Le Torri Normanne

 Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).

Le Torri costiere sul litorale saprese all’epoca Angioina-Aragonese nel XV e XVI sec.

Carta del Cilento tratto della costa

(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).

Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti‘ del Cilento, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche, nelle guerre, le cui operazioni militari si svolsero, in quei secoli, principalmente sulle nostre plaghe e, per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del Cilento si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un piccolo porto. Nel XIII secolo la guerra del ‘Vespro’ cioè la guerra tra Carlo II d’Angiò e Pietro d’Aragona che, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incise sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle Calabrie tentavano di risalire verso Napoli, capipitale del regno angioino. Il piccolo porticciolo di Sapri, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. Infatti, nel XVIII sec., erano frequenti le scorrerie saracene (arabi o Almugaveri) su tutta la costa del Regno di Napoli, prima con la guerra del ‘Vespro‘, cioè la guerra sorta nel Regno di Napoli tra i dominatori francesi di Carlo II d’Angiò che combattevano contro gli spagnoli di Pietro d’Aragona e poi nel ‘500 sotto la dominazione della Corona Spagnola che disponeva del Regno di Napoli attraverso la reggenza di Vicerè (tutti spagnoli). Durante l’alto medioevo gli abitanti furono spinti verso l’interno della regione sia dalle pestilenze che dalle incursioni piratesche, una vera minaccia per gli insediamenti costieri, continuata fino alla fine del XVIII secolo. Numerose furono infatti le fortificazioni collinari e montuose nell’entroterra calabrese, costituita da villaggi arroccati in posizione sufficientemente arretrata e inaccessibile da poter avvistare in tempo le navi nemiche e sbarrare prontamente le vie d’accesso ai centri abitati. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i bizantini e gli arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, san Gregorio da Cerchiara ecc). La notevole influenza araba per le popolazioni locali dell’epoca, si può desumere dalla presenza di alcuni usi e termini dialettali. Infatti, ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, l’esistenza di residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio), ‘alliffato’ ( attillato), ‘scimmuzzo’ ( tuffo nell’acqua del mare), ecc…(2).

fiume lubertino

(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).

Le Torri costiere preesistenti e molto più antiche di quelle costruite nel Regno di Napoli dai Vicerè del governo Spagnolo

Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 432, parlando del porto e della baia di Sapri, in proposito scriveva che: “Vien di presente la bocca del porto guardata da due Torri una chiamata di Lubertino ad oriente, l’altra detta Buondormire ad occidente.”. Dunque, nel 1745, anno della sua prima edizione, l’Antonini ci parla solo di due torri poste a guardia dell’ampia baia di Sapri, ma nessuno accenno alla Torre dello Scialandro, che alcuni confondono e la chiamano “Torre Mezzanotte”. L’Antonini (…), dopo aver parlato di Sapri e di Torraca, proseguendo il suo viaggio geo-storico verso Acquafredda, a p. 436, in proposito scriveva che: “Ritornati al mare di Sapri, ed ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi vicino allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un non mediocre fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nè giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nè tempi di mediocre agitazione è coverto, e econfuso, nè si vede, che ‘l solo suo gorgogliare. Or da quì fino alla marina di Maratea, che n’è sette miglia lontano, è ch’è una catena di continuati dirupatissimi scogli, si trovan varie sorgive, e ruscelli, di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho fatta. ‘Ferrario’ fa erroneamente di dodici miglia questa distanza, e dice, che va in mare sott’acqua, poco sopra accennato, non saprei qual altro potesse essere.”. In questi passi, il barone Antonini (…), benchè ci parlasse delle numerose grotte, presenti lungo la linea di costa ad oriente di Sapri, ovvero verso Acquafredda e dicendo addirittura che egli stesso avrebbe fatto deliziosa caccia di falchetti e uccelli che ivi nidificano e si vedono in queste grotte e fuori i “dirupatissimi scogli”, non aveva visto o non si era accorto che dopo la località ‘Scifo’, dall’altra parte dello sperone roccioso, appollaiata su uno di questi, vi era la vecchia torre dello Scialandro. Antonini, pur andandoci a caccia per mare, non accenna affatto alla Torre di Scialando. Forse nel 1745, questa torre, come io credo, era stata abbandonata già dal 1566, anno questo dei primi programmi di ricostruzione di torri lungo la costa nel Regno di Napoli al tempo del governo Spagnolo.  Forse da mare non la vedeva. Io credo che, avendone parlato nel 1568 Scipione Mazzella Napolitano (…), come dirò e, non ne avesse parlato l’Antonini nel 1745, è dovuto al fatto che la Torre dello Scialandro, ai tempi dell’Antonini, probabilmente era dismessa e abbandonata da secoli, solo un rudere. Un rudere importante per la nostra storia, su cui bisognerà ulteriormente indagare. Dunque, come io penso, la Torre dello Scialandro, è molto più antica delle torri d’epoca Vicereale ancora visibili sulle nostre coste. Sin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X–XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Furono gli Angioini a pensare a un sistema permanente e completo di difesa e di segnalazione con fumo e fuochi dall’alto di torri collocate in promontori e in vista una dell’altra. Tale sistema fu realizzato solo in minima parte, anche a causa dei continui cambiamenti politici e finì per passare sotto il controllo dei feudatari e delle famiglie che intendevano proteggere i propri territori, piuttosto che le popolazioni dei centri abitati. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Sulle Torri cosiere costruite all’epoca di Federico II di Svevia e quelle successive costruite in epoca Angioina, al tempo della disastrosa per le nostre terre “Guerra del Vespro”, che le interessò particolarmente, poco si è scritto e, poco si è detto e si è indagato. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. Non a caso le nostre Torri, nella tradizione orale popolare vengono chiamate “Torri Normanne”. Non è facile stabilire l’origine di questa o di queste Torri, ma di certo possiamo dire che questa Torre, figura nella carta di probabile epoca Aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig….), di cui parleremo. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81). Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”; sempre il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. . Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Continuando il suo racconto il Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata. Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro he era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(88) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F. A. Vanni, ‘Cronica di Majerà, ms, cit.”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Sempre Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, continuando il suo racconto su Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “In realtà, lo affermano le relazioni ad S. Limina, aprile 1592, era una “civitas desolata et inhabitalis”, sia a causa della malaria, sia a causa delle continue devastazioni provocate da incursioni di corsari barbareschi.”. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. L’unico studioso che si sia occupato delle Torri costiere costruite anteriormente a quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli, verso la fine del ‘500, è stato il Pasanisi (…) che però non fa luce su alcune Torri costiere – di cui abbiamo testimonianza – preesistenti lungo il litorale costiero del Golfo di Policastro. Tuttavia, sarà proprio il Pasanisi (…), come dirò, che oltre al Mazzella (…), citerà un’interessantissima notizia storica, forse l’unica, sulla ‘Torre di Scialandro’.  Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa torre diruta, vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Sapri, o un luogo vicino ad esso. Alcune torri cavallare litoranee e di avvistamento, costruite in epoca Vicereale, non venivano comprese nel territorio di Sapri, in quanto il territorio di Sapri all’epoca dell’edizione di Scipione Mazzella Napolitano (…), era compreso nel territorio del feudo della baronia dei Palamolla di Torraca e sotto la giurisdizione più ampia del marchesato dei Carafa di Policastro. Infatti, tra le Torri esistenti lungo la fascia costiera saprese che si protende fino ad Acquafredda, vi erano ad esempio anche la torre costiera detta dello ‘Scialandro’ (vedi immagine di Fig….), costruita verso il confine tra le due Regioni e poco prima il Canale di Mezzanotte. Più avanti, sulla costa saprese, procedendo verso Acquafredda, abbiamo la ‘Torre dello Scialandro’ e la ‘Torre di Mezzanotte’ (…), oggi diroccata e posta nelle vicinanze del ‘Canale di Mezzanotte’, detta pure ‘Torre delle Grive o dei Grivi’, di cui parlerò. La nostra costa è costellata di castelli e rocche dirute ed ormai dimenticate. Erano i castelli costruiti in epoca Federiciana, come ad esempio il castello di Policastro. A Castrocucco, vi sono i ruderi del Castello feudale di Castrocucco, dopo Maratea. Credo che la Torre dello Scialandro, sia l’unica costruzione e testimonianza del passato nelle nostre terre, che si perde nella notte dei tempi.

Federico II, nel 1233, ordina la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni

Amedeo La Greca (13), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata costruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II. La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Ecco perchè le torri costiere presenti sul nostro litorale, vengono chiamate dalla tradizione popolare orale “Torri Normanne”.

Le Torri costiere sul litorale saprese costruite prima di quelle Vicereali

Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (14), vi erano alcune Torri preesistenti. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “Subì, a più riprese, assedi e distruzioni da parte di barbareschi, nonostante le torri costiere di Capitello e di Villammare, dell’Olivo e del Garagliano a Scario, dello Zancale a Marina di Camerota, oltre alle torri di Molpa e di Palinuro (88). Fu saccheggiata nel 1532 e nel 1544. L’11 luglio del 1552 la distruzione ad opera di Dragut Raìs Bassà fù pressocchè totale, tanto che gli abitanti si ridussero ad appena 30 uomini (89). La ripresa avvenne dal 1562, come dovrebbero attestare una iscrizione e la data incise sul capannone della chiesa (90). Gli stessi vescovi, per quasi tre secoli ad iniziare dal 1300, scelsero come dimora Torre Orsaia (91), più sicura contro le incursioni e la malaria. Nonostante ciò, la diocesi fu, nominalmente, detta di Policastro, come risulta dalla “rationes decimarum” dei secoli XIII e XIV e dalle “taxae pro communibus servitiis” (92).”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(88) M. Vasalluzzo, Castelli torri e borghi nel Cilento, op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (89), postillava che: “(89) N.M. Laudisio, ‘Paleocastren Dioceseos ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(90) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Ciò rivela una iscrizione sotto l’arco del campanile di Torre Orsaia.”. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. Come si può vedere dall’immagine della Fig. 1, che illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. La carta citata è di probabile epoca Aragonese e quindi d’epoca anteriore a quella Vicereale in cui furono realizzate o fortificate alcune Torri marittime Vicereali e di cui parleremo. La carta da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, di cui ho ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, è di estremo interesse per la toponomastica ivi citati. Come possiamo ben vedere nell’immagine della Fig. 1, che illustra il particolare della baia di Sapri in una carta d’epoca Aragonese- si notano due Torri, disegnate di colore rosso carminio che sono poste alle due estremità della baia naturale di Sapri. Anzi a me pare vi fosse una terza fortificazione o torre posta sopra le colline. In particolare sulla parte occidentale della Baia di Sapri, corrispondente all’attuale Punta del Fortino, dove oggi si trova il Faro Pisacane, troviamo segnata la “Bondormire”, di cui parleremo. Sempre nella carta in questione, lungo il litorale che va verso Maratea e, dopo il “fiume Lubertino” e il “Scialandro Sc.” (scoglio dello Scialandro), quasi sotto un luogo segnato con il toponimo di “Casale del Confine”, troviamo segnata un’altra Torre marittima di cui però non si vede il nome. Un’altra Torre marittima, posta lungo il medesimo litorale, è segnata più giù e corrispondente al luogo segnato con il toponimo di “Casale del Corbo”, che non sappiamo cosa essi siano ma di sicuro non sono Acquafredda, perchè troppo vicini al fiume Lubertino. Il fatto che queste Torri, come la Torre del Buondormire, segnalata con il toponimo di “Bondormire”, denota che la carta è molto più antica del ‘500, epoca di costruzioni delle Torri marittime Vicereali. Già lo Schmiedt, nel suo studio sui “Antichi porti d’Italia” (11) sui porti della Magna Graecia, pubblicava un interessante disegno “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“ e, scriveva in proposito: “….dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle.” (Fig. 2). Nell‘interessante disegno di rilievo planimetrico dell’area di S. Croce a Sapri, come doveva apparire al giovane Tenente del Genio Militare Napoletano nel 1819, si vede anche la “Torre del Fortino”, oggi scomparsa, indicata ove si vede scritto “la Marinella” (4). Forse proprio il vecchio Fortino di cui ci parla il Gallotti (12). La batteria costiera preesistente disegnata nello schizzo del 1819 del Tenente C. Blois (Fig. 2), là dove oggi è il Faro “Pisacane”, di fronte all’Ospedale civile di Sapri, è un’antica batteria borbonica costiera che i Borboni volevano rinforzare. Il Genio militare Borbonico – dopo il decennio di occupazione francese diede incarico al Tenente C. Blois, del Genio militare Napoletano, di disegnare lo schizzo del rilievo planimetrico delle preesistenze del luogo, come si vede nella Fig. 1: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, dedotto da un rilievo a scala 1:5000 e tratto dal testo di Schmiedt (11), ove a p. 79, scrive:  “Si notino i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle””, di cui abbiamo ivi pubblicato lo studio “Sapri in due studi di Giulio Schmiedt”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti.

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(Fig. 2) Vecchio schizzo (disegnato a mano libera): “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, eseguito nel 1819 a cura del Tenente C. Blois del Genio militare Napoletano, dedotto da un rilievo a scala 1:5000 e tratto dal testo di Schmiedt, ove a p. 79, scrive:  “Si notino i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”” (11).

C.G.25A071

(Fig. 3) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare Napoletano, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (13). In questa carta d’epoca Borbonica, sono segnate le due Torri esistenti, la Torre del Buondormire e la Torre dello Scialandro.

C.G.25A071(1)

(Fig. 3) Particolare tratto da ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (13).

La “Torre del Buondormire” a Sapri

La Torre detta del Buondormire, ora del tutto scomparsa, che era posta ove oggi è il faro nei pressi dell’ospedale civile, ancora visibile nel 1888 dal dott. Nicola Gallotti (12), che ne parla in un suo scritto del tempo.Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (2), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti. La Torre del Buondormire, preesisteva a Sapri già da molto tempo prima del ‘500. Come si può vedere dall’immagine della Fig. 3, la Torre del Buondormire doveva essere visibile ancora alle truppe del Genio Militare Napoletano del Regno delle due Sicilie. Si tratta di uno dei due disegni (13) tratti da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. In particolare, il disegno manoscritto quì riportato in Fig. 3, riporta la scritta: “Croquì di Sapri”. Il significato in lingua francese di ‘croquis‘ o croquì o croqui è ‘schema o schizzo‘. Nello schizzo planimetrico (Fig. 3), una veduta planimetrica d’insieme e dall’alto di Sapri all’epoca. In esso vengono riportate alcune informazioni utili alla ricostruzione urbana del paese del tempo – primo decennio dell”800. Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni (litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una ‘T. Scialandro‘ e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, (la Torre del Buondormire). Nello schizzo (Fig. 3), viene indicata una batteria costiera che esisteva sul lato occidentale del paese (Fig. 3). La Torre del Buondormire, oggi scomparsa, era una torre costiera che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri o dove oggi si vede il Faro Pisacane, presso l’omonima località ‘Fortino’, come si può ben vedere nel particolare della Fig. 3 e di Fig. 2. E’ molto probabile che il luogo fosse lo stesso dove nel ‘600 vi era una Torre cavallara di avvistamento detta la ‘Torre del Buondormire’, come si può ben vedere rappresentata nel disegno del Genio militare Napoletano, inedito e da me scoperto di Fig. 3 (partilare tratto dallo schizzo di Fig. 3), di cui parliamo in un altro nostro studio ivi pubblicato. Il Vassalluzzo (14), sulla scorta dell’Alfano (17), scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (20), che nella sua prima edizione della ‘Lucania’, nel 1745 e poi nel 1795 (III edizione), parlando del porto di Sapri, accennava alla Torre del Buondormire che ancora si vedeva: “….di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbrica verso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente ecc..”. Le Torri costruite sul litorale saprese le troviamo segnalate nella carta geografica regionale del “Principato Citra”, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 4) (5).  Il disegno del Tenente C. Blois pubblicato dallo Schmiedt (11) (Fig. 2), è particolarmente interessante in quanto rappresenta il particolare della batteria costiera di cui più tardi parlerà il Gallotti (12) in un suo pregevole scritto. Il disegno del Tenente C. Blois, riporta la sagoma architettonica del Fortino preesistente le cui basi e fondamenta ancora si vedono sotto il Faro “Pisacane”, in località ‘Fortino’, costituendo le preesistenti fondazioni poste sulla scogliera adiacente la battigia del mare. Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “ di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (7). Dall’altra parte del paese, verso Acquafredda, troviamo altre tre torri. La torre alla foce del torrente ‘Rubertino’ (ricordata dall’Antonini e dal Pacicchelli come quella del fiume ‘Obertino’) è una di queste. La Torre del Buondormire, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage, la vide. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. La Torre del Buondormire, oggi scomparsa, era ancora visibile nel primo quarto di secolo XIX,  al delineatore della carta manoscritta “Golfo di Policastro“ (Fig. 5)(10), senza indicazione di scala, a colori, inedita e da me scoperta e, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, dove la rinvenni in un copioso cartegggio sul Cilento.

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(Fig. 4) Carta geografica: “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- 1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta dal Mazzetti (5).

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carta Golfo di Policatro

(Fig. 5) Particolare tratto dalla carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (10), inedita e da me scoperta.

Sebbene lo schizzo d’epoca borbonica, ad oriente di Sapri, segnasse una ‘Torre dello Scialandro’, non credo che questa citazione fosse del tutto corretta. La ‘Torre dello Chialandro’, segnata nei ‘Croquì di Sapri’, schizzo d’epoca murattiana, non è quella dello Scialandro ma era la ‘Torre di Capobianco’, già precedentemente denominata ‘Torre dell’Obertino o del Lubertino, dall’omonimo fiume carsico che ivi scorre, citata anche dall’Antonini. E’ probabile che il delineatore dello schizzo detto ‘Croquì di Sapri’, un militare del Genio Murattiano all’epoca dell’occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, l’abbia confusa con l’altra torre che pure esisteva. Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (…), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (…). Dall’altra parte del paese, verso Acquafredda, troviamo altre tre torri. La torre alla foce del torrente ‘Rubertino’ (ricordata dall’Antonini e dal Pacicchelli come quella del fiume ‘Obertino’) è una di queste. La Torre del Lubertino, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage, la vide. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (…), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Quasi sempre vengono annoverate: la ‘Torre di Capobianco’, ancora visibile dopo il porto di Sapri, all’altezza dello scoglio dello Scialandro a mare (Fig….). Il Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua interessante disamina sulle “torri costiere nel Viceregno”, si ferma all’ultima Torre costruita sulle coste del Principato Citra che, peraltro, nella sua tav. 6, chiama erroneamente “Torre Mezzanotte”, riferendosi probabilmente alla “Torre di Scialandro”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Io posseggo il testo del Sinno (…), ma non ho trovato a p. 130, tutto ciò che riporta il Vassalluzzo. Nel Sinno (…), si parla di Sapri a pp. 130 e 131, dove egli scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè della malaria e per di più il pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, che raggiunsero in passato i paesi vicini montani, dove trovarono fraterno accoglimento, ecc…”, ma come si può leggere non dice nulla circa i suoi abitanti nel 1811. Inoltre credo che il Sinno (…), semmai avesse scritto questa notizia, si sia confuso con gli abitanti di Rivello. Il Vassalluzzo, nella sua nota (4), citava anche Leopoldo Cassese, e credo che la notizia sia contenuta nel suo La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, 1955. Il saggio del Cassese riguarda la Relazione di Gennaro Primicerio Guida che nel 1811, presentò per il Pricipato Citra, il colto sacerdote, come scrivono nell’introduzione al testo i due studiosi Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (…), nel 1973, dove pubblicano solo la parte che riguarda l’Agricoltura. La Relazione sulla «statistica» del Regno di Napoli del 1811 è un’opera letteraria redatta per il governo Napoleonico di Gioacchino Murat che la commissionò in quegli anni. Leopoldo Cassese (…), ha scritto anche ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, edito nel 1956, in cui pubblicò il testo di FIlippo Rizzi (…), ‘Osservazioni statistiche sul Cilento’, che ho. Il Vassalluzzo nella sua nota (4), parla di p. 281, ma il saggio del Cassese arriva a p. 124. Le notizie tratte dal Vassalluzzo, circa gli abitanti di Sapri nel 1811, sono state citate anche dal Guzzo (…). Come ci fa notare Antonio Scarfone (…),  nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” che, segnalava alcune notizie tratte da Scipione Mazzella Napolitano (…) e che in proposito affermava che: “nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro (Guzzo, 1999) senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”, la prima citazione in assoluto di una ‘Torre dello Scialandro’ è di Scipione Mazzella Napolitano (…), che la citò a p. 87, del suo elenco delle Torri costruite nel Principato Citra, del suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568:

Mazzella Napolitano, p. 83, sulle Torri del Principato Citra

(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra

Scipione Mazzella Napolitano, nel 1568, citava l’antica Torre dello Scialandro. Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suddetto elenco che vediamo illustrato nell’immagine della Fig…, citava due torri dello Scialandro ed in proposito scriveva che: “37 Torre di Scilandro in territorio di Policastro” e, poi scriveva pure: “58 Torre del Crivo di Scilandro in territorio di Camerota”. Dunque, il Mazzella, citava e le chiamava Torri di “Scilandro” , sia in territorio di Policastro e sia in territorio di Camerota. Non mi risulta che a Camerota o a Palinuro, vi sia una “58 Torre del Crivo di Scilandro”. Nell’elenco delle Torri costiere costruite a seguito delle ordinanza dei Vicerè spagnoli, non risulta questa torre nel territorio di Camerota. Scipione Mazzella (…), non cita solo la Torre dello Scilandro, come invece scrive Antonio Scarfone (…), ma cita anche la “42 T. di Capobene in terr. di Policastro”. Il Mazzella, cita pure un’altra torre che a noi pare strana: “64. T. della Fenosa detta Capo delle Gatte in terr.”. Il Mazzella la chiamava “Torre di Scilandro”, ponendola nel territorio di Policastro. Dunque, il Mazzella, per tutte le torri che cita e che conosciamo a Sapri o nei suoi pressi, dice essere nel territorio di Policastro. Perchè ?. Scipione Mazzella Napolitano (…), a p…., parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appresso Policastro col suo Golfo, che gli antichi chiamavano Seno Saprico dalla città di Sapri hoggi nominata li Bonati.”. Scipione Mazzella Napolitano (…), sebbene citasse delle interessanti notizie, non conosceva bene i luoghi e dunque non poteva sapere che all’epoca in cui egli scriveva, nel 1568, sebbene Sapri, appartenesse alla giurisdizione del mandamento di Vibonati, le sue coste erano quelle sapresi e non di Policastro. Infatti, le Torri costiere esistenti al tempo di Scipione Mazzella (…), nel 1568, non erano solo quella dello ‘Scialandro’, ma lungo la fascia costiera che da Sapri va verso Acquafredda, le torri erano diverse. Tuttavia, la citazione di Scipione Mazzella (…), che scriveva nel 1568 è di estrema importanza per la ricostruzione storiografica di alcune torri preesistenti sul nostro territorio già in epoca, io credo, angioina. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Ma, l’opera più esaustiva che al momento sia stata scritta sulla costruzione delle Torri costiere nel periodo Vicereale è quella di Onofrio Pasanisi (…): ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’, pubblicata nel 1926. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), è l’unico che riporta una notizia storica interessante e documentata sulla ‘Torre dello Scialandro’. Il Pasanisi (…), a p. 428, in proposito scriveva che: “Nel 1567 infatti venne imposta per la fabbrica una tassa di grana 22 per tutti i fuochi del regno (3), ecluse le terre lontane 12 miglia dalla marina ed alcune categorie di abitanti, schiavoni ed albanesi che pagavano la metà (4). L’aveva preceduta il 1° maggio 1566 una tassa di grana 7 ed 1 cavallo per il servizio di una guardia (5). L’adozione di questo sistema apportò immediatamente immensi benefici. Non solo permise una giusta ed ecqua ripartizione di questi pubblici pesi, non solo pose fine ai continui litigi delle università, ma quando, – e ciò fu assai notevole – col copioso affluire del danaro nelle casse dello Stato, diede modo a queste di essere rivalse delle spese di fabbrica e di quelle assai gravose del servizio di guardia, (queste ultime a datare dal 1° maggio 1566). Innumerevoli sono infatti gli ordini di rimborso dati dalla R. Camera ai percettori provinciali (1).”. Il Pasanisi (…), a p. 429, nella sua nota (1), postillava in proposito che: “(1) ad es. ‘Partium S., vol. 548, f. 150: rimborso dei ducati 93 a Guardiagrele pagati nel 1563 per la tassa del Sangro. Idem vol., fol. 122 per l’università di Rivello (Basilicata) per contribuzione torre Scialandro (Policastro).”. Il documento che cita il Pasanisi (…), è un documento tratto dai registri “Partium” della Real Camera della Sommaria del Regno di Napoli Vicereale. Dunque, questa notizia è di estrema importanza in quanto conferma la mia ipotesi circa l’esistenza (documentata) di una Torre dello Scialandro, che secondo questa notizia fornitaci dal Pasanisi che la cita, per la sua costruzione, le imposizioni fiscali pagate precedentemente dall’università di Rivello, il 1° maggio 1566, dovevano essere restituite a causa della nuova ordinanza emessa nel 1567, che escludeva dal pagamento tutte quelle università (i comuni dell’epoca) ed in questo caso l’università di Rivello, che distavano più di 12 miglia dalla torre costiera da costruire. Insomma, secondo quanto scrive il Pasanisi (…), nella sua nota (1), di p. 429, che cita il documento “Partium S., vol. 548, f. 150”, risulta che l’università di Rivello, prima del 1567, aveva contribuito al pagamento delle imposizioni fiscali per la “Torre Scialandro”. Tuttavia, non sono in grado di affermare il vero motivo per cui l’università di Rivello, pagava le imposizioni fiscali per la ‘Torre Scialandro’. Il Pasanisi (…), scrive che i motivi per i quali, nel 1567, il governo spagnolo Vicereale nel Regno di Napoli, imponesse il pagamento di pesi fiscali erano diversi. Infatti, i motivi addotti per il pagamento delle tasse poteva essere la: 1-  costruzione della torre (imposta per la fabbrica), 2 – servizio di guardia per le torri già funzionanti; 3 – la costruzione di opere di rifacimento e ammodernamento su fabbriche già esistenti. Dunque, alla luce del documento citato dal Pasanisi, posso solo affermare che dopo il 1567, a seguito della nuova ordinanza emessa per “tutti i fuochi del regno” (tutti i nuclei familiari presenti e rilevati nell’ultimo censimento), l’università di RIvello verrà esentata dal pagamento di qualsiasi tassa. Dal documento citato si può anche affermare che la ‘Torre dello Scialandro’, nel 1567, già esisteva, anche se non posso dire quando è iniziata la sua costruzione. Per l’epoca di fondazione o costruzione della Torre dello Scialandro, bisognerebbe trovare i documenti, semmai vi fossero, che ci dicono quando ne fu ordinata la sua costruzione. Inoltre, non possiamo dire quando l’università di Rivello, insieme alle altre università, contribuirono per la fabbrica o per il suo servizio di guardia. Il documento citato dal Pasanisi, ci dice quando furono restituiti i pesi pagati all’università di Rivello che probabilmente come altre università aveva presentato ricorso alla Real Camera della Sommaria. Inoltre, interessante è la citazione di “l’università di Rivello (Basilicata) per contribuzione torre Scialandro (Policastro).”. Il documento dunque, fa luce anche sulla citazione del Mazzella (…), che nel suddetto elenco scriveva che: “37 Torre di Scilandro in territorio di Policastro”. Il Mazzella, nel 1568, proprio l’anno dopo l’ordinanza vicereale del 1567, elencava le torri costruite ed esistenti nel Principato Citra e la torre dello Scialandro la poneva nel territorio di Policastro. Dunque, mi chiedo cosa centrasse l’università di Rivello ?. Nel 1567, l’università di Rivello, faceva parte della Diocesi di Policastro e forse apparteneva alla vasta contea dei Carafa della Spina di Policastro. Sull’epoca di fondazione della ‘torre dello Scialandro’, come pure di altre torri come quella della ‘Petrosa’ a Villammare, questa pure citata dal Pasanisi, o della ‘torre del Buondormire a Sapri, non abbiamo notizie documentate ma credo si tratti di torri molto più antiche risalenti all’epoca anteriore della guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi. Le Torri di guardia o di avvistamento (guardiole), più piccole, con pochi uomini di guardia ed un solo cannone, erano disposte sulle alture, oppure lungo la costa, spesso in località difficilmente raggiungibili, ma in ottima posizione per sorvegliare molte miglia di mare. ogni torre era in vista delle due limitrofe, in modo da poter comunicare, sia durante il giorno (segnali di fumo) che di notte (con l’accensione di fuochi). Il numero di fuochi corrispondeva a quello delle navi in arrivo e la fumata, (nei limiti delpossibile…..) era rivolta nella direzione da cui queste provenivano. entrambi i tipi di segnalazione erano preceduti da un suono di campana. Le Torri angioine, più antiche, di forma cilindrica, con basamento a tronco di cono che rappresenta i 2/3 dell’altezza dell’intera torre ed è sormontato da una cordonatura (redondone o toro) di tufo grigio in piperno (roccia vulcanica proveniente dalle cave napoletane poste ai piedi dei Camaldoli) o materiale simile, e mura poco spesse. Avevano funzione, essenzialmente “di avvistamento”. Le torri circolari, quelle d’epoca Angioina, caddero in disuso con l’avvento della polvere a sparo. Fu l’avvento dell’artiglieria a segnare il passaggio dalla forma circolare a quella quadrata, per meglio resistere alle cannonate. Le nuove Torri, costruite con criteri più moderni, erano così in grado di assolvere a funzioni di avvistamento, riparo ed anche offesa. Talvolta, due o più Torri venivano unite da ballatoi. L’ingresso veniva aperto sul lato a monte, al piano superiore (3-6 m. di altezza) e poteva essere dotato di una scala retraibile., anziché in muratura. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo pregevole studio sui ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, nel capitolo III: “Le Torri costiere nel Viceregno”, a p. 45, mostrava un disegno tratto dalle Carte e stampe, conservate all’Archivio di Stato di Napoli, da cui io stesso, trassi diversi documenti inediti:

