villaggi deserti non trovarono di che cibarsi (1).”. Il Carucci, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) IORDANIS, Getica, 41. Quest’opera è un’epitome della ‘Storia dei Goti’, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Nel 568-569 i Longobardi invadevano l’Italia stremata dalla guerra, molto probabilmente perché pressati dall’espansionismo avaro, anche se secondo la tradizione tramandata da Paolo Diacono (ma considerata inattendibile dalla storiografia odierna) sarebbero stati spinti a invaderla dallo stesso Narsete per vendetta contro Giustino II, che lo aveva richiamato a Costantinopoli. Ben presto l’Impero perse, dunque, il controllo dell’Italia a vantaggio dei Longobardi, conservando solo alcune zone costiere e, all’interno, un modesto corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna. Nel frattempo la Spagna bizantina subiva la controffensiva dei Visigoti condotti da re Leovigildo, che riconquistò varie città, mentre la Prefettura del pretorio d’Africa era minacciata dalle incursioni del re locale Garmul, sconfitto dal generale (e poi esarca d’Africa) Gennadio solo nel 578. Alboino (Pannonia, 530 circa – Verona, 28 giugno 572) è stato re dei Longobardi dal 560 circa al 572, anno del suo assassinio. Nel 568 guidò il suo popolo alla conquista dell’Italia, abbandonando la terra natia, la Pannonia. Riuscito nell’impresa che tutti i Germani avevano sognato (conquistare l’Italia), divenne un personaggio leggendario. Esistevano diversi canti epici longobardi sulle sue imprese; Paolo Diacono vi si ispira per numerosi episodi da lui narrati nella sua Historia Langobardorum. La storia si confonde con la fantasia, a causa delle tradizionali gesta arricchite via via con il passare del tempo, e la sua figura sfocia pertanto nella leggenda, rendendo la cronologia e i fatti molto spesso confusi. I Bizantini non offrirono resistenza, rinchiudendosi nelle loro città fortificate, il che potrebbe avvalorare la teoria di un trasferimento concordato, anche se può spiegarsi altrimenti con la tattica usuale dell’esercito bizantino, che, piuttosto che affrontare l’invasore in una battaglia con il rischio di farsi annientare l’esercito, preferiva attendere che l’invasore si ritirasse con il bottino, cosa che i Longobardi non fecero, occupando invece permanentemente le terre invase. La prima città di rilievo a cadere nelle mani di Alboino, all’inizio del 569, fu Forum Iulii (Cividale del Friuli), che il re assegnò al nipote Gisulfo, che divenne così il primo duca di Cividale con il compito di difendere l’avanzata longobarda da eventuali attacchi da est e di garantire una via di fuga.

Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 381 parlando del Monte Bulgheria scriveva che: “Fu questa montagna cosiddetta da Bulgari, che vi si fermarono e fortificarono, vedendosi sin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli nel luogo appunto d’ove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più d’un miglio lontano, e le vestigia d’un altra fortezza che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome della terra…….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermarono si vennero, è ben difficile a determinare; …..Allor che Alboino in Italia venne, oltre à suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi ancora Bulgari, ed altra quantità di barbare nazioni; quali in questi, ed in quei luoghi distribuite, ed allogate, diedero à paesi, ove si fermarono lor nome. Ecco come ‘Paolo di Varnefrido’, al cap. 2, lib. 2. delle cose dè Longobardi’ cel fa sapere: “Certum est Alboin (I) multos fecum ex diversis etc…”.”. Antonini scriveva che “Paolo di Venefrido” (…), nel suo “al cap. 2, lib. 2. delle cose dè Longobardi’” scriveva dei Bulgari che: “Certum est Alboin (I) multos fecum ex diversis etc…”, ovvero “Alboin è certo che ci siano molti tipi diversi di fecce e così via”L’Antonini citava “Paolo di Venefrido” e si riferiva a Paolo Diacono ed alla sua “Storia dei Longobardi”. L’Antonini a p. 381, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’eruditissimo autore della ‘Storia Civile del Regno’, allorchè al cap. 2 del libro 4, ragiona della venuta dè Bulgari in Italia, parla solamente di quella seguita nel DCLXVII sotto Grimoaldo (di cui appresso si fara parola) nè affatto fa menzione di questa al tempo d’Alboino; anzi scrive che: “Che fu qui introdotta una nuova nazione di Bulgari, quasi che mai altri non ci fossero stati di essi nelle nostre contrade; e questa stessa sentenza ostinatamente ho veduto da lui sostenere anche a voce, e prima che la sua storia scrivesse.”. L’Antonini, a p. 382 continuando il suo racconto sulle origini dei Bulgari scriveva che: “quas ali vel reges etc…………..”. L’Antonini (…) continuando il suo racconto sui Bulgari venuti al seguito dei Longobardi di Alboino, a p. 382 scriveva che: “Non è bene però credere questa cosa così assolutamente, poichè in quanto à Bulgari sappiamo per testimonianza da Filippo Pighafetta nella ‘vita dell’Imperator Leone’ (posta avanti la ‘Tattica’ di questo) che partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere che mai fossero stati da questo, o dà suoi predecessori domati, poichè di lui nol sappiamo, ecc..”. Dunque, L’Antonini scrive che Filippo Pighafetta (…), nel suo testo “Vita dell’Imperator Leone” segnalava chei Bulgari partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere che mai fossero stati da questo, o dà suoi predecessori domati, etc…”, ovvero che i Bulgari partiti dalle rive del fiume Volga vennero verso il Monte Bulgheria ma non si sa se essi vennero prima o dopo Alboino e che forse non vennero al seguito dei Longobardi di Alboino o vinti dai suoi predecessori. L’Antonini a p. 382, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Gio Antonio Magino nella sua ‘Geografia’ così della Bulgaria scrive: “Bulgaria quasi Volgaria dicitur, nimirum quia hujusmodi populi profecti a Volga circa annum domini DCLXVI. num regionem occuparunt.”. E questa opinione è stata tenuta anche da Pietro Bergeron nel suo ‘Trattato dè Tartari’ alli cap. 6 e 15.”.

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, vol. I, a pp. 704-705, dopo aver detto dei Bulgari, in proposito scriveva che: “Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’immigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale “oltre ai suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi (in Italia) ancora Bulgari”. Pietro Ebner segnalava che l’Antonini attribuiva “l’immigrazione” nel nostro territorio dei Bugari al re Longobardo Alboino che li portò con se al seguito del suo esercito Longobardo. Secondo l’Ebner, l’Antonini credeva che i Bulgari fossero venuti al seguito di Alboino. Stessa notizia riferita da Antonini è riferita da Pietro Marcellino di Luccia (…). come vedremo in seguito.  Pietro Ebner, a p. 704, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Antonini, cit. I, p. 383 dice di averne letto i documenti esistenti nell’Archivio della Diocesi di Policastro, di cui non è traccia. Cfr. pure a p. 348: nel dire di S. Severino di Camerota scrive: “Sicuramente il paese fu edificato quando il suo sito lo rendea forte, e messo agli insulti dè vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fondato, come io verrei fermamente a credere”. Sul termine “celle”, v. a p. 343; a p. 277 confonde il monastero di S. Angelo di Perdifumo con quello “presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancor oggi le Celle, secondo cui ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio della Cava”. Pertanto ubica in questo cenobio il miracolo in cui ecc…”. Dunque, l’Antonini attribuiva la venuta dei Bulgari ad Alboino, il primo re dei Longobardi in Italia. L’Antonini (….), sulla scorta di Paolo Diacono e dell’Ignoto Cassinese, scriveva: “Con Alboino in Italia, vennero (i Bulgari), furono ancora degli altri che vi portò Alczeco (1), allorchè fu chiamato da Grimoldo primo Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi, per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo; e fu loro Bojano (2) coi vicini luoghi assegnato. Di questa venuta e di assegnazioni di stanze l’Ignoto Cassinese al num. 3. troppo secca notizia ci da colle seguenti parole: ‘Alczecus Volgarius cum hominibus ab abitantum fuscipitur’; ma l’accuratissimo Camillo Pellegrino ‘de fin. Ducat. Benev.’ ad orientem, rischiarata alquanto il luogo”. L’Antonini, prosegue il suo racconto citando il Pellegrino: Scrive egli così: ‘A Rege Grimoaldo in subsidium accersitos adversus Graecos, iisque loca ad Bojanum, e Aeserniam ad abitanndum fuisse concessa’.”. Sempre l’Antonini, sulla scorta del Pellegrino, scriveva: Ma circa l’anno DCCCXXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questifossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospadavien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagna e poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. Dunque, l’Antonini scriveva che i Bulgari venuti nel basso Cilento potevano essere quelli venuti al seguito di Alboino e poi aggiungeva ed ipotizzava forse quelli venuti più tardi con il principe “Alczeco” che furono chiamati dal Principe Longobardo Grimoaldo, primo Duca di Benevento. Antonini, infatti, scriveva che: “Con Alboino in Italia, vennero (i Bulgari), furono ancora degli altri che vi portò Alczeco (1), allorchè fu chiamato da Grimoldo primo Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi, per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo ecc..”. Riguardo le notizie dei bulgari al seguito di Alboino ha scritto anche il Di Luccia (…). Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Gio: sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571. poichè doppo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli fu assalito dalle Nationi Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato a tal fine il Reale Dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36. Duchi, ma creato nell’anno 583. Rè. Ecc..”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia parlando del territorio di S. Giovanni a Piro racconta la cronistoria dei fatti da Giustiniano fino a Ruggero I d’Altavilla. Di Luccia scriveva che dopo l’ascesa al trono dell’Imperatore Costantino, nell’anno 568, il territorio di S. Giovanni a Piro che era stato assalito dai Barbari (Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni), nell’anno 571, dopo che il suo generale Narsete aveva sconfitto e cacciati gli ultimi Ostrogoti del re Teia  furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572″. Il Di Luccia aggiunge pure che nell’anno 571, il re Alboino morì per opera di sua moglie e gli successe suo figlio Clephe il quale fu ucciso nell’anno 572. Il Di Luccia scrive che subito dopo l’anno 572, dopo la morte di Clephe, gli successe Autari. Il Di Luccia scriveva che il regno Longobardo di Autari, figlio di Clephe, si estendeva fino a Reggio Calabria, compreso i territori conquistati a cui si aggiungevano la Lucania e la Calabria che gli erano stati donati dal Duca di Benevento Zotone. Scrive ancora il Di Luccia che Autari divise il regno Longobardo in tre Principati: Capua, Benevento e Salerno.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Ecc…”.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: “Con gli Albanesi di Scanderberg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tutt’ora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colla-Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti (3), non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora) il nome Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca-Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano. Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, a p. 36, in propposito scriveva che: “Nel 568 i Longobardi iniziarono scorrerie a scopo di rapine, nella zona oggetto di studio, ma la strenua difesa della città di Bussento, impedì la conquista, grazie alle difese terrestri approntate e alla flotta bizantina. Crearono danni alle terre intorno, lungo le vie di comunicazione descritte, ma la popolazione di queste ormai o si era rifugiata tra le formidabili mura o era dispersa in luoghi nascosti, spopolando definitivamente quelle zone non altrimenti difendibili. Le bande venivano dal Vallo di Diano, lungo i corsi dei fiumi Mingardo, Sciarapotamo, Bussento e Bussentino, ma la città resistè. In concomitanza di queste ultime invasioni, ci furono anche epidemie (566-570), carestie (574 e 578) e terremoti (844) ecc…(5). Il nome di Zotone (Tatzone o Totone), primo duca beneventano, divenne un flagello ecc….”. Il Gentile a p. 37, in proposito aggiungeva che: “Anche la città di Policastro cadrà e, infatti, nel concilio romano del 679 non compare il suo vescovo. Il crollo del territorio bussentino ecc…”. Il Gentile, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pag. 29.”.

Le origini del territorio di “POLICASTRUM”

Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono (…). A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una cronistoria allegata), il Troyli afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa (1). A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (…). Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda ‘Bussento (“Buxentum” – l’attuale Policastro Bussentino): nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di ‘Buxentum’ (Moroni). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (Barni e Duchesne). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene – quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro, ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (Natella e Barni), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640. Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (Epistulae, II, 29) la mancanza di titolare della sede bussentina. Pertanto si può ritenere che la datazione della Cattedrale di Policastro si può collocare intorno al VI secolo d.C. (…), epoca di costruzione delle maggiori trichorae del mondo cristiano. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (Barni e Duchesne), infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (Barni). Dice il Barni (…) in proposito: Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi (590-604) in una lettera del 592, al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (Barni). E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel IX secolo, come ricordano il Cappelletti (…) ed il Cappelli (…) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (…) affidandole al Vescovo Felice di Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno, vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (8-9), su cui bisognerà indagare ulteriormente. Agropoli fu un’antica sede vescovile della Lucania. Tuttavia se ne conosce l’esistenza solo per una lettera di Papa San Gregorio Magno (Gregorio I) scritta attorno al 592 al vescovo Felice, al quale comanda la visita apostolica delle vicine diocesi, rimaste senza pastore, di Velia, di Blanda e di Bussento (…). Alcuni autori, tra cui Lanzoni (…) e Duchesne (…), ipotizzano che il Felice di cui parla papa Gregorio Magno sia in realtà un vescovo di Paestum (…) che, a causa dell’invasione dei Longobardi, che ha reso orfane le sedi menzionate dal pontefice, si sia rifugiato ad Agropoli, fortezza bizantina. Aggiunge Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» (Barni). A questo periodo si riferisce una notizia non molto attendibile (…). Gli Agareni (Saraceni), –  che si erano stabiliti ad Agropoli già dall’anno 882, creandone un loro spalto fortificato – attaccarono Bussento – per la seconda volta nella sua storia – incendiandola e distruggendola, nell’anno 915 (…). In proposito il Natella e Peduto scrivevano che: “…la notizia va destituita da ogni fondamento” (4).  Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X secolo questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio (…) la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco. Nel VI sec. d. C., quando iniziarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa San Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (forse il Vescovo di Paestum) (…). L’ Acocella (…), parlando del Cilento, affermava: “La Velia ecclesia era già, nell’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti ecc…”, e riferiva che la notizia era tratta dalla lettera di Papa San Gregorio Magno al Vescovo Felice di Agropoli (…). Nella sua lettera, il Papa San Gregorio Magno, nell’anno 592, scrive al Vescovo di Agropoli Felice, già Vescovo di Paestum (territorio Velino, forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata), nella quale, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (il Vescovo Felice di Paestum (forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata) (v. lettera di papa Gregorio Magno). Il Barni (…), parlando dei Longobardi in un suo studio, pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Duchesne (….), che riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), Buxentum (che riteneva essere l’odierna Policastro Bussentino), e Blanda (che riteneva essere la città lucana presso l’odierna Maratea)Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J. , 969, 1015, 1017). Al tempo di S. Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia ( Ep., IX, 209, luglio 599). Dopo di lui non si trovano tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa confida al vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura di quel che rimane del loro personale. Lo stesso vescovo di Paestum viene qualificato come episcopus de Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarò costretto a trasferirsi all’interno, a Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (v. Barni). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Successivamente, ai longobardi e ai bizantini, nel XI secolo, subentrarono i Normanni che assoggettarono questo territorio al Principato di Salerno. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (“S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43″)(…), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria. Gaetano Porfirio (…), nel suo: “Diocesi di ‘Policastro”, stà in Vincenzo D’Avino (…), nel suo ‘Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie’, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948,  a p. 538, scriveva in proposito dell’origine dei Cenobi e della Chiesa Bussentina.

porfirio, p. 536

“…a quelle di una cattedra di Policastro: e questo noi tanto volentieri diciamo, in quanto che solamente dal 502 nel III concilio romano troviamo il nome di un tal Rustico, come nell’altro lateranense, celebrato nell’anno 549 contro i monoteliti, quello di Sabazio vediamo, entrambi vescovi bussentini (1).”. Il Porfirio (…), parlando dei primi vescovi di ‘Buxentum’ o ‘Bussento‘, nella sua nota (1), postillava che le notizie erano tratte da Costantino Gatta (…), nelle sue “Memorie Lucane etc..”, cap. II, pag. 34 e in Severino Binio (…), tom. IV, cap. IV, pag. 736. Infatti, il Gatta (…), scriveva che: …………….., mentre il Severino Binio (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia’, Colonia, 1606, scriveva che: “His & Ruffum quoque Thessalonicensium Metropolitanum subscribere nihil ambiguo: Nam cùm per aduersam valetudinem ipsi huc venire integrum non esset, mihi ad sacram & magnam hanc Synodum proficiscenti, ut locum ipsius tenerem, mandavit.Quin omnes quoque Illyrici Episcopos in meam sententiam concedere, nihilque de iam lectis haesitare, certo persuasum habeo.”. Giuseppe Cappelletti (…), nel suo ‘Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni’, nel 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377, parlando di “Policastro”, a p……, scriveva di “Bussento” (Buxentum), e dei suoi vescovi:

porfirio, p. 537

Il Porfirio (…), parlando della Diocesi di Bussento, non ancora restaurata e chiamata “Paleocastrense”, scriveva in proposito che: “Le miserie in che di poi fu travolta l’Italia sotto la dominazione longobarda, fecero della regione Lucana quasi una vasta tomba; e la diocesi bussentina rimase si scema di abitatori, che papa S. Gregorio Magno si vide obbligato di darla in commenda a Felice di Acropoli (2): nella qual condizione poi stette, priva del proprio pastore, fino al 1079. Nè queste calamità per la sopravvenuta signoria dè greci scemarono punto; imperciocchè sotto gl’imperatori Leone Isaurico e Costantino Copronimo, acessimi distruttori di sacre immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, delle quali non ultima al certo fu quella di Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime Chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò, non ostante la fondazione di due abbazie, addimandata una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (‘ab Epyro’), legatevi da Calogeri orientali, quivi dalla persecuzione cacciati, pure la Chiesa bussentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua fede alla sede di Roma (3). Ma non ebbero qui termine i duri travagli in che traboccò l’infelice regione Lucana. Leone detto il sapiente (an. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore dal patriarca Anastasio consumato, e fece che le Chiese strappate alla devozione di Roma alla costantinopolitana sede fossero in perpetue soggette. In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), ecc…”.

porfirio, p. 537,,,

Il Porfirio (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Libro II, epist. 29.”. Il Porfirio, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Anast. Bibli., in papa Paulo, apud Bern.hist.haer. tomo. 2. seculo 8. pag. 399.”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), si riferiva all’epistola papale, ecc… Il Porfirio (…), nella sua nota (3), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Porfirio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, secolo VIII, vol. II, p. 188 e s. Questi testi, venivano citati anche da Mons. Laudisio (…), nella sua “Synopsi” della Diocesi di Policastro. Anche Angelo Guzzo, nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, a p. 53 e s., parlando di Bosco, sulla scorta di Palazzo (…), parlando dell’origine della chiesa di S. Nicola di Bosco, scriveva in proposito che: Essa faceva parte di un’importante Abbazia fondata dai monaci basiliani intorno all’anno Mille e dotata di un ingente patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa (1).. Il Guzzo, nella sua nota (1), postillava che la notizia era tratta dal Palazzo (…), p. 18, che, sulla scorta del Di Luccia (…), riferiva delle donazioni dei principi Longobardi ai cenobi basiliani o italo-greci dell’area tra cui quello di San Nicola a Bosco. La notizia delle donazioni Longobarde alla chiesa locale, citate anche dal Palazzo, dal Cataldo e poi dal Guzzo, si possono ascrivere al Di Luccia (…). Il Porfirio (…), proseuendo il suo racconto e parlandoci della diocesi di Policastro, a p……,  nella sua nota (2), che riguardava la nascita del casale di Bosco, postillava che: “(1) Id. Ughel. Ital. Sac. tom.1 de ‘Episcop. Cavens.; (2) Lib. 3 epist. 49, lib. 11, epist. 18; (3) Apud. Card. Sirleti, in Bibliot. Vat. n. 2101, pag. 177; (4) Dizion. istor. tom. 1, Voc. Alt.”. Il Porfirio, nella sua nota (2), postillava che la notizia era tratta da “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Dunque, il Porfirio (…), nella sua nota (2), sulla scorta del passo dell’Ughelli (…), riguardo all’origine di alcuni centri paesi della Diocesi di Policastro, come Bosco, cita l’epistola papale di San Gregorio Magno, quando si lamenta delle invasioni e delle tragedie ed ai lutti causati dalla venuta dei Longobardi nell’Italia Meridionale. Dunque il Porfirio, si riferisce al periodo delle invasioni Longobarde e, cita gli stssi riferimenti del Laudisio (…) che faceva espresso riferimento all’epistole papali.  Infatti, il Visconti (…), nella sua nota (48) al testo del Laudisio (…), dice che la notizia è tratta dal Barrio (…) e, nella sua nota (49), fa riferimento ad una epistola di Papa S. Gregorio Magno: ‘Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un vescovado bussentino a Vibona o Vibone o ‘Hipponion’ – notizia tratta dall’epistola di papa Gregorio magno (papa Gregorio I), che fu papa nel 540 d.C.. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di una sede Episcopale a Vibona, secondo quanto scriveva anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7). Su questa circostanza esiste un documento che non si dovrebbe ignorare, perchè ognuno di noi l’ha a portata di mano: negli Atti degli Apostoli (8) S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelazzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”.  Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pixous.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pixous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Dunque, il Galiardo, citava Vibona e Velia fra le diocesi esistenti. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), in un suo libretto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, del 1973, a pp. 15-16, a poposito della notizia della sede episcopale a Vibona, scriveva che: “S. Paolo, tornato da Napoli nel 66 d.C., fondò, tra le varie chiese o dioccesi, VIBONE (Vibo Valentia o Monteleone del Bruzio), VELIA (Velia-Scavi) e BUSSENTO (Policastro Bussentino). Dunque la fondazione della chiesa e della sede vescovile di Bussento risale al 66 per opera di S. Paolo, al ritorno da Nicopoli, dopo l’ultimo viaggio in Oriente, l’anno prima della sua morte. Detta notizia, conservata nell’opera classica di Carlo Gagliardi di Bella (PZ)(1710-1778), Vescovo di Muro Lucano: Institutionum Juris Canonici (lib. I, tit. 18, Noap. 1848), è citata nella ‘Synopsis di Monsignor Nicola Laudisio.”. Il Laudisio (…), infatti, a p. 7 (si veda il Visconti), scriveva che: “…ibique sede fixa partibus suis suis Lino et Cleto domandatis, varias inde Apostolorum principes peragrarunt regiones (13); quas inter nostram Lucaniam, in Magna Graecia. Fundavere enim Petrus Neapolitanam, Beneventuanam, Puteolanam, aliasque, Paulus vero, inter coeteras, Vibonensem, Velinam, et sic ipsis finitimam, Buxentinam, Ecclesias.”. Il Laudisio a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.”. Il Laudisio, a p. 7, nella sua nota (14, la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, p. 238.”. Il Laudisio a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.”. Il Laudisio, a p. 7, nella sua nota (14, la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, p. 238.”. Il Laudisio, sulla scorta del Gagliardi e tradotto dal Visconti, scriveva che: “Fissata la loro sede a Roma, i due principi degli apostoli, dopo aver pregato Lino e Cleto di fare le loro veci, incominciarono a percorrere diverse regioni, e fra queste anche la nostra Lucania in Magna Grecia. Pietro, infatti, fondò le chiese di Napoli, di Benevento, di Pozzuoli ed anche altre; Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Dunque, sulla base di ciò che riportava il Laudisio, anzi ciò che scriveva il Gagliardi (vedi le note (14)), ci chiediamo se il documento trascritto dal Gagliardi, si possa riferire ad una Vibo Valentia, anzicchè a Vibonati, essendo una sede episcopale prossima alle altre due Velia e Bussento.

Nel 568 (VI sec. d.C.), il duca Longobardo Zottone

Da Wikipedia leggiamo che Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Zottone fu il duca Longobardo che guidò la prima fase dell’occupazione longobarda nel Mezzogiorno d’Italia, negli anni immediatamente successivi all’invasione della Penisola (a. 568). Fu il fondatore del ducato di Benevento nel 571 e primo duca di Benevento, secondo quanto riportato da Paolo Diacono (…). Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: 3. Ma fu l’occupazione longobarda del territorio che segnò la fine della città. Nessun dubbio sull’arrivo del luogo di quelle genti che, lasciata la Pannonia il 2 aprile del 568 s’incamminarono verso l’Italia con le loro famiglie (‘farae’), le antiche ‘sippe’ germaniche, non per una temporanea scorreria, ma per stanziarvi. Lo intuì subito Gregorio Magno: “Io non so ciò che accade altrove, ma so che in questa parte della terra da noi abitata, la fine del mondo si annuncia chiaramente”. Della fine del vecchio mondo, anche in questa parte del Mezzogiorno, è cenno nelle lettere del grande pontefice, come si è visto, e nella scomparsa della diocesi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21) La diminuzione del numero dei fedeli bisognosi di assistenza spirituale rendeva inutile la presenza di un vescovo. S. Gregorio Magno (Reg., II, 42:……ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, uno dei 36 duci longobardi d’Italia, al quale Alboino aveva concesso il ducato di Benevento. Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “….. l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. …..Più importante la seconda che informa della crisi demografica (21), che già verso la fine del VI secolo travagliava Velia. Il papa invitava il vescovo pestano Felice (22), rifugiatosi nel castello di Agropoli bizantina per l’incombente minaccia longobarda, a visitare le diocesi di Velia, Bussento (Policastro) e Blanda (Maratea) prive di Vescovi. Ma, se la partecipazione a successivi Concili dei vescovi di queste ultime due diocesi informa della loro ricostituzione, il silenzio dei vescovi di Velia mostra la scomparsa di questo organismo diocesano. Evento che fu determinato anche dalle rovinose alluvioni che, distruggendo i terreni resi già fecondi dagli uomini, sconvolsero ancora una volta l’abitato cittadino (VIII secolo). La furia delle acque, che travolse il quartiere meridionale (23), seppellì, sotto masse di limo, la stessa basilica…..3. Ma fu l’occupazione longobarda del territorio che segnò la fine della città. Nessun dubbio sull’arrivo del luogo di quelle genti che, lasciata la Pannonia il 2 aprile del 568 s’incamminarono verso l’Italia con le loro famiglie (‘farae’), le antiche ‘sippe’ germaniche, non per una temporanea scorreria, ma per stanziarvi. Lo intuì subito Gregorio Magno: “Io non so ciò che accade altrove, ma so che in questa parte della terra da noi abitata, la fine del mondo si annuncia chiaramente”. Della fine del vecchio mondo, anche in questa parte del Mezzogiorno, è cenno nelle lettere del grande pontefice, come si è visto, e nella scomparsa della diocesi.”. Ebner, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21) La diminuzione del numero dei fedeli bisognosi di assistenza spirituale rendeva inutile la presenza di un vescovo. S. Gregorio Magno (Reg., II, 42: “Quoniam Velina; Buxentina et Blandina Ecclesiae sibi in vicino constitutae Sacerdotis noscuntur vacare regimine, propterea fraternitati tuae earum sollemniter operam visitationis ingiungimus”; Jaffe-Ewald, Regesta pontif. Roman., n. 1195) ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, uno dei 36 duci longobardi d’Italia, al quale Alboino aveva concesso il ducato di Benevento. A questo duca seguì Arechi, nobile longobardo del Friuli, che tenne il ducato per 50 anni. Il “Felici episcopo de Acropoli” non indica, come vedremo, una locale sede vescovile. Ecc…. Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).. Ebner, a p. 13, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Gregorio Magno, Epist., VI, 6”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 63, in proposito scriveva che: “In questa prima fase espansionistica i Longobardi Beneventani furono incapaci dei centri abitati posti sulle coste del Tirreno, fatta eccezione per Paestum, indifendibile ed impossibilitata a ricevere solleciti aiuti dal mare, sul quale i Bizantini muovevano flotte agguerrite; la stessa incapacità impedì loro la penetrazione del massiccio dell’odierno Cilento, dove, valutata allora anche la poca opportunità di dirigersi verso il Bruzio attraverso terre impervie ed inselvatichite a seguito della recente e gravissima crisi demografica,……..Restava così al di fuori dalla conquista longobarda il vasto territorio situato tra Agropoli, i Monti Alburni e Blanda, dove, oltre ai centri principali già ricordati, vi erano quelli di una certa importanza, quali Magliano e Molpe, e quelli destinati a diventare importantissimi, ma allora in gestazione, come Capaccio (3), sul……., e la cittadella fortificata denominata ‘Lucania (4), sul vertice inaccessibile del monte Cilento (5), vi erano inoltre piccoli nuclei abitati sparsi un pò ovunque, ma principalmente sulle balze delle colline e dei monti,……La regione così individuata, venutasi a trovare separata dai restanti domini greci d’Italia, ebbe l’immediata necessità di organizzarsi; a questo dovettero però provvedere i Vescovi, perchè i Bizantini erano allora impossibilitati ad occuparsi concretamente dei problemi della Penisola (1). Sedeva sul soglio pontificio, dal settembre del 590, Gregorio Magno,…….Poichè l’unico vescovo presente nell’area ancora bizantina tra i golfi di Salerno e di Policastro, era quello della diocesi pestana, Felice (2), allora residente ad Agropoli (‘episcopus de Agropoli’), a lui il Papa inviò nel luglio del 592 un lettera ecc…. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi pp. 93 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 93, in proposito scriveva che: “Il “Castellum Caputaquensis”. Cap. V, il Cantalupo ci parla di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. pp. 69 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 69 e ssg., in proposito scriveva ed argomentava intorno ad un’antica città di Lucania sorta all’epoca dei primi Longobardi, di cui aveva argomentato lo studioso Emilio Guariglia (….), ed in parte Nicola Acocella (….) con alcune varianti. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (5) postillava che: “(5) V. n. 2, p. 110.”. Riguardo lo studio di Emilio Guariglia (….), si tratta dell’articolo o saggio “La città di Lucania” apparso sulla rivista ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno V (1944).  Il Cantalupo, a p. 110, stessa cosa il Cantalupo argomentava sul nome di Cilento di cui qui non voglio dilungarmi. Il Cantalupo, a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dalla metà alla fine del VI secolo la penisola balcanica e la Grecia furono invase a più riprese dalle popolazioni barbare degli Slavi e degli Avari; ai principi del secolo VII esse riuscirono anche a sfondare la linea del Danubio e, insediatesi nella prima metà dello stesso secolo sia nel Peloponneso che in parte della Grecia, nel 626 assediarono Costantinopoli. La città fu salvata allora dall’intervento della flotta bizantina, nonostante la minacciosa presenza dell’esercito persiano intervenuto in quell’assedio (cfr. OBOLENSKY, Il Commonwealth bizantino, Bari, 1974, pp. 72-74)”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione dei Longobardi del duca Zottone e riferendosi alla lettera di papa Gregorio I che scrisse nel 592 indirizzata a Cipriano, in proposito scriveva che: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Nè mancano altri riscontrii di simili scorrerie su quei littorali a quel tempo, ed il medesimo S. Gregorio ricorda quelle fatte sui lidi campani nella sua lettera ad Adeodato abate del monastero di s. Sebastiano di Napoli, ove dice che i monaci del Falcidio di Pozzuoli, e quelli del Cratere di Napoli non erano sicuri per le incursioni che i barbari facevano su questa spiaggia (20). Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche rimandasse di tratto in tratto nei rispettivi monasteri quei monaci a mantenervi il culto divino. Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (20) postillava che: “(20) I monaci Falcidiesi abitavano l’antico pretorio di Falcidio, ove era la basilica di s. Stefano o di s. Procolo detta pure del Trivio. di cui tuttora si vedono i ruderi all’estremo della via Campana. I Crateresi poi avevano il loro cenobio ove oggi è la Villa di Napoli, il quale negli ultimi tempi si disse di s. Leonardo a Chiaja; ora è interamente distrutto.”. In questo passo il Gaetani (….), pone in risalto la testimonianza della lettera di papa Gregorio I a Cipriano scritta nel 592, dove il papa cita e parla dell’invasione e delle stragi effettuate dai longobardi di Zottone nel 568. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75 parlando dell’invasione Longobarda in proposito scriveva che: “Erano trascorsi appena quindici anni dalle guerre Gotiche, quando, nel 568, in “fara”(63), avvenne l’invasione longobarda, spezzando, così, l’unità politica della Penisola. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobardi, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato , tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (63) postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (64) postillava che: “(64) P. Diacono, H. L., II, 17. N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storia Salernitana”, 1962.”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (65) postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.“. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (66) postillava che: “(66) P. Diacono, H.L., ibidem”. Il Campagna a p. 74, nella sua nota (67) postillava che: “(67) P. Diacono, H.L., III, 32“. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (68) postillava che: “(68) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (69) postillava che: “(69) P. Diacono, H.L., II, 32”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (70) postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (71) postillava che: “(71) F. Russo, Reg. Vat.,op. cit”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le ddiocesi d’Italia, op. cit.“. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (73) postillava che: “(73) P. Diacono, H. L., IV, 9”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (74) postillava che: “(74) Reg. Episc., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (75) postillava che: “(76) P. Diacono, H.L., IV, 44. A. Peronaci, Evoluzione dei termini e dei concetti di servus e sclavus, in SM’, a. VIII (1975), fasc. III-IV”. Pietro Giannone (…), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Dunque, Pietro Giannone scriveva che quando arrivarono i Longobardi ai confini con il Ducato di Benevento fino a Salerno essi conquistarono molti territori della Calabria e della Lucania. Infatti, il Giannone scriveva: “e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte.”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, a p. 36, in propposito scriveva che: “Nel 568 i Longobardi iniziarono scorrerie a scopo di rapine, nella zona oggetto di studio, ma la strenua difesa della città di Bussento, impedì la conquista, grazie alle difese terrestri approntate e alla flotta bizantina. Crearono danni alle terre intorno, lungo le vie di comunicazione descritte, ma la popolazione di queste ormai o si era rifugiata tra le formidabili mura o era dispersa in luoghi nascosti, spopolando definitivamente quelle zone non altrimenti difendibili. Le bande venivano dal Vallo di Diano, lungo i corsi dei fiumi Mingardo, Sciarapotamo, Bussento e Bussentino, ma la città resistè. In concomitanza di queste ultime invasioni, ci furono anche epidemie (566-570), carestie (574 e 578) e terremoti (844) ecc…(5). Il nome di Zotone (Tatzone o Totone), primo duca beneventano, divenne un flagello ecc….”. Il Gentile a p. 37, in proposito aggiungeva che: “Anche la città di Policastro cadrà e, infatti, nel concilio romano del 679 non compare il suo vescovo. Il crollo del territorio bussentino ecc…”. Il Gentile, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pag. 29.”.

Nel VII-VIII sec. d.C., i Longobardi a Rivello ed il castello della Motta

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 188-189 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Nessuna traccia troviamo, nella nostra città, del dominio dei Longobardi, i quali in molti paesi ebbero stabile sede ed imperio. Nel vicino Comune di Rivello i Longobardi occuparono la parte superiore attorno al Castello, detto tuttora Motta – nome che nel Medio Evo era dato ad ogni fortezza – mentre contemporaneamente i Greci occupavano il rione inferiore; ed è strano che i due popoli, differenti di razza, d’indole, di tradizioni, di linguaggio e d’istinti, abbiano potuto così vivere a contatto, benchè in continuo antagonismo fra di loro. Colà tutt’ora si conservano queste tradizioni, come permangono i nomi di piazza e di fontana dei Longobardi, nonchè d’altra parte piazza e fontana dei Greci.. Da Wikipedia leggiamo che  resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello.

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), sulla scorta di Pietro Giannone (….), riferendosi alle città di Velia e di Rivello, cita alcune notizie riguardo la dominazione bizantina e poi Longobarda e, in proposito scriveva che: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati.”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Secondo il Laudisio, gli abitanti dell’antica città di Velia, posta sul promontorio di Palinuro, a seguito della sua distruzione avvenuta nell’anno 915 ad opera dei Saraceni, si rifugiarono nel castello longobardo di Rivello, dove vi fondarono la nuova Revelia. Il Laudisio (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), credeva l’antica città di Velia, sorta sul promontorio di Palinuro (forse confondendola con l’antica città della Molpa). Secondo il Laudisio (…), dopo la distruzione saracena dell’anno 915 (anno che cita pure il Volpe (…)), gli abitanti superstiti di Velia (Molpa?), si rifugiarono nel castello di Rivello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi”. Dunque, secondo il Laudisio, il castello di Rivello, fu fortificato nel VI secolo dai Longobardi al tempo di Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. La notizia di un castello fortificato dai Longobardi nel VI secolo, è di enorme importanza per queste terre. Ricordiamo tutte le notizie che abbiamo intorno al VI secolo e la nascita di alcuni enclavi cattolici, come Paestum, Velia e Buxentum. Dal punto di vista strettamente storiografico, la prima notizia di un’origine Eleatica dell’antica Rivello, non viene solo dal Laudisio (…) che, oltre a trarla dagli antichi documenti esistenti nella stessa sua Diocesi, l’aveva presa da Scipione Mazzella Napolitano e dallo stesso Antonini (…), che parlarono pure della ‘Lucania’. Scipione Mazzella Napolitano (…), ed il suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, edito nel 1601, a p. 124, descriveva del promontorio di Palinuro e poi a p. 130, in proposito alla voce ‘Riviello’, scriveva che: “fuochi 546”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Etc..”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: “53. Lagonegro. Un tempo fu creduto che l’antico Nerulun fosse a Lagonegro, onde la vecchia opinione che questo nome derivasse direttamente da quello. Ma ragioni di distanze itinerarie sospingendo il posto di Nerulum assai più lontano dall’odierno Lagonegro, è forza ritenere questo nome di origine relativamente moderne. A due miglia, o poco più dal paese è un lago perenne di una ceta estensione: non è impossibile che la zona di terra, su cui ebbe oriine il paese, fosse stata un latifondo, una massa, un dominio feudale, di un gasindo longobardo o franco, o normanno, e che avesse tolto il suo complessivo nome dal lago. Un’antica tradizione paesana ricorderebbe un lago o stagno non lontano dal castello che è a cavaliere della città; e il lago, dalle ombre degli abeti che li circondavano, prendeva la qualifica di nero. Ma la topografia attuale del castello non consente alla tradizione.”. Non si capisce bene se la tradizine si riferisca al Lago Sirino o al Lago Laudemio o al Lago Remmo, non molto distanti dal monteSirino e da Lagonegro. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello. – Si trova nel m. e anche ‘riballus’ per ‘rivellus, rivulus,’. Ma più probabilmente è derivato da ‘racina’ (fr. rovine), racinello, ravello; e “ravina” è identico a Gravina. I Gravi o Gravine indicano, in certi dialetti, luoghi scoscesi e dirupati; e ‘grava’, medievale, è dal tedesco ‘graven’, ‘fodere’. Mutazione dell’a in i, per distinguerla da Ravello sulla costa di Amalfi.  – L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Da Wikipedia leggiamo che le origini di Rivello si fanno risalire all’Alto Medioevo; tuttavia, i numerosi reperti archeologici (rinvenuti nella contrada detta, appunto, “Città”) fanno supporre che Rivello sia l’erede della città lucana – esistente già dal periodo preromano – di Sirinos. Notoria è la divisione, a partire dal medioevo, della città in due distinti quartieri, quello superiore, i cui abitanti, detti bardàv’ti, erano legati uno alla chiesa di rito latino (San Nicola di Bari) e quello inferiore, i cui abitanti, bardàsci, erano fautori della parrocchia di rito greco (Santa Maria del Poggio). Resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello. Da Wikipedia leggiamo che San Costantino è una frazione del Comune di Rivello. Situata in collina ad un’altitudine media di 400 m. s. l. m., la frazione comprende, sul versante orientale, anche il rione Medichetta dal quale è separata da un lungo e profondo canale che, partendo da un’altitudine di 613 m. s. l. m. al bivio del Palazzo, ne delimita la parte sud-orientale e raggiunge la costa tirrenica dell’abitato di Sapri. La particolare posizione geografica consente un’ampia veduta del golfo di Policastro. San Costantino ha una popolazione di circa 150 abitanti, distribuita in diversi rioni (Ariola, Vallinoto, Girone, Roccazzo, Carpineta, San Giuseppe, Timpone, Calanghe, Palazzo, Medichetta); il nucleo abitativo più compatto è formato da diversi palazzi signorili, edificati nella prima metà del secolo scorso grazie soprattutto alle rimesse degli emigrati del Brasile, dell’Argentina, del Venezuela e della Spagna. Circondato da boschi e in posizione baricentrica rispetto al golfo di Policastro e al massiccio del Sirino e del monte Coccovello.

Nel 571 (VI sec. d.C.), il duca longobardo Zottone e la fondazione del Ducato Longobardo di Benevento

Zottone fu il fondatore del ducato di Benevento nel 571 e primo duca di Benevento, secondo quanto riportato da Paolo Diacono. Con le sue truppe, penetrò in Campania nell’agosto del 570, affrontando i Bizantini e sconfiggendoli ripetutamente. Si accampò a Benevento, che diventò la capitale del nuovo ducato. Provò a conquistare Napoli, ma fallì e dovette togliere l’assedio nel 581. Come duca era semi-indipendente, mentre il nord della Penisola era sotto il controllo del re longobardo Autari, che aveva poca influenza nel sud. Si piegò all’autorità reale nel 589. Morì nel 591 circa e gli successe Arechi I. Paolo Diacono, ‘Historia Longobardorum’ (‘Storia dei Longobardi’, cura e commento di Lidia Capo, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992). Si veda pure: Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Il ducato di Calabria (bizantino), sorge dunque nel VI secolo aggregando la regione del Brutium, cioè l’odierna area cosentina, con le terre ancora possedute nel Salento (la Calabria dei Romani) i cui confini settentrionali sono costituiti dal cosiddetto “Limitone de’ greci”, una sorta di muraglia difensiva costruita a salvaguardia del territorio dalla minaccia dei longobardi e ancora esistente in diversi tratti. Il nome Calabria (che in origine designava la penisola salentina) cominciava così a essere utilizzato per designare il Bruzio, mentre il Salento prendeva il nome di Terra d’Otranto, progressivamente conquistato dai Longobardi. Infatti, Il Ducato Longobardo di Benevento (poi anche Principato) costituì l’estrema propaggine meridionale del dominio Longobardo in Italia e insieme al Ducato di Spoleto costituirono quella che venne chiamataLongobardia minor’. Formalmente soggetta al dominio dei pontefici romani (Ducato romano), che con i loro possedimenti nelle regioni centrali la tagliavano fuori dal resto dell’Italia longobarda, Benevento fu sostanzialmente indipendente fin dal principio della fondazione del ducato. I suoi destini furono strettamente legati alla corona reale longobarda solo durante il regno di Grimoaldo e dei sovrani succeduti a Liutprando. Dopo la caduta del regno, tuttavia, il dominio beneventano rimase l’unico dei territori longobardi a mantenere ‘de facto’ la propria indipendenza per quasi trecento anni, malgrado la divisione dei suoi territori subita nell’anno 831. Sotto il regno dei successori di Zottone, il ducato cominciò a espandersi a danno dell’Impero bizantino. Ma già alla morte di Arechi, i presidi bizantini nel sud Italia erano notevolmente ridotti. A Bisanzio restavano solo Napoli, Amalfi, Gaeta, Sorrento, parte della Calabria e le città marittime della Puglia (Trani, Bari, Brindisi, Otranto). Pietro Giannone (…), parlando dei bizantini (Greci) nelle nostre terre e della conquista Longobarda sui loro territori come la Calabria, in proposito, scriveva che: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 62-63, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Insediatisi nelle terre del golfo di Salerno, dove a Nord, la stessa Salerno resterà imprendibile per altri quarant’anni ed a Sud, Agropoli non sarà mai occupata, i Longobardi avanzarono lungo la solita via Annia nel vallo di Diano; lasciate momentaneamente tranquille le località a ridosso dei Monti Alburni e distrutta Marcelliana (4), si condussero tra il 590 ed il 591 nell’entroterra del golfo detto oggi di Policastro. Le scorrerie portate allora nei territori di Velia, Bussento e di Blanda, probabilmente col solo scopo di fare incetta di vettovaglie (5), determinarono l’abbandono dei vescovadi di questa città da parte del clero, rifugiatosi altrove, forse in Sicilia, dove avevano trovato scampo allo stesso pericolo anche molte monache della Lucania, come ricorda san Gregorio Magno in una sua lettera del 593 (1).”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V., n. 2, p. 53. Dell’abitato di Marcelliana (‘Marcellianum’) non si hanno notizie dopo il VI secolo, per cui è lecito mettere in relazione la sua scomparsa con la conquista longobarda.”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (1) postillava che: “(1) GREGORII M., Reg., III, 3”. Dunque, Zottone regnò fino a il 591 circa ed il Cantalupo, in proposito citando il testo di Hirsch (….), “Il ducato di Benevento” (in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67), ricorda che Hirsch scriveva che: “dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, secondo il Cantalupo che citava Hirsch, nella nostra zona, durante tutto il VII secolo (da sul finire del VI secolo), per circa cento anni tutta la chiesa cattolica o l’ordinamento ecclesiastico.

Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Gio: sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571. poichè doppo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli fu assalito dalle Nationi Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato a tal fine il Reale Dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36. Duchi, ma creato nell’anno 583. Rè Authari figliolo di Clephe questo fino alla città di Reggio arrivato pose il termine al Regno de Longobardi, & hebbe in donazione dal Duca Zotone di Benevento la Lucania, e la Calabria, e quanto hauea in queste Provincie acquistato, e diviso il Ducato di Benevento in tre Principati come Capua, Benevento, e Salerno sotto questo Principato andava il Territorio di S. Gio: venuto poi per successione in mano di Ruggieri Normanni Conte di Sicilia ecc…ecc..”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia parlando del territorio di S. Giovanni a Piro racconta la cronistoria dei fatti da Giustiniano fino a Ruggero I d’Altavilla. Di Luccia scriveva che dopo l’ascesa al trono dell’Imperatore Costantino, nell’anno 568, il territorio di S. Giovanni a piro che era stato assalito dai Barbari (Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni), nell’anno 571, dopo che il suo generale Narsete aveva sconfitto e cacciati gli ultimi Ostrogoti del re Teia  furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572″. Il Di Luccia aggiunge pure che nell’anno 571, il re Alboino morì per opera di sua moglie e gli successe suo figlio Clephe il quale fu ucciso nell’anno 572. Il Di Luccia scrive che subito dopo l’anno 572, dopo la morte di Clephe, gli successe Autari. Il Di Luccia scriveva che il regno Longobardo di Autari, figlio di Clephe, si estendeva fino a Reggio Calabria, compreso i territori conquistati a cui si aggiungevano la Lucania e la Calabria che gli erano stati donati dal Duca di Benevento Zotone. Scrive ancora il Di Luccia che Autari divise il regno Longobardo in tre Principati: Capua, Benevento e Salerno. Autari (… – Pavia, 5 settembre 590) è stato re dei Longobardi e re d’Italia dal 584 al 590. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro Bussentino che all’epoca era la vecchia Buxentum scriveva che: sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (10), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (8-9). Infatti, il Romanelli (25) ed il Troyli (6), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Giuseppe Volpe (….), Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), sulla scorta del Laudisio (….), a pp. 116-117 parlando di Bussento e poi di Policastro, in proposito ricordava che: “Fiorente era tuttavia Bussento almeno sino alla metà del sesto secolo, quando era decorata da sede vescovile: e questo tanto più volentieri affermo, in quanto he sin dal 502 trovo il nome di un tal Rustico, il quale interveniva al III Concilio romano, indetto da Papa Simmaco, e ne sottoscriveva con gli altri Padri i decreti, come nell’altro lateranense, celebrato nell’anno 549 da San Martino I, contro l’eresia dei monoteliti, quello di Sabazio vedo, entrambi vescovi bussentini (17). Ecc..”. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc..Il Volpe, a p. 117, citava anche il testo di Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della provincia della Lucania”, del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Egli a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“. Il Volpe, continuando il suo racconto a p. 117, dopo aver detto di Bussento nel VI secolo scriveva pure del Mannelli (….): “Il che mi fa inferire come Bussento non solo riteneva in quel tempo antico e primiero suo nome, ma era esente dalle sventure, cui soggiacquero le città interne per opera principalmente dè goti e dei longobardi, i quali, come scrive il Mannelli (18), “essendo venuti dai paesi settentrionali, non havevano alcuna peritia dell’arte marittima; sicchè tutta la barbarie dei loro sforzi si sfogò contro le città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali, tanto più che potevano ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’impero greco, che haveva nel mare potente armata”. Ma nè tempi successivi dilatandosi le invasioni barbariche ancora nè luoghi littorani, non poche città incontrarono lacrimevole e totale sterminio: soprattutte Bussento subendo gli effetti così delle prospere come delle avverse vicende, provatasi invano di porre forte argine all’irrompente invasione, s’ebbe pur essa la sorte di essere intieramente eguagliata al suolo e ridotta ad un mucchio di rovine, e non si riebbe se non assai dopo col nome di ‘Policastro-Paleocastrum’ e ‘Pellicastrum’ (19). Più tardi, nè primi del decimo secolo ecc…”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. In questo caso il Volpe citava il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (…) di cui ho già parlato e di cui il suo passo su Policastro ai tempi dei Longobardi venne integralmente trascritto dal Gaetani, ha pure citato l’opera di Severino Binio (….), “Generalia, et Provincialia etc….”, a p. 148 del vol. II, parlava del V sinodo dei vescovi dove parteciparono alcuni vescovi di Bussento.

Nel 571, le munifiche donazioni fatte alla chiesa o a monasteri basiliani, dai Principi Longobardi

Purtroppo, le notizie storiche e gli “Istrumenti”, atti di donazione o diplomi, a dimostrazione della fondatezza di tali notizie in tal senso, sono poche e frammentarie e, tale argomento, non solo è stato sottovalutato o solo accennato ma non è stato sufficientemente indagato. Come ho avuto modo di dimostrare, queste donazioni vi furono e risalgono ai principi del Ducato Longobardo di Benevento e del Principato Longobardo di Salerno. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), a p. 107, dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, e a pp. 110-111, scriveva che “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbazia di Bosco – come quella basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata da un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, ecc..”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni Longobarde ad alcuni monasteri del basso Cilento, come quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, sono tratte dal Di Luccia (…), che ne scrisse nel suo Trattato a p. 26. Dunque, il Palazzo (…), citava questa interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.” e, il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di luccia (…), scriveva che: il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina.”. Sulla citazione dei beni donati all’Abbazia di Bosco un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571“, citato dal Palazzo (…), il Di Luccia, lo aveva già scritto in un’altra sua pagina del suo ‘Trattato’ e, a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, ipotizzandone l’origine sia della Badia che di alcuni Monasteri sorti all’epoca Longobarda, sulla scorta di Rocco Pirro (…) (che si rifaceva al Baronio ed al Fazello) a all’ Eugenio (…), scriveva che: “Vado però considerando, secondo le notizie anche ricevute, che detto territorio di S. Giovanni fosse stato dato dalla Chiesa al tempo dei Longobardi, i quali per ottenere il perdono dal Signore Iddio delle loro colpe avessero fatto donazione di diversi luoghi alla Chiesa, per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571 poichè dopo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli, fu assalito dalle Nazioni Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè dell’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568 successe al Zio a Narsete suo Capitano, quale havea cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati i Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571 con l’avere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato al tal fine il Reale dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36 Duchi, ma creato nell’anno 583. Re Autari figliolo di Clephe questo fino alla città di Reggio arrivato pose il termine al Regno dei Longobardi, ebbe in donazione dal duca Zotone di Benevento la Lucania, e la Calabria, e quanto havea in queste provincie acquistato, e diviso il Ducato di Benevento in tre Principati come di Capua, Benevento, e Salerno sotto questo Principato andava il Territorio di S. Giovanni venuto poi per successione in mano di Roggieri Normanno Conte di Sicilia, confermato Rè della Sicilia istessa, Puglia, e Calabria dal Pontefice Innocenzo II dell’anno 1139 come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”. Dunque, il Di Luccia (…), a pp. 10-11, fa risalire le donazioni Longobarde alla Chiesa del basso Cilento, a: “per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li Istromenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571, ecc.., aggiungendo che dette notizie sono tratte dal come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”. Dunque, secondo il Di Luccia (…), le munifiche donazioni dei Principi Longobardi alla chiesa del Cilento, iniziarono sin dall’anno 501. Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. IX, a p. 176 e s., ‘Le Chiese e i Monasteri della Provincia di Salerno. Prime loro dotazioni – Formazione del patrimonio immobiliare delle principali chiese e Abbazie della Provincia. Formazione del patrimonio ecclesiastico nelle terre del Cilento ecc..‘, confermerà alcune cose scritte dal Di Luccia (…). Carlo Carucci (…), sulla scorta di Giuseppe Paesano (…), ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, e di Erasmo Gattola (…), e nel capitolo IX “Le chiese e i monasteri nella provincia di Salerno. Prime loro donazioni.”, dedicato a pp. 176-177, scriveva che: “Nella Provincia di Salerno, non meno che nelle altre parti d’Italia, la Chiesa aveva messo insieme, nell’epoca delle dominazioni barbariche, un patrimonio ch’era di gran lunga superiore a quello dei feudatari e degli uomini liberi. La proprietà ecclesiastica però erasi già cominciata a formare fin dai tempi dell’Imperatore Teodosio, e in seguito si ampliò gradatamente sia per l’opera instancabile e provvida dei monasteri, sia per le elargizioni di privati e di principi. Nel Cilento e in tutta la parte orientale della Provincia i Greci, che avevano lasciata la madre patria, dove infieriva la persecuzione per l’iconoclastia, fondarono i primi monasteri e chiese numerose, dotando gli uni e le altre dei primi beni. Specialmente intorno alle ‘celle’ ed alle ‘laure’ dei Basiliani si raccoglievano i lavoratori dispersi pei campi, e costituivano i illaggi; e mentre da avventurieri e principi quei monaci ricevevano in dono le terre disabitate e incolte, i contadini ne gradivano la protezione, dissodavano i campi e li mettevano a coltura…. Documenti particolari di dotazioni a chiese della Provincia anteriori al VII secolo non ne restano, ma ciò non dice che prima di quel tempo anche qui come altrove il patrimonio ecclesiastico  non esistesse ancora”. Il Carucci (…), continua scrivendo a p. 181 che: “Tutte queste chiese ed abbazie, già provvedute di beni dai fondatori, furono da principi protetti e ricolmi di privilegi, e si costituirono in breve un immenso patrimonio immobiliare, preparandosi per tempi assai lontani vere e proprie immunità giurisdizionali. Ed assistiamo ad una vera gara di concessioni e di donazioni, fatte in generale colla formula ‘pro remedium et salbationem animae nostrae’ (1), o coll’altra ‘hanc offeronnipotentis misericordiam pervenire (2). Le donazioni venivan dai principi, da piccoli proprietari, da artigiani, da gente di ogni classe (3). E assieme colle donazioni aumentavano il patrimonio gli acquisti fatti col danaro. E di tali acquisti e donazioni è bene ricordare alcuni per avere un’esatta conoscenza della formazione dell’immenso patrimonio immobiliare delle chiese e dei monasteri. Cominciando dal ducato Amalfitano, troviamo che nel 907 un tal Pantaleo, ecc….”. Il Carucci (…), a p. 181, nella sua nota (1), postillava che: “(1) CDC., 25 (845) ed in altri documenti.”. Il Carucci, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ivi, 64 (868) ed in altri documenti.”. Il Carucci, nella sua nota (3), postillava che: “(3) CDC., (899), ecc…”.

Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (…), a p. 107 dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, e a pp. 110-111, scriveva che “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbazia di Bosco – come quella basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata da un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, ecc..”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni Longobarde ad alcuni monasteri del basso Cilento, come quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, sono tratte dal Di Luccia (…), che ne scrisse nel suo Trattato a p. 26. Dunque, il Palazzo (…), citava questa interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.” e, il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di luccia (…), scriveva che: il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina.”. Sulla citazione dei beni donati all’Abbazia di Bosco un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571“, citato dal Palazzo (…), il Di Luccia, lo aveva già scritto in un’altra sua pagina del suo ‘Trattato’ e, a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, ipotizzandone l’origine sia della Badia che di alcuni Monasteri sorti all’epoca Longobarda, sulla scorta di Rocco Pirro (che si rifaceva al Baronio ed al Fazello) a all’ Eugenio (…), scriveva che: “Vado però considerando, secondo le notizie anche ricevute, che detto territorio di S. Giovanni fosse stato dato dalla Chiesa al tempo dei Longobardi, i quali per ottenere il perdono dal Signore Iddio delle loro colpe avessero fatto donazione di diversi luoghi alla Chiesa, per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571 poichè dopo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli, fu assalito dalle Nazioni Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè dell’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568 successe al Zio a Narsete suo Capitano, quale havea cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati i Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571 con l’avere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato al tal fine il Reale dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36 Duchi, ma creato nell’anno 583. Re Autari figliolo di Clephe questo fino alla città di Reggio arrivato pose il termine al Regno dei Longobardi, ebbe in donazione dal duca Zotone di Benevento la Lucania, e la Calabria, e quanto havea in queste provincie acquistato, e diviso il Ducato di Benevento in tre Principati come di Capua, Benevento, e Salerno sotto questo Principato andava il Territorio di S. Giovanni venuto poi per successione in mano di Roggieri Normanno Conte di Sicilia, confermato Rè della Sicilia istessa, Puglia, e Calabria dal Pontefice Innocenzo II dell’anno 1139 come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”. Dunque, il Di Luccia (…), a pp. 10-11, fa risalire le donazioni Longobarde alla Chiesa del basso Cilento, a: “per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li Istromenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571, ecc.., aggiungendo che dette notizie sono tratte dal come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”. Il Di Luccia (…), si riferisce al testo di d’Engenio Cesare, ‘Nuova e perfettissima descrizione del Regno di Napoli’, Napoli, ed. Scoriggio, 1629.  Il Di Luccia (…), scrive che il “Territorio di San Giovanni a Piro”, si trovava sotto il Prinicipato di Salerno, quando re Autari, ebbe dal duca Zotone di Benevento, la Lucania e la Calabria e divise il regno in tre Principati: Capua, Benevento e Salerno. Il Di Luccia (…), scrive pure che le “Terre di S. Giovanni a Piro”, caddero in successione ai duchi Normanni ed in particolare al Conte di Sicilia Ruggero I, d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e, confermato Re di Sicilia, Puglia e Calabria, nel 1139 dal papa Innocenzo II, come scriveva l’Eugenio nella sua Descrizione del Regno di Napoli. Infatti Autari, re dei Longobardi. – La proclamazione di A. a re, nell’autunno del 584, pose termine a quel periodo della storia dei Longobardi in Italia che si suole denominare “interregno ducale”, perché i Longobardi, non avendo dato a Clefi, vittima di un assassinio nel 574, un successore, erano da allora rimasti senza un re che ne fosse il capo supremo, e sotto il governo di altrettanti capi particolari quanti erano i loro duchi. “Per annos decem regem non habentes, sub ducibus fuerunt” scrive Paolo Diacono. Era stato un decennio nel quale le fortune della conquista avevano corso più volte gravi rischi, per l’errore commesso di complicare la situazione politica e bellica attaccando il limitrofo regno di Burgundia, così da farsi nemici anche i Franchi e da renderli potenziali alleati dei Bizantini. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, ecc.. . La notizia era stata tratta dal Di Luccia (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 45, così scriveva:  “Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, ecc..”. La notizia, era tratta dal Di Luccia (…), che nel 1700, scrisse ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro –  Trattato historico legale’, e che a pp. 10-11, del cap. II, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, ipotizzando l’origine sia della Badia che di alcuni Monasteri sorti all’epoca Longobarda, scriveva che: “Vado però considerando, secondo le notizie anche ricevute, che detto territorio di S. Giovanni fosse stato dato alla Chiesa al tempo dei Longobardi, i quali per ottenere il perdono dal Signore Iddio delle loro colpe avessero fatto donazione di diversi luoghi alla Chiesa, per cui poi si verifica che per la varietà dei Reami si siano perse le notizie e gli strumenti dai quali si potrebbe ottenere la verità dell’accaduto ecc…”.

Nel 576 d.C. (VI sec. d.C.), l’Imperatore di Bisanzio, Giustino II inviò un esercito contro i Longobardi

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo capitolo III sui “I Longobardi in Italia”, a p. 61, in proposito scriveva che: “Contro l’immediata ed ulteriore minaccia costituita dalle mire espansionistiche manifestate dal ducato longobardo di Benevento fin dalla sua fondazione nel 571, mancarono dall’Oriente aiuti pari alla gravità del pericolo (4); i Bizantini si impegnarono solo nel rafforzamento dei sistemi difensivi delle città, dei borghi e dei castelli, per proteggere quei territori che erano ancora nelle loro mani. Probabilmente anche ad Agropoli fu allora potenziata la prima fortificazione con l’elevazione di mura dove lo strapiombo della roccia ecc…”. Il Cantalupo, a p. 61, nella sua nota (4) postillava che: “(4) L’unico intervento fu quello dell’imperatore Giustino II (565-578), che inviò in Italia un esercito al comando del generale Baduario; l’esercito però fu vinto e Baduario ucciso nel 576. Il successore di Giustino, Tiberio, fu interamente assorbito dalla guerra contro i Persiani.”. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Il nuovo Imperatore Giustino II, invece di inviare rinforzi in Occidente per salvaguardare i territori riconquistati da Giustiniano, decise incautamente di violare la tregua con la Persia, ritenendo umiliante continuare a pagare il tributo ai Persiani che Giustiniano aveva accettato di versare per comprare la pace. Rimase del tutto inerte di fronte all’invasione dell’Italia da parte dei Longobardi (568). Così nel 574 il governo fu affidato a Tiberio, capo della guardia palatina, da Giustino adottato come figlio e nominato Cesare: e a Tiberio passò il potere imperiale pochi giorni prima della morte di Giustino. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, esisteva in Lucania una città chiamata “Vibonem” che l’Antonini chiama “Vibonem ad Siccam” dalle note epistole di Cicerone ad Attico. E’ la storia delle nostre terre ad essere stata poco indagata per il periodo della caduta dell’Impero Romano e la dominazione Bizantina fino all’epoca Longobarda. Orazio Campagna a p. 74, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Seguì la vittoria di Avari e Persiani del 572, che pare, abbia spinto Giustino II alla follia. Ch. Diehl, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957; ecc…”. Il Campagna citava il testo di Charles Diehl (…), il suo “I grandi problemi della storia bizantina”, ed. Laterza, Bari, 1957. Il Campagna citava anche il testo di Giovanni Minasi, Le chiese della Calabria dal quinto al duodecimo secolo, Napoli, 1893.

Nel 582 (VI sec. d.C.), morì un Vescovo della Diocesi di Grumento (“Agromonte”)

Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli antichi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). Ecc….. Dunque, il Cappelletti, a p. 368 (vol. XX), scriveva che a Buxentum, nell’anno 582 troviamo un vescovo i cui non si conosce il nome e che esso era morto nell’anno 582. Scrive senpre il Cappelletti che per questo vescovo di Bussento, papa Gregorio I raccomandava al Vescovo di “Agromento” (forse Grumento), di visitare la diocesi di Bussento e poi cita la lettera di papa S. Gregorio Magno, dicendo di cui sopra (1). Il Cappelletti, a p. 368, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pag. 328”. Vediamo questa lettera che ci presenta il Cappelletti. A p. 328, il Cappelletti, riporta il testo della lettera di papa S. Gregorio Magno (Gregorio I): “Gregorius Felici Episcopi de Acropoli”: “Quoniam Velina, Buxentina et Blandana ecclesiae, quae tibi etc….”, tratta dal Libro 2, Epistola n. 42. Tuttavia, sebbene il Cappelletti, nella sua nota (1) avesse postillato di questa lettera, egli a p. 367, in proposito scriveva che: “Ma ne assicura una lettera del metropolita Alfano, scritta al clero di Bussento, l’anno XXII del suo pastorale governo; il qual anno corrisponderebbe al 1079: e con questa lettera l’arcivescovo da notizia al clero di quella chiesa di avere consacrato vescovo di Policastro il celebre Pietro Pappacarbone, monaco del monastero di Cava.”. Dunque, riepilogano ciò che affermava il Cappelletti che, secondo lui, nell’anno 582, era morto il vescovo di Policastro, di cui non si conosce il nome e, che, alla morte di questo vescovo, essendo la sede vescovile di Bussento vacante, nell’anno 582, papa S. Gregorio Magno raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).”. In primo luogo devo precisare che la nota lettera di papa Gregorio I non è del 582 ma è stata scritta nell’anno 592; in secondo luogo, la lettera non fu indirizzata al vescovo di Agromento o Grumento ma è una lettera indirizzata al vescovo di Capaccio (che si era rifugiato ad Agropoli), Felice. In terzo luogo, la lettera di Alfano I, Arcivescovo di Salerno, non centra nulla con la lettera di papa S. Gregorio Magno al vescovo Felice. Infatti, padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parlando di Blanda, e non di Bussento, in proposito scriveva che: “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Ecc…”. Dunque, anche il Russo faceva riferimento alla lettera “Quoniam Velinae, Buxentina et Blandana ecclesiae, quae tibi etc….”, tratta dal Libro 2, Epistola n. 42.

Nel 591, Arechi I ed i Longobardi del ducato di Benevento

Arechi I (o Arigis o Aretchis; … – 641) è stato un duca longobardo, duca di Benevento dal 591 circa al 641 circa. Arechi I fu il secondo duca di Benevento dal 591 alla sua morte nel 641, un regno di mezzo secolo. Proveniva dal Friuli ed era imparentato con i loro duchi, forse nipote di Zottone, il suo predecessore. Fu nominato duca dal re Agilulfo nella primavera del 591, dopo la morte di Zottone. Era praticamente indipendente, perché il suo ducato era separato dalla Langobardia Maior dal Corridoio bizantino. Conquistò Capua e Venafro in Terra di Lavoro e zone della Basilicata e della Calabria. Non riuscì a prendere Napoli, dopo un assedio (già Zottone non vi era riuscito), ma prese Salerno dal 620 in poi. Trascorse gli ultimi anni del suo regno a stabilire buone relazioni con i Romanici cattolici del suo ducato e fare suo successore il figlio. Alla sua morte, dopo essere sopravvissuto molto per un sovrano dell’epoca, la sua indipendenza era assicurata e il suo dominio passò a suo figlio Aione I. E’ infatti anche a questo periodo che si riferiscono le epistole di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno). Egli conquistò Capua e Venafro in Terra di Lavoro e zone della Basilicata e della Calabria. Non riuscì a prendere Napoli, dopo un assedio (già Zottone non vi era riuscito), ma prese Salerno dal 620 in poi. Trascorse gli ultimi anni del suo regno a stabilire buone relazioni con i Romanici cattolici del suo ducato e fare suo successore il figlio. Alla sua morte, dopo essere sopravvissuto molto per un sovrano dell’epoca, la sua indipendenza era assicurata e il suo dominio passò a suo figlio Aione I. Arechi I fu il secondo duca di Benevento dal 591 alla sua morte nel 641, un regno di mezzo secolo. Proveniva dal Friuli ed era imparentato con i loro duchi, forse nipote di Zottone, il suo predecessore. Fu nominato duca dal re Agilulfo nella primavera del 591, dopo la morte di Zottone. Era praticamente indipendente, perché il suo ducato era separato dalla Langobardia Maior dal Corridoio bizantino. Il Cantalupo, scrive che, sebbene Arechi I avesse conquistato il Salerno nel 620, le nostre zone erano amministrate da Vescovi che assolvevano le funzioni giuridico-amministrative più importanti sostituendosi al “sacro Palatio” dei Longobardi. Dunque, secondo il Cantalupo, il territorio del Golfo di Policastro, verso la metà del VII secolo doveva appartenere al territorio ancor Bizantino della “Bricia” longobarda.

Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobardi, furono i principali protagonisti. Il Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nelle grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Secondo la Descriptio orbis romani di Giorgio Cipro, opera geografica redatta all’inizio del VII secolo, suddivideva in cinque province o “eparchie”: quella di “Calabria”, comprendente i possedimenti bizantini nel Cilento, in Lucania e nel resto dell’Apulia. Secondo Kazhdan (…), Giorgio Ciprio (greco: Γεώργιος Κύπριος, latinizzato come Georgius Cyprius; Lapithos, … – …) è stato un geografo bizantino degli inizi del VII secolo……Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, ecc..’, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “Iniziata da Leone, il Filosofo, fu proseguita dai suoi successori, che sottomisero al basileus la Calabria fino a Taranto e la Lucania orientale fino al Sinni e al Bradano, anzi il generale Niceforo Foca aveva sottomesso, anche se per poco, i Longobardi del Beneventano (6). Fu nel Golfo di Policastro, fra frange incerte del Thema di Calabria ed i particolarismi longobardi campani, che si ebbe la sostituzione dei gastaldi coi tumarchi o, più spesso, la tacita convivenza fra loro con l’applicazione d’un diritto misto (7).”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (6), postillava che: “(6) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, op. cit.; J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (7), postillava che: “(7) J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904, op. cit.; L. Bréhier, Le Mond Byzantin, les Institution de l’Empire byzantin, Paris, 1949.”. Il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli citato dal Volpe (….), parlando di Policastro non dice nulla della probabile distruzione da parte forse dei Longobardi nell’anno 640. Come vedremo, iporto qui il passo integrale del Mannelli che per la parte di Policastro fu integralmente trascritto dal Gaetani. Il manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (….), per la parte che riguarda Policastro fu integralmente trascritta da Rocco Gaetani, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino nella storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel Sac. Rocco Gaetani”,  del 1880, Napoli, a pp. 20-21-22 parlando di Policastro scriveva che: Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Il monaco Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto che stà alla Biblioteca Nazionale di Napoli, è l’unico autore che riferisce notizie circostanziate circa la presenza bizantina nella nostra area. Il Mandelli forse si riferiva ai Saraceni che assoldò più tardi il principe Longobardo Arechi II. Il Mandelli scriveva che: Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Pare che il duca longobardo di Benevento Arechi I si sia servito di Saraceni e di Bulgari per conquistare una parte dei ducati Amalfitani e delle temata Bizantina da Salerno ad Agropoli. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…“. Dunque, il Mannelli nel suo manoscritto inedito arriva all’anno 1079 quando dice che Policastro, col suo nuovo nome e già in mano ai Normanni fu elevata a Diocesi per la seconda volta. Dunque, è proprio questo il passaggio a cui si riferiva il Volpe (…). Il Mannelli attribuisce ai Vandali d’Africa, “anzi della vicina Sicilia che avevano occupata”, le frequenti incursioni sulle nostre coste del Tirreno e del mare Ionio, e dice pure “e, particolarmente la città marittima di Buxento”. Forse si riferiva ai Vandali d’Africa di Genserico ma se così fosse non si tratta degli anni 640, ma ciò accadde al tempo di Genserico ovvero verso il VI secolo. Tuttavia il Mannelli scrive:  “Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi;”. Dunque, il Mannelli scrive che Buxentum (ancora non era Policastro) fu di sicuro distrutta dai Saraceni d’Africa ma non sa dire quando questo avvenne. Proseguendo il suo racconto il Mannelli scrive che ad un certo punto i Saraceni d’Africa subirono una tremenda sconfitta dalle forze cristiane in Italia e cio accadde quando i Normanni li cacciarono dalla Sicilia. Il Mannelli scrive pure che “cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro”, solo dopo che i ‘Barbari d’Africa’ (Saraceni ?) furono cacciati dalla Sicilia da Ruggiero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Ciò accadde intorno alla metà dell’anno Mille. Dunque, secondo il Mannelli la città di Policastro prese il nuovo nome di “Policastrum” solo dopo la venuta dei Normanni in Sicilia. Il Mannelli, sotto le righe fa intendere anche di una tremenda sconfitta dei Saraceni. A quale battaglia e a quale periodo si riferiva ? Forse è quì che il Mannelli si riferisce al tempo del duca Longobardo Arechi I di Benevento ed all’anno 640. Infatti, Arechi I fu il secondo duca di Benevento dal 591 alla sua morte nel 641, un regno di mezzo secolo. Proveniva dal Friuli ed era imparentato con i loro duchi, forse nipote di Zottone, il suo predecessore. Fu nominato duca dal re Agilulfo nella primavera del 591, dopo la morte di Zottone. Era praticamente indipendente, perché il suo ducato era separato dalla Langobardia Maior dal Corridoio bizantino. Conquistò Capua e Venafro in Terra di Lavoro e zone della Basilicata e della Calabria. Non riuscì a prendere Napoli, dopo un assedio (già Zottone non vi era riuscito), ma prese Salerno dal 620 in poi. Trascorse gli ultimi anni del suo regno a stabilire buone relazioni con i Romanici cattolici del suo ducato e fare suo successore il figlio. Alla sua morte, dopo essere sopravvissuto molto per un sovrano dell’epoca, la sua indipendenza era assicurata e il suo dominio passò a suo figlio Aione I. E’ infatti anche a questo periodo che si riferiscono le epistole di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno).

Nel 604 d.C., Giorgio di Cipro, geografo ed il suo Descriptio Orbis Romani

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 19, in proposito scriveva che: “Già nella ‘Descriptio Orbis Romani’, che Giorgio Cipro compose intorno al 604, essa dové esser compresa nell’Επαρχια Καλαβριας (Eparkhjia Kalavrias: la ‘Provincia di Calabria’), etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Giorgio Ciprio[1], anche conosciuto come Giorgio di Cipro, (in greco antico: Γεώργιος Κύπριος?, Geṓrgios Kýprios; in latino Georgius Cyprius; Lapithos, … – …; fl. VII secolo) è stato un geografo bizantino degli inizi del VII secolo. Non si sa molto sulla sua della vita, salvo che nacque a Lapithos, nell’isola di Cipro. È conosciuto per la sua Descriptio Orbis Romani ( “Descrizione del mondo romano”), redatta nel decennio 600-610 d.C.[2][3]. Scritta in greco, elenca le città, villaggi, fortezze e divisioni amministrative dell’Impero Romano d’Oriente. L’elenco inizia con l’Italia e si muove in senso antiorario lungo il Mediterraneo, l’Africa, l’Egitto e l’Oriente. La lista sopravvissuta è evidentemente incompleta, come suggerito dall’assenza dei Balcani[4]. La Descriptio sopravvisse solo in una raccolta, probabilmente del IX secolo, insieme ad altre opere, come la Notitia Episcopatuum. È possibile che il compilatore, probabilmente l’armeno Basilio di Ialimbana, abbia alterato in parte il testo originale[4]. Di Giorgio Cipro, Silvio Giuseppe Mercati dice nella Treccani on-line che compose circa l’anno 604 una Descriptio orbis Romani (ed. H. Gelzer, Lipsia 1890), la quale fu più tardi combinata con una descrizione delle diocesi soggette al patriarcato di Costantinopoli. Benché ci sia pervenuta in cattivo stato, la compilazione è importante, perché è l’unica descrizione delle prefetture dell’Italia e dell’Africa al tempo dei Longobardi, e per alcune città è l’unica testimonianza della signoria bizantina.

Nei primi del VII sec. d.C., la ‘Bricia’ (parte del basso Cilento) amministrata dai Vescovi dipendenti dal Ducato bizantino di Napoli

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, ci parla della Lucania e della Bricia ed in proposito scriveva che: Questa riorganizzazione che allora dovette sembrare temporanea, ma che era destinata a conservarsi a lungo, deteminò, stando ai dati che si possono rilevare solo da posteriori condizioni effettuali, una lenta serie di modifiche nelle ripartizioni e nelle denominazioni territoriali. La Lucania romana, che nel frattempo era caduta quasi interamente sotto il dominio dei Longobardi, perchè il suo nome (5), esso si restrinse ad indicare soltanto quella sua parte occidentale che si affaccia sul Tirreno e che è possibile circoscrivere, in modo approssimativo, entro i confini costituiti: a Nord-ovest da Agropoli, a Nord e ad Est dai corsi superiori dei fiumi Calore ed Alento ed a Sud da Velia ed il suo entroterra. Questa regione che noi possiamo chiamare Lucania Occidentale o Minore, per distinguerla dall’antica, e maggiore, Lucania romana, subì in seguito alcune modifiche territoriali (1), ma conservò sempre il nome di ‘Lucania’ fino all’XI secolo, per poi assumere quello odierno di Cilento (2). La conquista longobarda, costituendo un caposaldo a Laino, aveva fra l’altro scisso le terre intorno a Blanda da quelle restanti del Bruzio (3); queste però mantennero il nome di Bruzio, nome che, nella forma: ‘Britia’, e successivamente ‘Bricia (4), si estese gradualmente a comprendere prima le terre nel golfo di Policastro, poi quelle fino all’Alento (5). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 65, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Sul problema cfr. G. Racioppi, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1899, II, p. 11.”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. p. 75 e carta geografica, I”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. pp. 126-127.”. In queste pagine il Cantalupo parla dei toponimi ‘Cilento’ e di ‘Lucania’ che si alternavano soprattutto dopo i Longobardi in epoca Normanna.

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(Fig…) Il grafico è tratto da Piero Cantalupo, op. cit. ,vol. I, p. 75

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. In tale periodo si attuava nel nostro Meridione un processo di “bizantinizzazione” in base la quale le popolazioni ancora dipendenti dall’Impero Romano d’Oriente divennero profondamente grecizzate nella lingua, negli usi, nei costumi e nel rito religioso; esso iniziò nella seconda metà del VI sec. d. C., quando l’Italia meridionale servì come rifugio delle genti elleniche della penisola balcanica e della Grecia ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, parlando del Bruzio e ‘Britia’, a p. 66, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il Bruzio antico, i larga parte assorbito dai Longobardi che ne occuparono il territorio fra Laino e Cosenza, conservò il suo nome fino all’epca dell’imperatore bizantino Costante II (641-663); riassettandosi allora i territori bizantini, ad esso fu dato il nome di Calabria, che fino a quel tempo aveva indicato la penisola Salentina, la quale, a sua volta, incominciò a chiamarsi ‘Longobardia’ in concomitanza con la penetrazione longobarda in quelle terre. (Cfr. M. Schipa, ‘La migrazione del nome “Calabria”, estr. dall’Archivio Storico della Calabria, I, 1912.“. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La forma: BRITIA (VIII sec.) è riportata da Paolo Diacono (‘Historia Longobardorum’, II, p. 17: ecc..; la forma BRICIA (XI sec.) è registrata da Romualdo Guarna (‘Chonicon, in RR. II., SS. (2), VII, P. I ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Il Cantalupo (…), a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Dunque, secondo il Cantalupo, Buxentum (Bussento) mutò il suo nome in Policastro solo dopo l’occupazione Bizantina del IX secolo dell’Imperatore Niceforo Foca.

Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, nel suo capitolo “Costituzione del principato longobardo di Salerno”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Quando nel 640 il duca Arechi di Benevento tolse ai Greci, sul Tirreno, il territorio da Cuma ad Agropoli, la regione salernitana, la quale pure aveva sofferto non poco dalle prime incursioni dei Longobardi (1), ben presto ebbe ad avvantaggiarsi del nuovo dominio e soprattutto Salerno, che Arechi desiderò divenisse il porto del suo stato. Fatta allora oggetto di speciali cure, Salerno divenne la più cospicua città del Ducato (2) e la sua importanza si accrebbe poi di molto, quando il duca Arechi II, genero del re Desiderio, si proclamò principe di Benevento, e per prepararsi a resistere contro una probabile invasione franca (3), rese più sicure le mura e le torri di Salerno (1) e vi costruì un palazzo (2). Nell’840 poi, morto il pricipe Sicardo di Benevento, gli Amalfitani insorsero, si ordinarono in repubblica, e incitarono ecc…”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (1) postillava che: “(1) HERCHEMP., in R.I.S.T. vedi cap. 24, ricorda i saccheggi delle terre da Nocera a Sorrento e tali saccheggi son pure ricordati da Gregorio Magno, Epist. XI, 72”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lo studio più pregevole su questo periodo della storia salernitana è ‘Il principato longobardo di Salerno’ di M. Schipa, pubblicato nell’Archivio Stor. per le prov. nap. l’anno 1887. L’opera fu fatta sulla scorta sorattutto dei documenti dell’archivio della SS. Trinità di Cava.”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herchemp., op. cit., cap. III: “Francorum territus metu, inter Lucaniam et Nuceriam, (Salernum) urbem munitissimam et praexcelsam in modum tutissimi castri, idem Arechis opere munifico munivit, et nova fabrica reparavit.”. Il Carucci, a p. 120, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dice GREGOROVIUS – ‘Storia di Roma, trad. it. II, 426 – che Arechi, quando seppe che Carlo era presso Capua, si rifugiò a Salerno e la fortificò. Invece dal passo citato di Erchemperto, come pure per altri documenti del tempo (V. pure Eginardo, M.G.H., SS. 1, 169) rilevasi che la città era già fortificata e che Arechi dovè soltanto riparare e migliorare le fortificazioni esistenti.”. Sul dominio di Arechi I, su Wikipedia leggiamo che prese Salerno nell’anno 620, mentre il Crucci scrive che Arechi (riferendosi ad Arechi I) “Quando nel 640 il duca Arechi di Benevento tolse ai Greci, sul Tirreno, il territorio da Cuma ad Agropoli, ecc…”. Dunque, nell’anno 640, almeno Agropoli e credo anche altre città marittime come Velia (che nel frattempo avevano perso di importanza) e Bussento restarono sotto il controllo giuridico-amministrativo dei Vescovi che erano direttamente collegati attraverso il Papato al Ducato bizantino di Napoli. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Ecc..”. Dunque, nel VII secolo e fino alla fine del VII secolo, buona parte dei territori, escluso l’area salernitana, rimmasero saldamente in mano ai Bizantini, soprattutto la fascia costiera che va da Agropoli fino a Salerno. Nel 1898, monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974), a p. 384, in proposito scriveva che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno“. Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. E’ interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 330, dove, parlando di Buxentum e della lettera di papa Gregorio Magno che invitava il Vescovo Felice di Paestum a recarsi presso le sedi vacanti di vescovi a Velia, a Buxentum e a Blanda, in proposito scriveva che: “Ne è manzione nella lettera “Quod Velina” di papa Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, rifugiatosi, come si è detto, nella bizantina Agropoli (v.) per sfuggire all’irrompere delle orde longobarde di Zotone. Con essa il grande papa invitava il vescovo a visitare Velia, Policastro e Blanda prive di pastori, a ripristinarvi il culto e a tenerle in amministrazione apostolica, giurisdisdizione che, dopo l’ultimo vescovo Sabbazio (a. 640) continuò ad essere mantenuta salvo un brevissimo periodo nell’XI secolo (14), dai vescovi pestani fino ai primi del XII secolo (15).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. il mio ‘Pietro da Salerno’”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. Monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne Louis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), riferendosi ai fatti accaduti negli anni successivi la venuta delle orde longobarde di Zottone,  in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. I due studiosi si riferivano all’opera di Giuseppe Volpe (….), Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes). Il Volpe, continuando il suo racconto a p. 117, dopo aver detto di Bussento nel VI secolo scriveva pure del Mannelli (….): “Il che mi fa inferire come Bussento non solo riteneva in quel tempo antico e primiero suo nome, ma era esente dalle sventure, cui soggiacquero le città interne per opera principalmente dè goti e dei longobardi, i quali, come scrive il Mannelli (18), “essendo venuti dai paesi settentrionali, non havevano alcuna peritia dell’arte marittima; sicchè tutta la barbarie dei loro sforzi si sfogò contro le città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali, tanto più che potevano ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’impero greco, che haveva nel mare potente armata”. Ma nè tempi successivi dilatandosi le invasioni barbariche ancora nè luoghi littorani, non poche città incontrarono lacrimevole e totale sterminio: soprattutte Bussento subendo gli effetti così delle prospere come delle avverse vicende, provatasi invano di porre forte argine all’irrompente invasione, s’ebbe pur essa la sorte di essere intieramente eguagliata al suolo e ridotta ad un mucchio di rovine, e non si riebbe se non assai dopo col nome di ‘Policastro-Paleocastrum’ e ‘Pellicastrum’ (19). Più tardi, nè primi del decimo secolo ecc…”. Il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli citato dal Volpe (….), parlando di Policastro non dice nulla della probabile distruzione da parte forse dei Longobardi nell’anno 640. Come vedremo, riporto qui il passo integrale del Mannelli che per la parte di Policastro fu integralmente trascritto dal Gaetani. Il manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (….), per la parte che riguarda Policastro fu integralmente trascritta da Rocco Gaetani, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino nella storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel Sac. Rocco Gaetani”,  del 1880, Napoli, a pp. 20-21-22 scriveva che: “…; nè da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tanti altri di questi paesi trovasi scritto. Ne ciò sarà difficile a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte maritima, sicchè tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potevan ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città maritima e tanto fuor di mano da essi non fu assalita, ma fu posseduta da Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Il monaco Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto che stà alla Biblioteca Nazionale di Napoli, è l’unico autore che riferisce notizie circostanziate circa la presenza bizantina nella nostra area. Il Mandelli è chiaro. Egli parlando di Policastro scrive che i Bizantini, che chiama “Greci”, possedettero Policastro, anchi per la precisione egli scrive che non solo Policastro non fu conquistata dai longobardi e che all’epoca fu difesa dalle foze marittime dei Bizantini: ma fu posseduta da Greci Monarchi.”. Riguardo quell’epoca, riguardo il VII secolo d.C., il Mandelli o Mannelli scrive che Policastro, che nel frattempo aveva già mutato il suo nuovo nome, ebbe le prime sciagure solo grazie alle incursioni dei Saraceni. Il Mandelli forse si riferiva ai Saraceni che assoldò più tardi il principe Longobardo Arechi II. Il Mandelli scriveva che: Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Pare che il duca longobardo di Benevento Arechi I si sia servito di Saraceni e di Bulgari per conquistare una parte dei ducati Amalfitani e delle temata Bizantina da Salerno ad Agropoli. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, del 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc….Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc…..Il Volpe, a p. 117, citava anche il testo di Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini),  del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Il Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 9 (si veda versione a cura del Visconti), ruarda il Gatta e Policastro, postillava che: “(24) Constant. Gatta, Memor. Luc., cap. 2, pag. 34 (parte III, capo VI, p. 303, nota (a): Rusticus, episcopus Buxentinus, subscripsit tert. syn. Rom. sub Symmaco).”. Il Visconti che curò la nota riedizione del Laudisio si riferiva a Costantino Gatta (….), “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini), alla nota (a), p. 304, del cap. VI, dove il Gatta, postillava che: “(a) Livio nel lib. 34…….Livio lib. 39. Utrumque littus Italiae desertas Colonias, Sipontum Supero, Buxentum Infero mari in venisse &c. Carlo di San Paolo pag. 60 Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. Syn. Rom. sub Symmaco.”. Dunque, nella sua nota (a) a p. 304 il Gatta postillava che Bussento è citato in “Carlo di San Paolo pag. 60″, dove scrive che: “Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. Syn. Rom. sub Symmaco.”, riferendosi al testo di Luca Holstenio (….), “Note alll’Italia Antiqua” del Cluverio (….), di cui ho già parlato in un altro mio saggio. Il testo di Luca Holstenio è “Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii etc….”. Si tratta delle riflessioni postume al lessico geografico di Ortelio, alla Geografia Sacra di Carlo da S. Paolo e le riflesioni sull’Italia antica del Cluverio. L’Holstenio, nell’edizione del 1666, non scrive a p. 60, ma troviamo scritto su Buxentum a p. 22, parlando della Lucania scrive: “Buxentium &c. vulgo) Policastro…….Blanda &c. hodie ) Porto de Sapri”, mentre nelle sue riflessioni all’Ortellio: “Thesaurum Geographicum Annotationes a…”, a p. 60 non leggiamo ciò che postillava il Visconti. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini), a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“. Anche se riguarda gli anni sul finire del VI secolo è interessante l’analisi del Cantalupo. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 62-63, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Insediatisi nelle terre del golfo di Salerno, dove a Nord, la stessa Salerno resterà imprendibile per altri quarant’anni ed a Sud, Agropoli non sarà mai occupata, i Longobardi avanzarono lungo la solita via Annia nel vallo di Diano; lasciate momentaneamente tranquille le località a ridosso dei Monti Alburni e distrutta Marcelliana (4), si condussero tra il 590 ed il 591 nell’entroterra del golfo detto oggi di Policastro. Le scorrerie portate allora nei territori di Velia, Bussento e di Blanda, probabilmente col solo scopo di fare incetta di vettovaglie (5), determinarono l’abbandono dei vescovadi di questa città da parte del clero, rifugiatosi altrove, forse in Sicilia, dove avevano trovato scampo allo stesso pericolo anche molte monache della Lucania, come ricorda san Gregorio Magno in una sua lettera del 593 (1).”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V., n. 2, p. 53. Dell’abitato di Marcelliana (‘Marcellianum’) non si hanno notizie dopo il VI secolo, per cui è lecito mettere in relazione la sua scomparsa con la conquista longobarda.”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Dunque, Zottone regnò fino a il 591 circa ed il Cantalupo, in proposito citando il testo di Hirsch (….), “Il ducato di Benevento” (in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67), ricorda che Hirsch scriveva che: “dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, secondo il Cantalupo che citava Hirsch, nella nostra zona, durante tutto il VII secolo (da sul finire del VI secolo), per circa cento anni, di tutta la chiesa cattolica o l’ordinamento ecclesiastico non si hanno più notizie.

Nel VII sec. d.C., i monaci Bulgari fuggiaschi ed il rito d’Oriente

Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina.  Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. E’ invece in un altro testo che il Gaetani (…), ci parla di questo periodo storico. Si tratta del testo manoscritto del padre Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel il sacerdote Rocco Gaetani”, che pubblicò a Napoli nel 1880. Il Gaetani, a p. 21 così trascrive un passo del Mannelli: “a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte marittima, si che tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potean ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essa non fu assalita, ma fu posseduta dà Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia ecc…”. Dunque, il monaco Agostiniano Mannelli scriveva addirittura che Policastro fu posseduta dagli Imperatori d’Oriente (Greci-Bizantini).

Nel 641 d.C. (VII sec. d.C.), l’Imperatore Eraclio divise l’Impero bizantino in ‘themata’

Nel 641, la perdita delle province meridionali in favore degli Arabi, rese più forte l’ortodossia nelle province rimanenti. Eraclio divise l’impero in un sistema di province militari chiamate themata per fronteggiare gli assalti permanenti, con la vita urbana che declinava al di fuori della capitale, mentre Costantinopoli continuava a crescere consolidando la sua posizione di città più grande (e civilizzata) del mondo. I tentativi arabi di conquistare Costantinopoli fallirono di fronte alla superiorità della marina bizantina e al suo monopolio di una tuttora misteriosa arma incendiaria, il fuoco greco. Dopo aver respinto gli iniziali assalti arabi, l’Impero iniziò un progressivo e parziale recupero delle sue posizioni. Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della provincia della Lucania”, del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Egli a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“.

Nel 640-649 (?) (VII sec. d.C.), la bizantina Policastro e la sua probabile prima distruzione da parte dei Longobardi

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che:  “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, che vedremo. Da una qualche parte avevo erroneamente scritto che il Duchesne (si veda Barni a pp. 383-384) in proposito alla Regione III scriveva che: “Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (….).”, ma forse non si tratta di Duchesne ma si tratta di Natella e Peduto. In seguito vedremo ciò che scrisse Mons. Duchesne (….), trascritto nel testo di Gianluigi Barni. Sull’affermazione che: “…ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII, ecc..”, che leggo da qualche parte dei miei scritti aver copiato dal Duchesne, ma ciò non è così, è interessante la notizia secondo cui Policastro o l’antica Buxentum avesse subito una prima distruzione nell’anno 640, forse ad opera dei primi Longobardi che cercarono di impossessarsi di un territorio ancora controllato dai Bizantini. E’ interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 330, dove, parlando di Buxentum e della lettera di papa Gregorio Magno che invitava il Vescovo Felice di Paestum a recarsi presso le sedi vacanti di vescovi a Velia, a Buxentum e a Blanda, in proposito scriveva che: …..che, dopo l’ultimo vescovo Sabbazio (a. 640) continuò ad essere mantenuta salvo un brevissimo periodo nell’XI secolo (14), dai vescovi pestani fino ai primi del XII secolo (15).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. il mio ‘Pietro da Salerno’”. Dunque, in questo passaggio, l’Ebner ricorda che dopo la lettera di papa Gregorio Magno, Policastro avrebbe avuto un ultimo vescovo nell’anno 640: il vescovo Sabbazio. E’ forse da questo fatto che i due studiosi Natella e Peduto ci dicono che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che:  “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, ma come vedremo Giuseppe Volpe, riferendosi al manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….), no dice nulla dell’eventuale distruzione di Policastro nell’anno 640. Insomma, si fa ritenere che una probabile prima distruzione di Policastro sia avvenuta nell’anno 640 in quanto l’ultimo Vescovo di Policastro di cui siamo a conoscenza (prima della restaurazione della rinata Diocesi), sia Sabbazio. Nel 1898, monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974), a p. 384, in proposito scriveva che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno“. Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “……nel 649 al concilio romano,……..A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, il Vescovo di ‘Buxentum’, “Sabbazio”, partecipò e figura al Concilio dei Vescovi Romani del 649. La figura di Sabbazio l’analizzeremo in seguito. Il Duchesne (….), scrive pure che “nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, dopo il 679, ed in particolare dopo l’anno 649, con Sabbazio non si sa più nulla di Policastro, forse ancora chiamata Buxentum. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…“. Dunque, il Mannelli nel suo manoscritto inedito arriva all’anno 1079 quando dice che Policastro, col suo nuovo nome e già in mano ai Normanni fu elevata a Diocesi per la seconda volta. Dunque, è proprio questo il passaggio a cui si riferiva il Volpe (…). Il Mannelli attribuisce ai Vandali d’Africa, “anzi della vicina Sicilia che avevano occupata”, le frequenti incursioni sulle nostre coste del Tirreno e del mare Ionio, e dice pure “e, particolarmente la città marittima di Buxento”. Forse si riferiva ai Vandali d’Africa di Genserico ma se così fosse non si tratta dell’anno 640, ma ciò accadde al tempo di Genserico ovvero verso il VI secolo. Tuttavia il Mannelli scrive:  “Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi;”. Dunque, il Mannelli scrive che Buxentum (ancora non era Policastro) fu di sicuro distrutta dai Saraceni d’Africa ma non sa dire quando questo avvenne. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, proseguendo il suo racconto sui Bizantini e Longobardi, a p. 39 scriveva che: “I rappresentanti dell’Imperatore d’Oriente rimasero ancora per anni nel Golfo di Policastro anche dopo la venuta di Arechi (640) che tolse loro i territori da Agropoli in su. Mentre Salerno risorgeva per opera di Arechi II che la fortificava e l’abbelliva il territorio del Golfo veniva ancora tormentato, questa volta, dalle reiterate incursioni dei Saraceni.”.

Nel 649 (VII sec. d.C.), il Concilio Lateranense sotto Papa Martino I ed i Vescovi di Blanda Pasquale e di Bussento Sabbazio

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). Il Concilio Lateranense di Papa Martino I, riguardo le notizie sulla nostra zona fu citato anche da Mons. Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, dove, l’alto prelato, già Vescovo della Diocesi di Policastro, a p. 68 (si veda il testo a cura di G. G. Visconti), scriveva che: “Perciò nel Concilio di Nicea del 325, che stabilì con le disposizioni canoniche XV, XVI e XVII i confini di ciascuna diocesi, partecipò assieme ad altri 318 vescovi anche Marco, vescovo di Calabria – allora la Lucania e la Calabria costituivano una provincia sola – Così pure Rustico, vescovo di Bussento, partecipò al III Concilio Romano indetto nel 502 dal pontefice S. Simmaco; e successivamente Sabbazio, vescovo di Bussento, partecipò al Concilio Lateranense dei centoquattro vescovi, che al tempo del pontefice S. Martino condannarono nel 649 i monoteliti *, come risulta dal Binnio (tomo IV, p. 736.).”. Dunque, il Laudisio (….) scriveva che, secondo il Binnio (….) il vescovo di Bussento, Sabbazio, nell’anno 649 partecipò insieme ad altri 104 vescovi al Concilio Lateranense indetto da Papa Martino I. Dunque, il Laudisio si riferiva al testo di Severino Binio (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, p. 736, del 1606. Ma come vediamo in questa pagina è molto probabile che non sia corretta la postilla del Laudisio. Il concilio Lateranense fu tenuto dal 5 all’31 ottobre 649 nella Basilica lateranense sotto la presidenza di Papa Martino I. Il concilio, causato dal conflitto che opponeva Costante II alla Chiesa di Roma in merito all’eresia monotelita, si riunì nella chiesa del Laterano e vi presero parte 105 vescovi (principalmente provenienti da Italia, Sicilia e Sardegna, più alcuni dall’Africa e da altre aree), si svolse in cinque sessioni, dette secretarii, dal 5 ottobre al 31 ottobre 649. Il sinodo produsse venti canoni di condanna dell’eresia monotelita, dei suoi autori, e degli scritti che questa aveva promulgato. Nella condanna erano incluse non solo le Ectesi, ovvero le esposizioni di fede del patriarca Sergio I, delle quali si era fatto sostenitore l’imperatore Eraclio, ma anche il Tipo del patriarca Paolo II (641-653) – successore di Pirro I (638-641), successore di Sergio – che godeva del supporto dell’imperatore regnante; inoltre «sancì l’esistenza in Cristo di due volontà e di due capacità operative». Anche se il concilio si opponeva agli atti imperiali si ebbe «cura di usare espressioni del più grande rispetto verso le persone degli imperatori e di contenere il dissenso nell’ambito più spiccatamente religioso». Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò il Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio (18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Mons. Curzio (….), dice in proposito di Blanda: Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Domenico Romanelli (….) ed il Troyli (….), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. La notizia, era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne Louis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Sempre il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. Ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, il Cantalupo, ci dice che risultano al Concilio Romano dell’anno 649, troviamo Pasquale Vescovo di Blanda e Sabazio vescovo di Bussento, insieme al Vescovo Pestano Giovanni. Domenico Romanelli (….) ed l’abbate Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria il Laudisio (….) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: “…e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Il Laudisio, trae questa notizia da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736″. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che collaborò con il Visconti (….) alla stesura del testo del Laudisio (….) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc…”, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Giuseppe Volpe (….), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, del 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. Il Binnio a p. 148, del vol. II scrive del Quinto Concilio Romano. Il Volpe citava il testo di Severino Binnio, il vol. II, p. 148. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc…Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Dunque, anche il Gaetani scriveva che nel VII secolo, dopo il vescovo di Bussento, Sabbazio, non troviamo notizie della Diocesi per un certo periodo. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). III. Sabbazio, che nel 649 trovavasi al concilio romano del papa Martino I contro i monoteliti. Nè di più se ne sa.”.

Nel 649 d.C. (VII secolo), Sapri (forse Blanda ?) aveva un porto ed una comunità cristiana

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal Tancredi (2) che, in un suo scritto su Sapri affermava: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (2), riguardo questa notevolissima notizia che ci riporta di secoli indietro nella ricostruzione storiografica di Sapri, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. Del VII secolo, il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (11), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (14) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Dal punto di vista storiografico, ci chiediamo quale fosse l’origine dell’interessantissima notizia riferitaci dal Tancredi (2), secondo cui: “Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (2), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Da quale autore il Tancredi traeva l’interessantissima notizia ?. Domenico Romanelli (….) ed l’abbate Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649. (….).

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. Ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Dunque, il Cantalupo, ci dice che risultano al Concilio Romano dell’anno 649, troviamo Pasquale Vescovo di Blanda e Sabazio vescovo di Bussento, insieme al Vescovo Pestano Giovanni. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. La notizia, era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Sempre il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”.  Un altro erudito, Nicola Curzio (….), parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (43), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (43). Il Curzio, dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “.

Nel ‘649 d.C. (VII sec. d.C.), Sapri aveva un porto ed una comunità cristiana

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci da Luigi Tancredi (4) che, in un suo scritto su Sapri affermava: “Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (4), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. Come si è visto dai nostri studi ed approfondimenti in base alla storiografia locale ed alla toponomastica dei luoghi indicati come ad esempio sulle antiche carte nautiche, oltre alle evidenze storiche che derivano dalle preesistenze archeologiche in località S. Croce e quelle sparse per le colline sapresi, soprattutto i rinvenimenti in località ‘Cordici‘, oppure le notizie riportate da alcuni storici del ‘600 come Costantino Gatta (31) e del ‘700 come l’Antonini (24), dopo la caduta dello Impero romano, le notizie storiche riguardo Sapri ed il Gofo di Policastro in genere, si fanno labili e scarse, tanto da far ritenere alcuni studiosi che questi siti, come ad esempio il porto romano di Sapri, dopo la caduta dello Impero romano, fossero stati del tutto abbandonati. Del VII secolo, il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scrive in proposito: Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese.” Di quegli anni, il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Dal punto di vista storiografico, qual’è l’origine dell’interessantissima notizia riferitaci dal Tancredi (4), secondo cui: “Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.” . Il Tancredi (4), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Credo che il Tancredi, tragga l’interessante notizia da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (6-7) e poi dal Duchesne (32). Infatti, il Romanelli (33) ed il Troyli (34), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa me-moria il Laudisio (6) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: ” …e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Riguardo questa notizia, il Laudisio la trae da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736”. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo (di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò G.G. Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio – 18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice ‘S. Martino’, vi partecipò il suo vescovo Sabbazio, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600. Da Wikipedia, riguardo Blanda, sede vescovile leggiamo che:  La diocesi è ancora attestata nel 649, quando il vescovo Pasquale prese parte al sinodo indetto in quell’anno da papa Martino I. Un altro sinodo indetto da papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da Gaudeosus Blandas, chiamato anche Gaudioso Blaudero; la «presenza di questo vescovo testimonierebbe il passaggio della Calabria settentrionale al dominio longobardo, poiché in quel periodo ai vescovi bizantini del resto della regione era impedita la partecipazione ai consessi indetti dai pontefici». Sono stati sollevati dubbi sull’appartenenza di tutti questi vescovi a Blanda. Ferdinando Ughelli, per esempio, e gli autori che ne dipendono (Gams e Cappelletti) attribuiscono i vescovi Romano e Gaudioso alla diocesi di Blera nella Tuscia. Alcuni storici poi ipotizzano che, distrutta Blanda, i vescovi si siano trasferiti a Cirella, il cui vescovo Romano avrebbe preso parte al sinodo romano del 649.

Nel ‘649 (VII sec. d.C.), per Lanzoni l’ubicazione di “Blanda Iulia”, nel Porto di Sapri

Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando delle antiche Diocesi crisiane, oltre a citare quella di “Buxentum”, cita quella di “Blanda Julia (Porto di Sapri)” , in proposito scriveva che:

Lanzoni

(Fig….) Lanzoni (…), p. 323

Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”Riguardo Sapri, il Lanzoni, a p. 323, in proposito scrive che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanne” : 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse Bleranae (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Di questi argomenti ho parlato nel mio saggio ivi: ‘La città sepolta nelle campagne sapresi’ e in ‘L’opera di cristianizzazione, le prime diocesi, l’anacoretismo ascetico ed il monachesimo nel basso Cilento’. Nei due miei saggi, cerco di fare il punto su ciò che è stato ipotizzato e scritto circa la presenza e le testimonianze di monaci iconoduli e basiliani stanziatisi nella notra terra. Ma come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, sebbene scrivesse “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc.., non riporta vescovi nell’anno 640 o 649. Il Lanzoni, scrive di Blanda Iulia, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinono romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (2), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, in proposito scriveva che: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino, e nell’anno 743, l’altro vescovo chiamato “Gaudioso” presente al Sinodo romano di papa “Zaccaria”. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (15) che, sulla scorta del Duchesne (14), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). La notizia, era stata confermata dal Duchesne (14) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11). Dunque, alla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di Blanda Iulia al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Vi sono delle evidenti contraddizioni in Tancredi (…), in quanto egli ha scritto che nel VII secolo d. C., a Sapri, che il Lanzoni (…), crede essere il “Portus” di Blanda Iulia, altra diocesi del Tirreno, “aveva un porto chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel 649” e, dall’altra parte, sempre parlando delle diocesi tirreniche in quel periodo, scriveva che vi era stato un silenzio di notizie storiche dagli anni 640 al 743, in quanto a suo avviso, questa zona, era occupata dai Bizantini che includeva la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli e non dalla chiesa Romana.

Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda…… Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (…). Dunque, alla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di Blanda Iulia al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Riguardo la citazione del Mansi (…), si tratta di Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, vol. X, Florentiae 1764, coll. 863-1188.

Vi sono delle evidenti contraddizioni in Tancredi (…), in quanto egli ha scritto che nel VII secolo d. C., a Sapri, che il Lanzoni (…), crede essere il “Portus” di Blanda Iulia, altra diocesi del Tirreno, “aveva un porto chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel 649” e, dall’altra parte, sempre parlando delle diocesi tirreniche in quel periodo, scriveva che vi era stato un silenzio di notizie storiche dagli anni 640 al 743, in quanto a suo avviso, questa zona, era occupata dai Bizantini che includeva la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli e non dalla chiesa Romana.

Nel 640-649 (?) (VII sec. d.C.), la bizantina Policastro e la sua probabile prima distruzione da parte dei Longobardi

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che:  “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, che vedremo. Da una qualche parte avevo erroneamente scritto che il Duchesne (si veda Barni a pp. 383-384) in proposito alla Regione III scriveva che: “Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (….).”, ma forse non si tratta di Duchesne ma si tratta di Natella e Peduto. In seguito vedremo ciò che scrisse Mons. Duchesne (….), trascritto nel testo di Gianluigi Barni. Sull’affermazione che: “…ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII, ecc..”, che leggo da qualche parte dei miei scritti aver copiato dal Duchesne, ma ciò non è così, è interessante la notizia secondo cui Policastro o l’antica Buxentum avesse subito una prima distruzione nell’anno 640, forse ad opera dei primi Longobardi che cercarono di impossessarsi di un territorio ancora controllato dai Bizantini. E’ interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 330, dove, parlando di Buxentum e della lettera di papa Gregorio Magno che invitava il Vescovo Felice di Paestum a recarsi presso le sedi vacanti di vescovi a Velia, a Buxentum e a Blanda, in proposito scriveva che: …..che, dopo l’ultimo vescovo Sabbazio (a. 640) continuò ad essere mantenuta salvo un brevissimo periodo nell’XI secolo (14), dai vescovi pestani fino ai primi del XII secolo (15).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. il mio ‘Pietro da Salerno’”. Dunque, in questo passaggio, l’Ebner ricorda che dopo la lettera di papa Gregorio Magno, Policastro avrebbe avuto un ultimo vescovo nell’anno 640: il vescovo Sabbazio. E’ forse da questo fatto che i due studiosi Natella e Peduto ci dicono che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che:  “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, ma come vedremo Giuseppe Volpe, riferendosi al manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….), no dice nulla dell’eventuale distruzione di Policastro nell’anno 640. Insomma, si fa ritenere che una probabile prima distruzione di Policastro sia avvenuta nell’anno 640 in quanto l’ultimo Vescovo di Policastro di cui siamo a conoscenza (prima della restaurazione della rinata Diocesi), sia Sabbazio. Nel 1898, monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974), a p. 384, in proposito scriveva che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno“. Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “……nel 649 al concilio romano,……..A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, il Vescovo di ‘Buxentum’, “Sabbazio”, partecipò e figura al Concilio dei Vescovi Romani del 649. La figura di Sabbazio l’analizzeremo in seguito. Il Duchesne (….), scrive pure che “nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, dopo il 679, ed in particolare dopo l’anno 649, con Sabbazio non si sa più nulla di Policastro, forse ancora chiamata Buxentum. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…“. Dunque, il Mannelli nel suo manoscritto inedito arriva all’anno 1079 quando dice che Policastro, col suo nuovo nome e già in mano ai Normanni fu elevata a Diocesi per la seconda volta. Dunque, è proprio questo il passaggio a cui si riferiva il Volpe (…). Il Mannelli attribuisce ai Vandali d’Africa, “anzi della vicina Sicilia che avevano occupata”, le frequenti incursioni sulle nostre coste del Tirreno e del mare Ionio, e dice pure “e, particolarmente la città marittima di Buxento”. Forse si riferiva ai Vandali d’Africa di Genserico ma se così fosse non si tratta dell’anno 640, ma ciò accadde al tempo di Genserico ovvero verso il VI secolo. Tuttavia il Mannelli scrive:  “Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi;”. Dunque, il Mannelli scrive che Buxentum (ancora non era Policastro) fu di sicuro distrutta dai Saraceni d’Africa ma non sa dire quando questo avvenne. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, proseguendo il suo racconto sui Bizantini e Longobardi, a p. 39 scriveva che: “I rappresentanti dell’Imperatore d’Oriente rimasero ancora per anni nel Golfo di Policastro anche dopo la venuta di Arechi (640) che tolse loro i territori da Agropoli in su. Mentre Salerno risorgeva per opera di Arechi II che la fortificava e l’abbelliva il territorio del Golfo veniva ancora tormentato, questa volta, dalle reiterate incursioni dei Saraceni.”.

Nel 661 (VII sec. d.C.), il Ducato Napoletano (Ducato bizantino di Napoli)

Il Ducato di Napoli all’origine fu una provincia bizantina (Thema) retta da un governatore militare (dux). Come in altri territori bizantini d’Italia, la nobiltà locale riuscì a rendere il ducato uno stato autonomo e a rendere ereditaria la carica di duca. Lo stato, che durò per oltre cinque secoli nell’alto Medioevo, è noto anche con il nome di Ducato napoletano. Nel VII secolo il Ducato comprendeva, oltre a Napoli, la ristretta area delle zone costiere (come le vicine Amalfi e Gaeta) che i Longobardi non erano riusciti a conquistare. Si estendeva nell’area dell’attuale città metropolitana di Napoli comprendendo, oltre la città, il Vesuviano, la Penisola sorrentina e l’Isola di Capri, l’Area flegrea e le isole d’Ischia e Procida, l’Afragolese, i territori di Pomigliano d’Arco, Caivano, Sant’Antimo, Giugliano (fino al Lago di Patria), il Nolano, oltre a zone dell’attuale provincia di Caserta come l’Aversano. All’inizio del IX secolo il Ducato comprendeva anche Salerno. Nell’866 l’isola Capri fu donata ad Amalfi in seguito ad un trattato. La popolazione della capitale, Napoli, oscillava in quel periodo tra i trentamila ed i trentacinquemila abitanti. Il palazzo ducale era sito nell’antico quartiere del Nilo, fra l’attuale collina di Monterone e Spaccanapoli. Il complesso era caratterizzato da cortili, porticati e giardini. La data di nascita del ducato di Napoli è incerta. Se è vero infatti che a Napoli vi era un dux (duca) fin dalla guerra gotica (il primo fu Conone, nominato da Belisario), è altrettanto vero che all’inizio non aveva poteri civili ma solo militari (la massima autorità civile era lo Iudex Campaniae). La formazione del ducato fu un processo graduale, che portò a una sempre maggiore importanza del dux, che nel 638 diventò infine la massima autorità civile e militare. Dal 638 in poi, i poteri civili e militari vennero accentrati in un duca (dux), nominato dall’imperatore e sottoposto prima all’esarca di Ravenna e dopo la fine dell’esarcato allo stratega di Sicilia. Nel 661, ridottosi il pericolo longobardo, Costante II nominò duca Basilio, un funzionario locale: fu il primo passo verso la formazione di uno stato indipendente da Bisanzio. Secondo alcuni storici risale ad allora l’autonomia del ducato, che però continuò a far parte, almeno nominalmente, dell’Impero bizantino. Il Ducato di Napoli fu coinvolto, fin dalla sua nascita e per tutta la sua esistenza, in una continua e quasi ininterrotta sequenza di guerre, principalmente difensive, contro la pressione dei suoi potenti e numerosi vicini. Tra questi, principalmente, i principati longobardi di Benevento, di Salerno e di Capua, i corsari Saraceni, gli imperatori bizantini, i pontefici e, infine, i Normanni, che lo conquistarono definitivamente nel 1137, ponendo fine alla sua storia. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “La situazione restò comunque caotica fino ai principi del secolo VII, poi migliorarono i rapporti fra la Chiesa e i Longobardi (3), lentamente ripreso i contatti commerciali (4) i Bizantini effettuarono una riorganizzazione generale dei loro possedimenti superstiti; il territorio tirrenico dell’antica Lucania fu senz’altro aggregato a quello di Napoli, dove come massima autorità vi era un ‘ludex Campaniae’, di nomina imperiale, che aveva giurisdizione anche sulle aree costiere fra Salerno e la stessa Napoli, anch’esse rimaste saldamente nelle mani dei Greci. Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 65, nella sua nota (3) postillava che: “(3) V. la lettera del 601 di Gregorio Magno ad Arechi; GREGORII M., Reg., IX, 125.”. Il Cantalupo, a p. 65, nella sua nota (4) postillava di alcune monete trovate a Paestum. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Vedi, p. 75”. Il Cantalupo, a p. 75, si riferiva all’VIII secolo. Dunque, il Cantalupo scrive che al principio del VII secolo, la Bricia e la lucania Occidentale, ovvero gran parte del basso Cilento e del Cilento tutto, dipendevano dal ducato di Napoli che era tutto bizantino e che tale restò fino alla conquista del duca longobardo di Benevento, Arechi I. Il regno longobardo di Arechi I era praticamente indipendente, perché il suo ducato era separato dalla Langobardia Maior dal Corridoio bizantino. Il Cantalupo, scrive che, sebbene Arechi I avesse conquistato il Salerno nel 620, le nostre zone erano amministrate da Vescovi che assolvevano le funzioni giuridico-amministrative più importanti sostituendosi al “sacro Palatio” dei Longobardi. Dunque, secondo il Cantalupo, il territorio del Golfo di Policastro, verso la metà del VII secolo doveva appartenere al territorio ancor Bizantino della “Bricia” longobarda. Giacinto Romano e A. Solmi (….), nel loro ‘Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888)’, ed. Vallardi, Milano, 1940. Infatti, i due autori, Solmi e Romano, nel capitolo IV: “L’Italia bizantina e la controversia monotelitica”, a p. 342, in proposito scrivevano che: “f) Ducato di Napoli. Era costituito dal resto della Campania non aggregato al ducato di Roma, ma ridotto soltanto alla costa, da Cuma a Salerno, e alle isole dipendenti di Ischia, Procida e Capri. Nell’interno i Greci possedevano Atella, Acerra e Nocera, ma la frontiera era molto incerta per i continui assalti dei duchi longobardi di Benevento, che s’impadronirono di Salerno intorno alla metà del VII secolo (6). g) Sparsi frammenti di dominio bizantino erano ancora nella Lucania, nel Bruzio, nell’Apulia e nella Calabria. Nella Lucania i Greci conservarono solo Agropoli. Più solidamente invece si mantennero nel Bruzio, dove le conquiste longobarde non andarono più in là di Cosenza (680). Ecc…”. I due autori, a p. 360, nella loro nota (6) postillavano che: “Sulle origini del ducato di Napoli si veda M. Schipa, ‘Storia del ducato napolitano, Napoli, 1895, p. 41. Se la prima apparizione del ducato si collega con la venuta in Italia di Costante II, la data del 661 accolta dallo Schipa sembra possa essere protratta di qualche anno, almeno sino al 663. (Si v. ancora, sul ducato di Napoli, lo studio di M. Schipa, ‘Sopra una “Societas” napoletana dei tempi ducali’, in Atti Acc. Pontan., XXXIX, 1909 e gli studi sul Ducato ora raccolti nel vol. I ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia’, Bari, 1923; F. Ciccaglione, ‘Le istituzioni politiche e sociali dei ducati napoletani’, Napoli, 1892; P. Fedele, ‘Il catalogo dei Duchi di Napoli’, in Arc. Stor. p. le Prov. Napol., XXVIII, 549-573 e per l’ediz. critica del Catalogo dei Duchi di Napoli, ivi, XXXII, fasc. 1, a. 1907.”.

Nel 662-663 (VII sec. d.C.), Grimoaldo I ed il suo Ducato Longobardo di Benevento fu assaltato dall’Imperatore di Bisanzio Costante II

Recentemente, il Comune di Padula ha curato la ristampa di una tesi di laurea di Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. 69, in proposito scriveva che:  “Il Vallo di Diano…..Certamente esso no dové neanche rimanere estraneo all’impresa di Costante secondo nel Mezzogiorno, nel primo decennio della seconda metà del settimo secolo, essendo il Vallo un passaggio quasi obbligato per raggiungere la Calabria e, pertanto, attraversato dall’Imperatore nel suo passaggio da Napoli a Reggio nel luglio del 663 (190). E il contributo bizantino, fors’anche voluto da un indiretto intervento imperiale, nella formazione di Padula tra nono e decimo secolo s’evidenzia in due indicazioni toponomastiche, le quali affiancano il primo nucleo arroccato, e sono il ‘Tréscine’ (“alla Crocevia del trescene” (191)), ch’è ai piedi del poggio occupato dal Càssaro, nei pressi di S. Clemente etc..”. Il Tortorella, a p. 84, nella nota (190) postillava che:  “(190) Nella ricostruzione grafica, inoltre, dalla partizione politica dell’Italia del sesto secolo, secondo la ………………(dhiijisis: ‘descrizione’) di Giorgio Cipro, il Cilento, la Lucania meridionale, il Salento sono compresi nell’………………………….(Eparkhjia Kalavrias: ‘Provincia di Calabria’): cfr. P.M. Conti, L’Italia bizantina nella “Descriptio orbis romani” di Giorgio Cipro, in “Memoria dell’Accademia Lunigianese di Scienze “G. Capellini”, XL (1970), pp. 88-93 e la seconda tavola in apendice. Vedi, per il racconto storico, R. Maisano, La spedizione italiana dell’imperatre Costante II, in “Siculorum Gymnasium”, XXVIII, 1 (gennaio-giugno 1975), pp. 141-143.Per l’incidenza dell’avvenimento nel Vallo, cfr. F. Bulgarella, op. cit., p. 30.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 30, in proposito scriveva che:  “Né la spedizione di Costante II produsse alcuna inversione di tendenza. E’ vero che il ‘basileus’, sbarcato a Taranto nel 63, raggiunse Roma attraverso il tradizionale itinerario – via Traiana e via Appia – che collegava i porti pugliesi all’antica capitale; e che, poi, discese in Sicilia per la via di terra da Napoli a Reggio, servendosi forse della Popilia e, quindi, attraversando il Vallo. Ma i suoi tentativi, sovente falliti, di espugnare Lucera, Acerenza e Benevento sembrano finalizzati più all’esigenza occasionale di aprirsi una via di transito, che no all’intento di combattere ssematicamente i longobardi. Insediatosi a Siracusa, capitale effettiva dell’Impero dal 663 al 668, Costante II ebbe cura di consolidare i possedimenti rimasti nel Mediteraeo centrale e, in particolar modo, di restringere i legami amministrativi fra la Sicilia ed il Meridione peninsulare ancora bizantino, i cui collegamenti con l’esarcato erano ormai difficoltosi (80). Dunque, fra longobardi e bizantini si profila una delimitazione delle rispettive sfere di presenza e di influenza.”. Nell’anno 663, la città di Benevento fu messa sotto assedio dai bizantini che, guidati dall’Imperatore di Bisanzio Costante II, erano sbarcati a Taranto nel tentativo di recuperare i domini perduti e ristabilire l’autorità dell’Impero sul meridione d’Italia. L’imperatore bizantino Costante II, tentò di riconquistare l’intera Italia e sbarcò con forti contingenti militari nel Meridione; irruppe nei territori della Puglia sottomessi al ducato di Benevento, ottenne alcuni successi su Romualdo e cinse d’ assedio la stessa Benevento. Nato dall’unione di Grimoaldo con Ita (Itta), Romualdo si trovò in giovane età a reggere il ducato in luogo del padre divenuto Re a Pavia. Nell’anno 663, Romualdo dovette sostenere l’assalto dell’imperatore bizantino Costante II. Il figlio Romualdo I, fu duca di Benevento dal 671 al 687, già reggente in luogo del padre Grimoaldo dal 662 in seguito alla spedizione del padre per Pavia ed alla successiva usurpazione della corona di re dei Longobardi ai danni del fratello Pertarito. Romualdo I (figlio di Grimoaldo) difese coraggiosamente la città e respinse l’Imperatore bizantino Costante II verso Napoli. Nell’anno ‘663 Grimoaldo ottenne anche un’importante vittoria contro i Bizantini anche grazie alle resistenze del giovane figlio Romualdo I. L’intervento in forze di Grimoaldo costrinse tuttavia l’imperatore Costante II a ritirarsi a Napoli, dopo aver subito gravi perdite. La vittoria rafforzò la posizione del re, ancora precaria. In seguito suo figlio Romualdo passò all’offensiva e occupò l’intera Puglia, con la sola eccezione di Otranto. Dopo queste vittorie i Longobardi, ebbero campo aperto verso la Puglia centro-meridionale che verrà sottratta ai Bizantini e inglobata nel ducato.

Nel 667 (VII sec. d.C.), Grimoaldo I, duca del ducato Longobardo di Benevento ed i Bulgari di Altzek

Giacomo Racioppi nel suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: “Con gli Albanesi di Scanderberg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tutt’ora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colla-Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti (3), non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora) il nome Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca-Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano.”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, ci parla dei Bulgari di Altzek che si recarono da Grimoaldo I. Riguardo Grimoaldo I, duca del ducato longobardo di Benevento e dei Bulgari di Altzek ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baronie popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 31, in proposito scriveva che: “Ciò a conferma che il vasto patrimonio della santa sede esistente in quella regione non era stato avocato dai duchi di Benevento (63).”. In questo passaggio l’Ebner ci parla dei Longobardi del ducato di Benevento ai tempi di Arechi II e poi di Grimoaldo, suo figlio, che iniziano ad ammorbidire la loro politica verso la chiesa. Ebner, a p. 31, nella sua nota (63) postillava che: “(63) Notevole in quei tempi la carenza demografica se il duca Grimoaldo I (647-671) fu costretto a consentire l’immigrazione di colonie di Bulgari nel beneventano e nella pianura pestana, da cui, poi, s’irradiarono fino al lontano monte Bulgheria; Ebner, Economia e Società, I, p. 28; cfr. P. Dicono cit., V., 29: “In quel tempo 667 il duca dei Bulgari, Altzek, non so perchè uscito dalla sua patria, entra pacificamente in Italia e si presenta con tutta la sua gente del suo ducato da re Grimoaldo mettendosi al suo servizio e chiedendogli di stabilirsi nel suo regno. Egli l’invitò a recarsi a Benevento presso il proprio figlio Romualdo, al quale ordinò di assegnare al duca località dove potersi stanziare insieme col suo popolo. Romualdo li accolse benignamente e l’insediò in vasti terreni rimasti fin allora deserti, cioè Sepiano (Sepino), Boviano (Bovino), Isernia ed altre città coi loro territori” ordinando ad Altzek che, deposto il titolo di duca, si chiamasse gastaldo. Ai tempi di Paolo Diacono gli abitanti di quei luoghi non avevano dimenticato la propria lingua.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II a p. 487 parlando di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, Pietro Ebner parlando di S. Giovanni a Piro scriveva che il villaggio  “…è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, l’Ebner riguardo al toponimo di “Bulgheria” scriveva che esso ricordava l’immigrazione bulgara in Italia del 667. Infatti, l’Ebner (….), a p. 487, nella sua nota (1) postillava che: “(1) P. Diacono cit., VI 29.”. Pietro Ebner citava l’opera di Paolo Diacono. Paolo Diacono (in latino: Paulus Diaconus, pseudonimo di Paul Warnefried o Paolo di Varnefrido o anche Paolo di Warnefrit (Cividale del Friuli, 720 circa – Montecassino, 13 aprile 799) è stato un monaco cristiano, storico, poeta e scrittore longobardo di lingua latina. La Historia Langobardorum, in sei libri, è un’opera che nello stile si riconosce nel latino monacale, ma nei contenuti è passionalmente longobarda dove giustifica ogni azione ed ogni forma di conquista come prestabilite dal fato. La strutturò come ideale continuazione dell’Historia Romana dai tempi di Giustiniano. Anche questa è una storia tronca, la ferma a Liutprando, cristallizzandola al massimo splendore e omettendone la decadenza. È un libro molto importante anche per lo studio della storia degli sloveni, poiché esso risulta la fonte storiografica più antica che documenta l’arrivo delle popolazioni slave nella pianura friulana attorno al 670. La Historia Langobardorum è l’opera più importante scritta da Paolo Diacono. È suddivisa in sei libri e tratta della storia del popolo Longobardo dalle origini al suo apice: la morte del re Liutprando nel 744. Esistono 115 copie dell’originale, ora perduto, e una delle copie più antiche e corpose è il Codice Cividalese (Cod. XVIII) della Historia Langobardorum, conservato nel Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli. Dunque, Pietro Ebner cita il VI libro della ‘Historia Longobardorum’, p. 29 e cita anche l’anno 670 in cui Paolo Diacono ci parla della venuta nel basso Cilento dei Bulgari. Il VI libro parla della storia da Cuniperto alla morte di Liutprando. Qui si ferma la storia, cristallizzata al momento in cui la decadenza non era iniziata; fra l’altro è il periodo vissuto in prima persona da Paolo Diacono, nella prima parte della sua vita. Il Sesto Libro s’interrompe durante il regno di Re Liutprando e pare che il motivo di tale interruzione sia che Paolo Diacono abbia tralasciato volontariamente la parte di storia successiva al regno di Liutprando, in modo tale da non dover descrivere il periodo della decadenza e la vittoria dei Franchi ai danni del suo popolo. Il Khan (Principe) Bulgaro Alsec giunse in Italia nel VII secolo, con un seguito di circa 2000 seguaci, chiedendo, e ottenendo, d’apprima ospitalità ai Bizantini dell’esarcato bizantino  di Ravenna. Si mosse poi al sud col permesso di Grimoaldo I duca di Benevento alla guida di circa 700 individui. Paolo Diacono (il maggior storico dei Longobardi, cronista di Carlo Magno, libro V, 29, la cui storia si era arrestata all’epoca di Liutprando), nella sua cronaca scrisse che nell’anno 652 circa, condotti dal loro duca Alzeco (anche Alzecco, Altsek, Alcek) cercarono rifugio dagli avari con i longobardi e richiesero della terra al re longobardo Grimoaldo I, del Ducato Longobardo di Benevento, in cambio dei servizi militari “per una ragione sconosciuta“, sistemandosi all’inizio vicino a Ravenna e in seguito muovendosi verso sud. Grimoaldo, spedì Alzeco e i suoi seguaci verso il Ducato di Benevento per dare una mano a suo figlio Romoaldo e venne loro assegnata da lui la terra a nord-est di Napoli nelle “spaziose, ma al tempo deserte” città di Sepino, Bovianum (Boiano) e Isernia, nell’odierno Molise. Invece di essere confermato quale duca, Alzeco venne insignito del titolo longobardo di gastaldo. Paolo Diacono, nella sua Historia gentis Langobardorum, scrisse dopo il 787 che al suo tempo i bulgari abitavano ancora quell’area e che avevano cominciato a parlare “latino” anche se “non hanno dimenticato l’uso della propria lingua”.

Nel 679 (VII sec. d.C.), la scomparsa delle prime Diocesi cristiane di Velia, Bussento e Blanda

Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive Gianluigi Barni (8), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (….). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 69, dopo aver detto delle conquiste del territorio salernitano da parte dei Longobardi Beneventani, in proposito scriveva che: “I Bizantini erano in gravissime difficoltà in Oriente (1) ed avevano praticamente abbandonata a se stessa l’Italia; forse fu allora la flotta di Napoli, presente nelle acque della Lucania ‘Occidentale’, a garantire strettamente la sopravvivenza di Agropoli, a non fu in grado di arginare la penetrazione beneventana del massiccio del Cilento. La regione, unitamente alla limitrofa Britia, costituivano gli ultimi baluardi greci frapposti tra i possedimenti longobardi della Campania e quelli di Calabria, sicchè vennero investiti negli anni tra il 671 ed il 677, al tempo del duca Romualdo, lo stesso che strappò ai Bizantini vasti territori della Puglia (2), dando al Ducato Beneventano quell’estensione che, con poche variazioni, avrebbe conservata anche in seguito. La precaria situazione delle due regioni è documentata dal fatto ce nel Concilio Romano del 679 furono assenti non solo il vescovo “pestano” di Agropoli, ma anche quelli di Blanda e di Bussento. La conquista ebbe un assetto definitivo solo nei primi tempi del ducato di Arechi II, ecc…”. La notizia era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, p. 384), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Sulla Diocesi di Bussento, il Laudisio scrive pure che in quel periodo in cui arrivarono i monaci italo-greci dall’Oriente, “la chiesa di Bussento, benchè ancora affidata alla reggenza del vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma (28). Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; ecc…”Sempre il Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537, continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), che tutte aveva provate le sventure di questo avvicendamento di signoria, ebbe a sperimentarne delle nuove, ma di questa natura: il cielo, se pure è il cielo quello che manda la distruzione sulla terra, o non piùttosto il malvagio talento degli ambiziosi, vollero con nuovi guai travagliarla. Ecc... Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Pare incontestabile l’opinione di quelli che riportano a quest’epoca il mutameno del nome di ‘Bussento’ in quello di ‘Policastro’ quasi ‘Paleocastro’ che in greco non suona altro che vecchio castello, come ‘Neocastro’ significa nuovo.”. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche. Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro”, a p….., sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (….), in proposito scriveva che: cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Ecc…”.

Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 30, in proposito scriveva che:  Dunque, fra longobardi e bizantini si profila una delimitazione delle rispettive sfere di presenza e di influenza. Parallela alla riorganizzazione bizantina, che si evidenzia, all’inizio, nell’istituzione dei ducati di Otranto e Calabria (81), è il consolidamento interno del ducato beneventano che si conclude nella divisione del territorio in distretti geograficamente omogenei, detti ‘actus’ o ‘actiones’ e, più tardi, gastaldati, poichè l’amministrazione della giustizia e del fisco è preposto un gastaldo di nomina ducale. Il Vallo di Diano si trova a far parte dell’Actus Cilenti (82). Certo, tra il VII e VIII secolo, le successive espansioni longobardo-beneventane, specialmente quelle in direzione del Salento e dell’attuale Calabria, rappresentatano un duro colpo all’egemonia bizantina nel Meridione continentale. Ma l’evolversi del ducato in potenza politica differenziata dal regno e, dopo il tracollo di quest’ultimo, in principato (774), punto di riferimento della tradizione politica della gente longobarda, coinvolge i beneventani nel gioco delle grandi potenze internazionali, che misurano la propria capacità di egemonia e di influenza proprio nel variegato scacchiere dell’Italia meridionale (83). Come ha scritto Nicola Cilento, essendo “la Longobardia minore, tra forze avverse nella costante alternativa della preponderanza dei Bizantini, dei Franchi e del Papato”, ed interessata dal conflitto fra i due Imperi, “l’Italia meridionale diventa il punto di incontro e, insieme, di atrito di civiltà diverse e di interessi contrastanti, fra cui la politica ‘italiana” dell’Impero occidentale e la politica “meridionale” dei pontefici” (84). Decisa a salvaguardare la propria identità e autonomia, la Longobardia minore – distintasi, nell’843, in due Staterelli, l’uno convergente su Benevento, l’altro su Salerno (85) – oscilla tra una politica di integrazione nell’orbita dell’Impero occidentale ed una politica di subalternità a Bisanzio. Parte integrante del principato salernitano, il Vallo di Diano ha una funzione di cerniera tra il litorale campano e i possedimenti nella Lucania jonica e nella Calabria settentrionale. E, al pari di tutta l’area longobarda, beneficia del generale processo di incremento demografico e di risveglio dell’agricoltura. Etc…”.

Le incursioni dei Saraceni ed i numerosi monasteri distrutti

Nicola Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Il Chronicon Salernitanum’ riferisce che l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Avevamo già precedentemente scritto dei Vescovi di Bussento, ma ci pare singolare questo “Pando (977-979)”che Ebner (…), scrive sia un Vescovo che riguarda i restauri per la chiesa di Capaccio. Sappiamo che, in quegli anni, l’Episcopato Bussentino, dipendeva dall’Episcopato di Capaccio, e sappiamo pure che l’opera del cosidetto ‘Annalista Salernitano’, il ‘Chronicon Cavense’, fosse una falsificazione del Pratilli (…). Non sappiamo l’origine bibliografica della citazione di un “Pando”, che fa l’Ebner.

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(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.“. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, parlando dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”.” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobardi, furono i principali protagonisti. I due studiosi, dunque, traggono dal ‘Chronicon Salernitanum’, l’interessante notizia della distruzione dei Saraceni che nell’anno 884 e 886, distrussero Salerno e l’Abbazia benedettina di S. Benedetto. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva che: “Molti anni passarono prima che i Longobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevan ben delle scorrerie (4) etc…”. Antonini, a pp. 124-125, continuando il suo racconto scriveva che: “Fu la Lucania sotto il dominio de’ Principi di Benevento di razza Longobarda fino all’anno DCCCXVI. specialmente la parte, che riguarda il mar Tirreno. Ricavasi ciò dal ‘Capitolare’ di Sicardo, ove al cap. 13. dando la pace a Giovanni Vescovo eletto di Napoli, ed ad Andrea Maestro de’ soldati, o sia Duce, dice: “Et hoe stetit etc…”. Ma poi, nel DCCCLI. allorchè seguì la famosa divisione di quel Principato; la maggior parte della nostra Regione toccò al Principe di Salerno, siccome si vede nel Capitolare di Radelchi, num. 9. onde falsissimo si manifesta (come in molti altri fatti è chiaro) etc…”. Antonini, continuando ancora il suo racconto sulla Lucania, da pp. 127 a p. 132, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli. Ma numero maggiore, nel DCCCXIV. ne fece venir dall’Africa, Romano, Imperador di Costantinopoli, per ridurre i Lucani, i Pugliesi ed i Calabresi, che gli negavano l’obbedienza, avendolo per un usurpatore: E sebbene dopo molti contratti riuscito gli fosse il disegno,  venne con tutto ciò di là a non molto tempo quasi ad annientarsi il Greco (I) dominio di quei luoghi. Biondo, nella etc….Fece più insolente questi barbari il favore che loro dava Lotario,  che quant’unque già da Lodovico suo padre fosse stato fin dall’anno DCCCXVII. associato all’Imperio, fu creduto uno dei maggiori nimici che l’Italia avesse avuto. Lo stesso Mabillon. Ann. Bened. lib. 38. non potè astenersi di dirlo: “Ille vero adeo etc….”.   E queste cose facevansi intorno all’anno DCCCXXXVI. Il maggior male che da questa nazione avesse allora l’Italia, fu l’aver mostrata ad altri della loro razza la via di venir a proprio talento; onde questa, onde questa parte di essa fu per anni e secoli Lacerata: ‘Saraceni de Africa in Apulia navigio singulis annis veniebant’, scrive ‘Oderico Vitale’, nel lib. 3, hist. Eccl. Né lo facevano solamente di loro voglia, ma spesso ancora dagli stessi Italiani chiamati, e poi tenuti (2) a proprio soldo, come fece Andrea Duca di Napoli, per servirsene contro Sicardo Principe di Benevento. Leggesi questo in Giovanni Diacono, nei ‘Vescovi di Napoli’ in Giovanni: Pro quibus commotus Andreas Dux, directo Apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit’. Nella guerra, ch’ebbe Arechi, o Radelchi Principe di Salerno con Siconolfo, ne fece venir degli altri, e:  ‘Totum non modo Principatum (son parole del Baronio all’anno DCCCXIII.) verum etiam Italiae Regnum dissentione sua, ferro, et igne per annos ferme triginta demoliti sunt’. Siconolfo, per aiutarsi, anch’egli ne chiamò di Spagna, altro considerabil numero, che stragi peggiori nella nostra lucania commisero. Di questi, e de’ danni da essi fatti, fa ‘Erchemperto’ nell’anno DCCCXLVIII. bastante menzione. La stima che gli Italiani di questi barbari facevano, li rese così insolenti, e superbi, che coniavano delle monete col di loro impronto etc…(p. 131) Talvolta non ve n’era alcuna a cagione di quel pagamento, che a loro si faceva, chiamato DACIUM dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde poi sorse venne l’Italiana parola Dazio, e significava presso a’ Saraceni quella contribuzione in denaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dai saccheggiamenti;”.

Nel 787, Carlo Magno ed il ducato longobardo di Arechi II

Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della provincia della Lucania”, del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Egli a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Nel 787 la discesa effettuata da Carlo Magno nel territorio beneventano, per costringere all’obbedienza Arechi, fece momentaneamente avvicinare il Principe ai Napoletani; allontanatosi però il pericolo dell’imperatore franco, Arechi riprese la sua politica di ingerenza e di predominio nei riguardi di Napoli. Pertanto entro in trattative con l’imperatrice bizantina Irene, onde ottenere il titolo di ‘Patrizio’, titolo che gli avrebbe dato modo di legalizzare il suo tentativo di impadronirsi dei residui territori greci dell’Italia meridionale. Irene accolse la richiesta ed inviò il patrizio imperiale Teodoro, che era il ‘dispositor’ subordinato allo stratega di Sicilia, insieme a due ‘spatarii’ per portare le insegne di Patrizio ad Arechi. Essi giunsero però nel porto di Salerno nel dicembre del 787, quando il Principe era già morto il 26 agosto di quell’anno, e, poichè i Salernitani erano allora in trattative con gli ambasciatori di Carlo Magno, fu vietato loro di approdare; si diressero così verso la bizantina Agropoli, dove sbarcarono e rimasero fino al successivo 19 gennaio, allorchè si recarono via terra, nuovamente alla volta di Salerno; qui, partiti nel frattempo gli ambasciatori franchi, furono finalmente ricevuti da Adelperga, vedova di Arechi (2). I successori di Arechi II, Grimoaldo III (788-806) e Grimoaldo IV (806-817), ecc…”. Cantalupo, a p. 76, nella sua nota (2) postillava che: “(2) L’episodio è riportato da due lettere di papa Adriano I a Carlo Magno, (la 44 e la 48 del ‘Codex Carolinus; cfr. CAPASSO, Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, I, 244-248): “…………………….”. Il Cantalupo, nella sua nota (2), riportando il testo delle due lettere di papa Adriano I a Carlo Magno (trascritte da Bartolomeo Capasso), postillava ancora che: “L’espressione: ‘in Lucaniae Acropoli, della seconda lettera, ha fatto credere prima al Ventimiglia (op. cit., p. 90), poi ad altri che il ‘Lucaniae’ stesse ad indicare l’appartenenza di Agropoli al gastaldato di Lucania e che, pertanto, la fortezza fosse allora longobarda. A parte la considerazione che resterebbe inspiegabile come, allontanati da un porto longobardo, gli ambasciatori siano andati a sbarcare in un altro porto longobardo, il valore dell’espressione: ‘in Lucaniae Acropoli’ è chiarita da quella del brano precedente: ‘a finibus Graecorum deferentes’, e trova giustificazione nel fatto che Agropoli era stato il centro di tutta la lucania ‘Minore’ bizantina, prima che i longobardi ne conquistassero la maggior parte.”. Di questo periodo e di alcuni fatti che lo caratterizzarono ha parlato Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, che nel suo vol. I, a pp. 456-457 parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “Manca ogni notizia circa il momento in cui i vescovi tornarono nell’antica loro sede pestana, come nulla si sa della fine dell’occupazione bizantina di Agropoli e Licosa. Ma che ancora nell’VIII secolo i bizantini possedessero, con quel ‘castrum’, la fascia costiera fino a Licosa, si presume dalle lettere (23) di Adriano I (722-794) a Carlomagno che il Pellegrino (24) ritenne complementari. Ecc..”. Ebner, a p. 456, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Epist. 44: Dum ibidem Salerni Atto, fidelissimus vester missus fuisset. Beneventani ipsos Graecos minime accipere voluerunt; sed post reversionem praedicti Attonis Diaconi tunc eos terreno itinere a finibus Graecorum deferentes, Salerno receperunt, et cum Athalperga relicti Arichis seu optimatibus Beneventanis tribus duiebus persistentes consiliati sunt. Epist. 48: Dum Atto Diaconus ad vestrum reversus est excellentiam, statim missi graeorum duo Statarii imperatoris cum Diucitin, quod latine Disponitor Siciliae dicitur, in Lucania Agropoli descendentes, terreno itinere Salernum ad relictam Arigisi ducis peragrantes 13 kal. Feb. consiliantes Beneventani, post tertium diem usque Neapolin deduxerunt.”. Ebner, a p. 456, nella sua nota (24) postillava che: “(24) C. Pellegrino (in Antonini, cit., pag. 255) ritiene complementari le due lettere a chiarire l’a finibus graecorum’ che egli ritiene Agropoli e non la Calabria. Dello stesso avviso l’Antonini e or non è molto O. Bartolini (Longobardi e bizantini nell’Italia meridionale, in “Atti 3° Congresso intern. Studi sull’alto Medioevo”, Spoleto, 1959, p. 103 sgg.”. Pietro Ebner, continuando il suo racconto a pp. 456-457-458, scriveva che: “Bisanzio aveva inviato un’ambasceria a Salerno per portare ad Arechi la nomina a patrizio imperiale, le insegne e gli indumenti propri della dignità, specialmente per accertarsi dei disegni politici di Arechi e chiedergli in ostaggio il primogenito Romualdo. L’ambasceria capeggiata da du ‘spartarii’ imperiali, dal patrizio e stratega di Sicilia (‘diocetés o dispositor Siciliae’), Teodoro, sbarcò in un momento imprecisato ad Agropoli, testa di ponte ancora bizantina, dove apprese della morte di Romualdo (21 luglio 787) e dello stesso Arechi (26 agosto). In quel momento era ancora nel Principato Beneventano la missione incaricata da Carlomagno di perfezionare le clausole della “donatio” ad Adriano I, e cioè alla Chiesa, di una fascia di territorio dal Volturno al Liri, con Capua, Teano, Arpino, Arce e Sora. I membri della missione, (l’abate S. Dionigi, Maginardo, il diacono Giuseppe, il conte Liuderico e ”hosterarius’ Goteramno) erano a Benevento in attesa dell’espletamento delle trattative condotte a Salerno dal capo di essa, il diacono Attone, con la vedova di Arechi, Adelperga, e i suoi consiglieri. Adelperga, figlia di re Desiderio e sorella di Adelchi (25), era avversa a re Carlo, non solo perchè aveva privato del regno e della libertà Desiderio e Adelchi e per aver costretto Arechi con le armi a riconoscerlo suo alto sovrano, ma quanto perchè voleva smembrare il Principato con la “donatio” al papa. Per l’ostilità trovata a Benevento la missione finì per riparare oltre Spoleto, mentre Attone veniva convinto a promettere il suo interessamento perchè re Carlo restituisse il secondogenito di Arechi, Grimoaldo, trattenuto in Francia come ostaggio, e lo riconoscesse successore del padre. L’arrivo in quel momento a Salerno di una missione bizantina, perciò, avrebbe fatto fallire le trattative con Attone, per cui Adelperga invitò i messi imperiali a trattenersi ad Agropoli fino alla partenza del diacono. L’ambasceria bizantina fu poi accompagnata, “terreno itinere”, scrisse papa Adriano, con una scorta d’onore da Agropoli a Salerno (20 gennaio a. 788). Le due trattative durarono tre giorni e si convenne che se Grimoaldo fosse stato rimpatriato e il ‘basileus’ avesse riconosciuta la sua successione, il nuovo principe avrebbe mantenuto gli impegni paterni riconoscendo la sottomissione (‘dicio’) del principato all’impero. La missione fu poi scortata a Napoli, dove attese le decisioni di Carlomagno. Questo il succedersi degli eventi su ci ci siamo soffermati anche per mostrare la fine azione diplomatica di Adelperga che avrebbe potuto perdere il principato beneventano se Grimoaldo non fosse tornato per realizzare, con l’aiuto bizantino, la riscossa contro il re franco. Il pontefice, intuito il disegno, si affrettò a scrivere a fosche tinte a Re Carlo. Anzi, nell’informarlo del sopraggiungere di Adelchi, sollecitò l’invio di un armata franca. Re Carlo, però, vide le cose diversamente, per cui, fattosi prestare giuramento di fedeltà, rimpatriò Grimoaldo autorizzandolo alla successione.”. Ebner, a p. 457, nella sua nota (25) postillava: “(25) Adelchi era stato associato al trono da re Desiderio nel 759. Sconfitto dai franchi di Carlomagno (Chiuse di Val Susa, a. 773), chiamato dal pontefice, riparò a Verona e poi a Bisanzio ben accolto da Costantino V copronimo che cercava di scacciare i franchi dall’Italia. Adelchi fu poi sconfitto da Grimoaldo, figlio di Arechi.”. Infatti, è interessante l’ultimo passaggio perchè a questa ultima battaglia che si riferì l’episodio raccontato da Gianni Granzotto al quale l’Ebner non aggiunse nella a riguardo. Adelchi, con le sue truppe bizantine sbarcate nel porto di Sapri, si fronteggiò in un’aspra battaglia con Grimoaldo che lo sconfisse probabilmente nel Vallo di Diano aiutato dalle truppe di Carlo Magno. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 84, nella nota (189) postillava: “(189)…..Analogamente Agropoli, nel Cilento settentrionale, è considerata in “finibus Graecarum”, punto di sbarco delle armate di Belisario e di Narsete, dove “due messi inviati da Bisanzio al principe Arechi” doverono dimorare prima di continuare il cammino verso Salerno, come ricorda papa Adriano in una lettera a re Carlo (cfr. P. Ebner, Economia e Società nel Cilento medievale, cit., I, cit., p. 3″.

Nell’863, Rivello, Camerota e Agropoli divennero un avamposto dei Saraceni

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da p. 129 parlando dei Saraceni in Lucania, in proposito scriveva che: Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”.Dunque, l’Antonini, a p. 129 scriveva che i Saraceni provenienti dalla Sicilia occupata, si erano man mano trasferiti anche nella vicina Calabria, dove, spesso guerreggiarono con i dominatori dell’epoca che erano i Bizantini. La Calabria era sotto il dominio ed il controllo dei Bizantini. I Saraceni però riuscrirono a crearsi dei loro stabili avamposti a Rivello, a Camerota e ad Agropoli. Antonini, a p. 128 scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse.”.Antonini, a p. 128, nella nota (I) postillava che: “(I) Il Baronio nell’anno DCCCXX. riferisce il parere dell’Ostiense, seguitato poi dal Mabillon, Ann. Bened. lib. 38. che in quest’anno stesso i Saraceni sbarcassero in Sicilia, e si facessero padroni di Palermo; ma coll’autorità di ‘Curopalata’ etc…. Dunque, lo stabilimento dei Saraceni a Rivello avvenne in epoca longobarda e Bizantina, e secondo l’opinione di Antonini ciò accadde nell’anno 863 o addirittura molti anni prima. L’Antonini scriveva che ciò accadde in seguito all’occupazione Araba della Sicilia. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno.”, e poi aggiunge che: “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, oltre ad Amantea e Agropoli aggiunge anche Policastro. Orazio Campagna, a p. 77, nella nota (86) postillava: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Orazio Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Da Wikipedia leggiamo che la discesa dei Longobardi venne arrestata dai Bizantini solo con grandi difficoltà: ma Costantinopoli non poté evitare del tutto gli attacchi dei Saraceni. Nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (13) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24.000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolato (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella nota (85) postillava: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Cod. Cript. β α, XX (395).”.

Fortezze e Castelli all’epoca Longobarda (VIII-IX-X secolo)

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 236, così scriveva che: “Se è vero che i “Kastra” avevano sostituito, soprattutto nelle istituzioni, le colonie, e che la lunga guerra gotica aveva reso la vita delle comunità asfittica, il totale sovvertimento si ebbe sulle coste con l’avvento dei Longobardi (162). Il “castello” divenne come una micro-città con ordinamenti e rapporti nuovi. Originariamente costruito su un colle, non tutti i castelli ressero alle fresche e virulente forze saracene che venivano dal mare, per cui di molti resta il solo toponimo di “Castiglione” ed un pugno di rovine. Le continue minacce saracene spinsero l’arimanno a costruire nuove fortezze su speroni rocciosi, inaccessibili, spesso preclusi alla vista dal mare. I rapporti della nuova signoria fondiaria o patrimoniale del castello con i coloni, e con la superiore Longobardia beneventana, dopo l’840 scisma nei principati di Benevento (163), di Salerno e nella contea di Capua, venivano regolati “Jure Langobardorum (163).”. Il Campagna (…), a p. 236, nella sua nota (162), postillava che: “(162) ………”. Il Campagna (…), a p. 236, nella sua nota (162), postillava che: “(163) Vigeva il diritto patrimoniale successorio, preferibilmente della primogenitura maschile. A differenza del feudaisesimo jure rancorum, non era richiesto il contratto vassallatico a un semplice giuramento.”Il Campagna, a p. 237, continuava a scrivere sui catelli: “Dopo la riconquista greca, fine del IX secolo, la rivalutazione giuridico-amministativa del “Kastron” non annullò, sulle coste occidentali della Calabria Settentrionale, tutte le prerogative del castello: il signore continuò ad esercitare i poteri curtensi nei riguardi dei soli Longobardi (166), a godere del diritto successorio o di alienazione della proprietà fondiaria. Col ritorno dei Bizantini e il sopraggiungere dei Melchiti dalla Sicilia, si ebbe la rinascita dei monasteri basiliani, soprattutto nell’Eparchia mercuriana.”. Il Campagna, a p. 237, nella sua nota (166), postillava a riguardo che: “(166) N. Cilento, Italia Meridionale Longobarda, Napoli, 1966. Nella prima metà del XIV secolo, nel Prinicpato di Salerno vigeva il diritto romano e Longobardo”. Poi il Campagna, postillava anche del “Gay J., op. cit., e Hirsch, Il Ducato di Benevento, Roma, 1969.”. Castelli e fortificazioni, in epoca Longobarda, si consolidarono anche nell’immediato retroterra in alcuni centri come Rivello, Lagonegro e Lauria, nel Vallo di Diano a Teggiano. Sulla fascia costiera, troviamo i sistemi difensivi della Molpa, Policastro (‘Polis Castrum’ = Città fortificata), fino a spingersi verso i centri dell’attuale Basilicata con Castrocucco e poi Tortora e Scalea. Il Campagna, sulla scorta del Pochettino (…), nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Nel 1975, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel capitolo da lui dedicato alle “Fortificazioni e loro scopo”, sulla scorta di Nicola Cilento (…), credeva che le fortificazioni costruite sulle nostre terre, fossero il frutto della “minaccia dei barbareshi che aveva posto le popolazioni delle nostre contrade cilentane sotto continuo incubo, ragion per cui esse avvertirono il bisogno di difendersi per mezzo di fortificazioni. Sorsero così – scrive il Cilento – torri e castelli, quei castelli medievali che la trasfigurazione romantica innalzò a lieto ritrovo di cavalieri e di trovatori, ma che nella miseria di quei tempi furono soltanto nude e grigie fortezze, triste rifugio di rozzi uomini armati”.”. Pur concordando in parte a queste affermazioni, ritengo che nel basso Cilento, fortezze e castelli, non siano nati solo a causa della piaga dei saraceni, che pure vi è stata. Non è facile però, documentare e ricostruire la storia delle fortificazioni sorte sul territorio del baso Cilento in epoche anteriori a quella bizantino-Longobarda. Castelli, fortificazioni e rocche fortificate, sorsero ovunque sul nostro territorio ed ancora se ne vedono le vestigia: Cuccaro, Molpa, Camerota, San Severino di Centola, Roccagloriosa, Castel Ruggero, Policastro, il ‘Castellaro’ a Capitello, già all’epoca dell’invasione di Belisario, facevano parte di un organico, anche se per taluni aspetti, frammentario, sistema difensivo. L’indagine geo-storica sulle antichissime fortezze costruite sul nostro territorio, si può condurre anche attraverso la scarna documentazione testuale, come il ‘Libro di Re Ruggero’, scritto dal cartografo arabo el-Idrisi, nel 1154 ed il ‘Catalogus Baronum’ scritto sempre all’epoca di Guglielmo I d’Altavilla, re del Regno di Sicilia. L’indagine geo-storica, si può condurre anche attraveroso la ricca documentazione cartografica, di cui però, le più antiche mappe o carte portolaniche conosciute risalgono ai primi anni del XIII secolo, come la ‘Carta Pisana’ ed il ‘Compasso da Navigare’, dove, i centri citati, i cui toponimi figurano scritti in greco o in arabo. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Mons. Nicola Maria Laudisio (6), sulla scorta di Pietro Giannone (64), riferendosi alle città di Velia e di Rivello, cita alcune notizie riguardo la dominazione bizantina e poi Longobarda e, in proposito scriveva che: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati.”. Secondo il Laudisio, gli abitanti dell’antica città di Velia, posta sul promontorio di Palinuro e distrutta nel 915, si rifugiarono in un antichissimo castello longobardo a Rivello e quì vi fondarono la nuova Revelia. Il Laudisio (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), credeva l’antica città di Velia, sorta sul promontorio di Palinuro (forse confondendola con l’antica città della Molpa). Secondo il Laudisio (…), dopo la distruzione saracena dell’anno 915 (anno che cita pure il Volpe (…)), gli abitanti superstiti di Velia (Molpa?), si rifugiarono nel castello di Rivello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi”. Dunque, secondo il Laudisio, il castello di Rivello, fu fortificato nel VI secolo dai Longobardi al tempo di Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. La notizia di un castello fortificato dai Longobardi nel VI secolo, è di enorme importanza per queste terre.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”.Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, a p. 36, in propposito scriveva che: “Nel 568 i Longobardi iniziarono scorrerie a scopo di rapine, nella zona oggetto di studio, ma la strenua difesa della città di Bussento, impedì la conquista, grazie alle difese terrestri approntate e alla flotta bizantina. Crearono danni alle terre intorno, lungo le vie di comunicazione descritte, ma la popolazione di queste ormai o si era rifugiata tra le formidabili mura o era dispersa in luoghi nascosti, spopolando definitivamente quelle zone non altrimenti difendibili. Le bande venivano dal Vallo di Diano, lungo i corsi dei fiumi Mingardo, Sciarapotamo, Bussento e Bussentino, ma la città resistè. In concomitanza di queste ultime invasioni, ci furono anche epidemie (566-570), carestie (574 e 578) e terremoti (844) ecc…(5). Il nome di Zotone (Tatzone o Totone), primo duca beneventano, divenne un flagello ecc….”. Il Gentile a p. 37, in proposito aggiungeva che: “Anche la città di Policastro cadrà e, infatti, nel concilio romano del 679 non compare il suo vescovo. Il crollo del territorio bussentino ecc…”. Il Gentile, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pag. 29.”.

E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”.  Sulla metà del IX secolo – quando il ducato di Benevento è diviso in due parti, e sorge, autonomo, il Principato di Salerno – la zona maritima della della bassa Italia e molti centri restarono sotto l’egida dell’Impero Bizantino, mentre l’interno fu dominato e controllato dai Longobardi, meno che l’estrema penisola della Calabria di oggi (l’antico Bruzio) che restarono bizantini. In un primo momento troviamo Policastro che appartiene al ducato di Benevento (Radelchi) e si delimita il nuovo Principato di Salerno mediante l’indicazione dei Castaldati che giacevano ai confini del nuovo Principato. Infatti Policastro, dall’839 al 1076, fu assegnato al Principe Siginulfo. Pertanto ancora dubbio è il confine con il territorio bizantino. Dobbiamo tener presente che queste terre sono ancora confinanti con la Calabria occidentale – che a quell’epoca appartennero all’Impero di Bisanzio – pertanto, volendo accreditare l’ipotesi secondo cui il fiume Alento fu il confine tra il Castaldato di Lucania e quello di Laino ( in Calabria), dobbiamo ritenere che questo territorio – anche in epoca più tarda – cioè quando i Longobardi si impossessarono dell’intera Italia Meridionale – non doveva essere controllato direttamente dai Longobardi. Il loro dominio durò oltre cinque secoli, ed a testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi dialettali il cui etimo è chiaramente di derivazione longobarda. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobari, furono i principali protagonisti. Nicola Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nelle grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Secondo la Descriptio orbis romani di Giorgio Cipro, opera geografica redatta all’inizio del VII secolo, suddivideva in cinque province o “eparchie”: quella di “Calabria”, comprendente i possedimenti bizantini nel Cilento, in Lucania e nel resto dell’Apulia. Secondo Kazhdan (…), Giorgio Ciprio (greco: Γεώργιος Κύπριος, latinizzato come Georgius Cyprius; Lapithos, … – …) è stato un geografo bizantino degli inizi del VII secolo……Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, ecc..’, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “Iniziata da Leone, il Filosofo, fu proseguita dai suoi successori, che sottomisero al basileus la Calabria fino a Taranto e la Lucania orientale fino al Sinni e al Bradano, anzi il generale Niceforo Foca aveva sottomesso, anche se per poco, i Longobardi del Beneventano (6). Fu nel Golfo di Policastro, fra frange incerte del Thema di Calabria ed i particolarismi longobardi campani, che si ebbe la sostituzione dei gastaldi coi tumarchi o, più spesso, la tacita convivenza fra loro con l’applicazione d’un diritto misto (7).”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (6), postillava che: “(6) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, op. cit.; J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (7), postillava che: “(7) J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904, op. cit.; L. Bréhier, Le Mond Byzantin, les Institution de l’Empire byzantin, Paris, 1949.”. Ricordiamo tutte le notizie che abbiamo intorno al VI secolo e la nascita di alcuni enclavi cattolici, come Paestum, Velia e Buxentum. Come andrebbero ulteriormente indagate le origini delle incursioni barbaresche o saracene sulle nostre plaghe e la notizia secondo cui i bizantini, nel VIII secolo, si mossero contro le armate franche di Carlo Magno che invece cercava di conquistare il Regno longobardo in Italia. Nell’anno ‘788 sbarcarono in Calabria un buon esercito proveniente dai temi bizantini orientali al quale furono aggiunti alcuni reparti dello stratego di Sicilia. Nell’esercito bizantino, erano il Sacellario e logoteta Giovanni  e Adelchi in persona (ellenicamente Teodoto, transfugo alla corte bizantina). Ma l’esercito greco-bizantino non riuscì a risalire a Benevento perchè fu affrontato in una tremenda battaglia al Vallo di Diano verso Sala Consilina dai Franchi di Carlo Magno, ed i longobardi coalizzati e alleati dei Franchi per la conquista del Principato di Benevento di Arechi che nel frattempo era da poco morto. L’esercito greco-bizantino fu sconfitto in maniera irrimediabile e disastrosa perdendo lo stesso suo comandante Giovanni che cadde in battaglia. Verso la fine dell’anno ‘787 (…) (nel IX sec.), il porto naturale di Sapri, fu teatro delle operazioni militari sorte a causa dei continui dissidi sorti tra le corti carolingia e quella bizantina. La notizia ci è data in un libro dello  scrittore Gianni Granzotto (…). Il Granzotto, afferma che verso la fine dell’anno ‘787 (…), il porto e la baia naturale di Sapri, furono scelte dalla flotta bizantina per attendere il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (…). Gianni Granzotto (…), racconta che, verso la fine dell’anno ‘787 (…) le truppe bizantine dell’Imperatrice (reggente) di Bisanzio, Irene d’Atene: Al Vallo di Diano, verso Sala Consilina, le truppe bizantine vennero fatte a pezzi; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, cui fu mozzata la testa. Sulle navi che attendevano a Sapri, per riportarlo vincitore a Bisanzio solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare.” (…). Il Granzotto (…), si riferisce ad una battaglia, combattuta nel Vallo di Diano tra le truppe della Imperatrice (reggente) di Bisanzio Irene d’Atene, contro le armate di Carlo Magno. Secondo il Granzotto, la flotta bizantina ancorata nella baia e nel porto naturale di Sapri, attendeva l’esercito bizantino ed il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (…). Andrebbe pure ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo introvabile libretto ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “.., ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nell’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”

Il Castello di Camerota

Castello di Camerota

(Fig…) Castello di Camerota

Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, scriveva che: “Castello della Molpa: sul colle omonimo a est del fiume Lambro.“. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto.”. Cosimo De Giorgi (…), in proposito, parlando del fiume Lambro, scriveva che:  “Da questo punto fino al mare scorre nella direzione di tramontana a mezzogiorno, parallelo al corso del Mingardo, tra colline ecc., rasenta le falde della collina denominata ‘Saline di Orlando’. Nel mezzo di questa pianura e in riva al mare si erge, a mò di cono un colle isolato sul quale torreggiano gli ultimi ruderi del ‘Castello di Molpa’.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”.

La rocca longobarda ed il “Castellaro” di Capitello d’Ispani

castellaro-rocco-malatino

cappella del Castellaro

(Fig….) Cappella comitale del “castellaro” di Capitello d’Ispani posto su un’altura lungo la statale SS. 18

Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – discorsi’, parlando di Policastro e delle sue mura merlate, scriveva in proposito che: “Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando.” :

“Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV., allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel libro 2: ‘Anno vero dominicae Incarnationis MLXV, ‘Policastrum’, ecc..ecc..”L’Antonini (…), nella parte II, a p. 416, parlando del ‘Castellaro’ di Capitello, postillava che l’aveva citato anche il Merola (…), ma non sul ‘Castellaro’ ma su Policastro. Antonini scrive che nel 1065, Policastro fu distrutta da Roberto il Guiscardo e portò lontanissimo i suoi concittadini. In seguito altri hanno scritto che nel 1065 (?), i cittadini superstiti di Policastro, furono portati dal Guiscardo a Nicotera. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, a p. 483, ma ne parlano a p. 486, dove, parlando della posizione di Policastro, in proposito scrivono che: “In essa, presa dall’alto del castellaro di Capitello, paese poco distante (11) ci si avvede della situazione topografica del paese ecc…”. I due storici nella loro nota (11), postillavano che: “(11)….Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana! Ecc….”.

Angelo Guzzo (….), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, a pp. 143-144, parlando di Capitello, accenna a questo edificio che si può intravvedere percorrendo la statale che porta a Policastro. Il Guzzo, scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto “Castellaro”, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo, a p. 144, nella sua nota (2), postillava che: “P. Natella – P. Peduto, ‘Pixous-Policastro’, ecc.., op. cit., p. 483 e sgg.”. Come possiamo leggere, i due studiosi scrivevano del ‘Castellaro’ che: “E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII.”, e non dicevano affatto, come vuole il Guzzo che, questo castello diruto fosse stato fatto costruire nell’anno 1060 da Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero Borsa (d’Apulia), figlio del Guiscardo. Il Guzzo (…), parlava sulla scorta dell’Antonini. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, e, riferendosi al ‘Castellaro’ di Capitello, frazione del Comune d’Ispani a p. 486, dove, parlando della posizione di Policastro, in proposito scrivono che: “In essa, presa dall’alto del castellaro di Capitello, paese poco distante (11) ci si avvede della situazione topografica del paese ecc…”. I due storici nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371). Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana! Ecc…).”. Come possiamo leggere, i due studiosi scrivevano del ‘Castellaro’ che: “E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII.”, e non dicevano affatto ciò che sostiene il Guzzo (…), ovvero che questo castello diruto fosse fatto costruire nell’anno 1060 da Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero Borsa (d’Apulia), figlio del Guiscardo. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…) e dunque, volevano che la rocca fortificata del ‘Castellaro’ di Capitello: “E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo“. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), la rocca fortificata del ‘Castellaro’, doveva già esistere prima del 1077, quando le fortificazioni ed i castelli di Policastro sorti all’epoca del Principe Longobardo Gisulfo II passarono a suo cognato Roberto Giuscardo che gli conquistò il Principato Longobardo di Salerno. I due studiosi si rifanno alla narrazione del cronista dell’epoca Amato di Montecassino. I due studiosi, Natella e Peduto (…), ritenevano che sia stato ragionevole identificare il ‘castellaro’ di Capitello con uno dei castelli di Policastro citati da Amato di Montecassino nel suo ‘chronicon’ ‘Storia dei Normanni‘, quando riferiva dei castelli di Policastro che, nell’anno 1077 passarono a Roberto il Guiscardo. I due studiosi (…) che, nel 1973, pubblicarono l’interessante saggio su Policastro, influenzarono il saggio di Tancredi (…), ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che fu dato alle stampe nel 1978, pochi anni dopo e che in copertina pubblicava la stessa identica foto del Golfo di Policastro, pubblicata dai due studiosi nel 1973, a p. 485. Il sacerdote, a quel tempo era bibliotecario della Diocesi e fu uno dei principali collaboratori dei due studiosi Natella e Peduto (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 24, parlando delle fortificazioni di Policastro, in proposito scriveva che: “Il castello bizantino aveva già quattro secoli di vita (59); forse era in cattivo stato e, per di più, non ispirava la fiducia del Guiscardo, attaccato com’era alla città, della quale doveva subire le sorti in caso di assedio. Perciò fu costruito, su una collina vicina, presso Capitello d’Ispani, un poderoso castello che dominava dall’alto tutta la contrada ed aveva fortificazioni che spingevano a 300 metri dall’ingresso. Le rovine erano imponenti e facilmente accessibili, hanno il nome di “Castellaro” (60).”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Natella-Peduto, op. cit.,  p. 508.”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Antonini G., op. cit., P. II, Disc. X, p. 416.”. Policastro, oggi Bussentino, ma un tempo Policastro e prima ancora Buxentum, conquistato nel 1055 o 1065 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello (…). Io credo che le mura di Policastro, fossero state poderose e possenti già dal dominio dei Principi Longobardi che, dovevano contrastare i continui attacchi dei nemici Bizantini. Così pure lo stesso “Castellaro”, doveva essere una costruzione preesistente già molto tempo prima dell’arrivo del Guiscardo. Del resto, come abbiamo visto, il cronista dell’epoca Amato di Montecassino e gl istessi versi del poeta Alfano I, Arcivescovo di Salerno, dimostrano che Gisulfo II, creando la Contea di Policastro, nel 1055, aveva donato al fratello Guido, i castelli della Valle di S. Severino.

