I Bulgari nel basso Cilento

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) un mio studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (26)

Nel ‘476 d.C. (V sec. d.C.), gli Ostrogoti o Goti “Buti” di Totila e di Bultino saccheggiarono ed occuparono la Molpa

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. Il Regno Ostrogoto, ufficialmente il Regno d’Italia (Latino: Regnum Italiae), venne fondato dal popolo germanico degli Ostrogoti in Italia, e nelle zone confinanti, tra il 493 e il 553. In Italia gli Ostrogoti subentrarono a Odoacre, il padrone de facto dell’Italia che aveva deposto l’ultimo imperatore d’Occidente nel 476. La penisola venne quindi organizzata in 17 distretti con a capo dei governatori che avevano ampi poteri fiscali, giuridici e civili. Tutti costoro rispondevano del proprio operato direttamente al prefetto del pretorio che risiedeva a Ravenna ed era di nomina regia. La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. Gli Ostrogoti (in latino Ostrogothi o Austrogothi) erano il ramo orientale dei Goti, una tribù germanica che influenzò gli eventi politici del tardo Impero romano. Sconfissero Odoacre, che aveva deposto Romolo Augusto, ultimo Imperatore Romano d’Occidente, e si insediarono in Italia. Furono poi sconfitti dai Bizantini. La città fortificata della Molpa era stata conquistata ed occupata in precedenza dai Goti Buti che in seguito furono sconfitti dal generale Belisario. Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Totila (“l’immortale” in lingua gota) salì al trono dopo la morte di suo zio Ildibaldo e l’assassinio di Erarico, un re dell’etnia dei Rugi, che stava trattando la consegna dell’Italia a Giustiniano. Dopo le pesanti sconfitte subite contro il generale Belisario e dopo la conseguente cattura di Vitige nel 540, gli Ostrogoti riuscirono faticosamente a tenere in vita uno stato a nord del fiume Po. Totila era in quel momento il comandante della truppe gote presso Treviso e fu probabilmente nominato re intorno ai 25 anni, alla fine del 541, dopo pochi mesi di regno di Erarico. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Eruli di Odoacre nel 476, che però sembra non arrivarono oltre Salerno, e quindi degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Essa fu tra le province che vennero assoggettate  direttamente al potere centrale e i proprietari terrieri furono ecc…ecc….Per quanto riguarda il nostro territorio, i Goti fortificarono ‘Manlianus’ (oggi Magliano Nuovo), punto nevralgico per il passaggio dalla Valle dell’Alento a quella del Calore: il ‘castellum’ inglobò anche l’unico stretto passaggio naturale obbligatorio che si apriva fra due grandi rocce dette ancora ‘Préta Perciàta’, che continuerà poi ad essere luogo di dogana per tutto il medioevo. Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che per quanto riguardava il nostro territorio i Goti fortificarono il casale di “Maglianus” (oggi Magliano Nuovo), dove esiste un passaggio molto stretto, una specie di valico scavato nella roccia non molto dissimile ad un altro passaggio che oggi si può vedere percorrendo la SS. 18 nei pressi del Canale di Mezzanotte a Sapri. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…”, a p. 641 parlando del casale di Magliano Nuovo, in proposito scriveva che: “Inattendibili sono le informazioni riportate dall’Antonini (7) sull’abitato e sulla contea che egli riferisce fortificata dai Goti e poi posseduta “da Guiselgardo, e da Rodelgeimo, zii di Guaimario Balbo Principe di Salerno”.”. Ebner a p. 641, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Antonini, cit. pp. 122 e 317. e poi Giustiniani, cit. vol. V, Napoli, 1802, p. 238”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania”, a p. 120 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”.  Sempre il barone Antonini a p. 120 postillava che: “Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e queste continuate guerre e miserie mossero il pontefiice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antoni a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, riguardo la città della Molpa e Belisario a p. 372 riportava un passo della cosiddetta “Cronaca di S. Mercurio”, un chronicon medioevale apocrifo che l’Antonini dice di aver letto imprestato dalla famiglia Carbone e di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. L’Antonini scrive di aver letto dal chronicon le seguenti parole: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Ecc…. Dunque, secondo l’Antonini , il Monaco di S. Mercurio, nel suo chronicon medioevale aveva scritto che ai tempi del generale bizantino Belisario, i “Gothi” occupavano da tempo la fortezza della Molpa. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati. Come ho già scritto, l’Antonini citava Agazia. Antonini citava Agazia quando ci parla dei Goti, di Magliano e della Molpa. Antonini a p. 120 postillava che: “Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e queste continuate guerre e miserie ecc..“. Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’Istoria di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca.  L’Antonini postillava anche di Agazia (…). Agazia Scolastico (in greco bizantino: Ἀγαθίας Σχολαστικός, in latino: Agathias Scholasticus; Myrina, 536 circa – Costantinopoli, 582 circa) è stato un poeta e uno storico bizantino, fonte principale per parte del regno di Giustiniano I (527-565). Dell’attività come scholasticus é testimonianza da note a margine della Periegesi di Pausania. Infine, é pervenuta Sul regno di Giustiniano (Περί της Ιουστινιανού βασιλείας), un’opera storica in 5 libri che continua la storia di Procopio di Cesarea, di cui imita lo stile e che costituisce la principale fonte per il periodo 552-558. Gli argomenti centrali dell’opera sono le guerre combattute dall’esercito bizantino, agli ordini di Narsete, contro Goti, Vandali, Franchi e Sasanidi. L’Antonini, però scriveva che nel chronicon di S. Mercurio, il monaco non lo chiamava “Bultino”  ma lo chiamava “Badiula”. L’Antonini scriveva pure che questo capitano Ostrogoto veniva chiamato da Agazia (…), “Bultinus”. Bultino o Badiula ?. In ogni caso la notizia data dall’Antonini è anche quella secondo cui la fortezza della Molpa era Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Ecc….

Nel ‘396 d.C. (IV sec. d.C.), la città di “Stiliconia” (a Roccagloriosa) e il generale Stilicone che sbarcò nel Golfo di Policastro e con le sue truppe si accampò in un luogo vicino

Alla voce “Roccagloriosa” in Wipedia leggiamo che alla fine del IV secolo, il generale bizantino Stilicone, durante la Guerra Gotica, sbarcò con i suoi soldati nel Golfo di Policastro, trovò la zona adatta per l’accampamento delle sue truppe. Le sorti di Patrizia vennero scritte dal generale Stilicone che di ritorno dalla Grecia, dopo che vi aveva inseguito i Goti, sbarco’ nel golfo di Policastro depredando i centri abitati tra cui la stessa Patrizia, lasciandola spoglia e impoverita di ogni sorta di bene. Alcuni soldati del generale Stilicone, che avevano militato prima negli eserciti di Teodosio e poi nelle fila di Onorio, entrambi imperatori romani di religione cristiana, seguendo questa religione edificarono poco lontano da Patrizia su di un altro colle, una chiesetta dedicata al culto della “Gloriosamadre di Dio Benedetto”, attorno ad essa costrui’ un piccolo centro abitato. Queste si diedero al saccheggio e alla distruzione degli abitati vicini, e gli abitanti di Patrizia furono costretti a fondersi col nucleo originario: da questa unione nacque un nuovo insediamento, intorno ad una chiesetta del 412 dedicata alla Madonna, zona ancora oggi chiamata Rocca. Altre notizie riguardano Magliano Nuovo e Agropoli di cui parlerò in seguito. Riguardo Roccagloriosa, nel 1968 hanno scritto i due studiosi P. Agatangelo da Roccagloriosa e Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”. I due studiosi, dopo aver detto della distruzione di “Orbitania” all’epoca della II guerra Punica, a p. 14 parlando della città romana di “Patrizia”, in proposito scrivevano che: “Trascorsero così oltre cinque secoli, fino a quando gli abitanti di Patrizia non vennero disturbati da nuove guerre e distruzioni. Quando nel 396 d.Cr. il generale dell’Imperatore Onorio, Stilicone, dopo aver inseguito i Goti nella Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro, trovò la regione del Mingardo molto adatta per l’accampamento delle sue truppe; e li si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano. Quando, dopo alcuni mesi, andò via, lasciando il luogo estremamente impoverito (27) e le abitazioni di Patrizia depredate e devastate. La zona dell’accampamento, dove restarono piccoli nuclei abitati, fu denominata “Stiliconia”. Oggi il popolo la chiama “Li Stritani” e “Orbitani”, nonchè le “Ruine” (28) per significare che gli antichi furono derubati e scacciati dalle truppe di Stilicone, e che ora sono restate soltanto rovine.”. I due studiosi a p. 15, nella loro nota (27) postillavano che: “(27) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, vol. 4, anno 296.”. I sacerdoti P. Agatangelo da Roccagloriosa e Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”. a p. 15, nella loro nota (27) postillavano che: “(27) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, vol. 4, anno 296.”. Non conosciamo la provenienza delle notizie intorno al passaggio da Roccagloriosa del generale dell’Imperatore Onorio, Stilicone, dateci dai due studiosi locali P. Agatangelo e Fulco (….), di cui ho già scritto. Come si è visto i due studiosi citavano il Muratori ma egli come si è visto non diceva nulla di Roccagloriosa. Il Muratori (….), il suoi “Annali”, vol. IV, II edizione del ………., a p. 13, ci parla dell’anno 396 (e non come è scritto nella nota di Agatangelo dell’anno 296). Il Muratori parla dell’anno 396 (CCCXCVI. Indizione IX), in proposito scriveva che: “Intanto i masnadieri Goti seguitavano a devastare la Grecia. Ancorchè questa fosse della giurisdizione di Arcadio, non lasciò Stilicone di voler passare con assai forze sopra una Flotta di navi, che approdò nel Peloponneso, o sia nella Morea. Zosimo (a) scrive ciò fatto nell’anno precedente, ma secondo Claudiano ciò sembra avvenuto nel presente; e forse non sussiste, che egli si fosse ritirato da quelle contrade.”. Il Muratori nella sua nota (a) postillava che: “(a) Zosimus, l. 5. e 7.”. Il Muratori, nel suo  vol. IV, II edizione parlando dei Goti e di Alarico, a pp. 32-33 scriveva che: “Ciò si raccoglie da un Poema di Claudiano (c), composto molto prima ch’egli eseguisse questo suo disegno; e lo attesta anche Prudenzio (d), parendio eziandio, ecc…Nell’Anno 396, siccome dicemmo, Arcadio per quietare i Goti, che avevano fatta una terribile irruzione nella Grecia, sotto il comando ch’esso Alarico, l’aveva creato Generale delle milizie dell’Illirico Orientale; ed egli perciò abitava in quelle parti, cioè o nella Dacia, o nella Mesia inferiore, oppure nella Macedonia. Giordano Istorico (e) pretende che rincrescendo a què Goti, chiamati poi Visigoti ecc…..Chiaramente scrivono San Prospero (f), e il suddetto Giordano che, nel Consolato di Stilicone e d’Aureliano i Goti sotto il comando di ‘Alarico’ e di ‘Radagaiso’ entrarono nell’Italia che mali facessero (certamente far ne dovettero) in queste parti, la storia nol dice. Abbiamo dal Natale VIII recitato da San Paolino Vescovo di Nola (a) nel Gennaio dell’anno seguente che gran rumore fece la guerra dè Goti ecc…“. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Claud. De Bello Getico.”. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Prudentius in Symmach.”. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (e) postillava che: “(e) Jordan ut Supra”. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (f) postillava: “(f) Prosper. in Chronicon”. Il Muratori a p. 33, nella sua nota (a) postillava che: “(a) paulin. Nolanus. Natal. 8”. Dunque, il Muratori ci dice del generale Stilicone e dei fatti storici raccontati da San Prospero e da Giordane (…), nella sua i “Getica” (che scrisse sulla scorta di Cassiodoro. Il Muratori ci parla che i Goti, al comando di Alarico e di “Radagaiso” furono respinti dal generale e Console Stilicone. La notizia di Stilicone, riferita dai due studiosi è riferita alla tradizione orale. I due studiosi, a p. 15, nella loro nota (28) postillavano pure che: “(28) Cfr. Doc. in Arch. Parr.”. Questa citazione è ripresa più tardi da altri scrittori locali ed in particolare da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, dove a p. 415, egli scrive che: “Mancano altre sicure notizie del luogo, eccetto le tradizioni (5) tra cui quella riportata anche in Giustiniani (6) e cioè che il villaggio ecc…”. Ebner a p. 415, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A dire di pd. Agatangelo da Roccagloriosa e D. Falco (Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa’, Salerno, 1968, pp. 1-65) nell’Archivio parrocchiale di Roccagloriosa vi è un documento del ‘600 che dice che il primo nucleo abitato era intorno alla rupe alla quale è addossato il l’odierno cimitero. I predetti AA. parlano d’impianti romani (Orbitania, Patrizia e Stilicona) fondandosi sulla tradizione. Essi attribuiscono a Narsete l’introduzione nel luogo dei Bulgari, come vuole il Laudisio (v. oltre).”. I due studiosi, a p. 15, nella loro nota (28) postillavano che: “(28) Cfr. Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, i due studiosi ritenevano che nell’anno 396, Stilicone, generale di Onorio, Imperatore Romano d’Occidente, dopo aver inseguito i Goti di Alarico in Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro, trovò la regione del Mingardo molto adatta per l’accampamento delle sue truppe; e li si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano.”. Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Patrizia e Stilicona”, a pp. 24-25 riportava più o meno le stesse notizie scritte a due mani con il Falco ma a p. 24 scriveva che: Però venne il tempo in cui gli abitanti di Patrizia vennero disturbati da guerre e distruzioni, quando nel 396 d.C. il generale dell’imperatore Onorio, Stilicone, dopo di avere inseguito i Goti nella Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel golfo di Policastro. Trovò la regione del Mingardo (dove gli antichi insediamenti erano già “sepolti”) molto adatta per l’accampamento delle sue truppe: e lì si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano, ricercando anche nelle zone vicine: perciò rubarono, razziarono e dissanuarono (28).”. L’Agatangelo a p. 25, nella sua nota (28) postillava che: “(28) IORDANIS, Getica, 41. E’ un’epitome della storia dei Goti, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Dunque, in questo testo, l’Agatangelo postillava e citava l’opera “Getica” di Cassiodoro (….), mentre nel volume scritto a quattro mani con il Falco citava il Muratori. L’Agatangelo postillava di un’epitoma di “IORDANIS” che conteneva l’opera “Getica” del cronista del tempo Cassiodoro (….), opera perduta e riscritta appunto da Giordane. L’Agatangelo, a p. 25 continuando il suo racconto su Roccagloriosa scriveva che: “Quando, dopo alcuni mesi, il generale Stilicone andò via, lasciò il luogo (dell’antica Fistelia) estremamente impoverito e le abitazioni di Patrizia depredate e devastate. La zona dell’accampamento, dove restarono piccoli nuclei sparsi, fu denominata Stilicona: oggi il popolo la chiama “Le Ruine” per significare che gli antichi furono derubati e scacciati dalle truppe di Stilicone, e che ora sono restate soltanto rovine (29).”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Doc. in Arch. Parrocchiale di Roccagloriosa”. Riguardo il generale Bizantino Stilicone ha scritto pure Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, dove a p. 76 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Nel 396 d.C., Stilicone, generale dell’Imperatore Onorio, dopo aver inseguito i Goti nella Grecia, fece ritorno in Italia. Trovò la regione del Mingardo particolarmente adatta ecc…(5).”. Il Guzzo nella sua nota (5) postillava di Agatangelo e Falco senza dare alcun ulteriore riscontro. Dunque, i due studiosi, scrivevano che, nell’anno 396 d.C., il generale Stilicone, dopo aver inseguito i Goti di Alarico in Grecia (nel Peloponneso) fu obbligato dall’Imperatore Onorio a ritornare in Italia. Maurizio Gualtieri (….), nel suo “Roccagloriosa – un antico centro lucano sul golfo di Policastro”, ed. Ediprint, Siracusa, 1990, espone i risultati di scavi effettuati in località Scala e non solo. Ma, si tratta di manufatti risalenti ad avanti Cristo. Questi centri fortificati, pre-colonizzazione greca furono citati dal Corcia e da La Geniere (…) ed in seguito furono oggetto di una sistematica campagna di scavo archeologica di Mario Napoli (….), poi, in seguito, dopo la sua morte proseguiti dal Gualtieri. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno” nel vol. VIII, a pp. 33-34 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Questa terra vedesi edificata in un’altura distante dal Golfo di ‘Policastro’ miglia 2. Dalla sua situazione prese il nome, e dicono che l’aggiunta di ‘Gloriosa’ preso avesse da un’immagine di nostra ‘Donna’ che in una chiesetta nel suo castello di qualche anticihità. Vedesi ancora tutta cinta di mura con le rispettive sue porte, In oggi però tutto è diruto……Un tempo erano di rito greco rilevandosi dalle antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria dè Martiri’. Vi sono tre casali, cioè ‘Rocchetta’, ‘Celle’ ed ‘Acquavena’ “. Riguardo Roccagloriosa ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua “La Lucania”, nel discorso VIII, a pp. 381, in proposito scriveva che: “Fu questa montagna così detta da Bulgari, che vi fermarono, e fortificarono; vedendosi fin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli, nel luogo appunto dove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più di un miglio lontano, e le vestigia dell’altra fortezza, che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome alla terra.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il castello di Roccagloriosa, oggi parte diruto, fu costruito dai Bulgari. L’Antonini, sempre parlando di Roccagloriosa, a p. 385, in poposito scriveva che: “Sul declinar di quella montagna chiamata di Bulgaria a tramontana trovasi la Rocca gloriosa; paese grande ed in bellissimo sito allogato: Ad esso sta quasi unito un altro picciolo paese chiamato la Rocchetta, ed ambedue hanno la veduta nè piani del Menicardo, delle montagne di Cuccaro, e di Laurito, come del mare sul seno Vibonense, o sia golfo di Policastro, e delle montagne di Basilicata e di Calabria ecc…ecc…Fu il paese così detto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono verso il Castello.”.  