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In questo disegno, si vedono le due principali tipologie di torri costiere. La torre dello Scialandro, appartenente al sistema difensivo costiero del Regno di Napoli, ma di sicuro non faceva parte del programma di costruzione promosso dal Governo Vicereale. Situata su uno sperone roccioso nei pressi del “Canale di Mezzanotte”, non conosciamo l’epoca di fondazione, ma essendo la sua struttura di foma a pianta e sezione circolare, dunque con base e tronco cilindrico, rappresentando ed assumendo la quasi perfetta forma di un cilindro, essa si configura tra le tipologie costruttive usate molti secoli prima dell’epoca Vicereale. Io credo che la sua forma cilindrica, può avvalore l’ipotesi che essa sia una Torre molto più antica e forse risalente al periodo Angioino. Per le torri Vicereali, ovvero le torri costiere, oggi in parte ancora visibili anche se dirute, al contrario è stato scritto molto. Le torri costiere vicereali sono le torri costruite lungo la costa del Regno di Napoli ed in particolare quelle Tirreniche, dal Governo dei Vicerè Spagoli, ce tra gli anni 1555 e 1582, intrapresero un programma di costruzione molto vasto.  Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (…), a p. 197, scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.“. Dunque, secondo il Vassalluzzo (…), ad oriente di Sapri, l’unica Torre esistente e costruita era quella di Capobianco, anticamente detta Torre dell’Obertino. Dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nessuna citazione delle torri costiere più antiche ed in particolare della ‘Torre di Scialandro’, di cui parlerò. Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (…), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi ‘Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e, nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del Principato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 35) Una allo Scialandro, presso Sapri”. Dunque, il Guzzo (…), a p. 247, scriveva che la Torre dello Scialandro, veniva costruita a seguito dell’orinanza vicereale del 1566. Ma rileggendo il Pasanisi (…), abbiamo visto che l’epoca di costruzione di quella torre non si evince. Dal documento citato a p. 429 nella sua nota (1), si evince che l’università di Rivello, nel 1567, veniva esentata dal pagamento dei pesi per la Torre dello Scialandro, ma non si evince da nessun documento che la ‘Torre dello Scialandro’ rientrasse nel programma dell’ordinanza del 1566. Ancora il Guzzo (…), a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località:………………….”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – ………………. (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (…), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “……………………“. Il Guzzo (…), nelle pagine seguenti, parla del programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo e a p. 250, a proposito della Torre del Buondormire, dice che questa era una delle torri che furono completate alla fine del 1570 e a p. 252, nella sua nota (35), postillava che: “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888. Vi furono come torrieri: ecc..ecc..”. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, ricavata dal Pasanisi (…), la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, in proposito postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”, “come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”. Dunque, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi (…), comprendeva nell’elenco delle torri che venivano costruite nel 1566, anche quella dello Scialandro. Il Guzzo, nel suddetto elenco, citava la ‘Torre dello Scialandro’ e la citava dopo la Torre alla foce del torrente Rubertino che abbiamo visto essere poi stata chiamata Torre di Capobianco che è ancora visibile davanti lo scoglio dello Scialandro. Dunque, stando a ciò che lo stesso Guzzo scrivesse a p. 250, la Torre dello Scialandro seguiva in successione quella del torrente Rubertino, e dunque, questa torre doveva essere una torre posta lungo la costa dopo quella del torrente Rubertino. Sempre il Guzzo (…), a p. 253, scriveva che con la nuova tassa imposta nel 1582, e per effetto di essa furono portate a termine anche la torre alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri. Dunque, della torre dello Scialandro, non si dice più nulla. Forse perchè era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (…), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Ma se il Guzzo (…), sulla scorta di Onofrio Pasanisi, a proposito di questa torre, a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Dunque, anche in questo caso il Guzzo (…), ci dà un quadro distorto della realtà dei fatti, in quanto secondo quanto asserisce, la torre dello Scialandro, si costruiva nel 1567. Come ho avuto già modo di ribadire, la torre dello Scialandro, nel 1567, era già preesistente ma dal documento citato dal Pasanisi non si evince che fosse in costruzione. Forse nel 1567, la Torre dello Scialandro, come altre torri già preesistenti, erano state oggetto di interventi di manutenzione. Sempre il Guzzo, a p. 253, scrive che nel programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo, per effetto della nuova tassa imposta nel 1582, fu portata a termine alcune torri ma nel suo elenco non figura quella dello Scialandro. Infatti, se la Torre dello Scialandro, veniva citata da Scipione Mazzella Napolitano, nella sua prima edizione del 1568, mi chiedo come fosse possibile che questa torre, pur essendo compresa nel programma di ricostruzione del 1566, non fosse stata ultimata a seguito del programma attuato a seguito della tassa del 1582. L’unica spiegazione logica è quella, come io credo, che la Torre dello Scialandro, fosse una torre già peesistente ancora prima della costruzioni vicereali e che poi in seguito, fu compresa nel programma di ricostruzione per rinforzarla ma, come io credo, i lavori non furono del tutto ultimati a causa del fatto che mancavano i fondi per ricostruirla o rinforzarla. Infatti, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 197, scriveva in proposito che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.“. Dunque, secondo l’elenco che fa il Vassalluzzo (…), tra il 1568 e il 1584, sulla ‘Torre dello Scialandro’, a sua guardia non risulta nessun torriere ma risultano torrieri a guardia delle torri di Buondormire e di Capobianco. Ovviamente il fatto che non risultassero torrieri a guardia della ‘Torre dello Scialandro, nel secolo XVI, non significa che questa torre non fosse già preesistente.  Il Guzzo (…), sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 253, scriveva che nel 1580, la vicina Università di Maratea, “ricorreva al Vicerè per la mancata costruzione di una torre, già ordinata dal Governatore Conte di Briatico, nel luogo detto di Acquafredda, presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (39).”. La “Grutta d’a Scala” (il nome significa ‘grotta della scala’). Il Guzzo, a p. 253, in proposito a questa torre in Acquafredda, nella sua nota (39), postillava che: “(39) O. Pasanisi, op. cit. p. 435.”. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), a p. 435, aveva scritto che: “Nel 1580 l’università di Maratea ricorreva al vicerè per la mancata costruzione d’una torre già ordinata dal governatore Conte di Briatico nel luogo detto dell’Acqua fredda presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (2).“. Il Pasanisi (…), a p. 435, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Proc. R. Cam. (p.a.) n. 3037, vol. 277.”. Ma in questo caso il Pasanisi (…), non si riferiva alla ‘Torre di Scialandro’, ma si riferiva ad una torre costruita ad Acquafredda, nel luogo, dove io credo, oggi vi è la Villa Nitti. La vicina spiaggetta della grotta della Scala si trova ad Acquafredda di Maratea in Provincia di Potenza, ed è molto probabilmente la spiaggetta dove sbarcò il gruppetto al seguito di Costabile Carducci. Non sappiamo se il 10 marzo 1577, secondo quando scrive Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, a p. 281: “il regio misuratore delle Torri delle cinque provincie di Terra di Lavoro, Principato Citra (il nostro) Basilicata, Terra di Bari e Capitanata, Liberato Lucido, ecc..”, l’avesse visitata insieme alle altre preesistenti lungo il litorale costiero del nostro Principato Citra. Certo è che se fosse ritrovato l’antico verbale di visita di Liberato Lucido, Regio misuratore del Regno di Napoli al tempo del governo dei Vicerè Spagnoli, sarebbe un ulteriore testimonianza dell’esistenza, anzi preesistenza della ‘Torre di Scilandro‘. A tal proposito stò cercando i registri ‘Quinernioni’, dove si annotavano le Sentenze e delibere della Regia Corte della Sommaria, come ci dice il Capasso. Riguardo la torre marittima della Molpa, requisita dal duca d’Alcalà, al De Leyna, e in seguito, il 10 marzo 1577, dunque dopo la prima edizione del Mazzella, secondo quanto il Pasanisi postillasse nella sua nota (3), si riferiva al “(3) Proc. R. Camera, n. 3749, vol. 315, p.a.”. Come pure, potrebbe risultare interessante il documento citato dal Guzzo (…), a p. 258: “Carta n. 41 del Volume 104 dell’Archivio di Stato di Napoli, Sommaria Diversi, I numerazione, in cui è ben chiaro il numero ed anche la dislocazione di tutte le torri marittime del Regno.”. Forse la ‘Torre dello Scialandro’ era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Mazzella (…), a p. 87, elencava le torri costiere esistenti nel 1568, ed in proposito citava solo la torre dello ‘Scialandro’, scrivendo: “37 T. di Scilandro in Territorio di Policastro”. Scipione Mazzella (…), nel suo elenco delle Torri di Principato Citra, citava anche la “58 T. del Crivo di Scilandro in territorio di Cammerota”, confondendola con l’altra ‘Torre del Crivo‘, e confondendola il luogo, dicendola a Camerota. La torre dello Scialandro è una torre molto più antica delle altre visibili che la tradizione popolare orale chiama ‘Normanne’ ma, costruite in epoca Vicereale. Le torri vicereali,  non sono di forma circolare come quella dello Scialandro, ma esse hanno una sezione a base quadrata e, in elevato assumono una quasi perfetta forma cubica. La Torre dello Scialandro, invece, diversamente dalle altre e unico esempio esistente fino a Novi Velia, ha una sezione a base circolare ed in elevato, assume una forma quasi cilindrica, rastremandosi verso l’alto, forma questa tipica delle Torri d’epoca Angioina, dunque molto più antica delle altre. Inoltre, molti scrittori che l’anno citata, l’hanno confusa con la vecchia Torre dell’Obertino poi detta di Capobianco. La Torre dello Scialandro, come si può ben vedere in tutte le altre carte geografiche citate, è sempre segnata lungo la costa che da Sapri va verso Acquafredda ma posta in successione alla Torre di Capobianco. Credo che la Torre di Scialandro, sia la seconda torre ad oriente di Sapri e del fiume Lubertino, che si vede disegnata in rosso nella carta d’epoca Aragonese. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848′, edito nel 1909, parlando dei fatti che accaddero nel 1848, e sul Carducci, nel suo vol. II, a p. 5, in proposito alla torre che io credo fosse dello Scialandro, scriveva che: “Alcuni corsero ad avvertire le guardie doganali in una antica torre posta a ridosso della collina e addetta a caserma. Il brigatiere delle guardie, Salvatore Miggiani, raccolti i suoi pochi dipendenti ecc..”. A tal proposito, devo però citare il racconto dell’episodio e dei luoghi che fa Franco Maldonato (…), nel suo ‘Teste mozze’, edito recentemente, che a p. 104, in proposito allo sbarco di Carducci ad Acquafredda scriveva che: “Messo al sicuro il gozzo, si inerpicano in cerca di cibo verso l’abitato, un borgo di duecento anime, noto come Acquafredda perchè nelle acque rivierasche affiora, una bolla visibile solo in tempo di bonaccia, una sorgente sotterranea di acqua dolce, più fredda delle altre correnti in ogni periodo dell’anno. Quivi si era rifugiato il sacerdote Vincenzo Peluso, che in gennaio ..”. Maldonato (…), a p. 105 continuando il suo racconto scriveva che: “ritenne più prudente ritirarsi ad Acquafredda, poco più di cinque chilometri da Sapri, in una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”. Dunque, secondo il Maldonato, il vecchio prete Vincenzo Peluso, nel gennaio del 1848, si era ritirato o “rifugiato” in una “una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”.

La ‘Cronaca’ su Pisciotta del notaio Giovanni Antonio Ferrigno

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”.

Antonini, p. 330

Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Due miglia poi sul mare, è la grossa Terra di Pisciotta (I), con un Monistero di Frati Francescani….ed a’ giardini danno, malamente dal Signor Gatta allogata nel ‘Vallo di Novi’ al fol. 300 della sua ‘Lucania Illustrata’. Tutte le frutta, e l’oglio sopra tutto, che in quantità grande produce, io lo ripongo fra i più belli del Regno. Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV fu da Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..“. L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti.”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806.

Due torri costiere, in una carta inedita d’epoca Aragonese

In particolare per i casali citati, ci conforta l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – dove essi vengono citati. La carta inedita, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, riveste una particolare importanza per i nomi dei luoghi o toponimi in essa citata, inoltre essa, è forse l’unica testimonianza cartografica dei due toponimi in questione che, ritroviamo solo in questa carta. Come si può vedere, nell’immagine sopra che illustra la carta in questione, nelle campagne poste a ridosso della fascia costiera di Sapri, e dopo il centro abitato di Sapri, andando verso Acquafredda, si possono leggere alcuni nomi di luogo, dei quali non conosciamo l’origine e che oggi sono del tutto scomparsi o di cui rimangono pochi ruderi. Nella carta in questione sono segnate con il colore rosso dei piccoli centri urbani o gruppi di costruzioni, che stanno ad indicare piccoli casali o borghi. Guardando la carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, d’epoca Aragonese, dunque molto più antica del ‘Croquì’, ci accorgiamo che, all’altezza e di fronte lo scoglio dello Scialandro, che pure è segnato, vediamo riportata solo la figura colorata in rosso di una torre ma senza l’indicazione del suo nome. Nella stessa carta d’epoca aragonese, all’altezza dell’attuale Canale di Mezzanotte, vediamo indicata un’altra torre (sempre di colore rosso) che anche quì non è scritto il suo nome ma io credo fosse propio la Torre dello Scialandro. Le due torri, segnate lungo la costa ad oriente di Sapri e sul monte Ceraso, nella carta d’epoca Aragonese, indicate solo con il disegno di una torre ma senza i nomi, io credo siano proprio le torri citate da Scipione Mazzella Napolitano (…), segnalate nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568.

carta del cilento

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore Anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…).

Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. A tal proposito, dopo aver illustrato ivi la carta inedita d’epoca Aragonese, aggiungo anche quest’altra carta simile ma non identica, che avvalora ed attesta quanto riportato nella precedente, inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli.  Nel 2008, Ferdinando La Greca e Vladimiro Valerio (…),nel loro pregevole studio sul ‘Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano – Le terre di Principato Citra’, pubblicarono in appendice una serie di carte rinvenute alla Biblioteca Nazionale di Francia. In un altro mio precedente studio, ho parlato della carte inedita e da me scoperta, illustrata nelle due immagini di Figg…… In questo mio saggio, dal titolo “Sapri, in una carta inedita d’epoca Aragonese”, dove ho cercato di spiegare che questa seconda carta, pubblicata dai due studiosi, in realtà, io credo, che si tratti di una copia della carta inedita da me scoperta. I due studiosi, nel loro saggio, scrissero di alcune mappe d’epoca Aragonesi, forse provenienti dalla cercia del Pontano (…), poi in seguito trafugate da Carlo VIII in Francia ed ivi rinvenute nella Bibliote Nazionale di Francia dall’abbate Ferdinando Galiani che nel 1756, ebbe l’ordine di ricercarle dal ministro borbonico Tanucci e li trafugò a Napoli. Queste antichissime carte, furono, molto probabilmente, fatte compilare dal Pontano per conto del governo Aragonese, per motivi fiscali e risultano essere ad oggi tra i documenti importantissimi di quell’epoca. Si vede chiaramente che le due carte si somigliano ma la mia, inedita, io credo sia molto più antica di quelle conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia, pubblicate da Ferdinando La Greca in Appendice del testo citato. Si tratta delle carte: 1- T3.3 – Cilento (BNF, Cartes et Plans, GE AA 1305-6, particolare), pubblicata a p. 102; 2 – T3.7 – Cilento, part. con la valle del Bussento (BNF, Cartes et Plans, GE AA 1305-6, particolare), pubblicata a p. 106.Le due carte pubblicate in Appendice da Ferdinando La Greca (…), a pp. 102 e 106, provengono dalla stessa carta francese: GE AA 1305, Feuille 6. Nel 2013, ho richiesto ed ottenuto dalla Biblioteque National de France, la carta in questione, citando la stessa collocazione indicata da La Greca (…): GE AA 1305, Feuille 6 (foglio 6) ed ho ottenuto la copia digitale, di cui ivi pubblico un particolare.

La carta parigina,,,,

(Fig…) La carta parigina, pubblicata da Valerio e La Greca (…)

Come possiamo vedere, anche nella carta corografica illustrata nell’immagine sopra, sono segnati e riportati i due Casali di cui si ci è occupati in questo saggio. Il toponino (nome di luogo) del “Casale del Corbo”, anche qui, viene segnato sulle alture ad oriente di Sapri, tra lo scoglio dello Scialandro, che pure è segnato, e il centro abitato di Maratea. Dunque, come io credo, questo antichissimo casale oramai scomparso e che non so se vi sono ruderi o resti, doveva sorgere grosso modo all’altezza dell’attuale linea di confine tra le due Regioni, prima del piccolo centro abitato di Acquafredda, oppure, come io non credo, potebbe trattarsi dello stesso centro di Acquafredda. Ricordiamo che nei pressi del luogo dove le due carte ivi illustrate riportano il toponimo “Casale del Corbo”, si trova la linea di confine attuale tra le due Regioni del vecchio ‘Principato Citra’ e Basilicata, confine corrispondente al “Canale di Mezzanotte”, che in queste carte non viene segnato. Nelle due carte in questione, si vede segnata un’altra torre, senza l’indicazione del nome, ma successiva a quella segnata non molto distante dal “Casale del Confine” e dal “Fiume lubertino”, dove ho già scritto che si trattava dell’omonima torre del Lubertino o dell’Obertino, a cui ho dedicato ivi un mio saggio. L’altra torre segnata in queste due carte, all’altezza di Acquafredda, come io credo, è l’antichissima “Torre dello Scilandro”, citata nel 1568 da Scipione Mazzella Napolitano. Recentemente, nel 2008, i due studiosi, Ferdinando La Greca (recentemente scomparso) e Vladimiro Valerio (…), in un loro pregevole studio, ‘Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano – Le terre di Principato Citra’, edito nel 2008, a p. 30, pubblicavano uno stralcio della carta corografica o geografica del ‘Principato Citra’ (Fig. 1.16) di Nicola Antonio Stigliola (…), delineata tra il 1583 e il 1595. Dunque, i dati statistici di cui si servì lo Stelliola (…), nel delineare la carta del Regno, venivano raccolti poco dopo quelli pubblicati da Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, la cui prima edizione risale al 1568. Come si può ben vedere anche in questa carta corografica del Regno di Napoli delineata nel ‘600 (…), la carta di Mario Cartaro-Stelliola (…), delineata dai due cartografi del Regno di Napoli, nel 1613. Nell’immagine illustrata pubblico la carta corografica del ‘Principato Citra’, con l’indicazione di tutte le torri vicereali costruite lungo le coste al 1613. In questa carta, oltre a citarsi la “Torre del bondormire”, e “Torre lo Scilandro”, si citava anche l’altra torre esistente lungo la costa saprese ad oriente del porto, la “Torre del Capobianco”, che è quella attualmente visibile ed esistente e, possiamo leggere chiaramente, a seguire la “Torre lo Scilandro” e, la “Torre lo Crivo”.

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(Fig…) “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- -1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta da Mazzetti E., Cartografia del Mezzogiorno d’Italia, ESI, Napoli, tav. XVII.

I due cartografi Stelliola e Mario Cartaro (…), addirittura segnano la Torre del Crivio, all’interno dei confini geografici del “Principato Citra”, tanto che ci fa pensare che la linea di confine tra le due Regioni di Campania con il Principato Citra e la Basilicata (si vede la Torre di Acquafredda), all’epoca del 1613, sia stata diversa da quella attuale. Oggi la linea di Confine tra le due Regioni, corrisponde al vallone o Canale di Mezzanotte, come si può ben vedere sull’immagine del satellite di googgle maps, ma la carta in questione, include la “Torre lo Crivo” nel ‘Principato Citra’, che corrisponde all’attuale Campania. Nella carta ‘Provincia del Principato Citra’, delineata dal Magini nel ‘600 e poi ampliata dal cartografo Domenico De Rossi (…), del 1714, si vede chiaramente una “Torre dello Scialandro”. In questa carta, non viene indicato Sapri, ma viene correttamente indicato il confine tra le due Regioni. Inoltre, nella carta, possiamo leggere un toponimo strano “Elcerosa” e poi anche un “S. Giorgio”, due casali di cui non abbiamo ben capito l’esistenza.

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(Fig…) D. De Rossi, carta corografica di ‘Provincia di Principato Citra’, del 1714, prima delineata dal Magini (Archivio Storico Attanasio), la carta è tratta da E. Mazzetti (…)

Un’altra carta geografica, la ‘Carta Geografica della Sicilia Prima’, edita a Parigi nel 1771 da Rizzi Zannoni (…), dunque dopo la prima edizione della ‘Lucania’ di Antonini (…), nelle campagne sopra Sapri, oltre a “Torraca”, riporta anche un “S. Giorgio”. Inoltre, faccio notare che, in questa carta, a differenza della precedente, la linea di confine tra le due Regioni, è riportata lungo la frattura che corrisponde al fiume Lubertino. La carta in questione, non riporta o indica nessuna torre costiere, in quanto questa è stata una precisa scelta del delineatore Rizzi-Zannoni. L’unica carta che ad oggi mi risulta correttissima nella sua delineazione cartografica e topografica è l’interessante carta manoscritta “Golfo di Policastro“, inedita e da me scoperta in un carteggio alla Biblioteca Nazionale di Napoli. La carta, senza indicazione di scala, a colori, (del 1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli (…), dove, ad oriente di Sapri, vediamo segnate delle Torri e dei luoghi, non più visibili o esistenti. Anche questa carta è una delle poche testimonianze del passato. La carta inedita, che rinvenni in un copioso carteggio sul basso Cilento, ad oriente di Sapri, indicava la “T. di Capobianco”, “Lo scoglietto”, corrispondente all’attuale scoglio dello Scialandro, “Foce Obertino”, e poi ancora più giù, proseguendo lungo il crinale del monte Ceraso, si legge “T. Scialandro”. Come possiamo vedere in questa carta del primo quarto del secolo XIX, la Torre di Scialandro, è posta molto più in basso e ad oriente di Sapri, dove la linea di costa segna la profondità del mare a mt. 14 e, poco distante dall’attuale confine corrispondente al ‘Canale di Mezzanotte’. La carta, dopo la ‘Torre di Scialandro’, indica a poca distanza una “Torre delle Grive”.

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(Fig….) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, e fu da me pubblicata nell‘Analisi: “Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1)

Giulio Schmiedt (…), a p. 63, parlando di Punta Campanella e Punta Licosa, cita il ‘Compasso de Navigare’ (132) e poi a p. 79, lo cita nuovamente nella sua nota (176), citando anche il testo che ne parla: di P. Luigi Cavalcanti (…) ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, del 1846 (…). Pier Luigi Cavalcanti (…), nella sua ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, nel 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa la costa che da Policastro arriva fino alla secca di S. Janni, località costiera nei pressi di Castrocucco:

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(Fig…) Cavalcanti P.L. (…), op. cit., ‘Portolano etc…’

Le Torri marittime costiere costruite durante il Viceregno Spagnolo lungo il litorale Saprese

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La costruzione delle Torri cavallare, si rese necessaria, verso la fine del ‘500 a causa delle frequenti scorrerie dei saraceni (almugaveri, arabi), che infestavano queste coste saccheggiando i paesi rivieraschi. In quegli anni, gli Arabi o Almugaveri o Saraceni, occupavano parte della Sicilia ed avevano un avamposto ad Agropoli. Forse fu proprio la presenza dei Normanni e degli Arabi in Sicilia che ha determinato il fatto che la tradizione orale locale indicasse queste Torri cavallare  come ‘Torri ‘Normanne’, anche se, le Torri ‘cavallare‘, costiere, a cui ci riferiamo in questo studio, sono state costruite con le decime (tasse) imposte alle popolazioni locali dai Vicerè ( Governatori del Regno di Napoli) spagnoli, per la difesa delle coste dalle frequenti scorrerie degli Arabi. Purtroppo come vedremo, la costruzione delle Torri nel ‘basso Cilento’ ed in particolare proprio quelle del Golfo di Policastro, avvenne con totevole ritardo e quando le popolazioni locali erano già state vessate sia dalle tasse per la loro costruzione che dalle scorrerie saracene, tanto da determinare un fenomeno tipico dei luoghi, ovvero la costituzione di centri abitati posti in collina quasi sempre corrispondenti ai centri rivieraschi preesistenti. Infatti, Sapri, Torraca; Villammare, Vibonati; Capitello, Ispani; Policastro, Santa Marina ecc..ecc…Accadde che le popolazioni locali, che abitavano in origine solo i centri rivieraschi come Sapri che era un piccolo borgo marinaro, si spostarono nei vicini luoghi posti più in alto da cui si poteva scorgere il mare e tenere sotto controllo eventuali arrivi indesiderati e quindi prepararsi alla difesa o nascondersi. Il 1552, segna l’avvio di un radicale mutamento nella geografia feudale della regione con inevitabili riflessi sulla vita sociale, economica e civile di quelle popolazioni. I terremoti (quello fortissimo del 1647), le carestie, le pestilenze (quelle che colpirono tutto il Regno di Napoli nel 1656 e 1664). Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din e la seconda del 1552 ad opera di Dragut Pascià, e quelle che si susseguirono lungo le nostre coste fino al XVIII secolo, depredando e devastando questi umili borghi, furono tanto funeste da indurre nel 1532, il Vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo a costruire lungo tutta la costa del Regno, una serie ininterrotta di torri vedette. Secondo il Granzotto, a Sapri vennero reclutati molti uomini tra la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (5) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Purtroppo, la costruzione di queste torri, non solo fu deleteria per le umili finanze di queste popolazioni, ma si rivelarono inutili poichè  furono realizzate troppo tardi, quando ormai le popolazioni della costa si erano spostate all’interno. In particolare queste torri sono tutte annoverate nella carta geografica regionale del ‘Principato Citra’, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 3) (4). Impropriamente chiamate “Torri Normanne” nella tradizione orale locale, la costruzione delle torri continuò anche sotto la reggenza del Vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera. Purtroppo solo nel 1566 arrivò l’ordine della costruzione delle rimanenti torri da costruire nel tratto di costa del Principato Citra che va da Agropoli a Sapri. Della costruzione delle Torri marittime Vicereali lungo il litorale del Golfo di Policastro fino a Maratea, ne hanno parlato alcuni studiosi come il Romanelli (7), il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed infine il Guzzo (16). Delle torri progettate e da realizzare, sul finire del 1570 solo quattro erano quelle completate ed operanti, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati (2). Il Vassalluzzo (14), sulla scorta dell’Alfano (17), scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Dall’altra parte del paese, verso Acquafredda, troviamo altre tre torri. La torre alla foce del torrente ‘Rubertino’ (ricordata dall’Antonini e dal Pacicchelli come quella del fiume ‘Obertino’) è una di queste. Fu la nuova tassa di grano 7 1/2, imposta dalla Real corte, che permise di terminare la torre alla foce del torrente ‘Rubertino’ che oggi è chiamata Torre di ‘Capobianco’. La ‘Torre dell’Obertino‘, detta anche dell’Obertino diroccata’, fu costruita intorno al 1568 ed ebbe come torrieri: nel 1569 Bernardo Rey; nel 1584, il suo torriere era Giovanni De Colis; nel 1598 Alfonso Gomez e nel 1605 Fernando Gomez. Poi abbiamo la ‘Torre dello Scialandro’ detta pure da alcuni ‘Torre di Mezzanotte’ (3), oggi diroccata e posta nelle vicinanze del ‘Canale di Mezzanotte’. Nel XVIII secolo, Sapri, non viene più menzionato in alcune carte geografiche regionali, ma in alcune di queste carte troviamo riportate alcune torri cavallare costruite nel periodo del viceregno spagnolo del Regno di Napoli lungo la costa del Golfo di Policastro, tra cui, anche quelle costruite lungo il tratto di costa del litorale saprese, in prossimità del piccolo borgo marinaro di Sapri. Quasi sempre vengono annoverate: la ‘Torre di Capobianco’, ancora visibile dopo il porto di Sapri, all’altezza dello scoglio dello Scialandro a mare (Fig. 7).

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(Fig. 6) Torre di Capobianco posta sul crinale che corre lungo la S.S. 18 e, di poco distante al tratto di costa con lo ‘scoglio dello Scialandro’

Un saggio di Onofrio Pasanisi

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La Torre della Petrosa a Villammare

Molto simili sono le Torri cavallare a Villammare e a Capitello ( Figg. 4-5) che nella forma e struttura assomigliano a tutte le altre fatte costruire dai vicerè spagnoli lungo la costa del Golfo di Policastro fino ad Ascea, a difesa delle popolazioni locali.

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(Fig. 7) Torre della Petrosa a Villammare, in località ‘Petrosa’. sdc10458

(Fig. 8) Torre della Petrosa a Villammare, in località ‘Petrosa’.

Atrabis’ o ‘Petrosa’ nel Libro di Re Ruggero dell’anno 1154

Dunque, abbiamo visto come nella traduzione del testo in arabo del Libro di Re Ruggero, il toponimo di Sapri, dovrebbe identificarsi con il toponimo di ‘Petrosa’. In effetti, questo toponimo, ci fa ricordare che a Villammare – una frazione di Vibonati – vi è una Torre vi-cereale, costruita verso la fine del ‘500, detta appunto Torre della Petrosa. Essa prende il nome dalla medesima località dove essa è posta. La Torre della Petrosa è una delle nu- merose Torri cavallare e di avvistamento, marittime e costiere, costruite durante il Vice-regno spagnolo nel Regno di Napoli, per difendere le popolazioni locali dalle frequenti incursioni saracene. La Torre della Petrosa, figura tra quelle segnate nella carta geografi-ca “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594) di Fig. 3. La località ‘Petrosa’, è citata in una carta d’epoca aragonese da noi scoperta al-l’Archivio di Stato di Napoli, di cui abbiamo parlato in un altro nostro scritto, ivi (Fig. 6).

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(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).

In questa carta corografica (Fig. 1), vengono indicati i toponimi principali dei luoghi, l’orografia del territorio, fiumi e montagne, alture e poi si vedono indicate anche le Torri marittime che a quel tempo si vedevano. Nella carta in questione, di cui quì pubblichia-mo uno stralcio della zona limitrofa all’abitato di Sapri e della sua costa, si vede segnato in nero un toponimo ‘Petrasia’, e poi – un pò più spostato di una Torre – che pure figura – lungo la costa – all’altezza di Villammare – attuale frazione del Comune di Vibonati. La ‘Petrasia’, citata, figura proprio dove oggi è segnata la località ‘Petrosa‘, dove oggi – per intenderci – è segnata la contrada del ‘Parco Le Ginestre’. La presenza del toponimo di  ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, vicinissime, in epoca aragonese, ci fa pensare che il toponimo ‘Petrosa’ – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luo-go di un Porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (Petrosa) – noi crediamo – stia ad indicare i toponimi di alcune Torri costiere di difesa conosciute dagli Arabi al tempo del Re Normanno Ruggero e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – “Da Policastro a Petrosa (2) ( Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. Infatti, la citazione del geografo del toponimo di ‘Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corris-ponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.” credo, si riferiscano alla località ad oriente di Sapri, dove alla fine del 1500, fu costruita la ‘Torre di Capobianco‘, altra Torre cavallara di avvistamento, costruita per la difesa delle coste in epoca Vicereale. Il Vassalluzzo (13), sulla scorta dell’Alfano (16), scriveva in proposito: “Siamo a Capitello, che ci attende di mostrarsi la torre omonima (Tav. VI, fig. 4), conservatasi discretamente nella struttura dell’epoca. I torrieri, posti alla sua guardia nei secoli XVI e XVIII, furono Rey Bernardo (1569), Gomez Alfonso (1598) e Gomez Fernando (1605). Essa fu costruita dopo il 1563. Capitello, una volta comune autonomo, oggi è frazione di Ispani. Eccoci a Villammare. La Torre (Tav. VI, fig. 5), incorporata nell’abitato, almeno esternamente si conserva bene ed è adibita a civile abitazione. Anch’essa compare nel piano della costruzione delle torri del 1563 (1- Archivio di Stato di Napoli e Pasanisi, p. 440), All’anno 1598 si trovano come torriere Pugliese Carlo (1). Villammare fa parte come frazione, del Comune di Vibonati. Quest’ultimo Comune fu Feudo dei Caracciolo, di Francesco Pertinet, di Fabio di Bologna, di Francesco Galluppo, di Giovanni Camillo Greco. Nel 1797 si trovava infeudato alla Principessa D. Teresa Carafa di Policastro. Intorno a questo centro, detto anche Bonati o Libonati, sono state fatte numerose polemiche. 

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

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(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(2) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.

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(3) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio)

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(3 bis) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio), p….

(3) Santoro Lucio, Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI

(3) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39

(3) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione; si veda pure:

(3) Cisternino Riccardo, Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806), Istituto Italiano dei Castelli, Roma, 1977 (Archivio Attanasio)

(4) ibidem, Parc. Prov. Fascio 119, fol. 138

(5) (Fig. 4) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti E., op. cit., (19), vol. II, tav. XVII.

(6) Granzotto Gianni, La Battaglia di Lepanto, ed. Mondadori, Milano, pp. 128, 129.

(7) Romanelli Domenico, Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa de: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101. 

(8) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Ro- ma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(9) (Fig. 1) L’immagine illustra uno stralcio della riproduzione digitale fatta da me eseguire della carta corografica manoscritta “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatica-Politica, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiano.”. Sul retro della riproduzione da me richiesta ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81.

(10) (Fig. 5) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, , per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1).

(11) (Fig. 2) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Schmiedt G., ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno originale è conservato all’I.G.M. di Firenze – Nuovo Archivio, Sede S. Marco, classificazione catastale, 75-11, armadio 93, cartella 82, doc. n. 52, scans. 93.