Il borgo medioevale di San Severino di Camerota oggi di Centola a Forio di Centola

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(Fig….) Il castello e il borgo di San Severino visto dalla statale

Da Wikipedia leggiamo che: Il vecchio abitato di San Severino è un borgo medievale abbandonato sovrastante la valle del fiume Mingardo, che qui scava una stretta forra chiamata Gola del Diavolo. Risale al X-XI secolo e serba tracce delle varie epoche storiche fino al Novecento, conservando le rovine di un castello e di una chiesa. Secondo l’umanista Pietro Summonte, il villaggio prese il nome dalla famiglia Sanseverino, la più potente e ricca nel Principato di Salerno, con i Normanni prima e nel Regno di Napoli poi con gli Angioini e Aragonesi. Di parere opposto è Giuseppe Antonini, il quale, all’inverso, sostiene che sarebbe stata la famiglia patrizia a prendere il nome dal borgo; la stessa tesi sostengono il Bozza e Domenicantonio Stanziola, prete e storico di Centola del XIX secolo, secondo il quale la potente famiglia dei Sanseverino “si nomò così dal castello e Borgo di Sanseverino”. Le fonti storiche esistenti indicano nel VII secolo la probabile origine dell’insediamento urbano nella gola della “Tragara” che sovrasta il fiume Mingardo ad opera di mercenari bulgari emigrati con il loro principe Aztek nel principato longobardo di Salerno, come riferito da Paolo Diacono nella sua ‘Historia Langobardorum’. Questi soldati furono adibiti al controllo della gola del Mingardo e della principale arteria di collegamento per il Golfo di Policastro che appunto si dipanava per questa gola, garantendo il collegamento con il porto di Palinuro. A quest’epoca risale il primo insediamento con la costruzione di una torre di avvistamento, i cui resti sono visibili dall’alto, e le prime abitazioni per gli armigeri.

Basilica dell'Abbazia di S. Maria di Centola

(Fig…) Borgo di S. Severino di Centola – resti della parte absidale della chiesa

Tutta la questione ruota intorno ad alcune notizie dateci nel 1745, quando il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), pubblicò la sua “Lucania – i Discorsi” e che, nel cap….., a p. 347, dopo aver parlato di Laurito, di Cuccaro, di Massicelle e di Fulgenti, ci parlava del borgo abbandonato di San Severino di Camerota, oggi di Centola (frazione di), ed in proposito scriveva che: “Vassi dopo un miglio, o poco meno da qui, alla Terra di S. Severino, posta in un scabroso sito sulla dritta, ed alle sponde del Menicardo, appunto dove una catena d’altissime balze, che comincia dalla Molpa, va quasi ad unirsi alla montagna di Bulgaria, talmente chè appena dà luogo al passaggio del fiume, facendo orrore a chi da sopra il guarda; e queste due montagne chiudono la lunghissima pianura, o sia valle, che comincia molto più sopra della Rocca gloriosa. Sono le case, fabbricate sopra quei scogli, sottoposte ad altre altissime balze, che spesso dalla montagna staccandosi, sogliono gravissimi danni à paesani recare. Sicuramente fu quivi il paese edificato, perchè il suo sito lo rendea forte, e meno agli insulti dè vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fondato, come io vorrei fermamente a credere.”.

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Su San Severino, sempre l’Antonini, scriveva che: “Devesi inoltre sapere, che questo Sanseverino (diciamo pure di Cilento), era capo di molti paesi d’intorno, a segno che anche oggi il Baron della Terra esigge da Centola, dalla Foria, e dalla Poderia un’annua contribuzione a titolo di ‘Bagliva’, indubitato segno dell’antica soggezione (I), e dipendenza. Quell’ormai ruinato Castello fa ancor vedere, che non poteva esser fatto, che per Uomini di sommo conto. In questo luogo, e non in Perdifumo, come malamente scrive il Toppi, nacque Vincenzo di Vita, Barone della steessa Terra, e patrizio di Ravello, vicino Amalfi, ecc…”.

forse i resti del castello

(Fig….) Castello nel borgo di San Severino di Centola, ieri di Camerota

Chiesa a S. Severino

S. Severino di Centola

(Fig….) Ruderi della ‘Basilica’ nel borgo medioevale di S. Severino

Il barone Giuseppe Antonini (…), nel 1745, nella sua “Lucania – I Discorsi”, a p. 347, nel cap….., dopo aver parlato di Laurito, di Cuccaro, di Massicelle e di Fulgenti, ci parla anche del castello nel piccolo borgo medioevale abbandonato di San Severino di Camerota oggi di Centola (frazione di) ed in proposito scriveva che: …..Il suo Castello, che per quei tempi era fortissimo, e sicuro, ancora in una torre, ed in molta parte di sue muraglie mostra qual veramente nè caduti secoli esser dovette, e fino all’anno MDXXXVIII era ancora ben tenuto, poichè Girolamo di Morra, che lo possedeva in quell’anno, vendendolo ad Annibale Antonini, dice dell’Istrumento, che ne fu stipulato da Notar Lorenzo de Pauceriis: “Cum Castello, & Castellano, & feria Sanctae Margaretae (I).”.”. L’Antonini (…) a riguardo questo Istrumento (Atto notarile) del 1538, in proposito nella sua nota (I) postillava che: “(I) Sopra le stesse dirutissime balze era un altro Castello, a cui non si può andare, e con molto disagio ancora, che dalla strada che vien da Centola: di questo oggi non si veggono che le vaste ruine, con alcune cisterne d’acqua intere, che mostrano il genio, o la necessità di quei secoli, nè quali fu fabbricato.”. L’Antonini, scriveva che: “Devesi inoltre sapere, che questo Sanseverino (diciamo pure di Cilento), era capo di molti paesi d’intorno, a segno che anche oggi il Baron della Terra esigge da Centola, dalla Foria, e dalla Poderia un’annua contribuzione a titolo di ‘Bagliva’, indubitato segno dell’antica soggezione (I), e dipendenza. Quell’ormai ruinato Castello fa ancor vedere, che non poteva esser fatto, che per Uomini di sommo conto. In questo luogo, ecc… “. Su questo castello d’epoca Longobarda e forse fortezza già preesistente a loro possiamo aggiungere che questi luoghi furono teatro dell’uccisione del conte Guido di Policastro che nel 1077 fu ucciso dagli sgherri di Guimondo dei Mulsi, signorotto locale che deteneva il castello di S. Severino affidatogli dal normanno Guglielmo del Principato, fratello di Roberto il Guiscardo al tempo dell’ultimo principe longobardo Gisulfo II. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380 parlando del conte di Policastro Guido, fratello del principe Gisulfo II e della minaccia dei confini della contea con la vicina “Contea del Principato” e del Guiscardo che operava già da Melfi, in proposito scriveva che: L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

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(Fig…) Gola della Dragara o detta del ‘Diavolo’, nei pressi di S. Severino di Centola

Castel Mandelmo a Licusati

(Fig….) Castel Mandelmo a Licusati

Il castello Longobardo di Vibonati

torre mastia del castello di Vibonati

(Fig….) Torre mastia del castello di Vibonati

Antonio Di Rienzo e La Greca (…), nel loro ‘Viaggio nel Cilento’, scrivevano sul vecchio castello longobardo a Vibonati, senza però specificare da dove avessero tratto questa notizia, scrivevano che: “A nostro avviso l’origine del borgo va ricercata in epoca longobarda quando colà troviamo un “Castellum” di Gisulfo, ultimo dei principi longobardi di Salerno. L’etimologia del toponimo è quindi longobarda; da “wibo” cioè “villaggio” e “Ate”, nome del ruscello che scorre poco più a valle: quindi “villaggio dell’Ate”. Le due tradizioni indicano comunque una continuità di vita in un luogo che rappresentò anche in epoca Normanna un ottimo punto di difesa….Il vecchio castello longobardo subì numerosi ampliamenti e rifacimenti e rimase centro di vita militare e sociale del borgo, che ancora oggi conserva nel centro storico quasi intatta la sua struttura medievale.”. Forse la notizia di un castello longobardo a Vibonati, citata da La Greca (…), provenisse da Angelo Guzzo (…), che nel suo ‘Da Velia a Sapri’, a p. 203 e, nel suo ‘Il Golfo di Policastro ecc.’, a p…. , scriveva che: “A Vibonati il castello sorse ove oggi si erge la chiesa di Sant’Antonio. Servì prima come centro di osservazione, poi divenne “casa dominicata”, cioè abitazione del signore, costituendo così il ‘castrum’. Trincee strette e lugubri univano la fortezza alla parte bassa del paese, ossia i luoghi denominati “il Ponte”, “l’Anafora” e “le Coste”. Il ponte levatoio era situato ove oggi si allarga Piazza Nicotera: da una parte era difeso dal fiume, dall’altra da una torre a guisa di bastione che, con la sua forma circolare, ancora oggi è ben visibile dietro la fontana.”. Il Guzzo (…), a p. 204, riporta una foto di Vibonati che rappresenta la “Torre e Màstio dell’antico castello”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, ecc..’, a p. 205, scrivendo di Vibonati, diceva che: “Nel IX secolo Vibonati divenne rifugio delle disgraziate popolazioni costiere del Golfo, costrette, dalle frequenti scorrerie dei pirati Saraceni, a cercare asilo e scampo nelle zone più impervie e meno facilmente accessibili. Verso la metà del secolo XI, i Normanni fecero del territorio di Vibonati un loro possesso. Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno, aveva affidato Vibonati, insieme Policastro ed altri castelli della zona, al fratello Guido, prode e bellissimo cavaliere.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri’, a p. 205, scriveva che: “il castello dominava tutta la valle sottostante ove si accentravano le abitazioni rustiche dei coloni, quasi tutte di legno e che costituivano importantissimi nuclei rurali (27). Il Guzzo, nella sua nota (27), postillava che: “(27) V. Salvioli – Storia dell’Italia nell’alto Medio Evo – Napoli – 1913, p. 217.”.

Il monte ‘Cellerano’, il capo Spartivento a Palinuro, il promontorio della Molpa, la ‘Gola del Diavolo’

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193 e s.. Infatti, Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: “Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Ricercando il monte Cellerano ecc…mi sembra che possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Plalinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musulmane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42). Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare.. Sempre Biagio Cappelli, a sostegno della sua tesi sui luoghi di frequentazione di S. Nicodemo raccontati nella sua ‘Vita’ in proposito aggiungeva che: “Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Fulgenzio: e cioè che il personaggio di Palinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti  bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47).. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, op. cit., I, pp. 273 e 274”. Riguardo il testo citato si tratta di Apollinare Agresta (…) e del suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”; l’altro testo è quello di Domenico Martire (…), e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (40) postillava che: “(40) P. Zancani-Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo i testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia Graeca, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (47) postillava che: “(47) O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.”. Riguardo il testo citato si tratta di Ottavio Gaetani (….) e del suo ‘Vitae Sanctorum Siculorum’, Panormi, 1657. Biagio Cappelli, sempre in riferimento al racconto di Fabio Planciade Fulgenzio aggiungeva che: Ciò senza contare che il racconto potrebbe anche aver avuto come sfondo la stessa bassa valle del fiume Mingardo, detta oggi “valle dell’Inferno” per lo aspetto orrido che presenta nelle sue dolomie strapiombanti per centinaia di metri, in un paesaggio desolato su cui aleggiano solitudine e silenzio donati dalla completa assenza di vita che vi domina e che talora produce come un senso di angoscia. Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48).. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII.

Nell’VIII sec. d.C., la Chiesa e le Diocesi della Calabria

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 98, in proposito scriveva che: “Le cose però presero una piega differente el secolo VIII. L’eresia iconoclasta, sostenuta tenacemente dagli imperatori bizantni Leone III Isaurico e Costantino Copronimo, se trovò delle facili acquiescenze in Oriente, incontrò invece una tenace resistenza in Occidente, specie nei Papi Gregorio II (715-731) e Gregorio III (731-741), l’ultimo dei quali scomunicò gli Iconoclasti nel Sinodo Romano del 731. Leone Isaurico allora, per rappresaglia, confiscò il patrimonio immobiliare della Chiesa Romana in Calabria e Sicilia, aggregandolo al demanio imperiale (1). Il suo successore andò anche oltre, sottraendo le Chiese della Calabria e della Sicilia alla soggezione di Roma e aggregandole a quella del Patriarcato di Costantinopoli (2). Tale aggregazione comportava con sè l’adozione delle istituzioni, della lingua e del rito di Bisanzio. Difatti, nella seconda metà del secolo VIII tutte le Chiese della Calabria risultano ellenizzate, ad eccezione di quelle della Valle del Crati, che mantengono la lingua e il rito latino, perchè sotto il dominio dei Longobardi. Un altro passo fu compiuto alla fine dello stesso secolo. Il Basileus o il Patriarca di Costantinopoli, constatando la difficoltà della nomina e della consacrazione dei Vescovi, che erano tanto lontani dalla Capitale, istituì la Provincia ecclesiastica della Calabria, elevando Reggio alla dignità di Metropoli con giurisdizione su tutte le Diocesi allora esistenti nella regione. Le cose restarono così per un secolo. Avutasi una nuova riorganizzazione amministrativa e religiosa verso la fine del secolo IX, le Metropoli divennero due (Reggio e Santa Severina) e le Diocesi si moltiplicarono sensibilmente, con l’aggiunta di una decina di Chiese di nuova erezione. In questo duplice assetto non figurano Chiese autonome in Calabria e non ne figureranno durante tutta la dominazione bizantina: l’autonomia invece (diretta soggezione alla . Sede) si avrà con l’avvento dei Normanni e sarà applicata su larga scala. E’ perciò un dato di fatto che anche la Chiesa di Cassano fu costituita, fin dalla fondazione, quale suffraganea di Reggio, alla stessa maniera di Rossano, di Nicastro, di Bisignano e di Amantea.”.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “1. La Calabria prima della introduzione del feudalesimo. Bizantini e Longobardi nella Regione”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 91 e sgg., in proposito scriveva che: “Intendendo illustrare i primi tempi feudali in Calabria, è necessario prendere le mosse dall’epoca immediatamente anteriore all’insediarsi dei Normanni nell’Italia meridionale. Se è vero che i Normanni vi introdussero dalla Francia, terra di provenienza di essi e di origine del feudalesimo, le istituzioni a questo correlativ, era la Calabria, con la sua particolare configurazione civile e politica, predisposta ad accogliere e a svilupparle ?. Il vasto Ducato longobardo di Benevento racchiudeva ni suoi confini a mezzogiorno la Lucania e il Bruzio settentrionale, ossia la valle del Crati, che corrisponde a quasi tutta l’attuale provincia di Cosenza; una linea che all’interno correva da Rossano a Bisignano, e sulla costa tirrenica andava un pò più a nord di Amantea (1), separava il territorio longobardo da quello bizantino. Allorquando il Ducato beneventano si frazionò nel principato di Salerno e nel principato di Benevento, nell’atto di divisione dell’847 (2), toccarono al primo i possedimenti longobardi di Calabria, delimitati sempre dalla vecchia linea Rossano-Bisignano- Amantea (3); in una parla, il principato di Siconolfo e dei suoi successori, conprese sedici ‘gastaldi’, dei quali quattro in Calabria: Canna, Cassano, Cosenza, Laino. Questa diversità di dominazione ebbe conseuenze molteplici e diverse nelle due parti della Calabria. Nella parte più meridionale di essa e in aree e località sparse della rimanente, l’ellenismo bizantino si venne infiltrando in tutte le manifestazioni di vita: nei costumi, nel rito, nel diritto degli abitanti, lasciando tracce ancora oggi non del tutto cancellate. L’eresia e la persecuzione iconoclastica sottrassero alla dipendenza ed all’autorità della Chiesa di Roma i vescovati di Calabria, come in Puglia e di Sicilia, e li sottomisero al patriarcato di Costantinopoli, che li organizzò in una ‘metropolia’, alla cui testa pose l’arcivescovo di Reggio (4). Riesce oggi malagevole dare un’esatta enumerazione delle diocesi calabresi per le età anteriori al secolo X, malgrado la presenza di cataloghi imperiali patriarcali, le cosiddette ‘diatiposi’: ad ogni modo, è noto che alcune di esse non sfuggirono al vandalismo distruttore delle invasioni musulmane (5).”.

Nell’VIII secolo, il GASTALDATO DI LAINO

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 74-75, in proposito scriveva che: “La penetrazione longobarda nella Lucania Occidentale aveva avuto come principale base operativa Laino, aveva sottratto definitivamente ai Bizantini la regione Britia, con le città di Blanda e di Bussento (1) e, nel procedere verso le aree limitrofe al monte Cilento, aveva inferto un colpo mortale a Velia (2), della quale non viene più fatta menzione neppure nell’opera del contemporaneo Paolo Diacono (3). Essa si concluse e si consolidò con l’occupazione della fortezza di Lucania sicchè intorno alla metà dell’VIII secolo i Longobardi tenevano tutti quei teritori fra Salerno, i Monti Alburni e Laino, intermedi fra i loro possedimenti della Campania e quelli di Calabria; solo Agropoli con una stretta fascia litoranea che andava dal fiume Solofrone all’Alento rimaneva in mano ai Bizantini e fu ancora a lungo tra i pochi brandelli della Penisola che si mantennero “roani” in mezzo alla generale barbarie. Nell’organizzare territorialmente la loro conquista, i Longobardi aggregarono al gastaldato di Laino la Britia e quella parte del territorio dell’antica Velia compreso fra i fiumi Alento, Palistro e Mingardo, territorio a cui da allora si estese anche la denominazione di Britia, volgarizzata in ‘Bricia’ (1). Gran parte del territorio della Lucania Occidentale, invece, unito a quello pestano, venne a formare il GASTALDATO DI LUCANIA, che ebbe come centro principale il ‘castrum’ di Lucania. Se per la costruzione del Gastaldato di Laino, nei nuovi termini sopra indicati, non abbiamo dati cronologici sicuri, quanto al gastaldato di Lucania, individuabile entro i confini che corrono ad ovest della linea: fiume Sele, attuale Albanella, Monte Vesole, corso superiore ed inferiore del fiume Alento (2), con esclusione, naturalmente, del territorio bizantino di Agropoli, siamo certi che era operante già prima del 774.”.

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Nel 766, il Ducato di Napoli si separò dall’Impero Bizantino

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 76-77, dopo aver detto dei Longobardi nella regione, in proposito scriveva che: “Agropoli dovette allora la sua sopravvivenza, oltre che alla sua condizione di solida fortezza, ai legami col vicino ducato di Napoli, piuttosto che ai più lontani Bizantini di Sicilia; sicchè quando, nel 766, questo ducato si separò materialmente da Bisanzio (1), anche Agropoli, alla stregua degli altri territori bizantini della Campania, gravitò nell’orbita della sua autonomia. In quel tempo le uniche città su Tirreno in grado di muovere flotte erano Napoli, Gaeta, Sorrento ed Amalfi, nominalmente bizantine e sottoposte allo stratego di Sicilia, ma tutte strette intorno a Napoli nell’interesse della difesa comune contro i Longobardi. Ecc…”. L’egemonia ed il controllo longobardo del Ducato di Benevento, va continuamente rafforzandosi rispetto alla precedente penetrazione greco-bizantina. Molte aree dell’Italia Meridionale continuano a restare sotto l’esclusivo controllo di Bisanzio ma, il controllo dei principi Longobardi di Benevento, Capua, Amalfi, Salerno e Puglia, con l’aiuto della curia romana, si affermeranno definitivamente sulla regione. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “1. La Calabria prima della introduzione del feudalesimo. Bizantini e Longobardi nella Regione”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 91 e sgg., in proposito scriveva che: Il vasto Ducato longobardo di Benevento racchiudeva ni suoi confini a mezzogiorno la Lucania e il Bruzio settentrionale, ossia la valle del Crati, che corrisponde a quasi tutta l’attuale provincia di Cosenza; una linea che all’interno correva da Rossano a Bisignano, e sulla costa tirrenica andava un pò più a nord di Amantea (1), separava il territorio longobardo da quello bizantino. Allorquando il Ducato beneventano si frazionò nel principato di Salerno e nel principato di Benevento, nell’atto di divisione dell’847 (2), toccarono al primo i possedimenti longobardi di Calabria, delimitati sempre dalla vecchia linea Rossano-Bisignano- Amantea (3); in una parla, il principato di Siconolfo e dei suoi successori, conprese sedici ‘gastald’, dei quali quattro in Calabria: Canna, Cassano, Cosenza, Laino.”.

Nel 758, Arechi II ed il Ducato longobardo di Benevento

Da Wikipedia leggiamo che: Arechi II (734 circa – Salerno, 26 agosto 787) è stato un duca longobardo, duca di Benevento dal 758 al 774, e quindi principe della stessa città dal 774 fino alla morte. Dal 774 si radicò a Salerno, nella reggia che egli stesso aveva fatto costruire. Nobile longobardo di origini probabilmente friulane, e forse imparentato con la dinastia ducale di Benevento, Arechi sposò Adelperga, figlia del re Desiderio, e fu nominato dal suocero quindicesimo duca di Benevento nel 758 al posto del ribelle Liutprando. Nel 762 fondò la chiesa di Santa Sofia, prestigioso archetipo dell’arte medievale europea. Dal punto di vista storiografico, le vicende storiche di quel periodo s’intrecciano con la caduta del Principato Longobardo, la penetrazione del monachesimo basiliano e la nascita di Cenobi e Lauree a seguito delle continue lotte teologiche e religiose tra il Papato cristiano e gli Imperatori bizantini d’Oriente. In questo periodo vedremo la nascita delle cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ con la venuta di monaci benedettini come S. Nilo da Rossano e S. Fantino. In quegli anni, il Principato Longobardo di Salerno, da cui queste terre dipendevano, stava definitivamente crollando, sotto la pressione dei Franchi di Carlo Magno e degli Imperatori bizantini dell’Impero romano d’Oriente.

Nel 774, Carlo Magno ed il Principato Longobardo di Benevento di Arechi II

Da Wikipedia leggiamo che la Langobardia Minor era il nome che, in età altomedievale, veniva dato ai domini longobardi dell’Italia centro-meridionale, corrispondente ai ducati di Spoleto e di Benevento. Dopo la conquista del regno longobardo da parte di Carlo Magno, nel 774, rimase ancora a lungo sotto controllo longobardo. L’ultimo principe Longobardo fù Adelchi (detto anche Adalgiso o Adelgiso), figlio di Desiderio, duca longobardo di Brescia che assunse la corona nel ‘756, Adelchi fu associato al regno del padre nel 759, per assicurarne la pacifica successione. Nell’epoca in cui Carlo Magno prese in moglie la figlia di Desiderio Ermengarda, pare che Adelchi fosse fidanzato alla sorella di Carlo, Gisela, matrimonio che poi svanì. Quando i Franchi scesero in Italia nel ‘773, forzando le Chiuse, Adelchi si rifugiò in Verona, sopportando un duro assedio, finché nel 774 fu costretto a cedere rifugiandosi a Costantinopoli, dove l’imperatore Costantino V Copronimo gli conferi il titolo di Patrizio. Papa Adriano I temeva un ritorno di Adelchi in Italia, perchè alleatosi e, alla testa di milizie bizantine, per fomentare la rivolta dei duchi longobardi superstiti; ma tale ritorno tardò fino all’anno ‘787. L’Imperatore bizantino Costantino V Copronimo, tentò di convincere il re franco a rompere l’alleanza con il Papa, restituire l’Esarcato ai Bizantini, e dare sua figlia Giselle in sposa al figlio di Costantino Leone. Di fronte al rifiuto di Pipino, che rimaneva fedele al Papa, l’Imperatore cercò di accordarsi con il nuovo re dei Longobardi Desiderio per riprendersi l’Esarcato, ma nonostante l’accordo si fosse raggiunto, l’impresa fallì. Il racconto di Eginardo (Einhardo), ritenuto il cronista di Carlo Magno. Eginardo nel suo Annales Einhardi (6), pone il luogo della battaglia in “Calabria”. Eginardo, ci parla dei confini del Ducato Longobardo di Benevento che erano costituiti buona parte del Cilento e della Calabria, sotto l’egida dei Greci-Bizantini. Eginardo, chiamato anche Eginhard o Einhart (Fulda, marzo 775 – Seligenstadt, 14 marzo 840), è stato uno storico e architetto franco al servizio di Carlo Magno. Fu educato all’abbazia di Fulda, dove ricevette una formazione di tipo romano che completò ad Aquisgrana, presso la corte di Carlo Magno, verso il 791-792. Conosciuto per essere stato il biografo di Carlo Magno, succedette ad Alcuino nella direzione della Schola Palatina e ricoprì un ruolo di spicco nella rinascita carolingia: dapprima fu nominato segretario particolare e poi consigliere di Lotario I, figlio primogenito di Ludovico il Pio. Rimase vedovo in età avanzata. Ludovico gli donò terre nella sua regione di origine (Michlinstat, Mulinheim) e gli conferì numerosi abbaziati laici: Saint-Wandrille (Fontenelle), dall’816 all’823, San Bavone di Gand, San Servais di Maastricht. Egli fece costruire una chiesa a Mulinheim e vi fece trasferire le reliquie dei santi Marcellino e Pietro. Nell’828 fondò l’abbazia di Seligenstadt.

Nel 774, Arechi II, Principe di Benevento si proclama Principe di Salerno

In quello stesso 774, invece, il duca di Benevento Arechi II progettò un colpo di mano per impossessarsi del titolo regale, del quale si era insignito lo stesso Carlo Magno (si era proclamato Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum). L’ipotesi tuttavia non prese corpo, a causa dei rischi di ritorsione da parte dei Franchi che Arechi non avrebbe potuto fronteggiare. A parziale ricompensa, sempre nel 774, ottenne da Desiderio la promozione del proprio dominio da ducato a principato. La rinuncia al trono di Pavia non evitò in ogni caso un intervento franco nella Langobardia Minor: Carlo Magno pose l’assedio a Salerno (787), obbligando Benevento a fare atto di sottomissione. Il regno di Arechi si distinse per il fervore urbanistico della capitale, soprannominata Ticinum geminum (“Pavia gemella”): il duca espanse la vecchia città romana. Realizzò un nuovo sistema difensivo a Salerno che includeva la torre semaforica bizantina, in seguito denominata Castello di Arechi in un sistema di cinta murarie che scendeva lungo i lati della città cingendola in un abbraccio difensivo quasi inespugnabile. Contemporaneamente fece edificare la basilica di Santa Sofia che sfruttò per il suo programma di legittimazione del potere facendovi traslare molte reliquie. Nel 787 il nuovo principe Grimoaldo III, appena subentrato al padre Arechi, respinse e uccise in battaglia il figlio di Desiderio, Adelchi, che era sbarcato in Calabria con l’obiettivo di riconquistare il regno perduto. I rapporti con i Franchi, in quelle fasi convulse, furono mutevoli: se alcuni contingenti transalpini aveva offerto sostegno a Grimoaldo nella lotta contro Adelchi, l’impegno del principato a Sud fornì l’opportunità di vari attacchi condotti a Nord. La città di Chieti finì così annessa al ducato di Spoleto, ormai stabilmente in mani franche. La sottomissione all’impero franco divenne nel tempo sempre più solo formale, di pari passo con il progressivo indebolimento del potere centrale con i successori di Carlo Magno. Dopo la vittoria di Carlo Magno nel 774 e la fine della Langobardia Maior, Arechi assunse il titolo di princeps, proponendosi come erede delle tradizioni, della cultura e dell’identità nazionale del popolo longobardo. Trasferì la corte a Salerno, dove tra il 770 e il 774 aveva costruito, nelle vicinanze delle mura meridionali e affacciata sul mare, una imponente reggia, dotata di una cappella palatina dedicata ai santi Pietro e Paolo. È l’unica reggia longobarda ancora esistente e l’ultimo re longobardo, Adelchi, vi soggiornò nel giugno del 774. La sua attività politica fu volta all’indipendenza del suo potentato: prestò formale giuramento a Carlo Magno senza accettare però legami vassallatici. Non cercò il conflitto aperto con il Papato e manifestò un atteggiamento amichevole verso i Bizantini. Promotore di ingenti iniziative urbanistiche, Arechi II fu protettore di uomini di cultura fra cui Paolo Diacono, oltre che committente di numerosi siti monastici. La caduta del Regno longobardo ad opera di Carlo Magno (774) fece definitivamente tramontare i progetti bizantini di riconquista del la penisola italiana. Adelchi, il figlio dell’ultimo re longobardo Arechi, si rifugiò a Costantinopoli dall’Imperatore Costantino V Copronimo, che gli conferì il titolo e rango di patrizio e il nome greco di Teodato. Di questo periodo ha parlato Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “…..Napoli, Gaeta, Sorrento ed Amalfi, nominalmente bizantine e sottoposte allo stratego di Sicilia, ma tutte strette intorno a Napoli nell’interesse della difesa comune contro i Longobardi. Infatti, Arechi II di Benevento, dopo essersi autoproclamatosi Principe nel 774, iniziò a fortificare Salerno, mostrando non solo di voler soppiantare il predominio di Napoli sulle coste del Tirreno, ma minacciando anche la sopravvivenza stessa della città. Ecc..”. Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della provincia della Lucania”, del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Egli a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“.

Nel 787, Agropoli era sotto il controllo di Bisanzio

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Nel 787 la discesa effettuata da Carlo Magno nel territorio beneventano, per costringere all’obbedienza Arechi, fece momentaneamente avvicinare il Principe ai Napoletani; allontanatosi però il pericolo dell’imperatore franco, Arechi riprese la sua politica di ingerenza e di predominio nei riguardi di Napoli. Pertanto entro in trattative con l’imperatrice bizantina Irene, onde ottenere il titolo di ‘Patrizio’, titolo che gli avrebbe dato modo di legalizzare il suo tentativo di impadronirsi dei residui territori greci dell’Italia meridionale. Irene accolse la richiesta ed inviò il patrizio imperiale Teodoro, che era il ‘dispositor’ subordinato allo stratega di Sicilia, insieme a due ‘spatarii’ per portare le insegne di Patrizio ad Arechi. Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…….Il castello di Agropoli fu sempre proprietà dei vescovi pestani prima e di Capaccio poi, finchè quei vescovi non rinunciarono a tenerlo o ne furono estromessi (v. oltre). Ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 76, riguardo la bizantina Agropoli, nella sua nota (2), riportando il testo delle due lettere di papa Adriano I a Carlo Magno (trascritte da Bartolomeo Capasso), postillava ancora che: “L’espressione: ‘in Lucaniae Acropoli, della seconda lettera, ha fatto credere prima al Ventimiglia (op. cit., p. 90), poi ad altri che il ‘Lucaniae’ stesse ad indicare l’appartenenza di Agropoli al gastaldato di Lucania e che, pertanto, la fortezza fosse allora longobarda. A parte la considerazione che resterebbe inspiegabile come, allontanati da un porto longobardo, gli ambasciatori siano andati a sbarcare in un altro porto longobardo, il valore dell’espressione: ‘in Lucaniae Acropoli’ è chiarita da quella del brano precedente: ‘a finibus Graecorum deferentes’, e trova giustificazione nel fatto che Agropoli era stato il centro di tutta la lucania ‘Minore’ bizantina, prima che i longobardi ne conquistassero la maggior parte.”. Di questo periodo e di alcuni fatti che lo caratterizzarono ha parlato Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, che nel suo vol. I, a pp. 456-457 parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “Manca ogni notizia circa il momento in cui i vescovi tornarono nell’antica loro sede pestana, come nulla si sa della fine dell’occupazione bizantina di Agropoli e Licosa. Ma che ancora nell’VIII secolo i bizantini possedessero, con quel ‘castrum’, la fascia costiera fino a Licosa, si presume dalle lettere (23) di Adriano I (722-794) a Carlomagno che il Pellegrino (24) ritenne complementari. Ecc..”, di cui parlerò in seguito.

Nel 787, morte di Arechi II, il Principato Longobardo di Benevento, Carlo Magno, Irene Imperatrice di Bisanzio

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…….Proprio ad Agropoli bizantina sbarcava (a. 788) l’ambasceria imperiale (due “spatarii” e lo stratega di Sicilia, il patrizio imperiale Teodoro) che il 20 gennaio del 788 raggiunse, via terra, Adelperga a Salerno (M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia, Bari, 1923, p. 4 sgg.).”. Pietro Ebner, citava il testo di Michelangelo Schipa (….), Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, Giuseppe Laterza e figli, 1923, p. 4. Ebner, a p. 14, nella sua nota (23) postillava che: “(23) RSS., 1965, P. 55”. Dunque, in questo passaggio Pietro Ebner scrive che l’ambasceria imperiale sbarcò ad Agropoli nel 788, mentre, in seguito, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 76, riferendosi ai messi bizantini inviati dall’Imperatrice Irene, in proposito scriveva che: Essi giunsero però nel porto di Salerno nel dicembre del 787, quando il Principe era già morto il 26 agosto di quell’anno, e, poichè i Salernitani erano allora in trattative con gli ambasciatori di Carlo Magno, fu vietato loro di approdare; si diressero così verso la bizantina Agropoli, dove sbarcarono e rimasero fino al successivo 19 gennaio, allorchè si recarono via terra, nuovamente alla volta di Salerno; qui, partiti nel frattempo gli ambasciatori franchi, furono finalmente ricevuti da Adelperga, vedova di Arechi (2). I successori di Arechi II, Grimoaldo III (788-806) e Grimoaldo IV (806-817), ecc…”. Cantalupo, a p. 76, nella sua nota (2) postillava che: “(2) L’episodio è riportato da due lettere di papa Adriano I a Carlo Magno, (la 44 e la 48 del ‘Codex Carolinus; cfr. CAPASSO, Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, I, 244-248): “…………………….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 456-457 parlando di Agropoli in proposito scriveva che: Bisanzio aveva inviato un’ambasceria a Salerno per portare ad Arechi la nomina a patrizio imperiale, le insegne e gli indumenti propri della dignità, specialmente per accertarsi dei disegni politici di Arechi e chiedergli in ostaggio il primogenito Romualdo. L’ambasceria capeggiata da due ‘spatharii’ imperiali, dal patrizio e stratega di Sicilia (diocetés o dispositor Siciliae), Teodoro, sbarcò in un momento imprecisato ad Agropoli, testa di ponte ancora bizantina, dove apprese della morte di Romualdo (21 luglio 787) e dello stesso Arechi (26 agosto). In quel momento era ancora nel Principato beneventano la missione incaricata da Carlomagno di perfezionare le clausole della “donatio” ad Adriano I, e cioè alla Chiesa, di una fascia di territorio dal Volturno al Liri, con Capua, Teano, Arpino, Arce e Sora. I membri della missione (l’abate di S. Dionigi, Maginardo, il diacono Giuseppe, il conte Liuderico e l’hosterarius’ Goterammo) erano a Benevento in attesa dell’espletamento delle trattative condotte a Salerno dal capo di essa, il diacono Attone, con la vedova di Arechi, Adelperga, e i suoi consiglieri. Adelperga, figlia di re Desiderio e sorella di Adelchi (25), era avversa a re Carlo, non solo perchè aveva privato del regno e della libertà Desiderio e Adelchi e per aver costretto Arechi con le armi a riconoscerlo suo alto sovrano, ma quanto perchè voleva smembrare il Principato con la “donatio” al papa. Per l’ostilità trovata a Benevento la missione finì per riparare oltre Spoleto, mentre Attone veniva convinto a promettere il suo interessamento perchè re Carlo restituisse il secondogenito di Arechi, Grimoaldo, trattenuto in Francia come ostaggio, e lo riconoscesse successore del padre. L’arrivo in quel momento a Salerno di una missione bizantina, perciò, avrebbe fatto fallire le trattative con Attone, per cui Adelperga invitò i messi imperiali a trattenersi ad Agropoli fino alla partenza del diacono. L’ambascieria bizantina fu poi accompagnata, “terreno itinere”, scrisse papa Adriano, con una scorta d’onore da Agropoli a Salerno (20 gennaio a. 788). Le trattative durarono tre giorni e si convenne che se Grimoaldo fosse stato rimpatriato e il ‘basileus’ avesse riconosciuta la sua successione, il nuovo principe avrebbe mantenuto gli impegni paterni riconoscendo la sottomissione (‘dicio’) del principato all’impero. La missione fu poi scortata a Napoli, dove attese le decisioni di Carlomagno. Ecc…”

Nel 26 agosto 787, la successione in seguito alla morte di Arechi II e la sua vedova Adelperga

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 76, riferendosi ai messi bizantini inviati dall’Imperatrice Irene, in proposito scriveva che: “….furono finalmente ricevuti da Adelperga, vedova di Arechi (2). I successori di Arechi II, Grimoaldo III (788-806) e Grimoaldo IV (806-817), ecc…”. Cantalupo, a p. 76, nella sua nota (2) postillava che: “(2) L’episodio è riportato da due lettere di papa Adriano I a Carlo Magno, (la 44 e la 48 del ‘Codex Carolinus; cfr. CAPASSO, Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, I, 244-248): “…………………….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 456-457 riferendosi alla missione diplomatica dei legati di Carlo Magno giunti a Benevento, in proposito scriveva che: In quel momento era ancora nel Principato beneventano la missione incaricata da Carlomagno di perfezionare le clausole della “donatio” ad Adriano I, e cioè alla Chiesa, di una fascia di territorio dal Volturno al Liri, con Capua, Teano, Arpino, Arce e Sora. I membri della missione (l’abate di S. Dionigi, Maginardo, il diacono Giuseppe, il conte Liuderico e l’hosterarius’ Goterammo) erano a Benevento in attesa dell’espletamento delle trattative condotte a Salerno dal capo di essa, il diacono Attone, con la vedova di Arechi, Adelperga, e i suoi consiglieri. Adelperga, figlia di re Desiderio e sorella di Adelchi (25), era avversa a re Carlo, ecc…. Ebner, a p. 457, nella sua nota (25) postillava che: “(25) Arechi era stato associato al trono da re Desiderio nel 759. Sconfitto dai franchi di Carlomagno (Chiuse di val Susa, a. 773), chiamato dal pontefice, riparò a Verona e poi a Bisanzio ben accolto da Costantino V copronimo che cercava di scacciare i franchi dall’Italia. Adelchi fu poi sconfitto da Grimoaldo, figlio di Arechi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 456-457 parlando di Agropoli in proposito scriveva che: Questo il succedersi degli eventi su cui ci siamo soffermati anche per mostrare la fine azione diplomatica di Adelperga che avrebbe potuto perdere il principato beneventano se Grimoaldo non fosse tornato per realizzare, con l’aiuto di bizantino, la riscossa contro il re franco. Ecc..”. Su cosa accadde in seguito le fonti sono discordanti. L’egemonia ed il controllo longobardo del Ducato di Benevento, va continuamente rafforzandosi rispetto alla precedente penetrazione greco-bizantina. Molte aree dell’Italia Meridionale continuano a restare sotto l’esclusivo controllo di Bisanzio ma, il controllo dei principi Longobardi di Benevento, Capua, Amalfi, Salerno e Puglia, con l’aiuto della curia romana, si affermeranno definitivamente sulla regione.

Nel 788, la lettera di Papa Adriano I a Carlo Magno

Di questo periodo e di alcuni fatti che lo caratterizzarono ha parlato Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 456-457 parlando di Agropoli in proposito scriveva che: Il pontefice, intuito il disegno, si affrettò a scriverne a fosche tinte a re Carlo. Anzi, nell’informarlo del sopraggiungere di Adelchi, sollecitò l’invio di un’armata franca. Ecc…”. Sempre Pietro Ebner, nel suo vol. I, a pp. 456-457 parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “Ma che ancora nell’VIII secolo i bizantini possedessero, con quel ‘castrum’, la fascia costiera fino a Licosa, si presume dalle lettere (23) di Adriano I (722-794) a Carlomagno che il Pellegrino (24) ritenne complementari. Ecc..”. Ebner, a p. 456, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Epist. 44: Dum ibidem Salerni Atto, fidelissimus vester missus fuisset. Beneventani ipsos Graecos minime accipere voluerunt; sed post reversionem praedicti Attonis Diaconi tunc eos terreno itinere a finibus Graecorum deferentes, Salerno receperunt, et cum Athalperga relicti Arichis seu optimatibus Beneventanis tribus duiebus persistentes consiliati sunt. Epist. 48: Dum Atto Diaconus ad vestrum reversus est excellentiam, statim missi graeorum duo Statarii imperatoris cum Diucitin, quod latine Disponitor Siciliae dicitur, in Lucania Agropoli descendentes, terreno itinere Salernum ad relictam Arigisi ducis peragrantes 13 kal. Feb. consiliantes Beneventani, post tertium diem usque Neapolin deduxerunt.”. Ebner, a p. 456, nella sua nota (24) postillava che: “(24) C. Pellegrino (in Antonini, cit., pag. 255) ritiene complementari le due lettere a chiarire l’a finibus graecorum’ che egli ritiene Agropoli e non la Calabria. Dello stesso avviso l’Antonini e or non è molto O. Bartolini (Longobardi e bizantini nell’Italia meridionale, in “Atti 3° Congresso intern. Studi sull’alto Medioevo”, Spoleto, 1959, p. 103 sgg.”. Si tratta di Ottorino Bertolini, Longobardi e Bizantini nellItalia meridionale. La politica dei principi longobardi fra Occidente e Oriente dai prodromi della …Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, I° edizione del 1745, a pp. 262-263, parlando di Capaccio e di Agropoli scriveva che: “Han taluni creduto, che essendo stata Acropoli Greca Città fino à tempi dè Longobardi, fosse stata agli Imperadori d’Oriente soggetta; e loro opinione fondano sulle parole dell’Epistola XLVIII di Adriano I a Carlo Magno (I) che dicono: “Dum Atto Diaconus ecc…”. Il testo riportato dall’Antonini è diverso dal testo della lettera riportata dall’Ebner:

Antonini. p. 263

Il ‘Chronicon Salernitanum’ dell’Anonimo Salernitano

Piero Cantalupo cita il “Chronicon Salernitanum”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 77-78, riferendosi al longovardo duca di Benevento: Sicardo……….., occupò i litorali di Stabia e di Torre, depredò la costiera amalfitana e conquistò facilmente Amalfi, dalla quale moltissimi cittadini furono condotti a Salerno: “nell’intento di fare della stessa Amalfi un sobborgo di Salerno”, come dice il Cronista Salernitano (1).”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Chronicon Saler., cit., p. 73”. Il Cantalupo, a p. 72, nella sua nota (1) postillava che: “(1) U. WESTEMBERGH nella sua edizione critica del ‘Chronicon Salernitanum’ (A critical Edition with Studies on Literary and Historical Soruces and on Language, by Ulla Westembergh, Stockholm, 1956, in Studia Latina Stockholmiensia, III ,pp. 85 sg. ecc..”. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29). Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nessun valore documentale va invece attribuito al Chronicon Cavense, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici Annales Cavenses): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a ‘Historia principum Langobardorum’ (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – Chronicon Salernitanum (seconda metà del secolo X)”, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 84, nella nota (189) postillava: “(189)…..Analogamente Agropoli, nel Cilento settentrionale, è considerata in “finibus Graecarum”, punto di sbarco delle armate di Belisario e di Narsete, dove “due messi inviati da Bisanzio al principe Arechi” doverono dimorare prima di continuare il cammino verso Salerno, come ricorda papa Adriano in una lettera a re Carlo (cfr. P. Ebner, Economia e Società nel Cilento medievale, cit., I, cit., p. 3″.

Nel 788 (VIII sec. d.C.), il longobardo Grimoaldo (III), i Franchi di Carlo Magno ed i Bizantini di Costantino V copronimo

Dopo la morte di Arechi II, Salerno continuò a essere sede dei principi. Il figlio Grimoaldo III era ostaggio di Carlo Magno. Ottenne da Carlo l’autorizzazione a rientrare nel principato e assumerne la corona a patto che giurasse fedeltà ai Franchi. Grimoaldo, almeno all’inizio, mantenne la promessa. Successivamente si riavvicinò ai Bizantini provocando la guerra contro i Franchi tra l’800 e l’803. Con la morte di Grimoaldo III nell’806 si spense la dinastia arechiana e, non avendo lasciato eredi, il regno passò a Grimoaldo IV (806-817) stolesaiz, che rivestiva la carica di capo delle guardie nel palazzo principesco. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 456-457 parlando di Agropoli in proposito scriveva che: Re Carlo, però vide le cose diversamente, per cui, fattosi prestare giuramento di fedeltà, rimpatriò Grimoaldo autorizzandolo alla successione.”. Dunque, Carlo Magno, non ascoltò l’appello di papa Adriano I e, non solo liberò Grimoaldo che era tenuto prigioniero presso la corte papale ma lo autorizzò alla successione del padre Arechi II. Autorizzando Grimoaldo alla successione del padre Arechi II, alla successione del Principato Longobardo di Salerno, Adelchi veniva spodestato. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 19, in proposito scriveva che: “Già nella ‘Descriptio Ordbis Romani’, che Giorgio Cipro compose intorno al 604, essa dové esser compresa nell’Επαρχια Καλαβριας (Eparkhjia Kalavrias: la ‘Provincia di Calabria’), e alcuni decenni dopo, nel 787, armati greci, ch’erano sbarcati a Sapri, fronteggiavano nel Vallo i Franchi di re Carlo invasori, certamente per difendere un territorio gravitante nell’area d’azione dell’impero d’Oriente.”.

Nel ‘787 (VIII sec. d.C.), nel Porto di Sapri la flotta bizantina dell’Imperatrice Irene contro Carlo Magno

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dallo scritto Gianni Granzotto (2), su una grande battaglia avvenuta nel Vallo di Diano, nell’anno ‘778, tra le truppe bizantine – la cui flotta di navi, sbarcò nella baia naturale del porto di Sapri – che si scontrarono contro le truppe franco-carolingie di Carlo Magno – venute in soccorso del Principato di Benevento. Grazie agli sforzi dell’Imperatrice Irene, il Secondo Concilio di Nicea si riunì nel 787 e affermò che le icone potevano essere venerate ma non adorate. Irene tentò anche un matrimonio di alleanza con Carlo Magno, che avrebbe unito i due imperi, ma questi piani non giunsero a nulla. La controversia iconoclasta ritornò nel IX secolo, ma le icone vennero ripristinate nell’843. Queste controversie non aiutarono le relazioni, che andavano disgregandosi, con la Chiesa Cattolica Romana e il Sacro Romano Impero, che stavano iniziando a guadagnare da soli più potere. Nel 1987, pubblicavo a stampa, un saggio dal titolo “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“ (…), dove citavo un’interessante notizia che riferiva il giornalista e scrittore storico Gianni Granzotto. La notizia, che riguarda il porto di Sapri, all’epoca carolingia e della dominazione del Ducato Longobardo di Benevento prima e del Principato di Salerno, fu da me citata nello studio a mia firma che commissionò il Comune di Sapri per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale di Sapri. Nel 1998, nel mio studio “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 13, in proposito scrivevo che: “Recentemente abbiamo ritrovato una interessantissima notizia (73) sulla quale nutriamo qualche dubbio ma che che, se confermata da riscontri più oggettivi, fa certamente invecchiare di molto le origini di Sapri. La notizia riferita nel racconto del Granzotto (74). Verso la fine dell’anno 788 (75) le truppe bizantine dell’Imperatrice Irene: “Assai più forti al Vallo di Diano, verso Sala Consilina, vennero fatte a pezzi; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, cui fu mozzata la testa. Sulle navi che attendevano a Sapri, per riportarlo vincitore a Bisanzio…, solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare.” L’episodio ci viene confermato dal Capasso (76) secondo cui, a causa della lite sorta tra Costantino, figlio di Irene e promesso sposo a Rotrude, figlia di Carlo Magno che non volle stare ai patti, Irene spedì una grande armata militare e flotta di navi, per mare, comandata dal Sacellario e logoteta Giovanni a cui si unirono lo stratega di Sicilia Teodoro e l’ex re longobardo Adelchi (figlio di re Desiderio, ex re longobardo spodestato) che muovendo dalla Sicilia invasero la Calabria per risalire e conquistare il Ducato di Benevento. L’armata bizantina penetrata nella Lucania, si trovò di fronte l’esercito carolingio dei Franchi di Carlo Magno e di Grimoaldo III, comandate dal legato reale Guinigisio o Vinigisio, i quali, in una battaglia di estrema violenza (77) sconfissero i greci.”. Nella mia nota bibliografica (73), postillavo che: (73) La notizia del Granzotto dovrà essere ulteriormente indagata. Credo sia un’invenzione del Granzotto poichè in nessuna delle fonti vi è traccia di Sapri e del Vallo di Diano. Il luogo della battaglia è incerto: è Eginardo che lo pone in Calabria (Annales Einhardi, stà in Pertz, “Monumenta Germanicae Historiae, tomo I, ss. p. 175).”. Nella mia nota bibliografica (74), postillavo che: “(74) Granzotto G., Carlo Magno, ed. Mondadori, p. 127.”. Nella mia nota bibliografica (75), postillavo che: “(75) Theophane – Chronographia, tomo I, p. 718; tratta gli avvenimenti del mese di Novembre nell’indicazione XII, che corrisponde a Novembre dell’anno 788.”. Nella mia nota bibliografica (73), postillavo che: “(76) Capasso B., Monumenta ad Neapolitani ducatos Historiam pertinentia II, Napoli, pp. 65, 66.”. Nella mia nota bibliografica (76), postillavo che: “(77) Annales Regni Francorum, stà in Pertz, “Monumenta Germanicae Historiae, p. 82; Crhonicon Moissiacense, ibidem, p. 350; Annales Maximiani, ibidem, tomo XIII, p. 22; Annales Sithiense, ibidem, tomo XIII, p. 36; Annales Laurissenses, ibidem, tomo I, ss. p. 174; Poeta Saxo, ibidem, p. 245; Anonimo Salernitano, ibidem, parte II, tomo II, Reg. Ital.; Anastasi bibliotecarii, Historia ecclesiastica sive Crhonographia, stà in “Scriptorem Byzanti. Collect.”. Da Wikipedia leggiamo che nel 788, durante il suo primo anno di principato, Grimoaldo ebbe occasione di adempiere fattivamente al giuramento di fedeltà a Carlo. Lo sdegno bizantino sfociò in una spedizione punitiva organizzata ai danni di alcuni territori ormai franchi, come quelli beneventani. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, che nel suo vol. I, a p. 457 parlando di Agropoli, dopo aver detto delle trattative tra Adelperga, figlia di re Desiderio, Carlo Magno e i Bizantini, nella sua nota (25) postillava che: “(25) Adelchi fu poi sconfitto da Grimoaldo, figlio di Arechi.”. Adelchi, con le sue truppe bizantine del generale Sergio e di Irene sbarcato nel porto di Sapri, si fronteggiò in un aspra battaglia contro Grimoaldo che lo sconfisse probabilmente nel Vallo di Diano aiutato dalle truppe di Carlo Magno. La guerra contro alcune popolazioni bulgare iniziata dai precedenti Imperatori d’Oriente, continuava e forse proprio per questo motivo, le popolazioni bulgare stanziatisi nelle nostre terre nel VII secolo, invitati dal duca Longobardo Grimoaldo III, si resero alleati dei Franchi e del papato per contrastare le mire espansionistiche dei greci-bizantini dell’Imperatrice ‘basilissa’ Irene d’Atene che nell’anno 787 mandò una flotta di navi ed un esercito nelle ‘Calabrie’ insieme al principe Adelchi a combattere l’usurpatore del regno Longobardo Grimoaldo III aiutato nella battaglia dai Franchi di Carlo Magno. Sempre a questo periodo si fa ascendere il ripopolamento di alcuni centri interni alle falde del Monte Bulgheria da parte di gente e popolazioni ariane (Bulgare), giunte in queste terre desolate nel VII secolo, stanziatesi al seguito del loro Principe, il Khan Alsec e, chiamate da Grimoaldo I, del ducato Longobardo di Benevento. Le popolazioni Bulgare, sul nostro territorio, controllato dai Longobardi ma ancora ambito dai Bizantini nel VII secolo, continuarono a restare e a ripopolare centri interni anche in seguito alle prime conquiste Normanne di Roberto il Guiscardo, nell’VIII secolo fino a buona parte dell’anno mille. Nell’anno 787, il principe Longobardo Adelchi, sarà uno dei protagonisti di un’episodio raccontatoci da un cronista dell’epoca carolingia, Eginardo, che riguarda anche il porto di Sapri ed il nostro territorio di cui abbiamo già parlato nel nostro studio quì pubblicato: “Nell’anno 787, la flotta bizantina al porto di Sapri per combattere Carlo Magno “. Il re franco, Carlo aveva infatti rifiutato la proposta della corte orientale, che avrebbe desiderato ottenere per promessa sposa del giovane imperatore Costantino VI una delle figlie di Carlo Magno. Nel mio studio “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, nel 1998 a p. 13, in proposito scrivevo che: L’episodio ci viene confermato dal Capasso (76) secondo cui, a causa della lite sorta tra Costantino, figlio di Irene e promesso sposo a Rotrude, figlia di Carlo Magno che non volle stare ai patti, Irene spedì una grande armata militare e flotta di navi, per mare, ecc….”. Nella mia nota bibliografica (73), postillavo che: “(76) Capasso B., Monumenta ad Neapolitani ducatos Historiam pertinentia II, Napoli, pp. 65, 66.”. Nella nota (76), mi riferivo al testo di Bartolomeo Capasso (….), al suo Monumenta ad Neapolitani ducatos Historiam pertinentia II, pubblicato a Napoli, pp. 65, 66.

Capasso, p. 65

Capasso, p. 66

L’episodio ci viene confermato dal Capasso (9) secondo cui, a causa della lite sorta tra Costantino, figlio di Irene e promesso sposo a Rotrude, figlia di Carlo Magno che non volle stare ai patti, Irene spedì una grande armata militare e flotta di navi, per mare, comandata dal Sacellario e logoteta Giovanni a cui si unirono lo stratega di Sicilia Teodoro e l’ex re longobardo Adelchi (figlio di re Desiderio, ex re longobardo spodestato) Adelchi che muovendo dalla Sicilia invasero la Calabria per risalire e conquistare il Ducato di Benevento. L’armata bizantina penetrata nella Lucania, si trovò di fronte l’esercito carolingio dei Franchi di Carlo Magno e di Grimoaldo III, comandate dal legato reale Guinigisio o Vinigisio, i quali, in una battaglia di estrema violenza sconfissero i greci  (8, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17). Dell’episodio, ci illuminano alcuni studiosi contemporanei (18), secondo cui, a causa della lite sorta tra l’Imperatore di Bisanzio Costantino VI, figlio della Imperatrice di Bisanzio Irene ( basilissa = reggente) e, promesso sposo a Rotrude, figlia di Carlo Magno. Siccome il giovane Imperatore Costantino VI, non volle stare ai patti con Carlo Magno, sua madre Irene ( reggente), rompendo l’alleanza con Carlo Magno, offrì assistenza militare al principe longobardo Adelchi, figlio dell’ex re longobardo spodestato Desiderio. Adelchi, esiliato a Costantinopoli e, desideroso di conquistare il proprio regno, il Principato di Benevento, usurpato dal nipote Grimoaldo III che nel frattempo si era alleato con Carlo Magno,  che difendeva suo nipote Grimoaldo III.

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 69, in proposito scriveva che: “Il Vallo di Diano pure un secolo prima aveva visto un intervento imperiale dall’Oriente, volto a controllare la sicurezza dei propri domini nel Meriodione in opposizione alle pretese franche (189).”. Tortorella, a pp. 84, nella nota (189) postillava: “(189) Nel 787, l’imperatrice Irene, vittoriosa sull’iconoclastia in opposizione al figlio Costantino sesto, inviò “in gran fretta una flotta carica di soldati sulle rive della Calabria” e “organizzò un corpo di spedizione per tagliare la strada a Grimoaldo ed impedire, come si diceva con dispezzo a Bisanzio, che “una tribù di selvaggi illetterati” diventasse padrona di tutta l’Italia”. Però i Franchi “nella spada, lunga o corta che fosse, erano più forti. Assai più forti”. Nel Vallo di Diano, verso Sala, le milizie bizantine vennero sconfitte; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, a cui fu mozzata la testa. “Sulle navi che attendevano a Sapri per riportarlo vincitore a Bisanzio solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare”: così G. Granzotto, Carlo Magno, Milano, Mondadori, 1978 (cito dalla rima edizione “Oscar”, 1981, p. 127). Se si potesse dare i colori del romanzo alla realtà storica, sarebbe attraente la suggestione che suscita l’indicazione nel tempo, data a un terreno della campagna padulese, “dietro l’Epitaffio” (cfr. il fascicolo inerente, ‘Terreno “dietro l’Epitaffio”, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo della Padula”, busta 5659). Si potrebbe immaginare che la commemorazione funebre segnata dal toponimo, col termine greco e usata in senso assoluto, riferentosi pertanto a un episodio ben conosciuto e di rilievo, fosse stato un omaggio locale al valoroso generale d’Oriente, caduto sotto le armi carolinge.”.

L’interessantissima notizia che farebbe invecchiare di molto le origini del porto di Sapri, testimoniandone la presenza anche intorno al secolo VIII secolo (2). Stando alle fonti, la notizia riferita al VIII sec., e più precisamente nell’anno ‘787 (2), Sapri sarebbe stato conosciuto e aveva un porto. Se la notizia fosse confermata, nell’anno ‘787 (2), Sapri, non solo esisteva ed aveva un porto conosciuto ma la sua baia e porto naturale si trovarono al centro delle operazioni militari tra le armate bizantine di Irene d’Atene ed i Franchi di Carlo Magno. Durante la guerra tra Carlo Magno ed i Longobardi per la conquista dei territori del Mezzogiorno d’Italia, Sapri, la sua baia ed il suo porto naturale insieme ai territori del Golfo di Policastro dovevano dipendere da una forte influenza dei monaci iconoduli greci-bizantini che ivi si stabilirono provenienti dall’Asia minore (5) e, dovevano dipendere ed appartenevano al Ducato longobardo di Benevento che in origine, comprendeva il Ducato longobardo di Salerno. In seguito, solo i ducati lon-gobardi di Benevento e di Salerno si riunificarono nel Principato longobardo di Salerno, posto sotto il protettorato e l’autonomia concessa da Carlo Magno. I duchi longobardi, sempre in lotta tra loro, a causa dell’orografia del nostro territorio e del suo atavico isolamento, scelsero e preferirono il porto e la baia naturale di Sapri per l’approdo delle flotte che portavano le loro armate che, sbarcate a Sapri, si scontravano sul campo di battaglia da sempre preferito, il Vallo di Diano. Verso la fine dell’anno ‘787 (2) (nel VIII sec.), il porto naturale di Sapri, fu teatro delle operazioni militari sorte a causa dei continui dissidi tra le corti carolingia e quella bizantina. La notizia ci è data in un libro dello  scrittore Gianni Granzotto (2). Il Granzotto, afferma che verso la fine dell’anno ‘787 (2), il porto e la baia naturale di Sapri, furono scelte dalla flotta bizantina per attendere il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (2). Gianni Granzotto (2), racconta che, verso la fine dell’anno ‘787 (6) le truppe bizantine dell’Imperatrice (reggente) di Bisanzio, Irene d’Atene: Al Vallo di Diano, verso Sala Consilina, le truppe bizantine vennero fatte a pezzi; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, cui fu mozzata la testa. Sulle navi che attendevano a Sapri, per riportarlo vincitore a Bisanzio solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare.” (2). Il Granzotto (2), si riferisce ad una battaglia, combattuta nel Vallo di Diano tra le truppe della Imperatrice (reggente) di Bisanzio Irene d’Atene, contro le armate di Carlo Magno. Secondo il Granzotto, la flotta bizantina ancorata nella baia e nel porto naturale di Sapri, attendeva l’esercito bizantino ed il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (….). D’epoca più tarda è riferita un’interessantissima notizia che farebbe invecchiare di molto le origini del porto di Sapri, testimoniandone la presenza anche intorno al secolo IX (6). Stando alle fonti, la notizia riferita al IX sec., e più precisamente nell’anno ‘787 (7), Sapri sarebbe stato conosciuto e aveva un porto. Se la notizia fosse confermata, nell’anno ‘787 (7), Sapri, non solo esisteva ed aveva un porto conosciuto ma la sua baia e porto naturale si trovarono al centro della guerra di conquista tra le armate bizantine di Irene d’Atene ed i Franchi di Carlo Magno. Durante la guerra tra Carlo Magno ed i Longobardi per la conquista dei territori del Mezzogiorno d’Italia, Sapri, la sua baia ed il suo porto naturale insieme ai territori del Golfo di Policastro dovevano dipendere da una forte influenza dei monaci iconoduli greci-bizantini che ivi si stabilirono provenienti dall’Asia minore (2) e, dovevano dipendere ed appartenevano al Ducato longobardo di Benevento che, in origine, comprendeva il Ducato longobardo di Salerno. In seguito, solo i ducati longobardi di Benevento e di Salerno si riunificarono nel Principato longobardo di Salerno, posto sotto il protettorato e l’autonomia concessa da Carlo Magno. I duchi longobardi, sempre in lotta tra loro, a causa dell’orografia del nostro territorio e del suo atavico isolamento, scelsero e preferirono il porto e la baia naturale di Sapri per l’approdo delle flotte che portavano le loro armate che, sbarcate a Sapri, si scontravano sul campo di battaglia da sempre preferito, il Vallo di Diano. Verso la fine dell’anno ‘787 (7) (nel IX sec.), il porto naturale di Sapri fu teatro delle operazioni militari sorte a causa dei continui dissidi tra le corti carolingia e quella bizantina. Infatti, secondo la notizia ritrovata in un libro dello  scrittore Gianni Granzotto (7), verso la fine dell’anno ‘787 (7), all’epoca di Carlo Magno, il porto e la baia naturale di Sapri, furono scelte dalla flotta bizantina per attendere il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (7).  La notizia, riferita dal Granzotto sul suo libro su Carlo Magno (7), racconta che, verso la fine dell’anno ‘787 (6) le truppe bizantine dell’Imperatrice ( reggente) Irene d’Atene: ”Al Vallo di Diano, verso Sala Consilina, le truppe bizantine vennero fatte a pezzi; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, cui fu mozzata la testa. Sulle navi che attendevano a Sapri, per riportarlo vincitore a Bisanzio solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare.” (7). Il Granzotto (7), si riferisce ad una battaglia, combattuta nel Vallo di Diano tra le truppe della Imperatrice (reggente) di Bisanzio Irene d’Atene, contro le armate di Carlo Magno. Secondo il Granzotto, la flotta bizantina ancorata nella baia e nel porto naturale di Sapri, attendeva l’esercito bizantino ed il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (7). La notizia della battaglia avvenuta tra l’esercito bizantino e quello franco di Carlo Magno, poi ripresa dal Granzotto (7) e che andrebbe ulteriormente indagata, ci è pervenuta attraverso il racconto di alcuni cronisti dell’epoca (8-10-11-12-13-14-15-16-17). Ma in particolare la notizia ci è pervenuta attraverso il racconto di Eginardo, ritenuto il cronista di Carlo Magno. Eginardo nel suo “Annales Einhardi” (6), pone il luogo della battaglia in “Calabria”. Nel IX sec., i confini dell’attuale Calabria erano leggermente diversi da oggi e comprendevano anche i territori del Golfo di Policastro e di Sapri. Della notizia della furibonda battaglia tra i franchi ed i bizantini, già avevano riferito i cronisti dell’epoca (8, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17), poi ripresa dal Capasso (9) e poi dal Granzotto (7). Adelchi, esiliato a Costantinopoli e, desideroso di conquistare il proprio regno, il Principato di Benevento, usurpato dal nipote Grimoaldo III che nel frattempo si era alleato con Carlo Magno,  che difendeva suo nipote Grimoaldo III, verso la fine dello anno ‘787, sbarcò a Sapri con la flotta e l’esercito bizantino di Irene d’Atene per scontrarsi nel Vallo di Diano contro le truppe franche di Carlo Magno che lo sconfis-sero in una battaglia tremenda. L’armata bizantina penetrata nella Lucania, si trovò di fronte l’esercito carolingio dei Franchi di Carlo Magno e di Grimoaldo III, comandate dal legato reale Guinigisio o Vinigisio, i quali, in una battaglia di estrema violenza sconfissero i greci  (8, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17).

L’episodio fu riferito  da alcuni cronisti dell’epoca (8, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17), ed in particolare il racconto di Theophane (8) che,  tratta gli avvenimenti del mese di Novembre nell’indicazione XII, che corrisponde a Novembre dell’anno 788. Ad onor del vero bisogna dire che l’episodio riportato dal Granzotto ci parla di un comandante chiamato Sergio (7) mentre il Theophane (8) parla di un comandante bizantino battuto dai franchi chiamato Giovanni. Thophane racconta che, nell’anno ‘788, il principe longobardo Adelchi, unitosi alle truppe della Imperatrice di Bisanzio Irene, poste sotto il comando del sacellarius e logoteta Giovanni e, le truppe dalla Sicilia sotto il Patrikios (stratega) Teodoro, sbarcò in Calabria. L’armata bizantina penetrata nella Lucania, fu raggiunta dagli eserciti uniti dei duchi longobardi Ildebrando di Spoleto e Grimoaldo III suo nipote, insieme ad un corpo di armata di Carlo Magno, comandate dal legato reale Guinigisio o Vinigisio, i quali, in una battaglia di estrema violenza (8) sconfissero i bizantini di Irene ed uccisero il principe Adelchi. Recentemente, lo storico contemporaneo Ravegnani (18), dice in proposito: “…..la spedizione promessa da Irene, arrivata troppo tardi in Calabria, non potè più contare sull’appoggio dei Longobardi di Benevento. Le forze imperiali, al comando del sacellario e logotete dello stratotikion Giovanni e Adelchi, che a Bisanzio aveva assunto il nome di Teodoto, rinforzate dai contingenti messi a disposizione dallo stratego di Sicilia, furono affrontate nel 788 da Longobardi e Franchi coalizzati e subirono una grave sconfitta perdendo in battaglia anche il loro comandante.”. Alla vicenda tragica di Adelchi, si ispirò Alessandro Manzoni, nella sua tragedia ‘Adelchi‘, pubblicata nel 1822 e poi musicata da Giuseppe Verdi. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, che nel suo vol. I, a p. 457 parlando di Agropoli, dopo aver detto delle trattative tra Adelperga, figlia di re Desiderio, Carlo Magno e i Bizantini, nella sua nota (25) postillava che: “(25) Adelchi fu poi sconfitto da Grimoaldo, figlio di Arechi.”. Infatti, è interessante l’ultimo passaggio perchè a questa ultima battaglia che si riferì l’episodio raccontato da Gianni Granzotto al quale l’Ebner non aggiunse nulla a riguardo. Adelchi, con le sue truppe bizantine del generale Sergio e di Irene sbarcato nel porto di Sapri, si fronteggiò in un’aspra battaglia contro Grimoaldo che lo sconfisse probabilmente nel Vallo di Diano aiutato dalle truppe di Carlo Magno. Lo storico contemporaneo Ravegnani (…), dice in proposito: “...la spedizione promessa da Irene, arrivata troppo tardi in Calabria, non potè più contare sull’appoggio dei Longobardi di Benevento. Le forze imperiali, al comando del sacellario e logoteta dello stratotikion Giovanni e Adelchi, che a Bisanzio aveva assunto il nome di Teodoto, rinforzate dai contingenti messi a disposizione dallo stratego di Sicilia, furono affrontate nel 788 da Longobardi e Franchi coalizzati e subirono una grave sconfitta perdendo in battaglia anche il loro comandante.”. Adelchi, con le sue truppe bizantine del generale Sergio e di Irene sbarcato nel porto di Sapri, si fronteggiò in un’aspra battaglia contro Grimoaldo che lo sconfisse probabilmente nel Vallo di Diano aiutato dalle truppe di Carlo Magno. Sebbene tutti i cronisti dell’epoca – che poi sono proprio quelli da cui sono state tratte alcune notizie storiche – cruciali per capire la storia del Mezzogiorno d’Italia nel secolo X, a cavallo tra la fine della dominazione Longobarda nel Ducato di Benevento e l’inizio del Principato di Salerno, poi divenuto in seguito Normanno – come ad esempio Eginardo o Teophane – indicassero la ‘Calabria‘, il luogo dello sbarco delle armate bizantine che doveva risalire e conquistare la Capitale del Ducato Benevento, il luogo dello sbarco è tutt’ora incerto. La citazione di uno sbarco a Sapri, è tutta del Granzotto (2), che avrà avuto dei validi motivi per affermalo ed escludere altri porti. La flotta bizantina dell’Imperatrice di Bisanzio Irene, è probabile che avesse scelto diversi porti o scali marittimi conosciuti e, controllati all’epoca ma, l’ipotesi del Granzotto non è poi tanto azzardata. Dobbiamo dire a riguardo che all’epoca Longobarda ed anche Normanna, è certo che sugli antichi documenti membranacei – privilegi ecc.. – i possedimenti nelle nostre terre ed il futuro ‘basso Cilento’ (che dopo gli Svevi sarà dei Sanseverino), erano detti ‘Calabrie’. Il nostro territorio – compreso una parte dell’attuale Lucania – si denominava ‘Calabrie‘. Non è quindi casuale la citazione del Granzotto (2) che immagina lo sbarco della flotta bizantina a Sapri. Inoltre, la baia ed il Porto naturale di Sapri, come pure la vicina Bussento (che ancora pare non avese mutato il suo nome in ‘Policastrum‘, facevano parte di un territorio di confine dell’antica Lucania, non del tutto controllata dal Principato Longobardo di Salerno e, forse, tutta la regione, non molto abitata, rappresentava un facile approdo per le armate greco-bizantine. Inoltre, è da considerare che Sapri, ha sempre avuto una baia naturale, facile approdo anche per una grande flotta, quale doveva essere quella greco-bizantina dell’Imperatrice reggente Irene. Il porto o scalo marittimo di Sapri, all’epoca dello scontro, probabilmente non era conosciuto con un suo specifico toponimo ma la sua baia naturale, capace di ospitare alla fonda, grandi navi, era certamente conosciuta in atichità. La presenza dello scalo marittimo di Sapri e che esso fosse conosciuto all’epoca del Ducato di Benevento, non è attestato da documenti ma noi crediamo che lo fosse. Il Gaetani (16), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (18), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 21, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essi non fu assalita, ma fu posseduta da’ Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia…”, riferendosi all’episodio dell’anno 915, allorchè anche Policastro fu distrutta dagli Arabi. La notizia della battaglia avvenuta tra l’esercito bizantino e quello franco di Carlo Magno, poi ripresa dal Granzotto (2) e, che andrebbe ulteriormente indagata, ci è pervenuta attraverso il racconto di alcuni cronisti dell’epoca (8,9,10,11,12,13, 14,15), ma in particolare la notizia ci è pervenuta attraverso il racconto di Eginardo (Einhardo), ritenuto il cronista di Carlo Magno. Eginardo nel suo Annales Einhardi (6), pone il luogo della battaglia in “Calabria”. Eginardo, ci parla dei confini del Ducato Longobardo di Benevento che erano costituiti buona parte del Cilento e della Calabria, sotto l’egida dei Greci-Bizantini. La notizia della furibonda battaglia tra i franchi ed i bizantini, poi ripresa dal Capasso (3), da Schipa (4) e, poi dal Granzotto (2), avevano riferito i cronisti dell’epoca (7, 8, 10, 11, 12, 13, 14, 15). Nel IX sec., i confini dell’ attuale ‘Calabria‘ erano leggermente diversi da oggi ed i nostri territori – l’attuale Golfo di Policastro, ‘basso Cilento’ e Sapri – erano detti ‘Calabria‘ o ‘Longobardia minore‘. Su alcuni documenti dell’epoca, questi territori, tra cui le ‘Calabrie‘, venivano chiamati ‘Longobardia minore’. Questi territori, all’epoca, facevano parte del Ducato di Benevento, Ducato Longobardo che comprendeva anche buona parte della Calabria. Secondo Di Meo (6), Teophane (8), tradotto, scriveva: “nell’anno 9, di Costantino, avendo rotto il trattato di matrimonio tra Costantino, e la figlia di Re Carlo; spedì Giovanni Sacellario, e Logoteta in Longobardia, insieme ad Adelgiso, che fu un tempo Re della Longobardia maggiore, il quale da’ Greci fu detto Teodoto.”. Riguardo il luogo dello sbarco delle armate e della flotta bizantina, Teofane (8), parla di Longobardia minore’che corrisponde a buona parte di quello che sarà in seguito il Principato Longobardo di Salerno di Gisulfo II –  non parla di ‘Calabria‘. Il Di Meo (….), scriveva in proposito: “I Greci in poi dissero Longobardia minore gli Stati, che di lor dominio restavano in Puglia, e Calabria.”Quindi, secondo la bibliografia antiquaria, dal Muratori in poi, il luogo della battaglia è stato la ‘Longobardia minore’ così detta dai Bizantini, ovvero buona parte dell’attuale Calabria che, all’epoca – secolo VIII – era controllata dai Bizantini di Bisanzio. Il Porfirio (19), parlando delle probabili origini della sede vescovile di Policastro, scriveva: “Fin dai primi tempi della Chiesa, Calabria e Lucania non suonassero che una stessa regione, fin dal 315 nella Sinodo ecumenica di Nicea tra i nomi dei 318 vescovi che v’intervennero, si trovasse quello di un Marco vescovo di Calabria, pure noi avvisiamo essersi la cattedra episcopale busentina installata dopo la celebrazione del Concilio di Nicea.”.

Nel 788, Grimoaldo III, Principe longobardo del Principato di Benevento

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 77-78, in proposito scriveva che: “I successori di Arechi II, Grimoaldo III (788-806) e Grimoaldo IV (806-817), non ebbero la possibilità di seguire la politica del predecessore, in quanto il primo fu in costante lotta con Ludovico e Pipino, figli di Carlo Magno, ecc….”. Da Wikipedia leggiamo che GRIMOALDO. – Principe di Benevento, primo di questo nome, era figlio del duca Arechi (II) e di Adelperga, figlia di Desiderio, re dei Longobardi, un’unione che avrebbe fortemente contribuito a indirizzare la politica del giovane principe. Suo padre era salito al trono ducale verso la fine degli anni Cinquanta dell’VIII secolo, poco meno di vent’anni prima della caduta del Regnum Langobardorum a opera di Carlo Magno. Giunto a Benevento, Grimoaldo inaugurò il suo governo rendendo grazie in cattedrale; l’inizio del suo principato è collocato concordemente (da Di Meo a Schipa, da P. Bertolini a Gasparri) nel maggio del 788, come appare dalla datazione del primo diploma da lui emanato, ma questa data non trova riscontro negli annali e nelle cronache locali che pure descrivono gli avvenimenti del tempo. Né Erchemperto infatti, né gli Annales Beneventani, né Romualdo Salernitano né il Chronicon Salernitanum offrono chiari ragguagli sul preciso momento in cui Grimoaldo pervenne al potere. È stato giustamente supposto, al riguardo, che, tacendo i particolari dell’assunzione al trono di Grimoaldo, si evitava abilmente di chiarire il ruolo decisivo ricoperto al proposito dal sovrano franco (P. Bertolini, pp. 34 ss.). Grimoaldo optò per il temporaneo mantenimento di una linea politica che, per quanto possibile autonoma, pur nella formale dipendenza dai Franchi, in breve lo rese ostile alle ingerenze papali e a quelle bizantine. Il papa Adriano I, dal quale si erano recati in ambasceria alcuni longobardi capuani restii a sottomettersi a Carlo, aveva nel tempo chiaramente fatto intendere, con la sua politica genericamente antilongobarda ancor più che filofranca, di avere delle mire verso i territori della Campania, tra il Liri e il Volturno. D’altra parte Grimoaldo, sottomettendosi ai Franchi e favorendone la politica, aveva in un certo senso reso più difficile quell’espansione a Sud cui il Papato avrebbe invece mirato, specie stando alle promesse e agli accordi con Carlo Magno, stipulati a metà degli anni Settanta. Grimoaldo si impegnò vigorosamente a favore dei Franchi contro i Bizantini, particolarmente in Calabria. Sempre da Wikipedia leggiamo che Nel 787 il nuovo principe Grimoaldo III, appena subentrato al padre Arechi, respinse e uccise in battaglia il figlio di Desiderio, Adelchi, che era sbarcato in Calabria con l’obiettivo di riconquistare il regno perduto. I rapporti con i Franchi, in quelle fasi convulse, furono mutevoli: se alcuni contingenti transalpini aveva offerto sostegno a Grimoaldo nella lotta contro Adelchi, l’impegno del principato a Sud fornì l’opportunità di vari attacchi condotti a Nord. La città di Chieti finì così annessa al ducato di Spoleto, ormai stabilmente in mani franche. La sottomissione all’impero franco divenne nel tempo sempre più solo formale, di pari passo con il progressivo indebolimento del potere centrale con i successori di Carlo Magno.

Nel 806, Grimoaldo IV, Principe Longobardo del Principato di Benevento

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 77-78, in proposito scriveva che: “I successori di Arechi II, Grimoaldo III (788-806) e Grimoaldo IV (806-817), non ebbero la possibilità di seguire la politica del predecessore, in quanto il primo fu in costante lotta con Ludovico e Pipino, figli di Carlo Magno, il secondo fu logorato dalle congiure di palazzo, finchè nell’817 fu fatto uccidere da Sicone, ecc…”. Da Wikipedia leggiamo che Grimoaldo IV, detto Storeseyez (… – 817), è stato un principe longobardo, principe di Benevento dal 806 all’817. Fu soprannominato così in quanto ricopriva a corte il grado di ufficiale della guardia del principe, che nell’antica lingua longobarda si diceva appunto storeseyez. Fu molto legato a Grimoaldo III che, essendo senza figli e riponendo in lui la massima fiducia, lo nominò suo successore in punto di morte. La fiducia in Grimoaldo sarà ben presto delusa: lo Storeseyez, infatti, non possedeva né la grinta né l’abilità politica del suo predecessore. Il suo carattere rigido e fortemente sospettoso, la cattiva scelta di riportare la sede a Benevento da Salerno e la scarsa abilità diplomatica gli fecero nascere tutt’intorno focosi rancori. Come riportato dal Chronicon Salernitanum, Sicone, gastaldo di Acerenza e Radelchi di Conza ordirono nell’817 una congiura, che culminò con l’assassinio di Grimoaldo IV per mano di un sicario di nome Agelmondo. La morte del principe segnò l’inizio di una spaventosa guerra per la conquista del potere, finché lo stesso Sicone fu nominato principe.

Nel IX sec. d.C., il monachesimo basiliano nel basso Cilento

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto, nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508, in proposito scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).”. Il Natella e Peduto, a p. 508, nella loro nota (61) ppostillavano: “(61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, Venezia, Antonelli, 1886, XX, pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62) postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda (sec. X e XI), in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, 1950-51, p. 2. Su S. Giovanni a Piro e la sua famosa Badia v. P. M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, Roma, Chracas, 1700.”. Dunque, secondo i due studiosi, è nel IX secolo che nel golfo di Policastro e nel suo entroterra incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Pietro Marcellino Di Luccia (….), anche sulla scorta di Rocco Pirro (…), riferendosi alle donazioni dei successivi Normanni, scriveva che: “Dell’anno 750 cacciati li Padri Basiliani quali si trovavano nell’Ordine dall’esecrando Imperatore Copronimo, questi vennero nell’Italia, nella quale nell’anno 827 e 990 perseguitati dai Saraceni, che avevano sorpreso il Regno di Napoli furono di nuovo reintegrati dal valore della Regia Spada Normanna assieme con il Regno, secondo ciò che ne adduce Rocco Pirro nella Sicilia Sacra, perchè sotto l’assistenza del Conte Ruggiero nel Regno istesso furono eretti molti Cenobi, tra quali uno fu il Monastero di S. Giovanni, del quale Monastero benchè io non abbia le notizie in che tempo sia stato fondato, e da chi, tuttavia trovo che questo era annoverato nel numero delli Cenobij esistenti nel Regno assieme con il Monastero di S. Pietro di Camerota come vuole il detto Padre Agresta nel cap. 5.”. Dunque, il Di Luccia (…), scriveva che: “…..il Monastero di S. Giovanni, del quale Monastero benchè io non abbia le notizie in che tempo sia stato fondato, e da chi, tuttavia trovo che questo era annoverato nel numero delli Cenobij esistenti nel Regno assieme con il Monastero di S. Pietro di Camerota come vuole il detto Padre Agresta nel Cap. 5.“. Il Di Luccia (…), cita Apollinare Agresta (…), che nel 1681, scrisse ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’. Si veda p…… e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, ‘Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia’, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”. Il testo di Apollinare Agresta (…), è stato poi in seguito ripreso pari pari dal Rodotà (…): Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia’. Apollinaire Agresta, cita i Monasteri suddetti e, nel suo Cap. VI, p. 351, in proposito scriveva che: “Nel Principato citra di Salerno li moasterij si San Gio: à Piro, e di San Pietro di Cammerota..”. Apollinare Agresta (…), però a p. 352, dopo aver parlato di Rossano Calabro, cita il Monastero di: “Il Cenobio di San Gio:, hoggi volgarmente detto S. Janni, dove soleva di continuo orare quel gran Padre di oratione, e penitenza San Nilo”. Controlleremo cosa scrive il Rodotà (…), che riportò integralmente gli elenchi di Agresta. Il Di Luccia (…), ha cercato gli Atti di donazioni con cui i Principi Longobardi del Principato di Salerno, concessero diversi privilegi e donazioni, quelli che il Menniti (…), in seguito chiamerà i “nonnula et monimenta”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio. Il Di Luccia (…), forse, ha suffragato la notizia delle donazioni Longobarde ai padri basiliani, sulla scorta del passo dell’Agresta (…), che a p. 342, parlando del Monastero Italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, fondato da S. Nilo, dopo che il santo si fosse fermato proprio nei monasteri fondati prima nella nostra area, scriveva: “Posseggono i nostri Padri nella Campagna Tuscolana dodici miglia distante da Roma, il Sacro Monastero di Grotta ferrata fondato dal nostro Padre S. Nilo di Rossano, venuto dalla Calabria circa l’anno 998 per fuggire l’impero dè Saracini, che scorrevano quelle contrade, commettendo ogni sorte di sceleraggine.”. Era questo il riferimento del Di Luccia (…), al padre Agresta, quando citava il cap. V. L’Agresta (…), a p. 342 e, poi il Rodotà (…), sulla scorta del Baronio (…), cita il Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata (vicino l’attuale Frascati), che aveva tra i suoi beni il monastero di Rofrano, concesso, come è stato dimostrato da eminenti studiosi, da donazioni Longobarde e poi in seguito confermate nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II d’Altavilla, di cui ivi abbiamo dedicato un nostro saggio. Il riferimento all’Abazia di Grottaferrata a Rofrano, legatasi poi in seguito a quella di Tuscolo vicino Roma, ci riporta alle numerose donazioni Longobarde poi in seguito confermate dai Principi Normanni, nuovi signori del luogo, come è stato più volte dimostrato da alcuni studiosi. Si veda in proposito il nostro saggio dedicato al ‘Crisobollo’ di re Ruggero. Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: A quanto si conosce, fu sempre in vigore nella nostra Chiesa il rito latino, e neppure sotto la dominazione bizantina si potè introdurre il rito greco, che nel vicino Comune di Rivello fu adottato fino al 1572 nella Chiesa di S. Maria del Poggio, dove tuttora si trovano parecchie lapidi e pergamene con iscrizioni greche.”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: “Lagonegro…. Riferisce il Falcone che in un muro del Coro furono ritrovati ‘gli Statuti della regola benedettina, scritti a mano con caratteri longobardi’, e conservati fino ai tempi suoi, e nella Chiesa antichissimi scheletri di Frati Benedettini, che furono indi murati dietro l’altare maggiore. Ecc..”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 244 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 244, in proposito scriveva che: “Mentre sono poi da citare….., nonchè i rozzi resti di un protiro con leoni stilofori, colonne e capitelli in una cappella di Lagonegro.”. Sempre il Cappelli a p. 245 scriveva che: “…e in una base di croce lapidea nella piazza grande di Lagonegro.”. Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina.  Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc….Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che alcune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Volpe (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”

Nel 817 (IX sec. d.C.), Sicone I, principe longobardo del Principato di Benevento

Da Wikipedia leggiamo che il più potente dei Principi di Benevento fu Sicone I, che assediò il Ducato di Napoli, de iure sotto il dominio bizantino, da cui riuscì a sottrarre il corpo di San Gennaro. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 79, riferendosi al Principe longobardo Grimoaldo IV, successore di Grimoaldo III, in proposito scriveva che: “……nell’817 fu fatto uccidere da Sicone, che, succedutogli, si accordò con Ludovico il Pio e, nel contempo, si diede a rinnovare gli assalti contro i territori del ducato di Napoli. Nel settembre dell’831 guidò una spedizione nel cuore della stessa Napoli, portandone via il corpo di S. Gennaro, ma l’anno successivo, nel rinnovare l’attacco alla città, egli stesso perì nell’impresa. Ecc….”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Chronicon Saler., cit., p. 73”. Il Cantalupo, a p. 72, nella sua nota (1) postillava che: “(1) U. WESTEMBERGH nella sua edizione critica del ‘Chronicon Salernitanum’ (A critical Edition with Studies on Literary and Historical Soruces and on Language, by Ulla Westembergh, Stockholm, 1956, in Studia Latina Stockholmiensia, III ,pp. 85 sg. ecc..”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 79, in proposito scriveva che: “…..lotte civili che scoppiarono all’interno del principato beneventano nell’839, all’indomani dell’uccisione di Sicardo, perito in una congiura promossa dal suo tesoriere Radelchi, che si impadronì del potere. Ecc…”. Da Wikipedia leggiamo che Sicone I (… – 832) è stato un principe longobardo di Benevento dal 817 all’832. Come si legge nel Chronicon Salernitanum, un giorno i suoi figli Sicardo e Siconolfo stavano cacciando un cervo finché questo, allontatosi troppo, indusse i due a rinunciare personalmente alla caccia facendosi sostituire dai propri servi, ai quali fu ordinato di riportare il cervo a casa a tutti i costi. Il quadrupede si spinse lontano, sino a giungere nei tenimenti di Conza: i conzani, indignati per quello sconfinamento indesiderato, dapprima sottrassero il cervo ed i cani agli acheruntini, poi li percossero perbene, infine avvisarono il proprio conte, Radelchi, di quanto avvenuto.

Nell’823 d. C., troviamo un “Aliprando del Bussentio”

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(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “., ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29). Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nessun valore documentale va invece attribuito al Chronicon Cavense, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici Annales Cavenses): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a ‘Historia principum Langobardorum’ (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – Chronicon Salernitanum (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

Nell’823 d. C., “Aliprando del Bussentio” divenne abate dell’Abbazia benedettina di San Benedetto di Salerno (notizia tratta dal Chronicon Cavense)

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “., ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano o Chronicon Cavense del Pratilli

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(Figg….) Rocco Gaetani (…), pp. 22-25

Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Buxentum al tempo del IX secolo, scriveva che secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani, sulla scorta del passo contenuto nel ‘Chronicon Cavense’, un ‘Chronicon’ scritto ed attribuito all’‘Annalista Salernitano’ citava il monaco ‘Aliprando di Bussento’ o ‘Buxento’ che al tempo di Papa Pasquale I, fu nominato Abate dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno. Dunque, il Gaetani si riferiva all’abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, ormai scomparsa. Il sacerdote Rocco Gaetani nel suo libretto introvabile, a p. 29, riguardo questo “nobile cenobita” (Aliprando de Bussentio) aggiungeva pure che: “Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. Dunque, in questo passaggio, il Gaetani dice che questo “Aliprando” fosse un monaco longobardo proveniente da un cenobio basiliano del Bussento, il quale, nel IX secolo diventava Abate dell’Abbazia di Salerno. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), parlando di S. Marina dice a p. 32, scriveva che: “Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine da alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli imperatori Leone Isaurico e Costantino Capronimo (726-843).”. Il Cataldo, a p. 34, parlando dei Conventi francescani, scriveva che: “Da Policastro uscì un monaco benedettino nel ‘824, di nome ALEPRANDO DE BUXENTIO, che fu Abate nel Convento di Salerno.”. Dunque, anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), sulla scorta del Gaetani citava questo ‘ALEPRANDO’ e scriveva che egli uscì da Policastro quale monaco benedettino nell’anno ‘824 e diventò abate di un Convento di Salerno senza specificare quale fosse questo “Convento”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del Gaetani scriveva che questo “ALEPRANDO DE BUXENTIO” fosse un “monaco benedettino” che, nell’anno ‘824 fosse uscito da un qualche convento di Policastro. Cerchiamo di capire ora la provenienza della notizia dataci dal sacerdote Rocco Gaetani. Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Bussento scriveva che al tempo del IX secolo, secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che è citato nell’‘Annalista Salernitano’. Chi è l’”Annalista Salernitano” ?. A quale autore si riferiva il Gaetani dandoci l’interessante notizia.

Nell’827, l’occupazione Araba della Sicilia

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da pp. 127 a p. 132, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Etc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Dall’inizio della seconda metà del 600, ad ogni primavera-estate, spedizioni saracene dall’Africa Settentrionale venivano dirette verso le coste della Sicilia: primi tentativi d’invasione, che si concludevano con rapine e stragi. Con lo sbarco saraceno a Mazara, 827, ebbe inizio la conquista vera e propria della Sicilia. Dopo la resa di Siracusa, 878, ebbe inizio la politica rinunciataria dell’Impero, e la difesa dell’isola fu sostenuta dai monaci e dalle popolazioni locali.”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 28-29-30-31, in proposito scriveva che: Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6).”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (6) postillava che: “(6) M. Amari, Storia dei musulmani della Sicilia……………..”. Da Wikipedia leggiamo che Il dominio islamico sulla Sicilia (Ṣiqilliyya) iniziò con lo sbarco a Capo Granitola presso Campobello di Mazara nell’827, fino alla completa conquista dell’isola con l’occupazione di Taormina nel 902. La conquista normanna della Sicilia iniziò nel 1061, con lo sbarco a Messina, e Palermo, centro principale del potere musulmano in Sicilia, cadde nel 1072. Noto, ultimo centro ancora in mano ai musulmani, cadde nel 1091. Precedentemente, intorno al 700, era stata occupata l’isola di Pantelleria da ʿAbd al-Malik b. Qaḥṭān. Già a partire dal VII secolo l’isola aveva subito molte incursioni musulmane, dopo che gli Arabi si erano attestati sulla sponda africana del mar Mediterraneo dove esistevano piccoli regni berberi, sconfitti dal condottiero ʿUqba b. Nāfiʿ intorno al 685 a seguito della celebre “cavalcata” che lo portò fino alle sponde atlantiche del sud del Marocco. Conquistata parte della Spagna, le isole di Malta e Pantelleria, la Sicilia era ritenuta strategica per il controllo del Mediterraneo a discapito dei rivali Bizantini. Nell’805, il patrizio imperiale di Sicilia Costantino firmò una tregua di dieci anni con Ibrāhīm b. al-Aghlab, emiro d’Ifrīqiya (nome che gli invasori arabi dettero alla romana Provincia Africa), ma questo non fu un impedimento per i corsari provenienti dall’Africa e della Spagna musulmana ad attaccare ripetutamente tra l’806 e l’821 la Sardegna e la Corsica. Nell’812 il figlio di Ibrāhīm, ʿAbd Allāh I b. Ibrāhīm, ordinò un’invasione vigorosa della Sicilia, ma le sue navi furono prima ostacolate dall’intervento di Gaeta e Amalfi, e poi distrutte in gran parte da una tempesta. Tuttavia, essi riuscirono a conquistare l’isola di Lampedusa e, nel mar Tirreno, a depredare e devastare Ponza e Ischia. Un ulteriore accordo tra il nuovo patrizio Gregorio e l’Emiro stabilì la libertà di commercio tra l’Italia meridionale e l’Ifrīqiya. Dopo un ulteriore attacco di Muḥammad b. ʿAbd Allāh, cugino dell’emiro Ziyādat Allāh nell’819, sulle fonti non sono citati attacchi musulmani verso la Sicilia fino all’827. L’invasione ebbe inizio il 17 giugno dell’827 e lo stuolo composto da arabi, berberi e persiani fu affidato al qādī di Qayrawān, Asad b. al-Furāt, grande giurisperito malikita autore della notissima Asadiyya, di origine persiana del Khorāsān. Secondo la successiva cronaca araba di Shihāb al-Dīn Aḥmad ibn ‘Abd al-Wahhāb al-Nuwayrī, adattata al fine di mostrare un originale intento conquistatore.

Nel 832, Sicardo, Principe longobardo del Principato di Benevento

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 79, riferendosi alla morte di Sicone, in proposito scriveva che: Gli successe il figlio Sicardo, che, continuando le ostilità contro i territori bizantini, isolati e mancanti di aiuti dall’Oriente, dove l’imperatore Teofilo era costretto a difendersi da Bulgari e Musulmani, costrinse Napoli ad un tributo, occupò i litorali di Stabia e di Torre, depredò la costiera amalfitana e conquistò facilmente Amalfi, dalla quale moltissimi cittadini furono condotti a Salerno: “nell’intento di fare della stessa Amalfi un sobborgo di Salerno”, come dice il Cronista Salernitano (1).”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Chronicon Saler., cit., p. 73”. Il Cantalupo, a p. 72, nella sua nota (1) postillava che: “(1) U. WESTEMBERGH nella sua edizione critica del ‘Chronicon Salernitanum’ (A critical Edition with Studies on Literary and Historical Soruces and on Language, by Ulla Westembergh, Stockholm, 1956, in Studia Latina Stockholmiensia, III ,pp. 85 sg. ecc..”. Da Wikipedia leggiamo che Sicardo (… – 839) è stato un principe longobardo, principe di Benevento dall’832. Sicardo fu il figlio e successore di Sicone I di Benevento, diventando l’ultimo sovrano del principato beneventano prima che avvenisse la definitiva separazione dal dominio di Salerno. Una breve riunificazione si ebbe solo sotto Pandolfo Testadiferro dal 977 al 981. Durante il suo regno, dapprima esiliò il fratello maggiore Siconolfo a Taranto costringendolo al sacerdozio, poi combatté ripetutamente contro i Saraceni e le città vicine, specialmente contro Sorrento, Napoli e Amalfi, e rappresentò la massima potenza economica e militare di tutta l’Italia meridionale.

Nell’836-837 (IX sec. d.C.), la guerra tra Sicardo ed Andrea II, duca di Napoli che chiamò i Saraceni della Licosa

La guerra tuttavia continuò lo stesso e nell’837 si aggiunse il duca Andrea II di Napoli, che per la prima volta chiamò in suo aiuto i Saraceni, dando inizio ad una “tradizione” seguita da molti altri principi cristiani. Nell’838 riuscì inoltre a sottomettere Amalfi attaccandola dal mare, e ne deportò parecchi abitanti a Salerno. Malgrado l’attitudine alla guerra, Sicardo fu anche un alacre patrocinatore di nuove costruzioni. A lui si deve l’edificazione di una nuova chiesa a Benevento, che egli volle valorizzare facendola sede delle reliquie di San Bartolomeo, appositamente trafugate ai Saraceni grazie all’ingaggio di alcuni mercanti amalfitani. Dopo la presa di Amalfi si impossessò anche delle reliquie di Santa Trofimena, riportate di recente alla loro sede originaria da Minori. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 77, riferendosi al principe beneventano e longobardo Sicardo, in proposito scriveva che: Il duca di Napoli Andrea (834-840), di fronte al pericolo rappresentato dalle rinnovate mire espansionistiche del principato beneventano, che ormai minacciava l’estrema sopravvivenza della sua città, fu costretto, mancandogli la possibilità di ricorrere ai Bizantini d’Oriente o ai Franchi, a chiedere aiuto ai Saraceni di Sicilia: “…..pro quibus commotus Andreas dux, directo apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit (3). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giovanni Diacono, ‘Gesta Episcoporum Neapolitanorum’, in M.G.H., SS. RR. LL. et Ital., cit., c. 57, 431.”. Il testo citato dal Cantalupo, il chronicon di Giovanni Diacono è contenuto e pubblicato nel testo di Monumenta Germanica Hitalicarum. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 78, riferendosi al principe beneventano e longobardo Sicardo, in proposito scriveva che: “…..si può concludere, mettendo tutto ciò in relazione con la sicura notizia che gli Arabi erano annidati alla Licosa nell’846 (2), che il presente brano costituisce un’indiretta testimonianza della presenza dei Saraceni alla Licosa già nell’836. Che i Napoletani abbiano potuto favorire un’insediamento di Arabi in questa località si comprende facilmente, ove si consideri che si liberavano da pericolosi vicini pur tenendoli a portata di mano, stanziati su di na terra di frontiera, dove, per di più, fungevano da forza deterrente contro la crescente minaccia longobarda. Napoli riusciva a respirare! ma aveva aperto le porte dell’Italia centro meridionale ai predoni più feroci che avessero fino ad allora solcato i nostri mari e, cosa ben più grave, aveva introdotto e sancito per i Cristiani l’uso di lanciarsi contro l’un l’altro crudeli bande di mercenari saraceni. Dal loro covo legalizzato della Licosa gli Arabi, a loro volta, ebbero tutto l’agio di osservare da vicino l’evolversi degli avvenimenti….”. Il Cantalupo, nella sua nota (1) si riferiva al “Pactum Sicardi”, citato nel chronicon di Giovanni Diacono (….) e pubblicato  nel testo di Monumenta Germanica Hitalicarum. Il Cantalupo, a p. 78, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi p. 80 ed, ibidem, n. 2.”. Infatti, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: “Nell’836, come abbiamo visto, il duca napoletano Andrea si era servito dei Saraceni per stornare dalle sue terre la minaccia di Sicardo di Benevento, dando ad essi la possibilità di insediarsi a Punta Licosa ed iniziando quei rapporti con gli arabi di Sicilia che avrebbero giovato poi allo sviluppo della potenza marinara di Napoli. L’occasione per porre un durevole stanziamento sulla terraferma fu, però, offerta ai Musulmani dalle lotte civili che scoppiarono all’interno del principato beneventano nell’839, all’indomani dell’uccisione di Sicardo, perito in una congiura promossa dal suo tesoriere Radelchi, che si impadronì del potere. Ecc..”.

Nel 4 luglio 836 il “Pactum Sicardi” stitpulato tra il longobardo Beneventano Sicardo ed il duca di Napoli

Da Wikipedia leggiamo che il IX secolo fu il periodo di maggior splendore del principato di Benevento, che con il principe Sicardo occupò Amalfi e impose un tributo a Napoli. Portò da Lipari il corpo di San Bartolomeo Apostolo nell’832; da allora il Santo è patrono di Benevento. Nell’836, col ‘Pactum Sicardi’, stipulò una pace di cinque anni con le tre città campane e riconobbe ai loro mercanti il diritto alla libera circolazione. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 78, riferendosi al principe beneventano e longobardo Sicardo, in proposito scriveva che: L’intervento degli Arabi indusse Sicardo alla pace, che venne stipulata con un Capitolare il 4 luglio dell’836 (1). Il testo di questo trattato merita particolare attenzione, in quanto Sicardo, pur riconoscendo ai Napoletani piena libertà di traffici nel territorio longobardo, si premurava di puntualizzare: “…e ciò sia, purchè da ora in poi per qualsivolglia circostanza le vostre navi non si trattengano nelle zone della Lucania o dovunque entro i nostri confini…….Considerato che…ecc…ecc…; poichè l’area costiera della Lucania Occidentale, “in finibus nostris”, che Sicardo intendeva preservare non può essere che quella fra l’Alento e punta licosa, essendo il restante litorale da Licosa al fiume Solofrone certamente controllato dai Bizantini di Agropoli e dal Solofrone al Sele privo, allora, di approdi confacenti all’ancoraggio di navi, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 78, nella sua nota (1) postillava che: “(1) M.G.H., Leges, IV, 246.”.

Nel 839, le ‘fare’ longobarde nel nostro territorio

Felice Fusco (….), che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) con la costruzione di molte ‘villae’ con annessi ‘fundi’ ecc… (81); e con la creazione di varie ‘fare’ (82) (insediamenti agricoli e pastorali). Ecc..”. Il Fusco, a p. 90, nella sua nota (81) postillava che:  “(81) P. Ebner, Economia e Società etc., cit., I, p. 385.”. Il Fusco, a p. 90, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Per la possibile presenza di ‘fare’ nel Vallo di Diano e nell’alta Valle del Bussento cfr. F. Fusco, Quando la storia etc., p. 198; nell’alta Valle del Mingardo il già citato ‘Capitulationes et Pacta etct., p. 161, nota 11. Nell’agro di Caselle la contrada ‘Faroggia’ (che si trova a sud di quella di ‘Laurelli’) forse costituisce l’ultima eco d’una ‘fara’ longobarda.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 236, così scriveva che: I rapporti della nuova signoria fondiaria o patrimoniale del castello con i coloni, e con la superiore Longobardia beneventana, dopo l’840 scisma nei principati di Benevento (163), di Salerno e nella contea di Capua, venivano regolati “Jure Langobardorum (163).”

Nel 839, muore Sicardo e Radelchi si impossessa del potere

Da Wikipedia leggiamo che nell’839 un regicidio ai danni di Sicardo provocò una scissione del principato: furono proclamati nuovi principe sia il fratello di Sicardo, Siconolfo, sia il regicida Radelchi; Siconolfo ebbe l’appoggio della città di Salerno, mentre Radelchi quello di Benevento. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 80, in proposito scriveva che: “lotte civili che scoppiarono all’interno del principato beneventano nell’839, all’indomani dell’uccisione di Sicardo, perito in una congiura promossa dal suo tesoriere Radelchi, che si impadronì del potere. Contro costui, Siconolfo, fratello dell’ucciso, appoggiato dai nobili di Salerno, scatenò una guerra che portò devastazione e scompiglio in tutto il Principato; ne approfitto nell’839 Amalfi per rendersi indipendente dal giogo beneventano, ecc…”. Da Wikipedia leggiamo che fra i due scoppiò una lunga e accesa guerra che portò all’intervento armato in Italia dei mercenari musulmani. Da Wikipedia leggiamo che Sicardo morì assassinato nell’estate 839 da una congiura capeggiata dagli Amalfitani (che così si ripresero il Ducato, dopo aver messo Salerno a ferro e fuoco) e dal tesoriere Radelchi, che si autoproclamò principe. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Sichenolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e di Sicilia; Sichenolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Ecc…”.

Nel 839, Siconolfo, principe di Benevento e primo principe di Salerno

Siconolfo (… – 851) è stato un principe longobardo, primo principe di Salerno e principe di Benevento dall’832 all’839. Era fratello di Sicardo, assassinato dal pretendente Radelchi. In reazione all’uccisione di Sicardo, il popolo di Salerno, sottoposto alla signoria beneventana, proclamò principe Siconolfo (che era stato esiliato dal fratello a Taranto e costretto al sacerdozio), in opposizione a Radelchi che nel frattempo veniva acclamato principe a Benevento. L’usurpazione fu subito contrastata dal fratello del defunto Sicardo, Siconolfo, che fu proclamato principe dal popolo di Salerno. Lo scontro fra i due pretendenti si protrasse per dieci anni e si concluse con la suddivisione del principato in due nuove realtà statali. Dalla ripartizione del dominio beneventano nacque il principato di Salerno, di cui Siconolfo fu primo sovrano. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 25, parlando di Policastro, riportava diverse notizie interessanti sul periodo di dominazione Longobarda: “Dall’839 al 1076 Policastro appartenne al Principato Longobardo di Salerno, poichè questa città colle terre di Campania e di Lucania fu assegnata al principe Siginulfo.”.

Nel 840, i Saraceni in Calabria ed i loro Emirati

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 80, in proposito scriveva che: “…..ne approfittò nell’839 Amalfi per rendersi indipendente dal giogo beneventano, ne approfittarono nell’840 i Saraceni di Sicilia, che, rinforzati da Africani e da Cretesi, corsero saccheggiando le coste dello Ionio e la Puglia, occuparono Taranto, distrussero una flotta veneziana inviata contro di loro dall’imperatore bizantino Teofilo (829-842), penetrarono nell’Adriatico e giunsero fino ad Ancona ed alle isole della Dalmazia. Nello stesso anno altre bande musulmane invasero la Calabria ed occuparono S. Severina, Tropea ed Amantea, che divenne sede di un Emiro. Radelchi, nell’841 assoldò una banda di questi predoni provenienti dalla Libia, condotti dal berbero Hablah ad Halfun, la cui prima impresa fu quella di strappare Bari allo stesso Radelchi. Ecc..”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Sichenolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e di Sicilia; Sichenolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”.

Nel 842, Siconolfo ed i Saraceni

Fra Radelchi e Siconolfo scoppiò una lunga e accesa guerra che portò all’intervento armato in Italia dei mercenari musulmani. Fu infatti Radelchi il primo a chiamare in proprio soccorso i Saraceni nell’841, seguito poi dallo stesso Siconolfo che fece altrettanto contro il suo rivale, al quale inflisse nell’843 una pesante sconfitta alle Forche Caudine. La guerra per la successione durò oltre dieci anni, durante i quali i saraceni seminarono ovunque devastazioni, assalendo e depredando molte chiese. Riguardo i Saraceni, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 80, in proposito scriveva che: “Siconolfo, a sua volta, nell’842 chiamò al suo servizio un altro contingente di predoni, oriundi di Spagna e rifugiati a Creta, condotti da un certo Apolaffar. La lotta arse furiosa e i Saraceni, in appoggio dell’una e dell’altra fazione ma, principalmente a danno di entrambe, approfittarono dell’anarchia dello Stato Beneventano per porsi in pianta stabile a Salerno ed a Benevento, dove, col pretesto di proteggerli taglieggiavano i principi, vessavano le popolazioni, saccheggiavano monasteri e chiese, ed agivano da veri padroni del paese. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Sichenolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e di Sicilia; Sichenolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Ecc..“.

Nel 845, i Saraceni a Punta Licosa e poi ad Agropoli

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 30, in proposito scriveva che: Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7). Cacciati di quì (da Licosa) i sacceggiatori ripararono in Agropoli, luogo assai idoneo e per posizione naturale e per strategia. Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8).”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7) postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit. pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del naviglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Il Vassalluzzo citava G. Orlando (….), ovvero Orlando Gennaro (….) ed il suo “Storia di Nocera de’ Pagani”, vol. I, Napoli, 1884, p. 317. Riguardo al testo di Nicola Cilento (….), il Vassalluzzo, a p. 29, nella nota (5) postillava: “(5) Cilento N., Italia meridionale longobarda, Milano, Napoli, pag. 184.”. Nicola Cilento (….), ha scritto sui Saraceni, nel 1959 e, pubblicava l’interessante saggio….

Nell’847, l’imperatore Lotario e suo figlio Ludovico II cotro i Saraceni

Da Wikipedia leggiamo che designato re d’Italia nell’839, nell’844, secondo gli Annales Bertiniani, fu inviato dal padre in Italia con il compito di restaurare l’autorità imperiale a Roma e in quella città fu incoronato da papa Sergio II, il 15 giugno 844. I Saraceni, con i loro attacchi in Italia Meridionale, nell’846 erano giunti a minacciare Roma e nel mese di agosto avevano saccheggiato la basilica di San Pietro, che si trovava fuori le mura, profanando la tomba del primo apostolo. Ludovico intervenne, ma fu sconfitto dai Saraceni e a stento riuscì a raggiungere Roma. I saraceni, secondo una leggenda riportata negli Annales Bertiniani, nell’847 perirono tutti a seguito di un naufragio ed il loro bottino, disperso in mare, fu ritrovato in parte sul litorale e riconsegnato a San Pietro. Nell’847 il padre Lotario ideò una spedizione contro i Saraceni, che avevano occupato il Beneventano, avvicinandosi nuovamente a Roma. Egli pose Ludovico al comando della stessa, che riuscì nell’848 a sconfiggere i saraceni e a liberare Benevento. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 81, in proposito scriveva che: “Ancora in quell’anno 846 Ludovico II, giunto a Roma dopo il pericolo corso dalla città, tenne un’assemblea a nome del padre Lotario, in cui, tra l’altro, fu emanato il capitolare: “de expeditione contra Saracenos facienda; gli scopi dichiarati nel documento erano, innanzitutto, quello di scacciare i Saraceni dall’Italia meridionale, poi di mettere definitivamente ordine nel principato beneventano. Le operazioni programmate si svolsero fra l’848 e l’849 e Ludovico riuscì non solo a scacciare i Musulmani da quasi tutto il territorio beneventano, …..L’849 l’anno di quella divisione, fu particolarmente ricordato sopratutto per la splendida vittoria che i Cristiani ottennero sui Saraceni, quando questi con una loro flottiglia minacciarono da vicino nuovamente Roma; affrontati ad Ostia ecc…ecc…Il 6 aprile dell’850 Ludovico cingeva nella città etrna la corona imperiale.”. Il Cantalupo, a p. 81, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 72 ed, ibidem, n. 1”.

IL PRINCIPATO LONOBARDO DI SALERNO

Nel 849, il Capitolare dell’851 sancita dall’imperatore franco Ludovico II, la ratifica dello scisma del Ducato Longobardo di Benevento in Principati di Benevento, Salerno, Capua e Siconolfo primo Principe del Principato di Salerno

Da Wikipidia leggiamo che la controversia fra Siconolfo e Radelchi rendeva pericolosamente instabili gli equilibri politici del Mezzogiorno e suscitava preoccupazioni da parte dell’allora re d’Italia Ludovico, che nell’846 scese in Italia per pacificare le due parti dello scontro. Nell’849 Radelchi riconobbe a Siconolfo il possesso di tutta la parte costiera del Ducato (la migliore), affacciata sul Tirreno e lo Jonio, trasferendogliela in un accordo abbozzato da un certo Totone, nella forma di donazione da parte di Radelchi a Siconolfo. Il sovrano convalidò l’accordo di massima già intervenuto fra i pretendenti, ratificando il capitolare con cui si sanciva l’indipendenza del nuovo Principato di Salerno dal dominio beneventano. Il nuovo principato comprendeva, fra le altre, le città di Taranto, Cassano, Cosenza, Paestum, Conza, Sarno, Cimitile, Capua, Teano e Sora. La Longobardia Minore fu divisa in due nuove entità statali e Siconolfo fu confermato Principe di Salerno dall’imperatore. Secondo gli accordi, Salerno ebbe tra gli altri i castelli di Montella, Nusco, Avellino, Rota, Sarno, Cimitile, Furculae, Capua, Teano, Sora, Taranto, Latiniano, Cassano, Cosenza, Laino, Conza, Paestum e parte del feudo di Acerenza. A Benevento furono invece assegnati i territori del Sannio e quelli lucani di Melfi, Genzano, Forenza e Venosa. Parte della Calabria e della Puglia restarono invece in mano bizantina. Solo nell’851 si giunse ad una pacificazione grazie all’intervento dell’imperatore Ludovico II il Giovane, anche re d’Italia, che si recò nel Mezzogiorno e convalidò l’accordo di massima già intervenuto fra i due contendenti. Col capitolare dell’851 fu sancita la divisione dei territori del Principato di Benevento, da cui nacque il Principato di Salerno. Siconolfo fu confermato principe di Salerno dallo stesso imperatore. La guerra per la successione tra Siconolfo e Radelchi durò oltre dieci anni, durante i quali i saraceni seminarono ovunque devastazioni, assalendo e depredando molte chiese. Il Principato di Salerno ebbe origine nell’851 in seguito alla frammentazione del Principato di Benevento, ovvero della parte del territorio longobardo chiamato “Langobardia Minor”. Nella prima metà degli anni 1000 comprendeva quasi tutta l’Italia meridionale continentale. Da Wikipedia leggiamo che il capitolare dell’851 segnò la nascita del Principato di Salerno, affidato a Siconolfo, sotto la cui sovranità ricadde la parte centro-meridionale del vecchio ducato longobardo. Il principato di Benevento, ridotto a Sannio, Molise e Puglia (escluso il Salento, sempre bizantino), toccò a Radelchi. La divisione segnò l’inizio di un periodo di grave crisi, complicata dalle ribellioni autonomistiche di gastaldi e piccoli feudatari, dalle incursioni dei Saraceni e dai tentativi di riconquista dell’Impero bizantino, che riuscì a strappare al già indebolito Principato di Benevento gran parte della Puglia. Tra i potentati locali che emersero in questa fase, particolarmente influente divenne la Signoria di Capua. Negli anni successivi si contarono diversi tentativi di riunificare l’antico ducato, ma i successi di Atenolfo I (899) e di Pandolfo I Testa di Ferro (971) si rivelarono effimeri. Da Wikipedia leggiamo che la situazione di stallo si protrasse, con incessanti guerre intestine, per più di dieci anni; fino a quando, cioè, l’intervento dell’imperatore Ludovico II il Germanico non sancì la divisione. Il capitolare dell’851 segnò la nascita del Principato di Salerno, affidato a Siconolfo, sotto la cui sovranità ricadde la parte centro-meridionale del vecchio ducato longobardo. Il principato di Benevento, ridotto a Sannio, Molise e Puglia (escluso il Salento, sempre bizantino), toccò a Radelchi. Dopo aver ottenuto la riappacificazione dei principi longobardi di Salerno e Benevento, nell’850 Ludovico venne unto da papa Leone IV e incoronato co-Imperatore. Sempre in quell’anno, suo padre Lotario, ritiratosi nel suo regno di Lotaringia, rinunciò alla corona d’Italia e Ludovico, ormai unico re, dovette tenere a bada i Saraceni.

Principato di Salerno nel 851

Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, vol. I, a pp. 2-3, in proposito scriveva che: “Cap. I Il Gastaldato di Lucania* 1*. Il trattato di divisione del principato di Benevento (1), compilato pare in una sola notte (fine dell’848-primi dell’849) dal gromatico Tosone (2), pose fine, per l’intervento di Ludovico II (3), alla lunga e sanguinosa lotta tra il crudele Radelchi e il bellicoso Siconolfo (847-849). A quest’ultimo toccarono con Salerno, assurta poi a definitiva sede del nuovo principato, altri 15 gastaldati tra cui quello di Lucania (4). Etc..”. Ebner, a p. 2, nella nota (1) postillava: “Dopo alterne vicende e malgrado l’ome regnum in se ipsum divisum debolabitur (Chron. casin., c. 2, p. 469), per l’intervento franco, il principato beneventano fu diviso (N. Cilento, Le origini cit., p. 93) tra la fine dell’848-primi dell’849. A Siconolfo toccò la parte migliore dell’antico ducato, la marittima scrive N. Cilento (ibid.). Oltre Salerno, cioè, i gastaldati di Taranto, Matera, Latiniano (scomparso, alta valle del Sinni), Acerenza (metà), Cassano, Cosenza, Laino, Conza, Lucania, Montella, Rota (S. Severino Rota), Nocera Sarno, Cemeterio (Cimitile), ma anche Forculae (Forchia – Arpaia- Airola), Capua, Teano e Sora nell’860 date al conte di Capua (v. la Tavola a pag. 94 sg. di N. Cilento, Le origini, cit.), Cfr. pure M. Schipa, La Longobardia cit., pp. 111 e 114 sg. Siconolfo cercò di associarsi comunque la fedeltà dei nobili suoi seguaci (‘Chronicon salernitanum’, a cura di U. Westembergh, Stoccolma, 1956, 91, 513.”. Ebner, a p. 3, nella nota (3) postillava: “(3) Scrive Erchemperto che l’imperatore ‘presentibus omnibus Langobardis inter duos predictos viros totam provinciam Beneventarum, aequitatis discrimine, sub iureiurando disperdivit’.”. Ebner, a p. 3, nella nota (4) postillava che: “(4) Diversamente dagli altri gastaldati, indicati tutti nel testo del trattato ‘Radelgisi et Siconulfi principium Divisio ducati beneventani’ (Bluhme, M. Germ., Hist., Legum IV, p. 221 sgg.), Totone forse indicò con nome di regione il gastaldato di Lucania. Voce che la Westembergh, nella sua edizione critica del ‘Chronic. salern. cit. (p. 85 sg. e 219 sg.), afferma insicura nella lezione manoscritta del capitolare (ma cfr. Guillod cit., p. 211, no. 11). Tuttavia è certo il riferimento dell’actus lucanie, dell’in finibus lucanie, ecc.. dei documenti con l’omonimo gastaldato.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La baronia di Novi”, nell’indice ci parla di “Siconolfo di Salerno” e, a p. 9 e ssg., in proposito scriveva che: “Un diploma (1), fortunatamente pervenutoci, con il quale Guaimario IV, principe di Salerno, concedeva beni immobili del fisco “diebus vitae” a Luca, abate del monastero italo-greco di S. Barbara, ‘in pertinentia de Nobe, finibus Salernitanis’. Significativa indicazione geografica nella quale è anche un prezioso cenno all’avvenuta ripartizione politico-amministrativa dell’antico gastaldato della “Lucania”: uno dei sedici toccato a Siconolfo di Salerno, nella divisione dell’847 con Radelchi di Benevento, se è esatta la trascrizione manoscrittadi quel Capitolare.”. Ebner, a p. 9, nella nota (I) postillava: “(I) Archivio Badia di Cava (ABC), A 22 = CDC, VI 896, anno 1005, non 1035 come ritennero i compilatori del Codex. Per la questione, v. RSS 1967, p. 79 sgg.”. Sempre Eber, a p. 16, in proposito scriveva pure che: “La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confinini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanus”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia Nobe”), etc..”. Ebner, a p. 16, nella nota (32) postillava: “(32) Se pure è dubbia la voce del Capitolare Siconolfo-Radelchi (‘Chronicon Salernitanum’, crit. edit. by Ulla Westemberg, Stocholm, 1956, p. 85 sgg. e 219 sgg.), R. Poupardin (Etude sur les institut. polit. ecc.., Paris, 1907, p. 67), ricorda la sicura espressione “in partibus lucanie” del 774. Come è noto, il ducato di Benevento era stato diviso in una quantità di distretti amministrativi riuniti intorno a centri (ua grande città), chiamati judicarie e non actus, più tardi detti gastaldati. Dopo la divisione, a Salernonon vi furono subito modifiche nell’organizzazione politico-amministrativa. Etc..”. Ebner, a p. 16, nella nota (33) postillava: “(33) Un solo documento di Cava (CXV 89) ha “actum lucania” nell’ubicare terreni a Santa Barbara di Ceraso, sempre collocata “in finibus salernitanis”, ed è il diploma non datato (transunto ?) ma posteriore al 1005 da assegnarsi (RSS 1968-1969) al principe Guaimario IV.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 81, in proposito scriveva che: Ancora in quell’anno 846 Ludovico II,…Le operazioni programmate si svolsero fra l’848 e l’849 e Ludovico……ottenne anche che questo territorio fosse equamente ripartito fra i due contendenti, Radelchi e Siconolfo, di modo che essi divennero signori di due distinti principati, quello di Benevento e quello di Salerno. Il primo comprendeva le terre di Puglia e del Sannio, il secondo quelle dell’attuale provincia di Salerno, della Lucania antica, della Calabria settentrionale e di buona parte della Campania (1). Molte terre però furono divise solo nominalmente, poichè erano occupate dagli Arabi, come quelle di Taranto, di Bari e di gran parte della Puglia. L’849 l’anno di quella divisione, fu particolarmente ricordato sopratutto per la splendida vittoria che i Cristiani ottennero sui Saraceni, quando questi con una loro flottiglia minacciarono da vicino nuovamente Roma; affrontati ad Ostia ecc…ecc…Il 6 aprile dell’850 Ludovico cingeva nella città etrna la corona imperiale.”. Il Cantalupo, a p. 81, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 72 ed, ibidem, n. 1”. Infatti, il Cantalupo, a p. 72, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Divisio Redelgisi et Siginulfi Ducatus Beneventani, in M.G.H., Leges, IV, p. 221”. Riguardo il re dei Franchi Ludovico II ha scritto Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Ecc…”. Dunque, abbiamo visto che Orazio Campagna credeva fosse nell’anno 840 lo scisma tra i due Principati fosse avvenuto non nel 845 ma nell’anno 840-841. Orazio Campagna ci dice che lo scisma tra i due Principati avvenne molto tempo prima, ovvero nel 840. Infatti, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 236, così scriveva che: “Le continue minacce saracene spinsero l’arimanno a costruire nuove fortezze su speroni rocciosi, inaccessibili, spesso preclusi alla vista del mare. I rapporti della nuova signoria fondiaria o patrimoniale del castello con i coloni, e con la superiore Longobardia beneventana, dopo l’840 scisma nei principati di Benevento (163), di Salerno e nella contea di Capua, venivano regolati Jure Langobardorum (163).”. Il Campagna anche in un altro passaggio scrive che lo scrisma avvenne nel 840. Il Campagna, a p. 237, nella sua nota (165) postillava che: “(165) Con la costituzione del Principato di Salerno dopo la scissione della Longobardia beneventana, intorno all’840, la Zecca di quella città coniò monete in oro, imitando esemplari bizantini. Fra le più note, il Solidus, tra l’839 e l’849, di Sichenolfo (o Siconolfo); i tarì di Gisulfo I e II  e di Guaimario IV, fino ai Normanni.”. Secondo Orazio Campagna, nell’anno 840, il Ducato Longobardo di Benevento si scisse in Principati Longobardi di Benevento, di Salerno e nella contea di Capua. Felice Fusco (….), che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) ecc…”. Il Fusco, nella sua nota (80), a p. 90 postillava che: “(80) Coi Longobardi la Lucania Occidentale (o Tirrenica) divenne il Gastaldato di Lucania. Solo questa parte di Lucania romana (che si estendeva press’a poco da Agropoli ai fiumi Calore e Alento, a Velia col suo entroterra, al Vallo di Diano, alle Valli del Mingardo e del Bussento) conservò sino al XII sec. l’antico nome di Lucania, poi mutato in quello di Cilento.”.

Nel 850-851, i Saraceni distrussero l’antica Bussento

Da Wikipedia leggiamo che la divisione segnò l’inizio di un periodo di grave crisi, complicata dalle ribellioni autonomistiche di gastaldi e piccoli feudatari, dalle incursioni dei Saraceni e dai tentativi di riconquista dell’Impero bizantino, che riuscì a strappare al già indebolito Principato di Benevento gran parte della Puglia. Tra i potentati locali che emersero in questa fase, particolarmente influente divenne la Signoria di Capua. Negli anni successivi si contarono diversi tentativi di riunificare l’antico ducato, ma i successi di Atenolfo I (899) e di Pandolfo I Testa di Ferro (971) si rivelarono effimeri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirela, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 78, nella sua nota (90) postillava che: “(90) Pochettino G., I Longobardi nell’Italia Meridionale (570-1080), Napoli, 1930.“.

Nel 851, la morte di Siconolfo e la successione del figlio Sicone II al Principato di Salerno

Nell’inverno di quello stesso anno, però, ferito (o colpito da violenta febbre secondo altri) durante una battuta di caccia, Siconolfo morì e il trono di Salerno fu ereditato dal figlio Sicone. Sicone II (… – 855) è stato un principe longobardo di Salerno dall’851 all’853. Figlio e successore di Siconolfo, primo principe di Salerno, Sicone regnò dall’851, anno della morte del padre e della costituzione del Principato di Salerno, fino alla sua deposizione nell’853. Gli fu attribuito l’ordinale “II” come successore, nel meridione d’Italia, di Sicone di Benevento. Alla morte del padre, Sicone era ancora minorenne e fu posto sotto la tutela del conte Pietro. Dopo appena due anni di reggenza, Pietro depose il principe in carica, che fu costretto a fuggire al nord presso l’imperatore Ludovico II. Secondo il Chronicon Salernitanum, egli raggiunse la maggiore età nell’855 e ritornò a Salerno a reclamare il trono, ma fu avvelenato a Capua da sicari di Ademaro, il figlio del conte Pietro che gli era succeduto illegalmente al trono.

Nel 861, Guaiferio Principe di Salerno

Le tensioni e il disordine tuttavia perdurarono: sulla stabilità del Mezzogiorno influivano negativamente le velleità autonomistiche dei signori di Capua, le mire del papato e del Sacro Romano Impero, entrambi decisi ad affermare la propria influenza sull’Italia meridionale, le minacce bizantine e le frequenti incursioni dei Saraceni, non di rado chiamati ad intervenire dagli stessi governanti in conflitto fra loro. Nell’861, Ademaro, figlio di Pietro, usurpatore del trono ai danni del figlio di Siconolfo, fu spodestato da Guaiferio, che instaurò sul trono di Salerno la dinastia dei Dauferidi. I Dauferidi ressero il principato fino alla morte di Gisulfo I, avvenuta nel 978. Gisulfo, deposto dal fratello Landolfo, lasciò il principato al fratello di Landolfo III di Benevento, il potente Pandolfo Testa di Ferro, che dopo aver restaurato Gisulfo come suo vassallo ne ereditò i possedimenti. Il Principato passò poi ai duchi di Amalfi con Mansone.

Nel X e XI secolo, i cenobi ed i monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania

Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne’, pur non citando affatto il monastero grancia dei monaci Basiliani di San Pietro al Tamusso, dipendente dall’Abbazia italo-greca di Rofrano, in proposito scriveva del ‘Mercurion’ a p. 45 scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie nel Principato di Benevento ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro interessantissimo di vita monastica. Qui si stabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una “nuova Tebaide”. Il Mercurion ecc…”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 48 scriveva che: “La regione dell’antico Latinianon può essere riconosciuta nelle attuali borgate della valle del Tanagro: Montesano, S. Pietro, Sassano, Polla, S. Arsenio, S. Rufo con punte a Sant’Angelo a Fasanella, Ottati, Roscigno, Sacco, Castelcivita; per quanto riguarda invece la valle dell’Agri: Brienza, Tito, Marsico Vetere, Laurenziana, Viggiano, Corleto Perticara, Cersosimo, S. Chirico Raparo, Castelsaraceno, Episcopia, Calvello.”Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “L’esercito di Basilio il Macedone, generale al servizio di Michele terzo l’Ubriaco e futuro imperatore d’Oriente, annientò le bande d’arabi che tenevano la Lucania, conquistando la regione sul finire del nono secolo: alla volontà politica di costui si deve con ogni probabilità anche l’organizzazione urbana del primo abitato di Padula, testimoniata pure dall’ampliamento di San Nicola de Donnis con l’aula ecclesiastica etc….Poi, con la conquista macèdone, si delinea meglio la struttura amministrativa della Lucania bizantina, il cosiddetto ‘thema’ di Lucania: essa fa parte del più ampio organismo politico del Mezzogiorno bizantino, il ‘Catepanato’ d’Italia, e a sua volta s’articola in almeno tre divisioni, corrispondenti pure a unità monastiche (‘eparkhjie’), e definite in termini burocratici ‘turne’, quali sono il ‘Mercurion, il Latinianon, il Lago Negro – l’εν τω Λακκφ Νιγρφ καλουμενφ (e ndò Làkko Nhjighro Kalumnhjèno: ‘nel cosiddetto Lago Negro’) ricordato dal patriarca di Gerusalemme Oreste nella biografia dei Santi Saba, Macario e il loro padre Cristoforo – E il Vallo di Diano, che costituiva per spessore culturale e religioso un’entità monastica considerevole (L. R. Ménager, La “byzantinisation” religeuse de l’Italie méridionale (IX-XII siècles) et la politique des Normands d’Italie, p. 772, nota 4), probabilmente poté esser compreso nel ‘Lago Negro’. Infatti il Tanagro, il corso d’acqua che l’attraversa, e nasce per di più nei monti dell’attuale Lagonegro, nel periodo medievale era denominato per l’appunto ‘il fiume nero’ –  ο μαυρος ποταμος, o màvros potamòs (F. Trinchera, CIV, p. 136, e CVIII, p. 143) – Forse le parole ‘Làkkos e Nigros’ intendevano propriamente, che la tradizione diretta poteva essere alquanto alterata nello scritto del presule gerosolimitano, la zona del ‘bacino del Negro’, cioè del Tanàgro: e la si dovrebbe considerare dalla sorgente alla confluenza col Sele, all’inizio della piana di Pesto. All’abitato prossimo alle fonti del Tanàgro sarebbe rimasto l’attributo antonomastico dell’apprezzata e fervente eparchia. Inoltre, se si volesse assegnare al solo attuale Lagonegrese, coi paesi di Rivello, Lauria, Nemoli, Trecchina, tale ampia indicazione geografica, le fondazioni religiose conosciute e documentate del distretto mal potrebbero giustificare la cosa. Che il Vallo e il Cilento meridionale si trovasero al di qua della linea- peraltro alquanto mobile – di confine tra il Principato longobardo di Salerno e il Catepanato vien confermato, inoltre, dall’espansione del monachesimo occidentale, l’Ordo Sancti Benedicti’, che non penetrò minimamente nel territorio attraversato dal Tanàgro se non dopo l’avvento dei Normanni e non prima del 1086, benchè i dinasti salernitani ne avessero favorito in ogni modo la diffusione e con la donazione dell’abate Alferio avessero fondato nel 1025 una Casa benedettina a Mitiliano di Cava, dotata di numerosi domini nell’Actus Cilenti, la quale poi, coi nuovi dominatori, ottenne possedimenti finanche in Calabria e in Lucania.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “1. La Calabria prima della introduzione del feudalesimo. Bizantini e Longobardi nella Regione”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 91 e sgg., in proposito scriveva che: Allorquando il Ducato beneventano si frazionò nel principato di Salerno e nel principato di Benevento, nell’atto di divisione dell’847 (2), toccarono al primo i possedimenti longobardi di Calabria, delimitati sempre dalla vecchia linea Rossano-Bisignano- Amantea (3); in una parla, il principato di Siconolfo e dei suoi successori, conprese sedici ‘gastaldi’, dei quali quattro in Calabria: Canna, Cassano, Cosenza, Laino. Questa diversità di dominazione ebbe conseuenze molteplici e diverse nelle due parti della Calabria. Nella parte più meridionale di essa e in aree e località sparse della rimanente, l’ellenismo bizantino si venne infiltrando in tutte le manifestazioni di vita: nei costumi, nel rito, nel diritto degli abitanti, lasciando tracce ancora oggi non del tutto cancellate. L’eresia e la persecuzione iconoclastica sottrassero alla dipendenza ed all’autorità della Chiesa di Roma i vescovati di Calabria, come in Puglia e di Sicilia, e li sottomisero al patriarcato di Costantinopoli, che li organizzò in una ‘metropolia’, alla cui testa pose l’arcivescovo di Reggio (4). Riesce oggi malagevole dare un’esatta enumerazione delle diocesi calabresi per le età anteriori al secolo X, malgrado la presenza di cataloghi imperiali patriarcali, le cosiddette ‘diatiposi’: ad ogni modo, è noto che alcune di esse non sfuggirono al vandalismo distruttore delle invasioni musulmane (5). E se l’editto di Leone Isaurico scacciava dai territori dell’impero i monaci basiliani, difensori intrepidi dell’ortodossia, furono le campagne ed i vergini monti della Calabria ad accoglierne non pochi, così come le aree litoranee della Sicilia da Siracusa a Messina etc….Senonchè nel corso del IX secolo, la Sicilia cadde sotto il dominio degli Arabi, e allora i Greci di Sicilia, perseguitati dai nuovi dominatori o non disposti a sottostare al loro intollerante dominio, trovarono asilo, oltre che nel Peloponneso, in Calabria, che divenne “le refuge naturel des chretiens chassés de Sicile”, come scrisse il Batiffol (7). Dopo la caduta di Taormina (nel 902), che segnò per l’Impero bizantino la perdita totale e definitiva dell’isola, troviamo infatti che numerose famiglie di Greci cercano sede e riparo nelle vicine città di Calabria: a Reggio (…………), a Gerace (………………..), a Cosenzia (…………..) etc…Ne sono da dimenticare le colonie, che, a più riprese, gl’imperatori di Costantinopoli dedussero onde ripopolare le terre della Calabria, desolate dalle invasioni dei Saraceni. Basilio I il Macedone, ad esempio, vi trasferì in una sola volta 3000 schiavi affrancati con il danaro tratto dalla pingue eredità della vedova Danielis (9).”.

Nel 871, i Bizantini e Ludovico II conquistano Bari

Nell’871-72, Salerno subì un lungo assedio da parte dei musulmani e malgrado la forte resistenza del principe Guaiferio, la città riuscì a liberarsi solo grazie all’intervento dell’imperatore Ludovico II, che ottenne in ostaggio i figli del principe quale pegno di fedeltà. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che:  “Si deve a Basilio I, il fondatore della dinastia macedone, il ripristino della sovranità imperiale su ampie porzioni dell’Italia meridionale, la quale nella prospettiva costantinopolitana riacquista rilevanza strategica man mano che si profila come ineluttabile la conquista aglabita della Sicilia (827-902). Il nuovo processo di espansione prende avvio in seguito alla riconquista di Bari, il cui emirato islamico cade sotto i colpi decisivi della flotta bizantina e delle forze di terra dell’imperatore latino Ludovico II (871)(91). Etc…”Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (91) postillava che: “(91) G. Musca, Ludovico II, Basilio I e la fine dell’emirato di Bari, in Archivio Storico Pugliese, n.s., XIX (1966), pp. 168 ss.; A.A. Vasiliev, Byzance et les Arabes, II, 1 ediz. franc. Bruxelles 1968, p. 14 ss. “. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 44 e ssg., in proposito scriveva che: Incerto è anche il ruolo da assegnare alle incursioni saracene: sebbene la tradizione storiografica, che risale agli storici eruditi del Settecento, parli di danni gravissimi arrecati dai Saraceni ad ‘Atina, Consilinum e Tegianum’ (4), non sono riuscito a trovare nelle fonti narrative del tempo altro che un accenno indiretto ad un loro passaggio per il Vallo di Diano. Riferisce infatti il ‘Chronicon Salernitanum’ che nell’anno 871 “Agarenorum rex (….), Abdila cum sexaginta duo mila pugnatorum ‘per Calabriam Salernum venit”(5), ma nell’agosto dell’anno seguente, dopo undici mesi di assedio, fu costretto a rinuncare alla conquista della città per l’arrivo dell’Imperatore Ludovico II (6). Etc…..Più valore ha il dato fornitoci da una carta cavense del giugno 1115 che, a proposito della chiesa di S. Maria ‘de Matuniano’ presso Teggiano, dice che essa ‘ab antiquis temporibus destructa fuit a barbaris’ (10), anche se non è da scartare del tutto l’ipotesi che i barbari del nostro documento possano essere i Germani del V-VI secolo (11). Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (5) postillava che: “(5) Ed. Westembergh, Stockolm 1956, cap. 111, p. 124.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (6) postillava che: “(6) “At Agareni mutuentes adventum Francorum, ilico super suum iam dictum regem irruunt, eumque comprehendunt, manusque vinxerunt, et in navem retrudunt, et iter arripiunt. Sed prius enim quam fugam arriperet nefanda genius, huiusmodi signum de celo Redemptor multis ostendit: faculam igneam permaximam prepete cursum in medio navium iecit, quam mox secuta est tempestas, que cunctas liburnas frustatim dirrupit. Alii vero Calabriam aderunt, eamque intra se divisam repperientes, funditus depopularunt”. (ivi, cap. 118, p. 132). In verità il passo è interpretato da A. Di Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, IV, Napoli, 1798, p. 258, nel senso che tutti i Saraceni si imbarcano, ma parte annegano e parte approdano in Calabria, il che, tra l’altro, è in contraddizione con quanto è detto nel citato cap. 111 del Chronicon Salernitanum, sulla base del quale lo stesso Di Meo afferma che i Saraceni arrivarono a Salerno risalendo dalla Calabria. Credo invece che il passo in questione vada interpretato nel senso che gli assediati costringono il loro re ad imbarcarsi su una delle navi che evidentemente avevano appoggiato dal mare la marcia dei Saraceni, mentre il grosso dell’esercito, formato secondo il cronista salernitano da ben 62.000 uomini, fa ritorno in Calabria percorrendo l’antica strada Reggio-Capuam, che nel Medioevo, come è noto, fu la strada ppercorsa dai grandi eserciti che si dirigevano verso l’estremo sud della penisola.”. Il Vitolo, a p. 45, nella nota (10) postillava che: “(10) AC XX, 30 (1115, giugno). L’espressione si ritrova anche in AC XX, 28 e 29; si tratta però di due falsi, sui quali si veda C. Carlone, I principi Guaimario e i monaci cavensi nel vallo di Diano, in “Archivi e Cultura”, X (1976), pp. 47-66.”. Il Vitolo, a p. 47, nella nota (11) postillava che: “(11) E’ da tenere presente infatti che nelle fonti documentarie del Salernitano i Saraceni non sono mai chiamati barbari, mentre invece le fonti narrative usano le espressioni: ‘Saraceni, Agareni, Hismaelitae, Poeni, Hispani, Pagani. Per quel che ne so, l’espressione ‘barbari’ è usata soltanto dall’autore della ‘Translatio’ di S. Matteo, il quale riferisce che le reliquie dell’evangelista furono ritrovate nel 954 in una chiesa presso Casalvelino ‘a barbaris destructa’ (G. Talamo Atenolfi, I testi medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100). Come aggettivo riferito ai Saraceni, barbari si ritrova in un documento del febbraio del 882, in cui si parla di un abitante di Nocera che non poteva raggiungere Salerno ‘pro ista generationes barbaras saracenorum, unde in cibitate ista salernitana circumclusi sumus’ (CDC I, 110).”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “L’esercito di Basilio il Macedone, generale al servizio di Michele terzo l’Ubriaco e futuro imperatore d’Oriente, annientò le bande d’arabi che tenevano la Lucania, conquistando la regione sul finire del nono secolo: alla volontà politica di costui si deve con ogni probabilità anche l’organizzazione urbana del primo abitato di Padula, testimoniata pure dall’ampliamento di San Nicola de Donnis con l’aula ecclesiastica etc…”.

Il manoscritto del Marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito, Principe di Casapesenna)

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87′. leggonsi le seguenti parole: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant”.”. Su questo manoscritto ha scritto Giuseppe Antonini (….), nel 1745 che, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’.”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella.  Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Su un blog in rete leggiamo che Francesco Vargas-Machuca, nel 1757 sposò donna Vincenza Bonito, figlia di Francesco principe di Casapesenna e Maria Saluzzo Carafa, principessa di Lequile. Nel 1767 fu decorato da re Ferdinando IV di Borbone marchese di Vatolla, feudo ereditato da casa Rocca. Ricordiamo che i Rocca ospitarono Giambattista Vico nel loro palazzo a Vatolla. A Vatolla, nel Palazzo dei Vargas-Machuca (….), vi è il Museo Vichiano. Dunque, Francesco Vargas-Machuca, nel 1756 sposò una Bonito, figlia di Francesco Principe di Casapesenna. MARCELLO, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Riguardo Marcello Bonito, Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643 parlando di Casalvelino, in proposito scriveva che: “…se nel 1640 era già di proprietà della nobile famiglia amalfitana dei Bonito, tra cui Marcello (n. 16 agosto 1631)(21) e Lorenzo, signore di Torchiara. etc..”. L’Antonini cita il manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. Il manoscritto, che all’epoca dell’Antonini (a. 1745, anno della sua prima edizione) sarebbe appartenuto al nipote del marchese Marcello Bonito ovvero al Principe di “Casapisella”. Non si tratta di “Casapisella” ma di Casapesenna. Pompeo Sarnelli (….), nella sua “Guida de’ Forestieri etc…”, del 1697, a p……., in proposito scriveva che: “5. D. Marcello Bonito: Marchese di S. Giovanni, Cavaliere dell’Abito di Calatrava: La sua Libreria è molto rara per molti manoscritti, particolarmente per le cose appartenenti al Regno di Napoli da Carlo d’Angiò a quella parte; e per conseguenza difficili a ritrovarsi in un altro Museo.”. Pietro Ebner (….), a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Di questo autore, e manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I, p. 130. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del marchese Marcello Bonito. Forse l’Antonini si riferiva a Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di “Marchese di S. Giovanni di Celsito”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 332 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad anno 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ms (18).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Nel testo del ……“Della Città e, del Regno di Napoli”, a p. 57, in proposito si scriveva che: “In quest’anno corrente, che si darà alle stampe questo libro, è passato a miglior vita D. Marcello Bonito, buon Cavaliere di Calatrava, il quale oltre essere virtuosissimo Cavaliere, e di forma pontualità ornato, si era con molta fatica applicato nell’Istorie di questo Regno, e nell’intelligenza dei Reali Registri, e perciò fatta radunanza de’ libri e manoscritti di Spesa, ……se ne legge la tradizione in un altro libro dato alle stampe sotto nome d’altr Autore, nacque questo virtuoso Cavaliere da…..Marchese di San Giovanni etc…”. Pietro Ebner a p. 643, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Camera Matteo, cit., p. 645”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, a p. 645, dove ci parla di Marcello Bonito, Archivista della Real Zecca di Napoli e filantropo per l’opera postuma di Carlo De Lellis. Da una ricerca sulla rete ed in particolare su alcune annotazioni di un manoscritto di Giovanni d’Alife del 1760 conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla sua scheda si evince che: Il manoscritto riporta trascrizioni di documenti relativi alla storia del Regno di Napoli e della famiglia d’Alitto di Abruzzo Citra, tratti prevalentemente da manoscritti di Marcello Bonito, come si ricava da un’annotazione a c. 4r: “Da un volume grande M.S del Sig.r D. Marcello Bonito, intitolato Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Dunque secondo la scheda bibliografica di collocazione di un altro manoscritto si evince che Marcello Bonito possedeva un manoscritto di suo notamenti intitolato “Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Marcello Bonito, marchese di S. Giovanni e cavaliere di Calatrava (Napoli 1631-1711), appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi, fu archivista del Regno; incaricò Carlo De Lellis di effettuare numerosi spogli di documenti dell’Archivio della Zecca, che furono raccolti in 30 volumi contenenti i Notamenti della Cancelleria Angioina, le scritture della Cancelleria Aragonese ed altri documenti tratti dai processi del Sacro Regio Consiglio. La collezione del Bonito fu acquistata succesivamente dal Minieri Riccio ed in seguito da una libreria antiquaria di Milano che non ne conservò l’unità. Per le fonti per Marcello Bonito: C. MINIERI RICCIO, “Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel sec. XVII per Camillo Minieri Riccio. Milano-Napoli, 1875, II, p. 35. Infatti, il Minieri Riccio, nella sua opera sulle biografie degli scrittori a p. 35 del vol. II, in proposito scriveva di Marcello Bonito che: “3° Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido. MS.”. Dunque, il Minieri Riccio scrive che il Marcello Bonito aveva scritto questo manoscritto dal titolo: Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido”, forse proprio il manoscritto da lui acquistato tratto dai notamenti annotati dal De Lellis e citato dall’Antonini. Per le fonti per Marcello Bonito e i manoscritti di Bonito: CONSOLI FIEGO, op. cit., pp. 96-98; per Carlo de Lellis: C. DE LELLIS, “I sunti del Registro 1271 A di Carlo I. D’Angiò…” Caserta, Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893. Sulla Treccani on-line alla voce di Carlo De Lellis leggiamo che il De Lellis si avviò agli studi giuridici e alla poesia, ma presto cominciò ad applicarsi per intero alle ricerche archivistiche, stimolato e protetto da Marcello Bonito, archivario del Regno, mentre le sue amicizie con Niccolò Toppi, ecc..Dunque, Marcello Bonito era Archivista del Regno al Grande Archivio della Zecca a Napoli. Bonito ed altri facilitarono e incentivarono le ricerche di Carlo De Lellis. Nel 1670 il De Lellis aveva pubblicato un’altra opera, il Supplimento all’Historia della famiglia Blanch scritta da D. Camillo Tutini, stampata a Napoli. Tale famiglia era quella materna di Marcello Bonito. Ancora a proposito del Tutini, il De Lellis compose una Apologia contro D. Camillo Tutino per il libro dell’Origine de’ Seggi, in due volumi manoscritti (Napoli, Bibl. naz., X. B. 25 e X. B. 26). Nell’introduzione a quest’opera è inserita una biografia del Tutini, verso il quale il D. non nasconde la sua avversione, accusandolo di ignoranza, di malignità e persino di natura depravata; narra poi il De Lellis, il quale si dimostrò sempre fedelissimo al governo spagnolo, della posizione assunta dal Tutini durante i fatti del 1647, nel corso dei quali, egli afferma, fu prima partigiano del duca di Guisa, poi lo tradì con una lettera al re di Francia nella quale il duca veniva accusato di badare ai suoi interessi e non a quelli della Corona; perseguitato – continua il De Lellis – dai Francesi, che giustiziarono i suoi complici, e dagli Spagnoli, Tutini fu costretto a fuggire a Roma. Il De Lellis, “con una costanza da sbalordire” (De Laurentiis, Manoscritti…, p. 179), eseguì lo spoglio di tutti i volumi ancora reperibili al suo tempo appartenenti alle Cancellerie angioina, aragonese e vicereale, oltre ai più importanti processi trattati innanzi al Regio Consiglio, sulle orme di quanti prima di lui, nella seconda metà del ‘500 e all’inizio del’600, si erano occupati di quel materiale ricavandone genealogie (P. Vincenti, C. Tutini, B. Chioccarelli e altri) o dedicandosi come lui agli spogli dei registri (G. Bolvito, C. Pagano, C. D’Afflitto, ecc.). Per il De Laurentis si tratta di C. De Laurentiis, Manoscritti di scrittori chietini presso l’Arch. di Stato, le biblioteche e i privati in Napoli, in La Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti, XII (1897), pp. 179, 199 s.. Il De Lellis compilò ben 28 volumi di repertori, di cui undici riguardanti la Cancelleria angioina (1266-1435); i primi sette volumi erano tratti dai quattrocentotrentasei registri esistenti a quel tempo, ai quali era stato dato un ordinamento, anche se confuso, nel 1568; i due successivi volumi riguardavano i fascicoli, mentre gli ultimi due le arche in pergamena e quelle in carta; questi ultimi due repertori vennero compilati tra il 1680 e il febbraio 1682, mentre il D. era detenuto a Castel Nuovo. I repertori rimasero, insieme ad altro materiale riunito da Marcello Bonito (e cioè i notamenti compilati da C. Pagano, C. D’Afflitto e G. G. Di Transo), per oltre un secolo e mezzo in casa Bonito, e furono acquistati nel 1850 da C. Minieri Riccio che ne pubblicò parecchi (cfr. Gli atti perduti…, a cura di R. Filangieri, pp. XVIII s.). Nel 1882 li acquistò Angelo Broccoli, che iniziò la pubblicazione dei registri nell’Archivio storico campano (I, 1889), ma si limitò al registro 1271 A della Cancelleria angioina, al secondo privilegio di re Ferrante I d’Aragona (1487-1488) della Cancelleria aragonese, e al primo privilegio del gran capitano (1503) della Cancelleria spagnola. Dagli eredi del Broccoli il materiale fu acquistato dallo Stato nel 1925, e posto nell’Archivio di Stato di Napoli. Parte di esso andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Il De Lellis compilò un repertorio ampio e organico solo di una parte dei registri; di tutti gli altri eseguì un repertorio parziale o relativo solo a qualche documento. Dei registri presi in considerazione, ventidue riguardavano Carlo II (1285-1309), diciannove Roberto d’Angiò (1309-1343), sette Carlo d’Angiò duca di Calabria e ventidue sua figlia Giovanna I; questi ultimi ebbero un repertorio quasi completo solo da parte del De Lellis. Si può ritenere che con questi repertori venne recuperato oltre un terzo del materiale perduto nel 1701, quando, durante i tumulti che seguirono la congiura del principe di Macchia, il popolo in rivolta penetrò in Castel Capuano e incendiò sessanta registri angioini insieme ad altro materiale ivi custodito.

Nell’863 (Antonini), 868 (Porfirogenita), i Saraceni occuparono Rivello, Camerota ed Agropoli, che divennero un loro avamposto

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da p. 129 parlando dei Saraceni in Lucania, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. Dunque, l’Antonini, a p. 129 scriveva che i Saraceni provenienti dalla Sicilia occupata, si erano man mano trasferiti anche nella vicina Calabria, dove, spesso guerreggiarono con i dominatori dell’epoca che erano i Bizantini. La Calabria era sotto il dominio ed il controllo dei Bizantini. I Saraceni però riuscrirono a crearsi dei loro stabili avamposti a Rivello, a Camerota e ad Agropoli. Dunque, lo stabilimento dei Saraceni a Rivello avvenne in epoca longobarda e Bizantina, e secondo l’opinione di Antonini ciò accadde nell’anno 863 o addirittura molti anni prima. L’Antonini scriveva che ciò accadde in seguito all’occupazione Araba della Sicilia. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno.”, e poi aggiunge che: “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, oltre ad Amantea e Agropoli aggiunge anche Policastro. Orazio Campagna, a p. 77, nella nota (86) postillava: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Orazio Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Da Wikipedia leggiamo che la discesa dei Longobardi venne arrestata dai Bizantini solo con grandi difficoltà: ma Costantinopoli non poté evitare del tutto gli attacchi dei Saraceni. Nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (13) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24.000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolato (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella nota (85) postillava: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Cod. Cript. β α, XX (395).”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ciò non impedì peraltro, secondo ritenne, sulla scorta di un antico manoscritto, l’Antonini, che non fosse non occupata dai saraceni quando nel secolo IX sbarcarono dalla Sicilia occupando più punti del continente. Doveva essere anzi, egli aggiunse, uno dei 150 ‘munita castra’ che Porfirogeneta nella sua Storia al numero 55, scrive essere nel 868 nelle loro mani, luoghi che poi lasciarono dopo la loro strage, nel 915, al Garigliano (2).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. In questo passaggio il Pasanisi cita il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: ‘Inter caetera oppida (parlando dei Saraceni) ‘occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolim, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudies, & Saracenicos mores conservant.’. Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc…”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini Giuseppe, La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Dunque, secondo l’Antonini, nel manoscritto del Marchese di S. Giovanni Bonito (…), pagina 87 è scritto che: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant” che tradotto e riferendosi ai Saraceni dovrebbe significare: “Tra gli altri paesi occuparono Camerota al di sopra del mare in luogo alto e sicuro, e neppure al mare di Agropolis;…”. Dunque, l’Antonini cita un passo tratto dal manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito”. Si tratta di un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. L’Antonini scriveva che questo manoscritto, nel 1745 apparteneva “oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote etc….”. Antonini cita la pagina 87 del manoscritto. Di questo autore e del suo manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia di Amalfi”. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del Marchese Marcello Bonito. Sul manoscritto di Marcello Bonito (….), il “marchese di San Giovanni”, come lo chiama l’Antonini, ho già scritto. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “E mentre i capi Longobardi costituiscono dei ducati, che tendono a distaccarsi dalla sfera del potere regio, i Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantesette anni il tempo del malessere. Ecc..”. Forse il Ciociano, su queste notizie fa riferimento alla cronaca dell’Anonimo Salernitano che cita più avanti. Sulla notizia che: Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Ecc..”, aveva scritto Antonini, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “Doveva forse così Camerota esser uno dei cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua storia al num. 55. scrive esser in Italia in mano de’ Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc..”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”.

Nel 870, i ribat (“munita Oppida”) di Venosa, Matera e Canosa furono conquistati dai Bizantini

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini scrive sui “munita Oppida” di cui parlava il Porfirogenneta e dice che: “che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879 ecc…”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Dunque, la notizia riferita dal Pasanisi prima e da Ebner e dal Vassalluzzo e dal Guzzo dopo è tratta da un passo di Porfirogenita (….) che è riportato dall’Antonini. Chi era Porfirogenita citato da Antonini ?. Da Wikipedia leggiamo che Costantino VII dedicò gran parte della propria vita allo studio della letteratura classica greco-romana, redigendo personalmente quattro opere; il De cerimoniis aulae byzantinae, il De administrando imperio, il De thematibus, ed un’estesa biografia sul nonno Basilio I. Tuttavia la sua attività è considerata rilevante non perché espanse la conoscenza della civiltà bizantina nei vari campi del sapere, ma perché puramente “compilatoria”, atta cioè alla preservazione della cultura classica o greco-medievale; al fine di educarlo dedicò inoltre i propri scritti al figlio Romano II. Secondo il Porfirogenita (….), Camerota, nell’anno 868 doveva essere uno dei 150 luoghi, che chiama “munita Oppida” occupati dai Saraceni o musulmani stanziatisi pure ad Agropoli.

Nel 879, Niceforo Foca che conquistò i ribat (“munita oppida”) di Amantea, Tropea, e S. Severina

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Sulle incursioni Saracene sul nostro territorio ha scritto pure Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”.  Da Wikipedia leggiamo che nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (12) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Wikipedia, nella nota (12) postillava: “(12) “Amantea” è tra l’altro il nome arabo dell’antica Nepezia: viene da Al Mantiah, La Rocca. Gabriele Turchi, Storia di Amantea, Cosenza 2002.”. Da Wikipedia, alla voce “Amantea” leggiamo che nel medioevo i greci bizantini, quando conquistarono la Calabria, fondarono nell’area dell’attuale Amantea vecchia una cittadella fortificata chiamata Nepetia (Νεπετία). Nepetia fu conquistata dagli arabi nel IX secolo, che la costituirono capitale di emirato e la ribattezzarono Al-Mantiah. Quando, nell’885, Niceforo Foca riconquistò la città, rimase il nome di Amantea. La cittadina fu elevata a sede vescovile finché non venne accorpata, sul finire dell’XI secolo, alla diocesi di Tropea.

Nel 882 d.C.Atanasio II, Vescovo-Duca di Napoli (877-889)

Atanasio II salito al potere, mantenne l’alleanza, fatta di intrighi e scorrerie, con i Saraceni di Agropoli. Li utilizzava per i lavori sporchi, ci faceva commerci e gli chiedeva una “tangente” per le rapine che compivano. Il Vescovo di Napoli scagliò i Saraceni di Agropoli contro Guaimario I di Salerno e dei continui attacchi a Salerno, abbiamo delle testimonianze riportate dalla“Historia Langobardorum Beneventanorum” di Erchemperto (….) e da altri documenti dell’epoca. Eccone alcune: Per acquistare il cibo, in una Salerno assediata dai Saraceni di Agropoli, una donna salernitana si lamentava perché era stata costretta ad alienare alcuni beni immobili; Un’altra donna si disperava che i suoi due figli, garanti per una vendita, non erano presenti perché, uno era stato catturato dai Saraceni e l’altro era a Nocera, città assediata dalle orde mussulmane. Quando Papa Giovanni VIII minacciò di scomunicare ed assalire Atanasio II, per la sua alleanza con i Saraceni di Agropoli, questi, per meglio difendersi, assoldò da Palermo un esercito di Mussulmani comandati dal condottiero Sicham. I Saraceni Siciliani subito giunsero a Napoli e costruirono un Ribat alle falde del Vesuvio, da dove iniziarono a razziare ferocemente l’hinterland napoletano. Atanasio II, pentendosi di averli chiamati, strinse alleanza con Salerno e Capua. Nell’autunno dell’882 assalì e scacciò dalle falde del Vesuvio i Saraceni Siciliani, che si rifugiarono, rafforzandoli, nei Ribat di Agropoli e del Garigliano. In che anno i Saraceni abbandonarono Agropoli? Alcuni storici lo indicano nell’915 quando Papa Giovanni X, con le truppe alleate, distrusse il ribat sul Garigliano. Un’altra ipotesi, sempre in base alle nuove fonti storiche, ci rivela che i Saraceni di Agropoli, nei primi mesi dell’889, perso l’appoggio dell’esercito napoletano per la morte del Vescovo-Duca Atanasio II, loro fidato alleato e protettore, si trovarono da soli ad affrontare l’esercito Bizantino. Dopo mesi di assalti, battaglie e scaramucce portati, via mare e via terra, dai Bizantini, i Saraceni Agropolitani, oramai decimati, isolati e senza rifornimenti, alla fine dell’889 abbandonarono Agropoli e si rifugiarono nel ribat del Garigliano. I Saraceni Abbasidi, in pochi anni di insediamento, lasciarono ad Agropoli e dintorni, desolazione, disperazione, lutti e paure mai sopite. Una presenza così traumatizzante che ancora oggi, a distanza di 1200 anni, gli agropolesi vengono soprannominati “Saracini”. Dal ribat sul Garigliano continuarono le loro scorrerie per altri 16 anni. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, fu pubblicato da Michelangelo Schipa (….), ci parla dei musulmani di Camerota ma ci parla dei musulmani stabilitisi nel ribat di Agropoli, i quali, negli anni 882 e 883, al seguito del Duca di Napoli Attanasio, funestarono la Campania. Infatti, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Per seguire tal colpo, Atanasio, compose una nuova lega: di “tutte le genti marittime” (compresovi quindi il nuovo principe di Salerno Guaimario) e di “tutti i capuani della città e dei castelli” (così Erchemperto). Assaliti da questo complesso di forze i mercenari nel loro accampamento, quelli che scamparono al macello, ritraendosi traverso il principato salernitano, fecero sosta ad Agropoli, rimpetto a Salerno, in fondo alla curva meridionale del golfo. E, quivi fortificatisi secondo l’uso, di lì si sparsero a saccheggiare e a distruggere, disertando i campi circostanti, che si coprirono di rovi e di sterpi; pronti ad aiutare a lor modo chi li chiamasse. E una chiamata ebbero subito dall’ipato Gaetano Docibile contro il molesto vicino Pandonolfo. Il papa, per scongiurare gli effetti ecc….Poi fatto dai figli di Landonolfo, suoi alleati e congiunti di Guaimario di Salerno, spodestare e imprigionare il conte del Garigliano Landone II, nuovo conte di Capua; mosse quelli di Agropoli contro il principato di Salerno, che ne sarebbe rimasto soggiogato in tutto, se a difesa non fossero accorsi i bizantini, tornati ormai da Bari a dominare gran parte della Puglia e della Calabria.”.

Nel 882, i Saraceni ad Agropoli

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 30, riferendosi ai Saraceni ed ad Agropoli, in proposito scriveva che: Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8).”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7), riferendosi agli anni precedenti al 914 postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Ecc… Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141.

Nel 882 o nell’892, Camerota e la roccaforte dei Saraceni

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota,  riferendosi al Guzzo ed al Cirelli scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. Il Guzzo, mentre nella prima notizia dei musulmani a Licosa citava Hirsch e Schipa, in questa notizia, invece, non fornisce alcun riferimento. Il Guzzo scrive che qualche anno dopo l’anno 882, altri “Saraceni”, provenienti dalla Calabria, sbarcarono su una spiaggia di Camerota e dopo aver raggiunto il piccolo borgo lo incendiarono e lo saccheggiarono. Purtroppo il Guzzo non forniva nessul riferimento bibliografico. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 47, parlando della “Diocesi e clero dopo il Mille”, citava Matteo Camera (…) ed il manoscritto citato dall’Antonini scrivendo che: “Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (vedi G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo Salernitano (4)”. Ebner a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Vediamo il Camera cosa dice in proposito. Dunque esiste un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, cavaliere di Calatrava appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi e Scala. Infatti Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 in proposito scriveva che:

Nel 884, il generale Bizantino Niceforo Foca e la riconquista dei territori, come Policastro

Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che:  E, proprio per ovviare ai danni conseguenti alla perdita di Siracusa (878), si concreta di lì a poco in una campagna militare che, al comando del generale Niceforo Foca il Vecchio riconquista Amantea, Tropea e Santa Severina, occupate dai Saraceni, e ripristina l’antica unità politica dei territori lambiti dal Golfo di Taranto, congiungendo la Calabria settentrionale alla Lucania orientale e parte della Puglia, giacché in tali regioni si verifica, in pari tempo, un riflusso dei longobardi (92). Erc…”. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Proprio in quell’anno, però, una grossa schiera ne uscì nuovamente e, unitasi ad altre provenienti dal Garigliano, assieme andarono a soccorrere i loro correligionari di Calabria, dove il generale bizantino Niceforo Foca dava l’assalto agli ultimi trinceramenti arabi: Tropea ed Amantea, sul Tirreno, e S. Severina sullo Ionio. I Bizantini tra l’884 e l’886 riconquistarono tutta la Calabria fino a Bussento, che da allora si disse Policastro (2), tutta la Puglia fino a Manfredonia e la lucania orientale, tra le valli del fiume Crati e Bradano, fino ad Acerenza, occupando così molti territori che erano o erano stati dei Longobardi. Nel frattempo il vescovo Atanasio, procacciatisi aiuti militari dai Bizantini e fatto venire un nuovo contingente di Saraceni da Agropoli, mise insieme un esercito, col quale si diede ad assaltare ora Capua ora Salerno dall’autunno dell’884 alla primavera dell’885. Sia i Capuani che i Salernitani però, ecc…ecc…“. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 6, p. 99.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Abbiamo già rilevato come l’ultima fase della riconquista, operata dallo stratego Niceforo Foca tra l’884 e l’886, avesse fissato i nuovi confini dell’Impero d’Oriente approssimativamente a nord della linea: Policastro (6), Lagonegro, Marsico Vetere, Viggiano, Tricarico, Acerenza (7) ed, in Puglia, a sud della linea Foggia, Manfredonia. I Greci avevano così strappato ai Longobardi di Salerno tutti i territori dei gastaldati meridionali, quali comparivano nella Divisione dell’849, cioè quelli di Taranto, Latiniano, Cassano e Cosenza, nonchè parte di quello di Laino. Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..(p. 17). Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero dei nuovi ecc…Sulla (p. 18) immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’, ‘Massicelle ecc..”.

Nel 885, la nascita di “Plaga Sclavorum” al tempo di Niceforo Foca

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il cenobio di S. Nazario”, a pp. 44 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: “….‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Etc…”. Dunque, il Cappelli scriveva che la “Plaga Sclavorum” (o Praia a Mare), sorse al tempo di Niceforo Foca (…..). Il Cappelli, sulla scorta del Lomonaco scriveva che la “Plaga Sclavorum” (la spiaggia di Praia a Mare) si popolò di popolazioni Slave (egli li chiama “Sloveni”) al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31)”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (31) postillava che: “(31) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N.S. della Grotta a Praia degli Schiavoni etc.., Napoli, 1958, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria Vera”, n. s. IV (Reggio Calabria, 1923), p. 104; Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 42″. Il testo di Oreste Dito è “Calabria. Disegno storico della vita e della cultura calabrese dai tempi più antichi ai nostri giorni”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: “Nell’885-886, infatti, venne investito del comando in Italia il più celebre genio militare dell’epoca: Niceforo Foca, detto il Vecchio, per distinguerlo dal più famoso nipote omonimo, l’imperatore Niceforo II Foca (963-969). Egli giunge in Italia con un poderoso esercito, composto oltre che dalle forze di tutti i themata occidentali (Tracia, Macedonia, Cefalonia e Longobardia), anche da truppe scelte di quelli orientali, a cui si aggiunsero truppe armene guidate dal famoso (o meglio famigerato) Diakonitzis. Costui un tempo era stato seguace e sostenitore di Chrysochir, capo degli ertici pauliciani, una setta che per anni aveva dato filo da torcere alle truppe imperiali in Anatolia. Solo nell’872, infatti, Cristoforo, cognato dell’imperatore Basilio I e domestikos etc….Con le forze così considerevoli, dunque, ben presto le potenti roccaforti musulmane della Calabria, una dopo l’altra sarebbero state costrette ad aprirgli le porte. Sbarcato a Taranto, Niceforo si diresse rapidamente sul teatro delle operazioni e, congiunte le sue forze a quelle di Stefano, riuscì a sconfiggere i Saraceni presso Amantea, che subito si sottomise. Dopo questo successo, probabilmente sfruttando l’effetto sorpresa e lo scoraggiamento del nemico, si diresse a sud contro Tropea, anch’essa da anni nelle mani dei Saraceni. Superata anche qui in breve tempo la resistenza musulmana, decise di sferrare il colpo risolutivo e attaccare l’inespugnabile fortezza di Santa Severina……Dopo la morte di Basilio I (29 agosto 886), venne richiamato dall’Italia dal nuovo imperatore Leone VI e nominato domestikos della Scholai, per condurre la guerra contro i Bulgari. Sembra, tuttavia, che Niceforo abbia avuto il tempo di consolidare le sue conquiste, sia calabresi che lucane, e di predisporre un  nuovo assetto politico e militare: ll fatto che questa riorganizzazione potrebbe essere stata completata dal suo successore, Teofilatto, non muta sostanzialmente la sua portata e il suo valore. Vi sono molti indizi che deporrebbero a favore di una vasta riorganizzazione politico-amministrativa della Calabria in quest’epoca, con donazioni di terre ai veterani e fondazione di nuovi insediamenti urbani (Kastra) e comunità di villaggio (chorìa). Etc….