Nel 412 d.C. (IV sec. d.C.), gli abitanti di Patrizia e Stiliconia si spostarono verso la Rocca “Arce” a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (….) proseguendo il suo racconto parlava della fondazione del nuovo casale di Roccagloriosa, nell’anno 410, ai tempi di Alarico, ovvero 14 anni dopo la venuta di Stilicone. Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Intanto gli abitanti di Patrizia e i vari nuclei di Stilicona pensarono di riparare in un luogo più sicuro e più adatto alla difesa contro eventuali nemici. Avevano già ricevuto la religione cristiana probabilmente per il buono esempio di alcuni soldati dell’esercito di Stilicone: e, nell’anno 412, sulla cima del monte roccioso che stà a guardia delle vallate del Mingardo e del Bussento, poco distante da Patrizia, costruirono una chiesetta che dedicarono alla “Gloriosa Madre di Dio benedetto”: si raggrupparono intorno ad essa e costituirono la nuova città chiamata Rocca (30).”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (30) postillava dell’appellativo di “Gloriosa”. Gli abitanti di Patrizia, in seguito ai saccheggi perpretati dalle truppe del generale Stilicone furono costretti a fondersi col nucleo originario: da questa unione nacque un nuovo insediamento, intorno ad una chiesetta del 412 dedicata alla Madonna, zona ancora oggi chiamata Rocca.

NEL VI SEC., I BULGARI

Nel 535 d.C. (VI sec.), le origini del monachesimo nelle nostre contrade

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Ancora l’Ebner (….), in un altro suo testo ci parla di quel periodo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 34 parlando dei monaci provenienti dall’Oriente, in proposito scriveva che: “I monaci (68) d’Oriente conoscevano questa zona essendovi arrivati soprattutto al seguito delle truppe di Belisario e Narsete e che potremmo definire i primi cappellani militari. Furono essi a trasmettere ai loro correligionari d’Oriente informazioni e impressioni sulle località del Mezzogiorno climaticamente simili a quelle orientali, idonee quindi alla vita ascetica e alle consuetudini loro proprie. Fu a Velia, infatti, che sbarcarono i primi religiosi bizantini sfuggiti alle persecuzioni di Leone III Isaurico ecc…ecc..”. Dunque, Ebner scriveva che già prima dell’anno 726, i monaci d’Oriente conobbero le nostre contrade nel 535, allorquando, in qualità di cappellani militari delle truppe del generale bizantino Belisario si dovettero recare per prestare servizio presso l’esercito bizantino dell’Imperatore Giustiniano. Ebner ripete questo concetto anche nell’altra sua opera: “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, dove a p. 18 parlando dell’antichissima colonia focea di Velia (l’antica Helea), in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete.”. Sebbene la tradizione e le fonti attribuiscano il ritrovamento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, attribuito al monaco Attanasio, all’anno 927, già all’epoca della venuta dell’esercito bizantino di Giustiniano a Velia esisteva una basilica Paleocristiana che attesta la frequentazione del sacello dell’apostolo Matteo. Dunque, la nostra zona ricca di testimonianze dell’antichità era conosciuta dai monaci d’Oriente che vi si recavano in pellegrinaggio e in seguito vi si fermarono allorquando questi monaci vennero al seguito degli esercti bizantini di Giustiniano. Ebner a p. 34, vol. I, nella sua nota (68) postillava che: “(68) ‘Monachus’ = eremita, anacoreta. Il fondatore del primo monastero fu Pancomio (tra il 315-320). Il vero fondatore del monachesimo greco fu S. Basilio, il legislatore della vita monastica, e si deve a S. Atanasio la diffusione della vita monastica in Occidente (a. 339), come a S. Eusebio, vescovo di Vercelli, si deve la diffusione degli stati clericlali e monastici (a. 370) Ecc…”. Sempre Pietro Ebner (…), in un suo pregevole saggio su Velia, in Rassegna Storica Salernitana del 1965, a p. 60, in proposito scriveva che: “A Velia si continuava a parlare il greco ancora nel III secolo come mostrano le iscrizioni e le epigrafi…..Ma il greco forse non sparì mai da Velia se è vero vi si fossero fermato monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete, i quali aprirono la via alle diverse ondate che si riversarono nell’odierno Cilento nell’VIII, IX e X secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I,  a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano (…). Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Sempre l’Ebner nello stesso scritto a p. 62, in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno, nel frattempo, cominciava ad essere percorso da monaci d’Oriente giunti in Italia (VI secolo) con le armate di Belisario e Narsete (Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, Napoli, 1963, p. 15 sgg.; non nel Gay, It. merid. e imp. bizant., Firenze, 1917, p. 125 ss). Ecc…”. Riguardo al citazione di Julius Gay (….), egli tratta il periodo dell’invasione bizantina al tempo dei Longobardi, ovvero al temp del secolo VIII che in questo caso no interessa. Biagio Cappelli, nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini Calabro- Lucani”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “Il primo afflusso ascetico basiliano penso che abbia seguito di pari passo le armate condotte da Belisario e da Narsete contro i goti ariani in una guerra che, come tutte le altre imprese militari intraprese dall’impero di Oriente, aveva senza dubbio un carattere religioso (8). In seguito probabilmente altri nuclei monastici affluirono nel mezzogiorno italiano dalla penisola balcanica, sconvolta alla fine del VI secolo dall’invasione avara, mentre nella metà del secolo seguente si aveva un più vasto movimento immigratorio (9). Il quale era costituito da quei monaci costretti ad abbandonare le regioni nel medio Oriente e l’Egitto, su cui si abbatteva la conquista araba, e nello stesso tempo a sfuggire la politica religiosa inaugurata dall’imperatore Eraclio, fautore dell’eresia monotelita. Nella prima metà del secolo VIII era ancora la politica religiosa bizantina a spingere altre ondate monastiche verso i porti italiani: verosimilmente dell’Italia longobarda. Ecc…”. Il Cappelli, a p….., nella sua nota (8) postillava che: “(8) Ch. DIEHL, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957, p. 124; M. Schipa, op. cit., p. 17.”. Riguardo il citato testo di Michelangelo Schipa (…), il Cappelli intendeva “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Bari, 1923, passim.”. Infatti, Michelagelo Schipa, nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, a pp. 17-18 riferendosi alla città di Napoli, in proposito scriveva che: “Già, stando alla tradizione, che, trasmessa oralmente, fu scritta nel IX secolo, per tempo la città ne ebbe come rinforzato e sviluppato il corpo così accresciuta e modificata la popolazione. Si narrò infatti che Belisario, rampognato a Roma dal Pontefice Silverio per gli eccidi commessi nella città espugnata, vi ritornasse pentito a farne ammenda; che, trovatevi spopolate e vuote le case, le riempisse d’uomini e donne, chiamatevi da Cuma, da Pozzuoli, da Sorrento, da Stabia, da Nola ecc..e da altri luoghi meno vicini; che vi erigesse sette torri, parte quadrate, parte esagonali; che, dopo di lui, Narsete prolungasse la città fino al mare, aggiungendo nuove fortezze a difesa del porto. Certo è che da allora cominciò qui un afflusso continuo di greci, laici ed ecclesiastici; i quali nella nuova patria  poterono rinvenire tracce della lingua e delle usanze loro. Certo è che, dopo qualche tempo, la popolazione di Napoli riapparve bilingue come altra volta; che chiese e monasteri greci sorsero accanto alle chiese e ai monasteri latini; che nei luoghi sacri e per le pubbliche vie si udì salmodiare nell’una e nell’altra lingua. Ecc…”. Dunque, immagino che il Cappelli citando questo passo dello Schipa volesse intendere che stesse sorti subirono le popolazioni del Cilento allorquando vi si stabilirono, soprattutto nella fascia costiera, i bizantini di Giustiniano. Anche qui nacquero chiese ed eremi greci e come scrive lo stesso Cappelli, nel Cilento e nell’area del Bulgheria sorsero diversi eremi e laure cenobitiche, luoghi questi scelti dai monaci d’Oriente che vi si stabilirono. 