(12) Gallotti Nicola, Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891, pp. 8-10-16. Si veda pure Gallotti N., Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, 1899.

(13) (Fig. 3) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli. Questo documento, è stato tratto da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti alla ex Biblioteca Provinciale, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N, ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2). Questa carta manoscritta e inedita da me scoperta fu da me pubblicata nell”Analisi sull’Evoluzione Storico-Urbanistica’, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1) (vedi Attanasio F., op. cit., nota 1).

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(14) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(15) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.

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(16) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991.

(17) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1795, fol. 135, pp. 43.

(18) Caffaro Adriano, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni di- segni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro.

(19) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972.

(20) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, discorso XI, p….

(21) Ramage C.T., Viaggio nel Regno delle due Sicilie – a cura di E. Clay, ed. De Luca, Roma, 1966, ristampa, p. 113 e s.; si veda pure dello stesso autore, la ristampa del libretto: ‘Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828′, a cura di Raffaele Riccio, Roma, ed. dell’Ippogrifo, 2014, p. 137

(22) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.

(23) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 176

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)

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(…) Cavalcanti P.L., ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, Napoli, 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa la costa che da Policastro arriva fino alla secca di S. Janni, località costiera nei pressi di Castrocucco.

(…) Valente Angela, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino, ed. Einaudi 76, 1965, ristampa del 1976, pp…… (Archivio Attanasio)

(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Storico Attanasio)

Sapri, la formazione della piana costiera, la baia e il porto.

Piante e Disegni, cartella XXXII, conv. 4

(Fig. 1) Carta del’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (5).

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Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Con la progressiva e definitiva dissoluzione dello Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli, le sue origini e l’evoluzione storico-urbana del centro costiero. Questo saggio vuole fare il punto di tutte le notizie storiche raccolte e documentate sulla cittadina di Sapri suntate anno per anno che sono ivi trattate in questo blog in maniera organica e approfondita con altri miei saggi a cui si rimanda per gli opportuni approfondimenti.

Sapri

La formazione della piana costiera di Sapri

Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), a p. 3, in proposito scrivevo che: “Il territorio del “basso Cilento”, del Golfo di Policastro e del suo entroterra, ha un paesaggio impervio, ricco di montagne, lacchi amenomati, ora brulli ora coperti da folti boschi, che ci donano un senso di pace e di commozione in uno spettacolo, talvolta, di atavica so-litudine e d’immortale bellezza. La fascia costiera si rivela totalmente diversa rispetto al suo entroterra. Si scorgono numerose grotte, cale dirute ed uliveti che, dalle balze a ridosso del mare, si rispecchiano nelle acque di un limpidissimo azzurro. La costa è ricca di paesi, ieri piccoli borghi marinari di pescatori, oggi affollati di turisti nei tre mesi estivi. L’ampio Golfo di Policastro, costituisce l’estremo lembo della Campania, al confine con la Basilicata, l’antica “Lucania”. Esso, comprende la piccola pianura costiera di Sapri che è posta ai margini sud-orientali del Golfo di Policastro, stretta tra le propaggini del Monte Coccovello ad est, dal Monte Olivella a nord e dalle colline ad ovest e nord-ovest. Al limite della piana costiera, troviamo il rilevato ferroviario che lambisce la corolla di colline (mediamente lungo la curva di livello a quota +15 sopra il livello del mare). So-stanzialmente, il rilevato ferroviario, costituisce anche il limite alle aree urbanizzate, poste quasi tutte fra il rilevato ferroviario e la linea costiera che, con la sua fascia lito-ranea, lambisce il mare e la caratteristica baia antistante. La formazione e la conforma-zione che la pianura costiera di Sapri ha assunto nei secoli, può avvalorare alcune ipotesi sulle sue origini. Il paesaggio che oggi vediamo è stato modellato dalle significative variazioni climatiche che si sono avvicendate nel corso del Quaternario ed Olocene e dalle recenti oscillazioni del livello del mare. Il Cesarino, al riguardo, credeva che il Torrente Brizzi ” oggi modesto, scarica in mare le ultime acque di quell’immenso serbatoio idrico che fù la Valle del Noce: l’antico lago pleistocenico si svuotò nel corso dei millenni sia attraverso la vallata di Castrocucco in Calabria, sia attraverso la vallata di S. Costantino che incombe su Sapri. E la profonda gola scavata dal Torrente Brizzi nella roccia rivela la notevole portata che dovette avere nell’antichità. Se si aggiunge che la zona è interessata da quel movimento bradisismico che riguarda la Calabria costiera, e che i detriti alluvionali hanno depositato una coltre di parecchi metri.” (1) I deterioramenti climatici succedutisi nei secoli, hanno causato una serie di ciclici alluvionamenti che hanno provocato notevoli trasformazioni al paesaggio. Tali fenomeni hanno determinato l’accumulo di ingenti quantità di detriti fluviotorrenziali, causando un’aggradazione del piano di campagna ed una progradazione costiera.  L’urbanizzazione del centro abitato è andato adeguandosi alle periodiche esondazioni che talvolta si sono rivelate di notevole portata. Sono testimonianza i molti antichi fabbricati della ‘Marinella’, che presentano porzioni di ambienti e gli ingressi dei fronti principali al di sotto del piano di campagna o stradale. In seguito a scavi effettuati per lavori edilizi, sono stati ritrovate pavimentazioni e manu-fatti edilizi completamente interrate e ricoperti da terreni alluvionali. I fenomeni alluvionali che nelle varie epoche, hanno interessato gran parte della pianura costiera di Sapri, hanno determinato anche fenomeni di progressivo impaludamento dalla piana. I toponimi ‘Skidros’ o ‘Sapros’ (pantano, palude), richiamano senza ombra di dubbio ad un fenomeno di impaludamento. Inoltre, devo aggiungere che, sul lato nord-est della piana, tra la località ‘Mocchie’ e le colline del Timpone, nell’antichità, doveva aprirsi una piccola insenatura perfettamente navigabile per le leggere barche dell’epoca.

SAPRI, TERRITORIO, L’AMPIA BAIA, IL PORTO NATURALE, LA COSTA

Alcune notizie sulla formazione geologica del territorio

Nel 1966, nel Bollettino della Società dei Naturalisti in Napoli (…), vol. LXXV, 1966, pubblicato a Napoli nel 1967, a pp. 188-189, leggiamo di Sapri e della formazione geologica del territorio circostante.

Giulio Schmiedt (….), nel 1975, pubblicò un interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, dal titolo ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche’ pubblicato a Firenze nel 1975. Schmiedt (2), gà molti anni prima, nel 1972 aveva pubblicato un altro interessante studio sui porti della Magna Grecia ed aveva citato quello di S. Croce a Sapri. Si tratta dello studio ‘Il livello antico del Mar Tirreno – Testimonianze dei resti archeologici, a cura di’ (2.1). Nello studio ‘Antichi porti d’Italia’, lo Schmiedt (2), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (2), a cui ho dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite. Al limite della piana costiera, troviamo il rilevato ferroviario che lambisce la corolla di colline (mediamente lungo la curva di livello a quota +15 sopra il livello del mare). Sostanzialmente, il rilevato ferroviario, costituisce anche il limite alle aree urbanizzate, poste quasi tutte fra il rilevato ferroviario e la linea costiera che, con la sua fascia litoranea, lambisce il mare e la caratteristica baia antistante. La formazione e la conformazione che la pianura costiera di Sapri ha assunto nei secoli, può avvalorare alcune ipotesi sulle sue origini. Il paesaggio che oggi vediamo è stato modellato dalle significative variazioni climatiche che si sono avvicendate nel corso del Quaternario ed Olocene e dalle recenti oscillazioni del livello del mare. Il Cesarino, al riguardo, credeva che il Torrente Brizzi ”oggi modesto, scarica in mare le ultime acque di quell’immenso serbatoio idrico che fù la Valle del Noce: l’antico lago pleistocenico si svuotò nel corso dei millenni sia attraverso la vallata di Castrocucco in Calabria, sia attraverso la vallata di S. Costantino che incombe su Sapri. E la profonda gola scavata dal Torrente Brizzi nella roccia rivela la notevole portata che dovette avere nell’antichità. Se si aggiunge che la zona è interessata da quel movimento bradisismico che riguarda la Calabria costiera, e che i detriti alluvionali hanno depositato una coltre di parecchi metri.” (1). I deterioramenti climatici succedutisi nei secoli, hanno causato una serie di ciclici alluvionamenti che hanno provocato notevoli trasformazioni al paesaggio. Tali fenomeni hanno determinato l’accumulo di ingenti quantità di detriti fluviotorrenziali, causando un’aggradazione del piano di campagna ed una progradazione costiera.  L’urbanizzazione del centro abitato è andato adeguandosi alle periodiche esondazioni che talvolta si sono rivelate di notevole portata. Sono testimonianza i molti antichi fabbricati della ‘Marinella’, che presentano porzioni di ambienti e gli ingressi dei fronti principali al di sotto del piano di campagna o stradale. In seguito a scavi effettuati per lavori edilizi, sono stati ritrovate pavimentazioni e manufatti edilizi completamente interrate e ricoperti da terreni alluvionali. I fenomeni alluvionali che nelle varie epoche, hanno interessato gran parte della pianura costiera di Sapri, hanno determinato anche fenomeni di progressivo impaludamento dalla piana. I toponimi ‘Skidros’ o ‘Sapros’ (pantano, palude), richiamano senza ombra di dubbio ad un fenomeno di impaludamento. Inoltre, devo aggiungere che, sul lato nord-est della piana, tra la località ‘Mocchie’ e le colline del Timpone, nell’antichità, doveva aprirsi una piccola insenatura perfettamente navigabile per le leggere barche dell’epoca. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Mezzogiorno”, vol. II parlando di Velia e della scomparsa di gran parte della città, delle sue vestigia, a p. 729, in proposito scriveva: “Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, sappiamo che all’epoca dell’eruzione pliniana del Vesuvio, si ebbero sulla costa ingenti precipitazioni atmosferiche che determinarono l’accumulo di detriti, modificando la linea costiera della già ampia baia di Sapri con le sue insenature naturali.

Sapri

Il bradisismo della fascia costiera del Cilento, e gli effetti sulle città costiere ormai scomparse

Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a p. 43 e ssg. parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Profondamente mutate dalle condizioni di un tempo sono le condizioni attuali della piana di Pesto, che però si vanno risollevando con la bonifica. Una volta l’aria vi odorava di fiori, ed ora vi è greve morbosa; ….le zanzare malariche insidiano la salute dei butteri, e le mandre di bufali tengono il campo. E’ interessante approfondire questo mutamento che si è verificato, perchè esso riguarda la sparizione di Pesto, di cui è stata data, solo di recente, la spiegazione giusta. Si credeva, fino a poco tempo addietro, che quella sparizione fosse dovuta alla malaria e alle incursioni dei Saraceni, che nel IX secolo avrebbero spinto i Pestani ad abbandonare la città e a riparare a Capaccio Vecchio, che sorge sui monti retrostanti (p. 15). Già il Gunther, studiando il bradisismo del Golfo di Napoli, aveva avuto l’intuizione che la scomparsa di Pesto fosse da attribuirsi allo stesso fenomeno, che avrebbe avuto come conseguenza la malaria, e, quindi, l’abbandono. Gli scavi recenti hanno dimostrato che la città è rimasta sepolta sotto una spessa coltre di materiali di origine palustre, fortemente cementati fra loro. In base a questa osservazione il DE LORENZO, e dopo di lui il D’ERASMO, hanno così ricostruito il fenomeno (3). Nel VI sec. a.C., e forse anche prima, la piattaforma di travertino su cui posa Pesto dovè iniziare un lento movimento di discensione per effetto del bradisismo del litorale tirrenico. All’epoca di Augusto, questo movimento doveva essere giunto a tal punto che cominciava a formarsi il pantano in prossimità di Pesto. Strabone dice che il fiume, impaludando, rendeva la città malsana (4). Il movimento discendente continuò ancora durante l’Impero e il Medio Evo, si che alla fine di questo il livello del mare doveva essere superiore all’attuale di più di 10 m., e la piattaforma su cui poggia Pesto doveva emergere pochissimo. Impediti di correre liberamente al mare, il Sele e i prossimi corsi d’acqua – fra cui è “Capo di fiume”, che scorre vicino a Pesto – ristagnando, formarono l’acquitrinio e così prepararono a poco a poco alla città antica il funereo manto – che presso Porta Marina mostra uno spessore di oltre cinquanta metri. Naturalmente è da connettere con questi movimenti di bradisismo la variazione della linea di spiaggia, la quale si è avvicinata o si è allontanata, a seconda della direzione discendente o ascendente del movimento.”. Il Magaldi, a p. 43, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. De Lorenzo, Sulla causa geologica della scomparsa dell’antica città di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia dei Lincei”, Cl. Sc. fis. s. 6°, vol. XI (1930); G. D’Erasmo, Il bradisismo di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia Scienze fis. e mat.” s. 4à, vol. IV (1934), (ripubblicato per cura dell’Ente per le antichità e i monumenti della provincia di Salerno”, ivi, 1935).”. Felice Crippa (….), nel suo “Sapri –  Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 85 e ssg., in proposito scriveva: “21. Lineamenti di geologia saprese. La baia di Sapri costituisce una depressione morfostrutturale attualmente colmata da una potente pila sedimentaria di depositi alluvionali recenti e delitizii-littorali. Questi depositi legati alla trasgressione “versiliana”, avvenuta progressivamente all’ultimo stadio glaciale, il Wurm III, a partire cioè da 15.000 anni fa (1). In parole povere Sapri giace su fanghi, limi, sabbie e pietre via via accumulatisi nei millenni trascorsi ai piedi delle montagne circostanti in seguito ai dilavamenti dei pendii e per il deposito congiunto di materiali marini rilasciati dalle acque sia in fase di avanzata – verso l’interno- che di ritirata – verso il largo. Materiali diversi scesero dalle montagne da tre bacini principali (tav. 7) e gradualmente vennero convogliati verso il sottostante specchio d’acqua marino. Il mare, a sua volta, sia per i fenomeni di avanzata e ritirata dalla costa che per effetto delle correnti e delle mareggiate, accumulò altro materiale, determinando successive linee di contenimento dei materiali che scendevano dai monti. Ecc..”. Il Magaldi, a p. 91, nella nota (1) postillava: “(1) L. Brancaccio, Geologia regionale della Campania”. Il fenomeno del bradisismo ha interessato gran parte della fascia litoranea della costiera Tirrenica ed ha influito sulle numerose ed al tempo floride città magno-greche sorte sulle costa del basso Cilento. Come si è detto per l’esempio di Paestum, la maggior parte di queste città sono in seguito scomparse. La tradizione popolare ed i racconti settecenteschi attribuscono cause varie, maremoti, terremoti, distruzioni vandaliche e saraceniche ecc.., ma le rovine d’epoca romana che ancora oggi si possono vedere nell’area di S. Croce a Sapri non sono mai state rilevate con cura scientifica e soprattutto non sono state mai studiate. Gli studi sulle preesistenze dell’antichità possono rivelare risvolti inattesi, come ad esempio si è potuto fare nel “Serapo” a Pozzuoli. La ricostruzione dell’andamento del bradisimo ai Campi Flegrei, a partire dal IV sec. d.C. nel corso dei secoli fino ai tempi moderni è stata possibile grazie a osservazioni compiute sulle rovine di una costruzione di epoca romana, situata a poche decine di metri dal porto di Pozzuoli: il Serapeo. Erroneamente considerato come un tempio dedicato al dio egizio Serapide (da cui il nome) è stato in realtà un mercato romano dal I al II secolo AD. La peculiarità di questa costruzione è la presenza, a varie altezze sulle tre colonne ancora erette, di fori prodotti da molluschi marini (litodomi) che vivono nella fascia intertidale (tra la bassa e l’alta marea) e che quindi sono indicativi del livello marino nel passato. Grazie alla datazione di tali fori è stato possibile ricostruire le oscillazioni del livello del mare nel tempo dovute al sollevamento o abbassamento del suolo a Pozzuoli per effetto del Bradisimo. Avendo studiato ed osservato da Architetto la tipologia costruttiva adottata in epoca romana allorquando vennero costruiti i piloni frangiflutti oggi detti “Pila” a mare, in località S. Croce, sono stato sempre convinto che in quel punto il mare esisteva ed è per questo motivo che i romani costruirono l’antico molo costituito da piloni posti in successione. Ma, come dicevo la tipologia costruttiva dei piloni è differente perchè essa cambia. La costruzione delle fondamenta dei piloni appoggiata al suolo marino presenta una malta pozzolanica, ovvero una malta a base di calce e pozzolana che è una malta idraulica, ovvero una malta adatta ad indurirsi nelle costruzioni sottomarine, o per meglio dire nelle costruzioni dentro l’acqua. Infatti, i piloni, oggi dette “Pila” sono immersi nell’acqua del mare. Dunque, il mare in quel tratto litoraneo della costa saprese vi è sempre stato. E’ per questo motivo che i Romani costruirono quell’opera idraulica e portuale. Se questo è vero, ed è vero, come io credo, dimostra che la linea di costa della baia saprese veniva si a modificarsi ma non nel modo come è stato affermato in recenti studi. Grazie alla datazione di tali fori è stato possibile ricostruire le oscillazioni del livello del mare nel tempo dovute al sollevamento o abbassamento del suolo a Pozzuoli per effetto del Bradisimo. Avendo studiato ed osservato da Architetto la tipologia costruttiva adottata in epoca romana allorquando vennero costruiti i piloni frangiflutti oggi detti “Pila” a mare, in località S. Croce, sono stato sempre convinto che in quel punto il mare esisteva ed è per questo motivo che i romani costruirono l’antico molo costituito da piloni posti in successione. Ma, come dicevo, la tipologia costruttiva dei piloni è differente perchè essa cambia. La costruzione delle fondamenta dei piloni appoggiata al suolo marino presenta una malta pozzolanica, ovvero una malta a base di calce e pozzolana che è una malta idraulica, ovvero una malta adatta ad indurirsi nelle costruzioni sottomarine, o per meglio dire nelle costruzioni dentro l’acqua. Infatti, i piloni, oggi dette “Pila” sono immersi nell’acqua del mare. Dunque, il mare in quel tratto litoraneo della costa saprese vi è sempre stato. E’ per questo motivo che i Romani costruirono quell’opera idraulica e portuale. Se questo è vero, ed è vero, come io credo, dimostra che la linea di costa della baia saprese veniva si a modificarsi ma non nel modo come è stato affermato in recenti studi. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”. E’ interessante l’ipotesi del La Greca sulle origini della città di Vibone, che in sostanza riprende ciò che aveva in precedenza scritto e creduto l’Antonini.Non è chiaro se il La Greca, nel riferirsi alle rovine di S. Croce si riferisca ad una città di origine sabellica o Lucana o si riferisca alla colonia latina di Vibona. Si è visto che, sebbene si propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum. Il La Greca, a p. 34 continuando il suo discorso sull’area di S. Croce scriveva pure che: “Ricerche recenti nell’area della villa romana di Santa Croce a Sapri (72)  hanno stabilito che il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m. La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) postillava: “(72) Toccaceli 2003”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) si riferiva al testo del geologo Romeo Toccaceli (….), ed a p….., nella bibliografia scriveva: “(72) TOCCACELI 2003 = R. M. TOCCACELI, Evidenze geoarcheologiche della variazione del livello del mare in età storica: l’insediamento romano di S. Croce (Sapri – Golfo di Policastro), in ALBORE LIVADIE – ORTOLANI 2003, pp. 255-264. TRA LAZIO E CAMPANIA 1995 = AA. VV., Tra Lazio e Campania.”, su cui contenuto nutro dei dubbi. Il La Greca si riferisce ad uno studio geomorfologico del geologo Romeo Toccaceli di Sapri che, nel 2003 riteneva che “…il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m.”. Il Toccaceli (ed in questo caso il La Greca, ritenevano che in epoca storica, senza peraltro specificare quale epoca storica a cui si riferisse, il livello del mare era più basso di circa mt. 1, 80. Dunque, essi ritenevano che nell’antichità, l’area delle rovine di S. Croce, il livello del mare era molto più basso dell’attuale, tanto che, il La Greca affermava che in epoca antica: “La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca riteneva che il molo frangiflutti (le pilae) e le “cammerelle”, in epoca antica non erano bagnate dal mare, ovvero erano all’asciutto. Se pur ammettendo l’evidenza geologica che nell’antichità la linea costa presentasse un andamento particolare, non mi pare possibile, invece che “un andamento particolare”, l’avesse pure la linea orografica del sottosuolo di Sapri e della baia di Sapri. Inoltre, ammettendo per buona l’ipotesi e gli studi del Toccaceli (….), da cui risuta che tutta la villa ed il molo (le pilae), rovine che insistono nell’area di S. Croce, in parte sommersi dall’acqua, siano state in epoca antica  “e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto”, mi chiedo come sia stato possibile che, la tipologia costruttiva del molo frangiflutti (dalla tradizione chiamato le “Pile” (da “Pilae”, ovvero pilone), denoti una diversa tipologia costruttiva adatta alle costruzioni marine ?. Mi spiego meglio. Dall’analisi della costruzione della Pilae, un molo frangiflutti costruito a protezione delle opere prossime alla battigia del mare a S. Croce, si vede chiaramente quale sia stato sempre il livello del mare. Le “Pilae”, di Sapri sono costituite da una porzione posta sotto l’acqua del mare e, un’altra porzione che affiora dal livello del mare, visibile al visitatore. Esse sono state costruite con due tipologie costruttive diverse tra loro. La porzione di opera sottomarina è stata infatti costruita usando una malta idraulica a base di pozzolana. Questo dimostra che i romani costruirono le “Pilae” nell’acqua del mare che, all’epoca, già era presente. Infatti, l’opera serviva a proteggere la piccola insenatura dai flutti marini, marosi, che in certi giorni di burrasca si vedono infrangersi proprio verso la Pilae. Dunque, se a S. Croce, il livello del mare è stato, come io credo, almeno dall’epoca romana come è attualmente, ne va da se che l’ipotesi del La Greca e di altri non hanno fondamento. A S. Croce, il mare c’è sempre stato così come lo vediamo ora e con lo stesso livello. Era talmente sostanziale la presenza del mare che i romani dovettero costruire il molo frangiflutti a divesa dei venti di mezzogiorno particolarmente rovinosi nelle giornate di burrasca. Felice Crippa (….), nel suo “Sapri –  Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 73 e 74, venivano pubblicati due disegni ricostruttivi della villa d’epoca romana che mostrano chiaramente la Villa disposta all’asciutto e su un pianoro leggermente rialzato rispetto alla linea della battigia del mare. La ricostruzione dell’autore dei disegni, però, nella sua ricostruzione a volo d’uccello (dall’alto) della villa di S. Croce, non tiene minimamente conto delle opere portuali, del criptoportico delle “Camerelle” e del molo frangiflutti. Le evidenze archeologiche in sito denotano, è vero, delle opere murarie ad un livello superiore a quello marino ma queste costituiscono un tutt’uno con le opere murarie sottostanti, quelle cioè che si vedono dalla battigia del mare, che sono opere portuali e che, nel caso del molo frangiflutti (detto Pila), posto un pò più avanti, erano opere costruite con le loro fondamenta nel mare stesso, dunque opere portuali.

La faglia tettonica Sapri-Nocara

Felice Crippa (….), nel suo “Sapri –  Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 85 e ssg., in proposito scriveva: “22. Profilo strutturale e sismico di Sapri. Assetto strutturale. Sapri è compresa nella catena sud-appenninica che si è formata attraverso sollevamento del Pliocene (sette milioni di anni fa) e nel Quaternario (due milioni di anni fa). Peculiarità di Sapri è quella di essere al vertice di ben due linee di faglia. Una si sviluppa da Sapri alla piana del Sele, la seconda – denominata proprio Sapri-Nocara – si sviluppa in direzione della costa jonica. Quest’ultima è importante in quanto trasversale rispetto alla catena sud-appenninica. Le faglie non sono altro che fratture entro le masse rocciose all’interno della crosta terrestre. Ecc…”. Il Magaldi, a p. 91, nella nota (1) postillava: “(1) L. Brancaccio, Geologia regionale della Campania”. Giovannipaolo Ferrari (….), nella Relazione per il P.U.C. redatto per il Comune di Sapri, a p. 12, in proposito recentemente scriveva: “L’attuale conformazione della baia di Sapri e del suo immediato retroterra – dunque – è il risultato di numerosi fattori geologici e climatici, succedutisi soprattutto nell’arco del Quaternario, da circa due milioni di anni fa. Tali fattori interagenti e avvenenti in fasi morfogenetiche successive, hanno lasciato scarse tracce bene identificate e databili, sicchè le indicazioni concernenti le più significative tappe evolutive possono essere ricavate dallo studio generale della più vasta dinamica del margine tirrenico della catena appenninica. Il disegno generale della costa, nelle linee fondamentali, risale al Quaternario Antico (Pleistocene Inferiore), che, nella cronologia assoluta, può essere posto tra un milione e 700.000 anni dal presente. La forma circolare o tozzamente quadrata della baia è sicuramente attribuibile ai movimenti tettonici che hanno interessato le successioni rocciose del Mesozoico e del Terziario ed hanno accompagnato il lento sollevamento dell’area durante l’ultima era. Il successivo modellamento è stato determinato dalle variazioni climatiche tipiche dell’era quaternaria, i cui più marcati effetti sono stati le oscillazioni del livello marino per cause glacioenstatiche (avanzamento e ritiro dei ghiacci polari). Altro effetto notevole delle fasi fredde è stato la produzione di grandi quantità di detriti lungo i versanti montuosi, che, come si è detto, hanno dato origine alla piana su cui insiste l’abitato. Evidenti nei dintorni sono le tracce di antiche spiagge fossili sollevate anche a diverse decine di metri dal livello marino odierno, i cui affioramenti, compresi tra i 50 e 70 metri s.l.m., sono disposti a forme di tipici terrazzi a morfologia subpianeggiante. L’emersione dei depositi marini antichi è stata seguita da una fase lacustre e palustre, che ha interessato l’intera baia. In tempi storici, il lento arretramento della linea di riva è stato accompagnato dall’interramento e sovralluvionamento delle aree costiere.”.

La baia naturale di Sapri e il porto

L’Antonini, della baia di Sapri in proposito scriveva che: ” che è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca di circa mezzo miglio, guardando per diritto a mezzogiorno; quindi è che spirando quei venti non sono sicuri nel porto;”. Il Troyli, nel 1675, parlando dei porti del Cilento, dice: “Con vedersi col medesimo seno di Policastro il Porto che di Sapri oggigiorno s’appella: il quale sebbene alquanto ripieno, è di solito di piccioli bastimenti capace, comecchè da Scirocco gagliardamente battuto; pure fù dalla natura cotanto ben disposto, che rassembra uno dei più bei porti, che abbia mai veduto. E se fosse ugualmente profondo nelle sue acque capace sarebbe di una grandissima armata navale.” (2). Nel 1815, Romanelli (6), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (6).

C.G.25A071

(Fig. 3) Croquì di Sapri, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (8).

CA006738

(Fig….) “Porto di Sapri’, “Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno;  vecchio schizzo pubblicato dallo Schmiedt (4), è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142)(9).

La baia naturale di Sapri, una cassa armonica naturale

Come si può vedere dall’immagine satellitale tratta da google maps ed in un disegno del Genio militare napoletano che pubblicai anni fa, il litorale del paese di Sapri, ha la forma di un ferro di cavallo. La particolare conformazione orografica del territorio ed in particolare del litorale saprese, può annoversarsi tra le poche ed uniche baie naturali esistenti al mondo. Simile alla baia di Sapri è la baia di Acapulco in Messico. La particolare conformazione a ciampa di cavallo della baia di Sapri, oltre a donarle la particolare caratteristica di un porto naturale conosciuto e citato nei primi portolani esistenti, le dona anche la particolare caratteristica di naturale cassa armonica di risonanza acustica. Infatti, questa particolare conformazione naturale quasi ad emiciclo (un semicerchio con un angolo di 180°) è stato prima adottato negli Odeon greci (teatri) e poi in seguito proprio come la baia di Sapri a forma di ‘ciampa di cavallo’ la pianta dei primi teatri lirici come il San Carlo di Napoli o la Scala di Milano, rinomati per la loro risonanza acustica. In certe particolari giornate ventose, ma anche non particolarmente ventose, si può ascoltare il rumore del mare e dei gabbiani a centinaia di metri di distanza dalla battigia del mare. Nella mia abitazione che è posta nel centro abitato ma a ridosso della linea ferroviaria cioè a 600 metri dalla spiaggia, mi risveglio spesso con il rumore del mare. Il Rizzi (3), parlando dei porti cilentani, così dice del porto di Sapri: “8 -, In distanza di 15 miglia dall’Infrischi è situato il porto di Sapri, dove si avvisano dei notabili avanzi di anti-che fabbriche. Ha la circonferenza di circa 2 miglia, di maniera che possono restare nume-rosi navali. Quando spirano i venti di libeccio-mezzogiorno, e ponente-libeccio, si stà mal sicuro……Il porto di Sapri, che è di figura circolare, ha la bocca verso mezzogiorno della grandezza di mezzo miglio circa.  Mercè un braccio di fabbrica, che si farebbe stendere dalla parte di occidente, verrebonsi a riparare in parte gli inconvenienti ai quali è soggetto.”. Secondo il Rizzi, nel 1809, Sapri aveva un’attrezzatissima flotta per la pesca formata da 7 pescherecci di 3 tonnellate cadauno e da un numero imprecisato di barche.

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Il fiume sotterraneo ‘Lubertino’  e u’ vull j l’acqua, in località Sciarapotamo

Già l’Antonini nel 1795, nella sua ‘Lucania’ a pag. 430, chiamava questo fiume sotterraneo ‘fiume Obertino‘. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale ‘di Capobianco’, ma all’epoca ve ne era un altra oggi scomparsa la Torre ‘Obertino’. Gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo. Antonini (4) nei sui discorsi, così scriveva nel 1795:  “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli ( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho…” (4 – p. 435). Lo scrittore e viaggiatore inglese Craunfurd Tait  Ramage. Il Ramage (….), nel suo “Attraverso il Cilento”, parlando del suo viaggio e della sua visita a Sapri, dopo aver descritto alcune cose viste a Sapri fornendo interessanti ed utili notizie storiche, lasciando il paese, in proposito scriveva che: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino. Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre di più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ma a quest’ora del giorno sarebbe stata una vera follia tentare di percorrer la piedi. Non vi era un filo di aria ed il caldo era il più intenso che avessi provato; eppure i marinai non sembravano accorgersene, nonostante che i loro torsi nudi fossero esposti direttamente ai raggi del sole. Ora sono diventato prudente, perchè l’estate scorsa, mentre salivo lungo la strada che portava al palazzo di Tiberio nell’isola di Capri, ecc…”. Sempre il Ramage continuando il suo racconto e, mentre viaggiava in barca in direzione di Acquafredda e Maratea scriveva che: ”Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che, vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, una polla d’acqua ribolle dal fondo del mare con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo è possibile bere l’acqua dolce perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”. Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (4) chiamava “fiume Obertino“, in prossimità della torre vicereale omonima, oggi scomparsa. Il fiume ‘Lubertino’, figura anche sulla carta geografica inedita, da me ritrovata presso l’Archivio di Stato di Napoli (5). Nella carta, figura il fiume ‘Lubertino’.  Si tratta di un fiume di natura carsica che scorre sotto terra e che sfocia in mare aperto quasi di fronte allo scoglio dello ‘Scialandro‘. La tradizione popolare lo ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua‘ ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di bollire), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo  che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo del mare e visibile ad occhio nudo. Oggi l’acqua del fiume carsico viene captata e va ad alimentare un acquedotto per Sapri. Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Acquafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc..ecc..

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(Fig. 4) Lo scoglio dello Scialandro dopo il porto e la baia di Sapri.

Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pres si dello scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (4) chiamava “fiume Obertino“, in prossi- mità della torre vicereale omonima, oggi scomparsa. Il fiume ‘Lubertino’, figura anche sulla carta geografica inedita, da me ritrovata presso l’Archivio di Stato di Napoli (5).

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(Fig. 5) Carta del’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (5).

Nella carta, figura il fiume ‘Lubertino’.  Si tratta di un fiume di natura carsica che scorre sotto terra e che sfocia quasi di fronte allo scoglio dello ‘Scialandro‘. La tradizione popola- re lo ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua‘ ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di bollire), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo  che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo del mare e visibile ad occhio nudo. Oggi l’acqua del fiume carsico viene captata e va ad alimentare un acquedotto per Sapri.

Il fiume carsico ‘Obertino’ o ‘Lubertino’ e il fenomeno a mare detto “u vull’ j l’acqua”

Nel 1815 la Torre detta di “Capobianco” era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (7). Dunque, il Romanelli (…), nel 1815 scriveva di Sapri e del suo Porto che vi erano due torri che chiamava 1) Torre del “Buondormire” e l’altra Torre detta del “Lubertino”. Dunque, il Romanelli non la chiamava Torre di “Capobianco” ma la chiamava Torre del “Lubertino”. Il toponimo “Lubertino” deriva molto probabilmente dalla vicina foce del fiume carsico e sotterraneo chiamato dall’Antonini (…) “Obertino” e da altri “Lubertino”. Si tratta di un fiume carsico che a mare da origine al fenomeno carsico detto dalla tradizione popolare “u vull’ j l’acqua”, di cui mi sono occupato in un altro mio saggio. La Torre detta di “Capobianco” o di “Capo Bianco“, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage (21), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Il fenomeno carsico del “Vullo di acqua”, venne bene descritto dallo scrittore e viaggiatore scozzese Croufurd Tait Ramage (….), che nel 1828, nel suo “Viaggio nel Regno delle due Sicilie“, lo descriveva. Leggendo la sua traduzione in “Attraverso il Cilento” con introduzione di Raffaele Riccio, edizione dell’ippogrifo il Ramage (….) a pp. 137-138, dopo aver parlato di Sapri, del suo porto e delle sue Torri, continuando il suo racconto ci descrive quando è sulla barca diretto a Maratea. Ramage in proposito scriveva che: “Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ecc…Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, emerge dal fondo del mare una polla d’acqua, che esce con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo, è possibile bere l’acqua dolce, perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”. Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello scoglio dello Scoglio dello ‘Scialandro’, ed in particolare parla della polla d’acqua che ribolle sul pelo dell’acqua del mare prospiciente il tratto di costa che lo separa dallo scoglio detto dello ‘Scialandro’ (Fig. 2), che figura e viene indicato anche nella carta che abbiamo pubblicato (Fig. 1). La polla d’acqua di cui ci riferisce C.T. Ramage (4), la tradizione popolare l’ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua‘ ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di ‘bollire’), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo  che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo dell’acqua del mare e visibile ad occhio nudo. Altri eruditi che, nel 1700, riferirono alcune notizie su Sapri è stato Beltrano (5) e Pacicchelli (6). Un altro erudito del tempo che ci ha parlato del fiume Lubertino o Obertino e del ‘U vull j l’acqua‘ è stato il dott. Nicola Gallotti, che, dopo l’Unità d’Italia, fu eletto primo Sindaco di Sapri, esercitando nel contempo la professione medica a Sapri e di cui oggi ci restano testimonianze alcuni suoi scritti a stampa (di cui ne posseggo due). Al di là delle osservazioni prettamente mediche che il dottore Gallotti faceva e descriveva, risultano essere un’interessante testimonianza del nostro passato in quanto in essi vengono raccontate alcune notizie di storia locale ed altro. Ad esempio si parla di un fiume carsico sotterraneo che nasce dalla vicina montagna e che sfocia a mare all’altezza dello scoglio dello “Scialandro”, nei pressi della località detta “Sciarapotamo”, dove passando dal mare si può vedere ancora a pelo d’acqua “u vull’ j l’acqua”, in dialetto il ribollire dell’acqua del mare (7). La natura carsica dei luoghi nei pressi della baia saprese, la presenza del Monte Ceraso è attestato dalla presenza di numerose sorgenti come ad esempio la sorgente dell’“Acqua media“ nei pressi del porto. Questa sorgente di acqua dolce, mista a quella salata di mare, che sgorga ai piedi del costone roccioso nei pressi del porto, si mischiava con l’acqua di mare salata ed è per questo motivo che veniva utilizzata nell’antichità dalle popolazioni locali per le sue qualità purgative. Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Acquafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc… Da ragazzo, mio nonno mi mandava a prendere quest’acqua in quanto essa aveva notevoli qualità purgative e depurative. La particolare salinità di questa acqua, gli donava proprietà depurative e purgative. Alla fonte sgorga un’acqua leggermente salina a causa della vena d’acqua carsica che arriva dalla montagna e si mischia con quella salata del mare. La prima citazione che ritroviamo sul fiume di cui parliamo è quello della carta corogra- fica illustrata nella prima immagine (Fig. 1) Carta del’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2). Nella carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (XV secolo), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 1)(2), il fiume figura come “Fiume Lubertino” o ‘Obertino’. La carta di Fig. 1, è di notevole importanza per l’entroterra saprese e per la sua storia, in quanto in essa figurano tantissimi toponimi interessanti. Nella carta, dunque, viene citato questo fiume carsico sotterraneo che scorre nella montagna e sfocia in mare aperto e, la carta lo chiama “Fiume “Lubertino”, che si vede disegnato sulla terra ferma, lungo la costa di Sapri in direzione di Acquafredda e proprio di fronte allo Scoglio dello ‘Scialandro‘ (Fig. 3). Guardando la carta (di probabile epoca aragonese) (Fig. 1), il fiume Lubertino, doveva nascere da due sorgenti, una è nei pressi di Torraca e l’altra invece è la ‘Serra Corbara’, delle montagne poste prima di Lagonegro, forse in località ‘Fortino’. In seguito, il fiume, sarà citato anche dall’Antonini (3) che, nella sua ‘Lucania’ del 1745 (I edizione) e poi nel 1797, per i tipi di Tomberli, lo chiamava ‘Obertino’. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale di ‘Capobianco’ ma, più anticamente vi era nello stesso luogo la Torre detta dell’ ‘Obertino’. Io credo che la Torre ‘Obertino’, che nel XIX secolo era chiamata Torre di Capobianco, prendesse il nome proprio dal fiume carsico sotterraneo. Antonini (3) nei sui Discorsi (XI), nel 1745, così scriveva: “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli ( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho…” (3). L’Antonini (3) si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello Scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (3) chiamava “fiume Obertino“, in prossimità della torre Vicereale omonima, oggi scomparsa. Come l’Antonini (3) che pure era stato a visitare Sapri e questi luoghi, gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo (Fig. 1) che è di sicuro una copia di una carta molto più antica e risalente all’epoca Aragonese (2).

Felice Crippa (….), nel suo “Sapri –  Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 75 e ssg., in proposito scriveva: “Forse nessun individuo, una volta arrivato a Sapri in un modo o nell’altro, è sfuggito al racconto della catastrofe che, in epoca imprecisata, avrebbe colpito l’antica città di Sapri facendola scomparire tra i flutti. Sapri, secondo una radicata memoria popolare, “s’aprì”. Il Crippa si chiedeva quali fossero state le cause della scomparsa dell’antica città di Sapri, al di là dei toponimi che essa ha avuto nei secoli, ovvero si chiedeva se l’antica memoria paesana avesse un fondamento. Riguardo l’ipotesi di un maremoto, il Crippa, a p. 78 e 79 scriveva: “Dato che le località marine molto spesso possono risentire delle conseguenze idrodinamiche di terremoti, non è dunque possibile che Sapri, più che un terremoto, possa essere stata cancellata da un maremoto. Un indizio potrebbe ritrovarsi nelle contrade del “terremoto che accompagnò il sollevamento del Mare Novo presso Pozzuoli, il 25 settembre 1538”, quando “il mare si ritirò, così che l’intero golfo di baia rimase per qualche tempo all’asciutto, quindi ritornò, tutto rovinando” (1). Il maremoto di Pozzuoli del 1538 fu solo un fenomeno localizzato o si estese fino alle coste di Sapri ?. Fu per effetto di quel maremoto che la Carta Nautica del Mercatore, cinquantuno anni dopo, nel 1589, segnalò Sapri con la denominazione di “Sapri ruinata” ?.”. La carta citata dal Crippa, la carta del 1589, di Gerardo Mercatore, cartografo olandese, italianizzato, ed il toponimo che riportava di “Sapri roui nata”, da cui ho tratto il nome al presente blog che curo, ha citato Sapri come luogo conosciuto dagli eruditi, sia per il noto scalo marittimo rappresentato dall’ampia baia e per la presenza di notevoli costruzioni d’epoca antica, che all’epoca erano moltissime più numerose e ancora non depredate dagli antiquari campani che ivi venivano a rifornirsi. Il luogo era ben conosciuto agli eruditi come il Mommsen e l’Antonini che in seguito visitarono Sapri e ne denunciarono le indebite spoliazioni. Che un’antica città vi fosse stata nell’anticihità non vi sono dubbi. Del resto molte città antiche esistevano in antichità lungo la costa ma esse sono tutte scomparse. Ne sono testimonianze le città di Pesto e di Velia, quasi del tutto ricoperte da ua coltre di detriti alluvionali.

Recentemente, Antonio Luppino ha pubblicato sul sito web “Golfonetwork” (http://www.golfonetwork.it/newsarchivio20112012/news_commenti.asp?NewsID=3128), ha pubblicato il saggio “Sapri, foto del bombardamento nel 1943 del ponte Brizzi”, dove appaiono due di queste interessanti immagini, la Figg. 2-5 fornitigli dal Prof. Antonio Scarfone (1). Questa forse è la più antica foto aerea di Sapri. In essa possiamo vedere come era Sapri nel settembre del 1943. E’ un documento di estrema importanza per la storia di Sapri.

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(Fig…..) Sapri, 9 Agosto 1943, ore 11,34, bombardamento del “Ponte Brizzi”

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(Fig….) Sapri, 7 Settembre 1943, il centro abitato e la baia di Sapri dopo il bombardamento delle tuppe aeree anglo-americane

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(Fig….) Sapri, fotografia erea del bombardamento del 7 settembre 1943 in cui si vede colpito il ponte e la galleria della linea ferroviaria Sapri-Reggio a ridosso della collinetta del Timpone

La fascia costiera di Sapri, dalla protostoria all’epoca romana

Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia. Nell’Aprile del 1995, consegnai a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“. Nello studio, raccoglievo e citavo tutti i miei precedenti studi fatti sulla zona di Sapri, i documenti e le testimonianze del passato che da anni erano stati oggetto dei miei studi. Nella Relazione, a p. 7, parlando di alcuni rinvenimenti riferibili ad un’epoca precedente a quella romana, citavo le archeologhe Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, che in un loro pregevole studio sulle ricognizioni e ricerche nel Golfo di Policastro (…) così si esprimevano: “La lettura globale dei dati raccolti lascia immediatamente   intravvedere una documentazione straordinariamente ricca per le fasi più antiche della presenza umana dell’ambito in esame. Essa, infatti, si estende per lungo periodo che va dal Paleolitico inferiore sino all’età del Bronzo.”(7). Nella mia nota (7), postillavo che: “(7) Fiammenghi C.A., Maffettone R., ‘Ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro’, stà in “A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988.”, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, pag. 36.”. Continuando il mio racconto in proposito scrivevo che: “La carenza di documentazione dal Bronzo finale e per la successiva età del Ferro, peraltro più volte sottolineata, sembra allo stato attuale dalle indagini, da connettere probabilmente più alla lacunosità delle ricerche che non ad una effettiva mancanza di testimonianze.”. Continuando il mio racconto, citavo ciò che in proposito scriveva l’archeologa Giovanna Greco (…) e scrivevo che significativo in proposito è quanto scriveva a p. 18, dell’op. cit:  “; ed infine, estremamente significative sono le tombe recuperate a Torraca (22) i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte (23).”. Giovanna Greco, a p. 18, nella sua nota (22), postillava che: “(22) W. Johannowsky, Atti, XXII, CSMG, Taranto, 1982, p. 422.”. Johannowski, citato dalla Greco, si riferiva ai ritrovamenti fatti in località Madonna dei Cordici. La Greco (…), nella nota (23), postillava che: “(23) Il modello di “colonizzazione indigena della costa” proposto per la prima volta da E. Greco va sfumato ed articolato in quel più complesso fenomeno di incontro-scontro tra le diverse realtà cantonali indigene e quella greco-coloniale dove la possibilità di una comune gravitazione tirrenica consente la partecipazione alle grandi vie di traffico commerciale marittimo ed all’interno, con il controllo dei valichi, forme di contratatto e grado di intensità di traformazioni di volta in volta differenti ed articolati.”. A p. 7, continuavo il mio racconto e parlando di ‘Scidro’, citando l’Archeologa Giovanna Greco (…), in proposito scrivevo che ella, in un suo scritto, sosteneva che: “Il recente recupero a Sapri alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (…). Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (…). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…). “. Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, nello stesso testo, a p. 38, in proposito ai rinvenimenti nell’area scrivevano che: “I rinvenimenti di ceramica a vernice nera della fine del V sec. a. C. da Vibonati (loc. S. Lucia), Tortorella (loc. Reggiano), Torraca (loc. Madonna dei Cordici) e Sapri stessa (loc. S. Croce), sono già da correlare ad una trasformazione dell’assetto territoriale legata al fenomeno della “sannitizzazione”.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a p. 20, in proposito scriveva che: “Nell’area sono stati identificati molti insediamenti preistorici, dal paleolitico al neolitico: c’è una notevole densità di abitati lungo la costa, in grotta; importanti sono le grotte di Camerota e di Praia a Mare (7). Più scarse le testimonianze relative all’età del bronzo e all’età del ferro, ma probabilmente solo per la mancanza di indagini sistematiche. In particolare, nella Grotta di Mezzanotte ad est di Sapri, e nella vicina loc. Chiappaliscia, sono stati individuati giacimenti paleolitici; sempre nel comune di Sapri, nella Grotta Cartolano, è stata segnalata la presenza di testimonianze dell’età del bronzo (8). Nella località Carnale di Sapri, su un’altura, sono state rinvenute ceramiche d’impasto della media età del bronzo, relative ad un insediamento agricolo-pastorale; tale ceramica evidenzia rapporti culturali con l’insediamento della Grotta del Noglio presso Porto Infreschi (9). Nell’insieme, la documentazione preistorica e protostorica può essere definita “una tenebra interrotta da improvvisi sprazzi di luce”: è quasi impossibile tracciare un quadro complessivo, ma i singoli siti dei ritrovamenti, sprazzi di luce, sono preziose fonti di conoscenza, sia pure lacunose, per determinate epoche o culture (10)”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (7) postillava: “(7) Vd. GRECO G. 1990b, p. 16; LA TORRE – COLICELLI 1999.”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (8) postillava: “(8) Vd. FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 36.”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (9) postillava: “(9) Vd. FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 34”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (10) postillava: “(10) Vd. ARCURI – TORRE 1998”.

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(Fig…..) Sapri, località “Carnale” soprale colline del Timpone lungo la statale che oprta a S. Costantino di Rivello

Nel 75 a.C., secondo il Guzzo ed il Tancredi, la frase “PARVA GEMMA MARIS INFERI” attribuita a Cicerone, come io credo, una delle tante bufale menzoniere su Sapri ricorre spesso nei blog pubblicitari sulla rete

Negli scritti di alcuni storici locali ricorre spesso la notizia di una lettera di Cicerone che scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il ‘Vicus’ come “Parva gemma maris inferi”, la cui traduzione letterale è “piccola gemma dei mari del Sud”. In questi scritti, però non vengono mai riferiti i riferimenti bibliografici. Questa notizia non è stata mai sufficientemente indagata. In questo blog che curo da pochi anni stò cercando di approfondire ed ulteriormente indagare alcuni temi e notizie. Questa notizia storica, come io credo è stata inventata di sana pianta, non è nuova nel panorama delle tante menzogne che via via si stratificano negli scritti locali e nelle storielle che vengono ripetute pedissequamente sulla rete. A questa si può affiancare il percorso chiamato “Appezzami l’asino”, appellativo o toponimo mai esistito nella sentieristica saprese. Al contrario, accade che la toponomastica antica, desumibile da documenti certi, non viene fatta conoscere. Da tempo ormai è invalso l’uso di epigrafi e cartelli non documentati. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa. Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito scrivevo che: “Sulla scorta dell’Antonini, la storiografia locale, credeva riferirsi a Sapri Marco Tullio Cicerone, quando come questore in viaggio per la Sicilia occidentale, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a.C., diceva:  “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud). Marco Tullio Cicerone, nel I sec. navigò ripetute volte per le nostre coste; infatti nella lettera scritta nel 44 ad Attico (60) si legge: “perveni enim Vibonem ad Siccam”.”. Nella mia nota (60) postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.” riferendomi all’altra notizia e lettere ad Attico. Ancor prima, nel 1987, pubblicavo un mio saggio “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10 che fu citato da Felice Cesarino (…), nel suo saggio, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988. Nel 2014, lo studioso Antonio Scarfone (….), sulla scorta di alcuni scrittori locali, sul sito dell’ISPRA pubblicò il saggio dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”,  dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come ‘parva gemma maris inferi’, ecc…“, senza indicarne i riferimenti bibliografici. Nella mia Relazione riportavo la notizia dataci in precedenza da due storici locali, Angelo Guzzo e Luigi Tancredi. Riportavo la loro notizia della frase da loro attribuita a Marco Tullio Cicerone il quale, nell’anno 75 a.C., citava “Vibone”, appellandola con la seguente frase: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud).“. I due autori non hanno mai specificato quali fossero i reali riferimenti bibliografici riferiti alla frase di Cicerone e come io credo essi non esistono. Insomma la notizia è una delle solite e tante invenzioni dette su Sapri. Nella mia nota (60), della citata Relazione postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.” ….., dove, correttamente mi riferivo ad una lettera di Cicerone in “ad Atticum” dove Cicerone cita il sito di  “Vibone ad Siccam”. La notizia dei due autori citati non è e non può essere tratta da un’epistola di Cicerone contenuta “ad Atticum”, opera di Cicerone, essendo una notizia che, come loro scrivono riguarda l’anno 75 a.C., quando Cicerone era in viaggio, di ritorno da Lilibeo (odierna Marsala in Sicilia), alla fine del suo mandato di questore dell’isola. Nella lettera, che riguarda l’anno 44 a.C., quando Cicerone si trova a Velia ospite della moglie dell’amico Talna (assente) e, che commenterò in avanti, Cicerone dice che egli perviene dalla località che chiama “Vibone ad Siccam”. Cicerone scrive pure che egli, da quella località si recò via mare a Velia, dove poi si troverà, ospite nella casa di Talna (assente). Dunque, gli storici locali, come io credo, giustamente hanno interpretato la località “Vibonem ad Siccam” come “Sapri”, a differenza della maggioranza degli studiosi che pone questa località quale “Vibo Valenzia” ma, hanno aggiunto la frase “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud)” che Cicerone, come vedremo non scrisse in quella lettera né come mi pare in nessun’altra. Resta comunque un dubbio sull’anno che i due autori locali pongono. La lettera da me citata riguarda l’anno 44 a.C., mentre i due autori ci parlano dell’anno 75 a.C.. In ogni caso, Cicerone scrive nel 75 a.C. ma non conosciamo l’esatto riferimento bibliografico e dunque non siamo sicuri della notizia. Vediamo la notizia dei due autori. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Il Tancredi riferisce la notizia di una “parva gemma maris inferis” scritta da Cicerone riferendosi ad un “Saprinus” in una lettera scritta all’amico Caio Testa Trebazio ma il Tancredi non dice altro e non da alcun riferimento bibliografico di questa lettera. Nell’Antonini (….) non si fa cenno della notizia. Nel 1997, Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” a p. 175 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di  questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky (….), nel suo “Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed il Guzzo (….) in seguito ci informano  di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Angelo Guzzo (….), storico locale, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Il Guzzo ripete la stessa frase nell’altro suo lavoro. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, ‘Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed ancora prima il Guzzo (….), in seguito ci informano  di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Angelo Guzzo (….), storico locale, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Il Guzzo ripete la stessa frase nell’altro suo lavoro. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, ‘Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed ancora prima il Guzzo (….), in seguito ci informano  di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Tornato a Roma dopo la morte di Silla, Cicerone iniziò la sua vera e propria carriera politica, in un ambiente sostanzialmente favorevole: nel 76 a.C., dopo aver pronunciato la celebre orazione Pro Roscio comoedo, si presentò come candidato alla questura, la prima magistratura del cursus honorum. I questori, eletti per un massimo di venti membri, si occupavano della gestione finanziaria o assistevano propretori e proconsoli nel governo delle province. Eletto alla carica per la città di Lilibeo (l’odierna Marsala), nella Sicilia occidentale, svolse il proprio lavoro con scrupolo e onestà (tanto da guadagnarsi la fiducia degli abitanti del luogo). Durante la permanenza in Sicilia, visitò la tomba di Archimede a Siracusa: grazie al suo interesse per l’uomo, sono state rinvenute alcune importanti informazioni sullo scienziato (in particolare, per quanto riguardi il suo planetario). Dunque, secondo i due autori locali, nell’anno 75 a.C., allorquando cioè, Cicerone, trovandosi in viaggio da Lilibeo (Sicilia Occidentale, odierna Marsala), “diretto in Sicilia in qualità di questore”, come scrive Angelo Guzzo,  “durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore”, come scrive il Tancredi, che, tuttavia è la stessa cosa, egli scrisse all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa “si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’.”. E’ molto probabile che il “Saprinus” citato dal Tancredi è riferito al luogo di “Vibone”. Dunque, secondo i due autori, Cicerone, nell’anno 75 a.C., in viaggio, diretto in Sicilia, essendo stato nominato Proconsole della Sicilia Occidentale, si era fermato a “Vibone” e, secondo i due autori, Cicerone, scrivendo all’amico di Velia, Trebazio Testa appellava Sapri o Vibone come la “gemma dei mari del Sud”. Esiste questa notizia ?. Esiste questa lettera di Cicerone a Trebazio ?. Se la notizia fosse veritiera, forse troviamo queste notizie nelle “Vite” di Plutarco. In Wikipedia leggiamo che i fatti del consolato in Sicilia vengono racontati in “Plutarco, Vita di Cicerone, 6, 1″. Ma, potrebbe trattarsi anche della “Historia” di Sallustio (….), oppure in “Bruto”, opera dello stesso Cicerone. Carlo Felice Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; 225-233: “Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale. Aveva 34 anni e cominciava allora la sua vita politica……Nel 76 Cicerone, già salito ad alta fama per l’orazione ‘pro Roscio’ e per importanti lettere politiche (2), era stato eletto ‘quaestor’ e nel 75 destinato alla Sicilia al seguito del pretore Sesto Peduceo.”.

Il Crispo, a pp. 1-2-3-4, ci parla però di “Vibone” (l’antica Hipponion) o si riferisce alla vicina “Bivona” che ospitava una masnada di fuggiaschi che vivevano di ladrocini. In ogni caso, il Crispo, del viaggio d’andata da Roma a Lilibeo, nel 75 a.C., il Crispo non dà riferimenti bibliografici ma ci parla di “Vibo Valentia”, l’antica “Vibo-Hippo”. Sulla questione ha scritto anche Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, dove, nel vol. I, a p. 38, in proposito scriveva che: “Fu destinato in Sicilia come questore del propretore Sesto Peduceo, con sede a Lilibeo (4). La Sicilia, come le altre provincie, era retta da un solo governatore, ma con lui erano due questori, l’uno a Siracusa e l’altro a Lilibeo…..Nessuno oggi può revocare in dubbio le affermazioni di Cicerone sulla bontà della sua opera di Questore in Sicilia. Ne fa fede il fatto che i Siciliani stessi gli rimasero graditissimi ed affezionati.”. Il Ciaceri, a p. 38 del cap. III, nella nota (4) postillava: “(4) ‘Brut.’, 92, 318:  interim me quaestorem Siciliensis excepit annus.”. Il Ciaceri però continua il suo racconto a p. 39 passando direttamente al viaggio di rientro a Roma da Lilibeo e non dice nulla sul viaggio di andata a Lilibeo. Dunque, abbiamo solo il passo del Crispo che aveva scritto: “Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale.”, di cui non abbiamo alcun riferimento bibliografico, forse perchè la notizia dataci dai due autori locali non esiste o, come io credo, è acclarata la notizia intorno al viaggio di Cicerone che dovette recarsi in Sicilia ma non ci sono notizie del viaggio e della sosta alla “Vibone Lucana” come la chiama il Tancredi che aggiunge la frase  “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. E’ probabile che la notizia di una lettera a Trebazio, non sia esatta, mentre, come io credo, notizie intorno a “Vibone” sono contenute nelle orazioni che Cicerone fece e ricordò nella sua opera “In Verrem”, di cui parlerò per l’anno 70 a.C.. Dunque, ritornando alla lettera di Cicerone ed al suo viaggio, l’arrivo il 24 luglio nel fondo dell’amico Sicca a “Vibone ad Siccam”, alla sosta di un giorno a Velia a casa dell’amico Talna, gli storici locali, come io credo, giustamente hanno interpretato la località “Vibonem ad Siccam” come “Sapri”, a differenza della maggioranza degli studiosi che pone questa località quale “Vibo Valenzia”. Resta comunque un dubbio sull’anno che i due autori locali pongono. La lettera da me citata riguarda l’anno 44 a.C., mentre i due autori, ci parlano dell’anno 75 a.C.. Tuttavia, è vero che Cicerone, nel 75 a.C., si recò in viaggio in Sicilia ed in una lettera del 71 a.C. scrisse di “Vibone”, dove era ospite dell’amico Sicca o Vibio Sicca, ma, riguardo il viaggio di andata di Cicerone in Siciliano non si sa molto.

La sorgente dell’“Acqua media” al Porto di Sapri

La natura carsica dei luoghi nei pressi della baia saprese è attestato dalla presenza di nu- merose sorgenti come ad esempio la sorgente dell’“acqua media“ nei pressi del porto. Que- sta sorgente di acqua dolce che sgorga ai piedi del costone roccioso nei pressi del porto, si mischiava con l’acqua di mare salata ed è per questo motivo che veniva utilizzata nell’an- tichità dalle popolazioni locali per le sue qualità purgative.

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Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Ac- quafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc..ecc..

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Alcune pubblicazioni a stampa del Dott. Nicola Gallotti

Il dott. Nicola Gallotti, dopo l’Unità d’Italia, fu eletto primo Sindaco di Sapri esercitando nel contempo la professione medica a Sapri e di cui oggi ci restano testimonianze alcuni suoi scritti a stampa che ivi riportiamo: “Condizioni igienico-sanitarie di Sapri”, Ed. Tipo- grafia Lagonegrese, 1891; “L’aqua potabile di Sapri – (Ricordi) per il Dott. Nicola Gallotti”, Tipolitografia Francesco Graniti, Napoli, 1901 (di mia proprietà); “L’aqua potabile in Sapri – osservazioni e proposte del Dott. Nicola Gallotti”, Napoli, Ed. Tipografia dell’Accademia Reale delle Scenze, 1902; “Sull’influenza ricomparsa in Sapri- dal Febraio all’Aprile del 1894”, Napoli, Ed. Tipografia di Michele Gambella, 1894; “Per l’inaugurazione del nuovo cimitero in Sapri – discorso del Sindaco Dott. Nicola Gallotti, pronunziato il 31 luglio 1904”, Lagonegro, Tipografia lucana, 1904 ( erano i tempi dei noti meridionalisti lucani come Giustino Fortunato).

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Questi libretti, di cui ne posseggo due, al di là delle osservazioni prettamente mediche che il dottore Gallotti faceva e di cui parlava, risultano essere un’interessante testimonianza del nostro passato in quanto in essi vengono raccontate alcune interessanti notizie di storia locale ed altro. Ad esempio si parla del valore terapeutico dell’“acqua media”, la cui fonte i trova ai piedi del costone roccioso del porto di Sapri, sistemata in tempi recenti ma irrimediabilmente compromessa dai lavori e dalle masserizie del porto. Da piccolo mio nonno mi mandava a prendere questa acqua in quanto essa aveva notevoli qualità purgative e depurative. Alla fonte sgorga un’acqua leggermente salina a causa del fatto che la vena d’acqua carsica che arriva dalla montagna si mischia con quella salata del mare il tutto però da un connubio naturale ed assolutamente. Oggi viste le condizioni di completo degrado in  cui si trova la sorgente sconsiglio chiunque la sua raccolta e ber- la. Altra particolarità che ci racconta il dott. Gallotti nei suoi scritti è quella di un fiume carsico sotterraneo che nasce dalla vicina montagna e che sfocia a mare all’altezza dello scoglio dello “Scialandro” dove passando dal mare si può vedere ancora a pelo d’acqua “ u vull’ j l’acqua”, in dialetto il ribollire dell’acqua del mare. L’acqua in quel punto è dol- ce ed è freddissima proprio perché proviene da un fiume carsico sotterraneo che veniva annoverato come Fiume lubertino” nella carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. Nella carta in questione il fiume “lubertino” si vede disegnato proprio di fronte allo scoglio dello ‘Scialandro‘ (Fig. 5) (5).

Via S. Paolo sulle colline di Sapri

(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati

Mia zia, Maria Attanasio raccontava che sua nonna Teresa Eboli (la “vava”), gli diceva che andava con sua madre a pregare nella Cappella di Santa Maria di Porto Salvo, sita nelle contrade sopra le colline di Sapri, nei pressi della Madonna dei Cordici e poco dopo l’attuale locale chiamato “le Capannelle”. In quei luoghi, vi era anticamente una chiesetta intitolata a “Santa Maria di Porto Salvo”. Mia zia Maria, racconta che, molte famiglie Sapresi, si recavano a piedi, a far visita alla Madonna di Porto Salvo, una statuetta lignea di cui si sono perse le tracce, per farsi benedire. Oggi, di quella cappella si sono perse le tracce e sono rimati in piedi i suoi ruderi.  Proprio in quelle contrade, oltre ai ruderi della chiesetta di Santa Maria di Porto Salvo che vediamo illustrati nell’immagine, vi è anche una strada interpoderale e sterrata, sulle mappe chiamata “via San Paolo”. Questa contrada è stata sempre nel territorio della Baronia di Torraca, prima Universitas Aragonese e poi infine Comune, ma come si può ben vedere nell’immagine del satellite essa è posta non molto distante dalla costa di Sapri, con la sua ampia baia. Nei pressi di queste collinette vi è il Santuario dedicato a Santa Maria dei Cordici e il Seminario vescovile di ‘Pietradama’ che, Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p. 248 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani): “…guardando in alto, vedo il colossale e incompleto Seminario di Pietradama, che spaventò il dittatore d’Italia nelle acque di Sapri.”. Oggi, guardando le mappe, la località è chiamata “Torrette Tempe”. Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio Saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza del locale le ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, molto vicina alla contrada dei ‘Cordici’ , è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale ……….del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri. Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (…), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri , oggi nominata Li Bonati…” (…). Scipione Mazzella Napolitano, forse sulla scorta di altri che lo precedettero, affermava che il luogo di Sapri nel 1568, fosse nominato ‘Li Bonati’. La carta d’epoca aragonese dell’immagine Fig. 1, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘, cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta in questione da noi pubblicata (Fig. 1), colloca il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, forse l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ vescovile ‘Fanuele’. Infatti nella carta in questione il luogo viene posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di inportanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Questo territorio, presenta delle importanti fonti sorgive che alimentavano certamente in epoca romana, le ville romane e le strutture portuali a S. Croce in epoca romana, attraverso gli acquedotto che scendono al Porto di Sapri. Inoltre, dobbiamo segnalare che le fonti sorgive presenti nella località dove oggi è presente una chiesetta detta la Madonna dei Cordici, potrebbero avvalorare l’ipotesi del significato dell’etimo: ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Alla luce di queste considerazioni, andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità Sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità deputate alla tutela del patrimonio.