Nel 884, il generale Bizantino Niceforo Foca e la riconquista dei territori, come Policastro 

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Proprio in quell’anno, però, una grossa schiera ne uscì nuovamente e, unitasi ad altre provenienti dal Garigliano, assieme andarono a soccorrere i loro correligionari di Calabria, dove il generale bizantino Niceforo Foca dava l’assalto agli ultimi trinceramenti arabi: Tropea ed Amantea, sul Tirreno, e S. Severina sullo Ionio. I Bizantini tra l’884 e l’886 riconquistarono tutta la Calabria fino a Bussento, che da allora si disse Policastro (2), tutta la Puglia fino a Manfredonia e la lucania orientale, tra le valli del fiume Crati e Bradano, fino ad Acerenza, occupando così molti territori che erano o erano stati dei Longobardi. Nel frattempo il vescovo Atanasio, procacciatisi aiuti militari dai Bizantini e fatto venire un nuovo contingente di Saraceni da Agropoli, mise insieme un esercito, col quale si diede ad assaltare ora Capua ora Salerno dall’autunno dell’884 alla primavera dell’885. Sia i Capuani che i Salernitani però, ecc…ecc…“. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 6, p. 99.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Abbiamo già rilevato come l’ultima fase della riconquista, operata dallo stratego Niceforo Foca tra l’884 e l’886, avesse fissato i nuovi confini dell’Impero d’Oriente approssimativamente a nord della linea: Policastro (6), Lagonegro, Marsico Vetere, Viggiano, Tricarico, Acerenza (7) ed, in Puglia, a sud della linea Foggia, Manfredonia. I Greci avevano così strappato ai Longobardi di Salerno tutti i territori dei gastaldati meridionali, quali comparivano nella Divisione dell’849, cioè quelli di Taranto, Latiniano, Cassano e Cosenza, nonchè parte di quello di Laino. Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..(p. 17). Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero dei nuovi ecc…Sulla (p. 18) immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’, ‘Massicelle ecc..”.

Su Aione ne parla Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, a p. 46-47, in proposito scriveva che: “…forte dell’appoggio del nuovo conte di Capua, Atenolfo, ebbe un successo inaspettato e nel giugno dell’888 con un colpo di mano, riuscì ad impadronirsi addirittura di Bari. L’imperatore Leone VI in quell’occasione inviò in Italia un possente esercito composto da truppe di tutti i thémata occidentali, al comando dell’epì tis trapezis Costantino. Aione, non ricevendo gli aiuti sperati dai Franchi né dagli altri Longobardi, nonostante una vittoria iniziale, fu costretto a negoziare una tregua, che prevedeva la restituzione di Bari: forse fu proprio in quest’occasione che venne ratificato il passaggio ai Bizantini di gran parte della Puglia e della Lucania orientale con Matera. Di li a poco Aione morì e, passato il potere al figlio minorenne Orso, un esercito bizantino al comando del protospatharios imperiale Simbaticio pose l’assedio a Benevento. Il 18 ottobre 891, dopo un blocco di più mesi, l’antica capitale dei Longobardi dell’Italia meridionale, senza troppe difficoltà cadde nelle mani dei Bizantini. Fu quasi certamente questo clamoroso successo che convinse l’Imperatore Leone VI a costituire nella “Longobardia”, cioè nel territorio dell’antico ducato di Benevento, un nuovo théma, che ebbe lo stesso nome. In questi stessi anni, tuttavia, si erano verificate novità di rilievo anche a sud: nel ducato di Calabria, ormai l’unico lembo superstite dell’antico théma di Sicilia, a partire dalla spedizione di Niceforo Foca dell’885-886, come abbiamo visto, il confine con il principato longobardo di Salerno si era progressivamente spostato verso nord e, alla fine del IX secolo, i gastaldati di Taranto, Matera, Acerenza, Cassano, Laino e Cosenza erano ormai passati ai Bizantini. Anche qui, come in Puglia, ampi territori di lingua e cultura latina e giuridicamente longobardi furono assorbiti nei domini bizantini, di cui faranno parte fino alla conquista normanna. Antiche Diocesi come quella di Cosenza e di Bisignano entrarono nell’orbita bizantina e, pur mantenendo formalmente rito e cultura latina, divennero suffraganee del metropolita di Reggio. Nel corso del secolo X, poi, vennero istituite nuove diocesi, fra cui Martirano, Malvito e Cassano. Etc…”.

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “……

Da Wikipedia leggiamo che Basilio I detto il Macedone (in greco antico: Βασίλειος Α΄ ὁ Μακεδών?; in armeno Վասիլ Ա. Մակեդոնացի?; Adrianopoli, 811 circa – Costantinopoli, 29 agosto 886) fu basileus dei Romei dall’867 alla sua morte. Alleatosi con l’imperatore Ludovico II il Giovane inviò una flotta di 139 vascelli che prima ripulì l’Adriatico dalla pirateria musulmana ed in seguito, nell’876, riuscì a conquistare l’emirato di Bari[15]; negli anni seguenti inviò una spedizione militare nell’Italia meridionale che, sotto la guida di Niceforo Foca, si concluse nell’886 con la conquista della Calabria e della Puglia; in Sicilia, tuttavia, il dominio bizantino, già precario, si indebolì irreversibilmente quando gli arabi conquistarono la città di Siracusa (16). Una vita di Basilio venne commissionata e forse scritta dal nipote, l’imperatore Costantino VII Porfirogenito (20).

Nel 892, i Saraceni di Sicilia assalirono Paestum, secondo Ebner e l’Anonimo Salernitano

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 47, parlando della “Diocesi e clero dopo il Mille”, citava Matteo Camera (…) ed il manoscritto citato dall’Antonini scrivendo che: “Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (vedi G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo Salernitano (4)”. Ebner a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Vediamo il Camera cosa dice in proposito. Dunque, si tratta di un “manoscritto” di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, cavaliere di Calatrava appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi e Scala. Sull’attacco e la devastazione di Paestum da parte dei Saraceni del ribat di Agropoli, Ebner cita il manoscritto di Marcello Bonito e dice che questo accadde nell’anno 892, nella notte di S. Giovanni, mentre, come vedremo innanzi, Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 non parla dell’anno 892 ma scrive che l’attacco a Paestum avvenne nella notte del 23 giugno 916. Il Camera, però a p. 130, introduce l’altra notizia che riguardava il ribat di Agropoli, ed i Saraceni, prima della strage del Garigliano:  I quali dopo tante gelosia, congiure, guerre ed esautorazioni scambievoli, rimasi indeboliti, fecero risoluzioni affatto disperate e barbare, con chiamare in soccorso i Saraceni, che non dovevan essere troppo viaggiare per giungere dalle coste dell’Africa o dalla Sicilia (vedi pag. 100). D’altronde, cosa poteva attendersi da quegli Infedeli che non conoscevano alcun vincolo morale…..Sempre avidi di preda e di conquista essi vi vennero assolutamente per rovir tutto: loro riuscendo di approfittarsi della debolezza dei Principi di quel tempo,…..Se si univano coi Salernitani, danneggiavano il territorio di Napoli e di Capua, e se si confederavano coi Napoletani, Benevento e Salerno erano rovinate dalle loro scorrerie: “Agareni omnia denudabunt. Et quando cum Salernitanis pacem inebant, Neapolitanos, Capuanosque graviter affligebant; et quando Neapolitanis pacem debant, urbem Salernitanam, seu Beneventanam hostiliter atterebant” (1).”. Il Camera a p. 130, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Anonymi Salernitani, Chronic., cap. 145.”.

Nel 899, i Saraceni ad Agropoli la potente e munita roccaforte

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 30, riferendosi ai Saraceni ed ad Agropoli, in proposito scriveva che: Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8).”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7), riferendosi agli anni precedenti al 914 postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Ecc… Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo,, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141.

Nel 901, Guaimario II, principe del Principato Longobardo di Salerno

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 87, nella sua nota (6) postillava in proposito che: “(6) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per gli storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. Carucci A., Opulenta Salernum, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”. Da Wikipedia leggiamo che Guaimario II (talvolta chiamato il Gobbo) (… – 4 giugno 946) è stato un principe longobardo, principe di Salerno dal 901 al 946. Divenne principe di Salerno nel 901, anno in cui suo padre si ritirò (o fu costretto a farlo) in monastero, dove rimase fino alla sua morte. Figlio di Guaimario I e Itta (capostipite della famiglia Giffone), fu associato al trono da suo padre a partire dall’893. È a lui che si deve la grande fioritura del Principato: restaurò il palazzo principesco, fece edificare il campanile accanto alla chiesa palatina di San Pietro (920), reintrodusse il conio di monete d’oro. Nell’895, durante la prigionia di suo padre ad Avellino, resse da solo le sorti del principato e fu il vero protagonista della repressione della rivolta filo-napoletana scoppiata contro suo padre Guaimario col supporto di Atanasio II di Napoli. Dopo il ritiro in convento del padre, dispotico e impopolare, Guaimario II poté accedere all’esercizio totale del potere. Al principio del suo regno tenne saldi i rapporti di alleanza con i Bizantini, dai quali ricevette nel 903 il titolo di patrikios, emulando in tal modo suo padre che aveva ricevuto i titoli di patrizio e protospatario. Allo stesso tempo si fece alleato di Capua, successivamente annessa al Principato di Benevento, sposando in seconde nozze Gaitelgrima, figlia di Atenolfo I. Dal primo matrimonio ebbe invece Rotilda, che diede in moglie ad Atenolfo III, nipote di Atenolfo II e figlio di Landolfo I di Benevento. Anche Guaimario II partecipò alle guerre contro i musulmani, alle quali sia il padre che il nonno avevano preso parte, anche se in maniera molto marginale. Egli combatté nella battaglia del Garigliano del 915, dove le forze unite di Gaeta, Napoli, Capua, Benevento, Salerno, Lazio, Spoleto, Roma e anche dell’Italia bizantina sconfissero i musulmani della cosiddetta Colonia del Garigliano. Guaimario fu un principe molto religioso. Fece laute donazioni al monastero di San Massimo, fondato dal nonno Guaiferio, e negli ultimi anni della sua vita sovvenzionò anche i riformatori cluniacensi. Nel 943 associò al trono Gisulfo I, il figlio avuto dal secondo matrimonio. Alla morte di Guaimario II, avvenuta il 4 giugno 946, Giusulfo I gli successe sul trono.

Nel 903, i Saraceni del Garigliano e Atenulfo di Capua alla battaglia del Garigliano

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 riferendosi agli avvenimenti che seguirono dopo la strage del “Traetto”, una località vicino al Garigliano, in proposito scriveva che: “Chi non sa quanti danni e sciagure non ci costò il soggiorno lunghissimo dei Saraceni acquartierati nelle vicinanze del Garigliano ed in Agropoli ? I primi eran divenuti insolenti, e perniciosi a tal segno, che Atenulfo principe di Capua, per isnidarli di là, ebbe a ricorrere a Costantino IX Porfirogenito, imperatore d’Occidente. Alle truppe che egli inviò si unì un corpo considerevole di Greci; ed alle forze si riunirono le milizie del papa Giovanni X, di Guaimario principe di Salerno, di Gregorio duca di Napoli, e di Giovanni duca di Gaeta. Questi differenti corpi avendo formata tra essi una lega formidabile, vennero ad attaccare i Saraceni a tutt’oltranza; cui ne fecero un’orribile carneficina, e forzarono i pochi ch’erano scampati dalla morte, di abbandonare quel luogo (915). Ecc…”. Il Camera citava Atenulfo di Capua. Atenolfo si alleò allora con Amalfi e Gregorio IV di Napoli e attaccò senza risultati di rilievo i musulmani del Traetto nel 903. Traetto o Traietto è il nome d’una località sita sulla foce del fiume Garigliano, attiva come colonia militare musulmana nel IX-X secolo. Nel 903 un tentativo di eliminare tale colonia musulmana fallì miseramente, come pure nel 908, quando Atenolfo I, principe di Capua (887 – 910) effettuò un nuovo tentativo dopo aver ottenuto l’alleanza di Napoletani e Amalfitani.

Nel ‘908, le chiese (“Ecclesiam”) “Obedientiae” nelle nostre terre

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario e del casale di Cuccaro, in proposito scriveva che: “Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, ecc…….queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero. Notizia, che ci lasciò ‘Pietro Diacono’ nel cap. 101 ‘Dehinc omnes Obedientae Campaneam, Picenum, Sampinium, Lucaniam, atque, Oalabriam captae, atque a jure Coenobii Cassinensis subducatae sunt’; e questo cadde appunto, essendo Abbate Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”. L’Antonini scriveva che, i monasteri, presumo italo-greci, detti “Obedientiae”, come ad esempio la chiesa “o sia Obedientia” di S. Sossio, presso la Molpa, “veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”, che: “queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero”. Scrive sempre l’Antonini che questa notizia è tratta da Pietro Diacono (….), un Abate del Monastero benedettino di Montecassino, e che secondo questo abate accadde che: “Allora tutte le Obbedienze, Campania, Picenum, Sampinius, Lucania ed Oalabria, furono catturate, e furono ricondotte dalla destra del monastero di Cassino”, ovvero che tutti i monasteri italo-greci furono ricondotti alla regola di Montecassino, ovvero alla regola Benedettina, ciò accadde all’epoca dell’Abbate di Montecassino “Sonioretto” che governò l’Abbazia benedettina dal 1127 al 1137. Nella cronostassi degli Abati Cassinensi effettivamente si trova un abate “Sonioretto” che resse l’abazia benedettina dal 1127 al 1137. Pietro Diacono fu un cronista dell’epoca in quanto fu Abate di Montecassino dal 1168 al 1170. In quel periodo Pietro Diacono scrisse diverse cronache del tempo da cui traiamo interessanti notizie. Ritornando alle chiese “Obedientiae”, l’Antonini a p. 343, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Eran questi luoghi chiamati tal volta ‘Obedientiae’, e talvolta ‘Cellae’. In una concessione, che l’Imperador Errico VI. fa ad Odorisio, Abate di S. Giovanni in Venere, sono chiamate ‘Obedientiam S. Martini de Thermulis cum Cellis suis, Obedientiam S. Petri Guastiaimonis cum Cellis suis’. Negli ‘Atti di S. Pietro Pappacarbone’ sono generalmente dette ‘Obedientiae’, e così in tutte le scritture di quei tempi. Vedine l’Abate della Noce’ nelle ‘Note della Cronaca Cassinense’ num. 101. 136. 325. 328. 511. 512., e ‘l confermato ‘Mabillon’ negli ‘Atti de’ Santi Benedettini’, e il Signor ‘Dusresne’ nel suo ‘Glossario’, le di cui parole sono: ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”.

Antonini, p. 342

La chiesa (“Ecclesiam”) “Obedientiae” di San Sossio, nei pressi del fiume Mingardo

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, vol. I (I edizione, anno 1745), a p. 353, parlando di Molpa e Palinuro (cap. VII), in proposito scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio: “Dono……Ecclesiam Sancti Sosii ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..” che tradotto dovrebbe significare che: “……la chiesa di San Sosii sulle rive del Rubicante vicino al ponte di Cucheri.”. L’Antonini segnalava la donazione del ‘908 di un tale Maugerio che donava la chiesa di S. Sossio nei pressi del fiume “Rubicante” (attuale fiume Mingardo), vicino al ponte di Cuccaro. Infatti, nella suddetta donazione citata dall’Antonini, oltre a citare la chiesa di S. Sossio (“Ecclesiam Sancti Sosii”) cita anche “Cucherus” che dovrebbe essere il piccolo borgo medievale di Cuccaro Vetere. Cuccaro Vetere non è molto distante dal casale di Futani. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di ‘Cuccaro’ fan menzione ‘Merola’ e ‘Leandro Alberti’, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII. fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio è chiamato ‘Cucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc…”. L’Antonini, parlando del piccolo e antico borgo di Cuccaro, l’odierno Cuccaro Vetere, egli scriveva che i due autori Merola (….) e Leandro Alberti, ne parlano ma non lo pongono nell’esatto luogo dove si trova. Inoltre aggiunge che Merola e Leandro Alberti scrivono di Cuccaro ma non dicono che Cuccaro figura nella donazione di Maugerio del 908. L’Antonini, citando il “Merula” si riferiva al grande geografo e storico fiammingo Paulo Merola (1558-1607), quando, nel suo “Cosmographiae Generalis” (pubblicato ad Amsterdam, Apud Henricum Hondium, 1621, p. 918), scriveva che: “Post Palinuri promontorium in Monte, qui mari imminet, ruine conspiciuntur Opidi Molphae, a Predonibus subversi ad Melphim fluvium praeterfluentem, cui meminit Plinius”, che tradotto dovrebbe significare che:  “Dopo il promontorio di Palinuro, su un monte a strapiombo sul mare, si vede in rovina il paese di Molpha;”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “…..chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi),….. L’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi” (II edizione), a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc..”. La chiesa di S. Sossio era una “Obedientiae” e che questa, ai tempi in cui lui scriveva, nel 1745, si vedono i ruderi  presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. L’Antonini scriveva che, i monasteri, presumo italo-greci, detti “Obedientiae”, come ad esempio la chiesa “o sia Obedientia” di S. Sossio, presso la Molpa, “veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. Sulle chiese “Obedientiae”, l’Antonini ne parla nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, riferendosi alla distruzione di Molpa, in proposito scriveva ancora delle chiese “Obedientiae”: colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”.  Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”.  

Nel 908, Maugerio dona al monastero di Montecassino la chiesa ‘Obedientia’ “Ecclesiam Sancti Sosii” di San Sossio, nei pressi del fiume “Rubicante” (Mingardo), nel luogo detto “S. Sossio”, vicino al “ponte ruinato di Cuccheri”

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, vol. I (I edizione, anno 1745), a p. 353, parlando di Molpa e Palinuro (cap. VII), in proposito scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosii ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..” che tradotto dovrebbe significare che: “Do alla mia anima ea mio padre ea mia moglie, per il perdono dei peccati, la chiesa di San Sosii sulle rive del Rubicante vicino al ponte di Cucheri.”.

Antonini, p. 353

(Fig….) Antonini (…), op. cit., p. 353

Dunque, riepilogando la notizia dell’Antonini a p. 353 scriveva che nell’anno ‘908, “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’anno 908, un certo “Maugerio” donò la chiesa di San Sossio al Monastero di Montecassino. Maugerio donò la chiesa di San Sossio che si trovava presso il fiume “Rubicante”. E’ a proposito del toponimo “Rubicante” che l’Antonini scrive che di esso si fa menzione in questo atto di donazione. Chi era questo signore che l’Antonini chiama “Maugerio” ?. Su questo “Maugerio”, l’Antonini non dice altro. Egli cita solo la sua donazione. Infatti, l’Antonini, riguardo il feudatario “Maugerio” scrive “un tal Maugerio”. Da dove avesse tratto la notizia l’Antonini non lo dice. Egli scrive pure che in questa donazione del ‘908, veniva citato “Cucherus”. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di ‘Cuccaro’ fan menzione ‘Merola’ e ‘Leandro Alberti’, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII. fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio è chiamato ‘Cucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc…”.

Antonini, p. 342

Sulla donazione di Maugerio dell’anno ‘908 ha scritto pure Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “L’Antonini (20) assicura di aver letto una donazione (a. 908) della chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi), di cui non si ha nessun’altra notizia e che perciò lascia piuttosto perplessi.. Ebner a p. 270, nella sua nota (20) postillava che: “(20) L’Antonini predetto (p. 154) da al fiume Melpi anche il nome di Rubicante, traendone da una donazione di un certo Maugerio nel 908 al Monastero di Montecassino della chiesa di S. Sossio. Ecc..”. Ebner, a p. 270, vol. II, sulla donazione del 908 scriveva pure che: “Il brano della donazione riportata dall’Antonini, peraltro senza utili indicazioni, è il seguente “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam sancti Sossii ad ripas Rubicantis ab Occidente”. Ecc..”. Dunque, Ebner, riguardo il testo latino della donazione del 908 citata dall’Antonini postillava che: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam sancti Sossii ad ripas Rubicantis ab Occidente”, ovvero che tradotto dovrebbe significare che: “Do la mia anima per la remissione dei peccati, e a mio padre e a mia moglie la chiesa di S. Sossius sulle rive del Rubicante sul lato ovest”. Pietro Ebner, cita il brano della donazione di Mugerio del 908 al monastero di Montecassino anche, nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173, dove, parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante ecc…(15).. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) …..L’Antonini (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Mangerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosi ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..”. Documento assai dubbio.”. Sul brano della donazione di Maugerio del 908 citato da Antonini, Pietro Ebner, sempre a p. 270, vol. II, nella sua nota (20) opinava pure che: “A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’.”. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di ‘Cuccaro’ fan menzione ‘Merola’ e ‘Leandro Alberti’, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII. fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio è chiamato ‘Cucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc…”. L’Antonini, parlando del piccolo e antico borgo di Cuccaro, l’odierno Cuccaro Vetere, egli scriveva che i due autori Merola (….) e Leandro Alberti, ne parlano ma non lo pongono nell’esatto luogo dove si trova. Inoltre aggiunge che Merola e Leandro Alberti scrivono di Cuccaro ma non dicono che Cuccaro figura nella donazione di Maugerio del 908. L’Antonini, citando il “Merula” si riferiva al grande geografo e storico fiammingo Paulo Merola (1558-1607), quando, nel suo “Cosmographiae Generalis” (pubblicato ad Amsterdam, Apud Henricum Hondium, 1621, p. 918), scriveva che: “Post Palinuri promontorium in Monte, qui mari imminet, ruine conspiciuntur Opidi Molphae, a Predonibus subversi ad Melphim fluvium praeterfluentem, cui meminit Plinius”, che tradotto dovrebbe significare che:  “Dopo il promontorio di Palinuro, su un monte a strapiombo sul mare, si vede in rovina il paese di Molpha;”. Chi fosse questo signore chiamato dall’Antonini “Maugerio”, non ci è dato sapere. Antonini pone l’atto di donazione all’anno ‘908, ma può darsi che egli si sbagliasse sulla dataione dell’antico documento da lui visto de visu. Infatti, pochi anni dopo, arrivarono nel mezzogiorno d’Italia diversi normanni e tra questi i figli di Tancredi d’Altavilla. Può darsi che questo “Maugerio” nel documento di donazione del 908 fosse uno dei Normanni che combattè con Pandolfo di Capua e con Guaimario V. Forse uno dei fratelli di Roberto il Guiscardo: “Malgerio”, figlio di Tancredi d’Altavilla. Da Wikipedia leggiamo che Tancredi d’Altavilla, nel 1025 Muriella morì e Tancredi sposò in seconde nozze Fresenda (sorella di Muriella), che gli diede sette maschi (forse otto) e quattro femmine:

  • Roberto il Guiscardo, conte, poi duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, morto nel 1085;
  • Malgerio (da Mauger) morto nel 1064

Sempre da Wikipedia leggiamo che  Malgerio d’Altavilla (lat. Malgerius, fr. Mauger) (Cotentin, 1030 circa – 1054 o 1064) è stato un cavaliere normanno; era il fratello minore di Roberto il Guiscardo, essendo il secondo figlio che Tancredi d’Altavilla ebbe dalla seconda moglie Fresenda. Giunse nel Mezzogiorno d’Italia col fratello Guglielmo e il fratellastro Goffredo intorno al 1053. Dal fratellastro Umfredo, conte di Puglia, ricevette la contea di Capitanata. Nella primavera del 1060 occupò la piazzaforte di Oria, cacciandone la guarnigione bizantina che la teneva, mentre il fratello Roberto prendeva Brindisi e Taranto. La controffensiva di Miriarca ad ottobre dello stesso anno li costrinse a lasciare i territori conquistati. Morì nel 1064 secondo il Breve Chronicon Northmannicum (Et mense septembri (1064) mortuus est Malgerus comes, …[1]) oppure anche nel 1054. Il suo feudo passò al fratello Guglielmo, il quale a sua volta lo cedette a Goffredo (per amore fraterno, secondo Goffredo Malaterra). Wikipedia, nella nota (1) postillava che: “(1) Breve Chronicon Northmannicum. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 51, 128, 157 ci parla di “Maugero di Altavilla”. Il Norwich, a p. 51, ci parla dei tre fratelli Altavilla al servizio dell’odiato Pandolfo, a cui non rimasero a lungo fedele. Proprio Pandolfo, all’epoca attaccava spesso Montecassino intorno al 1035. Intevenne Guaimario V, principe longobardo di Salerno, “deciso ad opporsi alla tirannide dello zio”. Il Norwich, a p. 52, in proposito scriveva che: “Pandolfo, non si sa come, era riuscito a mantenersi fedeli due dei suoi antichi alleati, tra cui il notevole contingente dei normanni ai quali aveva distribuito le terre di Montecassino.”. Sempre il Norwich, a p. 128, in proposito scriveva che: “Goffredo, l’unico fratello maggiore superstite in Italia, non si era distinto in maniera particolare; Guglielmo, conte del Principato e Maugerio, conte della Capitanata, due fratelli minori di recente arrivati, si stavano facendo strada – specialmente Guglielmo, che aveva già tolto il castello di San Nicandro, presso Eboli, al principe di Salerno; ma nè loro, né alcun altro barone normanno, potevano essere paragonati al Guiscardo per potenza e prestigio.”. Sempre il Norwich, a p. 157, in proposito scriveva che: “Anche quando Roberto e il fratello Maugero si presentarono con un esercito frettolosamente raccolto, non furono subito in grado di arrestare l’avanzata dei greci e per la fine di quell’anno gran parte della costa orientale era stata riconquistata e Melfi stessa era cinta d’assedio. Nel gennaio del 1061, furono fatti accorrere d’urgenza Ruggero e il resto delle truppe normanne che si trovavano in Calabria.”.  

Nel 909, Ibrahim-Ibhn-Abhmed, proveniente dalla Calabria occupò Camerota che diventò una sua roccaforte

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 31, in proposito scriveva che: “Da Agropoli, i Saraceni, in continuo contatto con i fratelli stazionanti in Sicilia ed in Africa, si studiarono di impadronirsi per sempre del Principato di Salerno e l’occasione venne loro offerta dalle continue discordie esistenti tra i principi longobardi di Capua, di Salerno e di Benevento. Si mossero così con il piano di occupare ed espugnare i nostri castelli ed in parte riuscirono nel loro intento (9). Nell’anno 909, altri Saraceni si trovano ad Agropoli, la ran parte dei qual si era unita al gruppo di Ibraim-ibn-Abmed, provenienti dalla Calabria. I restanti saranno i pochi superstiti assoldati dalla Repubblica Napoletana (10).”. Il Vassalluzzo, a p. 31, nella nota (9) postillava: “(9) Ebner P., Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più remoti al tramonto della feudalità, in R.S.S., anno 1965, pag. 62. Cfr. pure Landolini A., Le repubbliche del mare, Roma, 1963, pag. 131.”. Il Vassalluzzo, a p. 31, nella nota (10) postillava: “(10) Amari M., op. cit., vol. I, pag. 344.”. Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a pp. 78-79, in proposito scriveva che: “Con l’avvento a Costantinopoli della dinastia macedone (Basilio I, 867-886), avvenne una ristrutturazione del potere bizantino nel nostro Mezzogiorno, soprattutto in Calabria, dopo la perdita della Sicilia (92). Tuttavia, le incursioni continuarono, soprattutto quando, domata la rivolta tra Arabi di Sicilia ed Agabliti d’Africa (900), assunse il potere Abu^l-Abbas ‘Abdallàh, che, l’anno seguente conquistò Reggio. Richiamato in patria Abul-Abbas, nel settembre-ottobre del 902 veniva assediata Cosenza da Ibrahim II, la cui morte naturale, 23 ottobre, salvò la città. Nel 913 furono condotte furiose incursioni lungo le coste della Calabria dal governatore arabo della Sicilia, Ahmed ben Qurhub. Dopo l’incursione contro Reggio (918), si giunse ad una pace concordata, che stabiliva il versamento d’un vergognoso tributo agli Arabi, da parte bizantina. Sanguinose scorrerie con deportazioni si susseguirono, ininterrottamente, sulle coste, in tutta la prima metà del 900; a nulla valsero i tributi, che furono, puntualmente corrisposti (93). Etc..”. Il Campagna, a p. 78, nella nota (92) postillava: “(92) Dopo il 902, il metropolita di Reggio sarebbe stato anche arcivescovo di Trinacria, formalmente, o per la protezione dei nuclei cristiani dell’Isola, non sottoposti ai Saraceni. G. Lancia Di Brolo, Storia della Chiesa in Sicilia, Palermo, 1880. Il Campagna, a p. 78, nella nota (93) postillava: “(93) M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, II, Catania, 1955”.

Nel 915, la lega anti-Saraceni del Garigliano

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (51), sulla scorta del Ventimiglia (52), ha riportato alcune interessanti notizie sulla presenza Araba nelle nostre terre. Vassalluzzo, nella sua nota (12) di pag. 18, scriveva: “Ventimiglia F.A., op. cit. pagg. 104, 105. Lo storico cilentano (riferendo il Cronista Cavense all’anno 879, a proposito dei Saraceni, che vengono in Agropoli e in Capaccio, dove si scrive: et Lucaniam rupis bocheturris expugnavit) ecc…”. Scrive sempre il Vassalluzzo: “I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7).”. Il Vasalluzzo, a p. 30, nella sua nota (6) postillava: “(6) T.C.I., L’Italia storica, Milano, 1961, pag. 118. Orlando G., op. cit., pag. 309. Cilento N., op. cit., pag. 177.”. Riguardo Orlando, il Vassalluzzo, a p. 28, nella nota (4) postillava: “(4)….Orlando G., Storia di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, pag. 311 e sg.”. Il titolo completo dell’opera è Orlando Gennaro, “Storia di Nocera de’ Pagani – Dalla nascita della città moderna all’Unità d’Italia”, Napoli, 1884, vol. I-II-III. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella nota (7) postillava: “(7) HIRSCH F. – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit., pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del navglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, la loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiato neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco cosa si trova scritto in Orlando, op. cit., pag. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, in ista terra regressus fuerit, etc…(S. Massimo di Salerno).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 riferendosi agli avvenimenti che seguirono dopo la strage del “Traetto”, una località vicino al Garigliano, in proposito scriveva che: “Chi non sa quanti danni e sciagure non ci costò il soggiorno lunghissimo dei Saraceni acquartierati nelle vicinanze del Garigliano ed in Agropoli ? I primi eran divenuti insolenti, e perniciosi a tal segno, che Atenulfo principe di Capua, per isnidarli di là, ebbe a ricorrere a Costantino IX Porfirogenito, imperatore d’Occidente. Alle truppe che egli inviò si unì un corpo considerevole di Greci; ed alle forze si riunirono le milizie del papa Giovanni X, di Guaimario principe di Salerno, di Gregorio duca di Napoli, e di Giovanni duca di Gaeta. Questi differenti corpi avendo formata tra essi una lega formidabile, vennero ad attaccare i Saraceni a tutt’oltranza; cui ne fecero un’orribile carneficina, e forzarono i pochi ch’erano scampati dalla morte, di abbandonare quel luogo (915). Ecc…”. Nel 910 papa Giovanni X e Landolfo I si mossero per organizzare una Lega cristiana per liberare i territori dell’Italia centro-meridionale dai musulmani del Traetto, convincendo a unirsi a loro Zoe, quarta moglie e vedova dell’Imperatore bizantino Leone VI, oltre ad Alberico II di Spoleto, duca di Camerino (912-954) e a Berengario, duca del Friuli e re d’Italia. Le truppe così radunate marciarono nel 915 contro il Traetto, rafforzati da Pugliesi, Calabresi, forti della competenza militare dello stratega bizantino Niccolò Picingli – sostenuto da una flotta inviata dall’imperatore bizantino Costantino VII – che per parte sua aveva convinto il principe di Salerno e i duchi di Napoli e Gaeta a partecipare all’impresa. Al termine di tre mesi di assedio, i musulmani capitolarono, causando essi stessi la distruzione per incendio della colonia nell’agosto del 915. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 79, in proposito scriveva che: Oltre al tentativo di Ottone II, i cui ideali di paladino antisaraceno sono discutibili, azioni congiunte contro gli Arabi, già dai primi del secolo, erano state organizzate dal papato, che nella battaglia del Garigliano, 915, era riuscito a collegare Bizantini, aristocrazie meridionali e Alberico di Spoleto.”.

Nel giugno del 915, i Saraceni abbandonarono il ribat (“munita Oppida”) di Camerota e saccheggiarono Policastro

La prima notizia della distruzione di Policastro da parte dei Saraceni, nell’anno 915, ci viene dal barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”.

Antonini, p. 411, su Camerota

Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915…………Cum proinde resciverint ex duedecim Ismaelitis, qui in parva navicula eruperant, occidionalem pugnam ad flumen Garelianum, timentes amplius in Agropoli permanere, Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu Civitatem sonnolentam (cioè Pesto) capium atque discripiunt, et discedentes, ignem submittunt. Inde coaduvatis fratis de Camerota, eodem filentio discedunt, et Pellicastrum capiunt, et depraedantur, eorum navigia de praeda onerando ad litora Africae consugerunt.”.”. L’Antonini, nella sua nota (2), a pp. 416-417 postillava riportando il brano tratto dal ‘manoscritto’ del Marchese di S. Giovanni, di cui ho parlato in un altro mio saggio. Secondo l’Antonini, il marchese Giovanni Bonito (….), Marchese di Calatrava, in un suo manoscritto, di cui ho già parlato, nel fol. 121, parlando della distruzione di Paestum da parte dei Saraceni, dopo la sconfitta subita sul Garigliano nel 915, riportava la seguente notizia: “Nell’anno 915…………. Come seppero dai dodici Ismaeliti, che si erano precipitati fuori su una piccola barca, la battaglia all’estremità occidentale del fiume Gareliano, temendo di continuare più in l’Agropoli s’impossessano della città, risuonando, e quando se ne vanno, si sottomettono al fuoco. Di là, radunati i fratelli di Camerota, si recano nello stesso silenzio, prendono Pellicastrum e lo depredano; le loro barche, cariche di bottino, si rifugiarono sulle coste dell’Africa.”. Dunque, l’Antonini, riguardo la notizia del saccheggio di Policastro nel 915 dei Saraceni di Agropoli e di Camerota traeva la notizia dal manoscritto del marchese di San Giovanni (….), di cui ho già parlato in precedenza.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. IV, sui Saraceni ad Agropoli, a p. 90, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Antonini (op. cit., pp. 412 e 417) riporta il brano di un manoscritto appartenuto al marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito ( e che fu poi di M. Camera, lo storico di Amalfi; cfr. C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1922, n. 4, p. 124): “Anno 915….cum proinde resciverint ex duodecim Ismaelitis, qui in parva navicula eruperant, occidionalem pugnam ad flumen Garelianum, timentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Johannis Baptistae tacito pede venientes nocturnu aggressu Civitatem somnolentam (cioè Paestum) capiunt atque diripiunt, et discendentes, ignem submittunt. Inde coadunatis fratribus de Camerota, eodem silentio discedunt et Pellicastrum capiunt et depraedantur, eorum navigia de praeda onerando ad litora Africae confugerunt.”. Il testo, pur infiorettato di particolari fantastici, quali la distribuzione di paestum ed il sacco di Policastro, mostra una sostanziale credibilità. Il Mazziotti (op. cit., p. 80), seguendo il Di Meo ed il falso ‘Chronicon Cavense’ (Cfr. M. Schipa, Storia…., cit., n. 2, p. 185), ritarda l’uscita dei Saraceni da Agropoli al 28 sett. 1028. Nello stesso errore è caduto anche P. Ebner (Storia…., cit., p. 273).”. Infatti, Carlo Carucci (….), nel suo ‘La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, a p. 124, in proposito scriveva che: “Gli Abitanti di Agropoli poi, quando il villaggio fu occupato dai Saraceni, si rifugiarono nei vicini monti, iniziando la formazione di varie piccole borgate, tra cui Ogliastro ed Eredita, che poi restarono alla dipendenza di Agropoli, quando i Saraceni andaron via (3). Nei primi anni del sec. X ance Pesto, che per altro quasi nulla più conservava dell’antica grandezza, soggiacque ai Saraceni agropolitani. Questi, saputa la sconfitta dei loro connazionali sul Garigliano, temendo l’istessa sorte, per desiderio di bottino, assalirono Pesto, la saccheggiarono e ne misero in fuga gli abitanti. In un manoscritto del tempo, pubblicato dall’Antonini (4) è detto che i Saraceni, dopo la battaglia sul Garigliano ‘nolentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Johannis Baptistae tacito pede venientes nocturnu aggressu civitatem somnolentam capiunt atque diripiunt, et discendentes, ignem submittunt’.”. Il Carucci, a p. 124, nella nota (4) postillava: “(4) Il manoscritto era del marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito, ed era posseduto dallo scrittore amalfitano, Matteo Camera, di cui V. l’opera ‘Città e Ducato di Amalfi’, I, pag. 130. Cfr. Antonini, op. cit., X, pag. 417; Gatta, Memorie della Lucania, pag. 265; Zappullo, Storia di Napoli, cap. III, pag. 448.”.

E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “I Longobardi, che estendono l’invasione fino all’Italia meridionale non sono tanto forti da poter sostituire i Bizantini in tutta la penisola, che resta divisa tra gli uni e gli altri. I Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantasette anni: il tempo del malessere. E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano, è orribile, nella lotta organizzata dal pontefice Giovanni X. E prima di far ritorno in Africa, depredano Paestum, Velia, Molpa e Policastro. “Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae” dell’anno 916, saccheggiano Paestum. Dopo Velia, che subirà tante altre piraterie barbaresche, da indurre gli abitanti ad un esodo continuo, anche per l’insicurezza delle coste, l’inefficienza dei porti e l’inquinamento della zona….I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464…….I saccheggi dei Saraceni, quelli del 915 terminano a Policastro Bussentino, con fatti drammatici che vanno oltre il fantastico.”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Sul “manoscritto” del marchese di S. Giovanni ho già scritto ma non è stata approfondita la notizia del Ciociano che riteneva quel passo su Camerota fosse stato tratto dall’Anonimo Salernitano. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..” e, proseguendo il suo racconto scriveva che: “…; nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29 di p. 10 versione Visconti). “. Infatti, per l’altra notizia, quella di Niceforo Foca, il Laudisio, a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Card. de Luc., Annot. ad Concil. Trid., disc. 8, num. 25, et disc. 14, n. 21.”. Questi passaggi storici, furono poi in seguito ripetuti dal sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…).Ma come abbiamo visto la citazione del Cardinale De Luca (….), riguarda l’altro notizia, quella di Niceforo Foca e l’anno 968. La notizia del Laudisio (….), fu tratta dal Volpi (….), che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (….)“. I due studiosi nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (….), nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferita dal sacerdote Giuseppe Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Dopo il Laudisio ed il Volpe, pare che la notizia fosse stata riportata anche dal Giustiniani (….). Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio e riferendosi alla migrazione di monaci dalla Sicilia verso la Calabria e da questa regione a causa delle frequenti scorrerie dei Saraceni a p. 18 in proposito scriveva che: Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Calabria, nel corso dell’IX secolo furono costretti a spostarsi di nuovo a causa del “…succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “…………………………”.

Nel giugno 915 (X sec. d.C.), i Saraceni distrussero Policastro

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a pp. 68-69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..”. Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…). Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…). Questa citazione è tratta dal Laudisio (…) che a sua volta l’aveva tratta dal Volpi (…) che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (….). I due studiosi nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (….), nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferia dal Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Non siamo del tutto daccordo con la tesi dei due studiosi Natella e Peduto, che non credevano a queste notizie in quanto ritenevano il manoscritto del Mannelli “un falso settecentesco”. Invece, come noi crediamo, vi è del vero nelle parole del monaco benedettino Goffredo Malaterra (…) da cui trasse alcune notizie il Mannelli (…), il cui manoscritto fu ritrovato ‘spurio’ dall’Antonini – io direi piuttosto copiato. Qui il Volpi (…), scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e allUniversità di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Anche Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332 parlando di Policastro Bussentino e dei villaggi del basso Cilento, in proposito scriveva che: Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche……ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio e riferendosi alla migrazione di monaci dalla Sicilia verso la Calabria e da questa regione a causa delle frequenti scorrerie dei Saraceni a p. 18 in proposito scriveva che: Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Calabria, nel corso dell’IX secolo furono costretti a spostarsi di nuovo a causa del “…succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “…………………………………..

Secondo il Laudisio (…), dopo la distruzione saracena dell’anno 915 (anno che cita pure il Volpe (…)), gli abitanti superstiti di Velia (Molpa?), si rifugiarono nel castello di Rivello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi”.

Sulle incursioni Saracene sul nostro territorio ha scritto pure Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”.

Nell’anno 915, Velia fu distrutta dai Saraceni di Camerota e di Agropoli ed i Velini si rifugiarono a Rivello rifondandola

Mons Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere.. L’Antonini a p. 441 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Nè libri dè battezzati della Parrocchia di S. Maria del Poggio dopo il vol. 13. si trova una ricevuta, che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati di ducati nove, e tre terreni al Clero di Rivello per otto Preti Greci”. Dunque, l’Antonini, su Rivello scriveva che: Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’.”. Inoltre, su Rivello, l’Antonini aggiunge che: “Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Queste tante ruine m’ han posto in dubbio, che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si volgia credere, che fosse Maratea più presso al mare.”. L’Antonini a p. 441 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Nè libri dè battezzati della Parrocchia di S. Maria del Poggio dopo il vol. 13. si trova una ricevuta, che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati di ducati nove, e tre terreni al Clero di Rivello per otto Preti Greci”

Nel 23 giugno 916, alla mezzanotte, i Saraceni di Agropoli attaccarono e distrussero Paestum

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 47, parlando della “Diocesi e clero dopo il Mille”, citava Matteo Camera (…) ed il manoscritto citato dall’Antonini scrivendo che: “Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (vedi G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo Salernitano (4)”. Ebner a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Vediamo il Camera cosa dice in proposito. Dunque, si tratta di un “manoscritto” di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, cavaliere di Calatrava appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi e Scala. Sull’attacco e la devastazione di Paestum da parte dei Saraceni del ribat di Agropoli, Ebner cita il manoscritto di Marcello Bonito e dice che questo accadde nell’anno 892, nella notte di S. Giovanni. Ebner, riguardo questa notizia, oltre a citare il manoscritto di Bonito cita pure Matteo Camera che però non parla dell’anno 892 ma egli scrive che l’attacco avvenne la mezzanotte del 23 giugno 916. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 riferendosi agli avvenimenti che seguirono dopo la strage del Garigliano, in proposito scriveva che: “Chi non sa quanti danni e sciagure non ci costò il soggiorno lunghissimo dei Saraceni acquartierati nelle vicinanze del Garigliano ed in Agropoli ? I primi eran divenuti insolenti, e perniciosi a tal segno, che Atenulfo principe di Capua, per isnidarli di là, ebbe a ricorrere a Costantino IX Porfirogenito, imperatore d’Occidente. Alle truppe che egli inviò si unì un corpo considerevole di Greci; ed alle forze si riunirono le milizie del papa Giovanni X, di Guaimario principe di Salerno, di Gregorio duca di Napoli, e di Giovanni duca di Gaeta. Questi differenti corpi avendo formata tra essi una lega formidabile, vennero ad attaccare i Saraceni a tutt’oltranza; cui ne fecero un’orribile carneficina, e forzarono i pochi ch’erano scampati dalla morte, di abbandonare quel luogo (915). Tuttavolta quegl’Infedeli ch’eran rimasi in possedimento di Agropoli, spaventati dalla tremenda catastrofe provata dai loro correligionarii, risolsero di abbandonare quella stazione, e di ritirarsi in Africa. Ma prima d’eseguire tale loro progetto, essi vollero dare il sacco ed il guasto alla celebre città di Pesto, situata poco lungi da Agropoli. Di fatti, verso la mezzanotte del 23 giugno 916 giunsero defilati a sorprendere e ad impadronirsi della città; la quale, dopo aver saccheggiata, vi appiccarono il fuoco, che la consumò quasi interamente (2). Alla distruzione di Pesto, i superstiti abitatori, insieme ai coloni dei suoi dintorni si trasmutarono in gran parte nell’estremo lido occidentale di questa Costiera, dove diedero origine alla terra di Positano, dalla voce greca alterata TTAISTANO e dal fenicio …………., allusivi a ‘Nettuno’ (3).”. Il Camera, a p. 130, nella sua nota (2) postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu civitatem Paestanam somnolentam copiunt, atque discripiunt, et discedentes ignem submittunt”: così in un antico ms di D. Marcello Bonito marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie) a fol. 12.”. Dunque il Camera (…) cita il manoscritto del Marchese di San Giovanni citato dall’Antonini e dicendo che l’antico manoscritto di D. Marcello Bonito marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie), la cui traduzione è più o meno la seguente: “I musulmani non sono disposti a proseguire ulteriormente in Agropoli, la maggior parte della notte San Giovanni Battista silenzioso attacco notturno, che è venuto la sonnolenta città di Paestum copiunt e discripiunt e lasciando un fuoco sottomesso”.

Camera Matteo, Storia ducato di Amalfi, vol. I, p. 130 sui Saraceni e Bonito Marcello

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130

Nel 929 (X sec. d. C.), Guaimario II e la riconquista dei territori Bizantini come Policastro che fu conquistata e passò ai Longobardi

Nel 929 Guaimario ritirò la propria alleanza con Bisanzio, contro cui mosse guerra in appoggio a Landolfo I di Benevento. In base agli accordi presi, Guaimario e Landolfo attaccarono unitamente la Puglia, le cui conquiste andarono a Landolfo, e la Campania, da cui Guaimario ottenne nuovi territori. Ma l’alleanza fra i due principi si rivelò ben presto un insuccesso, al punto che Landolfo cambiò strategia e chiamò a proprio sostegno il duca Teobaldo di Spoleto. Anche quest’alleanza risultò fallimentare e fu rotta intorno al 930. Guaimario tornò allora dalla parte dei bizantini, persuaso a questo passo dal protospatario Epifanio. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, in proposito scriveva che: Sappiamo, però che già nel 929 il principe Guaimario II, rinunciando al titolo di patrizio imperiale, mosse all’assalto delle terre greche di Puglia e di Calabria insieme a Landolfo I, principe di Benevento, e riuscì a recuperare “molti castelli”(5), di questi ignoriamo il nome, ma fra essi doveva esserci certamente Policastro, che in seguito riappare in mano ai Longobardi di Salerno (6). Costoro, perduto per sempre Laino e scomparso l’omonimo gastaldato, riorganizzarono proprio attorno alla munita Policastro la residua regione della Bricia, che allora comprendeva le aree litoranee situate fra quella fortezza, appunto, e la foce dell’Alento, ed era limitata a Nord ed a Nord-est dalle terre appartenenti alle rocche di Novi e di Laurito (a. 947)(7), entrambe ‘in finibus salernitanis’.”. Il Cantalupo, a p. 100, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La prima notizia certa di questo possesso è del 1052 (v. p. 116).”. Il Cantalupo, a p. 116, riferendosi al nuovo ed ultimo principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, dopo la morte di Guaimario V, nel 1052, in proposito scriveva che: “Il nuovo principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (5) postillava: “(5) L’identificazione del S. Severino menzionato da AMATO (v. qui p. 123) con S. Severino sul Mingardo (‘Sanctus Severinus de Camerota; a. 1291), piuttosto che con S. Severino Rota, a nord di Salerno, è sostenuta dall’Acocella (Il Cilento…., cit. I, 50) sulla scia del Lenormant. A favore di questa tesi è la maggiore vicinanza del castello del Mingardo alla città di Policastro, che era l’altro feudo di Guido.”. Dunque, da Amato di Montecassino verrebbe la notizia che nel 1052, Gisulfo II confermò al fratello Guido la contea di Policastro che quindi doveva già da tempo essere nei possessi della casa Longobarda. Anche Angelo Gentile, a p. 40, sulla scorta dell’Ebner scriveva che: “Nel 929 i Longobardi riuscirono ad occupare Policastro scacciando definitivamente i soldati di Bisanzio. Nonostante il clima di insicurezza i monaci basiliani cercarono, sempre di diffondere il rito greco ad iniziativa del patriarca Anastasio, su sollecitazione di Niceforo Foca (anno 968), infatti costituì i calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, incentivandolo anche in altri paesi, come ad esempio a Morigerati, Poderia, Roccagloriosa, a Torraca (11) dove esistevano chiese dedicate a S. Sofia e S. Fantino e così a Lentiscosa dove esiste una chiesa magnificamente affrescata, e sfuggita all’attenzione dei più (12), dedicata a S. Maria ad Martires, ecc…”. Il Gentile a p……, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Gaetani R., L’antica Bussento oggi Policastro Bussentina e la sede episcopale, Gli studi in Italia, V, p. 366 e segg. ed Ebner P., Economia e Società ecc…”.

Nel 951-952, le incursioni dei Saraceni sulle nostre coste

Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 89, in proposito scriveva che: “Difatti, per un anno, 951-952, il thema di Calabria e frange del thema di Lucania furono messi a ferro e a fuoco da scatenate orde saracene. L’Impero, assente in questo periodo dall’Occidente per difendere se stesso dalle mire egemoniche bulgare (921-924), dagli attacchi arabi in Armenia (923) e contro le isole (922), intervenne solamente nel 951 con un’armata condotta dal “patrizio” Malacheno, allo scopo di portare aiuto a Pascalio, stratego del thema di Calabria. L’azione congiunta Calabro-bizantina si concluse con un disastro, mentre gli Arabi, siculi ed africani, dopo la vittoria irruppero sulle nostre coste, luglio-settembre 951. Lo stesso governatore della Sicilia, Hasan ben ‘Alì, si impossessò di Reggio (48). Tra il luglio e il settembre del 951, la “Regione mercuriense” fu devastata. A nulla valsero i muniti castelli e le fortezze di cui disponeva per la difesa. Nilo, con la morte nel cuore, osservava “dall’alto della spelonca il polverio e la turba scorazzante dei Saraceni”. I monasteri furono “dati alle fiamme e distrutti”; finanche l’eremo di S. Michele fu profanato. L’eremo, come dice il Bìos, era “nelle vicinanze della via dove passavano gli eserciti” (49). I predoni portarono via al Santo la pelle di ricambio che apparteneva all’ingresso della spelonca; l’usarono per riempirla “di pere selvatiche” (50), di cui ancora la zona abbonda. Con la distruzione dei monasteri della “Regione mercuriense” e la fuga dei monaci, allentò il ritmo delle opere civili, le seminagioni e la mietitura; il raccolto marcì nei campi, ecc….Seguirono altre feroci incursioni. Nel 957, con ‘Ammar, fratello di Hasan ben ‘Alì, le razzie resero ancora più asfittica la vita sulle coste ecc…Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni di Sicilia si spinsero nel territorio dei principati longobardi.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (48), postillava che: “(48) A. Pertusi, Il Thema di Calabria, etc, in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (49), postillava che: “(49) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Idem, op.cit.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota, scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. Effettivamente, come dice l’Ebner, l’interessante notizia dataci dal Guzzo, non è suffragata da un riscontro bibliografico che egli non fornì ma, scrivendo che si riferiva a “qualche anno dopo”, l’anno 882, credo sia una notizia tratta da Hisch e Schipa (…). Il Guzzo (…), ne parla anche a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”. In proposito, devo segnalare che il Guzzo (…), riguardo questa notizia sui Saraceni a Camerota (…), nella sua nota (19), di p. 104, citava: “(17) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.”.

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(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “…, ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29). Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. 

LA CALABRIA BIZANTINA E SARACENA

Da Wikipedia leggiamo che in Calabria, in questo periodo storico fiorì il cenobitismo, col sorgere in tutto il territorio di innumerevoli chiese, eremi e monasteri nei quali moltitudini di monaci basiliani calabro-greci si dedicarono alla trascrizione di testi classici e religiosi. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (san Nilo da Rossano, san Gregorio da Cerchiara ecc.). Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24 000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Mentre la coltivazione del gelso muoveva i primi passi nel resto d’Italia, la seta prodotta in Calabria raggiunse il picco del 50% dell’intera produzione italo-europea. Poiché la coltivazione del gelso era difficile nell’Europa settentrionale e continentale, i commercianti acquistavano in Calabria materie prime per finire i prodotti e rivenderli a un prezzo migliore. Gli artigiani della seta genovese usavano la seta calabrese per la produzione di velluti.

Nel 942, le incursioni musulmana dei Saraceni in Calabria

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 79, in proposito scriveva che: A Frassineto, 942, intervennero Ugo di Provenza e la flotta bizantina. Ovviamente, non furono queste azioni a salvaguardare il Mezzogiorno della Penisola da un’occupazione islamica permanente. Peso decisivo ebbero le fazioni che tennero divisi gli Arabi Aglabiti dai Fatimiti; le lotte per la successione al governatorato della Sicilia; la mancanza d’intesa nelle operazioni belliche fra Saraceni di Sicilia e d’Africa. Tuttavia, le incursioni, le razzie, le deportazioni, le distruzioni furono tante e d’una tale ferocia che un’occupazione completa e duratura, forse, sarebbe stata meno grave per le popolazioni locali. Alcune delle antiche città costiere, semidistrutte nelle varie incursioni, sopravvissero, ma sfitticamente, forse perché avevano recepito fra le proprie mura nuclei islamici; altre furono rase al suolo, e i cittadini dispersi diedero vita a nuove comunità intorno a castelli, su dirupi inaccessibili: la caratteristica realtà urbana, ancora viva su ispide colline, non lontano dal mare. Anche la “Mercuria civitas” (95), la città eparchica del monachesimo basiliano, con nei pressi numerosi ed inespugnabili castelli, il capoluogo della “Regione”, fu distrutta durante le incursioni del 951.. Il Campagna, a p. 78, nella nota (93) postillava: “(93) M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, II, Catania, 1955”. Il Campagna, a p. 79, nella nota (95) postillava: “(95) Vita di S. Leoluca, Act. Martii, I (1668).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 89-90 , in proposito scriveva che: “Non dobbiamo dimenticare i numerosi insediamenti stabili. Fra i più vicini alle nostre coste, Agropoli, Amantea, Toropea, mentre toponimi, diffusi qua e là nel golfo di Policastro, ci rivelano l’entità non trascurabile di presenze saracene, che, forse, valsero ad attutire l’impeto e la ferocia dei razziatori. Se il thema di Calabria non restò a lungo sotto il dominio saraceno e se le incursioni ebbero tristi conseguenze, ma limitate nel tempo, si deve, come si è detto, ai conflitti fra Arabi Aglabiti e Fatimiti, alle discordie per la successione al governatorato della Sicilia, agli attriti fra gli Arabi della Sicilia e quelli dell’Africa del Nord. La difesa dei centri costieri, più che su coordinamento di forze, si basò sull’arroccamento su cime inaccessibili e di non facile espugnazione. Prevalse il particolarismo delle comunità calabresi anche nella difesa, che va imputato, oltre che a cause etniche di origine, alla capacità e alla debolezza degli strateghi, alla presenza stabile di mercenari saraceni incuneati sulle coste, alle non assopite mire egemoniche degli imperatori germanici (51). Per un secolo e mezzo, seconda metà IX – fine X, incursioni di “Agareni” (52) si alternarono in Calabria e alle frange del dominio longobardo (53), che o interessarono direttamente la “Regione mercuriense” o questa ne avvertì i riflessi negativi. I monaci si rifugiarono, parte nei domini longobardi di Salerno (54), parte rientrò all’Athos, vera diaspora di riflusso (55), altri restarono sulla breccia a difendere i nuclei abbarbicati su inaccessibili pietraie.”. Il Campagna, a p. 91, nella nota (52) postillava: “(52) Tali erano creduti i Saraceni, cioè discendenti da Agar, schiava di Abramo e madre di Ismaele.”. Il Campagna, a p. 90, nella nota (53) postillava: “(53) N. Cilento, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei sec. IX e X, in “ASPN”, 1959; F. Gabrieli, Arabi e Bizantini nel Mediterraneo Centrale, in “Bull. Ist. Stor. Ital. M.E. e Arch. Mur.”, 1964; U. Rizzitano, Gli Arabi in Italia, in “Occidente e l’Islam nell’alto medioevo”, I, Spoleto, 1965.”. Il Campagna, a p. 90, nella nota (54) postillava: “(54) P. Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, Roma, 1973; B. Cappelli, I Basiliani nel Cilento Superiore, in “BBGG”, XVI, Grottaferrata, 1962; J. Cozza- Luzi, op. cit.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “1. La Calabria prima della introduzione del feudalesimo. Bizantini e Longobardi nella Regione”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 91 e sgg., in proposito scriveva che: L’eresia e la persecuzione iconoclastica sottrassero alla dipendenza ed all’autorità della Chiesa di Roma i vescovati di Calabria, come in Puglia e di Sicilia, e li sottomisero al patriarcato di Costantinopoli, che li organizzò in una ‘metropolia’, alla cui testa pose l’arcivescovo di Reggio (4). Riesce oggi malagevole dare un’esatta enumerazione delle diocesi calabresi per le età anteriori al secolo X, malgrado la presenza di cataloghi imperiali patriarcali, le cosiddette ‘diatiposi’: ad ogni modo, è noto che alcune di esse non sfuggirono al vandalismo distruttore delle invasioni musulmane (5). E se l’editto di Leone Isaurico scacciava dai territori dell’impero i monaci basiliani, difensori intrepidi dell’ortodossia, furono le campagne ed i vergini monti della Calabria ad accoglierne non pochi, così come le aree litoranee della Sicilia da Siracusa a Messina etc….Senonchè nel corso del IX secolo, la Sicilia cadde sotto il dominio degli Arabi, e allora i Greci di Sicilia, perseguitati dai nuovi dominatori o non disposti a sottostare al loro intollerante dominio, trovarono asilo, oltre che nel Peloponneso, in Calabria, che divenne “le refuge naturel des chretiens chassés de Sicile”, come scrisse il Batiffol (7). Dopo la caduta di Taormina (nel 902), che segnò per l’Impero bizantino la perdita totale e definitiva dell’isola, troviamo infatti che numerose famiglie di Greci cercano sede e riparo nelle vicine città di Calabria: a Reggio (…………), a Gerace (………………..), a Cosenzia (…………..) etc…”.

Nel 951-52, Ammar, fratello di Hasan ben Alì, metteva a ferro e a fuoco Reggio Calabria

Nel 951-52, le nostre terre subirono un’invasione musulmana e saracena guidata da Abu-l-Kasem-Ibn-Alì che si battè su tutta la Calabria settentrionale nel 951 e che ritrovatasi nella primavera dell’anno seguente  portò sotto le mura di Gerace alla morte del patrizio bizantino Melakenos, comandante dell’esercito bizantino. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: “La stessa Bisanzio, lottando per propria sopravvivenza, non fu in grado d’intervenire fino al 951, anche se con esito disastroso per l’impero. Nel luglio-settembre dello stesso anno, Arabi di Sicilia e d’Africa scorazzavano liberamente per le nostre contrade. Nel 952 Reggio era sotto il dominio di Hasan ben ‘Alì. Il fratello ‘Ammar, intorno al 957, insanguinava, razziando le coste della regione. Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo……Alcune delle antiche città costiere, semidistrutte nelle varie incursioni, sopravvissero, ma asfitticamente, forse perché avevano recepito fra le proprie mura nuclei islamici; altre furono rase al suolo, e i cittadini dispersi diedero vita a nuove comunità intorno a castelli, su dirupi inaccessibili: la caratteristica realtà urbana, ancora viva su ispide colline, non lontano dal mare. Anche la “Mercuria civitas” (95), la città eparchica del monachesimo basiliano, con nei pressi numerosi ed inespugnabili castelli, il capoluogo della “Regione”, fu distrutta durante le incursioni del 951.. Il Campagna, a p. 79, nella nota (95) postillava: “(95) Vita di S. Leoluca, Act. Martii, I (1668).”. Un’altra notevole invasione saracena si ripetè poco dopo negli anni 955-56. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89, in proposito scriveva che: “Difatti, per un anno, 951-952, il thema di Calabria e frange del thema di Lucania furono messi a ferro e a fuoco da scatenate orde saracene. L’Impero, assente in questo periodo dall’Occidente per difendere se stesso dalle mire egemoniche bulgare (921-924), dagli attacchi arabi in Armenia (923) e contro le isole (922), intervenne solamente nel 951 con un’armata condotta dal “patrizio” Malacheno, allo scopo di portare aiuto a Pascalio, stratego del thema di Calabria. L’azione congiunta calabro-bizantina si concluse con un disastro, mentre gli Arabi, siculi ed africani, dopo la vittoria irruppero sulle nostre coste, luglio-settembre 951. Lo stesso governatore della Sicilia, Hasan ben ‘Alì, si impossessò di Reggio (48). Tra il luglio ed il settembre del 951, la “Regione mercuriense” fu devastata. A nulla valsero i muniti castelli e le fortezze di cui disponeva la difesa. Nilo, con la morte nel cuore, osservava “dall’alto della spelonca il polverio e la turba scorazzante dei Saraceni. I monasteri furono “dati alle fiamme e distrutti”; finanche l’eremo di S. Michele fu profanato. L’eremo, come dice il Bìos, era “nelle vicinanze della via dove passavano gli eserciti” (49). I predoni portarono via al Santo la pelle di ricambio che appendeva all’ingresso della spelonca; l’usarono per riempirla “di pere selvatiche”(50), di cui ancora la zona abbonda. Con la distruzione dei monasteri della “Regione mercuriense” e la fuga dei monaci, allentò il ritmo delle opere civili, le seminagioni, la mietitura; il raccolto marcì nei campi etc…. Il Campagna, a p. 89, nella nota (48) postillava: “(48) A. Pertusi, Il “thema” di Calabria, etc.., in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974.”. Il Campagna, a p. 89, nella nota (49) postillava: “(49) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, Badia di Grottaferrata, 1967”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando della grotta di S. Michele dove si ritirò in eremitaggio S. Nilo, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Sarebbe stata, quella nella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto”(46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tanto che il “grande Fantino” andava predicendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e distrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili”(47)”. Il Campagna, a p. 88, nella nota (46) postillava: “(46) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, Badia di Grottaferrata, 1966.”. Il Campagna, a p. 89, nella nota (47) postillava: “(47) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (48), postillava che: “(48) A. Pertusi, Il Thema di Calabria, etc, in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (49), postillava che: “(49) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Idem, op.cit.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. S. Fantino ed altri fratelli continuando le antiche relazioni tra i due centri ascetici si trasferirono nella regione sul Golfo di Policastro (23); S. Saba con i suoi monaci e la sua famiglia, tra cui il padre S. Cristoforo ed il fratello S. Macario, si avviarono verso una zona che non sembra abbia prima di essi avuto rapporti con il Mercurion. Infatti risalendo il corso del Mercure-Lao e discendendo quindi nell’alta valle del Sinni penetrarono nella regione del Latinianon (24).”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Vita di S. Nilo etc., cit., p. 42; per le relazioni del mercurion con la “regione dei principi” o con “le parti di sopra” o con “la regione superiore” che indicano sempre il Cilento meridionale, vedi ‘Vita di S. Nilo etc.’, pp. 8; 18; 42 e il mio scritto ‘S. Nilo, S. Fantino, S. Nicodemo’, in questo volume.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (24) postillava che: “(24) Historia et laudes SS. Saba et Macarii etc., op. cit., pp. 17 s. e in questo volume: ‘Alla ricerca del Latinianon’.”. Il Cappelli (5), parlando della vita di S. Nilo, scriveva in proposito: “saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadice apparizioni che i Musulmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi della Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè all’attuale Praja a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza.“.  Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Seguirono altre feroci incursioni. Nel 957, con ‘Ammar, fratello di Hasan ben ‘Alì, le razzie resero ancora più asfittica la vita sulle coste. Tributi imposti dai Saraceni venivano esatti da sparuti castelli e da castra sottomessi.. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 79, in proposito scriveva che: Nel 952 Reggio era sotto il dominio di Hasan ben ‘Alì. Il fratello ‘Ammar, intorno al 957, insanguinava, razziando le coste della regione. Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo.”.

Nel 954 (X sec.), Attanasio (“Athanasio”), monaco di Velia, rinvenne le sacre spoglie di San Matteo

Il Cataldo (…), anche sulla scorta del Rodotà (…), parlando di Velia, scriveva che: “Si tramanda che S. Matteo, apparsa in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109). Il Cataldo (…), nella sua nota (108), postillava che: “(108) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, II, pp. 514-515”. Il Cataldo (…), nella sua nota (109), postillava che:  “(109) Stilting, Acta Sanctorum, Anversa, VI, 1757, p. 198; si veda pure Ebner P., op. cit., pp. 515.”. Le sacre spoglie di San Matteo,  sarebbero giunte a Velia, in Lucania, intorno al V secolo, dove rimasero sepolte per circa quattro secoli. Il corpo del Santo fu rinvenuto dal monaco Attanasio nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide. Le spoglie furono portate dallo stesso Attanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Lo storico Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 21, così riportava il prodigio di cui parlava il ‘Chronicon Salernitanum’:

Acocella, p. 21.PNG

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel 1973, in un suo inedito dattiloscritto ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, parlando della Cristianizzazione nel basso Cilento, anche sulla scorta del Rodotà (…), parlando di Velia, scriveva che: “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109). Il Cataldo (…), nella sua nota (108), postillava che: “(108) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, II, pp. 514-515”. Il Cataldo (…), nella sua nota (109), postillava che:  “(109) Stilting, Acta Sanctorum, Anversa, VI, 1757, p. 198; si veda pure Ebner P., op. cit., pp. 515.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitoloLe reliquie …..traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca.”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), del suo ‘Chiesa, Baroni e popolo ecc..’, postillava che: “(52) Il santo comparso in sogno a una pia donna del luogo (Pelagia) chiese di cercare i suoi resti nella basilica paleocristiana di Velia (v. nel Volpi, p. 3, la notizia del rinvenimento non a Velia, ma fra le rovine di Paestum). Pelagia ne disse al figliolo (il monaco Attanasio) che rinvenute le reliquie le occultò nella vicina chiesa (Santa Maria di Odegitria ‘ad duo flumina’).”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 27, scriveva che: “6. Sull’incremento delle attività locali aveva influito, e in modo determinante, il rinvenimento a Velia di uno tra i più gloriosi “trofei” della cristianità, le venerate spoglie dell’evangelista Matteo. Evento che portò Salerno e lo stesso territorio di Velia all’attenzione del mondo allora conosciuto, facendo di quest’ultimo, e per lungo tempo, meta d’ininterrotto afflusso di fedeli. A partire dallo stesso compilatore del Chronicon salernitanum (a. 978), quel monaco del monastero di S. Benedetto di Salerno che, nell’accennare nel noto paragrafo 165, si riservava dei “miracula et signa et quomodo fuit repertus”, nonchè nella sua translazione, di raccontare a lungo con l’aiuto di Dio (69). Ciò che pare riuscisse a fare, dicono autorevoli filologi, anche se in modo incompleto.”. Ebner (…), a p. 27, nella sua nota (69), postillava che: “(69) Sul ‘Chronicon e suo autore, v. le recenti ricerche di N. Cilento, in op. cit., p. 67 sgg. e p. 65 sgg.”. Ebner (…), a p. 515, nella sua nota (5), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino, in ‘In translatione Sancti Mathei apostoli et evangeliste’ (Cod. Casinensis 101, part. 386-397:

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(Figg….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 515

Nel 952, l’invasione araba della Sicilia, S. Cristoforo, S. Saba, S. Macario e la fondazione di monasteri nel basso Cilento

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Macario Abate, o San Macario di Collesano (Collesano, … – Oliveto Citra, 1005), fu un monaco italiano; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione avvalorata da studi recenti, si ritiene che San Macario sia nato a Collesano,[senza fonte] attualmente in provincia di Palermo. Egli visse durante la dominazione araba della Sicilia, iniziata nell’827, quando Eufemio da Messina chiamò gli arabi, e terminata nel 1061 con la conquista di Roberto il Guiscardo. Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte]. Per quanto riguarda l’onomastica, il nome Macario (dal greco makarios = beato o felice) era senza dubbio un nome comunemente usato tra i cristiani del vicino Oriente, quindi il nome del nostro San Macario si inserisce nel solco della tradizione monastica orientale (vi erano stati numerosi altri San Macario), visto che la Sicilia e quasi l’intero territorio dell’Italia meridionale rimasero possedimenti dell’Impero d’oriente fino alla conquista normanna. San Macario appartenne a una famiglia singolare, in quanto tutti i componenti di questa (moglie e marito più i due figli) sono venerati come santi: San Cristoforo da Collesano e Kalì, San Saba il Giovane e Macario. Il primo a lasciare casa e beni materiali, d’accordo con la moglie, fu il padre Cristoforo, seguito, non molto tempo dopo, dai figli Saba e Macario. Essi abbracciarono la vita religiosa secondo le direttive e lo spirito ascetico di San Niceforo. Anche Kalì si ritirò in vita ascetica per formare una piccola comunità femminile. Dopo Collesano, il gruppo dei tre, Cristoforo, Saba e Macario, fu per qualche tempo a San Filippo d’Argira ove costruì anche una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Facendosi più pesante il controllo della vita religiosa da parte degli arabi e forse anche per una sopraggiunta epidemia, nel 941 i tre si allontanarono dalla Sicilia e si portarono nel Mercurion, la zona intermedia tra Calabria e Basilicata. A Laino Castello prima, e nella fortezza di San Lorenzo sul Sinni dopo, trovarono rifugio. Qui si spense Cristoforo il 17 dicembre del 990, assistito dai figli e dalla moglie. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – Nacque probabilmente nei primi due decenni del X secolo da Cristoforo e da Kale, a Collesano, in provincia di Palermo. Rispetto alle condizioni sociali della famiglia dalle fonti si desume solo che il padre Cristoforo non era indigente e possedeva dei terreni. Fu educato da maestri locali, che lo istruirono in materia di religione. In data non precisabile, ma quando Saba e suo fratello Macario erano ancora molto giovani, il padre decise di farsi monaco presso il monastero di S. Filippo di Agira (in provincia di Enna), il più importante centro di spiritualità italo-greca in Sicilia (Historia et laudes…, a cura di I. Cozza-Luzi, 1893, pp. 7, 73; anche per le notizie successive sulla vita di Saba la fonte principale è la sua agiografia). La fama della santità di Cristoforo, mandato dall’egumeno Niceforo a restaurare l’eremo di S. Michele in Ktisma, spinse numerose persone a dedicarsi alla vita monastica, tra cui i suoi due figli Saba e Macario, che si fecero tonsurare anch’essi presso S. Filippo (la madre Kale più tardi fondò un cenobio femminile). Le straordinarie virtù del giovane Saba furono presto notate da Niceforo, il quale lo pose presto a capo della comunità di S. Michele di Ktisma al posto del padre. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152). In data non precisabile Cristoforo decise di partire per un pellegrinaggio a Roma e Saba si trovò alla guida di questa rete di istituzioni religiose. Si recò poi a sua volta a visitare le tombe degli apostoli quando il padre tornò in Italia meridionale e in seguito si ritirò in una cella presso S. Lorenzo sul Sinni.”. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 47 scriveva che: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Ma più che a questi l’influenza bizantina nella zona fu dovuta all’azione efficace ed energica di S. Saba che nel Mercurion aveva portato tutto un corredo di norme e di insegnamenti derivati dalla riforma di S. Teodoro Studita. Dal Monastero di S. Lorenzo e dalla vicina Episcopia S. Saba iniziava l’opera di espansione del monachesimo basiliano che doveva poi allargarsi alle coste tirreniche dell’attuale basso Salernitano.Per opera di S. Saba nacque pure l’istituzione delle confederazioni monastiche. Il Santo spesso si allontanava dal suo Monastero di S. Lorenzo per ispezionare i vari cenobi disseminati nel territorio di Lagonegro e di Monte Bulgheria. L’azione ispettiva di S. Saba venne ereditata, alla sua morte, dal fratello San Macario e alla morte di questi dal monaco Luca. A quest’ultimo si attribuiscono i monasteri di SS. Elia ed Anastasio di Carbone e il monastero di S. Giuliano nell’alta valle dell’Agri.”. Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Da Wikipedia leggiamo che: “Alla morte di Cristoforo, Saba gli succedette alla guida del monastero, tuttavia passava in eremitaggio cinque giorni alla settimana, lasciando a dirigere Macario (che ufficialmente era l’economo); intorno al 982 si recò in pellegrinaggio a Roma accompagnato da un altro monaco di nome Niceta, e fondò il monastero di San Filippo a Lagonegro. Nel 984 assistette Luca di Demenna negli ultimi giorni di vita ad Armento, seppellendone poi anche il corpo”. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48, in proposito scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie del principato di Benevento, ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro intensissimo di vita monastica. Qui si sabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una nuova “Tebaide”. Il Mercurion non era isolato; esso anzi era circondato da altre zone in cui la vita monastica aveva raggiunto una notevole diffusione, e che erano in stretti rapporti con il Mercurion stesso, come vedremo, anche nel campo diciplinare, quali ad esempio i territori di Latiniano (107) e di Lagonegro. In tutta questa zona la diffusione del monachesimo era stata accompagnata da una parallela diffusione di altre forme di dialetti locali (108), l’architettura religiosa e la pittura, i cui modesti, sparsi documenti, mostrano come la tradizione artistica di questi paesi risentisse direttamente l’inflenza calabrese, e , tramite questa, della grande arte orientale (109). In questa regione dunque si stabilirono Cristoforo, Saba e Macario, e la loro prima sede fu una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele, che fu il centro della laura abitata dai monaci che avevano accompagnato Cristoforo (110), e che quest’ultimo continuò a governare. Ecc…”. Il Borsari (…) a p. 47, nella sua nota (105) postillava che: “(105) S. G. Mercati, S. Mercurio e il Mercurion, in ‘Archivio storico per le Calabrie e la Lucania, VII (1937), pp. 295-296. Si veda anche l’etimologia, in verità alquanto macchinosa, proposta da Cappelli, ‘Il Mercurion’, in ‘Il monachesimo basiliano, cit., pp. 232-233.”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(107) La regione del Latiniano dovrebbe identificarsi con la zona attraversata dal medio corso del Sinni. Cfr. Ménager, La “byzantinisation”, cit. pp. 765-766, n. 3 e Cappelli, ‘Alla ricerca di Latinianon’, in ‘Il monachesimo basiliano, cit., pp. 253-274.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Rohlfs, ‘Scavi linguisici, cit., pp. 60-66.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (109) postillava che: “(109) Cappelli, ‘Il Mercurion’, cit., pp. 238-246.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(110) ‘Vita Christophori et Macarii, v. X, p. 83: segue trascrizione del testo greco del Luzzi.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 43, in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali. Una di esse fa capo e muove dalla Terra d’Otranto. L’altra che si avvia dal mare di Reggio giunta che è ad ingrossare le schiere dei penitenti già stanziati nel Mercurion (26), si irradia di qui ancora in due direzioni. La prima va verso levante nella regione del Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Vulture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste joniche; la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Come meta del viaggio del nuovo asceta sono però da escludere il focolare di pietà di Latiniano e quelli siti intorno ai monti Raparo e Vulture. Sia perchè posti sotto l’effettivo dominio dei Bizantini, il cui thema di Longobardia per quanto indeciso giunge appunto fino a quest’ultima montagna (28), sia perchè ubicati in luoghi assai interni e lontani dal mare come invece postula la biografia di S. Nilo. Poichè per quest’ultimo motivo è anche da non tenere conto del centro di Lagonegro, la indagine circa l’ubicazione del cenobio di S. Nazario, anche da questo punto di vista, è da limitarsi unicamente alla regione ascetica del Cilento che è compresa nel principato di Salerno.”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, pp. 14-82”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (27) postillava che: “(27) Il focolare ascetico di Latiniano e quelli di Lagonegro e del Cilento sono documentati da: Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, cit., passim. e specialmente p. 92; ecc….Vedi in questo volume il saggio ‘I monaci basiliani del Mercurion e di Latinianon e la riforma studitana‘.”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Per il Caffi, il Cappelli intendeva: Caffi A., ‘Santi e guerrieri di Bisanzo nell’Italia meridionale’. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. S. Fantino ed altri fratelli continuando le antiche relazioni tra i due centri ascetici si trasferirono nella regione sul Golfo di Policastro (23); S. Saba con i suoi monaci e la sua famiglia, tra cui il padre S. Cristoforo ed il fratello S. Macario, si avviarono verso una zona che non sembra abbia prima di essi avuto rapporti con il Mercurion. Infatti risalendo il corso del Mercure-Lao e discendendo quindi nell’alta valle del Sinni penetrarono nella regione del Latinianon (24).”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Vita di S. Nilo etc., cit., p. 42; per le relazioni del mercurion con la “regione dei principi” o con “le parti di sopra” o con “la regione superiore” che indicano sempre il Cilento meridionale, vedi ‘Vita di S. Nilo etc.’, pp. 8; 18; 42 e il mio scritto ‘S. Nilo, S. Fantino, S. Nicodemo’, in questo volume.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (24) postillava che: “(24) Historia et laudes SS. Saba et Macarii etc., op. cit., pp. 17 s. e in questo volume: ‘Alla ricerca del Latinianon’.”. La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di “Santa Maria dei Martiri a Lentiscosa”, non dice nulla sull’antico Monastero di S. Cono di Camerota, ma a p. 278, ci parla di “Caritone (Iconio, III secolo; Betlemme, 350”A lui si attribuisce la prima codificazione delle leggi monastiche che passarono nel ‘Typicon’, ossia nel formulario di San Sabae del monastero costantinopolitano di Stoudion, anche ad opera di Sant’Eutimio il Grande, di San Teodosio il Cenobriarca. Da giovane, sotto l’Imperatore Aureliano, ecc..ecc..”

NEL 952, S. SABA, I SARACENI, TORTORA E L’ORIGINE DI TORTORELLA

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, della chiesa più volte restaurata e dell’antica chiesa di S. Vito fuori dell’abitato.”. Ebner, a p. 678, nella nota (20) postillava: “(20) Tancredi, Il Golfo, cit., p. 72 sgg.”. Ebner si riferiva al testo di Luigi Tancredi (….), “Il Golfo di Policastro – Itinerario tra sogno e realtà”, pubblicato nel 1975 (la prima delle sue pubblicazioni). Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(21) Casaletto Spartano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Alcuni studiosi locali sostengono che vi fossero rifugiate alcune famiglie di Tortora, paese del cosentino, per sfuggire alle incursioni ed alle razzie dei pirati saraceni che infestavano, all’epoca, il litorale tirrenico inferiore. Il luogo sarebbe apparso loro naturalmente ben protetto, per cui avrebbero deciso di fermarvisi stabilmente, iniziando una nuova vita (1).”. Il Guzzo, a p. 199, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Fulco, Memorie storiche di Tortora – Napoli – pag. 18”. Si tratta di Amedeo Fulco (….), e del suo “Memorie storiche di Tortora”. Infatti, Amedeo Fulco, nel ….., a pp. 41-42-43, riferendosi a S. Saba di Collesano ed ai Saraceni nel 952, in proposito scriveva che: “Tuttavia maggiori nubi si adensavano sulla Calabria e se n’ebbe sentore nella primavera dell’anno successivo 952, quando l’Emiro musulmano ricomparve scortato da una flotta e sconfisse duramente per terra e per mare i Bizantini dopo lunga e sanguinosa battaglia, conclusasi il 7 maggio, nella quale Malacheno trovò gloriosa morte e Pascalio riuscì a stento a salvarsi. Tutta la Calabria, fino al Crati e al Lao, fu allora preda dei Mulsulmani che saccheggiarono ecc….E fu proprio dal Mercurion che San Saba sotto l’incubo dell’avanzata musulmana che minacciava, ecc…. San Saba dovete giungere con la schiera dei profughi che andava sempre più ingrossandosi lungo la dolorosa peregrinazione, a Scalea, da qui alla marina di Aieta, quindi a Blanda, e, risalendo la valle del fiume Noce, nell’amena contrada di Tortora che dal suo nome fu chiamata San Savo e vi fu eretta una cappella. Niente di più verosimile dunque che una parte dei Blandani, se non la maggior parte di essi, seguissero, atterriti, e sfiduciati come erano, il Santo monaco che si fermò in territorio di Lagonegro, dove fondò un monastero (quod et muris quasi propugnaculis munivit) e che i Balandani si stabilissero quali a Tortorella, quali a Battaglia che sono località prossime al centro lucano di Lagonegro. E’ un’ipotesi plausibile che avvalora come si può notare, la tradizione, la quale, per essere costantemente tramandata di generazione in generazione, deve necessariamente avere un fondo di verità. Altri Blandani, e forse quelli ecc…ecc…”. Dunque, il Fulco fa derivare l’origine di Tortorella, Battaglia e Casaletto dai profughi “Blandani” (la vecchia Tortora) ai tempi delle frequenti e turbolente invasioni dei Saraceni in lotta contro i Bizantini (anno 952 di cui ci parla il Porfirogenito). Il Guzzo, senza alcun fondamento, a p. 200 scriveva che: “Tale tesi, però oltre a non trovare conferma in storici più accreditati, appare poco probabile, trattandosi di ua zona molto lontana dalla terra di provenienza, quando le difficoltà per gli spostamenti erano notevolissimi. E’ più facile supporre, invece, che si sia trattato di una colonia agricolo-pastorale.”. Dunque, il Guzzo, in sostanza prima lo nega e poi la concede. In effetti, la tesi del Fulco era già stata ampiamente affermata da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Riguardo i centri del Mercurion e la tesi del Fulco, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro – lucani”, a p. 44 riferendosi al viaggio di San Nilo, in proposito scriveva che: “Tentiamo ora di rifare, sia pure a grandi linee e per quanto è possibile, l’itinerario che …..Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre strade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non graditi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di Praia a Mare la quale è la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Così dopo aver raggiunto con tutta probabilità raggiunto verso settentrione la zona che rimane tra Lauria e Lagonegro e levante Trecchina e Rivello a ponente, ecc…”. Il Cappelli, a p. 2, nella nota (31) postilava che: “(31) Vedi Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. S. della Grotta a Praia degli Schiavi, etc., Napoli, 1858, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria vera”, n. s. IV (Reggio di Clabria, 1923), p. 104; ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66 e ss., in proposito scriveva che: Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè a S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion) di Salerno, (232) chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perché oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio, (233), etc…”. Ebner, a pp. 66, nella nota (232) postilla che: “(232) Codex Criptensis B, beta II, f 175. Anche l’odierna Praia a mare era in mano bizantina. Il Cappelli cit., p. 44 rileva che a Praia era “la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani” che si erano insediati a Saracinello e a Saraceno. Perla biografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, che, a pp. 55-56, in proposito scriveva che: “Nel breve tratto, in cui la Lucania è bagnata dal Tirreno, è ‘Maratea’, che gli storici locali vogliono subentrata a ‘Blanda’, anche se con scarsa attendibilità (14). La sua posizione infatti è tutt’altro che favorevole ad un’ipotesi del genere. Col tempo si è venuta a formare Maratea Inferiore, che oggi porta il nome di ‘Marina di Maratea’, alla quale sono aggregati i due casali di ‘Acquafredda’ e ‘Cersuta’. ‘Tortora’ ed ‘Aieta’ non hanno origine diversa da quella degli altri borghi medievali: furono i Saraceni che, nel secolo IX muovendo dai due emirati di Amantea e di Agropoli, costrinsero gli abitanti di Blanda a rifugiarsi in luogo più interno e sicuro, sulla montagna. Le testimonianze più antiche dell’esistenza di Tortora non vanno oltre il secolo XII. Nel suo territorio sorse più tardi ‘Tortorella’.

Nel 963, Manuele Foca, in soccorso di Rametta morì

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Vi furono degli inutili tentativi di riconquista, nel 963 e 1038, da parte imperiale. Nel 902, anno della caduta di Taormina (83), lo stratego di Sicilia (Bisanzio non voleva rassegnarsi alla perdita dell’isola) risiede a Reggio, ma nel 918 viene già menzionato uno “strategos” di “Calabria”, segno evidente che il “thema” di Sicilia era, di nome, rappresentato dal “ducato” di Calabria, promosso, per l’occasione, a “thema” (84). Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolano (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (83), postillava che: “(83) A. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, a c. di C.A. Nallino, I-III, Catania, 1933-1939; F. Gabrieli, Arabi e Bizantini nel Mediterraneo Centrale, in “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Arch. Muratoriano”, 76 (1964).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (84), postillava che: “(84) A. Pertusi, Il “thema” di Calabria, etc…, in “Calabria bizantina”, Reggio C., 1974″. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (85), postillava che: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Codice Cript. ……, XX (395).”. Da Wikipedia leggiamo che Manuele Foca, parlando dell’assedio di Rametta, l’assedio fu guidato dai due cugini Kalbiti Al-Hasan ibn Ammar al-Kalbi e Aḥmad b. Ḥasan Abi l-Husayn. Nel 962 Ahmad assediò e distrusse Taormina, vendendo l’intera popolazione come schiavi e colonizzando l’area con reinsediamenti musulmani[1]. Dopo la caduta di Taormina, i Kalbiti si spostarono a nord, iniziando l’assedio di Rometta l’anno successivo. La città inviò un emissario all’imperatore bizantino Niceforo II Foca, chiedendo aiuti militari e provviste. Niceforo rispose equipaggiando una flotta di circa 40.000 uomini, molti dei quali veterani della conquista bizantina di Creta, sotto il comando di Niceta Abalante, mentre la cavalleria era comandata da Manuel Foca. Nell’ottobre del 964, l’assedio fu rafforzato dalle truppe berbere guidate dal governatore della Sicilia, al-Hasan ibn Ali al-Kalbi. Il 25 ottobre, i bizantini e i musulmani si scontrano: i primi ebbero inizialmente il controllo della battaglia, tuttavia i musulmani furono presto in grado di sconfiggerli, presumibilmente uccidendo più di un quarto delle forze nemiche, compreso Manuel. I bizantini sopravvissuti tentarono di tornare alla loro flotta a Messina, ma caddero in un’imboscata alla partenza nella battaglia dello Stretto e furono sconfitti. Senza rinforzi, Rometta non riuscì a difendersi dai Kalbiti e cadde nel maggio del 965.

Nel 966, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, Ermerico, suo preposto che nel 966 fuggì per l’attacco dei Saraceni

Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Etc…”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Dunque, il Carucci scriveva che queste notizie intorno al monaco Ermerico, provenivano dal chronicon medievale ‘Chronicon cavense’ che egli dice di dubbia autorità. Dunque, scondo il documento del 966, che cita il Carucci, Ermerico era stato preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. Sul monaco “Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis”, Pietro Ebner riporta una notizia. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 151, in proposito scriveva che: “Della chiesa di S. Pietro di Cannicchio, donata al monastero italo-greco di S. Magno (S. Mango) dai principi Giovanni e Guaimario, è notizia da un documento del 994 (v. oltre).”. Secondo il ‘Chronicon Cavense’ del Pratilli, il monastero di S. Mauro in Centulis, fu distrutto dai Saraceni e subito dopo, il suo preposto, Ermerico, nel 966 “ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che:  ….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Barra, sulla scorta del Chronicon Cavense credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Dunque, il monastero di cui era preposto Ermerico erano le “Cellae” di S. Mauro in Centulis che dipendeva dal monastero di S. Benedetto di Salerno. Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco  “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Il Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo  ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Nel 987 Leucio Etc…”.

Di Meo, tomo 7, p. 23

Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Infatti, il Di Meo (….), nel vol. VI, a p. 35 in proposito scriveva che: “4. Segue a dire l’Annalista Salernitano, che Ermerico ‘Preposito del Monistero di S. Mauro’ in Centulis, distrutto da’ Saraceni, col consenso del principe Gisolfo,e del nostro Abbate, edificò etc…”. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16)…Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12).”. Infatti, Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno. I pochi religiosi che sfuggirono al massacro si rifugiarono nei boschi e nelle montagne. Ermerico’, loro priore, col consenso dell’abate di S. Benedetto e del principe di Salerno Gisulfo I (933-77), si ritirò ai piedi del Monte Finestra, nella grotta di Metellianum e qui costruì una cella o monastero: “A. 966….Ermericus Praep. Cellae S. Mauri in Centulis a Saracenis destructae Cellam prope Salernum ad latus Fenestellae montis fecit cum Gisulfi et Abbatis nostri consensu”. (Op. cit., p. 415; cf. De Blasi, Chron., an. 966; Adinolfi, Stor. della Cava, p. 217, ecc..).”. Il Barra riporta anche la seguente notizia: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35). Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Giuseppe Pesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 73 riporta la notizia: “…fra questi Giovanni di Salerno…Fu sotto il governo di un tal Prelato, ch’ebbe la prima origine il celebre Monistero della SS. Trinità di Cava. Ermerico già Preposto del Cenobio di s. Mauro in Centulis, distrutto dalle irruzioni dei Saraceni tal sacro stabilimento, recossi in Salerno e “col consenso del Principe Gisolfo e del nostro Abbate (scrive l’Annalista Salernitano) etc…”. Dunque, il Pesano riporta la notizia sulla scorta dell’“Annalista Salernitano”, cronista dell’epoca che viene detto anche “Chronicon Cavense”, che fu pubblicato dal Pratilli. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’. Inoltre, Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), riguardo l’ipotesi che si potesse trattare del monastero di ‘S. Maria in Centulis’ postillava e ci ricorda che: Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI)….”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C.”.

Nel 968, l’Imperatore Niceforo Foca ed il patriarca Attanasio e la costituzione del calogerato di S. Cono a Camerota e S. Giovanni a Piro

Nel 968, l’Imperatore d’Oriente Alessio Niceforo Foca, con il patriarca Anastasio, tenta di imporre il rito greco a quello latino. I due studiosi Natella e Peduto (….), nel loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò disostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Ecc…”. L’Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica…….Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, ……..Ecc…”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Il sacerdote Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Laudisio (…), a p. 69, proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (…), nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684), citata anche al Laudisio (…), dove si raccontava che nel 968, L’Imperatore d’Oriente (bizantino) Alessio Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), ne parla nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, p……., riferisce alcune notizie circa la fondazione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, riferendo ciò che aveva già scritto il Laudisio (…). Pietro Ebner (…), scriveva che in età bizantina, venne costituito il calogerato di S. Cono, però mette fra parentesi che si trattava della Badia di S. Pietro. La Badia di S. Pietro, come vedremo e, di cui ho scritto in un altro saggio ivi, è l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Licusati è un paese che da sempre faceva parte dell’Università o Comune di Camerota a poi in seguito diventò Comune autonomo. Infatti, nel territorio di Camerota, esisteva anche la Badia di S. Giovanni, grangia dell’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Tuttavia, qualche notizia in più sull’antico cenobio basiliano di S. Cono o S. Iconio, possiamo ricavarla dalle ‘visitatio Episcopali’, eseguite dai vescovi di Policastro prima del ‘600. In ogni caso, centri monastici, come il Monastero di S. Cono a Camerota, soppresso, ed ormai scomparso e di cui forse rimangono pochi ruderi, esisteva ancora nel 1458, anno in cui fu toccato dalla visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos. Biagio Cappelli (…), riferendosi al 1458, anno della visita apostolica ordinata da papa Callisto III, a p. 400, scriveva che: “Il che ci porta a considerare come, venuti meno quelli che furono gli importanti centri monastici arroccati intorno a Cerchiara e ad Oriolo e nella valle del Sarmento, ancora riuscivano a mantenersi i monasteri dell’asprissima regione di monte Mula, ecc…, nonchè gli altri del montuoso Cilento, S. Maria di Centola, S. Cono di Camerota, S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano. Circostanza questa che non avrebbe potuto verificarsi se nei predetti luoghi il basilianesimo non avesse avuto lontane e robuste radici. E che inoltre ci indica come ancora nel quattrocento la regione di monte Mula veniva ad essere in relazione ed in contatto con l’altra del Cilento i cui monasteri estendevano le loro propaggini in terra calabrese: dato che a Majerà ed a Grisolia, le quali rimangono rimangono immediatamente alle spalle del luogo dove sorgeva il cenobio di S. Ciriaco, esistevano due grangie dipendenti dal monastero di S. Giovanni a Piro (8) dominante il luminoso golfo di Policastro.”. Il Cappelli (…), a p. 400, nella sua nota (8), postillava che la notizia era tratta dal Di Luccia (…), a p. 312, nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, nel 1700. Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.  Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).”. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” ( I monaci greci in Calabria ecc.., v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Dunque, nel 1760, il Rodotà (…), sulla scorta di padre Agresta (…), fra i monasteri di rito greco, non cita il monastero di S. Cono di Camerota.

Nel 975, i temi Bizantini di Longobardia, Lucania e Calabria

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 99, in proposito scriveva che: Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, diendenti dal catapano residente a Bari; cosicchè, prossima alla Lucania ‘Occidentale’ longobarda, si trovò per un certo tempo a coesistere una Lucania ‘Orientale’ bizantina (2). Questa comprendeva le regioni del Latiniano (3) e  del Mercurio (4), ed aveva come centro principale Tursi. Ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89, in proposito scriveva che: Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni in Sicilia si spinsero nel territorio dei principati longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.”.

I Principati Longobardi di Salerno, i Ducati di Puglia e di Calabria, i Saraceni, i Bizantini

Angelo Bozza (…) nel suo “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 919 e sulla scorta di Pietro Giannone (….), cita un Guaimario Principe di Salerno e scriveva che: “Landulfo e Guaimario principi di Benevento e Salerno confederati, rompono la battaglia ad Ascoli Ursileo Stradigò di Bari, il quale vi è ucciso, ed invadono la Puglia e la Lucania ritenendole sette anni. I  Greci riacquistano la puglia e la Calabria dai Principi di Benevento e di Salerno, dopo averli disfatti in battaglia presso Matera. I Saracini prendono e danno alle fiamme Cosenza (a. 965). Tornano in uso i cognomi delle famiglie lungo tmpo disusati (Giannone). Ottone I fa per parecchi anni 968-871 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Poi il Bozza accenna per l’anno 1016 accenna all’episodio dei pellegrini Normanni che liberarono Salerno dall’assedio dei Saraceni. Era questa l’epoca di Guaimario III° Principe Longobardo di Salerno. Dunque alla fine del X e inizi del XI secolo (anno 1000). Il Bozza, continuando il suo racconto a p. 355, vol. I, per gli anni dopo il 1021 cita Guaimario IV°, Principe Longobardo di Salerno che assolda i Normanni Guglielmo, Drogone ed Umfredo (i tre figli di Tancredi d’Altavilla) e con il loro aiuto conquista Amalfi e gran parte della Calabria assumendone il titolo di Duca di Calabria e di Puglia. Gli stessi fratelli d’Altavilla, vengono assoldati dall’Impero Greco, sotto gli ordini del Catapano Giorgio Maniace, e riportano grandi vittorie contro i Saraceni.

Nel 972 (?), Landolfo, fratello del principe Gisulfo I di Salerno donò all’abate Giovanni del monastero del Salvatore di Napoli alcune terre in Padula dette “Candelaria de padula”

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di “Padula” in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padula” all’abate Giovanni del monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4).”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f 165 (edito dallo Schipa, cit., ‘Principato’, p. 255, n. 23.”. Ebner si riferiva a Michelangelo Schipa (….), ed al suo “Storia del Principato longobardo di Salerno” pubblicato a Napoli, tipografia Giannini, 1887. Lo Schipa pubblicò il documento a p. 201 (non p. 255, forse su Ebner vi è un errore di stampa). Si tratta del documento n. 23. Lo Schipa, in proposito scriveva che: “(inedito) ( ? Anteriore alla congiura del 973) Gisulfo “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello a Gaitelgrima e capo di quella congiura) dona terre e campi detti “Candelaria de Padula” al Monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli, ove era abbate Giovanni – Dal Catasto citato del Monastero di S. Salvatore e di S. Pietro, f° 165″. Dunque, Pietro Ebner, sulla base di un documento dell’epoca di Gisulfo I, pubblicato da Michelangiolo Schipa (….), nel suo “Storia del Principato longobardo di Salerno”, a p. 255, n. 23, ci informa che in questo Diploma, rogato “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (su richiesta di Landolfo, nostro carissimo zio) fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973″, donava terre all’abate del monastero del Salvatore a Padula. Il documento n. 23 pubblicato da Schipa (….), n. 23 non è a p. 225 ma a p. 201, dove lo Schipa, in proposito scriveva che: “(inedito) (? anteriore alla congiura del 973) Gisulfo “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe Gaitelgrima e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “Candelaria de padula” al monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli, ove era abbate Giovanni. Dal Catasto citato dei Monasteri di S. Salvatore e di S. Pietro f° 165″. Da Wikipedia leggiamo che Gisulfo I di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario II e della seconda moglie Gaitelgrima di Capua, fu associato al trono dal padre nel 943 e gli successe alla sua morte nel 946. In un primo momento fu posto sotto la reggenza della madre e di Prisco, tesoriere e conte di palazzo. Nel 974 Gisulfo fu detronizzato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe di Benevento e Capua, Pandolfo I Testadiferro, restaurò Gisulfo come suo vassallo, condizione in cui il principe salernitano restò fino alla morte, avvenuta tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Con lui si estinse la dinastia dei Dauferidi, insediatasi sul trono di Salerno col principe Guaiferio nell’861.

Nel 974, papa Benedetto VII, estese la giurisdizione della chiesa Salernitana alla Valle del Crati

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Ecc…”.

Dal 977 al 978, Pandolfo I Testa di Ferro, ed il figlio Landolfo (IV di Benevento), principi del Principato di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Landolfo IV di Benevento (955 circa – Capo Colonna, 13 luglio 982) è stato un principe longobardo che governò, in co-reggenza con il padre Pandolfo Testadiferro, i principati di Benevento e Capua (come Landolfo VI) dal 968 e di Salerno pure in co-reggenza con il padre dal 977 o 978. Nel 968, la morte dello zio Landolfo III fu l’occasione per la sua ascesa, Testadiferro estromise il nipote e figlio di Landolfo II, Pandolfo, e associò al governo il suo proprio figlio. Nel 969, Pandolfo Testadiferro fu catturato nella Battaglia di Bovino. Lo strategos di Bari, Eugenius, catturò Avellino e assediò Capua e poi Benevento. La madre di Landolfo, Aloara e Landolfo I Arcivescovo di Benevento, governarono in suo nome per difendere la città dai Bizantini. Landolfo era fratello di Pandolfo II di Salerno (altro figlio di Pandolfo I Testadiferro, che aveva stabilito la divisione del suo vasto dominio fra i due figli Pandolfo e Landolfo.

Nel 981, il monaco Nilo di Rossano si trasferisce nei possedimenti di Pandolfo Testa di Ferro a Capua e l’abate Aligerno di Montecassino gli assegna il “monastero di S. Angelo di Vallelucio”, sua dipendenza

Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “S. Nilo lascia la Calabria e viene nella Campania, ove ottiene dall’abate di Monte Cassino il monastero di Vallelucio. Visite del Santo al gran Cenobio e sue conferenze con quei monaci” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 99 e ssg., in proposito scriveva che: “E giunto a Capua, per tacere di altri fatti anteriori, vi fu accolto con grandissimo onore dal principe Pandolfo e dai nobili della città; cosicchè si pensava d’intronizzarlo su quella sede vescovile. Il che si sarebbe avverato, se non l’avesse impedito la morte del Principe. Allora quei signori chiamato a sè l’Abate di S. Benedetto di Monte Cassino (era questi Aligerno uomo santissimo) gl’imposero di dare al Beato un monastero, quale egli avesse preferito tra le proprietà del nostro santo Padre Benedetto. Ed in questa recandosi il sano Padre a visitare il predetto insigne monastero, venne ad incontrarlo tutta la comunità religiosa etc….venne nuovamente accompagnato dall’Abate e dai principali fratelli al monastero, ove egli doveva abitare co’ suoi figli, detto ‘Vallelucio’, dedicato all’arcangelo San Michele (I).”. Il Rocchi, a p. 101, nella nota (I) postillava: “(I) Codesta località è presso il comune di S. Elia al (fiume) Rapido”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Senonché di dedicarsi ad un più vasto e fecondo apostolato lo indusse, maturo di anni, ad emigrare dalla sua regione. Allontanatosi dalla Calabria, incominciava per Nilo una nuova fase della sua vita. Ortodossia romana e cultura bizantina si erano nella sua anima congiunte in un solo ideale, da cui era rimasta compenetrata tutta l’azione religiosa da lui svolta nella terra nativa. Questo ideale, lungi dall’affievolirsi, acquistò più vivo risalto dopo che Nilo emigrò in territori completamente latini e vi si pose a diffondere il monachesimo basiliano, fondando monasteri a Gaeta, a Valleluce e gettando, alle porte di Roma, le fondamenta di quello di Grottaferrata, che sarebbe diventato il più celebre tra tutti. Nell’esplicitazione di tanta attività troviamo Nilo ospite di Pandolfo Testa di ferro, principe di Benevento, a Capua, dei Benedettini a Montecassino, nonchè con amichevoli rapporti con papa Gregorio V, con Ottone III, col ‘basileus’ orientale: la sua anima, squisitamente religiosa, sapeva elevarsi al di sopra dei grandi contrasti politici o dottrinali, che allora dividevano Roma e Bisanzio. La morte lo colse a ‘Tusculum’, novantacinquenne, ma sempre alacre e alla vigilia di nuovi disegni.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi al monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: Ed ancora del fatto che S. Nilo rimase in quest’ultimo monastero per circa quindici anni, è possibile venire a conoscere che egli giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981. Di fronte alla quasi assoluta esattezza della cronologia di queste varie fasi della vita di S. Nilo, rimane però una zona un pò in ombra sotto questo riguardo. Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980).”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi a S. Nilo, ed al suo arrivo nel monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: “…..giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981.”. Dunque, Pandolfo Testa di Ferro morì poco dopo l’arrivo di S. Nilo nel monastero campano di Valleluce, in Campania. Il Cappelli, nell’indice scrive: “S. Angelo (mn) a Vallelucio 66, 71, 132, 215”.  Dunque, il Cappelli, nell’indice lo chiama monastero di “S. Angelo in Vallelucio”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Nell’esplicitazione di tanta attività troviamo Nilo ospite di Pandolfo Testa di ferro, principe di Benevento, a Capua, dei Benedettini a Montecassino, etc…”.

Nel 12 luglio 982, la battaglia di Ottone II contro i Saraceni d’Africa e di Spagna

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni di Sicilia si spinsero nel territorio dei principi longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di Lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.. Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a pp. 78-79, in proposito scriveva che: Dal 975 al 981, Abu el Kàsem organizzò numerose incursioni dalla Sicilia, che estese financo in territorio longobardo. Per questo motivo (ma pare che abbia anche influito la rivolta di città e castelli bizantini contro lo stratega Romano) i principi longobardi chiesero l’aiuto di Ottone II. L’imperatore sassone fu sconfitto dai Saraceni di Abu el Kasem presso capo Stilo (94), il 12 luglio 982. Oltre al tentativo di Ottone II, i cui ideali di paladino antisaraceno sono discutibili,…etc…”. Il Campagna, a p. 79, nella nota (94) postillava: “(94) Il “Cocynthum promontorium” di Plinio (N.H., III, 10), presso cui scorre lo Stilaro. Nella battaglia del 12 luglio 982, Abul el Kàsem, successo nell’emirato di Palermo al fratello Ahmed (970), morì trafitto sul campo, dopo aver combattuto eroicamente. Sull’ubicazione della battaglia, Stilo o Capo Colonne (presso il tempio di Hera Lacinia), non si è raggiunta la certezza storica, per la vaga interpretazione di …………..(Aschlumberg e Gay)…..F. Gabrieli, Gli Arabi, Firenze, 1957; Anonimo Salernitano, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, t. I.; D. Leuzzi, La Calabria e i Musulmani, in “CL”, a. XIV, n. 3-4; F. Gabrieli, I Saraceni in Calabria, in “AC”, Roma. 1959, XXIV, 337-360″. Angelo Bozza (…) nel suo “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 919 e sulla scorta di Pietro Giannone (….), cita un Guaimario Principe di Salerno e scriveva che: “Landulfo e Guaimario principi di Benevento e Salerno confederati, rompono la battaglia ad Ascoli Ursileo Stradigò di Bari, il quale vi è ucciso, ed invadono la Puglia e la Lucania ritenendole sette anni. I  Greci riacquistano la puglia e la Calabria dai Principi di Benevento e di Salerno, dopo averli disfatti in battaglia presso Matera. I Saracini prendono e danno alle fiamme Cosenza (a. 965). Tornano in uso i cognomi delle famiglie lungo tmpo disusati (Giannone). Ottone I fa per parecchi anni 968-871 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”.

Dal 981 al 982, Pandolfo II di Salerno, principe del Principato Longobardo di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo II di Salerno (957 circa – Capo Colonna, 13 luglio 982) è stato un principe longobardo, principe di Salerno dal 981 al 982. Fu il secondo della stirpe dei principi di Capua. Succedette al padre Pandolfo Testadiferro, che aveva stabilito la divisione del suo vasto dominio fra i due figli Pandolfo e Landolfo. Testadiferro aveva riunificato tutti i territori dell’antica Langobardia Minor, assumendo nella sua persona la sovranità sui principati di Benevento, Capua e Salerno. Le sue disposizioni testamentarie stabilirono che al figlio maggiore, Landolfo, fossero assegnati Benevento e Capua, mentre al minore Pandolfo il Principato di Salerno. Pandolfo II fu immediatamente osteggiato dal duca Mansone I di Amalfi, che già nel 981 riuscì a rimuoverlo dal trono e ad ottenere il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Pandolfo raggiunse il fratello, che nel frattempo aveva perduto il dominio beneventano rimanendo sovrano della sola Capua, ed entrambi si unirono all’esercito imperiale di Ottone II in Calabria. I due fratelli morirono nella battaglia di Capo Colonna, contro i saraceni il 13 luglio 982.

Nel 981, muore Pandolfo I testa di ferro, principe di Benevento e di Capua

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo I, chiamato Testa di Ferro, Testaferrata o Capodiferro (935 – Roma, marzo 981), fu principe di Benevento e Capua dal 943 al 981 e principe di Salerno dal 978. Ebbe un ruolo fondamentale nella guerra scoppiata contro bizantini e musulmani per il controllo del Mezzogiorno nei secoli successivi alla caduta dell’autorità longobarda e carolingia sulla Penisola. Fino alla morte, avvenuta nel marzo del 981, Pandolfo stabilì il proprio dominio su quasi tutto il mezzogiorno d’Italia, ricostituendo per la prima ed ultima volta dopo il capitolare dell’851 l’unità dell’antica Langobardia Minor. Nell’autunno del 966 papa Giovanni XIII guidò una spedizione promossa da Roma, Spoleto e la Toscana contro i due fratelli, ma Gisulfo I di Salerno accorse in loro aiuto e scongiurò lo scontro armato. Il pontefice e Gisulfo siglarono un trattato di pace a Terracina nel 968, anno in cui un altro fratello di Pandolfo, Giovanni, fu creato vescovo di Capua dallo stesso Giovanni XIII. Nel 974, a Salerno, il principe Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi, venne spodestato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe Testadiferro restaurò Gisulfo come suo vassallo e ne ereditò il trono alla morte, avvenuta senza eredi tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Pandolfo diventò quindi anche principe di Salerno, unificando di fatto tutti i territori della Langobardia Minor che erano stati divisi dal capitolare dell’851 siglato da Siconolfo di Salerno e Radelchi I di Benevento con l’assenso di Ludovico II. Sposò Aloara, figlia del conte Pietro, la quale gli sopravvisse fino al dicembre 992: «Aloara […] cum vixisset in honore suo annis circuite octo reliquit in principatu filium Landenulfum, qui post quattuor menses […] occisus est» (Chronicon Salernitanum, 1956, p. 177; Leonis Marsicani et Petri Diaconi Chronica Monasterii Casinensis, 1980, p. 188). Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 108 e ssg., in proposito scriveva che: “Morto il sopradetto Pandolfo che era principe di Capua, sua moglie, di nome Abara (I), non meno già che col vivente marito, stava a capo e dominava su tutto il territorio. Costei presa d’ambizione di comando anzi da invidia diabolica suborna i due figlioli a lei rimasti, prechè proditoriamente uccidano uno dei Conti, suo cugino, il quale godeva un sommo credito per la sua potenza e riscoteva onore da tutti, e così fecero. Imperocchè quelli invitato dalla costoro sorella sotto colore di un familiare colloquio e recatovisi senza niun sospetto di male, i fratelli di lei colto un pretesto da potersi giustificare, gli furono sopra, e lo trucidarono a colpi di spada. Etc…”. Il Rocchi, a p. 108, nella nota (I) postillava: “(I) Leone Ost. la chiama Aloara: ma osservo che scrivendosi dal biografo coevo ……., potevano leggersi male i codici latini, essendo facile mutare Abara in Aloara.”Nella Treccani on-line da Barbara Visentin leggiamo che le rivolte interne al principato di Salerno favorirono l’intervento di Pandolfo che, nel giugno 974, restaurò quale suo vassallo il principe spodestato Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi e gli impose l’adozione del proprio figlio Pandolfo. Tra il 978 e il 981 l’egemonia di Pandolfo Capodiferro si estese, dunque, ai territori salernitani, inserendo nella linea della famiglia principesca di Salerno il figlio Pandolfo II, che il principe Gisulfo I provvide non solo ad adottare ma anche ad associare al trono. Si ricomponeva così l’unificazione dei territori dell’antico Ducato beneventano, fondata sul valore personale del principe e pertanto destinata a durare poco. «Pandolfus princeps regnavit anni triginta octo quem vidimus» (Cronaca della dinastia capuana, v. 13 in Cilento, 1971, p. 306) e morì nel 981, probabilmente il 1° («mense martio intrante», Bertolini, 1923, p. 127). Negli anni compresi tra il 961 e il 981 Pandolfo fu indubbiamente un personaggio potente, sostenuto da una forte personalità e da una politica avveduta e calcolata, con cui seppe inserirsi nel rinnovato Impero ottoniano e allontanare la minaccia bizantina, anche attraverso trattative diplomatiche abilissime. Alla sua morte i territori vennero divisi tra i figli: Landolfo ricevette Capua e Benevento, mentre Pandolfo II fu principe di Salerno. Il dominio di Spoleto andò invece perduto e nel 981 l’imperatore Ottone II giunse a Roma per assegnare il ducato spoletino a Trasimondo IV, duca di Camerino.

Dal 981 al 983, Mansone I di Amalfi, principe del Principato Longobardo di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Mansone I (X secolo – 1004) è stato un principe longobardo, duca di Amalfi (966 – 1004) e principe di Salerno (981 – 983). Figlio del duca Sergio, fu il più grande sovrano indipendente del ducato di Amalfi, che resse per quasi mezzo secolo. Le cronache lo indicano spesso come Mansone III. Nel 981, approfittando della giovane età di Pandolfo II di Salerno, invase il principato e rovesciò il sovrano dal trono. L’imperatore Ottone II, che già si trovava in Italia impegnato nella lotta contro bizantini e saraceni ed era in cerca di alleati, concesse a Mansone il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Mansone associò al trono suo figlio Giovanni, ma il governo degli Amalfitani sul principato salernitano fu tirannico e impopolare. Nel 983 padre e figlio furono spodestati dal popolo, che elesse principe Giovanni Lamberto, conte di palazzo relegato in esilio. Mansone conservò il possesso di Amalfi, su cui regnò fino alla morte. A lui si deve l’edificazione della cattedrale di Sant’Andrea Apostolo e l’istituzione della sede episcopale di Amalfi (987) da parte di papa Giovanni XV.

Nel 983, papa Benedetto VII, elevò Salerno a sede di Diocesi Metropolitana

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 219, in proposito scriveva che: “In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro.”. Il Campagna, a p. 219, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.“. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Ecc..”.

Nel XI secolo, Guaimario IV (Guaimario III) e la politica di difesa e di tutela dei monasteri italo-greci e benedettini

Da Wikipedia si legge che il primo matrimonio di Guaimario II suscita molto interesse soprattutto perché da questa unione sarebbe nato un figlio, chiamato anch’egli Guaimario. Proprio all’esistenza di questo figlio si deve il fatto che la successione dei principi di nome Guaimario sia stata rinumerata: in base a questa revisione degli ordinali, Guaimario III sarebbe Guaimario IV e Guaimario IV diventerebbe Guaimario V. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 87, nella sua nota (6) postillava in proposito che: “(6) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per gli storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. Carucci A., Opulenta Salernum, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”. Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027. Durante il suo regno, Salerno entrò in una fase di grande splendore, testimoniato dall’iscrizione Opulenta Salernum incisa sulle monete del tempo. A lui si deve la riduzione a vassalli del Principato di Salerno delle città di Amalfi, Gaeta e Sorrento e l’annessione di molti dei possedimenti bizantini in Puglia e Calabria. Figlio secondogenito di Giovanni II, associato al trono dal padre nel 989 dopo la morte del primogenito Guido, già co-reggente con Giovanni II dal 984 al 988. Nel 994 (secondo alcuni nel 998 o 999) il principe Giovanni morì e Guaimario assurse al rango di unico sovrano. Nel 1015 Guaimario associò al trono il figlio maggiore, Giovanni III, avuto dalla prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), ma questi morì nel 1018. La co-reggenza fu affidata allora al secondogenito Guaimario, avuto dalla seconda moglie Gaitelgrima, sorella di Pandolfo di Capua. Un altro figlio di Guaimario, Guido, fu nominato gastaldo di Capua dallo zio Pandolfo e successivamente anche duca di Sorrento dal fratello maggiore. Il quarto figlio di Guaimario, di nome Pandolfo, divenne invece signore di Capaccio. Probabilmente nel 1026 il principe di Salerno ebbe anche una figlia, Gaitelgrima, che successivamente sposò i fratelli Drogone e Umfredo d’Altavilla, conti di Puglia. Guaimario è ricordato una prima volta nelle carte emanate dall’attiva cancelleria principesca nel maggio del 1023 (Diplomata…, pp. 62 s.; Pratesi, passim), quando con suo padre sottoscrisse un diploma che sanciva un importante ampliamento non solo dei possedimenti terrieri della mensa archiepiscopale salernitana, ma anche e soprattutto un allargamento dei poteri giurisdizionali del presule locale. Da allora, la “signoria episcopale” salernitana, come è stata giustamente definita da H. Taviani Carozzi (1991, pp. 1020 s., 1024 s.), si sarebbe potuta esplicare anche sui soggetti laici dipendenti dalla chiesa cattedrale. Il diploma, redatto dal notaio Accepto in forma solenne nel palazzo principesco di Salerno, era stato voluto in special modo da Gaitelgrima, fautrice di una politica di avvicinamento della dinastia non solo alla Chiesa, ma anche agli enti monastici. Guaimario e suo padre patrocinarono pertanto la fondazione del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni. Il progetto per l’erezione di quel monastero, avviato in realtà verso il 1011 dall’aristocratico Alferio su un sito inizialmente occupato dall’eremo di Liuzo, già monaco cassinese, era stato in breve abbracciato dai principi di Salerno. La Badia di Cava, che fu dotata da Guimario e dal padre di beni e privilegi di varia natura, divenne in pochi anni di rilevanza europea, non solo per la vita liturgica e culturale della sua comunità monastica, ma anche per la sua ricchezza e la sua potenza. Io credo che la donazione citata dal Beltrano e poi dal Gatta, si inserisca nel vasto programma munifico che i principi Longobardi di Salerno attuarono verso il monastero benedettino della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, attuato proprio in quegli anni.  Credo che l’antica donazione del principe Guaimario III, citata dal Gatta (…), fosse una precedente donazione che alcuni principi Longobardi, facevano ai monasteri benedettini ed in particolare mi riferisco ad una donazione fatta nel 1045, attribuita a Guaimario V, comunemente chiamato Guaimario IV. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: E’ risaputo che i Guaimario del ‘Sacrum Palatium’ salernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde presenti sul territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74)…..Grazie alla politica longobarda, favorita fra l’altro anche dalla Chiesa (la quale sollecitava anche i nuovi Signori a fondare luoghi religiosi e a dotarli di beni previa concessione del diritto di patronato)(78), in un primo momento dovettero essere i monaci italogreci delle ‘laure’ del San Michele che si fusero coi ‘rustici’ (contadini) del casale sorto ai piedi del monte e ne guidarono la vita materiale e spirituale; successivamente i cassinesi menzionati dal Gatta (79).. Il Fusco, nella sua nota (73), postillava che: “(73) Si sa che Guaimario III beneficò famiglie longobarde a Lustra, a Santa Lucia (abitato poi aggregato a Sessa Cilento), a Torchiara (dove concesse a dieci famiglie la Chiesa di Santa Lucia con tutte le pertinenze – terre, mulini, ecc…: ABC, XX, 114; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., II, pp. 127 – 8, 583, 654.”. Il Fusco, nella sua nota (74), postillava che: “(74) N. Faraglia, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. della Regia Università, 1883, p. 20.”. Il Fusco, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Con diploma del 1059 Gisulfo II, ultimo principe del ‘Sacrum Palatium’ salernitano, permise ai vassalli di donare beni ai Benedettini anche ‘absque licentia et contrarietate ipsius domini principis et herendum eius et exactorum reipublicae: ossia: anche senza il permesso e il consenso dello stesso principe, dei suoi eredi e degli esattori dello Stato (P. Ebner, Economia e Società etc.,  I., p. 351).”. Il Fusco, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Cfr. nota 70.”. Ma veniamo alla donazione citata dal Gatta (…), che si riferiva ad un Monastero fatto costruire dal principe longobardo Guaimario III, nell’anno 1106. Come è stato già detto, sulla data di fondazione del monastero di S. Angelo in Pittari, nel 1106, proposta da Beltrano e poi dal Gatta, nutriamo dei dubbi. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, pubblicato nel 1982, a p. 646-647, del vol. I, parlando di Caselle, che distingueva da Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola d Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”.

Nell’XI secolo, Guaimario IV (Guaimario III), principe di Salerno donò l’Abbazia di Sant’Angelo a Caselle in Pittari ai monaci Benedettini

Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Interessante è la citazione del Guzzo (…), che a p. 207, scriveva che: “Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7).”, e che in proposito nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p. 648 del vol. I: “Il Gatta (3) colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”.

Gatta, p. 69

(Fig…..) Gatta Costantino (…), ‘La Lucania illustrata’, p. 69

Dunque, il Guzzo (…), citava Felice Fusco (…) che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. l’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità di’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò….un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”.

Beltrano O., Caselle, p. 135

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 135

Nel 1009, Manso o Mansone, ‘gastaldo’ longobardo del Cilento in un processo alla presenza di Guaimario IV

Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 60, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: Forte di queste esperienze, era stato inviato qualche mese dopo, novembre 1009, in Lucania come garante di pace, per prendere parte ad un dibattimento giudiziario, che ci pare degno di particolare menzione giacchè contiene interessanti elementi per la ricostruzione storica della burocrazia amministrativa, centrale e periferica, nel Principato di Salerno nel periodo longobardo. Nel novembre 1009, con la partecipazione di Mansone si svolge dunque in terra di Lucania un pubblico processo, reso solenne dalla presenza dello stesso principe Guaimario IV: “dum supradictus magnus princeps esset in finibus lucanie locum, hubi dicitur fragina”. Il giudizio è affidato a Truppoaldo, stolsaiz (o storesaiz), poi con quella congiunta di “castaldus et comes”, o di “stolsaiz et comes”(68). Quella che Truppoaldo è chiamato a derimere è una vivace vertenza poderale tra l’abate del monastero di S. Maria di Torricelli e gli abitanti di Acquavella. L’Abate ha l’assistenza di Mansone ed inoltre del presbitero Leone e del presbitero Cosmo, che sono “ministeriale (s)” greci, cioè provenienti dalle regioni llenizzate d’Italia, ma non adesso residenti ad Acquavella: “…………”. Gli Acquabellense (s) hanno l’assistenza di “Ursu sculdais et grimoaldus castaldeis eorum”.”.

Acocella, RSS, p. 60

Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 435-436 parlando del casale di “Acquavella”, in proposito scriveva che: “….è nel verbale di un processo celebrato a Fragina (1), sulle rive dell’Alento, nel 1009. Gli abitanti (“acquabellanense”) del villaggio approfittarono della presenza nel luogo del principe di Salerno, Guaimario IV (2), per far dirimere dal supremo suo tribunale un’annosa vertenza di confini sorta tra essi e Aresti, igumeno del monastero italo-greco di S. Maria di Torricelle (odierna S. Maria ad Nives)(3). Pubblico digattimento che il principe ordinò allo stolsaiz e conte Truppoaldo di presiedere alla sua presenza (4)…….Dal contesto del verbale pare potersi senz’altro desumere che presente nel luogo era anche Guaimario IV (9), il nuovo principe di Salerno succeduto al padre nel 1027, al quale il conte Raidolfo etc…”. Ebner, a p. 438, nella nota (1) postillava che: “(1) Il verbale di questo placito celebrato a Fragina nel novembre del 1009, VIII, è inserito in un altro verbale del dicembre del 1034 (CDC, VI, 881, dicembre a. 1034, III, Fragina), presieduto dal conte Raidolfo. La località Fragina ect….Gli importanti placiti erano certamente ignoti al Ventimiglia (pp. 34 e 51) e al Mazziotti (cit., p. 38 sgg.), il quale evidentemente non l’aveva notati nel ‘Codex’ edito nel 1884 (egli ne scriveva nel 1904)”. Dunque, come scrive l’Acocella, nel 1009 troviamo “Mansone” presente in questa lite giudiziaria tenutasi alla presenza del giovane principe di Salerno, Guaimario IV, che in seguito, nel 1027 diventerà il nuovo principe longobardo del Principato di Salerno.

Nel 1014, Manso o Mansone, ‘gastaldo’ ai tempi di Guaimario IV (V) e padre del conte Leone

Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Il gastaldo Mansone non era la prima volta, nell’aprile 1014, ad essere investito nelle funzioni giurisdizionali nel distretto della Lucania. Aveva già da un decennio iniziato la sua carriera di pubblico ufficiale, continuando una tradizione antica della sua famiglia. Egli infatti è ricordato come “Mansus castaldus filius constantini filii mansoni comitis”, quando nel gennaio 1004 e nel gennaio 1009 s’è trovato come garante o testimone, rispettivamente a Salerno e ad Amalfi (CDC, IV 31, sg.; 157 sgg.): dal secondo documento che è uno strumento di divisione di terre a Fonti e che riguarda beni ereditari di Maria, sorella di Mansone, si ha ulteriore conferma che questi apparteneva a famiglia ragguardevole di Amalfi (67)”. Acocella, a p. 57, nella sua nota (67) postillava che: “(67) Da Amalfi, secondo un rilievo fatto dal Poupardin (op. cit., pag. 44, n. 4), furono talora tratti i funzionari preposti alle alte cariche del Principato Longobardo; tali cariche si trasmettevano, anche, come di padre in figlio: cfr. CDC, I, 213 sg. Di Amalfi, che per il suo filellenismo riuscì a salvaguardare la sua autonomia di fronte alle mire espansionistiche dei Longobardi, c’era a Salerno una fiorente colonia: cfr. E. Pontieri, La crisi di Amalfi medioevale, in “Studi s. Repubblica marinara di Amalfi”, Salerno, 1935, pp. 8 ssg., 16.”. Dunque, questo Manso o Mansone “gastaldo” dello Stato, presente in alcuni processi e atti al tempo di Guaimario IV (V) aveva una sorella chiamata Maria, dunque non è lo stesso Manso o Mansone di cui si parla nel placito del 1083, di cui parlerò innanzi. Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno” parlando della divisione del territorio in epoca longobarda e dei “gastaldi”, a p. 16, nella sua nota (32) egli postillava che: “Naturalmente nei territori alle dirette dipendenze del “sacro palatio” erano funzionari che si avvicendavano secondo momenti di necessità. Della limitazione all’Alento dell’antico gastaldo di Lucania è notizia dai documenti cavensi. v., ad esempio, nel diploma di Gisulfo I il vocabolo ‘duo flumina’ che nel 950 è ubicato “acto lucaniano” e nel giugno 1047 (CDC, VII, p. 41 sgg.) “in finibus lucanie”. Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner, a p. 16, postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Questo personaggio chiamato Mansone, è un “vice-comes” o visconte normanno che appare anche in un documento del 1014 e che già da oltre dieci anni prima aveva iniziato la sua carriera amministrativa presso la corte del Duca Roberto il Guiscardo. Ma a quale documento si riferiva Ebner (….), quando a p. 16 postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner cita il “Codice Diplomaticus Cavensis” e dice che si tratta del vol. VII, doc. 3, pp. 122 e p. 128.  Notizia interessantissima questa del “gastaldo” Mansone nell’anno 1014, che risulta dal “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. VII, 3, pp. 122 e 128. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Anche un altro, importante monastero sui pendii della Stella, quello di S. Michele Arcangelo – che era stato oggetto della nota donazione di terreni fin dall’a. 963,…….Le stesse note toponomastiche e amministrative, e riguardanti lo stesso monastero (“in lucaniense finibus” ecc….) si leggeranno in un patto agrario di pastinato, stipulato su ordine del gastaldo Mansone, “per largietaten domni mansoni inclitus castaldus”, nell’aprile 1014 (66).”. Acocella, a p. 59, nella sua nota (66) postillava che: “(66) CDC, III, 122, sg. 238 sg; Il Monastero di S. Michele Arcangelo (detto nel 963 “in mons coraci”; ricordato di passaggio nel doc. del 994: ……………., e poi nelle carte dell’ottobre 1008, del 1014, ecc…”. Dunque, Acocella scriveva che nel documento dell’aprile del 1014, veniva ricordato il Monastero di S. Michele Arcangelo, di cui fu abate S. Pietro Salernitano e ciò risulta da un contratto di pastinato contratto davanti al gastaldo Mansone nel 1014. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Anche questo Mansone di Amalfi ?. Il castaldo amalfitano Mansone doveva essere un gastaldo che visse molti anni prima per avere un nipote chiamato Manso nel 1083. Dunque, l’Acocella (….) accostava questo vice-conte “temporibus”, chiamato Manso, per parentela di un suo zio gastaldo Mansone,  “per cui una probabile sua giurisdizione amalfitana”. Acocella dunque citava il “Gastaldo Mansone”. Cosa significhi una “probabile giurisdizione Amalfitana” e quale legame possa avere avuto con il vice-conte Mansone e Roccagloriosa ?.

Nel 1014, Manso o Mansone, ‘gastaldo’ longobardo del Cilento ai tempi di Guaimario IV

Intorno all’anno 1014, la contea di Roccagloriosa e di Padula era retta dal vice-conte o visconte normanno chiamato Manso o Mansone, che era successo al padre Leone, parente di Roberto il Guiscardo. Del conte Mansone abbiamo notizia nel documento dell’ottobre 1083, di cui ho parlato. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Ecc..”. Ma, al processo tenutosi nell’ottobre del 1083, di cui parlerò in seguito, oltre al vice-conte del Cilento Boso ma era presente anche un vice-conte (“vicecomes”) Manso o Mansone, il quale, come vedremo in seguito, era probabilmente pure un nipote o un parente di un altro Manso o Mansone di origine Amalfitana che risultava essere un funzionario o “Gastaldo” già in epoca Longobarda e operante nell’area del Salernitano. Il documento del 1083 ci parla dei viceconti Boso e Mansone, in un processo svoltosi all’Arcivescovado di Salerno. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Il gastaldo Mansone non era la prima volta, nell’aprile 1014, ad essere investito nelle funzioni giurisdizionali nel distretto della Lucania. Aveva già da un decennio iniziato la sua carriera di pubblico ufficiale, continuando una tradizione antica della sua famiglia. Egli infatti è ricordato come “Mansus castaldus filius constantini filii mansoni comitis”, quando nel gennaio 1004 e nel gennaio 1009 s’è trovato come garante o testimone, rispettivamente a Salerno e ad Amalfi (CDC, IV 31, sg.; 157 sgg.): dal secondo documento che è uno strumento di divisione di terre a Fonti e che riguarda beni ereditari di Maria, sorella di Mansone, si ha ulteriore conferma che questi apparteneva a famiglia ragguardevole di Amalfi (67)”. Acocella, a p. 57, nella sua nota (67) postillava che: “(67) Da Amalfi, secondo un rilievo fatto dal Poupardin (op. cit., pag. 44, n. 4), furono talora tratti i funzionari preposti alle alte cariche del Principato Longobardo; tali cariche si trasmettevano, anche, come di padre in figlio: cfr. CDC, I, 213 sg. Di Amalfi, che per il suo filellenismo riuscì a salvaguardare la sua autonomia di fronte alle mire espansionistiche dei Longobardi, c’era a Salerno una fiorente colonia: cfr. E. Pontieri, La crisi di Amalfi medioevale, in “Studi s. Repubblica marinara di Amalfi”, Salerno, 1935, pp. 8 ssg., 16.”. Sempre l’Acocella, a p. 60, parlando di Mansone (zio), in proposito scriveva che:

Acocella, RSS, p. 60

Dunque, questo Manso o Mansone “gastaldo” dello Stato, presente in alcuni processi e atti al tempo di Guaimario IV e Gisulfo II, aveva una sorella chiamata Maria, dunque non è lo stesso Manso o Mansone di cui si parla nel placito del 1083, di cui parlerò innanzi. Riguardo il conte Manso o Mansone si ha notizia in Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno” parlando della divisione del territorio in epoca longobarda e dei “gastaldi”, a p. 16, nella sua nota (32) egli postillava che: “Naturalmente nei territori alle dirette dipendenze del “sacro palatio” erano funzionari che si avvicendavano secondo momenti di necessità. Della limitazione all’Alento dell’antico gastaldo di Lucania è notizia dai documenti cavensi. v., ad esempio, nel diploma di Gisulfo I il vocabolo ‘duo flumina’ che nel 950 è ubicato “acto lucaniano” e nel giugno 1047 (CDC, VII, p. 41 sgg.) “in finibus lucanie”. Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner, a p. 16, postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Questo personaggio chiamato Mansone, è un “vice-comes” o visconte normanno che appare anche in un documento del 1014 e che già da oltre dieci anni prima aveva iniziato la sua carriera amministrativa presso la corte del Duca Roberto il Guiscardo. Ma a quale documento si riferiva Ebner (….), quando a p. 16 postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner cita il “Codice Diplomaticus Cavensis” e dice che si tratta del vol. VII, doc. 3, pp. 122 e p. 128.  Notizia interessantissima questa del “gastaldo” Mansone nell’anno 1014, che risulta dal “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. VII, 3, pp. 122 e 128. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Anche un altro, importante monastero sui pendii della Stella, quello di S. Michele Arcangelo – che era stato oggetto della nota donazione di terreni fin dall’a. 963,…….Le stesse note toponomastiche e amministrative, e riguardanti lo stesso monastero (“in lucaniense finibus” ecc….) si leggeranno in un patto agrario di pastinato, stipulato su ordine del gastaldo Mansone, “per largietaten domni mansoni inclitus castaldus”, nell’aprile 1014 (66).”. Acocella, a p. 59, nella sua nota (66) postillava che: “(66) CDC, III, 122, sg. 238 sg; Il Monastero di S. Michele Arcangelo (detto nel 963 “in mons coraci”; ricordato di passaggio nel doc. del 994: ……………., e poi nelle carte dell’ottobre 1008, del 1014, ecc…”. Dunque, Acocella scriveva che nel documento dell’aprile del 1014, veniva ricordato il Monastero di S. Michele Arcangelo, di cui fu abate S. Pietro Salernitano e ciò risulta da un contratto di pastinato contratto davanti al gastaldo Mansone nel 1014. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Anche questo Mansone di Amalfi ?. Il castaldo amalfitano Mansone doveva essere un gastaldo che visse molti anni prima per avere un nipote chiamato Manso nel 1083. Dunque, l’Acocella (….) accostava questo vice-conte “temporibus”, chiamato Manso, per parentela di un suo zio gastaldo Mansone,  “per cui una probabile sua giurisdizione amalfitana”. Acocella dunque citava il “Gastaldo Mansone”. Cosa significhi una “probabile giurisdizione Amalfitana” e quale legame possa avere avuto con il vice-conte Mansone e Roccagloriosa ?. Indagando sull’affermazione dell’Acocella, ho trovato alcune note interessanti nel testo di Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, a pp. 161-162 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “Le vicende del monastero di Santa Maria ‘ad gulie’ si inseriscono, quindi, in un contesto socio-economico particolarmente importante, legato alla presenza di una folta comunità amalfitana, interessata ad acquistare terre che possono costituire punti di appoggio strategici per il commercio, rappresentando la soluzione alle difficoltà di comunicazione e di approvvigionamento per l’asperità del paesaggio costiero aveva sempre creato (726). Fin dalla metà del X secolo i ‘marinai-contadini’ di Amalfi guardano alle terre cilentane e ai numerosi approdi che, lungo la linea di costa, si aprono tra le foci del Sele e del Mingardo, quali scali fondamentali per il commercio con l’Africa, alcuni dei quali attestati già in età antica (727). Il controllo delle terre che da Agropoli arrivano a CasalVelino avrebbe permesso agli ‘Atranenses’ e ai prodotti esportati di partire direttamente per le varie destinazioni, risparmiando i tempi e i costi del trasporto via-terra allo scalo più vicino (728), senza considerare poi l’opportunità di inserirsi in un ambiente ampiamente permeato dalla cultura e dalla spiritualità italo-greca (729). Bisogna, tuttavia, aspettare il 1051 per tornare ad avere notizie sul complesso di Santa Maria ‘ad gulie’, in un atto del 1086, infatti, si rintraccia la trascrizione di un documento più antico, secondo il quale il conte Sicone avrebbe venduto a Leone Atranense terre ‘in loco Lucanie’, iuxta rebus ecclesie Sancte Marie, ubi ad gulie dicitur. Nel settembre del 1086 Pietro de Blacta, filius quondam Leone, avrebbe rivendicato il possesso di ‘omnes res in quibus constructae sunt ecclesiae Sanctae Mariae de gulia, Sancti Angeli (730) et aliae’, dando vita ad una lite con il monastero cavense, al quale invece i beni e le chiese risultano donate dal principe Gisulfo II, riunito ‘in sacro Salernitano palatio’ con i suoi ‘fideles’, offre al …………….., terre appartenenti ai beni del ‘palatium’ (732).”. Dunque, in questo passaggio apprendiamo anche di un Leone Atranense. Ciò che è stato scritto dalla Visentin potrebbe avrere un collegamento con le rovine di un “Amalphi ruinata” ?. Forse uno dei porti della valle del Mingardo acquistato dagli Atranesi o Amalfitani ?. Un antico casale posto non lontano dal fiume Mingardo di cui ho parlato in un altro mio saggio dal titolo “Nel 339 d.C., la fondazione di Amalfi la Vecchia”. Forse un antico porto amalfitano o atranese, uno dei tanti della costa che risale verso Agropoli. Esistono diversi documenti del periodo successivo che attestano l’interesse dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava per gli approdi del basso Cilento. Nel saggio di Antonio Caputo (…), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo citava l’antico documento dove si parlava del commercio con i porti del Cilento che dipendevano dall’Abbazia cavense.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125 riferendosi alla “Contea di Principato” ed al conte di Puglia, Umfredo d’Altavilla che le aveva concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, in proposito scriveva che: “Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1). Da Roberto la Contea passò al figlio Guglielmo (II) e poi ai figli di costui: prima Nicola e poi Guglielmo (III)(2). La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), sicchè già nel 1131 il feudo posseduto da Nicola di Principato si era ristretto fra il Tusciano, il Sele, Eboli ed il mare (4). Da Guglielmo (III) la contea andò al figlio di suo fratello Nicola, Enrico, e poi al figlio di questi, Guglielmo (IV), che ne era in possesso nel 1195 (5).”. Piero Cantalupo, a p. 125, nella sua nota (1) postillava che: “(1) G. Paesano, Memorie per servire alla storia della chiesa salernitana, II, 18 (a. 1090). Guglielmo d’Altavilla che sposò la figlia di Guido di Conza, portò unicamente il titolo di conte di S. Nicandro (S. Nicandro di Bari) e, sebbene ricevesse in feudo dal fratello Umfredo la contea di Principato (Duos itaque frates suos comites fecit: Malgerium Capitanatae, Willelmum vero in Principatu; GAUFREDI MALATERRAE, op. cit., I, 16, p. 16), non ne portò il titolo comitale, come risulta da R. Guarna (Chronicon, cit., ad a. 1075): ……’Willelmus, comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu.”. Il Cantalupo, a p. 125, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ il Guglielmo della congiura di Maione, ministro del re Guglielmo I (1154-1166); cfr. R. Guarna, op. cit., ad an. 1160.”. Il Cantalupo, a p. 125, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il conte Silvestro II di Marsico, come si evince dal ‘Catalogus Baronum’ (ed. cit., p. 587), possedeva, tra gli altri feudi, Diano (Teggiano), Sala (Sala Consilina), Padula, Sanza e la metà di Magliano. Aveva, inoltre, come suffeudatari: Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi, ed Enrico signore di Monteforte. Quest’ultima circostanza non è stata neppure considerata dall’Ebner nel citato suo lavoro sulla storia di Novi. Fedi minori, quali Altavilla (Silentina), Felitto, Castel S. Lorenzo e Polla, appartenevano a rami cadetti dei d’Altavilla.”. Il Cantalupo, a p. 125, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Si vedano i documenti: ABC, G, 7 (a. 1131) e G, 26 (a. 1137).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ABC, L, 38 (a. 1195). Nel 1219 Federico II ricevè in demanio la città di Eboli ed i suoi abitanti (C. Carucci, Codice diplomatico salernitano del secolo XIII (CDC), Subiaco, 1931, I, p. 122), per cui la CONTEA DI PRINCIPATO cessò di esistere come feudo ed il titolo di Conte di Principato divenne solo onorifico. Il termine PRINCIPATO, intanto, fin dal tempo di Ruggero II (1130-1154) era passato ad indicare tutte le terre che comprendevano le attuali provincie di Salerno e di Avellino (si veda il ‘Catalogus Baronum, cit. sotto la rubrica: DE PRINCIPATU), costituendo uno dei “Giustizierati” del Regno della Sicilia, il cui numero variò nel tempo ma che si fissò in quello di 9 sotto Federico II di Svevia. Tale numero si conservò anche nei primi tempi degli Angioini, poi, il 19 giugno 1284, il Principato fu diviso in due Giustizierati: ‘Principatus a Serris Montori citra e Principatus a Serris Montori ultra. Al tempo di Alfonso I d’Aragona (1442-1458) i giustizierati, in numero di 12, furono denominati “Province” ed il PRINCIPATO CITRA ebbe come capoluogo Salerno, il PRINCIPATO ULTRA Montefusco.”.

Nel 1014, il conte normanno Leone, figlio del “conte Castaldo” Mansone

Su questo feudatario ci vengono altre notizie che riguardano in particolare un altro territorio, quello di Tresino, un casale cilentano non distante da S. Maria di Castellabate ed all’epoca facente parte della contea di Capaccio. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 680 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: Nel 1094 Ruggiero, figlio di Troisio il normanno, donò (9) parte del monastero di Sant’Angelo costruito “in serra montis” di Tresino, con tutte le sue dipendenze, già di proprietà del conte Leone, figlio del conte Castaldo e dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano, donato a Leone.”. Ebner, a p. 680, vol. II, nella nota (9) postillava che: “(9) I, ABC, D, 19, luglio a. 1098, VI”. Dunque, il passo che a noi interessa è quello che accenna a “Leone”. Ebner scriveva che: “…già di proprietà del conte Leone, figlio del conte Castaldo e dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano, donato a Leone.”. Dunque, secondo questo documento del 1094, il conte “Leone” aveva delle proprietà (tra cui il monastero di S. Angelo a Tresino) che gli furono donate dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano”. Ebner scriveva che “il conte Leone, figlio del conte Castaldo”. Chi era questo conte Castaldo, padre del conte Leone ?. Il monastero di S. Angelo era proprietà del “conte normanno Leone”, figlio del “conte Castaldo”. Sul “conte Castaldo” che, secondo Ebner doveva essere padre del conte Leone, ha scritto anche Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” che, parlando del monastero di S. Angelo a Tresino cita i documenti cavensi di cui parlava Ebner espiega molto bene il contenuto di questi documenti e delle donazioni fatte. Infatti, la Visentin, a pp. 176-177-178, nel suo “8. Sant’Angelo di Tresino. ‘Sancti Angeli in loco Tirrisinus dicitur”, in proposito scriveva che: Nel giugno del 1094 tocca a ‘Rogerius, filius Truisi, genere normannorum hortus’, donare alla Trinità la porzione della chiesa che era stata del ‘quondam Leonis comiti, filii Mansonis castaldei’ (826).”. Dunque, riesaminando queste parole, vediamo che “la porzione della chiesa che era stata del ‘quondam Leonis comiti, filii Mansonis castaldei’ (826).”. La Visentin, a p. 177, nella nota (826) postillava che: “(826) A C, D 1”. La Visentin non lo chiama più conte Castaldo ma “Leonis comiti, filii Mansonis castaldei'”. Dunque, come pensavo il padre del conte Leone era il gastaldo Mansone. La Visentin, a p. 177, nella nota (826) postillava che: “(826) A C, D 1”. Chiarita, non del tutto la paternità del conte Leone che possedeva beni anche a Tresino, Ebner dice pure che quei beni erano stati donati, in precedenza, al conte Leone dal “principe Riccardo, figlio del principe Giordano”. La Visentin,  a p. 177, nella nota (827) postillava che: “(827) D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit., pp. 91-92: “Fuvvi al tempo stesso l’altra chiesa di S. Angelo, con monastero sotto il titolo di priorato nella serra del monte Trisino, di cui una parte ne donò nel 1090 il conte Riccardo Senescalco…con altri beni….ch’erano stati di Truppualdo, conte del Palazzo, altra Ruggiero Sanseverino, figlio di Torgisio il vecchio Normanno, ne diede all’abate san Pietro nel 1094 e l’aveva avuta dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano; etc…”. Infatti, la notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a pp. 91-92 parlando del monasteor di Sant’Angelo di Tresino, in proposito scriveva che: “La chiesa di S. Gio. Battista dedicata è più antica del 986 etc….A questa andò unito il Monastero di cui si hanno più notizie, ed io citerò quelle degli anni 1075, 1109, e 1121 (b), che si vuol fondato dall’Abbate S. Pietro (c). Fuvvi al tempo stesso l’altra Chiesa di S. Angelo con Monastero sotto titolo di Priorato nella serra del Monte Trisino, di cui una parte ne donò nel 1090 il Conte Riccardo cognominato Senescalco figliuolo del quondam Drogone inclito Conte con altri beni nè Casali di Trisino, Staino, e Licosa, ‘et per alia loca de ipsis Lucanis finibus’, ch’erano stati di Trippoaldo Conte del Palazzo (d), altra Ruggiero Sanseverino figliuolo di Torgisio il vecchio Normanno ne diede all’Abbate S. Pietro nel 1094, e l’aveva avuta dal Principe Riccardo figlio del Principe Giordano (e); altra con altri beni ne concesse nel 1098 Alferada e Geltrude figlie del quondam Giovanni Conte del Palazzo (f), ch’era stata di Matrona di lui consorte; etc…”. Infatti, il Ventimiglia scriveva che una parte di detto Monastero di S. Angelo di Tresino fu donata nel 1094, dal conte Ruggiero Sanseverino, figlio di “Torgisio il vecchio Normanno” (il primo Troisio), beni questi da lui avuti dal e l’aveva avuta dal Principe Riccardo figlio del Principe Giordano (e);”. Il Ventimiglia, a p. 91, nella nota (d) postillava: “(d) Arm. I. H. n. 28. Arca 62. n. 402”. Il Ventimiglia a p. 91, nella nota (e) postillava che: “(e) Arca 62. n. 404”. Infatti, la Visentin proseguendo nel suo racconto scrive che: “Ruggero, mosso dall’amore per Dio onnipotente e dalla preoccupazione per la salvezza della sua anima, compare nel monastero cavense al cospetto del venerabile abate Pietro, del giudice Giovanni e di altri ‘idonei homines’, indicati ugualmente come ‘genere normannorum editi’, offrendo alla SS. Trinità ‘totam et integram portionem ….de integro monastero Sancti Angeli’, costruito ‘in serra montis a super locum quod Trisinum dicitur’. I monaci incamerano un’altra porzione, non meglio indicata, del complesso di Sant’Angelo, proveniente ugualmente da beni frutto di confische, che questa volta avevano colpito un tale Leone conte, figlio del gastaldo Mansone, il quale alla maniera di Trippoaldo, conte di palazzo, e di suo figlio Giovanni non avevano, evidentemente, mostrato la dovuta fedeltà al nuovo potere normanno. Etc..”. Dunque, la Visentin, sulla scorta del Ventimiglia scrive che la donazione del Duca Ruggero II (Sanseverino), figlio di Troisio II (Sanseverino) ai monaci della SS. Trinità di Cava de Tirreni, del giugno 1094 erano proprietà sequestrate del monastero di S. Angelo a Tresino “beni frutto di confische, che questa volta avevano colpito un tale Leone conte, figlio del gastaldo Mansone, il quale alla maniera di Trippoaldo, conte di palazzo, e di suo figlio Giovanni non avevano, evidentemente, mostrato la dovuta fedeltà al nuovo potere normanno.”. Anche in questo caso, il “conte Leone” viene presentato come figlio del gastaldo Mansone”. La Visentin scriveva che a questo “conte Leone”(“filii Mansonis castaldei'”), gli erano stati confiscati alcuni beni e poi aggiunge che questo conte Leone “alla maniera di Trippoaldo, conte di palazzo, e di suo figlio Giovanni non avevano, evidentemente, mostrato la dovuta fedeltà al nuovo potere normanno.”. Il conte Leone, figlio del gastaldo Mansone, come “Truppoaldo”, “conte di Palazzo”, non avevano dimostrato fedeltà ai nuovi signori Normanni. Dunque, riepilogando, questi beni che il conte Leone, figlio del conte e gastaldo Mansone, aveva posseduto in precedenza, frutto della donazione fattagli dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano, poi in seguito sequestratigli perchè come accadde a Truppoaldo (….), “conte di palazzo, e di suo figlio Giovanni non avevano, evidentemente, mostrato la dovuta fedeltà al nuovo potere normanno.”. Dunque, il conte Leone, figlio del gastaldo Mansone, aveva ricevuto delle donazioni dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano. Chi erano questi due personaggi ?. A quali principi si riferiva Ebner quando cita “il principe Riccardo, figlio di Giordano” ?. Dunque ci era Giordano ed il principe Riccardo che avevano fatto delle donazioni al conte Leone ?. Da Wikipedia leggiamo che il primogenito di Ruggero fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Giordano era figlio naturale di Ruggero I d’Altavilla, il gran conte di Sicilia. Dunque, Riccardo era figlio di Giordano e nipote di Ruggero I di Sicilia. Giordano d’Altavilla (1060 circa – Siracusa, 18 settembre 1092) era figlio illegittimo di Ruggero I, conte di Sicilia. Chi era “Riccardo”, figlio di Giordano ?. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo d’Altavilla, noto anche come Riccardo Siniscalco (1045 – 1118-1125 circa, da non confondere con l’omonimo cugino Riccardo di Salerno). Dunque, il nostro “principe Riccardo, figlio di Giordano” non è Riccardo Siniscalco perchè egli era figlio di Drogone. Non si tratta neanche di un cugino del Senescalco, Riccardo di Salerno che era figlio di Guglielmo d’Altavilla, Conte del Principato di Salerno, e di Maria, figlia di Guido di Sorrento. Infatti, su Wikipedia è scritto che Riccardo d’Altavilla, meglio noto come Riccardo di Salerno o Riccardo del Principato (1060 circa – Marash, 1114).  Questo “principe Riccardo, figlio del principe Giordano” era figlio della sposa di Giordano, ovvero una sorella di Adelaide o “Adelasia” del Vasto. Infatti,  Giordano ottenne così dal padre la signoria di Siracusa e Noto, e insieme ad essa un matrimonio prestigioso con una sorella di Adelaide del Vasto, terza moglie di suo padre, della stirpe aleramica. Rileggendo il Pontieri (….) non troviamo nulla sul figlio di Giordano, ovvero “Riccardo”. Sempre riguardo “il principe Giordano”, devo pure segnalare che il Cantalupo, a p. 134, scrive che un figlio di “Pandolfo conte di Capaccio (1034?-1052)”, “Giovanni conte (1059-1083)”, fu “Giordano signore di Corneto (1086-1137)”. Dunque, indagando ancora sulla questione faccio riferimento alla “contea di Capaccio”, a cui apparteneva Tresino.

Nel 1016, i Saraceni a Salerno ed Agropoli,

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 31, in proposito scriveva che: Quanto all’anno 1016 assediarono ancora una volta Salerno, i Saraceni scesero anche ad Agropoli e a Capaccio (11).”. Il Vassalluzzo, a p. 31, nella nota (11) postillava: “(11) Camera M., Istoria della città e della costiera di Amalfi, Napoli, 1836, vol. I, pag. 121. A Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885 (Cfr. Chronic. Salern., c. 134, 539) nell’anno 898 (capp. 151, 547 e Amari M.; op. cit., vol. I, pagg. 463 e 464), nell’anno 1001 (Cfr. Hirsch-Schipa, op. cit.; pag. 180). Pertz, Annali del monastero di S. Sofia in Benevento, Scriptores, t. III, pag. 177, anno 1016. Ebner P., Monasteri bizantini nel Cilento, in R.S.S., anno 1967, pag. 108, nota 48 e Storia di un feudo del Mezzogiorno, Roma, 1973, pagg. 20 e sgg.”.

Nel 1016, I NORMANNI ARRIVANO NEI REGNI LONGOBARDI DELL’ITALIA MERIDIONALE

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. I Normanni, al comando dello stesso suo cognato Roberto, Umfredo e Guglielmo suo fratelli del Guiscardo, tra l’anno 1053 e il 1054, occuparono moltissimi territori del Principato di Salerno. Caddero nelle loro mani le fortezze di Laurino e Novi, nonchè quasi per intero la Bricia. Resistettero per il momento Policastro, il castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola, forse detto all’epoca ‘Castel de’ Mandelmo’, sul fiume Mingardo. Pare che il territorio fu organizzato in una nuova circoscrizione detta contea di Principato’, che fu concessa da Umfredo d’Auteville, conte di Puglia, al fratello Guglielmo, col titolo di comes che tenne la sua sede amministrativa (Curia), ad Eboli e, concesse il suffeudo al miles Guglielmo de’ Mannia. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI la situazione dell’Italia meridionale si presentava, come è comunemente noto, quanto mai complessa e frastagliata: gli Arabi dominavano la Sicilia, i Bizantini (i greci) la Calabria (e quindi parte del basso Cilento) e la maggior parte della Puglia; esistevano poi i principati Longobardi di Benevento, Salerno e Capua nonchè le città (formalmente bizantine ma di fatto indipendenti) di Amalfi, Napoli e Gaeta con diversi possedimenti circostanti.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 111 e ssg., in proposito ai Normanni scriveva che: “I. Mentre la fortuna dei principi longobardi di Salerno volgeva lentamente al tramonto sorgeva luminoso l’astro dei Normanni. Verso l’anno 1016 (1), essendo principe Guaimario III, approdarono in Salerno quaranta normanni reduci da un pellegrinaggio a Gerusalemme. Venivano, come allora era in uso, al ritorno da questi pellegrinaggi, a visitare in carovana i principali santuari d’italia tra cui quelli del Monte Gargano e di Montecassino. Accolti lietamente dal principe gli furono ben presto di grande aiuto poichè, essendo sbarcata nella città per saccheggiarla una banda di saraceni, i pellegrini, prese le armi, la assaltarono con grande impeto e ne fecero strage. Nel prendere qualche tempo dopo commiato dal principe, che loro dimostrò molto grato, promisero di inviare a Salerno altri della loro gente. Tennero difatti la parola ed a varie riprese molti normanni vennero in Italia.”.

Nel 1016, Asclettino I, conte della contea normanna di Acerenza

Da Wikipedia leggiamo che Asclettino I Drengot Quarrel (Normandia, poco prima del 1000 – Aversa, 1045) è stato un cavaliere normanno, primo conte di Acerenza. Nato in Normandia, Asclettino (1) arrivò in Italia meridionale intorno al 1016 con i fratelli Gilberto, Rainulfo, Rodolfo e Osmondo. Quest’ultimo avrebbe ucciso una persona vicina al duca Riccardo II di Normandia e perciò, con l’accusa di tale assassinio, bandito dal regno. Così tutti i fratelli Drengot accompagnarono Osmondo (insieme ad una masnada di 250 guerrieri composta da altri esiliati, militari senza terra e avventurieri simili) in un pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo sul Gargano, al santuario dell’arcangelo-soldato Michele. Alcune fonti affermano che i guerrieri Normanni fecero una tappa anche a Roma per incontrare papa Benedetto VIII. Asclettino assieme ai fratelli venne in contatto con i principi longobardi del sud Italia, in particolare con Guaimario III di Salerno e con Pandolfo IV di Capua, ai quali essi prestarono i loro servigi come mercenari (inizialmente forse come scorte armate nel cammino di pellegrinaggio verso il santuario del Gargano). Determinante fu poi l’incontro con Melo di Bari, che nel 1017 si era posto alla guida di una seconda insurrezione antibizantina in Puglia. I normanni, ingaggiati come mercenari, registrarono alcune vittorie iniziali, ma furono sbaragliati a Canne nel 1018 dal catapano bizantino Basilio Boioannes: le truppe furono decimate e il loro capo, Gilberto, cadde in battaglia. I superstiti della banda trovarono comunque rifugio ad Ariano, sull’Appennino campano, sede di un’importante contea longobarda; qui, nel giro di qualche anno, riuscirono a usurpare il potere, tanto che la contea normanna di Ariano venne formalmente riconosciuta dall’imperatore Enrico II di Franconia già nel 1022 (2). Successivamente Rainulfo Drengot sarebbe emerso come capo indiscusso delle rimanenti milizie normanne che, a loro volta, dalla Puglia dovettero ritirarsi in Campania. Negli anni successivi Asclettino fu probabilmente al seguito del fratello Rainulfo nelle vicende che portarono quello a diventare signore di Aversa (1030). Successivamente Asclettino partecipò con successo alle battaglie con le quali gli Altavilla si erano impossessati di ampi territori in Puglia, e così gli fu riconosciuta la contea di Acerenza nella spartizione tra i dodici capi normanni fatta a Melfi nel 1042: Guglielmo Braccio di Ferro, rientrato nel settembre 1042 a Melfi, da tutti i Normanni eletto capo supremo, si rivolse a Guaimario V, principe Longobardo di Salerno e a Rainulfo Drengot, Conte di Aversa, e propose ad entrambi un’alleanza alla pari. L’unificazione delle due Casate, Altavilla e Drengot, era motivo di forza, perché esse si basavano concretamente sui possedimenti di Aversa e di Melfi. Guaimario offrì il riconoscimento ufficiale e alla fine dell’anno con Rainulfo e Guglielmo si recano insieme a Melfi e riunirono un’assemblea dei baroni longobardi e normanni. L’assise terminò al principio dell’anno successivo (1043) e vi partecipò lo stesso Asclettino. Va rilevato che egli fu l’unico della casata Drengot ad essere insignito di una Signoria nella contea di Puglia, tra undici diversi altri cavalieri che appartenevano tutti alla famiglia Altavilla. Tutti offrirono un omaggio come vassalli a Guaimario, che riconfermò il titolo di conte allo stesso Rainulfo. L’intera area, ad eccezione di Melfi, venne suddivisa in dodici baronie, costituite a beneficio dei capi Normanni e assegnate nei territori di Capitanata, Gargano, Apulia e Irpinia, fino al Vulture-Melfese. Guglielmo stabilì infatti che la sede della Contea di Puglia fosse Melfi, che rimaneva al di fuori dalla spartizione: il centro della città fu diviso in dodici quartieri, in ognuno dei quali ciascun Conte (compreso, ovviamente lo stesso Asclettino) possedeva un palazzo e controllava un settore dell’abitato. I Normanni divisero in dodici contee le terre conquistate o da conquistare. Asclettino, che risiedeva nel castello di Genzano, prese il titolo di conte di Acerenze. Le vicende della contea di Puglia e della casata Altavilla si intrecciano con quelle di Aversa e dei Drengot. Questi ultimi, infatti, all’interno della stessa Contea, sono presenti nelle zone di Vieste (promontorio del Gargano), Acerenza e Genzano proprio con Asclettino I. Francois Lenormant (….), nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie” (si veda edizione e traduzione a cura di Giovanni Battista Bronzini, “Francois Lenormant – Tra le genti di Lucania – appunti di Viaggio”, vol. I, nel cap. VI, a pp. 91-92 parlando di Acerenza e di Genzano ci parla dell’altro Asclettino. Su Asclettino ha scritto John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 83 riferendosi a Riccardo I di Aversa, in proposito scriveva che: Ambedue questi giovani partirono avvantaggiati rispetto agli altri immigrati. Riccardo era nipote di Rainulfo di Aversa. Suo padre Asclettino, fratello minore di Rainulfo, era stato uno dei più brillanti luogotenenti di Rainulfo e alla morte di questi, avvenuta nel 1045, aveva regnato per un brevissimo periodo ad Aversa quando dopo pochi mesi morì anche lui. Ecc..”.

Nel 1116, ‘Sarolo di Cambarota’ (Camerota) presente alla stipula di un atto per Guglielmo conte del Principato

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 461 parlando del casale di Agropoli, in proposito scriveva che: “Il Di Meo afferma (39) che ad anno 1116 Guglielmo, conte del Principato, figlio del fu Roberto, “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali confermò, e seco giurò lo stesso anche Giovanni di S. Paolo (40), che in nome di esso conte Guglielmo comandava nel castello di Agropoli”. Ebner, a p. 461, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Di Meo cit., IX, Napoli, 1804, p. 50. Il documento fu redatto a Salerno nel palazzo della Chiesa di S. Massimo da Giovanni, notaio ed avvocato, presenti Guglielmo, vescovo di Troya, Roberto principe di Capua, Pietro giudice, Joel comestabulo del duca principe Guglielmo, Roberto Signa di Eboli, Giordano di Corneto, Sarolo di Cambarota, Ruggiero, figlio di Arnolfo di Gualcano, Pietro che dicesi di Sarno, e Bernardo, figlio del qu. Alferio. . D. Inc. MCXVI, mense Aprilis, IX Ind.”. Dunque, Ebner citava un documento del 1116, pubblicato da Alessandro Di Meo (….), nel 1804, nei suoi “Annali etc..”, ove figura un certo “Sarolo di Cambarota”.

Di Meo, Annali, p. 222, su Sarolo di Camerota

Scrive il Di Meo che: “Si ha quivi ancora che ‘Guglielmo’ Conte del Principato, figlio del qu. Roberto Conte del Principato, si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali conferma, e seco giurò anche …….Fu scritto in Salerno nel Palazzo della Chiesa di S. Massimo da ‘Giovanni’ Notajo, ed Avvocato, presenti…….Sarolo di Cambarota. Ecc..”. Il Di Meo scriveva che il documento fu redatto a Salerno e Sarolo fu presente alla stipula dell’atto. Chi fosse questo ‘Sarolo di Gambarota’ non ci è dato sapere ma il suo nome accompagnato a Gambarota fa pensare ad un militare o funzionario di Camerota. Ma ritorniamo alla notizia fornitaci da Ebner ed al documento del Di Meo (….), dell’anno 1116, in cui figura “Sarolus de Cammarota”. Chi era “Sarolus de Cammarota” ?. Il Di Meo scriveva che il Conte Guglielmo di Principato, figlio di Roberto del Principato si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, ovvero si obbligò a difendere i beni ed i possedimenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni che da essa dipendevano sul suo territorio di Agropoli. Alla stipula dell’atto di non aggressione era presente anche Sarolo di Camerota, insieme al fiore degli esponenti del vertice dell’aristocrazia civile, militare ed ecclesiastica del Ducato Longobardo di Salerno al tempo dei primi Normanni. Secondo Shano, che scrive sulla scorta del Lorè (….), “troviamo il nome di Sarolo insieme con tre altri baroni che meritavano di essere identificati come testimoni in questa solenne assemblea.”. Riguardo il documento del 1116, in cui figura Sarolo di Camerota, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali del Regno di Napoli”, vol. IX, p. 50. Di questo personaggio ha scritto Michael Shano in un suo saggio apparso sulla rete. Shano scrive che il documento è citato in Vito Lorè, “Monasteri, Principi, Aristocrazie. La Trinita di Cava nei secoli XI e XII”, Spoleto, 2008  pp. 92-93. Il documento e redatto integralmente in Graham Loud,  “The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era”, in AngloNorman Studies, IX. Proceedings of the Battle Conference, 1986, ed. R. Allen Brown. Woodbridge-Totowas, 1987, Appendix III (1116, April)  pp. 176-177. Ristampa in G. Loud,  Conquerors and Churchmen in Norman Italy, 1999. Ebner a p. 461, proseguendo il suo racconto sul documento scriveva che: “Il contesto implicherebbe una concessione feudale avvalorata da due inediti documenti cavensi (41). Nel 1135 un omonimo milite è menzionato in un documento rogato a S. Arcangelo etc..“. Ebner a p. 462, nella sua nota (41) postillava che: “(41) I, ABC, XXIII, 99, luglio a. 1135, XIII, Sant’Arcangelo: “essem ego Johannem etc…”.”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria etc….”, a p. 432, in proposito scriveva che: “1116 – Nell’indice dei luoghi di culto del Giustiniani risulta un ‘Sarolo di Cambarota (Cataldo 1).”. Il Di Mauro citava l’indice dei luoghi di culto del Giustiniani e citava il Cataldo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Ricerche storiche sulle antichità di Camerota” – Policastro, 1981/81 – inedito presso l’autore defunto. Ebner, a p. 461, nella nota (40) postillava che: “(40) Su Guglielmo di S. Paolo, v. Ebner, Economia e società, I, p. 227. A una concessione feudale pare credesse anche il Mazziotti che ne accenna (p. 31) senza citarne la fonte.”. Infatti, Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a pp. 30-31, in proposito scrivev che: “Il vescovo (di Capaccio) non restò tranquillo a lungo nei suoi possessi, poichè nell’anno 1116 il Castello di Agropoli era tenuto da un tale Giovanni di San Paolo in nome di Guglielmo conte del Principato.”. Pietro Ebner, nel suo “Economia e Società etc…”, a p. 227, vol. I, in proposito scriveva che: “La Chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo-barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54).”. Ebner, a p. 227, nella nota (54) postillava: “(54) Nel Breve chronicon monasterii cavensi’ la notizia ad a. 1092 della concessione alla Badia di Cava del dominio feudale del Cilento: Serenissimo Dux Rogerius (….) etc…”. Ebner, a p. 227 scriveva pure: “Ho mostrato altrove (53) come la vastità del territorio avesse già indotto Guglielmo d’Altavilla a scindere in feudi la contea. Etc…Più tardi il feudo di Agropoli fu concesso dai discendenti di Guglielmo a Giovanni di S. Paolo, poi passato alla diocesi di Capaccio.”.