Nel 530, i Bulgari scesi in Italia a combattere Atalarico

Sui Bulgari e sulle nostre terre vorrei citare alcune notizie tratte dall’Antonini. Esse si riferiscono all’epoca dell’occupazione Ostrogota. Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 382 parlando del Monte Bulgheria e dell’origine dei Bulgari nelle nostre terre scriveva che: “Non è bene però credere questa cosa così assolutamente, poichè in quanto à Bulgari sappiamo per testimonianza di Filippo Pignasetta nella ‘vita dell’Imperador Leone (posta davanti la ‘Tattica’ di questo) che partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima, o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere, che mai fossero stati da questo, o dai suoi predecessori domati, poichè di lui non sappiamo, ecc…”. L’Antonini mettendo in dubbio che i Bulgari fossero venuti al seguito di Alboino, aggiungeva che: “…., degli altri leggiamo, che a tempo di Atalarico, che regnò dal DXXII. fino al DXXXII. fu contro di essi mandato Cipriano. Ricavasi questo dall’epist. 21 del lib. 8. di Cassiodoro, in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; fra meriti che di lui ricorda, dice: “Vidit te adhuc gentilis Danubius bellatorem; non te terruit Bulgarum globus & c.”. Aveali bene il suo predecessore Teodorico vinti, ma forse non domati: E di questa vittoria sa il citato ‘Cassiodoro’ menzione nella sua ‘Cronaca’, oltre di ciò ch”Ennodio’ nel ‘panegirico’ di questo Principe ne dice. Anzi da quanto scrive ‘Suida’ in V. ‘Bulgari’, sappiamo che i medesimi ebbero tributarj gli stessi Imperatori Costantino figlio di Eraclio, e Giustiniano II. di che ‘Biondo’ ancora nel lib. 10 fa parola (2).”. L’Antonini scrivendo che non bisognava credere in assoluto alla notizia secondo cui alcuni Bulgari vennero a seguito dei Longobardi di Alboino, voleva intendere che vi erano altri cronisti dell’epoca che ci hanno tramandato altre notizie secondo cui i Bulgari nella nostra regione si stabilirono molto tempo prima della venuta di Bulgari al seguito dei Longobardi di Alboino. Infatti, l’Antonini a p. 382 prosegue e scriveva che: “….degli altri leggiamo, che a tempo di Atalarico, che regnò dal DXXII fino al DXXXII. ecc…”. Dunque, secondo l’Antonini, i Bulgari si stanziarono nella nostra zona (area del Monte Bulgheria) molto tempo prima che arrivassero le orde Longobarde di Alboino, ovvero si stanziarono al tempo dell’Imperatore d’Occidente degli Ostrogoti Atalarico. L’Antonini riferisce di Cassiodoro (….) riferendosi all’epoca in cui in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; fra meriti che di lui ricorda, ….” nella sua “Cronaca” e, precisamente nella Epistola n. 21 del libro n. 8 faceva menzione della vittoria sui Bulgari di Cipriano e scriveva che: “Vidit te adhuc gentilis Danubis bellatorem, non te terruit Bulgarum globus & c.”, ovvero che:  “Il guerriero greco del Danubio ti vedeva ancora, la palla dei Bulgari non ti terrorizzava.”. Su questo periodo e fatti accaduti ha scritto Paolo Lamma (….), nel suo “Oriente e Occidente nell’alto Medioevo”. L’Antonini mettendo in dubbio che i Bulgari fossero venuti al seguito di Alboino, aggiungeva che: “…., degli altri leggiamo, che a tempo di Atalarico, che regnò dal DXXII. fino al DXXXII. fu contro di essi mandato Cipriano. Ricavasi questo dall’epist. 21 del lib. 8. di Cassiodoro, in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 382 scriveva che al tempo del nipote di Teodorico, Atalarico e della reggenza di sua madre Amalasunta, fu mandato Cipriano contro i Bulgari. Antonini scrive che i Bulgari calarono in Italia a quel tempo ed è molto probabile che a quel tempo, i Goti o Ostrogoti occupassero alcuni presidi delle nostre contrade. L’Antonini, continuando il suo racconto scriveva che contro Atalarico: “fu contro di essi mandato Cipriano ricavasi di essi dall’epist. 21. del lib. 8. di ‘Cassiodoro’, in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che al tempo di Atalarico, allorquando egli diventò Imperatore d’Occidente, di cui ebbe la reggenza la madre Amalasunta, allorquando i Bulgari scesero in Italia gli furono mandati contro Cipriano (secondo quanto scrive Cassiodoro). Sulla figura di Cipriano, Antonini ricorda la frase di Cassiodoro che scriveva che fra i meriti di Cipriano lui ricordava che: “Vidit te adhuc gentilis Danubis bellatorem, non te terruit Bulgarum globus & c.”. Riguardo i Bulgari, l’Antonini scrive che essi probabilmente non furono del tutto sconfitti in precedenza dall’Imperatore Teodorico. Ma, l’episodio di Cipriano e dei Bulgari che vengono respinti da Cipriano riguarda l’epoca di Atalarico ovvero subito dopo la morte di Teodorico e della sua successione. Della figura di Cipriano hanno scritto G. Romano – A. Solmi, nel loro “Le dominazioni barbariche in Italia (395-888)”, del 1940, dove a p. 211, in proposito scrivevano che: “…erano per lo più dei funzionari che, come Cipriano e Cassiodoro, vivevano nell’intimità della corte e ne godevano i favori; dei funzionari che, come ricavasi da una lettera di Atalarico, facevano imparare e parlare dai figli la lingua ostrogota per dare al re una prova di affemazione e di fedeltà (8)…..(v. p. 213),….Trovasi il re a Verona nell’anno 523, quando Cipriano, che allora copriva l’ufficio di referendario, mosse formale ecc..ecc…”. Dunque, sulla figura di Cipriano (…) citato dall’Antonini, i due studiosi dicono che si trattava di un grande funzionario del regno Ostrogoto di Teodorico e che anche dopo la sua morte affiancò Amalasunta nella reggenza del figlio Atalarico. I due studiosi non dicono nulla dei Bulgari. Essi parlano dei Gepidi e dei Franchi. Su Cipriano ha scritto Gabriele De Rosa (….), nel suo Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “A Teodorico successe il nipote Atalarico sotto la reggenza della madre, figlia del re defunto, Amalasunta. Sembrò dapprima che, specialmente per impulso di Cassiodoro, si tornasse alla politica del primo Teodorico. Ecc…Morto Atalarico nel 534, Amalasunta è costretta ad associarsi al trono il cugino Teodato, figlio di Amalafreda, sorella di Teodorico. Ecc…”. L’Antonini scriveva che Atalarico regnò dal 522 fino alla sua morte avvenuta nel 532 (dieci anni di reggenza della madre Amalasunta). Antonini scrive pure che: “Aveali bene il suo predecessore Teodorico vinti, ma forse non domati: E di questa vittoria fa il citato Cassiodoro menzione nella sua ‘Cronaca’, oltre di ciò ch’ ‘Ennodio’ nel ‘panegirico’ di questo Principe ne dice. Ecc..”. Antonini sui Bulgari scrive che Teodorico forse non li aveva del tutto domati. Inoltre, l’Antonini scrive sui Bulgari che ne parla Cassiodoro (….) nella sua “Cronaca” Ennodio (…), nel suo “penegirico di questo principe”, riferendosi a Teodorico. Antonini, a p. 382 scriveva pure che dei Bulgari è scritto sulla “Suida” (….), alla voce “Bulgari” che sappiamo che i medesimj ebbero tributari gli stessi Imperadori Costantino figlio di Eraclio e, Giustiniano II. di che ‘Biondo’ ancora nel libro 10. fa parola (2).”. L’Antonini a p. 382, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Errico Doduellio de Strabonis excerptore, nel tomo 2. è ‘Geografi antichi’, parla delle guerre e dei fatti di questa nazione ‘usque ad nauseam’. Dal Petavio, al lib. 7. par. I cap. I. Rat. semp. si ha, citando Marcellino, che i Bulgari: “Anno Christi CDXCIX. primum ausi in Rom. fines excurrere: Thraciam populati sunt; ed allora a poco a poco occuparono Acridia, e ne fecero loro Metropoli, siccome da ‘Cedreno’, da ‘Niceforo Gregora’,  e da ‘Callisto’ ha ricavato il Weslelingio, lungamente ragionando sopra il Sineedemo di Hierocle.”.

L’Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 382 parlando dei Bulgari nelle nostre terre scriveva che: “…..in quanto à Bulgari sappiamo per testimonianza di Filippo Pighafetta nella ‘vita dell’Imperador Leone (posta davanti la ‘Tattica’ di questo) che partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima, o dopo Alboino (I); ecc…”. L’Antonini si riferiva a Filippo Pigafetta (….) ed alla sua opera Trattato brieue dello schierare in ordinanza gli eserciti et dell’apparecchiamento della guerra, di Leone, per la gratia di Dio imperatore. Nuouamente dalla greca nella nostra lingua ridotto da M. Filippo Pigafetta. Con le annotationi del medesmo ne’ luoghi, che n’hanno mestieri, Venezia, appresso Francesco de’ Franceschi senese, 1586. L’Antonini dice che il Pigafetta ci parla dei Bulgari prima di parlare della Tattica di questo Imperatore. 

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno” nel vol. VIII, a pp. 33-34 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Questa terra vedesi edificata in un’altura distante dal Golfo di ‘Policastro’ miglia 2. Dalla sua situazione prese il nome, e dicono che l’aggiunta di ‘Gloriosa’ preso avesse da un’immagine di nostra ‘Donna’ che in una chiesetta nel suo castello di qualche antichità. Vedesi ancora tutta cinta di mura con le rispettive sue porte, In oggi però tutto è diruto……Un tempo erano di rito greco rilevandosi dalle antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria dè Martiri’. Vi sono tre casali, cioè ‘Rocchetta’, ‘Celle’ ed ‘Acquavena’ “. Riguardo Roccagloriosa ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua “La Lucania”, nel discorso VIII, a pp. 381, in proposito scriveva che: “Fu questa montagna così detta da Bulgari, che vi fermarono, e fortificarono; vedendosi fin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli, nel luogo appunto dove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più di un miglio lontano, e le vestigia dell’altra fortezza, che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome alla terra.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il castello di Roccagloriosa, oggi parte diruto, fu costruito dai Bulgari. L’Antonini, sempre parlando di Roccagloriosa, a p. 385, in poposito scriveva che: “Sul declinar di quella montagna chiamata di Bulgaria a tramontana trovasi la Rocca gloriosa; paese grande ed in bellissimo sito allogato: Ad esso sta quasi unito un altro picciolo paese chiamato la Rocchetta, ed ambedue hanno la veduta nè piani del Menicardo, delle montagne di Cuccaro, e di Laurito, come del mare sul seno Vibonense, o sia golfo di Policastro, e delle montagne di Basilicata e di Calabria ecc…ecc…Fu il paese così detto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono verso il Castello.”.  

Nel ‘550-553 d.C. (VI sec. d.C.), i Bulgari, al tempo della venuta di Narsete si fermarono definitivamente golfo di Policastro

Mons. Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), sulla scorta dell’Ughelli (…) e credo, dell’Antonini parlando di Roccagloriosa e del Monastero di S. Mercurio, dopo aver detto della sua fondazione ad opera del conte Normanno Leone accenna pure ai Bulgari e scriveva che: …poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di greci e di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Il Laudisio, forse sulla scorta dell’Ughelli (…), affermava che “in seguito a varie vicende”, un esercito di Greci e di Bulgari erano venuti in Italia al seguito dell’esercito del generale bizantino Narsete che fu mandato in Italia in aiuto del generale bizantino Belisario nella guerra Gota. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 415, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A dire di pd. Agatangelo da Roccagloriosa e D. Falco (Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa’, Salerno, 1968, pp. 1-65)…..Essi attribuiscono a Narsete l’introduzione nel luogo dei Bulgari, come vuole il Laudisio (v. oltre).”. Carlo Carucci (….), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, pag. 151 parlando dei toponimi della Provincia di Salerno, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria poi ricorda i Bulgari trasportativi dai Bizantini verso la fine del VI secolo (1).”. Il Carucci, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) PAUL. DIAC., V, 29 Tribù slave abitavano pure sul golfo di Policastro, che poi furono assoldate da Roberto il Guiscardo. V. Goffredo Malaterra, I, 16.”. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25, sulla scorta del Laudisio (….), in proposito scriveva che: “Successivamente si ebbero altre devastazioni nella zona, durante la guerra gotica condotta dai generali greci Belisario e Narsete, che invasero il Bruzio e la Lucania (31). Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, molti soldati bulgheri, che avevano seguito il generale nello sbarco a Policastro, vollero restare definitivamente nella vallata sotto il monte che da loro prese il nome di Bulgheria, diedero vita ai villaggi devastati e ne costruirono dei nuovi (32). I Bulgheri – secondo la tradizione – insieme agli abitanti di Rocca, raggruppati intorno alla chiesa della Madonna Assunta in cielo, uniti ai nuovi villaggi vollero costruirsi un castello di difesa sulla cima del monte roccioso, inglobandovi la chiesetta della Madonna e dando a Rocca l’appellativo di “castrum” per eccellenza.”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; V anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. L’Agatangelo, a p. 26, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Antonini , o. c., II, disc. VIII; Giustiniani Lorenzo, o. c., voce “Roccagloriosa”.”. Sulla scorta del Laudisio (….), Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, dove a p. 76 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Verso il 550 d.C., proveniente da Bisanzio, sbarcava nel Golfo di Policastro Narsete, generale dell’Imperatore Giustiniano, venuto in Italia, insieme con Belisario, per combattere i Goti di Teia. Dopo la sconfitta dei Barbari presso Nocera, nell’anno 553, i numerosi soldati bulgari che avevano seguito Narsete nell’impresa, attratti dalla bellezza dei luoghi, decisero di non far più ritorno nelle loro terre d’origine e si fermarono lungo le rigogliose valli del Bussento e del Mingardo, stabilendosi alle falde del ciclopico monte che da loro prese il nome di “Bulgheria”. Il gruppo più numeroso andò a stabilirsi sulla cima di un monte roccioso non distante da Patrizia, che offriva maggiori garanzie di sicurezza per la difesa contro eventuali attacchi nemici. Qui i Bulgari costituirono solide dimore che poi circonderanno di mura, un massiccio castello e, poichè convertiti al cristianesimo, anche una piccola chiesa dedicata alla Vergine Gloriosa. Di qui il nome di “Rocca Gloriosa” dato alla città (6) “. Il Guzzo nella sua nota (6) postillava che: “(6) L. A. Muratori: Annali d’Italia – Napoli – 1758 – vol. 5 – anno 546.”. Dunque, l’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, in proposito scriveva che: “Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da Giovanni e da Isacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo (I), con giugnere infine al porto Romano, dove si mise ad aspettar Giovanni, che ito per terra, s’impadronì di Brindisi, e poi della Calabria, de Bruzj, e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch’erano in quelle parti. Ma non attendandosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi aveva inviato trecento dè suoi più valorosi guerrieri, Belisario determinò di soccorrere come potea, ecc…”. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera De bello Gotico di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito. L’Agatangelo a p. 26, nella nota (32) postillava anche dei nuovi villaggi che dopo l’anno 554, dopo la venuta di Narsete e Belisario si andarono formando alle falde del Monte Bulgheria: Acquavena, Celle di Bulgheria, Rocchetta. L’Agatangelo parlando di Stilicone citava Antonio Ludovico Muratori (…) ed i suoi ‘Annali’, vol. IV, anno 296 ed invece è l’anno 396, ma Muratori non dice nulla di Stilicone nel golfo di Policastro. Il Muratori (…) scriveva solo che Stilicone, dopo aver sconfitto i Goti di Alarico in Grecia, dovette ritornarsene in Italia. Mentre il Muratori scrive queste notizie a p. 546. Muratori scrive solo che Stilicone firmò un patto con Alarico in Grecia e se ne ritornò in Italia. Il Guzzo, sulla scorta del Laudisio affermava non solo che nell’anno 550 il generale dell’Imperatore Costantino, Narsete sbarcò nel golfo di Policastro con la sua potente armata proveniente da Bisanzio, che era venuto in Italia insieme al generale Belisario.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Nel Cilento abbiamo soprattutto ………………(Paestum) e ……….(Velia). In base alle nostre attuali conoscenze non sappiamo infatti se l’origine di ‘Agropoli’ (11) e Ascea risalga all’antichità (12). Le due città potrebbero essere molto più antiche di quanto oggi generalmente si pensa in base a vaghe supposizioni. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni.”. Sempre il Rohlfs (….), a p. 116 (si veda la pubblicazione dell’Università di Basilicata) scriveva pure che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Ecc…”.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…‘, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. Sulle popolazioni di origine Bulgara, nelle nostre zone ha scritto pure Pietro Ebner (…..), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria.