Il “FIUME SAPRI”, ricordato da Leandro Alberti, Collenuccio, Antonini e Lacava

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII”, dopo aver parlato di Scalea, a pp. 446-447 parlando del fiume Lao, in proposito scriveva che: “I meno accorti nel nono secolo credettero, che, ‘l fiume, che passa per Lauria, fosse il Lao; e perciò così la chiamarono, quasi ‘Laus rivus’. A tempi vicini Leandro Alberti, non avendo affatto veduto questi luoghi, scrive che ‘l fiume Sapri (che mai non fu al mondo) divide Laino, e la Lucania da Bruzj; poi lo chiama Lao, e quindi taccia ‘Strabone’ e ‘Tolomeo’  di aver quì allogato questo fiume: ‘quando’ (dice) ‘in queste contrade (vedete che altra confusione) non si trova altro che il fiume Melfe’. Egli peraltro copiò questa torta, e non vera sentenza dal ‘Collenuccio’, nel lib. 1 della ‘Storia del Regno di Napoli’, dove scrisse: “Continua poi la Lucania per una gran parte, detta oggi Basilicata, dal Silaro fino al fiume chiamato Sapri, che anticamente era detto Lao.”. L’Antonini, quando scriveva che “I meno accorti nel nono secolo credettero, che, ‘l fiume, che passa per Lauria, fosse il Lao; e perciò così la chiamarono, quasi ‘Laus rivus’.”. L’Antonini non sbagliava quando diceva che gli storici antichi del IX secolo sbagliavano perchè credevano che il fiume “Lao”, cioè il fiume che chiamarono “Laus rivus” fosse il fiume che passava per Lauria. Infatti il fiume che passa vicino Lauria è il fiume Noce, che sfocia nelle vicinanze della marina di Castrocucco. L’Antonini cita pure il Collenuccio (….) e la sua “Storia del Regno di Napoli”, vol. I dove scrisse dei confini della Basilicata che va dal fiume Silaro “Continua poi la Lucania per una gran parte, detta oggi Basilicata, dal Silaro fino al fiume chiamato Sapri, che anticamente era detto Lao.”. Il Colenuccio scriveva che il “fiume Sapri” anticamente era chiamato “fiume Lao”. La notizia tratta dall’Antonini merita ulteriori approfondimenti. Dunque, l’Antonini cita Leandro Alberti. Interessante è ciò che scrisse Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., ecc…”. La notizia che Leandro Alberti scrisse del fiume Sapri ci è riferita anche da Michele Lacava (….), “Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana”, Napoli, 1891, a p. 35 riferendosi al fiume Lao, in proposito scriveva che: “E Stefano Bizantino sull’autorità di Apollodoro disse di aver dato il nome alla città di Lao: Laos urbs Lucaniae, Auctore Apollodoro….A Lao amne (1).”. Sempre il Lacava (…), a p. 38, in proposito a Lao scriveva: “Stefano Bizantino, nel suo dizionario, de Urbibus, scrisse: Laos, urbs Lucaniae, de qua Apollodorus lab. 2 de Terra, sic dicta a Lao fluvio, gentile Lainus. Questi i testi antichi etc…”. Il Lacava, a p. 35, nella nota (1) postillava: “(1) Il Negro nel 7° comment. della Geografia chiamollo col nome di fiume Lucano. Leandro Alberti col nome di fiume di Sapri, e dice: è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida per alcun caso si vede. Il Merola scrive del pari che le sue acque sieno sempre chiare: aquas habet perpetua claras, adeo ut nullo unquam casu turbentur. Lo stesso disse il Ferrario.“. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII”, dopo aver parlato di Scalea, a p. 447 parlando del fiume Lao, in proposito scriveva che: “Mario Negro nel 7° comnento della Geogr. chiamalo coll’antico, e col medesimo nome di Laino, ma gli dà anche l’altro di Lucano. “Postea Lucanus amnis in mare vadit, Laino modo nomine, in quò ager Lucanus finis. Merola e il Ferrario scrivono di questo fiume: che mai non abbia le sue acque torbide: “Nun quam turbari ajuno”, ma essa è una bella favoletta, avendolo io veduto, anche dastà torbido quando avea piovuto. Il Citato Merola nella sua Geografia, ebbe giustissime notizie del fiume, e della terra; etc…”. Infatti, Leandro Alberti (…..), nel suo “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine et le Signorie delle Città et delle Castella”, Bologna, 1550, a pp. 198-199 parla della Basilicata e dei nostri luoghi e, a p. 201, riferendosi all’attuale fiume Lao (che pare in antichità fosse detto fiume Mercure) e di Laino Castello (che egli chiama “Faino cast.”), in proposito scriveva che: “Poscia più avanti si dimostra Faino cast. col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria. Imperò che il Borgo è di quà dal detto fiume nella Basilicata, & il Cast. di là, nella Calabria. Esce questo fiume vicino a Vincinello, Cast. della Basilicata & scedendo fra gli alti, e strani balci di queste montagne verso ‘l Mezzogiorno & partendo la Basilicata dalla Calabria al fine sbocca nel mar Tirreno. Ella è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida alcun caso si vede. Credo sia questo Laino il Cast. Lauo, nomato da Pli. & similmente esso fiume sia il Lauo, pur da quello membrato, per la vicinità d’amendui insieme, & altresì per la conformità del nome Lauo, et Laino avenga che dica il corrotto testo di Plinio. Saus. Et nomeno credo sia da quel Tolomeo addimandato Laus, & da Strabone Talauus, & Lauus perchè in questi luoghi non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato. Etc…”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Quella dell’Alberti è una notizia molto interessante che andrebbe ulteriormente indagata. Quella dell’Alberti è una notizia molto interessante che andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, l’Alberti, a p. 201 scriveva che: “Poscia più avanti si dimostra Faino cast. col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria.”. Dunque, l’Alberti scriveva che il “fiume Sapri” divide i due borghi medievali di Laino Castello e Laino Borgo e dice pure che questo fiume, che chiama “Sapri” divideva, la Lucania, ovvero la Basilicata dei suoi tempi dai Bruzi, ovvero la Calabria dei suoi tempi. Dunque, l’Alberti si riferiva all’attuale fiume Lao che sfocia nel mare Tirreno. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 68 e ssg. parlando degli antichi popoli della Basilicata ed in particolare degli Enotri, in proposito scriveva: “I nomi dei fiumi sono quelli che più resistono alle mutazioni delle genti rivierasche, nel corso dei tempi. Il nome del fiume Siri o Sinno, del Serrante, del Sarmento, del Sera-potamo, del Sauro, della Sciàura o Sora, del Silaro o Sele che scorrono per la regione lucana, quello di Esaro, che ripete due volte presso Sibari e Crotone, rampollano manifestamente dalle radici sanscrite “sar” ire e fluere; “sol e sel” ire (onde “salila” e “sara” acqua) e “snu” fluo…”. Dunque, il Racioppi ravvisava l’importanza dei toponimi locali dei fiumi, che essi avevano nell’antichità per conoscere le origini dei luoghi che essi attraversano con il loro corso antico. E’ per questo motivo che la notizia dell’Alberti, sebbene destasse qualche dubbio, resta molto interessante. L’Alberti, a p. 201 scriveva che dal borgo di Laino Castello, un paese della Calabria, non molto distante dalla costa e da Scalea, nasceva il “fiume Sapri” e dice che questo fiume: “Poscia più avanti si dimostra Faino cast. col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria.“. L’Alberti spiega che il “fiume Sapri” divide il casale di “Laino borgo”, che cade in Basilicata ed il casale di “Laino castello” che invece si trova dall’altra parte del fiume e che cade in Calabria. Inoltre, l’Alberti spiega che il “fiume Sapri” “esce” (nasce) nei pressi di Viggianello (che egli chiama “Vincinello”), scende dalla Basilicata e va a sfociare nel mare Tirreno. Qui però devo precisare che a mio avviso, l’Alberti, si riferisce proprio all’attuale fiume Lao. Si potrebbe pensare che l’Alberti abbia confuso il fiume Lao con l’attuale fiume Noce, ma siccome egli a p. 199 parla del fiume “Cocco” che corrisponde al fiume Noce (e che sfocia nei pressi della marina di Castrocucco), non può non essere il fiume Lao, quello che egli chiama “fiume Sapri”. L’Alberti, però, è vero che non si riferisse al fiume Lao, ed è vero, come scrive l’Antonini che avesse fatto confusione. Lo dimostra il fatto che egli aveva già parlato del fiume Lao nelle pagini precedenti. L’Alberti, a p. 198 e ssg., in proposito al confine tra la Basilicata e la Calabria, ovvero tra la Lucania ed il Bruzio, in proposito scriveva: “Credo che questo fosse Melfi castello, da gli antichi castello, dal qual’è nominato il fiume che corre sotto esso Molfe in vece di Molfe, descritto da Plinio. Dicono alcuni esser questo fiume quel ch’è discosto da Policastro da due miglia, et quell’altro esser il Lauo, hora Cocco addimandato, ch’è lontano da questo Melfi da 30 miglia (come scrive Pietro Razzano) il qual Lauo è termine della Lucania, come io dissi. Vero è, che soggiunge detto Razzano parere à lui essere in contrario le parole di Strabone, dicendo che dopo Pissunto, ui è il Golfo Talauo, col fiume Talauo, et l’ultima città della Lucania poco dal mar discosto già colonia dei Sibariti; et che erano 400 stadij, overo 50 miglia fra Elea, o Velia, et questa città. Et che questi tali pensano fosse l’antedetta città, ove hora si vede la nobile città di Policastro. Il che se vero fosse, nò sarebbe il fiume Talavo, del qual ne fa menzione Strab. et quivi sarebbe il termine di Lucania. Cociosia cosa che secondo Strabone Plinio et Tolomeo il detto fiume Talauo, ò sia Lauo, partisce la Lucania da i Brutij, hora Calabria detta. Et così non si annoverebbe Policastro nella Lucania, ma nè Brutij. Etc…”.

Alberti Leandro, p. 199,,,

Mi chiedo però come mai l’Alberti facesse tanta confusione e dicesse che il fiume, che chiama “Sapri” passasse fra i due borghi di Laino ?. Si riferiva forse all’attuale fiume Noce e non al fiume Lao ?. Mi chiedo se egli avesse confuso il fiume Noce con il fiume Lao. Non saprei, ma posso dire che nella confusione dei nomi egli dice pure dell’attuale fiume Noce perchè accenna al fiume Cocco. L’Alberti scriveva di questo fiume, che chiama “Sapri” e che dividesse i due borghi di Laino, essere un fiume “Ella è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida alcun caso si vede.”. A questo punto, l’Alberti, aggiunge che di questo fiume parlarono Plinio e Tolomeo, scrivendo che “Credo sia questo Laino il Cast. Lauo, nomato da Pli. & similmente esso fiume sia il Lauo, pur da quello membrato, per la vicinità d’amendui insieme, & altresì per la conformità del nome Lauo, et Laino avenga che dica il corrotto testo di Plinio. Saus. Et nomeno credo sia da quel Tolomeo addimandato Laus, & da Strabone Talauus, & Lauus perchè in questi luoghi non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato. Etc…”. In questo passaggio troviamo un errore dell’Alberti che scriveva, ad es. del fiume “Cocco” e del fiume Bussento ma qui dice che in questi luoghi “…non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato.”. Ancora, però, non riesco a capire perchè l’Alberti citi il “fiume Sapri”. L’Alberti, a p. 198 cita più volte l’opera geografica di Pietro Razzano (….) (Pietro Ransano, umanista palermitano). Il fiume Lao, come si può vedere dalla vista satellitare, nasce nei pressi di Laino e sfocia nei pressi di Scalea. Oggi il fiume che attraversa Laino borgo, un comune del Cosentino in Calabria e non molto distante da Scalea e dalla costa Tirrenica, viene chiamato Lao. Guardando l’immagine satellitale di google maps si vede che da Laino Borgo passa il fiume Lao che va a sfociare nel mar Tirreno a Scalea nei pressi di S. Maria del Cedro. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII” parlando di Laino, a p. 448 e del fiume Lao, in proposito scriveva che: “Il Signor Gatta, parendogli forse, che Lao fosse malamente detto, ha voluto aggiungervi un V, e chimarlo Lavo, ingannato peraltro da Leandro Alberti, che pure (I) così inettamente chiamollo.“. L’Antonini, a p. 448, nella nota (1) postillava: “(I) Altri pretendono, che si chiami Lao corrottamente per un Lago grandissimo, che colà stato fosse. Etc…”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 1743 pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 28 e ssg. nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Il fiume ‘Lavo’, termine da molti Geografi assegnato a questa Provincia di Lucania con quella de’ Bruzj, benche al dire di ‘Strabone’ s’estendesse fino alla Cirella, che ora è compresa fra detti Bruzj: Ed a tempo de’ Normandi dilatavasi fino alla Terra della Scalea, che pur’ora è annoverata ne’ Bruzj, come scrisse Goffredo Malaterra. Nasce detto Fiume dalle contrade del famoso Monte Apollino, nelle cui vicinanze, e nella terra di Viggianello, e scorrendo verso mezo giorno depone le sue acque nel mar Tirreno fra la Scalea, e Cirella. Intorno al Fiume Siri, e del menzionato Lavo si ricovrarono i Sibariti scampati dalle rovine della loro Città, ed in questi luoghi ove aveano avuto l’Imperio si ritirarono per sfuggire l’odio implacabile de’ Crotoniesi loro Nemici, e vi popularono una Terra, che dal detto Fiume ‘Lavo’ si disse ‘Laino’, e ‘Strabone’ (a), facendo memoria di detti Sibariti esprime esser fra i Lucani ricovrati, e l’istesso confirma Gio: Giovane (b).”. Il Gatta, a p. 29, nella nota (b) postillava che: “(b) Gio: Giovane de varia Tarantinorum fortuna: Sibaritae a Crotoniatis subacti ad Lucanorum non durissimam servitutem sunt tracti.”. Il Monte “Apollino” è il monte Pollino in Calabria. Si tratta di un testo di Giovanni Giovine o Iuvene (…), ed il suo “De antiquitate, et de Varia Tarentinorum fortuna” edito a Napoli, nel 1589. Il testo è dedicato al Cardinale di Lauria Brancati. Il Iuvene, ci racconta dell’episodio della guerra dei Tarantini contro i Lucani e della battaglia di Lao. Il Gatta, non conoscendo questi luoghi ci parla del fiume Lao che forse anticamente veniva detto “Lavo” come scrisse Leandro Alberti. A quali cartografi, nel 1550, l’Alberti si riferiva ? Da dove nasce la notizia secondo cui il fiume Lao venne da lui chiamato “fiume Sapri” ?. Da Wikipedia leggiamo che l’opera più importante dell’Alberti, dedicata ai sovrani francesi Enrico II e Caterina de’ Medici, è senz’altro la Descrittione di tutta Italia, pubblicata a Bologna nel 1550. Ad essa seguirono in ottanta anni altre dieci edizioni a Venezia e due traduzioni latine a Colonia: nell’edizione veneziana del 1561 si aggiungono per la prima volta le Isole pertinenti ad essa, mentre quella del 1568 è arricchita dalle incisioni di sette carte geografiche. Opera di geografia e di storia, ricalca in gran parte la Italia illustrata di Flavio Biondo, ampliandola e migliorandola nell’esposizione e nella citazione delle fonti, ma mostrando scarso spirito critico, attenendosi egli «ai dati dei geografi antichi o, per la parte storico-antiquaria, ad autori moderni di dubbia attendibilità come Raffaele Volterrano o Annio da Viterbo: e solo quando vengono a mancare testi precedenti ricorre a elementi di più diretta esperienza […] parimenti nella critica storica preferisce riferire insieme le differenti versioni, anche di tempi e di valore molto diversi, senza prendere posizione”. Tuttavia, non riesco a capire l’origine della notizia sul fiume Sapri citata dall’Alberti. Esaminando alcuni scritti di alcuni autori, ci si imbatte nell’altro fiume, il fiume Sinni, molto conosciuto in antichità, di cui un suo affluente passa per Lauria. L’Alberti citando il “fiume Sapri” e, riferendosi al fiume Lao, nei pressi di Laino Borgo e di Laino Castello, (quindi non alla confluenza del fiume Lao con il fiume Argentino che si trova verso Orsomarso, che oggi si trova nel Parco della Valle del fiume Argentino), si riferiva al fiume Lao, che in atichità veniva detto “fiume Mercure”. Biagio Cappelli (….), ha parlato molto di quell’area geografica nella Calabria settentrionale a confine con la Basilicata e, dovendo parlare della regione ascetica dell’antico “Mercurion” ha detto pure alcuni riferimenti geografici della Valle del fiume Lao. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 262 e ssg., in proposito scriveva che: “….la confluenza del fiume Argentino con il Mercure-Lao (2), quasi ai confini attuali della Calabria settentrionale.“. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (1) postillava: “(1) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia, auctore ORESTE patriarca Hierosolimitani (…edidit et adnotationibus illustrant I. Cozza-Luzi), Romae, MDCCCXCIII, p. 138, n. 0.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (2) postillava: “(2) V. in questo volume: Voci del Mercurion e Il Mercurion. E’ strano come assai di recente A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi proenienti dall’archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 1971, Città del Vaticano, 1958, p. 528, erroneamente situi Mercurion “nella valle del Crati”. Ivi ancora a pag. 484: la località Caricchio non si trova sita nel territorio di Morano Calabro, bensì in quello di Mormanno.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 313, nella nota (56) postillava che: “A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 197), Città del Vaticano, 1958, pp. 5; 9. E’ per lo meno strano come nel ricchissimo indice di questo volume (p. 528), il Pratesi, dopo tanti studi al riguardo, (v. in questo volume ‘Il Mercurion’), erroneamente situi il Mercurion nella valle del Crati; tanto più strano perchè il documento del 1065 da lui edito specifica che il monastero di S. Pietro, ricordato, ed altri erano situati “in valle que Mercuri nuncupatur”. Ora anche se attualmente il fiume Lao non è più detto Mercurion o Mercuri per tutto il suo corso, come nel medioevo, mantiene sempre la sua denominazione ufficiale di Mercure almeno nel suo primo tratto: e cioè dalle sue sorgenti fino allo scalo ferroviario di Laino Borgo (v. Carta d’Italia del T.C.I. al 25.000).”. Da Wikipedia leggiamo che il Lao è un breve fiume a corso perenne del versante tirrenico della Calabria. Nasce in Basilicata con il nome di Mercure. Prende il nome dall’antica colonia greca di Laos, polis della Magna Grecia. Nell’antichità il fiume era chiamato Laus (o Laos, Λαός in greco); era uno dei fiumi che segnava il confine tra i lucani e i bruzi. L’altro era il Chratis (Crati) nella parte terminale della foce, ma soprattutto lungo il corso del suo affluente Sybaris (Coscile), che nasce nel massiccio del Pollino, relativamente vicino alle sorgenti del Lao. Sboccava nel Sinus Laus (golfo di Policastro), nel Inferum mare. L’Alberti, a p. 201, ci dice pure che del fiume Lao parlò anche Plinio il Vecchio. Riguardo a Plinio il Vecchio (….) ed il suo “Naturalis Historia”, il Lacava a p. 46, in proposito scriveva che gli scrittori del passato sbagliavano ad ubicare Lao a Laino in quanto si basavano su una errata interpretazione di Plinio. Egli scrive che Plinio parla di Lao come di una città marittima, e quindi non può essere Laino. I passi di Plinio vengono scritti da Michele Lacava (….), nel suo “Blanda, Lao e Tebe Lucana”, che a p. 38, in proposito scriveva che: “Plinio il naturalista diceva: Oppidum Helia. Quae nunc Velia. Promontorium Palinurum; a quo sinu recedente…..Laus amnis: fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium litius III.”.

La baia naturale ed il porto di Sapri, forse uno dei Porti Velini cantati da Virgilio nell’Eneide

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” della baia di Sapri in proposito scriveva che: ”che è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca di circa mezzo miglio, guardando per diritto a mezzogiorno; quindi è che spirando quei venti non sono sicuri nel porto;”. Il Troyli (…), nel 1675, parlando dei porti del Cilento, dice: “Con vedersi col medesimo seno di Policastro il Porto che di Sapri oggigiorno s’appella: il quale sebbene alquanto ripieno, è di solito di piccioli bastimenti capace, comecchè da Scirocco gagliardamente battuto; pure fù dalla natura cotanto ben disposto, che rassembra uno dei più bei porti, che abbia mai veduto. E se fosse ugualmente profondo nelle sue acque capace sarebbe di una grandissima armata navale.” (2). Nel 1815, Romanelli (6) parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (6).

Troyli, vol. I, p. 59 su Sapri ed il suo porto

Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a p. 6 parlando di Velia scriveva che: “Tra l’altre città della Lucania veniva annoverata Bussento…..Velia era la terza città detta Veleia, & in Greco detta Eleia,…..Haveva questa Città bellissimi porti, mentre ‘Virgilio nel lib. 6 dell’Enead. dice ‘Portusque require Velinos’.”. Ancora, il Di luccia, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”. Nel 1595, Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli” (per i tipi di Stigliola) parlando del Principato Citra, a p. 79 in proposito scriveva che: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamavano seno saprico dalla città di sapri, oggi nominata Libonati.”. E’ interessantissima la notizia del Mazzella (…) a cui ho accennato per alcune torri oggi scomparse ma che vi erano lungo la nostra costa da lui citate e descritte, il Mazzella scriveva che il golfo di Policastro anticamente era chiamato “seno Saprico”, ovvero golfo di Sapri. Il Mazzella fa derivare la parola di seno Saprico dalla “città di Sapri oggi nominata Libonati”. Questa notizia attesta che nel 1595, il territorio di Sapri era compreso nel tenimento di Vibonati allora detto “Libonati”.

Scipione Mazzella

Scipione Mazzella Napolitano lo chiamava “SENO SAPRICO”

Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (4), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: ”Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”.

La Torre dello Scialandro figura pure nella carta dell’ “Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli’, delineata nel 1769 (I edizione) dal cartografo Filippo Rizzi-Zannoni. Dunque in questa carta si può vedere chiaramente il nucleo urbano di Sapri e le sue Torri.

Rizzi Zannoni

(Fig…) Rizzi-Zannoni – Particolare dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli (1769) (Archivio Attanasio)

Come possiamo vedere nella carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. ‘Manoscritti e rari‘, Ba 5d (2, che pubblicai nel 1998), in essa vengono riportate le tre torri esistenti e visibili all’epoca della stesura della carta. La carta citata riporta le tre torri conosciute e posto lungo il litorale di Sapri, ovvero essa riporta la Torre di “T. Buon Dormire”, posta ad occidente di Sapri, oggi località Fortino; la Torre di “T. Capobianco”, la “Foce Obertino”, entrambi toponimi segnati sul Monte Ceraso; a mare poi troviamo segnato “Lo Scoglio” e un pò distante troviamo infine la Torre “T. Scialandro” e subito dopo, poco distante la Torre “T. delle Grive”. Questa carta è interessantissima in quanto essendo del primo quarto del secolo XIX, ovvero 1815 testimonia che nel 1815, lungo la costa di Sapri ancora erano visibili le tre torri cavallare e di avvistamento di cui si è parlato e che la Torre detta oggi di “Mezzanotte”, all’epoca invece era detta con il suo toponimo originario ovvero Torre “T. Scialandro”. Dunque, l’attuale denominazione di “Torre di Mezzanotte” è errata.

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carta Golfo di Policatro

(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)

Nel 4 settembre 1860, il racconto di un Garibaldino che sbarcato a Sapri racconta che:   

Uno dei testi citati dal Treveljan è quello di Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais;  ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Aprèsse déjeuner, nous nous aventurons dans la champagne, où j’dmire quelques beaux types d’hommes et de femmes. Une figure vraiment céleste frappe soutout mes regards. C’est une jeune fille admirable de grace et d’e xpression; alle a une main posee sur la hanche et de l’autre elle tient sur satete une urne de forme antique. Son costume, qui rappelle la Grèce, s’allie merveilleusement au caractere de sa beauté. Elle porte une jube bleue, un corsage de meme couleur brodé d’or, ouvert sur le devant, ce qui permet de distinguer les delicates attaches et les formes de son cou, malgré les nombreux plis d’une chemise aussi blanche que fine. Quaunt aux pieds, comme ils son nus, je puis aussi en constater aisement la finesse et l’elégance. Je reste la quelque temps, plonge dans une muette exstase, car je n’ose faire un mouvement de preur de voir s’évanouvir cette brillante apparition, qui comptera parmi mes meilleurs souvenir d’artiste.”, che tradotto significa: “Sapri, 4 settembre. Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro. Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa. Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia. Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno. Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza. Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare. Vogliamo pagarlo per questo. Impossibile. La povera vecchia grida in nome di som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia. Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia. Qui tutti ti chiamano fratello; e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi. Dopo pranzo ci avventuriamo nello champagne, dove ammiro alcuni bellissimi tipi di uomini e donne. Ovunque una figura davvero celestiale colpisce il mio sguardo. È una giovane di grazia ed espressione ammirevoli; ha una mano sul fianco e con l’altra tiene sul sedile un’urna dalla forma antica. Il suo costume, che ricorda la Grecia, si combina meravigliosamente con il carattere della sua bellezza. Indossa una gonna blu, un corpetto dello stesso colore ricamato in oro, aperto sul davanti, che permette di distinguere le delicate allacciature e le forme del collo, nonostante le numerose pieghe di una camicia tanto bianca quanto fine. Quante volte sui piedi, poiché sono nudi, riesco anche a vederne facilmente la finezza e l’eleganza. Rimango lì per qualche tempo, immerso in un’estasi muta, perché non oso muovermi per paura di veder scomparire questa brillante apparizione, che annovererà tra i miei migliori ricordi di artista.”.

Nel 5 settembre 1860, il racconto di un Garibaldino che sbarcato a Sapri racconta che:

Uno dei testi citati dal Treveljan è quello di Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Nous allions en venire aux moyens extremes, quand tout à coup un campagnard s’approche de nous avec force saluts et génuflexions. Peu d’istants apres, sa femme le rejoint et nous offre de l’eau pour nos rafraichir, puis …..de la paille pour faciliter notre campement à la belle etoile. On demand alors à ces braves gens commend il se fait toutes les maison restent fermées. Ils nous repondent qu’à notre aproche tout le monde s’est sauvé dans la montagne, le curé en tete. Le capitaine du navire ajoute: “Mais saviez-vous que nous etions des soldats de Garibaldi ?” – Signor, si! répondent-ils, seulement on disait que vous étiez de mechantes gens”, che tradotto è:  “Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre. Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai. La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto. Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo. I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico. Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla. Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può. Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi. Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre. Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo; ma sfortunatamente! invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’. Stavamo per ricorrere a mezzi estremi, quando all’improvviso un connazionale si avvicinò a noi con molti saluti e genuflessioni. Pochi istanti dopo, la moglie lo raggiunge e ci offre dell’acqua per rinfrescarci, poi…paglia per facilitare il nostro accampamento sotto le stelle. Abbiamo poi chiesto a queste persone coraggiose come mai tutte le case fossero rimaste chiuse. Ci hanno detto che mentre ci avvicinavamo tutti fuggivano sulla montagna, con il sacerdote in testa. Il capitano della nave aggiunge: “Ma lo sapevate che eravamo soldati di Garibaldi?” – Signore, sì! rispondono: “solo loro hanno detto che eravate persone cattive”.

Nel 1959 il viaggio di Alberto Moravia e il mare di Sapri

Nel 1987, il sacerdote Mario Vassalluzzo (2), nel suo “Cilento ad occhio nudo”  – una raccolta di saggi di alcuni autori che parlarono del Cilento – ripropose e trascrisse un saggio scritto e pubblicato a stampa da Alberto Moravia dal titolo “Il Mare fra Sapri e Paola” (1), pubblicato nel lontano 1959 sulla rivista bimestrale “Le vie d’Italia” (la n° 5 del Maggio 1959)  edita nel Maggio dal Touring Club d’Italia (1). Nel 1959, lo scrittore Alberto Moravia dopo un soggiorno per motivi di lavoro, in un suo articolo invitava tutti a visitare la costa cilentana:

Note bibliografiche:

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10 (Archivio digitale Attanasio)

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(1) Vedi: G.A.S., L’attività archeologica nel Golfo di Policastro 2, Sapri, 1979. vedi anche: Troyli P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, Tomo I, XVII, pag. 19

(3) Rizzi Filippo, Notizie statistiche sul Cilento, 1809, rist. ed. Galzerano, p. 39

(4) Antonini Giuseppe, La Lucania – I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, parte II, discorso  XI, p. 430 e p. 435.

(5) (Fig. 5) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me sco- perta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui sappiamo che una copia, fatta riprodurre da Ferdinan- do Galia- ni, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.

(6) Romanelli D., Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa de: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101.

(Fig. 2) Giulio Schmiedt, Antichi porti d’Italia, scali fenicio-punici, i porti della Magna Grecia (7).

(7) Giulio Schmiedt, Antichi porti d’Italia, scali fenicio-punici, i porti della Magna Grecia, stà nella rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., 1975, a pag. 78. Alla voce ‘il Portolano del mediter- raneo’, l’autore mette la nota (172) Cfr. op. cit., supra, p. 166 e quindi si riferisce alla nota (171): “Nel Portolano del Mediterraneo (Basso Tirreno e Ionio occidentale) a p. 166 viene esplicitamente ricordato che le isobate dei m 5 passano a m 600 da Policastro.”.

(8) (Fig. 3) ‘Croquì di Sapri’, disegno del Genio militare francese, a mano libera su carta (all’impronta). Tratto da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti alla ex Bi- blioteca Provinciale di Napoli, oggi custoditi presso la Sezione Manoscritti e Rari della Bi- blioteca Nazionale di Napoli – B.N.N. Sezione Manoscritti e Rari ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3) Archivio di Stato di Napoli, pandette Ministero Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 2306, 2409, 1960, 2325, 2364, 2325, 442, 437. Questa carta manoscritta è stata scoperta da me e da me pubblicata nel lontano 1975.

(9) (Fig. 1) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Schmiedt G., op. cit. (7), p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno originale è conservato all’I.G.M. di Firenze – Nuovo Archivio, Sede S. Marco, classificazione catastale, 75-11, armadio 93, cartella 82, doc. n. 52, scans. 93, e si può ottenere la sua fotoriproduzione digitale andando sul sito: https://www.igmi.org/carte-antiche/digitale_300_dpi/carta-1507626269.46?searchterm=Genio+Napoletano.

(…) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA. 

Profilo storico del basso Cilento, del Golfo di Policastro e del suo entroterra

Piante e Disegni, cartella XXXII, conv. 3

(Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta e inedita ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (8).