Nel 1018, Melo di Bari, Osmondo Drengot ed i primi Normanni arrivati nell’Italia Meridionale

Le principali fonti storiche sulla vita e le imprese di Osmondo sono le opere degli storici Amato di Montecassino e Guglielmo di Apulia, suoi contemporanei. Osmondo era appartenente alla famiglia Drengot Quarrell, originaria di Villaines-la-Carelle, una località vicino Alençon, nella Bassa Normandia. Aveva quattro fratelli: Rainulfo, Asclettino, Gilberto e Rodolfo. Osmondo aveva ucciso una persona vicina al duca Riccardo II di Normandia, Guglielmo Repostel, che s’era pubblicamente vantato d’aver stuprato una giovane parente di Osmondo; con l’accusa di tale assassinio, Osmondo fu bandito dal regno. Così lui e tutti i suoi fratelli si accompagnarono a una masnada di 250 guerrieri (composta da altri esiliati, militari senza terra e avventurieri simili) in un pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo sul Gargano, al santuario dell’arcangelo-soldato Michele (1017). Alcune fonti affermano che i guerrieri normanni fecero una tappa anche a Roma per incontrare papa Benedetto VIII. Le fonti divergono sul capo della compagnia di ventura: Orderico Vitale e Guglielmo di Jumièges dicono che fosse proprio Osmondo. Per Rodolfo il Glabro era Rodolfo. Leone Ostiense, Amato di Montecassino e Ademaro di Chabannes nominano invece Gilberto Buatère: infatti la maggior parte delle cronache dell’Italia meridionale indicano in Gilberto il capo normanno nella battaglia di Canne (1º ottobre 1018). In Puglia i normanni guidati dai Drengot cominciarono ad offrire la loro protezione, dietro pagamento di un compenso, ai pellegrini diretti al santuario, in modo da metterli al riparo dalle scorrerie degli altri predoni, facendosi presto conoscere per la loro valentia nelle armi. Fu così che si unirono alle forze di Melo di Bari, il quale, dopo la fallita rivolta antibizantina del 1009-1011, cercava quel sostegno militare che scarseggiava tra i longobardi e che l’imperatore Enrico II gli aveva negato. Ma la battaglia combattuta a Canne (1º ottobre 1018) fu per gli insorti un vero disastro: le truppe furono decimate dai bizantini di Basilio Boioannes e lo stesso Osmondo, con Gilberto, caddero in battaglia . I superstiti della banda trovarono comunque rifugio ad Ariano, sull’Appennino campano, sede di un’importante contea longobarda; qui, nel giro di qualche anno, riuscirono a usurpare il potere, tanto che la contea normanna di Ariano venne formalmente riconosciuta dall’imperatore Enrico II di Franconia già nel 1022.[1] Successivamente Rainulfo Drengot sarebbe emerso come capo indiscusso delle rimanenti milizie normanne che, a loro volta, dalla Puglia dovettero ritirarsi in Campania. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “…..la saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna.. Infatti, con la benedizione di papa Benedetto VIII, Melo nel 1015 si recò in Germania dall’imperatore Enrico II per chiedere aiuto. L’imperatore lo accolse tra i suoi vassalli e lo nominò Duca di Puglia, tuttavia non gli fornì alcun aiuto militare. Melo allora ritornò in Italia, si procurò il rinnovato appoggio dei principi longobardi e delle città dissidenti e assoldò alcuni cavalieri mercenari normanni, guidati da Gilbert Buatère, che fecero così la loro comparsa sulla scena politica italiana.

Nel 1017, HUGONE TUDEXTIFEN e ALTRUDA, genitori di Ruggero dell’Oria

Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano su Ugone Tudextifen che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna. Questo dunque era il carattere di Ugone, antenato del nostro ammiraglio. Buon sangue non mente! Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, Ugone Tudextefen venne in Italia insieme alla stirpe dei Drengot e si unì ai Bizantini di Melo di Bari per la conquista del Ducato di Puglia. Infatti, con la benedizione di papa Benedetto VIII, Melo nel 1015 si recò in Germania dall’imperatore Enrico II per chiedere aiuto. L’imperatore lo accolse tra i suoi vassalli e lo nominò Duca di Puglia, tuttavia non gli fornì alcun aiuto militare. Melo allora ritornò in Italia, si procurò il rinnovato appoggio dei principi longobardi e delle città dissidenti e assoldò alcuni cavalieri mercenari normanni, guidati da Gilbert Buatère, che fecero così la loro comparsa sulla scena politica italiana. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irrequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”. Dunque, da alcuni studi risulta che Ugone di Tudextefen si sposò con la longobarda principessa Altrude e, secondo Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “….divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. I due ebbero per figlio Ruggiero (dell’Oria) che visse al tempo al tempo di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero dell’Oria era figlio di UGONE e di sua moglie “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque Ruggero dell’Oria, il quale si sposò con BULFANARIA. Nel …….., la longobarda BULFANARIA DE ORIA, seconda moglie di Ruggero dell’Oria e madre di Gibel de Loria … Dunque, Ruggiero (dell’Oria), per poi arrivare al celebre ammiraglio Ruggero di Lauria.

Nel 1035, il normanno UMFREDO D’AUTEVILLE, conte di Puglia successe al fratello DROGONE

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi d’Altavilla ebbe alcuni figli dalla prima moglie Muriella, tra cui UMFREDO D’ALTAVILLA. Alcune fonti ritengono che Umfredo sia giunto in Italia meridionale insieme ai suoi fratelli intorno al 1035; ma, poiché il suo nome manca tra i cavalieri normanni che, a Melfi, nel 1042, si spartirono i primi territori conquistati, è ragionevole supporre che il suo arrivo risalga a qualche anno più tardi, probabilmente nel 1044, durante il regno del fratello maggiore Guglielmo. A quel tempo, prese possesso di Lavello e poi succedette, nel 1051, al fratello Drogone, come conte di Puglia e Calabria. Di sicuro l’evento più rilevante che lo vide protagonista fu la battaglia di Civitate (18 giugno 1053): Umfredo guidò le armate degli Altavilla (insieme al giovane fratellastro Roberto il Guiscardo) e dei Drengot (insieme a Riccardo, conte di Aversa) contro le forze unite del papato e dell’impero. L’esercito pontificio fu annientato e papa Leone IX fu catturato e imprigionato a Benevento. Alla morte del fratello Drogone, ne sposò la vedova Gaitelgrima, figlia di Guaimario III di Salerno, da cui nacque Umfreda, che andò sposa a Basileo Spadafora. Umfredo sposò Matilda, figlia di Asclettino I Drengot da cui ebbe due figli: Abelardo, nato dopo il 1044 e morto in Illiria nel 1081 ed Ermanno, nato dopo il 1045 e morto a Bisanzio nel 1097. Umfredo morì a Venosa nel 1057 e la sua eredità passò al fratellastro ed eroe di Civitate, Roberto il Guiscardo, al quale attribuì anche la tutela dei suoi figli minorenni, Abelardo ed Ermanno. Il Guiscardo, però, ne confiscò l’eredità: nel giro di due anni, avrebbe elevato il suo rango comitale allo status ducale. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80, in proposito scriveva che: “…è evidente che il possesso di quel castello costituiva per Umfredo solo il primo atto  di un nuovo e più vasto disegno politico. L’improvvisa scomparsa di Guaimario V, ecc…., sprezzando il mirabile equilibrio politico raggiunto e mantenuto dal principe anche per la forte sua personalità, aveva creato per i capi normanni problemi nuovi che richiedevano decisioni ferme e tempestive (6)……Dopo l’assassinio di Montellaro ….di quel che fu Drogone”, (9), secondo conte di Puglia, Guaimario V, alto signore di Puglia e Calabria, si recò (a. 1051) a Melfi (10) per il riconoscimento ecc…”. Ebner, a p. 80, nella nota (6) postillava che: “(6) L’offerta normanna di far legittimare da un principe i domini conquistati in Puglia, venne accolta da Guaimario V, il quale, con l’alta sovranità sulla nuova contea di Puglia, ingrandì (a. 1043) ancor più i propri domini (Salerno, Capua, Gaeta). La morte di Guaimario annullò quei diritti per cui i Normanni non ebbero altra alternativa che diventare sovrani assoluti della Puglia dopo essersi uniti per resistere agli immancabili avversari. E’ noto che solo dopo la vittoria di Civitate (18 giugno 1053) cominciassero decisamente a imporsi. V. Alfano, ‘ad Guidonem: “Huius in imperio….”; Amato cit., XLVI sgg. e p. 54, no I; v. pure Schipa, Storia, p. 215.”. Ebner, a p. 80, nella nota (9) postillava che: “(9) Guglielmo braccio di ferro, e Drogone pure giunsero in Italia tra la fine del 1037-primi del 1038; Umfredo ai primi del 1043, dopo Guglielmo; nel 1047/7 Roberto che Ottone Di Frisinga (‘de gestis Fridr., p. 353) ricorda di “humilis conditionis viro et stremissimi” e che Anna Commeno (Alex., I 50) descrive “bello dal capo ai piedi”. La medesima Anna Commeno (I 51) narra che fosse giunto in Italia con appena cinque cavalli e trenta predoni.”. Ebner, a p. 80, nella nota (10) postillava che: “(10) “Melpe, pour ce que estoit la principale cité fu commune à touz”, scrive Amato (II, 31) nel dire della divisione delle terre di Puglia da parte dei dodici pari normanni.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80 riferendosi proprio ad Umfredo, in proposito scriveva che: ma realizzabile per guerrieri nati come i Normanni (7), e con un capo così accorto e deciso come Umfredo, le cui singolari attitudini si erano egregiamente manifestate durante l’anarchia creatasi in Puglia dopo la morte di Drogone.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: “Nell’impossibilità d’impadronirsi rapidamente con la forza dell’anzidetto territorio, per al valida resistenza capeggiata da Guido, i Normanni cercarono di toccare le mete prefisse mediante parentele e clientele, utilizzando i legami che univano il conte di Puglia alla Casa principesca salernitana. Infatti, Umfredo avendo sposato la figliuola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola di quel console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptoferrata”. Si spiega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Eboli.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 29-30 e ssg. riferendosi alla successione di Drogone dopo il suo assassinio, in proposito scriveva che: A lui, dopo un periodo di torbidi e di anarchia, succede Umfredo il quale, per vendicare la morte del fratello, prende l’improvvida decisione di punire tutti coloro che avevano congiurato contro i normanni, mutilando alcuni, passandone altri per le armi, impiccandone molti (54)…”. Il Credidio, a p. 30, nelle note (54) postillava che: “(54) Sembra che la crudeltà non sia stata una prerogativa dei normanni. L’imperatore d’Oriente, Diogene, per volere dei figliastri, viene fatto prigioniero ed accecato ed in seguito a ciò si fa monaco, come afferma Guglielmo di Puglia nel libro III delle Gesta.”. Piero Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (6) potillava che: “(6) Non si confonda questo Guglielmo con l’omonimo fratello, Guglielmo braccio di Ferro, 1° conte di Puglia (1043-1046), Umfredo (1051-1057) e Roberto il Guiscardo. Costui divenne poi, nel 1059, il 1° duca normanno di Puglia.”.

Il racconto di Amato di Montecassino

Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 278, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Le guerre tra Gisolfo e i Normanni e quindi quelle tra Gisolfo e il conte di Principato ci son narrate da Amato, il quale in generale esalta i Normanni. Questi però non sempre dovettero essere vittoriosi, perchè in qualche poesia di Alfano son ricordate le vittorie riportate da Gisolfo contro di loro. Anche Malaterra riferisce queste lotte: “Gifulsu etc….(III, 2).”. Da Wikipedia leggiamo che Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Abbazia di Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della ‘Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…..Parlando del “Castellaro” di Capitello d’Ispani, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, a p. 486, nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371).”. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…) e, dunque li rapportavano ai castelli controllati da Guido, fratello di Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno. Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal ‘Chronicon Casinense’ sappiamo che fu l’autore del ‘De Gestis apostolorum Petri et Pauli’ in quattro libri, in versi esametri, e della ‘Historia Normannorum’ in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo.  Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…Dunque, i due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum’, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Ho una nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘Chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto.Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino), e non si parla di castelli, come dicono i due studiosi. La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S.Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno.

NEL 1018, PANDOLFO DI CAPACCIO, figlio di Guaimario III, fratello di Guaimario IV e fratellastro di Giovanni III e, sua moglie Teodora di Tuscolo

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo o Paldolfo (… – giugno 1052) è stato un nobile longobardo, primo signore (dominus) di Capaccio nel Principato di Salerno. Pandolfo era il figlio più giovane del principe Guaimario III di Salerno e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Nacque negli anni 1010. La morte del suo fratellastro maggiore, il principe Giovanni (III), nel 1018 gli permise di ereditare la signoria di Capaccio (1). Un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6). I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino (7). Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100 (9). In Wikipedia, nella nota (1) postilla: “(1) Andrea Bedina, Guaimario [III], Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 60 (Rome: Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2003)”. In Wikipedia, nella nota (10) si postillava: “(10) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest (Routledge, 2000), p. 117.”. Infatti, Andrea Bedina, nella Treccani on-line, alla voce “Guaimario III”, in proposito scriveva che: “Nel settembre del 1015 G. cooptò al potere il figlio Giovanni (III), avuto dalla prima moglie; scomparso prematuramente Giovanni, fu scelto quale suo successore, nel 1018, Guaimario (IV), avuto da Gaitelgrima, da cui ebbe anche Guido, futuro gastaldo-conte di Conza e duca di Sorrento e Paldolfo, divenuto, per la prematura morte del primogenito, dominus di Capaccio.”. Dunque, secondo il Bedina, nel 1018, Pandolfo, a causa della prematura morte del primogenito divenne ‘dominus’ di Capaccio. Un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio. Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento. Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Roani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: “La contea di Capaccio, come abbiamo visto, consisteva nello stesso ambito territoriale della Circoscrizione di Lucania, quale si era venuta a configurare dopo la divisione del 1034, di modo che la città di Capaccio era contemporaneamente sede di questa circoscrizione – retta da un Gastaldo, funzionario della curia del Principe – e sede della contea, quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), ecc..”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Quanto agli altri figli di Pandolfo, di Guido non si sa niente, di Glorioso, nominato in un documento del 1110, sappiamo che era sposato con una certa Ermiliana e morì monaco a Cava nel 1112 (2), mentre un’altra figlia, Sichelgaita, è rimasto il ricordo in una carta del 1086, in cui viene menzionata insieme al marito Asclettino, signore di Sicignano (3).”. Il Cantalupo, a p. 134, nella nota (3) pubblicava lo schema con la discendenza di Pandolfo in cui è scritto che da “PANDOLFO, conte di Capaccio (1034 ? – 1052)”, tra i suoi figli, in particolare “SICHELGAITA, sposa di Asclettino di Sicignano (a. 1086)”. Michele Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), in proposito scriveva che: “Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”. Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Nell’impossibilità d’impadronirsi rapidamente con la forza dell’anzidetto territorio, per al valida resistenza capeggiata da Guido, i Normanni cercarono di toccare le mete prefisse mediante parentele e clientele, utilizzando i legami che univano il conte di Puglia alla Casa principesca salernitana. Infatti, Umfredo avendo sposato la figliuola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola di quel console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptoferrata”. Si spiega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Eboli.”. Di sua madre “Gaitelgrima” su Wikipedia leggiamo che Gaitelgrima di Benevento (nota anche come Gaitelgrima di Capua) (… – post 1027) è stata una principessa longobarda. Figlia di Pandolfo II di Capua e sorella di Pandolfo IV, fu la seconda moglie di Guaimario III di Salerno. Quattro i figli della coppia di cui si conserva memoria: Guaimario, successore del padre; Guido, poi duca di Sorrento; Pandolfo, signore di Capaccio; Gaitelgrima (o Altrude), moglie prima di Drogone e poi di Umfredo d’Altavilla. Dunque, l’Ebner, sebbene non vi fosse memoria di un figlio di Guaimario III chiamato Mansone, può essere che egli si riferisca ad un fratellastro di Pandolfo, cioè un figlio della prima moglie di Guaimario III di Salerno o della madre Gaitelgrima di Capua. Il principe Guaimario III di Salerno, però aveva avuto dalla sua prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), anche altri figli, tra cui il principe Giovanni III di Salerno a cui Guaimario III associò il trono nel 1015. Dunque, è plausibile ciò che scriveva Ebner quando affermava che “il conte Mansone” fosse un fratello di Pandolfo. Cerchiamo di capirne di più sulla prima moglie di Guaimario III di Salerno, Porpora di Tabellaria. in un blog tratto dalla rete leggiamo che Porpora di Tabellaria era figlia di Landolfo, conte di Tabellaria e Aldara di San Massimo, contessa di Teano. Si legge che era madre di Giovanni III, principe di Salerno. Dunque, è probabile che il conte MANSONE sia stato un fratello di Giovanni III di Salerno e fratellastro di Pandolfo di Capaccio. Era il periodo in cui arrivarono i primi Normanni di Melo di Bari. In un sito leggiamo che Porpora di Tabellaria o Porpora di Amalfi nacque ad Amalfi nel 964 da Leone di Amalfi. Leone di Amalfi nacque nel 930. Porpora sposò Alfano conte di Tabellaria. Alfano nacque ad Amalfi nel 962. Ebbero un figlio maschio Laidolfo di Tabellaria. Porpora morì nel 1044, all’età di 80 anni. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, dove a p. 133, in proposito alla “Contea di Capaccio”, in proposito scriveva che: “La contea di Capaccio, coesisteva nello stesso ambito territoriale della ciroscrizione di Lucania, quale si era venuta a configurare dopo la divisione del 1034, in modo che la città di Capaccio era contemporaneamente sede di questa circoscrizione – retta da un Gastaldo, funzionario della curia del Principe – e sede della contea, quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2).. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata assieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….Ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I).”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota 82) postillava che: “(2) Vedi, n. 1, p. 116.”. Infatti, il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”. Il Cantalupo, a p. 116, parlando della congiura di Palazzo che portò all’uccisione di Guaimario V, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca,………Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; etc…”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), ecc..”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria De Blasio (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice.

GUAIMARIO III

Nel 1021, Guaimario III, Principe longobardo di Salerno concede a Tortorella e i suoi casali, il demaniale con i fiumi e acque

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15, in proposito scriveva che: Le prime notizie relative a Casaletto sono rintracciabili in un antico manoscritto di memorie demaniali compilato da D. Pasquale Gallotti da Casaletto sulla fine del XVIII secolo e posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, nel quale si legge che il longobardo Guaimario III principe di Salerno, “Nell’anno 1021” concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Ecc…”. Il Montesano scrive che questa notizia su Tortorella ci è pervenuta attraverso un manoscritto compilato sulla fine del XVIII secolo da don Pasquale Gallotti da Casaletto. Egli scrive che queste “memorie demaniali” erano possedute nel 1930, dall’Avv. Nicola La Falce. Dunque, il Montesano riportava la notizia tratta da una Memoria manoscritta del XVIII secolo dove si sosteneva la notizia secondo cui il Principe Longobardo di Salerno Guaimario III, nell’anno 1021, avrebbe concesso all’Università di Tortorella “…e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze.”. Di donazioni e fondazioni da parte del Principe di Salerno, il longobardo Guaimario III si hanno per diversi casi di cui ivi ho scritto dei saggi a cui rimando per ulteriori approfondimenti. Per quanto riguarda la notizia di un principe di Salerno Guaimario III ho già scritto ivi in un altro mio saggio sul monastero di Sant’Angelo a Pitraro a Caselle in Pittari. La notizia era stata data prima da Ottavio Beltrano e poi da Costantino Gatta. La notizia parla sempre di donazioni fatte dal Principe Longobardo Guaimario III e riguardo quella riferita dal Beltrano e poi dal Gatta la fanno risalire all’anno 1106, ma questa che parla dell’anno 1020 mi è nuova. Una notizia che riguarda l’anno 1020 riguarda S. Nilo in quanto pare che un antico codice compilato da S. Nilo nell’antico cenobio di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro fosse proprio dell’anno 1020. Anche di questo ho ivi scritto in un mio saggio sui codici miniati di Scuola Niliana di copisteria. La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9. Su queso antichissimo codice miniato greco forse della scuola di copisteria Niliana di S. Giovanni a Piro, ho ivi scritto un mio saggio a cui rimando per gli oopportuni approfondimenti.

Nel 1021, un rogito del notaio Masiello di Roberto e la Cappella di S. Maria della Neve sul monte Cervato

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, nel cap. III, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: In mancanza del rògito del 1021 del monaco Masiello di Roberto di cui è cenno nella Platea dei beni della cappella di S. Maria della Neve di Sanza del 1730 (69), etc…”. Fusco, a p. 83, nella nota (69) postillava: “(69) Della Platea del 1730 parleremo più avanti. Per il momento facciamo notare che in essa il procuratore dei beni della Cappella di S. Maria della Neve, il ‘doctor in utròque’ (esperto in diritto civile e canonico) don Ottavio de Benedictis (ricco possidente sassanese residente a Sanza), fece inserire dal notaio padulese che ne curò la stesura (Ottone Francesco Martelli, che nella prima metà del Settecento redasse pure platee dei beni di alcune grange rofranesi) lo stralcio di un rogìto del 15 febbraio 1021 (autore il notaio Masiello di Roberto, forse anche lui padulese) in cui si affermava, tra l’altro, che la Cappella di S. Maria della Neve sul Cervato era stata addirittura “edificata dall’Università della Terra di Sanza prima del secolo Novecento”. Se, con cautela prendiamo per buona la notizia (che tra l’altro – come si può notare – trovava d’accordo un esperto di diritto e due notai), nel IX sec. esisteva non solo la Cappella della Vergine sul Cervato ma, ovviamente, pure l’abitato, il che farebbe pensare ad una possibile continuità tra la ‘Sontia’ lucano-romana e la ‘Sansa’ altomedievale.”.  Fusco, a p. 213, nella nota (899 postillava: “(89) Platea Venerabilis Cappellae S. Mariae ad Nives Terrae Santiae, 1730, Archivio dell’Arciconfraternita di S. Maria della Neve, Sanza, Piazza Plebiscito.”. Fusco, a p. 83, nella nota (69) postillava: “(69) Della Platea del 1730 parleremo più avanti. Per il momento facciamo notare che in essa il procuratore dei beni della Cappella di S. Maria della Neve, il ‘doctor in utròque’ (esperto in diritto civile e canonico) don Ottavio de Benedictis (ricco possidente sassanese residente a Sanza), fece inserire dal notaio padulese che ne curò la stesura (Ottone Francesco Martelli, che nella prima metà del Settecento redasse pure platee dei beni di alcune grange rofranesi) lo stralcio di un rogìto del 15 febbraio 1021 (autore il notaio Masiello di Roberto, forse anche lui padulese) in cui si affermava, tra l’altro, che la Cappella di S. Maria della Neve sul Cervato era stata addirittura “edificata dall’Università della Terra di Sanza prima del secolo Novecento”. Se, con cautela prendiamo per buona la notizia (che tra l’altro – come si può notare – trovava d’accordo un esperto di diritto e due notai), nel IX sec. esisteva non solo la Cappella della Vergine sul Cervato ma, ovviamente, pure l’abitato, il che farebbe pensare ad una possibile continuità tra la ‘Sontia’ lucano-romana e la ‘Sansa’ altomedievale.”.  Fusco, a p. 213, nella nota (899 postillava: “(89) Platea Venerabilis Cappellae S. Mariae ad Nives Terrae Santiae, 1730, Archivio dell’Arciconfraternita di S. Maria della Neve, Sanza, Piazza Plebiscito.”.

Nel 1024, una Fonte: S. Bartolomeo di Grottaferrata detto anche Bartolomeo il Giovane o di Rossano e Lucà il suo biografo

Da Silvio Giuseppe Mercati sulla Treccani on-line leggiamo che nato a Rossano Calabro da nobile famiglia, seguì il concittadino S. Nilo nella solitudine di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. È il più illustre discepolo del fondatore della badia greca di Grottaferrata, alla cui morte (1004) per umiltà rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’a. 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Da Wikipedia leggiamo che Nilo morì nel 1004 e Bartolomeo curò la realizzazione del monastero (del quale divenne abate) e della Chiesa che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024. Nel monastero di Grottaferrata si dedicò alla scrittura di inni religiosi, che produsse in gran numero. Nel 1032 scrisse l’opera più importante della sua ricca creazione letteraria: la Biografia di San Nilo. Notevole importanza riveste poi il suo Typicon, codice liturgico e disciplinare del monastero. Tutti i suoi manoscritti sono ancor oggi conservati nell’Abbazia di Grottaferrata. La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi). Giovanna Falcone (….), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’ citava un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo. L’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat. gr. 1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo. La Treccani, in merito all’encomio o laude, pubblicato dal Mai a p. 530 a p. 530,  dice però che non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina, morto il 19 agosto 1030.

Mai A., p. 530

(Fig…..) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

L’egumeno Lucà, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata (biografo di S. Nilo)

La studiosa Giovanna Falcone (…), cita un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo. Chi era l’igumeno Luca che il Giovanelli (…), chiama ‘Luca Santo’. Chi era il biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata che si recò a Salerno dal principe Guaimario?. Nella nota (25), il Giovanelli (…), dice che detta notizia è tratta dal suo scritto su ‘S. Bartolomeo ecc..’. Esaminiamo ciò che scrive padre Giovanelli (…), sulla scorta del ‘bios’ o la ‘Vita di S. Bartolomeo’, tradotta dal greco, in cui “l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios'”, ovvero l’egumeno Luca, biografo e narratore della vita (‘bios’) di S. Bartolomeo di Grottaferrata. I fatti riportati dal Giovanelli, sono tratti dalla ‘vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo. Tutta la produzione letteraria di Bartolomeo in manoscritti è tuttora raccolta a Grottaferrata; di San Bartolomeo rimane una biografia di modeste proporzioni, il cui autore probabilmente sembra essere un monaco suo discepolo. Questo testo tradotto in latino e in greco venne pubblicato nel 1684 dal Possin (…), o Poussin. Un’altra versione latina e greca venne pubblicata dal padri Maurini (…), nel 1729. Nel 1864 venne edita la terza biografia del santo a cura del cardinale Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. L’episodio di S. Bartolomeo che nell’anno 1045, farà visita al principe longobardo Guaimario V, sarà tratto dal ‘bios’, dalla biografia di S. Bartolomeo scritta dal suo biografo, il monaco o egumeno Luca, o Lucà.  Infatti, Giovanelli (…), scriveva pure che: “Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’.”. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. La biografia della vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, fu scritta da Luca o Lucà di Grottaferrata. La biografia dell’egumeno Luca, fu  pubblicata da Petro Possino o Pierre Poussin, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455. La biografia dell’egumeno Luca, biografia di Bartolomeo da Rossano (?), monaco dell’Abazia di Grottaferrata, è stata pubblicata da Angelo Mai (…), in ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, e stà in ‘Nova Patrum bibliotheca’, VI, 2, Roma, 1853, pp. 514-530; che secondo la Treccani, non si tratta di S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma di un S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina, morto il 19 agosto 1030, l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533. Pubblicata anche dal Migne, ‘Patrologia greca’, CXXVII, 476-497. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata è stata pubblicata da Pierre Poussin, o Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455. La biografia dell’egumeno Luca, biografia di Bartolomeo da Rossano (?), monaco dell’Abazia di Grottaferrata, è stata pubblicata anche dal cardinale Angelo Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Quì di seguito, pubblichiamo le pagine 530 e s. in cui è l’encomio alla fine della vita di S. Bartolomeo del Monastero del Patir in Calabria, pubblicate dal Mai (…), nel suo ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, in cui a p. 530 è il titolo: ‘ΕΤΩΜΙΟΝ ΕΙΣ ΤΟΝ ΟΣΙΟΝ ΡΑΤΕΡΑ ΗΜΩΝ ΒΑΡΘΟΛΟΜΑΙΟΝ’, manoscritto greco tratto dal codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s., in cui viene scritta la laude o encomio a S. Bartolomeo Cryptense. Sulla pagina digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), sotto la segnatura ‘Vat.gr. 1989′, vi sono alcuni codici greci, ed alle note bibliografiche si dice che detto codice è un manoscritto di Lucà, Santo di Rossano, il Patir e lo stile rossanese. Note per uno studio codicologico-paleografico e storico culturale, in Rivista di studi bizantini e neollenici, 1985, si veda pure: Lucà, Santo, Il Vaticano greco 1926 e altri codici della Biblioteca dell’Archimandriato di Messina, in Schede medievali, 1985 e si veda pure la Follieri, 1926-1999 Passione di Sant’Ippolito secondo il cod. “Lesb. S. Ioannis Theologi 7” (BHG 2178), In Analecta Bollandiana 1982.

La politica della “tutio” sovrana dei Principi Longobardi di Salerno

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “E’ un fatto: appunto in quel periodo gli archivi ecclesiastici si arricchirono di documenti membranacei, donazioni moltiplicatisi in seguito anche per le migliorate generali condizioni economiche (80). Ma, se degli uomini si accostarono alla Chiesa cercando d’ingraziare la divinità col pentirsi, restituire il mal tolto, abbondare in doni di beni mobili e immobili non più fonte di sguardi cupidi, non lo fecero per il terrore della propria fine ma forse per quella dell’umanità. In quel tempo la morte destava poca o nessuna paura, se ne manca ogni rappresentazione iconografica prima del XIV secolo. Si spiegherebbe meglio così il protrarsi delle donazioni ancora per qualche anno dopo quello che, per i più, rappresentò un semplice mutamento di cifra del calendario, come si deduce dai non pochi documenti di compra-vendita del periodo. Con la ripresa di ogni attività, oltre i bisogni materiali riaffiorarono i problemi politici e anche i politico-religiosi che erano stati forse accantonati. Solo quando gastaldi e conti (81), investiti di temporanee e limitate funzioni giurisdizionali, come Truppoaldo stolsaiz e conte (82), riferirono ai principi sull’infittirsi della rete di cenobi che monaci italo-greci continuavano a tessere in quel remoto angolo del Principato, si comprende l’urgenza di provvedere stabilendone il controllo. Con una sagace e lungimirante politica di concessioni e privilegi a questi monasteri, si cercò di neutralizzare la non lieve influenza esercitata su di essi dai santi autorevoli egùmeni di Calabria, specialmente della vicina eparchia monastica del Mercuriom, che gli “stratigoi” circuivano con privilegi e grandi manifestazioni di ossequio. Dopo aver posto chiese e conventi sotto la particolare ‘tutio’ sovrana, la cancelleria longobarda cercò subito di sanare le indebite occupazioni da parte di quei cenobi delle terre del “sacro palatio”, le terre demaniali, mediante diplomi analoghi a quelli rilasciati a funzionari fedeli. A costoro i principi attribuivano porzioni di demanio a titolo di concessione temporanea, valida cioè fintanto che i “fideles” continuavano a servire la loro causa. Per i conventi tali attribuzioni vennero fatte ai rispettivi preposti, rinnovabili vita natural durante (“diebus vitae”) a ogni nuovo abate. Diverse le donazioni a chiese e conventi di beni immobili patrimoniali. Pur abbondando in donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore. Etc…”.

Nel 1022, il cenobio basiliano di “S. Cecilia ad Eremiti” di Castinatelli (frazione di Futani), poi abbazia benedettina

Da Wikipedia leggiamo che L’abbazia di Santa Cecilia è una chiesa situata nella frazione Castinatelli del comune di Futani, in provincia di Salerno, Campania. L’abbazia di Santa Cecilia si trova nel Parco Nazionale del Cilento e venne costruita nel 1022 da un longobardo di nome Guaimaro. Fu abitata dai monaci benedettini fino al XV secolo, quando tutti i beni vennero confiscati ai monaci e la chiesa abbandonata divenne un rudere. Documenti storici attestano che divenne centro di culto e di preghiera, ma anche mercato settimanale, scuola e farmacia. Per lungo tempo questo luogo fu abbandonato. Il vescovo Favale si è reso disponibile, anche grazie all’intervento del parroco, don Mario Gagliotta, alla realizzazione dei lavori. Oltre al recupero architettonico dell’abbazia, ad opera dell’architetto Raffaele Rammauro, sono stati compiuti dei lavori di ripristino dello spazio intorno alla struttura. Questa chiesa si compone di una navata unica absidata ed è posizionata secondo il classico orientamento est-ovest (abside verso est e ingresso a ovest). Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania”, (I edizione del 1745), nel “Discorso VI – De’ luoghi che sono intorn al fiume Melpi”, a pp. 333 e ssg, ci parla di questi monasteri. L’Antonini, a p. 336, in proposito scriveva che: “Camminando verso Tramontana men d’un miglio, trovasi in un aprica collinetta, che verso Mezzogiorno guarda il porto di Palinuro, e le sottoposte campagne, un altro Monisterio di Benedettini col titolo di Santa Cecilia (I), oggi soppresso, e ridotto in Commenda, il di cui Abate Commendatario gode molte esenzioni, e la prerogativa de’ Ponteficali. Fu questa Badia, o fosse Monistero fondato nel MXXII. da un Longobardo fondato Guaimario (2). Il  suo Diploma in greco fu più volte da me veduto, quando non ancor aveva pensiero di scrivere di queste cose; ma cercato nel bisogno tanto da me, quanto da D. Francesco mio fratello, che n’era il Commendatario, chi lo teneva (che non merita esser neppur nominato) disse; che non sapea cosa più ne fosse, essendo una carta vecchia. Il Fondatore donò al Monastero tutti i terreni, che sono fra i due fiumicelli di S. Nazario, e l’altro, che cala dagli Eremiti. Non mi è riuscito sapere, se in quel tempo stesso, o dopo fosse fondato il luogo chiamato Castinatelli mezzo miglio verso Tramontana, di ragione della stessa Badia. Ma vuò credere che abbia piuttosto avuto suoi principj dagli Abati successori, i quali, e per essi il Commendatario hanno il dritto nei terreni stessi di esigere da’ cittadini o coltivatori di quelli, la quinta parte di tutti i frutti, che vi nascono, purchè non siano con altre condizioni conceduti. Trovasi da qui un miglio ad Occidente alle falde della montagna della Cavallara, il già detto Casale degli Eremiti, esposto a Tramontana……All’incontro questi due luoghi, in bella prospettiva,  e di perfettissima aria stà l’antica Terra di Cuccaro, che verso Mezzogiorno forma una figura piramidale.”. L’Antonini, a p. 336, nella nota (I) postillava che: “(I) Nella citata ‘Notizie delle Badie d’Italia’ del padre Lubin, vien questa corrottamente chiamata: ‘Sanctae Ceciliae de Cochulo’ (per dir di Cuccaro) ‘de qua vetus codex taxae Cameralis’.”. L’Antonini, a p. 336, nella nota (I) postillava che: “(I) Nella citata notizia delle ‘Badie d’Italia’ di P. Lubin, vien questa corrottamente chiamata: ‘Sanctae Ceciliae de Cochulo’ (per dirvi Cuccaro) ‘de qua vetus codex taxae Cameralis’.”. In questa nota l’Antonini cita padre Lubin (….), il quale scriveva che nella “Camera Taxae”, il monastero è detto ‘Sanctae Ceciliae de Cochulo’, ovvero di Cuccaro, ma ciò accade perchè Castinatelli ricade nello Stato di Cuccaro. L’Antonini continuando il suo racconto scriveva che: “Fu questa Badia o fosse monistero fondato nel MXXII da un Longobardo chiamato Guaimario (2). Il suo diploma in greco fu da me più volte veduto, quando ancora non avevo pensiero di scrivere di queste cose; ma cercato nel bisogno tanto da me, quanto da D. Francesco mio fratello, che ne era il Commendatario, chi lo teneva (che non merita esser nè pur nominato) disse; che non sapea più ne fosse, essendo una carta vecchia. Il Fondatore donò al Monistero tutti i terreni, che sono fra i due fiumicelli di S. Nazario, e l’altro che cala dagli Eremiti. Non mi è riuscito sapere, se in quel tempo stesso, fosse stato fondato Castinatelli mezzo miglio verso Tramontana, di ragione della stessa Badia. Etc…”. In primo luogo Antonini pone il cenobio basiliano a Castinatelli e non ad Eremiti che dice essere molto vicino. Infatti, a p. 337 scriveva che: “Trovasi da qui un miglio ad Occidente alle falde della montagna della Cavallara, il già detto casale degli Eremiti, esposto a Tramontana ed in luogo dove da per tutto sono sorgive di acqua chiara. Donde così sia stato il luogo nominato, non è facile indovinare, ma forse fu detto, o perchè sul suo principio era solitario, e romito, siccome ancora oggi è poco abitato, o perchè fosse stato fondato, e tenuto da uomini liberi; chiamati Eremitani da Ottone Imperatore etc…”. Inoltre, per il cenobio basiliano di S. Cecilia, l’Antonini scriveva che “Fu questa Badia o fosse monistero fondato nel MXXII da un Longobardo chiamato Guaimario (2).”. L’Antonini, a p. 336, nella nota (2) postillava: “(2) Difficil cosa è a dire questo Guaimaro stato fosse, poichè di molti di cotal nome si trova da Camillo Pellegrino, e ne ‘Diplomi Cavensi’ fatta menzione, circa quegli anni. Uno fu figlio di Guaimaro Secondo, e di cui si parla nel CMLXXIV. in un precetto di Gisulfo I Principe di Salerno, ed in un altro di Pandolfo del CMLXXXI. Fuvvi l’altro Guaimaro figlio di Guaiferio, detto Imperato, e questo Guaiferio fu figlio del già detto Guaimaro II, e fratello del Principe Gisulfo, così come le riporta il citato ‘Pellegrino in Stemm. Princ. Long. Saler.’. Altri che pretendono la fondazione più recente, la vorrebbero fatta o da Guaimaro Conte di Capaccio, figlio di Gisulfo (spogliato del Principeto da Roberto il Guiscardo) che nel MXCIX si fece Monaco, o pur dell’altro figlio di Pandolfo, figlio dell’anzidetto Guaimaro, prima che si facesse Monaco, e similmente si fece benedettino nel MCXXXVII. Trovasi nel cap. 85 dell’Ostiense fatta menzione di un altro Guaimaro (creduto dall’Abbate della Noce essere il quarto di questo nome) che nell’anno MLI fu da’ suoi parenti ucciso, succedendogli il figlio Gisulfo II, ma niuno di costoro ha veduto l’istrumento della fondazione già accennato, che era del MXXII.. Nella II edizione della “La Lucania – Discorsi”, dell’Antonini ormai defunto e pubblicata dal nipote Mazzarella Farao nel 1795, il Mazzarella, a pp. 337-338, in proposito che: “Camminando verso Tramontana men d’un miglio, trovasi in un aprica collinetta, che verso Mezzogiorno guarda il porto di Palinuro, e le sottoposte campagne, un altro Monistero di Benedettini col titolo di S. Cecilia (I), oggi soppresso e ridotto in Commenda, il di cui Abate Commendatario gode molte esenzioni, e la prerogativa de Ponteficali. Fu questa Badia o fosse Monistero fondato nel MXXII da un Longobardo chiamato Guaimaro (2). Il suo Diploma in greco fu da me più volte veduto, quando non ancor aveva pensiero di scriver queste cose; ma cercato nel bisogno tanto da me, quanto da D. Francesco mio fratello, che ne era il Commendatario, chi lo teneva (che non merita esser nè pur nominato) disse, che non sapea cosa più ne fosse, essendo una carta vecchia. Il Fondatore donò al monistero tutti i terreni, che sono fra i due fiumicelli di S. Nazario, e l’altro, che cala dagli Eremiti.”. L’Antonini, anzi il Mazzarella Farao, nella II edizione, a pp. 337-338, nella nota (I) postillava che: “(I) Nella citata ‘Notizie delle Badie d’Italia del P. Lubin’ viene questa corrottamente chiamata: ‘Sanctae Ceciline de Cochulo’ (per dir di Cuccaro) ‘de qua vetus codex taxae Cameralis’.”. Il Mazzarella, a p. 337, nella nota (2) postillava che: “(2) Difficil cosa di questo Guaimaro stato fosse, poichè di molti di cotal nome si trova da ‘Camillo Pellegrino’, e nè Diplomi Cavensi fatta menzione circa quegli anni. Uno fu figlio di Guaimaro Secondo e di cui si parla nel CMLXXIV. in un precetto di Gisulfo I. Principe di Salerno, ed in un altro di Pandolfo nel CMLXXXI. Fuvvi l’altro Guaimaro figlio di Guaiferio, detto Imperato, e quello Guaiferio fu figlio del già detto Guaimaro II e fratello del Principe Gisulfo I, così come li riporta il citato Pellegrino in ‘Stemm. Princ. Langob. Salern. Altri che pretendono la fondazione più recente, la vorrebbero fatta, o da Guaimaro Conte di Capaccio, figlio di Gisulfo (spogliato del Principato da Roberto il Guiscardo) che nel MXCIX si fece Monaco, o pur dell’altro, figlio di Pandolfo, figlio dell’anzidetto Guaimaro, ma prima che si facesse Monaco e similmente si fece Benedettino nel MCXXXVII. Trovasi nel cap. 85 dall’Ostiense fatta menzione di un altro Guaimaro (creduto dall’Abate della Noce essere il quarto di questo nome) che nell’anno MLI. fu da’ suoi parenti ucciso, succedendogli il figlio Gisulfo II. ma niuno di costoro ha veduto l’Istromento della fondazione già accennato, che era del MXXII. (*) Per l’instancabili ricerche di D.F. M.F. si è appurato esservi due processi per la vertenza, una della Curia del Cappellano Maggiore, l’altro nell’Archivio dell’Arcivescovado di questa Dominante: il più antico è questo ultimo, e porta il titolo: ‘Processus Super Jurepatronato Abbatiarum SS. Pattanii, Nazzarii, & Cecilia de Terra Cuccari, Pro III D. Duce Montileonis utili Domino Terrae Cuccari & C.’ dal quale fol. 210 si rileva che ‘Dominus Robertus de Antolino, D. Rogerius Milogna, & D. Nicolaus de Vimio presbiteri greci viri idonei in dicta scientia prega bene docti & ut asserverunt coram & forma sunt Sufficrentiores aliis hominibus hujus provintiae principatus citra in dicta scriptura: qui quidem instrumentum seu privilegium per dictos Clericos suit coram nobis visum, lectum, declaratum de verbo ad verbum,  dictione ad dictionem susceptum, & bens divulgatum in vulgare eloquio, non vitiatum, non cancellatum, nec in aliqua sillabi vel dictione abrasum in carta pergamena literis & dictionibus grecis, scientie & lingue & c.’ furon questi dunque i dotti Interpreti, e cominciaron le lor versione così: ‘In nome de lo Patre, de lo Figlio, de lo Spirito Santo. In tempo lo magnifico Gaymaro de la Rotonda, lo quale signoriava Cuccaro, lo magnifico Gaymaro edifico, & creò lo Monasterio de S. Cecilia & c.’ e segue a dire quel che concede, ed indi una graziosa lunga scomunica del gusto di quei tempi contro chi avesse attentato contro quella sua pia disposizione &c.”.  Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “II. “Stato” di Cuccaro”, a p. 542 parlando del piccolo casale di “Castinatelli”, in proposito scriveva che: “La vicinanza con Cuccaro, oltre a confermare l’origine greco-bizantina di quel toponimo, ci rassicura su quella da ‘Kastanon’ (1) di Castinatelli, che occhieggia tuttora tra il folto di uno dei più bei boschi di castagni del territorio. E’ incerto perciò se il casale prescindesse alla fondazione della badia di S. Cecilia (a. 1022). Si ritiene (2) che esso sia sorto ad opera degli stessi abati, i cui successori (anche i commendatari) vantavano il diritto di esigere, da chiunque (“cittadini o coltivatori”) detenesse i terreni circostanti, la quinta parte “di tutti i frutti che vi nascono, purché non siano con altre condizioni concedute”. Ad evitare inutili ripetizioni si rinvia a quanto sul casale si è detto nella prima parte del volume e gli altri casali che facevano parte della “Terra di Cuccaro” (3). ……Il Giustiniani dice: “Inoggi è abitato da poche afflitte e sconsolate anime, addette solo al lavorio della terra, e si appartiene all’Abbadia di S. Cecilia” Badia che ai tempi del Volpi era retta dall’abate di “Castinatelli nella stessa Valle (di Novi) D. Nicola Giliberti di Cuccaro (….) Pronipote per sorella del famoso Dottore Pietro Fusco Regio Consigliero” (5).”. Ebner, a p. 542, nella nota ((2) postillava che: “(2) Antonini, cit., p. 308 “Non mi è riuscito sapere, se in quel tempo stesso, fosse fondato il luogo, chiamato Castinatelli mezzo miglio verso Tramontana, di ragione della stessa Badia. Ma vò credere, che abbia più tosto avuto suoi principi dagli Abati successori”. Ebner, a p. 542, nella nota (4) postillava che: “(4) Giustiniani, cit. I, Napoli, 1787, p. 377 sg. “Ella è una di quelle miserabili terricciuole che veggonsi disseminate per lo Cilento”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “II. “Stato” di Cuccaro”, a p. 545 parlando del piccolo casale di “EREMITI”, in proposito scriveva che: “Heremiti (li remiti), Eremiti etc…Università autonoma fino all’aggregazione a Futani etc…I circostanti toponimi confermano l’esistenza nel luogo di asceteri di monaci italo-greci. Anzi, forse proprio qui, meglio che altrove, è lecito supporre l’esistenza di una laura, anche perchè ancora nel secolo scorso la località continuava a essere nota dalla santa, S. Cecilia, che gli asceti veneravano nell’edicola che li vedeva riuniti nella preghiera (S. Cecilia degli Eremiti). L’Antonini (1) ubica il villaggio a “un miglio ad Occidente (di Castinatelli) alle falde della montagna della Cavallara (…) esposto a tramontana, ed in luogo dove per tutto sono sorgive di chiare acque”. Il Giustiniani (2) aggiunge che “vi passa un torrente, che si unisce con il fiume di Cuccaro chiamato Fiume Rosso, e coll’altro di Montano detto del Lampo che va a imboccarsi alla marina della Molpa”. Gli acquisti di terreni da parte di cittadini di Chieti, nel Principato e specialmente nell’ambito della baronia, si spiegano col fatto che vescovo di quella città era stato designato il dissoluto D. Alfonso, figlio bastardo di re Ferrante, il quale aveva ottenuto in dono dal padre la commenda delle badie di S. Giovanni a Piro e di S. Maria di Pattano. Etc…”. Sempre l’Ebner, a p. 547, in proposito scriveva che: “Abbazia di S. Cecilia. Non rientra nell’economia di questa indagine, la individuazione dei dati storici relativi alla penetrazione nel luogo del culto della fanciulla romana vissuta ai tempi di Urbano I ( 222-230). Secondo una pia leggenda (16), Cecilia avrebbe convertito la sera stessa delle nozze, lo sposo Valeriano che rispettò il suo voto di verginità cui si era segretamente consacrata. Sembra che sia stata decapitata assieme ai martiri Tiburzio, Valeriano e Massimo (17). Etc…”. Ebner, a p. 547, nella nota (17) postillava che: “(17) Del suo martirio manca ogni notizia nei documenti del III e IV secolo. Comunque, i suoi resti furono traslati da papa Pasquale I (IX secolo) nella basilica di S. Cecilia in Trastevere (ricognizione del 1595). Il cenno negli ‘Atti’ che il giorno delle nozze “mentre risuonava la musica Cecilia in cuor suo cantava la sua preghiera” originò il sentimento popolare che fece della santa la patrona dei musicisti. Festa il 22 novembre.”. Sul Diploma di fondazione “l’Istromento” di cui parla l’Antonini, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “II. “Stato” di Cuccaro”, a p. 545 parlando del piccolo casale di “EREMITI”, in proposito scriveva che: La intestazione della abbazia a S. Cecilia sembra documentata nell’atto di fondazione che l’Antonini (18) assicura di avere personalmente consultato nell’originale testo greco che non gli fu concesso di trascrivere. Nella seconda edizione de ‘La Lucania’, curata da F. Mazzarella Farao, una nota di quest’ultimo informa che la traduzione del documento originale (19) era contenuta negli atti di un processo relativo al diritto di patronato dell’abbazia, conservati nell’Archivio dell’Arcivescovado di Napoli. Le notizie fornite dall’annotatore sembrano troppo circostanziate perché se ne possa mettere in dubbio l’autenticità, a parte l’aribia di un grecista qual’era il Mazzarella.”. Ebner, a p. 547, nella nota (18) postillava che: “(18) Antonini, cit., p. 336”. Ebner, a p. 547, nella nota (19) postillava che: “(19) L’atto di fondazione riguarda il cenobio e fu tradotto da un collegio digrecisti napoletani scelti dal Tribunale ecclesiastico. “In nome de lo Padre, de lo Figli, de lo Spirito Santo. In tempo de magnifico Guaymario de la Rotonda lo quale signoriava Cuccaro. Io magnifico Guaymario edifico e creo lo Monasterio de S. Cecilia…..scritto da previte Nicola, lo figlio de previte Nocito, a li giorni 19 de Magio alli 3 giorni di Luna alle hore 9 alla età de 6700 anni indizione prima”. E cioè nel 1022.”. Ebner, a p. 548, continuando scriveva che: “Le notizie fornite dall’annotatore sembrano troppo circostanziate perché se ne possa mettere in dubbio l’autenticità, a parte l’acribia di un grecista qual’era il Mazzarella. Del documento originale quest’ultimo trascrive la sola invocazione divina, il titolo e la parte finale in una curiosa traduzione settecentesca riflettente troppo il singolare e conciso formulario dell’estensore greco.”. Infatti, nell’edizione del 1795 del Mazzarella Farao, a pp. 336-337, in proposito è scritto che: “Fu questa Badia o fosse Monistero fondato nel MXXII. da un Longobardo chiamato Guaimario (2). Il suo Diploma in greco etc..Il Fondatore donò al Monistero tutti i terreni, che sono fra i due fiumicelli di S. Nazario, e l’altro che cala dagli Eremiti.”. Il Farao, a pp. 336-337, nella nota (2) postillava: “(2)….(*) Per l’instancabili ricerche di D.F. M.F. si è appurato esservi due processi per la vertenza, una della Curia del Cappellano Maggiore, l’altro nell’Archivio dell’Arcivescovado di questa Dominante: il più antico è questo ultimo, e porta il titolo: ‘Processus Super Jurepatronato Abbatiarum SS. Pattanii, Nazzarii, & Cecilia de Terra Cuccari, Pro III D. Duce Montileonis utili Domino Terrae Cuccari & C.’ dal quale fol. 210 si rileva che ‘Dominus Robertus de Antolino, D. Rogerius Milogna, & D. Nicolaus de Vimio presbiteri greci viri idonei in dicta scientia prega bene docti & ut asserverunt coram & forma sunt Sufficrentiores aliis hominibus hujus provintiae principatus citra in dicta scriptura: qui quidem instrumentum seu privilegium per dictos Clericos suit coram nobis visum, lectum, declaratum de verbo ad verbum,  dictione ad dictionem susceptum, & bens divulgatum in vulgare eloquio, non vitiatum, non cancellatum, nec in aliqua sillabi vel dictione abrasum in carta pergamena literis & dictionibus grecis, scientie & lingue & c.’ furon questi dunque i dotti Interpreti, e cominciaron le lor versione così: ‘In nome de lo Patre, de lo Figlio, de lo Spirito Santo. In tempo lo magnifico Gaymaro de la Rotonda, lo quale signoriava Cuccaro, lo magnifico Gaymaro edifico, & creò lo Monasterio de S. Cecilia & c.’ e segue a dire quel che concede, ed indi una graziosa lunga scomunica del gusto di quei tempi contro chi avesse attentato contro quella sua pia disposizione &c….”. Vedi Antonini, nota (2) p. 337. Il Mazzarella Farao, nella seconda edizione della “Lucania”, a p. 337, nella nota (2) postillava che: “(2)….“I pubblici Notaj che si veggono aver assistito alla formazione di più carte di tal affare, come dal fol. 299. sono un tal Montelletto de Farao e Masello de Farao, e Francesco de Antolino che dal 1416 fino al 1482. testifican pure essere stato il dritto della nomina sull’Abbadia di S. Cecilia antico della casa de’ Sanseverini & c. si fa pure menzione di un tal magnifico Notar Gilberto come ‘Judice’, e vi si cita poscia lungo catalogo di nomi di Preti Greci assistenti a tale interpretazione, e lettura a certi illustri testimonj, fra qual Ettore Bruno Judice, Bartolomeo, e Luca Barbato, e ‘l Alberio Similia. Si rileva pure che l’Istrumento originale ‘greco già come si è detto, fu scritto da previte Nicola, lo figlio de previte Nocifero a li giorni 19. de Magio alli 3 giorni di Luna alle hore 9. a la età de 6700. anni indizione prima’: lo che è ripeuto nell’altro processo della Curia del Cappellano Maggiore del 1771, fol. 209. che ha per titolo ‘Pro illustre Principe Centulae Super Surreptus Abbatiarum S. Ceciliae, & S. Nazarii Terrae de Cuccari &c.’, nel quale si sono industriati gli attori di far vedere, che un tal Benefizio fu ne’ tempi antichi sempre in collazione Regia, per averlo sempre conferito, o di aver almeno nominato per Beneficiato i Padroni di Cuccaro pro tempore que’ che loro più fosser graditi: che prima del 1498 appartenendo detta Terra a Guglielmo Sanseverino Conte di Capaccio, ad Antonello Sanseverino, ed ai Principi di Rossano della famiglia Marzano, quando a costoro furon tolti i Feudi, come felloni del Re Federico d’Aragona, furono dati a Berlingieri Carafa, suo Maggiordomo, e Consigliere, coll’appressa clausola: “cum castris fortilitiis juribus patronatus ad Baronem spectantibus……Beneficiis insuper Cappellaniarum & juribus patronatus, si quae sunt in serris, & casalibus, & corum, discritibus ipsarum collationibus, & praesentationibus nobis, dictisque heredibus, & successoribus nostris in hoc Regno nostri Siciliae specialiter, & expresse reservatis’. Ci pote poscia mano la Corte di Roma al suo solito, circa il 1564, si vede fra gli altri Pio IV averne disposto a suo talento, cosa che ha durato fino ai giorni nostri, giacchè il famoso e dottissimo D. Nicola Giliberti morto nel 1771, in Napoli cogli onori dei Ponteficali, mitra, pastorale & c., fu l’ultimo Abbate di tal luogo, che fu dichiarato Episcopio ‘nullius’ che val quanto dire ‘Soggetto immediatamente alla Santa Sede. Or in morte del Gilberti trovò tal rappresaglia della Curia Romana delle opposizioni dalla parte de’ Duchi di Monteleone, e del Principe di Centola allora Pappacoda, specialmente per una denuncia d’un Prete Calabrese detto D. Antonio Carlucci nel 1772 per cui non si è più provveduta, tal Abbadia, e il Vescovo di Capaccio se la gode come Delegato nè ci tiene ch’ un miserabile Pretonzolo in figura di Parroco, colla rovina di tutte quelle rendite dissipate e lasciate usurpare al più forte e più destro occupante.”. Su questo documento del 1022, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154, in proposito scriveva che: “Nella vicina Eremiti vi era la nota abbazia di S. Cecilia del 1022. L’Antonini (I, p. 336) afferma di averne consultata l’originale pergamena di fondazione scritta in greco. Ai piedi della semidiruta facciata sono ancora visibili i grossi occhi di bue, attraverso i quali penetravano nella chiesa coloro che vi cercavano asilo.”. Sempre l’Ebner (…), a p. 154, vol. I, in proposito scriveva di una Platea dei beni riferendosi all’Abbazia di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva pure: Non meno importanti, anche sotto il profilo economico, come emerge da documenti recentemente editi (12), i monasteri di S. Pietro de “li Cusati” (odierno Licusati) e di S. Nicola di Bosco. La dimensione fondiaria del primo si desume da ua platea del 1613 che a sua volta si richiama a un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perché non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti nei verbali delle visite pastorali. L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (km. 5) etc…”. Pietro Ebner, a p. 154, nella nota (12) postillava che: “(12) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo’, “RSSR” 1980″. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 699 parlando del casale di “Castinatelli”, in proposito scriveva che: “Va segnalato che nella platea (1613) della propretà dell”Abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati), i beni dell’abbazia di S. Cecilia di Castinatelli (1) sono elencati alla voce S. Nazario: “bona stabilia et demanialia predictae Abbatiae sancti Nazarii (2) (….) venerabile Abbatia predetta è distante dal Casale S. Nazario circa un tratto di balestra” (3).”. Ebner, vol. II, a p. 699, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. nella mia Storia cit., p. 547 sgg. (S. Cecilia degli Eremiti).”. Ebner, a p. 699, nella nota (2) postillava: “(2) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia’, cit., p. 181 sgg.”. Ebner, a p. 699, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. quanto ho detto alla voce S. Nazario sui beni dell’abbazia”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg. Inoltre va segnalato che i “bona et stabilia et demanialia” dell’abbazia di “S. Cecilia degli Eremiti” di Castinatelli sono elencati in una platea (1613) dell’abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati) proprio nel comprensorio di S. Nazario (“predictae Abbatiae Sancti Nazarii”), la quale, per la Commissione designata per la compilazione della platea, era descritta “distante dal Casale di S. Nazario circa un tratto di Balestra”. Beni costituiti da tomola 178.7 di seminativi; 417.7 di arborati; 104 di improduttivi; 35.2 di vigneti; 18.6 di orti; 283.4 di boschi; n. 4 difese e altri terreni improduttivi. Alle notizie sulla chiesa del villaggio va aggiunto quanto scrisse di essa mons. Siciliani nella sua relazione ad limina nel 1867. Etc…”. Ebner, a p. 533, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. il saggio di pd G. Giovannelli, Il monastero di S. Nazario, “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, Roma, 1949.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Il feudo fu poi venduto nel 1496 da Ferdinando II a Giovanna d’Afflitto. S. Biase, con altri casali tra cui S. Nazario, fu concesso (N Q f 169) da re Ferrante nel 1463 al genero Antonio Piccolomini di Aragona, duca di Amalfi. Cuccaro posseduto nel 1445 da Francesco Sanseverino era poi passato a Barnaba Sanseverino etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154 riferendosi al monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (km. 5) etc…”. Dunque Ebner scriveva che il monastero di S. Pietro di Licusati aveva la giurisdizione spirituale, cioè alcuni monasteri dipendevano da esso, di alcuni monasteri del basso Cilento, tra cui quello di S. Nazario. Pietro Ebner (…), a p. 154, vol. I, in proposito scriveva di una Platea dei beni riferendosi all’Abbazia di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva pure: Non meno importanti, anche sotto il profilo economico, come emerge da documenti recentemente editi (12), i monasteri di S. Pietro de “li Cusati” (odierno Licusati) e di S. Nicola di Bosco. La dimensione fondiaria del primo si desume da ua platea del 1613 che a sua volta si richiama a un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perché non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti nei verbali delle visite pastorali.”. Ebner, vol. I, a p. 154, nella nota (12) postillava della Platea dei beni del 1613: “(12) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo’, “RSSR” 1980″. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 699 parlando del casale di “Castinatelli”, in proposito scriveva che: “Va segnalato che nella platea (1613) della propretà dell”Abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati), i beni dell’abbazia di S. Cecilia di Castinatelli (1) sono elencati alla voce S. Nazario: “bona stabilia et demanialia predictae Abbatiae sancti Nazarii (2) (….) venerabile Abbatia predetta è distante dal Casale S. Nazario circa un tratto di balestra” (3).”. Dunque, secondo l’Ebner, nel 1613, nella Platea dei beni del monastero di S. Pietro di Licusati, alla voce alla voce S. Nazario: “bona stabilia et demanialia predictae Abbatiae sancti Nazarii (2) (….) venerabile Abbatia predetta è distante dal Casale S. Nazario etc…” (3).”, sono elencati i beni dell’Abbazia di S. Cecilia di Castinatelli, che si trovava circa un tratto di balestra” (3).”, ovvero questi due monasteri erano molto vicini. Ebner, vol. II, a p. 699, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. nella mia Storia cit., p. 547 sgg. (S. Cecilia degli Eremiti).”. Ebner, a p. 699, nella nota (2) postillava: “(2) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia’, cit., p. 181 sgg.”. Ebner, a p. 699, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. quanto ho detto alla voce S. Nazario sui beni dell’abbazia”. Sul viaggio di Nicola di Rossano e sul cenobio di Eremiti di Castinatelli, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss. continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: Compiuta infine l’ampia curva del golfo il viaggiatore si avvia di nuovo per strade interne sul fianco orientale di monte Bulgheria nel complicato sistema montuoso che caratterizza questa parte del Cilento. E penetra così gradatamente in paese del tutto longobardo ma pure frequentatissimo di eremi e di cenobi bizantini e che fra vari toponimi di derivazione greca medioevale (35) conserva quelli assai interessanti della località E r e m i t i e del monte dei M o n a c i. Finalmente risale tra quesceti e lecci un piccolo affluente di destra del fiume Lambro fin poco sotto le sue sorgenti che scaturiscono proprio dalle due località ricordate: la prima delle quali nel suo nome fa rivivere ancora la comune denominazione medioevale dei monaci di rito bizantino (36). Ivi in prossimità di altri asceteri, Nicola trova il desiderato cenobio di S. Nazario dove, spossato dal viaggio, è amorosamente accolto dall’abate e dagli altri fratelli (37). Etc..”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (35) postillava che: “(35) D. Martire, op. cit., I, pp. 150-51; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, pp. 102-3; C. Korolewskjj, op. cit., col. 1199; L. Mattei-Cerasoli, Una bolla di Gregorio VII per la Badia di Cava, in “Studi Gregoriani”, Roma, 1947, I, p. 185;  Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 41; G. Rolphs, Mundarten und Griechentum der Cilento, in “Zeitschrift fur romanische Philologie”, LVII, (1937), pp. 421 ss.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (36) postillava che: “(36) C. Korolewskjj, op. cit., col. 1183”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (37) postillava che: “(37) Vita di S. Nilo, cit., pp. 12 e s.”.

Nel 1027, Guaimario IV (V), Principe Longobardo di Salerno

Da Wikipedia si legge che il primo matrimonio di Guaimario II suscita molto interesse soprattutto perché da questa unione sarebbe nato un figlio, chiamato anch’egli Guaimario. Proprio all’esistenza di questo figlio si deve il fatto che la successione dei principi di nome Guaimario sia stata rinumerata: in base a questa revisione degli ordinali, Guaimario III sarebbe Guaimario IV e Guaimario IV diventerebbe Guaimario V. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 87, nella sua nota (6) postillava in proposito che: “(6) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per gli storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. Carucci A., Opulenta Salernum, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”. Guaimario IV, spesso indicato come Guaimario V, fu principe di Salerno dal 1027 e di Capua (1038-1047), duca di Amalfi (dal 1039), Gaeta (1040-1041) e Sorrento dal 1040 e duca di Puglia e Calabria dal 1043 al 1047. Fu una figura di primo piano dei Longobardi, nella fase storica a cavallo fra la fine del dominio bizantino nel Mezzogiorno e l’ascesa della potenza normanna. Guaimario di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario III di Salerno e di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento. Amato di Montecassino, scrisse di lui: « …più coraggioso di suo padre, più generoso e più cortese; in effetti egli possedeva tutte le qualità che un laico dovrebbe avere – eccetto un’eccessiva passione per le donne». Il fratellastro maggiore di Guaimario, Giovanni (III), figlio di Porpora di Tabellaria, fu co-reggente insieme al padre dal 1015 al 1018, anno della sua morte. A questo punto la co-reggenza fu affidata a Guaimario, che nel marzo del 1027, all’età di quattordici anni, successe al padre sul trono di Salerno, probabilmente sotto la reggenza della madre. Fin dall’inizio del suo regno si impegnò nel tentativo di estendere il proprio controllo su tutto il meridione d’Italia, perseguendo un obiettivo che era già dei suoi predecessori. Guaimario di Salerno fu ben presto in stretti legami con la famiglia normanna degli Altavilla che si stava affermando nell’Italia meridionale al fianco dei connazionali Drengot Quarrel. Guaimario di Salerno nel settembre 1042 a Melfi approvò l’elezione a conte di Puglia di Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro, ed ottenne in cambio l’acclamazione a Duca di Puglia e Calabria (all’inizio del 1043), in aperta opposizione alle rivendicazioni bizantine. L’unificazione delle due famiglie normanne, Altavilla e Drengot, fu motivo di forza, perché esse si basavano concretamente sui possedimenti di Aversa e di Melfi. Guaimario offrì il riconoscimento ufficiale delle conquiste: alla fine dell’anno con lo stesso Rainulfo e con Guglielmo, si recarono a Melfi e riunirono un’assemblea dei baroni Longobardi e Normanni, che terminò al principio dell’anno successivo (1043). Il principe Guaimario IV, nella prima metà degli anni 1000, annesse anche Amalfi, Sorrento, Gaeta ed il Ducato di Puglia e Calabria, cominciando così ad accarezzare il sogno di riunire tutta l’Italia meridionale. Opulenta Salernum fu la dizione coniata sulle monete che erano battute dalla città per i suoi traffici nel X e XI secolo, a testimoniare il momento di particolare splendore. In questo periodo la Scuola Medica Salernitana raggiunse la sua massima fama in tutta l’Europa. Infatti la Scuola Medica Salernitana è stata la prima e più importante istituzione medica d’Europa nel Medioevo (XI secolo). Come tale è considerata da molti come l’antesignana delle moderne università. Guimario V (o IV), aveva un fratello Guido di Sorrento e Conte di Conza, che era lo zio del Guido di Policastro di cui parlerò. Guaimario V, ebbe anche figli maschi: Gisulfo (che ereditò il Principato col titolo di Gisulfo II e Guido (il Guido Conte di Policastro) e Landulfo. La ricostruzione storica dei fatti e di alcuni episodi che hanno determinato o contribuito alla caduta del vecchio gastaldato longobardo “bricia” e di Gisulfo II, ultimo dei principi del Principato Longobardo di Salerno, come ad esempio la caduta della vasta contea Longobarda di Policastro, prima, e poi di Salerno, conquistato dal normanno Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, può essere affidato a pochi documenti storici dell’epoca e alla cronaca scritta da Amato di Montecassino (…), un cronista dell’epoca, che nella sua chronica ‘Storia dè Normanni’, scriveva del conte Guido “così morì la luce di tutti i Longobardi”. Michele Schipa (…), nel 1887, non cita esplicitamente l’episodio di S. Bartolomeo che si recò a Salerno dal principe Guaimario, ma parla di Atenolfo di Aquino, Duca di Gaeta, e del matimonio di Pandolfo con Teodora. Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Michelangelo Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), in proposito scriveva che: “Un corpo d’esercito intanto, spedito da Guaimario contro Gaeta, assalito da Atenolfo e in prima sbaragliato, riuscì poi ad imprigionarlo e lo consegnò incatenato al Principe. Ma Rodolfo, unitosi con Pandolfo, occuparono insieme il castello di S. Pietro di Montecassino, facendo prigioniera una sorella del conte di Teano, d’una famiglia per cui l’affettuosa riconoscenza di Guaimario era pari all’odio mortale di Pandolfo. Avuta questi (Pandolfo), in suo potere la prigioniera, non si piegò a scambiarla, come ne fu richiesto da Guaimario, col conte d’Aquino, suo genero; il quale sapendosi posposto ad una femmina, ne arse di sdegno e giurò di vendicarsi. Chiesta pertanto la sua liberazione a Guaimario, offrendoglisi vassallo fedele e difensore della badia, accolta con gioia l’offerta e rilasciato, Atenolfo ebbe da Richerio solennemente affidata la difesa di monastero.; e, accozzato un esercito, assalì il suocero a Perticelle, costringendolo a sgombrare dai possessi dei monaci. Da Guaimario investito quindi del ducato di Gaeta, gli prestò il giuramento di vassallaggio.”, dunque, dopo diversi avvenimenti che videro il culmine della potenza di “Guaimario V, Principe di Salerno e di Capua, sovrano delle contee normanne di Aversa e di Puglia, dei ducati di Amalfi, Sorrento e Gaeta, riverito dai conti dei Marsi e di Sangro e non più osteggiato da Pandolfo, ridotto all’impotenza. Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”.

Nel 1033, le chiese (“Ecclesiam”) “Obedientiae” (ovvero le dipendenze), nelle nostre terre

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 scriveva che: “Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Sulla citazione dell’Antonini, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio etc…”, a p. 48, nella nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucani, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciolo Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae'”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, l’Antonini parlava di queste chiese (“Ecclesiam”) “Obedientiae”, come ad esempio la “Ecclesiam Obedientia Sanctae Caterina“, così chiamata, secondo l’Antonini, in una carta del 1033. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario e del casale di Cuccaro, in proposito scriveva che: “Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, ecc…….queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero. Notizia, che ci lasciò ‘Pietro Diacono’ nel cap. 101 ‘Dehinc omnes Obedientae Campaneam, Picenum, Sampinium, Lucaniam, atque, Oalabriam captae, atque a jure Coenobii Cassinensis subducatae sunt’; e questo cadde appunto, essendo Abbate Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”. L’Antonini scriveva che, i monasteri, presumo italo-greci, detti “Obedientiae”, come ad esempio la chiesa “o sia Obedientia” di S. Sossio, presso la Molpa, “veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”, che: “queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero”. Scrive sempre l’Antonini che questa notizia è tratta da Pietro Diacono (….), un Abate del Monastero benedettino di Montecassino, e che secondo questo abate accadde che: “Allora tutte le Obbedienze, Campania, Picenum, Sampinius, Lucania ed Oalabria, furono catturate, e furono ricondotte dalla destra del monastero di Cassino”, ovvero che tutti i monasteri italo-greci furono ricondotti alla regola di Montecassino, ovvero alla regola Benedettina, ciò accadde all’epoca dell’Abbate di Montecassino “Sonioretto” che governò l’Abbazia benedettina dal 1127 al 1137. Nella cronostassi degli Abati Cassinensi effettivamente si trova un abate “Sonioretto” che resse l’abazia benedettina dal 1127 al 1137. Pietro Diacono fu un cronista dell’epoca in quanto fu Abate di Montecassino dal 1168 al 1170. In quel periodo Pietro Diacono scrisse diverse cronache del tempo da cui traiamo interessanti notizie. Ritornando alle chiese “Obedientiae”, l’Antonini a p. 343, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Eran questi luoghi chiamati tal volta ‘Obedientiae’, e talvolta ‘Cellae’. In una concessione, che l’Imperador Errico VI. fa ad Odorisio, Abate di S. Giovanni in Venere, sono chiamate ‘Obedientiam S. Martini de Thermulis cum Cellis suis, Obedientiam S. Petri Guastiaimonis cum Cellis suis’. Negli ‘Atti di S. Pietro Pappacarbone’ sono generalmente dette ‘Obedientiae’, e così in tutte le scritture di quei tempi. Vedine l’Abate della Noce’ nelle ‘Note della Cronaca Cassinense’ num. 101. 136. 325. 328. 511. 512., e ‘l confermato ‘Mabillon’ negli ‘Atti de’ Santi Benedettini’, e il Signor ‘Dusresne’ nel suo ‘Glossario’, le di cui parole sono: ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”.

Antonini, p. 342

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 334-335, quando parlando del monastero di S. Nazario e del monastero, riferendosi all’“Autore Greco”, nella “Vita” di S. Nilo (….), in proposito scriveva che: “Quest’autorità mi fa credere, o che essendo quì prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche Cella chimata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, nè dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Anzi dalla stessa ‘Vita’ apparisce, che di là a non molto tempo andossene a star in Montecassino, ed indi per quindeci anni nel Monistero di Valleluce, anche Benedettino verso l’anno 980. essendo Aligerno Abate di Montecassino, onde assolutamente converrà credere, che i Monaci di queste due Religioni, con buona licenza dè loro superiori, potessero andare scambievolmente a dimorare nè Monisterij dell’altra, tanto più volentieri, quanto che la Regola di S. Benedetto (come dice il ‘Mobillon’ nel tom. I, lib. II degli Annali) fu presa da quella di S. Basilio. Ma ci toglie d’ogni impaccio un luogo di ‘Gregorio di Tours’ nel ib. 10 c. 29 dove ragionando del Monistero Atenense, volgarmente detto ‘Asaint Yzier’, ch’era Benedettino, dice: “Ubi non modo Cassiani, verum etiam Basilii, et reliquorum Abbatum, qui Monasticam vitam instituerunt, regulae celebrantur”. Si aggiugne per conferma di tutto ciò il fatto che Eustasio, successore di S. Colombano ecc…”. Sulle chiese “Obedientiae”, ossia “dipendenze” ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”.

Nel 1033, il monastero benedettino e la chiesa dal titolo “Obedientia Sanctae Catarinae'” in località “Pantana” a Caprioli apparteneva alla Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 scriveva che: “Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Dunque, il barone Giuseppe Antonini parlando di Pisciotta cita un documento dell’anno 1033. Da dove provenisse la notizia citata dall’Antonini non ci è dato sapere. Antonini cita due notizie. La prima è quella di un documento dell’anno 1033 e l’altra è quella di una chiesa “Obedientia” di S. Caterina che viene citata nel documento del 1033. L’Antonini introduce la notizia del documento del 1033 e della chiesa di S. Caterina citando l’autore di una Relazione redatta dal notaio Giovanni Antonio Ferrigno, originario di Pisciotta. Infatti, sempre a p. 330, l’Antonini scriveva che: “Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. . Dunque, l’Antonini scriveva che l’area di Caprioli e di Pisciotta, un tempo apparteneva alla città di Molpa che, secondo una cronaca del tempo pare sia scomparsa definitivamente a causa dell’incursione barbaresca dell’11 giugno 1464. Di questa incursione e dei territori interessati ne parla la Relazione del notaio Ferrigno. L’Antonini, a pp. 330-331, nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Su questa relazione e le notizie storiche in essa contenuta ho parlato in un altro mio scritto. Sull’antico documento del 1033, ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti. In località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare) vi era un tempo (a. 1033) un piccolo monastero con la chiesa di S. Caterina (S. Caterina santa greca) nota come “obedientia Sanctae Caterinae”. Riguardo la relazione del Ferrigno o Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Dunque, secondo la Relazione del notaio Giovanni Antonio Ferrigno (….), originario di Pisciotta, citato dall’Antonini, un documento dell’anno 1033 menzionava la “Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”, che si trovava alla Molpa “in località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare)”, che Ebner chiama “La Panta”. La chiesa ed il piccolo Monastero di Benedettini si trovava non molto distante e nel territorio della Molpa che, fino all’anno della sua completa distruzione, 1464, esisteva come piccolo casale e possedeva anche la terra di Pisciotta. Sul titolo alla chiesa dedicata a Santa Caterina, Ebner, a p. 172, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, nel caso dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. Ebner, riguardo questo documento del 1033 citato dall’Antonini, in proposito nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, ecc…”. Ebner parlando dell’antico Monastero di Benedettini e della sua chiesa dedicata a S. Caterina, in proposito scriveva che: “dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. La chiesa che, secondo l’Antonini veniva citata in un documento del 1033 è una “Ecclesiam Obedientiae”.  Sulla località detta “La Pantana”, presso la Molpa dirò in seguito. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola”, a p. 48, dove riferendosi alla carta d’epoca Aragonese da me scoperta e conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, in proposito scriveva che: “….approssimativamente, che la riva interna dell’antica laguna. Di questa restano oggi solo le tracce toponomastiche nei nomi delle contrade Pantano, Lacci e Lago, evidenti derivazioni dal latino ‘lacus’ (70), nonchè nel toponimo, ancor più esplicito, di “Mare Morto”. Dopo il “Promontorio Pissunto”, la carta evidenzia “Pissunta” ecc…”. Il Barra, a p. 48, nella sua nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucania, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio e mezzo dal mar lontano, era un picciol monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del 1033 ‘Obedientia Sanctae Caterina’”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, secondo il Barra, la chiesa di S. Caterina (che in una donazione del 1033 era chiamata “Obedientia Sancti Caterina”) ed il “picciol monistero di Benedettini” (come lo chiama l’Antonini), secondo Francesco Barra (…..) doveva essere “forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”, ovvero doveva essere dipendente della vicina Abbazia Benedettina di S. Mauro (oggi un casale detto San Mauro La Bruca). Su Wikipedia leggiamo che Caprioli si trova sulla costa tirrenica, lungo la SS 447. Caprioli è una frazione del comune di Pisciotta, in provincia di Salerno. Dista circa 5 km da Pisciotta e da Palinuro. Il paese è composto dalle contrade di “Valle di Marco” (dov’è la stazione e il celebre Cenotafio di Palinuro, Caprioli “C”, “Fornace” (sempre sul litorale), “Santa Caterina” (in collina, sulla provinciale per San Mauro la Bruca e Futani), “Villa Verde” (dove si può ammirare il golfo di Palinuro) e “Pedali”, dove si trova una sorgente d’acqua. Perchè il Barra mette in relazione il vicino S. Mauro la Bruca con la chiesa di S. Caterina che si trova nella vicina Caprioli ?.  Recentemente Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, ci parla di questo documento citato dall’Antonini e a p. 18 parlando di Caprioli, in proposito scriveva che: “Una terza teoria, infine, è quella che ipotizza la presenza in loco di un antico cenobio basiliano, di cui tuttavia, non sono state rinvenute tracce materiali.”. La Ottati, a p. 23, in proposito scriveva che: “L’attuale chiesa parrocchiale di Caprioli è dedicata a S. Caterina di Alessandria (d’Egitto). Il culto è presente in zona almeno dal VII-VIII secolo, se è vera, come crediamo, l’ipotesi che sia stato portato qui dai monaci bizantini. Ma la prima attestazione la troviamo in un non ben chiaro documento del 1033 e, dopo secoli, in un vicino centro abitato – San Mauro la Bruca – compare per la prima volta una sua immagine, dipinta nel succorpo della chiesa di Sant’Eufemia, che era stata eretta verso la fine del XV secolo dai Cavalieri di Malta (titolari del feudo fin dalla seconda metà del XIII secolo (10) e consacrata nel 1511. La santa è raffigurante nell’affresco (11) del presbiterio ai piedi della croce, in posizione preminente rispetto a quelli laterali che ritraggono momenti del martirio di S. Eufemia.”. La Ottati, a p. 23, nella sua nota (10) postillava che: “(10) A. Pellettieri, Le città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio, Ed. Altrimedia, Roma, 2007”. Sull’Abbazia di San Mauro Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro La Bruca, a pp. 566-567, in proposito scriveva che: “Nessun documento, finora, però, mostra la sicura esistenza di un cenobio in quel luogo e in quei tempi, specialmente se si esclude che il toponimo in parola possa identificarsi nell’omonimo complesso monastico di cui si legge nella donazione all’abbazia cavense del signore di Novi nel 1104, confermata da un successore nel 1186. Nel qual caso cadrebbe anche l’altra interessante ipotesi tendente a vedere appunto in questo di S. Mauro il “vicino” cenobio che l’egùmeno di S. Nazario avrebbe voluto affidare (Bios, 26) a S. Nilo “subito dopo averlo consacrato a Dio con la confessione”……Arminia Carrafa, figlia di Giacomo. Quest’ultimo, in occasione del matrimonio della figliuola le promise come dote i casali di S. Severino di Camerota, S. Mauro e S. Martino (10). Feudi e giurisdizioni di cui fu investito alla morte del padre Ferrante il figliuolo Arminio (a. 1533). Nei repertori (11) è notizia della permuta intervenuta nel 1570 tra il duca di Monteleone e il suo segretario G. Battista Farao di S. Mauro con Abatemarco (v.)(12). Non meno interessanti le notizie dei Cedolari (13) ecc… La Platea dei Celestini di Novi (n. 41) ci informa della vendita avvenuta nel 1353 da parte di Notare Lotterio e di notare Nicola di S. Mauro di ua chiusa di quel casale “ubi dicitur Maurogentilio”, mentre il polittico di S. Barbara di un tel “magister Franciscus de Santo Mauro”. L’Antonini (p. 333) nel confermare l’appartenenza di S. Mauro la Bruca all’Ordine di Malta, così affermava: “Lontano dal corso di questo fiume (Melpi e Rubicante) sulla dritta due miglia, e quattro da Pisciotta, su di un’ennesima collina, trovasi S. Mauro della Bruca, chiamato così a differenza d’altri, che vi sono di questo stesso nome. Appartiene la Terra con Rodio alla Religion di Malta ecc…”. Sempre Ebner a p. 569 scriveva che: “L’11 giugno del 1679 Domenico Tomeo di Castinatelli estinse un debito contratto con il parroco Giacomo Rocca della chiesa di S. Eufemia di S. Mauro “cappelle Sancti Nicolai sitae in territorium feudi Molpae in loco non cupato S. Nicola”. Ebner, a p. 567 cita il Volpi (….) a p. 211. Ebner scriveva  “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia dei Vescovi de Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, del 1770, che forniva la notizia a p. 211 dell’appartenenza di S. Mauro e di Rodio al Sovrano Ordine di Malta, già Ordine dei Giovanniti. Ma forse S. Mauro non ha attinenza, come invece sostiene il Barra (…), in quanto recentemente la studiosa Germana Ottati ci parla della vicina Caprioli. La Ottati, a p. 24, in proposito aggiungeva che: “Si potrebbe dunque arguire che il culto della santa sia giunto a Caprioli per merito dei Cavalieri di Malta, titolari del limitrofo feudo di San Mauro la Bruca e Rodio. In realtà queste contingenze vanno considerate in confluenza di altri elementi più antichi che ci rimandano ai monaci basiliani.”. Su questa chiesa “Obedientia”, ossia “dipendenza” di S. Caterina ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Ecc... Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. Sull’antico documento del 1033, citato dall’Antonini, la Ottati, a p. 26 e sgg., aggiunge che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. La Ottati a p. 26 scriveva pure che: “Se prendiamo in considerazione la data del 1033 unitamente agli elementi connessi riportati dall’Antonini, e li interpretiamo alla luce di quanto accennato sopra, allora possiamo arguire che la grancia fu legata alla badia di San Pietro di Licusati fin dal primo costituirsi di questa come struttura monastica preminente, indubbiamente grazie alla generosa quanto interessata politica condotta dai principi longobardi di Salerno.”. Sempre la Ottati, a p. 29, riferendosi all’Abbazia di San Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “….Cilento e alla Molpa. Nell’ambito di quest’ultimo territorio rientrava la chiesa di Santa Caterina con le sue pertinenze, che indirettamente troviamo documentata per la prima volta nella citata platea del 1480 (23) e che seguì le sorti dell’antico cenobio.”. La Ottati, a p. 29, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner Pietro, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, in Studi sul Cilento, op. cit., Vol. II, pp. 217-33.”. Infatti, Pietro Ebner scoprì nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania una platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Ottati, a p. 29 scriveva che: “Che cosa era accaduto per cui questo si preoccupò di redigere un inventario di tutti i suoi beni? L’avvenimento più prossimo degli anni precedenti, era stata la distruzione di Molpa, l’antica città che sorgeva sull’omonima collina attigua al Capo Palinuro, tra le foci del Lambro e del Mingardo, che cadde l’11 giugno 1464.”. La Ottati, a p. 30 scriveva pure che: “La badia allora, anche in considerazione delle facili usurpzioni che i signorotti locali usavano fare ai danni dei beni eccllesiastici in simili contingenze, nel 1480 fece redigere l’inventario, una platea (“confecta in anno 1480”)(26) dei beni i quali sono per lo più gli stessi che saranno riportati nella successiva del 1613, nella quale la prima è richiamata più volte. E, nello specifico, apprendiamo dell’esistenza di una chiesa di S. Caterina, ‘grancia’ (dipendenza) della badia di San Pietro di Licusati, che nel 1480 possedeva gli stessi beni che avrà ancora nel 1613: in questa platea, infatti, è chiaramente riportato: “Beni che possiede la venerabile abbazia di San Pietro di Licusati nella Terra della Molpa, lì dove è denominato Santa Caterina (come risulta dal vecchio inventario) al foglio 148, e sono nello specifico: anzitutto una Cappella chiamata S. Caterina quale è grancia di detta Abbazia, quale tiene un territorio che confina con li sottoscritti fini, videlicet, confina con il fiume detto di S. Caterina, con la cima di Monti detti la Pietra del Corvo con il Territorio della Molpa detto lo tenimento della Fustella, con il loco detto la Battaglia, confina con l’Ayra di Spirito con la via pubblica et va al casale olim detto Buragano e si congiunge con detto fiume di S. Caterina, fra li quali confini stanno situati li detti beni redditizi a detta Abbazia dagli homini di Pisciotta et altri (27).”. La Ottati, a p. 30, nella sua nota (26) postillava che: “(26) P. Ebner, Dimensione fondiaria, op. cit., p. 217.”.  La Ottati, a p. 30 prosegue il suo racconto analizzando i toponimi citati nella Platea del 1613 pubblicata da Ebner e cita anche la mappa Aragonese da me scoperta presso l’Archivio di Stato di Napoli.

NEL 1034, PANDOLFO DI CAPACCIO, figlio di Guaimario III, fratello di Guaimario IV e fratellastro di Giovanni III e, sua moglie Teodora di Tuscolo

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo o Paldolfo (… – giugno 1052) è stato un nobile longobardo, primo signore (dominus) di Capaccio nel Principato di Salerno. Pandolfo era il figlio più giovane del principe Guaimario III di Salerno e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Nacque negli anni 1010. La morte del suo fratellastro maggiore, il principe Giovanni (III), nel 1018 gli permise di ereditare la signoria di Capaccio. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III. Pandolfo era figlio del principe Guaimario III di Salerno e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Di sua madre “Gaitelgrima” su Wikipedia leggiamo che Gaitelgrima di Benevento (nota anche come Gaitelgrima di Capua) (… – post 1027) è stata una principessa longobarda. Figlia di Pandolfo II di Capua e sorella di Pandolfo IV, fu la seconda moglie di Guaimario III di Salerno. Quattro i figli della coppia di cui si conserva memoria: Guaimario, successore del padre; Guido, poi duca di Sorrento; Pandolfo, signore di Capaccio; Gaitelgrima (o Altrude), moglie prima di Drogone e poi di Umfredo d’Altavilla. Dunque, l’Ebner, sebbene non vi fosse memoria di un figlio di Guaimario III chiamato Mansone, può essere che egli si riferisca ad un fratellastro di Pandolfo, cioè un figlio della prima moglie di Guaimario III di Salerno o della madre Gaitelgrima di Capua. Il principe Guaimario III di Salerno, però aveva avuto dalla sua prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), anche altri figli, tra cui il principe Giovanni III di Salerno a cui Guaimario III associò il trono nel 1015. Dunque, è plausibile ciò che scriveva Ebner quando affermava che “il conte Mansone” fosse un fratello di Pandolfo. Cerchiamo di capirne di più sulla prima moglie di Guaimario III di Salerno, Porpora di Tabellaria. in un blog tratto dalla rete leggiamo che Porpora di Tabellaria era figlia di Landolfo, conte di Tabellaria e Aldara di San Massimo, contessa di Teano. Si legge che era madre di Giovanni III, principe di Salerno. Dunque, è probabile che il conte MANSONE sia stato un fratello di Giovanni III di Salerno e fratellastro di Pandolfo di Capaccio. Era il periodo in cui arrivarono i primi Normanni di Melo di Bari. In un sito leggiamo che Porpora di Tabellaria o Porpora di Amalfi nacque ad Amalfi nel 964 da Leone di Amalfi. Leone di Amalfi nacque nel 930. Porpora sposò Alfano conte di Tabellaria. Alfano nacque ad Amalfi nel 962. Ebbero un figlio maschio Laidolfo di Tabellaria. Porpora morì nel 1044, all’età di 80 anni. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, dove a p. 133, in proposito alla “Contea di Capaccio”, in proposito scriveva che: “La contea di Capaccio, coesisteva nello stesso ambito territoriale della ciroscrizione di Lucania, quale si era venuta a configurare dopo la divisione del 1034, in modo che la città di Capaccio era contemporaneamente sede di questa circoscrizione – retta da un Gastaldo, funzionario della curia del Principe – e sede della contea, quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2).. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata assieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….Ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I).”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota 82) postillava che: “(2) Vedi, n. 1, p. 116.”. Infatti, il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”. Il Cantalupo, a p. 116, parlando della congiura di Palazzo che portò all’uccisione di Guaimario V, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca,………Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; etc…”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), ecc..”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria De Blasio (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice.

Nel 1035, TANCREDI D’ALTAVILLA (d’HAUTEVILLE)

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi di Hauteville (Coutances, 980-990 circa – Hauteville-la-Guichard, 1041 circa) è il primo membro del Casato degli Altavilla del quale ci sono fonti documentali che ne attestino l’esistenza. La sua famiglia, gli Altavilla, secondo una tradizione tardiva, era originaria di Hialtus Villa (forse l’odierna Hauteville-la-Guichard) fondata da Hiallt, un signore norreno attivo attorno al 920. Tancredi risiedeva alla corte del suo signore, il duca Riccardo I di Normandia, come era abitudine di quei tempi. La sua importanza storica è legata ai discendenti avuti dalle due mogli (entrambe figlie non riconosciute di Riccardo I di Normandia, secondo un mito non documentato del XVI secolo), Muriella e Fresenda. Ebbe almeno dodici figli maschi, molti dei quali divennero determinanti nelle vicende politiche del Mezzogiorno d’Italia. Nel 1010 circa sposò Muriella, da cui ebbe cinque maschi e una femmina. In particolare furono i tre figli: Guglielmo, detto “braccio di ferro” divenne conte di Puglia, morto nel 1046; Drogone, conte di Puglia morto nel 1051; Umfredo, conte di Puglia morto nel 1057. Nel 1025 Muriella morì e Tancredi sposò in seconde nozze Fresenda (sorella di Muriella), che gli diede sette maschi (forse otto) e quattro femmine. In particolare ebbero i tre figli Roberto il Guiscardo, conte, poi duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, morto nel 1085; Guglielmo, conte di varie terre nel Principato di Salerno, morto nel 1080; Ruggero, detto il Gran Conte, conte di Sicilia e Calabria, morto nel 1101; Fredesenda; sposò dopo il 1045, Riccardo Drengot, conte normanno d’Aversa (1049) e principe di Capua (1058), di cui in seguito vedremo le gesta. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: Intorno all’anno Mille i primi Normanni – secondo il cronista Leone Ostiense (32), approdarono a Salerno. Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 111 e ssg., in proposito ai Normanni scriveva che: Tennero difatti la parola ed a varie riprese molti normanni vennero in Italia. Nel 1035 una forte schiera di essi, guidata da Tancredi d’Altavilla, giunse a Salerno e si pose al servizio del principe Guaimario IV, che era succeduto a suo padre, e lo aiutarono a conquistare i Ducati di Sorrento e di Amalfi. Avendo di poi essi preso parte ad una spedizione intrapresa dall’imperatore d’Oriente nel 1038 per liberare la Sicilia dai Saraceni, contribuirono grandemente alla presa di Messina e ad una vittoria contro gli infedeli presso Siracusa. Però venuti in dissenso coi Greci, da cui si vedevano mal ricompensati dai grandi servigi loro resi, risolsero di combattere a proprio profitto. Sotto sembiante di voler fare un pellegrinaggio in Terra Santa, molti di essi, attraversato di notte lo stretto di Messina sbarcarono in Calabria muovendo quindi contro la puglia. Chiamati altri loro compagni dal paese nativo e dal contado di Aversa nel 1040 presero, profittando che erano sguarnite dai Greci, Melfi, Venosa e Lavello ed estesero il loro dominio su tutta la Puglia. Da là cominciò per quei valorosi un cammino trionfale all’acquisto di altri importanti dominii. Roberto Guiscardo figlio di Tancredi d’Altavilla si proclamò duca di Puglia e di Calabria nell’anno 1059 e ad accrescere la sua influenza chiese ed ottenne in moglie Sichelgaita figlia di Guaimario principe di Salerno.”. Nell’Italia meridionale i suoi fratelli (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Umfredo aveva appena ricevuto in feudo la contea di Venosa. Da Wikipedia leggiamo che fu Guglielmo detto “braccio di ferro” il primo a partire nell’anno 1030 verso la conquista dell’Italia meridionale approfittando di alcune situazioni particolari. Infatti alcuni baroni normanni di ritorno da un pellegrinaggio in Terra santa diedero man forte a dei salernitani per difendersi dai musulmani. I normanni si fecero così notare per la loro forza e il loro valore nelle armi, tanto che i salernitani li implorarono di restare. Tornati in Normandia tali signori raccontarono che in Italia vi erano territori da conquistare e Guglielmo fu così il primo dei fratelli a partire. Si trattò di una migrazione economica, dato che Tancredi non aveva a disposizione terre e possedimenti da dividere ai figli, oltre al fatto che esisteva la legge per la quale solo il primogenito aveva diritto all’eredità. Sia Guglielmo braccio di ferro sia il fratello Drogone combatterono al servizio dei Bizantini, che tentavano invano di affermarsi nel sud Italia, lottando contro i musulmani. Nel 1042 Guglielmo s’impose come capo dei baroni normanni di Puglia. Drogone da Dreu e Umfredo (oppure Onofrio) da Onfroi, succederanno al fratello Guglielmo come Conte di Puglia rispettivamente dal 1046 al 1051 e dallo stesso anno fino al 1057. Goffredo è conosciuto per essere diventato Conte di Capitanata, un’antica provincia del nord della Puglia.

Nel 1035, il normanno UMFREDO D’AUTEVILLE, conte di Puglia successe al fratello DROGONE

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi d’Altavilla ebbe alcuni figli dalla prima moglie Muriella, tra cui UMFREDO D’ALTAVILLA. Alcune fonti ritengono che Umfredo sia giunto in Italia meridionale insieme ai suoi fratelli intorno al 1035; ma, poiché il suo nome manca tra i cavalieri normanni che, a Melfi, nel 1042, si spartirono i primi territori conquistati, è ragionevole supporre che il suo arrivo risalga a qualche anno più tardi, probabilmente nel 1044, durante il regno del fratello maggiore Guglielmo. A quel tempo, prese possesso di Lavello e poi succedette, nel 1051, al fratello Drogone, come conte di Puglia e Calabria. Di sicuro l’evento più rilevante che lo vide protagonista fu la battaglia di Civitate (18 giugno 1053): Umfredo guidò le armate degli Altavilla (insieme al giovane fratellastro Roberto il Guiscardo) e dei Drengot (insieme a Riccardo, conte di Aversa) contro le forze unite del papato e dell’impero. L’esercito pontificio fu annientato e papa Leone IX fu catturato e imprigionato a Benevento. Alla morte del fratello Drogone, ne sposò la vedova Gaitelgrima, figlia di Guaimario III di Salerno, da cui nacque Umfreda, che andò sposa a Basileo Spadafora. Umfredo sposò Matilda, figlia di Asclettino I Drengot da cui ebbe due figli: Abelardo, nato dopo il 1044 e morto in Illiria nel 1081 ed Ermanno, nato dopo il 1045 e morto a Bisanzio nel 1097. Umfredo morì a Venosa nel 1057 e la sua eredità passò al fratellastro ed eroe di Civitate, Roberto il Guiscardo, al quale attribuì anche la tutela dei suoi figli minorenni, Abelardo ed Ermanno. Il Guiscardo, però, ne confiscò l’eredità: nel giro di due anni, avrebbe elevato il suo rango comitale allo status ducale. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80, in proposito scriveva che: “…è evidente che il possesso di quel castello costituiva per Umfredo solo il primo atto  di un nuovo e più vasto disegno politico. L’improvvisa scomparsa di Guaimario V, ecc…., sprezzando il mirabile equilibrio politico raggiunto e mantenuto dal principe anche per la forte sua personalità, aveva creato per i capi normanni problemi nuovi che richiedevano decisioni ferme e tempestive (6)……Dopo l’assassinio di Montellaro ….di quel che fu Drogone”, (9), secondo conte di Puglia, Guaimario V, alto signore di Puglia e Calabria, si recò (a. 1051) a Melfi (10) per il riconoscimento ecc…”. Ebner, a p. 80, nella nota (6) postillava che: “(6) L’offerta normanna di far legittimare da un principe i domini conquistati in Puglia, venne accolta da Guaimario V, il quale, con l’alta sovranità sulla nuova contea di Puglia, ingrandì (a. 1043) ancor più i propri domini (Salerno, Capua, Gaeta). La morte di Guaimario annullò quei diritti per cui i Normanni non ebbero altra alternativa che diventare sovrani assoluti della Puglia dopo essersi uniti per resistere agli immancabili avversari. E’ noto che solo dopo la vittoria di Civitate (18 giugno 1053) cominciassero decisamente a imporsi. V. Alfano, ‘ad Guidonem: “Huius in imperio….”; Amato cit., XLVI sgg. e p. 54, no I; v. pure Schipa, Storia, p. 215.”. Ebner, a p. 80, nella nota (9) postillava che: “(9) Guglielmo braccio di ferro, e Drogone pure giunsero in Italia tra la fine del 1037-primi del 1038; Umfredo ai primi del 1043, dopo Guglielmo; nel 1047/7 Roberto che Ottone Di Frisinga (‘de gestis Fridr., p. 353) ricorda di “humilis conditionis viro et stremissimi” e che Anna Commeno (Alex., I 50) descrive “bello dal capo ai piedi”. La medesima Anna Commeno (I 51) narra che fosse giunto in Italia con appena cinque cavalli e trenta predoni.”. Ebner, a p. 80, nella nota (10) postillava che: “(10) “Melpe, pour ce que estoit la principale cité fu commune à touz”, scrive Amato (II, 31) nel dire della divisione delle terre di Puglia da parte dei dodici pari normanni.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80 riferendosi proprio ad Umfredo, in proposito scriveva che: ma realizzabile per guerrieri nati come i Normanni (7), e con un capo così accorto e deciso come Umfredo, le cui singolari attitudini si erano egregiamente manifestate durante l’anarchia creatasi in Puglia dopo la morte di Drogone.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: “Nell’impossibilità d’impadronirsi rapidamente con la forza dell’anzidetto territorio, per al valida resistenza capeggiata da Guido, i Normanni cercarono di toccare le mete prefisse mediante parentele e clientele, utilizzando i legami che univano il conte di Puglia alla Casa principesca salernitana. Infatti, Umfredo avendo sposato la figliuola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola di quel console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptoferrata”. Si spiega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Eboli.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 29-30 e ssg. riferendosi alla successione di Drogone dopo il suo assassinio, in proposito scriveva che: A lui, dopo un periodo di torbidi e di anarchia, succede Umfredo il quale, per vendicare la morte del fratello, prende l’improvvida decisione di punire tutti coloro che avevano congiurato contro i normanni, mutilando alcuni, passandone altri per le armi, impiccandone molti (54)…”. Il Credidio, a p. 30, nelle note (54) postillava che: “(54) Sembra che la crudeltà non sia stata una prerogativa dei normanni. L’imperatore d’Oriente, Diogene, per volere dei figliastri, viene fatto prigioniero ed accecato ed in seguito a ciò si fa monaco, come afferma Guglielmo di Puglia nel libro III delle Gesta.”. Piero Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (6) potillava che: “(6) Non si confonda questo Guglielmo con l’omonimo fratello, Guglielmo braccio di Ferro, 1° conte di Puglia (1043-1046), Umfredo (1051-1057) e Roberto il Guiscardo. Costui divenne poi, nel 1059, il 1° duca normanno di Puglia.”.

Nel 1042, Guaimario IV (V), principe longobardo di Salerno, Adenolfo d’Aquino, duca di Gaeta ed la guerra contro Pandolfo di Capua

La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che  la violenta controversia che opponeva Guimaro V di Salerno al duca di Gaeta, Adenolfo d’Aquino. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Nel 1044 Guaimario e Braccio di Ferro iniziarono la conquista della Calabria e costruirono un’ampia fortezza a Squillace. Ma il dominio del principe di Salerno, pure in continua espansione, non era più facilmente gestibile: negli ultimi anni della sua vita Guaimario incontrò infatti numerose difficoltà nel conservare i suoi possedimenti contro le rivendicazioni dell’imperatore e degli stessi Normanni, fino a quel momento suoi fedeli vassalli. Rainulfo Drengot, che aveva continuato a tenere il dominio di Aversa concessogli originariamente dal duca di Napoli, morì nel 1045 e il suo feudo, contro le proteste di Guaimario, passò al nipote Asclettino. Verso la fine di quello stesso anno, Guaimario si oppose alla successione del cugino di Asclettino, Rainulfo II Trincanotte, ma ancora una volta la sua autorità fu calpestata. Queste contese spinsero Aversa, un tempo leale al principe salernitano, ad allearsi con Pandolfo, tornato dal suo esilio di Costantinopoli. Nel 1041 Guaimaro affidò il controllo diretto e il suo titolo di duca al conte di Aversa. La guerra contro Pandolfo riprese nel 1042 e durò cinque lunghi anni, durante i quali Guaimario rafforzò la propria posizione attraverso un rapido riconoscimento, nel 1046, del fratello del defunto Guglielmo, Drogone d’Altavilla, al quale concesse in sposa la sorella Gaitelgrima. L’obiettivo era chiaramente quello di mantenere i Normanni dalla sua parte e in posizione di vassallaggio. Da Wikipedia alla voce “Adenolfo d’Aquino duca di Gaeta” leggiamo che da tempi antichissimi i d’Aquino furono conti: infatti già dal 970 circa si hanno notizie di un Adenolfo, conte di Aquino e Pontecorvo, mentre un altro Adenolfo fu duca di Gaeta nel 1038. Guaimario IV di Salerno, il figlio di Guaimario III (morto 1027), chiese ai due Imperatori – d’Oriente e d’Occidente – di venire per risolvere le molte dispute che dilaniavano il Sud dell’Italia. Solo Corrado accettò e, arrivato a Troia nel 1038, ordinò a Pandolfo di restituire a Montecassino i possedimenti rubati. Pandolfo mandò la moglie ed il figlio a chiedere la pace in cambio di un grosso quantitativo d’oro (in due rate) oltre ad un figlio ed una figlia come ostaggi. L’imperatore accettò l’offerta ma i due ostaggi fuggirono e Pandolfo si rifugiò nel suo castello di confine di Sant’Agata de’ Goti. Corrado prese Capua e la diede a Guaimario insieme al titolo di Principe. Egli inoltre fece di Aversa una contea di Salerno. Pandolfo nel frattempo fuggì a Costantinopoli, cercando la protezione dei suoi vecchi alleati greci. Ma le dinamiche politiche erano cambiate e Pandolfo fu imprigionato. In seguito Guaimario entrò in conflitto con l’Imperatore Michele IV il Paflagone e, prima della morte di quest’ultimo, Pandolfo fu rilasciato dalla cattività. Egli tornò in Italia nel 1042 e, per i successivi cinque anni, con pochi seguaci, minacciò Guaimario. Nel 1047 anno cruciale nella storia del Mezzogiorno e dei Longobardi, l’imperatore Enrico III, figlio di Corrado, rese suoi vassalli i Drengot e gli Altavilla. A Capua restituì per l’ultima volta il potere a Pandolfo, che morì il 19 febbraio 1049 o 1050. Germano Giovanelli (….), qui più volte citato, nel suo “Il Baronato di Rofrano”, nel suo saggio “Il Monastero di S. Nazario e il baronato di Rofrano” (saggio che ritroviamo pubblicato nella ristampa del testo di Ronsini (….), del 1981 presso Arnaldo Forni Editore, a pp. 99-100 (del testo citato), in proposito scriveva che: Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce, dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Adenolfo di Aquino, questi ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo (i loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 955)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quei dì tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove il Principe, saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno la sovranità su d’un altro dominio” (25).”. Giovanelli, a p. 100, nella nota (25) postillava: “(25) (Giovanelli G. – Altimari S.), San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco. Grottaferrata, 1942, p. 28-32”. Michelangelo Schipa (…), nel 1887, non cita esplicitamente l’episodio di S. Bartolomeo che si recò a Salerno dal principe Guaimario, ma parla di Atenolfo di Aquino, Duca di Gaeta, e del matimonio di Pandolfo con Teodora. Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), e scriveva in proposito: “Un corpo d’esercito intanto, spedito da Guaimario contro Gaeta, assalito da Atenolfo e in prima sbaragliato, riuscì poi ad imprigionarlo e lo consegnò incatenato al Principe. Ma Rodolfo, unitosi con Pandolfo, occuparono insieme il castello di S. Pietro di Montecassino, facendo prigioniera una sorella del conte di Teano, d’una famiglia per cui l’affettuosa riconoscenza di Guaimario era pari all’odio mortale di Pandolfo. Avuta questi (Pandolfo), in suo potere la prigioniera, non si piegò a scambiarla, come ne fu richiesto da Guaimario, col conte d’Aquino, suo genero; il quale sapendosi posposto ad una femmina, ne arse di sdegno e giurò di vendicarsi. Chiesta pertanto la sua liberazione a Guaimario, offrendoglisi vassallo fedele e difensore della badia, accolta con gioia l’offerta e rilasciato, Atenolfo ebbe da Richerio solennemente affidata la difesa di monastero.; e, accozzato un esercito, assalì il suocero a Perticelle, costringendolo a sgombrare dai possessi dei monaci. Da Guaimario investito quindi del ducato di Gaeta, gli prestò il giuramento di vassallaggio.”, dunque, dopo diversi avvenimenti che videro il culmine della potenza di “Guaimario V, Principe di Salerno e di Capua, sovrano delle contee normanne di Aversa e di Puglia, dei ducati di Amalfi, Sorrento e Gaeta, riverito dai conti dei Marsi e di Sangro e non più osteggiato da Pandolfo, ridotto all’impotenza. Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”.

Nel 1045, TORGISIO NORMANNO o di ROTA, in seguito di SANSEVERINO, conte di Rota e signore di S. Severino di Camerota (oggi di Centola)

Da Wikipedia leggiamo che la casata dei Sanseverino ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia. Turgisio di Sanseverino, conosciuto anche come Trogisio o Troisio (Normandia, … – Italia, 1081), è stato un cavaliere medievale normanno, discendente dalla stirpe reale dei duchi di Normandia. Le prime notizie su Turgisio risalgono al 1045 circa, quando giunse in Italia come cavaliere con il fratello Angerio, capostipite dei Filangieri. Per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Nel settembre 1067, al Concilio di Melfi, per intervento del vescovo di Salerno, Alfano, venne scomunicato dal Papa Alessandro II, col quale poi si riconciliò dopo un incontro a Capua. Turgisio nel 1077 fu confermato conte di Rota e investito dei nuovi possedimenti nella valle di Mercato San Severino, dove stabilì la sua dimora per cui tutti i suoi successori, dal nome del castello, assunsero il cognome dinastico de Sancto Severino. Dalla Treccani on-line alla voce ‘Cilento’ leggiamo che  Accanto alla Badia, troviamo più tardi parecchi nobili cavalieri normanni, che sostituiscono gli antichi signori feudali, ecclesiastici o secolari: tra essi, emersero Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di San Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e Guglielmo detto del Principato, fratello di Roberto Guiscardo, che senza scrupoli s’industriava a formarsi una signoria fra la valle del Tanagro e il golfo di Policastro. Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “TURGISIO, ….e avendo favorito Roberto il Guiscardo a conquistare il Principato di Salerno, posseduto allora da Gisulfo Principe Longobardo, e dopo lungo assedio ottenuta dal Guiscardo nobile Vittoria, coll’acquisto di tale Signoria, diè ricombenza a detto Valoroso Cavaliero la menzionata Terra, da cui piucchè dal Cavallo Troiano sursero mille Eroi ad illustrare sì felicissima Casa; imperocchè da Turgisio Primo Conte di Sanseverino, nacque Ruggiero, che impalmando Sirca figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario già Principe di Salerno del Sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritirandosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente, ereditò da Errigo non meno il sangue che gli Stati paterni, Guglielmo che tolse per moglie Isabella, figlia di Silvestro Conte di Marsico. Ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 113, in proposito ai Normanni scriveva che: III. Tra coloro, che grandemente avevano preso parte a così avventurose conquiste, fu un guerriero di molto valore a nome Torgisio, da cui venne l’illustre famiglia dei Sanseverino. Avido di gloria e di dominio, al pari dei suoi compagni d’armi, egli avea violentemente occupate nel 1067 alcune proprietà di Alfano arcivescovo di Salerno che se ne dolse con il pontefice Alessandro II giunto nella città per tenervi un concilio. Il papa, a punirlo dell’usurpazione, inflisse la scomunica a Torgisio, che consentì a restituire i beni all’arcivescovo. In una bolla del pontefice relativa a questo fatto Torgisio vien chiamato De Rota, nome della città principale del contado di Sanseverino (1) da lui occupata sotto il dominio di Gisulfo e che poi gli venne conceduta dal Guiscardo dopo l’anno 1053, in cui Maione conte di Sanseverino e di Montoro fu ucciso dal proprio germano Paldone (2).”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (1) postillava che: “(1) De Meo, Ann., vol. 8°, pag. 70 e 71”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (2) postillava che: “(2) Id., Annali, anno 1053”. Carlo Carucci (….), e del suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”. Infatti, il Carucci, a pp. 382-383, in proposito scriveva che: “I feudi maggiori nella Provincia di Salerno – Nelle terre dell’ex principato longobardo di Salerno, aveva, come abbiamo visto, origini antiche il regime feudale, anzi ivi, da tempo, s’erano andati formando dei feudi molto estesi, tra’ quali i più notevoli erano quelli appartenenti alla mensa arcivescovile di Salerno e dell’abbazia della SS. Trinità di Cava. Col trionfo di Roberto il Guiscardo però, s’erano formate anche grosse signorie feudali non ecclesiastiche. Tra queste la più importante fu quella di Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di S. Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e che, nel periodo angioino e aragonese, divenne potentissima più di ogni altra famiglia baronale dell’Italia meridionale. Troizo fu un valoroso compagno d’armi di Roberto il Guiscardo: egli usurpando terre e casali al principe Gisolfo e a chiese e abbazie, varie volte scomunicato dai papi, pur restituendo le terre usurpate (1), restò padrone di alcune di esse e specialmente di Rota. In una bolla del Papa Alessandro II, questo Troizo è detto appunto ‘De Rota’ (2), e Roberto Guiscardo lo investì di quella contea, quando fu ucciso Maione, conte di Sanseverino e Montoro (3).”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, Annali, t. VIII, pagg. 70-71”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Paesano, op. cit., I, pag. 122”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Di Meo, ivi, ad an. 1053”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno e altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli etc…., perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la ‘contea di Principato’ (1), occupando poi i castelli longobardi di Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3) etc….”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1)……..Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5).”. Il Cantalupo, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) A. 1053; vedi C. Carucci, op. cit., p. 382”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), tantochè il primo agosto 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano I chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli, poi, a Salerno, e nella riunione plenaria dei Vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure del 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29)…..Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: ecc……Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Recentemente Angelo Corolla (….), nel suo “La terra dei Sanseverino: i castelli e l’organizzazione militare, insediativa ed economica del territorio”, a p. 41, in proposito scriveva che: In provincia di Salerno, non esistono altri nomi di luogo legati al santo in questione, a parte Mercato San Severino e San Severino di Centola, nel Cilento. Il Cilento è uno dei nuclei più antichi tra i feudi assegnati a Troisio ed è rimasto nelle mani dei Sanseverino di Marsico fino all’estinzione della famiglia. Nella sua cronaca Amato di Montecassino ricorda una battaglia, avvenuta verso la metà dell’XI secolo, tra le milizie di Gisulfo II e Roberto il Guiscardo presso la valle di San Severino nel Cilento (50). In base alla notizia, alcuni ritengono che il toponimo San Severino sia stato importato nella zona di Rota dal Cilento dove sarebbe esistito prima della occupazione normanna; quest’area della Campania meridionale sarebbe giunta in mano di Troisio qualche tempo prima della definitiva acquisizione del territorio di Mercato San Severino, costituendo perciò per il Normanno la prima dotazione territoriale e la prima fonte d’identità (51). Tuttavia, va tenuto presente che nei primi documenti (anno 1067) Troisio viene definito de loco Rota.”. Il Corolla, a p. 41, nella nota (50) postillava che: “(50) Storia dei Normanni, III, 45, VIII 12 e VIII 30.”. Il Corolla, a p. 41, nella nota (51) postillava: “(51) LORÉ 2001, pp. 99-100.”. Il Corolla si riferiva al testo di Vito Lorè (….), al suo “Monasteri, principi etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 113, in proposito ai Normanni scriveva che: III. Tra coloro, che grandemente avevano preso parte a così avventurose conquiste, fu un guerriero di molto valore a nome Torgisio, da cui venne l’illustre famiglia dei Sanseverino. Avido di gloria e di dominio, al pari dei suoi compagni d’armi, egli avea violentemente occupate nel 1067 alcune proprietà di Alfano arcivescovo di Salerno che se ne dolse con il pontefice Alessandro II giunto nella città per tenervi un concilio. Il papa, a punirlo dell’usurpazione, inflisse la scomunica a Torgisio, che consentì a restituire i beni all’arcivescovo. In una bolla del pontefice relativa a questo fatto Torgisio vien chiamato De Rota, nome della città principale del contado di Sanseverino (1) da lui occupata sotto il dominio di Gisulfo e che poi gli venne conceduta dal Guiscardo dopo l’anno 1053, in cui Maione conte di Sanseverino e di Montoro fu ucciso dal proprio germano Paldone (2).”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (1) postillava che: “(1) De Meo, Ann., vol. 8°, pag. 70 e 71”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (2) postillava che: “(2) Id., Annali, anno 1053”. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicato postume dal nipote, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “TURGISIO, ….e avendo favorito Roberto il Guiscardo a conquistare il Principato di Salerno, posseduto allora da Gisulfo Principe Longobardo, e dopo lungo assedio ottenuta dal Guiscardo nobile Vittoria, coll’acquisto di tale Signoria, diè ricombenza a detto Valoroso Cavaliero la menzionata Terra, da cui piucchè dal Cavallo Troiano sursero mille Eroi ad illustrare sì felicissima Casa; imperocchè da Turgisio Primo Conte di Sanseverino, nacque Ruggiero, che impalmando Sirca figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario già Principe di Salerno del Sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritirandosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente, ereditò da Errigo non meno il sangue che gli Stati paterni, Guglielmo che tolse per moglie Isabella, figlia di Silvestro Conte di Marsico. Ecc…”. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 8, in proposito scriveva che: “Il mentovato Turgisio, che fu altresì valoroso Capitano, e militò seguendo le bandiere di Roberto il Guiscardo, ebbe da quest’ultimo in dono il castello di Sanseverino, donde presero il cognome i suoi figliuoli a nome Ruggiero, Silvano e Turgisio 2°. Adunque le cospicue famiglie Filangieri e Sanseverino hanno origine da’ due fratelli e Cavalieri Normanni Angerio e Turgisio (4).”. Nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto. Dunque Erasmo Ricca sostiene l’origine dei Sanseverino di Turgisio fratello di Angerio. Turgisio il Normanno ebbe tre figli: Ruggero, Silvano e Turgisio II. Come vedremo Turgisio II avrà il figlio che noi abbiamo chiamato Ruggero II Sanseverino.

Ricca Erasmo, p. 387 sullalbero geneologico dei Filangieri

Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”.

Nel 1042, Teodora di Tuscolo, sposa di Pandolfo di Capaccio

Da Wikipedia leggiamo che un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano (5) e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6) I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino (7). Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100 (9). Nel 1054, data della sua ultima attestazione, Gregorio aveva tre figli e una figlia. Sua figlia, Teodora, sposò Pandolfo (o Landolfo), signore di Capaccio (1040-1052). I figli maggiori di Gregorio, Giovanni e Pietro (noto come Pietro de Columna, capostipite della famiglia Colonna), morirono giovani, e fu quindi il figlio minore, Gregorio III, a succedergli (1). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX. Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita. C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Asclittino di Sicigiano e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania. I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino. Arturo Carucci (….), nel suo “Opulenta Salernum”, a p. 165, nella nota (12) postillava che: “(12) Guaimario V ebbe i seguenti figli: Gisulfo, Landolfo, Guido, Giovanni, Guaimario, Pandolfo, Sichelgaita, Sica e un’altra figlia, della quale è ignoto il nome (cfr. H. Hirsch-M. Schipa: op. cit., pag. 209).”. Dunque, uno dei figli di Guaimario V fu Pandolfo, detto di Capaccio. Piero Cantalupo, nel suo schema sulla “Signoria di Capaccio”, a p. 134 riporta che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034 ? – 1052).”. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Dunque, se “Glorioso” era figlio di Pandolfo di Capaccio, è plausibile che Mansone fosse un fratello di Pandolfo e fosse lo zio di Glorioso. Dunque, se si trattasse di Pandolfo di Capaccio, figlio di Guaimario III e fratello del principe Guaimario V, vorrebbe anche dire che questo conte Mansone sarebbe stato fratello di Pandolfo e di Guaimario V. Come si è già visto Pandolfo di Capaccio morì nella congiura del 1052 accorso a difendere il fratello Guaimario V. Mansone era fratello di Pandolfo di Capaccio e del Principe Guaimario IV, ovvero era un figlio di Guaimario III ?. Mansone era un figlio di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento ? Il padre, Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027 si era sposato due volte: con Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento e poi con Porpora di Tabellaria. Altre notizie su Teodora di Tuscolo vengono da Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “Umfredo avendo sposato la figliola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Dunque, Ebner scriveva che Guglielmo de Mannia sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 95-96, in proposito scriveva che: “….Sichelgaita di Teano che era andata sposa a Gregorio figlio di Pandolfo di Capaccio, il quale, come si è detto, era fratello del principe Guaimario V. Eventi che confermano le strette relazioni di parentela tra il primo Guglielmo de Mannia e i figli dell’anzidetto Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Una parentela ben più stretta del semplice rapporto Sighelgaita-Pandolfo di Capaccio-Altruda.”. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Romani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”. Etc..”. Dunque, in questo passaggio Ebner ci dà notizia della donazione che Teodora di Tuscolo fece a S. Nilo quando donò “Criptaferrata”, nel Tuscolano che poi grazie a S. Nilo divenne l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, Teodora di Tuscolo era figlia del nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75no. 25″.

Nel 1042, Guaimario IV (V), principe longobardo di Salerno, Adenolfo d’Aquino, duca di Gaeta ed la guerra contro Pandolfo di Capua

La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che  la violenta controversia che opponeva Guimaro V di Salerno al duca di Gaeta, Adenolfo d’Aquino. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Nel 1044 Guaimario e Braccio di Ferro iniziarono la conquista della Calabria e costruirono un’ampia fortezza a Squillace. Ma il dominio del principe di Salerno, pure in continua espansione, non era più facilmente gestibile: negli ultimi anni della sua vita Guaimario incontrò infatti numerose difficoltà nel conservare i suoi possedimenti contro le rivendicazioni dell’imperatore e degli stessi Normanni, fino a quel momento suoi fedeli vassalli. Rainulfo Drengot, che aveva continuato a tenere il dominio di Aversa concessogli originariamente dal duca di Napoli, morì nel 1045 e il suo feudo, contro le proteste di Guaimario, passò al nipote Asclettino. Verso la fine di quello stesso anno, Guaimario si oppose alla successione del cugino di Asclettino, Rainulfo II Trincanotte, ma ancora una volta la sua autorità fu calpestata. Queste contese spinsero Aversa, un tempo leale al principe salernitano, ad allearsi con Pandolfo, tornato dal suo esilio di Costantinopoli. Nel 1041 Guaimaro affidò il controllo diretto e il suo titolo di duca al conte di Aversa. La guerra contro Pandolfo riprese nel 1042 e durò cinque lunghi anni, durante i quali Guaimario rafforzò la propria posizione attraverso un rapido riconoscimento, nel 1046, del fratello del defunto Guglielmo, Drogone d’Altavilla, al quale concesse in sposa la sorella Gaitelgrima. L’obiettivo era chiaramente quello di mantenere i Normanni dalla sua parte e in posizione di vassallaggio. Da Wikipedia alla voce “Adenolfo d’Aquino duca di Gaeta” leggiamo che da tempi antichissimi i d’Aquino furono conti: infatti già dal 970 circa si hanno notizie di un Adenolfo, conte di Aquino e Pontecorvo, mentre un altro Adenolfo fu duca di Gaeta nel 1038. Guaimario IV di Salerno, il figlio di Guaimario III (morto 1027), chiese ai due Imperatori – d’Oriente e d’Occidente – di venire per risolvere le molte dispute che dilaniavano il Sud dell’Italia. Solo Corrado accettò e, arrivato a Troia nel 1038, ordinò a Pandolfo di restituire a Montecassino i possedimenti rubati. Pandolfo mandò la moglie ed il figlio a chiedere la pace in cambio di un grosso quantitativo d’oro (in due rate) oltre ad un figlio ed una figlia come ostaggi. L’imperatore accettò l’offerta ma i due ostaggi fuggirono e Pandolfo si rifugiò nel suo castello di confine di Sant’Agata de’ Goti. Corrado prese Capua e la diede a Guaimario insieme al titolo di Principe. Egli inoltre fece di Aversa una contea di Salerno. Pandolfo nel frattempo fuggì a Costantinopoli, cercando la protezione dei suoi vecchi alleati greci. Ma le dinamiche politiche erano cambiate e Pandolfo fu imprigionato. In seguito Guaimario entrò in conflitto con l’Imperatore Michele IV il Paflagone e, prima della morte di quest’ultimo, Pandolfo fu rilasciato dalla cattività. Egli tornò in Italia nel 1042 e, per i successivi cinque anni, con pochi seguaci, minacciò Guaimario. Nel 1047 anno cruciale nella storia del Mezzogiorno e dei Longobardi, l’imperatore Enrico III, figlio di Corrado, rese suoi vassalli i Drengot e gli Altavilla. A Capua restituì per l’ultima volta il potere a Pandolfo, che morì il 19 febbraio 1049 o 1050. Germano Giovanelli (….), qui più volte citato, nel suo “Il Baronato di Rofrano”, nel suo saggio “Il Monastero di S. Nazario e il baronato di Rofrano” (saggio che ritroviamo pubblicato nella ristampa del testo di Ronsini (….), del 1981 presso Arnaldo Forni Editore, a pp. 99-100 (del testo citato), in proposito scriveva che: Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce, dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Adenolfo di Aquino, questi ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo (i loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 955)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quei dì tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove il Principe, saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno la sovranità su d’un altro dominio” (25).”. Giovanelli, a p. 100, nella nota (25) postillava: “(25) (Giovanelli G. – Altimari S.), San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco. Grottaferrata, 1942, p. 28-32”. Michelangelo Schipa (…), nel 1887, non cita esplicitamente l’episodio di S. Bartolomeo che si recò a Salerno dal principe Guaimario, ma parla di Atenolfo di Aquino, Duca di Gaeta, e del matimonio di Pandolfo con Teodora. Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), e scriveva in proposito: “Un corpo d’esercito intanto, spedito da Guaimario contro Gaeta, assalito da Atenolfo e in prima sbaragliato, riuscì poi ad imprigionarlo e lo consegnò incatenato al Principe. Ma Rodolfo, unitosi con Pandolfo, occuparono insieme il castello di S. Pietro di Montecassino, facendo prigioniera una sorella del conte di Teano, d’una famiglia per cui l’affettuosa riconoscenza di Guaimario era pari all’odio mortale di Pandolfo. Avuta questi (Pandolfo), in suo potere la prigioniera, non si piegò a scambiarla, come ne fu richiesto da Guaimario, col conte d’Aquino, suo genero; il quale sapendosi posposto ad una femmina, ne arse di sdegno e giurò di vendicarsi. Chiesta pertanto la sua liberazione a Guaimario, offrendoglisi vassallo fedele e difensore della badia, accolta con gioia l’offerta e rilasciato, Atenolfo ebbe da Richerio solennemente affidata la difesa di monastero.; e, accozzato un esercito, assalì il suocero a Perticelle, costringendolo a sgombrare dai possessi dei monaci. Da Guaimario investito quindi del ducato di Gaeta, gli prestò il giuramento di vassallaggio.”, dunque, dopo diversi avvenimenti che videro il culmine della potenza di “Guaimario V, Principe di Salerno e di Capua, sovrano delle contee normanne di Aversa e di Puglia, dei ducati di Amalfi, Sorrento e Gaeta, riverito dai conti dei Marsi e di Sangro e non più osteggiato da Pandolfo, ridotto all’impotenza. Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”.

Nel 1045, il conte Rodolfo o Laidolfo e Richerio abate di Montecassino

Sull’antefatto, ovvero alla prigionia a Montecassino di “Rodolfo”, in un blog leggiamo che il momento più difficile per il bellicoso abate Richerio si presentò quando alcuni Normanni si stanziarono nella Rocca di S. Andrea (in provincia di Frosinone), da loro stessi eretta, ponendo lì il nucleo di una più ampia e minacciosa presenza per Montecassino (213). Nella primavera del 1045, inoltre, il normanno Rodolfus (forse Rainulfo conte di Aversa) con un gruppo di armati si recò da Richerio, depose le armi ed entrò nella chiesa – probabilmente quella del S. Salvatore – per pregare : gli uomini del monastero, però, li assalirono e cominciarono poi a dare la caccia a tutti i Normanni presenti nella Terra S. Benedicti, riuscendo alla fine a riprendere il controllo sui domini cassinesi. La circostanza ebbe una vasta eco nella fonti, non solo cassinesi (214). La nota (214) postilla che: “(214) Amatus Casinensis, Historia, II, 42, p. 108-109 ; CMC, II, 71, p. 310-311 ; Annales Casinenses”. In questo frangente, però, Richerio trovò un alleato inaspettato in Atenolfo conte di Aquino e duca di Gaeta, succeduto a Landone e prigioniero di Guaimario, che si offrì di difendere i diritti cassinesi, sicché la questione si risolse con il ritiro di Pandolfo, nonostante poco dopo l’abate dovesse poi fronteggiare, ma con successo, le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno (219). La nota (219) postilla che: “(219) CMC, II, 74-76, p. 315-320 ; Bloch 1986, I, p. 192 ; RPD, III, n. 369, p. 1061-1062. Cf. Fabiani 1″. Bloch 1986 = H. Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, I-III, Roma, 1986. Bloch 1998 = H. Bloch, The Atina dossier of Peter the Deacon of Monte Cassino. A Hagiographical romance of the twelfth century, Città del Vaticano, 1998 (Studi e Testi, 346). CMC = Chronica Monasterii Casinensis, ed. H. Hoffmann, Die Chronik von Montecassino, Hannover, 1980 (M.G.H., Scriptores, 34). Dunque, l’Abbate di Montecassino, Richerio dovette fronteggiare le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno. Sulla Treccani on-line leggiamo su “Drogone” d’Altavilla che solo, però, dopo la morte di Guglielmo, egli emerse con particolare rilievo, quando, col consenso dei compagni d’arme, divenne duca di Puglia e, quindi, capo riconosciuto dei Normanni, grazie anche all’appoggio di Guaimaro IV di Salerno, che intendeva continuare in tal modo la sua politica favorevole ai fratelli Altavilla e ai Normanni. Ebbe perciò dal principe di Salerno la mano della figlia, il riconoscimento della preminenza su tutti i suoi compagni e l’aiuto politico necessario a conseguire l’accordo con Montecassino, mentre, da parte sua, interveniva a fare da intermediario tra Guaimaro e il conte d’Aversa, che venne rimesso in libertà. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Quivi l’Abbate ricevuti in dono da questi cavalieri mille tarì, trasse dal carcere Rodolfo, a preghiera del Principe, etc…”. Dunque, secondo la notizia dataci dallo Schipa, la folta delegazione di cavalieri inviati da Guaimario V a Montecassino con Drogone, riuscì a convincere l’Abbate di Montecassino, Richerio e a far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Ma chi era “Rodolfo” ?. Dunque, lo Schipa, quando scriveva che trasse dal carcere Rodolfo” si riferiva a Rodolfo, conte d’Aversa. Drogone si recò a Montecassino per far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Chi “Rodolfo, conte di Teano”, imprigionato dall’abbate, credo Richerio, a Montecassino ?. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “In mezzo a questi eventi, tornava di Germania l’Abbate Richerio; e condotte di là non poche genti d’arme, s’accingeva a spazzare dalle terre cassinesi quanti erano usurpatori, tra’ quali il più temuto appariva un Conte Rodolfo normanno, genero di Rainulfo…”. Chi era questo “Rodolfo” genero del conte Rainulfo ? Sulla Treccani on-line leggiamo che “In quei mesi un susseguirsi di torbidi locali provocati dal perenne tramare del conte di Aquino, Atenolfo (IV), e di Rodolfo, genero del defunto conte Rainulfo, insieme con il principe di Capua, Pandolfo (IV), ritornato quest’ultimo dall’esilio di Costantinopoli, avviò un processo di destabilizzazione del potere di Guaimario che vide, inoltre, espellere da Aversa quel Rodolfo Cappello da lui posto al controllo della Contea. Rainulfo Drengot era infatti riuscito a fuggire dalla prigione salernitana, a far esiliare Rodolfo e, grazie alla corruzione e ad appoggi politici locali, a farsi eleggere conte di Aversa.”. Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo II di Aversa detto Trincanotte (… – 1048) fu il quarto conte di Aversa (1045-1048). Dopo la morte prematura, senza figli, del secondo conte d’Aversa, Asclettino II Drengot, il cugino Rainulfo Trincanotte era il candidato naturale, appoggiato dai Normanni; il principe Guaimario IV di Salerno tentò invece di imporre il suo candidato, Rodolfo Cappello, che riuscì in un primo momento a sconfiggere ed imprigionare Rainulfo; ma questi riuscì a liberarsi ed a scacciare il rivale Rodolfo, ottenendo anche il riconoscimento dello stesso Guaimario. Anche al fine di derimere la vertenza, l’imperatore Enrico III convocò per il 3 febbraio 1047 la Conferenza di Capua, con Guaimario V di Salerno. L’imperatore legittimò i possessi acquisiti di fatto da parte delle famiglie normanne e confermò i titoli feudali di Drogone d’Altavilla e di Rainulfo, terzo conte di Aversa e Duca di Sorrento, i quali divennero suoi vassalli; distaccò da Salerno il Principato di Capua e lo restituì al legittimo Pandolfo IV, anche se questo territorio costituiva l’obiettivo della famiglia Drengot.

Nel 1045, la visita di S. Bartolomeo di Grottaferrata al principe longobardo di Salerno Guaimario IV (V)

Germano Giovanelli (….), qui più volte citato, nel suo “Il Baronato di Rofrano”, nel suo saggio “Il Monastero di S. Nazario e il baronato di Rofrano” (saggio che ritroviamo pubblicato nella ristampa del testo di Ronsini (….), del 1981 presso Arnaldo Forni Editore, a pp. 99-100 (del testo citato), in proposito scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno stati dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel bios (23) è detto conte ( κωμης ), che aveva la signoria in quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo e castigo delle sue malefatte. Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce, dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Adenolfo di Aquino, questi ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo (i loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 955)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quei dì tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove il Principe, saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno la sovranità su d’un altro dominio” (25).”. Giovanelli, a p. 100, nella nota (25) postillava: “(25) (Giovanelli G. – Altimari S.), San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco. Grottaferrata, 1942, p. 28-32”. Giovanelli prosegendo il suo racconto si chiedeva: “Di fronte alla narrazione di questo fatto sorge spontanea una domanda: perchè ricorrere all’aiuto di un Santo, che viveva così lontano (specie per quei tempi!) dai luoghi, ove si erano svolti gli avvenimenti ? Si è perchè la Badia di Grottaferrata aveva allora con quel Principato Longobardo vincoli di amicizia e di sudditanza, in seguito all’esistenza in esso del monastero di S. Nazario e dei beni con questo annessi e connessi, dipendenti da quei Principi. E da chi sa che il feudo di Rofrano, col relativo titolo baronale, non siano stati connessi a S. Bartolomeo proprio in quella circostanza, venendo confermati in seguito e stabiliti giuridicamente dai successori Principi Normanni ? Infatti, appena pochi anni dopo la morte del Santo, essi fanno la loro apparizione giuridica.”.

Nel 1045, il principe longobardo Guaimario IV (V) concede a S. Bartolomeo abate dell’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo  l’annessione di S. Maria di Rofrano

La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che  Bartolomeo si dedicò anche alla composizione di liti fra potenti, fra le quali la violenta controversia che opponeva Guimaro V di Salerno al duca di Gaeta, Adenolfo d’Aquino. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner scriveva che il principe longobardo Guaimario V sollecitato dallo zio Pandolfo di Capaccio e da sua moglie Teodora di Tuscolo, che proveniva proprio da quella famiglia presso cui il principe era stato allevato da piccolo, concesse “all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”. Ebner scriveva che la visita di S. Bartolomeo (il monaco Bernardo coofondatore di S. Maria di Grottaferrata insieme a S. Nilo) al principe Longobardo Guaimario V nel 1145 fa risalire l’annessione di Rofrano all’Abbazia Tuscolana di S. Maria di Grottaferrata. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 32-33, in proposito scriveva che: “…Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. Inoltre, l’Ebner, a p. 33 riferendosi al principe longobardo Guaimario V, in proposito aggiungeva che: “…e, che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). Etc…”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 33, sulla scorta del padre Germano Giovanelli (….) riportava la notizia interessantissima che riguarda Rofrano e, riferendosi alla visita di S. Bartolomeo al principe longobardo Guaimario V, in proposito scriveva che: E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dallo Ieromonaco Giovanelli (…), il quale scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa. Giovanelli (…), cita l’episodio di S. Bartolomeo a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V, e trae questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il prinicipe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. Dunque, Ebner, sulla scorta di padre Giovanelli (….) che a sua volta scriveva sulla scorta di P. Fedele (….), riportava la notizia che l’antichissima e preesistente Abazia di S. Maria di Rofrano, cenobio italo-greco dove secondo il Bios si era fatto tonsurare monaco Nicola da Rossano (S. Nilo), era stata concessa all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, l’Abbazia fondata da S. Nilo e poi nel 1045 retta da S. Bartolomeo il Giovane, suo discepolo e suo biografo. Riguardo l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano (….), fondata intorno all’anno mille da S. Nilo, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”.”. Infatti, dal Bios di S. Nilo si evince che il Santo prima di morire fondò l’Abbazia italo-greca di S. Maria a Gottaferrata grazie alle donazioni e concessioni del padre di Teodora di Tuscolo, Gregorio I detto “il Conte dei Romani”, nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner, a p. 33 scriveva che: “….Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI etc…”. Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376 riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano ed al Ronsini, che citava il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II,  parlando dell’Abbazia di Rofrano aggiungeva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, ecc….Secondo lo storico locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, l’abitato ebbe origini antiche e le sue vicende medievali vanno considerate come strettamente connesse con la storia del cenobio basiliano che vi si insediò, probabilmente molti decenni prima dell’arrivo di San Nilo (4).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (4) postillava che: “(4)  Ronsini 1873, p. 16. Lo studioso fa risalire l’insediamento monastico ai tempi di San Benedetto. Più recentemente, Ebner 1979.”. Sempre la Passigli (contributo al testo di Ruggeri) a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, ho scritto ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1045, un privilegio di Guaimario V al Monastero di Rofrano” (Giugno 2018). Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. La Falcone (10), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Dunque, la Falcone scriveva che: “….alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) nella sua nota (197) citava il testo di Filippo Bulgarella (…), che scrisse pure il saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, da p. 13 a p. 43 che è stato pubblicato nel del testo a cura di Nicola Cilento (…) AA.VV., ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, 1982. Il Bulgarella (…) cita anche Venturino Panebianco (…), e il suo saggio: ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’ che, scriveva il Bulgarella “avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano”. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, si cita un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non dava nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. La Falcone (10) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Francesco Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.” e, poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33, che cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…) scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Sull’episodio del 1045 che Bartolomeo andava in visita a Salerno a pregare Guaimario V non mi soffermerò ma cercherò di porre l’attenzione alla notizia “ipotesi” di alcuni studiosi come suggeriva la Falcone. L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando del principe Longobardo Guaimario V citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.

Nel 1045, Teodora di Tuscolo, moglie di Pandolfo di Capaccio e le concessioni del principe longobardo Guaimario V, alla chiesa di Rofrano

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 32, in proposito scriveva che: Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 32-33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “…e, che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e dalla moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”. Si spega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Velia.”. Dunque, in questo passaggio Ebner ci dà notizia della donazione che Teodora di Tuscolo fece a S. Nilo quando donò “Criptaferrata”, nel Tuscolano che poi grazie a S. Nilo divenne l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, Teodora di Tuscolo era figlia del nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. La studiosa Giovanna Falcone (10), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”La Falcone (….) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Francesco Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregoro I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto in “Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”onoratio religioso dominio Leontio abati Dei Genitrici Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo a interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante  perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita. Etc…”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Pietro Ebner, sulla scorta del Ronsini (…), che aveva pubblicato il ‘Crisobollo’, così detto di re Ruggero II d’Altavilla (vedi immagine che lo illustra), voleva che il documento del 1131, avesse confermato altre precedenti concessioni fatte alla chiesa di Rofrano (chiesa e monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, poi in seguito donate da Ruggero II a quella di Tuscolo), “con le sue enormi dipendenze”. Ebner, sostiene che con il ‘Crisobollo’ di re Ruggiero II d’Altavilla, si confermavano le donazioni o concessioni alla chiesa di Rofrano, fatte precedentemente dal Principe Longobardo di Salerno, Guaimario IV, dopo la visita di S. Bartolomeo (di cui abbiamo accennato), concessione questa che in seguito sarà confermata anche dal Duca Normanno, figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa e poi confermate anche da Alfano, vescovo di Capaccio  Alfano “est unctus” duca di Puglia”. In seguito, le stesse concessioni e donazioni alla chiesa Tuscolana, fatta nel ‘Crisobollo’, per Ebner (…), sulla scorta del Ronsini (…), saranno confermata in un altro Diploma, simile al ‘Crisobollo’, dal re Guglielmo d’Altavilla, figlio dello stesso Ruggero Borsa. Su questi Diplomi o concessioni o donazioni o Atti, promulgati verso la chiesa di Rofrano, da Guaimario III, Guaimario IV, al tempo della visita di S. Bartolomeo, e delle concessioni fatte da Ruggero Borsa e da suo figlio re Guglielmo d’Altavilla, si è discusso molto ma non vi sono documenti che provano tutto questo. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, mi occupo in questo mio scritto. La studiosa Giovanna Falcone (10), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”La Falcone (10) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (10), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (10). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre.

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Attanasio)

Nel 1054, Teodora di Tuscolo, fattasi monaca, la bolla di Amato, vescovo di Capaccio e, la chiesa ed il monastero di “S. Matteo in duo flumina”, a Casalicchio

In Wikipedia, alla voce “Pandolfo di Capaccio” leggiamo che Pandolfo, il marito di Teodora di Tuscolo, e non Teodora, prima di essere assassinato, nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Wikipedia nella nota (8) postillava che: “(8) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest, Routledge, 2000, p. 48”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) postillava che: “(73) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta del  (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.)” postillava che a ricordare l’arrivo a Capaccio, delle sacre spoglie dell’apostolo rinvenute dal monaco Atanasio, fu Teodora di Tuscolo, dopo la morte di suo marito Pandolfo di Capaccio, ucciso per difendere il principe Guaimario V, ella “fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta di “(P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no.” postillava pure che: “(73)….La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Infatti, la notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950. Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Etc…”. Dunque, Ebner racconta che le sacre spoglie di S. Matteo furono consegnate dal monaco Atanasio a Giovanni, vescovo della diocesi pestana, la cui sede si trovava a Capaccio. Giovanni trasportò le sacre spoglie dell’apostolo nella sua chesa (73).  Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) riferendosi a Teodora di Tuscolo e citando la “Bolla di Amato”, vescovo Pestano, postillava che: “(73) …..dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.).”. Della figura di Teodora di Capaccio e della “Bolla di Amato” ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV.  Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Ferdinand Hirsch (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum) parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Infatti, Alessandro Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto. Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” . Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell’‘Annalista Salernitano’ (…), a p. 359, tomo VII parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo, in proposito scriveva che: “10. Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una Bolla di ‘Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del q. Gregorio Console, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III’. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e ‘l Monistero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni, asperger l’acqua benedetta, avervi cereo, fonte battesimale, battezzare, seppellirvi morti ec. e si prese cinque libbre di argento. Fu presente Giovanni giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII, Pr. D. n. Gisulfi gl. pr. mense Februario, VII indict. Fu poi questo Monistero dato a’ Cavesi. Vi si ha ancora (Arca 86, n. 83) un affitto, che fa Alferio, Abbate di S. Massimo di una casa in ‘Plaja Montis’ di Salerno, vicino la Chiesa di S. Massimo, a ‘Landenolfo* Blasi ha, Landolfo* figlio del q. Godeno, e a Pietro figlio del qu. Costantino: ‘Anno XIII. Pr. D. n. Gisulfi, mense Majo, VII Indict.’ Chierico, Siconolfo Prete, Pandolfo figlio di Pandone, Roffredo figlio di Atenolfo, Pietro figlio di Donneperto, Desigio figlio di Everardo, tutti parenti, unitamente edificarono la Chiesa di S. Severino in Pinnello fuor di Posterola (o sia della porta piccola di S. Benedetto) dicendo, essere stato ciò ordinato loro in una visione. Fu scritto da ‘Sicone’ Prete, e Notaro.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig….) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…), p. 359, a. 1054, ind. VII

Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Theodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Al di la della questione relativa all’esatta ubicazione della chiesa di Pandolfo, che il Loud (….), scriveva che Pandolfo ne acquistò alcuni diritti versando sei libre d’oro al vescovo Amato di Pesto, come risulta anche dal documento A 35 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, pubblicato pure nel Codice Diplomatico Cavense, vol. VII, per l’anno 1054 ed in Domenicantonio Ventimiglia (….), nel suo  ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc.’, Napoli, 1827, p. VI sgg., vi è anche la questione relativa alla notizia riportata da Ebner il quale scriveva che Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, presumibilmente intorno al 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo.

Guaimario IV (comunemente detto Guaimario V), principe del Principato Longobardo di Salerno

Guaimario IV, spesso indicato come Guaimario V, fu principe di Salerno dal 1027 e di Capua (1038-1047), duca di Amalfi (dal 1039), Gaeta (1040-1041) e Sorrento dal 1040 e duca di Puglia e Calabria dal 1043 al 1047. Fu una figura di primo piano dei Longobardi, nella fase storica a cavallo fra la fine del dominio bizantino nel Mezzogiorno e l’ascesa della potenza normanna. Guaimario di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario III di Salerno e di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento. Amato di Montecassino, scrisse di lui: « …più coraggioso di suo padre, più generoso e più cortese; in effetti egli possedeva tutte le qualità che un laico dovrebbe avere – eccetto un’eccessiva passione per le donne». Il fratellastro maggiore di Guaimario, Giovanni (III), figlio di Porpora di Tabellaria, fu co-reggente insieme al padre dal 1015 al 1018, anno della sua morte. A questo punto la co-reggenza fu affidata a Guaimario, che nel marzo del 1027, all’età di quattordici anni, successe al padre sul trono di Salerno, probabilmente sotto la reggenza della madre. Fin dall’inizio del suo regno si impegnò nel tentativo di estendere il proprio controllo su tutto il meridione d’Italia, perseguendo un obiettivo che era già dei suoi predecessori. Guaimario di Salerno fu ben presto in stretti legami con la famiglia normanna degli Altavilla che si stava affermando nell’Italia meridionale al fianco dei connazionali Drengot Quarrel. Guaimario di Salerno nel settembre 1042 a Melfi approvò l’elezione a conte di Puglia di Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro, ed ottenne in cambio l’acclamazione a Duca di Puglia e Calabria (all’inizio del 1043), in aperta opposizione alle rivendicazioni bizantine. L’unificazione delle due famiglie normanne, Altavilla e Drengot, fu motivo di forza, perché esse si basavano concretamente sui possedimenti di Aversa e di Melfi. Guaimario offrì il riconoscimento ufficiale delle conquiste: alla fine dell’anno con lo stesso Rainulfo e con Guglielmo, si recarono a Melfi e riunirono un’assemblea dei baroni Longobardi e Normanni, che terminò al principio dell’anno successivo (1043). Michele Schipa (…), nel 1887, non cita esplicitamente l’episodio di S. Bartolomeo che si recò a Salerno dal principe Guaimario, ma parla di Atenolfo di Aquino, Duca di Gaeta, e del matimonio di Pandolfo con Teodora. Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), e scriveva in proposito: “Un corpo d’esercito intanto, spedito da Guaimario contro Gaeta, assalito da Atenolfo e in prima sbaragliato, riuscì poi ad imprigionarlo e lo consegnò incatenato al Principe. Ma Rodolfo, unitosi con Pandolfo, occuparono insieme il castello di S. Pietro di Montecassino, facendo prigioniera una sorella del conte di Teano, d’una famiglia per cui l’affettuosa riconoscenza di Guaimario era pari all’odio mortale di Pandolfo. Avuta questi (Pandolfo), in suo potere la prigioniera, non si piegò a scambiarla, come ne fu richiesto da Guaimario, col conte d’Aquino, suo genero; il quale sapendosi posposto ad una femmina, ne arse di sdegno e giurò di vendicarsi. Chiesta pertanto la sua liberazione a Guaimario, offrendoglisi vassallo fedele e difensore della badia, accolta con gioia l’offerta e rilasciato, Atenolfo ebbe da Richerio solennemente affidata la difesa di monastero.; e, accozzato un esercito, assalì il suocero a Perticelle, costringendolo a sgombrare dai possessi dei monaci. Da Guaimario investito quindi del ducato di Gaeta, gli prestò il giuramento di vassallaggio.”, dunque, dopo diversi avvenimenti che videro il culmine della potenza di “Guaimario V, Principe di Salerno e di Capua, sovrano delle contee normanne di Aversa e di Puglia, dei ducati di Amalfi, Sorrento e Gaeta, riverito dai conti dei Marsi e di Sangro e non più osteggiato da Pandolfo, ridotto all’impotenza. Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”. Padre Germano Giovanelli (…), scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel ‘bios’ (23) è detto (χωμηδ), che aveva la signoria di quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo a castigo delle sue malefatte.”. Il Breccia (…), sulla scorta di Ebner e di Acocella (…), a proposito del principe longobardo Guaimario IV, scriveva che: “Con i primi decenni del nuovo millennio si può intravvedere qualcosa di più preciso della vita delle fondazioni monastiche greche nel Cilento, che vengono favorite dal principe salernitano Guaimario V: in particolare S. Maria di Pattano, “cuore della spiritualità bizantina nella regione”, ma anche centri minori, e tra questi forse Rofrano – che proprio in quell’epoca, secondo l’Ebner, verrebbe sottoposto a Grottaferrata. E’ un periodo di ostilità continue tra i principati longobardi e il catepanato bizantino: ostilità che potrebbero aver fornito a Guaimario V anche un motivo pratico per la donazione del Monastero di Rofrano a Grottaferrata, vale a dire attrarre il primo nell’area della latinità, sciogliendone gli eventuali legami con la zona controllata da Costantinopoli  (verso cui poteva spingerlo anche la sua collocazione geografica, al confine meridionale del principato di Salerno), e portandolo invece a gravitare anche economicamente verso settentrione.”.  Padre Germano Giovanelli (…), scriveva che: “Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Atenolfo di Aquino, questi, ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche che si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo ( il loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 995)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quel di tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno, ebbe la sovranità su d’un altro dominio.” (25). Pietro Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33 , scriveva in proposito: “Pur abbondando di donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore…quasi a creare un contrappeso locale con la vicina tebaide del Mercurion, il cuore della spiritualità bizantina nel Cilento, il monastero di S. Maria di Pattano, come si è detto il più venerato tra i cenobi di quel territorio che certamente doveva aver visitato. Con questo si favorirono i vicini monasteri con esso congregati, esaltando la figura del traumaturgo S. Filadelfo le cui spoglie richiamavano a Pattano sempre più grandi turbe di fedeli. Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo. Nessuna meraviglia, perciò, che “Raidulfus comes” accogliesse (a. 1034) innanzi al suo tribunale come ‘Kreites’, arbitro più che giudice, in una contesa poderale sorta tra due monasteri italo-greci “in finibus lucanie”, appunto l’egùmeno di S. Maria di Pattano (86),”. L’Ebner (…), nella sua nota (85), postillava: ………………………………..e, nella sua nota (86), postillava: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925“. Ebner (…), continua il suo racconto e scrive: “che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e dalla moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze.”. Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig. 5) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…).

Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054,IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell”Annalista Salernitano (…), parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo:

Di Meo, vol. VII, p. 384

Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Hirsch (…), sulla scorta di Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum), parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Ebner (…), parlava della Bolla di Alfano, vescovo di Capaccio, riferendosi alle precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa e Guglielmo, precedenti a quella del 1131, di re Ruggero II, mentre il Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto e, scriveva: “Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una ‘Bolla di Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e il Monastero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni ecc…, e si prese cinque libre di argento. Fu presente Giovanni Giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII. Pr.D. n. Gisulfi gl. Pr. mense Februaio, VII. Indicti. Fu poi questo monastero dato ai Cavesi. Ecc..”. Rileggendo il Di Meo (…), e portandoci all’anno 1045, non abbiamo però trovato la notizia citata da Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Ritornando al Fedele (…), che, parlando di Teodora, aveva citato il Di Meo (…), continuando il suo racconto scriveva che: “…era fatto ricordo di Teodora, il cui nome fu poi compreso negli alberi genealogici che furono disegnati della famiglia dei conti di Tuscolo (2). Ma tranne il nome di Teodora, nulla sappiamo di preciso intorno alle relazioni fra i principi longobardi di Salerno e la potente famiglia che per tanto tempo ebbe dominio nelle cose ecclesiastiche e temporali di Roma, né in quali circostanze quelle relazioni s’improntassero di così calda amicizia da tramutarsi in parentela. Pandolfo, quegli che sposò Teodora, era figlio del principe di Salerno Guaimario IV e fratello di Guaimario V (1 – Schipa).”.

Le donazioni dei principi longobardi,  confermate in seguito dai Duchi Normanni

Pietro Ebner (…), riguardo la notizia del privilegio di Guaimario V, concesso a S. Bartolomeo, aggiunge nel suo racconto che:Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.e poi alla sua nota (88), scrive: “Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. La studiosa Falcone (10), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, che ereditò dal padre Roberto il Guiscardo parte del Principato Longobardo di Gisulfo II, la Falcone (10), scriveva: “Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Per la nota (200), della Falcone (10), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (16) e dalla Caciorgna (…). Felice Fusco (…) a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”

Nel 1047, Riccardo I d’Aversa o Riccardo Drengot, figlio di Asclettino I e Sarulo di Genzano

Francois Lenormant (….), nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie” (si veda edizione e traduzione a cura di Giovanni Battista Bronzini, “Francois Lenormant – Tra le genti di Lucania – appunti di Viaggio”, nel cap. VI, a pp. 91-92 parlando di Genzano, in proposito scriveva che: “Nel 1047 era tenuto da un cavaliere di nome Sarulo, compagno d’armi ed amico di Asclettino, conte di Aversa. Quando seppe che il fratello di costui, il giovane Riccardo, venuto dalla Normandia, era stato cacciato da Aversa da suo cugino Raoul Trincanotte (che si era impadronito della contea alla morte di Ascletino) e che aveva dovuto per questo cercare ospitalità a Melfi presso il conte Umfredo, Sarulo andò a trovarlo, gli chiese amicizia e lo pregò di andare a stabilirsi con lui a Genzano. Qui radunò i suoi compagni d’armi, li presentò a Riccardo e li invitò ad obbedire a questo giovane signore come al vero padrone e legittimo erede della contea di Aversa. I soldati gli giurarono fedeltà mentre Sarulo, per discrezione, voleva lasciare Genzano, perchè fosse meglio riconosciuta l’autorità di Riccardo, il quale, tuttavia, lo pregò di rimanere, e i due vissero in buona armonia. L’unione delle loro forze fece di Genzano un paese potente per qualche tempo. Sedevano a tavola fino a cento uomini d’armi e Riccardo utilizzò queste forze per far guerra a diversi signori, e soprattutto al cugino Raoul Trincanotte, al quale non perdonava d’averlo privato del bel feudo di suo fratello. Raoul, per vincere la sua ostilità, gli restituì quanto Asclettino aveva lasciato alla sua morte e inoltre gli fece sposare sua sorella Fredesinde. Grazie a queste concessioni, Riccardo se ne stette tranquillo, finchè alla morte di Raoul diventò signore di Aversa.”. Il Lenormant si riferisce a Riccardo I d’Aversa. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo Drengot (1024 circa – Capua, 5 aprile 1078) è stato un cavaliere medievale normanno. Fu quinto Conte di Aversa (1049-1078), primo principe normanno di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). Era figlio di Asclettino I, conte di Acerenza, ma era cresciuto in Normandia; giunse in Italia verso il 1045 con quaranta cavalieri normanni. Sposò Fredesenda d’Altavilla (1), figlia di Tancredi d’Altavilla e sorella di Roberto il Guiscardo, dalla quale ebbe cinque figli. Il fratello maggiore di Riccardo, Asclettino II Drengot, conte di Aversa, morì senza figli nel 1045. La Contea venne assegnata da Guaimario IV, principe di Salerno, a Rodolfo Cappello, scatenando così una contesa con gli altri membri della famiglia: Riccardo combatté a fianco di Rainulfo II Trincanotte contro Rodolfo Cappello, ma fu sconfitto e imprigionato (1046); in seguito venne liberato e riuscì a divenire il tutore del conte Ermanno (1049), figlio del Trincanotte e suo nipote, che però scomparve presto di scena; Riccardo gli poté così succedere. Da Wikipedia leggiamo che Aversa fu fondata ufficialmente nel 1029 da Rainulfo Drengot, che ne divenne primo conte, su investitura prima di Sergio IV, duca di Napoli e poi dell’imperatore Corrado II. Dodici furono i conti normanni che ressero le sorti della città di Aversa, che da piccolo borgo, grazie alla politica di asilo iniziata da Rainulfo, divenne una piccola capitale, da dove partirono le conquiste normanne dell’Italia Meridionale. Il più importante dei conti fu senza dubbio Riccardo Drengot, l’unico che seppe tener testa a Roberto il Guiscardo. E fu proprio il conte aversano a condurre, nella battaglia contro le truppe pontificie a Civitella del Fortore i normanni alla vittoria, imprigionando lo stesso papa Leone IX. L’astuto Riccardo I però non trattò il pontefice da prigioniero, ma lo scortò a Roma con tutti gli onori. Questo gesto gli valse la conciliazione con la Chiesa, la cancellazione della scomunica, e l’investitura di Aversa a Diocesi. Nel 1058 Riccardo conquistò il Principato di Capua e quindi, da quel momento il titolo di Conte d’Aversa fu ricompreso tra quelli spettanti ai Principi di Capua. 1049-1078: Riccardo I di Aversa fu anche Principe di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). 1045-1045: Asclettino d’Aversa, detto il Conte giovane. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “Drogone, alla morte del fratello Guglielmo Braccio di Ferro, assume il dominio della Puglia ecc…”.Da Wikipedia leggiamo che Asclettino II Drengot o Asclettino d’Aversa (… – 1046) è stato un cavaliere medievale normanno, figlio di Asclettino I conte di Acerenza e nipote di Rainulfo Drengot, a cui succedette nel titolo di conte d’Aversa e duca di Gaeta. Asclettino II succedette nel 1045 allo zio Rainulfo nel titolo di conte d’Aversa e duca di Gaeta, investito della contea dal suo signore, Guaimario IV principe di Salerno. Ma i nobili di Gaeta elessero loro duca il longobardo Atenolfo, conte d’Aquino. Guaimario, signore sia di Gaeta che di Aversa e di cui Rainulfo era stato vassallo, intervenne per conto di Asclettino II, attaccando Atenolfo che sconfisse e prese prigioniero: successivamente Guaimario liberò Atenolfo e lo confermò duca di Gaeta in cambio della liberazione di Richerio, abate di Montecassino, catturato da Landone che nel frattempo, insieme a Pandolfo il lupo degli Abruzzi, aveva attaccato le terre dell’Abbazia di Montecassino. Asclettino II governò dunque solo pochi mesi e morì prematuramente durante questi eventi del 1046. Gli successe il cugino Rainulfo Trincanotte. Successivamente suo fratello minore, Riccardo ereditò il titolo e portò alla famiglia anche il Principato di Capua. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 83-84, in proposito scriveva che: “Con l’accrescersi della potenza normanna e mentre giungevano in Francia notizie di ripetuti trionfi, il flusso dell’immigrazione era in continuo aumento; in un certo periodo, nell’anno 1046, poco più di tre anni dopo gli accordi di Melfi, apparvero nell’Italia meridionale, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, due giovani. Tutti e due, in modo diverso, avrebbero raggiunto una posizione eminente; ciascuno doveva fondare una dinastia; e uno era destinato a scuotere le fondamenta stesse della cristianità, a tenere in pugno uno dei papi più potenti della storia e a far tremare il trono dell’Impero d’Occidente come quello d’Oriente, al suono del suo nome. Questi erano Riccardo figlio di Asclettino, che in seguito divenne principe di Capua e Roberto di Altavilla che di lì a poco veniva soprannominato il Guiscardo, ossia l’Astuto (2). Ambedue questi giovani partirono avvantaggiati rispetto agli altri immigrati. Riccardo era nipote di Rainulfo di Aversa. Suo padre Asclettino, fratello minore di Rainulfo, era stato uno dei più brillanti luogotenenti di Rainulfo e alla morte di questi, avvenuta nel 1045, aveva regnato per un brevissimo periodo ad Aversa quando dopo pochi mesi morì anche lui. Riccardo era cresciuto in Normandia, ma quando giunse nella penisola con l’imponente seguito di quaranta cavalieri era fiducioso che il futuro gli avrebbe riservato fama e gloria. Le sue speranze non andarono deluse. Amato, forse non del tutto dimentico delle generose donazioni fatte in seguito da Riccardo al suo monastero, ce ne ha lasciata una garbata descrizione: “A quest’epoca giunse Riccardo figlio di Aslettino, bello di forme e di nobile statura, giovane, dal volto fresco e di bellezza radiosa, cosicché quanti lo volevano lo amavano; aveva a suo seguito molti cavalieri e popolo….(3)”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Mentre Roberto era obbligato a far affidamento sul suo coraggio e sul suo impegno per vivere, Riccardo stava rapidamente realizzando le sue mire più ambiziose. La sua accoglienza iniziale ad Aversa era stata ancora più fredda, se possibile, di quella riservata a Roberto a Melfi; Rainulfo II nell’arrivo del fratello del suo predecessore vide una minaccia e pensava solo a liberarsene al più presto. Riccardo, intuendo la situazione, se ne partì cavalcando verso est su per le montagne e, dopo un breve periodo trascorso al servizio di Umfredo di Altavilla, si unì ad un altro barone randagio, Sarulo di Genzano. Con l’aiuto di Sarulo e adottando metodi che erano in pari tempo predatorii e privi di scrupolo, presto divenne tanto potente da poter sfidare Rainufo, il quale fu costretto a liberarsene concedendogli le terre appartenute a suo fratello Asclettino. Poi venne alle prese con Drogone, ma questa volta fu meno fortunato, perchè Drogone, catturatolo, lo gettò in prigione. La carriera di Riccardo fu così alla mercé di di Drogone; si salvò solo dopo la morte di Rainulfo, avvenuta nel 1048, il cui figlio Ermanno, un bimbo di pochi mesi, aveva biogno di un reggente che governasse in suo nome. Il primo ad essere scelto per questo incarico fu un certo barone dal nome alquanto imbarazzante di Bellebouche, che però si dimostrò inadatto al compito e la scelta cadde allora su Riccardo. Riccardo stava ancora languendo nella prigione di Drogone, ma l’intervento di Guaimaro gli ottenne la libertà. Secondo Amato, Guaimaro allora lo rivestì di seta e lo condusse ad Aversa dove, per festosa volontà di popolo, fu acclamato conte. All’inizio sembra che Riccardo abbia governato a nome di Ermanno, ma dopo un anno o due, del bimbo non si sentì più parlare. Si direbbe che, per tacito accordo, tutti i cronisti abbiano tirato un velo discreto su quanto accadde al fanciullo.”. Su Riccardo di Aversa, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 34 parlando di Gisulfo II dopo la sua liberazione e salita al trono del Principato longobardo di Salerno, in proposito scriveva che: “e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tracheggiasse sia nel consegnare l’oro promesso a Riccardo di Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93).”.

Nel 1047, ROBERTO D’ALTAVILLA detto il Guiscardo

Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (in latino: Robertus Guiscardus o Viscardus; Hauteville-la-Guichard, 1015 circa – Cefalonia, 17 luglio 1085), è stato un condottiero normanno. Sesto figlio di Tancredi (conte di Hauteville-la-Guichard) e primo della sua seconda moglie Fresenda (o Fressenda, figlia di Riccardo I di Normandia, detto Riccardo Senza Paura), divenne Conte di Puglia e Calabria alla morte del fratello Umfredo (1057). In seguito, nel 1059, fu investito da papa Niccolò II del titolo di Duca di Puglia e Calabria e Signore di Sicilia. Roberto il Guiscardo giunse nel 1047 nell’Italia meridionale, dove già i suoi fratellastri (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Secondo la storica bizantina Anna Comnena, egli aveva lasciato la Normandia con un seguito di appena cinque cavalieri e trenta fanti avventurieri e, all’arrivo nell’antica Langobardia, si mise a capo di una compagnia errante di predoni. All’arrivo di Roberto le terre in Puglia scarseggiavano ed egli non poté aspettarsi grandi concessioni da parte di Drogone, il fratellastro allora regnante. D’altra parte lo stesso Umfredo aveva appena ricevuto in feudo la contea di Venosa. E così nel 1048 decise di unirsi al principe longobardo Pandolfo IV di Capua nelle sue incessanti guerre contro il principe Guaimario di Salerno, ma l’alleanza durò appena un anno: stando alle cronache di Amato di Montecassino, Pandolfo venne meno alla promessa di concedere a Roberto un castello e una figlia in sposa, al che il Normanno rispose rompendo gli accordi e abbandonando il sodalizio. Roberto fece nuovamente richiesta di un feudo al fratellastro Drogone, il quale stavolta gli concesse il comando della fortezza longobarda di Scribla (eretta nel 1044 dal Principe longobardo Guimario V), al centro della Piana di Sibari e punto strategico delle vie di transito tra Calabria, Campania e Puglia, a nord est di Cosenza. Roberto su questo avamposto fece costruire il primo castello in Calabria, durante le prime campagne militari progettate proprio da Scribla conquista quella zona e qualche tempo dopo Cariati. Da Scribla poteva controllare il tracciato dell’antica via Popilia, quindi era un punto strategico importante anche se la zona era paludosa e malsana. Durante questo periodo conquistò alcune delle roccaforti strategicamente più rilevanti per il controllo della Calabria Citeriore, tra queste vi era Malvito, già città fortificata di cui non sono ben chiare le origini, il Guiscardo la conquista intorno al 1049 o al 1050 (vi è la legenda del finto morto a tal proposito, ma questa diceria non è confermata da nessuna fonte), da qui poteva controllare tutta l’alta valle del Crati, successivamente prende accordi, dopo averlo rapito e aver chiesto un congruo riscatto, con Pietro di Tiro, si accaparra quindi un’alleanza con la vicina Bisignano, conquista Tarsia, sempre vicino all’antico tracciato della via Popilia e in fine, per assicurarsi delle piazzeforti conquista San Marco Argentano (in omaggio al quale, più tardi, battezzò la fortezza di San Marco d’Alunzio, il primo castello normanno in Sicilia, sito presso l’antica Aluntium) e vi edifica una fortificazione. L’opera del normanno Guiscardo, si inserisce anche in un contesto in cui parte dei nostri territori, soprattutto nella diffusione dei cenobi e dei Monasteri italo-greci o basiliani, risentivano dell’influenza della regola bizantina e della nascente regola monastica benedettina. In Calabria, l’invasione dei Longobardi ne spezzò l’unità, strappandole il Cosentino, annesso al ducato di Benevento e poi al principato di Salerno (847). La riunificazione sotto i Bizantini (con l’erezione a tema: inizio X sec.) aprì una fase di radicale ellenizzazione, appoggiata dalla diffusione del monachesimo basiliano; ma per l’inerzia e il fiscalismo del governo decadde l’agricoltura, rinacque il latifondo, sparì quasi ogni energia locale. Il Guiscardo, dunque, dopo aver distrutto, forse per la seconda volta la città di Policastro, pensò bene di tradurre molti dei superstiti e trasferirli in alcuni paesi della Calabria a lui già soggetti da tempo. Già nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa.