Nel 553, dopo la vittoria di Belisario a Nocera sui Goti di Teia, i Bulgari fondarono il nuovo “castrum” di “Arce Gloriosa” (Rocca Gloriosa)

Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 381 parlando del Monte Bulgheria scriveva che: “Fu questa montagna cosiddetta da Bulgari, che vi si fermarono e fortificarono, vedendosi sin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli nel luogo appunto d’ove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più d’un miglio lontano, e le vestigia d’un altra fortezza che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome della terra…….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermarono etc…”. Dunque, il primo a parlarne fu l’Antonini che scriveva dei Bulgari che si fermarono alle falde del Monte Bulgheria e costruirono dei castelli, uno dei quali è quello di Roccagloriosa, paese che secondo l’Antonini prese il nome proprio dalla rupe occupata dai Bulgari. Mons. Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), sulla scorta dell’Ughelli (….) scrivendo di Roccagloriosa in proposito scriveva che:  ”A Rocca Gloriosa……poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Il Laudisio, forse sulla scorta dell’Ughelli (11), affermava che un esercito di Bulgari, venuti in Italia al seguito dell’esercito del generale Bizantino Narsete in aiuto di Belisario, nella guerra Gota “poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria”, e che nell’anno 550, entrarono nel castello di “Arce Gloriosa” (Roccagloriosa). Quindi, secondo il Laudisio (….), a Roccagloriosa, vi era un castello che nell’anno 550 (secolo VI d.C.), diventò il rifugio delle popolazioni Bulgare che abitavano le contrade vicine e che arrivarono molto tempo prima in occasione della Guerra Gota (…). L’Antonini (….), riguardo il paese di Roccagloriosa, scriveva in proposito: Fu paese cosiddetto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono il castello.”. Nel 590 fu conquistata dai Longobardi, che ingrandirono il castello. Dopo la sconfitta dei Goti ad opera dei generali greci Narsete e Belisario, avvenuta nell’anno 533, molti soldati bulgari decisero di non fare ritorno presso le loro sedi, ma si stabilirono nelle vallate. Da questi insediamenti il primo nucleo abitato a nascere fù Acquavena, attuale frazione del paese, e poi si sviluppò “Celle”, attualmente “Celle di Bulgheria”. Qui, intorno al castello che nel frattempo era stato edificato, costruirono le loro case che per difenderle poi circondarono con mura difensife dando così i natali a “Rocca”, ed il Termine “Gloriosa” che derivo’ dal culto religioso praticato nella chiesetta sovrastante il centro abitativo un comune limitrofo, ma il gruppo piu’ numeroso di questi venne a stabilirsi a Patrizia. Nel VI secolo, in seguito alle invasioni bulgare, presso la Rocca venne costruito un castello, e si costituirono gli abitati di Aquavena, Celle di Bulgheria e Rocchetta. Dalla Relazione di De Micco (….), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa (Arx Gloriosa), apprendiamo che: ” In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385).”. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, molti soldati bulgheri, che avevano seguito il generale nello sbarco a Policastro, vollero restare definitivamente nella vallata sotto il monte che da loro prese il nome di Bulgheria, diedero vita ai villaggi devastati e ne costruirono dei nuovi (32). I Bulgheri – secondo la tradizione – insieme agli abitanti di Rocca, raggruppati intorno alla chiesa della Madonna Assunta in cielo, uniti ai nuovi villaggi vollero costruirsi un castello di difesa sulla cima del monte roccioso, inglobandovi la chiesetta della Madonna e dando a Rocca l’appellativo di “castrum” per eccellenza.”. L’Agatangelo, a p. 26, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Antonini , o. c., II, disc. VIII; Giustiniani Lorenzo, o. c., voce “Roccagloriosa”.”. Laudisio scriveva che i Bulgari, venuti in queste terre al seguito dell’“eunuco” Narsete, “poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria”. Il Laudisio affermava pure che questi Greci e Bulgari “rimasti nelle vicinanze di un castello” : “Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Dunque, il Laudisio riteneva che questi Greci e Bulgari, nell’anno ‘550, “non sentendosi sufficientemente sicuri” entrarono nel castello “il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio”, essi “lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Dunque, il Laudisio (….), sosteneva che i Greci ed i Bulgari, che in precedenza erano venuti al seguito del generale Narsete, si fermarono nel castello “ben munito” di (di Roccagloriosa) e diedero così il nome a Roccagloriosa chiamandola “Arce Gloriosa”, ovvero “Rocca Gloriosa”. In sostanza in questo passo il Laudisio voleva anche dire che, questo castello ben munito, posto su di una rocca “Arce” a Roccagloriosa, nell’anno 550 (secolo VI d.C.), diventò il rifugio delle popolazioni Bulgare che abitavano le contrade vicine e che arrivarono molto tempo prima in occasione della Guerra Gota (…). Il Laudisio però non fornisce nessun riferimento bibliografico all’interessante notizia intorno alla venuta dei Bulgari nel nostro territorio. Dopo la sconfitta dei Goti ad opera dei generali greci Narsete e Belisario, avvenuta nell’anno 533, molti soldati bulgari decisero di non fare ritorno presso le loro sedi, ma si stabilirono nelle vallate. A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (….). Da questi insediamenti il primo nucleo abitato a nascere fu’ Acquavena, attuale frazione del paese, e poi si sviluppo’ “Celle”, attualmente Celle di Bulgheria. Qui, intorno al castello che nel frattempo era stato edificato, costruirono le loro case che per difenderle poi circondarono con mura difensife dando così i natali a “Rocca”, ed il Termine “Gloriosa” che derivo’ dal culto religioso praticato nella chiesetta sovrastante il centro abitativo un comune limitrofo. Nel VI secolo, in seguito alle invasioni bulgare, presso la Rocca venne costruito un castello, e si costituirono gli abitati di Aquavena, Celle di Bulgheria e Rocchetta. Il Guzzo afferma pure che, il generale Narsete, nell’impresa contro i Goti di Teia si fece accompagnare anche da popolazioni di Bulgari. Dalla Relazione di De Micco (…), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa (Arx Gloriosa), apprendiamo che: ”In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385).”. Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti ecc…”. Dunque, il Di Luccia scriveva che nell’anno 568, l’Imperatore d’Oriente Giustiniano succede allo zio a Narsete suo Capitano, il quale aveva cacciato i Goti.

I LONGOBARDI

Nel 568 d.C. (VI sec. d.C.), i Longobardi conquistano molti territori dell’Impero Bizantino, Lucania, Calabria e Cilento

Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, parlando della fine della guerra greco-gotica in Italia e riferendosi alla Provincia di Salerno, a p. 117, in proposito scriveva che: “Passarono allora anche le orde franche ed alemanne di Buccellino, le quali dovettero affrettarsi a lasciare le nostre terre, perchè nelle nude campagne e nei villaggi deserti non trovarono di che cibarsi (1).”. Il Carucci, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) IORDANIS, Getica, 41. Quest’opera è un’epitome della ‘Storia dei Goti’, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Nel 568-569 i Longobardi invadevano l’Italia stremata dalla guerra, molto probabilmente perché pressati dall’espansionismo avaro, anche se secondo la tradizione tramandata da Paolo Diacono (ma considerata inattendibile dalla storiografia odierna) sarebbero stati spinti a invaderla dallo stesso Narsete per vendetta contro Giustino II, che lo aveva richiamato a Costantinopoli. Ben presto l’Impero perse, dunque, il controllo dell’Italia a vantaggio dei Longobardi, conservando solo alcune zone costiere e, all’interno, un modesto corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna. Nel frattempo la Spagna bizantina subiva la controffensiva dei Visigoti condotti da re Leovigildo, che riconquistò varie città, mentre la Prefettura del pretorio d’Africa era minacciata dalle incursioni del re locale Garmul, sconfitto dal generale (e poi esarca d’Africa) Gennadio solo nel 578. Alboino (Pannonia, 530 circa – Verona, 28 giugno 572) è stato re dei Longobardi dal 560 circa al 572, anno del suo assassinio. Nel 568 guidò il suo popolo alla conquista dell’Italia, abbandonando la terra natia, la Pannonia. Riuscito nell’impresa che tutti i Germani avevano sognato (conquistare l’Italia), divenne un personaggio leggendario. Esistevano diversi canti epici longobardi sulle sue imprese; Paolo Diacono vi si ispira per numerosi episodi da lui narrati nella sua Historia Langobardorum. La storia si confonde con la fantasia, a causa delle tradizionali gesta arricchite via via con il passare del tempo, e la sua figura sfocia pertanto nella leggenda, rendendo la cronologia e i fatti molto spesso confusi. I Bizantini non offrirono resistenza, rinchiudendosi nelle loro città fortificate, il che potrebbe avvalorare la teoria di un trasferimento concordato, anche se può spiegarsi altrimenti con la tattica usuale dell’esercito bizantino, che, piuttosto che affrontare l’invasore in una battaglia con il rischio di farsi annientare l’esercito, preferiva attendere che l’invasore si ritirasse con il bottino, cosa che i Longobardi non fecero, occupando invece permanentemente le terre invase. La prima città di rilievo a cadere nelle mani di Alboino, all’inizio del 569, fu Forum Iulii (Cividale del Friuli), che il re assegnò al nipote Gisulfo, che divenne così il primo duca di Cividale con il compito di difendere l’avanzata longobarda da eventuali attacchi da est e di garantire una via di fuga. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75 parlando dell’invasione Longobarda in proposito scriveva che: “Erano trascorsi appena quindici anni dalle guerre Gotiche, quando, nel 568, in “fara”(63), avvenne l’invasione longobarda, spezzando, così, l’unità politica della Penisola. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobardi, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato , tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (63) postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (64) postillava che: “(64) P. Diacono, H. L., II, 17. N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storia Salernitana”, 1962.”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (65) postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.“. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (66) postillava che: “(66) P. Diacono, H.L., ibidem”. Il Campagna a p. 74, nella sua nota (67) postillava che: “(67) P. Diacono, H.L., III, 32“. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (68) postillava che: “(68) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (69) postillava che: “(69) P. Diacono, H.L., II, 32”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (70) postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (71) postillava che: “(71) F. Russo, Reg. Vat.,op. cit”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le ddiocesi d’Italia, op. cit.“. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (73) postillava che: “(73) P. Diacono, H. L., IV, 9”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (74) postillava che: “(74) Reg. Episc., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (75) postillava che: “(76) P. Diacono, H.L., IV, 44. A. Peronaci, Evoluzione dei termini e dei concetti di servus e sclavus, in SM’, a. VIII (1975), fasc. III-IV”. Pietro Giannone (…), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Dunque, Pietro Giannone scriveva che quando arrivarono i Longobardi ai confini con il Ducato di Benevento fino a Salerno essi conquistarono molti territori della Calabria e della Lucania. Infatti, il Giannone scriveva: “e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte.”.

Nel 568 d.C. (VI sec.d.C.), Alboino, i suoi Longobardi ed i Bulgari nel basso Cilento

Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, parlando della fine della guerra greco-gotica in Italia e riferendosi alla Provincia di Salerno, a p. 117, in proposito scriveva che: “Passarono allora anche le orde franche ed alemanne di Buccellino, le quali dovettero affrettarsi a lasciare le nostre terre, perchè nelle nude campagne e nei villaggi deserti non trovarono di che cibarsi (1).”. Il Carucci, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) IORDANIS, Getica, 41. Quest’opera è un’epitome della ‘Storia dei Goti’, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Nel 568-569 i Longobardi invadevano l’Italia stremata dalla guerra, molto probabilmente perché pressati dall’espansionismo avaro, anche se secondo la tradizione tramandata da Paolo Diacono (ma considerata inattendibile dalla storiografia odierna) sarebbero stati spinti a invaderla dallo stesso Narsete per vendetta contro Giustino II, che lo aveva richiamato a Costantinopoli. Ben presto l’Impero perse, dunque, il controllo dell’Italia a vantaggio dei Longobardi, conservando solo alcune zone costiere e, all’interno, un modesto corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna. Nel frattempo la Spagna bizantina subiva la controffensiva dei Visigoti condotti da re Leovigildo, che riconquistò varie città, mentre la Prefettura del pretorio d’Africa era minacciata dalle incursioni del re locale Garmul, sconfitto dal generale (e poi esarca d’Africa) Gennadio solo nel 578. Alboino (Pannonia, 530 circa – Verona, 28 giugno 572) è stato re dei Longobardi dal 560 circa al 572, anno del suo assassinio. Nel 568 guidò il suo popolo alla conquista dell’Italia, abbandonando la terra natia, la Pannonia. Riuscito nell’impresa che tutti i Germani avevano sognato (conquistare l’Italia), divenne un personaggio leggendario. Esistevano diversi canti epici longobardi sulle sue imprese; Paolo Diacono vi si ispira per numerosi episodi da lui narrati nella sua Historia Langobardorum. La storia si confonde con la fantasia, a causa delle tradizionali gesta arricchite via via con il passare del tempo, e la sua figura sfocia pertanto nella leggenda, rendendo la cronologia e i fatti molto spesso confusi. I Bizantini non offrirono resistenza, rinchiudendosi nelle loro città fortificate, il che potrebbe avvalorare la teoria di un trasferimento concordato, anche se può spiegarsi altrimenti con la tattica usuale dell’esercito bizantino, che, piuttosto che affrontare l’invasore in una battaglia con il rischio di farsi annientare l’esercito, preferiva attendere che l’invasore si ritirasse con il bottino, cosa che i Longobardi non fecero, occupando invece permanentemente le terre invase. La prima città di rilievo a cadere nelle mani di Alboino, all’inizio del 569, fu Forum Iulii (Cividale del Friuli), che il re assegnò al nipote Gisulfo, che divenne così il primo duca di Cividale con il compito di difendere l’avanzata longobarda da eventuali attacchi da est e di garantire una via di fuga.

Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 381 parlando del Monte Bulgheria scriveva che: “Fu questa montagna cosiddetta da Bulgari, che vi si fermarono e fortificarono, vedendosi sin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli nel luogo appunto d’ove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più d’un miglio lontano, e le vestigia d’un altra fortezza che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome della terra…….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermarono si vennero, è ben difficile a determinare; …..Allor che Alboino in Italia venne, oltre à suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi ancora Bulgari, ed altra quantità di barbare nazioni; quali in questi, ed in quei luoghi distribuite, ed allogate, diedero à paesi, ove si fermarono lor nome. Ecco come ‘Paolo di Varnefrido’, al cap. 2, lib. 2. delle cose dè Longobardi’ cel fa sapere: “Certum est Alboin (I) multos fecum ex diversis etc…”.”. Antonini scriveva che “Paolo di Venefrido” (…), nel suo “al cap. 2, lib. 2. delle cose dè Longobardi’” scriveva dei Bulgari che: “Certum est Alboin (I) multos fecum ex diversis etc…”, ovvero “Alboin è certo che ci siano molti tipi diversi di fecce e così via”L’Antonini citava “Paolo di Venefrido” e si riferiva a Paolo Diacono ed alla sua “Storia dei Longobardi”. L’Antonini a p. 381, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’eruditissimo autore della ‘Storia Civile del Regno’, allorchè al cap. 2 del libro 4, ragiona della venuta dè Bulgari in Italia, parla solamente di quella seguita nel DCLXVII sotto Grimoaldo (di cui appresso si fara parola) nè affatto fa menzione di questa al tempo d’Alboino; anzi scrive che: “Che fu qui introdotta una nuova nazione di Bulgari, quasi che mai altri non ci fossero stati di essi nelle nostre contrade; e questa stessa sentenza ostinatamente ho veduto da lui sostenere anche a voce, e prima che la sua storia scrivesse.”. L’Antonini, a p. 382 continuando il suo racconto sulle origini dei Bulgari scriveva che: “quas ali vel reges etc…………..”. L’Antonini (…) continuando il suo racconto sui Bulgari venuti al seguito dei Longobardi di Alboino, a p. 382 scriveva che: “Non è bene però credere questa cosa così assolutamente, poichè in quanto à Bulgari sappiamo per testimonianza da Filippo Pighafetta nella ‘vita dell’Imperator Leone’ (posta avanti la ‘Tattica’ di questo) che partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere che mai fossero stati da questo, o dà suoi predecessori domati, poichè di lui nol sappiamo, ecc..”. Dunque, L’Antonini scrive che Filippo Pighafetta (…), nel suo testo “Vita dell’Imperator Leone” segnalava chei Bulgari partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere che mai fossero stati da questo, o dà suoi predecessori domati, etc…”, ovvero che i Bulgari partiti dalle rive del fiume Volga vennero verso il Monte Bulgheria ma non si sa se essi vennero prima o dopo Alboino e che forse non vennero al seguito dei Longobardi di Alboino o vinti dai suoi predecessori. L’Antonini a p. 382, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Gio Antonio Magino nella sua ‘Geografia’ così della Bulgaria scrive: “Bulgaria quasi Volgaria dicitur, nimirum quia hujusmodi populi profecti a Volga circa annum domini DCLXVI. num regionem occuparunt.”. E questa opinione è stata tenuta anche da Pietro Bergeron nel suo ‘Trattato dè Tartari’ alli cap. 6 e 15.”.  

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, vol. I, a pp. 704-705, dopo aver detto dei Bulgari, in proposito scriveva che: “Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’immigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale “oltre ai suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi (in Italia) ancora Bulgari”. Pietro Ebner segnalava che l’Antonini attribuiva “l’immigrazione” nel nostro territorio dei Bugari al re Longobardo Alboino che li portò con se al seguito del suo esercito Longobardo. Secondo l’Ebner, l’Antonini credeva che i Bulgari fossero venuti al seguito di Alboino. Stessa notizia riferita da Antonini è riferita da Pietro Marcellino di Luccia (…). come vedremo in seguito.  Pietro Ebner, a p. 704, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Antonini, cit. I, p. 383 dice di averne letto i documenti esistenti nell’Archivio della Diocesi di Policastro, di cui non è traccia. Cfr. pure a p. 348: nel dire di S. Severino di Camerota scrive: “Sicuramente il paese fu edificato quando il suo sito lo rendea forte, e messo agli insulti dè vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fondato, come io verrei fermamente a credere”. Sul termine “celle”, v. a p. 343; a p. 277 confonde il monastero di S. Angelo di Perdifumo con quello “presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancor oggi le Celle, secondo cui ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio della Cava”. Pertanto ubica in questo cenobio il miracolo in cui ecc…”. Dunque, l’Antonini attribuiva la venuta dei Bulgari ad Alboino, il primo re dei Longobardi in Italia. L’Antonini (….), sulla scorta di Paolo Diacono e dell’Ignoto Cassinese, scriveva: “Con Alboino in Italia, vennero (i Bulgari), furono ancora degli altri che vi portò Alczeco (1), allorchè fu chiamato da Grimoldo primo Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi, per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo; e fu loro Bojano (2) coi vicini luoghi assegnato. Di questa venuta e di assegnazioni di stanze l’Ignoto Cassinese al num. 3. troppo secca notizia ci da colle seguenti parole: ‘Alczecus Volgarius cum hominibus ab abitantum fuscipitur’; ma l’accuratissimo Camillo Pellegrino ‘de fin. Ducat. Benev.’ ad orientem, rischiarata alquanto il luogo”. L’Antonini, prosegue il suo racconto citando il Pellegrino: Scrive egli così: ‘A Rege Grimoaldo in subsidium accersitos adversus Graecos, iisque loca ad Bojanum, e Aeserniam ad abitanndum fuisse concessa’.”. Sempre l’Antonini, sulla scorta del Pellegrino, scriveva: Ma circa l’anno DCCCXXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questifossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospadavien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagna e poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. Dunque, l’Antonini scriveva che i Bulgari venuti nel basso Cilento potevano essere quelli venuti al seguito di Alboino e poi aggiungeva ed ipotizzava forse quelli venuti più tardi con il principe “Alczeco” che furono chiamati dal Principe Longobardo Grimoaldo, primo Duca di Benevento. Antonini, infatti, scriveva che: “Con Alboino in Italia, vennero (i Bulgari), furono ancora degli altri che vi portò Alczeco (1), allorchè fu chiamato da Grimoldo primo Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi, per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo ecc..”. Riguardo le notizie dei bulgari al seguito di Alboino ha scritto anche il Di Luccia (…). Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Gio: sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571. poichè doppo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli fu assalito dalle Nationi Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato a tal fine il Reale Dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36. Duchi, ma creato nell’anno 583. Rè. Ecc..”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia parlando del territorio di S. Giovanni a Piro racconta la cronistoria dei fatti da Giustiniano fino a Ruggero I d’Altavilla. Di Luccia scriveva che dopo l’ascesa al trono dell’Imperatore Costantino, nell’anno 568, il territorio di S. Giovanni a Piro che era stato assalito dai Barbari (Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni), nell’anno 571, dopo che il suo generale Narsete aveva sconfitto e cacciati gli ultimi Ostrogoti del re Teia  furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572″. Il Di Luccia aggiunge pure che nell’anno 571, il re Alboino morì per opera di sua moglie e gli successe suo figlio Clephe il quale fu ucciso nell’anno 572. Il Di Luccia scrive che subito dopo l’anno 572, dopo la morte di Clephe, gli successe Autari. Il Di Luccia scriveva che il regno Longobardo di Autari, figlio di Clephe, si estendeva fino a Reggio Calabria, compreso i territori conquistati a cui si aggiungevano la Lucania e la Calabria che gli erano stati donati dal Duca di Benevento Zotone. Scrive ancora il Di Luccia che Autari divise il regno Longobardo in tre Principati: Capua, Benevento e Salerno.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Ecc…”.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: “Con gli Albanesi di Scanderberg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tutt’ora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colla-Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti (3), non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora) il nome Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca-Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano. Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, a p. 36, in propposito scriveva che: “Nel 568 i Longobardi iniziarono scorrerie a scopo di rapine, nella zona oggetto di studio, ma la strenua difesa della città di Bussento, impedì la conquista, grazie alle difese terrestri approntate e alla flotta bizantina. Crearono danni alle terre intorno, lungo le vie di comunicazione descritte, ma la popolazione di queste ormai o si era rifugiata tra le formidabili mura o era dispersa in luoghi nascosti, spopolando definitivamente quelle zone non altrimenti difendibili. Le bande venivano dal Vallo di Diano, lungo i corsi dei fiumi Mingardo, Sciarapotamo, Bussento e Bussentino, ma la città resistè. In concomitanza di queste ultime invasioni, ci furono anche epidemie (566-570), carestie (574 e 578) e terremoti (844) ecc…(5). Il nome di Zotone (Tatzone o Totone), primo duca beneventano, divenne un flagello ecc….”. Il Gentile a p. 37, in proposito aggiungeva che: “Anche la città di Policastro cadrà e, infatti, nel concilio romano del 679 non compare il suo vescovo. Il crollo del territorio bussentino ecc…”. Il Gentile, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pag. 29.”.

Nel VII sec. d.C., i monaci Bulgari fuggiaschi ed il rito d’Oriente

Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina.  Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. E’ invece in un altro testo che il Gaetani (…), ci parla di questo periodo storico. Si tratta del testo manoscritto del padre Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel il sacerdote Rocco Gaetani”, che pubblicò a Napoli nel 1880. Il Gaetani, a p. 21 così trascrive un passo del Mannelli: “a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte marittima, si che tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potean ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essa non fu assalita, ma fu posseduta dà Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia ecc…”. Dunque, il monaco Agostiniano Mannelli scriveva addirittura che Policastro fu posseduta dagli Imperatori d’Oriente (Greci-Bizantini).

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di novi”, a p. 77 parlando dello stanziamento di genti longobarde, in proposito scriveva che: “E’ da presumere che la forma pervenutaci (lombardo) si sia sovrapposta all’originaria (longobardo). Tra l’altro è da tener presente che nei pressi di Salento troviamo toponimi ‘Offoli’ e ‘Stàffoli’ (Omignano) e quello di ‘Lammardo’ presso Celle di Bulgheria, sede di un colonia di Bulgari alleati dei Longobardi. Ma un ‘Lammardo’ è pure nei pressi di Novi etc..”. Sempre Ebner, a p. 77, nella nota (113) postillava: “(113) F. Sabatini, Riflessi linguistici della dominazione longobarda nell’Italia mediana e meridionale, in “Atti e Memorie dell’Accademia toscana di scienze e lettere”, vol. XXVIII, 1963-1964, Firenze, 1964, p. 238 sgg. etc…”. Sul termine ‘Lammardo’, Ebner, a p. 349, in proposito scriveva pure che: “Sull’origine di Novi (1), formatosi etc….Abbiamo anche accennato ad uno stanziamento longobardo nel luogo che si evince sia dai locali toponimi, sia da residui elementi lessicali che da fonti storiche. Infatti, nei pressi di Novi è il toponimo ‘lammardo’ che troviamo anche nei pressi di Celle di Bulgheria, insediamento sicuro di Bulgari ausiliari dei Longobardi.”. Sempre Ebner, a p. 91, in proposito scriveva che: “Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). Etc…”. Ebner (….), a p. 91, nella nota (31) postillava che: “(31) L’ostilità dei monaci bizantini per il clero latino continuava (v., ante 1050, il violento attacco del metropolita di Reggio contro Chiesa e papato: Giannelli, “Atti VIII Congr. inter. Studi Bizantini, Roma, 1953, pp. 93 sgg.) ancora agli inizi del XIV secolo. Pur riconoscendo formalmente l’autorità di Roma molti monaci si sentivano ancora legati a Costantinopoli.”.

Nel VII secolo, la venuta dei Bulgari nella nostra area

Di questo piccolo centro del basso Cilento ha parlato il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, pp…….L’Antonini (…), a p. 381 in proposito scriveva che: “Fu questa montagna così detta da Bulgari, che vi si fermarono, e fortificarono; vedendosi sin da oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di due ruinati castelli ecc….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermar si vennero, è ben difficile ……….