Il territorio del basso Cilento, del Golfo di Policastro e, del suo entroterra ha un paesaggio impervio, ricco di montagne, lacchi amenomati, ora brulli ora coperti da folti boschi, che ci donano un senso di pace e di commozione in uno spettacolo, talvolta, di atavica solitudine e d’immortale bellezza. Questo paesaggio, è animato, di tanto in tanto, dalla presenza di qualche pastore con il suo gregge, e i suoi antichissimi borghi aggrappati alle roccie o spar- si sulle pendici delle colline, sembrano isolati dal mondo. La fascia costiera si rivela total- mente diversa rispetto al suo entroterra. Si scorgono numerose grotte, cale dirute ed uli- veti che, dalle balze a ridosso del mare, si rispecchiano nelle acque di un limpidissimo az- zurro. La costa è ricca di paesi, ieri piccoli borghi marinari di pescatori, oggi affollati di tu- risti nei tre mesi estivi. L’ampio Golfo di Policastro, costituisce l’estremo lembo della Campania, al confine con la Basilicata, l’antica “Lucania”. Esso, comprende la fascia cos- tiera che va da Punta degli Infreschi che, con il Monte Bulgheria chiude il suo entroterra a nord, lambisce a sud il monte Coccovello e si protende sino alla costa calabra. Anche dopo la conquista longobarda dell’Italia meridionale, questa parte di territorio veniva considerato appartenente alla Lucania. Anche se non se ne conosce la ragione, alla luce della documentazione archivistica, si può desumere che il Golfo di Policastro sia stato territorio di confine fra i vari Gastaldati longobardi e che sia stato autonomo a causa della presenza bizantina. Con la costituzione del Regno borbonico delle due Sicilie, il Cilento allarga i suoi confini sino al Golfo di Policastro e viene inglobato nel Principato Citeriore o Citra, mentre dall’Unità d’Italia in poi, farà parte della Provincia di Salerno. Solo da pochi anni, esso, è divenuto fonte d’interesse per gli studi preistorici. Infatti, la costa del Basso Cilento, ha fornito sinora la documentazione principale per il Paleolitico in Campania. Nonostante sia scomparsa con la trasgressione versiliana, la vasta pianura che emergeva di fronte all’attuale costa durante la glaciazione Wurmiana, i rinvenimenti degli ultimi anni hanno chiarito l’importanza di questo territorio. Nel Golfo di Policastro, il locale Gruppo Archeologico, diretto dal prof. Felice Cesarino, concentrando la sua ricerca nel basso Cilento, ed in particolare sulla costa, esplorava la Grotta grande di Scario, che si rivelava di enorme interesse, infatti nel 1979, si dava l’avvio ad una campagna di scavi diretta dal prof. Gambassini. Le attuali conoscenze si restringono ad una ‘facies musteriana, la fase protostorica, nella fattispecie dell’età del Bronzo. Questo territorio, fu il regno degli Enotri e degli Opici, ma di queste civiltà restano ben poche tracce. Tra il VI e il V sec.a.C., vi si stabilirono alcu- ne colonie greche ed enotrie di cui si conoscono solo i nomi tramandatici dalla letteratura classica. Di queste una è nota, Pyxus, ovvero Pixunte, l’odierna Policastro Bussentino. Altre sono introvabili: Blanda, molti la collocano a Maratea, Molpa, Lao, Scidro. A testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi di origine e derivazione greca. In epoca greco-romana, i traffici economici si svolgevano prevalentemente per via mare e da quì l’importanza che assunsero a quell’epoca, alcuni scali marittimi, ed è ipotizzabile che queste piccole comunità abbiano avuto contatti con altre colonie greche situate sullo Ionio. Ma sono da indagare anche le probabili vie di penetrazione interne che collegavano il territorio del Golfo di Policastro sul Tirreno con i territori posti lungo la costa del mare Ionio. Il Cesarino, riteneva che una parte del vecchio tracciato stradale romano a Sapri “è esattamente allo sbocco di quella antica via carovaniera che da ‘Pixunte‘ portava a ‘Siris‘ sullo Ionio, lungo la Valle del Sinni“, tesi questa, sostenuta anche dall’illustre archeologo e storico Mario Napoli. Queste colonie furono soggiogate da genti sebelliche e si fusero con loro: i lucani, intorno al ‘400 a. C. assoggettarono tutta la zona sino alle foci del fiume Sele. Tale territorio, fu poi conquistato dai romani che, intorno al 194 a. C., inviarono una colonia a Buxentum. Questo territorio,  nell’Ordinamento territoriale Augusteo, in epoca imperiale, era annesso al Brutium. Il Golfo era chiamato Sinus Laus o Sinus Talaus. Esistono moltissime vestigia di opere romane che ne testimoniano la presenza, ed è rimasto molto anche della cultura e dei cos- tumi romani nella tradizione di queste popolazioni, tanto che ancora oggi se ne avverte l’influenza. Nel periodo medioevale, in seguito alla sconfitta gota, i greci bizantini,  occuparono queste terre, come dimostrano alcuni toponimi greci ancora in uso nella terminologia dialettale di queste popolazioni, che però rimasero sempre longobarde sino alla conquista normanna. La presenza di monaci basiliani che scelsero queste terre solitarie, è testimoniata da chiese, lauree, cenobi e monasteri da essi fondati. Uno di questi ultimi si trovava a S. Giovanni a Piro, ove visse il famoso umanista Teodoro Gaza e dove forse passò un periodo della sua vita S. Nilo. Molti storici hanno voluto individuare in questo territorio il nucleo del ‘Mercurion’. E’ nel periodo iconoclasta che, si deve fare attribuire la formazione delle cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del Mercurion e di Monte Bulgheria. Così pure a Policastro (toponimo di derivazione bizantina), vi è una ‘Triphora‘ (chiesa di architettura bizantina), individuata nella parte absidale del Duomodi Policastro, forse risalente al VI sec. d. C., ed il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino. Il titolo di Odeghitria, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci Iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale. Già nel X sec. d.C., a S.Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto: ” il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense“. Tuttavia, il Vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco”. Nel IX sec. d. C., quando incominciarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa S. Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli. Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto ‘Bricia’. Abbiamo visto come si può essere certi che quest’area fu interessata in modo rilevante dalla penetrazione di monaci provenienti dall’Oriente, mentre il vescovado bussentino era un enclave cattolico in una zona bizantina (1); ma, poco si sa dello sviluppo della feudalità laica su queste terre sotto il dominio dei Longobardi (2). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. Nel IX sec. d.C., quando iniziarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa S. Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (probabilmente il Vescovo di Paestum).  Notizia che va ulteriormente indagata. E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”.  Sulla metà del IX secolo – quando il ducato di Benevento è diviso in due parti, e sorge, autonomo, il Principato di Salerno – la zona maritima della della bassa Italia e molti centri restarono sotto l’egida dell’Impero Bizantino, mentre l’interno fu dominato e controllato dai Longobardi, meno che l’estrema penisola della Cala- bria di oggi (l’antico Bruzio) che restarono bizantini (3). In un primo momento troviamo Policastro che appartiene al ducato di Benevento (Radelchi) e si delimita il nuovo Principato di Salerno mediante l’indicazione dei Castaldati che giacevano ai confini del nuovo Principato. Infatti Policastro, dall’839 al 1076, fu assegnato al Principe Siginulfo (3). Pertanto ancora dubbio è il confine con il territorio bizantino. Dobbiamo tener presente che queste terre sono ancora confinanti con la Calabria occidentale – che a quell’epoca appartennero all’Impero di Bisanzio – pertanto, volendo accreditare l’ipotesi secondo cui il fiume Alento fu il confine tra il Castaldato di Lucania (4) e quello di Laino ( in Calabria), dobbiamo ritenere che questo territorio – anche in epoca più tarda – cioè quando i Longobardi si impossessarono dell’intera Italia Meridionale – non doveva essere controllato direttamente dai Longobardi (4). Il loro dominio durò oltre cinque secoli, ed a testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi dialettali il cui etimo è chiaramente di derivazione longobarda (5). E’ significativo notare, che ancora oggi, negli usi e nel linguaggio dialettale di queste popolazioni, esistono tra noi residui di civiltà araba (5), visto che tutta l’area fu continuamente disturbata dalle orde di Agareni (Arabi, Saraceni) che infestavano queste coste depredando ed impaurendo le umili popolazioni. Arriviamo così alla conquista Normanna.  Successivamente, ai longobardi e ai bizantini, nel XI secolo, subentrarono i Normanni che assoggettarono questo territorio al Principato di Salerno. Essi arrivarono nel Regno di Napoli intorno al XI secolo, e più precisamente tra il 1041 e il 1044, a cui si deve far riferire la riforma ecclesiastica bussentina e un rafforzamento totale delle mura urbiche di Policastro.  Con la politica dei Normanni che voleva isolare la religione e i culti orientali, assistiamo alla ripresa cattolica-romana della chiesa di Policastro che certamente condizionerà i culti bizantini di tutta l’area. Pertanto il culto basiliano venne permesso in ambiti isolati, ma resta nel nostro territorio ancora molto forte, persistendovi sino a tutto il 1600, sia pur con un carattere tipicamente monastico. Certamente Policastro, dovette rappresentare per il Regno un’importante testa di ponte, per cui i Normanni non permisero in questa città nessun tipo di autonomia nemmeno in campo religioso e lo si può vedere anche dagli interventi che ebbe in questa città il grande poeta latino Alfano. Durante questo periodo riscontriamo il matrimonio di Sirca, figlia di Landolfo (figlio secondo genito di Guaimario e pertanto fratello minore di Gisulfo) con Ruggero Sanseverino mentre Rug- gero d’Altavilla era impegnato nella conquista della Sicilia e Roberto il Guiscardo control- lava faticosamente i suoi domini in Puglia e in Calabria. Intanto Guglielmo loro fratello conquistava le terre pperdute da Gisulfo nel Cilento ed ancora più a sud. Nel 1070 il confine era ben precisato: ai Longobardi restavano solo i passi di Tresino, S. Arcangelo, Lauriana, Trentinara di Camella e Capaccio; il territorio a sud di queste terre era dei Normanni (6). Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo, il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passò a Ruggero Sanseverino e tale rimase fino al 1082, anno in cui il feudo passò alla famiglia dei Sanseverino – e vi sono motivi per ritenerlo – tanto che, nel 1082 Ruggero di Sanseverino, capostipite della famiglia in Italia, fa donazione alla Badia di Cava dei Tirreni dei Casali di Selofonte e di San Mauro Cilento ed altre terre del Cilento (7). Il Cilento restò nelle mani dei Sanseverino fino al 1552, anno della fellonia di Ferrante Sanseverino, che alleatosi con il Re di Francia ed i turchi si preparava per la guerra contro la Spagna dello zio Carlo V, imperatore d’Austria. Da questo momento ebbe inizio la lunga crisi economica del territorio bussentino: gli storici – ed è questa la “communis opinio” – hanno spiegato l’inizio del declino con la dissoluzione della “Baronia del Cilento“, e con la fine della famiglia Sanseverino nel 1552, indicando in quell’anno la linea di demarcazione tra due grandi epoche storiche: quella caratterizzata da un lento e continuo processo di aggregazione politico-economica e sociale e quella invece successiva dominata dalla frammentazione del potere feudale e della conseguente disgregazione sociale. Il 1552, segna l’avvio di un radicale mutamento nella geografia feudale della regione con inevitabili riflessi sulla vita sociale, economica e civile di quelle popolazioni. I terre- moti (quello fortissimo del 1647), le carestie, le pestilenze (quelle che colpirono tutto il Regno di Napoli nel 1656 e 1664). Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din e la seconda del 1552 ad opera di Dragut Pascià, e quelle che si susseguirono lungo le nostre coste fino al XVIII secolo, depredando e devastando questi umili borghi, furono tanto funeste da indurre nel 1532, il Vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo a costruire lungo tutta la costa del Regno, una serie ininterrotta di torri vedette. Purtroppo, le costruzioni di queste torri, non solo fu deleteria per le umili finanze di queste popolazioni, ma si rivelarono inutili poichè  furono realizzate troppo tardi, quando ormai le popolazioni della costa si erano spostate all’interno. Infatti, si spiega così lo spopolamento di moltissimi centri costieri e del conseguente ripopolamento dei centri collinari limitrofi. Dal 1700 in poi, tutti i processi storici che hanno avuto come protagonisti le popolazioni di questo territorio,possono essere ricondotti alle vicende storiche che caratterizzarono la cultura e le lotte dell’Italia. Nel 1799, scoppiò la reazione sanfedista ivi guidata dal Vescovo di Policastro, mons. Ludovisi, plenipotenziario del Cardinale Ruffo. Nel decennio francese (1806-1815), vi furono esempi di murattismo. Nel 1820, il Canonico Antonio Maria De Luca di Celle di Bulgheria, organizzò un movimento clandestino legato ad una setta massonica che sfociò in un’azione rivoltosa, poi repressa nel sangue dal generale borbonico Del Carretto, che fece radere al suolo l’intero paese di Bosco. Nel 1848, tra Sapri ed Acquafredda, alcuni fedeli borbonici, trucidarono barbaramente l’ex deputato Costabile Carducci, vendicandosi del moto di rivolta che aveva costretto Ferdinando II di Borbone a concedere lo Statuto. Nel 1857, Carlo Pisacane sbarcò sulla spiaggia dell’Uliveto, nei pressi di Sapri, con più di trecento rivoltosi, liberati a Ponza, che attraverso l’interno, avrebbero dovuto conquistare il Regno delle due Sicilie. Ma, la sfortunata ‘Spedizione dei trecento‘, che si concluse tristemente a Padula ed a Sanza, diede l’inizio ai moti risorgimentali che porta- rono all’Unità d’Italia. Nel 1860, di Giuseppe Garibaldi, sbarcando a Sapri, ripercorrerà lo stesso itinerario dello sfortunato Pisacane, ma con un differente risultato.  Purtroppo,nei primi anni dell’avvento dell’unificazione d’Italia, in queste terre, si verificarono preoccu- panti fenomeni di brigantaggio ed il potenziamento della linea ferroviaria Napoli-Reggio, non mutò le povere condizioni economiche di questo territorio che, a seguito del forte esodo migratorio verso i paesi d’oltreoceano, subì un preoccupante fenomeno di spopo- lamento.

(Fig. 2) Stralcio della carta corografica manoscritta e inedita ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (8).

Note bibliografiche:  

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1978, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, A- gosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale sa- prese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) Natella P., Peduto P., ‘Pyxus – Policastro’, stà in “Universo”, I.G.M., Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (4). Si veda anche Porfirio (10).

(3) Shipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887, vol. II, p. 4.

(4) Racioppi G., Storia dei Ppopoli della Lucania e della Basilicata, p. 12

(5) Vassalluzzo M., Castelli, torri e borghi della costa Cilentana, ed. Econ., 1973, p. 28, tratto dal libro di Amari M., Storia dei musulmani in Sicilia, vol. III, p. 886.

(6) Mazziotti M., Le baronie del Cilento, p. 114.

(7) Acocella N., Salerno medievale ed altri saggi, p. 485.

(8) L’immagine illustra uno stralcio della riproduzione fatta da me eseguire della carta corografica manoscritta “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatica-Politica, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiano.”. Sul retro della riproduzione da me richiesta ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81.

 

Prefazione

PREFAZIONE

Recentemente, in occasione della redazione e stesura del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, ho ricevuto l’incarico per la stesura di una relazione di Anali- si dal titolo: “L’evoluzione storico-urbanistica di Sapri”.

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Questo studio è il frutto di anni di ricerche condotte presso innumerevoli biblioteche, archivi e musei, in cui ho raccolto una serie di notizie e testimonianze sulla storia del Golfo di Policastro ed il suo entroterra, con particolare attenzione a quelle che sono state le vicende storiche del mio paese. Sin dai primi anni di Liceo, quando a Salerno conducevo le mie prime ricerche storiche e quando frequentandolo, collaboravo con il Gruppo Archeolo- gico di Sapri (GAS), ravvisavo l’esigenza di raccogliere nuove notizie e testimonianze sulla  storia di Sapri. In quegli anni, il Comune di Sapri , custodiva in stanza abbandonata vecchi testi e quel che restava di una biblioteca, ed in un altra stanza, invece, si conservava quel poco che restava del vecchio archivio comunale. Ebbi uno speciale permesso dal Sindaco dell’epoca, ormai scomparso, Pinuccio Agostini che mi autorizzò ad accedere nell’Archivio tra quei scaffali polverosi. Oggi non so in che condizioni versi e se ancora esista. In seguito, dai primi anni di studio a Napoli, quando frequentavo la Facoltà di Architettura, ho avuto modo di raccogliere e documentare una serie di testimonianze nuove ed inedite, che in parte ho publicato in alcuni articoli su riviste specialistiche a stampa. Nel corso delle mie ricerche, condotte attraverso lo studio delle fonti storiche e degli storici regionali, ho potuto constatare che tranne alcune eccezioni, risultano del tutto assenti i riferimenti storici riferiti all’ambito del Golfo di Policastro e del suo entroterra. Gli storici locali,  tranne alcune eccezioni, avevano invalso l’uso di non citare le fonti e documentare poco ciò che veniva scritto e nei loro scritti, a volte con notizie interessanti, vi era l’assenza di riferimenti bibliografici o di fonti certe. Inoltre a causa della mancanza di documentazione e di testimonianze, negli studi degli storici locali, erano del tutto assenti i riferimenti al periodo successivo all’epoca romana, saltando il periodo medioevale e facendo risalire direttamente l’epoca di fondazione del centro abitato ai primi del sec. XVII. Ma, tranne alcune gravi manomissioni storiche, come quella dell’episodio del Carducci, la storiografia locale ha il grande merito di aver risvegliato l’interesse nella storia di Sapri. Un doveroso plauso deve andare all’opera del locale Gruppo Archeologico di Sapri con i rinvenimenti effettuati all’epoca della direzione del Prof. Felice Cesarino che ha contribuito non poco alla ricostruzione di alcune vicende storiche-archeologiche per l’epoca preistorica e ro- mana. In questo studio, la scelta di evitare il tentativo di una ricostruzione storica vera e propria, a quella preferita di connettere, citandone le fonti, le storie scritte,  parlate e tramandate dalle fonti, vuole essere un contributo più squisitamente storiografico che storico. La ricostruzione o le ricostruzioni delle vicende storiche di Sapri, resta un’ipotesi. Il mio studio deve essere visto sotto questo profilo. Talvolta, però, tali ipotesi, sono state da me suffragate da valide testimonianze documentate. Questo mio studio, ha il merito di proporre documenti e fonti, talvolta inediti e mai pubblicati, e talvolta da me scoperti, di estrema importanza per la ricostruzione delle vicende storiche di Sapri. Interessante è la notizia tratta da Kantarowitz (…), secondo cui Venezia avrebbe dovuto avere il porto di Sapri. Interessanti sono pure le due notizie dateci da Gianni Granzotto (74 e 127). Questi studi, nel capitolo che seguirà:  “Sapri in alcuni portolani, carte nautiche e carte geografiche“, è il frutto di una ricerca in parte da me pubblicata (1), condotta attraverso lo studio della cartografia antica. Nello studio redatto per il P.R.G. di Sapri, al cp. 9, sono state pubblicate 32 carte ove figura il toponimo di Sapri. Purtroppo, non in tutte queste riproduzioni si riesce a leggere chiaramente ‘Sapri’ (segnato sempre in nero), posto sempre al di sotto del toponimo di ‘Policastro’ (segnato sempre in rosso). Certo è che il toponimo di Sapri,talvolta modificato in ‘Saprì ‘ o ‘Safri’ o ‘Saperi’, figura quasi sempre sulle antiche carte nautiche, portolani e carte geografiche, sin dalle prime come la ‘Carta pisana’ antica carta nautica che conosciamo, facendo invecchiare di molti secoli l’origine di Sapri e collocandolo tra quei centri costieri che insieme a Policastro erano conosciuti sin dall’antichità. Le scoperte che, nel 1817 a Sapri vi era un Consolato Britannico, di cui pubblichiamo il timbro ed il cartiglio del Regolamento Generale; tre carte manoscritte, inedite e, conservate alla Biblioteca Nazionale di Napoli; il ricco carteggio d’epoca borbonica, conservato alla sezione militare dell’Archivio di Stato di Napoli, contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della storia di Sapri nel sec. XIX.

                                                                                                  Prof. Arch. Francesco Attanasio

UN PROGETTO PER UN PARCO ARCHEOLOGICO A S. CROCE

Il ritorno dei Cesarino a Sapri e le costruzioni a S. Croce

Ai primi del ‘900, con il ritorno dei Cesarino dal Brasile, dove erano emigrati e da dove questa famiglia di commercianti sapresi che aveva accumulato ingenti fortune, fecero ritorno nella loro terra natia, a Sapri,  tanto che al suo ritorno definitivo a Sapri, furono donate alla popolazione e furono costruite alcune costruzioni di grande bellezza e di mirabile fattura di cui parleremo. Il Cav. Giuseppe Cesarino, al rientro definitivo nel suo paese natio, decise di far costruire alcuni edifici che poi donerà alla popolazione di Sapri. Decise di farlo proprio nel luogo detto oggi ‘Largo dei trecento’, ovvero il luogo dove, nel 1857, gli atti del processo dicono fosse sbarcato buona parte dei ‘trecento’ e di Carlo Pisacane. In questo luogo ameno, posto lungo il litorale orientale Saprese, chiamato S. Croce, da secoli vi erano delle preesistenze archeologiche e, ruderi di grandi infrastrutture portuali, forse annesse ad una grande e fastosa villa patrizia romana.

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(Fig. 1) Sapri – S. Croce, l’Istituto dei Padri Bigi ed il criptoportico d’epoca romana detto le  ‘Cammerelle’.

Il luogo è posto a ridosso del crinale argilloso della collinetta di S.Croce, già nota agli antichi ed agli studiosi del ‘700, tanto da meritargli l’appellativo di “Sapri rui nata” o luogo di rovine, come si può vedere in una carta del ‘500 (Fig. 2) (6).

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(Fig. 2) Particolare della Carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1589 (…). L’immagine è tratta da una stampa in mio possesso.

Questo ameno luogo, chiamato all’epoca “Banchina delle Camerelle”, proprio per la presenza dei ruderi archeologici e delle grandi infrastrutture d’epoca romana, fu dichiarato Monumento nazionale da Vittorio Emanuele III Re d’Italia che firmò la Legge Regia n. 635 del 22 Giugno 1911, promulgata dall’allora Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti (Fig….).

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(Fig. 3) Sapri – S. Croce, i resti di parte delle strutture in acqua e del criptoportico d’epoca romana detto le  ‘Cammerelle’.

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(Fig. 4) Vecchio schizzo (disegnato a mano libera): “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio militare Napoletano, dedotto da un rilievo a scala 1:5000 e tratto dal testo di Schmiedt (3), ove a p. 79, scrive:  “Si notino i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle””.

Il Cav. Giuseppe Cesarino di Sapri

In quell’ameno luogo, al rientro definitivo dal Brasile, il Cav. Giuseppe Cesarino, nel 1923 e 1924, fece costruire gli edifici illustrati nella foto dell’epoca: l’Istituto dei Padri Bigi di Frate Ludovico da Casoria che ivi avevano una piccola scuola; l’edificio della “Specola” e la Chiesa di S. Croce, di cui parleremo in seguito in un altro articolo. Gli edifici saranno ultimati il 25 Agosto 1925, come recita la lapide marmorea a suo ricordo.  All’epoca il Sindaco era il dott. Nicola Gallotti, autore di notevoli studi e pubblicazioni a stampa.

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(Fig. 5) Sapri – S. Croce – Lapide marmorea ed epitaffio in ricordo del Cav. Giuseppe Cesarino sulla facciata dell’Istituto dei Fadri Bigi, datata 1925.

Le opere di sistemazione stradale ai primi del ‘900, sull’area Archeologica di S. Croce.

All’epoca, da poco si era da poco insediato il Governo Fascista che decise la costruzione della S.S. 18 ( oggi Tirrenica Inferiore) e di farla passare proprio in quel punto.

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(Fig. 6) Sapri – S.Croce – foto dei primi del ‘900 che illustra l’area come era ai tempi dei lavori di sistemazione stradale.

In occasione dei lavori di sistemazione stradale e degli scavi per la preparazione del letto stradale allora chiamata “rotabile stradale” della statale s.s. 104, tutta l’area archeologica ed i ruderi d’epoca romana, compresi le infrastrutture marittime e portuali ivi preesistenti subirono notevoli danni. Occasione mancata quindi sia da parte del Cesarino che da parte dello stesso Sindaco di Sapri il dott. Nicola Gallotti per l’avallo del passaggio e della conseguente distruzione di quei ruderi archeologici poi rivelatisi una delle poche risorse del paese, non ancora del tutto sufficientemente valorizzata. Non conosciamo i reali motivi che spinsero il Cesarino ed il Sindaco di allora di sistemare quell’area in quel modo ed in particolare la costruzione del tracciato stradale e dell’Istituto di S.Croce che ha occultato in parte l’area archeologica d’epoca romana ivi preesistente da secoli. Infatti, in occasione degli scavi per la sistemazione stradale della nascente strada rotabile s.s. 104 (oggi S.S. 18), la Regia Soprintendenza alle Antichità e Scavi per la Campania, affidò all’Ing. Josè Magaldi la sovrintendenza sui lavori per la repertazione delle opere rinvenute. A conclusione dei lavori, nel Marzo del 1928, l’Ing. Josè Magaldi, consegnò una Relazione di cui quì publichiamo il cartiglio ed un’estratto da me ricopiato del rilievo dell’intera area di scavo. Ebbi l’onore di avere nelle proprie mani lo scritto dell’Ing. Magaldi che dovetti raggiungere nella sua residenza salernitana prima della sua scomparsa. Oggi ne posseggo le copie.

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(Fig. 7) Magaldi Josè, “Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni” (8).

La foto che segue illustra un mio disegno copia del rilievo dell’intera area di scavo per le opere di sistemazione stradale nell’area a ridosso della collinetta di S.Croce redatta dall’Ing. Josè Magaldi. Il Magaldi, segna in rosso tutte le costruzioni ivi preesistenti e rinvenute d’epoca antica, mentre quelle d’epoca moderna le segna in nero. Questo rilievo allegato alla Relazione dell’Ing. Josè Magaldi (oggi in possesso del Ministero) ci rivela alcune strutture che ancora non possiamo vedere in quanto non sono state oggetto di scavo in occasione dell’ultimo intervento fatto dalla locale Soprintendenza di Salerno.

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(Fig. 8) Magaldi J., Rilievo degli scavi eseguiti nel 1928, dell’area di S. Croce a Sapri

Le costruzioni sono state realizzate a ridosso del crinale argilloso della collinetta di S.Croce Vediamo alcune strutture d’epoca antica preesistenti posteriormente all’Istituto di S.Croce ( l’ex Scuola Media Statale di S. Croce). Sarà il Ministero per i Beni Archeologici e paesaggistici che molto tempo dopo sancirà il vincolo ambientale sull’intera area di S. Croce. E’ stata forse una manna che ha evitato i futuri scempi che si andavano delineando dagli anni ’60 in poi.

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(Fig. 9) Decreto del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, del 29 marzo 1962, che approvava lo Statuto del nascente Consorzio per l’Industrializzazione del Golfo di Policastro.

La costruzione del tratto panoramico della S.S. 18 che ai primi del ‘900 divise definitivamente le strutture d’epoca romana che ivi insistevano sull’area a ridosso della collinetta di S.Croce, provocando un notevole danno alle antiche strutture che hanno visto nei secoli attraversare quel punto da miriadi di auto. Il tratto della statale in quel punto non è molto felice. L’interruzione causata da quel tratto stradale, impedisce attualmente qualsiasi progetto serio di recupero dell’intera area che invvece dovrebbe essere isolata, recuperata e restituita alla popolazione come isola archeologica con la creazione di un Parco Archeologico. Da sempre convinto della necessità di un Parco Archeologico a S.Croce e di una seria politica di recupero, appena laureatomi, ho sostenuto questa battaglia ideologica e di pensiero anche con pubblicazioni a stampa.

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(Fig. 10) Attanasio Francesco – Per una politica di recupero, studio pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto’ (1).

In occasione dell’incarico che ricevetti dal Comune di Sapri per la redazione della “Relazione Storico-Urbanistica del Comune di Sapri”.

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(Fig. 10) Attanasio F., Cartiglio della Relazione di Analisi “Evoluzione Storico-Urbanistica”, redatta per il P.R.G. del Comune di Sapri (1).

del nascente Piano Regolatore Generale da adottare, allegai il Progetto di riqualificazione dell’area Archeologica della collinetta di S. Croce che prevedeva il recupero dell’intera area archeologica e la nascita del Parco Archeologico di S. Croce. Il mio progetto di recupero e valorizzazione di quell’area, prevedeva la completa eliminazione del tratto stradale di collegamento ivi esistente S.S. 18, e quindi la creazione di un parco pensato come isola archeologica di godibilità; l’abbattimento del brutto edificio dell’Istituto di S.Croce ( l’ex Scuola Media) e, la creazione di Antiquarium nell’attuale Specola da restaurare. Il mio progetto e proposta prevedeva anche la creazione di una bretella stradale costruita ad hoc per isolare completamente tutta l’area e renderla pedonale. Per la bretella dell’attuale collegamento stradale proponevo il riuso e l’ammodernamento del vecchio tunnel ferroviario, oggi abbandonato, che corre al di sotto dell’attuale depuratore comunale (dietro l’attuale Caserma dei Carabinieri), proseguendo fino allo sbocco dietro gli attuali campeggi per la costruzione di un nuovo tracciato stradale di collegamento con la città di Villammare all’altezza dell’attuale centro commerciale. Il nuovo tracciato stradale da me previsto come variante stradale dell’attuale S.S. 18, farebbe da bretella a quest’ultima per il collegamento stradale con il resto del tracciato all’altezza dell’attuale centro commerciale. Il nuovo accesso alla nuova bretella stradale creato ad hoc con uno svincolo stradale  posto nei pressi della caserma dei Carabinieri di Sapri, permetterebbe di isolare l’intera area archeologica a ridosso della collinetta di S. Croce. Solo isolando l’intera area archeologica di S. Croce dall’attraversamento ed al traffico stradale si potrebbe pensare ad una serie campagna di scavo e di recupero serio delle preesistenti rovine d’epoca romana con la conseguente sistemazione ad un Parco Archeologico che consenta una seria politica di recupero e di valorizzazione dell’intera area archeologica con la creazione di strutture museali e spazi espositivi, percorsi didattici ed itineranti. Un grande museo a cielo aperto che è quello che gia esiste a S. Croce a Sapri. Basterebbe valorizzarlo adeguatamente.

Note bibliografiche:

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(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., ‘La Lucania del barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(2) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse la sua relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco Prospero La Corte e del dott. Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti (3).

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Gallotti Nicola

(3) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare – brevi cenni del Dott. Nicola Gallotti, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40. Si veda pure Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891; si veda pure: L’Acqua potabile di Sapri – ricordi per il Dott. Nicola Gallotti, Tip. Francesco Graniti, Napoli (Foto e Archivio Storico Attanasio)

(4) Antonini G., La Lucania – I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, Discorso XI, p. 430 e s.

(5) (Fig….) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Schmiedt G., Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “Universo”, I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”.

(5) Romanelli Domenico, Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101.

(6) (Fig….) carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’ – Italiae sclavoniae et Graeciae tabulae geographicae, del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, riprodotta poi nell’”Atlas”, Duisburgo, 1595, ristampa ana- statica, ed. Congedo, Galatina, collezione Attanasio. Collezione di Celico Valente, Celico, dim. cm. 34 x 45,5. Questa carta a stampa è tratta da Mazzetti E. (7).

(7) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del mezzogiorno e della Sicilia, scritti di Almagià R., Pontieri E., De Luca R., a cura di Mazzetti E., edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 1972, Tomo I-II, Tav. X.

Nel 1589, ‘Sapri roui nata’ in una carta del Mercatore

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse.

La carta geografica del 1589, di Gerardo Mercatore

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(Fig. 1) Carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1589. L’immagine è tratta da una ristampa pubblicata nel testo del Mazzetti (3).

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(Fig. 2) Particolare della carta geografica ‘Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1595, tratta da una ristampa dall’originale originale in mio possesso: ed. Congedo, Galatina, Collezione Attanasio (2).

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(Fig. 3) Particolare della carta ‘Puglia, Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Ge- rardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1595 (2), tratta dal Mazzetti (3), Tav. X.

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(Fig. 3) Particolare della carta ‘Puglia, Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Ge- rardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1595 (2), tratta dal Mazzetti (3), Tav. X.