Nel 1048, Roberto il Guiscardo a S. Marco Argentano

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 192-200, scriveva in proposito che: “Guiscardo, già stabile a S. Marco Argentano (287). A Roberto, i cui feroci assalti avvenivano da S. Marco Argentano, si aggiunse, dopo il 1057, Ruggero, dal castello di Scalea, e la costa divenne normanna. Nel 1058, come scrivono Amato e Malaterra (288), il Guiscardo sposò Sichelgaita, così che Cetraro divenne appannaggio, per morgengab, dell’ex principessa salernitana. Morto il Guiscardo, il 17 luglio 1085, Sichelgaita fece donazione, pro anima, di Cetraro alla badia di Montecassino (289).”. Il Campagna, a p. 192, nella nota (287) postillava che: “(287) Roberto il Guiscardo restò a S. Marco Argentano dal 1048 al 1057, J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Torino, 1974, pag. 92 e sgg.”. Il Campagna, a p. 192, nella nota (288) postillava che: “(289) E. Gattola, Accessiones ad Historiam Abbatiae Cassinensis, Venetia, 1734; E. Conti, S. Marco Argentano, Cosenza, 1976, pag. 42; L. Jozzi, Cetraro – notizie storiche, Cosenza, 1973.”. Da Wikipedia leggiamo che verso l’anno 1048, Roberto conquistò alcune delle roccaforti strategicamente più rilevanti per il controllo della Calabria Citeriore, tra queste vi era Malvito, già città fortificata di cui non sono ben chiare le origini, il Guiscardo la conquista intorno al 1049 o al 1050 (vi è la legenda del finto morto a tal proposito, ma questa diceria non è confermata da nessuna fonte), da qui poteva controllare tutta l’alta valle del Crati, successivamente prende accordi, dopo averlo rapito e aver chiesto un congruo riscatto, con Pietro di Tiro, si accaparra quindi un’alleanza con la vicina Bisignano, conquista Tarsia, sempre vicino all’antico tracciato della via Popilia e in fine, per assicurarsi delle piazzeforti conquista San Marco Argentano (in omaggio al quale, più tardi, battezzò la fortezza di San Marco d’Alunzio, il primo castello normanno in Sicilia, sito presso l’antica Aluntium) e vi edifica una fortificazione. L’opera del normanno Guiscardo, si inserisce anche in un contesto in cui parte dei nostri territori, soprattutto nella diffusione dei cenobi e dei Monasteri italo-greci o basiliani, risentivano dell’influenza della regola bizantina e della nascente regola monastica benedettina. In Calabria, l’invasione dei Longobardi ne spezzò l’unità, strappandole il Cosentino, annesso al ducato di Benevento e poi al principato di Salerno (847). La riunificazione sotto i Bizantini (con l’erezione a tema: inizio X sec.) aprì una fase di radicale ellenizzazione, appoggiata dalla diffusione del monachesimo basiliano; ma per l’inerzia e il fiscalismo del governo decadde l’agricoltura, rinacque il latifondo, sparì quasi ogni energia locale. Il Guiscardo, dunque, dopo aver distrutto, forse per la seconda volta la città di Policastro, pensò bene di tradurre molti dei superstiti e trasferirli in alcuni paesi della Calabria a lui già soggetti da tempo. Già nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “Drogone, alla morte del fratello Guglielmo Braccio di Ferro, assume il dominio della Puglia ed è consapevole che, se si vuole occupare la Calabria, fisicamente divisa in due parti dalla catena degli Appennini che l’attraversano da nord a sud, è necessario presidiare i luoghi di passaggio obbligati, posti lungo le vie di transito ed in prossimità delle vie istmiche. Poiché questa regione era poco fertile e abbastanza insalubre, si dovettero attribuire le nuove conquiste ai cavalieri normanni più poveri e più bisognosi. (34) Per questo motivo Drogone concede al fratellastro Roberto un castello in val di Crati di nome Scribla (35) per domare i Cosentini e tutti coloro che in Calabria erano ancora ribelli. (36) I normanni, in numero esiguo, hanno ben poco di cui cibarsi e vivono come i figli di Israele nel deserto, costretti a bere solo acqua. (37) Il saccheggio delle campagne è il solo modo che hanno di procurarsi di che nutrirsi. Pertanto Roberto deve recarsi dal fratello per chiedergli aiuto. A seguito del suo diniego, (38) fa ritorno in Calabria dove è costretto nuovamente a perpetrare scorrerie e razzie. Per l’insalubrità del posto e l’incostanza del clima su cui sorge il castello di Scribla, però, la guarnigione comincia ad ammalarsi, probabilmente di malaria, ed il Guiscardo decide allora di trasferirsi in un posto non molto distante, San Marco Argentano (40), dove intorno al 1040 Drogone aveva già presumibilmente rinforzato una torre di guardia (pyrgos), di origine romana o bizantina, (41) che egli provvede a fortificare ulteriormente. Recatosi in Puglia dal fratello, gli chiede il permesso di sposare Alberada, la zia di Gherardo di Buonalbergo, che gli porterebbe in dote duecento cavalieri, ma Drogone, geloso dei successi del fratello e temendo che possa diventare troppo potente e difficile da controllare, oppone un netto rifiuto. Soltanto a seguito dell’intervento di numerosi cavalieri normanni finalmente acconsente ed il Guiscardo sposa Alberada, che a quell’epoca doveva essere una bambina. (42) L’alleanza con Gherardo segna l’inizio della sua fortuna: accresciuta la potenza delle sue truppe, ritorna in Calabria dove occupa ville, castelli e territori. (43) Al loro arrivo, i normanni trovano a San Marco un insediamento rurale raggruppatosi intorno alla torre. Scarse, per non dire inesistenti, le notizie degli insediamenti abitativi nella città di San Marco nell’Alto Medio Evo. (46). Quando il Guiscardo occupa la torre, perciò, dell’antica e gloriosa città di San Marco non restano che poche case, sparse su tutto il territorio ed alcune arroccate, come detto, intorno ad essa. Egli trova un’altura pronunciata (48), probabilmente il nucleo dell’attuale torre, e provvede a fortificarla con una recinzione di legname, secondo l’usanza dei normanni. San Marco diventa un vero asilo di briganti (49). Dopo ogni impresa con i suoi sclavi (50) Roberto si rifugia nella torre per mettersi al sicuro dalle azioni di ritorsione degli abitanti dei borghi e dei paesi vicini saccheggiati. Un paese vicino, Bisignano, è governato da un ricchissimo cittadino, Pietro di Tira, che spesso si incontra con lui per dirimere le tante controversie che insorgono tra i loro uomini. Il Guiscardo, che cerca il modo di ottenere il dominio su Bisignano e progetta sottilmente di impadronirsi delle ricchezze del governatore, organizza furbescamente con lui un incontro in aperta campagna, al cospetto dei rispettivi schieramenti di armati. Improvvisamente, afferra Pietro e lo trascina verso i suoi soldati facendolo prigioniero. Dopo lunghe trattative, gli restituisce la libertà dietro l’esborso di una cospicua somma di denaro. Pietro di Tira è costretto a sborsare ventimila soldi d’oro che saranno utilizzati per costruire il palazzo-fortezza, oggi episcopio, di San Marco.”. Il Credidio, a p. 27, nelle note (50) postillava che: “(50) Gli sclavi erano immigrati slavi, prevalentemente della Dalmazia, che comparvero in qualità di mercenari dell’esercito bizantino; di alcuni gruppi sono attestati insediamenti in Sicilia, in Calabria e specialmente sulla costa settentrionale del Gargano.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 192-200, scriveva in proposito che: “L’intero territorio di Cetraro-Bonifati, un misto di insediamenti saraceni sulla costa, di nuclei micro-asiatici e greci sulle colline, di cenobi e chiesette, basiliani (286), è emblematico il toponimo “Foresta” che doveva indicare la platea delle comunità, ancora in auge in epoca angioina, non potevano non sollecitare la cupidigia del Guiscardo, già stabile a S. Marco Argentano (287). Precedentemente, le aristocrazie italo-longobarde della costa avevano subito le razzie di Guglielmo e di Drogone.”. Il Campagna (….), a p. 189, nella nota (286) postillava che: “(287) Roberto il Guiscardo restò a S. Marco Argentano dal 1048 al 1057, J.J. Norwich, I Normanni nel sud (1016-1130), Torino, 1974, pag. 92 e sgg.”. Il Campagna, a p. 200, in proposito scriveva che: “I Normanni erano già alle dipendenze dei principi longobardi della Campania, con cui avevano contratto o stavano per contrarre vincoli di parentela. Ai fratelli Altavilla non mancò l’ardimento, è vero, ma neppure le occasioni propizie per una facile penetrazione nel sud (13).”. Il Campagna, a p. 191, nella nota (13) postillava che: “(13) Bisanzio era in preda al lassismo. Nel 1050 si era spenta l’imperatrice Zoe, dopo aver toccato il fondo del malcostume e della corruttela, certamente motivo non trascurabile per la facile penetrazione normanna nei domini bizantini d’Italia. L’assasinio di Guaimario di Salerno, 1052, tolse ogni remora a Roberto il Guiscardo per saccheggi e conquiste. La sconfitta dell’esercito pontificio a Civitate, giugno 1053, lo scisma del Patriarcato di Bisanzio dalla Chiesa di Roma, 1054, furono occasioni determinanti per le conquiste del Guiscardo; conquiste che ebbero il crisma ufficiale di Nicolò II con l’accordo di Melfi del 1059, in J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Torino, 1974.”.

Nel 1051, Leone Atranense forse padre del conte Mansone

Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, a pp. 161-162 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “Le vicende del monastero di Santa Maria ‘ad gulie’ si inseriscono, quindi, in un contesto socio-economico particolarmente importante, legato alla presenza di una folta comunità amalfitana, interessata ad acquistare terre che possono costituire punti di appoggio strategici per il commercio, rappresentando la soluzione alle difficoltà di comunicazione e di approvvigionamento per l’asperità del paesaggio costiero aveva sempre creato (726). Fin dalla metà del X secolo i ‘marinai-contadini’ di Amalfi guardano alle terre cilentane e ai numerosi approdi che, lungo la linea di costa, si aprono tra le foci del Sele e del Mingardo, quali scali fondamentali per il commercio con l’Africa, alcuni dei quali attestati già in età antica (727). Il controllo delle terre che da Agropoli arrivano a CasalVelino avrebbe permesso agli ‘Atranenses’ e ai prodotti esportati di partire direttamente per le varie destinazioni, risparmiando i tempi e i costi del trasporto via-terra allo scalo più vicino (728), senza considerare poi l’opportunità di inserirsi in un ambiente ampiamente permeato dalla cultura e dalla spiritualità italo-greca (729). Bisogna, tuttavia, aspettare il 1051 per tornare ad avere notizie sul complesso di Santa Maria ‘ad gulie’, in un atto del 1086, infatti, si rintraccia la trascrizione di un documento più antico, secondo il quale il conte Sicone avrebbe venduto a Leone Atranense terre ‘in loco Lucanie’, iuxta rebus ecclesie Sancte Marie, ubi ad gulie dicitur’. Nel settembre del 1086 Pietro de Blacta, filius quondam Leone, avrebbe rivendicato il possesso di ‘omnes res in quibus constructae sunt ecclesiae Sanctae Mariae de gulia, Sancti Angeli (730) et aliae’, dando vita ad una lite con il monastero cavense, al quale invece i beni e le chiese risultano donate dal principe Gisulfo II, riunito ‘in sacro Salernitano palatio’ con i suoi ‘fideles’, offre al dominus Petrus, Abbas monasterii Sancti Archangeli Mychaelis, quod conditum est in finibus Lucanie pertinentie Cilenti’, terre appartenenti ai beni del ‘palatium’ (732).”. In questo passaggio, la Visentin scriveva che: Bisogna, tuttavia, aspettare il 1051 per tornare ad avere notizie sul complesso di Santa Maria ‘ad gulie’, in un atto del 1086, infatti, si rintraccia la trascrizione di un documento più antico, secondo il quale il conte Sicone avrebbe venduto a Leone Atranense terre ‘in loco Lucanie’, iuxta rebus ecclesie Sancte Marie, ubi ad gulie dicitur.”. La Visentin, a p. 162, nella nota (730) postillava che: “(730) AC, B 9 e XIV 59 edito da A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI, Firenze 1910, pp. 66-68 e nel CDC IX, pp. 369-372.”. La Visentin, a p. 162, nella nota (732) postillava che: “(732) AC, B 9 e XIV 59 edito da A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI, Firenze 1910, pp. 66-68 e nel CDC IX, pp. 369-372.”. Dunque, secondo un documento più antico trascritto in un atto di donazione del 1086, il conte Sicone avrebbe venduto ad un certo Leone Atranense proprietà in S. Maria de Gulia. Dunque, in questo passaggio apprendiamo anche di un Leone Atranense. Ciò che è stato scritto dalla Visentin potrebbe avrere un collegamento con le rovine di un “Amalphi ruinata” ?. Forse uno dei porti della valle del Mingardo acquistato dagli Atranesi o Amalfitani ?. Un antico casale posto non lontano dal fiume Mingardo di cui ho parlato in un altro mio saggio dal titolo “Nel 339 d.C., la fondazione di Amalfi la Vecchia”. Forse un antico porto amalfitano o atranese, uno dei tanti della costa che risale verso Agropoli. Esistono diversi documenti del periodo successivo che attestano l’interesse dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava per gli approdi del basso Cilento.

Nel 1052, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, e Lorenzo preposto che fu ucciso in una attacco dei Saraceni

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito scriveva che: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”.

Nel 1052, l’assassinio del principe longobardo Guaimario V

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, in proposito scriveva che: Sappiamo, però che già nel 929 il principe Guaimario II, rinunciando al titolo di patrizio imperiale, mosse all’assalto delle terre greche di Puglia e di Calabria insieme a Landolfo I, principe di Benevento, e riuscì a recuperare “molti castelli”(5), di questi ignoriamo il nome, ma fra essi doveva esserci certamente Policastro, che in seguito riappare in mano ai Longobardi di Salerno (6). Costoro, perduto per sempre Laino e scomparso l’omonimo gastaldato, riorganizzarono proprio attorno alla munita Policastro la residua regione della Bricia, che allora comprendeva le aree litoranee situate fra quella fortezza, appaunto, e la foce dell’Alento, ed era limitata a Nord ed a Nord-est dalle terre appartenenti alle rocche di Novi e di Laurito (a. 947)(7), entrambe ‘in finibus salernitanis’.”. Il Cantalupo, a p. 100, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La prima notizia certa di questo possesso è del 1052 (v. p. 116).”. Il Cantalupo, a p. 116, dedica un’intero capitolo alla “VIII. La Conquista Normanna”. Il Cantalupo, a p. 116, spiega che: “Dopo il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, suo fratello Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, sfuggito ai congiurati (1), riuscì a mobilitare contro costoro con preghiere e promesse di laute ricompense sia le forze normanne di Umfredo d’Altavilla, conte di puglia (2), sia quelle di Riccardo conte d’Aversa, ed a far sì che a soli pochi giorni da quell’evento fosse rovesciato il governo dell’usurpatore Pandolfo III per ristabilire sul trono avito il figlio di Guaimario, Gisulfo II. Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figlii dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375,nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, …….fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, asoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appaena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo un vuoto di circa tre secoli appaiono altre notizie. Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di papa Stefano IX (Federico di Lorena). La sede vescovile di Salerno fu fondata nel 499 assieme a quella di Paestum; papa Benedetto VII nel 974, ad istanza del Principe Giovanni, la elevò a metropoli e vi designò l’Arcivescovo di nome Amato. Papa Giovanni XIV la confermò nel 984; papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. – L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, aveva ottenuto facoltà di nominare e di eleggere 10 vescovi suffraganei, tra cui quello di Policastro. Essendo stato richiesto dal popolo policastrense un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, vescovo di Policastro. – Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della Sede. Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale. Ma, dopo tre anni di vita pastorale a Policastro, assetato di vita contemplativa, nel 1082 si ritirò nel monastero di Cava e successe alla reggenza dell’Abate Leone. Di lì passò al Monastero di Pedifumo, dove morì nel 1123, all’età di 80 anni. Dalla sua scuola uscì un ottimo alunno, Oddone di Chatillon, che fu papa Urbano II (1088-1099).”. Un’altra notizia utile alla ricostruzione storiografica delle nostre diocesi ci è sempre data dal Cataldo che a p. 16 scriveva che: “Nl 930 Paestum fu distrutta dai Saraceni e la sede passò a Capaccio, conservando il nome di Paestum fino al 1156. La nuova sede di Capaccio fu trasferita, sotto Sisto V (1585-89), a Diano (Teggiano), senza perdere il titolo, ecc…”. Sempre il Cataldo a p. 19 si chedeva “Quali furono gli antichi confini della nostra Diocesi ?. Della nuova sede policastrense, restaurata dopo 1013 anni, nel 1079, grazie all’iniziativa illuminata dell’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano, già autorizzato da papa Stefano IX nel 1057, e dal principe di Salerno, Gisulfo II, sappiamo i confini, più ampliati di quelli attuali, perchè abbracciavano con Policastro 30 parrocchie. Parrocchie della Diocesi di Policastro nel 1079. Molti di questi paesi sono compresi ancora nella Diocesi attuale. I centri abitati periferici passarono col tempo ad altre diocesi (Cassano Jonio e Capaccio) perchè i Vescovi, amministratori e signori delle terre, se le cedevano a vicenda. Così avvenne per Maratea, che nel 1098 passò da Policastro a Cassano Jonio, nuova diocesi eretta in cambio dell’antica Scalea. Però la “perla della diocesi bussentina”, col Santuario di S. Biagio, doveva ritornare per sempre sotto la primitiva giurisdizione nel 1898. – “.

Nel 1052, l’assassinio di Guaimario V (Guaimario IV), la congiura di palazzo e l’arresto del figlio Gisulfo II, suo erede

Il Principato tuttavia era scosso dalle continue incursioni dei Saraceni e dalle lotte interne per il potere. In uno di questi complotti, nel 1052, Guaimario venne assassinato. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Un complesso intrigo di avvenimenti contribuiva, così, a sfaldare il dominio longobardo in Campania: l’assassinio di Guaimario e di Pandolfo, conte di Capaccio, il 2 giugno 1052; etc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 116, in proposito scriveva che: “Dopo il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: Difficilmente valutabili i riflessi del territorio del Cilento della congiura che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento Medievale’, vol. I , a p. 223, in proposito scriveva che: “Poi la congiura di palazzo, sfociata nell’assassinio del principe e nell’arresto dell’erede e coreggente Gisulfo II (40), rinchiuso nella rocca con tutta la sua famiglia, pose ai normanni problemi nuovi e indifferibili (41).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento Medievale’, vol. I , a p. 223, nella sua nota (40) così postillava a riguardo: “(40) L’evento era stato preannunciato da prodigi non bene interpretati, sui quali si diffonde Amato con il candore proprio del suo animo di religioso. Benchè informato che qualcosa si tramasse contro di lui, il principe non volle umiliarsi a provvedere, scrive Amato che ricorda il 2 giugno 1052 come giorno di pianto e disperazione (Amato, III, 25, 26, 27).”. Pietro Ebner (….), a p. 224, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Ebner, Storia, cit., p. 33 sg e p. 79 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: I normanni furono informati degli eventi salernitani da Guido, fratello del principe, il quale sfuggito miracolosamente alla cattura, si diresse a spron battuto verso Melfi per incontrarvi Umfredo d’Altavilla (41). Umfredo si accordò con Riccardo di Aversa e mosse con i suoi normanni verso Salerno che occupò prendendo prigionieri i congiurati. I normanni, nominarono reggente Guido in attesa di porlo addirittura sul trono. Guido rifiutò, per rispetto alla memoria del fratello e per riguardo verso il nipote correggente dal 1040. Sicchè Gisulfo, dopo appena due mesi venne rimesso sul trono.. Ebner, a p. 224, nella sua nota (41) postillava che: “(41)…………….Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: “Il conte Guido, come segno di gratitudine, donò ai liberatori normanni persino i monili d’oro e di perle della moglie e delle figlie (42). Gisulfo II nel riconoscere l’investitura ” de celle terre qu’il tenoient”, promise di dare tributi (“salaire”), terre e castelli al conte di Aversa, agli Altavilla e a quei normanni che si erano adoperati a rimetterlo sul trono. Ecc…”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (42) postillava che: “(42)…………

Nel 1052, muore PANDOLFO DI CAPACCIO, nella congiura contro Guaimario IV (V)

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo o Paldolfo (… – giugno 1052). Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III (10). In Wikipedia, nella nota (2) si postillava: (2) Joanna H. Drell, Kinship and Conquest: Family Strategies in the Principality of Salerno During the Norman Period, 1077–1194 (Ithaca: Cornell University Press, 2002). In Wikipedia, nella nota (10) si postillava: “(10) Joanna H. Drell, Kinship and Conquest: Family Strategies in the Principality of Salerno During the Norman Period, 1077–1194 (Ithaca: Cornell University Press, 2002). In Wikipedia, nella nota (1) postilla: “(1) Andrea Bedina, Guaimario [III], Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 60 (Rome: Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2003)”. In Wikipedia, nella nota (10) si postillava: “(10) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest (Routledge, 2000), p. 117.”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: “La contea di Capaccio, come abbiamo visto, consisteva nello stesso ambito territoriale della Circoscrizione di Lucania, quale si era venuta a configurare dopo la divisione del 1034, di modo che la città di Capaccio era contemporaneamente sede di questa circoscrizione – retta da un Gastaldo, funzionario della curia del Principe – e sede della contea, quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2), ecc…”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 1, p. 116”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del Principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”.    

Nel 11 giugno 1052, la liberazione di Gisulfo II e la sua successione al Principato di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che a Guaimario V gli succedette il figlio, Gisulfo II, ma il dominio longobardo sul Meridione si avviò ormai al termine. A Guaimario V gli succedette il figlio, Gisulfo II, ma il dominio longobardo sul Meridione si avviò ormai al termine. A Guaimario V succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Sappiamo da Amato di Montecassino (…), che Gisulfo II, principe di Salerno, era figlio e successore di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV) e Gemma, figlia di Landolfo di Capua. Da Wikipedia leggiamo che a Guaimario V succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto. A Guaimario V succedette il figlio, Gisulfo II, ma il dominio longobardo sul Meridione si avviò ormai al termine. Ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto.

Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: Sicchè Gisulfo, dopo appena due mesi venne rimesso sul trono.”. Ebner, a p. 224, nella sua nota (41) postillava che: “(41)…………….

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: “Infatti lo Schipa, non nasconde le sue simpatie per Gisulfo II, malvisto da Amato di Montecassino, di cui è nota la sua predilezione per i normanni – ma v. quando dice di Guaimario V e di Guido, fratello di Gisulfo. A parte le qualità negative del principe – cfr. Ebner, cit., p. 34 – è chiaro che Amato mal tollerò che Gisulfo si fosse si fosse lasciato sfuggire di tra le mani la grande eredità paterna. Ecc…. Ebner (…), cita Michelangelo Schipa (….) che, infatti, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 232, dopo aver detto dell’uccisione di Guido, scriveva di Landolfo, suo fratello minore, scriveva che: Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla restaurazione della Diocesi Bussentina in Diocesi Paleocastrense (…), scriveva che: “Come ho detto altrove (2), dopo la sua restaurazione, Gisulfo II di Salerno per ringraziare i normanni di Umfredo e Guglielmo di Altavilla che, disperdendo i congiurati, lo avevano reinsediato sul trono di Salerno, oltre a investire i normanni dei castelli già in loro possesso (3), s’impegnò solennemente ad assegnar loro, con lo “salaire” (tributi) (4), altre terre e castelli.  Allo zio Guido che, reggente, aveva rifiutato il trono per il rispetto verso l’erede e che tanto aveva cooperato alla restaurazione invocando di persona l’aiuto dei normanni, il principe Gisulfo II, ecc..ecc..”Pietro Ebner (…), nella sua nota (2), a p. 540, postillava che: “(2) Ebner, op. cit., vol. I, pag. 32 e s., 81 sg., 152 sg.”. Queste notizie, però, non sono interessanti per l’argomento in quanto i riferimenti delle note citate da Ebner, riguardano la restaurazione di alcune Diocesi e la loro latinizzazione. Pietro Ebner (…), nella sua nota (3), a p. 540, postillava che: “(3) Amato di Montecassino, op. cit., III, p. 32.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Amato di Montecassino (…), in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca Francesco, Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni (‘Northmann’, uomo del nord) di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ecc…”. Ebner, a p. 33, nella sua nota (90) postillava che: “(90)………………..

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 116, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “suo fratello Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, sfuggito ai congiurati (1), riuscì a mobilitare contro costoro con preghiere e promesse di laute ricompense sia le forze normanne di Umfredo d’Altavilla, conte di puglia (2), sia quelle di Riccardo conte d’Aversa, ed a far sì che a soli pochi giorni da quell’evento fosse rovesciato il governo dell’usurpatore Pandolfo III per ristabilire sul trono avito il figlio di Guaimario, Gisulfo II. Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ……

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”.

Dopo il 3 maggio 1052 (assassinio di Guaimario V), il fratello Guido, Conte di Conza e di Sorrento

Da Wikipedia leggiamo che Guido (spesso indicato come Guidone) (1012 circa – 1073) è stato un duca longobardo, governò Sorrento dal 1035 (1). Figlio di Guaimario III di Salerno e Gaitelgrima (figlia di Pandolfo II di Benevento). Fratello di Guaimario IV, suocero di Guglielmo Braccio di Ferro e Guglielmo d’Altavilla, cognato di Umfredo d’Altavilla, deve il suo posto nella storia in primo luogo dai suoi legami (di sangue e matrimoniali) con personaggi di primo piano nella fase storica di transizione dal dominio longobardo a quello normanno nel sud Italia. Fu nominato gastaldo di Capua dallo zio Pandolfo e successivamente anche duca di Sorrento dal fratello maggiore. Nel 1035 suo fratello Guaimario conquistò Sorrento e ne affidò il governo a lui, che fu nominato duca. Il suo sostegno al fratello e ai Normanni fu costante per tutta la durata del regno di Guaimario e oltre. L’unificazione delle due famiglie normanne, Altavilla e Drengot, fu motivo di forza, perché esse si basavano concretamente sui possedimenti di Aversa e di Melfi. Guaimario offrì il riconoscimento ufficiale delle conquiste: alla fine dell’anno con lo stesso Rainulfo e con Guglielmo, si recarono a Melfi e riunirono un’assemblea dei baroni Longobardi e Normanni, che terminò al principio dell’anno successivo (1043). In questo Parlamento generale, Guaimario garantì agli Altavilla il dominio su Melfi. Braccio di Ferro si distinse così da Rainulfo I Drengot, capo dei territori della Campania, che ottenne anche la sovranità su Siponto e sul Gargano, ex territori bizantini. Tutti offrirono un omaggio come vassalli a Guaimario, che riconobbe a Guglielmo I d’Altavilla il primo titolo di Conte di Puglia. Per legarlo a sé gli offrì in moglie la nipote Guida, figlia del duca Guido di Sorrento. Guaimario riconfermò il titolo di conte anche allo stesso Rainulfo. Nacque così la Contea di Puglia. Nel 1058 o 1059, Guglielmo d’Altavilla sposò Maria, principessa longobarda, figlia di Guido; Guglielmo ereditò tutti i possedimenti di Guido nel Principato di Salerno e combatté contro il successore di Guaimario, Gisulfo II, le cui terre occupò fino a lasciare ben pochi possedimenti all’effettivo Principe di Salerno. Entrò quindi in conflitto anche contro il fratello Roberto, quando questi venne in aiuto di Gisulfo che gli aveva promesso in moglie sua sorella Sichelgaita di Salerno. Le relazioni tra i fratelli si appianarono poi in seguito. Alla morte del principe, infatti, assassinato nel porto di Salerno nel 1052, Guido fu l’unico che riuscì a scappare e ad organizzare la liberazione della sua famiglia, caduta nelle mani degli assassini insieme a Gisulfo, erede al trono salernitano. Il duca raggiunse rapidamente Melfi, dove offrì ampie ricompense ai Normanni in cambio del loro aiuto. Questi lo seguirono a Salerno, che fu posta d’assedio insieme alle armate sorrentine nel tentativo di costringere i congiurati alla resa. Guido riuscì presto a fare prigioniere le famiglie dei quattro assassini di Guaimario, negoziando il loro rilascio con la liberazione di Gisulfo. Alla resa dei cospiratori, Guido fece giuramento di non procedere a vendette o rappresaglie contro di loro, mentre i Normanni, non ritenendosi vincolati a tale promessa, massacrarono i quattro fratelli insieme ad altri trentasei familiari, uno per ciascuna pugnalata rinvenuta sul corpo di Guaimario. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, a p. 116, dedica un’intero capitolo alla “VIII. La Conquista Normanna” ed in proposito scriveva che: “Dopo il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, suo fratello Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, sfuggito ai congiurati (1), riuscì a mobilitare contro costoro con preghiere e promesse di laute ricompense sia le forze normanne di Umfredo d’Altavilla, conte di puglia (2), sia quelle di Riccardo conte d’Aversa, ed a far sì che a soli pochi giorni da quell’evento fosse rovesciato il governo dell’usurpatore Pandolfo III per ristabilire sul trono avito il figlio di Guaimario, Gisulfo II. Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Dunque, il Cantalupo, rifrendosi al principe Guaimaro V (IV) scriveva che: “Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, suo fratello Guido, conte di Conza e duca di Sorrento”. Dunque, il fratello di Guaimario era Guido, conte di Conza e poi di Sorrento. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza etc…”.

Dopo il 3 maggio 1052 (assassinio di Guaimario V), morto Pandolfo di Capaccio e la successione nei suoi feudi ai suoi figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso

Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2), lasciando il suo patrimonio nelle mani dei figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso, i quali, secondo il diritto di successione longobardo, ebbero la consignoria del feudo e portarono tutti il titolo di Conte. Mantenutisi neutrali al momento dello scontro fra il Guiscardo e Gisulfo II, loro zio, furono dallo stesso duca Roberto lasciati nel tranquillo possesso di questa contea, dove, scomparso nel frattempo l’ordinamento amministrativo della circoscrizione di Lucania e incamerato, probabilmente, il castello di Capaccio dalla curia ducale (3), i territori apparvero unicamente retti come feudo, frazionati in più possedimenti, di cui il maggiore, come sembra, toccò a Guaimario, il primogenito, che in un documento del 1089 si sottoscrisse: ‘comes caputaquensis’, conte di Capaccio (4). Il secondo dei figli di Pandolfo, Gregorio, ebbe, forse come feudo distinto dal primo, quello di Trentinara, il cui territorio, in seguito non solo apparirà separato da quello di Capaccio, ma in possesso di suo figlio Guglielmo (6) e poi del figlio di questi Roberto (7). Un’altro figlio di Pandolfo, Giovanni, pare che avesse titolo specifico su Corneto (attuale Corleto Monforte), feudo che non risulta abbia fatto originariamente parte della contea di Capaccio, come Trentinara, esso o vi fu aggregato in epoca normanna o, quasi certamente, fu dato con investitura personale a questo Giovanni, il cui figlio Giordano, in qualità di signore di Corneto, nel 1137 donò alla Badia di Cava dei beni siti nella località di Fragina ed in Acquavella (8).”.mIl Cantalupo, a p. 133, nella nota (3) postillava che: “(3) Il viceconte Landone (‘Landone Vicecomiti’), menzionato in un doc. del 1087 redatto a Capaccio (ABC, XIV, 71), era molto probabilmente un funzionario della curia locale”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”. Il Cantalupo, a p. 116, parlando della congiura di Palazzo che portò all’uccisione di Guaimario V, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca,………Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; etc…”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), ecc..”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria De Blasio (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice.

De Blasi

Nel 1052, “in finibus Salernitanis”, il territorio compreso fra l’Alento ed il Bussento

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc….”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Sempre sul “sacro Palatio”, l’Ebner ha scritto nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p…….Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi al principe di Salerno Gisulfo II, in proposito scriveva che: Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”

Nel 1052, il longobardo Guido, fratello di Gisulfo II e la vasta contea di Policastro

Il Guido di cui si parla in questo mio saggio era fratello di Gisulfo II e non figlio. Guido, Conte di Policastro, era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV), e fratello di Gisulfo II, divenuto alla morte del padre suo successore e Principe di Salerno. Guido, dunque era anche fratello di Sichelgaita che sposò Roberto il Guiscardo. Guido, conte di Policastro era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV) e Gemma. Guido di Policastro era anche nipote di Guido Conte di Sorrento e di Conza, fratello di Guaimario IV. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Da wikipidia leggiamo che: “Gisulfo II ebbe anche cinque figli: Pandolfo, Guaimario (V) – che fu in co-reggenza con Gisulfo -, Landolfo, Guido e Giovanni.”.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 116, in proposito scriveva che: Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……………………

Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (5) postillava che: “(5)……..

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”.

Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…..Nè l’attenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quella di S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: “Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Ecc…”.

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla donazione che il nuovo principe Gisulfo II, suo nipote e principe del Principato di Salerno, scriveva che: “Allo zio Guido che, reggente,……il principe assegnò l’importante contea di Conza e, nella politica di assicurarsi la fedeltà di altre lontane terre del Principato, assegnò ai fratelli Guido e Guaimario altre contee lungo la fascia tirrenica. Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Schipa, cit., Ibid.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 224-225-226, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: “Creò la contea di Policastro, delicata zona di confine come s’è visto, affidandola con altri castelli nella valle dei S. Severino (oggi di Centola) al “prode e bellissimo” Guido e diede Cilento, con altri castelli al fratello Guaimario.”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc…”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (92), postillava che: “(92) …………….

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Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), scriveva: Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc…”

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), parlando del piccolo borgo medioevale, oggi abbandonato, di San Severino di Camerota in proposito scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”.

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico.

Nel 1053,  i Normanni e la battaglia di Civitate

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Un complesso intrigo di avvenimenti contribuiva, così, a sfaldare il dominio longobardo in Campania: l’assassinio di Guaimario e di Pandolfo, conte di Capaccio, il 2 giugno 1052; la vittoria normanna di Civitate, 18 giugno dell’anno successivo; il matrimonio di Umfredo con la figlia di Guaimario; il matrimonio di Guglielmo de Magnia con Beta, secondogenita di Pandolfo di Capaccio; Ecc..”. I Longobardi, in un primo tempo vicini ai Normanni, si rivoltarono contro i loro vecchi alleati e si attirarono il favore del papa Leone IX, deciso ad espellere dalla penisola questo popolo di predoni. Lo scontro fra le armate longobardo-pontificie e le truppe normanne si consumò il 18 giugno 1053 a nord della Capitanata, dove l’esercito papalino fu duramente sconfitto nella Battaglia di Civitate. Vi presero parte Umfredo d’Altavilla e il conte Riccardo I di Aversa dei Drengot, che mise subito in fuga i soldati longobardi. A Roberto fu assegnato il comando delle truppe di riserva, che restarono ai margini della battaglia fino a che non fu evidente l’inefficacia degli attacchi sferrati dalle schiere di Umfredo: il Guiscardo si lanciò, allora, nella mischia insieme ad altri rinforzi guidati dal suocero e si distinse per il particolare valore della propria offensiva. Secondo lo storico del tempo Guglielmo di Puglia, il Normanno imperversò nella battaglia senza mai perdersi d’animo, anche se disarcionato, e poi rimontato in sella, per ben tre volte. L’esito dello scontro fu per lui un vero successo. Forte del successo ottenuto sul campo di battaglia di Civitate, Roberto reclamò per sé la successione.  Dopo i primi anni di opaca presenza nel sud Italia, Roberto il Guiscardo mise di colpo in luce il proprio carattere, così diverso da quello dei suoi familiari e degli altri potenti della regione.

Nel 1053, Roberto d’Altavilla (detto il Guiscardo) ripudia la prima moglie Alberada di Buonalbergo

Durante la sua permanenza in Calabria Roberto sposò la prima delle sue due mogli, Alberada di Buonalbergo, zia di Gerardo di Buonalbergo. L’antica pergamena del 1097 (…), è un privilegio o concessione di un ‘Odo Marchisii’, un nobile personaggio Normanno che come vedremo aveva sposato Emma,  sorella di Boemondo (i due figli di Roberto il Guiscardo avuti con la prima moglie Alberada di Buonalbergo). Roberto il Guiscardo, nel 1053, ripudierà la prima moglie, la madre di Boemondo, Alberada di Buonalbergo, per sposare la principessa Longobarda Sighelgaita, dalla quale avrà Ruggero Borsa e Guido (nato nel 1061). Abbiamo già visto in altri nostri saggi, ivi pubblicati, come Ruggero Borsa, avrà una notevole influenza sui nostri territori, ma solo dal momento che lui sarà l’effettivo successore di suo padre Roberto. Fino a che il Guiscardo, però, sarà in vita, i suoi primi figli Emma e Boemondo, avranno un ruolo, sia pur secondario ma restavano sempre i suoi primi figli.  Dalle prime nozze il Guiscardo aveva avuto una figlia,  Emma sposata poi con Odone Marchisio di cui come vedremo in avanti, sarà un personaggio che ricorre spesso in alcuni documenti dell’epoca che riguardano le nostre terre.

Nel 1054, Castel Mandelmo a Licusati, il castello di S. Severino e la contea di Policastro del conte Guido

In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. In origine, nel 1054, il castello, con il feudo di Policastro, era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, l’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…). Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi (….), dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380 parlando della situazione politica nell’anno 1066, ormai mutata, con la vicina “Contea del Principato” retta da Guglielmo d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e donatagli da Umfredo, l’imminente caduta del principe Gisulfo II, riferendosi al conte Guido di Policastro, in proposito scriveva che: L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Dal 1053 al 1057, i Normanni di Umfredo e Roberto d’Altavilla, la conquista di gran parte dei territori di Gisulfo II (Principato Longobardo di Salerno) e la valida e strenua difesa del Conte Guido di Policastro

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. I Normanni, al comando dello stesso suo cognato Roberto, Umfredo e Guglielmo suo fratelli del Guiscardo, tra l’anno 1053 e il 1054, occuparono moltissimi territori del Principato di Salerno. Caddero nelle loro mani le fortezze di Laurino e Novi, nonchè quasi per intero la Bricia. Resistettero per il momento Policastro, il castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola, forse detto all’epoca ‘Castel de’ Mandelmo’, sul fiume Mingardo. Pare che il territorio fu organizzato in una nuova circoscrizione detta contea di Principato’, che fu concessa da Umfredo d’Auteville, conte di Puglia, al fratello Guglielmo, col titolo di comes che tenne la sua sede amministrativa (Curia), ad Eboli e, concesse il suffeudo al miles Guglielmo de’ Mannia. Vito Lo Curto (…), nel suo “……………………………………..”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI la situazione dell’Italia meridionale si presentava, come è comunemente noto, quanto mai complessa e frastagliata: gli Arabi dominavano la Sicilia, i Bizantini (i greci) la Calabria (e quindi parte del basso Cilento) e la maggior parte della Puglia; esistevano poi i principati Longobardi di Benevento, Salerno e Capua nonchè le città (formalmente bizantine ma di fatto indipendenti) di Amalfi, Napoli e Gaeta con diversi possedimenti circostanti. Intorno all’anno Mille i primi Normanni – secondo il cronista Leone Ostiense (32), approdarono a Salerno. Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Riguardo il Principato di Salerno di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, vi fu un momento in cui il Principe Gisulfo II, dovette chiamare in aiuto i Normanni di Roberto il Guiscardo che sposò la sorella Sighelgaita e gli salvò il trono che ben presto dovette cedere proprio a loro come ci racconta la cronaca del Malaterra. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene Schipa, riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido, nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spietato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tratteggiasse già nel consegnare l’oro promesso a Riccardo d’Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di S. Nicandro e Castelvecchio e di una terra detta Facosa la Nova. Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini dell’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner, a p. 34, nella nota (92) postillava che: “(92) I fratelli di Alfano vennero imprigionati da Gisulfo, e mai liberati, per aver preso parte alla congiura contro il padre Guaimario V.”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (93), postillava che: “(93) Terzo e sesto degli Altavilla: Guglielmo “Braccio di ferro”, Drogone, Umfredo, Goffredo, Roberto il Guiscardo, Guglielmo del Principato, Ruggiero I.”. Ebner, a p. 34, nella nota (94) postillava che: “(94) Nel ricordare la partenza (a. 981/2) di Ottone II da Salerno per Taranto, dopo la conferma a pprincipi di Salerno di Mansone di Amalfi e del figlio Giovanni I, M. Schipa (Storia del principato di Salerno, Roma, 1968, p. 172) afferma che l’imperatore “si avviò quindi alla famosa impresa al finire del verno, per Bricia, presso Capaccio, e per la Lucania”. La notizia fu tratta dal Chron. di Romualdo di Salerno ad an. 981 (“De-hinc per Brixiam – al. Briciam – et Lucaniam in Calabriam perrexit”). Ma v. Alfano (‘Ad Guidonem fratem’, in Schipa, ‘Storia’, p. 277, vv. 27-30 e 53-56: “Sunt in Lucania portus regione velini // Quo Brittiorum vallis amoena iacet”, v. pure dello stesso Schipa, ‘Il Mezzogiorno’, cit., p. 169, dove è cenno dell’occupazione di Velia.”. Ebner, a p. 35, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Schipa cit., vedi pure il Mandelli cit., f. 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, I, 15) che “Guglielmo era comes totius Principatus (….) di questo Guglielmo figlio di Tancredi, quale, come si è detto, fu fatto da Umfredo Conte del Principato.”. Ebner a p. 35, nella sua nota (96) postillava che: “(96) M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma 1904, p. 31. Il Mazziotti dà la sola notizia senza riferimenti. In ogni caso si tratterebbe del secondo Guglielmo, uno dei due figliuoli (l’altro era Roberto) del primo conte del Principato per cui è da supporre che la contea di Adalberto e Rodelgrimo di Magliano (v.) fosse stata privata dei soli territori verso l’Alento.”. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, dove il Carucci cita un passo di Goffredo Malaterra (….), da cui molto probabilmente aveva attinto l’Ughelli, a p. 277, in proposito scriveva che: “I Normanni invasero da ogni parte con infinito danno il territorio di Salerno (1)” (eslamava il poeta Amato). Inutilmente il papa Leone IX venne nel 1053 a Salerno, s’accordò con Gisolfo per muovere contro i Normanni: che anzi Gisolfo non potè nemmeno prender parte alla lotta, che scoppiò proprio quell’anno tra il papa e i Normanni e che finì colla sconfitta del papa a Civitate. Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’Imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1), occuparono poi i castelli longobardi esistenti nella valle del Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3).”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Il Carucci, a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le terre che costituirono la contea di Principato furono per la prima volta occupate da Umfredo e date al fratello Guglielmo: ‘Guilelmo terram illam quae principatus dicitur distribuit. Malaterra, I, 15.”.  Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 79, nel suo cap. III, riferendosi alla  Signoria di Novi, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “E’ quasi certo, anzi, che il sorgere di quella signoria cada dopo la restaurazione  di quel principe (a. 1052), e cioè quando il terzo conte di Puglia, Umfredo (a. 1051-1057), con il fratello Guglielmo, stanchi delle tergiversazioni di Gisulfo s’impadronirono con la forza di alcune terre, dopo di aver atterrito con distruzioni e saccheggi le inermi popolazioni che abitavano tra il Tusciano e gli estremi confini salernitano-lucani e calabri dell’odierna provincia di Salerno. Da qui imprendevano poi la preordinata conquista di quei territori di cui Amato di Montecassino e Alfano da Salerno ci hanno tramandato nomi e limiti (3)……Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea di Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi.”. Ebner, a p. 79, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Alfano, cit., Amato, cit., III, 45 e p. 161 no 30.”. Ebner a p. 80, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner si riferiva ai due testi di Michelangelo Schipa (….), Storia del Principato longobardo di Salerno, e Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del citato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Ecc…”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Amato, IV, 33 sgg: le malefatte del principe, enumerate in questo paragrafo, vengono documentate una per una nei successivi (v. oltre).”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatasi dal fratello Guido.”. Ebner, a p. 85, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residenz alta Policastri victor in aula”. Secondo Amato, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Roberto ruppe gli indugi partendo con Sighelgaita per la Calabria dove la sposò (a 1058 assegnandole, come si è visto, quale “dono del mattino” un quarto delle terre conquistate in Calabria. Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è un documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “Ma quando Umfredo e Guglielmo tornarono a Salerno per ricevere ciò che era stato loro promesso, il principe cominciò a tergiversare, al punto che i normanni “molto corrocienz” (6), indignati, si allontanarono da Salerno iniziando l’occupazione di tutto quel territorio, di cui poi Umfredo investì il fratello Guglielmo con il prestigioso titolo del Principato (7) Con il suo solito tergiversare, Gisulfo aveva spazientito anche Roberto il Guiscardo, rinviando cioè, ‘sine die’ la consegna della dote della bella e virile sorella Sighelgaita, per cui Roberto, rompendo gli indugi, partì con la principessa per Melfi, dove la sposò (8). Gisulfo che già aveva tentato di recuperare la contea del Principato, sfruttando momentanei dissapori (9) sorti tra Roberto e Guglielmo, tentò ancora una volta di conseguire i suoi fini nominando arbitro della questione appunto Roberto. Il Guiscardo, però, ancora indignato per il comportamento del principe, si vendicò del cognato, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da Eboli e Sicignano al Calore e all’Alento e, per Magliano, ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (6), a p. 541, postillava che: “(6) Amato, cit., III, 45.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (7), a p. 541, postillava che:“(7) G. Malaterra, cit., p. 26: Willelmum vero in Principato “. Pietro Ebner (…), nella sua nota (8), a p. 541, postillava che: “(8) Ebner, Storia, cit. p. 88. Per altre notizie, pp. 37, 42 e 121.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (9), a p. 541, postillava che: “(9) Guglielmo rifiutava di riconoscersi vassallo di Roberto il Guiscardo”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 218, parlando dei dissapori sorti tra il Guiscardo ed il fratello Guglielmo e, riferendosi all’invidia di Guido per il matrimonio tra il Guiscardo e la sorella Sighelgaita, scriveva che: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, ‘Storia, cit., ed. Economia e società, cit.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: 4. Stanchi di attendere, e indignati (“molt corrocienz”, scrive Amato) per l’inqualificabile comportamento del principe, i normanni si ribellarono. Lasciata Salerno, impresero a saccheggiare e a incendiare villaggi esasperando così la popolazione (“a furore normannorum libera nos Domine”) che insorse. Sotto la direzione di un guerriero, esperto e valoroso, qual era Guido, il fratello del principe Gisulfo, le popolazioni cominciarono a guarnire le “lor terres et lor chasteaux de murs et de palis”. Contro queste posizioni fortificate s’infranse più che il coraggio dei normanni l’impeto delle loro agguerrite cavallerie.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: Ciò provocò l’insorgere di non pochi complessi nel principe (43), che cercò quasi di esorcizzarli rinviando ‘sine die’ gli impegni assunti, persino sulla consegna della dote della sorella Sighelgaita. Fu a questo punto che Roberto il Guiscardo, indignato, sposò malgrado tutto Sighelgaita (Melfi, a. 1059) assegnandole, secondo il costume longobardo, la quarta parte delle conquiste in Calabria (44), di cui alcune estorte con la frode. Margingab costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45). Ecc…”.

Ebner, p. 225

Ebner, a p. 225, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, ‘Storia’, cit., pp. 34 e 84.”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Id., ibidem, p. 87 sg. Roberto il Guiscardo aveva ripudiata Alverada di Buonalbergo dalla quale aveva avuto anche il noto Boemondo.”. Pietro Ebner, in questo passaggio, riferendosi al “Marcingab”, la dote Normanna che il Guiscardo donò alla sua seconda moglie Sighelgaita, si riferiva agli avvenimenti che precedettero l’anno 1059, in cui Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo sposò la principessa longobarda Sighelgaita, sorella del principe Gisulfo II e, a cui donò, secondo il costume Normanno la quarta parte delle conquiste dei territori della Calabria, che appunto aveva conquistato precedentemente. Ebner lo chiama “Margingab” (la dote Normanna) era costituita, secondo lui costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45).”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Il Racioppi (cit. p. 86 sg.) nel riportare un brano del cronista Giordano (visse intorno al 1314, termine della sua cronaca) si meraviglia che il Guiscardo si fosse impadronito della Puglia e della Calabria nel recarsi in Sicilia e non “della Lucania che era in mezzo tra le due”. Cosa che avrebbe poi fatto, secondo Giordano (‘qui veniens versus Lucaniam eam subiecit. Inde ivit Salerno’), al ritorno. Ma v., per la questione, anche i brani riportati di Alfano e di Romualdo salernitano.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: “Dopo di aver assalito e conquistato “lo chastel de Saint Nicharde”, di cui rinvengo notizia dai Registri Angioini (46), i normanni, scrive Amato, “von devorant lo Principat tout” impadronendosi pure di “Castel Viel et Facose le Nove” e spingendosi fin nella Bricia dell’arcivescovo Alfano. Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido all’usurpazione della “gens Gallorum”, Alfano informa che i normanni, penetrati in Lucania, raggiunsero anche i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre fin verso la Calabria. Le terre occupate che dovevano comprendere anche parte della pianura ebolitana, come si evince da alcune pergamene cavensi (47), ricadevano nella giurisdizione della diocesi pestana. Un territorio enorme cui Umfredo d’Altavilla prepose il fratello Guglielmo (48) con il titolo fino a quel momento “ignoto di conte del Principato”, come dice M. Schipa, ma che il territorio pare avesse già prima dell’arrivo dei normanni (49). Ecc…”. Ebner, a p. 226, nella nota (46) postillavano che: “(46)

Ebner, vol. I, p. 226.PNG

E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1). Le altre schiere, a seguito dei due fratelli d’Altavilla, discesero verso Sud e occuparono il bacino del medio corso del Sele e le limitrofe località poste tra Contursi, Eboli, Persano e la futura Altavilla, dopo essersi attestate, pare, nel castello di S. Licandro, presso l’attuale stazione di Sicignano (2). Più delle acque stagnanti della pianura pestana valsero certamente le fortificazioni di Capaccio e di Agropoli ad impedire che i Normanni si riversassero allora lungo le zone costiere a sud del Sele. Essi più agevolmente avanzarono, seguendo la direttiva di marcia tenuta da tutte le precedenti invasioni della regione, verso il vallo di Diano e, dopo aver soggiogato i versanti centro orientali dei monti Alburni, proseguirono per la via di Sanza e di Rofrano, raggiunsero i dintorni di Policastro e si affacciarono sul Tirreno. Distruggendo e saccheggiando, la travolgente avanzata normanna andava “divorando tutto il Principato”, come esprime Amato di Montecassino, e rendeva vana ogni resistenza organizzata, per cui le popolazioni si rinchiudevano e fortificavano nei castelli e nei borghi: “…..quant les gens des chasteaux surent ceste desstruction, il garnirent lor terres et lor chasteaux de murs et de palis (3). Anche Guido, il fratello di Gisulfo II, fu costretto a chiudersi in Policastro, lasciando che gli invasori, dopo aver occupato le terre di Laurino, di Novi e di Laurito, dilagassero in quelle della Bricia e si impadronissero di “Castello di Velia” (4). Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, mentre dall’alto del Castellum Cilenti Guaimario, che i contemporanei chiamarono, per motivi a noi ignoti, “detrattore e divoratore”, impediva che da Sud i Normanni penetrassero nella Lucania e nel Cilento. Quando questi però si fermarono, a Gisulfo II era rimasto ben poco del suo Principato: controllava ancora direttamente solo le terre comprese fra Salerno, Cetara, Nocera, qualche sparsa località nei dintorni della sua capitale ed i territori posti fra il Sele, Capaccio, Magliano e l’Alento; restavano comunque legati al suo trono i vasti possedimenti della Mensa arcivescovile di Salerno, concentrati soprattutto entro i confini costituiti dal torrente Asa, Giffoni, Olevano, il corso medio e basso del fiume Tuscaino e quello inferiore del Sele, inoltre la contea di Magliano, retta dai conti longobardi Saliperto ed Erimanno Guiselgardo (1), e, nella Bricia, S. Severino e Policastro (2). Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5). Non bastando ciò, il principe di Salerno era molestato da Riccardo d’Aversa, che chiedeva compensi per l’aiuto fornitogli nel 1052, e dagli Amalfitani, coi quali era in guerra sia per vendicare l’uccisione del padre sia per punire la loro ribellione al dominio salernitano e che, intanto, gli devastavano le coste fra Cetara e Policastro, impedendo la navigazione ai suoi sudditi (6).”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bisogna distinguere il territorio del Principato di Salerno, ancora in mano a Gisulfo II, da quello della Conta di Principato, che era solo una parte del primo e fu organizzato dai normanni in Contea prima del 1057. Sull’estensione di quest’ultimo vedi il paragrafo: ‘La Contea di Principato’.”. Sulla citazione del Cantalupo dei due studiosi Natella e Peduto, sulla “non” distruzione di Policastro da parte dei Normanni si rimanda al prossimo saggio sui Normanni di Roberto il Guiscardo.

Nel 1055, GUGLIELMO d’Altavilla, fratellastro di Umfredo e la contea di Principato

Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, anche detto Guglielmo del Principato (1027 – 1080), è stato un condottiero e cavaliere medievale normanno; divenne Conte di molte terre all’interno del Principato di Salerno dal 1056 e in seguito governò anche la Capitanata.  Nelle cronache latine è chiamato indifferentemente Willermus o Wilelmus (dal francese Guillaume). Era il fratellastro omonimo di Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro. Guglielmo era uno dei figli cadetti di Tancredi d’Altavilla e della sua seconda moglie Fredesenda; lasciò la Normandia attorno al 1053 insieme al fratellastro più anziano Goffredo ed al fratello Malgerio. Nell’anno della sua venuta in Italia partecipò alla Battaglia di Civitate e fu accolto cordialmente da suo fratellastro Umfredo, conte di Puglia e Calabria in carica. Nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Nel 1058 o 1059, Guglielmo sposò Maria, principessa longobarda, figlia di Guido (duca di Sorrento e fratello di Guaimario IV principe di Salerno); Guglielmo ereditò tutti i possedimenti di Guido nel Principato di Salerno e combatté contro il successore di Guaimario, Gisulfo II, le cui terre occupò fino a lasciare ben pochi possedimenti all’effettivo Principe di Salerno. Entrò quindi in conflitto anche contro il fratello Roberto, quando questi venne in aiuto di Gisulfo che gli aveva promesso in moglie sua sorella Sichelgaita di Salerno. Le relazioni tra i fratelli si appianarono poi in seguito. Ereditò inoltre la Capitanata da Malgerio, che morì tra il 1054 ed il 1060. Nel 1067 fu scomunicato al Concilio di Melfi insieme a Turgisio di Sanseverino e Guimondo de Moulins, per aver rubato le proprietà della Chiesa di Alfano I, arcivescovo di Salerno. Quello stesso anno si recò a Salerno per riconciliarsi con il Papa Alessandro II. Secondo alcune fonti morì nel 1080. Alla morte lasciò i possedimenti nel Principato di Salerno al suo figlio maggiore, di nome Roberto, mentre lasciò la Capitanata al fratellastro Goffredo (secondo Malaterra in segno di amore fraterno). Fu sepolto nella chiesa della Santissima Trinità di Venosa. Il terzogenito, Riccardo, partecipò alla prima crociata e fu, dal 1104 al 1108, reggente della contea di Edessa in terrasanta. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Ecc…”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “I Normanni continuarono a rosicchiare terre del Principato. Si può parlare addirittura di smembramento di questo nel 1062 (25) se, ad esempio, l’autorità del principe era riconosciuta, come indicano i documenti cavensi, solo da Tresino a Laurana, in un territorio che va da Capaccio ai confini meridionali. Assume, quindi, attendibilità la notizia del Mazziotti, p. 31, sulla cessione fatta dal conte del Principato a Giovanni di S. Paolo del castello di Agropoli, parte delle terre toccate al fratello di Gisulfo. Senza dire che in molte terre del Principato (Capaccio, Trentinara, ecc…) il riconoscimento era solo nominale perchè i cugini di Capaccio del principe mantenevano relazioni più che ottime con i locali signori normanni, come si rileva dalle dalle anzidette pergamene. Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Ecc..”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, pubblicato nel……per i tipi di Palladio, parlando dei “Normanni”, in proposito a p. 45 scriveva che: “Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato avendone sposato il normanno la sorella Sichelgaita, aveva destinato questa città al fratello Guido, uomo valoroso e compagno d’armi di Guiscardo.”. Il Gentile, a p……, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci C., cit. pag. 278 sub nota 1.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno e altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli etcc…., perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la ‘contea di Principato’ (1), occupando poi i castelli longobardi di Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3) etc….”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX”. Dunque, riepilogando riguarda alle affermazioni del Gentile che, in parte, si rifaceva al Carucci. Credo che Gentile errasse quando vuole che: “Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20), etc…”. Queste nostre terre non furono mai del tutto soggette a Umfredo d’Hauteville, fratello del Guiscardo ma esse furono assegnate dal principe longobardo Gisulfo II al fratello Guido che controllava i castelli longobardi della valle del Mingardo e la contea di Policastro. E’ molto probabile che il piccolo borgo di Morigerati, come pure tante altri della zona, fossero stati soggetti alla mensa vescovile di Salerno che in parte era sotto la diretta dipendenza dell’ultimo principe longobardo Gisulfo II. La questione relativa ai confini della “Contea di Principato”, non riguarda l’entroterra del Golfo di Policastro, la Valle del Mingardo, e l’area che risale verso il Vallo di Diano, e ancora tutta l’area che va verso la Lucania interna, ma riguardava la zona di Agropoli e di Capaccio. Umfredo quì non ha mai messo piede. Voleva farlo con Guidemondo de Mulsi che in effetti uccise Guido nel 1077.

Nel 1056, il fenomeno migratorio di genti Calabre che arrivarono nelle nostre terre

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, prima della caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. La notizia tratta dal Laudisio che alcuni paesi, sono sorti all’epoca del primo Roberto il Guiscardo che, nel 1059-60 ordinò che le famiglie scampate alla sua furia distruttrice di alcuni centri della Calabria inferiore. Da Wikipidia leggiamo che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1056, compì una spedizione contro il longobardo Gisulfo II di Salerno, poi conquistò Cosenza e una parte della Calabria. Raggiunse, quindi, a Melfi il fratellastro Umfredo, che era in fin di vita. Nella nostra bibliografia antiquaria però è riferita la notizia di una distruzione di Policastro da parte del Guiscardo intorno all’anno 1065 e non del 1056. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». In questo passaggio il Colombaro ci parla della grande carestia che colpì la Calabria Bizantina in quegli anni e del racconto stesso del Malaterra. Il Gay (…), sempre nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. Al fenomeno migratorio di molte famiglie del golfo scampate alla furia del Guiscardo fa riferimento anche Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner, dunque, ci parla di un fenomeno migratorio al contrario, ovvero ci parla di monaci provenienti dalle cittadelle monastiche della Calabria bizantina e sotto l’egida del Guiscardo che si recarono alle falde del “Mercurion”.

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, prima della caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. La notizia tratta dal Laudisio che alcuni paesi, sono sorti all’epoca del primo Roberto il Guiscardo che, nel 1059-60 ordinò che le famiglie scampate alla sua furia distruttrice di alcuni centri della Calabria inferiore. Da Wikipidia leggiamo che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1056, compì una spedizione contro il longobardo Gisulfo II di Salerno, poi conquistò Cosenza e una parte della Calabria. Raggiunse, quindi, a Melfi il fratellastro Umfredo, che era in fin di vita. Nella nostra bibliografia antiquaria però è riferita la notizia di una distruzione di Policastro da parte del Guiscardo intorno all’anno 1065 e non del 1056. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». In questo passaggio il Colombaro ci parla della grande carestia che colpì la Calabria Bizantina in quegli anni e del racconto stesso del Malaterra. Il Gay (…), sempre nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. Al fenomeno migratorio di molte famiglie del golfo scampate alla furia del Guiscardo fa riferimento anche Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner, dunque, ci parla di un fenomeno migratorio al contrario, ovvero ci parla di monaci provenienti dalle cittadelle monastiche della Calabria bizantina e sotto l’egida del Guiscardo che si recarono alle falde del “Mercurion”.

Nel 1065, Roberto il Giuscardo distrusse Policastro e portò i prigionieri a ripopolare i paesi della Calabria

La prima notizia della distruzione di Policastro da parte del Guiscardo e del trasporto dei suoi abitanti a Nicotera, in Calabria, ci viene dal barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, che, a p. 416, parlando di Policastro scriveva che: “Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi Cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel lib. 2: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV (2) Policastrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, bospitari fecit.”. L’Antonini, a pp. 416-417 riportava il passo di Goffredo Malaterra (….). Antonini scriveva che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro nel 1065 e trasportò i suoi abitanti a “Nicotrum”. Antonini trae la notizia dal libro 2° di Goffredo Malaterra (….), che scriveva che: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV (2) Policastrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, bospitari fecit.”. L’Antonini, a pp. 416-417, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: ……”. Dunque, l’Antonini, riguardo la notizia del saccheggio di Policastro nel 915 dei Saraceni di Agropoli e di Camerota traeva la notizia dal manoscritto del marchese di San Giovanni (….), di cui ho già parlato in precedenza. Antonini aggiunge la notizia che le famiglie scampate alla distruzione di Policastro, dice nell’anno 1065, fosse tratta da un passo del Malaterra. Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dist 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Ebner, a p. 545, nella sua nota (83) postillava che: “(83) G. Malaterra ct., II, ‘Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitae fecit’. “. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Policastro, a p. 332, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. vol. VII, pp. 226-227 parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ‘Roberto il Normanno’ la distrusse nel 1065. Scrive ‘Goffredo Malaterra (5): Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitari fecit Ruggieri la riedificò poi, ma non saprei se egli ancora l’avesse tutta murata con un forte castello dalla parte superiore.”. Dunque, anche Lorenzo Giustiniani ricorda il passo del Malaterra e scrive che i cittadini di Policastro, nell’anno 1065 (mette anno 1065 perchè l’Ughelli aveva parlato della sua distruzione in quell’anno), furono trasportati a Nicotera in Calabria. Pietro Ebner citava il Malaterra anche nella sua nota (9), vol. II a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Infatti, il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, scriveva che: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.” che tradotto significa: “Nell’anno dell’Incarnazione di Nostro Signore 1065, distrusse Policastro e fece alloggiare tutti gli abitanti a Nicotera, che fondò nello stesso anno prima del….”. Dunque, l’Antonini riportava il passo del libro II della chronicon di Goffredo Malaterra, che era gia stato citato dal Mannelli: ‘Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitae fecit’, che tradotto dovrebbe significare che: “Nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 1065, distrusse Policastrum e lo fece ospite di tutti gli abitanti di Nicotrus, che fondò nello stesso anno”. Goffredo Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, nel suo Libro II, parla e ci racconta di Policastro , Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un castello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Il monaco benedettino, Goffredo Malaterra, nel XI secolo, scrisse il suo regesto ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’ e, secondo la traduzione curata da Vito Lo Curto (…), nel suo capitolo dedicato a “Roberto il Guiscardo assedia Aiello”, scriveva: Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit”, che tradotto significa: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e quì li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, ecc…”. Il Lo Curto (…), a p. 157, nella sua traduzione del Malaterra (…), scriveva in proposito che: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere.”. Dunque, la notizia della distruzione di Policastro nell’anno 1065 e della traduzione a Nicotera degli abitanti superstiti di Policastro, fatti prigionieri dal Guicardo è tratta da un passo della cronaca del Malaterra. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, proveniva dal cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (….).  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nel suo vol. II, a p. 332 parlando di Policastro e riferendosi e citando il “manoscritto del marchese di S. Giovanni” (….), in proposito scriveva che: “…,ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera) scrive il Gay (19).. Dunque, il Malaterra (…), parlava di una distruzione di Policasto nell’anno ‘MLXV’ (a. 1065), come pure l’Ughelli (…), mentre il Gay (…), riferisce ad una prima distruzione di Policastro, nell’anno 1059-60 (almeno così scriveva l’Ebner): La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera.”Ebner, nella sua nota (19) postillando fornisce due notizie. La prima è tratta dal manoscritto del marchese di San Giovanni (…), forse il marchese di Calatrava Marcello Bonito, che riguarda la distruzione di Policastro nell’anno 915. L’altra notizia è quella che ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060″ , notizia tratta da Julius Gay (….), nel suo “L’ Italia meridionale e l’impero bizantino. Dall’avvento di Basilio I alla resa di Bari ai Normanni (867-1071)”, sosteneva che Roberto il Guiscardo, attaccando e distruggendo Policastro nel 1059-1060 trasportò gli abitanti a Nicotera”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (19) postillava che: “(19) I. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin depuis l’evenement de Basile I iusq’à la prise de Bari, par le Normands (867-1071), Firenze, 1917, p. 491..”. Si tratta dello storico francese Guilio Gay, che nel suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, Paris, 1904, scriveva a p. 491:

Gay, p. 524

(Fig…) Gay J., edizione francese, Paris, 1904, p. 524

Il Gay, a p. 524, in proposito scriveva che: “La ville de Policastro – sur la còte de Lucanie – est detruite, et les habitants sont transportés à Nicotera. Des prisonniers siciliens viennent former la garnison de la fortesse de Scribla, l’une des premières que les Normands aient fondées dans la vallée du Crati (3).”, che tradotto significa che: “Il paese di Policastro – sulla costa lucana – viene distrutto e gli abitanti vengono trasportati a Nicotera. I prigionieri siciliani vengono a formare il presidio della fortezza di Scribla, una delle prime che i Normanni fondarono nella valle del Crati (3).”. Il Gay, a p. 524, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gaufred. Malaterr., II, 36, 37.”. Giulio o Jules Gay (…), nel 1917, nel cap. V, a p. 386 ‘L’Italia meridionale e l’Impero Bizantino’, presentazione a cura di Antonio Ventura, sulla scorta del cronista del tempo Goffredo Malaterra (…), parlando della conquista della Calabria da parte dei due fratelli normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo, leggiamo che: “Per affermare il suo dominio, il duca di Calabria costituisce qua e là delle colonie militari; usando gli stessi procedimenti dei generali bizantini nelle loro campagne in Asia, trasferisce da un punto all’altro centinaia di prigionieri, e qualche volta la popolazione intera di una città ridotta in cenere. La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera. Dei prigionieri siciliani vengono a formare la guarnigione di Scribla, una delle prime che i Normanni abbiano fondato nella Valle del Crati (16).”. Julius Gay (…), nella sua nota (16), postillava che la notizia era tratta da: “(3) Goffredo Malaterra, II, 36, 37.”. Dunque, il Gay, per questa notizia su Policastro, la sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo e la notizia che gli abitanti vennero trasportati a Nicotera in Calabria, fa riferimento alla cronaca medioevale di Goffredo Malaterra. Come vedremo innanzi, anche il monaco agostiniano Luca Mannelli trae le sue notizie su Policastro dalla cronaca di Goffredo Malaterra (….). La notizia di una prima devastazione di Policastro ci viene anche da Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel 1700, nel suo “Trattato historico-legale etc….”, che però ci parla dell’anno 1065, e non dell’anno 1055. Infatti, il Di Luccia (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Hebbe questa Città diverse sciagure, mentre dell’anno 1065. fù distrutta da Roberto il Giuscardo acciò li suoi habitatori fossero andati ad habitare nella Terra di Nicotro fondata da esso nel medesimo anno, ecc…”.

Di Luccia, p. 8

Dunque, anche Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel 1700, riportava la notizia della distruzione di Policastro da parte del Guiscardo e, sebbene volesse che ciò fosse accaduto nell’anno 1065, egli scriveva anche l’altra notizia che “acciò li suoi habitatori fossero andati ad habitare nella Terra di Nicotro fondata da esso nel medesimo anno”. Il Di Luccia voleva che gli abitanti di Policastro, dopo la distruzione di Policastro da parte del Guiscardo andarono a ripopolare il centro calabrese fondato dal Guiscardo. Il Di Luccia lo chiama “Nicotro”. Dunque, il Di Luccia confermava il fenomeno del movimento migratorio che dai piccoli centri della Lucania molte famiglie venivano tradotte con la forza nei piccoli paesi della Calabria, come quello di Nicotera che, secondo il Di Luccia era stato fondato dallo stesso Roberto il Guiscardo. Proprio l’esatto contrario del racconto che fece il Laudisio (…) e, prima di lui il Barrio (…). Il racconto del Malaterra (…), è affidabile in quanto egli fu diretto testimone di alcuni fatti narrati. La notizia, verrà poi citata dal Di Luccia (…), forse sulla scorta della ‘Sicilia Sacra’ del Pirro (…) affermava che ” Policastro, nell’anno 1065, fu distrutta da Roberto il Guiscardo acciò li suoi abitanti fossero andati ad abitare nella Terra di Nicotro, fondata da esso nel medesimo anno e riedificata poi in tempo di Re Ruggero ecc…”. Forse si trattava del paese di Nicastro in Calabria che, il Malaterra chiama ‘Nicotrum’, e che il Roberto il Guiscardo, nel 1065 aveva punito i suoi abitanti, ma la notizia riportata dal Laudisio (…) è esattamente opposta a quella del coevo monaco benedettino Malaterra. L’episodio della distruzione di Policastro (a. 1065), ci è narrato dal Malaterra (…), nel suo libro II, e poi ripreso più tardi dall’Ughelli (…) e citato nel manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (…), ovvero la sua “Lucania sconosciuta”. Per il Manoscritto del Mannelli, si veda pure: Rocco Gaetani (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (…), nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. Rocco Gaetani (…), nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, sulla scorta del Mannelli (…), riguardo la notizia della distruzione di Policastro da parte dei Normanni (tratta dal Malaterra (…) “Libro II, cap. 37″), la confuta e dice che non doveva riferirsi a Policastro il Malaterra quando riportava la notizia che il Guiscardo faceva ripopolare ‘Nicotrum’Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, a pp. 23-24 riportando il testo del Mannelli, in proposito scriveva che: “Scrive Goffredo malaterra, celebre scrittore de’ prime imprese de’ Normanni in questi paesi, che Ruberto Guiscardo nel 1065, dishabitasse Policastro, trasportandone i cittadini a popolare Nicotera, da lui edificata. Anno Dom. Incarnat. MLXV. Policastrum castrum dustruens incolas omnes Nicoteram, quod ipso anno fundavit, adducens, ibi hospitari fecit (1)“. Il Gaetani, a p. 24, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Malat. Libro 2, n. 37.”

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(Fig….) Luca Mannelli o Mandelli (….), la ‘Lucania sconosciuta’, ms.,

Il Mannelli, però, confutava la tesi secondo cui il “Policastro” ed il “Nicotera” del Malaterra si potesse riferire al nostro Policastro oggi Bussentino. Addirittura il Mannelli e pure il Gaetani, confuta la tesi della distruzione di Policastro nell’anno 1065 da parte del Guiscardo. Il Malaterra, nel suo manoscritto, ci parla di un ‘Policastri’. Il Gaetani, sempre riportando il testo del Mannelli, a p. 24 aggiungeva che: “Ma questo non parmi si possa intendere del nostro Policastro, ma d’un altro di simil nome, il quale hoggigiorno così vien detto nella Provincia di Calabria inferiore, dove ancora Nicotera è situata. – Poichè per primo non è verosimile, che se Policastro di Lucania fusse stato da Guiscardo distrutto, appresso nello spatio di dodici anni tanto si potesse riempire d’habitatori, che paresse all’Arcivescovo di Salerno vi fusse bisogno di proprio Pastore. Nè si può credere che al partir de’ cittadini v’accrresse moltitudine di Forestieri; leggendosi che altre volte i medesimi vi furono l’abbandonarono. Nè meno ha del verosimile che i Cittadini primieri di Nicotera vi rifuggissero, non avendo ciò ardito contro la volontà di Guiscardo. Aggiungo che Nicotera l’anno 1074 fu presa e predata da Saraceni, e gli habitatori parte furono uccisi, parte fatti schiavi colle loro donne e fanciulli; laonde scrisse il medesimo: “Africani Saraceni e familia Regis Punicis ex eius edicto navibus per naves Piratarum more vela ventis committentes maritima litora versus Siciliam, et Calabriam insidiatum vadunt; sicque Iunio mense in vigilia B. Petri apud Nicotrum de nocte appulsi, cives incautos, et prae gaudio instantis solennitatis vino ex more somno que gravatos opprimunt semisomnes, alios perimunt, alios capiunt, ipsos etiam pueros cum mulieribus, omnique suppellectili vehibiti praedam navibus inducunt (1). Da quel tragico avvenimento ben si raccoglie, che gli habitatori menativi da Guiscardo non se n’erano partiti, e che ne fu fatta strage ecc…”. Il Gaetani a p. 25 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Idem lib. 3 n. 7”.  

gaetani, p. 24

(Fig….) Gaetani Rocco, op. cit., pp. 24

Infatti, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento” parlando di Agropoli e del Cilento, la “bricia” longobarda in quel periodo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Dunque, il Cantalupo, citava Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, p. 277. Dunque, il Cantalupo cita Carlo Carucci (….) e postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1) ecc…”. Dunque, Carlo Carucci riportava la notizia della distruzione di Policastro ma non scriveva nulla sulla traduzione dei suoi abitanti. Il Cantalupo scriveva pure che la notizia della distruzione di Policastro, data dal Carucci era errata perchè, scrive il Cantalupo, La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Dunque, il Cantalupo, citando la notizia dell’Antonini e del Malaterra, si riferisce a ciò che avevano scritto i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”. Dunque, i due studiosi Natella e Peduto ed il Cantalupo, in seguito, opinavano sulla notizia tratta dal Malaterra e riferita in seguito dall’Antonini e sul passo del Malaterra riportato pure dal monaco Agostiniano Luca Mannelli. Infatti, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 511-512-513, in proposito ai Normanni scrivevano che: Secondo il Mannelli, nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse – è la terza notizia in merito – Policastro e portò i suoi abitanti superstiti ad popolare Nicotera: la notizia però non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel Comune di S. Donato di Ninea in Prov. di Catanzaro.”. I due studiosi, però si riferivano all’anno 1065 e non all’anno 1059 come scriveva Ebner. Inoltre, i due studiosi ricordavano il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….), scrivendo che la notizia secondo cui gli abitanti di Policastro furono portati prigionieri a Nicotera, paese della Calabria, era stata tratta dal manoscritto di Luca Mannelli. Infatti, i due studiosi, a p. 512, nella loro nota (69) postillavano che: “(69) L. Mannelli, Lucania sconosciuta, ms. cit.”.

Nel 1057, Roberto il Guiscardo e la Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nel Discorso VII, a p. 367, della sua ‘La Lucania- Discorsi’, dove, parlando dell’antica città scomparsa della Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercadanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (2), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi dello stesso Guiscardo.”. L’Antonini, a p. 367, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Un poco più diffusamente di questa edificazione scrive ‘Mambrin Roseo’, nel lib. 7 della Storia del Regno; ma in nulla contraddice al Malaterra, ne diversamente avealo detto il Collenuccio sul principio de lib. 3.”. Dunque, in questa sua nota l’Antonini postillava di Mambrin Roseo, postillava del Malaterra e postillava del Collenuccio. Vediamo il primo: Mambrin Roseo. Da Wikipedia leggiamo che Mambrino Roseo (Fabriano, ca. 1500 – tra 1573 e 1580) è stato un notaio, letterato e traduttore italiano. Roseo fu notaio nella sua città e a Perugia e partecipò all’assedio di Firenze al servizio di Malatesta Baglioni. Riguardo il testo citato dall’Antonini, io credo che egli, nel 1745, si riferisca al testo “Del Compendio dell’Istoria del Regno di Napoli aggiunto da Mambrino Roseo da Fabriano libro settimo”, che troviamo a p. 402 e ssg. nel testo di Pandolfo Collenuccio (….), nel suo “Raccolta de piu rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli etc…”, pubblicato a Napoli, stamperia Gravier, nel 1770, tomo 17°, pag. 402.  L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto.”.

Nel 1057, la morte di Umfredo d’Altavilla e Roberto il Guiscardo capo di tutti i Normanni

Ad agosto dello stesso anno i cavalieri normanni si riunirono a Melfi e Roberto il Guiscardo assunse la tutela del giovane Abelardo, ma presto diseredò entrambi i nipoti e pretese il riconoscimento del titolo di (quarto) Conte di Puglia e Calabria. Per non insidiare i diritti acquisiti alla propria discendenza, confiscò i possedimenti del defunto fratellastro e privò i nipoti della loro legittima eredità. In alleanza col fratello minore Ruggero si lanciò alla conquista dei territori non ancora sottomessi di Puglia e Calabria, mentre Riccardo Drengot Quarrel, già Signore di Aversa, suo cognato in quanto marito della sorella Fresenda, s’impadronì del Principato di Capua. In alleanza col fratello minore Ruggero si lanciò alla conquista dei territori non ancora sottomessi di Puglia e Calabria, mentre Riccardo Drengot Quarrel, già Signore di Aversa, suo cognato in quanto marito della sorella Fresenda, s’impadronì del Principato di Capua. Per non insidiare i diritti acquisiti alla propria discendenza, confiscò i possedimenti del defunto fratellastro e privò i nipoti della loro legittima eredità. Nel 1057, morto Umfredo, Guglielmo rifiutò di prestare obbedienza al fratello Roberto il Guiscardo che aveva ereditato il titolo di Conte di Puglia che, alleatosi con Gisulfo II, debellò suo fratello Guglielmo. Morto nel 1057, il conte Umfredo lasciò i due figli minorenni, Abelardo ed Ermanno, sotto la tutela della moglie longobarda Gaitelgrima di Salerno. Forte del successo ottenuto sul campo di battaglia di Civitate, Roberto reclamò per sé la successione. Ad agosto dello stesso anno i cavalieri normanni si riunirono a Melfi e Roberto il Guiscardo assunse la tutela del giovane Abelardo, ma presto diseredò entrambi i nipoti e pretese il riconoscimento del titolo di (quarto) Conte di Puglia e Calabria. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “E’ inngegabile, la morte di Umfredo (a. 1057) segnò una svolta storica decisiva e non soltanto per il Principato di Salerno. Roberto, insensibile alle pretese di Abelardo, figliuolo del defunto fratello, validamente sostenute dalla madre, si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Senza dire della pretesa di Roberto perchè il fratello Guglielmo, come conte del Principato, rinnovasse a lui l’obbedienza prestata a Umfredo: pretesa che Guglielmo, insofferente dell’autoritarismo di Roberto, rifiutava. Del dissidio tra i due fratelli cercò di approfittare il principe Gisulfo, chiedendo a Roberto di aiutarlo a riconquistare i beni usurpati da Umfredo e Guglielmo. La richiesta venne fatta in un momento più che favorevole: Roberto aveva chiesto in sposa la bella, saggia e animosa sorella del principe, Sighelgaita, che la tradizione ricorda seguisse Roberto anche sul campo di battaglia. Ma le schiere del principe e del fratello Guido, con la cavalleria del Guiscardo, se ottenero successi in pianura furono poi arrestate dal suaccennato baluardo difensivo e dai larvati aiuti dei cugini di Capaccio del principe. Più apertamente Guglielmo del Principato e i suoi erano assistiti da Guido di Conza, il quale, indignato per l’assenso dato dal principe alle nozze di Sighelgaita senza il suo parere, cercò di controbilanciare l’evento dando in moglie una sua figliuola al conte del Principato. Il persistere da parte di quest’ultimo nel rifiuto d’obbedienza, riaccese gli scontri tra i due Altavilla. Certamente Guglielmo avrebbe perduto l’altro territorio se Gisulfo, ritenendolo più profiquo politicamente ed economicamente, non si fosse riappacificato con il conte del Principato (26) prima di cominciare a tergiversare sull’epoca delle nozze e sulla consegna della dote della sorella.”. Ebner, a p. 87, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Amato, IV 25: “Et Guillerme fu fait chevalier de Gisolfe; et lo prince Gisolfe lo fist son frere”.”.

Nel 24 marzo 1058, la bolla di papa Stefano IX (Stefano X) e, le restaurate diocesi di Buxentum, Blanda, Marsico, Talao e Cassano Ionico

Nel 1831, mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), ristampato a cura di Gian Galeazzo Visconti, a pp. 70-71-72 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: Poi nel 1057 il pontefice Stefano X diede allo stesso Alfano, arcivescovo metropolitano, la facoltà di nominare, scegliere e consacrare dieci vescovi suffraganei, e fra questi il vescovo di Policastro (31). Ecc…”. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Lud. Ant. Mur., tomo I, Ant. Ital., diss. 5, col. 219 et seq.”. Dunque, il Laudisio (….), nella sua ‘Sinopsis’ citava Antonio Ludovico Muratori (…) e la sua “Antiquitates Italicae medii aevi”, tomo I, dissertazione 5, colonna 219 e seguenti. Infatti, il Muratori,

Murtori, Antiqu. , p. 219, tomo I

Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a pp. 5-6 riferendosi alla restaurata Diocesi di Bussento o Policastro Bussentino, in proposito scriveva che: “In quanto diocesi, essa compare per la prima volta nella bolla emanata il 24 marzo 1058 da papa Stefano IX (2), che la annoverò ta le suffraganee della metropolia di Salerno (3), mentre non figura affatto nell’analogo elenco che papa Leone IX aveva inserito nella bolla del 1051 (4). Pertanto la sua costituzione potrebbe risalire al periodo intermedio tra queste due date (5), benchè non manchi chi la ritiene già esistente in epoca anteriore (6) e chi, pur considerando suo atto fondativo la bolla papale del 1058, è del parere che la sua effettiva istituzione fosse avvenuta nel 1079. Ecc…”. Biagio Moliterni (…), a p. 5 in proposito a papa Stefano IX postillava che: “(2) Questo pontefice, eletto nel 1057 e morto nel 1058, è a volte indicato come Stefano X. La discordanza è dovuta al fatto che ad un suo predecessore, Stefano II, eletto papa nel 752 e morto prima di essere incoronato, non fu riconosciuto il titolo. Tuttavia alcuni studiosi lo considerano papa a tutti gli effetti, determinando così l’aumento della numerazione dei pontefici successivi che scelsero di chiamarsi con il suo stesso nome.”. Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (3) postillava che: “(3) P. Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, Roma, 1982, vol. II, p. 332, nota 20, riporta uno stralcio della bolla del 1058, emanata appena nove giorni dopo la nomina di Alfano I a metropolita di Salerno, al quale il pontefice rivolse queste parole: “…..”. Infatti, Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 332-333, parlando di Policastro Bussentino, in proposito alla ricostruita Diocesi Bussentina scriveva che: “Il 22 ottobre del 1067 (20) l’arcivescovo Alfano di Salerno, con i poteri conferitigli (bolla 24 marzo 1058) da papa Stefano IX (ma X), ricostituì la diocesi di Policastro ampliandone i confini. Ecc…”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (20) postillava che: “(20) La data è anticipata da quella riferita dal Laudisio cit., p. 14, per le mie ricerche, di cui vedi in ‘Pietro da Salerno’, cit., Nella sua bolla ad Alfano del 24 marzo 1058, il papa scrive: “Ad hoc licentiam et potestatem tuae fraternitati damus cum clero et populo etc…………………”. Ebner cita mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi della Diocesi di Polcastro”.

Nella bolla del 1058 trascritta da Pietro Ebner a p. 332 vol. II, le chiese sugfraganee della sede metropolita di Salerno sono: “Pestanensi civitate, et in civitate Consana et in civitate Acheruntina et Nolana, quoque et Cosentina, nec non in Bisianum et in Malvito, et in Policastro, et in Marsico, et in Martirano, et in Cassiano ecc..”. Dunque la bolla del 1058 citava le diocesi di Paestum, Marsico, Cassano Ionico, ecc..Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (4) postillava che: “(4) ……

Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (5) postillava che: “(5) ………….

Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (6) postillava che: “(6) …………..

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo un vuoto di circa tre secoli appaiono altre notizie. Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di papa Stefano IX (Federico di Lorena). La sede vescovile di Salerno fu fondata nel 499 assieme a quella di Paestum; papa Benedetto VII nel 974, ad istanza del Principe Giovanni, la elevò a metropoli e vi designò l’Arcivescovo di nome Amato. Papa Giovanni XIV la confermò nel 984; papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. – L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, ecc….”. Il Cataldo, a p. 124 pubblicò la trascrizione della bolla di papa Stefano IX.

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(Fig…..) Lettera di Papa Stefano IX ad Alfano I, Arcivescovo di Salerno, tratta da un dattiloscritto inedito di Biagio Cataldo (…..), p. 124, donatoci dall’autore

Come si può vedere nel documento trascritto e tratto dal dattiloscritto del Cataldo (…), papa Stefano IX, la bolla, nel 1058 scrive all’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I per la nomina dei nuovi Vescovi e la restaurazione delle nuove sedi vescovili, tra cui quella di Policastro e di Cassano Ionico. Come si può leggere nel documento trascritto da Biagio Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, a p. 124 (vedi Fig….), con la ‘bolla’ di papa Stefano IX ad Alfano I arcivescovo di Salerno, nel 1058 lo autorizzava a restaurare le antiche sedi episcopali di Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Melfi, Policastro, Marsico e Cassano Ionico. Con la bolla del 1058, papa Stefano IX, scrive all’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I per la nomina dei nuovi Vescovi e la restaurazione delle nuove sedi vescovili, autorizzandolo a restaurare le antiche sedi episcopali di Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Melfi, Policastro, Marsico e Cassano Ionico

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”.

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: ….fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica……..Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054………nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ebner, Pietro da Salerno, cit., p. 11 sgg.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….).

Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (96) postillava che: “(96) Nei primi dell’inverno del 1067-1068 (non nel 1070- o 1079 come si crede) Benedetto Alfano, arcivescovo di Salerno, nominò vescovo di Policastro il benedettino cavense Pietro da Salerno ecc..”. Dunque, il Campagna, anche sulla scorta di Ebner scriveva che con la Restaurazione della Diocesi di Policastro di cui venne nominato vescovo Pietro Pappacarbone, anche Laeta figura nei toponimi elencati nella “Bolla di Alfano I”.

Nel 1059, il matrimonio di Roberto il Guiscardo e Sighelgaita sorella di Gisulfo II

Da Wikipidia leggiamo che poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni, quasi certamente nel 1058, Roberto ripudiò la prima unione con Alberada di Buonalbergo, madre di Boemondo e di Emma. Egli fece annullare le nozze perché avvenute tra consanguinei; fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone). Per rinforzare l’alleanza politica con i Longobardi, a Melfi si celebrarono le nozze tra il guerriero normanno e la potente principessa Sichelgaita di Salerno, figlia ventiduenne del defunto Guaimario IV e sorella del nuovo principe Gisulfo II. In cambio della mano della sorella, Gisulfo chiese a Roberto di distruggere due castelli appartenenti a Guglielmo del Principato, fratello minore del Guiscardo, che da tempo imperversava nei domini di Salerno. Il Normanno Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, aveva sposato in seconde nozze la principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II. Dall’unione con Sighelgaita il Guiscardo ebbe un figlio, Ruggero Borsa (Ruggero I). Alla morte del Guiscardo, nel 1085, sua moglie Sighelgaita, fece di tutto per dare il potere al suo figlio Ruggero Borsa, a danno dell’altro figlio del Guiscardo, Boemondo, nato dalle prime nozze del Guiscardo con Alberada di Buonalbergo. Poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni, quasi certamente nel 1058, Roberto ripudiò la prima unione con Alberada di Buonalbergo, madre di Boemondo e di Emma. Egli fece annullare le nozze perché avvenute tra consanguinei; fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone). Nel 1058, Roberto il Guiscardo ripudierà la prima moglie, la madre di Boemondo (Boemondo I d’Altavilla, futuro re d’Antochia), Alberada di Buonalbergo, per sposare la principessa Longobarda Sighelgaita, dalla quale avrà Ruggero Borsa e Guido (nato nel 1061). Abbiamo già visto in altri nostri saggi, ivi pubblicati, come Ruggero Borsa, avrà una notevole influenza sui nostri territori, ma solo dal momento che lui sarà l’effettivo successore di suo padre Roberto. Fino a che il Guiscardo, però, sarà in vita, i suoi primi figli Emma e Boemondo, avranno un ruolo, sia pur secondario ma restavano sempre i suoi primi figli.  Il Normanno Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, aveva sposato in seconde nozze la principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II. Dalle prime nozze il Guiscardo aveva avuto una figlia,  Emma sposata poi con Odone Marchisio di cui come vedremo in avanti, sarà un personaggio che ricorre spesso in alcuni documenti dell’epoca che riguardano le nostre terre. Roberto il Guiscardo, per sposare la prinicipessa Longobarda Sighelgaita, sorella del principe di Salerno Longobardo Gisulfo II e madre di Ruggero Borsa, dovette ripudiare la prima moglie Alberada di Buonalbergo, normanna come lui e che aveva sposato durante la sua permanenza in Calabria, con la scusa della consanguineità e, da cui aveva avuto due figli: Emma e Boemondo d’Altavilla. Invero il matrimonio fu sciolto per permettere al Guiscardo di sposare una principessa longobarda, rafforzando così la sua posizione di potere presso i Longobardi.

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Roberto ruppe gli indugi partendo con Sighelgaita per la Calabria dove la sposò (a 1058 assegnandole, come si è visto, quale “dono del mattino” un quarto delle terre conquistate in Calabria. Ecc..”.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Un complesso intrigo di avvenimenti contribuiva, così, a sfaldare il dominio longobardo ecc…..il matrimonio di Umfredo con la figlia di Guaimario; il matrimonio di Guglielmo de Magnia con Beta, secondogenita di Pandolfo di Capaccio; il matrimonio in Calabria, 1058, tra Roberto il Guiscardo e Sichelgaita, sorella di Gisulfo, mentre una figlia di Guido di Conza andava sposa a Guglielmo, conte del Principato. Ecc..”.

Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: Ciò provocò l’insorgere di non pochi complessi nel principe (43), che cercò quasi di esorcizzarli rinviando ‘sine die’ gli impegni assunti, persino sulla consegna della dote della sorella Sighelgaita. Fu a questo punto che Roberto il Guiscardo, indignato, sposò malgrado tutto Sighelgaita (Melfi, a. 1059) assegnandole secondo il costume longobardo, ecc…”. Ebner, a p. 225, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, ‘Storia’, cit., pp. 34 e 84.”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Id., ibidem, p. 87 sg. Roberto il Guiscardo aveva ripudiata Alverada di Buonalbergo dalla quale aveva avuto anche il noto Boemondo.”.

Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), nella sua nota (1) di p. 54, postillava che: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio illustrato nell’altra immagine.

Nel 1059, il Ducato di Puglia e di Calabria di Roberto il Guiscardo

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III riferendosi a Roberto il Guiscardo dopo la morte del fratellastro Umfredo, duca di Puglia, nel 1057, in proposito scriveva che: …..si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Ecc…”. Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi.

Nel 1062, Gisulfo II si recò a Costantinopoli ospite dell’Imperatore di Bisanzio Costantino

Nel 1062 è documentata la sua presenza a Costantinopoli, ospite del facoltoso mercante amalfitano Pantaleone, per chiedere al basileus Costantino sostegno e aiuto militare proprio contro il cognato Roberto e i suoi normanni. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’Imperatore bizantino (3), ecc….”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”.

Nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse Policastro secondo un passo di Goffredo Malaterra

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88 riferendosi a Roberto il Guiscardo, nel frattempo divenuto cognato dell’ultimo principe longobardo Gisulfo II,  a p. 88 scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Ecc..”. Dunque, Pietro Ebner, parlandoci di Roberto il Guiscardo dopo il matrimonio con Sighelgaita, sorella di Gisulfo II, nel suo racconto fa intendere che ad un certo punto i rapporti con il cognato Gisulfo II si rompono e senza indugiare oltre, intorno agli anni 1065, il Guiscardo inizia ad attaccare diversi centri del basso Cilento, i quali erano controllati dal conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II. Infatti, è a questo periodo che si riferisce Mons Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro’ (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), edita nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (…) che, in proposito scriveva che: Ed ecco un’altra iattura: sopraggiunti nel 1034 i Normanni, Policastro fu distrutta per la seconda volta da Roberto il Guiscardo nel 1065 e rimase, così, quasi totalmente diruta. Fu allora che la maggior parte degli abitanti fu costretta ad abbandonare il paese paterno, ed alcuni fondarono il villaggio di S. Marina, altri quello di Bosco, sempre però nella giurisdizione di Policastro, da cui tuttavia, dopo un certo periodo di tempo, il villaggio di Bosco si staccò.. Il Visconti (…), nella sua nota (48) al testo del Laudisio (…), dice che la notizia è tratta dal Barrio (…). Dunque, il Laudisio trasse la notizia dal Barrio (….). Anche il sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i Normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi del tutto ragguagliata al suolo, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che què cittadini che poterono uscir salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città intesero a levarvi quel villaggio, che ora Bosco si addimanda (2).”. Il Porfirio, a p. 538, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ughelli F., Italia sacra, tomo VII, col. 758.”. Dunque, il Porfirio, e credo pure il Laudisio prendevano la notizia dal tomo VII dell’Italia Sacra di Ferdinando Ughelli.

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Ebner Infatti, Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra etc..”, tomo VII, nella colonna 758, in proposito scriveva che:

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Dunque, la citazione di una distruzione di Policastro nel 1065 da parte di Roberto il Guiscardo proviene dall’Ughelli. Ferdinando Ughelli (….) scriveva che: “Robertus Normandus Dux ann. Christi 1065. eam destrux etc..”. Come scrive il Cataldo, la notizia è tratta dall’Ughelli, ma l’Ughelli (…), nel 1659, nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), scriveva a p. 758 (vedi Fig…): “In ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota fere diruta Policastrum vocatur….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen retinens a Graeco vocabulo, quasi Magnum Castrum. Amplam fuisse, indicant ejus vestigia, et ruinae. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in praedam. Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa: “il duca Roberto il Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 distrusse Policastro, che ha accompagnato il titolo di Re Rogerio magnificamente restaurato e decorato Simeone diede a suo figlio un bastardo.”. Sia il Mannelli, che il Volpe (…), ritenevano la stessa notizia degna di ogni fondamento in quanto l’Ughelli (…), nel 1659, nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), riguardo la Diocesi Paleocastrense, scriveva a p. 758, che: “Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa: “il duca Roberto il Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 distrusse Policastro, che ha accompagnato il titolo di Re Rogerio magnificamente restaurato e decorato Simeone diede a suo figlio un bastardo.”. Dunque, sulla scorta di Goffredo Malaterra (…), l’Ughelli prima e poi tutti gli altri, hanno giustamente scritto che, dopo la distruzione di Policastro nel 1065, da parte di Roberto il Guiscardo, in collera con il cognato Gisulfo II, le sue mura, fossero state ristorate e rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, dopo la morte del Guiscardo, ovvero solo dopo il 1085. Il Porfirio ci informa che sempre dall’Ughelli proviene la notizia che a causa della distruzione di Policastro nel 1065, da parte di Roberto il Guiscardo che la rase al suolo, “Ei fu in questa lagrimevole circostanza che què cittadini che poterono uscir salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città intesero a levarvi quel villaggio, che ora Bosco si addimanda (2)”, ovvero che in questa circostanza i cittadini di Policastro andarono a fondare il villaggio di Bosco. In seguito anche il monaco Agostiniano Luca Mannelli riprenderà la stessa notizia ed in seguito anche Lorenzo Giustiniani. Sulla questione ha scritto anche il Cantalupo (….).

Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – discorsi’, parlando di Policastro e delle sue mura merlate, a p. 416, in proposito scriveva che: Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV., allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel libro 2: ‘Anno vero dominicae Incarnationis MLXV, ‘Policastrum’, ecc..ecc..”

L’Antonini (…), nella parte II, a p. 416, parlando del ‘Castellaro’ di Capitello, postillava che l’aveva citato anche il Merola (…), ma non sul ‘Castellaro’ ma su Policastro. Antonini scrive che nel 1065, Policastro fu distrutta da Roberto il Guiscardo e portò lontanissimo i suoi concittadini. In seguito altri hanno scritto che nel 1065 (?), i cittadini superstiti di Policastro, furono portati dal Guiscardo a Nicotera.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Quando questi però si fermarono, a Gisulfo II era rimasto ben poco del suo Principato: controllava ancora direttamente solo le terre comprese fra Salerno, Cetara, Nocera, qualche sparsa località nei dintorni della sua capitale ed i territori posti fra il Sele, Capaccio, Magliano e l’Alento; restavano comunque legati al suo trono i vasti possedimenti della Mensa arcivescovile di Salerno, concentrati soprattutto entro i confini costituiti dal torrente Asa, Giffoni, Olevano, il corso medio e basso del fiume Tusciano e quello inferiore del Sele, inoltre la contea di Magliano, retta dai conti longobardi Saliperto ed Erimanno Guiselgardo (1), e, nella Bricia, S. Severino e Policastro (2).”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Dunque, il Cantalupo cita Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, dove il Carucci cita un passo di Goffredo Malaterra (….), da cui molto probabilmente aveva attinto l’Ughelli. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, dove cita un passo di Goffredo Malaterra (….), da cui molto probabilmente aveva attinto l’Ughelli, a p. 277, in proposito scriveva che: “……inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’Imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1), etc…”. Il Carucci (….), a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le terre che costituirono la contea di Principato furono per la prima volta occupate da Umfredo e date al fratello Guglielmo: ‘Guilelmo terram illam quae principatus dicitur distribuiti. Malat. I, 15.”. Riguardo il passo del Malaterra, il Cantalupo, nella sua nota (2), a p. 118, afferma che lo storico salernitano Carlo Carucci (….), “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Il Cantalupo scrive pure che a dar torto allo storico Salernitano Carlo Carucci, sono i due studiosi salernitani Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 512, in proposito scrivevano che: “Secondo il Mannelli nel 1065 Roberto il Guiscardo distrusse Policastro e portò i suoi abitanti superstiti a popolare Nicotera: la notizia, però, non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel comune di S. Donato di Ninea in Provincia di Catanzaro.”. I due studiosi, a p. 512, nella loro nota (69) postillavano che: “(69) L. Mannelli, La Lucania sconosciuta, ms. cit.”. Innanzi tutto, da come si può leggere, i due studiosi salernitani destituiscono di ogni fondamento la notizia proveniente dal manoscritto apocrifo “La Lucania sconosciuta” attribuita al monaco agostiniano Luca Mannelli. Loro non opinano sulla notizia o sul passo del cronista contemporaneo dei fatti Goffredo Malaterra. E’ vero che il Mannelli scrive di Policastro che nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse Policastro ed è anche vero che la notizia proviene da un passo del cronista medievale Goffredo Malaterra. Il passo del Malaterra, come del resto segnala il Cantalupo, fu citato pure dall’Antonini: come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo)”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 416, parlando di Policastro scriveva che: “Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi Cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel lib. 2: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV (I) Policastrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, bospitari fecit.”. L’Antonini, a p. 416, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Appunto cinquant’anni prima era stata saccheggiata dai Saraceni ecc…”. L’Antonini non opinava nulla al testo di Malaterra, come invece opinava il Cantalupo, anzi lo cita e cita pure l’origine di quella notizia o riferimento bibliografico. L’Antonini scrive che il passo del Malaterra è citato nel manoscritto che egli chiama “il Marchese di S. Giovanni”, ovvero il testo manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mandelli o Mannelli (….) che riportava anche la notizia che nel 915, Policastro era stata saccheggiata dai Saraceni d’Africa. Cantalupo, però, cita anche i due studiosi Paolo Peduto e Pasquale Natella (….), nel loro “Pixous-Policastro”, dove, secondo il Cantalupo i due studiosi destituiscono di ogni fondamento la notizia riferita dal Mannelli (….), che poi in definitiva abbiamo visto deriva dall’Ughelli e prima ancora dal Malaterra. I due studiosi a p. 512, in proposito scrivono che: “Secondo il Mannelli nel 1065 Roberto il Guiscardo distrusse Policastro e portò i suoi abitanti superstiti a popolare Nicotera: la notizia, però, non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel comune di S. Donato di Ninea in Provincia di Catanzaro.”. I due studiosi, a p. 512, nella loro nota (69) postillavano che: “(69) L. Mannelli, La Lucania sconosciuta, ms. cit.”.

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (19) postillava che: “(19) I. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin depuis l’evenement de Basile I iusq’à la prise de Bari, par le Normands (867-1071), Firenze, 1917, p. 491..”. Infatti Jlius Gay, a p. 491, in proposito scriveva che: “(19) ………………….

Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a p. 123, parlando di Policastro e, del terribile Roberto il Guiscardo, scriveva che: “…assalì le città marittime e, nell’anno 1055, per vendicarsi del cognato Gisulfo II, ultimo dei Principi Longobardi di Salerno, che aveva donato al fratello Guido, Policastro ed altri castelli della valle dei Sanseverino, devastò e rase al suolo il fiorente centro bussentino (57). Fu in questa triste circostanza che i policastrensi superstiti, sbandati e senza tetto, lasciarono il suolo natio e si rifugiarono, lontano dal mare, sulle alture circonvicine, dove costruirono le loro case e si stabilirino la definitiva dimora.”. Il Guzzo (…), a p. 123, nella sua nota (57), postillava che: “(57) F. Palazzo, op. cit., p. 150.”. Probabilmente Angelo Guzzo si sbagliava quando scriveva che fu nel 1055, e non nel 1065 che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro. Infatti, Angelo Guzzo citava Ferdinando Palazzo che si rifaceva al testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….). Ferdinando Palazzo (…), però, a p…, sulla scorta del ‘Trattato historico-legale’ di Pietro Marcellino Di Luccia (…), scriveva che: “…,seguì nell’anno 1065 la funesta devastazione di Policastro di Roberto il Guiscardo, il quale, con la ferocia di Attila, distrusse ‘ab imis’ la ridente Metropoli, lasciando senza tetto e senza pane i suoi infelici abitanti i quali furono costretti in gran parte a cercare rifugio sui monti circostanti (10).”. Il Palazzo (…), a p. 37 (v. nuova edizione), nella sua nota (10), postillava che: “(10) Di Luccia, op. cit., pag. 8.”. Dunque, il Palazzo (…), e poi pure il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), scrivevano che il Guiscardo aveva assalito e distrutto Policastro non nell’anno 1055, bensì nell’anno 1065.

Nel 1065, Roberto il Giuscardo distrusse Policastro e portò i prigionieri a ripopolare i paesi della Calabria

Erano proprio gli anni in cui il normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, iniziava ad impossessarsi di diversi territori della Calabria. Nell’anno 1058, il Guiscardo, sposerà la sorella di Gisulfo II, prinicipe longobardo di Salerno e, nel 1065, distruggerà per la seconda volta Policastro. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto.

Rileggendo il testo di Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 (v. Visconti, p. 16 (…)), leggiamo che: “Turba graecorum plurima advenit ea tempestate in dioecesim, expulsa a duce Guiscardo ex Calabria et Apulia (47), ad abbatiam S. Johannis ab Epyro et ad alteram S. Coni Camerotae se confugiens, opera Calogerorum ecc…”, che tradotto è secondo il Visconti: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), a differenza di quanto scrive il Cappelli (…), non parla di famiglie calabresi ma parla di “moltissimi monaci orientali”, cacciati da Roberto il Guiscardo. Il Visconti (…), nella versione del Laudisio (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, ovvero postillava che la notizia della cacciata di molti monaci italo-greci dalla Calabria e dalla Puglia da parte del normanno Roberto il Guiscardo, era stata tratta da: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”. Bartolomeo Platina (…), nel suo capitolo: ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1593, a p. 170 parla della vita di papa Stefano IX e, sciveva che:

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(Fig…) Bartolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1593, p. 170

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: In questo periodo di Enrico III posto il padre di Enrico era morto sostituito, e Alessio Niceforo Foca succedette a Imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo aveva conquistato i greci, una grande battaglia, e Calabria a tutti di guidare, lasciando solo il modo di Greci, ai sacerdoti, che sono venuti anche ai giorni nostri, la lingua della penna veloce a casa con il loro carattere.. Stefano IX o X secondo una diversa numerazione, nato Frederic Gozzelon de Lorraine (in tedesco Friedrich von Lothringen) o Federico Gozzelon dei duchi di Lorena ed è stato il 154º papa dal 3 agosto 1057 alla sua morte avvenuta nel 1058. Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo i sacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”. Nelle note del Visconti (…), vediamo che il Laudisio (…), traeva la notizia dal Platina (…), dove però si legge solo che Roberto il Guiscardo, aveva conquistato la Calabria ai greci (i bizantini) e che aveva lasciato di bizantino in Calabria solo i monaci ed i monasteri italo-greci che avrebbero preservato la lingua e le scritture greche. La notizia che alcuni paesi come Vibonati, fossero stati costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani” è del Cappelli (…), che ne parlava a p. 23 e a p. 323 del suo testo (…).  Oltre al Cappelli (…), la notizia delle famiglie calabresi, e non monaci come voleva il Laudisio (…), cacciate da Roberto il Guiscardo, è riferita nel 1848 (dopo il Laudisio), da Gaetano Porfirio (…) che, nella sua ‘Diocesi di Policastro’ (…), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del suo coevo Laudisio (…), parlando del periodo storico che precedette la nomina di Pietro Pappacarbone primo vescovo della restaurata sede Paleocastrense, affermava che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scrive: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche.. Il Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “Il monastero di San Nicola di Donnoso, annota Russo, «registrò un progressivo incremento dei propri beni fondiari, al punto da non risentire degli effetti delle depredazioni normanne, né della grande carestia del 1058. È questo un aspetto di non secondaria importanza che rafforza maggiormente la convinzione della potenza, anche economica, del monastero di San Nicola di Donnoso e della brama di venirne in possesso da parte dei Normanni e delle organizzazioni religiose latine. Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”.

Nel 1065, “Boemundo”, giudice della Calabria nel periodo Normanno e nativo di Padula

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 22, in proposito scriveva che: “Ma i rapporti con la Clabria rimangono vivi nella fondazione di Santa Maria della Mattina, omonima di quella guiscardiana presso San Marco Argentano in Val di Crati, e sono favoriti dal gran giudice di Calabria Boemundo, nativo di Padula.”. Il Tortorella, a p. 46, in proposito scriveva ancora che: “Un ultimo impianto religioso, cronologicamente ben definibile, è da individuare in Santa Maria della Mattina (165), che nel titolo conserva evidente la derivazione, o almeno una filiazione culturale (166), dalla fondazione ominima che Roberto il Guiscardo nel 1066 stabilì presso San Marco Argentano in Calabria (167): pure in età normanna si pongono in evidenza i rapporti puntuali del nostro paese con la Calabria superiore, in particolare la valle del Crati, così come abbiamo visto col ‘Mercurion’ per l’età precedente.”. Dunque, il Tortorella oltre a dirci che a Padula esiste una chiesa intitolata “Santa Maria della Mattina”, intitolazione simile a quella della nota in Calabria fondata da Roberto il Guiscardo e da sua moglie, ci dice pure che ll’intitolazione della chiesa a Padula “conserva evidente la derivazione, o almeno una filiazione culturale (166)”. La derivazione culturale, dice il Tortorella è il giudice di Calabria, “Boemundo”, di origine della città del Vallo. Boemundo era presente alla donazione del Guiscardo. Infatti, il Tortorella, a p……, nella nota (166) postillava: “(166) Ritengo che non vi possano essere dubbi su tale accostamento, anche se tra le carte dell’abbazia cistercense calabrese non compaiono atti che attestino la dipendenza della Santa Maria padulese da questa (cfr. A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini (“Studi e Testi”, 197), Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1958): un solo documento di quelli pubblicati dal Pratesi (numero 64, pp. 162-164), concessione e conferma di precedenti donazioni a Luca, abate di Santa Maria della Sambucina, da parte di Federico II re di Sicilia, del 1201, nomina un ‘Boemundus de Padula’, signore “nella zona di Altomonte”, ‘cum haberet predictam terram Braale’. Costui, se è davvero d’origine padulese – come segna nell’indice Pratesi – potrebbe essere colui che fece conoscere nel paese di provenienza il titolo della dedicazione guiscardiana. Senza dubbio è la medesima persona il κυρος βαιμουνδος της παδουλης (kjiros Vaimundhos tis Padhuljis: ‘il signor Boemundo di Padula’), prima del 1194 της καλαβριας μεγας κριτης: ‘gran giudice di Calabria’), che aveva giudicato il contrasto fra il monastero di Santo Stefano ‘de Nemore’ e alcuni uomini ‘de regione Agriotherum’, qustione ripresa, dietro istanza degli stessi monaci, da Lamberto μεγας κριτης καλαβριας, σιγνου και λαινης και χωρας ιορδανου (mnhjeghas kritis paris Kalavrias, Sighnu kjè Lainhjis kjè khoras Iodhanu: ‘gran giudice di tutta la Calabria, di Sinni, di Laino e della regione del Giordano’) e residente nella città di Gerace (cfr. Trinchera, op. cit., documento CCXXXIX, pp. 322-324″.”.

Nel 1067, la Contea di Policastro, il conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II e la ricostruita Diocesi di Policastro da parte dell’Arcivescovo Primate di Salerno Alfano I

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli incendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”.

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Infatti, fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, asoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appaena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”.

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”.

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6). Nè i rapporti del conte di Policastro con il fratello Gisulfo erano quelli di otto anni prima. Di fronte all’aggressiva reazione dei normanni, non accontentati dal principe nelle loro giuste richieste, Guido aveva fatto sue le rimostranze del fratello stroncando le brutali e rapide loro conquiste. Ma poi aveva capito e, sulla scia dell’omonimo zio Conte di Conza, aveva mutato atteggiamento. Si era reso conto, cioè, che il fratello Gisulfo avrebbe potuto conservare il trono solo se, adattandosi alla nuova situazione, fosse tornato alla politica paterna: Guaimario V (IV) con le indispensabili investiture ai conti normanni era riuscito, oltre che a salvaguardare la propria autorità, ad accrescerne il prestigio. Il principe, però, forse per insofferenza dei continui consigli di moderazione dello zio, certamente geloso del prestigio militare goduto dal fratello Guido, forse anche perchè era giunto il tempo di una ulteriore conferma del noto vecchio adagio latino (7), persisteva nell’insano suo comportamento verso i normanni. Un modo d’agire intollerabile per Guido, specialmente per l’inconsulto tergiversare di Gisulfo circa la consegna della dote alla coraggiosa sorella Sighelgaita, la quale, seguito a Melfi Roberto il Guiscardo, lo sposava ricevendone quale “dono del mattino”, l’antico longobardo ‘morgincap’ (8), il quarto dei beni conquistati dal marito, tra cui, forse, anche castelli confinanti con la contea di Guido. E’ evidente che tutto ciò rendeva più che precaria la salvaguardia dei confini, dei settentrionali più che dei lucano-calabri. Qui era Roberto al quale, oltre che da vincoli di parentela, Guido era ormai legato da ammirata amicizia per quel suo leggendario valore che doveva suscitare la considerazione persino dell’ostile Anna Commeno. L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Nel 1075, l’uccisione di Guido, conte della vasta Contea di Policastro

Pietro Ebner (…..), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a pp. 226-227, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio” che, in proposito scriveva che: Contea che si cercò di estendere anche dopo l’assassinio del fratello del principe, il “molt bel et molt vaillant en fait d’armes”, la cui fine addolorò talmente Amato da fargli esclamare: “Et ainsi de un colp fu mort, et estuta la lumiere de tuit li Longobart” (50). Ecc..”. Ebner, a p. 227, nella sua nota (50) postillava che: “(50) Guido fu ucciso in una imboscata tesagli da Guimondo dei Mulsi (v. la mia ‘Storia, cit., p. 84), quello stesso Guimondo dei Mulsi che poi vedremo a Eboli (a. 1083) marito di Emma, figliuola di Goffredo di Hale, la quale aveva sposato in prime nozze Raul Trincarote, parente di Rainolfo, conte di Aversa.”. Sempre Ebner, riguardo la “Gola del Diavolo” di cui parlerò, a p. 227, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Il suggestivo villaggio abbandonato è stato oggetto di ripresa tlevisiva nel 1975 in uno dei filmati (“Villano”), tratto da episodi narrati nella mia ‘Storia cit.’, della serie “La parola, il fatto” ideata e diretta dalla nota regista Giuliana Berlinguer.”. Ebner a p. 227, nella nota (52) postillava che: “(52) Ebner, ‘Storia, cit., pp. 84 e 88 sg.”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, a p. 88, in proposito scriveva che: Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò. Sorpreso lungo il viaggio dagli sgherri di Guimondo, Guido venne ucciso dopo strenua resistenza (a. 1075). Poco prima Alfano aveva inviato al valoroso guerriero quel suo carme che si chiudeva con l’augurio di vederlo vincitore dei Parti (Turchi) e sovrano di Costantinopoli.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Si pensa che il mandante dell’omicidio del conte Guido fosse Guimondo dei Mulsi, che governava come feudatario di Guglielmo, fratello del Guiscardo, tutti i territori della Valle del fiume Mingardo e, confinanti con la Contea di Guido. Il rivale, voleva impossessarsi del Castello di S. Severino. In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Fu in questo periodo che il Guiscardo sposando la Principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II, Guido di Policastro potè riconquistare la sua contea, recuperando gran parte della Bricia (Calabrie), anche se la cosa non risultò gradita a Roberto il Guiscardo che nel frattempo si era riappacificato con il fratello Guglielmo che otteneva gran parte dei territori del Cilento. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. In origine, nel 1054, il castello, con il feudo di Policastro, era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Per risolvere la controversia, i due nobili accettarono di sottoporsi all’arbitrato del principe di Capua, ma Guido non arrivò mai nella città, perché fu ucciso in un’imboscata proprio nella gola del Mingardo (Fig….) dagli sgherri di Guimondo dei Mulsi. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ucciso da sicari nel 1075, mentre si recava a Capua per rivendicare parte del proprio territorio usurpato da Guimondo (72).”. Il Campagna, nella sua nota (72), a p. 258, postillava che: “(72) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, op. cit., VII, 12.”. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua ‘Storia dei Normanni’. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi. Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II. La definizione della spinosa vertenza fu affidata all’arbitraggio del principe di Capua, che non fece in tempo ad intervenire. Il prode ed orgoglioso Guido, fu sorpreso con l’inganno nella orrida ‘Gola del Diavolo’, uno stretto passaggio tra le roccie e i dirupi del Mingardo, dagli sgherri di Guimondo e, nonostante l’indomito valore, fu ucciso nel feroce agguato. Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita).”.

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(Fig….) La ‘Gola del Diavolo’ del Fiume Mingardo nei pressi di San Severino di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Per questioni di confini si accesero presto liti (10) tra Guido e Guimondo, finchè non si decise di affidare la definizione della vertenza all’arbitraggio del principe di Capua (Guido aveva rifiutato il fratello). Nell’incamminarsi verso Capua, Guido fu sorpreso appunto in una delle gole della valle di S. Severino, dagli sgherri di Guimondo. Malgrado la più strenua resistenza e il suo indomito valore, Guido fu sopraffatto dal numero dei nemici e ucciso. Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (10), a p. 541, postillava che: “(10) Più che probabile il disegno di Guimondo d’impadronirsi della contea di Policastro eliminando Guido che tanto si era opposto all’invasione normanna. “. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “E intorno al tempo stesso venne a morte il giovane Guido, significato nei versi di Alfano, le cui gloriose speranze pur contrastavano alla costante amicizia che il fratello di Gisulfo serbò verso Roberto Guiscardo. Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ed avevano fatto accordo di rimettere il giudizio delle loro contese all’arbitrato del Principe Capuano, che Guido, secondo Amato asserisce, aveva preferito a quello stesso di Gisulfo, proposto dal suo emulo. E, al dì stabilito, il giovane Conte mosse per Capua. Ma, per via, sorpreso dà seguaci di Guimondo, per quanto strenuamente si difendesse, ferito d’un colpo di lancia, cadde esamine a terra. E l’empio tradimento parve ad Amato, che spegnesse il più onesto, e il più prode e caritatevole fra i cavalieri Longobardi, ultimo “lume” della sua gente. Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 236, scriveva in proposito che:

Aimè, p. 239.PNG

Dal 1075 al 1077-78, Landolfo, Conte di Policastro

Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno Gisulfo II. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”.

Nel 1077, Roberto il Guiscardo sconfigge Gisulfo II, ultimo principe longobardo, assedia Salerno e se ne impossessa

Da Wikipidia leggiamo che prima di espugnare Palermo e insignorirsi della Sicilia, Roberto il Guiscardo dovette combattere contro le ultime guarnigioni bizantine che ancora occupavano parte della Puglia, cuore del suo dominio. Il 16 aprile 1071, con la caduta di Bari, i Greci furono definitivamente estromessi dal sud Italia e il Guiscardo poté così rivolgere la propria attenzione ai grandi principati indipendenti di origine longobarda che ancora tenevano in mano propria vaste aree del meridione. Il primo obiettivo fu il Principato di Salerno: la città fu messa sotto assedio e cadde nel dicembre del 1076, ma il principe Gisulfo II, cognato del Guiscardo in quanto fratello di Sichelgaita, abbandonò il castello con la propria corte solo nel maggio del 1077. Al dominio totale del Guiscardo nel Mezzogiorno mancavano a questo punto il Principato di Capua, sotto i Normanni dei Drengot, il Ducato di Napoli e Benevento, antico e potente principato longobardo ormai in decadenza: l’attacco alla città, sferrato nel 1078, mise in allarme papa Gregorio VII, poiché Benevento era considerato feudo della Santa Sede. Ma il pontefice non era in condizioni di inimicarsi i Normanni, impegnato com’era contro l’imperatore Enrico IV nella questione delle investiture. Decise allora di farseli alleati e, convocato Roberto a Ceprano nel giugno del 1080, lo investì nuovamente dei suoi titoli e diritti, assicurandogli anche la signoria sugli Abruzzi meridionali e – seppure con una formula sospensiva – sulla Marca Fermana, Salerno e Amalfi. Anche Benevento, da cinquecento anni indipendente, cadde sotto i colpi del Guiscardo, che ne assunse il titolo principesco.

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079).. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scrive che Gisulfo II fu deposto nell’anno 1077. Da Wikipedia leggiamo che Landolfo, conservò il dominio della Contea di Policastro fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni, quando Landolfo conservò i propri domini, ma dovette consegnare i castelli più importanti tra cui San Severino. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Nel 1077 la capitale del Ducato, unito al Ducato di Calabria, divenne Salerno. Questo ducato detto di Puglia e Calabria, che comprendeva gran parte del Mezzogiorno continentale, fu annesso nel 1130 al Regno di Sicilia da Ruggero II. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: Si apriva nel frattempo tra Gregorio VII e l’imperatore di Germania Enrico IV la “lotta per le investiture”, ed il Papa, costretto a cambiar politica verso i Normanni, dovette suo malgrado abbandonare Gisulfo al suo destino, potendolo solo consigliare di venire a patti con il cognato. Ma troppi motivi di contrasto, vecchi e nuovi, rendevano ormai inconciliabile il dissidio fra i due, e tra i nuovi vi era l’intervento normanno ad Amalfi, fatto che aveva particolarmente indispettito il Principe, spingendolo ad aumentare le rappresaglie contro questa città. Il Giuscardo aveva invitato il cognato a non molestare gli Amalfitani, ma Gisulfo aveva ignorato l’invito. Il Normanno allora ruppe ogni rapporto col Principe e, tirando dalla sua anche Riccardo di Capua, lo isolò. Gisulfo si diede ad apprestare dovunque opere di difesa, avvertendo ormai prossima l’aggressione del Guiscardo al suo regno. Roberto, infatti, non indugiò e l’8 maggio 1076 cinse d’assedio Salerno con uno sterminato esercito di Normanni, Greci e Saraceni; bloccò anche il porto con la flotta e chiese, per questo aiuti navali agli Amalfitani. Ne approfittò però per inviare nel frattempo un contingente di truppe nel Ducato, sicchè il protettorato del 1073 divenne una vera e propria signoria normanna ed Amalfi perdè, dopo oltre 250 anni, la sua indipendenza: “….hoc aevo – dice una cronaca del tempo – ‘Res Amalphitanorum pubblica jacuit, amissis uno tempore opibus, liberate ac propriis Ducibus’ (1). L’assedio di Salerno fu lungo e difficoltoso, nonostante il vasto impiego di forze ed il valido aiuto fornito dalle milizie di Riccardo di Capua. La città stremata, potè esser presa per il tradimento di alcuni cittadini solo il 13 dicembre 1076; Gisulfo riuscì a chiudersi nella rocca con i familiari e gli uomini più fidati e continuò ancora a difendere il suo Stato, finchè, stretti gli assediati dalla fame, nell’estate del 1077 si arrese. Con lui terminava così, dopo più di cinque secoli di storia, il dominio dei Longobardi a Salerno (2). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 122, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lo sconfitto Gisulfo andò prima a Capua, poi a Roma, accolto amorevolmente da papa Gregorio VII, che lo inviò come legato apostolico in Francia nel 1081 ed a Salerno nel 1094, poi nuovamente in Francia. Alla morte del Pontefice prese parte con la Curia papale alle vicende che portarono all’elezione di Vittore III, morto il quale, l’esule principe fu acclamato Duca degli Amalfitani nel 1088. Dopo tale anno non si hanno di lui più notizie (cfr. Schipa, Storia…., cit., pp. 241-45).”.

Dal 1075 al 1077-78, il principe Gisulfo II, Landolfo e la Contea di Policastro

Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno Gisulfo II. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”.

Nel 1077-78, la Contea di Policastro a Roberto il Guiscardo dopo la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo

Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079). La data effettiva deve perciò risalire al 22 ottobre 1067, tanto più che U. da Venosa (“il Venusino”), ‘Vitae sanctorum abbatum cavensium’, ABC, cod. n. 24, ff. 15v – 15r) colloca l’evento subito dopo il ritorno di Pietro da Cluny. Ecc..”. Dunque, l’Ebner in questo passaggio indica come data della nomina ad Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni del monaco Pietro Pappacarbone all’anno 1074, tre anni prima dell’anno, 1077, in cui era stato deposto, dice lui, il principe longobardo Gisulfo II, da Roberto il Guiscardo che in quell’anno assediò Salerno. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: Il Guiscardo lasciò che i familiari del deposto principe conservassero i loro possedimenti, solo pretese che gli venissero consegnate le fortezze più importanti; così Landolfo dovette cedere Policastro ed il castello di S. Severino, Guiamario il Castellum Cilenti: “….Et il frere de Gisolfe vindrent; et comment lor fu comandé, Landulfe rendi lo Val de Saint Severin et Pollicastre, et Guaymere rendi Cyliente (1).”. Il Cantalupo, a p. 123, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Amato, op. cit., p. 37.”. Dunque, il Cantalupo citava Amato di Montecassino (….). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: “(49) Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro che, dopo l’assassinio di Guido, il principe aveva dato all’altro fratello Landolfo, e Cilento tenuto da Guaimario, fratello non figlio e di cui è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Ebner (…), cita Michelangelo Schipa (….) che, infatti, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 232, dopo aver detto dell’uccisione di Guido, scriveva di Landolfo, suo fratello minore, scriveva che: Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”.

I due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Scrivono i due studiosi Natella e Peduto (2) che, “la ripresa cattolica-romana in policastro e la restaurazione della sede episcopale, è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica Normanna.”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “la contea di Policastro, …..fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro ……..è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Michelangelo Schipa (…), nel cap. 12, del suo  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240, parlando dell’episodio citato da Ebner (…), sul dente di S. Matteo e, riferendosi a Roberto il Guiscardo e, della conquista di Salerno, dopo il suo assedio, scriveva che: “E maggiore contesa sorse dopo. Pretendeva Roberto che dovessero porsi in sua mano i castelli della valle di S. Severino, di Policastro e del Cilento, tenuti da Landolfo e da Guaimario, fratelli di Gisulfo, poichè diceva spettargli intera la signoria del Principato. E Gisulfo schermivasi, negando che dei castelli si fosse fatta parola allorchè egli si era arreso.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 256, scriveva in proposito che:

(Fig…..), Aimè (…), op. cit., p. 256

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840 (Archivio Attanasio)

(2) Troyli P. P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Daiocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento.

(3) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(3) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906, ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano. In particolare il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (..). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. ; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(4) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in Archivio storico per le Provincie Napoletane, Napoli, 1950-1951, p. 2.

(5) Cappelli, B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Ed. Fiorentino, Napoli, con introduzione di E. Pontieri; sul Monastero di Centola si veda p. 398; si veda pure: Shi-pa M., Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provin-cie Napoletane, 12, 1887.

(6) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay I, L’Italia meridionale e l’Im-pero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pon-tieri E., op. cit., 54.

(7) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.

(8) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio ba-siliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Si veda pure: Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 e pure: Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(9) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(10) Porfirio P., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(11) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il ter-ritorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il terri-torio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(12) Racioppi G., Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoesche, pp. 102 e 134.

(13) Pellegrino C., Historia principum Longobardorum, Napoli, ed. tip. de Simone, 1753, tomo IV, p…., o Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751. Si veda pure dello stesso autore: Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651.

(14) Ammirato Scipione, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, ed. Marescotti Giorgio, 1780.

(15) Niceforo, Ioannis Antiocheni Fragmenta ex Historia chronica, stà in………………………….

(16) Hirsch F., Ducato di Benevento sino alla caduta del Regno Longobardo, traduzione di M. Schipa, ed. L. Roux e C., Torino, 1890, p. 56.

(17) D’Amico V., I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campo- basso, 1933, p. 44.

(18) (3- Anastasi. Bibl. in papa Paulo, opud Bern. hist. haer. tomo 2, seculo 8, pag. 399).

(19) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Ta-bulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri.

(20) (Fig. 1-2) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cy-riacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato citato da biagio Cappelli (21), p. 323 (vedi note 21 e 22) e, pubblicato dal Trinchera F. (19), pp. 80-81-82. Il Trinchera (19), trae l’antico documento da: ex membrana Archivi Nea-politani – n.° 8. Il Trinchera (19), nella sua nota al testo, a p. XXV, parlando del documento ““Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Ro-gerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signan-dam coniecimus.”, e alla nota (3) dice: “Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bo-sco, Documenti pag. XVIII.”. L’antico documento membranaceo è scritto in greco ed è stato tradotto in latino dal Trinchera. Riguardo l’origine dell’antica pergamena (membra- na) del 1079, pubblicata dal Trinchera (19), si veda lo stesso Trinchera: Archivi Napoletani, relazione per il Ministro della Pubblica Istruzione, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872, pp. 241, Tav. VI, “pergamenne latine de’ monasteri soppressi”, conservati nella Sezione Diplomatica dell’Archivio di Stato di Napoli, all’epoca del Trinchera e pubblicati in 6 vol. in “Regii Neapolitani Archivi monumenta edita ac illustrata 1845-1861”. Recentemente abbiamo chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, la fotoriproduzione del documento ed abbiamo appreso la triste notizia (sic!) dal dott. Fernando Salemme dell’ASN che ci rispondeva: “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti efettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

(21) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota 20: Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5.  Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Riguardo il Monastero di S. Elia, citato dal Robinson, abbiamo visto che viene citato in un testo di Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Rodotà, scrive: “ S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Del Monastero di Carbone, poi ne parla anche il Santoro P.E., Il monastero di Carbone, Napoli, ed. Pellizzone, 1859. Il Monastero di Carbone è stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia. In sostanza, secondo il Cappelli, il collegamento con il documento Normanno (20), è S. Nilo che abitò in questo Monastero basiliano del Carbone del Bosco e poi passò a vivere nell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (20), pubblicato dal Trinchera (19). Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F. (19), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”.

(21) Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”.

(22) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie…, op. cit., p. 292-293.

(23) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla se-guente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(24) Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda: Gatta Costantino, Memorie topo-grafico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Si veda pu- re: Camillo Minieri-Riccio, Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Ar-chivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme, Venezia, ed. Valgrisi, 1592.

(25) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Came-rota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(26) De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli,  ed. A. Dekten, 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

(27) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, da p. 113, 120. Si veda pure p. 132 e p. 137 dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.

(28) Giosuè Musca, Mezzogiorno Normanno-Svevo e le Crociate, ed. Dedalo, Hoepli, p. 233

(29) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basi-liane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

(30) Barile N. L., La figlia del re di Francia e il principe normanno. Il matrimonio di Co-stanza e Boemondo d’Altavilla, stà in ‘Con animo virile‘, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 85 e s.

(31) Orderico da Vitale (Ordonis Vitalis), Historia Ecclesiastica,

(32) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Vis-conti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Viscon-ti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 69 e p. 73 del testo di Visconti.

(33) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(34) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (33), p. 136 nota (c).

(35) Alfano G. M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823, p. 135.

(36) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscar- di ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malater-ra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Gui-scardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal mano-scritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Sci-pione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. 

(37) (Fig. 3) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Na-poli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci.

(38) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92;si veda pure il te-sto del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Rugge-ro, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(39) Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca F., Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929.

(40) Acocella Nicola, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.

(41) Pontieri Ernesto, si veda ‘Cilento‘, in ‘Enciclopedia Italiana’, X, 240 e si veda pure Gatta, op. cit. (22), pp. 148 sgg. 275 e s.

(42) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(….) Schipa Michelangelo, Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923, pag. 96 e 97, si veda pure: a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Lancusi, 2002, ristampa anastatica, p. 41 e 42. Lo storico napoletano, sulla scorta dei suoi precedenti studi giovanili: la ‘Storia del Principato Longobardo di Salerno’, inserita nel volume XII dell’Archivio storico per le provincie napoletane (1887) e, la ‘Storia del Ducato napoletano’, pubblicata nei volumi XVI-XIX dell’Archivio storico per le provincie napoletane (Archivio Attanasio)

(….) Orlando Gennaro, Storia di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, p. 317

I Bulgari nel basso Cilento

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) un mio studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (26)

Nel ‘476 d.C. (V sec. d.C.), gli Ostrogoti o Goti “Buti” di Totila e di Bultino saccheggiarono ed occuparono la Molpa

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. Il Regno Ostrogoto, ufficialmente il Regno d’Italia (Latino: Regnum Italiae), venne fondato dal popolo germanico degli Ostrogoti in Italia, e nelle zone confinanti, tra il 493 e il 553. In Italia gli Ostrogoti subentrarono a Odoacre, il padrone de facto dell’Italia che aveva deposto l’ultimo imperatore d’Occidente nel 476. La penisola venne quindi organizzata in 17 distretti con a capo dei governatori che avevano ampi poteri fiscali, giuridici e civili. Tutti costoro rispondevano del proprio operato direttamente al prefetto del pretorio che risiedeva a Ravenna ed era di nomina regia. La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. Gli Ostrogoti (in latino Ostrogothi o Austrogothi) erano il ramo orientale dei Goti, una tribù germanica che influenzò gli eventi politici del tardo Impero romano. Sconfissero Odoacre, che aveva deposto Romolo Augusto, ultimo Imperatore Romano d’Occidente, e si insediarono in Italia. Furono poi sconfitti dai Bizantini. La città fortificata della Molpa era stata conquistata ed occupata in precedenza dai Goti Buti che in seguito furono sconfitti dal generale Belisario. Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Totila (“l’immortale” in lingua gota) salì al trono dopo la morte di suo zio Ildibaldo e l’assassinio di Erarico, un re dell’etnia dei Rugi, che stava trattando la consegna dell’Italia a Giustiniano. Dopo le pesanti sconfitte subite contro il generale Belisario e dopo la conseguente cattura di Vitige nel 540, gli Ostrogoti riuscirono faticosamente a tenere in vita uno stato a nord del fiume Po. Totila era in quel momento il comandante della truppe gote presso Treviso e fu probabilmente nominato re intorno ai 25 anni, alla fine del 541, dopo pochi mesi di regno di Erarico. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Eruli di Odoacre nel 476, che però sembra non arrivarono oltre Salerno, e quindi degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Essa fu tra le province che vennero assoggettate  direttamente al potere centrale e i proprietari terrieri furono ecc…ecc….Per quanto riguarda il nostro territorio, i Goti fortificarono ‘Manlianus’ (oggi Magliano Nuovo), punto nevralgico per il passaggio dalla Valle dell’Alento a quella del Calore: il ‘castellum’ inglobò anche l’unico stretto passaggio naturale obbligatorio che si apriva fra due grandi rocce dette ancora ‘Préta Perciàta’, che continuerà poi ad essere luogo di dogana per tutto il medioevo. Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che per quanto riguardava il nostro territorio i Goti fortificarono il casale di “Maglianus” (oggi Magliano Nuovo), dove esiste un passaggio molto stretto, una specie di valico scavato nella roccia non molto dissimile ad un altro passaggio che oggi si può vedere percorrendo la SS. 18 nei pressi del Canale di Mezzanotte a Sapri. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…”, a p. 641 parlando del casale di Magliano Nuovo, in proposito scriveva che: “Inattendibili sono le informazioni riportate dall’Antonini (7) sull’abitato e sulla contea che egli riferisce fortificata dai Goti e poi posseduta “da Guiselgardo, e da Rodelgeimo, zii di Guaimario Balbo Principe di Salerno”.”. Ebner a p. 641, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Antonini, cit. pp. 122 e 317. e poi Giustiniani, cit. vol. V, Napoli, 1802, p. 238”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania”, a p. 120 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”.  Sempre il barone Antonini a p. 120 postillava che: “Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e queste continuate guerre e miserie mossero il pontefiice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antoni a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, riguardo la città della Molpa e Belisario a p. 372 riportava un passo della cosiddetta “Cronaca di S. Mercurio”, un chronicon medioevale apocrifo che l’Antonini dice di aver letto imprestato dalla famiglia Carbone e di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. L’Antonini scrive di aver letto dal chronicon le seguenti parole: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Ecc…. Dunque, secondo l’Antonini , il Monaco di S. Mercurio, nel suo chronicon medioevale aveva scritto che ai tempi del generale bizantino Belisario, i “Gothi” occupavano da tempo la fortezza della Molpa. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati. Come ho già scritto, l’Antonini citava Agazia. Antonini citava Agazia quando ci parla dei Goti, di Magliano e della Molpa. Antonini a p. 120 postillava che: “Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e queste continuate guerre e miserie ecc..“. Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’Istoria di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca.  L’Antonini postillava anche di Agazia (…). Agazia Scolastico (in greco bizantino: Ἀγαθίας Σχολαστικός, in latino: Agathias Scholasticus; Myrina, 536 circa – Costantinopoli, 582 circa) è stato un poeta e uno storico bizantino, fonte principale per parte del regno di Giustiniano I (527-565). Dell’attività come scholasticus é testimonianza da note a margine della Periegesi di Pausania. Infine, é pervenuta Sul regno di Giustiniano (Περί της Ιουστινιανού βασιλείας), un’opera storica in 5 libri che continua la storia di Procopio di Cesarea, di cui imita lo stile e che costituisce la principale fonte per il periodo 552-558. Gli argomenti centrali dell’opera sono le guerre combattute dall’esercito bizantino, agli ordini di Narsete, contro Goti, Vandali, Franchi e Sasanidi. L’Antonini, però scriveva che nel chronicon di S. Mercurio, il monaco non lo chiamava “Bultino”  ma lo chiamava “Badiula”. L’Antonini scriveva pure che questo capitano Ostrogoto veniva chiamato da Agazia (…), “Bultinus”. Bultino o Badiula ?. In ogni caso la notizia data dall’Antonini è anche quella secondo cui la fortezza della Molpa era Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Ecc….

Nel ‘396 d.C. (IV sec. d.C.), la città di “Stiliconia” (a Roccagloriosa) e il generale Stilicone che sbarcò nel Golfo di Policastro e con le sue truppe si accampò in un luogo vicino

Alla voce “Roccagloriosa” in Wipedia leggiamo che alla fine del IV secolo, il generale bizantino Stilicone, durante la Guerra Gotica, sbarcò con i suoi soldati nel Golfo di Policastro, trovò la zona adatta per l’accampamento delle sue truppe. Le sorti di Patrizia vennero scritte dal generale Stilicone che di ritorno dalla Grecia, dopo che vi aveva inseguito i Goti, sbarco’ nel golfo di Policastro depredando i centri abitati tra cui la stessa Patrizia, lasciandola spoglia e impoverita di ogni sorta di bene. Alcuni soldati del generale Stilicone, che avevano militato prima negli eserciti di Teodosio e poi nelle fila di Onorio, entrambi imperatori romani di religione cristiana, seguendo questa religione edificarono poco lontano da Patrizia su di un altro colle, una chiesetta dedicata al culto della “Gloriosamadre di Dio Benedetto”, attorno ad essa costrui’ un piccolo centro abitato. Queste si diedero al saccheggio e alla distruzione degli abitati vicini, e gli abitanti di Patrizia furono costretti a fondersi col nucleo originario: da questa unione nacque un nuovo insediamento, intorno ad una chiesetta del 412 dedicata alla Madonna, zona ancora oggi chiamata Rocca. Altre notizie riguardano Magliano Nuovo e Agropoli di cui parlerò in seguito. Riguardo Roccagloriosa, nel 1968 hanno scritto i due studiosi P. Agatangelo da Roccagloriosa e Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”. I due studiosi, dopo aver detto della distruzione di “Orbitania” all’epoca della II guerra Punica, a p. 14 parlando della città romana di “Patrizia”, in proposito scrivevano che: “Trascorsero così oltre cinque secoli, fino a quando gli abitanti di Patrizia non vennero disturbati da nuove guerre e distruzioni. Quando nel 396 d.Cr. il generale dell’Imperatore Onorio, Stilicone, dopo aver inseguito i Goti nella Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro, trovò la regione del Mingardo molto adatta per l’accampamento delle sue truppe; e li si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano. Quando, dopo alcuni mesi, andò via, lasciando il luogo estremamente impoverito (27) e le abitazioni di Patrizia depredate e devastate. La zona dell’accampamento, dove restarono piccoli nuclei abitati, fu denominata “Stiliconia”. Oggi il popolo la chiama “Li Stritani” e “Orbitani”, nonchè le “Ruine” (28) per significare che gli antichi furono derubati e scacciati dalle truppe di Stilicone, e che ora sono restate soltanto rovine.”. I due studiosi a p. 15, nella loro nota (27) postillavano che: “(27) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, vol. 4, anno 296.”. I sacerdoti P. Agatangelo da Roccagloriosa e Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”. a p. 15, nella loro nota (27) postillavano che: “(27) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, vol. 4, anno 296.”. Non conosciamo la provenienza delle notizie intorno al passaggio da Roccagloriosa del generale dell’Imperatore Onorio, Stilicone, dateci dai due studiosi locali P. Agatangelo e Fulco (….), di cui ho già scritto. Come si è visto i due studiosi citavano il Muratori ma egli come si è visto non diceva nulla di Roccagloriosa. Il Muratori (….), il suoi “Annali”, vol. IV, II edizione del ………., a p. 13, ci parla dell’anno 396 (e non come è scritto nella nota di Agatangelo dell’anno 296). Il Muratori parla dell’anno 396 (CCCXCVI. Indizione IX), in proposito scriveva che: “Intanto i masnadieri Goti seguitavano a devastare la Grecia. Ancorchè questa fosse della giurisdizione di Arcadio, non lasciò Stilicone di voler passare con assai forze sopra una Flotta di navi, che approdò nel Peloponneso, o sia nella Morea. Zosimo (a) scrive ciò fatto nell’anno precedente, ma secondo Claudiano ciò sembra avvenuto nel presente; e forse non sussiste, che egli si fosse ritirato da quelle contrade.”. Il Muratori nella sua nota (a) postillava che: “(a) Zosimus, l. 5. e 7.”. Il Muratori, nel suo  vol. IV, II edizione parlando dei Goti e di Alarico, a pp. 32-33 scriveva che: “Ciò si raccoglie da un Poema di Claudiano (c), composto molto prima ch’egli eseguisse questo suo disegno; e lo attesta anche Prudenzio (d), parendio eziandio, ecc…Nell’Anno 396, siccome dicemmo, Arcadio per quietare i Goti, che avevano fatta una terribile irruzione nella Grecia, sotto il comando ch’esso Alarico, l’aveva creato Generale delle milizie dell’Illirico Orientale; ed egli perciò abitava in quelle parti, cioè o nella Dacia, o nella Mesia inferiore, oppure nella Macedonia. Giordano Istorico (e) pretende che rincrescendo a què Goti, chiamati poi Visigoti ecc…..Chiaramente scrivono San Prospero (f), e il suddetto Giordano che, nel Consolato di Stilicone e d’Aureliano i Goti sotto il comando di ‘Alarico’ e di ‘Radagaiso’ entrarono nell’Italia che mali facessero (certamente far ne dovettero) in queste parti, la storia nol dice. Abbiamo dal Natale VIII recitato da San Paolino Vescovo di Nola (a) nel Gennaio dell’anno seguente che gran rumore fece la guerra dè Goti ecc…“. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Claud. De Bello Getico.”. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Prudentius in Symmach.”. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (e) postillava che: “(e) Jordan ut Supra”. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (f) postillava: “(f) Prosper. in Chronicon”. Il Muratori a p. 33, nella sua nota (a) postillava che: “(a) paulin. Nolanus. Natal. 8”. Dunque, il Muratori ci dice del generale Stilicone e dei fatti storici raccontati da San Prospero e da Giordane (…), nella sua i “Getica” (che scrisse sulla scorta di Cassiodoro. Il Muratori ci parla che i Goti, al comando di Alarico e di “Radagaiso” furono respinti dal generale e Console Stilicone. La notizia di Stilicone, riferita dai due studiosi è riferita alla tradizione orale. I due studiosi, a p. 15, nella loro nota (28) postillavano pure che: “(28) Cfr. Doc. in Arch. Parr.”. Questa citazione è ripresa più tardi da altri scrittori locali ed in particolare da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, dove a p. 415, egli scrive che: “Mancano altre sicure notizie del luogo, eccetto le tradizioni (5) tra cui quella riportata anche in Giustiniani (6) e cioè che il villaggio ecc…”. Ebner a p. 415, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A dire di pd. Agatangelo da Roccagloriosa e D. Falco (Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa’, Salerno, 1968, pp. 1-65) nell’Archivio parrocchiale di Roccagloriosa vi è un documento del ‘600 che dice che il primo nucleo abitato era intorno alla rupe alla quale è addossato il l’odierno cimitero. I predetti AA. parlano d’impianti romani (Orbitania, Patrizia e Stilicona) fondandosi sulla tradizione. Essi attribuiscono a Narsete l’introduzione nel luogo dei Bulgari, come vuole il Laudisio (v. oltre).”. I due studiosi, a p. 15, nella loro nota (28) postillavano che: “(28) Cfr. Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, i due studiosi ritenevano che nell’anno 396, Stilicone, generale di Onorio, Imperatore Romano d’Occidente, dopo aver inseguito i Goti di Alarico in Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro, trovò la regione del Mingardo molto adatta per l’accampamento delle sue truppe; e li si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano.”. Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Patrizia e Stilicona”, a pp. 24-25 riportava più o meno le stesse notizie scritte a due mani con il Falco ma a p. 24 scriveva che: Però venne il tempo in cui gli abitanti di Patrizia vennero disturbati da guerre e distruzioni, quando nel 396 d.C. il generale dell’imperatore Onorio, Stilicone, dopo di avere inseguito i Goti nella Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel golfo di Policastro. Trovò la regione del Mingardo (dove gli antichi insediamenti erano già “sepolti”) molto adatta per l’accampamento delle sue truppe: e lì si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano, ricercando anche nelle zone vicine: perciò rubarono, razziarono e dissanuarono (28).”. L’Agatangelo a p. 25, nella sua nota (28) postillava che: “(28) IORDANIS, Getica, 41. E’ un’epitome della storia dei Goti, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Dunque, in questo testo, l’Agatangelo postillava e citava l’opera “Getica” di Cassiodoro (….), mentre nel volume scritto a quattro mani con il Falco citava il Muratori. L’Agatangelo postillava di un’epitoma di “IORDANIS” che conteneva l’opera “Getica” del cronista del tempo Cassiodoro (….), opera perduta e riscritta appunto da Giordane. L’Agatangelo, a p. 25 continuando il suo racconto su Roccagloriosa scriveva che: “Quando, dopo alcuni mesi, il generale Stilicone andò via, lasciò il luogo (dell’antica Fistelia) estremamente impoverito e le abitazioni di Patrizia depredate e devastate. La zona dell’accampamento, dove restarono piccoli nuclei sparsi, fu denominata Stilicona: oggi il popolo la chiama “Le Ruine” per significare che gli antichi furono derubati e scacciati dalle truppe di Stilicone, e che ora sono restate soltanto rovine (29).”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Doc. in Arch. Parrocchiale di Roccagloriosa”. Riguardo il generale Bizantino Stilicone ha scritto pure Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, dove a p. 76 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Nel 396 d.C., Stilicone, generale dell’Imperatore Onorio, dopo aver inseguito i Goti nella Grecia, fece ritorno in Italia. Trovò la regione del Mingardo particolarmente adatta ecc…(5).”. Il Guzzo nella sua nota (5) postillava di Agatangelo e Falco senza dare alcun ulteriore riscontro. Dunque, i due studiosi, scrivevano che, nell’anno 396 d.C., il generale Stilicone, dopo aver inseguito i Goti di Alarico in Grecia (nel Peloponneso) fu obbligato dall’Imperatore Onorio a ritornare in Italia. Maurizio Gualtieri (….), nel suo “Roccagloriosa – un antico centro lucano sul golfo di Policastro”, ed. Ediprint, Siracusa, 1990, espone i risultati di scavi effettuati in località Scala e non solo. Ma, si tratta di manufatti risalenti ad avanti Cristo. Questi centri fortificati, pre-colonizzazione greca furono citati dal Corcia e da La Geniere (…) ed in seguito furono oggetto di una sistematica campagna di scavo archeologica di Mario Napoli (….), poi, in seguito, dopo la sua morte proseguiti dal Gualtieri. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno” nel vol. VIII, a pp. 33-34 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Questa terra vedesi edificata in un’altura distante dal Golfo di ‘Policastro’ miglia 2. Dalla sua situazione prese il nome, e dicono che l’aggiunta di ‘Gloriosa’ preso avesse da un’immagine di nostra ‘Donna’ che in una chiesetta nel suo castello di qualche anticihità. Vedesi ancora tutta cinta di mura con le rispettive sue porte, In oggi però tutto è diruto……Un tempo erano di rito greco rilevandosi dalle antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria dè Martiri’. Vi sono tre casali, cioè ‘Rocchetta’, ‘Celle’ ed ‘Acquavena’ “. Riguardo Roccagloriosa ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua “La Lucania”, nel discorso VIII, a pp. 381, in proposito scriveva che: “Fu questa montagna così detta da Bulgari, che vi fermarono, e fortificarono; vedendosi fin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli, nel luogo appunto dove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più di un miglio lontano, e le vestigia dell’altra fortezza, che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome alla terra.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il castello di Roccagloriosa, oggi parte diruto, fu costruito dai Bulgari. L’Antonini, sempre parlando di Roccagloriosa, a p. 385, in poposito scriveva che: “Sul declinar di quella montagna chiamata di Bulgaria a tramontana trovasi la Rocca gloriosa; paese grande ed in bellissimo sito allogato: Ad esso sta quasi unito un altro picciolo paese chiamato la Rocchetta, ed ambedue hanno la veduta nè piani del Menicardo, delle montagne di Cuccaro, e di Laurito, come del mare sul seno Vibonense, o sia golfo di Policastro, e delle montagne di Basilicata e di Calabria ecc…ecc…Fu il paese così detto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono verso il Castello.”.  

Nel 412 d.C. (IV sec. d.C.), gli abitanti di Patrizia e Stiliconia si spostarono verso la Rocca “Arce” a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (….) proseguendo il suo racconto parlava della fondazione del nuovo casale di Roccagloriosa, nell’anno 410, ai tempi di Alarico, ovvero 14 anni dopo la venuta di Stilicone. Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Intanto gli abitanti di Patrizia e i vari nuclei di Stilicona pensarono di riparare in un luogo più sicuro e più adatto alla difesa contro eventuali nemici. Avevano già ricevuto la religione cristiana probabilmente per il buono esempio di alcuni soldati dell’esercito di Stilicone: e, nell’anno 412, sulla cima del monte roccioso che stà a guardia delle vallate del Mingardo e del Bussento, poco distante da Patrizia, costruirono una chiesetta che dedicarono alla “Gloriosa Madre di Dio benedetto”: si raggrupparono intorno ad essa e costituirono la nuova città chiamata Rocca (30).”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (30) postillava dell’appellativo di “Gloriosa”. Gli abitanti di Patrizia, in seguito ai saccheggi perpretati dalle truppe del generale Stilicone furono costretti a fondersi col nucleo originario: da questa unione nacque un nuovo insediamento, intorno ad una chiesetta del 412 dedicata alla Madonna, zona ancora oggi chiamata Rocca.

NEL VI SEC., I BULGARI

Nel 535 d.C. (VI sec.), le origini del monachesimo nelle nostre contrade

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Ancora l’Ebner (….), in un altro suo testo ci parla di quel periodo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 34 parlando dei monaci provenienti dall’Oriente, in proposito scriveva che: “I monaci (68) d’Oriente conoscevano questa zona essendovi arrivati soprattutto al seguito delle truppe di Belisario e Narsete e che potremmo definire i primi cappellani militari. Furono essi a trasmettere ai loro correligionari d’Oriente informazioni e impressioni sulle località del Mezzogiorno climaticamente simili a quelle orientali, idonee quindi alla vita ascetica e alle consuetudini loro proprie. Fu a Velia, infatti, che sbarcarono i primi religiosi bizantini sfuggiti alle persecuzioni di Leone III Isaurico ecc…ecc..”. Dunque, Ebner scriveva che già prima dell’anno 726, i monaci d’Oriente conobbero le nostre contrade nel 535, allorquando, in qualità di cappellani militari delle truppe del generale bizantino Belisario si dovettero recare per prestare servizio presso l’esercito bizantino dell’Imperatore Giustiniano. Ebner ripete questo concetto anche nell’altra sua opera: “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, dove a p. 18 parlando dell’antichissima colonia focea di Velia (l’antica Helea), in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete.”. Sebbene la tradizione e le fonti attribuiscano il ritrovamento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, attribuito al monaco Attanasio, all’anno 927, già all’epoca della venuta dell’esercito bizantino di Giustiniano a Velia esisteva una basilica Paleocristiana che attesta la frequentazione del sacello dell’apostolo Matteo. Dunque, la nostra zona ricca di testimonianze dell’antichità era conosciuta dai monaci d’Oriente che vi si recavano in pellegrinaggio e in seguito vi si fermarono allorquando questi monaci vennero al seguito degli esercti bizantini di Giustiniano. Ebner a p. 34, vol. I, nella sua nota (68) postillava che: “(68) ‘Monachus’ = eremita, anacoreta. Il fondatore del primo monastero fu Pancomio (tra il 315-320). Il vero fondatore del monachesimo greco fu S. Basilio, il legislatore della vita monastica, e si deve a S. Atanasio la diffusione della vita monastica in Occidente (a. 339), come a S. Eusebio, vescovo di Vercelli, si deve la diffusione degli stati clericlali e monastici (a. 370) Ecc…”. Sempre Pietro Ebner (…), in un suo pregevole saggio su Velia, in Rassegna Storica Salernitana del 1965, a p. 60, in proposito scriveva che: “A Velia si continuava a parlare il greco ancora nel III secolo come mostrano le iscrizioni e le epigrafi…..Ma il greco forse non sparì mai da Velia se è vero vi si fossero fermato monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete, i quali aprirono la via alle diverse ondate che si riversarono nell’odierno Cilento nell’VIII, IX e X secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I,  a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano (…). Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Sempre l’Ebner nello stesso scritto a p. 62, in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno, nel frattempo, cominciava ad essere percorso da monaci d’Oriente giunti in Italia (VI secolo) con le armate di Belisario e Narsete (Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, Napoli, 1963, p. 15 sgg.; non nel Gay, It. merid. e imp. bizant., Firenze, 1917, p. 125 ss). Ecc…”. Riguardo al citazione di Julius Gay (….), egli tratta il periodo dell’invasione bizantina al tempo dei Longobardi, ovvero al temp del secolo VIII che in questo caso no interessa. Biagio Cappelli, nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini Calabro- Lucani”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “Il primo afflusso ascetico basiliano penso che abbia seguito di pari passo le armate condotte da Belisario e da Narsete contro i goti ariani in una guerra che, come tutte le altre imprese militari intraprese dall’impero di Oriente, aveva senza dubbio un carattere religioso (8). In seguito probabilmente altri nuclei monastici affluirono nel mezzogiorno italiano dalla penisola balcanica, sconvolta alla fine del VI secolo dall’invasione avara, mentre nella metà del secolo seguente si aveva un più vasto movimento immigratorio (9). Il quale era costituito da quei monaci costretti ad abbandonare le regioni nel medio Oriente e l’Egitto, su cui si abbatteva la conquista araba, e nello stesso tempo a sfuggire la politica religiosa inaugurata dall’imperatore Eraclio, fautore dell’eresia monotelita. Nella prima metà del secolo VIII era ancora la politica religiosa bizantina a spingere altre ondate monastiche verso i porti italiani: verosimilmente dell’Italia longobarda. Ecc…”. Il Cappelli, a p….., nella sua nota (8) postillava che: “(8) Ch. DIEHL, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957, p. 124; M. Schipa, op. cit., p. 17.”. Riguardo il citato testo di Michelangelo Schipa (…), il Cappelli intendeva “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Bari, 1923, passim.”. Infatti, Michelagelo Schipa, nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, a pp. 17-18 riferendosi alla città di Napoli, in proposito scriveva che: “Già, stando alla tradizione, che, trasmessa oralmente, fu scritta nel IX secolo, per tempo la città ne ebbe come rinforzato e sviluppato il corpo così accresciuta e modificata la popolazione. Si narrò infatti che Belisario, rampognato a Roma dal Pontefice Silverio per gli eccidi commessi nella città espugnata, vi ritornasse pentito a farne ammenda; che, trovatevi spopolate e vuote le case, le riempisse d’uomini e donne, chiamatevi da Cuma, da Pozzuoli, da Sorrento, da Stabia, da Nola ecc..e da altri luoghi meno vicini; che vi erigesse sette torri, parte quadrate, parte esagonali; che, dopo di lui, Narsete prolungasse la città fino al mare, aggiungendo nuove fortezze a difesa del porto. Certo è che da allora cominciò qui un afflusso continuo di greci, laici ed ecclesiastici; i quali nella nuova patria  poterono rinvenire tracce della lingua e delle usanze loro. Certo è che, dopo qualche tempo, la popolazione di Napoli riapparve bilingue come altra volta; che chiese e monasteri greci sorsero accanto alle chiese e ai monasteri latini; che nei luoghi sacri e per le pubbliche vie si udì salmodiare nell’una e nell’altra lingua. Ecc…”. Dunque, immagino che il Cappelli citando questo passo dello Schipa volesse intendere che stesse sorti subirono le popolazioni del Cilento allorquando vi si stabilirono, soprattutto nella fascia costiera, i bizantini di Giustiniano. Anche qui nacquero chiese ed eremi greci e come scrive lo stesso Cappelli, nel Cilento e nell’area del Bulgheria sorsero diversi eremi e laure cenobitiche, luoghi questi scelti dai monaci d’Oriente che vi si stabilirono. 

Nel 530, i Bulgari scesi in Italia a combattere Atalarico

Sui Bulgari e sulle nostre terre vorrei citare alcune notizie tratte dall’Antonini. Esse si riferiscono all’epoca dell’occupazione Ostrogota. Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 382 parlando del Monte Bulgheria e dell’origine dei Bulgari nelle nostre terre scriveva che: “Non è bene però credere questa cosa così assolutamente, poichè in quanto à Bulgari sappiamo per testimonianza di Filippo Pignasetta nella ‘vita dell’Imperador Leone (posta davanti la ‘Tattica’ di questo) che partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima, o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere, che mai fossero stati da questo, o dai suoi predecessori domati, poichè di lui non sappiamo, ecc…”. L’Antonini mettendo in dubbio che i Bulgari fossero venuti al seguito di Alboino, aggiungeva che: “…., degli altri leggiamo, che a tempo di Atalarico, che regnò dal DXXII. fino al DXXXII. fu contro di essi mandato Cipriano. Ricavasi questo dall’epist. 21 del lib. 8. di Cassiodoro, in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; fra meriti che di lui ricorda, dice: “Vidit te adhuc gentilis Danubius bellatorem; non te terruit Bulgarum globus & c.”. Aveali bene il suo predecessore Teodorico vinti, ma forse non domati: E di questa vittoria sa il citato ‘Cassiodoro’ menzione nella sua ‘Cronaca’, oltre di ciò ch”Ennodio’ nel ‘panegirico’ di questo Principe ne dice. Anzi da quanto scrive ‘Suida’ in V. ‘Bulgari’, sappiamo che i medesimi ebbero tributarj gli stessi Imperatori Costantino figlio di Eraclio, e Giustiniano II. di che ‘Biondo’ ancora nel lib. 10 fa parola (2).”. L’Antonini scrivendo che non bisognava credere in assoluto alla notizia secondo cui alcuni Bulgari vennero a seguito dei Longobardi di Alboino, voleva intendere che vi erano altri cronisti dell’epoca che ci hanno tramandato altre notizie secondo cui i Bulgari nella nostra regione si stabilirono molto tempo prima della venuta di Bulgari al seguito dei Longobardi di Alboino. Infatti, l’Antonini a p. 382 prosegue e scriveva che: “….degli altri leggiamo, che a tempo di Atalarico, che regnò dal DXXII fino al DXXXII. ecc…”. Dunque, secondo l’Antonini, i Bulgari si stanziarono nella nostra zona (area del Monte Bulgheria) molto tempo prima che arrivassero le orde Longobarde di Alboino, ovvero si stanziarono al tempo dell’Imperatore d’Occidente degli Ostrogoti Atalarico. L’Antonini riferisce di Cassiodoro (….) riferendosi all’epoca in cui in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; fra meriti che di lui ricorda, ….” nella sua “Cronaca” e, precisamente nella Epistola n. 21 del libro n. 8 faceva menzione della vittoria sui Bulgari di Cipriano e scriveva che: “Vidit te adhuc gentilis Danubis bellatorem, non te terruit Bulgarum globus & c.”, ovvero che:  “Il guerriero greco del Danubio ti vedeva ancora, la palla dei Bulgari non ti terrorizzava.”. Su questo periodo e fatti accaduti ha scritto Paolo Lamma (….), nel suo “Oriente e Occidente nell’alto Medioevo”. L’Antonini mettendo in dubbio che i Bulgari fossero venuti al seguito di Alboino, aggiungeva che: “…., degli altri leggiamo, che a tempo di Atalarico, che regnò dal DXXII. fino al DXXXII. fu contro di essi mandato Cipriano. Ricavasi questo dall’epist. 21 del lib. 8. di Cassiodoro, in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 382 scriveva che al tempo del nipote di Teodorico, Atalarico e della reggenza di sua madre Amalasunta, fu mandato Cipriano contro i Bulgari. Antonini scrive che i Bulgari calarono in Italia a quel tempo ed è molto probabile che a quel tempo, i Goti o Ostrogoti occupassero alcuni presidi delle nostre contrade. L’Antonini, continuando il suo racconto scriveva che contro Atalarico: “fu contro di essi mandato Cipriano ricavasi di essi dall’epist. 21. del lib. 8. di ‘Cassiodoro’, in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che al tempo di Atalarico, allorquando egli diventò Imperatore d’Occidente, di cui ebbe la reggenza la madre Amalasunta, allorquando i Bulgari scesero in Italia gli furono mandati contro Cipriano (secondo quanto scrive Cassiodoro). Sulla figura di Cipriano, Antonini ricorda la frase di Cassiodoro che scriveva che fra i meriti di Cipriano lui ricordava che: “Vidit te adhuc gentilis Danubis bellatorem, non te terruit Bulgarum globus & c.”. Riguardo i Bulgari, l’Antonini scrive che essi probabilmente non furono del tutto sconfitti in precedenza dall’Imperatore Teodorico. Ma, l’episodio di Cipriano e dei Bulgari che vengono respinti da Cipriano riguarda l’epoca di Atalarico ovvero subito dopo la morte di Teodorico e della sua successione. Della figura di Cipriano hanno scritto G. Romano – A. Solmi, nel loro “Le dominazioni barbariche in Italia (395-888)”, del 1940, dove a p. 211, in proposito scrivevano che: “…erano per lo più dei funzionari che, come Cipriano e Cassiodoro, vivevano nell’intimità della corte e ne godevano i favori; dei funzionari che, come ricavasi da una lettera di Atalarico, facevano imparare e parlare dai figli la lingua ostrogota per dare al re una prova di affemazione e di fedeltà (8)…..(v. p. 213),….Trovasi il re a Verona nell’anno 523, quando Cipriano, che allora copriva l’ufficio di referendario, mosse formale ecc..ecc…”. Dunque, sulla figura di Cipriano (…) citato dall’Antonini, i due studiosi dicono che si trattava di un grande funzionario del regno Ostrogoto di Teodorico e che anche dopo la sua morte affiancò Amalasunta nella reggenza del figlio Atalarico. I due studiosi non dicono nulla dei Bulgari. Essi parlano dei Gepidi e dei Franchi. Su Cipriano ha scritto Gabriele De Rosa (….), nel suo Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “A Teodorico successe il nipote Atalarico sotto la reggenza della madre, figlia del re defunto, Amalasunta. Sembrò dapprima che, specialmente per impulso di Cassiodoro, si tornasse alla politica del primo Teodorico. Ecc…Morto Atalarico nel 534, Amalasunta è costretta ad associarsi al trono il cugino Teodato, figlio di Amalafreda, sorella di Teodorico. Ecc…”. L’Antonini scriveva che Atalarico regnò dal 522 fino alla sua morte avvenuta nel 532 (dieci anni di reggenza della madre Amalasunta). Antonini scrive pure che: “Aveali bene il suo predecessore Teodorico vinti, ma forse non domati: E di questa vittoria fa il citato Cassiodoro menzione nella sua ‘Cronaca’, oltre di ciò ch’ ‘Ennodio’ nel ‘panegirico’ di questo Principe ne dice. Ecc..”. Antonini sui Bulgari scrive che Teodorico forse non li aveva del tutto domati. Inoltre, l’Antonini scrive sui Bulgari che ne parla Cassiodoro (….) nella sua “Cronaca” Ennodio (…), nel suo “penegirico di questo principe”, riferendosi a Teodorico. Antonini, a p. 382 scriveva pure che dei Bulgari è scritto sulla “Suida” (….), alla voce “Bulgari” che sappiamo che i medesimj ebbero tributari gli stessi Imperadori Costantino figlio di Eraclio e, Giustiniano II. di che ‘Biondo’ ancora nel libro 10. fa parola (2).”. L’Antonini a p. 382, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Errico Doduellio de Strabonis excerptore, nel tomo 2. è ‘Geografi antichi’, parla delle guerre e dei fatti di questa nazione ‘usque ad nauseam’. Dal Petavio, al lib. 7. par. I cap. I. Rat. semp. si ha, citando Marcellino, che i Bulgari: “Anno Christi CDXCIX. primum ausi in Rom. fines excurrere: Thraciam populati sunt; ed allora a poco a poco occuparono Acridia, e ne fecero loro Metropoli, siccome da ‘Cedreno’, da ‘Niceforo Gregora’,  e da ‘Callisto’ ha ricavato il Weslelingio, lungamente ragionando sopra il Sineedemo di Hierocle.”.

L’Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 382 parlando dei Bulgari nelle nostre terre scriveva che: “…..in quanto à Bulgari sappiamo per testimonianza di Filippo Pighafetta nella ‘vita dell’Imperador Leone (posta davanti la ‘Tattica’ di questo) che partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima, o dopo Alboino (I); ecc…”. L’Antonini si riferiva a Filippo Pigafetta (….) ed alla sua opera Trattato brieue dello schierare in ordinanza gli eserciti et dell’apparecchiamento della guerra, di Leone, per la gratia di Dio imperatore. Nuouamente dalla greca nella nostra lingua ridotto da M. Filippo Pigafetta. Con le annotationi del medesmo ne’ luoghi, che n’hanno mestieri, Venezia, appresso Francesco de’ Franceschi senese, 1586. L’Antonini dice che il Pigafetta ci parla dei Bulgari prima di parlare della Tattica di questo Imperatore. 

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno” nel vol. VIII, a pp. 33-34 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Questa terra vedesi edificata in un’altura distante dal Golfo di ‘Policastro’ miglia 2. Dalla sua situazione prese il nome, e dicono che l’aggiunta di ‘Gloriosa’ preso avesse da un’immagine di nostra ‘Donna’ che in una chiesetta nel suo castello di qualche antichità. Vedesi ancora tutta cinta di mura con le rispettive sue porte, In oggi però tutto è diruto……Un tempo erano di rito greco rilevandosi dalle antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria dè Martiri’. Vi sono tre casali, cioè ‘Rocchetta’, ‘Celle’ ed ‘Acquavena’ “. Riguardo Roccagloriosa ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua “La Lucania”, nel discorso VIII, a pp. 381, in proposito scriveva che: “Fu questa montagna così detta da Bulgari, che vi fermarono, e fortificarono; vedendosi fin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli, nel luogo appunto dove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più di un miglio lontano, e le vestigia dell’altra fortezza, che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome alla terra.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il castello di Roccagloriosa, oggi parte diruto, fu costruito dai Bulgari. L’Antonini, sempre parlando di Roccagloriosa, a p. 385, in poposito scriveva che: “Sul declinar di quella montagna chiamata di Bulgaria a tramontana trovasi la Rocca gloriosa; paese grande ed in bellissimo sito allogato: Ad esso sta quasi unito un altro picciolo paese chiamato la Rocchetta, ed ambedue hanno la veduta nè piani del Menicardo, delle montagne di Cuccaro, e di Laurito, come del mare sul seno Vibonense, o sia golfo di Policastro, e delle montagne di Basilicata e di Calabria ecc…ecc…Fu il paese così detto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono verso il Castello.”.  