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, a pp. 703-704-705 parlando del casale di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Paolo Diacono (1) scrive che ai tempi del duca Romoaldo di Benevento una colonia di Bulgari, guidati da un loro principe, Alzeco, giunse (680) nel ducato beneventano e pacificamente chiese di potersi stanziare nel territorio. Il duca Romoaldo consentì che s’insediassero nei luoghi deserti intorno a Cepino, Isernia e Boviano. Il principe assunse il titolo di gastaldo, di ufficiale del duca. Vi è notizia che ancora nel VIII secolo conservassero la loro nazionalità parlando la loro lingua, oltre il latino (2). Recenti ricerche tendono a mostrare (3) che il duca Romoaldo avesse consentito che parte della colonia s’insediasse pure nella zona di Paestum allora ridotta a sola riserva di caccia (‘ad capiendas aves’) e che di là si fossero spinti oltre l’Alento stanziandosi alle falde di un monte che da essi prese poi il nome (Monte Bulgheria). Goffredo Malaterra (4) poi ricorda che Roberto il Guiscardo avesse assoldato slavi di Celle (di Bulgheria) perchè conoscitori attenti di tutti i passi del territorio. Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’immigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale “oltre ai suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi (in Italia) ancora Bulgari”. Probabilmente sede di una laura con celle di monaci italo-greci, per cui il nome di Celle all’abitato sortovi intorno; il villaggio seguì le sorti di Roccagloriosa, di cui fu casale fino alla sua elevazione a sede comunale. E’ notizia però che il feudatario di Centola, oltre a esigere la bagliva di Foria esigesse anche quella di Poderia, ora frazione di Celle. Villaggio quest’ultimo di cui, a dire dell’Antonini (p. 381), furono baroni Latino Tancredi, autore del ‘de Naturae miraculis’ e del consigliere Giovanni Andrea di Giorgio, noto per le sue opere legali.”. Ebner, a p. 703, vol. I, nella nota (1) postillava che: “(1) Paolo Diacono, V, 29: Eisdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit sc. Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates (….) Usque hodie in iis, ut diximus, locis habitantes, quamquam et latinae loquantur linguae tamen propriae usum non amiserunt”. Ebner, a p. 704, nella nota (2) postillava che: “(2) F. Hirsch cit., p. 42 ricorda TEOFANE, p. 546 ad a. 671 e NICEFORO, Breviarium (ed. de Boor, p. 33, i quali affermano che l’emigrazione avvenne ai tempi dell’Imperatore Costante, nel 669, e che la parte che venne in Italia si stanziò nella Pentapoli. Un documento posteriore del principe Sicardo (a. 833) ricorda il ‘Grauso Bulgarensis’ come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughell., p. 468).”. Ebner, a p. 704, nella nota (3) postillava che: “(3) V. D’AMICO, I bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era volgare. Loro speciale diffusione nel Sannio, Campobasso, 1933. Dello stesso autore, vedi pure ‘Importanza dell’immigrazione dei bulgari nell’Italia’, “Atti 3° Convegno internaz. Studi sull’alto medioevo”, Spoleto 1959, p. 372, Cfr. pure Ebner, Storia, cit. , p. 91 specialmente Economia e Società, cit., p. 28.”. Ebner, a p. 704, nella nota (4) postillava: “(4) G. Malaterra, I, 16.”. Della cosa ha scritto pure Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Forse si riferiva all’invasione o trasmigrazione di gruppi di Bulgari nell’area. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento medievale’, vol. I, p. 261, parlando di Celle di Bulgheria, scriveva che: “Con Acquavena e Rocchetta faceva parte della baronia di Roccagloriosa (v.) dei Sanseverino.”. Sempre l’Ebner (…), parlando di Roccagloriosa, scriveva a p. 282 che: “Se ne ha notizia specialmente da documenti del ‘200”, non approfondendo e non citando affatto i privilegi citati dall’Antonini (…). Sempre l’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, ci parla di ‘Celle di Bulgheria’ e, scrive che: “Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto il Guiscardo nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’emigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale ecc..ecc..”.

Nel 662 (VII sec. d.C.), Grimoaldo I, duca del ducato Longobardo di Benevento ed i Bulgari di Altzek

Giacomo Racioppi nel suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: “Con gli Albanesi di Scanderberg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tutt’ora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colla-Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti (3), non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora) il nome Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca-Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, ecc….”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, ci parla dei Bulgari di Altzek che si recarono da Grimoaldo I. Riguardo Grimoaldo I, duca del ducato longobardo di Benevento e dei Bulgari di Altzek ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baronie popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 31, in proposito scriveva che: “Ciò a conferma che il vasto patrimonio della santa sede esistente in quella regione non era stato avocato dai duchi di Benevento (63).”. In questo passaggio l’Ebner ci parla dei Longobardi del ducato di Benevento ai tempi di Arechi II e poi di Grimoaldo, suo figlio, che iniziano ad ammorbidire la loro politica verso la chiesa. Ebner, a p. 31, nella sua nota (63) postillava che: “(63) Notevole in quei tempi la carenza demografica se il duca Grimoaldo I (647-671) fu costretto a consentire l’immigrazione di colonie di Bulgari nel beneventano e nella pianura pestana, da cui, poi, s’irradiarono fino al lontano monte Bulgheria; Ebner, Economia e Società, I, p. 28; cfr. P. Dicono cit., V., 29: “In quel tempo 667 il duca dei Bulgari, Altzek, non so perchè uscito dalla sua patria, entra pacificamente in Italia e si presenta con tutta la sua gente del suo ducato da re Grimoaldo mettendosi al suo servizio e chiedendogli di stabilirsi nel suo regno. Egli l’invitò a recarsi a Benevento presso il proprio figlio Romualdo, al quale ordinò di assegnare al duca località dove potersi stanziare insieme col suo popolo. Romualdo li accolse benignamente e l’insediò in vasti terreni rimasti fin allora deserti, cioè Sepiano (Sepino), Boviano (Bovino), Isernia ed altre città coi loro territori” ordinando ad Altzek che, deposto il titolo di duca, si chiamasse gastaldo. Ai tempi di Paolo Diacono gli abitanti di quei luoghi non avevano dimenticato la propria lingua.”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II a p. 487 parlando di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, Pietro Ebner parlando di S. Giovanni a Piro scriveva che il villaggio  “…è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, l’Ebner riguardo al toponimo di “Bulgheria” scriveva che esso ricordava l’immigrazione bulgara in Italia del 667. Infatti, l’Ebner (….), a p. 487, nella sua nota (1) postillava che: “(1) P. Diacono cit., VI 29.”. Pietro Ebner citava l’opera di Paolo Diacono. Paolo Diacono (in latino: Paulus Diaconus, pseudonimo di Paul Warnefried o Paolo di Varnefrido o anche Paolo di Warnefrit (Cividale del Friuli, 720 circa – Montecassino, 13 aprile 799) è stato un monaco cristiano, storico, poeta e scrittore longobardo di lingua latina. La Historia Langobardorum, in sei libri, è un’opera che nello stile si riconosce nel latino monacale, ma nei contenuti è passionalmente longobarda dove giustifica ogni azione ed ogni forma di conquista come prestabilite dal fato. La strutturò come ideale continuazione dell’Historia Romana dai tempi di Giustiniano. Anche questa è una storia tronca, la ferma a Liutprando, cristallizzandola al massimo splendore e omettendone la decadenza. È un libro molto importante anche per lo studio della storia degli sloveni, poiché esso risulta la fonte storiografica più antica che documenta l’arrivo delle popolazioni slave nella pianura friulana attorno al 670. La Historia Langobardorum è l’opera più importante scritta da Paolo Diacono. È suddivisa in sei libri e tratta della storia del popolo Longobardo dalle origini al suo apice: la morte del re Liutprando nel 744. Esistono 115 copie dell’originale, ora perduto, e una delle copie più antiche e corpose è il Codice Cividalese (Cod. XVIII) della Historia Langobardorum, conservato nel Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli. Dunque, Pietro Ebner cita il VI libro della ‘Historia Longobardorum’, p. 29 e cita anche l’anno 670 in cui Paolo Diacono ci parla della venuta nel basso Cilento dei Bulgari. Il VI libro parla della storia da Cuniperto alla morte di Liutprando. Qui si ferma la storia, cristallizzata al momento in cui la decadenza non era iniziata; fra l’altro è il periodo vissuto in prima persona da Paolo Diacono, nella prima parte della sua vita. Il Sesto Libro s’interrompe durante il regno di Re Liutprando e pare che il motivo di tale interruzione sia che Paolo Diacono abbia tralasciato volontariamente la parte di storia successiva al regno di Liutprando, in modo tale da non dover descrivere il periodo della decadenza e la vittoria dei Franchi ai danni del suo popolo. Il Khan (Principe) Bulgaro Alsec giunse in Italia nel VII secolo, con un seguito di circa 2000 seguaci, chiedendo, e ottenendo, d’apprima ospitalità ai Bizantini dell’esarcato bizantino  di Ravenna. Si mosse poi al sud col permesso di Grimoaldo I duca di Benevento alla guida di circa 700 individui. Paolo Diacono (il maggior storico dei Longobardi, cronista di Carlo Magno, libro V, 29, la cui storia si era arrestata all’epoca di Liutprando), nella sua cronaca scrisse che nell’anno 652 circa, condotti dal loro duca Alzeco (anche Alzecco, Altsek, Alcek) cercarono rifugio dagli avari con i longobardi e richiesero della terra al re longobardo Grimoaldo I, del Ducato Longobardo di Benevento, in cambio dei servizi militari “per una ragione sconosciuta“, sistemandosi all’inizio vicino a Ravenna e in seguito muovendosi verso sud. Grimoaldo, spedì Alzeco e i suoi seguaci verso il Ducato di Benevento per dare una mano a suo figlio Romoaldo e venne loro assegnata da lui la terra a nord-est di Napoli nelle “spaziose, ma al tempo deserte” città di Sepino, Bovianum (Boiano) e Isernia, nell’odierno Molise. Invece di essere confermato quale duca, Alzeco venne insignito del titolo longobardo di gastaldo. Paolo Diacono, nella sua Historia gentis Langobardorum, scrisse dopo il 787 che al suo tempo i bulgari abitavano ancora quell’area e che avevano cominciato a parlare “latino” anche se “non hanno dimenticato l’uso della propria lingua”.

Nell’anno ‘667, nel basso Cilento arrivarono i Bulgari con il Principe Alzeco

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(Fig. 3) Il Khan bulgaro Alsec – la sua statua a Bosco

Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 383 parlando del Monte Bulgheria e dei Bulgari, in proposito scriveva che: “Oltre a già detti che, con Alboino in Italia vennero, furonvi ancora degli altri, che vi portò Alczeco (I) allor che fu chiamato da Grimoaldo primo Duca di Benevento, e Rè dè Longobardi, per difendere Romualdo suo figlio contro l’Imperador Costanzo; e fu loro Bojano (2) cò vicini luoghi assegnato. Di questa venuta, di assegnazion di stanze l”Ignoto Cassinese’ al num. 3 troppa secca notizia ci dà colle seguenti parole: “…….” etc…”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II a p. 487 parlando di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, Pietro Ebner parlando di S. Giovanni a Piro scriveva che il villaggio  “…è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Dunque, l’Ebner riguardo al toponimo di “Bulgheria” scriveva che esso ricordava l’immigrazione bulgara in Italia del 667. Infatti, l’Ebner (….), a p. 487, nella sua nota (1) postillava che: “(1) P. Diacono cit., VI 29.”. Pietro Ebner citava l’opera di Paolo Diacono. Paolo Diacono (in latino: Paulus Diaconus, pseudonimo di Paul Warnefried o Paolo di Varnefrido o anche Paolo di Warnefrit (Cividale del Friuli, 720 circa – Montecassino, 13 aprile 799) è stato un monaco cristiano, storico, poeta e scrittore longobardo di lingua latina. La Historia Langobardorum, in sei libri, è un’opera che nello stile si riconosce nel latino monacale, ma nei contenuti è passionalmente longobarda dove giustifica ogni azione ed ogni forma di conquista come prestabilite dal fato. La strutturò come ideale continuazione dell’Historia Romana dai tempi di Giustiniano. Anche questa è una storia tronca, la ferma a Liutprando, cristallizzandola al massimo splendore e omettendone la decadenza. È un libro molto importante anche per lo studio della storia degli sloveni, poiché esso risulta la fonte storiografica più antica che documenta l’arrivo delle popolazioni slave nella pianura friulana attorno al 670. La Historia Langobardorum è l’opera più importante scritta da Paolo Diacono. È suddivisa in sei libri e tratta della storia del popolo Longobardo dalle origini al suo apice: la morte del re Liutprando nel 744. Esistono 115 copie dell’originale, ora perduto, e una delle copie più antiche e corpose è il Codice Cividalese (Cod. XVIII) della Historia Langobardorum, conservato nel Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli. Dunque, Pietro Ebner cita il VI libro della ‘Historia Longobardorum’, p. 29 e cita anche l’anno 670 in cui Paolo Diacono ci parla della venuta nel basso Cilento dei Bulgari. Il VI libro parla della storia da Cuniperto alla morte di Liutprando. Qui si ferma la storia, cristallizzata al momento in cui la decadenza non era iniziata; fra l’altro è il periodo vissuto in prima persona da Paolo Diacono, nella prima parte della sua vita. Il Sesto Libro s’interrompe durante il regno di Re Liutprando e pare che il motivo di tale interruzione sia che Paolo Diacono abbia tralasciato volontariamente la parte di storia successiva al regno di Liutprando, in modo tale da non dover descrivere il periodo della decadenza e la vittoria dei Franchi ai danni del suo popolo. Il Khan (Principe) Bulgaro Alsec giunse in Italia nel VII secolo, con un seguito di circa 2000 seguaci, chiedendo, e ottenendo, d’apprima ospitalità ai Bizantini dell’esarcato bizantino  di Ravenna. Si mosse poi al sud col permesso di Grimoaldo I duca di Benevento alla guida di circa 700 individui. Paolo Diacono (il maggior storico dei Longobardi, cronista di Carlo Magno, libro V, 29, la cui storia si era arrestata all’epoca di Liutprando), nella sua cronaca scrisse che nell’anno 652 circa, condotti dal loro duca Alzeco (anche Alzecco, Altsek, Alcek) cercarono rifugio dagli avari con i longobardi e richiesero della terra al re longobardo Grimoaldo I, del Ducato Longobardo di Benevento, in cambio dei servizi militari “per una ragione sconosciuta“, sistemandosi all’inizio vicino a Ravenna e in seguito muovendosi verso sud. Grimoaldo, spedì Alzeco e i suoi seguaci verso il Ducato di Benevento per dare una mano a suo figlio Romoaldo e venne loro assegnata da lui la terra a nord-est di Napoli nelle “spaziose, ma al tempo deserte” città di Sepino, Bovianum (Boiano) e Isernia, nell’odierno Molise. Invece di essere confermato quale duca, Alzeco venne insignito del titolo longobardo di gastaldo. Paolo Diacono, nella sua Historia gentis Langobardorum, scrisse dopo il 787 che al suo tempo i bulgari abitavano ancora quell’area e che avevano cominciato a parlare “latino” anche se “non hanno dimenticato l’uso della propria lingua”.