“Sapri roui nata”

Il titolo di ‘Sapri roui nata’, dato alla pagina web di studi sulla Storia locale e che curo personalmente, è stato scelto a causa della sua evidente antifona. Nel 1987, in un mio studio pubblicai a stampa (1), la notizia di una ‘Sapri roui nata’, che trassi da una carta geografica del 1589 del cartografo Gerardo Mercatore. A Napoli, allora studente, acquistai una ristampa originale della carta in questione, che ancora posseggo e, mi accorsi che essa citava il toponimo di ‘Sapri roui nata’, come si può ben vedere nel particolare illustrato nell’immagine di Fig. 2. Nel 1987, ancora studente, pubblicai la notizia su diversi miei studi (1) ed in particolare su un mio studio dal titolo: “Sapri, incursioni nella notte dei tempi” (1). Le immagini (Figg. 1-2-3), illustrano un particolare del nostro litorale, tratto dalla Carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’ del cartografo genovese Gerardo Mercatore, del 1589, riprodotta nell’”Atlas”, Duisburgo, datata 1595 (3), che si vede nelle Figg. 1-2-3. L’immagine della Fig. 2, illustra la nostra zona all’altezza del Golfo di Policastro e, si legge il toponimo di ‘Sapri roui nata’ che indica il luogo di Sapri. In seguito, la notizia fu ripresa dal Cesarino (5) che, scriveva in proposito: “Una carta geografica di G. Mercatore del 1589 reca l’indizione Sapri ruinata“ e, aggiungeva: “Una attenta disamina della cartografia di età medioevale è stata proposta da Franco Attanasio, …nell’articolo al quale rinviamo per gli opportuni approfondimenti.” . Trovai questa carta geografica (2), nella quale vidi annoverato il nome (toponimo di luogo) di Sapri, riportato: ‘Sapri roui nata’, a seguito di mie ricerche sulla toponomastica locale attraverso la Cartografia medievale, le carte geografiche manoscritte e a stampa, peripli e portolani o carte nautiche medioevali che attestavano la presenza di Sapri tra i luoghi conosciuti all’epoca della loro redazione. Il toponimo di Sapri, figura in diverse carte medioevali ma, sebbene figurasse con diversi toponimi, Portum, Sapri, Saprì, Sapra, Anves, quello di ‘Sapri roui nata’, riveste un particolare interesse storiografico in quanto Sapri, al tempo della redazione della carta in questione, 1589, epoca del Viceregno spagnolo sul Regno di Napoli, doveva essere conosciuto come luogo di rovine. Infatti, Sapri roui nata, sta per ‘rovinata’ o ‘rovine rinate’ o ‘luogo di antiche rovine’. Del resto, come vedremo in seguito in altri mie studi che ivi pubblico, il toponimo di Sapri, assumerà spesso, nelle nuove carte geografiche e corografiche, nuovi connotati e sarà indicato in diversi modi e, la citazione di una Sapri “roui nata”, non è la sola. Troviamo un’altra citazione simile del toponimo di Sapri, anche nella carta da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, dove essa è conservata (6): la ‘Bibo ad sicam odie ruinato’, citato in una carta corografica del Regno di Napoli, di autore ignoto ma risalente all’epoca Aragonese (Fig. 6), di cui abbiamo ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta inedita d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti (6).

Piante e Disegni, cartella XXXII, 2, convert. 2

(Fig. 6) Particolare della carta corografica manoscritta ed inedita: ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (6).

L’ipotesi della catastrofe sismica

Nel nostro studio del 1998, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri (1), scrivevo in proposito: “Un’interessante testimonianza per la storia del paese è la carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata” (Fig. 42), del noto cartografo Gerardo Mercatore, del 1589 (122), ove leggiamo: “Sapri rovinata”. Il Cesarino, (123) suffragava “l’ipotesi di una catastrofe sismica,..e che il nostro paese, all’epoca, doveva di fatto essere scomparso”. Sulla base dei documenti precedentemente ritrovati e citati e documentati, su tale ipotesi, nutro dei seri dubbi.”. Sempre nello stesso studio del 1998 (1), nella nota (123), citavo il Cesarino (5) che in proposito al toponimo di “Sapri roui nata”, che figura sulla carta in questione (Figg. 1-2-3), – da noi individuata – in un due suoi studi “Sapri archeologica”, del 1987 e del 1988 (stà nella rivista “I Corsivi”, 5) e, pure ‘La Lucania del Barone Antonini’ (stà in “I Corsivi”, 3, 1988), così si esprimeva in proposito: “L’ipotesi di una catastrofe sismica viene suffragata da una carta geografica del Mercatore, recante l’indicazione ‘Sapri ruinata’.”. Recentemente, sul sito dell’ISPRA, è apparso uno studio su Sapri, dove abbiamo ritrovato diverse inesattezze e citazioni errate. Nel 2014, lo studioso Scarfone (7), sulla scorta del Cesarino (5), proprio riferendosi alla carta Geografica del Mercatore, di cui nel lontano 1987, pubblicavo la citazione di una “Sapri roui nata”, così si esprimeva in proposito all’ipotesi di una catastrofe sismica: “Questa volta l’ipotesi dell’impatto di una catastrofe areale (8), probabilmente di natura sismica, viene suffragata da una carta geografica di Mercatore del 1589 recante l’indicazione di “Sapri rovinata” (fig. 2).”, e nelle sue note scriveva: “(8) Un indizio relativo all’evento naturale potrebbe ritrovarsi nella narrazione delle cronache del “terremoto che accompagnò il sollevamento del Mare Novo presso Pozzuoli, il 5 settembre del 1538“ quando a seguito degli effetti sismici “il mare si ritirò, così che l’intero Golfo di Baia rimase per qualche tempo all’asciutto, quindi ritornò, tutto rovinando (GATTA, 1984) verosimilmente con effetti anche lungo le coste del Golfo di Policastro.”. E’ vero che la carta del Mercatore fu delineata intorno agli anni 1585-89, ovvero gli anni in cui avvenne l’evento che cita Scarfone (7) ma è anche vero che l’evento è stato circoscritto alla sola area puteolana per gli effetti bradisismici. Infatti, Gatta,  affermava: “verosimilmente con effetti anche lungo le coste del Golfo di Policastro”.  E’ anche vero che quello era proprio il periodo in cui fu delineata la carta del Mercatore, ma se così fosse stato, mi chiedo, se non fosse rimasta citazione alcuna nella bibliografia antiquaria degli eruditi del tempo come ad esempio il Laudisio nella sua ‘Sinopsy della Diocesi di Policastro ecc..’ (9-10). Scarfone afferma, a supporto della sua tesi, che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. E’ vero che l’ipotesi di una brutta catastrofe ambientale – forse anche sismica e/o di un violento maremoto – è stato da secoli nella memoria del popolo e nella tradizione orale locale che voleva la “Città d’Avenia”, scomparsa e distrutta in seguito ad un violento maremoto, ma non credo che il toponimo di “Sapri roui nata”, sia stato usato dal cartografo Olandese per indicare un luogo distrutto a causa di una catastrofe sismica, come sostiene il Cesarino (5) e Scarfone (7). Credo che il toponimo “roui nato” o “rovinato”, stia ad indicare un luogo di rovine di una città scomparsa o di antichi edifici diruti. Nel dialetto popolare, il termine ‘ruinato’, o ‘ruina’ voleva significare ‘rovina’. Il termine ‘ruinato’, nel dialetto locale Saprese, può essere espresso anche con la parola ‘arruinato’, che più si addice ad un’evento calamitoso che ne ha determinato la causa della rovina. Secondo la Treccani, la derivazione etimologica di ruinare v. intr. e tr. (io rüino, ecc.). – Variante ant. o letter. di rovinare. Sapri, all’epoca della delineazione della Carta geografica del Mercatore, intorno e prima del 1589, doveva essere conosciuto come scalo marittimo di sicuro ancoraggio per i legni dell’epoca, a causa della sua baia e del porto naturale. Ma, all’epoca della delineazione della carta del Mercatore (Fig. 1), era proprio l’epoca in cui la Real Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, chiedeva alle Università del posto, continue gabelle per la costruzione di Torri di guardia costiere che all’epoca risultarono inutili e dannose alla già fragile economia dell’area. All’epoca, molti centri – soprattutto alcuni centri costieri, poveri villaggi – registravano una forte diminuzione focatica, ovvero della popolazione effettiva, per pagare meno tasse e, a seguito della forte pestilenza che si ebbe in quegli anni, e quindi, i pochi abitanti del piccolo villaggio di Sapri, vennero annessi nella popolazione di Torraca – da cui esso dipendeva. Ecco perchè, la popolazione di alcuni centri, come Sapri o Porto di Sapri, o Porto di Torraca, al tempo del Mazzella Napolitano (8), non figurava. Sapri però, era anche conosciuto agli eruditi del tempo per le numerose preesistenze archeologiche o di città scomparse. Non crediamo si possa suffragare l’ipotesi del Cesarino di una catastrofe sismica – che pure c’è stata e forse anche violenta nei secoli addietro – ma che non riguarda il significato dato al toponimo di ‘Sapri roui nata’. Il toponimo ‘roui nata’, indica le preesistenze archeologiche già conosciute in antichità, ruderi e rovine di un’antica città scomparsa, di cui bisognerebbe meglio indagare.  Il toponimo di “Sapri roui nata” –  che leggiamo sulla carta in questione, posto nel Golfo di Policastro e vicino ad un fiume – ci ricorda un luogo di rovine o antichi ruderi forse di una città scoparsa (Fig. 1-2-3), ipotesi che dovrebbe essere ulteriormente indagata sul posto, cercando di individuare manufatti e preesistenze su tutta l’area della collina che risale da S. Croce e da Punta del Fortino verso Contrada Pietradame come illustrato nell’immagine di Fig. 7 tratta dal satellite che dovrebbe corrispondere più o meno all’indicazione della “Bibo ad Siccam odie ruinata” dell’altra carta d’epoca Aragonese da noi scoperta (Fig. 6), di cui, in parte abbiamo già accennato nel nostro studio ivi pubblicato sulla “Necropoli Lucana sulla collina di S. Martino”.

Località Fortino a Sapri

(Fig. 7) La collina di località Fortino a Sapri che risale verso contrada Pietradame 

La carta corografica del Mercatore

Il cartografo olandese Gerardo Mercatore, nel 1589, redasse la carta geografica dell’Italia (Figg. 1-2-3) (2), di cui posseggo una copia a stampa e, la riprodusse e, la pubblicò a stampa nel 1595 nell’Atlante “Atlas” di Duisburgo (2-3-4). Il cartografo fiammingo-olandese Gerardo Mercatore, in olandese Gerhard Kremer, latinizzato in Gerardo Mercator, oltre ad essere un matematico e scienziato, egli è stato un grande cartografo, diventato famoso per aver inventato un sistema di proiezione cartografica che porta il suo nome.

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(Fig. 4) L’Italia nell’Atlas sive Cosmographicae Meditationes de Fabrica Mundi et Fabricati Figura, di Gerardo Mercatore, pubblicato a Duisburgo nel 1595.

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(Fig. 5) L’Italia nell’Atlas sive Cosmographicae Meditationes de Fabrica Mundi et Fabricati Figura, di Gerardo Mercatore, pubblicato a Duisburgo nel 1595.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig. 6) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (6).

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(2) (Figg. 1-2-3) Carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’ – Italiae sclavoniae et Graeciae tabulae geographicae”, del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, riprodotta poi nell’”Atlas”, “Atlas sive cosmographicae meditationes de fabrica mundi et fabricati figura”, Duisburgo (Duysburgi), 1595, in cui viene riportato il toponimo “Sapri ruinata”, oggi conservata alla BIBLIOTECA NAZIONALE MARCIANA DI VENEZIA. Collezione di Celico Valente, Celico, dim. cm. 34 x 45,5. Questa carta a stampa è stata citata dall’Almagià (4) in un suo pregevole studio ed è stata pubblicata anche dal Mazzetti E. (3). (Fig. 3), Tav. X. L’Italia nell’Atlas sive Cosmographicae Meditationes de Fabrica Mundi et Fabricati Figura, di Gerardo Mercatore, pubblicato a Duisburgo nel 1595. Le immagini illustrate nelle Figg. 1-3, sono tratte dalla carta in questione pubblicata dal Mazzetti (3), Tav. X, mentre l’immagine illustrata nella Fig. 2 è un particolare della carta in questione tratta da una ristampa dall’originale originale in mio possesso: ed. Congedo, Galatina, Collezione Attanasio.

(3) Mazzetti E., Cartografia generale del mezzogiorno e della Sicilia, scritti di Almagià R., Pontieri E., De Luca R., a cura di Mazzetti E., edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 1972, Tomo I-II, Tav. X.

(4) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Mo- numenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. n. …., p…..

(5) Cesarino F., ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988. Il Cesarino citò il mio studio ed in proposito scriveva: “Una attenta disamina della cartografia di età medioevale è stata proposta da Franco Attanasio, …nell’articolo al quale rinviamo per gli opportuni approfondimenti.”.

(6) (Fig. 6) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Na-poli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanuc- ci. Della carta in questione, abbiamo ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita dell’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti.

(7) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.

(8) Mazzella Napolitano Scipione, Descrizione del Regno di Napoli, ed. Gio. Battista Cappelli, Napoli, 1586 (I° edizione) e 1601, p…

(9) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831.

(10) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Ro- ma, 1976.

 

 

 

 

I tre busti marmorei di Lucio Sempron(i)o Pomponio Prisco scoperti a Sapri

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(Fig. 1) Lucio Sempronio Pomponio Prisco – busto marmoreo d’epoca romana rintracciato a Sapri in una casa.

Sensazionale scoperta a Sapri

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per la redazione del nuovo P.R.G. del Comune di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Recentemente, casualmente ci siamo imbattuti in tre busti marmorei d’epoca romana, rinvenuti in una casa di Sapri. Noi crediamo che due dei tre bellissimi busti marmorei, di cui ivi parliamo, rappresentino il personaggio noto ai Sapresi per la Stele marmorea che da secoli si trova collocata in Piazza del Plebiscito a Sapri. La foto in copertina, illustra tre reperti archeologici di notevole interesse storico a causa della loro età e, di ciò che potrebbero rappresentare per la storia e le origini del nostro paese. La scoperta è stata fatta casualmente in occasione di una delle tante ricerche e studi nei nostri luoghi. Riteniamo importante questa scoperta per la singolarità del rinvenimento di cui alcuni – noi crediamo – erano a conoscenza, ma mai resi pubblici. Sebbene la corposa ‘bibliografia antiquaria’ – come la chiama Maffettone (7), esistente che ha scritto molto sui ruderi e le preesistenze archeologiche a Sapri e nelle campagne circostanti,  non si è mai fatto cenno ai tre busti di cui oggi pubblichiamo questo nostro studio, documentato e corredato da foto, nemmeno il barone Giuseppe Antonini (2), nella sua ‘Lucania – I Discorsi’, ne fa cenno. Trattasi di tre statue di busti marmorei di fattura e d’epoca romana (Figg. 3-4-5-6-8), il cui personaggio rappresentato – noi crediamo – sia Lucio Sempron (i)o Pomponio Prisco, già noto ai sapresi ed agli studiosi a causa della stele marmorea sita in Piazza del Plebiscito a Sapri. Oltre alle tre statue di marmo scolpito di tre busti (Figg. 3-4- 5-6-8) da noi scoperti e non conosciuti, crediamo aver individuato anche il personaggio che rappresentano due delle tre statue e, crediamo aver individuato anche la sua sepol- tura (Fig. 9).

Sapri nei secoli dell’Impero Romano

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: “Agli inizi del III sec. a.C., Elea (Velia), potente colonia della Magna Grecia (l’odierna Moio della Civitella), stringerà con Roma una proficua e forte alleanza, che, determinerà la scomparsa dei centri fortificati dell’interno come Roccagloriosa e sorgeranno ‘villae’ lungo la costa (39). Sulla costa si vanno infittendo le emergenze monumentali di ‘villae’ più o meno complesse: da quella di Punta Licosa a sud di Velia a quella imponente e monumentale di Sapri.”. Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (40), testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale che sia.”(41). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (42), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un duovir des (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (43)”(44).”. Nella mia nota (39) postillavo che: “(39) Frederiksen M.W., The contribution of Archeology to the Agrarian Proble in the Gracam Period, stà in “D.d.A.”, IV-V, 1971, p. 340 s.”. Nella mia nota (40) postillavo che: “(40) Johannowsky W., Sapri, stà in “Atti del XXII Congresso sulla Magna Grecia”, Taranto, 1983, p. 528.”. Nella mia nota (41) postillavo che: “(41) Antonini G., op.cit., vedi anche la Relazione di Magaldi J. presentata alla Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania, 1928: “Cenno storico archeologico della città di Sapri”, ove vengono descritti minuziosamente i ruderi esistenti a Sapri ed i rinvenimenti avuti nel corso dei lavori per la costruzione della SS. 18 nel 1884.”. Nella mia nota (42) postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Nella mia nota (43) postillavo che: “(43) Mommsen, CIL , X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da Russi A. in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. Lucania, p. 1897.”. Nella mia nota (44) postillavo che: “(44) Greco Giovanna, op. cit., p. 19″. Infatti, pare che all’epoca romana, il diumviro edile che sovrintendeva il porto e le infrastrutture portuali a S. Croce a Sapri, Lucio Sempronio Pomponio Prisco, appartenesse alla famiglia dei Prisco. Un Prisco aveva un ruolo importante proprio a Policastro. Io credo che, il centro demaniale di Policastro o Buxentum romana non avesse un porto o strutture portuali vere e proprie ma che tali strutture fossero state costruite in località S. Croce a Sapri che peraltro ha una baia ampia ed unica che poteva ospitare anche flotte di navi da battaglia che ivi potevano ormeggiare per attendere le armate al loro rientro. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri, ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare. Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “…..Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 64, in proposito scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted Ulrich, Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Infatti, assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Anonimo Ravennate (….) che voleva fosse Sapri e, anche la citazione di una “Caesariana” nella  Tavola Peuntingheriana (….), come vedremo in seguito.

Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 33 scriveva pure che: “Le comunicazioni avvenivano, innanzitutto, per via marittima, ma anche attraverso la via ‘Annia’, una strada militare, che, partendo da Buxentum, s’inoltrava attraverso la Lucania costiera; detta strada, raggiunta Sapri, prosegue per Rivello, utilizzando il tracciato di una carovaniera greca, che, partendo dal Golfo di Policastro, conduce alle sponde del Mar Ionio. Su questa strada esiste una costruzione romana, di forma quadrata, abbastanza consistente: sarebbe stato un sepolcro o un edificio militare. E’ stata localizzata pure una “via carovaniera”, che già in età preromana metteva in comunicazione Sapri con la valle del Noce, oltre Maratea, e le colonie greche sul Mar Jonio.”.  Pietro Ebner (…), riguardo l’antica città di Bussento (…), e di Molpa (…), citava  Giacomo Racioppi (…) e il Corcia (…). Ebner, cita Nicola Corcia (…), erudito che scrisse sulla Storia della Magna Grecia, e dice che ne ha scritto su ‘Scidro’. Il Corcia (…), in proposito al ‘Sipron‘ dell’Antonini (…), scriveva: “Perciò con più di verisimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nell’odierno porto di Sapri, tuttochè vi credesse l’antica città di Sipro, ingannato dalla falsa lezione di alcune edizioni di Erodoto, in cui si leggesi……., invece che …….” (…). Insomma, il Corcia (…), riteneva che la lettura di Antonini del Sipron citato da Erodoto, fosse errata e affermava che l’Antonini sbagliasse a leggere Erodoto il quale parlava di Sipron e non di Skidron.

La stele funeraria in Piazza del Plebiscito dedicata a Lucio Sempronio Pomponio Prisco

A Sapri, in Piazza del Plebiscito, di primi dell’800 si può ammirare – una stele funeraria marmorea (Fig. 1). Sebbene l’epigrafe fosse stata riportata prima dall’Antonini e poi dal Mommsen (3) e, più tardi dal Gallotti (6) e, dal Magaldi (5), poco si conosce del cippo marmoreo, della sua iscrizione (epigrafe ed epitaffio) ivi scolpita, del suo personaggio e, dei luoghi in cui si trovava il cippo stesso prima della sua sistemazione in Piazza del Plebiscito a Sapri.

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(Fig. 1) Stele funeraria d’epoca romana con epitaffio su epigrafe, collocata in Piazza del Plebiscito a Sapri

La stele marmorea (Fig. 1), è un cippo funerario, d’epoca romana che all’epoca i romani usavano porre accanto ad una tomba di un defunto. Tutti gli studiosi citati, sebbene avessero citata, pubblicata e, parlato del cippo marmoreo oggi in Piazza del Plebiscito, non hanno detto nulla sul luogo in cui esso si trovasse in origine, ovvero da dove questo cip-po provenisse. La tradizione popolare locale vuole che il cippo oggi in Piazza del Plebiscito, fosse stato ivi dal Comune dopo che per molto tempo era stato utilizzato da maestranze edili per la costruzione di opere provvisionali, tanto che fino a pochi anni fa esso si presentava con colature di catrame. Collocato nella piazza del Plebiscito a Sapri, da oltre un secolo, il blocco in pietra di marmo scolpito è alto circa un metro. L’Antonini (2) che la descrisse e la pubblicò scriveva: “Essa è intagliata in un ceppo quadrato palmi quattro”. Presenta scolpita sulla faccia destra una pàtera (coppa) e sulla sinistra un ùrceo (anforetta), oggetti che accompagnavano il defunto dopo la morte. Il cippo marmoreo o stele funeraria oggi in Piazza, riporta scolpita un’epigrafe (iscrizione latina) di cui parleremo in seguito. L’Antonini (2), nel pubblicare l’epigrafe scolpita nel cippo – di cui parleremo – è il solo che accenna al luogodove si trovava nel 1745, l’epigrafe e quindi il cippo in questione. L’Antonini (2), già nella sua prima edizione della sua ‘Lucania’, del 1745, ci parlava dell’iscrizione o epigrafe scritta in latino (Fig. 2), scolpita sul cippo funerario che oggi si può ammirare in Piazza del Plebiscito a Sapri (Fig. 1), che riportava e pubblicava (Fig. 2) e, ci dice anche il luogo del suo ritrovamento ma si sbagliava.

La stele marmorea funeraria con epigrafe ed epitaffio dedicato al giovane defunto Lucio Pomponio Sempronio Prisco in Piazza del Plebiscito a Sapri, Duumviro Edile, figlio del poeta e scrittore Lucio Pompeo Prisco  

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: “Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (40), testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale che sia.”(41). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (42), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un duovir des (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (43)”(44).”. Nella mia nota (40) postillavo che: “(40) Johannowsky W., Sapri, stà in “Atti del XXII Congresso sulla Magna Grecia”, Taranto, 1983, p. 528.”. Nella mia nota (41) postillavo che: “(41) Antonini G., op.cit., vedi anche la Relazione di Magaldi J. presentata alla Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania, 1928: “Cenno storico archeologico della città di Sapri”, ove vengono descritti minuziosamente i ruderi esistenti a Sapri ed i rinvenimenti avuti nel corso dei lavori per la costruzione della SS. 18 nel 1884.”. Nella mia nota (42) postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Nella mia nota (43) postillavo che: “(43) Mommsen, CIL , X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da Russi A. in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. Lucania, p. 1897.”. Nella mia nota (44) postillavo che: “(44) Greco Giovanna, op. cit., p. 19″. A p. 9 parlando dell’area archeologica di S. Croce a Sapri in proposito scrivevo che: “In piazza del Plebiscito a Sapri, si può ammirare, ove è collocato, il cippo funerario (fig.14) dedicato a L. Sempronio Prisco, che fu rinvenuto nell’area retrostante l’attuale Ospedale civico, e che fu erroneamente (52) attribuito dal De Ruggiero (53) alla colonia romana di Buxentum.”. Nella mia Relazione, nella nota (52) postillavo che: “(52) Fiammenghi C.A., Maffettone R., op. cit., p. 34”. Nella mia Relazione, nella nota (53) postillavo che: “(53) De Ruggiero, Dizionario epigrafico, s.v. Lucania, p. 1897”. L’opera citata è di Ettore De Ruggiero (….), Dizionario Epigrafico di Antichità Romane, ed. Istituto Italiano per la Storia Antica, Roma, 1959. Quello che ci parla della Lucania. Infatti, la stessa notizia fu riferita dall’archeologa Giovanna Greco (….) che, in un suo saggio in ‘Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988′, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17, a p. 19, in proposito scriveva che: “Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (30), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un ‘duovir des’ (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (31).” (….). L’archeologa Giovanna Greco, a p. 19, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Nissen, Italische Landeskunde, vol. II, p. 899, n. 8; Karhsted, op. cit., p. 22.”. La Greco, a p. 19, nella sua nota (31) postillava che: “(31) CIL, X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da A. Russi in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. ‘Lucania, p. 1897.”. Dunque, l’archeologa Giovanna Greco, a p. 19 citava un saggio di A. Russi che dice che il cippo funerario esistente ancora oggi in Piazza del Plebiscito a Sapri e che nell’epigrafe ci parla della prematura morte del giovane Lucio Sempronio Pomponio Prisco (…), proveniva da Buxentum e non dalla villa romana di S. Croce. Il saggio di A. Russi (….), dal titolo “Lucania” lo ritroviamo a p. 1897, del vol. IV del “Dizionario Epigrafico di antichità romane” di Ettore De Ruggiero (…)(ristampa del 1959, vol. IV). In esso leggiamo che: “…………….”. Tuttavia, pur considerando per buona la citazione della Greco vorrei far notare che si tratta di un’ipotesi di A. Russi. Neanche il Mommsen (….), la collocava a Buxentum. Come ha scritto la Greco a p. 19, il Mommsen pubblicò l’epigrafe del cippo funerario di Piazza Plebiscito col n. 461 in C.I.L., vol. X. Infatti, sul cippo marmoreo in piazza del Plebiscito a Sapri, nello stesso testo citato in precedenza hanno scritto le due studiose Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone (…), che a p. 34 scrivono che: “45) Comune di Sapri. Loc. Ospedale. I.G.M. F° 210, mm. 285/150. In quest’area, ridossata al complesso di S. Croce, nei pressi del moderno Ospedale si rinvenne il cippo di L. Sempronio Prisco, erroneamente attribuito (così il De Ruggiero, ‘Diz. Epigr. s.v. Lucania, p. 1897) alla colonia romana di ‘Buxentum’ e attualmente collocato in Piazza Plebiscito di Sapri. In questa stessa area si conservano a poche decine di metri di distanza l’uno dall’altro due tratti di acquedotto romano (già peraltro segnalati dal Magaldi).”. Dunque, anche le due studiose citavano il Dizionario Epigrafico di Antichità Romane di Ettore De Ruggiero (…), il quale, nel cap. IV, alla voce ‘Lucania’ a p. 1897 contiene il saggio di A. Russo che attribuisce questo cippo funerario marmoreo come proveniente dalla colonia Romana di Buxentum. Pare che all’epoca romana, il diumviro edile che sovrintendeva il porto e le infrastrutture portuali a S. Croce a Sapri, Lucio Sempronio Pomponio Prisco, appartenesse alla famiglia dei Prisco. Un Prisco aveva un ruolo importante proprio a Policastro. Io credo che, il centro demaniale di Policastro o Buxentum romana non avesse un porto o strutture portuali vere e proprie ma che tali strutture fossero state costruite in località S. Croce a Sapri che peraltro ha una baia ampia ed unica che poteva ospitare anche flotte di navi da battaglia che ivi potevano ormeggiare per attendere le armate al loro rientro. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri, ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 28, in proposito scriveva che: “Dell’età romana esiste un importante documento; è un monumento funebre, che si trova attualmente in piazza del Plebiscito, si ritiene giustamente che provenga dalla zona di Santa Croce. Si tratta di un blocco di marmo di non rilevante rifinitura; risulta completo di dado, fusto, zoccolo e cornice. E’ dedicato al duumviro edile Lucio Sempronio Prisco, deceduto all’età di 25 anni. Ecco l’epigrafe; etc….(12)(13)(14). Etc…Da Tito Livio (Libro XL, Cap. 42) sappiamo che i duumviri navali, uno dei quali sarebbe stato Lucio Sempronio Prisco, morto al Porto (oggi di Sapri), erano scelti tra i più distinti cittadini; in senso assoluto, parlando di edili, si deve intendere di Edili Curuli, grado di alto onore. Possiamo così dedurre che il ‘Portus’ esisteva già all’epoca di Roma Repubblicana, che vi manteneva i suoi ufficiali (15).”. Il Tancredi, a p. 28, nella nota (12) postillava che: “(12) Diis Manibus”. Il Tancredi, a p. 28, nella nota (13) postillava: “(13) Pompeo fu poeta e scrittore romano”. Il Tancredi, a p. 28, nella nota (14) postillava: “(14) Agli Dei Mani. A Lucio Sempronio Prisco, Duumviro, figlio dell’edile Lucio Pompeo. Cessò di Vivere a venticimque anni e sette mesi di età. Se i fati non fossero stati troppo crudeli, qui suo padre e sua madre avrebbero dovuto essere prima sepolti”. Come è facile rilevare, il distico elegiaco definisce crudeli i fati e aggiunge che su questo sepolcro gentilizio, prima di quello del figlio, si sarebbe dovuto leggere il vecchio epitaffio del padre e della madre.”. Il Tancredi, a p. 28, nella nota (15) postillava: “(15) Nel 1981, un noto studioso, fecondo pubblicista, il Prof. Vittorio Bracco, da Polla, ha esaminato ed integrato un’epigrafe apposta al Campanile della Cattedrale di Policastro, ma proveniente da costruzioni precedente. Ecco il testo: CAIUS ARRIUS, CAI FILIUS, SERGIA TRIBUS, DUUMVIR ITERUM, TRIBUNUS MILITUM, MURUM ET FORUM CURAVIT. ….Cfr. Bracco V., ‘Il Foro di Bussento’ Pubblicazioni dell’Università di Macerata, in “Scritti sul mondo antico in memoria di Fluvio Grosso”, Edit. Bretsschneider, Roma, 1981. Il Bracco fa rilevare l’importanza dell’epigrafe perché dà notizia della costruzione del foro bussentino, ad opera appunto del magistrato romano Caio Arro. La scoperta e l’interpretazione di tale epigrafe fa pensare all’alto magistrato romano, Lucio Sempronio Prisco, il cui ricordo è tramandato dal monumentino funebre sopra ricordato. Mancano, purtoppo, nomi di altri illustri personaggi della zona, che abbiano operato nella gestione della cosa pubblica o acquisito meriti in altri campi nell’epoca romana. Sapri, ov’è sito il monumentino in onore di Lucio Sempronio Prisco, disca appena 12 Km. da Policastro; i due centri erano anche allora raggiungibili, atteso il terreno pianeggiante: non vi era alcun ostacolo di monti o di fiumi. Il Bracco sensatamente afferma che Sapri “dovette essere certo un lembo vivo dell’ager Buxentinus”.”. Il Tancredi, a p. 29 scriveva pure che: “All’epoca del primo Impero Romano (16) risale la costruzione d’un grande porto, in pieno mare. Il bacino che oggi porta il nome di Sapri, forma, nel Golfo di Policastro, una specie di sottogolfetto che, da due lati, è difeso dalle onde, mentre il terzo lato è aperto.”.

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(Fig….) Stele marmorea con epitaffio dedicato a Lucio Sempronio Pomponio Prisco – P.zza del Plebiscito a Sapri (foto Attanasio)

L’immagine di Fig. 1, illustra la stele funeraria in marmo bianco, posizionato da secoli in Piazza del Plebiscito a Sapri, prima dell’attuale sistemazione ed in occasione di una sommaria ripulitura. Su di essa vediamo scolpita l’epigrafe o iscrizione funeraria ( epitaffio), realizzata in ricordo della prematura morte del giovane diumviro (magistrato) edile romano Lucio Sempronio Pomponio Prisco, il giovane magistrato romano che, probabilmente si occupò della costruzione e gestione delle imponenti strutture oggi in parte visibili a Santa Croce che credo fossero i resti di una villa imperiale o patrizia romana con strutture portuali annesse. Il cippo marmoreo oggi in Piazza (Fig. 1), presenta scolpita sulla faccia frontale, reca la seguente epigrafe ( iscrizione scolpita su pietra o su marmo) in lingua e caratteri latini:
D.M.
                                                                                          L. SEMPRONIO
                                                                                     L. F. POM. PRISCO
                                                                                          AED. DVOVIR.
                                                                                          DES. V. A. XXV.
                                                                                                  MEN. VII.