Nel ‘550-553 d.C. (VI sec. d.C.), i Bulgari, al tempo della venuta di Narsete si fermarono definitivamente golfo di Policastro

Mons. Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), sulla scorta dell’Ughelli (…) e credo, dell’Antonini parlando di Roccagloriosa e del Monastero di S. Mercurio, dopo aver detto della sua fondazione ad opera del conte Normanno Leone accenna pure ai Bulgari e scriveva che: …poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di greci e di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Il Laudisio, forse sulla scorta dell’Ughelli (…), affermava che “in seguito a varie vicende”, un esercito di Greci e di Bulgari erano venuti in Italia al seguito dell’esercito del generale bizantino Narsete che fu mandato in Italia in aiuto del generale bizantino Belisario nella guerra Gota. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 415, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A dire di pd. Agatangelo da Roccagloriosa e D. Falco (Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa’, Salerno, 1968, pp. 1-65)…..Essi attribuiscono a Narsete l’introduzione nel luogo dei Bulgari, come vuole il Laudisio (v. oltre).”. Carlo Carucci (….), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, pag. 151 parlando dei toponimi della Provincia di Salerno, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria poi ricorda i Bulgari trasportativi dai Bizantini verso la fine del VI secolo (1).”. Il Carucci, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) PAUL. DIAC., V, 29 Tribù slave abitavano pure sul golfo di Policastro, che poi furono assoldate da Roberto il Guiscardo. V. Goffredo Malaterra, I, 16.”. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25, sulla scorta del Laudisio (….), in proposito scriveva che: “Successivamente si ebbero altre devastazioni nella zona, durante la guerra gotica condotta dai generali greci Belisario e Narsete, che invasero il Bruzio e la Lucania (31). Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, molti soldati bulgheri, che avevano seguito il generale nello sbarco a Policastro, vollero restare definitivamente nella vallata sotto il monte che da loro prese il nome di Bulgheria, diedero vita ai villaggi devastati e ne costruirono dei nuovi (32). I Bulgheri – secondo la tradizione – insieme agli abitanti di Rocca, raggruppati intorno alla chiesa della Madonna Assunta in cielo, uniti ai nuovi villaggi vollero costruirsi un castello di difesa sulla cima del monte roccioso, inglobandovi la chiesetta della Madonna e dando a Rocca l’appellativo di “castrum” per eccellenza.”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; V anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. L’Agatangelo, a p. 26, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Antonini , o. c., II, disc. VIII; Giustiniani Lorenzo, o. c., voce “Roccagloriosa”.”. Sulla scorta del Laudisio (….), Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, dove a p. 76 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Verso il 550 d.C., proveniente da Bisanzio, sbarcava nel Golfo di Policastro Narsete, generale dell’Imperatore Giustiniano, venuto in Italia, insieme con Belisario, per combattere i Goti di Teia. Dopo la sconfitta dei Barbari presso Nocera, nell’anno 553, i numerosi soldati bulgari che avevano seguito Narsete nell’impresa, attratti dalla bellezza dei luoghi, decisero di non far più ritorno nelle loro terre d’origine e si fermarono lungo le rigogliose valli del Bussento e del Mingardo, stabilendosi alle falde del ciclopico monte che da loro prese il nome di “Bulgheria”. Il gruppo più numeroso andò a stabilirsi sulla cima di un monte roccioso non distante da Patrizia, che offriva maggiori garanzie di sicurezza per la difesa contro eventuali attacchi nemici. Qui i Bulgari costituirono solide dimore che poi circonderanno di mura, un massiccio castello e, poichè convertiti al cristianesimo, anche una piccola chiesa dedicata alla Vergine Gloriosa. Di qui il nome di “Rocca Gloriosa” dato alla città (6) “. Il Guzzo nella sua nota (6) postillava che: “(6) L. A. Muratori: Annali d’Italia – Napoli – 1758 – vol. 5 – anno 546.”. Dunque, l’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, in proposito scriveva che: “Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da Giovanni e da Isacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo (I), con giugnere infine al porto Romano, dove si mise ad aspettar Giovanni, che ito per terra, s’impadronì di Brindisi, e poi della Calabria, de Bruzj, e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch’erano in quelle parti. Ma non attendandosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi aveva inviato trecento dè suoi più valorosi guerrieri, Belisario determinò di soccorrere come potea, ecc…”. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera De bello Gotico di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito. L’Agatangelo a p. 26, nella nota (32) postillava anche dei nuovi villaggi che dopo l’anno 554, dopo la venuta di Narsete e Belisario si andarono formando alle falde del Monte Bulgheria: Acquavena, Celle di Bulgheria, Rocchetta. L’Agatangelo parlando di Stilicone citava Antonio Ludovico Muratori (…) ed i suoi ‘Annali’, vol. IV, anno 296 ed invece è l’anno 396, ma Muratori non dice nulla di Stilicone nel golfo di Policastro. Il Muratori (…) scriveva solo che Stilicone, dopo aver sconfitto i Goti di Alarico in Grecia, dovette ritornarsene in Italia. Mentre il Muratori scrive queste notizie a p. 546. Muratori scrive solo che Stilicone firmò un patto con Alarico in Grecia e se ne ritornò in Italia. Il Guzzo, sulla scorta del Laudisio affermava non solo che nell’anno 550 il generale dell’Imperatore Costantino, Narsete sbarcò nel golfo di Policastro con la sua potente armata proveniente da Bisanzio, che era venuto in Italia insieme al generale Belisario.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Nel Cilento abbiamo soprattutto ………………(Paestum) e ……….(Velia). In base alle nostre attuali conoscenze non sappiamo infatti se l’origine di ‘Agropoli’ (11) e Ascea risalga all’antichità (12). Le due città potrebbero essere molto più antiche di quanto oggi generalmente si pensa in base a vaghe supposizioni. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni.”. Sempre il Rohlfs (….), a p. 116 (si veda la pubblicazione dell’Università di Basilicata) scriveva pure che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Ecc…”.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…‘, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. Sulle popolazioni di origine Bulgara, nelle nostre zone ha scritto pure Pietro Ebner (…..), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria.

Nel 553, dopo la vittoria di Belisario a Nocera sui Goti di Teia, i Bulgari fondarono il nuovo “castrum” di “Arce Gloriosa” (Rocca Gloriosa)

Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 381 parlando del Monte Bulgheria scriveva che: “Fu questa montagna cosiddetta da Bulgari, che vi si fermarono e fortificarono, vedendosi sin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli nel luogo appunto d’ove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più d’un miglio lontano, e le vestigia d’un altra fortezza che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome della terra…….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermarono etc…”. Dunque, il primo a parlarne fu l’Antonini che scriveva dei Bulgari che si fermarono alle falde del Monte Bulgheria e costruirono dei castelli, uno dei quali è quello di Roccagloriosa, paese che secondo l’Antonini prese il nome proprio dalla rupe occupata dai Bulgari. Mons. Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), sulla scorta dell’Ughelli (….) scrivendo di Roccagloriosa in proposito scriveva che:  ”A Rocca Gloriosa……poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Il Laudisio, forse sulla scorta dell’Ughelli (11), affermava che un esercito di Bulgari, venuti in Italia al seguito dell’esercito del generale Bizantino Narsete in aiuto di Belisario, nella guerra Gota “poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria”, e che nell’anno 550, entrarono nel castello di “Arce Gloriosa” (Roccagloriosa). Quindi, secondo il Laudisio (….), a Roccagloriosa, vi era un castello che nell’anno 550 (secolo VI d.C.), diventò il rifugio delle popolazioni Bulgare che abitavano le contrade vicine e che arrivarono molto tempo prima in occasione della Guerra Gota (…). L’Antonini (….), riguardo il paese di Roccagloriosa, scriveva in proposito: Fu paese cosiddetto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono il castello.”. Nel 590 fu conquistata dai Longobardi, che ingrandirono il castello. Dopo la sconfitta dei Goti ad opera dei generali greci Narsete e Belisario, avvenuta nell’anno 533, molti soldati bulgari decisero di non fare ritorno presso le loro sedi, ma si stabilirono nelle vallate. Da questi insediamenti il primo nucleo abitato a nascere fù Acquavena, attuale frazione del paese, e poi si sviluppò “Celle”, attualmente “Celle di Bulgheria”. Qui, intorno al castello che nel frattempo era stato edificato, costruirono le loro case che per difenderle poi circondarono con mura difensife dando così i natali a “Rocca”, ed il Termine “Gloriosa” che derivo’ dal culto religioso praticato nella chiesetta sovrastante il centro abitativo un comune limitrofo, ma il gruppo piu’ numeroso di questi venne a stabilirsi a Patrizia. Nel VI secolo, in seguito alle invasioni bulgare, presso la Rocca venne costruito un castello, e si costituirono gli abitati di Aquavena, Celle di Bulgheria e Rocchetta. Dalla Relazione di De Micco (….), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa (Arx Gloriosa), apprendiamo che: ” In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385).”. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, molti soldati bulgheri, che avevano seguito il generale nello sbarco a Policastro, vollero restare definitivamente nella vallata sotto il monte che da loro prese il nome di Bulgheria, diedero vita ai villaggi devastati e ne costruirono dei nuovi (32). I Bulgheri – secondo la tradizione – insieme agli abitanti di Rocca, raggruppati intorno alla chiesa della Madonna Assunta in cielo, uniti ai nuovi villaggi vollero costruirsi un castello di difesa sulla cima del monte roccioso, inglobandovi la chiesetta della Madonna e dando a Rocca l’appellativo di “castrum” per eccellenza.”. L’Agatangelo, a p. 26, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Antonini , o. c., II, disc. VIII; Giustiniani Lorenzo, o. c., voce “Roccagloriosa”.”. Laudisio scriveva che i Bulgari, venuti in queste terre al seguito dell’“eunuco” Narsete, “poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria”. Il Laudisio affermava pure che questi Greci e Bulgari “rimasti nelle vicinanze di un castello” : “Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Dunque, il Laudisio riteneva che questi Greci e Bulgari, nell’anno ‘550, “non sentendosi sufficientemente sicuri” entrarono nel castello “il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio”, essi “lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Dunque, il Laudisio (….), sosteneva che i Greci ed i Bulgari, che in precedenza erano venuti al seguito del generale Narsete, si fermarono nel castello “ben munito” di (di Roccagloriosa) e diedero così il nome a Roccagloriosa chiamandola “Arce Gloriosa”, ovvero “Rocca Gloriosa”. In sostanza in questo passo il Laudisio voleva anche dire che, questo castello ben munito, posto su di una rocca “Arce” a Roccagloriosa, nell’anno 550 (secolo VI d.C.), diventò il rifugio delle popolazioni Bulgare che abitavano le contrade vicine e che arrivarono molto tempo prima in occasione della Guerra Gota (…). Il Laudisio però non fornisce nessun riferimento bibliografico all’interessante notizia intorno alla venuta dei Bulgari nel nostro territorio. Dopo la sconfitta dei Goti ad opera dei generali greci Narsete e Belisario, avvenuta nell’anno 533, molti soldati bulgari decisero di non fare ritorno presso le loro sedi, ma si stabilirono nelle vallate. A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (….). Da questi insediamenti il primo nucleo abitato a nascere fu’ Acquavena, attuale frazione del paese, e poi si sviluppo’ “Celle”, attualmente Celle di Bulgheria. Qui, intorno al castello che nel frattempo era stato edificato, costruirono le loro case che per difenderle poi circondarono con mura difensife dando così i natali a “Rocca”, ed il Termine “Gloriosa” che derivo’ dal culto religioso praticato nella chiesetta sovrastante il centro abitativo un comune limitrofo. Nel VI secolo, in seguito alle invasioni bulgare, presso la Rocca venne costruito un castello, e si costituirono gli abitati di Aquavena, Celle di Bulgheria e Rocchetta. Il Guzzo afferma pure che, il generale Narsete, nell’impresa contro i Goti di Teia si fece accompagnare anche da popolazioni di Bulgari. Dalla Relazione di De Micco (…), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa (Arx Gloriosa), apprendiamo che: ”In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385).”. Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti ecc…”. Dunque, il Di Luccia scriveva che nell’anno 568, l’Imperatore d’Oriente Giustiniano succede allo zio a Narsete suo Capitano, il quale aveva cacciato i Goti.

I LONGOBARDI

Nel 568 d.C. (VI sec. d.C.), i Longobardi conquistano molti territori dell’Impero Bizantino, Lucania, Calabria e Cilento

Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, parlando della fine della guerra greco-gotica in Italia e riferendosi alla Provincia di Salerno, a p. 117, in proposito scriveva che: “Passarono allora anche le orde franche ed alemanne di Buccellino, le quali dovettero affrettarsi a lasciare le nostre terre, perchè nelle nude campagne e nei villaggi deserti non trovarono di che cibarsi (1).”. Il Carucci, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) IORDANIS, Getica, 41. Quest’opera è un’epitome della ‘Storia dei Goti’, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Nel 568-569 i Longobardi invadevano l’Italia stremata dalla guerra, molto probabilmente perché pressati dall’espansionismo avaro, anche se secondo la tradizione tramandata da Paolo Diacono (ma considerata inattendibile dalla storiografia odierna) sarebbero stati spinti a invaderla dallo stesso Narsete per vendetta contro Giustino II, che lo aveva richiamato a Costantinopoli. Ben presto l’Impero perse, dunque, il controllo dell’Italia a vantaggio dei Longobardi, conservando solo alcune zone costiere e, all’interno, un modesto corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna. Nel frattempo la Spagna bizantina subiva la controffensiva dei Visigoti condotti da re Leovigildo, che riconquistò varie città, mentre la Prefettura del pretorio d’Africa era minacciata dalle incursioni del re locale Garmul, sconfitto dal generale (e poi esarca d’Africa) Gennadio solo nel 578. Alboino (Pannonia, 530 circa – Verona, 28 giugno 572) è stato re dei Longobardi dal 560 circa al 572, anno del suo assassinio. Nel 568 guidò il suo popolo alla conquista dell’Italia, abbandonando la terra natia, la Pannonia. Riuscito nell’impresa che tutti i Germani avevano sognato (conquistare l’Italia), divenne un personaggio leggendario. Esistevano diversi canti epici longobardi sulle sue imprese; Paolo Diacono vi si ispira per numerosi episodi da lui narrati nella sua Historia Langobardorum. La storia si confonde con la fantasia, a causa delle tradizionali gesta arricchite via via con il passare del tempo, e la sua figura sfocia pertanto nella leggenda, rendendo la cronologia e i fatti molto spesso confusi. I Bizantini non offrirono resistenza, rinchiudendosi nelle loro città fortificate, il che potrebbe avvalorare la teoria di un trasferimento concordato, anche se può spiegarsi altrimenti con la tattica usuale dell’esercito bizantino, che, piuttosto che affrontare l’invasore in una battaglia con il rischio di farsi annientare l’esercito, preferiva attendere che l’invasore si ritirasse con il bottino, cosa che i Longobardi non fecero, occupando invece permanentemente le terre invase. La prima città di rilievo a cadere nelle mani di Alboino, all’inizio del 569, fu Forum Iulii (Cividale del Friuli), che il re assegnò al nipote Gisulfo, che divenne così il primo duca di Cividale con il compito di difendere l’avanzata longobarda da eventuali attacchi da est e di garantire una via di fuga. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75 parlando dell’invasione Longobarda in proposito scriveva che: “Erano trascorsi appena quindici anni dalle guerre Gotiche, quando, nel 568, in “fara”(63), avvenne l’invasione longobarda, spezzando, così, l’unità politica della Penisola. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobardi, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato , tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (63) postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (64) postillava che: “(64) P. Diacono, H. L., II, 17. N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storia Salernitana”, 1962.”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (65) postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.“. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (66) postillava che: “(66) P. Diacono, H.L., ibidem”. Il Campagna a p. 74, nella sua nota (67) postillava che: “(67) P. Diacono, H.L., III, 32“. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (68) postillava che: “(68) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (69) postillava che: “(69) P. Diacono, H.L., II, 32”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (70) postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (71) postillava che: “(71) F. Russo, Reg. Vat.,op. cit”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le ddiocesi d’Italia, op. cit.“. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (73) postillava che: “(73) P. Diacono, H. L., IV, 9”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (74) postillava che: “(74) Reg. Episc., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (75) postillava che: “(76) P. Diacono, H.L., IV, 44. A. Peronaci, Evoluzione dei termini e dei concetti di servus e sclavus, in SM’, a. VIII (1975), fasc. III-IV”. Pietro Giannone (…), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Dunque, Pietro Giannone scriveva che quando arrivarono i Longobardi ai confini con il Ducato di Benevento fino a Salerno essi conquistarono molti territori della Calabria e della Lucania. Infatti, il Giannone scriveva: “e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte.”.

Nel 568 d.C. (VI sec.d.C.), Alboino, i suoi Longobardi ed i Bulgari nel basso Cilento

Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, parlando della fine della guerra greco-gotica in Italia e riferendosi alla Provincia di Salerno, a p. 117, in proposito scriveva che: “Passarono allora anche le orde franche ed alemanne di Buccellino, le quali dovettero affrettarsi a lasciare le nostre terre, perchè nelle nude campagne e nei villaggi deserti non trovarono di che cibarsi (1).”. Il Carucci, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) IORDANIS, Getica, 41. Quest’opera è un’epitome della ‘Storia dei Goti’, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Nel 568-569 i Longobardi invadevano l’Italia stremata dalla guerra, molto probabilmente perché pressati dall’espansionismo avaro, anche se secondo la tradizione tramandata da Paolo Diacono (ma considerata inattendibile dalla storiografia odierna) sarebbero stati spinti a invaderla dallo stesso Narsete per vendetta contro Giustino II, che lo aveva richiamato a Costantinopoli. Ben presto l’Impero perse, dunque, il controllo dell’Italia a vantaggio dei Longobardi, conservando solo alcune zone costiere e, all’interno, un modesto corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna. Nel frattempo la Spagna bizantina subiva la controffensiva dei Visigoti condotti da re Leovigildo, che riconquistò varie città, mentre la Prefettura del pretorio d’Africa era minacciata dalle incursioni del re locale Garmul, sconfitto dal generale (e poi esarca d’Africa) Gennadio solo nel 578. Alboino (Pannonia, 530 circa – Verona, 28 giugno 572) è stato re dei Longobardi dal 560 circa al 572, anno del suo assassinio. Nel 568 guidò il suo popolo alla conquista dell’Italia, abbandonando la terra natia, la Pannonia. Riuscito nell’impresa che tutti i Germani avevano sognato (conquistare l’Italia), divenne un personaggio leggendario. Esistevano diversi canti epici longobardi sulle sue imprese; Paolo Diacono vi si ispira per numerosi episodi da lui narrati nella sua Historia Langobardorum. La storia si confonde con la fantasia, a causa delle tradizionali gesta arricchite via via con il passare del tempo, e la sua figura sfocia pertanto nella leggenda, rendendo la cronologia e i fatti molto spesso confusi. I Bizantini non offrirono resistenza, rinchiudendosi nelle loro città fortificate, il che potrebbe avvalorare la teoria di un trasferimento concordato, anche se può spiegarsi altrimenti con la tattica usuale dell’esercito bizantino, che, piuttosto che affrontare l’invasore in una battaglia con il rischio di farsi annientare l’esercito, preferiva attendere che l’invasore si ritirasse con il bottino, cosa che i Longobardi non fecero, occupando invece permanentemente le terre invase. La prima città di rilievo a cadere nelle mani di Alboino, all’inizio del 569, fu Forum Iulii (Cividale del Friuli), che il re assegnò al nipote Gisulfo, che divenne così il primo duca di Cividale con il compito di difendere l’avanzata longobarda da eventuali attacchi da est e di garantire una via di fuga.

Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 381 parlando del Monte Bulgheria scriveva che: “Fu questa montagna cosiddetta da Bulgari, che vi si fermarono e fortificarono, vedendosi sin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli nel luogo appunto d’ove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più d’un miglio lontano, e le vestigia d’un altra fortezza che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome della terra…….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermarono si vennero, è ben difficile a determinare; …..Allor che Alboino in Italia venne, oltre à suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi ancora Bulgari, ed altra quantità di barbare nazioni; quali in questi, ed in quei luoghi distribuite, ed allogate, diedero à paesi, ove si fermarono lor nome. Ecco come ‘Paolo di Varnefrido’, al cap. 2, lib. 2. delle cose dè Longobardi’ cel fa sapere: “Certum est Alboin (I) multos fecum ex diversis etc…”.”. Antonini scriveva che “Paolo di Venefrido” (…), nel suo “al cap. 2, lib. 2. delle cose dè Longobardi’” scriveva dei Bulgari che: “Certum est Alboin (I) multos fecum ex diversis etc…”, ovvero “Alboin è certo che ci siano molti tipi diversi di fecce e così via”L’Antonini citava “Paolo di Venefrido” e si riferiva a Paolo Diacono ed alla sua “Storia dei Longobardi”. L’Antonini a p. 381, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’eruditissimo autore della ‘Storia Civile del Regno’, allorchè al cap. 2 del libro 4, ragiona della venuta dè Bulgari in Italia, parla solamente di quella seguita nel DCLXVII sotto Grimoaldo (di cui appresso si fara parola) nè affatto fa menzione di questa al tempo d’Alboino; anzi scrive che: “Che fu qui introdotta una nuova nazione di Bulgari, quasi che mai altri non ci fossero stati di essi nelle nostre contrade; e questa stessa sentenza ostinatamente ho veduto da lui sostenere anche a voce, e prima che la sua storia scrivesse.”. L’Antonini, a p. 382 continuando il suo racconto sulle origini dei Bulgari scriveva che: “quas ali vel reges etc…………..”. L’Antonini (…) continuando il suo racconto sui Bulgari venuti al seguito dei Longobardi di Alboino, a p. 382 scriveva che: “Non è bene però credere questa cosa così assolutamente, poichè in quanto à Bulgari sappiamo per testimonianza da Filippo Pighafetta nella ‘vita dell’Imperator Leone’ (posta avanti la ‘Tattica’ di questo) che partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere che mai fossero stati da questo, o dà suoi predecessori domati, poichè di lui nol sappiamo, ecc..”. Dunque, L’Antonini scrive che Filippo Pighafetta (…), nel suo testo “Vita dell’Imperator Leone” segnalava chei Bulgari partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere che mai fossero stati da questo, o dà suoi predecessori domati, etc…”, ovvero che i Bulgari partiti dalle rive del fiume Volga vennero verso il Monte Bulgheria ma non si sa se essi vennero prima o dopo Alboino e che forse non vennero al seguito dei Longobardi di Alboino o vinti dai suoi predecessori. L’Antonini a p. 382, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Gio Antonio Magino nella sua ‘Geografia’ così della Bulgaria scrive: “Bulgaria quasi Volgaria dicitur, nimirum quia hujusmodi populi profecti a Volga circa annum domini DCLXVI. num regionem occuparunt.”. E questa opinione è stata tenuta anche da Pietro Bergeron nel suo ‘Trattato dè Tartari’ alli cap. 6 e 15.”.  

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, vol. I, a pp. 704-705, dopo aver detto dei Bulgari, in proposito scriveva che: “Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’immigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale “oltre ai suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi (in Italia) ancora Bulgari”. Pietro Ebner segnalava che l’Antonini attribuiva “l’immigrazione” nel nostro territorio dei Bugari al re Longobardo Alboino che li portò con se al seguito del suo esercito Longobardo. Secondo l’Ebner, l’Antonini credeva che i Bulgari fossero venuti al seguito di Alboino. Stessa notizia riferita da Antonini è riferita da Pietro Marcellino di Luccia (…). come vedremo in seguito.  Pietro Ebner, a p. 704, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Antonini, cit. I, p. 383 dice di averne letto i documenti esistenti nell’Archivio della Diocesi di Policastro, di cui non è traccia. Cfr. pure a p. 348: nel dire di S. Severino di Camerota scrive: “Sicuramente il paese fu edificato quando il suo sito lo rendea forte, e messo agli insulti dè vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fondato, come io verrei fermamente a credere”. Sul termine “celle”, v. a p. 343; a p. 277 confonde il monastero di S. Angelo di Perdifumo con quello “presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancor oggi le Celle, secondo cui ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio della Cava”. Pertanto ubica in questo cenobio il miracolo in cui ecc…”. Dunque, l’Antonini attribuiva la venuta dei Bulgari ad Alboino, il primo re dei Longobardi in Italia. L’Antonini (….), sulla scorta di Paolo Diacono e dell’Ignoto Cassinese, scriveva: “Con Alboino in Italia, vennero (i Bulgari), furono ancora degli altri che vi portò Alczeco (1), allorchè fu chiamato da Grimoldo primo Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi, per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo; e fu loro Bojano (2) coi vicini luoghi assegnato. Di questa venuta e di assegnazioni di stanze l’Ignoto Cassinese al num. 3. troppo secca notizia ci da colle seguenti parole: ‘Alczecus Volgarius cum hominibus ab abitantum fuscipitur’; ma l’accuratissimo Camillo Pellegrino ‘de fin. Ducat. Benev.’ ad orientem, rischiarata alquanto il luogo”. L’Antonini, prosegue il suo racconto citando il Pellegrino: Scrive egli così: ‘A Rege Grimoaldo in subsidium accersitos adversus Graecos, iisque loca ad Bojanum, e Aeserniam ad abitanndum fuisse concessa’.”. Sempre l’Antonini, sulla scorta del Pellegrino, scriveva: Ma circa l’anno DCCCXXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questifossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospadavien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagna e poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. Dunque, l’Antonini scriveva che i Bulgari venuti nel basso Cilento potevano essere quelli venuti al seguito di Alboino e poi aggiungeva ed ipotizzava forse quelli venuti più tardi con il principe “Alczeco” che furono chiamati dal Principe Longobardo Grimoaldo, primo Duca di Benevento. Antonini, infatti, scriveva che: “Con Alboino in Italia, vennero (i Bulgari), furono ancora degli altri che vi portò Alczeco (1), allorchè fu chiamato da Grimoldo primo Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi, per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo ecc..”. Riguardo le notizie dei bulgari al seguito di Alboino ha scritto anche il Di Luccia (…). Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Gio: sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571. poichè doppo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli fu assalito dalle Nationi Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato a tal fine il Reale Dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36. Duchi, ma creato nell’anno 583. Rè. Ecc..”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia parlando del territorio di S. Giovanni a Piro racconta la cronistoria dei fatti da Giustiniano fino a Ruggero I d’Altavilla. Di Luccia scriveva che dopo l’ascesa al trono dell’Imperatore Costantino, nell’anno 568, il territorio di S. Giovanni a Piro che era stato assalito dai Barbari (Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni), nell’anno 571, dopo che il suo generale Narsete aveva sconfitto e cacciati gli ultimi Ostrogoti del re Teia  furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572″. Il Di Luccia aggiunge pure che nell’anno 571, il re Alboino morì per opera di sua moglie e gli successe suo figlio Clephe il quale fu ucciso nell’anno 572. Il Di Luccia scrive che subito dopo l’anno 572, dopo la morte di Clephe, gli successe Autari. Il Di Luccia scriveva che il regno Longobardo di Autari, figlio di Clephe, si estendeva fino a Reggio Calabria, compreso i territori conquistati a cui si aggiungevano la Lucania e la Calabria che gli erano stati donati dal Duca di Benevento Zotone. Scrive ancora il Di Luccia che Autari divise il regno Longobardo in tre Principati: Capua, Benevento e Salerno.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Ecc…”.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: “Con gli Albanesi di Scanderberg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tutt’ora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colla-Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti (3), non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora) il nome Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca-Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano. Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, a p. 36, in propposito scriveva che: “Nel 568 i Longobardi iniziarono scorrerie a scopo di rapine, nella zona oggetto di studio, ma la strenua difesa della città di Bussento, impedì la conquista, grazie alle difese terrestri approntate e alla flotta bizantina. Crearono danni alle terre intorno, lungo le vie di comunicazione descritte, ma la popolazione di queste ormai o si era rifugiata tra le formidabili mura o era dispersa in luoghi nascosti, spopolando definitivamente quelle zone non altrimenti difendibili. Le bande venivano dal Vallo di Diano, lungo i corsi dei fiumi Mingardo, Sciarapotamo, Bussento e Bussentino, ma la città resistè. In concomitanza di queste ultime invasioni, ci furono anche epidemie (566-570), carestie (574 e 578) e terremoti (844) ecc…(5). Il nome di Zotone (Tatzone o Totone), primo duca beneventano, divenne un flagello ecc….”. Il Gentile a p. 37, in proposito aggiungeva che: “Anche la città di Policastro cadrà e, infatti, nel concilio romano del 679 non compare il suo vescovo. Il crollo del territorio bussentino ecc…”. Il Gentile, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pag. 29.”.

Nel VII sec. d.C., i monaci Bulgari fuggiaschi ed il rito d’Oriente

Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina.  Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. E’ invece in un altro testo che il Gaetani (…), ci parla di questo periodo storico. Si tratta del testo manoscritto del padre Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel il sacerdote Rocco Gaetani”, che pubblicò a Napoli nel 1880. Il Gaetani, a p. 21 così trascrive un passo del Mannelli: “a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte marittima, si che tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potean ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essa non fu assalita, ma fu posseduta dà Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia ecc…”. Dunque, il monaco Agostiniano Mannelli scriveva addirittura che Policastro fu posseduta dagli Imperatori d’Oriente (Greci-Bizantini).

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di novi”, a p. 77 parlando dello stanziamento di genti longobarde, in proposito scriveva che: “E’ da presumere che la forma pervenutaci (lombardo) si sia sovrapposta all’originaria (longobardo). Tra l’altro è da tener presente che nei pressi di Salento troviamo toponimi ‘Offoli’ e ‘Stàffoli’ (Omignano) e quello di ‘Lammardo’ presso Celle di Bulgheria, sede di un colonia di Bulgari alleati dei Longobardi. Ma un ‘Lammardo’ è pure nei pressi di Novi etc..”. Sempre Ebner, a p. 77, nella nota (113) postillava: “(113) F. Sabatini, Riflessi linguistici della dominazione longobarda nell’Italia mediana e meridionale, in “Atti e Memorie dell’Accademia toscana di scienze e lettere”, vol. XXVIII, 1963-1964, Firenze, 1964, p. 238 sgg. etc…”. Sul termine ‘Lammardo’, Ebner, a p. 349, in proposito scriveva pure che: “Sull’origine di Novi (1), formatosi etc….Abbiamo anche accennato ad uno stanziamento longobardo nel luogo che si evince sia dai locali toponimi, sia da residui elementi lessicali che da fonti storiche. Infatti, nei pressi di Novi è il toponimo ‘lammardo’ che troviamo anche nei pressi di Celle di Bulgheria, insediamento sicuro di Bulgari ausiliari dei Longobardi.”. Sempre Ebner, a p. 91, in proposito scriveva che: “Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). Etc…”. Ebner (….), a p. 91, nella nota (31) postillava che: “(31) L’ostilità dei monaci bizantini per il clero latino continuava (v., ante 1050, il violento attacco del metropolita di Reggio contro Chiesa e papato: Giannelli, “Atti VIII Congr. inter. Studi Bizantini, Roma, 1953, pp. 93 sgg.) ancora agli inizi del XIV secolo. Pur riconoscendo formalmente l’autorità di Roma molti monaci si sentivano ancora legati a Costantinopoli.”.

Nel VII secolo, la venuta dei Bulgari nella nostra area

Di questo piccolo centro del basso Cilento ha parlato il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, pp…….L’Antonini (…), a p. 381 in proposito scriveva che: “Fu questa montagna così detta da Bulgari, che vi si fermarono, e fortificarono; vedendosi sin da oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di due ruinati castelli ecc….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermar si vennero, è ben difficile ……….

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, a pp. 703-704-705 parlando del casale di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Paolo Diacono (1) scrive che ai tempi del duca Romoaldo di Benevento una colonia di Bulgari, guidati da un loro principe, Alzeco, giunse (680) nel ducato beneventano e pacificamente chiese di potersi stanziare nel territorio. Il duca Romoaldo consentì che s’insediassero nei luoghi deserti intorno a Cepino, Isernia e Boviano. Il principe assunse il titolo di gastaldo, di ufficiale del duca. Vi è notizia che ancora nel VIII secolo conservassero la loro nazionalità parlando la loro lingua, oltre il latino (2). Recenti ricerche tendono a mostrare (3) che il duca Romoaldo avesse consentito che parte della colonia s’insediasse pure nella zona di Paestum allora ridotta a sola riserva di caccia (‘ad capiendas aves’) e che di là si fossero spinti oltre l’Alento stanziandosi alle falde di un monte che da essi prese poi il nome (Monte Bulgheria). Goffredo Malaterra (4) poi ricorda che Roberto il Guiscardo avesse assoldato slavi di Celle (di Bulgheria) perchè conoscitori attenti di tutti i passi del territorio. Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’immigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale “oltre ai suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi (in Italia) ancora Bulgari”. Probabilmente sede di una laura con celle di monaci italo-greci, per cui il nome di Celle all’abitato sortovi intorno; il villaggio seguì le sorti di Roccagloriosa, di cui fu casale fino alla sua elevazione a sede comunale. E’ notizia però che il feudatario di Centola, oltre a esigere la bagliva di Foria esigesse anche quella di Poderia, ora frazione di Celle. Villaggio quest’ultimo di cui, a dire dell’Antonini (p. 381), furono baroni Latino Tancredi, autore del ‘de Naturae miraculis’ e del consigliere Giovanni Andrea di Giorgio, noto per le sue opere legali.”. Ebner, a p. 703, vol. I, nella nota (1) postillava che: “(1) Paolo Diacono, V, 29: Eisdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit sc. Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates (….) Usque hodie in iis, ut diximus, locis habitantes, quamquam et latinae loquantur linguae tamen propriae usum non amiserunt”. Ebner, a p. 704, nella nota (2) postillava che: “(2) F. Hirsch cit., p. 42 ricorda TEOFANE, p. 546 ad a. 671 e NICEFORO, Breviarium (ed. de Boor, p. 33, i quali affermano che l’emigrazione avvenne ai tempi dell’Imperatore Costante, nel 669, e che la parte che venne in Italia si stanziò nella Pentapoli. Un documento posteriore del principe Sicardo (a. 833) ricorda il ‘Grauso Bulgarensis’ come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughell., p. 468).”. Ebner, a p. 704, nella nota (3) postillava che: “(3) V. D’AMICO, I bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era volgare. Loro speciale diffusione nel Sannio, Campobasso, 1933. Dello stesso autore, vedi pure ‘Importanza dell’immigrazione dei bulgari nell’Italia’, “Atti 3° Convegno internaz. Studi sull’alto medioevo”, Spoleto 1959, p. 372, Cfr. pure Ebner, Storia, cit. , p. 91 specialmente Economia e Società, cit., p. 28.”. Ebner, a p. 704, nella nota (4) postillava: “(4) G. Malaterra, I, 16.”. Della cosa ha scritto pure Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Forse si riferiva all’invasione o trasmigrazione di gruppi di Bulgari nell’area. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento medievale’, vol. I, p. 261, parlando di Celle di Bulgheria, scriveva che: “Con Acquavena e Rocchetta faceva parte della baronia di Roccagloriosa (v.) dei Sanseverino.”. Sempre l’Ebner (…), parlando di Roccagloriosa, scriveva a p. 282 che: “Se ne ha notizia specialmente da documenti del ‘200”, non approfondendo e non citando affatto i privilegi citati dall’Antonini (…). Sempre l’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, ci parla di ‘Celle di Bulgheria’ e, scrive che: “Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto il Guiscardo nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’emigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale ecc..ecc..”.

Nel 662 (VII sec. d.C.), Grimoaldo I, duca del ducato Longobardo di Benevento ed i Bulgari di Altzek

Giacomo Racioppi nel suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: “Con gli Albanesi di Scanderberg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tutt’ora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colla-Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti (3), non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora) il nome Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca-Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, ecc….”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, ci parla dei Bulgari di Altzek che si recarono da Grimoaldo I. Riguardo Grimoaldo I, duca del ducato longobardo di Benevento e dei Bulgari di Altzek ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baronie popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 31, in proposito scriveva che: “Ciò a conferma che il vasto patrimonio della santa sede esistente in quella regione non era stato avocato dai duchi di Benevento (63).”. In questo passaggio l’Ebner ci parla dei Longobardi del ducato di Benevento ai tempi di Arechi II e poi di Grimoaldo, suo figlio, che iniziano ad ammorbidire la loro politica verso la chiesa. Ebner, a p. 31, nella sua nota (63) postillava che: “(63) Notevole in quei tempi la carenza demografica se il duca Grimoaldo I (647-671) fu costretto a consentire l’immigrazione di colonie di Bulgari nel beneventano e nella pianura pestana, da cui, poi, s’irradiarono fino al lontano monte Bulgheria; Ebner, Economia e Società, I, p. 28; cfr. P. Dicono cit., V., 29: “In quel tempo 667 il duca dei Bulgari, Altzek, non so perchè uscito dalla sua patria, entra pacificamente in Italia e si presenta con tutta la sua gente del suo ducato da re Grimoaldo mettendosi al suo servizio e chiedendogli di stabilirsi nel suo regno. Egli l’invitò a recarsi a Benevento presso il proprio figlio Romualdo, al quale ordinò di assegnare al duca località dove potersi stanziare insieme col suo popolo. Romualdo li accolse benignamente e l’insediò in vasti terreni rimasti fin allora deserti, cioè Sepiano (Sepino), Boviano (Bovino), Isernia ed altre città coi loro territori” ordinando ad Altzek che, deposto il titolo di duca, si chiamasse gastaldo. Ai tempi di Paolo Diacono gli abitanti di quei luoghi non avevano dimenticato la propria lingua.”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II a p. 487 parlando di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, Pietro Ebner parlando di S. Giovanni a Piro scriveva che il villaggio  “…è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, l’Ebner riguardo al toponimo di “Bulgheria” scriveva che esso ricordava l’immigrazione bulgara in Italia del 667. Infatti, l’Ebner (….), a p. 487, nella sua nota (1) postillava che: “(1) P. Diacono cit., VI 29.”. Pietro Ebner citava l’opera di Paolo Diacono. Paolo Diacono (in latino: Paulus Diaconus, pseudonimo di Paul Warnefried o Paolo di Varnefrido o anche Paolo di Warnefrit (Cividale del Friuli, 720 circa – Montecassino, 13 aprile 799) è stato un monaco cristiano, storico, poeta e scrittore longobardo di lingua latina. La Historia Langobardorum, in sei libri, è un’opera che nello stile si riconosce nel latino monacale, ma nei contenuti è passionalmente longobarda dove giustifica ogni azione ed ogni forma di conquista come prestabilite dal fato. La strutturò come ideale continuazione dell’Historia Romana dai tempi di Giustiniano. Anche questa è una storia tronca, la ferma a Liutprando, cristallizzandola al massimo splendore e omettendone la decadenza. È un libro molto importante anche per lo studio della storia degli sloveni, poiché esso risulta la fonte storiografica più antica che documenta l’arrivo delle popolazioni slave nella pianura friulana attorno al 670. La Historia Langobardorum è l’opera più importante scritta da Paolo Diacono. È suddivisa in sei libri e tratta della storia del popolo Longobardo dalle origini al suo apice: la morte del re Liutprando nel 744. Esistono 115 copie dell’originale, ora perduto, e una delle copie più antiche e corpose è il Codice Cividalese (Cod. XVIII) della Historia Langobardorum, conservato nel Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli. Dunque, Pietro Ebner cita il VI libro della ‘Historia Longobardorum’, p. 29 e cita anche l’anno 670 in cui Paolo Diacono ci parla della venuta nel basso Cilento dei Bulgari. Il VI libro parla della storia da Cuniperto alla morte di Liutprando. Qui si ferma la storia, cristallizzata al momento in cui la decadenza non era iniziata; fra l’altro è il periodo vissuto in prima persona da Paolo Diacono, nella prima parte della sua vita. Il Sesto Libro s’interrompe durante il regno di Re Liutprando e pare che il motivo di tale interruzione sia che Paolo Diacono abbia tralasciato volontariamente la parte di storia successiva al regno di Liutprando, in modo tale da non dover descrivere il periodo della decadenza e la vittoria dei Franchi ai danni del suo popolo. Il Khan (Principe) Bulgaro Alsec giunse in Italia nel VII secolo, con un seguito di circa 2000 seguaci, chiedendo, e ottenendo, d’apprima ospitalità ai Bizantini dell’esarcato bizantino  di Ravenna. Si mosse poi al sud col permesso di Grimoaldo I duca di Benevento alla guida di circa 700 individui. Paolo Diacono (il maggior storico dei Longobardi, cronista di Carlo Magno, libro V, 29, la cui storia si era arrestata all’epoca di Liutprando), nella sua cronaca scrisse che nell’anno 652 circa, condotti dal loro duca Alzeco (anche Alzecco, Altsek, Alcek) cercarono rifugio dagli avari con i longobardi e richiesero della terra al re longobardo Grimoaldo I, del Ducato Longobardo di Benevento, in cambio dei servizi militari “per una ragione sconosciuta“, sistemandosi all’inizio vicino a Ravenna e in seguito muovendosi verso sud. Grimoaldo, spedì Alzeco e i suoi seguaci verso il Ducato di Benevento per dare una mano a suo figlio Romoaldo e venne loro assegnata da lui la terra a nord-est di Napoli nelle “spaziose, ma al tempo deserte” città di Sepino, Bovianum (Boiano) e Isernia, nell’odierno Molise. Invece di essere confermato quale duca, Alzeco venne insignito del titolo longobardo di gastaldo. Paolo Diacono, nella sua Historia gentis Langobardorum, scrisse dopo il 787 che al suo tempo i bulgari abitavano ancora quell’area e che avevano cominciato a parlare “latino” anche se “non hanno dimenticato l’uso della propria lingua”.

Nell’anno ‘667, nel basso Cilento arrivarono i Bulgari con il Principe Alzeco

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(Fig. 3) Il Khan bulgaro Alsec – la sua statua a Bosco

Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 383 parlando del Monte Bulgheria e dei Bulgari, in proposito scriveva che: “Oltre a già detti che, con Alboino in Italia vennero, furonvi ancora degli altri, che vi portò Alczeco (I) allor che fu chiamato da Grimoaldo primo Duca di Benevento, e Rè dè Longobardi, per difendere Romualdo suo figlio contro l’Imperador Costanzo; e fu loro Bojano (2) cò vicini luoghi assegnato. Di questa venuta, di assegnazion di stanze l”Ignoto Cassinese’ al num. 3 troppa secca notizia ci dà colle seguenti parole: “…….” etc…”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II a p. 487 parlando di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, Pietro Ebner parlando di S. Giovanni a Piro scriveva che il villaggio  “…è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, l’Ebner riguardo al toponimo di “Bulgheria” scriveva che esso ricordava l’immigrazione bulgara in Italia del 667. Infatti, l’Ebner (….), a p. 487, nella sua nota (1) postillava che: “(1) P. Diacono cit., VI 29.”. Pietro Ebner citava l’opera di Paolo Diacono. Paolo Diacono (in latino: Paulus Diaconus, pseudonimo di Paul Warnefried o Paolo di Varnefrido o anche Paolo di Warnefrit (Cividale del Friuli, 720 circa – Montecassino, 13 aprile 799) è stato un monaco cristiano, storico, poeta e scrittore longobardo di lingua latina. La Historia Langobardorum, in sei libri, è un’opera che nello stile si riconosce nel latino monacale, ma nei contenuti è passionalmente longobarda dove giustifica ogni azione ed ogni forma di conquista come prestabilite dal fato. La strutturò come ideale continuazione dell’Historia Romana dai tempi di Giustiniano. Anche questa è una storia tronca, la ferma a Liutprando, cristallizzandola al massimo splendore e omettendone la decadenza. È un libro molto importante anche per lo studio della storia degli sloveni, poiché esso risulta la fonte storiografica più antica che documenta l’arrivo delle popolazioni slave nella pianura friulana attorno al 670. La Historia Langobardorum è l’opera più importante scritta da Paolo Diacono. È suddivisa in sei libri e tratta della storia del popolo Longobardo dalle origini al suo apice: la morte del re Liutprando nel 744. Esistono 115 copie dell’originale, ora perduto, e una delle copie più antiche e corpose è il Codice Cividalese (Cod. XVIII) della Historia Langobardorum, conservato nel Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli. Dunque, Pietro Ebner cita il VI libro della ‘Historia Longobardorum’, p. 29 e cita anche l’anno 670 in cui Paolo Diacono ci parla della venuta nel basso Cilento dei Bulgari. Il VI libro parla della storia da Cuniperto alla morte di Liutprando. Qui si ferma la storia, cristallizzata al momento in cui la decadenza non era iniziata; fra l’altro è il periodo vissuto in prima persona da Paolo Diacono, nella prima parte della sua vita. Il Sesto Libro s’interrompe durante il regno di Re Liutprando e pare che il motivo di tale interruzione sia che Paolo Diacono abbia tralasciato volontariamente la parte di storia successiva al regno di Liutprando, in modo tale da non dover descrivere il periodo della decadenza e la vittoria dei Franchi ai danni del suo popolo. Il Khan (Principe) Bulgaro Alsec giunse in Italia nel VII secolo, con un seguito di circa 2000 seguaci, chiedendo, e ottenendo, d’apprima ospitalità ai Bizantini dell’esarcato bizantino  di Ravenna. Si mosse poi al sud col permesso di Grimoaldo I duca di Benevento alla guida di circa 700 individui. Paolo Diacono (il maggior storico dei Longobardi, cronista di Carlo Magno, libro V, 29, la cui storia si era arrestata all’epoca di Liutprando), nella sua cronaca scrisse che nell’anno 652 circa, condotti dal loro duca Alzeco (anche Alzecco, Altsek, Alcek) cercarono rifugio dagli avari con i longobardi e richiesero della terra al re longobardo Grimoaldo I, del Ducato Longobardo di Benevento, in cambio dei servizi militari “per una ragione sconosciuta“, sistemandosi all’inizio vicino a Ravenna e in seguito muovendosi verso sud. Grimoaldo, spedì Alzeco e i suoi seguaci verso il Ducato di Benevento per dare una mano a suo figlio Romoaldo e venne loro assegnata da lui la terra a nord-est di Napoli nelle “spaziose, ma al tempo deserte” città di Sepino, Bovianum (Boiano) e Isernia, nell’odierno Molise. Invece di essere confermato quale duca, Alzeco venne insignito del titolo longobardo di gastaldo. Paolo Diacono, nella sua Historia gentis Langobardorum, scrisse dopo il 787 che al suo tempo i bulgari abitavano ancora quell’area e che avevano cominciato a parlare “latino” anche se “non hanno dimenticato l’uso della propria lingua”.

La presenza nel nostro territorio di testimonianze che fanno risalire a questa popolazione sono numerose. Forse essi si stabilirono anche nel nostro territorio, ripopolando alcuni centri che gravitano intorno al Monte Bulgheria. Dal punto  di vista strettamente storiografico, la presenza di popolazioni bulgare nel nostro territorio, nel VII secolo, è legata soprattutto al toponimo del Monte Bulgheria e, l’ipotesi che genti Bulgare, al seguito del Principe Alsec, si fossero stabilite anche nel nostro territorio, fondando alcuni centri a ridosso del Monte Bulgheria, non è del tutto campata in aria. Nel 671, alla morte del padre, Romualdo, divenne a tutti gli effetti duca di Benevento. Di quel periodo (VII secolo) abbiamo un’altra notizia che riguarda le nostre terre che, andrebbe ulteriormente indagata. La notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria. Infatti, come scrive nella sua cronaca del tempo, il cronista di Carlo Magno, Paolo Diacono, nel VII secolo, i Longobardi del Ducato di Benevento, accolsero nel proprio regno una popolazione ariana, quella Bulgara, venuta nel Ducato di Benevento, chiamata proprio dal Duca Longobardo Grimoaldo I, per insediare ed occupare alcuni territori come il nostro – all’epoca ancora Thema bizantino – ai quali i Longobardi miravano. I Longobardi del Ducato di Benevento, erano in continua lotta con i greci-bizantini dell’Impero di Bisanzio che dominava ancora su gran parte del Mezzogiorno e, accolsero la popolazione Bulgara anch’essa in lotta contro i Bizantini. Infatti, fu proprio l’Imperatore bizantino Costante II, uno dei maggiori oppositori alla popolazione Bulgara del Khan Alzeco (che le cronache chiamano Alczeco). A Bosco, un paese alle falde del Monte Bulgheria, la cittadinanza ha fatto fare una statua del Principe Bulgaro Alzeco. Al tentativo dell’Imperatore Costante II (detto Pogonato – il barbuto), di invadere il Ducato di Benevento, la dura risposta del duca Grimoaldo I e di suo figlio Ro-mualdo, li indusse a chiamare ed accogliere la popolazione in lotta con i greci di Bisan-zio. Nel VII secolo, anche il papato iniziava a temere di meno i Longobardi mentre si trovava al contrario in continue dispute dottrinali contro Bisanzio che cercava d’imporre la propria egemonia su questi territori. E’ a causa delle lotte tra il papato ed i Longobardi del Ducato di Benevento contro gli Imperatori di Bisanzio che furono accolte e mandate nel nostro territorio, da sempre resistente al rito greco-bizantino. Infatti, i Bizantini, in seguito pensarono di assecondare le mire espansionistiche arabe (Saraceni) e fecero del tutto per arginare l’avanzata del cattolicesimo in queste terre. Stessa cosa si può dire per i papi di Roma che fecero di tutto per arginare l’Impero di Bisanzio e contrastarne l’avanzata. Lo stesso Papa Martino I, di cui ritroviamo dei Vescovi di Blanda e di Busento al Concilio da lui organizzato, avrà un duro scontro teologico con l’Imperatore Costante II che lo fece deportare ed uccidere. I Longobardi di Grimoaldo I, divennero alleati, protetti dai papi e utili ad arginare le mire espansionistiche di Bisanzio. L’Antonini (2), sulla scorta di Paolo Diacono e dell’Ignoto Cassinese, scriveva: “Con Alboino in Italia, vennero (i Bulgari), furono ancora degli altri che vi portò Alczeco (1), allorchè fu chiamato da Grimoldo primo Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi, per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo; e fu loro Bojano (2) coi vicini luoghi assegnato. Di questa venuta e di assegnazioni di stanze l’Ignoto Cassinese al num. 3. troppo secca notizia ci da colle seguenti parole: ‘Alczecus Volgarius cum hominibus ab abitantum fuscipitur’; ma l’accuratissimo Camillo Pellegrino ‘de fin. Ducat. Benev.’ ad orientem, rischiarata alquanto il luogo”. L’Antonini, prosegue il suo racconto citando il Pellegrino: Scrive egli così: ‘A Rege Grimoaldo in subsidium accersitos adversus Graecos, iisque loca ad Bojanum, e Aeserniam ad abitanndum fuisse concessa’.”. Dunque, secondo alcuni, genti venute dalla Bulgheria, anche se, alcuni studiosi dubitano che essi originino dai barbari D’Aleczone, che la storia ricorda accolti nel Ducato di Benevento per opera di Grimoaldo, oppure dai Bulgheri che seguirono Alboino. Racioppi dice che il toponimo del Monte Bulgheria provenga da alcune famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, ma bulgari di nazionalità. Il Troya (8), sulla scorta di Paolo Diacono (9), scrive che negli anni 668-670 vi sarà l’arrivo de’ nuovi Bulgari. “D’Ariano ch’egli era il Re Grimoaldo, in sul terminar de’ suoi giorni, si fece Cattolico. Nel suo penultimo anno si vide giungere Aleczone in Italia, Duca de’ Bulgari. Veniva dal Danubio nella penisola, già conquistata da’ suoi concittadini, compagni d’Alboino, che l’abitavano tuttora, chiedendo terre a Grimoaldo, ed ottenendole in premio delle profferte di servir con la sua spada il regno Longobardo. “. Secondo Paolo Diacono (cronista di Carlo Magno), nell’anno ‘658, quando i Bulgari, uniti ai Longobardi di Alboino, arrivarono nell’Italia settentrionale per ivi stabilirsi. Poi, in seguito – narra sempre il Diacono – “i Bulgari di Aleczone, arrivarono nell’anno ‘667, chiamati dal Duca di Benevento Grimoaldo I, Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi (figlio di Arechi), “per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo” come scrive l’Anonimo Cassinese, nel suo libro 3. Paolo Diacono, si riferisce all’Imperatore di Bisanzio (greco-bizantino), Costante II (detto Pogonato – il barbuto) che era in guerra contro i Longobardi (‘papalini’), quando ancora i confini dell’Impero Bizantino in Italia non erano del tutto ben delineati. I Longobardi del Ducato di Benevento, erano i migliori alleati del papato, perchè gli unici – prima dell’ascesa di Carlo Magno – a poter fermare le mire espansionistiche dell’Impero Bizantino nell’ Italia meridionale. I Bulgari di Aleczone, si misero al servizio del Principe Longobardo Grimoaldo I e di suo figlio Romualdo Duca di Benevento che li accolse e gli assegnò delle terre dove potersi stabilire e vivere che, il Diacono affermava essere rimasti ‘deserti’. La colonizzazione di gente bulgara, pare che si sia estesa in molte parti della Calabria e della Puglia ed in modo particolare nel ‘basso Cilento’, dove, intorno alla montagna del ‘Bulgheria’, loro, ripopolarono diversi centri interni come Centola, Sanseverino di Centola, Camerota, Roccagloriosa, Celle di Bulgheria, Poderia, Bosco e, S. Giovanni a Piro. Alcuni vogliono credere che la ragione di scegliere le nostre terre fosse il fatto che esse fossero deserte e che quindi potevano essere per loro una ragione di più per mettervi radici. Secondo il D’Amico (10), pare che della loro lingua, sia rimasta traccia in alcuni termini dialettali, come ad esempio ‘pass (cane) là’. Anche l’Hirsch (11), ha parlato dei Bulgari. Hirsch, parlando di Romualdo (il figlio di Grimoaldo I), scriveva: “…per ordine del re, Romoaldo accolse in Benevento una schiera di Bulgari che, in occasione della grande emigrazione di quel popolo, era venuta in Italia sotto il suo principe Alzeco e pacificamente avea chiesto terre da abitare. Il duca la stabilì al nord della capitale, nel territorio che giaceva ancora disabitato intorno ad Isernia e a Boviano; e quel principe divenne, sotto il titolo di gastaldo, un ufficiale ducale. I loro discendenti ancor nell’VIII secolo conservono quivi la propria nazionalità e parlavano, oltre al latino, il loro patrio linguaggio (1).”. Hirsch, nella sua nota (1), scrive: Paulus Diacono, V, 29; Theophanes, a. 671 (p. 546) e Nicephori ‘Breviarum’ (ed. de Boor, p. 33) secondo i quali l’emigrazione de’ Bulgari cadde al tempo dell’Imperatore Costante, quindi prima del 669; e la parte, che venne in Italia, si stabilì nella Pentapoli.”. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli. L’episodio è raccontato dal Patriarca di Costantinopoli, Niceforo, nella sua cronaca dell’epoca (fine secolo VIII): Ioannis Antiocheni Fragmenta ex Historia chronica. Niceforo, che aveva fatto imprigionare l’Imperatrice (Basilissa) Irene, – come ci dice l’Hirsch (11) – conferma ciò che affermava Troya (8), ovvero che: secondo i quali l’emigrazione de’ Bulgari cadde al tempo dell’Imperatore Costante, quindi prima del 669.”. L’Imperatore bizantino Costante II (detto Pogonato – il barbuto), nel 663, sbarcato a Taranto, condusse l’ultima vera e decisa azione dell’Impero Romano d’Oriente diretta a riconquistare i territori occidentali e a riaffermare nei fatti la superiorità formale dell’Impero. Egli strinse un’alleanza con i Franchi di Neustria, che aggredirono il re-gno longobardo da nord, mentre il basileus aggrediva il ducato di Benevento. Il duca di Benevento Romualdo non aveva forze sufficienti per fronteggiare l’aggressione bizantina e, Grimoaldo suo padre non lo poté inizialmente aiutare perché impegnato nel respinge-re l’invasione franca del Nord Italia. Tuttavia, Grimoaldo, sconfitti i Franchi, accorse in aiuto del figlio e riuscì ad attraversare gli Appennini con il suo esercito nonostante l’esarca di Ravenna Gregorio II l’aspettasse al varco per impedirgli di raggiungere il ducato beneventano. Le popolazioni Bulgare, sul nostro territorio, controllato dai Longobardi ma ancora ambito dai Bizantini, continuarono a restare e a ripopolare centri interni anche in seguito alle prime conquiste Normanne di Roberto il Guiscardo. Un documento del 1080, citato nella Lucania dell’Antonini – che dice esistesse nell’Archivio Diocesano di Policastro (2) e, poi citato anche dal Racioppi (3), sulla scorta del Pellegrino (4), di Ammirato (5) e, di Porfirogenneta (6), l’Antonini scriveva che si parla di alcune concessioni (privilegi concessi) del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte”, “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”, “parole che dimostrano che a quel tempo non eran pochi”.

Sempre l’Antonini, sulla scorta del Pellegrino, scriveva: Ma circa l’anno DCCCXXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospada vien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”. L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagnae poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. L’Antonini, cita anche un’antico privilegio (donazione) dell’anno 1114 che Costanza, moglie di Boemondo I (detto Principe di Antiochia – figlio primogenito di Roberto il Guiscardo), fece al Monastero di S. Pietro Imperiale di Taranto e, dove si leggono di numerose famiglie di Bulgari. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’, riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Hirsch (11), nella sua nota (1) di p. 56 del suo ‘Il Ducato di Benevento sino alla caduta del Regno Longobardo, (11), ci parla delle popolazioni Bulgare che vennero nel Ducato e si stabilirono sotto il Monte Bulgheria con il loro principe Alzeco e dice che le notizie intorno ai Bulgari di Alzeco, possono essere tratte da Paolo Diacono, V, 29, da Theophanes, a. 671 (p. 546) e Nicephori, Breviarium (ed. de Boor, p. 33), secondo i quali l’emigrazione dei Bulgari cadde al tempo dell’Imperatore Costante, quindi prima del 669 e cita anche un documento posteriore al Principe Sicardo dell’833 che nomina il Grauso Bulgarensis come possessore di terre in Puglia (Anecd, Ughelli, p. 468). L’episodio è raccontato dal Patriarca di Costantinopoli, Niceforo, nella sua cronaca dell’epoca (fine secolo VIII): ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex Historia chronica’.

Carta del Cilento

(Fig. 5) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (26). L’Ebner, a proposito delle popolazioni di Bulgari, parlando delle origini di Novi (Velia), a p. 349 (23), riferisce che: Tra l’altro è da tener presente che nei pressi di Salento troviamo i toponimi Offolie Staffoli (Omignano) e quello di Lammardo presso Celle  di Bulgheria, sede di una colonia di Bulgari alleati dei Longobardi.“.

L’Ebner (23), sulla scorta di Paolo Diacono (9) e di Goffredo Mataterra (24), parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini. “.

Sempre l’Ebner (23) a p. 349, a proposito dei Bulgari, scriveva: Abbiamo anche accennato ad uno stanziamento longobardo nel luogo che si evince dai locali toponimi, sia da residui elementi lessicali, che da fonti storiche. Infatti, nei pressi di Novi, è il toponimo ‘Lammardo’ che troviamo anche nei pressi di Celle Bulgheria, insediamento sicuro di Bulgari ausiliari dei Longobardi.”. Infatti il Lo Curto (24), nella sua traduzione del Cap. XVI del Libro I del Malaterra, scrive: “Assieme a soldati Schiavoni compie razzie nel territorio circostante. Il Guiscardo che aveva con se una sessantina di uomini detti Schiavoni (24), che conoscevano tutta la Calabria. Roberto il Guiscardo, mentre si tratteneva a Scribla e valorosamente contrastava i Calabresi ecc..”. Lo Curto, spiega poi chi erano i soldati ‘Schiavoni’ di cui si era servito il Guiscardo: “Appartenenti a popolazioni slave insediatesi lungo le coste adriatiche, nell’area di influenza bizantina.”. Un’interessante notizia ci è data dal Palazzo (25) che parlando di S.Giovanni a Piro e dell’antica Abbazia, scriveva di una grotta: “A quanto raccontano i vecchi di questo Comune, il predetto Castello e la Chiesa – a mezzo di un camminamento sotterraneo – erano collegati ad una grotta che si apre sul fianco orientale della BULGHERIA, dove esistono tutt’ora resti di antiche costruzioni murarie, con palesi accorgimenti di scopi protettivi, opere che si fanno risalire ai frati Basiliani, i quali, senza alcun dubbio, si dovettero servire di quell’antro solitario ed impervio ecc..”. La notizia andrebbe ulteriormente indagata anche per la relazione che la grotta potrebbe avere con la presenza nella zona delle popolazioni bulgare di cui abbiamo parlato piuttosto delle comunità di monaci Basiliani che pure iniziarono a frequentare i territori limitrofi alla montagna proprio in quegli anni. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), parlando di un monastero a Roccagloriosa, scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio ecc…Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo..”  e poi, parlando delle origini e delle popolazioni Bulgare fin quì giunte, senza citare le fonti scriveva: “…poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e i unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono Arce Gloriosa ossia Rocca Gloriosa. Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio, forse sulla scorta dell’Ughelli (…), affermava che un esercito di Bulgari, venuti in Italia al seguito dell’esercito del generale Bizantino Narsete in aiuto di Belisario, nella guerra Gota “poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria”, e che nell’anno 550, entrarono nel castello di Arce Gloriosa (Roccagloriosa). Quindi, secondo il Laudisio (…), a Roccagloriosa, vi era un castello che nell’anno 550 (secolo VI d.C.), diventò il rifugio delle popolazioni Bulgare che abitavano le contrade vicine e che arrivarono molto tempo prima in occasione della Guerra Gota.

Nel 907 Costantinopoli venne posta sotto assedio e l’Impero dovette pagare un tributo annuo allo scopo di riscattare i numerosi prigionieri di guerra e ristabilire la pace. Il barone Giuseppe Antonini (…), sulla scorta del Pellegrino, scriveva: Ma circa l’anno DCCC XXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospada vien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”. L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo I, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagnae poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. L’Antonini, cita anche un’antico privilegio (donazione) dell’anno 1114 che Costanza, moglie di Boemondo I (detto Principe di Antiochia – figlio primogenito di Roberto il Guiscardo), fece al Monastero di S. Pietro Imperiale di Taranto e, dove si leggono di numerose famiglie di Bulgari. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’, riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Hirsch (…), nella sua nota (1), scriveva: Un documento posteriore al principe Sicardo dell’833 nomina il Grauso Bulgarensis come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughelli., p. 468).”. Il barone Giuseppe Antonini (…), sulla scorta del Pellegrino, a p. 383 riferendosi ad alcune popolazioni bulgare “gli altri, che vi portò Alczeco”, in proposito scriveva che: Ma circa l’anno DCCC XXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospada vien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”.

Antonini, p. 381

Antonini, p. 382

Antonini, p. 383

Antonini, p. 384

(Fig….) Antonini (…), Discorso VIII, pp. 381 e ss.

L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo I, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagna e poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. L’Antonini, cita anche un’antico privilegio (donazione) dell’anno 1114 che Costanza, moglie di Boemondo I (detto Principe di Antiochia – figlio primogenito di Roberto il Guiscardo), fece al Monastero di S. Pietro Imperiale di Taranto e, dove si leggono di numerose famiglie di Bulgari. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’, riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Hirsch (…), nella sua nota (1), scriveva: Un documento posteriore al principe Sicardo dell’833 nomina il Grauso Bulgarensis come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughelli., p. 468).”. E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. La moderna storiografia professionale ha archiviato l’opinione diffusa 50 anni fa che c’era una politica aggressiva di latinizzazione dei monasteri italo-greci nel Mezzogiorno nell’XI e XII secolo. L’importante era solo che le chiese secolari episcopali riconoscevano la giurisdizione canonica di Roma invece di Costantinopoli. Il vescovo di Policastro poteva ordinare preti latini sia greci.

Nel 1080, Roberto il Guiscardo e le sue concessioni fatte ai Bulgari nelle nostre terre

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, a pp. 704, vol. I parlando del casale di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), etc…”. Ebner, a p. 704, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Antonini, cit., I, p. 383 dice di averne letto in documenti esistenti nell’Archivio della Diocesi di Policastro, di cui non è traccia. Cfr. pure a p. 348: nel dire di S. Severino di Camerota scrive: “Sicuramente il paese fu quivi edificato perchè il suo sito lo rendea forte, e messo agli insulti de’ vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fondato, come io vorrei fermamente a credere”. Etc…”. Ebner, a p. 704, vol. I, nella nota (6) postillava che:  “(6) Utiliter de illorum in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus. Antonini, p. 383.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando dei Bulgari del Principe “Alczeco”, a p. 383, in proposito scriveva che: “o quelli d’Alboino, vennero ad occupare la montagna, di cui ragioniamo, dandole dalloro nome quello di Bulgaria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede di alcune concessioni del MLXXX. da Roberto Guiscardo fatte, che nell’Archivio Vescovile di Policastro si conservano; ed in esse si dice: “Utiliter de illorum samulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus; parole che dimostrano, che ancora a quel tempo non eran pochi.”.

Antonini, p. 383

Dunque, secondo l’Antonini, nell’Archivio della Diocesi di Policastro egli avesse visto alcune concessioni del 1080, fatte da Roberto il Guiscardo alle popolazioni di Bulgari che abitavano in queste nostre zone. Antonini scriveva che in una di queste concessioni fosse scritto “Utiliter de illorum samulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus ” che tradotto significa Abbiamo beneficiato del loro servizio nei territori della Puglia e del Salerni”. Dunque, secondo l’Antonini, in una di queste concessioni del Guiscardo ai bulgari del posto vi è scritto che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1080 concede dei benefici e scriveva perchè egli aveva beneficiato del loro servizio nei territori della Puglia e del Salerni. Sul documento del 1080, citato dall’Antonini che dice aver visto nell’Archivio della Diocesi di Policastro ha scritto Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano. Ecc….”. Dunque, il Racioppi (….), cita l’antico documento dell’anno 1080 citato dall’Antonini e come al solito ne dubita l’esistenza, ma aggiunge che: “è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano”. L’Antonini, proseguendo il suo racconto cita un passo del Pellegrino (….) che parla di Grimoaldo. Antonini, sempre a p. 383, continuando a parlare dei Bulgari nelle nostre contrade, in proposito scriveva pure che: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel 1040 ‘Anno MXL. (dice Lupo Protospata) praedictus Dulchianus excussit Contractos de Apulia’. Questo nell’anno 1039. dallo stesso Protospata etc…”. L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. Sulle popolazioni di origine Bulgara, nelle nostre zone ha scritto pure Pietro Ebner (…..), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 376, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 91 parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). Ecc…”. Infatti, Vito Lo Curto (…..), nella sua traduzione del Cap. XVI del Libro I del Malaterra (….), in proposito scriveva che: “Assieme a soldati Schiavoni compie razzie nel territorio circostante. Il Guiscardo che aveva con se una sessantina di uomini detti Schiavoni (24), che conoscevano tutta la Calabria. Roberto il Guiscardo, mentre si tratteneva a Scribla e valorosamente contrastava i Calabresi ecc..”. Lo Curto, spiega poi chi erano i soldati ‘Schiavoni’ di cui si era servito il Guiscardo: “Appartenenti a popolazioni slave insediatesi lungo le coste adriatiche, nell’area di influenza bizantina.”. Il Racioppi, sempre riferendosi a questi Bulgari nelle nostre terre prosegue il suo racconto e scriveva che: “Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Attanasio)

(2) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(3) Racioppi G., Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoescher, pp. 102 e 134.

(4) Pellegrino C., Historia principum Longobardorum, Napoli, ed. tip. de Simone, 1753, tomo IV, p….

(5) Ammirato Scipione, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, ed. Marescotti Giorgio, 1780.

(6) Nicephoro, Ioannis Antiocheni Fragmenta ex Historia chronica, stà a p. 22 del Catalogus Bibliotecae Gustavi Schroeteri, ed.

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

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(7) Gay I, L’Italie meridionale et l’Impire byzantine etc, Paris, 1904; si veda pure: L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54; si veda pure ristampa a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, 2013.

(8) Troya C., Storia dell’Italia nel medio-evo, ed. Stamperia Reale, Napoli, 1841, vol. I, pp. 141 e 142.

(9) Diacono Paolo, Historia gentis Longobardorum, Libro V, cap. 29, dove ci parla delle popolazioni Bulgare venute in Italia.

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(10) D’Amico Vincenzo, I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campo-basso, 1933, p. 44

(11) Hirsch F., Il Ducato di Benevento sino alla caduta del Regno Longobardo, traduzione di M. Schipa, ed. L. Roux e C., Torino, 1890. Ci parla dei vescovadi vacanti della Lucania  nell’anno 591 (Gregorii M., Reg. II, 42 (n. 1195), p. 16 e a p. 56 ci parla delle popolazioni Bulgare che vennero nel Ducato e si stabilirono sotto il Monte Bulgheria con il loro principe Alzeco. Hirsch, nella sua nota (1) di p. 56, dice che le notizie intorno ai Bulgari di Alzeco, possono essere tratte da Paolo Diacono, V, 29, da Theophanes, a. 671 (p. 546) e Nicephori, Breviarium (ed. de Boor, p. 33), secondo i quali l’emigrazione dei Bulgari cadde al tempo dell’Imperatore Costante, quindi prima del 669; Hirsch, cita un documento del Principe Sicardo dell’833 nomina il Grauso Bulgarensis come possessore di terre in Puglia (Anecd, Ughelli, p. 468).  

Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lan-cusi, 2002.

(12) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, ed. Ripo-stes, Roma, 1888, p. 117.

(13) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Noti- zia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600.

(14) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(15) Duchesne L., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde), in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367), stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370.

(16) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, da p. 113, 120. Si veda pure p. 132 e p. 137 dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.

(17) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(18) Gaetani Rocco, ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17.  Gaetani R., L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. Si veda sempre dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (31) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…). Si veda pure dello stesso autore: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblio-teca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(19) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, ‘Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana’, 1891, pag. 153. Il manoscritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, ha scritto nel suo “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”. Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, ‘Padula’, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro – che mi fu donato da Gerardo Ritorto – a p. 520 e 521. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘L’antica Bussento oggi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani’, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Il Gaetani, dice che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., ‘La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati’, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” e, nella sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. 

(20) Romanelli D., Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815.

(21) Troyli P.P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pu- re: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento. Si veda pure: Attanasio F., Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà in ” I Corsivi”, n. 12, 1978. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135.

(22) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 34.

(23) Ebner P., Storia di un Feudo del Mezzogiorno. La Baronia di Novi, Ed. di Storia e Letteratura, Thesaurus Ecclesiarum Italiae, a cura di Gabriele De Rosa, Roma, 1973, XII, 2, p. 77, 91 e 349.

(24) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte I, cap. XVI, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Lo cita Ebner (23), a p. 91. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(25) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di San Giovanni a Piro, ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006, pp. 30 e s.

(26) (Figg. 1-5) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Na-poli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanuc- ci. Della carta in questione, abbiamo ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita dell’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. 

(27) Ebner P., Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento, ed. di Storia e Letteratura, XII, 6, Cmpania, Roma, 1982; si veda: vol. I, Cap. I, pp. 13 e s.

(28) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996; si veda pure: Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII; si veda pure: Rohlfs G., Colonie galloitaliche sul Golfo di Policastro (Galloitalienische Sprachkolonien am Golf von Policastro (Lukanien), in Zeitschrift fur Romanische Philologie, 61, 1941, pp. 79-113, stà in Rohlfs G.,  Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, ed. Congedo, Galatina (LE), 1988, ristampa anastatica, pp. 39 e s.

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(…) Schipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923, pag. 96 e 97, si veda pure: a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Lancusi, 2002, ristampa anastatica, p. 41 e 42. Lo storico napoletano, sulla scorta dei suoi precedenti studi giovanili: la ‘Storia del Principato Longobardo di Salerno’, inserita nel volume XII dell’Archivio storico per le provincie napoletane (1887) e, la ‘Storia del Ducato napoletano’, pubblicata nei volumi XVI-XIX dell’Archivio storico per le provincie napoletane (Archivio Storico Attanasio)

(….) Pigafetta Filippo, Trattato brieue dello schierare in ordinanza gli eserciti et dell’apparecchiamento della guerra, di Leone, per la gratia di Dio imperatore. Nuouamente dalla greca nella nostra lingua ridotto da M. Filippo Pigafetta. Con le annotationi del medesmo ne’ luoghi, che n’hanno mestieri, Venezia, appresso Francesco de’ Franceschi senese, 1586.

Il monastero di S. Pietro “de Marcani” prima e poi “a Carbonara” a Majerà

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie intorno alle donazioni dei Principi Longobardi ad alcuni monasteri e cenobi italo-greci del basso Cilento, come il cenobio basiliano poi Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti “extra moenia” in territorio Calabrese, come ad esempio la Grancia di Majerà.

majera

Majerà

Maierà (Majerà in greco bizantino) è un comune italiano di 1 198 abitanti della provincia di Cosenza, in Calabria. Maierà è molto conosciuto per via della sua caratteristica posizione: infatti, il centro abitato è separato dal vicino comune di Grisolia per mezzo di un profondo burrone. Il nome del paese deriva dal ebraico per la presenza di molte grotte a Maierà . La parola ebraica più comune per “grotta” è מְעָרָה mə’ārāh. Secondo altri fondi deriva dal greco machairas (pronuncia maheràs) che significa “coltellaio”. Centro posto sul fianco sinistro del vallone del torrente Vaccata, presso la costa tirrenica; è compreso nel Parco Nazionale del Pollino. Di origini incerte, appartenne a varie famiglie, fra cui i Lauria, i Carafa e infine i Catalano-Gonzaga. La chiesa di Santa Maria del Piano è una ricostruzione cinquecentesca di un edificio preesistente e conserva affreschi di epoca rinascimentale. Le chiese di San Pietro e di San Domenico sono invece di origine italo-greca. L’origine della denominazione Maierà non è del tutto chiara, ci sono due correnti di pensiero, che in ogni caso non danno una conferma certa. La prima sostiene che il nome Maierà derivi dalla parola ebraica M’ara, che significa grotta, proprio per la presenza di cavità naturali nell’area; la seconda invece, fa derivare la denominazione dal greco Makhairas, che significa coltellaio, supposizione possibile, in quanto il territorio fu abitato per secoli da monaci basiliani, che di fatto parlavano il greco. Questa seconda ipotesi, trova riscontro anche nel manoscritto del 1750 di Francesco Antonio Vanni, maieraioto del tempo, notaio del conte Spinelli di Scalea; in cui descrive gli abitanti di Maierà “quali uomini impetuosi come coltelli”. Inoltre, a sostenere l’ipotesi della derivazione greca, è anche un antico stemma che presenta un braccio che impugna un coltello che campeggia sulla dicitura “Universitas Macherae”. Le prime tracce abitative certe nel territorio di Maierà risalgono ai monaci basiliani, che giunsero in queste terre tra il VI ed il VII secolo, provenienti dall’oriente. Questo dato, fa dedurre che queste terre in quel tempo erano spopolate o scarsamente popolate, poiché i basiliani, erano soliti edificare le loro lauree proprio in aree poche popolate, meglio dedite alla meditazione. A partire dall’XI secolo, si hanno le notizie di un primo impianto dell’abitato, edificato intorno al castello del luogo, dagli abitanti dell’area costiera. Il primo dei feudatari di Maierà fu un certo Roberto, che nel 1152 compare come Barone di Maierà. Nel XIII secolo, Sotto Carlo d’Angiò, Maierà era sotto l’egida della famiglia Matera, che fece costruire la chiesa Madre. Nel 1329 fu feudatario Ruggiero Sanbiase, signore di Verbicaro, avendo sposato Costanza Isabella Sangineto, signora di Maierà. Nel XVI secolo furono signori di Maierà i Loria, che edificarono il Palazzo Ducale e ampliarono la Chiesa di Santa Maria del Piano. Dai Loria, Maierà passò ai Perrone, poi ai Guerra, finché il feudo passò nel 1666 a Francesco Carafa e si trasformò in ducato. I Catalano-Gonzaga furono gli ultimi feudatari di Maierà fino al 1806, anno in cui il governo francese decretò la fine della feudalità. Nel 1811 al comune di Majerà, fu accorpato il territorio di Cirella, il cui borgo antico era stato distrutto nel 1808, dalle truppe francesi del Generale Massena. Cirella si separerà spontaneamente nel 1876 per unirsi al comune di Diamante.

La chiesa di S. Pietro in Casale a Majerà

La Chiesa di San Pietro di Maierà è una chiesa di piccole dimensioni. Un tempo era parte integrante dell’Abazia Basiliana di San Pietro a Carbonara, una delle più antiche abazie basiliane della costa tirrenica cosentina.

L’origine della colonizzazione di comunità provenienti dall’Oriente di alcuni luoghi della Calabria e del basso Cilento

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, il Laudisio, nel suo interessante passo della sua ‘Sinopsi’ racconta che intorno agli inizi dell’XI secolo, scriveva “proprio in quegli anni”, riferendosi al periodo dei primi Normanni di Roberto il Guiscardo, “moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”,……giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota”. Il Laudisio sulla scorta del Platina (…) riferiva la notizia storica della migrazione di monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, si rifugiarono nelle Abbazie italo-greche di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro. Proseguendo il suo racconto il Laudisio, scriveva pure che queste due Abbazie, di cui ho già scritto e che si trovano nel basso Cilento erano “costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità”, ma aggiunge che “quei venerabili monaci”, si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc..”. Con questa frase, il Laudisio dice chiaramente che alcuni paesi del basso Cilento, come i villaggi di Morigerati, Battaglia e forse pure Sicilì, furono originati da famiglie greche. Cosa intendeva il Laudisio per “comunità greche”. Erano forse famiglie di origine Orientale stanziatisi nel basso Cilento ?. E quando vennero queste comunità greche o d’Oriente nel nostro basso Cilento ?. Dunque, come scrisse il Laudisio, questi monasteri (italo-greci) erano costituiti da una comunità di monaci che si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(37) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, ecc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Cosa sono le ‘massae’ di Calabria ? Inoltre, Pietro Ebner a p. 18, in proposito scriveva pure che: “Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc….Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p. 18, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis”. Si tratta del testo: Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese / a cura di Vincenzo De Bartholomaeis. Riguardo il fenomeno migratorio di intere “massae”, monaci e famiglie Calabresi che dalla Calabria si spostarono verso le nostre terre del basso Cilento, ai tempi dei primi Normanni (X secolo), Ebner citava alcuni toponimi simili al termine “massae”, come Massicelle, Massa, ecc.. Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Sulle origini asiatiche dei monaci che emigrarono e colonizzarono interee aree del nostro basso Cilento cito in proposito ciò che scriveva lo studioso Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, dove ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. Ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Il Cappelli scriveva che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale.”. Ma, il Cappelli dice di più. Il Cappelli scriveva che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”.

L’indagine glottologica, conferma la presenza di monasteri italo-greci nell’area

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”.

Nel 1065, “Boemundo”, giudice della Calabria nel periodo Normanno e nativo di Padula

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 22, in proposito scriveva che: “Ma i rapporti con la Clabria rimangono vivi nella fondazione di Santa Maria della Mattina, omonima di quella guiscardiana presso San Marco Argentano in Val di Crati, e sono favoriti dal gran giudice di Calabria Boemundo, nativo di Padula.”. Il Tortorella, a p. 46, in proposito scriveva ancora che: “Un ultimo impianto religioso, cronologicamente ben definibile, è da individuare in Santa Maria della Mattina (165), che nel titolo conserva evidente la derivazione, o almeno una filiazione culturale (166), dalla fondazione ominima che Roberto il Guiscardo nel 1066 stabilì presso San Marco Argentano in Calabria (167): pure in età normanna si pongono in evidenza i rapporti puntuali del nostro paese con la Calabria superiore, in particolare la valle del Crati, così come abbiamo visto col ‘Mercurion’ per l’età precedente.”. Dunque, il Tortorella oltre a dirci che a Padula esiste una chiesa intitolata “Santa Maria della Mattina”, intitolazione simile a quella della nota in Calabria fondata da Roberto il Guiscardo e da sua moglie, ci dice pure che ll’intitolazione della chiesa a Padula “conserva evidente la derivazione, o almeno una filiazione culturale (166)”. La derivazione culturale, dice il Tortorella è il giudice di Calabria, “Boemundo”, di origine della città del Vallo. Boemundo era presente alla donazione del Guiscardo. Infatti, il Tortorella, a p……, nella nota (166) postillava: “(166) Ritengo che non vi possano essere dubbi su tale accostamento, anche se tra le carte dell’abbazia cistercense calabrese non compaiono atti che attestino la dipendenza della Santa Maria padulese da questa (cfr. A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini (“Studi e Testi”, 197), Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1958): un solo documento di quelli pubblicati dal Pratesi (numero 64, pp. 162-164), concessione e conferma di precedenti donazioni a Luca, abate di Santa Maria della Sambucina, da parte di Federico II re di Sicilia, del 1201, nomina un ‘Boemundus de Padula’, signore “nella zona di Altomonte”, ‘cum haberet predictam terram Braale’. Costui, se è davvero d’origine padulese – come segna nell’indice Pratesi – potrebbe essere colui che fece conoscere nel paese di provenienza il titolo della dedicazione guiscardiana. Senza dubbio è la medesima persona il κυρος βαιμουνδος της παδουλης (kjiros Vaimundhos tis Padhuljis: ‘il signor Boemundo di Padula’), prima del 1194 της καλαβριας μεγας κριτης: ‘gran giudice di Calabria’), che aveva giudicato il contrasto fra il monastero di Santo Stefano ‘de Nemore’ e alcuni uomini ‘de regione Agriotherum’, qustione ripresa, dietro istanza degli stessi monaci, da Lamberto μεγας κριτης καλαβριας, σιγνου και λαινης και χωρας ιορδανου (mnhjeghas kritis paris Kalavrias, Sighnu kjè Lainhjis kjè khoras Iodhanu: ‘gran giudice di tutta la Calabria, di Sinni, di Laino e della regione del Giordano’) e residente nella città di Gerace (cfr. Trinchera, op. cit., documento CCXXXIX, pp. 322-324″.”.

L’antico monastero italo-greco di “San Pietro Marcanito” o de “Marcani”  a Majerà

Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. A S. Pietro marcanito, nella seconda metà del X secolo, un monaco greco, colpito da un fulmine, riebbe la parola, grazie all’intercessione di Saba da Collesano (36). Fu conquistata da Roberto il Guiscardo, difatti, nel 1065, lo stesso la donò, fra le altre conquiste, alla neo-abbazia benedettina di S. Maria della Matina, “…abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito…” (37). E’ ovvio che l’abbazia basiliana di S. Pietro, messa alle dipendenze di S. Maria della Matina, dovette conformarsi al rito latino, o cessare del tutto come istituzione monastica. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (36) postillava che: “(36) E’ detto …………………..presso Orestes Patriarca Hierosolymitanus de Historia et laudibus, etc., op. cit., XXVI, pag. 151.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit., pgg. 5-9.”. Dunque, secondo gli antichi documenti questo monastero italo-greco di Majerà, S. Pietro di Marcaneto fu donato da Roberto il Guiscardo alla vicina Abbazia di Santa Maria della Matina. Ho scritto un saggio ivi su questo blog sul Monastero di S. Pietro di Marcaneto. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a pp. 93-96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: “Da “Carte Latine di abbazie calabresi, provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (71), nella “dedicatio” ecc…ecc.. – abbiamo notizie di due importanti monasteri, quello di S. Pietro “que dicitur Marcanito”, e di S. Nicola o dell’abate Clemente (Moulét-zes).”. Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l’”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”. Lo studioso calabro Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, riferendosi a Majerà e del vicino Casale di S. Maria e il suo territorio, conquistato dai normanni, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Majerà, se si accettua il riferimento, per altro incerto, al monastero melchita di Màkaros, del 1060-1061 (1), è il Diploma del duca Ruggero del luglio 1100, nel quale viene menzionata, fra le altre donazioni al monastero benedettino di S. Maria della Matina, l’”ecclesiam Sancte Marie in territorio castelli quod dicitur Machera. Dal documento si rileva che la chiesa di S. Maria o sopravvisse alle conquiste normanne o fu opera normanna, e, pertanto, dagli stessi messa alle dipendenze di S. Maria della Matina; che doveva disporre di rendite da platee, già monastiche; che il nome ebraico di “Grotta”, M’arà, già del Casale, grecizzato in “Machera” era passato ad indicare il castello e il nucleo che intorno ad esso si andava costruendo. La donazione venne confermata nel maggio del 1114 in un Diploma del duca Guglielmo e in un altro Diploma del Principe Boemondo del 1122. I documenti sono riportati dal Pratesi (16).”. Il Campagna, a p. 16, nella sua nota (16) postillava che: “(16) A. Pratesi, Carte latine, etc., cit., alle pag. 18-19, 23-25, 30-32.”. Sempre il Campagna a pp. 29-30 ancora sul monastero di “S. Pietro a Marcanito” a Majerà aggiungeva che: “Era sorta fra i nuclei greci e romani. I resti dell’abbazia, da qualche anno del tutto scomparsi, della chiesetta, nell’ansia del nuovo, è stata completamente deturpata l’antica struttura, evidenziando l’opus mixtum e l’uso del materiale romano sottratto a precedenti costruzioni. Ecc….”. Il Campagna (….), a p. 30 scrivendo che: “L’inventario del 1695-96 eseguito per conto della Cappella romana del S. Presepe, presso S. Maria Maggiore, riporta “una Chiesa con Cortile, et mura di due Cammare seu Celle al p.te dirute, et la d.ta Chiesa che si stà rinnovando è sotto il titolo di S. Pietro a Carbonaro” (38). Ecc…”. Dunque, il Campagna (….), a p. 30, sulla scorta del manoscritto del Vanni (….) scriveva che il monastero di S. Pietro di Marcaneto, nell’inventario del 1695-96 (“Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, redatta dal notaio Domenico Magliano, di cui ho pubblicato gli inediti), eseguito per conto della Cappella del SS. Presepe presso la Basilica di S. Maria Maggiore di Roma, a cui era stato annesso con bolla papale da Papa Sisto V, riporta la descrizione del luogo ecc..e poi dice sempre il Campagna che il monastero di S. Pietro di Marcaneto a Majerà non era più sotto questo titolo ma riportava il nuovo titolo di San Pietro a Carbonaro. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a pp. 147-150-151 ecc.. parlando della “Regione mercuriense” ed in particolare della Terra di Majerà, in proposito scriveva che: “Completamente autonoma dalla Terra di Majerà fu l’abbazia basiliana di “S. PIETRO A’ CARBONARA”. Non ci è dato conoscere la data di fondazione, ma, certamente, per essere ubicata nei pressi di “Romano”, di “S. Anario”, “Schiavo” e “Prato” (128), non lontano da “Ftia”, “Campora” e “Pirgolo” (129), località dove la presenza greca e romana ha lasciato tracce indelebili, ma soprattutto per essere su una delle più trafficate vie istimiche per le coste joniche, da “Bocca Palombaro”, e quindi a breve distanza dalla “Badia” di S. Sosti (130), per le stesse strutture murarie, di quel poco che resta, dove sono rilevanti gli avanzi romani, l’abbazia di “S. Pietro a’ Carbonara” fu fra le più arcaiche della costa. Miracolosamente sopravvisuuta alle scorrerie normanne, o ricostruita dopo il consolidamento delle conquiste, godette a lungo il beneficio di “platea”. Sappiamo dall’Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo, ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Lo stesso monastero viene ricordato nella “Dedica” di S. Maria della Matina e nel relativo “Diploma” di Roberto il Guiscardo del 1065, entrambi “falsificazioni” di un originale perduto. Dalle pergamene risulta che l’abbazia era ubicata “in valle que Mercurii nuncupatur” (132). Prima che l’abbazia divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”. I ruderi, andati distrutti da qualche anno, evidenziano le caratteristiche della struttura muraria romana. Del vasto complesso monastico, ora, rimane la sola chiesetta dedicata all’Apostolo (134). Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna (….), a p. 147, nella sua nota (128) postillava che: “(128) Nella “Notizia Dedicationis” del 1065 e in successivi documenti relativi a S. Marai della Matina, A. Pratesi, op. cit., viene menzionato un “vico” o “casale” del “Prato”. Non è facile stabilire se trattasi di “Prato” presso S. Pietro, tuttavia la nostra località ha resti arcaici, di cui molti romani, soprattutto sulla costa ai confini con contrada “Campora”, campus-erat. Sull’autonomia di S. Pietro a Carbonara da Majerà, F. A. Vanni, ms. cit.. L’Autore, oltre ai documenti notarili in proprio possesso, fa riferimento alla delimitazione della Platea del 1545-46, ad opera di Sebastiano della Valle.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a pp. 147-150-151 ecc.. parlando della “Regione mercuriense” ed in particolare della Terra di Majerà, in proposito scriveva che: “Prima che l’abbazia divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”.”. Il Campagna (….), a p. 150, nella sua nota (133) postillava che: “(133) L’Archimandritato carbonense, fondato nel 1167-68, disponeva d’un territorio vastissimo, da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano’, in “BBGG”, n.s. XXIV (1970).”.

Origini dell’antico monastero italo-greco di “S. Pietro di Marcaneto” poi in seguito detto di “S. Pietro a Carbonaro” a Majerà

Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. A S. Pietro marcanito, nella seconda metà del X secolo, un monaco greco, colpito da un fulmine, riebbe la parola, grazie all’intercessione di Saba da Collesano (36). Fu conquistata da Roberto il Guiscardo, difatti, nel 1065, lo stesso la donò, fra le altre conquiste, alla neo-abbazia benedettina di S. Maria della Matina, “…abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito…” (37). E’ ovvio che l’abbazia basiliana di S. Pietro, messa alle dipendenze di S. Maria della Matina, dovette conformarsi al rito latino, o cessare del tutto come istituzione monastica. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti.  Il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (36) postillava che: “(36) E’ detto …………………..presso Orestes Patriarca Hierosolymitanus de Historia et laudibus, etc., op. cit., XXVI, pag. 151.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit., pgg. 5-9.”. Dunque, secondo gli antichi documenti questo monastero italo-greco di Majerà, S. Pietro di Marcaneto fu donato da Roberto il Guiscardo alla vicina Abbazia di Santa Maria della Matina. Ho scritto un saggio ivi su questo blog sul Monastero di S. Pietro di Marcaneto. Orazio Campagna (…) che, nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 96, scriveva che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l'”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”. Lo studioso calabro Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, riferendosi a Majerà e del vicino Casale di S. Maria e il suo territorio, conquistato dai normanni, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Majerà, se si accettua il riferimento, per altro incerto, al monastero melchita di Màkaros, del 1060-1061 (1), è il Diploma del duca Ruggero del luglio 1100, nel quale viene menzionata, fra le altre donazioni al monastero benedettino di S. Maria della Matina, l’”ecclesiam Sancte Marie in territorio castelli quod dicitur Machera. Dal documento si rileva che la chiesa di S. Maria o sopravvisse alle conquiste normanne o fu opera normanna, e, pertanto, dagli stessi messa alle dipendenze di S. Maria della Matina; che doveva disporre di rendite da platee, già monastiche; che il nome ebraico di “Grotta”, M’arà, già del Casale, grecizzato in “Machera” era passato ad indicare il castello e il nucleo che intorno ad esso si andava costruendo. La donazione venne confermata nel maggio del 1114 in un Diploma del duca Guglielmo e in un altro Diploma del Principe Boemondo del 1122. I documenti sono riportati dal Pratesi (16).”. Il Campagna, a p. 16, nella sua nota (16) postillava che: “(16) A. Pratesi, Carte latine, etc., cit., alle pag. 18-19, 23-25, 30-32.”. Sempre il Campagna a p. 29 ancora sul monastero di S. Pietro a Marcaneto a Majerà (?) aggiungeva che: “Era sorta fra i nuclei greci e romani. I resti dell’abbazia, da qualche anno del tutto scomparsi, della chiesetta, nell’ansia del nuovo, è stata completamente deturpata l’antica struttura, evidenziando l’opus mixtun e l’uso del materiale romano sottratto a precedenti costruzioni. Ecc…”. Il Campagna a p. 30 riguardo questa abbazia scriveva che: “Anche presso questa Abbazia, come presso le altre della costa, vi è il toponimo Foresta, che ricorda antiche donazioni di zona boscosa e coltivata, o meno probabilmene, l’estraneità dei Basiliani, in tempi mutati, e nella lingua e nel rito (46). A sud della Foresta si apre la grotta di S. Angelo: S. Michele, l’Angelo per antonomasia. Presso S. Pietro e S. Anario vi è Prato. Un “locus” dallo stesso nome è più volte menzionato in “Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (47), e, nelle stesse “Carte”, localizzato presso S. Marco Argentano (48). Il nostro, ricco di resti greci e latini, conquistato dal Guiscardo, avrà tratto il nome dalla omonima località argentanese.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (40) postillava che: “(46) Il nome, già usato nella toponomastica normanna, indica un vasto territorio, boschivo e coltivato. Nella Platea dei beni e rendite, etc., la Foresta viene delimitata, e la grancia di S. Pietro disponeva che “dal dì di tutti i Santi insino alla Vigilia di Natale, s’intende chiusa, et chi ci và a pascolare, o dannifica per d.to tempo paga alla d.to Chiesa di pena carlini quindeci per ciaschduna volta…”.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (47) postillava che: “(47) A. Pratesi, cit.”. Il Campagna a p. 30 in proposito aggiungeva che: “L’inventario del 1695-96 eseguito per conto della Cappella romana del S. Presepe, presso S. Maria Maggiore, riporta “una Chiesa con Cortile, et mura di due Cammare seu Celle al p.te dirute, et la d.ta Chiesa che si stà rinnovando è sotto il titolo di S. Pietro a Carbonaro” (38). Ecc…”. Dunque, il Campagna (….), a p. 30, sulla scorta del manoscritto del Vanni (….) scriveva che il monastero di S. Pietro di Marcaneto, nell’inventario del 1695-96 (“Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, redatta dal notaio Domenico Magliano, di cui ho pubblicato gli inediti), eseguito per conto della Cappella del SS. Presepe presso la Basilica di S. Maria Maggiore di Roma, a cui era stato annesso con bolla papale da Papa Sisto V, riporta la descrizione del luogo ecc..e poi dice sempre il Campagna che il monastero di S. Pietro di Marcaneto a Majerà non era più sotto questo titolo ma riportava il nuovo titolo di San Pietro a Carbonaro. Il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” (fol. 139-141, recto et verso), inventario ms. del 1695-96, estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino.”. Sempre il Campagna a p. 30 prosegue scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebr monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Sempre il Campagna a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezzione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Sempre il Campagna a p. 30 aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”.

Gli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci nel sud d’Italia

Riguardo l’antico monastero basiliano di S. Pietro a Carbonaro vorrei riproporre quanto scrissi sui documenti antichi che riguardarono il monastero di San Giovanni a Piro. Da questo saggio credo si possano dedurre interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa ‘corpus’, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabrie. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (…). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale. Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e degli antichi documenti greci (pergamene, privilegi, ‘nonnula et monimenta’ ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, la sorte di rapida e irreversibile decadenza che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età angioina. Già alla fine del medioevo le perdite – sia quantitativamente che qualitativamente – dovevano essere senza dubbio considerevoli, almeno a quanto si può dedurre dal resoconto della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457)”. Nel suo pregevole studio sui documenti e codici provenienti dai monasteri Basiliani, raccolti dal Menniti nel XVIII secolo, e citati nel suo ‘Bullarium Basilianum’, Gastone Breccia (…), a pp. ……, scriveva che tra i monasteri in esso citati vi è quello di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio sugli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci sorti nell’Italia meridionale: ‘Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, scriveva che: “Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauca vidimus in monasterio S. Basilii Romae, et aliquot exscripsimus: ex iis vero novem selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus .. .” (21) Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio sugli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci, scriveva in proposito che: “In ogni caso, dei quattro monasteri da cui provengono i documenti editi dal Montfaucon, tre sono compresi nell’elenco dell’Agresta e non pongono quindi ulteriori problemi, mentre il quarto (S. Giovanni di Piro) era “passato l’anno 1587 (…) sotto il dominio della Insigne Cappella Sistina”: (25) è probabile quindi che il documento in questione, forse con altri dello stesso archivio, sia giunto alla casa-madre romana molto prima della raccolta del Menniti (26).”. Nelle sue note (25) e (26), il Breccia postillava in proposito: “(25) P. M. Di Lucia, L’abbadia di S. Giovanni a Piro, Roma 1700, p. 15. La cappella citata è quella del SS. Presepe in S. Maria Maggiore, eretta e riccamente dotata da Sisto V. Di L u c ci a , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lai. 13118, pergamena n. 12) “ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Luccia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Il Breccia, nella sua nota (68), a p. 35, postillava in proposito: ” (68) Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – G i l l o u , Le, Liber Visitationis* (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246. Il Calceopulo trovò al S. Giovanni di Piro cinque monaci, uno dei quali espresse opinioni decisamente poco lusinghiere sul cardinale Bessarione e sui Greci in generale, per il quale motivo venne trasferito al monastero di S. Maria di Carrà. Forse distratto da questo avvenimento, il Calceopulo non si curò di stendere l’usuale inventario dei beni del monastero, per cui nulla sappiamo sulla presenza e l’eventuale consistenza di un fondo d’archivio.”. Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e antichi documenti greci (pergamene, privilegi, nonnula et monimenta ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, una sorte di rapida e irreversibile decadenza, che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età Angioina. Dal resoconto della vita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457), il quale,…..ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici.”. Uno di questi monasteri visitati da Atanasio fu proprio quello di S. Giovanni Battista a San Giovanni a Piro, che si presentava come scrive l’Ebner (…), con soli due monaci. “Alla fine del ‘600, di fronte alla situazione di pressochè totale abbandono in cui versavano gli Archivi monastici dell”ordo Sancti Basilii’, venne intrappreso un importante quanto isolato tentativo di salvare i fondi superstiti raccogliendoli in due Archivi centrali: il ‘San Basilio de Urbe per quanto riguardava i monasteri d’Italia meridionale e l’altro per quelli provenienti dai monasteri della Sicilia. Responsabile di questa decisione fu Pietro Menniti, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia  dal 1696 al 1718.  Le vicende storiche successive, tuttavia, ne vanificarono in gran parte l’opera: l’archivio del SS. Salvatore andò perduto in circostanze non chiare mentre quello del S. Basilio, in seguito alla soppressione del monastero durante la dominazione napoleonica (1810), venne trasferito a Parigi e quindi parzialmente disperso; quanto ne sopravvisse, restituito alla Santa Sede dopo il Congresso di Vienna, è l’oggetto principale di questo studio. Originali greci e latini, copie moderne, traduzioni: i resti di un archivio che era già, a sua volta, una raccolta di relitti. Il tentativo di recupero intrapreso dal Menniti è dunque un passaggio fondamentale nella tradizione moderna della documentazione italo-greca. È il solo sforzo compiuto per impedirne la dispersione completa, o il completo abbandono; la misura stessa della sua riuscita e del suo fallimento possono almeno in parte indicare quanto fosse ancora reperibile attorno al 1700 e quanto fosse già perduto o avesse preso strade diverse, in particolare quella delle collezioni private delle grandi famiglie romane. Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti in Italia meridionale. Questi gli estremi rappresentanti della grande tradizione cenobitica italo-greca: – in Basilicata: S. Elia di Carbone (diocesi di Anglona);– nella Calabria Citeriore: S. Maria del Patir (presso Corigliano Calabro) e S. Adriano (presso S. Demetrio Corone, entrambi nella diocesi di Rossano); – nella Calabria Ulteriore ecc…Gli archivi di questi monasteri, ancora esistenti nel 1681, erano quindi raggiungibili dalla raccolta del Menniti; a meno che, naturalmente, qualcuno di essi non fosse stato soppresso proprio nell’ultimo ventennio del XVII secolo. Ad essi andranno eventualmente aggiunti – qualora sia dimostrabile caso per caso – altri monasteri non inclusi per errore nell’opera dell’Agresta. L’elenco ora riportato costituisce dunque una prima base utile per definire quali documenti potessero trovarsi effettivamente conservati al S. Basilio de Urbe. Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: “S. Giovanni di Piro (68) 1. VaL lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note 68 e 69 postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u , Le Liber Visitationis… (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246. Il Calceopulo trovò a S. Giovanni di Piro cinque monaci, uno dei quali espresse opinioni decisamente poco lusinghiere sul cardinale Bessarione e sui Greci in generale, per il quale motivo venne trasferito al monastero di S. Maria di Carrà. Forse distratto da questo avvenimento, il Calceopulo non si curò di stendere l’usuale inventario dei beni del monastero, per cui nulla sappiamo sulla presenza e l’eventuale consistenza di un fondo d’archivio. Il S. Giovanni di Piro non è più menzionato nell’elenco del 1551, di cui sopravvive una copia forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6; pubblicata da M o n t f a u c o n [cit. n. 18] p. 112 e ripubblicata più recentemente da Batiffol, L’abbaye [cit. n. 8] pp. 115- 116). Edizioni: 1. Di Lucia, L’abbadia (cit. n. 25) pp. 15-17; 2. M o n t f a u c on (cit. n. 18) pp. 431-432.”. Riguardo la pergamena del 1473, pubblicata dal Di Luccia (…), il Breccia (…), nelle sue note 25 e 26, postillava a riguardo che: “P. M. Di Lucia, L’abbadia di S. Giovanni a Piro, Roma 1700, p. 15. La cappella citata è quella del SS. Presepe in S. Maria Maggiore, eretta e riccamente dotata da Sisto V. Di L u c i a , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) „ ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Lucia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Purtroppo, il documento del 1473 (la pergamena n. 12), contenuta nel Codice Vaticano Latino 13118 e conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), non è stato possibile riprodurlo in quanto esso non è stato digitalizzato. Dunque, il documento pubblicato dal Menniti (…), nel suo “Archivum Basilianum”, citato dal Breccia (…), è la Bolla di Papa Sisto IV, del 1473, con cui il papa, ………………….Il documento citato, del 1473, che riguarda il Cenobio basiliano di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro, è una copia che come dice il Breccia (…): “…forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6.”, fu rintracciato dal Menniti (…), pubblicato prima dal Di Luccia (…), e poi in seguito dal de Montfaucon (…) e dal Batifol (…), a pp. 115-116, che ripubblicò i documenti rintracciati dal Menniti e poi pubblicati dal de Montfaucon (…).  Di questo antico documento ne parla anche Salvatore Lilla (…), che ha elencato ed esaminato gli antichi documenti presenti negli Archivi Vaticani.

Montfaucon, p. 431

Montfaucon, p. 432

(Fig….) La bolla di Sisto IV, il documento del 1473, di cui si parlava riguardo al Menniti e a San Giovanni a Piro, tratta da Bernard de Montfaucon (…) ‘Palegraphia graeca’, libro VI, pp. 431-432

Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”.

Nel 1077, ‘ALFENUS DE SICILISIO’, in una donazione di Ugo di Chiaromonte secondo l’Ughelli nel tomo VII

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(Fig…) Antonini (…), ‘Lucania’, disc. X, p. 415, ci parla di un documento Normanno del 1077

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca, come quello di cui ci parla l’Antonini (…), a p. 415, parlando di una donazione di Ugo di Chiaromonte, in cui figura quale testimone un certo “Alfenus de Sicilisio”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel discorso IX a p. 415 parlando del casale di Morigerati in proposito scriveva che: “Trovo anche fin dal MLXXVII memoria di questo luogo; poichè in una donazione, che in detto anno fanno Ugon di Chiaromonte, e Gimarga sua moglie al Monistero di Carbone, v’interviene per testimonio ‘Alfenus de Sicilisio’, siccome leggesi nel ‘tom. 7 dell’Ughellio.’“. Dunque, l’Antonini (…) scriveva che il toponimo di Sicilì veniva citato già nell’anno 1077, in un’antichissima pergamena proveniente dal Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone dove risulta un testimone di Sicilì ad una donazione che ‘Ugo di Chiaromonte’ e la moglie ‘Gimarga’ fanno al detto Monastero. Dunque la pergamena citata dall’Antonini (…) parla anche di un Ugo di Chiaromonte e della moglie “Gimarga”. Dunque, l’Antonini (…) scriveva che il toponimo di Sicilì veniva citato già nell’anno 1077, in un’antichissima pergamena proveniente dal Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone e riguarda una donazione che ‘Ugo di Chiaromonte’ e la moglie ‘Gimarga’ fanno al detto Monastero e dove risulta tra i testimoni un “Alfenus di Sicilisio”. La pergamena citata dall’Antonini (…) parla anche di un Ugo di Chiaromonte e della moglie “Gimarga”. L’Antonini, postillava che la notizia era tratta dal tomo VII dell‘”Italia Sacra” di Ferdinando Ughellio (…). Io credo che alcuni centri come Vibonati, Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Del resto sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”.

Ughelli, vol. VII, II ed., pp. 71 e s

Nel 1077, ‘UGO DI CHIAMONTE’  (“Ugo de Clermont” per la Robinson)

Hubert Houben (…), nel suo “L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni”, a p. 111 parlando dei 1) ‘I Normanni e i monasteri greci e latini’, citando alcuni documenti greci parlava anche di Ugo di Chiaromonte e scriveva che: “Possiamo presumere che la sentenza di Alessandro di Senise a sfavore di Carbone sia stata imparziale, perchè egli e suo suocero Ugo di Chiaromonte, entrambi normanni, erano grandi benefattori di quest’abbazia (6). Ugo di Chiaromonte era, per esempio, nello stesso tempo benefattore dell’abbazia greca di Carbone, alla quale aveva donato, nel 1091, il monastero di S. Nicola di Benega, e dell’abbazia latina di Venosa, alla quale donò nel 1092 un porto (forse sul fiume Agri) e un monastero dedicato a S. Saba (9). Nel “libro del capitolo” di Venosa, Ugo (morto dopo il 1102) e sua figlia Alberada, signora di Colobraro e di Policoro (morta 1122/22), sono ricordati nell’elenco dei benefattori, mentre sua moglie Guimarca (morta prima del 1111) viene commemorata nel necrologio come ‘amica’ della comunità (10).”.

NEL 1144 ‘ALFERIUS DE SICELA’

Nel 1144, Ugo di Chiaromonte e “ALFERIUS OF SICELA”, in un documento proveniente da monastero di SS. Elia e Anastasi del Carbone

Ma il nome di questo milite o feudatario “Alpherius de Sicela”, risulta anche nel ‘Catalogus Baronum’ redatto intorno all’anno del 1144 e in un documento proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasii di Carbone. Lo stesso documento però è datato anno 1144 dalla Gertrude Robinson (….), che nell’anno 1928 lo pubblicò insieme ad altri documenti greci provenienti da quel Monastero nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’. Il documento in questione è pubblicato a pp. 30 e s. ed è il n° XXXVII – 85, dove a p. 33 si vede citato un “Alpherius of Sicela.

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85

Robinson, pp. 34-35, doc. XXXVII,

Robinson, pp. 33-34,

Robinson, 36-37

Robinson, pp. 38-39

Robinson, pp. 40-41

Robinson, p. 41

(Fig…) Robinson Gertrude, op. cit., pp. 30 e s.

Questa antichissima pergamena che l’Antonini datava anno 1077 e la Robinson datava anno 1144 fu citato anche dalla Evelin Jamison (…) e, da Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario al Catalogus Baronus’, quando a p. 162 commentava il n° 601 del ‘Catalogus Baronum’ su “GIBEL DE LORIA”, di cui ho già parlato in altri miei scritti. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = 1144. γιβλλος λωριας”,  sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII). Ricordo che in questa antichissima pergamena pubblicata dalla Robinson e da ella datata all’anno 1144 vengono citati altri personaggi dei nostri luoghi, personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”. L’antica pergamena è stata citata anche da Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, dove, a p. 263, parlando del ‘Latinianon’ e di S. Saba, in proposito scriveva che: “Cosa del resto, quella cioè di dichiarare la propria appartenenza al predetto monastero di S. Saba, che così ci lascia il suo ultimo ricordo, che faceva anche l’abate Clemente che apparisce in un altro testo, il quale per i nomi dei presenti all’atto, che compariscono in vari anch’essa del Carbone del 1144 (27).”. Il Cappelli, a p. 273 nella sua nota (27) postillava che: “(27) G. Robinson, op. cit., XIX – 1, p. 32”, e si riferiva proprio al documento in questione. Il Cappelli (…), scriveva di questo documento del 1144 anche a proposito dei feudatari di Aieta e degli Scullando. Il Cappelli (…), a p. 220, parlando dei feudatari di Aieta e, riferendosi a Goffredo, feudatario di Aieta scriveva che: “A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli, sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Dunque a proposito del Roberto di Aieta, che il Cappelli dice forse avere assunto il Cognome di Scullando, il Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…). Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Dunque, in questo documento greco del 1144, proveniente da Carbone, insieme a Roberto di Lagonegro e Genete di Torraca, figurava anche Roberto Scullando. Ma chi era questo Roberto Scullando di Aieta che figura in un documento del 1144 ?. Il Cappelli, parlando dei feudatari di Aieta, riferendosi a Goffredo dice che: (riferendosi all’abitato di Aieta): “e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque, il Cappelli scrive che da questa pergamena greca del 1144, in cui figurava anche “Gibel de Loria“, e “Roberto Scullando di Aieta” che il Cappelli dice “quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando”, dunque il Cappelli dice essere quel Roberto, figliastro di Normanno o forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che “in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque Roberto Scullando come è scritto pure nel documento citato dal Cappelli. Ma chi era il personaggio, il Signore di Aieta, Matteo, figlio del “fu Riccardo e di Clementa” ?. Di Riccardo di Clementa e del figlio Matteo ne parla Biagio Cappelli, citando un altro documento, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei- Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.

Dal 1167 al 1168, Guglielmo II d’Altavilla e l’affiliazione Carbonense di alcuni monasteri italo-greci e basiliani

La comunità di Carbone affonda le proprie radici in un passato che risale, grossomodo, all’anno mille. La graduale costituzione dei primi focolai residenziali si registra intorno all’area di quello che ormai è stato ridefinito come “Parco Monastico“. Il documento più antico, ad oggi rinvenuto, circa la presenza del monastero e quindi dei primi insediamenti monastici è dell’anno 1041. I monaci bizantini provenienti dall’Oriente, dopo aver attraversato la Sicilia, incrementarono la loro presenza nelle regioni centro-meridionali fondando numerose comunità giungendo anche a Carbone. E proprio qui edificarono un monastero, intitolato ai Santi Elia ed Anastasio, “unico nel suo genere”: si trattava di un’abbazia che mantenne inalterate le proprie funzioni fino all’anno 1809. Nell’anno 1167 il cenobio carbonese divenne “il baricentro” del sistema basilino dell’intero Mezzogiorno d’Italia: all’abate Bartolomeo venne affidato il controllo materiale e spirituale di tutti i monasteri basiliani situati tra le attuali Puglia e Calabria. Inoltre, da questa data e fino all’anno 1716, il monastero e quindi l’intera comunità di Carbone, risultarono essere ‘nullius diocesis’ (letteralmente: “di nessuna diocesi”) e dipendenti solamente dalla potestà della Santa Sede di Roma. Ulteriore evidenza storica che sottolinea l’assoluta importanza dell’abbazia è costituita dal fatto che nel Seicento ne fu affidata la sua “gestione” al Cardinale Giovan Battista Pamphilj, il quale fu eletto Papa nell’anno 1644 con il nome di Innocenzo X. Pietro Ebner (….), nel suo “Monasteri bizantini nel Cilento – S. Maria di Pattano*”, saggio pubblicato in ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno XXIX-XLIII, 1968-1983, a pp. 175 e sgg, a p. 192 parlando del monastero italo-greco di S. Maria di Pattano in epoca Normanna in proposito scriveva che: “E’ importante far osservare che nel riordinamento dei monasteri italo-greci, re Guglielmo (1167-1168) riunì sotto la giurisdizione dell’archimandrita dei SS. Elia e Anastasio del Carbone tutti i cenobi esistenti tra Salerno, Eboli, Valle del Bradano e Metaponto fino a Trebisacce e Belvedere Marittima. Pertanto, anche S. Maria di Pattano, veniva a trovarsi sotto la giurisdizione di quell’archimandrita.”. Pietro Ebner si riferiva al dominio Normanno sulla regione da parte di Guglielmo II° detto il Buono. Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Viene ricordato come uno dei monarchi siciliani che godette di maggiore popolarità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo”  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense. Sull’affiliazione carbonense il Campagna, a p. 150, nella sua nota (133) postillava che: “(133) L’Archimandritato carbonense, fondato nel 1167-68, disponeva d’un territorio vastissimo, da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano’, in “BBGG”, n.s. XXIV (1970).”. Sempre il Campagna a p. 256, in proposito scriveva che: “I Carbonensi, che avevano ridato impulso al monachesimo greco sulla costa, esercitarono una certa egemonia da Belvedere a S. Giovanni a Piro, fino a quando non furono estromessi dalle organizzazioni religiose della Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore, in Roma. (60).”. Il Campagna a p. 256, nella sua nota (60) postillava che: “(60) L’Archimandritato di Carbone fu a capo di un feudo vastissimo, da Salerno raggiungeva Metaponto, Trebisacce e, sul Tirreno, Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il Monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), e Cronicon Carbonense. Insieme col monastero di S. Giovanni a Piro erano unite alla Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore in Roma, molte grangie della costa. Tra noti monasteri e grangie vengono ricordati S. Pietro a Carbonara di Majerà, S. Nicola di Grisolia, il monastero dei Siracusani di Scalea, S. Maria Maggiore di Tortora e Maratea, S. Costantino di Trecchina, S. Nicola di Sapri, S. Fantino di Torraca, S. Benedetto di Policastro, un non identificato monastero di S. Maria delli Piani, i monasteri di S. Pietro e di S. Croce di Camerota e numerose altre istituzioni monastiche, in D. Damiano, op. cit..”. Riguardo l’opera citata dal Campagna del Cronicon Carbonense si tratta dell’opera di Paolo Emilio Santoro (….) e del suo “Historia monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, pubblicato nel 1601. Santoro stilò una Historia monasterii Carbonensis (1601) in cui ricostruì, con tanto di fonti trascritte, il passato del cenobio. Tra i pochi testi citati (p. 14) figura il ‘De antiquitate et situ Calabriae’ di Gabriele Barrius (1571), attribuito a Guglielmo Sirleto; e alla stregua di quel libro l’opera appare come una storia sacra della Calabria e della Lucania a partire dal 10° secolo. I Normanni sono lodati per aver restaurato il cristianesimo in Sicilia e per le crociate; ma alle loro conquiste risaliva il potere di quei «tyrannunculi» (i baroni) che iniziarono a vessare, e vessavano ancora, i monaci e le popolazioni locali (pp. 46-47). La storia del Regno di Napoli fa da sfondo alla narrazione fin dalla lotta tra Federico II e il papato, difensore dell’Italia dalla crudeltà germanica. L’opera fu tradotta e continuata nel 1859 da Marcello Spena (v. nuova ed. di L. Branco, 1998). Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebre monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Dunque, il Campagna, scriveva che molti monasteri italo-greci o basiliani che erano tantissimi sulle nostre terre subirono le sorti di molte istituzioni monastiche che, in seguito al passaggio del potere dai Longobardi ai Normanni, rifiorirono nuovamente grazie all’influenza esercitata su di esse dall’Archimandriato del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Il Campagna nella sua postilla citava i testi ed i documenti trovati e pubblicati da Gertrude Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; “Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; Biagio Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), tutti testi che ho studiato e verificato attentamente. Su questi testi e sul loro contenuto ha pubblicato un interessante studio Gustavo Breccia (….). Il Campagna poi nin particolare sul monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà, a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Il Campagna (….), nella sua “Storia di Majerà” a p. 30 riferendosi al monastero di S. Pietro a’ Carbonara di Majerà aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà  fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Per quanto riguarda gli antichi documenti che riguardano le affiliazioni carbonensi di alcuni monasteri vorrei citare il saggio di Padre Marco Petta. Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), “I manoscritti greci di S. Elia di Carbone” (….), a pp.. 97-98, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Dunque, padre Marco Petta (….) scriveva  Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia.” e aggiungeva che dei 29 manoscritti superstiti dell’Abbazia di Grottaferrata, nel 1700 furono prelevati da Pietro Menniti e fatti portare al Collegio di S. Basilio a Roma (7) che, nel 1786 furono venduti alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV)(8). Il Petta (….) scriveva che: “….sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata”. Dunque non sono più quelli che possaimo vedere collegandoci alla BAV Archivio Barberini – Abbadie I e Abbadie II ma sono conservati presso la Biblioteca di Grottaferrata. Il Petta cita il Batiffol (…) che credeva che furono trasferiti a Grottaferrata dal Menniti stesso.

Il Monastero e la Chiesa di “S. Pietro a Carbonaro” a Majerà

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a pp. 147-150-151 ecc.. parlando della “Regione mercuriense” ed in particolare della Terra di Majerà, in proposito scriveva che: “Completamente autonoma dalla Terra di Majerà fu l’abbazia basiliana di “S. PIETRO A’ CARBONARA”. Non ci è dato conoscere la data di fondazione, ma, certamente, per essere ubicata nei pressi di “Romano”, di “S. Anario”, “Schiavo” e “Prato” (128), non lontano da “Ftia”, “Campora” e “Pirgolo” (129), località dove la presenza greca e romana ha lasciato tracce indelebili, ma soprattutto per essere su una delle più trafficate vie istimiche per le coste joniche, da “Bocca Palombaro”, e quindi a breve distanza dalla “Badia” di S. Sosti (130), per le stesse strutture murarie, di quel poco che resta, dove sono rilevanti gli avanzi romani, l’abbazia di “S. Pietro a’ Carbonara” fu fra le più arcaiche della costa. Miracolosamente sopravvisuuta alle scorrerie normanne, o ricostruita dopo il consolidamento delle conquiste, godette a lungo il beneficio di “platea”. Sappiamo dall’Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo, ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Lo stesso monastero viene ricordato nella “Dedica” di S. Maria della Matina e nel relativo “Diploma” di Roberto il Guiscardo del 1065, entrambi “falsificazioni” di un originale perduto. Dalle pergamene risulta che l’abbazia era ubicata “in valle que Mercurii nuncupatur” (132). Prima che l’abbazia divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”. I ruderi, andati distrutti da qualche anno, evidenziano le caratteristiche della struttura muraria romana. Del vasto complesso monastico, ora, rimane la sola chiesetta dedicata all’Apostolo (134). Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna (….), a pp. 147-148, nella sua nota (128) postillava che: “(128) Nella “Notizia Dedicationis” del 1065 e in successivi documenti relativi a S. Marai della Matina, A. Pratesi, op. cit., viene menzionato un “vico” o “casale” del “Prato”. Non è facile stabilire se trattasi di “Prato” presso S. Pietro, tuttavia la nostra località ha resti arcaici, di cui molti romani, soprattutto sulla costa ai confini con contrada “Campora”, campus-erat. Sull’autonomia di S. Pietro a Carbonara da Majerà, F. A. Vanni, ms. cit.. L’Autore, oltre ai documenti notarili in proprio possesso, fa riferimento alla delimitazione della Platea del 1545-46, ad opera di Sebastiano della Valle.”. Il Campagna a p. 147 nelle sue note da 129 a 130 postillava della disamina di alcune sue considerazioni che avvalorassero la sua tesi che tuttavia riprendeva i testi manoscritti di alcune Platee di Beni compilate del XVII secolo. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Lo studoso calabro Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 prosegue scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“. Dunque, Orazio Campagna scriveva che l’antichissimo monastero italo-greco o basiliano di S. Pietro di Marcanito a Majerà “divenne “a’ Carbonara” in quanto questo monastero dipendeva dall’Archimandritato di Carbone ovvero dall’Archimandritato del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, a pp. 29-30 riferendosi all’antico monastero italo-greco di S. Pietro di Marcanito a Majerà, oggi del tutto scomparso e, riferendosi proprio all’antica struttura scriveva che: “I resti dell’abbazia, da qualche anno del tutto scomparsi, della chiesetta, nell’ansia del nuovo, è stata completamente deturpata l’antica struttura, evidenziando l’opus mixtum e l’uso del materiale romano sottratto a precedenti costruzioni. L’inventario del 1695-96 eseguito per conto della Cappella romana del S. Presepe, presso Santa Maria Maggiore, riporta “una Chiesa con la d.ta Chiesa che si stà rinnovando è sotto il titolo di S. Pietro a Carbonaro” (38)”.”. Dunque, il Campagna scriveva che già nel 1695-96, ai tempi in cui fu conpilata la “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, l’antica struttura che faceva riferimento all’antico monastero di S. Pietro a Marcanito figurava con il titolo di “S. Pietro a Carbonaro”.  Il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che:“(38) Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” (fol. 139-141, recto et verso), inventario ms. del 1695-96, estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino.”. Dunque, Orazio Campagna (….), a p. 30, sulla scorta del manoscritto del Vanni (….) scriveva che il monastero di S. Pietro di Marcaneto, nell’inventario del 1695-96 (“Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, redatta dal notaio Domenico Magliano, di cui ho pubblicato gli inediti), eseguito per conto della Cappella del SS. Presepe presso la Basilica di S. Maria Maggiore di Roma, a cui era stato annesso con bolla papale da Papa Sisto V, riporta la descrizione del luogo ecc..e poi dice sempre il Campagna che il monastero di S. Pietro di Marcaneto a Majerà non era più sotto questo titolo ma riportava il nuovo titolo di San Pietro a Carbonaro. Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebre monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Dunque, riguardo l’antichissimo monastero italo-greco o basiliano di “S. Pietro di Marcanito” a Majerà, il Campagna faceva esplicito riferimento alla sua nuova intitolazione (come risulta dalla Platea dei Beni etc del 1695-95), ovvero a S. Pietro a Carbonara e faceva esplicito riferimento all’antico monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Il Campagna nella sua postilla citava i testi ed i documenti trovati e pubblicati da Gertrude Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; “Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; Biagio Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), tutti testi che ho studiato e verificato attentamente. Su questi testi e sul loro contenuto ha pubblicato un interessante studio Gustavo Breccia (….). Il Campagna poi nin particolare sul monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà, a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Sempre il Campagna a p. 30 aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Il Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 31 riguardo questa abbazia scriveva che: “Anche presso questa Abbazia, come presso le altre della costa, vi è il toponimo Foresta, che ricorda antiche donazioni di zona boscosa e coltivata, o meno probabilmene, l’estraneità dei Basiliani, in tempi mutati, e nella lingua e nel rito (46). A sud della Foresta si apre la grotta di S. Angelo: S. Michele, l’Angelo per antonomasia. Presso S. Pietro e S. Anario vi è Prato. Un “locus” dallo stesso nome è più volte menzionato in “Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (47), e, nelle stesse “Carte”, localizzato presso S. Marco Argentano (48). Il nostro, ricco di resti greci e latini, conquistato dal Guiscardo, avrà tratto il nome dalla omonima località argentanese.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (40) postillava che: “(46) Il nome, già usato nella toponomastica normanna, indica un vasto territorio, boschivo e coltivato. Nella Platea dei beni e rendite, etc., la Foresta viene delimitata, e la grancia di S. Pietro disponeva che “dal dì di tutti i Santi insino alla Vigilia di Natale, s’intende chiusa, et chi ci và a pascolare, o dannifica per d.to tempo paga alla d.to Chiesa di pena carlini quindeci per ciaschduna volta…”.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (47) postillava che: “(47) A. Pratesi, cit.”. Il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” (fol. 139-141, recto et verso), inventario ms. del 1695-96, estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà  fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Dunque, il Campagna scriveva che il monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà sarà subordinato all’abbazia di S. Giovanni a Piro. Ma vediamo cosa postillava il Campagna. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’.

Nel 1320, in un documento del re Carlo II d’Angiò risulta che il Monastero di “S. Petri de Maiera grancia” dipendeva dal Monastero o Abbazia di S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, dove, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, sulla scorta del Di Luccia (…) ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Pietro Ebner traeva queste notizie dal testo di Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12-13-14, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto Territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli non se ne può dubitare, mentre oltre al dominio dal Monastero de PP. Basiliani in quello eretto, e dal suo Abbate pro tempore esercitato il tutto risulta dalle risposte, che facevano li habitatori di d. loco le quali in recognitione di dominio pagavano le risposte al Monastero, e dalla narrativa di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero, e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi anche un Breve di Sisto IV dell’anno 1473. dal quale si deduce che in quel tempo vi era detto Monastero, & in oltre, da una commissione del Rè Carlo Secondo inserita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..”. Nel 1320, con il quale il re ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa:

Di Luccia, p. 11

Nella trascrizione integrale del documento del 1320, pubblicato dal Di Luccia a pp. 12-13 possiamo leggere che: “Abbatis e Conventus Monastery S. Ioannis ad Pirum fuit Excellentiae nostra nuper expositum, quod cum ipsi per se, e alios eorum nomine tenentes, e possidentes, tenuerint, e possiderint, ac teneant, e possideant tenimentum S. Petri de Maiera situm in pertinentijs Castri Maiera de iurisdictione vestra, Dominus Guglielmus de Molinis praefatos Abbatem, ecc…”. Dunque, in questo documento del 1320 del re Carlo II d’Angiò veniva espressamente citato il Monastero di S. Pietro di Majerà quale grangia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una “Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”:

di luccia, p. 13

(Figg…) Di Luccia (…), op. cit., pp. 11-12-13

Nel 1545-46, la “Platea di Beni e di Rendite del monastero di S. Pietro di Carbonaro a Majerà”, compilata da Sebastiano della Valle

Riguardo Sebastiano della Valle (…), Giuseppe Galasso (…), nel suo ‘Economia e società nella Calabria del Cinquecento’, parlando dei Carafa e dei Sanseverino, a p. 292, in proposito scriveva che: “Lo stesso Sebastiano della Valle operò in seguito la reintegrazione dello stato del Duca di Montalto, nel 1550 (60); e quasi contemporaneamente viene operata la reintegra nelle terre ecc..”. Il Galasso (…), a p. 292, nella sua nota (60) postillava che: “(60) ASN. Processi antichi. Pandetta nuovissima, n. 71/ 56.990.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), a p. 141, nella sua nota (109), postillava che: “(109) Apprezzo della Terra di Majerà del 1723, ms. cit.”. Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, parlando del Monastero e dell’Abbazia di S. Giovanni a piro, scriveva in proposito che: “Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l’”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”.

Nel 1564, l’“Inventarium bonorum” conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc…(13)….”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. Dunque, secondo Francesco Barra, negli Archivi del Capitolo Vaticano di San Pietro in Vaticano si trova la documentazione che riguarda alcune Abbazie.

Nel 1574, la causa tra Girolamo De Vio, Commendatore dell’Abazia di S. Giovanni a Piro e il Monastero di S. Pietro de Carbonaro a Majerà (Calabria)

Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Dunque, il Gaetani scriveva che l’antica Abbazia italo-greca di San Giovanni a Piro, nel 1587 fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe eretta nella Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Interessanti del pari due sentenze, una penale, emessa a seguito di querela esposta “exposita per Laudoniam Triparum Terrae qualiter et adversus Donnum Carolum Pistacchium eiusdem Terrae qualiter noctis tempore ausus ire domun dictae Laudoniae et ianuam aperire et ingredi domum praedictam occasione ipsam carnaliter congnoscendi” che liberava “a meritis dictae querelae totiusque Causae” il predetto D. Carlo e un’altra sentenza emessa da D. Rainaldo Corso contro D. Giovanni de Scielso  per usurpazione dei poteri spirituali sul monastero di Cirella e grancia dipendente, come pure sulla “rurali Ecclesia d. Monasteri S. Petri ad Carbonaro sita in territorio di Majera S. Marci Dioecesis”. Il vicario e visitatore apostolico espressamente delegato da papa Gregorio XIII, Rainaldo Corso, a “istantia inter Rev. D. Hieronymum de Vio Clericum Gaietanum Commendatarium Monasterij S. Ioannis ad Pirum, ordinis S. Basilij, et grancia, seu membro ipsius Monasterij sub vocabulo S. Petri ad Carbonaro sit. in Territorio de Maierari Dioecesis S. Marci” imponeva “supradicto D. Ioanni Scielso Terrae Cirellae” di pagare tutte le spese essendo stato ritenuto colpevole dell’imputazione ascrittagli (17 agosto 1574).”. Orazio Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna, dunque a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Col tempo questa fiorentissima Università andò in decadenza, sia per la diminuzione dei Padri e sia per fattori che resero inconsistente la sua reggenza. Cosa avvenne? Quando l’Abate Nicola, in seguito alla presa di possesso della Diocesi di Policastro, dovette sostituire il nuovo abate infermo, suo successore nella Badia, incominciò pian piano a usurpare i poteri spirituali (giurisdizione), mentre il Conte di Policastro usurpava i poteri temporali. E così fecero pure gli altri vescovi e conti, finchè nel 1574 il Commendatore D. Girolamo De Vio fu costretto ad intentare un guidizio contro D. Giovanni De Scielzo del Monastero di S. Pietro in Carbonaro di Majerà (Cosenza), Diocesi di S. Marco, per la medesima ragione. Questo giudizio fu definito con sentenza di condanna dell’usurpatore, pronunciata dal Rev. D. Raimondo Corso, Referendario di Gregorio XIII, e resa esecutiva in forma pubblica in Lauria dal Notaio Angelo De Juvenibus, fiduciario della Curia Vescovile di Policastro, che ne rilasciava copia il 3 settembre 1574. – Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc…”. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). ”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dallo Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna (…), nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”.

Nel 15 agosto 1585, Lelio Carafa, V conte di Policastro, avendo sposato Vittoria di Loria, divenne anche barone di Majerà

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”. Però, sempre Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Nel 1566 sposò Giulia di Bernardo di Cosenza, vissuta fino al 1625. Dal loro matrimonio nacquero Vittoria e Beatrice. Vittoria, che, in prime nozze, sposò Lelio Carafa dei Conti di Policastro, Capitoli del 15 Agosto 1585, ratificati il 18 gennaio 1587, fu l’ultima baronessa di Casa Loria a Majerà. Ebbe in dote la Terra, con rendite, “jussi”, vassallaggio, giurisdizione delle prime e seconde cause, il Castello, il bestiame e tutto quanto Alfonso possedeva (19). Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Vittoria restò vedova giovanissima. Lo stato vedovile la rattristò tanto che condusse vita da suora, secondo la regola dominicana, nel Castello di Majerà. Da Lelio e Vittoria erano nate due figlie, Giulia e Maria Carafa.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.  Riguardo Lelio Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Ebner, proseguendo il suo racconto sui Carafa diceva pure che: “Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello). E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Riguardo Lelio Carafa della Spina, Conte di Policastro, ha scritto Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”

I Palamolla di Scalea ed i dissesti finanziari della Contea di Policastro

Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75 parlando di Alfonso di loria, Signore di Majerà, in proposito scriveva che: “Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Ecc…”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono. Dunque, il Campagna, sulla scorta del manoscritto di Vanni (….) scriveva che Giovan Giacomo Palamolla di Scalea prestò 9.000 ducati ad Alfonso di Loria che li donò al consuocero Lelio Carafa, conte di Policastro e sposo di Vittoria di Loria per salvare la Contea di Policastro dai gravi dissesti finanziari e debiti in cui Lelio versava. 

Nel 1579, gli Archivi del Capitolo Vaticano e la“Tabula generalis omnium rendentium” conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro e, riferendosi ad un possedimento dell’Abbazia di Bosco nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta.

Nel 28 agosto 1587, papa Sisto V con un suo breve (o bolla “Gloriosa”) stabilì che molte Abbazie della nostra terra passasero in dominio perpetuo  alla Cappella del SS. Presepe presso S. Maria Maggiore (ex ‘Liberiana’) di Roma

Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “La fede degli avi nostri etc…” , a p. 152 parlando della cappella di S. Fantino a Torraca, in proposito così scriveva che: “…..appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). Ecc..”. Il Gaetani a p. 152 nella sua nota (2) postillava che: “(2) L’Abbazia di S. Giovanni a Piro unita dalla Santa Memoria di Sisto V alla sua Insigne Cappella del SS. Presepe eretta dentro la Sacrosanta Basilica di Santa Maria Maggiore. Trattato Historico Legale, nel quale si tratta della sua Baronia Vassallaggio, Dominio, e Giurisdizione del Dott Pietro Marcellino di Luccia ecc.. Roma. L’anno del Giubileo 1700. Luca Antonio Chracas.“. Dunque, il Gaetani, sulla scorta del Di Luccia scriveva che l’antica Abbazia un tempo italo-greca o basiliana di San Giovanni Battista di San Giovanni a Piro fu unita ed incorporata alla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma da papa Sisto V. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – millennio della fondazione etc…”, a pp. 68-69 nel capitolo “III Periodo – Dal passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (1587) al giudizio contro il Vescovo e il Conte di Policastro”, in proposito scriveva che: “Della Commenda Basiliana di S. Giovanni a Piro, giunta ormai ad un grave stato di deperimento fu disposto il passaggio, nel 1587, alla diretta dipendenza della Cappella del SS. Presepe (Cappella Sistina), eretta da Papa Sisto V nella chiesa di S. Maria Maggiore o Liberiana in Roma. Sisto V (42), acquistò dal Capitolo di S. Maria Maggiore l’area necessaria per costruirvi una cappella, che, per devozione alla Vergine Maria, volle intitolare al SS. Presepe. Tale concessione ecc…L’opera così completata divenne Ente morale e fu dotata di un ricco patrimonio. Ecco quello che attesta il Di Luccia: “L’Abbadia di S. Leonardo in Salerno, appartenente ai padri Benedettini con i suoi membri, pertinenze e grangie dette di Caprignano, S. Maria di Casanova, S. Cristoforo in Sarcuni, ed effetti in Battipaglia e in Eboli, in Cipriano, cioè la Baronia di Monte Cervino, nella città di Campagna, nella terra dell’Oliveto delle Serre in Giffoni ed altri beni spettanti alla stessa Abadia di S. Nicola de Butrano de P.P. Basiliani, e di S. Giovanni a Piro della medesima famiglia religiosa Basiliana con diverse grange, Chiese e Cappelle a loro soggette, tutte a detta insigne Cappella, come anche successivamente dalla santa memoria di Clemente VIII (43) furono riunite la Badia di S. Pietro de Cellarijs di Calavello di S. Stefano in Marsico, S. Maria delli Piani, di S. Biagio in Anzi e di S. Silvestro in Lorenzano; furono tutte sottoposte immediatamente alla Sede Apostolica e tutte esenti da qualsiasi giurisdizione dell’Ordinario con tutte le loro ragioni, azioni, rendite e beni, come si legge nella Costituzione adottata, in vigore della quale, correndo l’anno terzo del suo pontificato, detta Cappella il dì 13 novembre 1587, prese possesso dell’Abbadia di S. Giovanni a Piro. In base alle norme costitutive dell’Ente in 30 articoli, la Cappella Sistina ebbe una Commissione Amministrativa (Cardinale, Sacristia, 4 Cappellani, 4 Chierici) che, eccetto il Cardinale, doveva avere i requisiti di idoneità, specie nella cultura, per ottenere la nomina, che veniva conferita con Bolla papale, con l’obbligo di celebrare messe ecc…Trasferito il Cenobio di S. Basilio di S. Giovanni a piro alla Cappella Sistina, il Papa Sisto V, invece di inviare sul posto un Vicario per curare l’amministrazione, ne incaricò il Vescovo di Policastro. Di qui la perdita della giurisdizione, prevista dai cittadini di detta terra. Le usurpazioni si erano già previste prima, sia da parte del Vescovo di Policastro, Mons. Spinelli (46), che da parte del Conte Carafa. Infatti, ecc….Le usurpazioni continuarono, ……., finchè, nel 1574, D. Girolamo De Vio fu costretto ad intentare un giudizio contro D. Giovanni De Scelzo del Monastero di S. Pietro a Carbonaro in Majerà, Diocesi di S. Marco, dipendente dalla Badia di S. Giovanni a Piro, ecc….Quando, il 1° novembre 1587, la Commenda Basiliana passò alla Cappella Sistina on atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, il Vescovo di Policastro, Mons. Ferdinando Spinelli, prese accordi già fissati in precedenza ed amministrò il Cenobio, ormai decaduto da ogni attività. Così il vasto territorio della Badia e l’annesso Casale di S. Giovanni a Piro divenne vero “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti. Ecc…”. Papa Sisto V, nato Felice di Peretto da Montalto e a trent’anni Felice Peretti (morto il 27 agosto 1597), è stato il 227º papa della Chiesa Cattolica (226º successore di Pietro) dal 1585 alla morte; apparteneva all’ordine dei Frati minori Conventuali. Sisto V fu eletto papa il 24 aprile 1585 in Vaticano e fu incoronato nel Palazzo apostolico il 1º maggio da Ferdinando dè Medici, cardinale protodiacono. Assunse il nome pontificale di Sisto in memoria del predecessore  Sisto IV (1471-1484), appartenente anch’egli all’Ordine francescano. Realizzò il completamento della cupola di San Pietro, che il Fontana eseguì insieme a Giacomo della Porta. Nel 1587 Sisto V acquistò dai Carafa la villa di Monte Cavallo (sul colle Quirinale) per farne la sua primaria residenza estiva. La fabbrica dell’edificio fu ampliata fino a raggiungere le dimensioni di un grande palazzo: divenne così il Palazzo di monte Cavallo, poi portato a termine dai pontefici successivi (oggi è il Palazzo del Quirinale). Sisto V inoltre concepì un progetto di grande riqualificazione urbana nell’Urbe, incentrato attorno alla basilica di Santa Maria Maggiore, comprendente l’apertura di sei nuove strade. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di basilica di Santa Maria Maggiore o basilica Liberiana” (perché sul suo sito si pensava ci fosse un edificio di culto fatto erigere da papa Liberio, cosa tuttavia smentita da indagini effettuate sotto la pavimentazione), è una delle quattro basiliche di Roma, situata in Piazza dell’Esquilino sulla sommità dell’omonimo colle, sul culmine del Cispio, tra il Rione Monti e l’Esquilino. È la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte. Sisto V, grande protagonista della trasformazione urbanistica di Roma alla fine del XVI secolo, scelse la basilica come sede di fastosa sepoltura per sé medesimo, per la propria famiglia e per il suo grande protettore papa Pio V. A questo scopo incaricò il suo architetto Domenico Fontana, nel 1585, di erigere una nuova cappella monumentale, dedicata al Santissimo Sacramento, memorabile – oltre che per gli arredi e i materiali impiegati – perché integrava in sé l’antico oratorio del Presepe, con le sculture di Arnolfo, le connesse reliquie e la mangiatoia. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1587 l’abbazia passava in dominio perpetuo (bolla “Gloriosa” di Sisto V, 1585-1590) alla Cappella del Presepe (29). Nell’atto costitutivo della Cappella il papa stabilì che alla morte degli abati commendatari passassero alla cappella predetta i beni “Sancti Nicolai de Butrano, Sancti Ioannis de Piro Policastren. et S. Leonardi Salernitan. Civitatem, vel Dioeces. monasteria Ordinum S. Basilij et S. Benedicti”. A Roma vennero portati la biblioteca e tutti i preziosi, eccetto la stauroteca che era stata portata a Gaeta. S. Giovanni era tassato per 40 e S. Leonardo per 50 fiorini d’oro “in libris Camerae apostolice taxati reperiuntur”. Di S. Giovanni a Piro venne preso possesso il 13 novembre 1587 (29). Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Pietro Ebner, a p. 495, del vol. II, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Istrumento per notar G. Antonio Molfesi di Bosco. Cfr. Ughelli, VII, p. 762.”. Pietro Ebner, riguardo la notizia che l’antico cenobio e poi abbazia di S. Giovanni a Piro che, la bolla n. 58 di Papa Sisto V aggregava alla Cappella del SS. Presepe  presso S. Maria Maggiore in Roma, citava l’Ughelli (…), nel suo vol. VII dell”Italia Sacra’, col. 762. Dal punto di vista storiografico alcune notizie storiche sulle Abbazie del luogo ci arrivano dall’Ughelli (…), che nel 1654, nel suo tomo VII, della sua ‘Italia Sacra’, scrisse sulla Diocesi di Policastro. Il Di Luccia (…), citava l’Ughelli (…), dove vi erano i primi accenni ai Cenobi basiliani e benedettini dell’area e, scriveva correttamente che egli parlava del Monastero di San Nicola di Bosco, nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, a p. 759 e 760. L’Ughelli (…), parlando della ‘Policastrenses Episcopi’ (Diocesi di Policastro), scriveva del “Altera S. Nicolai de Bosco”. L’abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, col. 762 parlando della ‘Policastrenses Episcopi’, scriveva di Bosco:  Abbatiae in hac dioecesi duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vaticanae Basilicae, altera sancti Ioannis ad Pinam unita capellae Praesepis S. Mariae Maioris de Vrbe, beneficia simplicia quam plura, virorum coenobia quatuor, Sanctimonialium septum nullum, quod enim erat in oppido Rocca gloriosa, Turca sustulerunt, hospitalia quatuor, laicorum sodalitia in singulis oppidis singula. Huius civitatis Episcoporum seriem ex actis Concistorialibus, & aliis erutam, monumementis hic ex fide subiecimus, interruptam tamen, & clumbem, cum nullum, relictum sit huius Ecclesia monumentum ab immani Turcarum direptione, miserè enim cum ciuitate omnia in cinerem redacta fuerunt. Sis monasterii Ord. S. Benedicti abitum Monachictum induit in eodem, deinde Cluniacum pergens sub disciplina S. Vgonis Abbatis per aliquot vixit annos, Restitutus est exinde suo Ganensi cenobio, vbi cum virtutibus excellere cepisset; petentibus Clero, & populo una eum Gisulpho Salerni Principe in Episcopopum Policastrensis Ecclesia ordinatus est, qui cum breve tempus illic expendisset exterioris vitae strepitum non ferens, relicta insula, ad monasterium rediit …”, che tradotto significa: “Le due abbazie della Diocesi di Policastro (in questa diocesi), sono state completamente lasciate in questa diocesi e l’abbazia, e l’altro di San Nicola di Bosco uniti al Capitolo della Basilica del Principe degli Apostoli del Vaticano, e l’altra è stata unita alla Cappella del presepe di Santa Maria Maggiore e le azioni di San Giovanni al Piro della costruzione della città, i benefici sono semplici, piuttosto che molti, degli uomini di suore appartenenti alle quattro, delle Suore del setto dell’assenza della giustizia, che nel comune di Rocca Gloriosa, perché era il glorioso, turco raccolse, gli ospedali, e quattro, e ciascuno dei laici dai loro compagni che in ogni città. Concistorio una serie di vescovi della città, sulla base delle evidenze di questo, e per gli altri, cioè, monumenti. Questo è uno della fede, è di interrompe, però, e Clumber, con l’assenza di giustizia, che è stato lasciato è la Chiesa, il memoriale di questo dal sfrenato saccheggio i turchi, sono stati ridotti in cenere misere, mentre eravamo tutti nella città di. Si prega di monastero ORD. S. outlet Monachictum lo stesso vestito, per poi tornare sotto la disciplina di Cluny abate di S. Vgonis vissuto per diversi anni dopo che è stato riportato al suo convento Ganensi, dove eccellono e la sua gente; su richiesta del clero, e alle persone in quello del principe di Salerno, l’Episcopopum Policastrensis Gisulphus la Chiesa è stato nominato da lui, che, quando rifletteva la vita esteriore, o il rumore di essere in grado di sopportare un breve periodo di tempo lì, ha lasciato l’isola, è tornato al monastero,..” :

ughelli, p. 759

(Fig….) Ughelli (…), tomo VII, p. 760

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Ughelli, vol. VII, p. 759

Ughelli, vol. VII, p. 760, sulle abbazie

(Fig…) Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, p. 759-760

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 F 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Dunque, Ebner (…) citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28.PNG

(Fig…) Freccia Marino (…), op. cit., “Abbati”, foglio (pagina) 26, n. 28

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 150 parlando della “Regione mercuriense” ed in particolare della Terra di Majerà, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Dunque, il Campagna scriveva che il 28 agosto l’abbazia di San Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro veniva unita da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe (o cappella Sistina), dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma. Il Campagna a p. 150, nella sua nota (136) postillava che: “(136) Vanni, ms, cit.; G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessiones sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”.”. Il Campagna si riferisce al testo di Giovanni Mercati, Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Studi e Testi 68, anno 1935. Orazio Campagna (….), nella sua “Storia di Majerà” a p. 30 riferendosi al monastero di S. Pietro a’ Carbonara di Majerà aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Dunque, il Campagna riguardo la bolla di papa Sisto V del 28 agosto 1587 scriveva che in Giovanni Mercati vi sono riferimenti e cita la nota (3) di p. 213. Il Mercati, fa riferimento alle relazioni dei vescovi dell’antica Diocesi di S. Marco Argentano il cui Archivio è andato in gran parte distrutto. Inoltre, il Campagna fa riferimento al manoscritto del 1750 di F.A. Vanni che prende le mosse dal Di Luccia. Tuttavia sulla bolla n. 58 di papa Sisto V vi sono dei ripensamenti. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Orazio Campagna (…), a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, scriveva in proposito che: “Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Orazio Campagna, a p. 150, nella sua nota (136), in proposito postillava che:  “(136) Vanni, ms. cit., G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci, etc’, cit.,: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitolorum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc, Roma, 1700.”. Dunque, Orazio Campagna (…) postillava del Di Luccia e del Mercati (…). Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F. A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà  fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza.

Dal 13 novembre 1587 al 15…, il Vescovo di Policastro Mons. Ferdinando Spinelli amministrerà per conto della Santa Sede i Beni e delle Rendite della ex Commenda Basiliana di S. Giovanni a Piro e di altre grange da esso dipendenti

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata  da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.  – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, furono materia di esoso sfruttamento a danno delle comunità religiose e dei cittadini del casale (si riferisce al casale di S. Giovanni a Piro), ecc…L’ingerenza dei Vescovi e dei Conti di Policastro nella predetta ‘Badia nullis Dioceseos’ fu per salvare il salvabile, poichè sarebbe lo stesso finita in mano altrui ecc…Dopo il 1587 le cose peggiorarono anche nel campo della giustizia penale, che veniva usurpata dal Conte di Policastro, che a sua volta amministrava la Giustizia mediante luogotenenti capaci di di ogni sorta di vessazioni….”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Dunque, l’Ebner (….), sulla scorta del Palazzo citava il “Trattato” Di Lùccia (…) dove sono trascritti diversi documenti relativi al Cenobio Basiliano (ex Commenda) di S. Giovanni a Piro e della sua giurisdizione spirituale “usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Pietro Ebner si riferiva al “Trattato” di Pietro Marcellino Di Lùccia (….) ed al suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato a Roma nel 1700. Infatti, Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il “Cenobio” basiliano di S. Giovanni a Piro“, nel suo cap. IV ci parla del passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (Anno 1587), a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “Passata la Commenda Basiliana alla dipendenza della Cappella Sistina (o del SS. Presepe), la Santa Sede avrebbe dovuto inviare sul posto un Vicario per l’amministrazione dell’Abbadia; invece, incaricò all’uopo il Vescovo di Policastro ponendo, così – come dice il Di Lùccia – “la spada in mano all’inimico, donde poi è venuta la totale perdita della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra”, ……mentre la Sede Vescovile di Policastro era occupata da Monsignor Ferdinando Spinelli, il quale, in conformità di precedenti intercorsi accordi, assumeva l’amministrazione del “Cenobio” Basiliano, ormai decaduto da ogni sua attività. Così il vasto territorio della Commenda e quello dell’annesso “Casale”, il cui perimetro complessivo – a quanto afferma il Di Lùccia – misurava ben “quindici miglia” divenne difatto un vero feudo diocesano, con evidenti manifestazioni di indebiti arricchimenti e con oppressioni di ogni genere, degne del più oscuro medioevo. Ecc…Le terre concesse dai Longobardi ecc…ecc…Data la chiarezza dei Documenti riportati dal Di Lùccia nel suo “Trattato”, non potremmo attribuire direttamente al Vescovo di Policastro, Monsigor Ferdinando Spinelli (o Ferrante) Spinelli la responsabilità dei rilevanti o deprecati abusi. Riteniamo, piuttosto, che lo stesso dovette dare segno di estrema debolezza nei confronti dei suoi “affittatori”, i quali, agendo in suo nome, non osservavano, nell’esercizio del proprio mandato, ecc…ecc…”. Proseguendo il Palazzo trascrive e cita la lettera del 25 settembre 1587 che monsignor Spinelli scriveva al Cardinale Mont’Alto ecc…Riguardo il vescovo Ferdinando Spinelli, il Palazzo a p. 90 nella sua nota (7) postillava che: “(7) Si fa presente che, mentre nel “Trattato” del Di Luccia si parla del Vescovo “Ferrante Spinello o Spinelli”, nella Sala degli Stemmi del Palazzo Vescovile di Policastro si trova “Ferdinando Spinelli”. Sempre il Palazzo a p. 94 scriveva che: “Intanto, dopo il passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina, le cose si andarono sempre più aggravando, anche nel campo della giurisdizione giudiziaria penale, la quale veniva usurpata dal Conte di Policastro, che amministrava la giustizia a mezzo di luogotenenti poco scrupolosi e capaci di ogni sorta di vessazione.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – millennio della fondazione etc…”, a pp. 68-69 nel capitolo “III Periodo – Dal passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (1587) al giudizio contro il Vescovo e il Conte di Policastro”, sulla scorta del Palazzo, in proposito scriveva che: Trasferito il Cenobio di S. Basilio di S. Giovanni a piro alla Cappella Sistina, il Papa Sisto V, invece di inviare sul posto un Vicario per curare l’amministrazione, ne incaricò il Vescovo di Policastro. Di qui la perdita della giurisdizione, prevista dai cittadini di detta terra….. Ecc…Quando, il 1° novembre 1587, la Commenda Basiliana passò alla Cappella Sistina on atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, il Vescovo di Policastro, Mons. Ferdinando Spinelli, prese accordi già fissati in precedenza ed amministrò il Cenobio, ormai decaduto da ogni attività. Così il vasto territorio della Badia e l’annesso Casale di S. Giovanni a Piro divenne vero “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti. Ecc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. . Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Pietro Marcellino Di Luccia, nel 1700, pubblicò il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, a p. 8 ci parla del passaggio della contea di Policastro a Giovanni Carafa (della Spina). Continuando il suo racconto, il Di Luccia (…), ci parla delle ingerenze e delle indebite usurpazioni del conte di Policastro, il milite Giovanni Carafa della Spina che nel 1496 ebbe Policastro. Pietro Marcellino Di Lùccia (…), a p. 76, scrivendo del “Terzo Stato di S. Giovanni a Piro”, così scriveva di Bosco e di S. Giovanni a Piro:

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Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Alfonso di Loria e la contea di Majerà

Vittoria di Loria e la Baronia di Majerà

Nel 1598, Vittoria Loria, figlia primogenita di Alfonso di Loria erediterà Majerà

Orazio Campagna (….) parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ , a pp. 145-146 in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. 

Nel 22 settembre 1598, l’inventario dei beni della Terra di ‘Majerà’ appartenuti a Vittoria Loria

Orazio Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.”.

Nel 1599, l’inventario dei beni di S. Pietro a Carbonaro fatto redigere da Giovanna Carafa della Spina

Sempre il Campagna (…), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 aggiungeva che: “Negli Inventari del Feudo, fino al 1599, quando dopo la morte di Vittoria di Loria, ne vennero eseguiti due, un per gli eredi Carafa, Giulia e Maria, e l’altro per la figlia di secondo letto, Olivia Bologna, i beni della grancia di S. Pietro erano stati considerati “liberi” (44). Nel 1650 e nel 1695-96 il Capitolo di S. Maria Maggiore, e, nel 1728, Benedetto XIII facevano inventariare i beni del monastero tramite rappresentanti di S. Giovanni a Piro e della Curia vescovile di Policastro. Nel 1724 ne era abate frà Antonio Magurno, forse l’ultimo abate, difati nel 1750 la chiesa era affidata al sacerdote D. Lorenzo Pignata (45). Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (44) postillava che: “(44) F.A. Vanni, cit. Non sappiamo quanto sia stata determinante, proprio in quegli anni, la presenza dei Carafa di Policastro, nella terra di Majerà.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (45) postillava che: “(45) F.A. Vanni, cit.”.

Nel ……., Giulia Carafa, figlia di Vittoria Loria, baronessa di Majerà e di Lelio Carafa, Conte di Policastro

Nel 22 luglio 1601, Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro e di Majerà si sposano con dispensa apostolica

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”. Il Campagna a p. 163 nella sua nota (191) postillava che: “(191) Figlio di Fabrizio e di Giulia, primogenita di Vittoria di Loria, morta all’età di 21 anni, come si rileva da una lapide in “S. Maria di Casale”, ora S. Domenico, di Majerà.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “…..Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Ecc…”. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello).”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Sempre il Celico (…), nel suo libro su Tortora, parlando di Majerà, a p. 34 in proposito scriveva che: “Da Alfonso fu trasferita a Luise nel 1549 e poi ad Alfonso junior fino al 1558 e da Vittoria, primogenita di Alfonso junior, nacque D. Giulia moglie di D. Fabrizio Carafa conte di Policastro, che portò a titolo e feudo in quella casata, nella quale si estinse questo ramo dei Loria, mantenuti quasi ininterrottamente fino al 1718. D. Giulia, morta nel 1608 a soli ventuno anni e senza eredi, fu sepolta nella Chiesa di S. Domenico di Majerà ove riposava anche il nonno Alfonso……I Carafa, dal 1667 duchi di Majerà, trasferitisi da Pisa a Napoli ecc…”. Dunque, il Celico scriveva che donna Giulia Carafa, figlia di Alfonso Junior Carafa e di Vittoria di Loria, diventò moglie di suo zio Fabrizio Carafa, conte di Policastro e figlio di Federico Carafa. Fabrizio e Giulia si sposarono il 22 luglio 1601 e Giulia Carafa, sua moglie morì nel 1608 all’età di 21 anni. Infatti, Fabrizio poi si risposò.  Chi erano i coniugi, conti di Policastro, Fabrizio e Giulia Carafa ?. Ritornando ai coniugi Carafa, Fabrizio, Conte di Policastro e sua moglie Giulia Carafa, contessa di Majerà, figlia ed erede di Vittoria Loria, contessa di Majerà in Calabria e nipote di Fabrizio Carafa, conte di Policastro che sposò. Dal ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Fabrizio (+ post 3-1630), Patrizio Napoletano. a) = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 sua nipote Giulia Carafa 6° Contessa di Policastro b) = 30-4-1609 Eleonora, figlia del Nobile Giovan Girolamo Santacroce e di Cornelia Gaeta, già vedova di Michele Gentile. E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa”. Dal ‘Libro d’Oro etc..’, leggiamo che il VII° conte di Policastro, Fabrizio Carafa con Dispensa Apostolica del 22 luglio 1601 sposò nel 1608 sua nipote Giulia Carafa che diviene così la VI contessa di Policastro e “che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122)”. Riguardo invece gli sposi e congiunti don Fabrizio Carafa e Giulia Carafa sua nipote, nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che “Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 76, dopo aver parlato di Vittoria di Loria, figlia di Alfonso e sposa di Lelio Carafa, Conte di Policastro, la cui contea il padre Alfonso aveva contribuito a salvare dai dissesti finanziari, in proposito scriveva che: “Intanto il 2 Ottobre dello stesso anno (1597) moriva Alfonso di loria, che veniva seppellito nella Chiesa di S. Domenico (21). Il quattro settembre del 1598 da Vittoria e Fabio Bologna nacque Olimpia, che diventerà monaca presso S. Marcellino di Napoli. Dopo il parto, per infezione puerperale, il 22 Settembre moriva Vittoria (22). Nel 1601 è barone di Majerà Fabrizio Carafa, conte di Policastro e marito di Giulia (23), che aveva ereditato il feudo da Vittoria. A Fabrizio successe il figlio Francesco Carafa. Nel 1638, ecc…”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Si concluse, così, la vita travagliata di questa baronessa ecc..in Vanni etc.”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Giulia Carafa morì all’età di 21 anni, 1608, lasciando il Feudo al figlio, Francesco Carafa, che presentò il “Rilievo” nel 1640. Di Giulia si legge su una lapide posta in S. Maria del Casale: “……”L’iscrizione è sormontata dallo stemma dei Carafa della Spina.”.

Il Campagna si riferisce di F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.

Nel 1608, Francesco Carafa della Spina, VII° conte di Policastro e signore di Majerà e Tommasina Lucrezia Carafa, III° duchessa di Forli

Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ legiamo che: “E1. (ex 1°) Don Francesco (* 1602 ca. + 7-9-1647), 7° Conte di Policastro, Signore di Majerà dal 1608 e Patrizio Napoletano. = 4-9-1629 Donna Tommasina Lucrezia Carafa 3° Duchessa di Forli, figlia di Giovanni Antonio Barone di Forli e di Diana Capece Minutolo (* 22-1-1605 + 7-9-1646)“. Dunque, secondo il ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’, don Francesco Carafa della Spina, figlio nato dall’unione con Fabrizio Carafa e Giulia Carafa, conti di Policastro e di Majerà sposò donna Tommasina Lucrezia Carafa, III° Duchessa di Forli e figlia di Giovanni Antonio Carafa, Barone di Forli e di Diana Capece Minutolo. Don Francesco Carafa, signore della Terra di Majerà lo ritroviamo citato in Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando della terra di Majerà in Calabria, riferendosi a Fabrizio Carafa ed a suo figlio Francesco in proposito scriveva che: “Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Dunque, secondo Orazio Campagna, Francesco Carafa, VII° conte di Policastro, nel 1638 vendette la terra di Majerà. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”.

Nel 1638, don Francesco Carafa vendette la terra di Majerà a Marco Aurelio Perrone, Galantuomo di Buonvicino

Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando della terra di Majerà in Calabria, riferendosi a Fabrizio Carafa ed a suo figlio Francesco in proposito scriveva che: “Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Dunque, secondo Orazio Campagna, Francesco Carafa, VII° conte di Policastro, nel 1638 vendette la terra di Majerà. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”.

Francesco Antonio Vanni

Nel 1650, l’inventario del Monastero di “S. Pietro de Carbonaro” a Majerà redatto dal Vescovo di Policastro su incarico del Capitolo della Cappella del SS. Presepe in S. Maria Maggiore

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito scriveva che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Orazio Campagna (…), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 aggiungeva che: “Negli Inventari del Feudo, fino al 1599, quando dopo la morte di Vittoria di Loria, ne vennero eseguiti due, un per gli eredi Carafa, Giulia e Maria, e l’altro per la figlia di secondo letto, Olivia Bologna, i beni della grancia di S. Pietro erano stati considerati “liberi” (44). Nel 1650 e nel 1695-96 il Capitolo di S. Maria Maggiore, e, nel 1728, Benedetto XIII facevano inventariare i beni del monastero tramite rappresentanti di S. Giovanni a Piro e della Curia vescovile di Policastro. Nel 1724 ne era abate frà Antonio Magurno, forse l’ultimo abate, difati nel 1750 la chiesa era affidata al sacerdote D. Lorenzo Pignata (45). Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (44) postillava che: “(44) F.A. Vanni, cit. Non sappiamo quanto sia stata determinante, proprio in quegli anni, la presenza dei Carafa di Policastro, nella terra di Majerà.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (45) postillava che: “(45) F.A. Vanni, cit.”.

Nel 1669, la causa civile tra i Conti di Policastro Carafa della Spina e il casale e l’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Ferdinando Palazzo (…) che, sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”. Dopo il 1587come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale‘. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 45, così scriveva dell’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700, scrisse un Trattato Storico-Legale sull’antica Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’. Il Cataldo (…), in proposito scriveva che: “L’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia, nonostante i suoi interventi in favore della Cappella Sistina, contro il Vescovo di Policastro, valendosi della “Bulla in Coena Domini” di papa Gregorio XIII (1° novembre 1579) contro gli usurpatori dei diritti appartenenti ad Enti autonomi religiosi, non riuscì ad appianare la situazione.”.

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(Fig…) Cataldo Giuseppe (…), op. cit., p. 45 (dattiloscritto – Archivio Attanasio)

Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in seguito all’incarico datogli dalla Curia Romana di redigere un trattato storico sull’antica abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, uno degli ultimi documenti che consultò fu una ‘platea dei beni e delle rendite’ che l’ultimo Abbate dell’antica Abbazia, ………………….., nel 1565, fece redigere.

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas (Archivio Attanasio)

Lo studioso locale Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicato nel 1991, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il trattato del Di Lùccia riguarda la controversia sorta tra il Cenobio e l’Università di S. Giovanni a Piro e il Vescovo e il Conte di Policastro, i quali avevano usurpato i poteri spirituali e temporali sui due enti, di competenza del Baronato e della Commenda Basiliana. L’autore dedica il libro al Card. Alfonso d’Aragona, che era intervenuto nella controversia giudiziaria e rendeva noto l’intento di volersi svincolare dalla indebita ingerenza del Vescovo e del Conte di Policastro, Carafa della Spina, con l’aiuto del Sindaco Oliviero di Lianza, 1° eletto del tempo, dell’eletto Francesco di Miele e dei cittadini.”. Pietro Ebner (…), riferendosi al casale di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali etemporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’ ecc.., scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”. Ferdinando Palazzo (…) che, sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei dueenti.”. Dopo il 1587come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”Infatti, il Di Luccia (…), nel suo trattato dedica la IV parte a dal 1587 al 1699 alla giudizio (Causa civile) intentata dai cittadini del Casale di S. Giovanni a Piro e dell’Abbate commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi e il conte di Policastro Carafa della Spina. Fu proprio a causa della controversia sorta soprattutto contro le indebite usurpazioni del Conte Carafa che il Di Luccia fu incaricato di scrivere il dotto trattato storico e legale. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”.

(Fig…) Marino Freccia, op. cit., p…..

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”. Sempre a proposito dell’interessante causa intentata nel 1669 dai cittadini di S. Giovanni a Piro, sulla scorta del Palazzo (….), a quanto ciò detto vorrei ricordare l’interessante notizia riguardante il passaggio della Commenda Basiliana di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina ricordata da Carlo Bellotta (….), in un suo studio recente che, a p. 13 riferendosi alla Causa civile intentata dai cittadini di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo di Policastro ed i Conti di Policastro Carafa della Spina di cui il Di Lùccia fu incaricato di istruire l’ampia sua memoria o “Trattato” (pubblicato nel 1700), in proposito scriveva che: “i “poteri” rivali della comunità sangiovannese non rinunciarono alle loro pressanti richieste sul territorio, dato che la causa giunse nel 1789, quasi un secolo dopo il suo inizio, all’attenzione di un tribunale. Il 12 giugno di quell’anno fu redatta una memoria, scritta per la Cappella del SS. Presepe e presentata alla Suprema Real Camera di Napoli in cui si percorrevano le vicende delle abbazie di San Giovanni a Piro, di San Leonardo in Salerno e di San Nicolò in Butramo e del loro passaggio alle dipendenze della Cappella Sistina. Purtroppo anche di questa causa non si hanno sentenze; l’unica certezza è che il Cenobio sangiovannese rimase in possesso della Cappella Sistina fino alle leggi eversive della feudalità emanate il 2 agosto 1806.”. Dunque esiste una “Memoria” scritta del 12 giugno 1789, scritta per la Cappella del SS. Presepe e redatta e presentata in una Causa tra vertente presso la Real Camera di Santa Chiara. La Real Camera di Santa Chiara era un organo del Regno di napoli nel periodo borbonico, con funzioni giurisdizionali e consultive, incaricato altresì di conservare gli atti della Cancelleria del Regno in sostituzione dell’abolito Consiglio Collaterale, di estrazione vicereale. La Real Camera fu istituita con una prammatica sanzione di Carlo di Borbone datata 8 giugno 1735, quando il sovrano era da pochissimo salito al trono ed era intenzionato ad istituire un “governo giusto, forte, uniforme e tranquillo, duraturo e incorruttibile“.

Nel 1695-96, la Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatta dal notaio Domenico Magliano

Riguardo l’interesantissimo documento ho dedicato un mio saggio ivi pubblicato a cui rimando per ulteriori approfondimenti.

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…)

In questo studio, pubblico un interessantissimo documento inedito – le cui immagini originali – sebbene fosse stato più volte citato dagli studiosi – non sono mai state pubblicate. Questo studio, ha il duplice scopo di restituire agli studiosi un documento originale conservato all’Archivio della Diocesi di Policastro ma mai pubblicato e, nel contempo – attraverso questo antico documento testimonianza del nostro passato – vorrebbe restituire un breve tratto della nostra storia. Si tratta, come vedremo di un documento notarile del 1695-96, redatto dal Notaio Domenico Magliano (…) (Fig. 1). Si tratta di un documento citato più volte da alcuni studiosi di storia locale come il Gaetani (…) che, pubblicò uno stralcio trascritto. Il documento (3) in questione “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96 (Fig. 1), redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96. L’antico documento notarile manoscritto su carta vergata, del 1695-96 – di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali che riguardano i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro, posseduti nel territorio di Torraca e quindi anche del territorio Saprese – che a quel tempo era sottoposto alla baronia dei Palamolla di Torraca –  è conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (A.D.P.)(3) (Figg. da 1 a s.). Dal punto di vista bibliografico e storiografico, l’antico documento (…), è stato più volte citato dal Gaetani (4). Il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri o ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Tancredi (6), alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. In questo mio saggio pubblico per la prima volta alcune pagine originali tratte dal manoscritto conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, avuto per gentile concessione dal Bibliotecario Don Pietro Scapolatempo. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (4), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il ‘Libro di memorie’ di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc….Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113. Nel 1587, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile, vi furono sempre continui conflitti legali (10-11-12-13).