La presenza nel nostro territorio di testimonianze che fanno risalire a questa popolazione sono numerose. Forse essi si stabilirono anche nel nostro territorio, ripopolando alcuni centri che gravitano intorno al Monte Bulgheria. Dal punto  di vista strettamente storiografico, la presenza di popolazioni bulgare nel nostro territorio, nel VII secolo, è legata soprattutto al toponimo del Monte Bulgheria e, l’ipotesi che genti Bulgare, al seguito del Principe Alsec, si fossero stabilite anche nel nostro territorio, fondando alcuni centri a ridosso del Monte Bulgheria, non è del tutto campata in aria. Nel 671, alla morte del padre, Romualdo, divenne a tutti gli effetti duca di Benevento. Di quel periodo (VII secolo) abbiamo un’altra notizia che riguarda le nostre terre che, andrebbe ulteriormente indagata. La notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria. Infatti, come scrive nella sua cronaca del tempo, il cronista di Carlo Magno, Paolo Diacono, nel VII secolo, i Longobardi del Ducato di Benevento, accolsero nel proprio regno una popolazione ariana, quella Bulgara, venuta nel Ducato di Benevento, chiamata proprio dal Duca Longobardo Grimoaldo I, per insediare ed occupare alcuni territori come il nostro – all’epoca ancora Thema bizantino – ai quali i Longobardi miravano. I Longobardi del Ducato di Benevento, erano in continua lotta con i greci-bizantini dell’Impero di Bisanzio che dominava ancora su gran parte del Mezzogiorno e, accolsero la popolazione Bulgara anch’essa in lotta contro i Bizantini. Infatti, fu proprio l’Imperatore bizantino Costante II, uno dei maggiori oppositori alla popolazione Bulgara del Khan Alzeco (che le cronache chiamano Alczeco). A Bosco, un paese alle falde del Monte Bulgheria, la cittadinanza ha fatto fare una statua del Principe Bulgaro Alzeco. Al tentativo dell’Imperatore Costante II (detto Pogonato – il barbuto), di invadere il Ducato di Benevento, la dura risposta del duca Grimoaldo I e di suo figlio Ro-mualdo, li indusse a chiamare ed accogliere la popolazione in lotta con i greci di Bisan-zio. Nel VII secolo, anche il papato iniziava a temere di meno i Longobardi mentre si trovava al contrario in continue dispute dottrinali contro Bisanzio che cercava d’imporre la propria egemonia su questi territori. E’ a causa delle lotte tra il papato ed i Longobardi del Ducato di Benevento contro gli Imperatori di Bisanzio che furono accolte e mandate nel nostro territorio, da sempre resistente al rito greco-bizantino. Infatti, i Bizantini, in seguito pensarono di assecondare le mire espansionistiche arabe (Saraceni) e fecero del tutto per arginare l’avanzata del cattolicesimo in queste terre. Stessa cosa si può dire per i papi di Roma che fecero di tutto per arginare l’Impero di Bisanzio e contrastarne l’avanzata. Lo stesso Papa Martino I, di cui ritroviamo dei Vescovi di Blanda e di Busento al Concilio da lui organizzato, avrà un duro scontro teologico con l’Imperatore Costante II che lo fece deportare ed uccidere. I Longobardi di Grimoaldo I, divennero alleati, protetti dai papi e utili ad arginare le mire espansionistiche di Bisanzio. L’Antonini (2), sulla scorta di Paolo Diacono e dell’Ignoto Cassinese, scriveva: “Con Alboino in Italia, vennero (i Bulgari), furono ancora degli altri che vi portò Alczeco (1), allorchè fu chiamato da Grimoldo primo Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi, per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo; e fu loro Bojano (2) coi vicini luoghi assegnato. Di questa venuta e di assegnazioni di stanze l’Ignoto Cassinese al num. 3. troppo secca notizia ci da colle seguenti parole: ‘Alczecus Volgarius cum hominibus ab abitantum fuscipitur’; ma l’accuratissimo Camillo Pellegrino ‘de fin. Ducat. Benev.’ ad orientem, rischiarata alquanto il luogo”. L’Antonini, prosegue il suo racconto citando il Pellegrino: Scrive egli così: ‘A Rege Grimoaldo in subsidium accersitos adversus Graecos, iisque loca ad Bojanum, e Aeserniam ad abitanndum fuisse concessa’.”. Dunque, secondo alcuni, genti venute dalla Bulgheria, anche se, alcuni studiosi dubitano che essi originino dai barbari D’Aleczone, che la storia ricorda accolti nel Ducato di Benevento per opera di Grimoaldo, oppure dai Bulgheri che seguirono Alboino. Racioppi dice che il toponimo del Monte Bulgheria provenga da alcune famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, ma bulgari di nazionalità. Il Troya (8), sulla scorta di Paolo Diacono (9), scrive che negli anni 668-670 vi sarà l’arrivo de’ nuovi Bulgari. “D’Ariano ch’egli era il Re Grimoaldo, in sul terminar de’ suoi giorni, si fece Cattolico. Nel suo penultimo anno si vide giungere Aleczone in Italia, Duca de’ Bulgari. Veniva dal Danubio nella penisola, già conquistata da’ suoi concittadini, compagni d’Alboino, che l’abitavano tuttora, chiedendo terre a Grimoaldo, ed ottenendole in premio delle profferte di servir con la sua spada il regno Longobardo. “. Secondo Paolo Diacono (cronista di Carlo Magno), nell’anno ‘658, quando i Bulgari, uniti ai Longobardi di Alboino, arrivarono nell’Italia settentrionale per ivi stabilirsi. Poi, in seguito – narra sempre il Diacono – “i Bulgari di Aleczone, arrivarono nell’anno ‘667, chiamati dal Duca di Benevento Grimoaldo I, Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi (figlio di Arechi), “per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo” come scrive l’Anonimo Cassinese, nel suo libro 3. Paolo Diacono, si riferisce all’Imperatore di Bisanzio (greco-bizantino), Costante II (detto Pogonato – il barbuto) che era in guerra contro i Longobardi (‘papalini’), quando ancora i confini dell’Impero Bizantino in Italia non erano del tutto ben delineati. I Longobardi del Ducato di Benevento, erano i migliori alleati del papato, perchè gli unici – prima dell’ascesa di Carlo Magno – a poter fermare le mire espansionistiche dell’Impero Bizantino nell’ Italia meridionale. I Bulgari di Aleczone, si misero al servizio del Principe Longobardo Grimoaldo I e di suo figlio Romualdo Duca di Benevento che li accolse e gli assegnò delle terre dove potersi stabilire e vivere che, il Diacono affermava essere rimasti ‘deserti’. La colonizzazione di gente bulgara, pare che si sia estesa in molte parti della Calabria e della Puglia ed in modo particolare nel ‘basso Cilento’, dove, intorno alla montagna del ‘Bulgheria’, loro, ripopolarono diversi centri interni come Centola, Sanseverino di Centola, Camerota, Roccagloriosa, Celle di Bulgheria, Poderia, Bosco e, S. Giovanni a Piro. Alcuni vogliono credere che la ragione di scegliere le nostre terre fosse il fatto che esse fossero deserte e che quindi potevano essere per loro una ragione di più per mettervi radici. Secondo il D’Amico (10), pare che della loro lingua, sia rimasta traccia in alcuni termini dialettali, come ad esempio ‘pass (cane) là’. Anche l’Hirsch (11), ha parlato dei Bulgari. Hirsch, parlando di Romualdo (il figlio di Grimoaldo I), scriveva: “…per ordine del re, Romoaldo accolse in Benevento una schiera di Bulgari che, in occasione della grande emigrazione di quel popolo, era venuta in Italia sotto il suo principe Alzeco e pacificamente avea chiesto terre da abitare. Il duca la stabilì al nord della capitale, nel territorio che giaceva ancora disabitato intorno ad Isernia e a Boviano; e quel principe divenne, sotto il titolo di gastaldo, un ufficiale ducale. I loro discendenti ancor nell’VIII secolo conservono quivi la propria nazionalità e parlavano, oltre al latino, il loro patrio linguaggio (1).”. Hirsch, nella sua nota (1), scrive: Paulus Diacono, V, 29; Theophanes, a. 671 (p. 546) e Nicephori ‘Breviarum’ (ed. de Boor, p. 33) secondo i quali l’emigrazione de’ Bulgari cadde al tempo dell’Imperatore Costante, quindi prima del 669; e la parte, che venne in Italia, si stabilì nella Pentapoli.”. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli. L’episodio è raccontato dal Patriarca di Costantinopoli, Niceforo, nella sua cronaca dell’epoca (fine secolo VIII): Ioannis Antiocheni Fragmenta ex Historia chronica. Niceforo, che aveva fatto imprigionare l’Imperatrice (Basilissa) Irene, – come ci dice l’Hirsch (11) – conferma ciò che affermava Troya (8), ovvero che: secondo i quali l’emigrazione de’ Bulgari cadde al tempo dell’Imperatore Costante, quindi prima del 669.”. L’Imperatore bizantino Costante II (detto Pogonato – il barbuto), nel 663, sbarcato a Taranto, condusse l’ultima vera e decisa azione dell’Impero Romano d’Oriente diretta a riconquistare i territori occidentali e a riaffermare nei fatti la superiorità formale dell’Impero. Egli strinse un’alleanza con i Franchi di Neustria, che aggredirono il re-gno longobardo da nord, mentre il basileus aggrediva il ducato di Benevento. Il duca di Benevento Romualdo non aveva forze sufficienti per fronteggiare l’aggressione bizantina e, Grimoaldo suo padre non lo poté inizialmente aiutare perché impegnato nel respinge-re l’invasione franca del Nord Italia. Tuttavia, Grimoaldo, sconfitti i Franchi, accorse in aiuto del figlio e riuscì ad attraversare gli Appennini con il suo esercito nonostante l’esarca di Ravenna Gregorio II l’aspettasse al varco per impedirgli di raggiungere il ducato beneventano. Le popolazioni Bulgare, sul nostro territorio, controllato dai Longobardi ma ancora ambito dai Bizantini, continuarono a restare e a ripopolare centri interni anche in seguito alle prime conquiste Normanne di Roberto il Guiscardo. Un documento del 1080, citato nella Lucania dell’Antonini – che dice esistesse nell’Archivio Diocesano di Policastro (2) e, poi citato anche dal Racioppi (3), sulla scorta del Pellegrino (4), di Ammirato (5) e, di Porfirogenneta (6), l’Antonini scriveva che si parla di alcune concessioni (privilegi concessi) del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte”, “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”, “parole che dimostrano che a quel tempo non eran pochi”.

Sempre l’Antonini, sulla scorta del Pellegrino, scriveva: Ma circa l’anno DCCCXXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospada vien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”. L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagnae poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. L’Antonini, cita anche un’antico privilegio (donazione) dell’anno 1114 che Costanza, moglie di Boemondo I (detto Principe di Antiochia – figlio primogenito di Roberto il Guiscardo), fece al Monastero di S. Pietro Imperiale di Taranto e, dove si leggono di numerose famiglie di Bulgari. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’, riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Hirsch (11), nella sua nota (1) di p. 56 del suo ‘Il Ducato di Benevento sino alla caduta del Regno Longobardo, (11), ci parla delle popolazioni Bulgare che vennero nel Ducato e si stabilirono sotto il Monte Bulgheria con il loro principe Alzeco e dice che le notizie intorno ai Bulgari di Alzeco, possono essere tratte da Paolo Diacono, V, 29, da Theophanes, a. 671 (p. 546) e Nicephori, Breviarium (ed. de Boor, p. 33), secondo i quali l’emigrazione dei Bulgari cadde al tempo dell’Imperatore Costante, quindi prima del 669 e cita anche un documento posteriore al Principe Sicardo dell’833 che nomina il Grauso Bulgarensis come possessore di terre in Puglia (Anecd, Ughelli, p. 468). L’episodio è raccontato dal Patriarca di Costantinopoli, Niceforo, nella sua cronaca dell’epoca (fine secolo VIII): ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex Historia chronica’.

Carta del Cilento

(Fig. 5) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (26). L’Ebner, a proposito delle popolazioni di Bulgari, parlando delle origini di Novi (Velia), a p. 349 (23), riferisce che: Tra l’altro è da tener presente che nei pressi di Salento troviamo i toponimi Offolie Staffoli (Omignano) e quello di Lammardo presso Celle  di Bulgheria, sede di una colonia di Bulgari alleati dei Longobardi.“.

L’Ebner (23), sulla scorta di Paolo Diacono (9) e di Goffredo Mataterra (24), parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini. “.