Nel 1695-96, la “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96

Dopo il Palazzo (15) ed il Cataldo (…), che la citarono, Luigi Tancredi (6), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′, pubblicato nel 1991, nel capitolo “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s., (3), la esaminò, scrivendo nelle sue note: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. PARVULUS DATUS EST NOBIS CUI NOMEN ‘J.H.S.’. Die primo mensis 8bris anni currentis millesimi sexcentesimi nonagesimi quinti in Terra Sancti Joanni ad Pyrum. Constitutis in nostra praesentia praesentibus pro pro testibus RR. D. Francisco Zito, D. Joseph de Lianza Sacerdotibus dictae Terrae, U.J.D. Joanne Antonio Ursaja, et Doctore Physico Joanne Baptista de Alesio, Ill.mus ac Rev.mus D.nus Egidius Surrentino ejusdem Terrae Sancti Joannis ad Pyrum Procurator Generalis, ac ad hoc specialiter deputatus ab Ill.mo et Rev.mo Domino D. Vincenzo Petra Signaturae Justitia SS.mi Domini nostri Papae votans Insignis Cappellae SS.mi Praesepis in Sacrosancta Basilica S. Mariae Majors de Urbe Praepositus, et ab aliis Dominis Cappellanis dictae Venerabilis Cappellae pubblico Procutatoris mandato fierique rogamus manu nostri Simonis de Comitus sub die decima quarta Maij praesentis anni 1695 Romae, cujus tenor talis est, ut videtur.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), a p. 73 del suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’ esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “L’entità dei beni consiste in terreni coltivati da vassalli o custodi. Nel comprensorio di San Giovanni a Piro sono 1444, mentre in altre località sono 261. Sono compresi pure alcuni casalini  o case ed introiti vari (censi in grano, mosto, olio, ecc..). I vassalli sono 482, compreso i membri del Clero, a sè stante, con 13 sacerdoti singolarmente, una Congrega, un Monastero, 14 Cappelle. Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “La Platea manoscritta, comprende n. 170 fogli (= 340 pagine, recto (r.) et verso (v.), complete quasi tutte, formato protocollo. Fu redatta dal Sig. Domenico Magliano Notaio di S. Giovanni a Piro negli anni 1695-96. E’ un libro o Registro di Amministrazione. Inizia con un indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati, procede un cappelletto storico legale di 5 pagine, e segue l’esposizione dei fondi rustici, indicati col termine di generico di beni (bona) e relative rendite (in ducati, carlini, grana e tarì). Alla fine di ogni pagina c’è il risultato complessivo (totale parziale). I beni (bona) sono generalmente indicati secondo il tipo di coltivazione o produzione (vigne, castagneti, oliveti, orti, ecc..); manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari. Semplicemente è indicata la contrada (in loco dicto…) ed i confini con altri beni o poderi (juxta bona…, fine…).”.

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(Fig…..) I Beni dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro secondo il Tancredi (6)

Nel 1695-96, i possedimenti nelle “Località Extra” dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, citati nella “Platea dei beni e delle rendite etc.” compilata dal notaio Magliano

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(Fig…..) Pag. 139 della ‘Platea dei beni dell’Abazia di S. Giovanni a Piro del 1695-96′ – possedimenti “Extra” a Mayerà (Calabria)

Da questi tre documenti citati (3-17-18), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Il documento del notaio Magliano (3) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Il documento (3), di cui il Gaetani (4), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (9) e dal Tancredi (6). Il documento (3), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini di alcuni possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, in alcuni paesi della nostra zona – tra cui anche quello Saprese – all’epoca della stesura dell’antico documento, facenti parte della Baronia di Torraca. I beni e possedimenti dell’antica Abbazia basiliana, arrivavano fino in Calabria. Questi beni e possedimenti erano il frutto di donazioni Longobarde e Normanne e quindi erano molto ma molto più antiche dell’epoca di stesura del documento (3) stesso. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro, citate dal Di Luccia (5), circa la presenza in altri luoghi di alcuni beni come ad esempio le due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (S. Phantini), nel territorio Saprese e di Torraca (5) – di cui peraltro, abbiamo pubblicato ivi uno studio a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino a Torraca (in realtà era sita nell’attuale territorio saprese), esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (3) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Il Di Luccia (5) scriveva che: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..”. Infatti, dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Il documento (3), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. La notizia ci arriva da Ebner (…) che scrive in proposito: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Il Di Luccia (5), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..” . Il Gaetani (4), a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.” (10). Il Cappelli (…), a p. 313, nelle sue note (55) postillava: “(55) V. il mio saggio, in questo volume, ‘Il Monachesimo basiliano e la grecità medioevale nel mezzogiorno d’Italia’.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci dal Laudisio (…), secondo cui, i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341). La notizia potrebbe essere connessa con quanto asseriva il Cappelli (…) che a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc.. (39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, a pp. 150-151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma:……”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio, e poi aggiunge che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta Basilica, cioè: …..ecc…. (come si può vedere nell’immagine) e: “Altri Monasteri mentovati nella vita di S. Sabba.”, al n. 25, cita il “Monastero de’ Marcari”. Il Martire (…), quando scrive di “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3″, si riferisce a Pietro Marcellino Di Luccia (…), che, nel 1700, scrisse ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’.

martire, p. 150

Martire D., p. 151

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Nel 1700, il Catasto Onciario ed i possidenti di Sapri conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli

Il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale.  Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari.  Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

Di Luccia

(3) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 8 e s. Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017. Si veda pure: Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giobanni a Piro e cenni storici ecc.., ed. Di Giacomo, Salerno, 1961, ristampa 2006, p. 19

(4) Sac. Porfirio Gaetano, Policastro, stà in ‘D’Avino, Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie del Regno delle due Sicilie, Napoli, ed. Ranucci, 1848, p. 537 e s.

(3) (3- Anastasi. Bibl. in papa Paulo, opud Bern. hist. haer. tomo 2, seculo 8, pag. 399). Si tratta dell’opera di Anastasio Bibliotecario. L’opera è contenuta in Bernino Domenico (…), Storia di tutte l’eresie o “Hitoriae Haeresiae”, tomo II°, secolo VIII, p. 399.

(5) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(6) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoesche, pp. 102 e 134.

(7) Pellegrino Camillo, Historia principum Longobardorum, Napoli, ed. tip. de Simone, 1753, to-mo IV, p…. Si veda pure: Pellegrino C., Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751. Si veda pure dello stesso autore: Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651

(8) Ammirato Scipione, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, ed. Marescotti Giorgio, 1780.

(9) Niceforo, Ioannis Antiocheni Fragmenta ex Historia chronica, stà in………………………….

(10) Hirsch F., Ducato di Benevento sino alla caduta del Regno Longobardo, traduzione di M. Schipa, ed. L. Roux e C., Torino, 1890, p. 56

(12) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota 20: Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5. Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F. (3), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”. Si veda pure: Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’I-talia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

(13) Natella P. Peduto P., Pixous – Policastro, estratto da ‘Universo’, rivista di I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay I, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253.

(14) Pontieri Ernesto, I Normanni nell’Italia meidionale, p. 54

(15) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, p. 536, parla di Policastro.

(16) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996; si veda pure: Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII; si veda pure: Rohlfs G., Colonie galloitaliche sul Golfo di Policastro (Galloitalienische Sprachkolonien am Golf von Policastro (Lukanien), in Zeitschrift fur Romanische Philologie, 61, 1941, pp. 79-113, stà in Rohlfs G.,  Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, ed. Congedo, Galatina (LE), 1988, ristampa anastatica, pp. 39 e s.

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(17) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 69 e p. 73 del testo di Visconti, p. 17 e s.

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(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Attanasio)

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda:

(….) Campagna Orazio, Storia di Majerà, ed. Brenner, Cosenza, 1985 (Archivio Attanasio)

(…) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21

(…) Savaglio Antonello, ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’, ed. Orizzonti Meridionali, 2014 (Archivio Attanasio)

(…) Azzarà G., I Sanseverino nella storia d’Italia, nella rivista “Studi Meridionali”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335

(…) Campanile Filiberto, L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (Archivio Attanasio)

(….) Vacchiano Amito, Scalea antica e moderna – Storia e protagonisti dalle origini al Settecento, ed. Salviati, Scalea, 2006 (Archivio Attanasio)

(….) Celico Giovanni, Tortora e terre vicine cronaca e storia dal 1600 al 1700, ed. Editur Calabria, Soveria Mannelli, Catanzaro, 1998 (Archivio Attanasio)

(….) Campolongo Amato e Giovanni Celico, Vanni Francesco Antonio, Memorie della terra di Majerà, editur Calabria (Archivio Attanasio)

Robinson Gertrude

(….) Robinson Gertrude M.A., ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss.

Jamison, The norman etc.PNG

(…) Jamison Evelin M., ‘The Norman Administration of Apulia and Capua, more Especially under Roger II and William I, 1127-1166 , in: Papers of the British School at Rome 6 (1913) 211- 481; Reprint of the Edition 1913, edited by Dione Clementi and Theo Kölzer, Aalen 1987 (Archivio Attanasio)

(…) Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71

Nel 1097, Scido (Sapri ?) in un documento Normanno

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche della epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Oggi pubblichiamo un documento unico per la nostra storia, pubblicato da uno studioso nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio di Sapriin cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Bonati) (Figg. 1-2-3), andato perso nelle note vicende belliche (7), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (3) (Fig. 1).

Cattura

Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (3)

Alcune considerazioni sui documenti pubblicati dal Trinchera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 436-437, nel capitolo “2. Adelasia reggente”, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, in proposito scriveva che: “Non rare volte Ruggero, nei suoi frequenti viaggi attraverso la Calabria e la Sicilia, suoi diretti domini, desiderò di essere accompagnato dalla giovane consorte (55); ed ella, da parte sua, non esitò a seguirlo fin sui campi di battaglia.”. Pontieri, a p. 437, nella nota (55) postillava: “(55) Ciò risulta da alcuni diplomi di concessioni fatte da Ruggero durante queste sue peregrinazioni; qualcuno di essi è firmato dalla stessa Adelasia. Il suo nome o il suo ricordo appare anche in alcuni atti di donazioni di terre da parte del conte Ruggero a Bruno di Colonia, il fondatore della celebre certosa di Calabria, sorta e favorita per il contributo che veniva a dare all’opera di rilatinizzazione di questa regione. Gravano però su questi documenti – tra i quali pure quelli firmati da Adelasia – fortissimi sospetti di falsificazione; vengono, ad esempio, denunciati i documenti: a) anno 1094, in ‘Regii Neapolitani Archivi Monumenta edita et illustrata, vol. V (Neapoli, MDCCCLVII), pp. 208-211, n. CCCCLXXX; b) anno 1098, Ibidem, pp. 245-46, n. CCCCXIV; anno 1098, Ibidem, pp. 249-54; d) anno 1102, Ibidem, pp. 278-80; e) anno 1097, in Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, cit., pp. 77-78, n. LX; f) anno 1101, Ibidem, pp. 86-88, n. LXIX. Gli originali di questi documenti, già conservati in gran parte nell’Archivio di Stato di Napoli, sono andati distrutti, per cui svanisce il desiderio di un riesame di essi dal lato sia paleografico, che diplomatico. Ma già tali carte, in seguito alla pubblicazione fattane dal Tromby, Storia critico-cronologica-diplomatica del patriarca S. Brunone e del suo ordine Cartusiano, Napoli, 1773-79 (tomi 10), furono oggetto di accalorate controversie: la loro autenticità sostenuta dal Tromby, fu impugnata dal Vargas-Macciuca, Esame delle vantate carte e dei diplomi dei RR. PP. della Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria, Napoli 1775, dal Di Meo, Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, nel tomo VIII, e da altri (v. B. Capasso, Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 558 al 1500, ed. E. Mastroianni, Napoli, 1902, p. 96-7, n. 1). In tempi a noi più vicini un’analisi diplomatica, piutosto sommaria, è stata fatta da Chalandon, op. cit., vol. I, pp. 304-07, in nota. Certamente non pochi sono i documenti spuri relativi alla formazione del patrimonio terriero della Certosa di Calabria; tuttavia, senza entrare nell’intimo della grossa questione, mi pare che una condanna totale sia eccessiva. Ho l’impressione, per esempio, che il documento precedentemente indicato con b, appartenente al 1098 e collegantesi all’assedio di Capua, sia autentico non solo perchè in regola col formulario diplomatico della cancelleria del conte di Sicilia, ma anche perchè i dati storici ivi ricordati concordano con quelli analoghi forniti da altre fonti.”. Dunque, il Pontieri faceva alcune considerazioni sulle antiche pergamene greche pubblicate dal Trinchera scrivendo che alcuni autori hanno ritenute false questi antichissimi documenti. Altre considerazioni le faccio io su ciò che scriveva Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 20, in proposito scriveva che: “Che il Vallo e il Cilento meridionale si trovassero al di qua della linea – peraltro alquanto mobile – di confine tra il Principato longobardo di Salerno e il Catepanato vien confermato, inoltre, dall’espansione del monachesimo occidentale, etc…Tanto più che il Cilento, e pertanto anche il contiguo Vallo di Diano – ad esclusione dell’Actus Lucaniae o Cilenti, sede del solo gastaldato longobardo sicuramente presente in terra lucana e delimitato a oriente e mezzogiorno dal corso dell’Alènto, ‘ad duo flumina’ -, riceveva il controllo giuridico bizantino, dal momento che ancora nel 1097 in una carta greca di Vibonàti, ‘in ambitu civitatis Bonati, si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento, secondo la formula della secolare consuetudine notarile, probabilmente ormai ripetuta macchinalmente, μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης, mnhjite mnhjite viskòmnhjis mnhjite tumarkhjis (F. Trinchera, LXIV, pp. 80-81). A Padula, come in tutto il Cilento meridionale e nelle regioni italiane di diretta pertinenza di Bisanzio etc…”. In questo passaggio, Tortorella cita proprio il documento che viene illustrato nell’immagine posta sopra. Si tratta di un’antichissima pergamena greca conservata nel grande Archivio di Napoli, ormai andata persa a causa della distruzione causata da un incendio nel 1943 dalle truppe tedesche dell’Archivio all’epoca trasferito a S. Paolo Belsito. Il Documento è il n. LXIV pubblicato da Francesco Trinchera (…..), nel suo “Syllabus graecarum membranarum”, pubblicato a Napoli, nel ……… a p. 80 per l’anno 1097, come si può vedere nell’immagine sopra. In primo luogo il Tortorella citando il documento in questione scriveva che riguardava “Bonati”, ovvero Vibonati. Il toponimo di “Bonati” è il toponimo che veniva utilizzato al tempo in cui il Trinchera pubblicò le antiche pergamene e veniva usato per indicare il piccolo e antico paese di Vibonati, non molto distante da Sapri. Fu il Trinchera che nella traduzione del testo greco dell’antica pergamena scrisse “Bonati” pensando che si trattasse di “Bonati” cioè Vibonati. Ma nel testo greco dell’antica pergamena del 1097, non è scritto “Bonati” ma è scritto “Scido”. Il toponimo di “Scido” è quello a cui è riferita l’antico privilegio concesso al monaco Sergio. In questo saggio dimostrerò che l’antica pergamena greca del 1097 riguarda un privilegio concesso al monaco Sergio di “Scido” e dimostrerò che per “Scido” si intendeva il territorio di Sapri. Il Trinchera nell’intestazione sua dell’antica pergamena, a p. 80 scriveva: “Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias Sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facoltate aedificandi ibidem monachorum domos.”, ovvero che: Oddone Marchese dona al monaco Sergio le chiese di San Fantino e di Santa Ciriaca, con la facoltà di costruirvi case per i monaci.”. Il Trinchera nel tradurre il testo dal greco al latino, a p. 80 scriveva: “Cum exploratum mihi sit te esse virum fidelem ac prudentem, et in viis domini in ambitu civitatis Bonati monastica vita celebrari, secundum Apostolum Paolum, qui diserte ait: Diligentibus deo omnia etc..”, che tradotto significa: Quando mi seppi che eri un uomo fedele e prudente, e che la vita monastica si celebrava secondo le vie del Signore nelle vicinanze della città di Bonati, secondo l’apostolo Paolo, che dice eloquentemente: Tutte le cose da coloro che amano Dio etc…”. Dunque, è il Trinchera che traduce “Bonati. Inoltre, il Trinchera, a p. 81 continuando la traduzione del testo greco dell’antica pergamena scriveva in latino che: “……et rogatu ac postulatione meorum procerum et famulorum, trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido, et venerabile templum sanctae et invictae martyris Cyricae de Phitali (cum facultate) aedificandi ibidem manachorum domos. Item dono tibi praedicta (templa) cum suo utrusque ambitu; quorum qui ad sanctum Phantinum spectat (incipit) a Surbiano extante ad partem superiorem ecclesiae, et discendit vallis, ubi occurrunt Sancti Latices, et vadit ad confluentem Nigri, et ascendit Armus usque ad virgulta, et recta ducit ad verticem, et clauditur ad praedictum Surbianum. Ambitus vero sanctae Cyriacae (incipit) ab Agrimilia, quae respicit superiorem partem ecclesiae, et descendit recta usque ad flumen, retcaque ascendit domum Phillae de Tangaria, et pergit ad Abbuccos superiores, et clauditur ad praedictam Agrimiliam.”, che tradotto significa:  “…..e su richiesta e richiesta dei miei nobili e servi, ti consegno il venerabile tempio del nostro santo padre Fantino di Scido, e il venerabile tempio della santa e invincibile martire Cirica di Phitalis (con la capacità di costruire case per i monaci Là). Parimente vi do i suddetti (templi) con i rispettivi ambienti; di cui colui che guarda verso San Fantino (parte) da Surbianus, stando nella parte superiore della chiesa, e discende la valle, dove incontrano i Santi di Latices, e va alla confluenza del Nigris, e risale l’Armus come fino ai cespugli, e conduce diritto alla cima, e chiude al suddetto Surbianus. Ma il circuito della santa Ciriaca (parte) da Agrimilia, che sovrasta la parte alta della chiesa, e scende diritto al fiume, e va diritto fino alla casa di Fila di Tangaria, e prosegue fino agli Abbucci superiori, e chiude presso la suddetta Agrimilia.”. Dunque, il Trinchera scriveva “ti consegno il venerabile tempio del nostro santo padre Fantino di Scido etc…”.

Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (3)

Il Trinchera, a p. 81 traduceva in latino che la chiesa di S. Fantino Parimente vi do i suddetti (templi) con i rispettivi ambienti; di cui colui che guarda verso San Fantino (parte) da Surbiano, stando nella parte superiore della chiesa, e discende la valle, dove incontrano i Santi di Latices, e va alla confluenza del Nigro, e risale l’Armus come fino ai cespugli, e conduce diritto alla cima, e chiude al suddetto Surbiano.”. Cerchiamo di capire questo passaggio. Oggi la chiesetta di S. Fantino si può vedere in un podere oggi ricadente nel Comune di Torraca ma molto distante dal centro abitato di Torraca. Non è moltissimo distante dall’attuale comune di Sapri. Innanzi spiegherò meglio dove essa si trova. Nel passo del Trinchera troviamo i toponimi di “San Phantini”, “Surbianus”, “Sancti Latices”, “Nigrus”, “Armus”.

Nel 1097, quali contee e quali dominatori ?

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando dela Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 20, in proposito scriveva che: Che il Vallo e il Cilento meridionale…. –  riceveva il controllo giuridico bizantino, dal momento che ancora nel 1097 in una carta greca di Vibonàti, ‘in ambitu civitatis Bonati, si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento, secondo la formula della secolare consuetudine notarile, probabilmente ormai ripetuta macchinalmente, μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης, mnhjite mnhjite viskòmnhjis mnhjite tumarkhjis (F. Trinchera, LXIV, pp. 80-81).”. Il Tortorella, sulla scorta di ciò che aveva scritto il Trinchera sul documento poco fa esaminato, scriveva che “…..si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento.” perchè ripete la formula tradotta dal greco dal Trinchera: μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης”. Il Trinchera, a p. 81, traducendo il testo greco scriveva in latino che:  “Item et ex monachis qui sint ex mea iurisdictione, quoscumque arcessere potueris, habeas ipsos, amota omini molestia et detrimento, usque ad finem vitae tuae; et memo habeat potestatem te tuosque successores vexandi, nec filii mei, nec aliquis ex parte mea, neque Strategus, neque Vicecomes, neque Turmarcha, nec faciendi……usque ad unum obulum, nisi mihi meisque successoribus hoc tu feceris: et nostri commemorationem facias in sacris diptychis, nec alium agnostas dominum praeter me, meosque successores; etc…”, che tradotto vuol dire: Allo stesso modo, tra i monaci che sono della mia giurisdizione, chiunque tu possa trovare, allontanali dal presagio di difficoltà e perdita, fino alla fine della tua vita; e lasciami avere il potere di molestare te e i tuoi successori, né i miei figli, né nessuno dalla mia parte, né Stratego, né Viceconte, né Turmarca, né di fare… fino a una cosa, a meno che tu non mi faccia questo e i miei successori: e fate una commemorazione dei nostri nei sacri dittici, e non riconoscete altro signore che me e i miei successori; etc…”. Dunque, questa traduzione vuole dirci che nel 1097, i dominus dell’antica concessione, Odo Marchisio ed Emma, dicevano al monaco Sergio, monaco di “Scido” che, né Stratego, né Viceconte, né Turmarca” avevano o avrebbero potuto avere in futuro il potere di modificare il privilegio che loro gli avevano concesso. Dunque, la notizia del Tortorella non è del tutto corretta a mio parere perchè, in quel periodo, nell’anno 1097, come io credo, la costa ed il territorio interno del Cilento meridionale, fino al Vallo di Diano si trovava conteso dai vicini Bizantini che premevano da parte della Calabria e delle Puglie, ma vi era anche la guerra che era scoppiata tra i Normanni dellepoca, ovvero Boemondo I, figlio di Roberto il Guiscardo, i cui possedimenti erano quasi tutti in Puglia e di cui era molto probabile che Emma e Odo Marchisio non si rassegnavano alla successione del fratellastro Ruggero Borsa. Dunque, in questo periodo, anno 1097, in cui a Boemondo, veniva riconosciuto il Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, secondo l’antica pergamena del 1097, la sorella di Boemondo I, Emma d’Hauteville e suo marito Oddone Marchisio, ebbero un ruolo fondamentale sulle nostre terre. Ma trattandosi dell’anno 1097, credo che i dissidi tra i due fratellastri, Ruggero Borsa e Boemondo non centrino nulla con i due personaggi della pergamena, Odo Marchisio e Emma, loro zii. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia con il fratellastro Boemondo I. Ruggero Borsa, nel 1092, qualche anno prima dell’anno dell’antica pergamena (1097), si era sposato con Adela di Fiandra dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia. Dopo la sua morte, qualche anno dopo il 1097, nel 1111, Ruggero Borsa morì e si aprì la successione ed il figlio Guglielmo II di Puglia fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Subito dopo la morte di Ruggero Borsa, essendo il figlio Guglielmo minorenne dal 1111 al 1114, vi fu la reggenza della madre Adala di Fiandra. Alla morte del marito Adelaide governò come reggente per il figlio dal 1111 al 1114 per poi morire un anno dopo nel mese di aprile del 1115. Dunque cosa avvenne nell’anno 1097 ? Ruggero Borsa era ancora il dominus di queste nostre terre fino alla sua morte avvenuta nell’anno 1111 ?. Nel maggio del 1098, sollecitato dalle richieste del cugino Riccardo II di Capua, diede inizio insieme allo zio Ruggero di Sicilia all’assedio della città di Capua, dalla quale il principe era stato esiliato sette anni prima in quanto minorenne. In cambio, il duca ebbe da Riccardo un formale atto di sottomissione alla sua signoria. Ruggero mantenne l’impegno assunto e Capua cadde dopo quaranta giorni di assedio. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, a p. 227, in proposito scriveva che: “Scomparso il Guiscardo, l’erede duca Ruggero (cap. 42) non ha l’autorità e la forza occorrenti per reprimere le pretese del fratello Boemondo e i disordini della Puglia. E’ necessità ricorrere all’aiuto del Conte di Sicilia, il più forte ed il più autorevole dei signori normanni sopravvissuti al Guiscardo. Il conte Ruggero interviene e stabilisce la pace fra i due fratellastri (L. IV, cap. 4); nè in seguito egli si astiene dal ridare il suo appoggio al nipote duca Ruggero, ogni qual volta contro di lui insorgono feudatari riottosi, come Mihera e Guglielmo di Grantmesnil (cap. 9, 10, 21), o città insofferenti di freno, quali Cosenza, Rossano, Castrovillari (capp. 17, 22)…..il Duca di Puglia fa allo zio concessioni, che finiscono col rendere quest’ultimo unico signore della contea di Calabria e di Sicilia, annullando praticamente il legame feudale che la rendeva dipendente dal ducato di Puglia.”. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 62, nella nota (152) postillava: “(152) Proprio nel 1086 Ruggiero, succeduto nell’anno precedente al padre Guglielmo il Guiscardo, insieme col fratello Boemondo ai signori normanni di Calabria e di Lucania, firmando nel ‘Palazzo’ di Salerno i diplomi di donazione all’arcivescovo di Bari, a Pietro abate di Cava, alla Santissima Trinità di Venosa. Concesse altre donazioni in Palermo e ancora, nel 1094 in Salerno, alla Trinità di Cava (Cfr. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Paris, 1907 (cito dalla ristampa New York, Burt Franklin, 1969), I, pp. 289-300, e II, pp. 584-585). Cfr. pure Guillaume, op. cit., 70-73.”.

EMMA D’ALTAVILLA e ODDONE BONMARCHIS

Wikipedia leggiamo che Roberto il Guiscardo, dall’unione con Alberada di Buonalbergo ebbe due figli, Emma e Boemondo. Emma (1052 circa – ?), che sposò Oddone Bonmarchis ed ebbe per figlio Tancredi, principe di Galilea (c.1072 – 1112). Da Wikipedia leggiamo che Alberada di Buonalbergo (Buonalbergo, 1033 circa – luglio 1122) fu la prima moglie di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria dal 1059 al 1085. Anch’ella di stirpe normanna, sposò il Guiscardo tra il 1051 e il 1052, quando questi era ancora un piccolo nobile dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Era la zia, la sorella del padre, di Gerardo di Buonalbergo, che all’epoca offrì il proprio sostegno all’ascesa di Roberto facendogli dono di duecento cavalieri, che Alberada gli portò in dote al momento del matrimonio. Dall’unione nacquero due figli:

  • Emma, madre di Tancredi principe di Galilea, sposa di Oddone Bonmarchis (della famiglia dei signori del Monferrato)
  • Boemondo, primo principe di Taranto e di Antiochia

Su Wikipedia leggiamo “Emma Guiscardo Altavilla”. Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: Emma di Hauteville (verso il 1080 a 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Pierre Aubè (…), nel suo ‘Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo’, nella ‘Parte Prima’, nello schema “Discendenza di Roberto il Guiscardo”, egli spiega che Roberto il Guiscardo, ebbe dalla prima moglie “Alberada di Buonalbergo”, due figli: la figlia “Emma”, primogenita e “Boemondo I, principe di Aniochia (1098-1111)”. Boemondo I, sposò Costanza, figlia di Filippo I re di Francia da cui ebbe Boemondo II, principe di Antiochia, mentre la sorella Emma, primogenita di Roberto il Guiscardo, sposò “Eude (Oddone), il buon marchese (Odobono Marchisio)”, da cui nacque “Tancredi, principe d’Antiochia (1111-1112)”. Aubè, conferma inoltre la discendenza del Guiscardo con la seconda moglie, la principessa Sichelgaita, figlia di Guaimario IV. Dunque, secondo l’Aubè, la prima figlia di Roberto il Guiscardo era Emma, sorella dunque di Boemondo e sposa a Odobono Marchisio, ovvero il personaggio della pergamena del 1097, dove si cita “Scido”. Aubè dice pochissimo su Odobono Marchisio, di cui non si conosce bene l’origine. Alcuni hanno scritto che Oddone (Otton, Odobonus, Eudes) di Monferrato, detto “Le Bon marquis” (in francese) o il ‘Buon marchese’ (in italiano), tra il 1065 e il 1075, abbia sposato la Emma de Hauteville (d’Altavilla), la figlia primogenita di Roberto il Guiscardo nata dalle nozze con la prima sua moglie (d’Aubrèe) Alberada di Buonalbergo. Questo personaggio del Monferrato, pare sia stato il figlio di Oddone (Otton) 1° degli Aleramici, il primo marchese del Monferrato in Piemonte. Altri addirittura scrivono che l’Odo Marchisii, sposato con Emma, sia stato il signore di S. Chirico Raparo (PZ), in Basilicata. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “3. Normanni di Sicilia alla Crociata“, a pp. 373-374-375, in proposito scriveva che: “E Tancredi, l’eroe immortalato dal Tasso, ch’ebbe, d’accordo o in contrasto con Boemondo, una parte di primo piano nella Crociata? Era egli “Sicilien d’origine, du còtè de son père, Odon le Bon”, come affermava il Michaud ? (23). E suo fratello Guglielmo, che lo seguì nella suggestionante impresa ?. In realtà non possediamo nè su Tancredi, nè su Guglielmo alcun elemento documentario sino al momento in cui, sedotti dal gesto di Boemondo, non pensarono di emularlo. Erano giovanissimi (24). La crociata li tolse improvvisamente dall’oscurità: il loro posto è quindi nella storia di essa, non in quella del sud Italia normanno, nel quale non avevano avuto nè tempo nè occasione per lasciarvi una loro traccia. Non mancano invece notizie sui genitori di Tancredi e di Guglielmo, nonostante che le fonti correlative presentino lacune, divergenze e contraddizioni anche gravi. Tuttavia conviene spigolarne qualcuna fra le più sicure, perchè solo attraverso di esse è possibile individuare la loro figura e stabilire se e quali rapporti essi avevano con la Sicilia e con Ruggero I. Entrambi, stando alle testimonianze contemporanee più accreditate, erano figli del marchese Ottone o Odobono e di Emma, per alcuni sorella, per altri figlia di Roberto il Guiscardo (25). Odobono ‘Marchisius’ (il marchese) possedeva dei feudi in Sicilia, quivi assegnatigli dal conte Ruggero: essi, o alcuni di essi, siti nel territorio di Corleone, sono ricordati in un documento del 1094, nel quale anno Odobono si associava al conte Ruggero nel far dono di alcune decine di villani alla chiesa arcivescovile di Palermo (26); può dedursene che la loro estensione non fosse modesta e che, data l’ubicazione, fossero anche fertili. Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto i n Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia. Di là dal Faro, ove non sappiamo se si fosse stabilito prima oppure dopo le suaccennate nozze, egli emerse in mezzo a quell’aristograzia cosiddetta ‘lombarda’, che Ruggero I trattò con particolare riguardo, come quella che, costituita da elementi latini di origine italica o franca, gli serviva di sostegno o di contrappeso di fronte agli altri elementi etnici che si trovavano nell’isola. Erano i suoi figli al seguito dello zio Ruggero sotto le mura di Amalfi ? Anche questo ci è ignoto. Sappiamo però che presa la croce si associarono al cugino Boemondo….Celebrando quella gloria, pur nell’enfasi del suo stile, Raul di Caen la riteneva degna della stirpe dei Guiscardi – “Viscardes” – e della stirpe dei Marchesi – “Marchisida” (29).”. Il Pontieri, a p. 376, nella nota (29) postillava che: “(29) Gesta Tancredi principis in expeditione Hierosolimitana, auctore RADULPHO CADOMENSI, in Muratori, RR. II. SS., t. V.,, p. 786; cfr. De Saulcy, op. cit., p. 309-10. Guglielmo cadde nella battaglia di Dorileo: ‘Histoire Anonime, p. 51.”.  Il Pontieri, a p. 374, nella sua nota (25) riferendosi a Tancredi e Guglielmo, figli di Emma, postillava che: “(25) …..Per Anna Commena, ed. Leib, XI, 2, p. 17, egli sarebbe nipote “…………..”, essendo nato – aggiunge l’editore citato – dalla sorella di lui Emma e dal marchese Eude de Bon verso il 1071. L’Anonimo, Histoire, p. 20-21, lo presenta come “Marchisi filius”, e per l’editore di essa, il Bréhier, p. 15, n. 2, egli sarebbe figlio di Emma, sorella del Guiscardo. Altrettanto si ritrova in Guglielmo di Tiro. Anche la Jamison, Some notes, p. 196, rimane incerta. Essendo state tali divergenze accuratamente esaminate dal De Saulcy, rimandiamo alle sue indagini e alle conclusioni che ne ha desunto, ritenendole le più plausibili. Credo opportuno soltanto accennare che, quanto al padre, Otto o Odo Bonus ‘Marchisius’, vedo nel termine “Marchisio” una qualificazione feudale, non un patronimico, com vorrebbe lo CHALANDON, op. cit., vol. II, p. 569: ciò in base ai più recenti accertamenti documentari sui rami siciliano e pugliese della casa marchionale degli Aleramici.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (26) postillava che: “(26) C. A. Garufi, Adelaide nipote di Bonifazio del Vasto, in ‘Rendiconti e memorie della R. Accademia di Acireale’, S. III, vol. IV, (1905), pp. 189-190; Idem, ‘Gli Aleramici e i normanni in Sicilia e nelle Puglie. Documenti e ricerche, in ‘Centenario della nascita di Michele Amari’, Palermo, 1910, vol. I, pp. 48-9, n. 5; Idem, ‘Censimento e catasto amministrativo dei Normanni in Sicilia, etc., dall'”Arch. Stor. Sic.”, N.S., XLIX (1927), p. 22. Nel 1097 un “Odo Marchisius” è ricordato anche in un documento greco edito dal Trinchera, Syllabus graecarum membranarum (Napoli, MDCCCLXV), p. 80, n. LXIV. Vedi inoltre le precisazioni della Jamison, Some notes on the “Anonimi Gesta Francorum etc.”, cit., pp. 195-7.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Malaterra, III, 18, p. 67.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelaide del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme’, in questo volume, nel saggio seguente.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 94, in proposito scriveva che: “…..è certo che Roberto contrasse le prime nozze proprio in questo periodo. La sposa era una certa Alberada, che sembra sia stata la zia di un potente barone della Puglia, Gherardo di Buonalbergo – a quell’epoca Alberada doveva essere poco più che una bambina, perchè la ritroviamo ancora viva settant’anni più tardi, dopo essersi risposata per ben due volte; infatti, nel 1122 fece, una grossa donazione al monastero benedettino di La Cava, vicino a Salerno. Non si sa con esattezza quanti anni avesse quando morì; ma nella chiesa, molto restaurata, dell’Abbazia della SS. Trinità a Venosa si può ancora vedere la sua tomba.”. Dunque, secondo il Norwich, Alberada di Buonalbergo, sposata in prime nozze con Roberto il Guiscardo, era la zia di Gherardo di Buonalbergo, un “potente Barone della Puglia”. Dunque, il personaggio citato nella pergamena del 1097 potrebbe essere un parente di Roberto il Guiscardo e di suo figlio Ruggero Borsa.

Nel 1097, Scido (Sapri) in un documento greco d’epoca Normanna

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “3. Normanni di Sicilia alla Crociata“, a p. 375, nella sua nota (26) riferendosi ai genitori di Tancredi, Emma e Odobono Marchisii postillava che: “(26) Nel 1097 un “Odo Marchisius” è ricordato anche in un documento greco edito dal Trinchera, Syllabus graecarum membranarum (Napoli, MDCCCLXV), p. 80, n. LXIV. Vedi inoltre le precisazioni della Jamison, Some notes on the “Anonimi Gesta Francorum etc.”, cit., pp. 195-7.”. Dunque, oltre al Cappelli (…), anche il Pontieri citava l’antico documento greco pubblicato dal Trinchera. Già Giacomo Racioppi (59), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1909, nel suo “Cap. V – Lo stato di Melfi nei secoli XI-XII-XIII”, parlando delle antiche donazioni Normanne alla chiesa in Lucania, a pp. 158-159 (si veda l’edizione ristampata), per la prima volta citava un’interessantissima notizia che riguarda il nostro territorio e che ci riporta indietro di molti secoli nella ricostruzione storiografica delle nostre terre e questa in particolare di Sapri. Il Racioppi (59), a pp. 158-159, in proposito scriveva che: “Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. In questo passo, il Racioppi ci parla di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia (figlio di Roberto il Guiscardo) e fratello di Emma d’Hauteville, figlia di Roberto il Guiscardo. Il Racioppi (…), ci parla del marito di Emma e padre di Tancredi, ovvero ci dice di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, di cui parlerò innanzi. La notizia è intressante sopratutto per ciò che il Racioppi postilla nella sua nota (1), ovvero egli trae la notizia da un’antica pergamena dell’anno 1097, che fu pubblicata nel 1865 da Francesco Trinchera (…), di cui parlerò. Nell’antica pergamena (7) si parla di un Monaco Sergio di Vibonati che doveva costruire la cappella o il monastero di S. Fantino a “Scido”. Il Racioppi (59), a p. 159 (ristampa), nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. 1096 4. – Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80 – Per quella di S. Chirico oltre all’Antonini, Lucan., p. 490), vedi ‘Le notizie del comune di San Chirico Raparo’, in appendice alla ‘Vita di Santa Sinfarosa’ di D. Paolino Durante. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144 – In queste notizie del Durante ecc…”. Stessa notizia, forse sulla scorta del Racioppi (59) è citata da Biagio Cappelli (2), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 323, parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (3). L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 1-2-3), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (3), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Si tratta di un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (7), che tradotto è: Nel mese di Settembre indizione VI. Odo Marchisius, dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”. Questo antichissimo documento è di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia (…), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese, che facevano parte della platea dei beni (possedimenti) appartenuti all’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – di cui abbiamo già parlato in un altro nostro studio. L’antico documento (7), che pubblichiamo (Figg. 1-2-3), già pubblicato dal Trinchera (3) – non in originale ma trascritto e tradotto dal greco al latino –  andrebbe ulteriormente indagato. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (3), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di Scido – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (7), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (3) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto agli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Giacomo Racioppi e poi da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo territorio e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (5), allorquando si occupò di una causa pendente con il Vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci –  delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti longobardi – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum.

Nel 1097 a ‘Scido’ la chiesetta di ‘Sancti Phantini’ (S. Fantino)

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Le notizie di alcuni possedimenti nel territorio saprese dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro le cui origini – e quindi anche i suoi possedimenti a Sapri – sono molto più antiche di alcuni documenti pubblicati dal Di Luccia (5). Infatti, il Cappelli (2), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, cita un documento di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese. Il Cappelli (2), a p. 323, oltre a citare importanti notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, parlando di S. Nilo e di S. Fantino, trae importanti notizie dal Trinchera (3) che, nel 1865 pubblicava ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, dove si riportano antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il Cappelli (2), sulla scorta del Trinchera (3) a proposito della cappella (e forse della grangia) di S. Fantino – che secondo il Di Luccia (5), faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – scriveva: “Nel Cilento, infatti, il culto di San Fantino è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chiesetta campestre, a S. Fantino dedicata (20), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (21), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ed all’altra di S. Ciriaca.” (3). Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (21), postillava che: “(20) P. M. Di luccia, op. cit., pp. 8; 3”, poi nella sua nota (21), postillava che: “(21) F. Trinchera, op. cit., p. 80.” e, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc, Neapoli, 1931, pp. 34 e s.; v. in questo volume ‘Il monachesimo basiliano e la grecità medievale etc.”Il Cappelli (2), nella sua nota (21), cita l’interessantissimo ed antico documento (7), pubblicato dal Trinchera (3) e, aggiunge anche la citazione bibliografica che riguarda il personaggio di ‘Odo Marchisii’, citato nell’antico documento del 1097. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (21), oltre a citare l’antico documento che fu pubblicato dal Trinchera (…), nel 1865 (…), cita anche gli studi di Gertrude Robinson (…), dove dice: “(21) La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the Greek monastery of St. Elias and St. Anastastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone).”. Lo storico Luigi Russo (…), in un suo recente saggio su “Tancredi e i Bizantini”, a proposito della stirpe dei Marchisio, e riferendosi all’autore del maggiore dei cronisti dell’epoca Normanna, Rodolfo Cadomense o di Caen (…), scrive: “Scarsamente interessato alla discendenza paterna del suo signore (il pade Odone Marchisio apparteneva all’aristocrazia subalpina), Rodolfo, concentra invece tutte le sue attenzioni nei riguardi della discendenza normanna rappresentate dal ramo materno con la madre Emma, sorella del Guiscardo. (29).”. Russo (…), dunque, alla sua nota (29), postillava: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Biagio Cappelli (…), parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, cita l’antichissimo documento ma dice solo che: con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..” , e a questo punto ci siamo incuriositi:

Cattura

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Odo Marchisii, p. 82

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Nel 1092, nasce Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio naturale di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.  Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”.

Nel 1098, Ruggero I di Sicilia, conte di Calabria e di Sicilia contro Riccardo II Drengot

Indagando sulla figura di Odobono Marchisio ed Emma sua moglie, che nell’antica pergamena del 1097 donavano a Sergio, monaco di “Scido” (Sapri), il privilegio di costruire una cappella di S. Fantino, cerchiamo di capire anche le signorie Normanne che si contendevano o che avevano un ruolo importante nelle terre del basso Cilento. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; etc…”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, ‘Antiquitates Italicae Medii Aevi’, t. V, p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in M.G.H., SS., p. 115; Romualdo Salernitano etc…”. Dunque, in quell’anno, nel 1098, dominava queste terre Ruggero I d’Altavilla, frateloo di Roberto il Guiscardo. Ruggero I era gran Conte di Calabria e di Sicilia e dimorava quasi stabilmente a Mileto in Calabria, dove fu tumulato alla sua morte nel 1101. In seguito la sua morte, nel 1101, resse le sorti del ducato di Sicilia e di Calabria, l’ultima sua consorte Adelasia perchè il figlio, Simone, legittimo successore era minorenne. Ma cosa centra quindi Odone Marchisio o Bonmarquiz con Ruggero I d’Altavilla e soprattutto con l’antica pergamena in cui si parla di “Scido” e della cappella di S. Fantino ?.  Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.

Curiosità

Nel 1960-61, Vincenzo Saletta (….), nel suo “Il Mercurio e il Mercuriano – Problemi di Agiografia bizantina” (estratto dal Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata – vol. XIV-XV), a pp. 62-63 parlando del monastero di S. Nazario e di S. Nilo, in proposito scriveva che: “Si spiega così come mai in epoca niliana si trovi a pochi chilometri dal mare un’organizzazione politico-amministrativa di tipo feudale con Gastaldi e Conti, uno dei quali appare nel Bios del Santo come il tiranno della popolazione abitante attorno al monastero di S. Nazario (66), e si spiega così il pomposo titolo di stratega di Calabria e di Longobardia assunto dai governatori bizantini, a cui corrispondeva soltanto un generico atto di vassallaggio dei superstiti principi longobardi, ed un dominio territoriale che non andava al di là delle città costiere. Dall’esame del ‘Syllabus Membranarum Graecarum’ del Trinchera (Regesta Petri Diaconi), si desume, infatti, che i possedimenti dei principi longobardi erano situati nel tema di Longobardia (Reg. Petri Diaconi, fol. LXVII, n. 149) ed in quello di Calabria (fol. LXV, n. 137) frammisti a quelli bizantini, mentre al foglio LXIX n. 153, per l’anno 956, si legge che Stratega di Calabria e di Langobardia era il patrizio Mariano ed una ‘Membrana Cassinese’ riportata dal Trinchera alla pag. 22, si legge il nome di ‘Leo Spatharocandidatus iudex Langobardiae et Clabriae” (67).”. Questo passaggio del Saletta è interessante perchè citava Francesco Trinchera ed il suo “Syllabus Membranarum Graecarum”. Il Saletta, a p. 62, nella nota (66) postillava che: “(66) Vedi Bios di S. Nilo cap. 9, lett. E. pag. 289. Per il 1097 abbiamo un ‘Codex Membranacaeus’ dell’Archivio Napoletano N. 8 di cui il Trinchera (op. cit. pag. 81) riporta un atto con cui Oddone Marchese Longobardo concede al monaco Sergio la chiesa di S. Fantino di Scido nei pressi del territorio taurianese.”. Sempre il Saletta, a p. 63, nella nota (67) postillava che: “(67) F. Trinchera, Syllabus Membranarum Graecarum, Napoli, 1845”. Il Saletta (….) citava il testo di Francesco Trinchera (…..), “Syllabus Membranarum Graecarum”,  dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo come ad es. il “Registrum Petri Diaconi” di Montecassino. In primo luogo devo subito precisare che il Saletta citando il documento in questione ci parla di una donazione a Scido in Calabria, egli scrive Oddone Marchese Longobardo concede al monaco Sergio la chiesa di S. Fantino di Scido nei pressi del territorio taurianese”, dando al toponimo citato nel documento membranaceo del 1097 il luogo del territorio taurianese in Calabria, ma dall’esame che si è fatto dell’antico documento del 1097 questo luogo corrisponde a Sapri ed ad una grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, di cui parlò anche Biagio Cappelli, come pure ho scritto ivi in un mio saggio. La citazione del Saletta, però è interessante perchè citando l’antico documento membranaceo del 1097 (pubblicato dal Trinchera) ci parla di “Odo Marchese” e scriveva Oddone Marchese Longobardo”. Il Saletta ci parla di patentati Longobardi che, per “l’intesa-politico-militare-amministrativa” che all’epoca i nuovi Bizantini stipularono con la chiesa e con i superstiti principi e conti Longobardi, i “Patrizi”. Recentemente, il Comune di Padula ha curato la ristampa di una tesi di laurea di Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, a p…… cita l’antico documento del 1097 che molti anni fa segnalai ivi in un altro mio saggio. Egli, nel capitolo primo: “Un breve profilo storico”, a p. 20, in proposito scriveva che:  “Tanto più che il Cilento, e pertanto anche il contiguo Vallo di Diano – ad esclusione dell”Actus Lucaniae’ o ‘Cilenti’, sede del solo gastaldato longobardo sicuramente presente in terra lucana e delimitato a oriente e mezzogiorno dal corso dell’Alènto, ‘ad duo Flumina’ – , riceveva il controllo giuridico bizantino, dal momento che ancora nel 1097 in una carta greca di Vibonàti, ‘in ambitu civitatis Bonati’, si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento, secondo la formula della secolare consuetudine notarile, probabilmente ormai ripetuta macchinalmente, μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης, (non un generale, non un codardo, non un generale), mnhjite stratighòs mnhjite viskòmnhjis mnhjite turmàrkhjis (F. Trinchera, LXIV, pp. 80-81). A Padula, come in tutto il Cilento meridionale e nelle regioni italiane di diretta pertinenza di Bisanzio etc…”. Ecco che il Tortorella cita lo stesso documento membranaceo e greco del 1097 pubblicato da Francesco Trinchera nel suo “Syllabus Membranarum Graecarum” per dire che, il territorio del Cilento, e pertanto anche il contiguo Vallo di Diano – ad esclusione dell”Actus Lucaniae’ o ‘Cilenti’, sede del solo gastaldato longobardo”, riceveva il controllo giuridico bizantino.

Nel 1097, Scido (Sapri) in un documento greco d’epoca Normanna

Dunque, stando a Biagio Cappelli (…), che parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, scriveva sull’antico documento pubblicato dal Trinchera (…): con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..”. Stando all’antico documento (7), datato anno 1097 (XII secolo), pubblicato dal Trinchera (3), il monaco Milano Sergio, abitante in Vibonati, nell’anno 1097, riceveva daOdo Marchisius’, il privilegio – Sigillum factumdi costruire un monastero intorno alle predetta chiesetta campestre dedicata a S. Fantino a Scido’ – e, di cui – il Cappelli (2), dice – rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. L’antica pergamena d’epoca Normanna, manoscritta in greco (7) – stando alla traduzione dal greco al latino che fa il Trinchera (3) (Fig. 2), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. L’antico documento (7) (Fig. 2), parla della Cappella di S. Fantino a ‘Scido’. Secondo l’antica pergamena, nell’anno 1097, il monaco ‘Sergio’, abitante di Vibonati, poteva costruire un monastero intorno ad un’antica cappella dedicata a S. Phantino (S. Fantino), a ‘Scido’. La citazione di un monastero da costruire a ‘Scido’ – il documento chiama il luogo ‘Scido’ – è interessante perchè il toponimo dovrebbe indicare un luogo che, nella tradizione popolare e nella bibliografia antiquaria viene generalmente indicato posto a Sapri. Riguardo al toponimo di ‘Scido‘, citato nell’antica pergamena dell’anno 1079 (7) e, della sua localizzazione a Sapri o vicino il suo antico porto o baia naturale, è interessante notare quale fosse il toponimo di Sapri o del Porto di Sapri, all’epoca Normanna. Se la notizia fosse confermata, secondo l’antico documento membranaceo (7), Sapri, nell’anno 1097, era chiamato con il nome di ‘Scido’.

Scido e S. Phantini.PNG

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Esaminiamo meglio il toponimo (nome di luogo) di ‘Scido‘, citato nell’antico documento del 1097. A quale luogo si riferisce il toponimo ‘Scido’ citato/a nell’antica pergamena greca?. Secondo la traduzione del Cappelli (2), il monaco Sergio, era un abitante di Vibonati e quindi il Cappelli (2), accosta Vibonati (del monaco Sergio), al “templum sanctae patris nostri Phantini de Scido”, citata nella pergamena manoscritta in greco. Secondo il Cappelli (2), l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva una chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, posta in una contrada tra Torraca e Vibonati (Fig. 2). Quindi è lo stesso Cappelli (2), che dal testo in greco dell’antica pergamena del 1097, crede si tratti della cappella dedicata a S. Fantino e sita a ‘Scido’ e, siccome si parla di un monaco ‘Sergio’, abitante di Vibonati, il Cappelli (2), crede si tratti di una cappella (dedicata a S. Fantino), postra nelle campagne tra Torraca (territorio di Sapri) e Vibonati. La ‘Scido’ citata, è sicuramente un luogo vicino Policastro e vicino Vibonati o Bonati. La notizia, andrebbe ulteriormente indagata ma, non ci sono motivi per non ritenere la ‘Scido’ – citata nell’antico documento (7) – non fosse Sapri. Si deve dire che in Calabria, in provincia di Catanzaro, alle propaggini dell’Aspromonte, vi è una località chiamata Scido, ma non crediamo che l’antico documento d’epoca Normanna si riferisca allo Scido in Calabria, in quanto nell’antica pergamena, oltre a Scido, si citava un monaco di Vibone e si citava una cappella di S. Fantino, luoghi e cose che sappiamo essere nella nostra area, dove anche il Cappelli (2), li colloca. Il Cappelli (…), però, oltre ad accennare al personaggio di “Odo Marchisii”, citato nell’antico documento del 1097, pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…), a p. 323, sosteneva che, il monaco Sergio Milano, abitante a Vibonati: “…che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), e fa risalire questa notizia dal Laudisio (…). Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che la notizia della tradizione locale è tratta dal Laudisio (…), op. cit., p. 34. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che: “(21) F. Trinchera, op. cit., p. 80.” e, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc, Neapoli, 1931, pp. 34 e s.; v. in questo volume ‘Il monachesimo basiliano e la grecità medievale etc.”. Dunque secondo il Cappelli (…), il Laudisio (…), sosteneva che, il piccolo borgo medievale di Vibonati, era voluto dalla tradizione locale, costituito da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani dei monasteri italo-greci del posto.

Roberto d’Altavilla (detto il Guiscardo) e i suoi figli Emma, Boemondo I e Ruggero Borsa

E’ un’interessantissima notizia che si incrocia con altre nostre recente intuizioni che, meritano ulteriori approfondimenti. La pergamena in questione (Figg. 1-2-3), è datata anno 1097. Nell’area, dominava da poco Roberto il Guiscardo che morì di malattia il 17 luglio nel 1085 durante l’assedio di Cefalonia, dando l’avvio della sua successione ai due fratellastri eredi Boemondo figlio di Alberada di Buonalbergo, prima moglie del Guiscardo e Ruggero Borsa che poi diventerà il successore di Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo. L’antica pergamena del 1097 (…), è un privilegio o concessione di un ‘Odo Marchisii’, un nobile personaggio Normanno che come vedremo aveva sposato Emma,  sorella di Boemondo (i due figli di Roberto il Guiscardo avuti con la prima moglie Alberada di Buonalbergo). Dunque, il nobile personaggio normanno citato nell’antica pergamena del 1097, che interessa Sapri, è il genero di Roberto il Guiscardo. Roberto il Guiscardo, nel 1053, ripudierà la prima moglie, la madre di Boemondo, Alberada di Buonalbergo, per sposare la principessa Longobarda Sighelgaita, dalla quale avrà Ruggero Borsa e Guido (nato nel 1061). Abbiamo già visto in altri nostri saggi, ivi pubblicati, come Ruggero Borsa, avrà una notevole influenza sui nostri territori, ma solo dal momento che lui sarà l’effettivo successore di suo padre Roberto. Fino a che il Guiscardo, però, sarà in vita, i suoi primi figli Emma e Boemondo, avranno un ruolo, sia pur secondario ma restavano sempre i suoi primi figli.  Il Normanno Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, aveva sposato in seconde nozze la principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II. Dall’unione con Sighelgaita il Guiscardo ebbe un figlio, Ruggero Borsa (Ruggero I). Alla morte del Guiscardo, nel 1085, sua moglie Sighelgaita, fece di tutto per dare il potere al suo figlio Ruggero Borsa, a danno dell’altro figlio del Guiscardo, Boemondo, nato dalle prime nozze del Guiscardo con Alberada di Buonalbergo. Dalle prime nozze il Guiscardo aveva avuto una figlia,  Emma sposata poi con Odone Marchisio di cui come vedremo in avanti, sarà un personaggio che ricorre spesso in alcuni documenti dell’epoca che riguardano le nostre terre. Nel 1073, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani, ma dopo la morte di suo padre nel 1085, Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto coreggente insieme al fratello, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova ribellione contro il fratellastro. Insomma in quegli anni, il dominio di Ruggero Borsa, non era assoluto e quindi, l’Odo Buonmarquis (cognato di Boemondo), aveva un certo peso.  Ruggero Borsa, vincerà la lotta di successione al padre Guiscardo ma non sarà mai in grado di eguagliare la potenza del fratellastro Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089, Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Non sappiamo se in quegli anni, Ruggero Borsa, che morì a Salerno nell’anno 1111, in che modo abbia influito sulla demaniale Policastro e sulle nostre terre. Dopo l’inizio dell’avventura siciliana, nel 1061, di Ruggero I, le terre del futuro ‘Cilento‘ e della vicina Policastro, passarono sotto la definitiva unificazione di tutto il meridione d’Italia con la Sicilia di Ruggero II d’Altavilla, figlio di Ruggero I. Di quegli anni, e più esattamente nel 1079, il Trinchera (…), pubblicava un’antica pergamena di un privilegio di ‘Odo Bonmarquis’ o ‘Odo Marquiis’, che dimostra come i conti normanni avessero influenza sulle nostre terre. Ma qual’è il collegamento storico dell’antica pergamena (membrana) medievale d’epoca Normanna dell’anno 1097 (…), con i monasteri Calabresi, dove essa era conservata ?. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), sempre nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato: Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio illustrato nell’altra immagine.

Odonis Marchisii, i

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(Fig. 3) L’antica pergamena del 1126 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 128-129.

Il De Blasii, su ‘Oddone Bon Marchisio’

Lo storico De Blasiis (…), nel 1873, nel suo libro ‘L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI’, ci parla di un Tancredi Marchisio e, dei suoi genitori: Emma e di ‘Oddone Bon Marchisio’. De Blasiis (…), parlando della prima Crociata in Terrasanta, scrive: “Fra i più nobili s’unirono a Boemondo suo fratello Guido, Tancredi (1) e Guglielmo suoi cugini figli di Oddone Bon Marchisio;”. Nella nota (1), spiega: “De Meo crede Tancredi nipote di Boemondo, ed il Pirri con più grave errore lo dice figlio del Duca Roberto e di Ala. Chr. Reg. Sic. p. 13. Per testimonianza di Rodolfo Cadomense egli nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Ord. Vit. dice sorella del Guiscardo. Dal titolo di Marchisio argomenta il Muratori che Tancredi fu di stirpe italiana R.I.T.V. p. 282, ed alcuni cronisti gli danno per fratello di Guglielmo. Anon. Gest. Franc. Bald. Hist. Jeros.”. Il Rodolfo Cadomense sarebbe il cronista Raoul Caen (..), di cui parleremo in appresso. Il De Blasiis (29), forse sulla scorta del Trinchera (3), nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato (Figg. 2-3- -4): Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando proprio l’antica pergamena da noi quì riportata (Figg. 2-3, pubblicata dal Trinchera (3)). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.”, riferendosi all’altro antico documento (Fig. 4). Il De Balasiis (29), alla sua nota (2) di p. 54, parla di  “Gerardo Buonalbergo nipote di Sighelgaita, prima moglie di Roberto il Guiscardo.”. In questo caso, crediamo che il De Blasiis, abbia preso un abbaglio in quanto Sighelgaita è stata la seconda moglie del Guiscardo. L’Ebner (…), nel suo “Chiesa, popoli e baroni ecc..”, nel suo vol. II a p. 422 che nel 1305, era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (50). Alla sua nota (50), l’Ebner, scrive che trae la notizia da Mazza A., p. 113.

Odonis Marchisii, i

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1126 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 128-129

Il documento Normanno del 1097 (7), pubblicato dal Trinchera (3).

Dovrà essere ulteriormente indagata l’origine dell’antica pergamena (7) membranacea, manoscritta, d’epoca Normanna, pubblicata dal Trinchera (Figg. 1-2-3) nel 1865 (3). Il Trinchera, pubblicava l’antico documento (7), nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (Fig. 6)(3), dove si riportano gli antichi documenti membranacei dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo – come quello di cui parliamo (7) – che, trae da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8”, conservati all’Archivio di Stato di Napoli. Il documento (7) membranaceo pubblicato dal Trinchera (Figg. 1-2-3) è un’antica pergamena manoscritta medievale (membranaceo), che il Trinchera (3), nella sua nota (3), afferma, provenisse dall'”Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”, contenuta nell’ “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera, ritrovò, ordinò e, pubblicò le antiche carte greche contenute in un armadio della ‘Sezione Diplomatica’, conservate presso l’Archivio di Stato (ex Grande Archivio Regio) di Napoli – di cui egli era Direttore Generale (3). L’antico documento membranaceo, manoscritto in greco e, pubblicato e tradotto in latino dal Trinchera (3),  a p. 80, è il n. LXIV, intitolato: “Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (7) (Figg. 1-2-3), è la membrana n. 64 o pagina XVIII, contenuta in un fondo di carte greche, proveniente dalle Carte e diplomi del Monastero di S. Stefano al Bosco”, contenuta nel volume n. 8 e, conservato negli ‘Archivi Napoletani’. Dell’antica pergamena, oggi rimane la sua trascrizione pubblicata dal Trinchera (3), in quanto l’antichissimo fondo di carte greche, secondo Salemme – attuale Direttore dell’Archivio – il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andato distrutto, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera..”. Sull’origine dell’antica pergamena (7), il Trinchera (3) a p. XXV, a proposito dell’antico documento (7) membranaceo n. 64 (Membrana 64 o LXIV, postillava che:

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“Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XCVIII, in qua Sichelgaita vidua dicitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucca edito (3) inter testes ipse Odo se subscribit, ideo nos anco membranam anno 1097, in cuius mense Septembri indictio VI decurrebat, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptione regii diplomatis constat, signandam coniecimus., che tradotto significa: “Membrana LXIV. Per Odones Marchisii (Odone Marchisio) si fa menzione della membrana dell’anno 1126 che abbiamo pubblicato sotto il numero “XCVIII – anno 1126 – mese di Luglio – Indizione IV” (Fig. 4, pubblicato a p. 128), in cui Sighelgaita marchisia e la vedova di Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del conte Ruggero dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di Settembre, dell’Indizione VI e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. Dunque, il Trinchera (…), nell’Introduzione al suo testo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, che pubblicò nel 1831, commentava il documento n. 64 (LXIV) del 1097 (…) e, citava anche il personaggio di Odo Marchisio, dicendo che esso era menzionato anche nell’altro documento pubblicato a pp. 128-129, il XCVIII, del Luglio 1126, di cui parleremo in seguito. Il Trinchera (…), data il nostro documento LXIV nella VI Indizione del mese di Settembre dell’anno 1097.

Nel 1097, “Scido” (Sapri e non Vibonati), in un documento greco che cita un “Odobono Marchisio”, marito di Emma, forse i genitori di Tancredi d’Altavilla o di Lecce che, nel 1096, si recò insieme a Boemondo alla prima Crociata

Sul personaggio della carta greca del 1097, un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” che qui si riporta:

Cattura

Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (….).

dunque, di questo “Odo Marchisio”, che Nel mese di Settembre – indizione VI…….dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”, ha scritto Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1909, nel suo “Cap. V – Lo stato di Melfi nei secoli XI-XII-XIII”, vol. II, a p. 158, parlando di: “Era già vivissima in Occidente l’agitazione dei popoli pel passaggio in Terra Santa a liberare il sepolcro di Cristo da mano dei Turchi, Bandita la Crociata nel 1095 nel Concilio di Clermont dallo stesso Urbano II, scesero l’anno dopo a frotte, a truppe, gli armati e i pellegrini nel ducato di Puglia per imbarcarsi nei porti di Bari, di Trani, di Brindisi, più prossimi alla Dalmazia. Boemondo, che sentiva troppo angusto campo al’ambizione sua il principato di Taranto e che già era esperto della guerra di oltre mare, prende di un tratto la croce, e si dà opera a crearsi un esercito; confortato senza dubbio dal fratello che gli dov’è esser largo di aiuti, perchè l’irrequieto s’allontanasse dalla Puglia. Ben settemila uomini si raccolsero alle sue bandiere, tra Pugliesi, Calabri, Salernitani, Basilicatesi (1); etc…”. Il Racioppi, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Un cronista-poeta delle crociate, Folco Carnotense o di Chartres, contava, con reminescenze dotte dell’antichità: “…etc…”. Ap. Di-Meo, ad ann. 1096.”. Dunque, il Racioppi, parlando della Crociata bandita dai Normanni e da papa Urbano II nel 1095, ci parla di Boemondo d’Altavilla, che con l’aiuto del fratello Ruggero Borsa, al tempo a capo del Ducato di Puglia, sempre a p. 158, aggiunge che: “Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. In questo passo, il Racioppi ci parla di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia (figlio di Roberto il Guiscardo) e fratello di Emma d’Hauteville, figlia di Roberto il Guiscardo. Il Racioppi (…), ci parla del marito di Emma e padre di Tancredi, ovvero ci dice di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, di cui parlerò innanzi. La notizia è intressante sopratutto per ciò che il Racioppi postilla nella sua nota (1), ovvero egli trae la notizia da un’antica pergamena dell’anno 1097, che fu pubblicata nel 1865 da Francesco Trinchera (…), di cui parlerò. Dunque, su Tancredi d’Altavilla, che seguì lo zio Boemondo nella storica Crociata in Terra Santa del1096, il Racioppi scriveva che: Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, in questo passaggio, il Racioppi ci parla di un personaggio Normanno imparentato con la casata di Roberto il Guiscardo. Lo chiama “OTTOBONO MARCHISIO” e scrive che che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi scrive che Ottobono Marchisio (forse il personaggio della carta greca del 1097 sia stato “Signore di Vibonati”. Infatti, il Racioppi scriveva di “…che alcune carte dicono signore di Bonati”. A quali carte si riferiva il Racioppi. Egli si riferiva proprio alle carte da me pubblicate in questo saggio,  “Nel 1097, Scido (Sapri ?) in un documento Normanno”, carte greche che furono pubblicate da Francesco Trinchera prima della loro distruzione nel rogo di S. Paolo Belsito dove furono portate in deposito (sic!), le carte del Grande Archivio di Stato di Napoli, nel 1941, ad opera dei tedeschi ed in seguito nel 1943 a Pizzofalcone. Nell’antica pergamena (7) si parla di un Monaco Sergio di Vibonati che doveva costruire la cappella o il monastero di S. Fantino a “Scido”. Ma come si è visto non si trattava di “Bonati” (odierna Vibonati) ma, si trattava del territorio di Sapri (SA) perchè in questo documento si parla della cappella di S. Fantino che effettivamente si trova tra Sapri e l’attuale Comune di Torraca. Dunque, a mio avviso, il toponimo di cui parla l’antichissimo documento pubblicato dal Trinchera nel 18…., “Scido” è Sapri, non è Vibonati come scriveva il Racioppi e come scrissero altri in seguito. Infatti, Il Racioppi, postillava dell’antica pergamena trascritta e pubblicata dal Trinchera, postillando: “(1)….Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80.”. L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 1-2-3), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (3), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (3), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di Scido – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (7), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (3) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto agli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Giacomo Racioppi e poi da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo territorio e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (5), allorquando si occupò di una causa pendente con il Vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci –  delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti longobardi – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum. Sulle origini di questo parente di Roberto il Guiscardo, “Odobono Marchisio”, il Racioppi, che tuttavia lo chiamava “Ottobono”, a p. 159, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. 1096 4. – Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80 – Per quella di S. Chirico olte all’Antonini, Lucan., p. 490), vedi ‘Le notizie del comune di San Chirico Raparo’, in appendice alla ‘Vita di Santa Sinfarosa’ di D. Paolino Durante. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144 – In queste notizie del Durante è una carta in cui Marchisio, Emma e il loro figlio Roberto, nel 1080, donano all”Ecclesia S. Aarcangeli de Raparo et tibi abati Nynpho collapsum castellum nominatum Saracenum cum omnib. tenimentis ejus. Tu vero redificabis et relevabis ipsum ad apparitionem (?) et confectionem, et facies habitationes hominum…’ – Pietro Diacono IV-II, che riferisce i nomi dei baroni che seguirono Boemondo, nomina prima ‘Tancredus Marchesii filius…’V. Troyli, Stor. gen. del reame di Napoli, vol. III, p. 440.”. Dunque, il Racioppi postillava del Di Meo (….), ovvero del suo “Ann. dipl. ad ann. 1096 4.”, ovvero l’opera di Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, per l’anno 1096, 4 (nel vol. IX), in proposito scriveva che:

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(Fig…) Di Meo (…), vol. IX, p. 14, scrive di Tancredi d’Altavilla e di Oddone Marchisio

Il Di Meo (…), come scrive il Racioppi, in proposito a Tancredi d’Altavilla, riportando i personaggi che si recarono in Crociata in Terrasanta insieme a Boemondo I (d’Antiochia), sulla scorta di Falcone Beneventano (…), scriveva che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’. Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano. Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano. Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”Riguardo a questi passi del Di Meo vedremo più avanti ciò che scriveva in proposito il De Blasi (…), che non concordava sull’origine del padre di Tancredi, ovvero di Odobono Marchisio. Il Di Meo scriveva dell’origine di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo e figlio di Emma che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’.“. Dunque, il Di Meo cita Pietro Diacono (….) ed il suo Chronicon. Molte delle sue opere letterarie ed agiografiche sono conservate nei codici autografi Casinense 361 e 257 (Montecassino, Archivio dell’Abbazia) e nel Casinense 518, il cd. Registrum S. Placidi. La sua nota attività di falsificatore emerge in tre gruppi di opere che possono classificarsi come: Falsificazioni relative a san Placido (testi riguardanti la figura di san Placido, primo discepolo di san Benedetto), Falsificazioni relative a Odone circa san Mauro (le interpolazioni operate sulla Translatio S. Mauri di Odone di Glanfeuil databile all’863 ecc…Il Di Meo cita pure Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano.”. Il Di Meo scriveva pure che: Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano.”. Dunque, secondo il Di Meo, i tre autori vorrebbero che Tancredi d’Altavilla fosse “Tancredi Marchisio” cioè figlio di “Marchisio”. Romualdo Salernitano lo vuole figlio di “Marchisio” e, Muratori, lo vuole figlio di “Odone” o “Ottone Buono Marchese” e di Emma, sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino (e non nipote) di Boemondo d’Altavilla. Il Di Meo diceva pure che Tancredi d’Altavilla era pure: Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”. Il Di Meo, su Tancredi, su Emma (la madre) e su “Odobono Marchisio” (il padre) argomenta anche altre origini di cui parlerò in seguito.  Il Racioppi, nel suo passo, cita anche il Troyli (…), che effettivamente, riguardo l’origine di Tancredi d’Altavilla, fa una buona disamina del caso nel suo vol. III, pp. 439-440 ecc..:

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(Fig….) Troyli (…), vol. III, pp. 439-440

Stessa notizia, forse sulla scorta del Racioppi (….) è citata da Biagio Cappelli (….), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 323, parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (….). Il Racioppi (…), ci parla di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, e proprio riguardo questo personaggio, citato nell’antica pergamena (7), il Racioppi ci dice che che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi, sulla scorta di alcuni autori, credeva che “Ottobono Marchisio” fosse Signore di San Chirico Raparo, un paese in Provincia di Potenza, noto in antichità anche per la presenza di un’antichissimo Monastero basiliano poi in seguito divenuto Abbazia Benedettina. Anche l’Antonini credeva che “Odobono Marchisio” fosse un feudatario normanno di S. Chirico Raparo. L’Antonini (…), credeva si trattasse di un feudatario di S. Chirico Raparo. Riguardo ciò che si è scritto intorno alle assonanze di Odobono Marchisio con S. Chirico Raparo, scriverò in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel Discorso II, Parte III, a p. 490, della sua prima edizione (1745), parlando di Castelsaraceno, un borgo in Lucania, vicino Latronico, diceva che: In mezzo a questo posto è Castelsaraceno….una valle con un Monistero di Cappuccini. Fu così detto da i Saraceni (I), che vi si fortificarono, e di quell’opere ancora le reliquie si osservano al di sopra del paese. In effetto nella donazione, che nell’anno del mondo 6594, fanno Manchisio o forse Marchisio (2), ed Emma sua moglie al Monistero di S. Angelo a Raparo, ed all’Abate Ninfo, che in greco si legge, prodotta in varj atti del S. C. di Napoli, trovasi nominato questo Castello diruto, colla facoltà di abitare, perchè allora non ci erano abitatori. ..Il monistero posto sulla Montagna ridotto in Commenda senza monaci, va da un giorno all’altro in rovina……Sei miglia lontano da Castelsaraceno trovasi la grossa terra di Carbone, ….In mezzo a questo è posto Castelsaraceno, …..ebbe una rinomatissima Badia di Basiliani greci, padroni del luogo; delle di cui prerogative e fondazione, una ben scritta storia compose Paolo Emilio Santoro Vescovo d’Urbino.”.

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Antonini, 1745, parte III, p. 490, note

L’Antonini, a p. 490, nella nota (2) postillava: “(2) Alcuni han preteso, che di questi fosse stato figlio Tancredi ricavandole dalle parole di Roberto di Caen, dove dè fatti di questo Principe scrive: “Tancredus clarae stirpis germen clarissimum, parentes eximios Marchisium habuit, et Emmam”; ma gli storici ci dicono, che fosse stato figlio di Ruggiero Normando.”. (Fig…) La nota dell’Antonini (51), a p. 490 che riporta il passo di Rodolfo Cadomense o di Caen sui Marchisio e Tancredi suo figlio. Dunque, questo scrisse l’Antonini (…), su Tancredi (…), figlio di Odo Marchisius e di Emma. Di Odo Marchisius o Odobono Marchisius, si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero sulle gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen (…) o Rodolfo Cadomense; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro (…); di Ugone Falcando (…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). La studiosa Vera Falkenhausen (…), cita questa famiglia nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’ (49), e dice: “In Basilicata, i Normanni favorirono monasteri come S. Angelo di Raparo, fondato dal monaco greco Vitale alla fine del X secolo (55) e beneficiato tra altri da Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (51), e appunto – Carbone. Dalla donazione della chiesa di S. Nicola all’igumeno Biagio nel 1070/1071 risulta che, nonostante i vari danni subiti e in contrasto con le sorti di altri monasteri della regione, S. Anastasio di Carbone era sopravvissuto alla presa di potere dei Normanni. L’Abate greco cercò presto la protezione delle nuove autorità rivolgendosi nel 1074 ad Ugo di Chiaromonte, signore feudale della Basilicata meridionale.”. La Falkenhausen (49), a p. 69, nella sua nota (56), riguardo la notizia della famiglia Marchese, postillava che: “G. Antonini, La Lucania, I Discorsi, Napoli, 1745, p. 490, menziona una donazione dell’anno 6594 (= 1085/1086), ora perduta, con la quale Marchisio ed Emma, offrono “al monistero di S. Angelo a Raparo ed all’Abate Ninfo” il castello distrutto di Castelsaraceno “con la facoltà di farlo abitare, perchè allora non ci erano abitatori”. Scrive sempre la Falkenhausen nella sua nota (56) che: “I due donatori sono probabilmente i genitori dei due cavalieri Tancredi Tancredi e Guglielmi, che nel 1096 accompagnarono Boemondo I in Terra Santa (v. E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto in Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, Ernesto Pontieri ci parla di questo personaggio “Odobono le bon Marquiz”.

Le Grancie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino nel territorio Saprese, oggi Torraca

Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (3), conservato nellArchivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (4), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e che noi quì pubblichiamo alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. La notizia ci arriva da Ebner (…) che scrive in proposito: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Il Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..” . Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la Grancia di San Nicola e la Grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. La notizia di della Grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (…) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (…) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del notaio Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese.

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(Fig…..) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

La Cappella di S. Fantino, posta nel territorio Saprese

S. Fantino

Nel documento illustrato nell’immagine sopra, si legge, nel territorio di Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag : Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp.e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”. Il Gaetani (…), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino’, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (…), del 1695. Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università (Comune) di Torraca, che apparteneva ai Baroni Palamolla. Il documento notarile del Magliano (…), fu citato dal Gaetani (…), che in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, pubblicò il contenuto del documento illustrato nelle Figg…. e….: La Venerabile Cappella di Santo Infantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere di ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti, i quattro cantoni et il frontespizio, et anco un arco sopra l’altare medesimo di pietre scalpellate, stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare; la detta cappella era diruta, senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. mo D. Michele Brandaleone alla f.m. di P.P. Innocenzo XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vescovo di Policastro ecc….

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(Fig….) Particolare di pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) – il documento che descrive la ‘Cappella di S. Fantino’ e “la sua magnificenza ecc..”. 

L’origine della pergamena del 1097

Il Trinchera (…), nella sua ‘Introduzione’, ci dice pure che questo documento del 1097, assomiglia al documento pubblicato a pagina XVIII del testo di Vargas-Macciucca. L’antico documento membranaceo d’epoca Normanna (7), ci parla di un ‘Odo Marchisius’ (Figg. 1-2-3) o ‘Odone Marchisio’. Quì il Trinchera (…), sempre a p. XXV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’, Documenti pag. XVIII.”. Dunque, il Trinchera (…), cita il testo di Francesco Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’. Il Trinchera (…), nella sua nota (3), cita il documento pubblicato a pagina XVIII, del testo di Vargas-Macciucca (44) ‘Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco’, Napoli, stamperia Simoniana, 1765, dove in Appendice, a p. XVIII, riportava questo documento:

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(Fig….) Vargas-Macciucca F. (…), documento a p. XVIII

Dello Studio Legale degli Avvocati ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo “Biografia universale antica e moderna, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Il Capalbi (25), sulla scorta del Tromby (26), scriveva in proposito: “Degli archivi calabresi esistiti già, e che per esplulsione de’ Frati avvenuta in quella provincia…Il primo, e forse il più grandioso e magnifico, per l’antichità, e pel numero delle scritture si fu certamente quello della Certosa di S. Stefano del Bosco.”. Il Trinchera (3), pubblicava a p. 128, anche un’altro documento in cui veniva citato il personaggio Normanno ‘Odo Marchisii’, in un’altra pergamena:  “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig. 4). Il Trinchera (3), riteneva che l’antica pergamena pubblicata a p. 128, sotto il numero XCVIII – anno 1126 – mese di Luglio – Indizione IV”, in cui Sighelgaita ‘marchisia’ e la vedova di Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del conte Ruggero dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di Settembre, dell’Indizione VI e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. Il Trinchera (3), nella sua nota (3), afferma, che l’antichissimo fondo di carte greche da cui è stata tratta quella in questione (Figg. 1-2-3), provenisse dall’“Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”. Pare che l’antica pergamena (7), provenisse da un’antico monastero in Lucania, il monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), le cui carte nel 1809, confluirono nel Monastero di S. Stefano del Bosco in Calabria. Solo con l’Unità d’Italia, queste antiche carte, confluirono nel Grande Archivio di Napoli, che in occasione delle vicende belliche del 1943, andarono distrutte. Il Trinchera (3), per l’origine di questo antichissimo privilegio Normanno, fa riferimento ad una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Dello Studio Legale degli Avvocati ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella causa fiscale in questione, il Vargas-Macciuccea, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (7), pubblicata dal Trinchera (3). L’antica pergamena del 1097, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina in provincia di Vibo Valenzia. Il legame con l’antica pergamena ed il luogo dove essa era conservata, verrà svelato da una citazione della studiosa Gertrude Robinson (citata dal Cappelli nella sua nota (21) a p. 345), nella sua ‘History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone’ (…). La Robinson (…), affermava che “La famiglia Marchese….fu una delle benefattrici del monastero del Carbone” e, questa notizia conferma che l”Odo Marchisius’ – di cui si parla nell’antica pergamena – fosse collegato con l’antico monastero di Carbone in Lucania, in provincia di Potenza (un paese vicino Latronico). Infatti, molte notizie storiche dell’epoca sono state tratte da pergamene d’epoca Normanna, appartenute ad organizzazioni ecclesiastiche di cui tutto il Mezzogiorno dell’epoca era disseminato – Monasteri soppressi molti secoli dopo con la venuta di Giuseppe Bonaparte. Il Cappelli (…), sulla scorta della Robinson (…) e del Rodotà (13), collegava l’antica pergamena Normanna (…), all’antico monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), in quanto, nel luogo soggiornò S. Nilo da Rossano – che in seguito passò a vivere nel monastero basiliano dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Noi crediamo che il legame tra l’antica pergamena d’epoca Normanna e le nostre terre, fosse la presenza di  S. Nilo nelle nostre terre. S. Nilo, fu discepolo di S. Fantino che viveva nel ‘Mercurion’ che, il Cappelli (…), ritiene fosse vissuto nelle nostre terre. Si narra che S. Nilo, si ritirò in un recondito eremo e in una caverna dove c’era un altare consacrato a san Michele Arcangelo, vicino ‘Mercurion’. Quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (…). (Fig….) p. 191, tratta dal Libro II, Cap. XI del Rodotà (…). Il Rodotà (…), nella sua nota (2) di p. 190 (vedi immagine), parlando del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), trae alcune notizie dal testo di Apollinare Agreste (48),  ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, dove si parla della storia di S. Basilio e dei monastri Basiliani nell’Italia Meridionale. Infatti il Rodotà scrive alla sua nota (2): “Agresta. Vita di S. Basilio. Bulla Innoc. X. an. 1649”, che fa riferimento alla bolla papale di papa Innocenzo X che dava in commenda alla chiesa di Roma molti di questi monasteri tra cui quello del Carbone. Il Rodotà, ci dice che di questo monastero ne descrisse la storia e dei suoi numerosi privilegi concessi dai Normanni, il Santoro (…), che poi fu tradotto dallo Spena (…). Lo Spena, che ha tradotto il Santoro (…), scrive verso p. 43, che alcuni privilegi del monastero del Carbone, furono ritrovati nel monastero Certosino di S. Lorenzo in Padula, e lui li riporta. Il Rodotà (…) ed il Santoro (…), citano la presenza di S. Nilo di Rossano in questo eremo anichissimo e ne narrano la vita. Noi crediamo che il legame tra l’antica pergamena d’epoca Normanna e le nostre terre, fosse la presenza di  S. Nilo nelle nostre terre. S. Nilo, fu discepolo di S. Fantino che viveva nel ‘Mercurion’ che, il Cappelli (2), ritiene fosse vissuto nelle nostre terre. Si narra che S. Nilo, si ritirò in un recondito eremo e in una caverna dove c’era un altare consacrato a san Michele Arcangelo, vicino ‘Mercurion’. Quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (25) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (26). La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9. Vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola. S. Nilo, in occasione della sua permanenza nel monastero lucano, essendo molto ben voluto dai regnanti Normanni dell’epoca, ricevette numerosi privilegi e diversi ne fece ricevere ai Monasteri basiliani in Calabria, prima che egli passò a vivere – come riteneva il Cappelli (2), nel Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro. E’ proprio la presenza di monaci basiliani e dei Cenobi – molti provenienti dalle Calabrie – che ipotizzano il legame all’antica pergamena (7) ed alle notizie in essa contenute. I forti legami, attestati dai continui lasciti e privilegi, con i Principi Normanni ed alcuni monaci basiliani provenienti dalle Calabrie, in seguito, stabilitisi nelle nostre terre, come S. Nilo da Rossano – forse dovuti alle incombenti minaccie nelle terre Calabre – spiega i due privilegi (Figg. 2-3-4), in cui viene citato il nobile Normanno Oddone Bon Marchise. Infatti, il Rodotà (…), scrive che il Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), porta ancora l’antica denominazione del “Carbone”, e, Roberto il Guiscardo, suo figlio Boemondo, e il re Ruggero, e Riccardo Siniscalco, Albenda sua moglie, lo arricchirono di beni. Il monastero, fu frequentato da S. Nilo di Rossano, dove poi andò a vivere definitivamente. Il Rodotà, scrive che questo monastero fu descritto dal cardinale Paolo Emilio Santoro (…) che, pubblicò diverse bolle e privilegi concessi a questo monastero, nel suo ‘Historia Monasteri Carbonensis ordinis Sanctii Bailii’ (…), che poi fu tradotta e continuata da Marcello Spena (…), nel suo ‘Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio’, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859, che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Il Monastero di Carbone è stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia. Il Cappelli, collega il documento Normanno (7), con S. Nilo che abitò in questo Monastero basiliano del Carbone e poi passò a vivere nell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (7), pubblicato dal Trinchera (…).

Santoro, S. aNASTASI E s.eLIA

Santoro P.E., i benefattori del monastero

Infatti, come vediamo dal Santoro (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone, posto in Lucania, tra Calabria e Basilicata, vicino Latronico, secondo il Santoro (…), vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8

Hugo Marchesius

(Fig….) p. 8 tratta dal Santoro (…), dove si cita ‘Hugo Marchesius’

Il Santoro (…) cita il personaggio Normanno, ‘Hugo Marchesius’, ma egli segnala solo che fu uno dei benefattori del Monastero di S. Anastasio ed Elia del Carbone in Lucania ed oggi in provincia di Potenza. Non si dice l’anno dell’eventuale donazione, e quindi non possiamo dire se l”Hugo Marchesius’ sia collegato con l’Oddonis Marchisii della pergamena del 1097, pubblicata dal Trinchera (…). Ritroviamo un ‘Hugo Marchisius’, al n. 777 del ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185 ai tempi della III Crociata di re Guglielmo II. Il ‘Catalogus’ fu tradotto e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Nel n. 777, del ‘Catalogus baronum’, è scritto: “Manfridus Marchisius filius Hugonis Marchisii (I) et frater eius tenent de eodem Hugone Lupariam (2) ecc..”. Hugonis Marchisii, figura nel ‘Catalogus’ al n. 793 e vi è scritto che egli: “Manfridus Marchisius (7) tenuit de eo Campum de Prada (e), ecc..”. Certo è che questi feudatari Normanni della famiglia dei ‘Marchisio’, appaiono anche nel ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185. Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, ne parla a p. 310, vol. II, alle voci ‘Marchese’ Giambattista, Orazio e Annibale’, tutti sotto il Comune di Camerota. Bozza scrive: “Marchese (Giambattista) della famiglia dei marchesi di Camerota, fu eletto a vescovo di Catanzaro nel corso del 18 secolo; Marchese (Orazio) di Camerota, valente capitano del 16 secolo, ottenne pei suoi servigi in guerra il titolo di Marchese di Camerota; Marchese (Annibale) dei marchesi di Camerota 1685-1753, fu poeta e compose molte opere: Carlo VI il Grande, pema, 4, Napoli 1720 – Polistena. Crispo, tragedie. 12 Venezia 1722 – Tragedie cristiane. 4, Napoli, 1729, vol. 2. – Il Vitichindo poema ecc..”. Sempre il Bozza (…), alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che nel paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasio e S. Elia del Carbone, in Calabria, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8. Il Del Giudice (15), nell’introduzione al suo testo, in cui sono stati raccolti leggi, statuti e privilegi, spiega che “Nella sala diplomatica del grande Archivio di Napoli, veggosi ligate in 347 Volumi tutte le pergamene, che furon rinvenute tra le carte de’ Monasteri soppressi al tempo dell’occupazione militare de’ Francesi; e tra le altre quelle del Monastero di S. Stefano del Bosco.. Si tratta proprio delle carte pubblicate dal Trinchera (3). Il Capalbi (25) a p. 6, fa una breve disamina dei documenti greci conservati nell’antico Monastero e poi riferisce che su di esso ha scritto il Tromby (26) che, ci conferma alcune notizie storiche contenute nelle pergamene greche pubblicate dal Trinchera (3). In particolare, il Tromby (26), nella sua grande opera, pubblicò molte pergamene medievali manoscritte e le stampò – dice il Capalbi – “contro gli avvocati fiscali Vargas Macciucca, e Ferrari,..nelle gravi liti civili, ch’ebbe a sostenere la Certosa medesima.”. Dunque il Tromby (…), pubblicava proprio alcune carte della vertenza fiscale con l’avvocato Vargas Macciucca (o Macciuccea), intentata contro i monaci, di cui parla l’antico documento (7) pubblicato dal Trinchera (3). Il Del Giudice (15), ha spiegato che, le antiche pergamene greche d’epoca Normanna, “furon rinvenute tra le carte de’ Monasteri soppressi al tempo dell’occupazione militare de’ Francesi. Infatti, l’antico Monastero di S. Stefano del Bosco (…), fu soppresso dalle leggi sulla feudalità del 1808 nel decennio francese. Ma, l’origine e la provenienza delle antichissime pergamene greche d’epoca anteriore alla monarchia Normanna, tra cui il documento (7) (Figg. 1-2-3), pubblicato dal Trinchera (3), era si da un antico monastero basiliano ma, non quello di S. Stefano del Bosco in Calabria (diventata poi Certosa di S. Bruno) – dove molti documenti confluirono in seguito alla soppressione dei Monasteri a seguito delle Leggi sulla feudalità nel decennio francese, ma era il Monastero dei SS. Elia e Anastasio a Carbone, un paesino posto tra Latronico (PZ) e San Chirico Raparo su cui ha scritto Paolo Emilio Santoro (…) e poi Marcello Spena (…) che l’ha tradotto dal latino. Le carte di questo antichissimo monastero, confluirono nell’archivio del Monastero di S. Stefano del Bosco in Calabria. Sulla Certosa di S. Bruno, prima Monastero di S. Stefano del Bosco, si veda pure l’inedito ‘Martyrologium Cartusianum singulis mensibus iuxta calendarii formamaccomodatum’, tradito nel ms. cartaceo Brancacciano II C 11 (Biblioteca Nazionale di Napoli), opera di Camillo Tutini (1594-1667), per i tipi di Rubbettino, ristampa anastatica – 2008, opera strettamente connesso al Martirologio della Certosa di Santo Stefano del Bosco. Tutini, è un erudito la cui esperienza personale nella Certosa di San Martino a Napoli, legata a quella di Serra San Bruno in Calabria, dove riposano le spoglie del Santo fondatore, l’avevano spinto ad approfondire la storia di quell’ordine eremitico, del quale sembra aver fatto parte in gioventù, inserendo anche una breve cronaca del monastero calabrese nel ‘Prospectyus historiae ordinis Carthusiani. Additum est Breue chronicon Monasterij S. Stephani de Nemore eiusdem ordinis. Nec non series Carthusiarum per orbem…….Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (12), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio di Carbone. Infatti, il Cappelli (2), nella sua nota (21), sulla scorta del Robinson (12), parlando dell’‘Odo Marchisius‘ – citato nell’antico documento (7) – afferma che: “La famiglia Marchese ….fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Il Robinson (12), ha scritto uno studio sull’antico Monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone. Il Monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone, è citato anche da Rodotà (2),  che, scriveva:S. Elia, nella Diocesi di Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Del Monastero di Carbone, ne parla anche il Santoro (2), Il monastero di Carbone, Napoli, ed. Pellizzone, 1859. E’ stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia –  poi soppresso dai francesi nel 1808 (fondato molti secoli prima del Monastero di S. Stefano del Bosco) – le cui antiche pergamene manoscritte – rinvenute dal Trinchera (3),  nell’Archivio di Stato di Napoli (3), confluirono nei fondi dei Monasteri che furono portati alla Certosa di S. Bruno (ex Monastero di S. Stefano del Bosco), nel decennio francese che li aveva soppressi.

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Il Cappelli, collegava l’antico documento Normanno (7), con S. Nilo che abitò nel Monastero basiliano del Carbone del Bosco e poi passò a vivere nella Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (7), pubblicato dal Trinchera (3). L’antica pergamena manoscritta in greco e d’epoca Normanna – probabilmente proveniente dalle antiche pergamene del Monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone – si trovava nel carteggio del meno antico Monastero di S. Stefano del Bosco (diventata Certosa di S. Bruno), in quanto, dopo le leggi sull’eversione della Feudalità del 1808, che soppressero anche l’antico Monastero di Carbone in Basilicata, alcune antiche pergamene furono utilizzate dal Tutini e pure dal Tromby (26), per studiarle e preparare la difesa legale nella vertenza (Causa della Serra), sorta tra alcuni ‘maligni Serresi’, nella Causa dell’avvocato Francesco Vargas Macciucca, contro i monaci, ovvero proprio la causa pendente intentata contro i monaci ed il Cenobio da alcuni feudatari che volevano impossessarsi dei beni dei monaci, donati dai Principi Normanni, dice il Capalbi“contro l’avvocato fiscale Vargas Macciucca, e Ferrari,….nelle gravi liti civili, ch’ebbe a sostenere la Certosa medesima.”. Moltissimi dei documenti d’epoca Normanna, molti dei quali erano pergamene membranacee e redatte con scrittura in greco, erano documenti provenienti da monasteri basiliani o di antica fondazione. Molti di questi documenti, come alcuni di quelli che abbiamo citato in quanto riguardano il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, erano privilegi compilati per concessioni fatte al Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), che dopo varie vicissitudini ed anche a seguito alla soppressione dei Monasteri del 1809, confluirono nell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata presso Tuscolo, nel Lazio, che nel 1600, fu commendata dal Cardinale Bessarione, il quale incaricò alcuni suoi collaboratori di redigere quello che oggi viene comunemente chiamato “Regestum Bessariones”, che cita moltissimi di questi antichissimi documenti. Agli inizi del XVIII secolo, Pietro Menniti (…), su incarico del Bessarione, redisse il ‘Chronicon Carbonense’ e il ‘Bullarium Cryptense’, dove vennero trascritti moltissimi dei documenti posseduti dall’Abazia di Grottaferrata, provenienti dal monastero di Carbone (…). La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio in onore di Arnold Ersch (…), scriveva che alla fine del XVII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Scrive sempre il Breccia che il Menniti (…), utilizzò alcuni antichissimi manoscritti greci, provenienti dalla Badia di Grottaferrata a Tuscolo, per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6), dice: la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’”. Riguardo l’opera del Bessarione e del Menniti (…), si veda il testo di  Pera (…) ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’. Per gli antichi documenti del monastero di Carbone (PZ), si vedano pre gli studi  di Enrica Follieri (…). La vecchia parte dei fondi fu pubblicata nel 1928-1930 da Gertrude Robinson (…). Oggi questi documenti, quasi tutti risalenti al XI secolo  (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma) e all’Archivio Segreto Vaticano. Un paio di altri fondi, o conservati in antiche edizioni, in particolare nel libro di Paolo Emilio Santoro (…).

‘Odo Marchisii’, o ‘Odonis Marchisii’ in un documento del 1097 e, in uno del 1126

Odonis Marchisii, i

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1126 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 128-129

Chi è l'”ODO MARCHISIUS, citato nell’antico documento (Fig. 1), pubblicato dal Trinchera (3), o l”Odo Marchese’ (di cui parla il Cappelli) che, nell’anno 1097 – “…concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, la facoltà (il privilegio) di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino a Scido“. L’antica pergamena (7), non parla di ‘Odo Marchese’ – come scrive il Cappelli – ma parla di un ‘ODONIS MARCHISII’. Il Trinchera (3) a p. XXV, a proposito dell’antico documento (7) membranaceo n. 64 (Membrana 64 o LXIV, scrive: Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.“, che tradotto significa: “Per Odonis Marchisii (Odone Marchisio) si fa menzione della membrana dell’anno 1126 che abbiamo pubblicato sotto il numero “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig. 4, pubblicato a p. 128), in cui Sighelgaita marchese e la vedova Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del Conte Ruggerio dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di settembre, del lavoro-6 run e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. L’antico documento membranaceo d’epoca Normanna (7), ci parla di un ‘Odo Marchisius’ (Figg. 1-2-3) o ‘Odone Marchisio’. Il Trinchera (3), pubblicava a pp. 128-129, anche un’altro documento in cui veniva citato il personaggio Normanno ‘Odo Marchisii’, in un’altra pergamena:  XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig. 3-4).

Odonis Marchisii in greco

Odonis Marchisii 1126 in latino

(Fig. 4) Un’altra pergamena d’epoca Normanna, datata 1126, manoscritta in greco, tradotta e pubblicata dal Trinchera (3) a pp. 128-129

Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: Emma di Hauteville (verso il 1080 a 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Pierre Aubè (…), nel suo ‘Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo’,nella ‘Parte Prima’, nello schema “Discendenza di Roberto il Guiscardo”, egli spiega che Roberto il Guiscardo, ebbe dalla prima moglie “Alberada di Buonalbergo”, due figli: la figlia “Emma”, primogenita e “Boemondo I, principe di Aniochia (1098-1111)”. Boemondo I, sposò Costanza, figlia di Filippo I re di Francia da cui ebbe Boemondo II, principe di Antiochia, mentre la sorella Emma, primogenita di Roberto il Guiscardo, sposò “Eude (Oddone), il buon marchese (Odobono Marchisio)”, da cui nacque “Tancredi, principe d’Antiochia (1111-1112)”. Aubè, conferma inoltre la discendenza del Guiscardo con la seconda moglie, la principessa Sichelgaita, figlia di Guaimario IV. Dunque, secondo l’Aubè, la prima figlia di Roberto il Guiscardo era Emma, sorella dunque di Boemondo e sposa a Odobono Marchisio, ovvero il personaggio della pergamena del 1097, dove si cita “Scido”. Aubè dice pochissimo su Odobono Marchisio, di cui non si conosce bene l’origine. Alcuni hanno scritto che Oddone (Otton, Odobonus, Eudes) di Monferrato, detto “Le Bon marquis” (in francese) o il ‘Buon marchese’ (in italiano), tra il 1065 e il 1075, abbia sposato la Emma de Hauteville (d’Altavilla), la figlia primogenita di Roberto il Guiscardo nata dalle nozze con la prima sua moglie (d’Aubrèe) Alberada di Buonalbergo. Questo personaggio del Monferrato, pare sia stato il figlio di Oddone (Otton) 1° degli Aleramici, il primo marchese del Monferrato in Piemonte. Altri addirittura scrivono che l’Odo Marchisii, sposato con Emma, sia stato il signore di S. Chirico Raparo (PZ), in Basilicata. In ogni caso, l’epoca di cui tratta l’antica pergamena del 1097, è quella in cui, dopo la morte del Guiscardo, nel 1085, il fratello di Emma, Boemondo I, non si rassegna molto presto alla successione del fratellastro Ruggero Borsa, che era stato proclamato erede già nel 1073 e con il quale raggiunse un accordo solo nel 1089, grazie alla mediazione di papa Urbano II. Dunque, l’antica pergamena o atto di donazione del 1097, di cui parlo, non riguarda il periodo di co-reggenza di Boemondo I, fratellastro di Ruggero Borsa, divenuto erede del Guiscardo nel 1073, ma ancora piccolo, ma riguarda il periodo in cui i due fratellastri, Boemondo I e Ruggero Borsa, avevano raggiunto un accordo grazie alla mediazione di papa Urbano II, nel 1085 e, dunque essendo la pergamena datata 1097, si tratta del periodo in cui già era avvenuta la spartizione dei territori.  Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Dunque, in questo periodo, anno 1097, in cui a Boemondo, veniva riconosciuto il Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, secondo l’antica pergamena del 1097, la sorella di Boemondo I, Emma d’Hauteville e suo marito Oddone Marchisio, ebbero un ruolo fondamentale sulle nostre terre. Il Marchisio o Odo Marchisius, è citato in un altro interessantissimo documento d’epoca Normanna. Dunque con questo documento, di cui parliamo ora, siamo arrivati a tre documenti che citano questo dignitario Normanno. La studiosa Vera Falkenhausen (…), cita questa famiglia nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’ (49), e dice: “In Basilicata, i Normanni favorirono monasteri come S. Angelo di Raparo, fondato dal monaco greco Vitale alla fine del X secolo (55) e beneficiato tra altri da Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (51), e appunto – Carbone. Dalla donazione della chiesa di S. Nicola all’igumeno Biagio nel 1070/1071 risulta che, nonostante i vari danni subiti e in contrasto con le sorti di altri monasteri della regione, S. Anastasio di Carbone era sopravvissuto alla presa di potere dei Normanni. L’Abate greco cercò presto la protezione delle nuove autorità rivolgendosi nel 1074 ad Ugo di Chiaromonte, signore feudale della Basilicata meridionale.”. La Falkenhausen (49), a p. 69, nella sua nota (56), riguardo la notizia della famiglia Marchese, postillava che: “G. Antonini, La Lucania, I Discorsi, Napoli, 1745, p. 490, menziona una donazione dell’anno 6594 (= 1085/1086), ora perduta, con la quale Marchisio ed Emma, offrono “al monistero di S. Angelo a Raparo ed all’Abate Ninfo” il castello distrutto di Castelsaraceno “con la facoltà di farlo abitare, perchè allora non ci erano abitatori”. Scrive sempre la Falkenhausen nella sua nota (56) che: “I due donatori sono probabilmente i genitori dei due cavalieri Tancredi Tancredi e Guglielmi, che nel 1096 accompagnarono Boemondo I in Terra Santa (v. E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Dunque, la Falkenhausen (49), cita un antica pergamena citata dall’Antonini (51), a p. 490, parte III, della sua prima edizione della ‘Lucania’, che parlando di Castelsaraceno, un borgo in Lucania, vicino Latronico, diceva che:

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Antonini, 1745, parte III, p. 490, note

Dunque, l’antica donazione o privilegio, citata dall’Antonini (51) e, dalla Falkenhausen (49), è dell’anno 6594 che, secondo la studiosa, dovrebbe corrispondere all’anno 1085/1086. In questo altro documento, simile a quello da noi citato, ma molto più tardo, ci conferma la presenza nelle nostre terre della famiglia di “Odobono Marchisius”, come lo chiama la Falkenhausen. La studiosa, sulla scorta di Evelin Jamison (…), che ha pubblicato il ‘Catalogus Baronum’ (…), afferma che Emma, sorella di Roberto il Guiscardo ed Odobono Marchisius, fossero i genitori dei due fratelli Tancredi e Guglielmi, che entrambi seguirono Boemondo I alla prima Crociata in Terra Santa. La studiosa Falkenhausen (…), cita il personaggio Normanno del nostro documento (7) e aggiunge pure chi fosse il padre di Tancredi e di Guglielmo, che si unirono nel 1093 allo zio Boemondo per seguirlo nella prima Crociata. L’Antonini (…), scrive che: “In effetti, nella donazione che nell’anno del mondo 6594, fanno Manchisio o forse Marchisio (2), ed Emma sua moglie, al Monistero di S. Angelo a Raparo, ed all’Abate Ninfo, che in greco si legge, prodota in vari atti della S. C. di Napoli, trovasi nominato questo castello diruto…“. L’Antonini (51), nella sua nota (2) sui ‘Marchisio’, postillava che: “Alcuni han preteso, che di questo fosse stato figlio Tancredi, ricavandolo dalle parole di Roberto di Caen, dove dè fatti di questo Principe scrive:”

Cattura 

(Fig…) La nota dell’Antonini (51), a p. 490 che riporta il passo di Rodolfo Cadomense o di Caen sui Marchisio e Tancredi suo figlio

Dunque, questo scrisse l’Antonini (…), su Tancredi (…), figlio di Odo Marchisius e di Emma. Di Odo Marchisius o Odobono Marchisius, si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero sulle gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen (…) o Rodolfo Cadomense; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro (…); di Ugone Falcando (…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis).

Nel 1089, Odo Marchese o Marchisius sposò Emma d’Altavilla, figlia di Roberto il Guiscardo

Leggendo Wikipedia alla voce “Tancredi di Galilea” apprendiamo che secondo alcuni autori egli fu figlio di Odo Marchese e di Emma d’Altavilla. Di Tancredi scriverò in seguito. Chi erano i due personaggi citati nell’antica pergamena del 1097 pubblicata da Francesco Trinchera ?. Da Wikipedia leggiamo che Oddobuono Marchese ed Emma d’Altavilla, erano i genitori di Tancredi noto come di Galilea. Emma d’Altavilla era sorella di Boemondo I detto d’Antiochia. Entrambi, Emma e Boemondo erano i figli di Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo e della prima sua moglie Alberada di Buonalbergo. Dunque, secondo alcuni autori Wikipedia scrive che Oddobuono apparteneva alla famiglia dei Marchese.  Secondo un’altra versione, il padre di Tancredi risulta appartenente invece non alla famiglia Marchese, bensì alla famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato, a sua volta figlio di Teuto di Savona e Berta di Torino. Wikipedia alle note (1-2-3-4) postillava rispettivamente che: “(1-2-3-4. Berardo Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, vol. 6, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1875, p. 108; ^ Biagio Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, così napoletane, come forastiere, Napoli, 1691, p. 376; ^ Catholic Encyclopedia; ^ Ferrante della Marra, p. 225.”. Ferrante della Marra (….), nel suo “Discorsi delle famiglie estinte, forestiere, o non comprese nè Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra”, Napoli, 1641. Secondo la prima versione Oddobuono Marchese era unito in matrimonio Emma d’Altavilla, figlia di Roberto il Guiscardo e sorella di Boemondo. Da Wikipedia, alla voce “Boemondo I d’Antiochia” leggiamo che Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen. Dalla Treccani on-line, alla voce “Emma d’Altavilla”, leggiamo che Emma d’Altavilla, era figlia di Tancredi d’Altavilla, come sembra accertato, e sorella di Roberto il Guiscardo e di Ruggero, raggiunse i fratelli in Italia, quando questi avevano ormai consolidato la loro potenza, intorno al 1080. Secondo alcuni cronisti, Emma sarebbe stata invece una delle figlie del Guiscardo, ma ciò è contraddetto dalle fonti coeve (fra cui particolarmente probante Raoul di Caen, De rebus gestis Tancredi principis, cap. 1, confidente e poeta del figlio dell’Altavilla, Tancredi, principe di Antiochia), che la dicono sorella e non figlia del Guiscardo. Intorno all’anno 1089, quando insieme con le nozze di Ruggero, conte di Sicilia, con Adelaide del Vasto, si contrassero numerosi parentadi fra Normanni e nobili subalpini, Emma d’Altavilla sposò Oddone “Marchisius” o “Bonus Marchisius”, a cui diede almeno due figli, Tancredi, il famoso crociato, e Guglielmo, morto in Terrasanta. Essa era morta parecchi anni prima del 1126, quando una Sichelgaita, vedova di Oddone “Marchisius”, fece una donazione, per sé, per i figli e per la buona memoria del marito (F. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Neapoli 1865, pp. 128 s., p. 98). Per Emma d’Altavilla la Treccani riporta la seguente bibliografia: Radulphi Cadomensis De rebus gestis Tancredi principis, cap. 1, in Recueil des Historiens des Croisades, Historiens Occidentaux, III, Paris 1860, p. 605; R. Jamison, Some notes on the Anonimi Gesta Francorum with special references to the Norman contingent from South Italy and Sicily in the first Cruisade, in Studies in French Language and Mediaeval Literature presented to Professor Mildred K. Pope, Manchester 1939, pp. 193-195. Un’altra notizia interessante è quella tratta sempre da Wikipedia alla voce “Alberada di Buonalbergo”, da cui leggiamo che: Anch’ella di stirpe normanna, sposò il Guiscardo tra il 1051 e il 1052, quando questi era ancora un piccolo nobile dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Era la zia, la sorella del padre, di Gerardo di Buonalbergo, che all’epoca offrì il proprio sostegno all’ascesa di Roberto facendogli dono di duecento cavalieri, che Alberada gli portò in dote al momento del matrimonio. Dall’unione nacquero due figli: – Emma, madre di Tancredi principe di Galilea, sposa di Oddone Bonmarchis (della famiglia dei signori del Monferrato); – Boemondo, primo principe di Taranto e di Antiochia. Sul blog ‘Casalenews’ (un blog del Monferrato) leggiamo che – Diversi testi di storici locali fanno riferimento a un antichissimo documento (pergamena in lingua greca) del Mezzogiorno d’Italia, all’epoca della dominazione normanna (con specifico riferimento a territori campani e calabresi), datato settembre 1097: “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos”, si cita un signore normanno: ‘Odo Marchisius’, che nell’anno 1079 concedeva un privilegio a un monaco di Vibonati per costruire un monastero a Scido (in Aspromonte, provincia di Reggio Calabria). Si tratta del documento ivi da me pubblicato. Il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, ricorrerà spesso su altri documenti dell’epoca ed è sempre citato con il titolo di marchese e donerà terre per costruire monasteri in Calabria e Campania, rivelando pertanto di essere un personaggio di nobile lignaggio e piuttosto benestante e generoso. – La Famiglia Normanna dei Marchisio, secondo alcuni storici locali, aveva in feudo in quell’epoca alcune terre del Cilento (attualmente in Campania ma anticamente era Lucania) che pare disponessero del rango di marchesato, cosa alquanto insolita nei domini normanni che erano prevalentemente contee e ducati, non mi risulta infatti vi fossero nobili “normanni” con l’investitura di marchesi. È molto probabile che il cognome Marchisio loro attribuito derivi dal titolo di marchese e sia stato assunto molto successivamente all’investitura feudale, oppure è stato attribuito impropriamente dagli autori, che avranno confuso il titolo nobiliare col cognome della dinastia, non essendo avvezzi a tale titolo nel Medioevo nel Mezzogiorno d’Italia. Del resto è comune che la storiografia locale pecchi di questi errori, assai diffusi, sia per una certa dose di improvvisazione, e sia perché mancano sufficienti basi storiche agli autori, non potendo oltretutto pretendere che chiunque si accinga a scrivere di cose storiche abbia letto e appreso tutto lo scibile umano inerente precedentemente pubblicato. – Alcuni storici locali nei loro testi sono convinti che Oddone Bonmarchis (il Buon Marchese, a volte denominato Oddone Buon Marchisio), fosse sposo di Emma, figlia primogenita di Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo (duca di Puglia e Calabria e Signore di Sicilia) e quindi sorella di Boemondo principe di Taranto, e appartenesse alla nobile famiglia dei signori di Monferrato (altri storici locali si limitano a definirlo di origine e provenienza “piemontese”). Se così stessero le cose sarebbe indubbiamente il padre di Tancredi d’Altavilla. Il un altro blog su “Odo il buon marchese” leggiamo che Odo (o Eudes ) il buon marchese ( sec . XI fl ), a volte chiamato Odobonus, era un nobile normanno o lombardo che governava una regione sconosciuta dell’Italia meridionale. Ha sposato Emma, una figlia di Roberto Guiscard, e hanno avuto almeno tre figli, Tancredi e William, entrambi famosi crociati, e Roberto, oltre a una figlia (nome sconosciuto) che ha sposato Riccardo di Salerno . Odo è conosciuto solo in relazione a sua moglie e ai suoi figli. L’unica fonte per dare al padre di Tancred il nome Odo è Orderico Vitalis, che, come Ralph di Caen, crede che sia un cognato e non genero di Guiscard. In un passaggio scrive che, vedendo la sua fine, “il magnanimo Roberto [Guiscardo], duca, conte, ecc., Chiamò attorno a sé Odo il Buono, il marchese, il [marito] di sua sorella, e altri parenti e nobili”. Quando Orderic in seguito elenca i crociati del 1096, menziona “Tancredi, figlio del marchese Odo il Buono”. La nota erudizione di Orderico, e la sua contemporaneità con Tancredi, rendono la sua testimonianza la migliore disponibile sulla paternità di quest’ultimo. Solo sulla parentela della moglie di Odo, Emma, ​​Orderic sembra sbagliarsi. Poiché Tancredi e suo fratello William erano entrambi giovani al tempo della prima crociata, è improbabile che la loro madre potesse essere una figlia dell’omonimo di Tancredi, Tancredi d’Altavilla . Evelyn Jamison identifica il padre di Tancredi con il margravio Odobonus che assistette a un documento emesso dal conte Ruggero I di Sicilia a Palermo nel 1094 e con l’Odobonus Marchisus che compare in una causa del 1097, ora archiviata ad Agrigento . Un terzo riferimento, a Otone, che comandava una divisione del conte Roger a Taormina nel 1078, potrebbe essere anche al padre di Tancredi. Paulin Paris ha suggerito che il vero nome del padre di Tancred era l’ arabo Maḳrīzī, corrotto in Marchisus. Ha sostenuto che il padre di Tancred era in realtà un arabo dell’Italia meridionale e ha presentato come sua prova la Chanson d’Antioche (c. 1180), che chiama Tancred fils a l’Asacant e fils a l’Amirant (figlio dell’emiro ). Questa teoria non ha un ampio supporto. Jamison suggerisce che Tancred sia così chiamato semplicemente perché conosceva l’arabo. Ci sono molte fonti che identificano il padre di Tancredi come un margravio ( marchio latino o marchisus, da cui marchese ), ma non lo nominano . Il grado di marchese era sconosciuto in Normandia all’epoca e questo suggerisce che Odo fosse italiano, forse siciliano o lombardo, sebbene il titolo fosse più comune nel nord Italia. Alcuni italiani del nord sono noti per essersi stabiliti nel sud con i Normanni. Roberto il Monaco, elencando i crociati che accompagnarono Boemondo, menziona “i principi più nobili, vale a dire Tancredi, suo nipote [cioè, Boemondo] e figlio del marchese …”, confermando il rango di suo padre ma non il suo nome. L’arcivescovo Baldric di Dol registra, con un latino più corretto, che Tancredi era nipote di Robert Guiscard e figlio di un marchese. Chiama anche il fratello di Tancred, William marchese ( marchisus ). Guiberto di Nogent, esprimendo qualche dubbio sul fatto che tutte le sue informazioni siano corrette, dice che Tancredi era il figlio di un certo marchese, che aveva accompagnato lo zio Boemondo nella prima crociata e che suo fratello Guglielmo accompagnava Ugo il Grande. Ci sono altre fonti pertinenti all’identità del padre di Tancred, dal momento che menzionano la sua relazione con Boemondo attraverso la sorella di quest’ultimo Emma. Alberto d’Aix, un contemporaneo, conferma che Tancredi era figlio della sorella di Boemondo, ma non menziona né suo padre né suo fratello. Tuttavia, ricorda che Ruggero da Salerno era un “figlio della sorella di Tancredi”, che doveva quindi essere la moglie di Riccardo di Salerno. Marino Sanuto il Vecchio registra che Tancredi era “il nipote di Boemondo di sua sorella”. Due fonti contraddicono la prima, facendo erroneamente Tancredi un cugino e non un nipote di Boemondo, ma non nominano suo padre. La Gesta Francorum expugnantium Gerusalemme di Fulcher di Chartres lo chiama “cugino di Boemondo” e Jacques de Vitry si riferisce a “Boemondo con suo cugino Tancredi”. Da Wikipedia leggiamo pure che secondo un’altra versione ed altri autori, il padre di Tancredi risulta appartenente invece non alla famiglia Marchese, bensì alla famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato, a sua volta figlio di Teuto di Savona e Berta di Torino. Però Wikipedia postilla del blog del Monferrato “Casalenews”, nel quale è citato solo il documento del 1097 che io ho pubblicato e, non fornisce nessun riferimento bibliografico.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto in Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, Ernesto Pontieri ci parla di questo personaggio “Odobono le bon Marquiz”.

Nel 1096, Tancredi Marchese, detto ‘Tancredi d’Altavilla‘ e noto come ‘Tancredi di Galilea’ e la I Crociata

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi Marchese, detto impropriamente Tancredi d’Altavilla e noto come Tancredi di Galilea per il possesso del principato di Galilea (1072 – Antiochia, 1112), è stato un cavaliere medievale normanno, principe di Galilea e reggente del principato d’Antiochia, noto per essere stato uno dei capi della prima crociata in Terrasanta, nonché uno dei personaggi della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Tancredi era il figlio di Oddobuono Marchese e di Emma d’Altavilla, sorella di Boemondo, principe di Taranto. Secondo un’altra versione, il padre di Tancredi risulta appartenente invece non alla famiglia Marchese, bensì alla famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato, a sua volta figlio di Teuto di Savona e Berta di Torino. Inoltre talvolta il nome del padre viene riportato anche come Eude. Wikipedia alle note (1-2-3-4) postillava rispettivamente che: “(1-2-3-4. Berardo Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, vol. 6, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1875, p. 108; ^ Biagio Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, così napoletane, come forastiere, Napoli, 1691, p. 376; ^ Catholic Encyclopedia; ^ Ferrante della Marra, p. 225.”. Ferrante della Marra (….), ed il suo “Discorsi delle famiglie estinte, forestiere, o non comprese nè Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra”, Napoli, 1641. Nel 1096, ventiquattrenne, si unì allo zio Boemondo e partì alla volta di Costantinopoli insieme agli eserciti della prima crociata in Terrasanta. Giunto nella capitale bizantina, subì forti pressioni (soprattutto dal generale bizantino Giorgio Paleologo) affinché prestasse giuramento di fedeltà all’imperatore Alessio Comneno, con la promessa di rendere al sovrano qualsiasi terra conquistata durante la campagna militare. Tancredi si rifiutò di farlo, sebbene molti altri cavalieri avessero fatto giuramento senza alcuna intenzione di rispettarlo. Nel 1097, prese parte all’assedio di Nicea, ma la città fu conquistata dalle truppe di Alessio a seguito di negoziati segreti con i Turchi Selgiuchidi. L’episodio spinse Tancredi ad una prudente diffidenza verso i Bizantini. Entro la fine dell’anno conquistò Tarso ed altre città della Cilicia e fu testimone dell’assedio di Antiochia del 1098. Di seguito è riportata l’ascendenza di Tancredi di Galilea. La Gesta Tancredi è una biografia di Tancredi scritta in latino da Radulfo di Caen, un normanno che prese parte alla prima crociata in Terrasanta e fu al servizio suo e di Boemondo. Per quanto riguarda gli antenati da parte del padre Oddobuono, per ogni membro il grafico è stato suddiviso in due parti: la riga soprastante riporta gli avi della famiglia Marchese, mentre la riga sottostante quelli della famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato.

Tancredi Marchisio Principe di Galilea

Per capire chi fosse l’Odo Marchisii, citato nelle due pergamene d’epoca Normanna (Figg. 1-2-3-4), abbiamo visto che la sua origine non è conosciuta, ne quella della sua nobile famiglia ma, di lui si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero le gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro; di Ugone Falcando; di Rodolfo Cadomense (Raoul Caen)(…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). Il Caen (…), scrive di Tancredi: Tancrede, un protagonista molto illustre di un’illustrazione illustre, aveva gli autori dei suoi giorni il Marchese e Emma.”, e poi, parlando del padre, Odo Marchese, alla nota scrive: “Le Mar quis Odon ou Guillaume; son nom et ses Etats soint incertaints.” che tradotto significa: “Il Marchese Odon o William, il suo nome ei suoi Stati erano incerti. Quindi, Emma d’Altavilla, primogenita del Guiscardo e Oddone Bonmarchis (Oddone detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato ?). Emma era anche il nome di una sorella di Roberto il Guiscardo, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale cugino di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo nipote. Nel 1096, ventiquattrenne, Tancredi si unì allo zio Boemondo e partì alla volta di Costantinopoli insieme agli eserciti della prima Crociata. Giunto nella capitale bizantina, subì forti pressioni (soprattutto dal generale Bizantino Giorgio Paleologo) affinché prestasse giuramento di fedeltà all’imperatore Alessio I Commeno, con la promessa di rendere al sovrano qualsiasi terra conquistata durante la campagna militare. Tancredi si rifiutò di farlo, sebbene molti altri cavalieri avesero fatto giuramento senza alcuna intenzione di rispettarlo. Instaurato il Regno di Gerusalemme, Tancredi, fu nominato principe di Galilea e quando nel 1100 Boemondo, divenuto nel frattempo Principe di Antiochia, fu fatto prigioniero dai Danishmen didi, Tancredi fu nominato reggente. Durante il suo regno il territorio del Principato si espanse grazie all’annessione di terre sottratte ai Bizantini e a nulla valsero i decennali tentativi di Alessio di riportare queste regioni sotto il proprio controllo. Riguardo Tancredi (nipote del Guiscardo) e suo cugino il Principe d’Antiochia Boemondo I (figlio primogenito del Guiscardo), si veda il testo di  Barile (30) ed il manoscritto del cronista dell’epoca Ordone Vitale (31). Vi sono delle notizie a riguardo citate da Ebner (…), tratte dal ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, in occasione della Crociata di re Guglielmo II detto il Buono, e che sarebbe interessante metterle in relazione alla famiglia Marchese a Camerota e a Tancredi. L’Ebner (…), alle sue note (24) e (25), cita due documenti del 1136, conservati all’Archivio della Badia di Cava dei Tirreni (ABC). Ebner scrive che si tratta di due documenti (I-XXIV-2, agosto a. 1136, XIV, Salerno: nel monastero ‘puellarum sancti georgii’, esistente nella città di Salerno, di cui domna aloara dei gratia venerabilis abbatissa prehest, alla presenza del giudice Oto, la monaca Mabilia, figlia del fu Landolfo, olim domini de Policastro, vendette a Boemondo figlio del fu Erberto detto capo d’Asino (l’abbiamo visto genero di Troisio di S. Severino) unum hominem censilem spettantegli di nome Rocco, con moglie e figli, per 50 tarì salernitani. Grimoaldo notaio.”Infatti, l’Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. Lo storico Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 195, riguardo la famiglia Marchisio di Camerota, scriveva in proposito che: “.., anche mozzando le teste degli sgherri del signore di Camerota…(53).”. Ebner (…), con la  sua nota (53), sulla scorta del Capecelatro (….) e di altri, postillava e parlava della famiglia nobile dei Marchese, di Camerota che si trovarono al centro dei tumulti popolani che sorsero nel Salernitano durante il Viceregno Spagnolo e, scriveva che: “De Turri, ‘Dissid. descrisc. receptaeque Neapol.’, Insulis, 1651, p. 305: “Ducem sane Camerotae, de gente Marchisia, plurima exulum satelitio ferocem circumvenientes populari sui: caesis exulibus quorum capita recisa Neapolim ostentui detulere, ducem ipsum captivum abduxere”. Sulle violenze di Paolo Marchese, “Marchio Camerotae e casalis Lentiscosae e Cusatorum” , v. pure ASN, ‘Collater partium’, vol. 151, ff. 100 e 165; vedi pure Capecelatro, ‘Diario’, cit. I, p. 178 e II p. 42.”. Come abbiamo visto, l’origine della famiglia Marchese di Camerota, non ne parla espressamente l’Ebner ma ne parleranno altri, che ne faranno risalire l’origine al normanno Bonmarchis. Per quanto riguarda il feudo di Camerota, nel ‘Catalogus Baronum’, di cui quì riportiamo i nn. 454-455-456-457, del ‘Catalogus’, pubblicato dalla Jamison (…), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, da p. 581 in poi, proprio sulla scorta della Jamison (…), scriveva in priposito: “Dal ‘Catalogus baronum’ (7) si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella….”. L’Ebner (…), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Poi l’Ebner prosegue il suo racconto sui Florio. L’Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (7), si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella…..Grande personaggio del Regno, Florio venne inviato in Inghilterra con i vescovi Elia di Troia e Arnolfo di Capaccio da re Guglielmo il Buono (II, 1166-1188) a re Enrico II per chiedergli la mano della figliuola Giovanna, sorella di Riccardo Cuor di Leone, che accompagnarono in Sicilia nel 1176 (8).”. “8- L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Cronaca ad a.): Interea rex W (ilielmus) consilio Papae Alexandri (III, 1151-1189), Eliam Troianum electum, Arnulphum Caputaquense ecc…”. “Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme.”. Scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…Ebner dice che ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, l’Ebner, scrive Florio è ricordato ancora da Falcando (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”). Il Capecelatro ricorda Guglielmo di Camerota, giustiziere del Principato, ai tempi (a. 1177) di re Guglielmo il Buono, con Luca Guarna.”. La notizia riportata da Ebner, riguarda re Guglielmo II e Camerota è quella secondo cui fallito il progetto di matrimonio di Guglielmo con la principessa bizantina, Maria, figlia dell’imperatore Manuele I Commeno, papa Alessandro III si oppose nel 1173 al matrimonio tra il re normanno e Sofia, figlia di Federico I Barbarossa. Nel 1176 fu inviato Alfano di Camerota, arcivescovo di Capua, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. La missione fu svolta con successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone. Alfano di Camerota (1158 circa – 1182 circa) fu arcivescovo di Capua dal 1158 fino alla sua morte. Amico intimo di papa Alessandro III, ricevette da costui nel 1163 una lettera che lo avvertiva di una congiura contro il re Guglielmo I di Sicilia. Tramite suo nipote Florio di Camerota, Gran Giustiziere del Principato di Salerno, Alfano avvertì il re. Come ambasciatore di re Guglielmo II il Buono, nell’autunno del 1176 si recò in Inghilterra per negoziare il matrimonio di Giovanna, figlia di Enrico II, con Guglielmo II, allo scopo di creare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. Durante il viaggio fu accompagnato da Richard Palmer, arcivescovo inglese di Messina, e il conte Roberto di Caserta. La trattativa ebbe successo e il matrimonio – con la susseguente proclamazione di Giovanna quale regina di Sicilia – ebbe luogo il 18 febbraio 1177 a Palermo. Ma, ritornando a Tancredi, Giosuè Musca (13), a proposito di Odo Marchisio, così scrive: Ainsi Tancredi, principal lietunant, pur suppleant (1101 -1103) et successeur (1104 -1112) de Boemond, est le fils d’Odo Marchisius (Eudes le Bon Marquis) et d’Emma, sceur de Robert Guiscard (Raoul de Caen l’appelle frequembien attestee en Normandie, ecc..”, che tradotto significa: “Così Tancredi, capo tenente, allora soppiantato (1101- 1103) e successore (1104-1106) di Boemondo, è figlio di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) e Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (Raoul de Caen), era figlio di Tancredi (1101-1103) e successore ecc…”. Così, Musca (13), sulla scorta del maestro normanno Rodolfo di Caen (Raoul de Caen) – che visse buona parte della sua vita (a partire dal 1108) in Terrasanta – autore di un’opera storica: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’), parlando di Tancredi Principe di Galilea e, successore del ‘cugino’ (lo zio) Boemondo I d’Altavilla – dice che egli era figlio di Odo Marchisius e di Emma d’Altavilla. Il Caen nel suo celebre scritto sulle gesta in Terrasanta in occasione della prima Crociata, racconta le gesta di Tancredi – condottiero crociato Tancredi Marchisio – figlio di Emma e Bonmarchis e, nipote del defunto Roberto il Guiscardo. Racconta il Caen, che il giovane Tancredi, partecipò alla prima Crociata insieme allo zio Boemondo I d’Antioca (fratello della madre nelle prime nozze del nonno Guiscardo con Alberada. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiamaMarchisio’. Nel Cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, v. A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. L’autore del testo, a p. 48, del Cap. III, poi ci parla invece di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Quì gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. A p. 42, gli autori ci parlano di un Barone di Camerota nel 1136 e, poi citano Florio che figura nel ‘Catalogus Baronum’ (…), compilato nel 1185, epoca della terza Crociata di re Guglielmo II. Secondo, il cronista Rodolfo Cadomense (Roul Caen)(…), il feudatario di Camerota e Licusati doveva chiamarsi ‘Marchisio’, da Bon Marchisii o ‘Bonmarchis’, già esisteva nel 1185, anno della compilazione del nuovo ‘Catalogus baronum’, compilato per la III Crociata di re Guglielmo, ove figurava un ‘Florio di Cameroto’. Quindi nel 1185 ma secondo la citazione dei due autori (…), nel 1136 (circa 50 anni prima), esisteva un feudataro di Camerota chiamato ‘Marchisio’. Dunque, i Florio erano gli eredi dei Marchisio?.

Rodolfo di Caen (…) e le gesta di Tancredi Marchisio figlio di Emma d’Altavilla e di Odo Marchisio

Dal punto di vista bibliografico, il primo a parlare del ‘Marchisio’ è stato Rodolfo di Caen o Rodolfo Cadomense (…) che, scrisse una cronaca dell’epoca sulle gesta di Tancredi nella prima Crociata. La prima biografia di Tancredi, Gesta Tancredi ( Gesta di Tancredi) di Ralph di Caen, lo elogia come “il figlio più famoso di una stirpe famosa, [avendo] genitori scelti, il margravio ed Emma”. Era “davvero il figlio di un padre per niente ignobile”, anche se questo padre rimane senza nome da Ralph e dalla maggior parte degli altri autori. In tutto il Gesta Ralph chiama Tancred Marchisides, usando il suffisso greco -ides, che significa “figlio di”, quindi “figlio del marchese”. Altrove mette insieme Tancredi e Boemondo come Wiscardides (“figli / discendenti di Guiscard”), anche se erroneamente credeva che Emma fosse una sorella e non una figlia di Robert Guiscard. Dà anche a Tancredi un fratello di nome Robert, altrimenti sconosciuto: “i Guiscardidi, Tancredi ei suoi fratelli William e Robert“. Rodolfo di Caen (Raoul de Caen) – che visse buona parte della sua vita (a partire dal 1108) in Terrasanta – autore di un’opera storica: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’), parlando di Tancredi Principe di Galilea e, successore del ‘cugino’ (lo zio) Boemondo I d’Altavilla (l’altro figlio di Emma e di Roberto il Guiscardo), scriveva che Tancredi era figlio di Odo Marchisius e di Emma d’Altavilla. Il Caen nel suo celebre scritto sulle gesta in Terrasanta in occasione della prima Crociata, racconta le gesta di Tancredi. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiamaMarchisio’. Condottiero crociato Tancredi Marchisio – figlio di Emma e Bonmarchis e, nipote del defunto Roberto il Guiscardo. Racconta il Caen, che il giovane Tancredi, partecipò alla prima Crociata insieme allo zio Boemondo I d’Antioca (fratello della madre nelle prime nozze del nonno Guiscardo con Alberada. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (13), lo chiamaMarchisio’. Dopo la morte di Tancredi nel 1112, Radulfo di Caen, redige le sue ‘Gesta Tancredi’ per ricordare le imprese del valoroso nobile normanno, Tancredi d’Altavilla, nipote di Roberto il Guiscardo, cugino di Boemondo e uno degli eroi della Crociata (1095-1099). L’opera fu scritta prima del 1118 ma si ferma bruscamente nel 1105, il resto del documento essendo certamente andato perduto. Questa storia, tutta in lode di Tancredi, non è peraltro meno preziosa per la storia generale della prima spedizione dei crociati in Oriente. Se Radulfo non ha visto tutte le cose che narra, era però quanto meno ben a conoscenza di ciò che raccontava, meglio di ogni altra persona, relativa al periodo 1096-1107. Detta cronaca è stata redatta in capitolo, alcuni dei quali in prosa, altri in versi poetici. Radulfo, in quanto storico, deve essere esaminato con attenzione particolare per chiarire o correggere alcuni punti storici, dal momento che egli differisce nel suo racconto da quelli degli altri autori a lui contemporanei. L’opera ha avuto una vicenda particolarmente sfortunata, sia sotto il profilo della tradizione, che sotto quello della considerazione quale fonte storica. L’unico manoscritto (Bruxelles, KBR, 5373, saec. XII), forse almeno parzialmente autografo, è rimasto sconosciuto per tutto il Medioevo, riemergendo e salvandosi dall’incendio che bruciò l’abbazia di Gembleux nel sec. XVIII. Trattato maldestramente con reagenti chimici, è arrivato fino a noi in uno stato assai scadente. Il fatto che il testo racconti gli eventi dal 1096 al 1106, anni in cui l’autore non era in Terrasanta, lo ha fatto considerare come un esercizio di mera encomiastica (a causa anche della patina retorico-stilistica altissima che lo caratterizza). Una cronaca sulla I Crociata pertanto “inutile”, a fronte di testimonianze dirette come i famosi ‘Gesta Francorum’. Per il manoscritto del Caen, si veda: Radulphi Cadomensis, Tancredus, a cura di E. D’Angelo, 2011, stà in Corpus ‘Christianorum Continuatio Mediaevalis’, oppure si veda il testo di Edmond Martène (53) che scoprì l’antico manoscritto del Caen (…), in un monastero della francia nel 1716 e lo pubblicò nel 1717. Lo storico Giosuè Musca (13), a proposito di Odo Marchisio, così scrive: Ainsi Tancredi, principal lietunant, pur suppleant (1101 -1103) et successeur (1104 -1112) de Boemond, est le fils d’Odo Marchisius (Eudes le Bon Marquis) et d’Emma, sceur de Robert Guiscard (Raoul de Caen l’appelle frequembien attestee en Normandie, ecc..”, che tradotto significa: “Così Tancredi, capo tenente, allora soppiantato (1101- 1103) e successore (1104-1106) di Boemondo, è figlio di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) e Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (Raoul de Caen), era figlio di Tancredi (1101-1103) e successore ecc…”. Lo storico Luigi Russo (…), in un suo saggio su “Tancredi e i Bizantini”, parlando di Tancredi e delle sue gesta in Terra Santa, ci dice del  testo di un antichissimo manoscritto di Roul de Caen (…), ritrovato da Edmondo Martène (…), nel 1716, in un antico monastero francese di “Gesta Tancredi”, e che poi pubblicò nel 1717: “Alberti Aquensis Historia Hierosolymitana, Recueil des historiens des croisades, Historiens occidentaux”, riportava il passo in cui Rodolfo Cadomense (…) o Roul de Caen, ci dice chi fosse Tancredi e suo padre Odo Marchisio.

Russo L.,

Martène E., tomo III, p. ...

(Fig….) Il passo di Rodolfo di Caen (…), sul ‘Odo Marchisio’ padre di Tancredi

Lo storico Luigi Russo (…), in un suo recente saggio su “Tancredi e i Bizantini”, a proposito della stirpe dei Marchisio, e riferendosi all’autore del magiore dei cronisti dell’epoca Normanna, Rodolfo Cadomense o di Caen (…), scrive: “Scarsamente interessato alla discendenza paterna del suo signore (il pade Odone Marchisio apparteneva all’aristocrazia subalpina), Rodolfo, concentra invece tutte le sue attenzioni nei riguardi della discendenza normanna rappresentate dal ramo materno con la madre Emma, sorella del Guiscardo. (29).”. Russo (…), dunque, alla sua nota (29), postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Sempre il Russo, nella sua nota (29), sui genitori di Tancredi, ovvero su Emma d’Altavilla e Odo Marchisio, cita il Manselli, ‘Italia e italiani’, p. 116, e aggiunge: “Si noti che entrambi gli studiosi forniscono il nome di Odobono per il padre di Tancredi invece di Odone (ma lo studioso italiano ha corretto tale svista nella voce da lui stesso curata, ‘Emma d’Altavilla, in Dizionario Biografico degli italiani, II, Roma, 1960, pp. 541-542). Accettiamo invece l’interpretazione fornita dalla studiosa inglese che vede in Emma, la sorella e non la figlia di Roberto il Guiscardo (dunque Tancredi era cugino e non nipote di Boemondo) basandosi sul passo di Rodolfo di Caen quì citato, dove Odone è definito nei confronti del Guiscardo ‘Soriorum suum’.”. Dunque lo storico Russo (…), fa notare come alcuni ritenessero la sposa di Odone Marchisio, sorella del Guiscardo ed altri la ritenessero figlia primogenita. Troviamo un Odonis Marchisii’, anche in un’altra pergamena (Fig….), datata 1126, anche questa pubblicata dal Trinchera (3). Si tratta di un’altra pergamena:  “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig….), dove si citava Sighelgaita Marchisia’, la Principessa Longobarda e poi Normanna, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II che, fu la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antica pergamena viene chiamata ‘Marchisia’. La ‘Sighelgaita’ indicata, era la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antico documento del 1126, si confermava un privilegio ricevuto precedentemente dal Guiscardo. Forse, l’antico documento confermava privilegi del figlio di Sighelgaita e del Guiscardo, Ruggero Borsa che vincerà la lotta di successione al padre Guiscardo. Il nobile personaggio Normanno, Odo Marchese o Odo Marchisii, citato nell’antica pergamena, datata anno 1097 (7), era il marito di Emma d’Altavilla, figlia primogenita di Roberto il Guiscardo, nata dall’unione con Alberada di Buonalbergo. Il Normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (lo scaltro), arrivato in Italia, per rendere servigi ai Principi Longobardi del Ducato di Benevento, sposò tra il 1051 e il 1052, Alberada Buonalbergo che era anch’ella di stirpe normanna. Alberada, sposò il Normanno Roberto d’Altavilla, quando questi era ancora un militare al soldo di chi lo chiamava e, dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Dal matrimonio del Normanno Roberto il Guiscardo e Alberada di Buonalbergo, naquero due figli: Emma e Boemondo (detto Boemondo I, poi Principe d’Antiochia). Emma, figlia primogenita di Roberto d’Altavilla (detto il Guiscardo) e di Alberada Buonalbergo, sposò Oddone di Bonmarchise, da cui ebbe un figlio: Tancredi (detto di Taranto o Principe di Galilea). L'”ODO MARCHISSIUS, citato nell’antica pergamena manoscritta in greco (7), pubblicata dal Trinchera (3), è Oddone Bonmarchis (il Buon Marchese), sposo di Emma, figlia primogenita di Roberto il Guiscardo. Oddone Bonmarchis, della nobile famiglia dei signori di Monferrato, divenne il genero di Roberto d’Altavilla il Normanno (detto il Guiscardo e, Duca di Puglia e di Calabria), sposando la prima figlia Emma, nata dalla prima unione del Guiscardo con la prima moglie Alberada di Buonalbergo. Alberada di Buonalbergo, era anch’ella di stirpe normanna. Guiscardo, l’aveva ripudiata nel 1058, poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni. Alberada – madre di Emma – sua figlia primogenita e, sposa di Oddone Bonmarchise (il Buon Marchese) – fu ripudiata dal Guiscardo che fece annullare le nozze, perché avvenute tra consanguinei e fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone), mentre il Guiscardo si risposerà con la Principessa Longobarda Sighelgaita, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II. Il Cappelli (2), nella sua nota (21) all’antica pergamena (7) (Figg. 1- 2-3), sulla scorta del Musca (13) e del Robinson (12), spiega chi fosse l”Odo Marchisii’, citato nell’antica pergamena (7) e, scrive: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone“. Odo (o Eudes) il buon marchese (XI secolo) era un nobile italo-normanno che governava una regione sconosciuta del sud Italia. Sposò Emma, ​​una figlia di Robert Guiscard, e avevano almeno tre figli, Tancred e William, entrambi famosi crociati, e Robert, oltre a una figlia (nome sconosciuto) che sposò Riccardo di Salerno. Odo è conosciuto solo in relazione a sua moglie e ai suoi figli. Ci sono molte fonti che identificano il padre di Tancred come un margravio (marchio o marchisus, da cui il marchese) – che è sufficiente a confermare che era un italiano – ma non lo nominano. Molti identificano ulteriormente un fratello di nome William che era anche un “figlio del marchese”. Secondo Guglielmo di Tiro, “Tancredi [era] il figlio di Guglielmo il Marchese” (Tancredum Wilhelmi marchisi filium), ma la parola latina filium (figlio) è probabilmente un errore dei copisti successivi dove originariamente leggeva fratrem (fratello). Che Tancredi possedesse un fratello di nome Guglielmo è affermato dalla ‘Gesta Dei per Francos’, che registra un “Guglielmo, figlio del marchese, fratello di Tancredi” (‘Wilhelmus, marchisi filius, frater Tancredi’) tra i seguaci dello zio Boemondo di Taranto , alla prima crociata. In quello stesso documento, Tancredi viene chiamato solo “il figlio del marchese” (marchisi filius). Robert the Monk, elencando i crociati che hanno accompagnato Boemondo, menziona “i principi più nobili, cioè Tancredi, il suo nipote [cioè, il Boemondo] e il figlio del marchese …”. (“nobilissimi principes, Tancredus videlicet nepos suus e marchisi filius”), confermando il rango di suo padre ma non il suo nome. L’arcivescovo Baldric di Dol registra, con un latino più appropriato, che Tancredi era nipote di Roberto Guiscardo e figlio di un marchese (marchionis filius). Chiama anche il fratello di Tancredi, William Marchisus. Guibert di Nogent, esprimendo qualche dubbio sul fatto che abbia tutte le sue informazioni corrette, dice che Tancredi era il figlio di un certo marchese, accompagnato suo zio Boemondo alla prima crociata, e che suo fratello William accompagnava Ugo il Grande (“Tancredum marchionis cuiusdam ex Boemundi , nisi fallor, sorore filium; cuius frater cum Hugone magno praecesserat, cui Guillelmus erat vocabulum”). Ci sono altre fonti pertinenti all’identità del padre di Tancred, dal momento che menzionano la sua relazione con Boemondo attraverso la sorella di quest’ultima, Emma. Alberto di Aix, un contemporaneo, conferma che Tancredi era un figlio della sorella di Boemondo (“Tankradus sororis filius Boemundi”), ma non menziona né suo padre né suo fratello. Tuttavia, fa notare che Ruggero di Salerno era un “figlio della sorella di Tancredi” (“Rotgerum … filium sororis Tankradi”), che quindi doveva essere la moglie di Riccardo di Salerno. Marino Sanuto il Vecchio riporta che Tancredi era il “nipote di sua sorella” di Boemia (ex sorore nepos). Due fonti contraddicono il primo, facendo di Tancred un cugino e non un nipote di Boemondo, ma non nominare suo padre. La Gesta Francorum expugnantium Gerusalemme di Fulcher di Chartres lo chiama “cugino di Boemondo” (“Boiamundi cognatum”) e Jacques de Vitry si riferisce a “Boemia con suo cugino Tancred” (Boamundus cum Tancredo cognato ipsius). [3]. La prima biografia di Tancred, Rodolfo  de Caen in ‘Gesta Tancredi’ (‘Deeds of Tancred’), lo elogia come “il figlio più famoso di un lignaggio famoso, [avendo] genitori scelti il ​​margravio ed Emma” (clarae stirpis germen clarissimum, parentesi eximios marchisum habuit et Emmam” ). Tancredi era “il figlio di un padre non meno ignobile”, anche se questo padre non è stato nominato da Ralph e dalla maggior parte degli altri autori. In tutta la Gesta Ralph chiama ‘Tancred Marchisides’, usando il suffisso greco-ides, che significa “figlio di”, quindi “figlio del marchese”. Altrove riunisce Tancredi e Boemondo come Wiscardides (“figli / discendenti di Guiscard”), anche se crede che Emma sia stata una sorella e non una figlia di Robert Guiscard. Aggiunge anche come fratello, Robert, “i Guiscardidi, Tancredi e suo fratello William e Robert” (‘Wiscardidas, Tancredum et fratres Willelmum Robertumque’). L’unica fonte per dare al padre di Tancredi il nome Odo è Orderico Vitale, che, come Rodolfo di Caen, crede che sia un cognato e non un genero di Guiscardo. In un passo, scrive che, vedendo arrivare la sua fine, “il magnanimo Robert [Guiscard], duca, conte, ecc., Chiamò attorno a sé Odo il Bene, il marchese, [il marito] di sua sorella e altri parenti e nobili. Quando Orderico elenca in seguito i crociati del 1096, menziona “Tancredi, figlio del marchese Odo il Buono” (‘Tancredum, Odonis Boni marchisi filium’). L’erudizione conosciuta di Orderico e la sua contemporaneità con Tancredi rendono la sua testimonianza la migliore disponibile sulla paternità di quest’ultimo. Solo sulla questione della moglie di Odo, Emma, ​​l’Orderico sembra sbagliato. Dal momento che Tancredi e suo fratello William erano entrambi giovani ai tempi della prima crociata, è improbabile che la loro madre potesse essere figlia dell’omonimo Tancredi, Tancredi di Hauteville (d’Altavilla). 

Il Gatta (18), sulla Famiglia Marchese a Camerota

Gatta sulla familgia Marchese.PNG(Fig. 5) Gatta (18), sulla famiglia ‘Marchese’ a Camerota

Una altra interessante notizia che riguarda l”Odo Marchisii’, citato nell’antica pergamena (7), pubblicata dal Trinchera (3), la leggiamo dal Gatta (18) che, nelle sue ‘Memorie ecc..’, a p. 292, forse sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (21), parlando di Camerota, così scriveva: “Questa Terra con titolo di Marchesato, si possiede dalla Famiglia Marchese, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine da’ Principi Normanni, (a), dalla qual generosa prosapia, ne son sorti uomini, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: fra’ militari fu celebre Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella vita militare Astone Marchese, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni; e nei tempi più bassi, sotto l’Austriaco dominio, han fiorito pure nelle armi Domizio, Ottavio, ed Orazio primo Marchese di Camerota.”Poi il Gatta, disserta su un’opera di poesia e la laude al Duca Annibale Marchese, ‘Tragedie Cristiane’ (a). Il Gatta (18), dunque, fornisce delle notizie certe sull’origine dell ‘Odo Marchisii’ e, sulla presenza di questa importante Famiglia Normanna nel ‘basso Cilento’, nel primo decennio dell’anno mille. Nella sua nota (a) al testo, il Gatta (18), scrive che le notizie sono state tratte da: “Nel Registro della Regia Zecca di Napoli” forse i Registri conservati in seguito nell’Archivio Regio di Stato di Napoli e, pubblicati dal Trinchera (3), o forse si riferiva al ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, ai tempi della Crociata di re Guglielmo II detto il Buono. Nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), , alla voce ‘Bonalbergo’, troviamo “Robertus comes de Bono Herbergo, Bonialberghi, 806-807; v. etiam 344-349”. Sempre nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo un “‘Marchisius’, v. Guillelmus; Hugo; Johannes; Manfridus”.  L’altra notizia su Tancredi ‘Marchese’ che si reca alla prima crociata, è dal Gatta tratta (vedi nota (b)) dalla ‘Guerra Santa’, un’opera dell’dell’Arcivescovo di Tiro (28). Il Gatta (18), sulla scorta di un’altro cronista dell’epoca, Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme (28), scrive che Tancredi (Principe di Galilea), era figlio di Giovanni Marchese”. Il Gatta, quindi, lo chiama Giovanni Marchese e non ‘Odo Marchisi’. Il Volpe (16), parlando dell’origine di Camerota, cita le notizie riportate dal Gatta, ma lo confuta e aggiunge che alcuni credevano che essa “essa fosse accresciuta dagli abitatori scampati dalla depredata Melfe”, facendo la similitudine con il promontorio della ‘Molpa’ o ‘Melpe’. In effetti, questa remota ipotesi andrebbe ulteriormente indagata in quanto esiste un collegamento con la città lucana di Melfi, in quanto,  la suocera di Oddone Bonmarchis (o Giovanni Marchisio come lo chiama il Gatta), Alberada di Buonalbergo (nonna di Tancredi), dopo essere stata ripudiata dal Guiscardo, si fece in disparte e, si ritirò sulla rocca di Melfi. E con questa notizia storica, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come Camerota. Infatti, l’Ebner (11), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (15) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. L’Ebner (11), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Nel Catalogus baronum sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. L’Alfano (32), parlando di Licusati, scriveva: “feudo dei marchesi dei Marchese di Camerota.”. 

I Marchisio ed i Florio nei regesti dei documenti della Certosa di Padula (…)

Lo studioso Carmine Carlone (…), pubblicò nel 1969, una serie di documenti provenienti dagli Archivi Cavensi ma appartenenti alla Cerosa di San Lorenzo di Padula, dove si trovano citati i Marchisio ed i Florio. Per lo più documenti di epoca angioina al tempo di Re Roberto d’Angiò o di Luigi II d’Angiò. In questi documenti, vengono citati: 1 – Marchisio di Catania: doc. n. 959, anno 1391, p. 357; 2 –  Marchisio di Caterina: doc. n. 223, anno 1330, p. 95; 3 – Marchisio di Sirange: doc. n. 436, anno 1352, p. 173-174; 4- Marchisio Matteo: doc. n. 302, anno 1339 (1338), p. 124; 5- Marchisio Nicola: doc. n. 559, anno 1362, p. 211.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(2) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5.  Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Riguardo il Monastero di S. Elia, citato dal Robinson (…), abbiamo visto che viene citato in un testo di Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190 (…). Rodotà, scrive: “S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Il Cappelli, nella la nota (21) dice: Trinchera F. (3), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”.

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(3) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli eccc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

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(4) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 (Archivio Storico Attanasio), si veda pure la ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Gal-zerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880.

(5) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (8) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(6) Natella P. Peduto P., Pixus – Policastro, estratto da ‘Universo’, rivista di I.G.M., Anno  LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512.

(7) (Fig. 1-2-3) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cy-riacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato citato dal Cappelli (2), p. 323 (vedi note 21 e 22) e, pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (3), pp. 80-81-82. Il Trinchera (3), trae l’antico documento da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera (3), nella sua nota al testo, a p. XXV, parlando del documento ““Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”, e alla nota (3) dice: Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”. L’antico documento membranaceo è scritto in greco ed è stato tradotto in latino dal Trinchera. Riguardo l’origine dell’antica pergamena (membrana), del 1079, pubblicata dal Trinchera (3), si veda lo stesso Trinchera: ‘Archivi Napoletani, relazione per il Ministro della Pubblica Istruzione’, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872, pp. 241, Tav. VI, “pergamenne latine de’ monasteri soppressi”, conservati nella Sezione Diplomatica dell’Archivio di Stato di Napoli, all’epoca del Trinchera e pubblicati in 6 vol. in “Regii Neapolitani Archivi monumenta edita ac illustrata 1845-1861”. Recentemente abbiamo chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, la fotoriproduzione del documento ed abbiamo appreso la triste notizia (sic!) dal dott. Fernando Salemme dell’ASN che ci rispondeva : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”

(8) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Si veda pure: Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 e pure: Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(9) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 73.

(10) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.“, è stato citato da Ebner (11), che lo colloca come ( a. 166 /67); Si veda pure: Keher P.F., Re-gesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372. Il documento, viene citato anche dal Laudisio (9). Nel 1976, lo storico Gian Galeazzo Visconti (9), pubblicò uno studio del Vescovo di Policastro, Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, pubblicato nel 1831. Il Visconti, nella sua pre-fazione alla ‘Sinossi’ del Laudisio, dice che il Laudisio, riferisce di alcune interessanti no-tizie storiche e toponomastiche sulla Diocesi di Buxentum (Policastro) e, aggiunge che il manoscritto del Laudisio (9), contiene la ‘Bolla di Alfano’, datata 1079: “Restaurazione del-la Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.“. Infatti, il Laudisio (9), parlando della Diocesi nella sua ‘Synopsi’, dice: “Non appena il monaco benedettino Pietro Pappacarbone fu consacrato vescovo di Policastro, l’Arcivescovo che lo aveva consacrato si diede subito cura di rendere noto…”.

(11) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, per Camerota si veda, vol. I, pp. 581. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia ‘Marchese’ di Camerota, si veda: vol. I, p. 120; si veda pure dello stesso autore: ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 195. Riguardo la notizia del Malaterra (…), su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(12) Robinson Getrude, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, I. History, Orientalia Christiana, vol. XI.5, num. 44, Rome, 1928. II. Cartulary, Orientalia Christiana, stà in “Orientalia cristiana”, (1929) Roma, vol. XV-2, n. 53, p. 195, e poi anche: II-ii Cartulary, Orientalia Christiana, vol. XIX.1, num. 62, Roma, 1930, è citato dal Cappelli (2), che nella sua nota (21) a p. 345, dice che secondo il Robinson: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Secondo il Cappelli (…) e la Falkenhausen (…), ci parla del Monastero di Carbone e delle donazioni della famiglia ‘Marchese’. Il Cappelli (…), nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Robinson Gertrude  1930: G. Robinson, Some Cave Chapels of Southern Italy, dans Journal of Hellenic Studies, 50-2, 1930, p. 186-209. DOI : 10.2307/626810. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson. Questo grecista britannico ha dato Orientalia Christiana Analecta, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (92) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (93), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. Aggiungiamo che anche i documenti latini del tardo Medioevo (che a volte contengono atti più vecchi inseriti) sono numerosi. I rimproveri che possono essere fatti all’edizione di Gertrude Robinson sono evidenti: questo ellenista non aveva chiaramente ricevuto addestramento in diplomazia o storia; lascia le abbreviazioni non risolte; le sue letture di latino non sono sicure; la sua edizione non soddisfa assolutamente i criteri scientifici del XX secolo; infine, ha preso in considerazione solo gli atti conservati presso l’Archivio Doria Pamphili. Tuttavia, ha avuto il merito di far emergere questa collezione ricca e originale, l’unica veramente bilingue conservata e che consente di utilizzarla entro certi limiti. Gertrude Robinson afferma di aver visto, grazie al Dott. Barletta di San Chirico [Raparo], una platea del monastero di Carbone, quindi in possesso di un avvocato De Nigris, amico di Barletta (94). In Fonseca-Lerra (65), 1994, troviamo la fotografia della prima pagina di una “regia platea” del 1741. Secondo Gertrude Robinson (Robinson 1928-1930, I, 313), negli anni 1540, l’abate commendatario Ferdinando Ruggieri (1540-1542) aveva presentato a Napoli gli atti di Boemondo II, Riccardo il Siniscalco, Alessandro e Riccardo da Chiaromonte, rinvenuti presso la Certosa di Padula e tradotto in latino, su sua richiesta, dai napoletani Giampaolo Vernalione e Vittorio Tarentino.

(13) Giosuè Musca, Mezzogiorno Normanno-Svevo e le Crociate, ed. Dedalo, Hoepli, p. 233

(14) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscar- di ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. 

(15) Del Giudice, Codice diplomatico del Regno di Carlo I e II D’Angiò, collezioni di leggi statuti e privilegi dal 1265 al 1309, raccolti annotati e pubblicati da Del Guidice, Stamperia della R. Università, Napoli, 1863, Vol. I, p. II.

(16) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri; riguardo invece le sue congetture intorno all’origine di Camerota, si veda p. 122; Si veda pure: De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, ed. Cellini, Firenze, 1882, ristampa anastatica ed. Galzerano, Casal velino scalo, 1995.

(17) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Co-lumnum) da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli, op. cit. (16), p. 136 nota (c).

(18) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., o- pera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie…, op. cit., p. 292-293.

(19) Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI), stà in Rassegna storica Salernitana, Anno XXIII,  Salerno, 1963, parte II, p. 6.

(20) Troyli Placido Abate, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. 

(21) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano incominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, ‘Padula’, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro – che mi fu donato da Gerardo Ritorto – a p. 520 e 521, nelle sue note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Gaetani Rocco, L’antica Bussento oggi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Na-poli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dello Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” Sempre il Ludisio, nelle sua nota 36, afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(22) Giustiniani L., Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, p. 226, cita alcune notizie su Policastro tratte dal manoscritto del marchese di S. Giovanni, alla sua nota (4) dice: fol. 121 e, alla nota (5), cita Goffredo Malaterra (14): lib. 2.

(23) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, part. I, p. 139.

(24) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 8.

(25) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(26) Capalbi Vito, Sugli archivi delle due Calabrie ulteriori, rapido cenno, Napoli, Tipografia di Porcelli, 1845, introduzione e p. 6 e s.

(27) Tromby Benedetto, Storia critica cronologica diplomatica del Patriarca di S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano, Napoli, presso Vincenzo Orsino, 1877, Tomo VII.  

(28) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

(29) Riguardo l’origine della famiglia Marchisio, si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Per l’origine dei Marchisio, si veda pure l’opera di Raoul di Caen o Jumiegès. Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana»; si veda pure: Camillo Minieri-Riccio, Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Alfano N.M., op. cit. (32) e Ebner P., op. cit. (11). Per l’origine dei Marchisio, si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di OdoLo storico Luigi Russo (…), dunque, alla sua nota (29), di un suo saggio su Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Odo Marchisio, postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”.

(29) De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli,  ed. A. Dekten, 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

(30) Barile N. L., La figlia del re di Francia e il principe normanno. Il matrimonio di Costanza e Boemondo d’Altavilla, stà in ‘Con animo virile‘, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 85 e s.

(31) Orderico da Vitale (Ordonis Vitalis), Historia Ecclesiastica.  Orderico Vitale (Atcham, 16 febbraio 1075 – Saint-Evroult, 1142) è stato un monaco cristiano, storico e cronista inglese, tra i più importanti storiografi della sua epoca. La Historia ecclesiastica è la sua opera principale, alla quale ha lavorato dal 1114 al 1142, è composta da 13 libri. Oderici Vitalis o Oderico Vitale, Oderico Vitalis o Oderico Vitale, ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderic Vitalis o Vitale and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995.

(32) Alfano N. M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, ed. Vincenzo Manfredi, 1795, p…

Jamison, Cataloggo dei baroni

(33) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972,  n. 492 (Archivio Storico Attanasio). Lo storico Luigi Russo (…), dunque, alla sua nota (29), di un suo saggio su Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Odo Marchisio, postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. (Archivio Storico Attanasio)

(34) Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio).

(35) Poma I., Sulla data della composizione originaria del Catalogus Baronum, Archivio Storico Siciliano XLVII, 1926/27, pp. 233–239.

(36) Raoul di Caen o Jumiegès. Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana». Per l’opera di Caen, si veda: Histoire de Tancrede, par Raoul de Caen, stà in: Guizot M., Collection des memoires relatifs a l’Historire de France – Notice sur Raoul de Caen et Robert Le Moine – Faits et gestes du Prince Tancrede, Paris., ed. Chez J. – L-J. Briere, 1825, p…..Caen è citato da alcuni studiosi tra cui il Musca (…); si veda The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges, Orderic Vitalis and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995. Per il manoscritto del Caen, si veda: Radulphi Cadomensis, Tancredus, a cura di E. D’Angelo, 2011, stà in ‘Corpus Christianorum Continuatio Mediaevalis’, oppure si veda Edmond Martène (…), che nel 1717, pubblicò l’antico manoscritto ritrovato nel 1716, in un antico monastero francese.

(37) Capecelatro F., Diario, I, Napoli, 1850, p….

(38) Lubin A., Abbatiarum Italiae brevis notitia, Roma, 1693, p…..

(39) Pertusi Agostino, Aspetti organizzativi e culturali dell’ambiente monacale greco dell’Italia meridionale, in ‘L’eremitismo in Occidente nei secoli XI e XII’, in Atti della seconda Settimana Internazionale di studio (Mendola 30 Agosto- 6 settembre 1962), Milano, 1963, pp. 383-417.

(40) Rodotà Pietro Pompilio, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763 (Archivio Storico Attanasio), ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: “S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”

Santoro P.E.,

(41) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che racconta la storia del Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. E’ molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Interessantissima la ricostruzione storica che fa il Santoro, che possiamo leggere nella traduzione di Marcello Spena (42), parlando della storia del Monastero del Carbone, ci narra di S. Nilo da Rossano e di S. Luca e di S. Bartolomeo da Rossano, poi ci parla dei Normanni, del Guiscardo ecc..

(42) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”.

(43) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano. che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia, un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e  da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”Il duca TOMMASO Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).

Vargas-Macciucca

(44) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.

(45) Sulla Certosa di S. Bruno, prima Monastero di S. Stefano del Bosco, si veda pure l’inedito ‘Martyrologium Cartusianum singulis mensibus iuxta calendarii formam accomodatum’, tradito nel ms. cartaceo Brancacciano II C 11 (Biblioteca Nazionale di Napoli), opera di Camillo Tutini (1594-1667) a cura di Pietro De Leo per i tipi di Rubbettino, ristampa anastatica – 2008, opera strettamente connesso al Martirologio della Certosa di Santo Stefano del Bosco. Tutini, è un erudito la cui esperienza personale nella Certosa di San Martino a Napoli, legata a quella di Serra San Bruno in Calabria, dove riposano le spoglie del Santo fondatore, l’avevano spinto ad approfondire la storia di quell’ordine eremitico, del quale sembra aver fatto parte in gioventù, inserendo anche una breve cronaca del monastero calabrese nel ‘Prospectyus historiae ordinis Carthusiani. Additum est Breue chronicon Monasterij S. Stephani de Nemore eiusdem ordinis. Nec non series Carthusiarum per orbem…….Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio di Carbone.

(46) Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo.

(47) Sul Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone in Provincia di Potenza, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8. Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Riguardo questo antichissimo monastero, ha scritto il Rodotà P. P. (40), Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763, ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”Moltissimi dei documenti d’epoca Normanna, molti dei quali erano pergamene membranacee e redatte con scrittura in greco, erano documenti provenienti da monasteri basiliani o di antica fondazione. Molti di questi documenti, come alcuni di quelli che abbiamo citato in quanto riguardano il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, erano privilegi compilati per concessioni fatte al Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), che dopo varie vicissitudini ed anche a seguito alla soppressione dei Monasteri del 1809, confluirono nell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata presso Tuscolo, nel Lazio, che nel 1600, fu commendata dal Cardinale Bessarione, il quale incaricò alcuni suoi collaboratori di redigere quello che oggi viene comunemente chiamato “Regestum Bessariones”, che cita moltissimi di questi antichissimi documenti. Agli inizi del XVIII secolo, Pietro Menniti (…), su incarico del Bessarione, redisse il ‘Chronicon Carbonense’ e il ‘Bullarium Cryptense’, dove vennero trascritti moltissimi dei documenti posseduti dall’Abazia di Grottaferrata, provenienti dal monastero di Carbone (…). La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch (…), scriveva che all’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Scrive sempre il Breccia che il Menniti (…), utilizzò alcuni antichissimi manoscritti greci, provenienti dalla Badia di Grottaferrata a Tuscolo, per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6), dice: la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’”. Riguardo l’opera del Bessarione e del Menniti (…), si veda il testo di  Pera (…) ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’. Per gli antichi documenti del monastero di Carbone (PZ), si vedano pre gli studi  di Enrica Follieri (…). Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot, hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), che: Le monastère grec de St-Élie et St-Anastase de Carbone a été fondé à la fin du Xe siècle lorsque des moines grecs venus de Calabre se sont installés en Basilicate. Le roi Guillaume II fait en 1168 de son abbé l’archimandrite des monastères grecs de Basilicate. L’abbaye décline aux XIIIe et XIVe siècles, perd peu à peu son caractère grec, passe en 1474 sous le régime de la commende. Les abbés commendataires Giulio Antonio Santoro, Paolo Emilio Santoro et Giovanni Battista Pamphili, qui se succèdent de 1570 à 1644, puis l’abbé général des Basiliens Pietro Menniti à la fin du XVIIe siècle ont permis de conserver de nombreux documents, grecs et latins, du XIe siècle au début de l’époque moderne ; ces documents (originaux, copies, traductions) sont aujourd’hui dispersés entre l’Archivio Doria Pamphili (Rome), le fonds Basiliani de l’Archivio Segreto Vaticano, quelques autres fonds, ou conservés dans des éditions anciennes, notamment dans le livre de P. E. Santoro. La partie ancienne du fonds a été publiée en 1928-1930 par Gertrude Robinson, de façon peu satisfaisante ; Walther Holtzmann, puis Gastone Breccia en ont aussi édité des éléments. On se propose de donner une édition scientifique des actes grecs et latins de ce fonds bilingue, le plus important pour l’histoire de la Basilicate médiévale et du monachisme grec en Italie.”.

(48) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681

(49) von Falkenhause Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, ed. Congedo, Università degli Studi della Basilicata, Potenza, 16, Atti e Memorie, ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(50) Antonini Giuseppe, La Lucania, I Discorsi, I° ed. Benedetto Gessari, 1745, parte III, p. 490, si parla di Odo Marchisio e di suo figlio Tancredi.

(51) Russo Luigi, Tancredi e i Bizantini, sui Gesta Tancredi in Hexpeditione Hierosolymitana di Rodolfo di Caen,

(52) Martène Edmond, Gesta Tancredi auctore Radolfo Cadomensi eius familiari, stà in ‘Thsaurus novus anecdotorum’, Tomo III, Paris, 1717, p. 107.

(53) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105 (Archivio Storico Attanasio). La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77.

(54) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.(Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(55) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(56) Follieri Enrica, ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Archivio Storico Attanasio).

(57) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (…). Questo grecista britannico ha dato ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). 

(58) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou.

(59) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, ed. Loesher, Roma, 1909, si veda ristampa anastatica ed. Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma, 1970 (Archivio Storico Attanasio), vedi pp. 158-159

(…) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, Napoli, 1796

(…) Pietro Diacono (Roma, 1107/1110 – Montecassino, dopo il 1159) è stato un monaco cristiano, scrittore e bibliotecario italiano. La fama di Pietro Diacono dopo la sua morte non si diffuse oltre Montecassino, pur essendo stato egli impegnato in un’attività letteraria notevole sebbene spesso viziata da una fervida e sovrabbondante fantasia. Molte delle sue opere letterarie ed agiografiche sono conservate nei codici autografi Casinense 361 e 257 (Montecassino, Archivio dell’Abbazia) e nel Casinense 518, il cd. Registrum S. Placidi. La sua nota attività di falsificatore emerge in tre gruppi di opere che possono classificarsi come: Falsificazioni relative a san Placido (testi riguardanti la figura di san Placido, primo discepolo di san Benedetto), “Falsificazioni relative a Odone circa s. Mauro” (le interpolazioni operate sulla Translatio S. Mauri di Odone di Glanfeuil databile all’863, e le contraffazioni intorno ad una presunta dipendenza del monastero di Glanfeuil da Montecassino, recepita dall’antipapa Anacleto II nel 1133 e confermata da papa Eugenio III nel 1147); infine le “Falsificazioni relative ad Atina” (Vite di santi e testi storici sulla città del suo esilio). Pietro fu anche autore di trattati esegetici sulla Sacra Scrittura e sulla Regola di s. Benedetto: Scolia in diversis sententiis, Scolia in Quaestionibus Veteris Testamenti, Exortatorium ad monachos, Expositio in Regulam S. Benedicti. Se in quest’ultima opera egli mostra di dipendere abbondantemente da Smaragdo, nell’Exortatorium attinge piuttosto ad Ugo di San Vittore e Ildeberto di Lavardin. Nelle prime due invece la fonte è costituita da una versione latina delle Quaestiones ad Thalassium di Massimo il Confessore. Le due opere fondamentali che testimoniano la dimestichezza di Pietro con le fonti documentarie cassinesi sono: 1) la continuazione della Chronica sacri monasterii casinensis di Leone Ostiense, già proseguita alla morte di quest’ultimo da Guido fino al 1127, e poi dallo stesso Pietro Diacono condotta fino al 1138; 2) il cosiddetto Registrum Petri Diaconi (Reg. 3: Archivio dell’Abbazia di Montecassino), uno dei più famosi cartolari medioevali. Tra i due testi esiste una stretta correlazione nella quale appare come l’autore per la composizione del Registrum in larga parte abbia preso a modello la Chronica (Hoffmann, Chronik, infra). Un omaggio alla storia spirituale e letteraria di Montecassino sono poi rispettivamente l’Ortus et vita iustorum cenobii Casinensis e il Liber illustrium virorum archisterii Casinensis. Un altro profilo dell’attività letteraria di Pietro Diacono, che ne fa quasi un unicum nel panorama culturale del suo tempo e in certa misura un precursore dell’Umanesimo, è quello classicistico. Oltre alla Graphia aureae urbis Romae, la cui paternità gli è stata riconosciuta di recente da Herbert Bloch (Graphia, infra), Pietro Diacono trascrisse diverse opere che ci sono trasmesse grazie all’autografo codice Casinense 361 (il trattato De aquaeductu urbis Romae di Frontino, la sezione topografica su Roma del De lingua latina di Varrone, l’Epitome rei militaris di Vegezio) oppure in una sua copia tardo-quattrocentesca: Napoli, Bibl. Nazionale, IV D 22 bis (l’Itinerarium Antonini Augusti, brani tratti da Firmico Materno, un sunto da Solino, il Liber dignitatum Romani imperii). Egli inoltre, a parte un Liber de locis sanctis (Casin. 361), stando alla sua autobiografia, compose tra l’altro un compendio del De architectura di Vitruvio, lapidari, trattati sulle qualità magiche delle pietre. Ed ancora per volontà dell’abate Senioretto, in collaborazione con l’autore, emendò la “Visione” composta dal monaco cassinese Alberico da Settefrati. Una così abbondante produzione letteraria, nel momento stesso in cui declinava lo splendore irradiatosi da Montecassino quale centro di riforma della Chiesa nella seconda metà del secolo XI, sembra mossa da due obiettivi fondamentali: da una parte la celebrazione dell’abbazia cassinese e dall’altra l’acuto desiderio di tramandare la memoria di sé, della sua versatilità, di quella spiccata autocoscienza del suo ruolo di erede e trasmettitore delle memorie cassinesi, unita ad una quasi, e perciò esorbitante, identificazione con la lunga storia del suo monastero. Nell’insieme la sua figura è rappresentativa di un ancor vivo, seppur declinante, fervore culturale nella Montecassino del XII secolo: lettore vorace, erudito e poligrafo di grande rilievo, non sempre è considerato ugualmente attendibile. Herbert Bloch, uno dei massimi studiosi della storia del monastero cassinese, ha indicato le notizie sulla storia dei vescovi di Atina come un esempio tipico della sua “disinvoltura storiografica” e della sua attitudine a manipolare le fonti.

(…) Durante Paolino, Vita di Santa Sinforosa protettrice di San Chirico Raparo in Lucania, Napoli, 1883, pp. 144, 145 (Archivio Storico Attanasio),  che viene citato in ‘La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini’, in Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978.

Carlo Pisacane a Sapri e l’inizio dell’Unità d’Italia

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(Fig. 1) La statua bronzea  di Carlo Pisacane – opera dello scultore Gaetano Chiaromonte (Foto Archivio Attanasio)

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Lo studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri, oggi conservato negli Archivi del Comune, scrivevo anche sull’epopea dello sfortunato Carlo Pisacane e sulla sua impresa storica da cui è iniziata l’Unità d’Italia. Dello studio, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, oggi, in occasione della rievocazione dello storico sbarco, volentieri pubblico ciò che scrissi nel 1987.

INCIPIT

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a p. 53, in Apendice doc. XXIV, in proposito scriveva che: “Del resto Marsala riabilita Sapri, come Pisacane precorse Garibaldi. – I cui volontari piansero toccando, vincitori la spiaggia di Sapri e la terra di Sanza, che Pisacane ebbe cosparsa di sangue.”. E’ indubbio che l’eroica missione di Carlo Pisacane precorse quella dei “Mille” di Giuseppe Garibaldi. E’ per tale concetto e pensiero che ho deciso di scriverne quale titolo di questo mio saggio che a Sapri iniziò l’Unità d’Italia. Stesso concetto ripeteva il Racioppi che scrisse sulla scorta di documenti inediti e sul testo del Venosta (…). Infatti, il Racioppi, a p. 46, nella nota (1) postillava: “(1) Venosta, Pisacane e compagni, martiri a Sanza, Milano, 1863.”. Da Wikipedia leggo che la spedizione fallita ebbe in effetti il merito di riproporre all’opinione pubblica italiana la “questione napoletana”, la liberazione cioè del Mezzogiorno italiano dal malgoverno borbonico che il politico inglese William Ewart Gladstone definiva «negazione di Dio eretta a sistema di governo». Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, etc…”.

Nell’8 luglio 1848, dopo l’eccidio del Carducci, il colonnello Recco con la nave ‘Tancredi’ da Napoli arriva a Sapri per salvare il prete Peluso ed il 9 luglio 1848 riparte per Napoli col Peluso

Il sacerdote Mario Vassaluzzo (….), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 201 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il cadavere del Carducci fu trascinato nel ripiano detto ‘Jazzine’ e precipitato nel burrone scavato tra le due altissime rocce. Temendo una insurrezione popolare, dietro segnalazione del Peluso, il giorno 8 luglio, il colonnello Recco, proveniente da Napoli, a bordo del “Tancredi”, sbarcò a Sapri. Ma poichè tutto era apparentemente calmo, egli ne partì il giorno 9 in compagnia del Peluso.”. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (….), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (…).

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, etc…”.

Nel 1848, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti. E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”.

L’arciprete di Sapri Don Nicola Timpanelli

E’ noto che la Famiglia Timpanelli, a Sapri, fosse particolarmente impegnata nelle vicende storiche che videro la restaurazione del Regno delle delle due Sicilie e del Monarca Borbonico Ferdinando IV – poi Ferdinando II, dopo il breve decennio Francese di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. La Famiglia Timpanelli, particolarmente attiva in quegli anni nella fede anti-borbonica, insieme ad altri liberali di Sapri come i Gallotti, che si opponevano all’altra fazione dei Peluso e del Prete Vincenzo Peluso in particolare che era al contrario convinta filo-borbonica e per la Restaurazione della monarchia nel Regno delle due Sicilie. Sebbene su queste vicende alcuni storici del tempo come il Mazziotti (….) ed il Pesce (….), abbiano contribuito a far luce sugli avvenimenti di quegli anni, che hanno visto in prima fila la cittadinanza di Sapri, partecipe e protagonista delle vicende che poi hanno portato all’Unità d’Italia e, che attraverso l’epopea di Carlo Pisacane l’hanno resa famosa in tutto il mondo, restano poco chiari alcuni aspetti che andrebbero ulteriormente indagati, come ad esempio la vicenda del martirio di Costabile Carducci, di cui il Dr. Vincenzo Timpanelli, nel ricordo del fratello, D. Antonio, arciprete di Sapri, forse contrubuì con le sue memorie alla stesura del libro di Carlo Pesce. Dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. …), sappiamo essere stato Don Antonio Peluso, nato nel 1795, sposato con Rosa Maria Branda e morto nel 28 Agosto 1820, che lasciava orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina.  Don Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio dei sig.ri Vincenzo Peluso ed Anna Brandi. Il documento è di notevole importanza per la storia del nostro paese anche per la descrizione e la citazione di luoghi e di toponimi ancora non del tutto sufficientemente indagati e conosciuti. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig…..) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che, raccontò i fatti accaduti sull’eccidio di Costabile Carducci di cui rimane la memoria nel manoscritto del cav. Carlo Pesce (….), manoscritto olografo di cui posseggo le foto concessimi dagli eredi del canonico Arciprete di Sapri Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig…..). Il Palazzo della Famiglia Timpanelli, oggi Tavernese, di cui si è salvato solo lo splendido portale e, lo stemma araldico (Figg…..), dimora dell’arciprete diacono Don Nicola Timpanelli, della curia di Sapri, ricordato nella lapide marmorea posta all’interno dell’androne della Chiesa Madre di Sapri in Piazza del Plebiscito ( Fig…..). Paolo Emilio Bilotti (13), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli malgrado le difese che lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu mai data tregua per aver tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la messa nella chiesa del Purgatorio. Eppure egli si trovava alla dipendenza della gran corte crim. col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”.

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(Fig…) Stemma lapideo scolpito della famiglia Timpanelli che sormonta un portale in C.so Umberto I a Sapri

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(Fig…..) Portale e stemma araldico del palazzo Timpanelli in C. so Umberto I a Sapri

Nel 28 settembre 1852, a Sapri la visita di re Ferdinando II di Borbone e Francesco suo figlio al prete Peluso, malato che aveva 75 anni

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 75 in proposito scriveva che: “Nell’autunno del 1852 il re Ferdinando II volle visitare la Basilicata e la Calabria. Sbarcato da Napoli il mattino del 28 settembre sul lido di Sapri, nel golfo di Policastro, col figlio quindicenne, Francesco, duca di Calabria, e col fratello, il Conte di Trapani, Aiutante Generale del grado di Brigatiere, visitò e confortò il vecchio D. Vincenzo Peluso nelle sua villa; indi proseguì per Torraca, Casaletto Spartano, Battaglia e Lagonegro. Il Peluso morì il 4 ottobre.”. Infatti, anche Mario Vasalluzzo (…), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 202 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il 28 settembre settembre del 1852, Sapri riceveva la visita del Re. Il sovrano accompagnato da un nutrito seguito e scortato da quattro navi, approdò al Fortino, a circa un chilometro dalla cittadina. Ferdinando, saputo della sua infermità, volle far visita al Peluso. Fu l’ultimo saluto col suo fedele collaboratore: Vincenzo Peluso infatti, a sei giorni da quello storico incontro, cessava di vivere la sua esistenza agitata e tormentata (5).”. Il Vassalluzzo a p. 204, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i Moti…., op. cit., vol. II, pp. 16, 17, 30, 110, 119. De Cesare R., La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18.”. Dunque, il sacerdote Mario Vassalluzzo cita il Matteo Mazziotti (….) e cita anche Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18. E’ proprio sulla scorta del De Cesare (….), che lo storico coevo, Giorgio Mallamaci scrivendo la storia di Torraca ci parla dello storico evento distorcendone i fatti. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848”, dopo aver parlato di Costabile Carducci che dice essere stato ucciso “sul Monte Spina” (che non esiste), continuando a parlare di Torraca, a p. 88, riferendosi al re Ferdinando IV di Borbone, “divenuto Ferdinando II, re delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “Il Peluso si ritirò in una casa di campagna a Torraca, dove trascorse in solitudine gli ultimi giorni della sua esistenza, e dove prima di morire ebbe l’onore di essere visitato dal suo amato sovrano. In quell’occasione, Re Ferdinando si imbarcò a Napoli, sulla nave ammiraglia il ‘Fulminante’, scortata dal ‘Guiscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’ e giunse nella rada di Sapri il 28 settembre. la stessa sera raggiunse a piedi Torraca, dove fu accolto dalla popolazione con festose manifestazioni: luminarie, spettacoli, giochi di fuoco e danze. Il re fu ospitato nel castello, dal vecchio marchese Biagio Palamolla. Quest’ultimo, a causa di una grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima dall’incarico di guardia del re con il grado di brigadiere e portastendardo. Il sovrano prima di lasciarlo, gli donò una carrozza in segno di gratitudine e poi conferì all’ospite il titolo di Duca di Torraca. Fu questa la sola volta, in cui Ferdinando di Borbone accettò ospitalità da privati. Re Ferdinando, durante la visita al marchese di Poppano, Biagio Palamolla, saputo che a poca distanza dal castello era in fin di vita il vecchio prete, assassino del Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, con suo figlio, il principe ereditario Francesco, di quindici anni e con il seguito di corte. Si racconta, che il Peluso aveva 75 anni, provato dalla malattia, ed emozionato dall’inaspettata visita, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo spirò. Era il 4 ottobre del 1852.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nell’altro suo libro “Storia della città di Lagonegro”, dove, a p. 373 e ssg. parlando della visita del Re Ferdinando II (già Ferdinando IV): “Nell’autunno del 1852 il Re Ferdinando volle visitare un’altra volta questa parte della Basilicata e le Calabrie, etc…ordinò, partisse per le calabrie. Il movimento delle truppe, oltre 20 mila soldati, ebbe luogo dal 23 al 26 Settembre concentrandosi tutta la colonna in Lagonegro e nei dintorni (1). Tuttavia quasi d’una marcia militare, che i liberali del tempo dissero fatta per intimorire le popolazioni. Il Re,  imbarcatosi la sera del 27 settembre a Napoli, sulla fregata a vapore Fulminante, col figlio allora quindicenne Francesco, Duca di Calabria, e col fratello il Conte di Trapani, sbarcò nel mattino del 28 Settembre nella rada di Sapri. Quivi, avendo appreso che il Prete Vincenzo Peluso, l’esecrando assassino del gran patriota Costabile Carducci, era infermo e presso a morte, volle visitarlo, e recatosi a piedi nella villa, dove il vecchio era accasciato da idropisia e dagli anni, lo confortò e lo esortò a bene sperare nella divina misericordia. Da Sapri, il Re, a cavallo, percorrendo una traccia di rotabile, costruita da un negoziante per lo scarico di legname al porto, passò a Torraca, dove alloggiò e pernottò nel castello medievale, dalle torri merlate, del Marchese di Poppano (Biagio Palamolla), il quale a perpetuo ricordo della visita reale, fece murare sulla facciata del Castello una lapide con lunga ed enfatica iscrizione latina….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, levarono il grido – Italia degli Italiani”. Pesce, a p. 372, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Fine di un Regno’ di Raffaele De Cesare, vol. I, pag. 18, 3° ediz., dove nel vol. III è pure riportata questa narrazione, già da me pubblicata nel giornale il ‘Foglietto’.”. Infatti, Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria, sulla scorta di Carlo Pesce (….), in proposito scriveva che: “Sulla fine di settembre del 1852, il re vole dare….., partisse alla volta delle Calabrie. Il movimento delle truppe ebbe luogo nei giorni 23, 24, 25 e 26 settembre, concentrandosi tutta la colonna nei dintorni di Lagonegro. Il re s’imbarcò la sera del 27 settembre a Napoli sul ‘Fulminante’, insieme col principe ereditario, che contava quindici anni, e col conte di Trapani. Il suo seguito era formato dal principe D’Aci, dai brigatieri Ferrari e Del Re, dai colonnelli Nunziante e De Steiger, dal tenente colonnello Letizia, dai maggiori Severino, Anziani e De Angelis, dai capitani Grenet, Schumacher e Salvatore Nunziante. Il colonnello Afan de Ribera, che era pure del seguito, comandava l’atiglieria; il brigatiere Garofalo era capo dello stato maggiore, e il maggiore La Tour seguiva, come aiutante in campo, il conte di Trapani. I direttori Scorza e Murena partirono per posta ed attesero il sovrano a Lagonegro. Il re aveva seco il suo cameriere particolare, Gaetano Galizia, mentre un cuoco e un sottocuoco, con servizio completo, di cucina in apposito furgone, procedevano il corteo di un giorno. Il ‘Fulminante’, seguito dal ‘Giuscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’, giunse la mattina del 28 nella rada di Sapri. La sera di quel giorno il re dormì a Torraca, facendo la prima tappa, da Sapri a Torraca, a piedi per mancanza di strade. Alloggiò nel castello del marchese di Poppano, Biagio Palamolla: castello medioevale, con le torri merlate. Lo ricevette il vecchio marchese che, per grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima, dalle guardie del Corpo, col grado di brigatiere e portastendardo. Il re, prima di allontanarsi, conferì all’ospite il titolo di duca di Torraca; e il marchese, a perpetuo ricordo, fece cingere con una catena di ferro l’ingresso del castello e murare sulla facciata una lunga lapide latina, della quale ecco la chiusa: ……..Fu quella la sola eccezione che Ferdinando fece al suo proposito di non accettare, a nessun patto, ospitalità da privati. Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l’assassino di Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, e vi andò a piedi, seguito dal figlio e dagli aiutanti, ed esortò quel tristo a sperare nella divina Provvidenza. Il Peluso, accasciato dagli anni e dal male, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo morì (1). Alla Taverna del Fortino trovò una berlina di corte ecc….”. Il De Cesare, a p. 33, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Avv. Carlo Pesce, ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’, Lagonegro, Tipografia Lucana, Matteo Tancredi, 1905. E’ un breve scritto, che si legge con viva commozione. Devo anche al signor Pesce un curioso diario sul passaggio del re da Lagonegro, pubblicato dal giornale ‘il foglietto’ di quella città. (Vedi Parte III, Documenti).”. Dunque, il De Cesare ci parla dell’episodio del passaggio del re a Sapri sulla scorta del libretto dello storico di Lagonegro Carlo Pesce (…), di cui una sola copia si trova nei miei archivi e alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Io posseggo anche copia del manoscritto olografo del Pesce (…) che ho pubblicato in un altro mio saggio. E’ molto probabile che il racconto del Pesce sia stato influenzato da notizie di prima mano di un parente dell’arciprete Timpanelli. Ma il Pesce (….), non scrive ciò che ha scritto il De Cesare e sulla cui scorta ha scritto il Mallamaci. Dunque, il racconto del Mallamaci, cambia anche la data di arrivo di re Ferdinando II a Sapri, ponendola non al 28 settembre 1852 ma al 4 ottobre 1852. Stessa divergenza di date e di notizie ritrovo anche in Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di policastro ecc..”, dove parlando di Torraca a p. 196 in proposito scriveva che: “Il 15 ottobre 1852 Torraca ebbe l’onore di ospitare il re Ferdinando II, il quale, diretto in Calabria, si fermò al castello Palamolla su invito dell’amico barone Biagio. Sul portale del salone principale del maniero dovrebbe ancora far mostra di sè la lapide che ricorda l’avvenimento.”. Il Pesce dunque riporta la data scolpita sulla lapide apposta sulla facciata del Castello di Torraca ed in particolare parlando dell’amico barone Biagio si riferiva al barone Biase Palamolla. Di Biagio Palamolla il Guzzo (…), ne parla a p. 193 ed in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla, Marchese di Poppano, ecc….”In quella occasione e nel corso della visita il re Ferdinando II donò al Peluso morente l’anello di oro col sigillo di casa reale che portava seco, oggi custodito dalla famiglia Martorelli erede Peluso.

Anello di re Ferd

(Fig….) L’anello di oro con sigillo reale di re Ferdinando II di Borbone che donò al prete Vincenzo Peluso (Archivio Attanasio)

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel 1905, nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della Rivoluzione Napoletana del 1848‘, (non quello citato dal De Cesare), Napoli, Stabilimento Tipografico Palazzo della Cassazione, 1895, di cui io posseggo una copia, in proposito a p….. scriveva che:

Pesce, su Peluso e la visita del re

Nel 4 ottobre 1852, a Sapri, a 75 anni, ormai infermo muore il prete Vincenzo Peluso

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 75 in proposito scriveva che: Il Peluso morì il 4 ottobre.”. Infatti, anche Mario Vasalluzzo (…), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 202 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: Vincenzo Peluso infatti, a sei giorni da quello storico incontro, cessava di vivere la sua esistenza agitata e tormentata (5).”. Il Vassalluzzo a p. 204, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i Moti…., op. cit., vol. II, pp. 16, 17, 30, 110, 119. De Cesare R., La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18.”.

Nel 29 settembre, 1852, Ferdinando II, con l’esercito suo al Fortino di Casaletto e a Lagonegro

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 374, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente, il Re, passando per Casaletto Spartano e pel villaggio di Battaglia, raggiunse la strada consolare alla taverna del Fortino, sul monte Cervaro, memorabile nella storia e descritto a pag. 136. Colà attendevano il Re modeste berline di Corte, tirate dai cavalli della posta, ed il numeroso esercito, venuto da Napoli, e disposto lungo la via. Era di scorta al Sovrano un brillante Stato Maggiore, di cui facevano parte i brigadieri De Sangro, Ferrari, Del Re e Roberti, ed i colonnelli Nunziante, Afan De Rivera, De Steiger, Letizia ed altri. Accompagnavano inoltre il Re il Principe d’Aci ed i due Direttori, funzionanti da Ministri, Murena per i lavori pubblici, e Scorza per gli affari ecclesiastici e l’istruzione pubblica, i quali erano partiti da Napoli con la vettura postale ed attesero il Re a Lagonegro (1). Giunse il corteo reale verso le 4 p.m. di quello stesso giorno 29 settembre.”. Sempre il Pesce, a p. 380, in proposito scrriveva che: “In occasione di quel viaggio Ferdinando, per lasciare un attestato di sovrana munificenza alle popolazioni, e con intendimenti strategico-militari, decretò co’ rescritti del 5 Ottobre e del 5 Novembre 1852, la costruzione delle due arterie stradali, la Sapri – Ionio per la valle del Sinni, e l’altra per la Valle dell’Agri, le quali, partendo da Sapri, mettono in comunicazione il golfo di Policastro con quello di Taranto, come s’è discorso a pag. 156.”.

Nel 1848 e 1857, i LIBERALI nel basso Cilento e le loro attività patriottiche prodromiche alla Spedizione

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) nella nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovena e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “Sapri, naturalmente, non poteva essere assente in questa gara, guardando al futuro con trepidazione e speranza. Attesa la posizione felicissima, sul mare, crocevia di tre regioni, la vigilanza era intensa: i messaggi arrivavano piuttosto tempestivamente. E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”.  Tancredi, per i fatti del Carducci, a p. 118, nella nota (5) citava il testo di Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovena e antica”, a p. 120, in proposito scriveva che: “Non mancavano, poi, i liberali, malgrado l’accurata sorveglianza borbonica, come precedentemente indicato (6).”. Tancredi, a p. 120, nella nota (6) postillava: “(6) Tra i paesi della zona, che parteciparono all’impresa di Pisacane, ricordiamo Scario con alcuni appartenenti alla famiglia Bruno e Santa Marina con membri della famiglia Maccarone: uno di essi, Maccarone Domenico, fu catturato, processato e imprigionato.”. Infatti, riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”.  Il Bilotti, a p……, nell’“Elenco generale dei compromessi disposti per ordine alfabetico dei rispettivi comuni di origine”, a p….., troviamo un “Vallato Carmine di Cuccaro; 241. Lazzaro Luigi di Policastro; Smimmero Luigi di Polla; Tropeano Gaetano di San Pietro di Polla; 285. Maccarone Giovanni di Santa Marina; 299. Tuoti Francesco di Scalea; 327. Raele Raffaele (forse di Lagonegro o di Lauria)”. Dunque, secondo i documenti consultati dal Bilotti, Giovanni Maccarone, era di Santa Marina-Policastro (non di Scario) e vi era anche un altro Maccarone Domenico di Santa Marina-Policastro che fu tradotto a Montesano. Sulla figura del patriota e liberale Mansueto Brandi citato dal Bilotti, ho scritto nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, etc…. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “….unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, etc…”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “….c’era un uomo semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, etc…”. Ancora sui sorvegliati politici del tempo, il Bilotti, nel capitolo IX “Tra Salerno e Gaeta” raccontando dell’arresto di un traditore: “Un traditore fra i cospiratori – Arresto dei fratelli Taiani e sequesto di corripondenze compromettenti – Sospettati rapporti di Nicola Taiani nel distretto di Salerno etc…”, a p. 160 e sgg., in proposito egli scriveva che: “…le autorità giudiziarie non prendevano riposo, massime dopo l’arresto “degli emissari demagogici” Nicola e Salvatore Taiani da Maiori. I due fratelli giravano pel regno il primo coonestando i suoi viaggi col qualificarsi tipografo ambulante etc….Ad entrambi si erano sequestrate etc…a Salvatore varie carte e principalmente “una lettera enigmatica” con firma di un tale Gennaro Siniscalco, etc…Gli si trovò anche una carta di passaggio etc…Si seppe inoltre che il Nicola Taiani era stato più volte in segrete ferenze con D. Giovanni Amatruda da Agerola allora dimorante in domicilio forzoso a Napoli, ma compromesso in politica fin dal 1843. Nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Non si comprende come tali notizie fossero pervenute alla polizia, ma è certo che furono impartiti ordini pressanti ai giudici regi di Torreorsaia, Vibonati e Gioi perchè procedessero ad immediate perquisizioni e nel caso, all’arresto dei ‘pervenuti’, e poi anche ai giudici etc…”. Sempre il Bilotti, a p. 183 scriveva pure che: “Avveniva intanto a Montemurro verso la metà di maggio 1857, l’arresto di tal Vincenzo Gerbasi, soprannominato ‘Fatariello’, che fu uno dei più fidati emissari dei liberali di Padula; etc..”. Dunque, sempre il Bilotti scriveva che dalle carte sequestrate al Taiani di Maiori si seppe che, nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti fossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p…., nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sempre il Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. I testi citati sono: P. Russo, Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta, Salerno, Grafespres, 2000.  Inoltre, è citato il testo di Ferruccio Policicchio (….), “Le camicie rosse del Golfo di Policastro” in AA. VV., Garibaldi e garibaldini in Provincia di Salerno,  Salerno, Plectica, 2005.

Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

Nel 1848, nel 1857 e nel 1860, il barone don Giovanni Gallotti di Battaglia (frazione di Casaletto Spartano)

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”.

Casaletto, palazzo Gallotti

(Fig…..) Battaglia – Palazzo Gallotti

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”.  Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848.

Nel 1857, il barone don Giovanni Gallotti ed il figlio Salvatore, si erano consegnati al giudice di Lagonegro

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, scriveva che i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

Nel 27 giugno, 1852, Vincenzo Peluso, Capourbano di Sapri e nipote del famigerato prete

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Leopoldo Peluso che era capourbano e l’altro, Vincenzo Peluso che era Sindaco di Sapri. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 189-190, scriveva pure che: “….in Sapri, ….Nicotera ed altri pochi si diressero a sorprendere la casa Peluso nella speranza di rinvenire il capo-urbano D. Vincenzo. Costui però si era messo in salvo, fuggendo in Vallo insieme col figlio D. Annibale, capurbano di Ispani. Nicotera uscito col suo seguito di cinque militi dalla casa del capo-urbano, si recò all’abitazione del ricevitore demaniale, D. Giovanni Peluso; ma non riuscì a rinvenire neanche lui e solo s’impossessò di due schioppi e di alquante munizioni, senza chiedere danaro od altro e trattando con rispetto e con maniere gentili la moglie di lui (2). Il Peluso osò poi dichiarare al giudice Fischietti che gli fossero stati tolti ducati 113, ma l’assertiva sua era bugiarda, come posteriormente affermò lo stesso Fischietti (3).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (2) postillava: “(2) Sentenza luglio 1858 – p. 170.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (3) postillava: “(3) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p. 39.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Una perizia fatta eseguire dal giudice Fischietti provò il contrario, come un’altra perizia disposta in Sapri dallo stesso magistrato, provò non veritiera la denunzia del capurbano V. Peluso che pretendeva fosse stato esploso un colpo di fucile contro la porta di casa sua.”.  

Nel 28 giugno, 1852, Leopoldo Peluso, Sindaco di Sapri e nipote del famigerato prete

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”. Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc..”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci.

NEL 1857, CARLO PISACANE E LA SPEDIZIONE DI SAPRI

Carlo Pisacane, duca di San Giovanni (Napoli, 22 agosto 1818 – Sanza, 2 luglio 1857), è stato un rivoluzionario e patriota italiano, di ideologia socialista libertaria e di orientamento federalista d’impronta proudhoniana. Partecipò attivamente all’impresa della Repubblica Romana, assieme a Giuseppe Mazzini, Goffredo Mameli e Giuseppe Garibaldi, ma rimase particolarmente celebre per aver guidato il fallimentare tentativo di rivolta nel Regno delle Due Sicilie nel regno di re Ferdinando II, che ebbe inizio con lo sbarco sulla spiaggia dell’Oliveto, vicino Sapri, quasi di fronte all’attuale Cimitero di Sapri che all’epoca si trovava nel tenimento di Vibonati. Il tentativo di Pisacane diretto a Sapri fu represso nel sangue a Sanza. Il 25 giugno 1857, a Genova, Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, diretto a Tunisi. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi e i rinforzi che gli erano necessari. Pisacane continuò senza cambiare piani, impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si dovette accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari. Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici, per il resto delinquenti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì con Pisacane, i suoi compagni e i detenuti liberati e muniti delle armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si attendevano, anzi furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche avevano per tempo annunziato lo sbarco, descritto come opera di una banda di ergastolani e delinquenti comuni evasi dall’isola di Ponza. Il 1º luglio, a Padula, vennero circondati e 25 di loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi.

ritratto di Pisacane di Domenico Morelli

(Fig. 3) Ritratto di Carlo Pisacane di Domenico Morelli esposto al Museo del Risorgimento di Roma

Nel 28 giugno 1857 “La spedizione di Sapri” e lo sbarco a Sapri dei “Trecento” di Carlo Pisacane

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Nove anni più tardi, nasce a Genova, in un’ambiente mazziniano, l’idea voluta da Mazzini, Fabbrizi, Fanelli e Nicotera, di una spedizione rivoluzionaria antiborbonica. D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri……Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione bibliografica ma quello che ancora oggi risulta essere lo studio storico più completo ed attendibile è “La Spedizione di Sapri” di Leopoldo Cassese, pubblicato da La Terza (166), basato principalmente sullo studio delle fonti giudiziarie dei processi che in seguito agli avvenimenti i tribunali borbonici intentarono contro i superstiti. Noi riferiremo i fatti svoltisi a Sapri (167). Purtroppo la ‘Spedizione di Sapri’ nacque male, perchè liberando alcuni detenuti politici a Ponza, vennero liberati molti detenuti comuni, per cui si era sparsa la voce che sarebbe sbarcata una banda di delinquenti, consentendo alle autorità di aizzare le umili popolazioni contro Pisacane. Per tal motivo molti si unirono alle truppe Regie quando fu il momento di combattere, attirati anche dalla promessa di ricompense in danaro, che poi effettivamente furono date; alla popolazione di Sanza 2000 ducati e a quella di Torraca 300 ducati poi ridotti a 30 (168).”. Nella mia nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Nella mia nota (166) postillavo che: (166) Cassese L., La Spedizione di Sapri, Bari, La Terza, 1969.”. Nella mia nota (167) postillavo che: (167) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano Cesare, Pisacane da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, 1977.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Nasce a Genova, in un’ambiente mazziniano, l’idea voluta da Mazzini, Fabbrizi, Fanelli e Nicotera, di una spedizione rivoluzionaria antiborbonica. D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri. Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo (….). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione bibliografica ma quello che ancora oggi risulta essere lo studio storico più completo ed attendibile è “La Spedizione di Sapri” di Leopoldo Cassese, pubblicato da La Terza (…), basato principalmente sullo studio delle fonti giudiziarie dei processi (….) che, in seguito agli avvenimenti, i tribunali borbonici intentarono contro i superstiti (….). Purtroppo la ‘Spedizione di Sapri’ nacque male, perchè liberando alcuni detenuti politici a Ponza, vennero liberati molti detenuti comuni, per cui si era sparsa la voce che sarebbe sbarcata una banda di delinquenti, consentendo alle autorità di aizzare le umili popolazioni contro Pisacane. Per tal motivo molti si unirono alle truppe Regie quando fu il momento di combattere, attirati anche dalla promessa di ricompense in danaro, che poi effettivamente furono date; alla popolazione di Sanza 2000 ducati e a quella di Torraca 300 ducati poi ridotti a 30 (….). Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Trecentoventitre de’ relegati salirono a bordo; di altro numero non era capace la nave; e fu forza abbandonarli, dando voce che si tornerebbe a prenderli. Il Cagliari lasciò l’isola la notte del 27. E a bordo di esso Pisacane ordinò gli uomini in tre compagnie, nominò gli uffiziali; diè le istruzioni e le armi; prese gli ultimi concerti.”.

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(Fig. 4) Il piroscafo ‘Cagliari’, utilizzato da Carlo Pisacane per la sua storica impresa 

Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, del 1913, vol. II, a p. 489, si limitò a dire che: “Su questi accordi della provincia di Basilicata faceva assegnamento, e non a caso, il disegno fortunoso di Carlo Pisacane. E interrotti un qualche tempo ai tragici rovesci della sua spedizione di Sapri, non passò guari, e l’indomito amore al libero vivere ne riannodò le filamenta.”. Dunque, non si sprecò molto il Racioppi, anzi per le cose dette per gli avvenimenti al Fortino, che in questo libro non cita affatto, ricevette anche una lettera di doglianze dal generale Giuseppe Garibaldi, (si veda il Bilotti a p……). Giacomo Racioppi, però, scrisse pure “La Spedizione di Carlo Pisacane con documenti inediti per Giacomo Racioppi”, pubblicato a Napoli, nel 1863.

Nel 27 giugno 1857, Sapri, il giorno prima dello sbarco

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – oggi povera borgata surta dove già ‘Scidro’ o ‘Sipro’, città che fu della Magna-Grecia, – e che tornerà nel non lontano avvenire alla grandezza di città, quando un porto sarà scavato nella quiete sue piagge ai commerci di quelle, oggi affatto inapprodabili, coste del Tirreno. La rada, nappo di acque se non amplo, tranquillo, s’ingolfa con purissima linea entro due colli, e di mezzo alla rada un seno entro terra s’incurva, natural porto nell’avvenire, oggi come in tutta quanta la spiaggia disagevole approdo. Gli ultimi poggi dell’Appennino chiudono da presso l’orizzonte di quella rada; dai quali dirompe un torrente, povero di acque, ricco di ghiaie, che di suoi lenti e secolari depositi ha creato il ripiano, ove tra lietissimi ulivi siede Sapri novella; e tra essi serpeggia. Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione.Nell’introdurre l’avvenimento dello storico sbarco a Sapri, il Racioppi ci parla di Sapri, accennando ad alcune notizie di natura storica, ci parla dell’ampiezza e capacità importante della sua baia, porto naturale e luogo di approdo privilegiato che ai suoi tempi era diventato per i commerci marittimi. Il Racioppi ci parla anche del Torrente Brizzi e dei detriti collinari che nei secoli scendendo a valle hanno modificato la linea di costa spostando la spiaggia più verso l’esterno.  Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 continuando il suo racconto scriveva che: “…e non conveniva quindi ritadare la Spedizione, si rinunciò al Cilento e si fissò diffinitivamente Sapri, punto strategico per la vicinanza alla Basilicata, ed opportuno perchè dava facile e diretto accesso al Vallo di Diano dove si aveva ragione di riporre larghe speranze. Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula da Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio etc…”. Michele Lacava (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a pp. 180-181, in proposito scriveva che: “Compiuto brillantemente questo audacissimo colpo di mano, si imbarcarono sul Cagliari in numero di 457; così divisi: relegati evasi da ponza 400 (2); equipaggio del Cagliari 32; patrioti congiurati 25. Furono divisi in tre compagnie etc…. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”.  

Nel 27 giugno 1857, a Sapri, il giorno prima dello sbarco dei “Trecento” a Sapri, alcuni erano già fuggiti

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo (165).”. Nella nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo ……..Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa.”. Infatti, il giorno prima dello sbarco, il 28 giugno, alcuni realisti di Sapri, avendo avuto sentore dell’arrivo di Pisacane fuggirono sulle montagne vicine raggiungendo i nascondigli già usati in occasione dei moti del ’48. Dagli atti dei processi emerge che i “trecento” di Pisacane si recarono presso le residenze di Giuseppe Magaldi e del Sindaco di Sapri o Capourbano, Leopoldo Peluso ma essi erano fuggiti. Risultò introvabile anche il nipote del Sindaco, Annibale, che si erano machiati di orrendi delitti nei moti del ’48. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”. Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc..”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti al buio della sera è fama ricercando anzitutto gli abitatori di quelle mura; perchè la nemesi della rivoluzione punisse il delitto, che la bieca giustizia sociale aveva già coronato di premio. Fu fortuna, che i sospettosi abitatori ai primi tumulti sgombrassero; e fu tolta alla nemesi del popolo l’occasione di un delitto; che, non che instaurare il diritto, aggravava l’antico; lavando sangue innocente con sangue innocente.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 186 continuando il suo racconto scriveva che: Non trovarono che tenebre e solitudine, mentre non pareva che a Sapri non vi dovessero essere dei partigiani della rivoluzione, giacchè otto giorni prima dello sbarco si eran rinvenuti nella marina dei cartelli con la scritta: “Armatevi, chè la rivoluzione è vicina”. Bilotti, a p. 195, in proposito scriveva pure che: “Era invece atteso lo sbarco Murattiano, tanto che all’arrivo di Pisacane qualcuno esclamò: “Viva Murat”, e la voce si dovette subito coprirla col grido: “Viva l’Italia”. E che in favore del Murattismo si fosse fatta discreta propaganda in quei luoghi, si desume dal fatto che nel mese di maggio in sei diversi punti di Sapri si erano rinvenuti cartelli con la scritta: “Muoia il tiranno Ferdinando II. Viva luciano Murat Re di Napoli. Viva il Governo francese”; e nel tempo medesimo si erano vedute girare in Sapri, come in Napoli ed in Salerno, alcune monete di oro e di argento con l’effige del pretendente francese e la leggenda: ‘Lucien Murat, Roi de Naples’ (1).”. Bilotti, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri, – p. 6.”. In quel periodo e nei mesi precedenti furono diversi i segni che misero in allarme le autorità già da molto tempo prima. Infatti, il Bilotti, a p. 48, in proposito scriveva che: “Le preoccupazioni crebbero poi nel febbraio del 1857 in conseguenza dell’arrivo di una fregata inglese denominata “Malacca” della cui venuta nelle acque del golfo salernitano non si conosceva il motivo, e più ancora perchè in data 18 di quel mese l’intendente aveva mandata ai giudici regi, dei circondari posti lungo la intiera costa, la seguente circolare ordinatagli dalla direzione della polizia: “Laddove pervenisse nelle acque del litorale di sua giurisdizione qualche legno inglese etcc…La nave inglese si era fermata presso Pesto, ponendosi in panno alla cappa per mantenersi in pareggi e con una lancia avea messo a terra sei uomini armati di fucile….La preoccupazione era grande etc…E poichè quella fragata aveva tirato molti colpi a palla ed a mitraglia verso mare ed il capitano che era sceso a terra con gli altri armati, interrogato, aveva risposto che “trattavasi di un semplice simulacro di guerra”, le preoccupazioni aumentavano, etc….All’alba del giorno seguente il legno apparve ad Agropoli ed ivi produsse maggiore allarme, perchè lentamente procedendo e poi ritornando lungo le marine del Cilento, pareva cercasse ora e luogo opportuni per operare uno sbarco. Etc…”. Oltre a questi episodi, il Bilotti racconta che la Spedizione di Sapri era già da tempo decisa ed oltre al Pisacane vi doveva partecipare anche Giuseppe Garibaldi. Il Bilotti racconta che fu il Mazzini ad organizzare il tutto e che la prima volta la spedizione che doveva partire il 13 dovette saltare e quei preparativi avevano messo in allarme le autorità borboniche già da diverso tempo. Bilotti, a p. 67 in proposito scriveva: “Il ritiro di Garibaldi, il rifiuto di Cosenz, lo scoraggiamento di Medici che pur accettando di essere il tesoriere del fondo peri 10.000 fucili, etc..”.

Nel 28 giugno 1857, l’arrivo del Cagliari e dei “Trecento” nel mare di fronte la spiaggia del Buondormire vicino Punta Fortino (di fronte l’attuale Ospedale Civile di Sapri)

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “Mentre tutto ciò si disponeva dai capi e dai principali patriotti, il piroscafo prendeva le acque di Sapri e si fermava, per non mettersi in vista, dietro un piccolo promontorio tra quella baia e la spiaggia detta dell’oliveto, sul limite del tenimento di Vibonati, per trattenervisi, come fece, fino all’ora fissata per lo sbarco.”. Michele Lacava (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a pp. 180-181, in proposito scriveva che: Giungono a Sapri alle 8 della sera del 28 giugno, sbarcarono la notte, e la mattina seguente alle ore 8 a. m. abbandonano Sapri e si rivolgono verso Torraca, ove giungono alle ore 10 a. m. etc…”. Il Lacava, a p. 180, nella nota (2) postillava: “(2) il numero esatto deli sbarcati a Sapri varia nei diversi autori che hanno scritto di questa spedizione. Noi abbiamo seguito il Fischietti, che da lo stato nominativo dei seguaci di Pisacane, e che trova conferma in diversi documenti.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 184, in proposito scriveva che: Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, inpiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino.”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri……Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’.”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri).”. Bilotti, proseguendo il suo racconto, a pp. 183-184, in proposito scriveva pure che: “A bordo del “Cagliari” la Spedizione aveva lasciato oltre ai tre rivoltosi feriti, sette passeggeri e parte dell’equipaggio (1), e il legno si era quindi allontanato di nuovo bordeggiando tra il golfo di Policastro e la punta di Licosa (1) per riprendere più tardi la rotta, durante la quale, come sappiamo, cadde in potere delle fragate regie.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (1) postilava: “(1) Atto di accusa, p. 36”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Il giorno dell’arrivo della nave di Pisacane, il regio giudice di Vibonati, Fischetti, era in missione a San Cristofaro, oggi San Cristoforo. Di là si ha una spettacolare visione del Golfo. A Fischetti non interessava la bellezza della veduta, ma una nave che nelle ore pomeridiane doppiava la Punta dei Rinfreschi (limite del Golfo verso tramonto), e andava avanti molto lentamente. Noi sappiamo perchè: non voleva arrivare a Sapri prima del buio.”.

Nel 28 giugno 1857, gaetano Fischetti, giudice regio del mandamento di Vibonati, prima a S. Cristofaro e poi a Sapri, l’arrivo e l’avvistamento della nave ‘Cagliari’ nel golfo di Policastro, che da Ponza trasportava Pisacane ed i suoi Trecento

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “Mentre tutto ciò si disponeva dai capi e dai principali patriotti, il piroscafo prendeva le acque di Sapri e si fermava, per non mettersi in vista, dietro un piccolo promontorio tra quella baia e la spiaggia detta dell’oliveto, sul limite del tenimento di Vibonati, per trattenervisi, come fece, fino all’ora fissata per lo sbarco. I primi a scoprirlo furono un tale Infranzi che suppliva il controlloro del distretto con residenza in Capitello (Ispani) e che si affrettò di spedire avviso al posto doganale perchè stesse in guardia, ed il signor G. Fischietti, giudice regio in Vibonati, il quale per ragioni di servizio si trovava in San Cristofaro in compagnia di tal D. Gennaro Campano. Il Fischietti che già da tempo aveva, come tutti gli altri suoi colleghi, avuto l’ordine di sorvegliare le coste, appena accortosi del legno estero, si fece accompagnare da un capitano mercantile e salì alla sommità del colle S. Cristoforo per distinguere meglio. Riunitisi in Capitello, egli e l’Infranzi, decisero di recarsi subito in Sapri per conoscere meglio da vicino di che si trattasse, e seguiti dal sostituto cancelliere D. Gioacchino Giffoni, dal commesso D. Saverio Cangiano, montarono in una piccola barca. Presso porto di Sapri però si accorsero che il legno estero muoveva loro incontro con l’evidente fine di investirli, sicchè temendo di venir sommersi, volsero la prora verso la riva e a forza di remi raggiunsero presto la spiaggia delle Camerelle, saltando a terra sollecitamente. Il loro sbarco fu salutato da un colpo di boccaccio partito dal vapore il quale per non dare in secco si era avvicinato solo fino a due tiri di pistola dalla spiaggia (1). Da Camarelle l’Infranzi si recò al posto doganale; il giudice Fischietti corse a Sapri, dove gli riuscì di raccogliere subito una trentina di urbani ai quali inculcò di prestare giuramento di fedeltà al Re, e fece coraggio perchè “affrontassero con fierezza i male intenzionati”. Bilotti, a p. 182, nella nota (1) postillava che: “(1) Nota 30 giugno 1857 del giudice regio di Vibonati al procuratore gen.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno….Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona.”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischietti che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri, riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li  mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri, indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa degli eredi Stoppelli. (169).”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Il giorno dell’arrivo della nave di Pisacane, il regio giudice di Vibonati, Fischetti, era in missione a San Cristofaro, oggi San Cristoforo. Di là si ha una spettacolare visione del Golfo. A Fischetti non interessava la bellezza della veduta, ma una nave che nelle ore pomeridiane doppiava la Punta dei Rinfreschi (limite del Golfo verso tramonto), e andava avanti molto lentamente. Noi sappiamo perchè: non voleva arrivare a Sapri prima del buio. Fischetti vide immediatamente che questa nave non era un peschereccio, né il postale di Scario, ma la nave veniva di proposito, perchè Fischetti aspettava una promozione, e, quindi, occorreva dimostrarsi zelante. (Lo sappiamo dai ricordi che Fischetti pubblicò nel 1877). Egli corse giù alla spiaggia di Capitello, prese una barca della Dogana e seguì la nave. Visto l’approdo e lo sbarco di centinaia di uomini, corse a Sapri, avvertì i cattadini (anzi i sudditi e le autorità), e raccomandò a tutti di ritirarsi a Tortorella, fortezza naturale e facilmente difendibile. Il giorno dopo si vedrà con quale effetto. Sapri apparteneva alla sua giurisdizione.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: “Durante la notte il giudice Fischetti l’aveva preceduto, spargendo le stesse voci, come a Sapri. Poi tornò precipitosamente a Capitello, dove funzionava il telegrafo ottico, e all’alba inviò telegrammi al inistero di Grazia e Giustizia (che non c’entrava ma era utile ai fini della promozione), alla Polizia, all’Intendente della Provincia; oggi l’Intendente si chiama Prefetto, ma i suoi poteri non sono così ampi. Questo posto telegrafico, lo si vede ancora oggi a Capitello. Sopra l’abitato è una torre molto massiccia che gli abitanti chiamano Torre Normanna. Fu costruita mezzo millennio dopo l’occupazione normanna, da Filippo II, Re di Spagna, su piani di suo padre Carlo V, l’imperatore “nel cui regno il sole non tramontava”, e quando finì il pericolo saraceno, abbandonata. Sotto Gioacchino Murat c’era da temere un colpo di mano Inglese e le torri furono alzate e munite di cannoni, per tener la spiaggia sotto controllo. Le segnalazioni erano simboliche, come si usava fra le navi, prima dell’introduzione della telegrafia senza fili. Nel 1857 era già in uso l’alfabeto Morse e da Salerno a Brindisi esisteva il telegrafo elettrico che seguiva press’a poco l’antica via Appia. Nei calcoli di Pisacane il telegrafo elettrico era compreso. Appena arrivato a Fortino, lo mise fuori uso. Il telegrafo ottico di Capitello era sfuggito alla sua attenzione. Con i telegrammi del giudice Fischetti e l’arrivo etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a pp. 71-72, in proposito scriveva che: “Quella domenica sera (e la notte e la giornata seguente) la figura centrale della prima fase della spedizione fu il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, il quale vent’anni dopo si improvvisò pure storico scrivendo una memoria (3) sugli eventi. Per primo avvistò il Cagliari dalla collina di San Cristoforo, ne spiò le mosse, corse a Sapri a dare l’allarme e allertò tutti gli urbani che poté per impedire lo sbarco dei ‘rivoltosi (4), inviò messaggi ai capiurbani della zona, si portò (o fuggì ?) a Torraca etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Trecentoventitre de’ relegati salirono a bordo; di altro numero non era capace la nave; e fu forza abbandonarli, dando voce che si tornerebbe a prenderli. Il Cagliari lasciò l’isola la notte del 27. E a bordo di esso Pisacane ordinò gli uomini in tre compagnie, nominò gli uffiziali; diè le istruzioni e le armi; prese gli ultimi concerti. XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – oggi povera borgata surta dove già ‘Scidro’ o ‘Sipro’, città che fu della Magna-Grecia, – e che tornerà nel non lontano avvenire alla grandezza di città, quando un porto sarà scavato nella quete sue piagge ai commerci di quelle, oggi affatto inapprodabili, coste del Tirreno. La rada, nappo di acque se non amplo, tranquillo, s’ingolfa con purissima linea entro due colli, e di mezzo alla rada un seno entro terra s’incurva, natural porto nell’avvenire, oggi come in tutta quanta la spiaggia disagevole approdo. Gli ultimi poggi dell’Appennino chiudono da presso l’orizzonte di quella rada; dai quali dirompe un torrente, povero di acque, ricco di ghiaie, che di suoi lenti e secolari depositi ha creato il ripiano, ove tra lietissimi ulivi siede Sapri novella; e tra essi serpeggia.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 51-52, in proposito scriveva che: “III. Da Sapri a Sanza. Sull’imbrunire del 28 giugno, dopo una giornata di navigazione durante la quale si corse pericolo di incappare nella squadra navale napoletana (1), il Cagliari giunse in vista del golfo di Policastro, la cui punta più avanzata nel mare, verso occidente è il capo di Infreschi. Appena doppiato questo, si presenta una teoria di digradanti colline dalle quali si affacciano S. Giovanni a Piro, Policastro, Ispani con la marina di Capitello, Vibonati e, più a sud, in una breve insenatura, Sapri, che dista dodici miglia circa in linea retta dalla punta degli Infreschi. Una nave che spunti da tale capo cade quindi subito in vista di chi guardi da uno di codesti paesi. Fu perciò facile al regio giudice di Vibonati, Gaetano Fischetti, scorgere il Cagliari dal villaggio di S. Cristofaro presso Ispani, dove si trovava per ragioni di servizio. E poiché la nave bordegiava a rilento, come volesse attendere la notte, il solerte giudice si insospettì, tanto più che l’intendente della provincia, Luigi Ajossa, con la sua lettera riservata del 18 febbraio ’57 lo aveva invitato a vigilare attentamente se qualche legno inglese effettuasse segnalazioni con i paesi rivieraschi. Si aggiunga che un mese prima dell’invasione apparvero sui muri delle abitazioni di Sapri etc…(2).”. Cassese, a p. 51, nella nota (2) postillava: “(2) Gabinetto dell’Intendenza, B., 77, fascicoli intitolati: “Sul voluto arrivo della corvetta inglese Malacca” e “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”; ibid., B. 76: “Voci allarmanti per l’arrivo del figlio di Murat”. Cfr. anche G. Fischetti, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5 sgg.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Il Fischetti, dunque, ebbe fondati motivi per mettersi in allarme e per scendere sollecito dai monti di S. Cristofaro giù alla marina di Capitello, dove, appena giunto, ontò insieme ad altri impiegati del posto sulla scorridora doganale e si mise a seguire il Cagliari a rispettosa distanza per spiarne le mosse. Erano le otto di sera quando la nave gettò l’ancora in località detta ‘Spiaggia dell’Oliveto’ in tenimento di Vibonati, distante mezzo miglio circa dal confine del tenimento di Sapri e un miglio e mezzo dall’abitato di quest’ultimo paese (3).”. Cassese, a p. 52, nella nota (3) postillava: “(3) V. in B. 197, vol. I, c. 197, il verbale del sopralluogo effettuato dal procuratore Pacifico insieme con esperti nautici per assodare il punto preciso in cui approdò il Cagliari.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno….Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona. Successivamente si recò a Torraca, e qui spedì altri messaggeri a Tortorella e Casaletto per avvisare del pericolo imminente. La mattina del 29 giugno, da Capitello, inviò un accorato telegramma per avvisare il re di quanto stava accadendo in quella zona. Da questi episodi che coinvolsero il giudice Fischetti, si intuisce che il gruppo di Carlo Pisacane era atteso a Torraca il giorno precedente alla loro venuta, pertanto le autorità del paese ne erano al corrente.”.

Nella domenica del 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” secondo la testimonianza dei due domestici di Pisacane, salvatisi, arrestati e resa davanti all’Ajossa 

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, a pp. 204-205, in proposito scriveva che: “Interrogatorio di Antonio Ventorino e Domenico Catapano domestici ed attendenti di Pisacane (1). L’anno 1857 il giorno 4 luglio alle ore 5, ed un quarto p.m. Noi Comm. Luigi de’ Marchesi Aiossa Intendente della Provincia di Principato Citra, assistiti dal Capo del Gabinetto sig. Condò. Essendo arrivati da Sala i due arrestati che facean parte dell’orda sbarcata in Sapri, e volendone ricevere l’interrogatorio, etc…Entrato il primo di essi, …Antonio Venturino figlio della fu Fortuna, e di Padre incerto, di ani 36, nato in Napoli, di professione cocchiere. Come sorvegliato di Polizia, etc…Appartenente alla classe dei cosiddetti Camorristi, fin dal suo primo arrivo a Ponza, etc….(p. 206)….Degli individui della compagnia di punizione che appartenevano la maggior parte degli associati alla banda, è di circa un centinaio per reati Viaggiarono dalle 3 e mezzo della sera di sabato, fino a circa le 23 ore della giornata di domenica, quando arrivarono al paese in cui poi sbarcarono, dalle ore 23 fino ad un’ora di notte il legno bordeggiò nelle vicinanze di Sapri; verso quest’ora cominciò la gente a scendere, e finì il disbarco verso le ore 4 di quella notte. Come furono tutti sbarcati si trattennero per poco nel bosco, e quindi cominciarono a marciare: quelli che erano partiti da Ponza andavano innanzi, i forestieri chiudevan la marcia; serbano tutti un silenzio perchè ciò si era ordinato da’ capi dell’orda. Nel mattino dopo due o tre ore da che il giorno era comparso, entrarono in Sapri, suonarono le campane a gloria, perchè ricorreva la festività de’ SS. Pietro e Paolo. Non incontrarono che pochissima gente, perchè tutti erano fuggiti, e presero un vecchio, e lo volevano uccidere, perchè diceano che era stato l’uccisore di Carducci, ma le preghiere che vennero ad essi dirette, vennero a licenziarlo. Da Sapri andarono ad altro paese di cui si ignora il nome, dove non trovarono che pochissima gente, come nell’altro paese, perchè tutti erano fuggiti; elevavano le grida sediziose, cioè che avevano fatto eziando in Sapri, un’ora, andarono via. Si diressero quindi al fortino; precisamente al luogo ov’è la taverna. In quel punto i Capi comprarono quattro Castrati, e 49 pani, ognuno di un rotolo, e se ne divideva uno fra sette persone. Dal Fortino si avviarono al paese in cui ebbe luogo nel seguente mattino il conflitto; il sedicente Generale, etc…etc…Antonio Ventorino (p. 209)….Interrogatorio Catapano….Nel corso del giorno di Domenica esso era addetto a servire il Capo de’ ribelli sedicente Generale. Ad un’ora e mezzo di notte arrivati a Sapri cominciarono a sbarcare; finito lo sbarco rimasero appiattati in quelle boscaglie, e nel mattino si diressero verso il Pese di Sapri, di là andarono a Torraca, e fu allora che seppero quali erano le vedute de’ ribaldi. I Paesi di Sapri e di Torraca erano deserti, in Sapri i rivoltosi andavano in cerca della famiglia Peluso che volevano ammazzare, ed in Torraca si abbracciarono con un falegname che era un solo che vi si trova nel Paese. Da Torraca si diressero al così detto Fortino, ed ebbero Pane e Carne, ma nella quantità di non eccedere l’importo di un tornese. Mentre erano nel Fortino vi arrivava un Barone che se non erro era di cognome Gugliotti, o Gallotti, accompagnato da un vecchio, e dissero entrambi che si fossero avviati perchè li avrebbero raggiunti. Etc…”. Nell’interrogatorio, il Catapano parlando del Fortino accennava al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti e dei suoi due figli.

Nel 2 luglio 1857 in Sala, l’interrogatorio di Luciano Marino

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a pp. 211-212, in proposito scriveva che: “10. Interrogatorio di Luciano Marino del 2 luglio 1857 in Sala (ASS, Processi politici, B. 207, vol. II, c. 21 sgg. Copia di questo interrogatorio trovasi in B. 214, Interrogatori, vol. I, c. 43 sgg.; v. anche la dichiarazione autografa del Marino, intitolata ‘Cose segrete riguardo alle sette di Napoli (Sala, 4 luglio), in B. 216, vol. I, c. 55 sgg.). ‘L’anno 1857 il giorno due luglio in Sala……Nella sera de’ 28 a circa mezz’ora di notte approdammo in un punto della marina di questa Provincia che intesi chiamarsi Sapri. Ivi sbarcati ci fecero rimanere in quella spiaggia, e Pisacane e Nicotera con una decina di esteri si diressero nel paese dicendo che dovevano avere nelle mani un tal Peluso, che nel 1848 aveva fatto uccidere il noto Carducci, non ché i parenti, cioè un Capo urbano e gli altri impiegati. Ritornati dopo un’ora o più condussero carcerato un vecchio con mustacchi e con un occhio guercio. Portarono un cappotto, e se non erro delle armi che dissero aver preso in un posto Doganale di quelle vicinanze. Nel seguente mattino 29 giugno entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare come sopra giusta gli ordini de’ suddetti Capi, ed obbligammo quella gente di ripetere le grida, ma poco fummo corrisposti. Alcune donne a premura del Generale presentarono del pane, vino e formaggio che fu pagato. Mangiammo e subito si partì per l’altro paese che intesi chiamarsi Torraca. Quivi arrivati verso le ore 17 suonarono le campane a festa e vennero ad incontrarci una decina di galantuomini e Sacerdoti, i quali pieni di giubilo si insignirono di nocche tricolori al petto, come la maggior parte di noi altri andavamo, e gridarono con noi: “Viva l’Italia, Viva la Libertà, Viva la Repubblica”. Fecero delle cortesi esibizioni di viveri e quant’altro il Generale desiderava. Intanto fu somministrato da un un individuo, di anni 32 in 33 statura alta di condizione proprietario, del vino e taralli senz’aver voluto paga perché si mostrava molto confidente del Generale. Dopo circa un’ora di riposo proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sullastrada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore ventidue. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliato ed abbattuto la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che teneva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni, furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala ed altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio, e giunt’in Casalnuovo etc… (p. 215). D. – Essendo sbarcati in Sapri con chi si ebbe abboccamento da’ vostri capi tanto colà, che lungo la linea sino a Padula ? R. – Signore, da’ nostri Capi si diceva sempre che nel mettere piede a Sapri si trovavano pronti armi, munizioni, e più di mille individui che si sarebbero aggregati al nostro partito per promuovere la interna rivoluzione del Regno; che in Padula etc…In Sapri non mi accorsi se alcuno ebbe abboccamento con il Generale o altri Capi. In Torraca vi furono quei pochi come sopra che ci animarono a proseguire il viaggio. Al Fortino venne a conferire col Generale e diede le stesse prevenzioni a noi quel vecchio indicato, e fors’il figlio che io riconobbi perch’era stato con me detenuto nella Vicaria per imputazione politica. In Casalnuovo fummo incoraggiati da uno di Torraca che si spacciava per medicastro, e che aveva medicato la mano del compagno Colacicco. Egli aveva l’età di 34 in 35 anni, di statura piuttosta lata, barba nera, folta. Diceva che era fuggito da Torraca perché i realisti volevano ucciderlo, e che dietro grazia Sovrana si era ritirato e stava in Casalnuovo alla piazza.”.        

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” secondo i foglietti trovati nel portafogli di Pisacane spiegati da Nicotera a Pacifico

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Stranamente il Cassese scrive del Proclama di Pisacane ma non scrive che esso si trovava nel portafogli di Pisacane ritrovato a Padula. Cassese, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti:’ Giunti a Sapri alle 8 di sera. Terminato lo sbarco alle 10. Su di una spiaggia alla destra di Sapri guardando il mare. Quindi si cambiò fronte, e si marciò in Sapri. Bivaccammo la notte innanzi Sapri. Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Cpourbano Pelosi per ammazzarlo. Tutti erano fuggiti, si guadagnarono sette o otto pessimi fucili tolti agli urbani. La mattina alle 4 abbiamo potuto avere dei viveri pagandosi e mangiato un pezzettino di pane ed un poco di formaggio. Alle sette partimmo per Torraca con la certezza che bisognava attaccare.”.

LO SBARCO DEI TRECENTO DI PISACANE: IL LUOGO DELLO SBARCO

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia dell’“Oliveto del Fortino” (l’oliveto antistante la spiaggia del Buondormire, oggi nei pressi del Faro Pisacane non distante dall’Ospedale civile di Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri……Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’.” e poi aggiungevo che: “…..prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino etc…”. Dunque, nella mia Relazione scrivevo che si trattava della “spiaggia dell’oliveto del Fortino”, ovvero la spiaggia antistante l’oliveto in località “Fortino” dove oggi si trova il piazzale parcheggio ed il Faro Pisacane. Scrivevo nella mia relazione che il Giuseppe Gallotti, in assenza del capourbano Vincenzo Peluso che era fuggito, prese il comando di una dozzina di sapresi e li lasciò sulla spiaggia di Sapri per recarsi nella vicina località “Fortino” dove vi era un oliveto e la stradina sterrata che portava a Villammare. Infatti vi sono foto del ‘900 che illustrano la località di S. Croce a Sapri, molto vicina alla località Fortino, dove si vede che tutta la fascia litoranea brullica di maestosi ulivi. Ivi vi era un Oliveto e la zona non era urbanizzata.La spiaggia è ancora detta “spiaggia del Buondormire”. Infatti, vi sono dei documenti che attstano che sul litorale della spiaggia del Buondormire vi era una grande torre detta appunto “Torre del Buondormire”, a cui ho dedicato ivi un mio saggio storico. La torre del Buondormire esisteva ai tempi del barone Antonini che nel 1745 scrisse “La Lucania – Discorsi”. Vi era un posto doganale per il passaggio verso i territori del vicino mandamento di Vibonati e di proprietà della principessa Carafa di Policastro. Nella mia Relazione, continuando il mio racconto scrivevo pure che: I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri.”. Oggi, non molto distante dalla spiaggia detta del Buondormire vi è il ristorante di “Noè a mare”. All’epoca vi era il “posto doganale”, dove infatti si recò il capourbano (elettosi) Giuseppe Gallotti che fu arrestato dai trecento di Pisacane. Al posto doganale della spiaggia del Buondormire ho dedicato u mio saggio. Fu istituito dai francesi di Gioacchino Murat e poi in seguito dai Borbone di Napoli. Infatti, non molto distante sorse un Fortilizio borbonico da cui oggi la località viene detta “località Fortino”. Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “Mentre tutto ciò si disponeva dai capi e dai principali patriotti, il piroscafo prendeva le acque di Sapri e si fermava, per non mettersi in vista, dietro un piccolo promontorio tra quella baia e la spiaggia detta dell’oliveto, sul limite del tenimento di Vibonati, per trattenervisi, come fece, fino all’ora fissata per lo sbarco.” aggiungendo pure che: Gli urbani si recarono all’Oliveto per tenere d’occhio il piroscafo e spiarne le mosse, ma egli non ebbe tempo a rasserenarsi, perchè i rivoluzionarii erano sbarcati con sorprendente sveltezza e dato assalto al posto doganale e disarmatolo, avevano in un moento invasa larga zona gridando: Viva l’Italia.”. Inoltre, il Bilotti parlando del posto doganale e degli urbani sapresi che ivi si erano recati (sul posto dello sbarco) e arrestati dai rivoltosi di Pisacane, a p. 184, in proposito aggiunge che: Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, inpiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino.”. Dunque, secondo la versione del Bilotti è chiaro che il punto dello sbarco era “la spiaggia dell’oliveto del Fortino” che non deve essere confusa con la “spiaggia dell’Oliveto”, oggi antistante il cimitero di Sapri. Oggi la “località Fortino” a Sapri, nel Comune di Sapri ancora oggi, è la località dove insiste l’Ospedale civile di Sapri e lì vi è la spiaggia detta del “Buondormire” perchè in epoca antica vi era una torre Angioina o Aragonese oggi scomparsa. Vicinissima la spiaggia del Buondormire, luogo dello sbarco, vicino la “punta del Fortino”, dove oggi è il “Faro Pisacane“, è un luogo non molto distante dalla “spiaggetta del Buondormire” ed è pure un luogo o una rada della costa che non si vede dal paese. Dunque era il luogo ideale per il Cagliari che, così facendo, si avvicinò al paese ma in tutta sicurezza per non essere visti. Il Cagliari, come vedremo, fu avvistato dagli operatori del posto telegrafico dello Scialandro che era situato sul monte Ceraso cioè dall’altra parte della baia di Sapri, all’esatto opposto. Tutte queste piccole ma importanti località, importanti per la storia di Sapri, dovrebbero essere indicate in una apposita segnaletica che io da tempo ho proposto all’Amministrazione di Sapri.

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(Fig…..) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. Il disegno dipinto a colori che rappresenta Sapri è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142). Particolare pubblicato da Giulio Schmiedt (…), tratto dal disegno: “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”.

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia dell’“Oliveto del Fortino” (l’oliveto antistante la spiaggia del Buondormire, oggi nei pressi del Faro Pisacane non distante dall’Ospedale civile di Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “…..prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino etc…”. Dunque, nella mia Relazione scrivevo che si trattava della “spiaggia dell’oliveto del Fortino”, ovvero la spiaggia antistante l’oliveto in località “Fortino” dove oggi si trova il piazzale parcheggio ed il Faro Pisacane. Scrivevo nella mia relazione che il Giuseppe Gallotti, in assenza del capourbano Vincenzo Peluso che era fuggito, prese il comando di una dozzina di sapresi e li lasciò sulla spiaggia di Sapri per recarsi nella vicina località “Fortino” dove vi era un oliveto e la stradina sterrata che portava a Villammare. Infatti vi sono foto del ‘900 che illustrano la località di S. Croce a Sapri, molto vicina alla località Fortino, dove si vede che tutta la fascia litoranea brullica di maestosi ulivi. Ivi vi era un Oliveto e la zona non era urbanizzata.La spiaggia è ancora detta “spiaggia del Buondormire”. Infatti, vi sono dei documenti che attstano che sul litorale della spiaggia del Buondormire vi era una grande torre detta appunto “Torre del Buondormire”, a cui ho dedicato ivi un mio saggio storico. La torre del Buondormire esisteva ai tempi del barone Antonini che nel 1745 scrisse “La Lucania – Discorsi”. Vi era un posto doganale per il passaggio verso i territori del vicino mandamento di Vibonati e di proprietà della principessa Carafa di Policastro. Nella mia Relazione, continuando il mio racconto scrivevo pure che: I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri.”. Oggi, non molto distante dalla spiaggia detta del Buondormire vi è il ristorante di “Noè a mare”. All’epoca vi era il “posto doganale”, dove infatti si recò il capourbano (elettosi) Giuseppe Gallotti che fu arrestato dai trecento di Pisacane. Al posto doganale della spiaggia del Buondormire ho dedicato u mio saggio. Fu istituito dai francesi di Gioacchino Murat e poi in seguito dai Borbone di Napoli. Infatti, non molto distante sorse un Fortilizio borbonico da cui oggi la località viene detta “località Fortino”. Bilotti (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a p. 181, in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 184, in proposito scriveva che: “Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto di Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino. Etc…”. Dunque, anche il Bilotti sostiene che il primo sbarco avenne sulle due spiaggette molto vicine al “Fortino” dell’Oliveto. La località “Fortino” si trovava e si trova ai confini del mandamento di Vibonati, ovvero dove oggi è l’Ospedale Civile di Sapri e la spiaggetta è quella detta del “del Buondormire”, quella che oggi conosciamo vicina al ristorante “Noè a mare”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Nello stesso punto, al Fortino, sbarcò poi il Pisacane il 28 giugno 1857.”.

Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”.  

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia dell’Oliveto (davanti il cimitero di Sapri) ?

Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari (Fig….), gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (di fronte al cimitero di Sapri). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione. Io riferirò i fatti svoltisi dallo sbarco nella vicina spiaggia dell’Oliveto, la notte del 29 a Sapri (….) e la risalita a Torraca. Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischetti (….), che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri, riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri, indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa dei Stoppelli (la casina bianca di fronte al centro commerciale)(….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri…..Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri).”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischietti che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri, riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li  mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri, indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa degli eredi Stoppelli. (169).”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Purtroppo, sebbene su Pisacane vi sia un ampia trattazione anche su wikipedia leggiamo che lo storico sbarco avvenne a Vibonati. Su Wikipedia alla voce “Carlo Pisacane” leggiamo che:  “ma rimase particolarmente celebre per aver guidato il fallimentare tentativo di rivolta nel Regno delle Due Sicilie, che ebbe inizio con lo sbarco a Vibonati diretto verso Sapri ecc…”. L’equivoco è dovuto al semplice fatto che la “spiaggia dell’Oliveto”, luogo dello sbarco dei “Trecento”, oltre a rappresentare un luogo sicuro per i rivoltosi a causa dell’assenza di abitazioni, l’unica abitazione era la “casina bianca” segnalata dal Fanelli al Pisacane e che ancora oggi è ivi, una proprietà indivisa degli eredi Stoppelli, Sapienza ecc…, oggi si trova nel Comune di Vibonati ma all’epoca il grande spiaggione detto dai sapresi dell’Oliveto apparteneva al mandamento giurisdizionale di Vibonati, mandamenti creati da Gioacchino Murat nel 1809 ma, all’epoca il territorio in cui ricadeva la “spiaggia dell’Oliveto”, a parte che era molto distante da Vibonati, ricadeva negli ex territori del barone Palamolla di Torraca e del Principe Carafa di Policastro, territori di Sapri. Infatti, a riprova che la “casina bianca” segnalata dal Fanelli al Pisacane ricade in territorio saprese vi è il fatto che l’attuale Cimitero di Sapri è posto quasi di fronte. Il Cimitero di Sapri sorge con l’Unità d’Italia grazie alla volontà del dott. Nicola Gallotti. Mi chiedo come avrebbe fatto Gallotti a costruire ai primi del novecento il Cimitero di Sapri in un territorio di Vibonati se non perchè questo territorio facesse già parte di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischietti che ecc…”. Vibonati era sede di mandamento ma era pure molto distante. Ritornando mia nota (169) dove postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”, in effetti, Giovanni Nicotera, uno dei pochi superstiti dell’impresa di Pisacane, dopo l’Unità d’Italia diventò Ministro degli Interni e in una visita a Vibonati, ancora sede di mandamento giurisdizionale, ribadì e chiarì dove fosse il luogo preciso dello storico sbarco dei “Trecento”.

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia di Sapri, antistante il “casino bianco” (forse il palazzotto del Peluso, oggi in corso Garibaldi) ?

Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – etc…Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, etc….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, invano levarono il grido – Italia degli Italiani – ; non fu chi rispose ‘e gl’ Italiani per essa’ –  come l’aspettata guida avrebbe dovuto a segnale di riconoscimento. Con poco favorevoli auspici toccarono terra: etc…”. Dunque, il Racioppi, forse sulla scorta del Venosta (….) scriveva che il luogo dello sbarco non era la spiaggia dell’Oliveto, coe hanno scritto tanti, ma secondo il Racioppi, il luogo dello sbarco dei “Trecento” e di Carlo Pisacane fu davanti la “casina bianca” che egli indica come il palazzotto del prete Peluso, che all’epoca doveva trovarsi molto vicino alla spiaggia di Sapri. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p……, in proposito scriveva che: “Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri….Accosto al torrente prossima al mare, dal lato orientale sorge una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto visto e scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a tale un uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’ partigiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe che il crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno tra quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequieto ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassinii assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci, e l’eseguì poscia, di fredda mano nella prossima Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno dipoi, fu colpito di visita da Re Ferdinando di Borbone; che il raccomandando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazie di regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì; legando l’ombra del nome al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione  volle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte. E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti….”. Ricordiamo che, nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) nella mia nota (169) io postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. La notizia merita ulteriori approfondimenti. La “casina bianca”, che molti indicarono come quella (attuale proprietà indivisa della famiglia Stoppelli, antistante il centro commerciale di Villammare, lungo la statale SS. 18) e all’epoca quasi vicino al futuro costruendo Cimitero di Sapri (dunque in territorio che apparteneva alla Principessa Carafa di Policastro e che il governo del Regno d’Italia dispose che questo territorio, conteso nel 1600, tra i Carafa e i Palamolla, rientrasse tra i confini del Comune di Vibonati, il quale in seguito cedette al Comune di Sapri, il terreno per costruire il Cimitero. E’ da approfondire la notizia del Racioppi, che sulla scorta del Venosta scriveva che:   “Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva…”, al prete Peluso. La casina del prete Peluso, come scrive il Racioppi era all’epoca il palazzotto che oggi vediamo in Corso Garibaldi a Sapri, ma che all’epoca doveva essere la “casina bianca” accosto al torrente Brizzi, prossima alla spiaggia ed al mare, sul lato orientale di Sapri, isolata e che, nel 1895 venne descritta anche dal Cav. Carlo Pesce (….) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci: ‘Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848′, edito a Napoli, nel 1895 e, di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio, e dove, a p……, in proposito scriveva che: “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene. In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia, e ad Acquafredda l’altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca.”. Il vecchio palazzotto fortificato sito in C.so Garibaldi a Sapri, residenza dell’Avvocato Vincenzo Peluso e delle due sue sorelle, era di antica fattura.

il Palazzo Peluso

(Fig….) Particolare del Palazzotto Peluso tratto dallo schizzo del 1817 “Croquì di Sapri

Sapri nel 1819, ten. Blois

(Fig….) Particolare tratto dal disegno del rilievo di Sapri del Ten. Blois del 1819, illustrato nell’immagine della Fig….., “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000. In questo particolare si vede il centro abitato di Sapri come doveva apparire al Genio Militare Borbonico nel 1 gennaio 1819.

Ecco cosa scriveva Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”,riguardo il “casino bianco”, il luogo indicato per lo sbarco. Bilotti,  a p. 185 parlando dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: Si corse al ‘casino bianco’, punto convenuto, e si levò più volte il grido: Italia degli Italiani; non vi fu chi rispondesse: E gli italiani per essa (4).. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”.  Bilotti, a p. 185, nella nota (4) postillava: “(4) Il governo tenne una lunga corrispondenza per accertare quale fosse il casino bianco dove i ribelli avrebbero dovuto trovare persone note. I casini di quel colore erano tre, e le indagini rimasero quasi infruttuose.”.

Nel 1857, la stazione telegrafica di ‘Scialandro’ sul monte Ceraso a Sapri

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 184, in proposito scriveva che: Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino.”. Il Bilotti (…) sbagliando il cognome dei due “impiegati” chiamati ‘Montesanto’ ma era ‘Montesano’, dico io. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Dunque, sulla scorta della cronaca di Nello Rosselli (…..) scrivevo che  i due impiegati del “telegrafo dello Scialandro”, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano “accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco dove furono scoperti e arrestati dai rivoltosi. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli Nello, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Dunque, la notizia che riportavo sul mio studio era stata tratta dal Daneri (….) che scrisse sulla “Spedizione di Sapri”. In questa notizia si fa cenno ai due fratelli Domenico e Giuseppe Montesano che figurano come “impiegati del telegrafo di Scialandro”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: “Durante la notte il giudice Fischetti l’aveva preceduto, spargendo le stesse voci, come a Sapri. Poi tornò precipitosamente a Capitello, dove funzionava il telegrafo ottico, e all’alba inviò telegrammi al inistero di Grazia e Giustizia (che non c’entrava ma era utile ai fini della promozione), alla Polizia, all’Intendente della Provincia; oggi l’Intendente si chiama Prefetto, ma i suoi poteri non sono così ampi. Questo posto telegrafico, lo si vede ancora oggi a Capitello. Sopra l’abitato è una torre molto massiccia che gli abitanti chiamano Torre Normanna. Fu costruita mezzo millennio dopo l’occupazione normanna, da Filippo II, Re di Spagna, su piani di suo padre Carlo V, l’imperatore “nel cui regno il sole non tramontava”, e quando finì il pericolo saraceno, abbandonata. Sotto Gioacchino Murat c’era da temere un colpo di mano Inglese e le torri furono alzate e munite di cannoni, per tener la spiaggia sotto controllo. Le segnalazioni erano simboliche, come si usava fra le navi, prima dell’introduzione della telegrafia senza fili. Nel 1857 era già in uso l’alfabeto Morse e da Salerno a Brindisi esisteva il telegrafo elettrico che seguiva press’a poco l’antica via Appia. Nei calcoli di Pisacane il telegrafo elettrico era compreso. Appena arrivato a Fortino, lo mise fuori uso. Il telegrafo ottico di Capitello era sfuggito alla sua attenzione. Con i telegrammi del giudice Fischetti e l’arrivo etc…”. Dunque, il Tancredi, ci parla del giudice regio Gaetano (che correttamente chiama Fischetti) e del telegrafo ottico installato nella torre Vicereale di Capitello e, da cui il giudice regio Fischetti lanciò i primi messaggi scritti con Tlegrammi alle autorità. Il Tancredi dice pure che nei piani del Pisacane figurava il telegrafo elettrico su fili che esisteva nella zona e che, in seguito al Fortino furono tagliati i fili, ma al teddagliato piano del Pisacane era sfuggito il “telegrafo ottico”, la cui postazione allo Scialandro e a Capitello permisero al giudice regio di avvertire le autorità. Dunque, secondo il Tancredi, lungo il litorale del Salernitano e nel Golfo di Policastro vi erano dei punti con il “telegrafo ottico o telegrafo di Chappe”.  Da Wikipedia leggiamo che Il telegrafo di Chappe (detto anche semaforo di Chappe) fu un sistema di comunicazioni immediate a distanza inventato dai fratelli Chappe in Francia alla fine del XVIII secolo. Si trattava di un sistema “ottico”, con il quale mediante “stazioni” poste lungo una linea e opportunamente distanziate, il messaggio veniva trasmesso da una alla successiva, che lo decifrava e lo ritrasmetteva, fino a giungere al termine di questa “linea” predeterminata. Questo implicava che:

  • le stazioni distassero non oltre l’estensione del campo visivo dell’operatore della stazione (tra i 10 e i 15 km)
  • la trasmissione poteva aver luogo solo se tutti gli operatori erano contemporaneamente presenti sulle rispettive “stazioni” della linea
  • le trasmissioni potevano aver luogo solo durante le ore di visibilità naturale (diurne), sempre che questa fosse sufficiente, lungo tutto il percorso della linea di “stazioni”.

Nel suolo italiano le linee semaforiche di Chappe furono erette per la necessità di Napoleone di comunicare rapidamente coi territori conquistati. il tratto da Milano a Mantova fu sancito con decreto imperiale del 18 giugno 1805, cui seguì un secondo decreto il 13 novembre dello stesso anno per il prolungamento della linea da Milano verso Parigi, sino al confine col Piemonte. Infine, il 1º settembre 1809, il Viceré d’italia Eugenio Napoleone di Francia decretò che la linea telegrafica fosse continuata fino a Venezia. Altre notizie sulla stazione telegrafica dello ‘Scialandro’ esistente a Sapri all’epoca della “Spedizione di Sapri”, stazione probabilmente installata dal governo Borbonico sul Monte Ceraso e, di cui sono stati rinvenuti dei resti, si possono trarre ance dal libretto del giudice Fischetti (….). Il giudice del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni da poco eletto e compagna della Spedizione, Nicotera, a p. 34, in proposito scriveva che: “Erano mal capitati ancora e fatti prigionieri Antonio Perazzo di Vibonati, Domenico e Giuseppe Montesano, come pure Francesco Eboli di Sapri.”. Ricordo che il giudice Fischetti (…), è stato un diretto testimone di quei tragici eventi che hanno segnato la storia di Sapri. Dunque, io credo che la notizia di un telegrafo allo ‘Scialandro’ sia ancora tutta da verificare. Riguardo il posto telegrafico, ricordo che il Pesce (…), sulla base del manoscritto del Timpanelli (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed il dramma d’Aquafredda’, scriveva che il Peluso, trovandosi presso la ‘Rotondella’ ad Acquafreda, fece chiamare dalla vicina “Torre, residenza delle guardie doganali”, ma sappiamo che il Pesce (…), come altri, si rifacevano a ciò che avevano scritto altri confondendo alcune cose. Sarà proprio lui che nel suo ‘Storia della Città di Lagonegro’, edito nel 1905, a p. 382, parlando proprio del telegrafo elettrico ad asta dirà: “E Lagonegro ebbe in quell’anno stesso l’uffizio telegrafico, che fu innaugurato solennemente” e si riferiva al 1857. E poi ancora, il Pesce diceva che: “Per lo innanzi il solo telegrafo ad asta, impiantato su torri lunghesso le coste del mare, era servito per trasmettere le notizie più urgenti, mediante segnali, per conto del governo.”. Dunque non è escluso che a Sapri, come pure a Lagonegro, il Governo Borbonico, dopo l’occupazione del ventennio Napoleonico, abbia deciso di impiantare un telegrafo elettrico ad asta. Di sicuro possiamo dire che nei pressi dello scoglio o della scomparsa Torre costiera detta dello ‘Scialandro’, sul monte Ceraso, vi possa essere stato impiantato un piccolo edificio per il richiamo telegrafico e l’avvistamento. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti.  Il Cassese, a p. 53, scriveva che il Fischetti (…) “corre sul far dell’alba da Vibonati a Capitello e fa trasmettere da quel telegrafo messaggi al Re.”. Dagli atti processuali, si evince che la deposizione del sacerdote di Sapri F.M. Timpanelli, furono confermate alcune circostanze. Recentemente sul monte Ceraso è stato rinvenuto un edificio con una piccola torretta, posto non lontano dal posto o luogo chiamato “Casale del Confine”, ovvero non lontano dal luogo citato nella carta d’epoca Aragonese, una carta inedita e da me scoperta (vedi fig…..). Non posso dire se l’edificio recentemente rinvenuto sulle alture del monte Ceraso, segnalatoci dall’amico Domenico Smaldone, fosse un edificio borbonico che si trovasse sul luogo che esisteva già in epoca aragonese chiamato sulla carta in questione “Casale del Confine”. Recentemente, a seguito del rinvenimento sul monte Ceraso di un piccolo fabbricato, forse d’epoca borbonica,  Angelo Gentile, in un suo saggio “Sapri, torna alla luce l’antica Stazione telerafica ad asta”, apparso a stampa su una rivista locale, scrive che: “Citazioni storiche a seguito dello sbarco di Pisacane, 1857, indicano l’esistenza di una stazione telegrafica a Sapri, detta dello Scialandro. Vengono anche citati i nomi dei fratelli Domenico e Giuseppe Montesano, ecc..ecc..”. Il Gentile (….) avanzava l’ipotesi che la piccola torre annessa a questo piccolo fabbricato recentemente rinvenuto da escursionisti di Sapri sulle falde del monte Ceraso, fosse adibito a posto telegrafico. Riguardo una probabile stazione telegrafica d’epoca borbonica esistente al tempo dei fati di Pisacane, nel 1857, sebbene Leopoldo Cassese (…), traendo le notizie dagli atti processuali (…), allorquando si avvicinò alla rada della ‘Spiaggia dell’Oliveto’ il Cagliari di Carlo Pisacane, esistevano nel Golfo di Policastro, a p. 52, in proposito scrivesse che: “Due telegrafi ad asta erano nel golfo, uno a capo degli Infreschi, ed un altro a Capitello.”, escludendo che vi fossero nel Golfo di Policastro altri telegrafi, ipotesi questa tutta da verificare e del Bilotti (…), del Pifano (…), che scriveva proprio sulla scorta del Bilotti (…). Cesare Pifano (…), a p. 38 del suo ‘Pisacane da Sapri a Sanza’, in proposito scriveva che: “La presenza di una imbarcazione, che, sotto vapore stava approdando nella zona, non era sfuggita ai fratelli Montesano, Domenico e Giuseppe, che espletavano l’ufficio di impiegati telegrafici dello Scialandro.”. Dunque, Pifano (…), senza riferire la fonte bibliografica, sosteneva che vi fosse una stazione telegrafica dello ‘Scialandro’. Notizia peraltro mai confermata dal Pesce (…). Pifano (…), nella sua nota (3), riferiva di una relazione che il ministro degli Interni, divenuto, Nicotera, in una visita a Vibonati, ribadì all’assessore al Comune, Giovannino Vita. La notizia di un posto telegrafico dello ‘Scialandro’, proviene da Paolo Emilio Bilotti (…), che, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, nel 1907, quindi più o meno della stessa epoca in cui scriveva il Pesce (…).

Nel 28 giugno 1857, Francesco Eboli, insieme ai due fratelli Montesano si reca sul luogo dello sbarco dei rivoltosi di Pisacane

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Dunque, sulla scorta della cronaca di Nello Rosselli (…..) scrivevo che  i due impiegati del “telegrafo dello Scialandro”, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano “accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco dove furono scoperti e arrestati dai rivoltosi. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 184, in proposito scriveva che: Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino. Spinti da zelo o da curiosità, si diressero subito verso il punto di approdo, accompagnati da un tal Francesco Eboli con cui si incontrarono per via; ma trovarono lo sbarco già in gran parte avvenuto. Obbligati a dichiarare la loro qualità, furono arrestati e dovettero seguire i rivoltosi, dalle mani dei quali riuscirono a sfuggire solo a tarda ora, quando la stanchezza ed il sonno ebbero vinti i loro custodi. Fu unico loro pensiero quello di correre al posto telegrafico e mandare le prime segnalazioni. La notte intanto si avanzava. L’Infranzi, il giudice e gli altri che li seguivano, compreso di che si trattava, ripiegarono indietro e si misero in salvo ad un miglio circa da Sapri, dove si divisero quando giunse il Calderaro, malconcio per una caduta, ad annunziare che i ribelli nel numero di circa 500 si disponevano ad invadere Sapri, donde molti cittadini con le rispettive famiglie erano già fuggiti verso i monti. L’Infranzi si recò allora a Capitello richiamandovi anche la forza di Scario, etc…”. Sulla figura di Francesco Eboli ha scritto pure dal libretto del Fischetti (….).  Il giudice del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni da poco eletto e compagna della Spedizione, Nicotera, a p. 34, in proposito scriveva che: “Erano mal capitati ancora e fatti prigionieri Antonio Perazzo di Vibonati, Domenico e Giuseppe Montesano, come pure Francesco Eboli di Sapri.”. Dunque, l’episodio viene riportato anche dal giudice Fischetti (….), che cita Francesco Eboli di Sapri. Perchè i due impiegati del telegrafo dello Scialndro, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano furono accompagnati da Francesco Eboli ? Chi era Francesco Eboli e perchè accompagnò i due sul posto dello sbarco dei rivoltosi di Pisacane ? Quale funzione o carica egli rivestiva ?. Riguardo il Francesco Eboli di Sapri ha scritto anche Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”. Il Cassese (…), che riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”. Dunque, stando al racconto del Cassese (…) agli atti processuali esiste l’interrogatorio di Francesco Eboli di Sapri. Leopoldo Cassese (…) a p. 54, nella sua nota (11) postillava che “(11) …..in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”.

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(Fig. 5) Attanasio Francesco – Punta Fortino a Sapri – Faro Pisacane e spiaggia del Buondormire – disegno matita carboncino su carta – Archivio Attanasio

Il 28 giugno 1857, primo scontro al “posto doganale” di Punta Fortino (attuale faro ‘Pisacane’, di fronte l’Ospedale)

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Ecc…”. Le piccole barche o scialuppe cariche dei rivoltosi, insieme al Pisacane lasciata la nave Cagliari che si trovava al largo e che fu avvistata dal posto telegrafico dello Scialandro posto sul monte Ceraso a Sapri sbarcarono pure verso l’attuale Ospedale Civile di Sapri dove, tra le due spiaggette del Buondormire e quella vicina al ristorante “Noè a mare”, nel luogo dove oggi vi è il “Faro pisacane” ospitavano “il posto doganale” borbonico con un Fortino. Sempre nella mia Relazione (1) scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Riguardo lo sbarco di Pisacane, Michele La Cava (…), citato dal Bilotti (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a p. 181, si limitò a dire che: “Giungono a Sapri alle ore 8 della sera del 28 giugno, sbarcarono la notte, e la mattina seguente alle ore 8 a.m. abbandonarono Sapri e si rivolgono verso Torraca, ove giungono alle ore 10 a.m., ecc…”. Evidente il tentativo da parte del La Cava, di sminuire lo storico sbarco e gli avvenimenti svoltisi proprio nella cittadina che lo accolse, sia pure con pochi onori ma lo accolse. Invece, il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto (sbaglia il cognome che non è Montesanto ma bensì Montesano), impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di ‘spiaggia dell’Oliveto’, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli (mio avo), si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Scrive il Bilotti (…), che: “Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni”. Nel frattempo, a mezzo dei corrieri, il pettinatore Giuseppe Pasquale ed il colono Giovanni Mariosi, di Sapri, ordinava ai capiurbani del circondario di marciare con la metà della guardia su Sapri.

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182 e p. 184, in proposito scriveva che: Gli urbani si recarono all’Oliveto per tenere d’occhio il piroscafo e spiarne le mosse, ma egli non ebbe tempo a rasserenarsi, perchè i rivoluzionarii erano sbarcati con sorprendente sveltezza e dato assalto al posto doganale e disarmatolo, avevano in un moento invasa larga zona gridando: Viva l’Italia……Al primo incontro con gli sbarcati gli urbani temendo d’essere accerchiati, si diedero a precipitosa fuga. I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo, nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico. Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino. Spinti da zelo o da curiosità, si diressero subito verso il punto di approdo, accompagnati da un tal Francesco Eboli con cui si incontrarono per via; ma trovarono lo sbarco già in gran parte avvenuto. Obbligati a dichiarare la loro qualità, furono arrestati e dovettero seguire i rivoltosi, dalle mani dei quali riuscirono a sfuggire solo a tarda ora, quando la stanchezza ed il sonno ebbero vinti i loro custodi.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (2) postillava: “(2) Telegramma 1° luglio 1857, dell’intend. al generale Scotti in Nocera.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”.

Nella notte del 28 giugno 1857, il sotto-capo don Giuseppe Gallotti

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono.”. Dunque, scrivevo che del manipolo di urbani che si erano recati da Sapri a punta Fortino dove vi era il posto doganale e dove, presso la vicina spiaggetta del Buondormire era sbarcato il grosso dei “Trecento”, furono accerchiati ed arrestati dai rivoltosi. Solo il sotto capo urbano don Giuseppe Gallotti si salvò insieme ad altri due. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 183-184, in proposito scriveva che: Gli urbani si recarono all’Oliveto per tenere d’occhio il piroscafo e spiarne le mosse, ma egli non ebbe tempo a rasserenarsi, perchè i rivoluzionarii erano sbarcati con sorprendente sveltezza e dato assalto al posto doganale e disarmatolo, avevano in un momento invasa larga zona gridando: Viva l’Italia……Al primo incontro con gli sbarcati gli urbani temendo d’essere accerchiati, si diedero a precipitosa fuga. I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo, nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (2) postillava: “(2) Telegramma 1° luglio 1857, dell’intend. al generale Scotti in Nocera.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”. Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 189-190, scriveva pure che: Il sotto-capo D. Giuseppe Gallotti dal canto suo temendo l’incontro coi ribelli, si nascose dietro alcuni scogli e poco dopo si allontanò del tutto, traversando a nuoto un piccolo seno di mare (1).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (1) postillava: “(1) Rapporto 1° agosto 1857 del sottointendente di Sala sulle benemerenze.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici. L’avviso non li aveva raggiunto, ed essi avevano lasciato la città….il giovane Nicotera…..per cercare l’amico Giordano. Non c’era nessuno.”.

NEL 28 GIUGNO 1857, A SAPRI

Nel 28 e 29 giugno 1857 Pisacane ed i “Trecento” arrivano a Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni. Nel frattempo, a mezzo dei corrieri, il pettinatore Giuseppe Pasquale ed il colono Giovanni Mariosi, di Sapri, ordinava ai capiurbani del circondario di marciare con la metà della guardia su Sapri. Ma i due corrieri del Fischietti vennero arrestati dai rivoltosi. Mentre lo sbarco proseguiva nella notte alle undici di sera, a Sapri si diffuse la notizia che circa 500 rivoltosi volessero invadere il paese, il che provocò paura e panico ed indusse a fuggire nelle vicine campagne. Ecc…”.

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(Fig….) Lapide marmorea a ricordo dell’Amore per la Libertà e di Carlo Pisacane

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(Fig….) Monumento commemorativo lo storico sbarco – località S. Croce a Sapri

NEL 28 GIUGNO 1857, A SAPRI

Tra la notte del 28 ed il giorno del 29 giugno 1857 Pisacane è a Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica” assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa. Queste gesta ed i sequestri di armi e munizioni effettuate in numerose case di sapresi contribuirono non poco ad impaurire la popolazione che all’alba del giorno 29 non si mostrò particolarmente accogliente nei confronti di tutta la massa dei rivoltosi che penetrando nel paese con la bandiera spiegata gridava incitazioni alla rivolta. In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane. I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio. Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito. Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Ecc…”. Nella mia nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Nella mia nota (166) postillavo che: (166) Cassese L., La Spedizione di Sapri, Bari, La Terza, 1969.”. Nella mia nota (167) postillavo che: (167) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano Cesare, Pisacane da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, 1977.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: Su quella spiaggia, presso al casino bianco, invano levarono il grido – Italia degli Italiani – ; non fu chi rispose ‘e gl’ Italiani per essa’ –  come l’aspettata guida avrebbe dovuto a segnale di riconoscimento. Con poco favorevoli auspici toccarono terra: non però scorati, occuparono il povero villaggio; e invano tentarono di svolgere nei suoi rari abitatori istinti generosi di patria e di libertà. L’ombra del prete brigante agghiadava tutti i cuori: non uno si unì ad essi. Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 184-185, in proposito scriveva che: L’Infranzi, il giudice e gli altri che li seguivano, compreso di che si trattava, ripiegarono indietro e si misero in salvo ad un miglio circa da Sapri, dove si divisero quando giunse il Calderaro, malconcio per una caduta, ad annunziare che i ribelli nel numero di circa 500 si disponevano ad invadere Sapri, donde molti cittadini con le rispettive famiglie erano già fuggiti verso i monti. L’Infranzi si recò allora a Capitello richiamandovi anche la forza di Scario, etc…. Il Bilotti, a p. 185, in proposito scriveva pure che: “Prima di allontanarsi però avea trasmessi gli ordini ai diversi comuni del circondario perchè le guardie urbane si raccogliessero tutte in un punto; i corrieri poi, e tra essi Giuseppe Pasquale e Giovanni Mariosi, caddero nelle mani dei rivoluzionari, i quali prima del Fischietti ne uscisse avevano effettivamente circondato Sapri piantando nella piazza la bandiera tricolore e proclamando la rivolta (3).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (3) postillava: “(3) Id. id.”. Bilotti, a p. 185, nella nota (3) si riferiva alla nota (2) dove postillava:“(2) Nota 30 giugno 1857 del giudice regio di Vibonati al procuratore generale.”. Bilotti, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “L’entrata in Sapri fu delle più sconfortanti; nessuno sulla marina a ricevere i patriotti; nessuna casa aperta; gli uomini atti alle armi tutti fuori dell’abitato, solo donne, vecchi e fanciulli si affacciavano dalle finestre per curiosare. Si corse al ‘casino bianco’, punto convenuto, e si levò più volte il grido: Italia degli Italiani; non vi fu chi rispondesse: E gli italiani per essa (4). Si tentò di destare sentimenti generosi di patria nei pochi cittadini che si rinvennero sulla piazza, usciti da una prossima osteria, ma non si ebbe risultato; forse il ricordo del feroce prete Peluso li atterriva, forse la paura dell’omonimo e non degenere nipote di lui ne agghiacciava i cuori; ed unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”.  Bilotti, a p. 185, nella nota (4) postillava: “(4) Il governo tenne una lunga corrispondenza per accertare quale fosse il casino bianco dove i ribelli avrebbero dovuto trovare persone note. I casini di quel colore erano tre, e le indagini rimasero quasi infruttuose.”. Bilotti, a pp. 186-187 continuando il suo racconto scriveva che: “La delusione fu quindi immensa per tutti, specialmente perchè non si supponeva che l’azione dei rivoluzionari nulla, proprio nulla avesse fatto in quel comune, il quale essendo destinato allo sbarco, doveva dare il primo buono esempio che sarebbe riuscito di incoraggiamento e di spinta per gli altri a far lo stesso. Non trovarono che tenebre e solitudine, mentre non pareva che a Sapri non vi dovessero essere dei partigiani della rivoluzione, giacchè otto giorni prima dello sbarco si eran rinvenuti nella marina dei cartelli con la scritta: “Armatevi, chè la rivoluzione è vicina”. Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (3) postillava: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli malgrado le difese che di lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu data mai tregua per avere tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la messa nella chiesa del Purgatorio. Eppure egli si trovava alla dipendenza della gran corte crim. col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Bilotti, a pp. 188-189, in proposito scriveva pure che: “Il dado però era tratto e null’altro restava a fare che affidarsi agli eventi ed industriarsi di utilizzarli dominandoli. Cercò quindi di far pubblicare nei comuni più prossimi il seguente proclama: “Cittadini – E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando Secondo etc… – Viva l’Italia (1).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (1) postillava: “(1) Id. Sentenza luglio 1858 – p. 87”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) e mentre un buon numero di militi attendeva al disarmo del posto doganale e degli urbani catturati, Nicotera ed altri pochi si diressero a sorprendere la casa Peluso nella speranza di rinvenire il capo-urbano D. Vincenzo. Costui però si era messo in salvo, fuggendo in Vallo insieme col figlio D. Annibale, capurbano di Ispani. Il sotto-capo D. Giuseppe Gallotti dal canto suo temendo l’incontro coi ribelli, si nascose dietro alcuni scogli e poco dopo si allontanò del tutto, traversando a nuoto un piccolo seno di mare (1). Nicotera uscito col suo seguito di cinque militi dalla casa del capo-urbano, si recò all’abitazione del ricevitore demaniale, D. Giovanni Peluso; ma non riuscì a rinvenire neanche lui e solo s’impossessò di due schioppi e di alquante munizioni, senza chiedere danaro od altro e trattando con rispetto e con maniere gentili la moglie di lui (2). Il Peluso osò poi dichiarare al giudice Fischietti che gli fossero stati tolti ducati 113, ma l’assertiva sua era bugiarda, come posteriormente affermò lo stesso Fischietti (3). Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe de grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (1) postillava: “(1) Rapporto 1° agosto 1857 del sottointendente di Sala sulle benemerenze.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (2) postillava: “(2) Sentenza luglio 1858 – p. 170.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (3) postillava: “(3) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p. 39.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, la truppa di Pisacane marciò attraverso le strade, al grido di Viva l’Italia, ma riscontrò glaciale mutismo. In quei tempi senza luce elettrica, il giorno cominciò al levar del sole. Dopo l’inutile passaggiata per la città, alle ore 7 del mattino, Pisacane si mise in marcia per Torraca.”. Ma come abbiamo e vedremo le cose non stanno proprio così. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”.

Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri si reca nella casa del barone don Giovanni Gallotti in via Nicodemo Giudice dove incontra solo i figli Emanuele, Raffaele ed il sacerdote don Filomeno e Salvatore  

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”.

Casaletto, palazzo Gallotti

(Fig…..) Battaglia – Palazzo Gallotti

Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque scrivevo che a Sapri, Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Ad esser sincero in questo passaggio non sono stato molto chiaro. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti fossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Altre notizie sui Gallotti ci vengono da  Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…..Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Sempre sui Gallotti, il Bilotti ne parla nel capitolo dedicato al Fortino. Il Bilotti, a p….., in proposito scriveva che: “….e vi si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuve compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri cerca di Matteo GIORDANO, sarto di Omignano ed emissario di Michele  MAGNONE

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Intanto il 14 maggio Fanelli era riuscito a riallacciare i rapporti con Michele Magnone, il quale dal carcere di Salerno, per mezzo di un nipote, dirigerà poi le operazioni nel Cilento con grande difficoltà e pericolo, ma con scarso risultato (54). A Genova, la sera del 4 giugno, alla presenza di Mazzini, viene fissata la data della spedizione per il 10 giugno. Si avverte Fanelli, il quale ne dà comunicazione a Magnone. Costui dovrà far trovare a Sapri, all’alba del 13 persona fidatissima (il sarto Matteo Giordano), che si presenterà ai capi appaena sbarcati facendosi riconoscere con la parola d’ordine: “L’Italia per gl’Italiani, e gl’Italiani per essa”; poi, dopo aver spedito messi in Basilicata e a Salerno, farà da guida alle forze rivoluzionarie: Magnone, appena appresa la notizia, invierà corrieri nel Cilento, che faranno insorgere quelle popolazioni (55).”. Purtroppo le cose non andranno così. Cassese, a p. 27, nella nota (54) postillava: “(54) De Monte, op. cit., pp. CCIX sgg.”. Cassese, a p. 28, nella nota (55) postilla: “(55) De Monte, op. cit., p. CCX.”. Il testo citato dal Cassese è di Luigi De Monte (….), ed il suo “Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla Spedizione di Sapri accompagnata da etc…”, Napoli, 1877. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Cassese, a p. 199, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 18° vi è la descrizione delle forze del partito e degli ostacoli a doversi superare’….Condizioni generali”,  ( e a p. 200) aggiungeva: “A Sapri. Matteo Giordano, sarto, con altri (scritto nel biglietto di carattere del socio: questa è la persona che desiderate). Italia per gli Italiani, e gl’Italiani per essa. Cercate a Sapri del Barone Gallotti.”. Dunque, secondo il biglietto (il n° 18) ritrovato nel portafogli di Carlo Pisacane a Sanza, si evince che egli doveva incontrare il sarto Matteo Giordano. Perché Pisacane voleva incontrare questa persona ? Chi era Matteo Giordano ?. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Esaurita l’azione in Sapri senza alcun risultato apprezzabile, Pisacane, avendo invano atteso quel Matteo Giordano che avrebbe dovuto incontrare colà, si mosse alla volta di Torraca (20).”. Cassese, a p. 56, nella nota (20) postillava: “(20) Il nome di Giordano fu trovato negli appunti di Pisacane. Questo bravo popolano il mese avanti compì puntualmente il suo dovere; questa volta, non essendo stato avvertito in tempo, rimase inattivo. V. l’incartamento che lo riguarda in B. 197, vol. 11.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Effettuato lo sbarco, due manipoli guidati rispettivamente da Pisacane e da Nicotera entrano in Sapri quando ormai era già sera inoltrata. Pisacane cercò subito colui che doveva essere il suo punto di riferimento così come gli aveva comunicato Fanelli con la lettera (già riportata) del 27 di maggio, il sarto di Omignano Matteo Giordano, ed altri liberali, tra i quali essenzialmente i Gallotti, che si dovevano far conoscere “col motto ‘Italia per gli Italiani, e gli Italiani per essa” (10). Non si trovò né Giordano né Giovanni Gallotti, vecchio liberale tanto attivo nel ’48, probabilmente perchè non informati. Fanelli, nella lettera del 20 maggio a Pisacane, era stato, senza volerlo, giusto profeta: “L’insurrezione giungerà inattesissima, ma desiderata da tutti come la mamma…”(11). In realtà molti non volevano tale “mamma”, per i molteplici motivi che abbiamo già esposto, ed in seguito all’allarme dato dal Fischetti erano fuggiti (12) o si erano barricati in casa.”. Fusco, a p. 288, nella nota (10) postillava: “(10) Cfr. cap. V, n. 36. Negli scritti trovati addosso a Pisacane figurava il nome del sarto di Omignano (ivi, P. s.S., Atti Istruttori, b. 197, vol. XI).”. Fusco, a p. 288, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. cap. V, n. 35.”. Dunque, Matteo Giordano era il sarto di Omignano, dunque era fiduciario della famiglia patriottica di Magnone., in contatto con il Comitato Napoletano e col Fanelli.

Nel 28 e 29 giugno 1857, Mansueto Brandi medicò Colacicco, uno dei “Trecento” rimasto ferito e si prodrigò tantissimo anche a Torraca e a Casaletto

In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane. I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane……..Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Ecc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “L’entrata in Sapri  fu delle più sconfortanti; nessuno sulla marina a ricevere i patriotti; nessuna casa aperta; etc…ed unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “L’appuntamento con gli amici di Sapri era fallito, ma c’era un uom semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, si dimostra di grande utilità. Corre a Torraca che è in festa per S. Pietro e Paolo, incontra fuggiasschi, paurosi dei “masnadieri”, e li tranquillizza. Calma gli animi allarmati di Torraca ed evita il panico. Quando arrivano gli uomini di Pisacane, ricevono vino, cibi e acclamazioni….ma nessuno li segue. Il sospetto è assopito, ma un fondo di incertezza è rimasto.”.

Nel 29 giugno 1857, Nicotera, con un manipolo di uomini si reca nella casa del realista Giuseppe Magaldi

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti al buio della sera è fama ricercando anzitutto gli abitatori di quelle mura; perchè la nemesi della rivoluzione punisse il delitto, che la bieca giustizia sociale aveva già coronato di premio. Fu fortuna, che i sospettosi abitatori ai primi tumulti sgombrassero; e fu tolta alla nemesi del popolo l’occasione di un delitto; che, non che instaurare il diritto, aggravava l’antico; lavando sangue innocente con sangue innocente.”. Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”.

Nel 29 giugno 1857, i trecento di Pisacane si recarono a casa dell’arciprete Timpanelli

I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: “A Sapri, ….I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187 continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? etc…”. Bilotti, a p. 186, nella nota (3) postillava: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli….Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”.

Nel 29 giugno 1857, Nicotera si reca nella casa del capo-urbano Vincenzo Peluso

Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica”, assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa. Queste gesta ed i sequestri di armi e munizioni effettuate in numerose case di sapresi contribuirono non poco ad impaurire la popolazione che all’alba del giorno 29 non si mostrò particolarmente accogliente nei confronti di tutta la massa dei rivoltosi che penetrando nel paese con la bandiera spiegata gridava incitazioni alla rivolta. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri,….Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica” assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) e mentre un buon numero di militi attendeva al disarmo del posto doganale e degli urbani catturati, Nicotera ed altri pochi si diressero a sorprendere la casa Peluso nella speranza di rinvenire il capo-urbano D. Vincenzo. Costui però si era messo in salvo, fuggendo in Vallo insieme col figlio D. Annibale, capurbano di Ispani. Nicotera uscito col suo seguito di cinque militi dalla casa del capo-urbano, si recò all’abitazione del ricevitore demaniale, D. Giovanni Peluso; ma non riuscì a rinvenire neanche lui e solo s’impossessò di due schioppi e di alquante munizioni, senza chiedere danaro od altro e trattando con rispetto e con maniere gentili la moglie di lui (2). Il Peluso osò poi dichiarare al giudice Fischietti che gli fossero stati tolti ducati 113, ma l’assertiva sua era bugiarda, come posteriormente affermò lo stesso Fischietti (3).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (2) postillava: “(2) Sentenza luglio 1858 – p. 170.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (3) postillava: “(3) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p. 39.”.Devo però precisare che il titolo corretto del libretto del Fischetti (….), giudice regio del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti, del 1877 è: “Cenno storico della Invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel circondario con note e osservazioni.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Una perizia fatta eseguire dal giudice Fischietti provò il contrario, come un’altra perizia disposta in Sapri dallo stesso magistrato, provò non veritiera la denunzia del capurbano V. Peluso che pretendeva fosse stato esploso un colpo di fucile contro la porta di casa sua.”.

Nel lunedì, 29 giugno 1857, la decisione di partire presto per Torraca

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: “Nulla avendo a sperare in Sapri, la Spedizione, la quale aveva passata la notte sulla spiaggia, pensò di liberare i prigionieri, meno Giuseppe Pasquale, Domenico Menta e Nicola Schettino che trattenne per guide, e decise di partire subito per Torraca.”. Dunque, a Sapri, Pisacane liberò alcuni prigionieri, tra cui Giuseppe Pasquale, Domenico Menta e Nicola Schettino che erano stati fatti prigionieri dalla truppa al posto doganale del Fortino. Sempre il Bilotti continua a scrivere che a Sapri, Pisacane decide di non idugiare e: “E fu bene presa quella decisione, quantunque alcuni proponessero di indugiare in Sapri almeno fino a mezzogiorno, in attesa di quegli aiuti che si sarebbero dovuti trovare all’ora dello sbarco e che forse erano in cammino. Ma aiuti non ne erano e non ne sarebbero andati, e ritardando si sarebbe corso rischio di veder demoralizzata quella massa composta in gran parte da persone che non avevano veduto armi se non in mano ai gendarmi od ai soldati. Nè tardarono a manifestarsi i primi sintomi di pericoloso scoramento, poichè non vedendo in Sapri le promesse forze, disertarono subito, quasi appena sbarcati, quattro uomini della Spedizione, cioè Bartolomeo Sapio da Monteforte, Luigi Diano da Nocera ed altri due che si diressero verso il distretto di Lagonegro dove il giorno seguente caddero in potere della polizia (1).”. Bilotti, a p. 192, nella nota (1) postillava: “(1) Arch. di Salerno – Disb. vol. 10”.

Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Di là passarono nel vicino comune di Tortorella e vi lessero un proclama eccitante alla insurrezione e ripetettero le stesse grida, e poscia proseguendo vittoriosamente per quei vicini villaggi giunsero a Padula nella sera del giorno 30.. Nel suo libretto di lodi a Giovanni Nicotera, il Guglielmini (….), di cui ho pubblicato integralmente le pagine della sua opera in un altro mio saggio, pare che scriva che Pisacane si fermi a Tortorella, dove avrebbe letto il suo ultimo proclama, e non a Torraca. 

NELLA MATTINATA DEL 29 GIUGNO 1857, PISACANE VERSO TORRACA

Nel lunedì, 29 giugno 1857, Pisacane con i suoi trecento, ed altri, si recò a Torraca

Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 192, in proposito scriveva che: “Sul far del giorno si posero quindi in cammino. Apriva la marcia un drappello composto dai tre capi, dagli ‘esteri’ e da una quindicina di soldati, con un tamburo che era stato preso in Ponza; quindi il grosso della Spedizione con in mezzo la bandiera spiegata, e poi una retroguardia di circa altri quindici soldati della compagnia di punizione, come riferì Saverio Nocera, da Castel s. Giorgio, soprannominato ‘Palladoro’ (2). Ai fianchi della colonna piccoli gruppi di tre a cinque individui. Torraca era in festa: i rivoluzionari che vi giunsero alle ore dieci italiane, ossia alle 6 del mattino, mentre si portava in processione la statua di S. Pietro, furono ricevuti da molti giovani ornati di coccarda tricolore, capitanati da Francesco Fiorito e da due armati i quali regalarono del vino a tutti, accompagnandoli nella partenza un’ora dopo, al grido di: “Viva l’Italia, viva la libertà!” (3).”. Bilotti, a p. 192, nella nota (2) postillava: “(2) Pel trasporto dei pochi effetti furono noleggiate due mule di tal Giuseppe Viggiano e le condusse un tal Pasquale Gravina.”. Bilotti, a p. 192, nella nota (3) postillava: “(3) Nota 19 luglio 1857 del maggiore De Liguoro al proc. gen.”. Bilotti, a p. 195, scriveva pure che: “Durante la breve permanenza in Torraca Pisacane licenziò anche Domenico Menta per le preghiere che gli indirizzarono la moglie e la figlia di lui e fece leggere ad alta voce nella piazza il proclama, già precedentemente pervenuto.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a p. 44, in proposito scriveva che: Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca. La stessa sorpesa, la stessa miserabile paura fra quei terrieri. Ma lessero un proclama sulla pubblica via (1); e il grido d’Italia trovò quivi un eco fra quella gente, che prese almeno i colori d’Italia, – fugace dimostrazione di povera gioia, che però nulla, neppure un compagno frutto agli arrivati.”. Racioppi, a p. 44, nella nota (1) postillava: “(1) E’ riferito nell’Atto di accusa….. a p. 37”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno a Torraca ci si accingeva a festeggiare San Pietro, eletto protettore nel 26 aprile del 1776. Nulla faceva supporre, specialmente a coloro dediti al solito lavoro dei campi e lontani dalla politica, che in quella solenne giornata potessero arrivare più di trecento persone tra cui anche due donne. Erano al seguito di un individuo dall’aspetto signorile, il quale si esprimeva correttamente in italiano, ma che si rivolgeva ai torracchesi con inflessione prettamente campana. Nella salita che da Sapri si inerpica fino al piccolo borgo di Torraca, quell’uomo che capeggiava la comitiva, ebbe l’occasione di ammirare il panorama che spaziava sul golfo, reso ancor più bello dalle prime luci del giorno. La splendida vista gli aprì l’animo verso un fiero ottimismo sulla missione che aveva intrapreso. Etc…”. Proseguendo il suo racconto, a p. 90, il Mallamaci scriveva: “Aveva riunito la gente in Piazza dell’Olmo, alla quale lesse il seguente proclama: “Cittadini. E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo. L’odio contro di lui è universalmente inteso. L’esercito è con noi. La capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione etc…ra impossibile pertanto non chiedersi come mai individui come ‘Luigi Lazzaro’ di Policastro, ‘Luigi Smimmero’ e ‘Gaetano Tropeano di Polla, nonché quel tale saprese ‘Samuele Lacorte’, tutti personaggi di pessima nomea, invece di essere rinchiusi nel carcere di Ponza, circolassero liberamente in compagnia di quelle persone. Sicuramente, come asseriva il loro parroco, anche coloro con cui si accompagnavano erano gente della loro stessa risma. Comunque a sostenerli vi era anche la presenza del vescobo Nicola Maria Laudisio, noto per la sua fedeltà borbonica, giunto a Torraca per l’occasione della festività di S. Pietro, il quale dovette nascondersi per motivi di sicurezza. Solo dopo la partenza dei trecento diretti verso il Fortino, poté mostrarsi e celebrare una messa per lo scampato pericolo. Un’altra versione storica riguardante il vescovo Laudisio, è che accolse i rivoltosi con la dovuta diplomazia, e per aggraziarsi la loro simpatia, fece distribuire del buon vino locale e delle belle ciliege. Quest’ultima ipotesi, sicuramente non è tra le più credibili, poiché era nota la sua fama di fedeltà al Re, etc….A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti. Ad un certo Carmine Viggiano vennero sottratte sei piastre e fu proprio la figlia Angela ad indicare al loro capo (Pisacane) chi li aveva derubati. Poiché le monete non furono tutte ritrovate, il Pisacane diede loro la parte mancante. Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile. Oltre al Viggiano e al Tancredi, denunciano furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. Mallamaci, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; ‘Vicenzo Cioffi’, gestore o proprietario della taverna del Fortino ed originario di Tortorella, il quale si prodrigò per fornire le cibarie ai rivoltosi. Il Cioffi, più volte fece sfornare il pane alla propria moglie per sfamare i liberatori. Ai predetti fecero seguito: ‘Michele Albano’, Pasquale e Nicola Bifano, Pasquale Brandi, Francesco Cesarino, Anna e Antonio Falce, Giuseppe Falce, Carmine Falco, Biagio Filizzola, Vincenzo Gallo, l’arciprete Pietro Gravina, Giovanni Lanza di Roccagloriosa, Nicola Mercadante, Vincenzo Mugno, Giuseppe Petrizzo originario di Padula, Raffaele Petrizzo, Carlo Viggiano, Domenico e Pasquale Zipparo. L’accoglienza da parte di costoro fu calorosa e spontanea, qualcuno ha anche gridato “Viva Murat e viva la Repubblica”, però nessuno di questi ebbe il coraggio di seguire i trecento nella loro impresa.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “Contrariamente a quanto pretesero di poter affermare i borbonici, nessuna violenza ebbe in animo di commettere la Spedizione e nessun sopruso, se non soltanto quando si trattava di raccogliere armi (1) e qualche indumento; anzi si provò che proprio in Torraca, essendo due dei rivoltosi penetrati nella casa di tal Carmine Viggiano ed avendogli estorte sei monete di carlini dodici, la figlia di lui, Angela Maria, che si presentò a Pisacane per lagnarsene e per indicargli uno dei ladri, riebbe il suo danaro cioè le tre piastre che effettivamente possedeva il milite indicato ed oltre tre che cacciò del suo Pisacane medesimo. Fu simulata quindi la dichiarazione del prete Antonio Flora che denunziava d’aver avuto derubate 40 piastre, mentre gli era stata tolta soltanto poca biancheria, e fu falsa la denunzia del capourbano Luigi Mercadante, il quale assumeva che gli fosse stata forzata la porta di casa. Una perizia fatta eseguire dal giudice Fischietti provò il contrario, come un’altra perizia disposta in Sapri dallo stesso magistrato, provò non veritiera la denunzia del capurbano V. Peluso che pretendeva fosse stato esploso un colpo di fucile contro la porta di casa sua.”.  

Nel 29 giugno 1857, la strada vicinale detta della “Verdesca” percorsa dal Fischetti per salire a Torraca e spiare Pisacane

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(Fig….) Ponte d’epoca medievale posto lungo un sentiero che da località Mocchie di Sapri risale verso Torraca. L’immagine ci è stata inviata dal Gruppo di escursionisti di Sapri “Golfo Trek”.

Pare che questa strada vicinale o sentiero risalisse dalla località ‘Mocchie’ a Sapri, su per il monte Olivella, attraverso i territori nel Comune di Torraca e da lì proseguiva verso Torraca o verso il Fortino del Cervaro, si chiamasse “Verdesca”, forse la stessa strada carovaniera che attraversava la contrada della “Carnale”, dove furono trovati dai G.A.S., antichissimi insediamenti Enotri e Lucani, in gran parte distrutti dall’incuria delle autorità preposte  per il passaggio della condotta del gas metano. Andrebbe ulteriormente indagata la presenza di alcune strade mulattiere presenti sul nostro territorio in quanto esse sono state frequentate in epoche in cui si è persa la memoria del tempo. Infatti, questa strada vicinale ed alpestre, prima che arrivasse nei pressi di Torraca, a metà strada, si trova un sito oggi chiamato “Agriturismo S. Fantino”. Io credo che l’intera area fosse stata anticamente l’area dove sorgeva la grancia di S. Fantino, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. La probabile epoca di fondazione della grancia di S. Fantino, può riferirsi molto probabilmente all’anno 1097, allorquando, secondo una pergamena d’epoca normanna, veniva concesso a Sergio, monaco di Vibonati, di costruire una cappella a S. Fantino, che doveva essere una località posta tra Sapri e Torraca, come risulta dall’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna) illustrata nella Fig. 2, di cui ho parlato. La testimonianza della strada vicinale e di campagna detta la “Verdesca”, ci è data da uno dei principali protagonisti dello sbarco a Sapri dei ‘trecento’ di Carlo Pisacane, il giudice di Vibonati Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni, da poco eletto, Giovanni Nicotera. Il Fischetti (…), a p. 35, parlando della notte in cui Pisacane sostava a Sapri, in proposito scriveva che: “…ed io con pochi amici mi avviai sopra Torraca per la via cosiddetta della ‘Verdesca’, impraticabile quasi, montuosa ed alpestre assai, per evitare la solita via pubblica, laddove quelli avessero voluto inseguirmi.”. Nella tradizione orale popolare, nel nostro dialetto, il termine di “Verdesca”, stà ad indicare un pesce di mare, una specie di pescecane simile allo squalo. Sempre nella tradizione popolare orale, vi è un termine simile “Ventresca”, la pancia o la pelle del ventre di un certo tipo di squalotto di mare. La strada “Verdesca”, verrà poi in seguito, nel 1907, citata anche dal Bilotti (…).

Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fischietti effettivamente avea fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura dell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria per dove avrebbero potuto inseguirlo i ‘male intenzionati’.”.

Con l’indagine geo-storica, possiamo stabilire quale e dove fosse questa stradina o sentiero di campagna, assai disagevole per i tempi a cui si riferiscono i fatti di Pisacane. Si trattava di un percorso o un sentiero di campagna che risaliva le campagne in direzione di Torraca, che partendo dalla località a Sapri detta le “Mocchie”, risalisse verso Torraca. Dalla località detta le “Mocchie” a Sapri, posta subito dopo la contrada saprese della “Marinella”, si inerpicano due sentieri che risalgono alle pendici del Monte dell’Olivella, verso i territorio di Torraca. Io credo che le “Mocchie”, dove ancora oggi è rimasto un gruppo di antichissime case, molte di queste solo recentemente ristrutturate, sia una contrada di Sapri prossima ad un molo o un antico porticciolo. La contrada delle “Mocchie”, infatti, si trova quasi a ridosso della vecchia spiaggia o insenatura formatasi del torrente detto “Brizzi”, di cui ancora oggi non si conosce l’esatto significato dell’etimo. Il torrente “Brizzi” e il suo alveo, dopo un lungo percorso dalle montagne poste nel Comune di Tortorella a confine con quello di Torraca e di Sapri, scende a valle e sversa le sue acque a Sapri e, lungo il suo percorso attraversa la contrada delle “Mocchie” che è posta quasi posta di fronte alla collina dell’altra antica contrada del “Timpone”. Recentemente, alcuni membri del locale gruppo di trekking di Sapri “Golfo Trek” hanno percorso e smacchiato questo vecchio sentiero che risale dalle Mocchie e si inerpica tra balze e dirupi verso il territorio un tempo di Torraca. Io credo che il nome di questo sentiero fosse proprio quello di “Verdesca”, il nome che citava il Bilotti (…) e prima ancora il giudice vibonatese Fischetti (…). Lungo questo percorso vi sono alcuni ruderi di un ponte medievale che lasciano pensare ad un’antichissima frequentazione e forse, come io credo, questo sentiero doveva essere quello che collegava il piccolissimo approdo delle Mocchie con l’antichissima grangia di “S. Fantino”, dipendente dal cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Della grangia di S. Fantino (…), come vedremo, ci parlano gli antichissimi documenti ma i suoi ruderi non sono stati mai individuati. Infatti, risalendo l’immagine satellitale con l’amico Giamberto del locale gruppo di escursionisti, si può vedere che nel territorio prossimo più a Sapri che a Torraca, si scorgono dei duderi o degli edifici che lasciano pensare all’antica grancia di S. Fantino, di cui parla il Di Luccia (…) e il Martire (…), ma che non è stata mai del tutto localizzata. L’antica grancia o masseria o addirittura l’Abbadia di S. Fantino di cui si parla in antichi testi, non solo esisteva dall’epoca Normanna come attesta l’antica pergamena del 1097 pubblicata dal Trinchera (…) e poi dal Cappelli (…), ma era posta nel territorio di Sapri, divenuto solo nei primi del ‘500 appartenente al feudo di Torraca. Credo pure che questo percorso sia proprio quello che percorrevano i monaci abitanti dell’antica grangia di S. Fantino per scendere al porto di Sapri che forse era posto proprio nella contrada detta le “Mocchie”, per il trasporto via mare delle merci essendo questo piccolo ma nascosto e sicuro approdo collegato con i piccoli porti della costa velina. Non sono mai state del tutto individuate alcune cappelle e costruzioni religiose di cui ci parlano alcuni studiosi locali nei primi del ‘900 come il Gallotti (…) e il Gaetani (…). Molte costruzioni si pensa fossero nel territorio di Torraca ma solo perchè il territorio di Sapri, fu delineato nei suoi attuali confini solo dopo l’Unità d’Italia, ma in realtà alcune costruzioni o manufatti citati dal Cappelli (…), dal Martire (…), ecc.., si trovavano prossimi al territorio saprese, ovvero posti si nella campagne ma molto prossimi al vicino piccolo approdo della costa saprese. Infatti, nell’antichità per il trasporto delle merci e per i traffici si preferiva percorrere le vie marittime anzicchè quelle sulla terra ferma molto più frequentate ed insicure. I monaci lo sapevano bene. Nell’anticihità le località e le comunità rivierasche erano molto più fiorenti e popolate rispetto a quelle interne che si ripopolarono specialmente dopo la Guerra del Vespro e sopratutto in epoca Vicereale a discapito di quelle rivierasche che al contrario si spopolarono. I documenti ci parlano di una grangia o di un piccolo cenobio di monaci basiliani o benedettini, la grangia di S. Fantino, che doveva essere attiva e fiorente all’epoca medievale ovvero XII-XIII secolo.

Nel 1857, il vescovo della Diocesi di Policastro, Nicola Maria Laudisio

Nel 29 giugno 1857, a Torraca, il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Il Fischietti fuggito a Torraca, riunisce gli urbani, li fa giurare fedeltà al Re, e avverte il Vescovo sanfedista Laudisio ed alle tre del mattino comunca al sottintendente  del distretto di Sala, Calvosa, dell’avvenuto sbarco. Sempre il Fischietti, ligio al dovere ed agli onori, fa trasmettere dal telegrafo di Capitello, al Re ad altri organi dello Stato, messaggi con richieste di soccorso.”. Intando devo ammettere l’errore perchè scrissi “Fischietti” e non “Fischetti”. Si tratta del giudice regio del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti che, in seguito, nel 1877 scrisse il libretto “Cenno storico della Invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel circondario con note e osservazioni.”. Il Fischetti (….), si era portato di nascosto a Torraca, in parte per spiare le mosse dei “Trecento” che pure, da Sapri si erano diretti a Torraca e, riunisce gli urbani, li fa giurare fedeltà al Re, e avverte il Vescovo sanfedista Nicola Maria Laudisio (…) ed alle tre del mattino comunca al sottintendente  del distretto di Sala, Calvosa, dell’avvenuto sbarco. Sempre il Fischietti, ligio al dovere ed agli onori, fa trasmettere dal telegrafo di Capitello, al Re ad altri organi dello Stato, messaggi con richieste di soccorso. Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fischietti effettivamente avea fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura dell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria per dove avrebbero potuto inseguirlo i ‘male intenzionati’. Giunto a Torraca spedì subito al sottointendente il corriere Pietro Filizzola per annunziare l’avvenuto sbarco e dispose quanto occorreva per raccogliere forse e concentrarle in Tortorella, luogo di facile difesa e di facile offesa, per essere l’abitato posto su di una roccia tagliata a picco e inaccessibile; fece sveliare i cittadini etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, a p. 90, il Mallamaci scriveva: Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona. Successivamente si recò a Torraca, e qui spedì altri messaggeri a Tortorella e Casaletto per avvisare del pericolo imminente. La mattina del 29 giugno, da Capitello, inviò un accorato telegramma per avvisare il re di quanto stava accadendo in quella zona. Da questi episodi che coinvolsero il giudice Fischetti, si intuisce che il gruppo di Carlo Pisacane era atteso a Torraca il giorno precedente alla loro venuta, pertanto le autorità del paese ne erano al corrente.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 186, in proposito scriveva che: L’Infranzi si recò allora a Capitello richiamandovi anche la forza di Scario, e il giudice Fischietti credette utile di retrocedere sopra Torraca ed altri punti minacciati più da vicino, nel fine di procurar di sostenere lo spirito pubblico, giacchè una gran paura doveva aver invaso tutti, non escluso il vescovo di Policastro monsignor Laudisio (1), che si trovava allora in Torraca (2).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Sulla ragione di temere che aveva monsignor Laudisio vedi l’Appendice.”. Bilotti, a p. 185, nella nota (2) postillava: “(2) Nota 30 giugno 1857 del giudice regio di Vibonati al procuratore generale.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fischietti effettivamente avea fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura dell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria per dove avrebbero potuto inseguirlo i ‘male intenzionati’. Giunto a Torraca spedì subito al sottointendente il corriere Pietro Filizzola per annunziare l’avvenuto sbarco e dispose quanto occorreva per raccogliere forse e concentrarle in Tortorella, luogo di facile difesa e di facile offesa, per essere l’abitato posto su di una roccia tagliata a picco e inaccessibile; fece sveliare i cittadini i quali avrebbero potuto, magari con pietre, impedire ai ribelli il passaggio per la via sottostante; prese accordi con monsignor Laudisio perchè con la sua autorità spirituale incoraggiasse il popolo alla resistenza, e partì per Vibonati dove giunse all’alba e donde spedì al sottointendente di Sala, per Francescantonio Sansone, un altro messaggio. Di lì subito alla marina di Capitello..

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(15) Fischetti Gaetano, Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli, 1877

Nel 4 settembre 1860, a Torraca, Garibaldi dormì in casa dell’ABATE DON NICOLA GALLOTTI di Torraca ?

Alcuni storici locali e non hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 223, in “Documenti”, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che pare fosse di proprietà della famiglia Gallotti. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Tresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Anna Sole scriveva che il Bollettino, datato 11 settembre 1860 “…apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane.”, e aggiunge:Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma l’abate (sacerdote) Antonio Gallotti che viveva a Torraca e dove secondo questo Bollettino (notizia di Anna Sole) dimorava e forse risiedeva a Torraca dove aveva una casa, dove pare si fosse fermato Garibaldi. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito.  Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane  “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per riconsegnarla all’Italia.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 22, nelle sue memorie scriveva che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Dunque, sebbene Rustow racconta di essersi avviato in marcia con la sua brigata, da Vibonati di buon mattino, ci testimonia che da Vibonati (?), Garibaldi era già sulla strada per raggiungere il Fortino. Ma, dalla testimonianza di Rustow si evince da dove si partì Garibaldi ?. Rustow (vedi Porro, a p. 19), in proposito scriveva che dopo che la sua colonna si mise in marcia da Sapri: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali e si mise esso stesso alla testa alla colonna.”. Dunque, Rustow racconta che Garibaldi e Cosenz arrivarono verso Villammare e si misero in testa alla colonna. Poi, sempre a p. 19, Rustow racconta che tutti, Garibaldi compreso, andarono a Vibonati. Infatti, a p. 19 scriveva il Porro che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Rustow, però non dice nulla di Garibaldi a Vibonati. Rustow scriveva a p. 20 che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4 ripresimo la marcia.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane etc…”.

Nel 1857, don Pietro Paolo Perazzi (io credo Perazzo), filoborbonco a Torraca, i Perazzo di Vibonati, i Gallotti di Morigerati, i Peluso e i Magaldi a Sapri  

Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Devo però precisare che il Mazziotti, riguardo a Torraca scriveva di una lettera del suo caro amico, don Paolo Perazzi ed a p. 132, in proposito scriveva che: Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. In effetti, Pier Paolo Perazzi di Torraca, era Sindaco di Torraca e si attivò con il Decurionato della ridente cittadina per le truppe Garibaldine di stanza a Sapri. Sulle attività svolte a Torraca in quei frangenti, ed in particolare su alcune notizie su Torraca, provenienti dal Sindaco Pier Paolo Perazzi, il tutto ruota intorno all’alacre attività del giudice di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo che raccolse fondi presso le casse comunali tra cui anche quella di Torraca. I fondi raccolti dal giudice Cajazzo furono devoluti a Magnoni che in seguito li consegnò a Garibaldi. Le notizie che riguardano Torraca sono conservate presso l’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli ma riguardano soprattutto le attività nel periodo successivo al Plebiscito. In quel periodo, tutti i comuni e i decurionati del Circondario di Vallo e di Vibonati si attivarono con la Dittatura di Garibaldi per la restituzione dei fondi spesi nei primi di Settembre per le truppe e non è difficile che molti Sindaci iniziarono a millantare fesserie. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-125, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro…etc…Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15). Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente” (10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Sulla figura del sindaco di Torraca, Pietro Paolo Perazzi, che a mio avviso era Perazzo, ha scritto, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 che,  parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”. Su Pietro Paolo Perazzo (….), futuro Sindaco di Torraca, ha scritto Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. La Greca, a p. 204 pubblica la foto della via di Torraca intitolata a Pietro Paolo Perazzo. Sebbene il testo riporti pochissimi, se non niente, documenti che riguardino l’epopea di Garibaldi, a causa della dispersione di documenti del periodo preunitario, merita degli approfondimenti. Su Pietro Paolo Perazzo e la famiglia Perazzo di Torraca, a p. 124, nella nota (222) postilla: “(222) E’ lo stesso al quale è intitolata una delle vie principali di Torraca. Fu costui l’ultimo sindaco di Torraca del periodo borbonico e il primo dopo l’Unità. Era figlio di quel Pietro Paolo, il principale attore della vita economica di Torraca fino agli anni Cinquanta; era infatti il più grosso proprietario di animali vaccini del luogo negli anni Trenta e titolare di una conceria, lo stesso che aveva acquistato le terre dell’ex barone di Policastro nel periodo francese, di cui abbiamo detto all’inizio di questo libro; dal punto di vista politico la famiglia era stata molto “fredda” verso il governo borbonico anche se, per proteggere i suoi interessi, non si era esposta né nei moti del ’28 né in quelli del ’48. Il figlio omonimo, questo in parola, in gioventù era stato un osservato speciale del governo borbonico; infatti da studente universitario nel 1855 dovette avere il benestare delle autorità per poter vivere a Napoli. In una lettera della Polizia napoletana, datata 14 aprile 1855, indirizzata al sottintendente di Sala, troviamo scritto: “La prego manifestarmi se la famiglia del giovane D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca sia conosciuta benemerita e degna di fiducia nel Real Governo sotto il rapporto politico e morale; o se Ella a norma del Real Rescritto di massima in vigore per gli studenti creda di potersi permettere al Sig. Perazzo di soggiornare in Napoli come studente”. E il Sottointendente il 28 aprile ne dava informativa all’Intendente: “Sig. Intendente, la condotta politica, morale e religiosa di D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca è stata sempre buona, né si può fare la minima osservazione etc…., giusta la informazioni accasatesi da questa Sottointendenza fra i quali dal Vescovo di Policastro, egli etc…”. In ASS, Intendenza, Istruzione, B. 1840, fasc. 87.”. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 248 scriveva: “(In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 41) Torraca, 6 agosto 1854: Terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo fu Pietro Paolo, anni 47, negoziante, ducati 136.19, etc..”. Su Pietro Paolo Perazzo ha scritto Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri,  in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: I soldati ebbero dono di ciriege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti. Sui Perazzo ha scritto anche Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS, Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969.

Nel 29 giugno, 1857, Pisacane, partenza da Torraca ed arrivo al Fortino del Cervaro (di Casaletto Spartano)

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica.”. Oggi la “Taverna del Fortino”, il fabbricato dove si fermò, prima il Pisacane e poi in seguito Giuseppe Garibaldi è gestito ed è proprietà della famiglia Colombo. Nel 1975, il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “Avanti va la marcia e a notte si arriva a Fortino, dove l’oste ha preparato pane, vino, formaggio e quattro pecore. Si abbatte il palo del telegrafo elettrico e si raccolgono notizie, brutte e belle. Il sacerdote Vincenzo Padula che ha organizzato la sommossa dell’intero Vallo di Diano, è stato arrestato col suo collaboratore, il sacerdote Cardillo.”. Oggi la strada che passa dal Fortino di Cervara (il Fortino frazione del Comune di Casaletto Spartano) è la Strada Provinciale 349. Il “Fortino” cosiddetto è una piccola borgata. Tra le poche case vi è una “Taverna”, da sempre gestita dalle famiglie Cioffi e Colombo. Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: Nel 1857 era già in uso l’alfabeto Morse e da Salerno a Brindisi esisteva il telegrafo elettrico che seguiva press’a poco l’antica via Appia. Nei calcoli di Pisacane il telegrafo elettrico era compreso. Appena arrivato a Fortino, lo mise fuori uso. Il telegrafo ottico di Capitello era sfuggito alla sua attenzione. Con i telegrammi del giudice Fischetti e l’arrivo etc…”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. Sul Fortino del Cervaro ha scritto pure Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria. Sulla liberazione di alcuni che il Pisacane fece, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 383, in proposito scriveva pure che: “Vari fuggiaschi furono arrestati qua e là per le campagne e mandati pel processo a Salerno, e tra le molte onoreficenze e pensioni concesse dal Re, va qui ricordata la medaglia d’argento del Real Ordine di Francesco I, conferita al nostro concittadino Agostino Ferraro, detto ‘scellerato’, il quale, trasportato a schiena la corrispondenza postale per Chiaromonte, potè fermare per le campagne, tradurre a Lagonegro e consegnare alle autorità due seguaci di Pisacane, i quali, dopo la sconfitta di Padula, eransi sbandati e dispersi. Questa fu l’unica onoreficenza cavalleresca, che s’ebbe in Lagonegro durante il governo borbonico.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; ‘Vicenzo Cioffi’, gestore o proprietario della taverna del Fortino ed originario di Tortorella, il quale si prodrigò per fornire le cibarie ai rivoltosi. Il Cioffi, più volte fece sfornare il pane alla propria moglie per sfamare i liberatori. Ai predetti fecero seguito: ‘Michele Albano’, Pasquale e Nicola Bifano, Pasquale Brandi, Francesco Cesarino, Anna e Antonio Falce, Giuseppe Falce, Carmine Falco, Biagio Filizzola, Vincenzo Gallo, l’arciprete Pietro Gravina, Giovanni Lanza di Roccagloriosa, Nicola Mercadante, Vincenzo Mugno, Giuseppe Petrizzo originario di Padula, Raffaele Petrizzo, Carlo Viggiano, Domenico e Pasquale Zipparo. L’accoglienza da parte di costoro fu calorosa e spontanea, qualcuno ha anche gridato “Viva Murat e viva la Repubblica”, però nessuno di questi ebbe il coraggio di seguire i trecento nella loro impresa.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) etc…”. Pesce, a p. 398, nella nota (1) postillava: “(1) Nell’opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’ ho discorso della triste sorte toccata a quel glorioso patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi. Ed ecco come i nostri martiri della libertà si succedono e si riannodano in una unica catena, che mette capo al grande e fortunato Liberatore.”.”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382.”.

Nel 30 giugno, 1857, Pisacane ed i suoi “Trecento”, al Fortino del Cervaro (di Casaletto Spartano)

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150). Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua..

Nel 30 giugno, 1857, il maggiore Marulli e le fregate Ettore Fieramosca e Tancredi approdarono nella baia di Sapri

Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica. La nave Cagliari (Fig….), appena doppiato il Capo Palinuro fu catturata e sei compagnie di cacciatori si mettevano in marcia da Salerno alla volta di Sapri. La mattina del 30 a Sapri sbarcarono le truppe provenienti da Gaeta, le stesse che a bordo delle fregate Fieramosca e Tancredi, avevano catturato il Cagliari. Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica. La nave Cagliari, appena doppiato il Capo Palinuro fu catturata e sei compagnie di cacciatori si mettevano in marcia da Salerno alla volta di Sapri. La mattina del 30 a Sapri sbarcarono le truppe provenienti da Gaeta, le stesse che a bordo delle fregate Fieramosca e Tancredi, avevano catturato il Cagliari. Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli, si avviavano in marcia verso Sala Consilina, per andarsi ad unire alle truppre Regie del maggiore De Liguoro e scontrarsi poi con i Trecento a Padula.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 95 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il giorno 30, a Sapri intanto erano sbarcati dalle fregate Ettore Fieramosca e Tancredi, 600 soldati provenienti da Gaeta, sotto il comando del maggiore Gennaro Marulli e del capitano Giuseppe Musitano, quast’ultimo vecchio amico di Pisacane. Dopo lo sbarco, l’intero battaglione, con il giudice Fisichetti (?) che gli indicava la strada, si avviarono per Torraca, dove vennero accolti festosamente dal vescovo Laudisio con tutto il codazzo del clero e da numerosi notabili.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 95 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il Liberale torracchese Mansueto Brandi, che aveva organizzato l’accoglienza a Torraca, si prodrigò anche per partecipare l’arrivo al Fortino e nel Vallo di Diano. Dalla parte avversa tutto era perfettamente organizzato anche per il tempestivo interessamento del giudice Fisichetti (?). Alla guardia urbana di Sapri, Torraca e Sala, raccolta dal giudice di Torchiara, forte di trecento uomini, vi si erano uniti anche duecento gendarmi, tutti schierati nei pressi di Padula per combattere i ribelli.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 230, riferendosi al maggiore De Liguoro, in proposito scriveva che: “Nelle vicinanze dell’abitato apprendeva che i rivoltosi erano passati di lì tranquilli, perchè le regie truppe, giunte a Sapri la sera innanzi, 29 giugno, quantunque sbarcate fin dalle 6 a.m., non erano ancora in vista. Spedì quindi subito senz’armi per la via dei monti e nella direzione di Sapri due urbani pratici dei luoghi etc…”. Bilotti, a p. 231, in proposito scriveva che: “Uno di tali gruppi, oltre a quello disertato subito da Sapri, formato da cinque uomini e caduto nelle mani degli urbani di Vibonati, fu condotto innanzi al contro ammiraglio De Roberti; di un altro, composto da quattro uomini, fu scritto che inseguito dagli urbani di Tortorella, Battaglia e Casaletto, si fosse messo in conflitto e che il suo capo fosse rimasto morto ed i suoi militi caduti prigionieri. La verità intorno a questo gruppo, guidato da tal Vito Jannuzziello da Casalnuovo di Conza (1), fu però falsata dai capiurbani di fede borbonica, sia per acquisirsi merito presso le autorità, sia per evitarsi il pericolo di un processo per assassinio, come era stato per capitare nel 1848 agli uccisori di Costabile Carducci (2)…”. Bilotti, a p. 231, nella nota (1) postillava: “(1) Cap. Vincenzo Cristini – Notamento sommario dei ribelli.”. Bilotti, a p. 233 scriveva ancora: “Le due navi da guerra che erano partite da Mola di Gaeta sotto il controllo dell’ammiraglio Roberti all’una a.m. del giorno 29 e che toccate successivamente le isole di Ventotene e S. Stefano, avevano catturato e rimorchiato il “Cagliari”, giunsero la sera stessa in Sapri; ma i cacciatori non mostrarono alcune premura di eseguire sollecito lo sbarco. Se ne diedero le disposizioni alla mattina seguente e dopo che il giudice Fischietti ebbe provveduto ai mezzi pel trasporto dei bagagli e di due e di due pezzi da campagna, e dopo pure che ebbe offerto il suo cavallo al maggiore Marulli e fatto offrire quello del suo cancelliere all’aiutante maggiore. Per ordine dello stesso Fischietti seguirono i cacciatori alcuni urbani che si erano raccolti ponendo una parodia di quartier generale in S. Giocondo, presso Sapri, cioè a 15 miglia di distanza dal punto in cui si trovavano i rivoltosi e quando già avevano appresa la artenza di questi da Torraca per la direzione del Fortino (1). Il maggiore Marulli si pose sulla via di Torraca, forse senza alcun disegno prestabilito, forse anche col fine di seguire il cammino della Spedizione ed assaltarla alle spalle, mentre i cacciatori partiti da Salerno l’avrebbero aggredita di fronte. In Torraca gli andò incontro monsignor Laudisio vestito di sacri paramenti e processionalmente seguito dal clero: il loro prolungato abbraccio espressione dell’alleanza dei loro padroni, fu salutato da entusiastiche grida di omaggio al re etc…I soldati ebbero dono di ciriege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”.

L’epilogo e la morte di Pisacane

Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli, si avviavano in marcia verso Sala Consilina, per andarsi ad unire alle truppre Regie del maggiore De Liguoro e scontrarsi poi con i Trecento a Padula. Pochi si salvarono e Pisacane morì in circostanze poco chiare a Sanza. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli, si avviavano in marcia verso Sala Consilina, per andarsi ad unire alle truppre Regie del maggiore De Liguoro e scontrarsi poi con i Trecento a Padula. Pochi si salvarono e Pisacane morì in circostanze poco chiare a Sanza. A commemorazione delle eroiche gesta del Pisacane che aprirono la strada alla Unità d’Italia, Sapri, ospita a S. Croce un monumento che ne ricorda lo sbarco e, nella villa Comunale, la bella sta tua bronzea (fig. 57) che rappresenta la bella figura del valoroso patriota. Il sacrificio eroico del Pisacane e dei suoi valorosi uomini è ricordato nei commoventi versi della poesia di Luigi Mercantini: “La Spigolatrice di Sapri”, che ancora oggi, conosciuti in tutta la penisola insieme allo storico evento costituiscono l’emblema più usato per indicare Sapri. Oltre ai numerosi componimenti poetici ispirati alla Spedizione di Sapri (170), molti furono gli studiosi che si interessarono a questo triste evento della storia del Risorgimento italiano: tra questi figura anche Pier Paolo Pasolini. (171).”. Nella mia nota (162) postillavo che: (171) Pasolini, Memorie raccolte da suo figlio, le impressioni destate su Pio IX, allora in viaggio nelle Legazioni, dalle notizie della Spedizione di Sapri.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. Se qualcuno voglia spiegarmi cosa volese intendere con queste sue parole il Tancredi gliene sarò grato. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 95 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il Pisacane, dopo avere appreso la strada per il Fortino, lo stesso giorno del suo arrivo, decise di lasciare il paese per raggiungere la predetta località. Il Liberale torracchese Mansueto Brandi, che aveva organizzato l’accoglienza a Torraca, si prodrigò anche per partecipare l’arrivo al Fortino e nel Vallo di Diano. Dalla parte avversa tutto era perfettamente organizzato anche per il tempestivo interessamento del giudice Fisichetti (?). Alla guardia urbana di Sapri, Torraca e Sala, raccolta dal giudice di Torchiara, forte di trecento uomini, vi si erano uniti anche duecento gendarmi, tutti schierati nei pressi di Padula per combattere i ribelli.”.  

Nel 29 gennaio 1859, il Processo ai rivoltosi superstiti

Alfredo De Crescenzo (….), nel suo saggio “La prima udienza del processo di Sapri”, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, anno III, fasc. IV, a p. 249 e ssg., in proposito scriveva che: “”Di questo importante processo, ebbe un carattere politico, sia per le cause, che lo produssero, sia per gl’imputati che vi furono coinvolti, riportiamo una interessante descrizione dei preparativi e delle precauzioni che la Giustizia prese in questa circostanza, ricavandola dalla medesima Cronaca (1) del Mottola, di cui ho fatto menzione in fascicoli precedenti di questa Rivista. La precisazione e la minuzia dei particolari, nonchè le opinioni e i giudizi del pubblico, cose che non si rintracciano in altri documenti, rendono la narrazione simpatica e interessante.”. 1859 – 29 gennaio, S’è cominciata la causa di quelli che calarono a Sapri per mettere la rivolta, e siccome la sala della Gran Corte Criminale non era capace di contenere 400 circa imputati, così s’è prescelto il locale del Quartiere militare nelle circostanze di S. Domenico. Etc…”. De Crescenzo, a p. 250, nella nota (1) postillava: “(1) G. Mottola, Cronaca (Archivio Privato).”.

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(Fig. 7) Saggio di Alfredo De Crescenzo (21), sul Processo ai rivoltosi superstiti

Nel 1877, la tradica Spedizione di Sapri’ nel racconto di Gaetano Fischetti, giudice del mandamento di Vibonati

Nel 1877, Gaetano Fischetti (…), giudice del mandamento di Vibonati che ebbe un ruolo fondamentale all’epoca della tragica e sfortunata “Spedizione di Sapri” dei “Trecento” di Carlo Pisacane del 28 e 29 giugno 1857 pubblicò il libretto ‘Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli. Pare che il Fischetti avesse pubblicato il suo ricordo di quelle tragiche giornate in cui Carlo Pisacane sbarcò a Sapri sulla spiaggia dell’Oliveto per ingraziarsi l’allora Ministro degli Interni Giovanni Nicotera che si salvò dalla repressione borbonica e che nell’Italia Unitaria fu nominato Ministro.

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(15) Fischetti Gaetano, Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli, 1877.

La contessa Gioconda Walvescky: ‘La signora di Sapri’, romanzo storico di Rocco Baldanza del 1879

Baldanza Rocco, La signora

Baldanza, pp. 238-239

Nel 1879 lo scrittore Rocco Baldanza (…) pubblicò una serie di racconti romanzati sull’epopea Garibaldina e Risorgimentale. Nel volume II della sua trilogia pubblicò a Roma, per i tipi di Adolfo Paolini, il volumetto II° dal titolo ‘La signora di Sapri: storia dei nostri tempi‘. In questo piccolo volumetto il Baldanza racconta della permanenza a Sapri della compagna di Giovan Battista Falcone, che morì a Sanza insieme a Carlo Pisacane. Il Baldanza parla della giovane contessa Gioconda Valvescky o Walvescky figlia di Ignazio Walvescky parente di Napoleone III. La Walvescky, compagna di  Giovan Battista Falcone venne ad abitare a Sapri dove morì di tubercolosi. Spesso si recava al sepolcro di Giovan Battista Falcone e Pisacane a Sanza devolvendo le sue ricchezze ai poveri bambini di Sanza. Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM. Pare che una copia del vol. II sia di proprietà dell’amico Tonino Luppino che lo segnalò per la prima sul blog Golfonetwork su indicazione dell’amico ALfonso Monaco. Bellissimo e commovente il racconto del Baldanza che scrive una pagina di storia del nostro paese, citando personaggi e luoghi dell’epoca postuma a Pisacane.

Nel 4 settembre 1860 viaggiando da Sapri a Vibonati s’imbattè in un manipolo di garibaldini cilentani che dissuasi ad andare a Sapri a incendiare la casa dei Peluso si recarono a Policastro alla casa del Cav. Pecorelli

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito scriveva pure che: “III. Garibaldi….. – s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Sul cav. Pecorelli filoborbonico di Policastro Bussentino (Santa Marina), ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 234, in proposito scriveva che: “I cacciatori quindi recatisi a Tortorella ed ivi raggiunti anche dal cav. Felice Pecorelli con la sua squadriglia, proseguirono per Casaletto dove giunsero nelle ore pomeridiane e si accamparono nel largo detto Campo (2) per passarvi la notte. Il giorno seguente ripresero il cammino per Buonabitacolo.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre anni prima.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò  alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri”Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. Se qualcuno voglia spiegarmi cosa volese intendere con queste sue parole il Tancredi gliene sarò grato.

Le commemorazioni, gli studi ed i componimenti lirici

Nella mia nota (170) postillavo che: (170) Il Rosselli (Rosselli N., op. cit., p. 361), in proposito così dice: “La Spedizione di Sapri dette luogo a numerosi componimenti poetici, quasi tutti assai scadenti, seppure calorosi ed ispirati. Vanno citati, in ordine di tempo: Mercantini L., La Spigolatrice di Sapri, stampata la prima volta nel Movimento, Genova, 3 Agosto 1857; Ricciardi C., Novissima Verba, Carme ai caduti di Sapri, in La Gazzetta del Popolo, Torino, 29 luglio 1857; Vecchi C. A., Canto funebre, ivi, 17 agosto 1857; Curzio F., L’eroe di Sapri (4 sonetti), 1858, ristampati in Poesie edite ed inedite di F.C., Milano, 1883; Lombardi E., La Spedizione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877; versi di Terzi R., e di Capasso G., sul giornale ‘Masuccio’, Salerno, 2 luglio 1903; Fra gli stranieri che cantarono la spedizione si veggano Swinborne, Song of Italy; Harriet Hamilton-King, The disciples, London, 1873 (vedi il brutto poemetto ‘Nicotera’) Carducci dedica due versi a Pisacane in una delle sue odi barbare (Scoglio di Quarto). E’ noto che anche Victor Hugo tessè l’apologia di Pisacane, dicendolo più grande di Garibaldi nello stesso modo che Brown era da considerarsi più grande di Waschington.”. Oltre ai numerosi componimenti poetici ispirati alla Spedizione di Sapri (9), molti furono gli studiosi che si interessarono a questo triste evento della storia del Risorgimento italiano, tra questi figura anche Giuseppe Pasolini (10) nelle sue ‘Memorie raccolte da suo figlio – 1815-1876′, le impressioni destate su Pio IX, allora in viaggio nelle Legazioni, dalle notizie della Spedizione di Sapri. Nel 1932, Nello Rosselli (10), nel suo ‘Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano’, pubblicato a Torino per Einaudi, a p. 361), in proposito così scriveva: “La Spedizione di Sapri dette luogo a numerosi componimenti poetici, quasi tutti assai scadenti, seppure calorosi ed ispirati”. Vanno citati, in ordine di tempo: Mercantini L., La Spigolatrice di Sapri, stampata la prima volta nel Movimento, Genova, 3 Agosto 1857; Ricciardi C., Novissima Verba, Carme ai caduti di Sapri, in La Gazzetta del Popolo, Torino, 29 luglio 1857; Vecchi C.A., Canto funebre, ivi, 17 agosto 1857; Curzio F., L’eroe di Sapri (4 sonetti), 1858, ristampati in Poesie edite ed inedite di F.C.,  Milano, 1883; Lombardi E., La Spedizione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877; versi di Terzi R., e di Capasso G., sul giornale ‘Masuccio’, Salerno, 2 luglio 1903. Fra gli stranieri che cantarono la spedizione si veggano Swinborne, Song of Italy, Harriet Hamilton-King, The disciples, London, 1873 (vedi il brutto poemetto ‘Nicotera’) Carducci dedica due versi a Pisacane in una delle sue odi barbare (Scoglio di Quarto). E’ noto che anche Victor Hugo tessè l’apologia di Pisacane, dicendolo “più grande di Garibaldi nello stesso modo che Brown era da considerarsi più grande di Waschington.”; Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani- La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.

La poesia ‘La Spigolatrice di Sapri’ di Luigi Mercantini

A commemorazione delle eroiche gesta del Pisacane che aprirono la strada alla Unità d’Italia, Sapri, ospita a S. Croce un monumento che ne ricorda lo sbarco e, nella villa Comunale, la bella statua bronzea (Fig….) che rappresenta la bella figura del valoroso patriota. Il sacrificio eroico del Pisacane e dei suoi valorosi uomini è ricordato nei commoventi versi della poesia di Luigi Mercantini: “La Spigolatrice di Sapri”, che ancora oggi, conosciuta in tutta la penisola, insieme allo storico evento costituiscono l’emblema più conosciuto per indicare Sapri e la tragica impresa del valoroso Pisacane.

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Il Monumento a Carlo Pisacane a Sapri di Gaetano Chiaromonte

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(Fig. 1) La statua bronzea  di Carlo Pisacane – opera dello scultore Gaetano Chiaromonte (Foto Archivio Attanasio)

Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il monumento. A Sapri, nei giardini del municipio, si trova il monumento a Pisacane, e sulla strada da Caselle a Sanza, un cippo, sul posto dove Pisacane sarebbe caduto. Il monumento a Pisacane porta una dedica fascistoide; inevitabile! In periodo fascista non si potevano erigere monumenti senza tale dedica, come, nel tempo borbonico, non si potevano redigere atti senza inneggiare all’amatissimo sovrano, il che dimostra che la sciocchezza è immortale. E non vediamo nemmeno perchè la scritta si dovrebbe togliere. E’ un documento storico, etc…”.

Nel 5 settembre 1860, a Sala, Garibaldi ordinò di erigere un monumento a Sapri in onore di Carlo Pisacane e dei Trecento

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “…a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una soscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.”. Un garibaldino nel suo diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri “(….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) Bertani e Garibaldi, il 25 settembre assegnarono “una pensione di ducati sessanta al mese vita durante, a contare dal primo ottobre prossimo, a Silvia Pisacane figlia dell’eroico Carlo Pisacane trucidato a Sanza nel luglio 1857 mentre combatteva per la liberazione dei fratelli”.”.

Nel 19 novembre 1935, a Sapri inaugurato il Monumento a Carlo Pisacane di Gaetano Chiaromonte

A commemorazione delle eroiche gesta del Pisacane che aprirono la strada alla Unità d’Italia, Sapri, ospita a S. Croce un monumento che ne ricorda lo sbarco e, nella villa Comunale, la bella statua bronzea (Fig….) che rappresenta la bella figura del valoroso patriota. Qui di seguito riporto e ripubblico alcune pagine del saggio del saggio di Carlo Carucci (23), dal titolo “Il Monumento a Carlo Pisacane a Sapri” raro ed introvabile ed in mio possesso che il Carucci dedicò al Monumento a Carlo Pisacane, nella Villa Comunale di Sapri (Fig. 1):

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(Fig. 8) Saggio di Carlo Carucci (23), sul Monumento a Carlo Pisacane, nella Villa Comunale di Sapri (Fig. 1) (Archivio Attanasio)

Nel 1877, Andrea Guglielmini

Nel 1877, Andrea Guglielmini (….), pubblicò ‘L’Eroe superstite di Sapri, Schizzi storici per Andrea Guglielmini’,
Salerno, per i tipi dello Stabilimento Tipografico Migliaccio. Anche questo piccolo libretto edito nel 1877 è rarissimo ed in mio possesso. Il libretto del Guglielmini è stato da me ripubblicato ivi nel mio saggio dal titolo “Giovanni Nicotera l’eroe superstite di Sapri” di cui ivi ripropongo la p….

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Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

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(2) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, ed. Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati & C., Milano-Roma, vol. I, 1909. Oggi l’originale in mio possesso.

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(3) Mazziotti Matteo, La Rivolta del Cilento nel 1828, ed. Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati & C., Milano-Roma, vol. I, 1906. Oggi l’originale in mio possesso. (Archivio Attanasio)

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(…) Mazziotti Matteo, ‘Memorie di Carlo De Angelis a cura di Matteo Mazziotti, Roma, Milano, ed. Dante Alighieri di Albrighi e Segati & C., 1908 (Archivio Attanasio);  oppure si veda dello stesso autore ‘Memorie di Carlo De Angelis a cura di Matteo Mazziotti, ristampa ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 1995 (Archivio Attanasio)

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(…) Mazziotti Matteo, Ricordi di famiglia (1780-1860), ed. Società Dante Alighieri di Albrighi e Segati, Milano, 1916 (Archivio Attanasio)

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(4) Timpanelli Vincenzo, manoscritto inedito sulla vicenda dell’uccisione di Costabile Carducci (Archivio digitale Attanasio).

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(5) Pesce Carlo, Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Neapolitana del 1848 – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Neapolitana del 1848, Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione, Napoli, 189 (Archivio Storico Attanasio).

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(6) Pesce Carlo, Appendice alla Storia della Città di Lagonegro, Versi sparsi chiamati a raccolta, Tip. Auleta succ. M. Cantarella, 1939 (Arcivio Attanasio)

Carlo Pesce

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(7) Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Napoli, Reale Stab. Tip. Pansini, 1913 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso esiste la ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (con la prefazione del 1913), ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante, p. 398 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(8) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, B.C.M., 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e pp. 51-52 e s; vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; si veda pure nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp. I-IV (Archivio Attanasio); si veda pure Cassese L.,op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77

(9) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento.

(10) Rosselli Nello, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.

(11) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.

(12) Il Rosselli (Rosselli N., op. cit., p. 361), in proposito così scriveva: “La Spedizione di Sapri dette luogo a numerosi componimenti poetici, quasi tutti assai scadenti, seppure calorosi ed ispirati”. Vanno citati, in ordine di tempo: Mercantini L., La Spigolatrice di Sapri, stampata la prima volta nel Movimento, Genova, 3 Agosto 1857; Ricciardi C., Novissima Verba, Carme ai caduti di Sapri, in La Gazzetta del Popolo, Torino, 29 luglio 1857; Vecchi C.A., Canto funebre, ivi, 17 agosto 1857; Curzio F., L’eroe di Sapri (4 sonetti), 1858, ristampati in Poesie edite ed inedite di F.C.,  Milano, 1883; Lombardi E., La Spedizione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877; versi di Terzi R., e di Capasso G., sul giornale ‘Masuccio’, Salerno, 2 luglio 1903; Fra gli stranieri che cantarono la spedizione si veggano Swinborne, Song of Italy, Harriet Hamilton-King, The disciples, London, 1873 (vedi il brutto poemetto ‘Nicotera’) Carducci dedica due versi a Pisacane in una delle sue odi barbare (Scoglio di Quarto). E’ noto che anche Victor Hugo tessè l’apologia di Pisacane, dicendolo più grande di Garibaldi nello stesso modo che Brown era da considerarsi più grande di Waschington.”; Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani- La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.

(13) Pasolini Giuseppe, Memorie raccolte da suo figlio – 1815-1876, le impressioni destate su Pio IX, allora in viaggio nelle Legazioni, dalle notizie della Spedizione di Sapri (Archivio Attanasio)

(14) Pifano Cesare, Pisacane, da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, Casalvelino Scalo (SA), 1977 (Archivio Attanasio)

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(15) Fischetti Gaetano, Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli, 1877.

(16) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.

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(17) Bilotti Paolo Emilio, La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, Stab. Tip. Fratelli Jovane, 1907, p. 195 (Archivio Storico Attanasio).

Racioppi G., La spedizione di Carlo Pisacane

(18) Racioppi Giacomo, La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, con documenti inediti per Giacomo Racioppi, ed. Giuseppe Margheri, 1863, si veda Cap. XIX da p. 43 e s.; si veda pure dello stesso autore: ‘Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermine nel 1860′, Napoli, Tip. di Achille Morelli, 1867.

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(19) Moscati R., Il Mezzogiorno d’Italia nel Risorgimento, ed. G. D’Anna, Messina, 1953

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(20) Petrucci Luigi, Fra gli artigli del falco o la Rivolta in Lucania nel 1828, ed. Casa del Libro, Roma, 1935 (Archivio Attanasio)

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(Fig…) Dott. Nicola Gallotti, Sindaco di Sapri, dipinto olio su tela, propr. Gallotti

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(21) Gallotti Nicola, Sapri nella Storia e nella tradizione popolare – Brevi cenni del Dottor Nicola Gallotti, Napoli, Tipografia Giuseppe Golia, 1899 (Archivio Attanasio). Si veda pure Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891; si veda pure: L’Acqua potabile di Sapri – ricordi per il Dott. Nicola Gallotti, Tip. Francesco Graniti, Napoli.

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(22) De Crescenzo Alfredo, La prima udienza del processo di Sapri, stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno III, Fasc. IV-Ottobre-Dicembre, 1935 XIV, pp. 249 e s.

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(…) Pisacane Carlo, Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49 – narrazione di Carlo Pisacane, Genova, ed. Giuseppe Pavesi, 1851 (Archivio Attanasio)

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(23) Pisacane Carlo, Saggi Storici-Politici-Militari sull’Italia, vol. III, Napoli, oppure dello stesso autore si veda: Pisacane C., Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49, Genova, ed. Giuseppe Pavesi, 1851 (Archivio Storico Attanasio).

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(24) Carucci Carlo, Il Monumento a Carlo Pisacane a Sapri, saggio di C.C., stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, diretta da Carlo Carucci, Napoli, Tip. Lorenzo Barca, Anno II, Fasc. IV. Ottobre-Dicembre, 1934, XIII, 1935 – XIII, pp. 283-284 (Archivio Storico Attanasio).

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(25) Settembrini Luigi, Ricordanze della mia vita, con prefazione di Francesco De Sanctis, a cura di Francesco Torraca, Napoli, ed. A. Morano, 1916 (Archivio Attanasio)

Atto Vannucci

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(…) Vannucci Atto, I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848, Memorie raccolte da Atto Vannucci, ed. III, Firenze, Le Monnier, 1860 (Archivio digitale Attanasio); si veda pure dello stesso autore: I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848, Memorie raccolte da Atto Vannucci‘, Milano, ed. Tipografia Bortolotti di Giuseppe Prato, 1887 (Archivio Attanasio)

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(26) Guglielmini Andrea, L’Eroe superstite di Sapri, Schizzi storici per Andrea Guglielmini,
Salerno, Stab. Tip. Migliaccio, 1877 (Archivio Attanasio)

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(27) Pollini Leo, La tragica spedizione di Sapri (1857), ed. A. Mondadori, Verona, 1935 (Archivio Attanasio)

(28) Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891 (Archivio Attanasio)

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(29) Nisco Nicola, Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli, vol. I-II-III, ed. Morano, Napoli, 1889. Originale in mio possesso (Archivio Storico Attanasio)

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(30) Lacava Michele,  Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860, Napoli, , si veda Capo III, ‘Sbarco di Sapri’, da pp. 177 e s.

Baldanza Rocco, La signora

(31) Baldanza Rocco, La signora di Sapri: storia dei nostri tempi, voll. I-II, Roma, ed. Tipografia di Adolfo Paolini, 1879 (Archivio digitale Attanasio). Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM, collocazione RM0255 e IEI02, di cui su concessione della dott.ssa Giudice ho ottenuto parte della copia scansita in digitale. Il testo è conservato anche presso la Biblioteca comunale Labronica Francesco Domenico Guerrazzi. Sezione catalografica e magazzino librario – Livorno – LI

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(…) Venosta Felice, Carlo Pisacane e compagni martiri a Sanza, notizie storiche di Felice Venosta, Milano, 1863, ed. Barbini, Via Larga, 1863

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(…) Bentivegna Francesco, Carlo Pisacane e compagni martiri a Sanza, ed. Carlo Barbiti, via Larga Milano, 1863 (Archivio Attanasio)

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(…) Lombardi Eliodoro, La Spedizione di Sapri, poemetto epico-lirico, Biblioteca Universale n. 123, ed. Sonzogno, Milano, 18…., (Archivio Attanasio), si veda pure  Lombardi E., La Spedizione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877

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(…) Mario Jessie White, In memoria di Giovanni Nicotera per Jessie White Mario, Firenze, Tipografia di G. Barbèra, 1894 (Archivio Attanasio)

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(…) Orlando Ruggero, Pisacane, ed. Ardita, Roma, anno XIII, 1935 (Archivio Attanasio)

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(…) Guida Giuseppe, Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economico-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille, ed. Istituto Meridionale di Cultura, diretto da Gerardo Raffaele Zitarosa, Napoli (Archivio Attanasio)

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)

(…) Barra Francesco, ‘Il Principato Citra nel 1806′, in “Fonti e Memorie – Il Principato Citra nell’insurrezione antifrancese dell’estate 1806”, stà in Rassegna Storica del Risorgimento, anno LXXIX, fascicolo II, Aprile-Giugno 1992, ed. Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

(….) Gentile Angelo, “Sapri, torna alla luce l’antica Stazione telerafica ad asta”, apparso a stampa diretta da Angelo Guzzo

(…) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58 (Archivio Attanasio)

(…) Archivio di Stato di Napoli, Sezione militare, pandette Ministero della Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 442, 437, 1960, 2306, 2325, 2364, 2409, che vanno tutti sotto il nome di “Sapri” e “Piazza di Sapri”.

(…) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento

(…) De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli,1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”.

(169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni

(…) Dumas Alexandr, I Borboni di Napoli, Napoli, ed. Mario Miliano, 1870 (Archivio Attanasio).