Sempre l’Ebner (23) a p. 349, a proposito dei Bulgari, scriveva: Abbiamo anche accennato ad uno stanziamento longobardo nel luogo che si evince dai locali toponimi, sia da residui elementi lessicali, che da fonti storiche. Infatti, nei pressi di Novi, è il toponimo ‘Lammardo’ che troviamo anche nei pressi di Celle Bulgheria, insediamento sicuro di Bulgari ausiliari dei Longobardi.”. Infatti il Lo Curto (24), nella sua traduzione del Cap. XVI del Libro I del Malaterra, scrive: “Assieme a soldati Schiavoni compie razzie nel territorio circostante. Il Guiscardo che aveva con se una sessantina di uomini detti Schiavoni (24), che conoscevano tutta la Calabria. Roberto il Guiscardo, mentre si tratteneva a Scribla e valorosamente contrastava i Calabresi ecc..”. Lo Curto, spiega poi chi erano i soldati ‘Schiavoni’ di cui si era servito il Guiscardo: “Appartenenti a popolazioni slave insediatesi lungo le coste adriatiche, nell’area di influenza bizantina.”. Un’interessante notizia ci è data dal Palazzo (25) che parlando di S.Giovanni a Piro e dell’antica Abbazia, scriveva di una grotta: “A quanto raccontano i vecchi di questo Comune, il predetto Castello e la Chiesa – a mezzo di un camminamento sotterraneo – erano collegati ad una grotta che si apre sul fianco orientale della BULGHERIA, dove esistono tutt’ora resti di antiche costruzioni murarie, con palesi accorgimenti di scopi protettivi, opere che si fanno risalire ai frati Basiliani, i quali, senza alcun dubbio, si dovettero servire di quell’antro solitario ed impervio ecc..”. La notizia andrebbe ulteriormente indagata anche per la relazione che la grotta potrebbe avere con la presenza nella zona delle popolazioni bulgare di cui abbiamo parlato piuttosto delle comunità di monaci Basiliani che pure iniziarono a frequentare i territori limitrofi alla montagna proprio in quegli anni. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), parlando di un monastero a Roccagloriosa, scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio ecc…Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo..”  e poi, parlando delle origini e delle popolazioni Bulgare fin quì giunte, senza citare le fonti scriveva: “…poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e i unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono Arce Gloriosa ossia Rocca Gloriosa. Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio, forse sulla scorta dell’Ughelli (…), affermava che un esercito di Bulgari, venuti in Italia al seguito dell’esercito del generale Bizantino Narsete in aiuto di Belisario, nella guerra Gota “poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria”, e che nell’anno 550, entrarono nel castello di Arce Gloriosa (Roccagloriosa). Quindi, secondo il Laudisio (…), a Roccagloriosa, vi era un castello che nell’anno 550 (secolo VI d.C.), diventò il rifugio delle popolazioni Bulgare che abitavano le contrade vicine e che arrivarono molto tempo prima in occasione della Guerra Gota.

Nel 907 Costantinopoli venne posta sotto assedio e l’Impero dovette pagare un tributo annuo allo scopo di riscattare i numerosi prigionieri di guerra e ristabilire la pace. Il barone Giuseppe Antonini (…), sulla scorta del Pellegrino, scriveva: Ma circa l’anno DCCC XXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospada vien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”. L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo I, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagnae poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. L’Antonini, cita anche un’antico privilegio (donazione) dell’anno 1114 che Costanza, moglie di Boemondo I (detto Principe di Antiochia – figlio primogenito di Roberto il Guiscardo), fece al Monastero di S. Pietro Imperiale di Taranto e, dove si leggono di numerose famiglie di Bulgari. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’, riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Hirsch (…), nella sua nota (1), scriveva: Un documento posteriore al principe Sicardo dell’833 nomina il Grauso Bulgarensis come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughelli., p. 468).”. Il barone Giuseppe Antonini (…), sulla scorta del Pellegrino, a p. 383 riferendosi ad alcune popolazioni bulgare “gli altri, che vi portò Alczeco”, in proposito scriveva che: Ma circa l’anno DCCC XXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospada vien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”.

Antonini, p. 381

Antonini, p. 382

Antonini, p. 383

Antonini, p. 384

(Fig….) Antonini (…), Discorso VIII, pp. 381 e ss.

L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo I, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagna e poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. L’Antonini, cita anche un’antico privilegio (donazione) dell’anno 1114 che Costanza, moglie di Boemondo I (detto Principe di Antiochia – figlio primogenito di Roberto il Guiscardo), fece al Monastero di S. Pietro Imperiale di Taranto e, dove si leggono di numerose famiglie di Bulgari. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’, riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Hirsch (…), nella sua nota (1), scriveva: Un documento posteriore al principe Sicardo dell’833 nomina il Grauso Bulgarensis come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughelli., p. 468).”. E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. La moderna storiografia professionale ha archiviato l’opinione diffusa 50 anni fa che c’era una politica aggressiva di latinizzazione dei monasteri italo-greci nel Mezzogiorno nell’XI e XII secolo. L’importante era solo che le chiese secolari episcopali riconoscevano la giurisdizione canonica di Roma invece di Costantinopoli. Il vescovo di Policastro poteva ordinare preti latini sia greci.

Nel 1080, Roberto il Guiscardo e le sue concessioni fatte ai Bulgari nelle nostre terre

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, a pp. 704, vol. I parlando del casale di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), etc…”. Ebner, a p. 704, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Antonini, cit., I, p. 383 dice di averne letto in documenti esistenti nell’Archivio della Diocesi di Policastro, di cui non è traccia. Cfr. pure a p. 348: nel dire di S. Severino di Camerota scrive: “Sicuramente il paese fu quivi edificato perchè il suo sito lo rendea forte, e messo agli insulti de’ vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fondato, come io vorrei fermamente a credere”. Etc…”. Ebner, a p. 704, vol. I, nella nota (6) postillava che:  “(6) Utiliter de illorum in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus. Antonini, p. 383.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando dei Bulgari del Principe “Alczeco”, a p. 383, in proposito scriveva che: “o quelli d’Alboino, vennero ad occupare la montagna, di cui ragioniamo, dandole dalloro nome quello di Bulgaria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede di alcune concessioni del MLXXX. da Roberto Guiscardo fatte, che nell’Archivio Vescovile di Policastro si conservano; ed in esse si dice: “Utiliter de illorum samulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus; parole che dimostrano, che ancora a quel tempo non eran pochi.”.

Antonini, p. 383

Dunque, secondo l’Antonini, nell’Archivio della Diocesi di Policastro egli avesse visto alcune concessioni del 1080, fatte da Roberto il Guiscardo alle popolazioni di Bulgari che abitavano in queste nostre zone. Antonini scriveva che in una di queste concessioni fosse scritto “Utiliter de illorum samulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus ” che tradotto significa Abbiamo beneficiato del loro servizio nei territori della Puglia e del Salerni”. Dunque, secondo l’Antonini, in una di queste concessioni del Guiscardo ai bulgari del posto vi è scritto che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1080 concede dei benefici e scriveva perchè egli aveva beneficiato del loro servizio nei territori della Puglia e del Salerni. Sul documento del 1080, citato dall’Antonini che dice aver visto nell’Archivio della Diocesi di Policastro ha scritto Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano. Ecc….”. Dunque, il Racioppi (….), cita l’antico documento dell’anno 1080 citato dall’Antonini e come al solito ne dubita l’esistenza, ma aggiunge che: “è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano”. L’Antonini, proseguendo il suo racconto cita un passo del Pellegrino (….) che parla di Grimoaldo. Antonini, sempre a p. 383, continuando a parlare dei Bulgari nelle nostre contrade, in proposito scriveva pure che: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel 1040 ‘Anno MXL. (dice Lupo Protospata) praedictus Dulchianus excussit Contractos de Apulia’. Questo nell’anno 1039. dallo stesso Protospata etc…”. L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. Sulle popolazioni di origine Bulgara, nelle nostre zone ha scritto pure Pietro Ebner (…..), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 376, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 91 parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). Ecc…”. Infatti, Vito Lo Curto (…..), nella sua traduzione del Cap. XVI del Libro I del Malaterra (….), in proposito scriveva che: “Assieme a soldati Schiavoni compie razzie nel territorio circostante. Il Guiscardo che aveva con se una sessantina di uomini detti Schiavoni (24), che conoscevano tutta la Calabria. Roberto il Guiscardo, mentre si tratteneva a Scribla e valorosamente contrastava i Calabresi ecc..”. Lo Curto, spiega poi chi erano i soldati ‘Schiavoni’ di cui si era servito il Guiscardo: “Appartenenti a popolazioni slave insediatesi lungo le coste adriatiche, nell’area di influenza bizantina.”. Il Racioppi, sempre riferendosi a questi Bulgari nelle nostre terre prosegue il suo racconto e scriveva che: “Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Attanasio)

(2) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(3) Racioppi G., Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoescher, pp. 102 e 134.

(4) Pellegrino C., Historia principum Longobardorum, Napoli, ed. tip. de Simone, 1753, tomo IV, p….

(5) Ammirato Scipione, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, ed. Marescotti Giorgio, 1780.

(6) Nicephoro, Ioannis Antiocheni Fragmenta ex Historia chronica, stà a p. 22 del Catalogus Bibliotecae Gustavi Schroeteri, ed.

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

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(7) Gay I, L’Italie meridionale et l’Impire byzantine etc, Paris, 1904; si veda pure: L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54; si veda pure ristampa a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, 2013.

(8) Troya C., Storia dell’Italia nel medio-evo, ed. Stamperia Reale, Napoli, 1841, vol. I, pp. 141 e 142.

(9) Diacono Paolo, Historia gentis Longobardorum, Libro V, cap. 29, dove ci parla delle popolazioni Bulgare venute in Italia.

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(10) D’Amico Vincenzo, I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campo-basso, 1933, p. 44

(11) Hirsch F., Il Ducato di Benevento sino alla caduta del Regno Longobardo, traduzione di M. Schipa, ed. L. Roux e C., Torino, 1890. Ci parla dei vescovadi vacanti della Lucania  nell’anno 591 (Gregorii M., Reg. II, 42 (n. 1195), p. 16 e a p. 56 ci parla delle popolazioni Bulgare che vennero nel Ducato e si stabilirono sotto il Monte Bulgheria con il loro principe Alzeco. Hirsch, nella sua nota (1) di p. 56, dice che le notizie intorno ai Bulgari di Alzeco, possono essere tratte da Paolo Diacono, V, 29, da Theophanes, a. 671 (p. 546) e Nicephori, Breviarium (ed. de Boor, p. 33), secondo i quali l’emigrazione dei Bulgari cadde al tempo dell’Imperatore Costante, quindi prima del 669; Hirsch, cita un documento del Principe Sicardo dell’833 nomina il Grauso Bulgarensis come possessore di terre in Puglia (Anecd, Ughelli, p. 468).  

Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lan-cusi, 2002.

(12) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, ed. Ripo-stes, Roma, 1888, p. 117.

(13) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Noti- zia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600.

(14) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(15) Duchesne L., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde), in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367), stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370.

(16) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, da p. 113, 120. Si veda pure p. 132 e p. 137 dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.

(17) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(18) Gaetani Rocco, ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17.  Gaetani R., L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. Si veda sempre dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (31) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…). Si veda pure dello stesso autore: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblio-teca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(19) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, ‘Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana’, 1891, pag. 153. Il manoscritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, ha scritto nel suo “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”. Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, ‘Padula’, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro – che mi fu donato da Gerardo Ritorto – a p. 520 e 521. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘L’antica Bussento oggi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani’, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Il Gaetani, dice che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., ‘La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati’, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” e, nella sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. 

(20) Romanelli D., Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815.

(21) Troyli P.P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pu- re: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento. Si veda pure: Attanasio F., Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà in ” I Corsivi”, n. 12, 1978. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135.

(22) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 34.

(23) Ebner P., Storia di un Feudo del Mezzogiorno. La Baronia di Novi, Ed. di Storia e Letteratura, Thesaurus Ecclesiarum Italiae, a cura di Gabriele De Rosa, Roma, 1973, XII, 2, p. 77, 91 e 349.

(24) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte I, cap. XVI, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Lo cita Ebner (23), a p. 91. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(25) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di San Giovanni a Piro, ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006, pp. 30 e s.

(26) (Figg. 1-5) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Na-poli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanuc- ci. Della carta in questione, abbiamo ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita dell’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. 

(27) Ebner P., Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento, ed. di Storia e Letteratura, XII, 6, Cmpania, Roma, 1982; si veda: vol. I, Cap. I, pp. 13 e s.

(28) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996; si veda pure: Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII; si veda pure: Rohlfs G., Colonie galloitaliche sul Golfo di Policastro (Galloitalienische Sprachkolonien am Golf von Policastro (Lukanien), in Zeitschrift fur Romanische Philologie, 61, 1941, pp. 79-113, stà in Rohlfs G.,  Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, ed. Congedo, Galatina (LE), 1988, ristampa anastatica, pp. 39 e s.

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(…) Schipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923, pag. 96 e 97, si veda pure: a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Lancusi, 2002, ristampa anastatica, p. 41 e 42. Lo storico napoletano, sulla scorta dei suoi precedenti studi giovanili: la ‘Storia del Principato Longobardo di Salerno’, inserita nel volume XII dell’Archivio storico per le provincie napoletane (1887) e, la ‘Storia del Ducato napoletano’, pubblicata nei volumi XVI-XIX dell’Archivio storico per le provincie napoletane (Archivio Storico Attanasio)

(….) Pigafetta Filippo, Trattato brieue dello schierare in ordinanza gli eserciti et dell’apparecchiamento della guerra, di Leone, per la gratia di Dio imperatore. Nuouamente dalla greca nella nostra lingua ridotto da M. Filippo Pigafetta. Con le annotationi del medesmo ne’ luoghi, che n’hanno mestieri, Venezia, appresso Francesco de’ Franceschi senese, 1586.

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