                                                       SI NON ANTE DIEM CRUDELIA FATA FUISSENT.
                                                              HIC PATER, ET MATER DEBUIT ANTE LEGI.

che, tradotta significa: “Agli Dei dei Mani. L. Sempronio, figlio di Pompeo Prisco, duoviro edile designato, visse venticinque anni e sette mesi. Se il destino non fosse stato anzitempo crudele, quì avrebbero dovuto essere letti prima il padre e la madre”. Dell’iscrizione latina ce ne parla anche il Mommsen che la pubblicò (3), sulla scorta dell’Antonini (2) (Fig. 2).

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(Fig. 2) Antonini Giuseppe, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 434 (2)

Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a pp. 222-223, in proposito scriveva che: “In tale periodo Sapri fu governata da Lucio Sempronio Pomponio Prisco, supremo magistrato, duumviro edile e figlio del poeta e scrittore romano Pompeo. Giovane e illustre per ufficio e per discendenza, morì a soli 25 anni. Ebbe un grado di alto onore, essendo incaricato della cura dei templi, degli edifici pubblici, dei ludi e della polizia urbana con servizio annuale. Su un cippo eretto in suo onore, che attualmente sorge in Piazza del Plebiscito, è perfettamente visibile una lapide con la seguente epigrafe latina: etc…..L’interpretazione e la traduzione sono le seguenti: “Dicatum Monumentum Lucio Sempronio Prisco, Lucii Pompei filio, Aedilis Duovir: designatus: vixit annos 25 et menses septem”. (Monumento dedicato a Lucio Sempronio Prisco, figlio di Lucio Pompeo, designato Duumviro Edile: visse 25 anni e 7 mesi. Se il destino non fosse stato crudele prima del tempo, qui sarebbero letti prima i nomi del padre e della madre).”. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (10), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria, ed a p. 134, in proposito scriveva che: “Incontrai delle persone del luogo alcune persone molto distinte con le quali mi fermai a conversare e queste mi indicarono una iscrizione murata nella base del piedistallo della  Santa Croce che si elevava sulla Piazza. Era molto consunta ma riuscii a decifrarla (15). Il significato è il seguente e mi piace riportare l’iscrizione a motivo del lamento finale con il quale termina: D.M. L. SEMPRONIO ecc….Questa lapide fu eretta dagli sconsolati genitori di Lucio Sempronio, magistrato (duovir) dobbiamo credere di Scidro; alla quale carica era assunto prima di aver raggiunto il venticinquesimo anno d’età. Il profondo dolore dei genitori si desume dalla frase “Se il fato non l’avesse prematuramente rapito, suo padre e sua madre avrebbero dovuto trovar posto nella tomba prima di lui”. Potrai osservare che le ultime due righe sono un esametro e un pentametro. Ho visto molti monumenti sepolcrali ecc…”. Il Ramage, a p. 134, nella nota (15) postillava che: “(15) Oggi è quasi del tutto illegibile”. Il Ramage, in seguito, per confronto, riporta altre tre iscrizioni che dice essere rinvenute a Pozzuoli. Le iscrizioni che cita il Ramage, qui, per brevità non li trascrivo in quanto esse provengono da Pozzuoli ma, rilegendo l’Antonini vediamo che esse sono le stesse da egli pubblicate. Dunque, il Ramage, nel suo viaggio e soggiorno a Sapri, documenta che la stele marmorea con l’epigrafe scolpita si trovava in Piazza lebiscito a Sapri ma essa si trovava su di un rocco di una colonna romana poste a mò di monumentino funebre in ricordo del venticinquenne Prisco. Il Ramage dice essere posto “alla base del piedistallo della SantaCroce che si elevava sulla Piazza“.

Lucio Sempronio Pomponio Prisco ed i busti ritrovati

La stele funeraria che oggi si trova in Piazza del Plebiscito (Fig. 1), reca un’iscrizione in latino che ricorda la prematura morte del giovane diumviro edile (‘AED. DVOVIR’): Lucio Sempron(i)o Pomponio Prisco. Tranne le esigue informazioni pervenuteci sul personaggio romano, nulla si sa in suo proposito. Le uniche informazioni su Lucio Prisco, sono quelle contenute nell’epigrafe latina scolpita nel cippo. Sappiamo che egli è morto giovane, all’età di 25 anni e sappiamo dall’epigrafe (iscrizione) che egli era figlio di Lucio Pompeo Prisco. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, (a cura di Rossella Gaetani), a p. 40, i proposito scriveva che: “La lapide dedicata alle anime dei trapassati, eretta a Lucio Sempronio Prisco (23), figlio di Lucio Pompeo, che essendo duumviro uscì di vita di anni 25 e mesi 7, nella primavera della vita, ahi. destino crudele! Su questo sepolcro non dovevano forse esser letti prima i nomi del padre e della madre di lui ? La pietra sepolcrale, che si vede in mezzo alla piazza qual posto ebbe da principio ? Donde è venuta ? Come vi si trova? Il monumento di Lucio Sempronio dov’era eretto?.”. Rossella Gaetani (….), la nipote che ha curato la ristampa del libretto, a p. 282, nella nota (23), sulla scorta di un depliant di Felice Cesarino (….) postillava che: “(23) Lucio Sempronio Prisco. Giovane rampollo della “gens sempronia”, imparentata con i Gracchi, una delle più potenti famiglie plebee della Roma antica. Duoviro edile, cui spettava la vigilanza sugli edifici pubblici, sui mercati e suoi giuochi, insomma la “cura urbis”. Il cippo funerario del magistrato fu rinvenuto nell’area della villa romana di S. Croce Sapri e, non è da escludere che quella grande dimora patrizia fosse di proprietà della sua famiglia. Attualmente è collocato nella Piazza Plebiscito di Sapri. Di recente, il prof. Johannowskj ha proposto per questo reperto una datazione posteriore all’età giulio – claudia, che lo collocherebbe nella seconda metà del I secolo d.C. La prima segnalazione del suo rinvenimento, effettuato nella zona archeologica di S. Croce Sapri, vé fornita dallo storiografo del 700 G. Antonini, nella sua “Lucania”. Rossella Gaetani citava Werner Johannowskj che fece fare quel brutto intervento che oggi nasconde il paramento murario romano originale. Riguardo alla lapide, il Gaetani (…), scriveva: “La lapide dedicata ai trapassati, eretta a Lucio Sempronio Prisco, figlio di Lucio Pompeo, essendo duumviro usci di vita di anni 25 e mesi 7, nella primavera della vita, ahi, destino crudele! Su questo sepolcro non dovevano forse esser letti prima i nomi del padre e della madre di lui?”. Riguardo il personaggio di cui si parla nell’epigrafe scolpita in latino, riguardo Lucio Sempronio Prisco, il Cesarino (9), scriveva in proposito: “un giovane rampollo della ‘gens sempronia‘, imparentata con la famiglia dei Gracchi, potente famiglia patrizia di Roma urbe.“. Sappiamo anche da alcune iscrizioni ritrovate a Policastro Bussentino (l’antica Buxentum) che ivi vi era una famiglia dei Prisco. La vicinanza con la “gens Sempronia” – da cui probabilmente proveniva il giovane magistrato Lucio Sempronio Pomponio Prisco – ci è data dalla presenza a Buxentum nel 194 a.C. del triumviro romano Lucio Sempronio Longo che, fu uno dei magistrati preposti alla fondazione della colonia marit-tima di Buxentum. Sappiamo pure che egli era un giovane magistrato (diumviro edile), il cui compito – probabilmente – era quello di sovrintendere i lavori e le opere o strutture portuali esistenti a S. Croce. Lucio Sempronio Pomponio Prisco era stato assegnato alle strutture in costruzione a Sapri con il compito di vigilare sugli edifici pubblici (sulle strutture portuali a Santa Croce a Sapri). Come abbiamo già detto, se fosse confermato dagli studi che il personaggio rappresentato nei due busti marmorei, da noi recentemente scoperti e pubblicati quì (Figg. 3-4-5-6-7-8-9), fosse il giovane  magistrato edile – commemorato nella stele funeraria – sarebe un ulteriore conferma che, la colonia marittima di Buxentum fosse da collocarsi proprio a Sapri. Tuttavia, sul Prisco – personaggio romano commemorato nell’epigrafe scolpita nel cippo funerario oggi in Piazza – nulla si sa di certo, come nulla si sa della sua sepoltura che pure deve esistere da qualche parte a Sapri. Al momento, alla luce di alcuni recenti ritrovamenti di cui parleremo, possiamo fare delle ipotesi attendibili fino a quando altri non porteranno delle prove contrarie. Noi crediamo di aver individuato i busti marmorei e la sepoltura del giovane diumviro Lucio Prisco, conosciuto fin’ora solo attraverso la stele marmorea in Piazza del Plebiscito. Nel 2014, è apparso a stampa lo studio “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, di Scarfone A., che ha aggiunto chiacchiere alle tante chiacchiere già dette sulla stele marmorea di Fig. 1. Scarfone, sulla scorta del Johannowsky (8) e, senza mai citare i busti marmorei da me scoperti, scriveva in proposito: “….progetto di indagine da parte della competente Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno (SCOGNAMIGLIO, 2008), riferibili ad un periodo compreso tra il I ed il II secolo d.C., sono ciò che rimane di un’imponente villa patrizia costiera che sembrerebbe essere appartenuta alla famiglia dei Semproni. Ciò sembra essere avvalorato dal ritrovamento di una stele funeraria, dedicata al giovane Lucio Sempronio Prisco (JOHANNOWSKY, 1992), figlio del duoviro edile Pompeo, oggi posta in Piazza Plebiscito nel centro storico di Sapri. D’altronde, alcuni esponenti della Gens Sempronia, una delle più antiche e potenti stirpi romane, erano noti nel Golfo di Policastro sin dall’età repubblicana. Infatti, come ci narra Tito Livio, nel 194 a.C., il triumviro Tiberio Sempronio Longo fu uno dei magistrati cui fu affidato il compito, avendo acquisito la suprema carica di console, della cura della vicina e sicuramente più importante colonia di Buxentum (11). Inoltre, lo storico ed apologeta romano Paolo Orosio nonché altri cronisti del IV secolo d.C. riferiscono che lo stesso imperatore romano Massimiano, lasciando il potere nel 305, scelse successivamente di ritirarsi in una villa ubicata in Lucania nella quale egli visse un periodo di agi e lussi mantenendo comunque sempre un costante contatto con l’amico e collega Diocleziano, sebbene lontano dal centro politico dell’impero (BARNES, 1981). Tra i maggiori autori antichi, il famoso scrittore Lattanzio, localizza invece la villa sopra menzionata in Campania mentre altri scrittori meno importanti come Eutropio e Zosimo ne confermano l’ubicazione in Lucania (CORCIA, 1845). ” (12).

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I busti marmorei ritrovati a Sapri (Figg. 3-4-5-6-8)

In occasione di uno dei miei studi, ebbi l’occasione di rinvenire in una casa di Sapri, tre statue marmoree scolpite di tre busti. Due dei tre busti, rappresentano un giovane riccioluto in uniforme ed il terzo busto dovrebbe rappresentare la ‘Giustizia’, una donna in uniforme. Tutti e tre i busti scolpiti, di marmo bianco e con una patina di sporco dovuto all’esposizione alle intemperie perchè esse si trovano poste all’aperto sul parapetto del muretto di un terrazzo scoperto posto sul retro di Palazzo Gaetani in via Cassandra a Sapri. Le tre statue (Figg. 3-4-5-6-8), sono di mirabile fattura e bellezza e sono d’epoca ro- mana. I due busti che rappresentano lo stesso personaggio, anche se leggermente diffe- renti tra loro, rappresentano un giovane sui 25 anni, in uniforme romana, la toga da ma- gistrato con il classico gancio che la trattiene sulla spalla, dal viso paffuto, la testa con la chioma riccioluta e la corona d’alloro tipica dei busti d’epoca romana. L’altro busto, l’al-tro dei tre, rappresenta una donna (Fig. 7), che a nostro parere rappresenta la ‘Giustizia’, riconoscibile dalla fattura del suo copricapo e dalla veste che indossa. La fattura sculto-rea è un pò rozza ma pur sempre di grande bellezza. E’ probabile che i due busti marmo-rei posti ai due lati e, con al centro il busto della ‘Giustizia’ – noi pensiamo, rappresentino un personaggio noto ai sapresi, Lucio Sempronio Pomponio Prisco – commemorato nella stele marmorea di Piazza del Plebiscito – di cui non si sapeva nulla – il giovane magistrato – morto in giovane età – a 25 anni (Figg. 3-4-5-6-8). La scoperta è stata fatta casualmente in occasione di una delle tante ricerche e studi da me intrapresi nei nostri luoghi. Coadiu-vato dal fotografo Vincenzo Mastrangelo che, ha potuto effettuare diversi scatti delle o- pere in questione, mi recai a Palazzo Gaetani in via Cassandra a Sapri. Avevo visto più volte – passando – dal cavalcavia che sale verso Torraca – la parte retrostante del Palazzo e della tenuta Gaetani di via Cassandra. Dal cavalcavia, sono ben visibili le tre statue marmoree a mezzo busto, poste su un terrazzo scoperto del primo piano del Palazzo Gaetani a Sapri in via Cassandra. Entrando in casa Gaetani, su gentile concessione della Famiglia, potei ammirare da vicino la mirabile bellezza e fattura di queste tre antiche statue marmoree d’epoca romana. In occasione della visita in casa Gaetani, ebbi l’opportunità di documentare detti manufatti di cui nessuno o pochi conoscevano l’esistenza (Figg. 3-4-5-6-8). A suo tempo debitamente segnalati alla Soprintendenza di Salerno, non si è a- vuto a tutt’oggi alcun riscontro dalle autorità. Forse, essi sono vincolati ai sensi della Legge del 1939, ma la Soprintendenza di Salerno non ha dato riscontro. Non ancora conosciuti dagli studiosi, crediamo che due dei tre busti marmorei (Fig. 3-4- 5), potrebbero rappresentare Lucio Sempronio Pomponio Prisco, il giovane magistrato a cui è dedicata la stele marmorea in Piazza del Plebiscito a Sapri. Crediamo che il personaggio rappre-sentato nei due dei tre busti marmorei scolpiti fosse lo stesso personaggio commemorato nella stele funeraria o cippo marmoreo che oggi è collocato in Piazza del Plebiscito, in quanto l’epigrafe, ci parla di un giovane Magistrato, la cui carica era quella del  ‘aedilis duovir’ (duoviro edile), un magistrato romano assegnato alle strutture portuali, ricono-scibile dall’armatura e dalla corona d’alloro posta sui belli e giovani riccioli. La versione del giovane magistrato edile – a cui è dedicata la stele funeraria di Piazza del Plebiscito è avvalorata dalla terza scultura marmorea ( il terzo busto) che a nostro parere rappresenta la ‘Giustizia’ ( Fig. 7), riconoscibile dalla fattura del suo copricapo e dalla veste che indossa, di cui, crediamo esserci attinenza con la carica di diumviro edile del giovane ma-gistrato prematuramente scomparso.

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(Fig. 3) Busto marmoreo d’epoca romana rinvenuto a Sapri che rappresenta il diumviro edile Lucio Sempronio Pomponio Prisco a cui è dedicata la stele funeraria in Piazza del Plebiscito a Sapri

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(Fig. 4) Busto marmoreo d’epoca romana rinvenuto a Sapri che rappresenta il diumviro edile Lucio Sempronio Pomponio Prisco a cui è dedicata la stele funeraria in Piazza del Plebiscito a Sapri

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(Fig. 5) Busto marmoreo d’epoca romana rinvenuto a Sapri che rappresenta il diumviro edile Lucio Sempronio Pomponio Prisco a cui è dedicata la stele funeraria in Piazza del Plebiscito a Sapri

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(Fig. 6) Busto marmoreo d’epoca romana rinvenuto a Sapri che rappresenta il diumviro edile Lucio  Sempronio Pomponio Prisco a cui è dedicata la stele funeraria in Piazza del Plebiscito a Sapri

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(Fig. 7) Busto marmoreo d’epoca romana rappresentante la Giustizia

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(Fig. 8) I tre busti marmorei in sequenza di collocazione

Il sepolcro del giovane Lucio Sempronio Pomponio Prisco

La stele marmorea, collocata in Piazza del Plebiscito (Fig. 1), è un cippo funerario, d’epoca romana che all’epoca i romani usavano porre accanto ad una tomba di un defunto. Il Gaetani (…), in un suo pregevole studio sulla storia di Torraca e di Sapri, parlando dell’epigrafe in Piazza, si chiedeva: “La pietra sepolcrale, che si vede in piazza qual posto ebbe da principio? Donde è venuta? Come vi si trova? Il monumento di Lucio Sempronio dov’era eretto?”. Ma il Gaetani (…), pur avendo i suoi parenti di Sapri, possedimenti terrieri dove si erano viste testimonianze del passato, non sa rispondere alla sua stessa domanda. Noi crediamo aver individuato anche la tomba del personaggio di cui parla l’iscrizione o epigrafe latina posta in Piazza del Plebiscito, ovvero crediamo che di aver individuato il luogo dove fosse la sepoltura del giovane magistrato Prisco (Fig. 9), commemorato nella stele marmorea oggi in Piazza (Fig. 1). L’ipotesi di aver individuato il sepolcro del giovane magistrato romano Lucio Sempronio Prisco – è suffragata da alcuni riferimenti bibliografici che documentano alcuni rinvenimenti in proposito. Come abbiamo già detto, riguardo il luogo dove si trovava l’epigrafe ed il cippo marmoreo che commemorano e ricordano il giovane diumviro romano Prisco, è incerto ma trattandosi di un giovane defunto, doveva esistere la sua tomba o un luogo di sepoltura. La tomba del giovane Prisco, deve esistere e probabilmente deve trovarsi a Sapri. Il luogo preciso della sua sepoltura è incerto ma di certo doveva esistere. Noi crediamo di aver individuato il luogo di sepoltura del giovane dium-viro romano. Posto che il luogo indicato dall’Antonini (2) – sebbene egli ne avesse parlato – il luogo dove si trovava il cippo e l’iscrizione latina commemorativa di Prisco – è tutt’ora incerto, possiamo fare delle ipotesi, suffragate da evidenze bibliografiche. Noi crediamo che il cippo marmoreo che oggi è in Piazza del Plebiscito a Sapri (Fig. 1) – provenisse dall’altra parte del paese, ovvero da un podere di proprietà della famiglia Gaetani che oggi posseggono le tre statue marmoree che, a nostro parere rappresentano proprio Lucio Sempronio Prisco. I Gaetani, sostengono che le tre statue provengono proprio da una tomba o edificio sepolcrale che si trova nel loro podere in località Carnali (sopra il Timpone). I Gaetani, vecchia famiglia di Torraca che ha avuto lustro e onori a Sapri, con Sindaci e Prelati, riferivano che le tre statue provenissero da un loro podere con alberi di ulivi, sito sopra il Timpone in località ‘Carnali’. I Gaetani, posseggono da antica data e dai loro illustri avi queste tre statue che a loro dire pare provenissero da un podere dove insisteva ed insiste un antico edificio sepolcrale d’epoca romana. Noi crediamo fosse l’edificio di Fig. 9.

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(Fig. 9) Edificio d’opera e d’epoca romana scoperto dai G.A.S. (9)

L’edificio illustrato nell’immagine di Fig. 9, è un edificio d’epoca romana scoperto dal locale Gruppo Archeologico di Sapri (G.A.S), nel 1976. Ne ha parlato il Cesarino (9). Il Cesarino, in un suo studio (9), cita l’edificio e scriveva: “Su questa strada insiste in località Carnale, una costruzione romana, quadrata e poderosa, sepolcro o edificio militare, che, la tradizione locale, con anacronistico volo, ritiene posto in sito per intervento miracoloso.”. Sebbene, l’edificio d’epoca romana di Fig. 9, si trovasse in un podere di proprietà dei Gaetani, il Cesarino (9), non l’attribuiva a quello del personaggio di cui si parla nella stele funeraria di Fig. 1, ma spiegava che esso potesse essere un sepolcro (tomba o sacello) o edificio militare.  E’ molto probabile che la località dove era ed è posta questo antico edificio di cui parlava il Cesarino, fosse proprio il podere di proprietà dei Gaetani da cui probabilmente dovettero provenire le tre statue marmoree che rappresentano il giovane riccioluto in uniforme d’epoca romana, oggi poste in casa Gaetani. I Gaetani, che posseggono le tre statue avute dai loro avi, riferivano della loro provenienza. Probabilmente, dallo stesso sepolcro, doveva provenire il cippo funerario dedicato al giovane magistrato ivi commemorato Lucio Sempronio Prisco. Sull’esistenza di un edificio sepolcrale, o una tomba d’epoca romana, ci ha parlato il dott. Gallotti (6), prima, il Magaldi (5) dopo e la Fiammenghi e Maffettone (7) recentemente. Sull’esistenza di un’edificio funerario, la Fiammenghi e la  Maffettone (7), riferivano di due sepolcri. Uno posto “in località Carnale I.G.M. F° 210, mm. 287 /180, dove veniva rilevato una struttura a pianta quadrata, in opus latericium, conservata sino a qualche anno addietro in elevato per circa m. 8. Attualmente l’altezza si è notevol-mente ridotta. Ne è incerta, allo stato attuale, la destinazione.”. L’altro in località Acqua delle Vigne I.G. M. F° 210, mm. 307/164, “Si conservano a vista alcuni tratti in muratura con paramento in opus reticulatum generalmente riferiti ad un monumento funerario di età romana.”. Forse proprio l’edificio posto nel podere dei Gaetani. Infatti, l’immagine che presentiamo quì sotto, illustra un edificio sepolcrale d’epoca romana. L’immagine è tratta da un opuscolo edito dal Comune di Sapri, con foto di Enzo Capitolino e testi di Felice Cesarino. L’edificio che come si vede nell’immagine è posto su una collinetta da cui si scorge la Carnale sopra il Timpone (forse nella proprietà Gaetani), il testo del Cesarino (…), lo data al II secolo d.C.. Noi crediamo che questo edificio sia proprio il sacello di Lucio Sempronio Pomponio Prisco.

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(Fig. 10) Edificio d’epoca romana sulle colline sopra il Timpone.

E’ lo studioso locale, Josè Magaldi (5) che fà luce in roposito. Il Magaldi (5), nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione delle opere e lavori che portavano a compimento il tronco di strada provinciale oggi SS. 18, in località denonominata S. Croce, riprendendo in più punti il dott. Nicola Gallotti (6), scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’. Il Magaldi (5), nel suo libretto inedito, si riferisce a ciò che scrisse nel 1899, il Dott. Gallotti, nel suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare’, di grande interesse per la mole di notizie storiche che ivi sono riportate (6). Il Gallotti (6) è l’unico erudito di Sapri che riporta due notizie interessanti a riguardo. Nel 1899, il Dott. Nicola Gallotti, riferiva di alcuni ruderi molto antichi visti in contrade e nelle campagne circostanti di Sapri, lontane dai ruderi di S. Croce ed in particolare ci parla di alcuni edifici di cui abbiamo testimonianza essere stati costruiti e visti. Il Magaldi (6), disserta su alcuni ruderi visti a Sapri e nelle campagne circostanti. Dei ruderi, già peraltro citati dal Gallotti (6), il  Magaldi (5), a p. XI – nel suo libretto inedito – che lui chiama: Torretta del Bagno”, scriveva in proposito: “ Ruderi in fabbrica con paramento a cunei di pietra e mattoni situati in località Carnale e propriamente denominata Bagno”, di cui riportiamo la foto della pagina XI, in cui egli ne parla (Fig. 10). Crediamo che l’edificio d’epoca romana descritto dal Gallotti e dal Magaldi (5), sia proprio l’edificio sepolcrale o la tomba dove venne tumulato il giovane magistrato o diumviro commemorato nella stele marmorea che oggi si trova in Piazza del Plebiscito. Ecco cosa scriveva il Gallotti, riguardo l’edificio che vedeva in contrada ‘Bagni’, sulle colline del Timpone a Sapri: “E qui cade pure notare che ad oriente di Scidro, nella contrada denominata Bagno, lungi circa quattro chilometri dai ruderi scidrani, trovasi un altro piccolo edifizio, a forma di torre, dell’altezza di un cinque metri e della larghezza di poco men di tre: esso è diviso in due angustissimi scompartimenti, per mezzo di una volta di fabbrica; la parte superiore però è interamente diruta, e gli accennati scompartimenti presentano due piccolissimi vani nel lato settentrionale. Oggi tutto l’edifizio offre un fenomeno bellissimo! Sembra cioè che ricordi, come dicesi, in miniatura la famosa torre pendente, perchè esso è alquanto inclinato da un lato, per la qual cosa le fondamenta dalla parte opposta trovasi sollevate dalla roccia su cui poggiavano; e non pertanto l’edificio da secoli non cade. Occorre notare che questo edifizio ed i ruderi esistenti nel letto del torrente Brizzi sono simili a quelli di S. Croce. E’ vero che la tradizione locale accenna vagamente ad una cappella nei ruderi siti nel torrente Brizzi ecc..ecc..”.

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(Fig. 10) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI, p. XI (Relazione inedita) (Archivio Attanasio)

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(2) Antonini Giuseppe, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 434
(3) Mommsen Theodor, ‘Corpus Inscriptionum Latinonarum‘, stà in C.I.L., X, p. 461.
(4) Cesarino Felice, Sapri romana, stà ‘L’attività archeologica nel Golfo di Policastro’, a cura del Gruppo Archeologico di Sapri (G.A.S.), 1976, Tip. S. Francesco, Sapri, 1976, p. 27

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(5) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI, p. XI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedito ma depositato a Salerno. Il Magaldi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18 Tirrena Inferiore, in località denonominata S. Croce, con il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti (6)

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(6) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare – Brevi cenni del dott. Nicola Gallotti, Napoli, Tipografia Giuseppe Golia, 1899 (Archivio Attanasio), p. 39

(7) Fiammenghi C. e Maffettone R., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I- ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 35, punti 50) e 51).

(8) Johannowsky Walter, Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si ve-da pure 1983 b;

(9) (Fig. 9) Cesarino Felice, Sapri romana, stà ‘L’attività archeologica nel Golfo di Policastro’, a cura del Gruppo Archeologico di Sapri (G.A.S.), 1976, Tip. S. Francesco, Sapri, 1976, p. 30.

(10) Ramage C.T., Viaggio nel Regno delle due Sicilie – a cura di E. Clay, ed. De Luca, Roma, 1966, ristampa, p. 109 e s.; si veda pure dello stesso autore, la ristampa del libretto: ‘Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828′, a cura di Raffaele Riccio, Roma, ed. dell’Ippogrifo, 2014, p. 133 e s.

(11) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460.

(12) Questi i passi di Tito Livio in cui viene narrata la fondazione della colonia di Bussento. Libro XXXII, 29, I: […] “C. Atinius, tribunus plebis, tulit ut quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad Castrum Salerni: his Buxentum adiectum; trecentae familiae in singulas colonias iubebantur mitti. Tresviri deducendis iis, qui per triennium magistratum haberent, creati M. Servilius Geminus Q. Minucius Thermus Ti. Sempronius Longus.” […], che tradotto sarebbe: “Il tribuno della plebe Caio Atinio propose di fondare cinque colonie sulla costa, due alla foce dei fiumi Volturno e Literno, una a Pozzuoli, una a Castro di Salerno. Vi si aggiunse Bussento. Si decretò di mandare in ogni colonia trecento famiglie. Furono creati triumviri per la fondazione di quelle colonie Marco Servilio Gemino, Quinto Minucio Termo, Tiberio Sempronio Longo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980). Libro XXXIX, 23, I: […] “Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libio, M. Tuccius, Cn. Baebius Tamphilus.” […] “Alla fine dell’anno, poiché Sp. Postumio console aveva riferito che nel percorrere le due coste d’Italia per via dei suoi processi aveva trovato spopolate le colonie di Siponto sull’Adriatico e di Bussento sul Tirreno, il pretore urbano T. Menio, secondo un senatoconsulto, elesse triumviri, per il reclutamento dei coloni da mandare là, L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Cn. Bebio Tanfilo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980)

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(….) Schmiedt G., ‘Il livello antico del Mar Tirreno – testimonianze dei resti archeologici, Firenze, Leo S. Olschki editore, 1972

(…) Schmiedt G., Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (Archivio Attanasio), pp. 78-79. Lo studioso  Giulio Schmiedt, nel 1975, pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (2), lo Schmiedt, riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel SinusLausgli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicame che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino”(riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane).

Nel 1817, a Sapri il Consolato Britannico

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(Fig. 1) Cartiglio e timbro del “Regolamento del Consolato Britannico” di Sapri – proprietà eredi Florenzano

Il 12 Ottobre 1817, a Napoli venne istituito il Consolato Britannico di Sapri che ebbe poi in seguito sede nell’attuale palazzo in via Cassandra di proprietà Florenzano (Fig. 2). Il 12 Ottobre 1817, a Napoli il Console Generale Britannico Sir Ludwington redisse, stilò e firmò il “Regolamento generale del Consolato Britannico a Sapri nel 1817”, un documento unico per la storia di Sapri, recante la firma del ‘Console Generale Ludwington’, il sigillo in ceralacca originale, 12 Ott. 1817 ed il timbro impresso dall’originale, che qui riproduciamo una nostra copia fattane dall’originale impresso sul cartiglio.

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(Fig. 2) Portale dell’ex sede del Consolato Britannico in via Cassandra, oggi palazzo Florenzano

Il 12 Ottobre 1817, a Napoli, allora capitale del Regno borbonico del Regno delle due Sicilie venne istituito il Consolato Britannico di Sapri, come recita il Cartiglio del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri (Fig. 1), a firma del Console Generale del Regno delle due Sicilie Sir Ludwinghton, il quale, nel cartiglio riporta: “sito nel Portus Saprorum“. Il Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri (Fig. 1), di cui pubblichiamo le pagine che possediamo in copia, è oggi custodito gelosamente dalla Famiglia Florenzano che mi autorizzò a farne copia. In quegli anni, la sede del Consolato Britannico di Sapri era il palazzo oggi di proprietà Florenzano, sito in via Cassandra, di cui vediamo il portale nell’immagine di Fig. 2.  Sul cartiglio o frontespizio del Regolamento (Fig. 1-4), datato 1817 , si legge la firma del Console Generale Britannico del Regno borbonico delle due Sicilie, Sir. Ludwington che,  istituisce a Sapri il Consolato Britannico che, aveva sede nell’attuale Palazzo della Famiglia Florenzano in via Cassandra a Sapri (Fig. 2). La famiglia Florenzano di Sapri che possiede questi due cimeli storici, mi concesse di fotografarne il Regolamento originale e di imprimere il timbro originale sul Cartiglio (Fig. 5-6). Quì di seguito pubblico integralmente le singole pagine dell’intero Regolamento del Consolato Britannico di Sapri, di cui posseggo una copia. Nel documento illustrato nell’immagine di Fig. 8, ovvero la prima pagina del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri leggiamo i diritti e doveri del Vice-Console di Sapri che, dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. 8), sappiamo essere stato D. Antonio Peluso, nato nel 1795, sposato con Rosa Maria Branda e morto nel 28 Agosto 1820, che lasciava orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina.   D. Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio dei sig.ri Vincenzo Peluso ed Anna Brandi. Il documento è di notevole importanza per la storia del nostro paese anche per la descrizione e la citazione di luoghi e di toponimi ancora non del tutto sufficientemente indagati e conosciuti.

Il ruolo del Consolato Britannico nel paese dove nacque l’inizio dell’Unità d’Italia

Non è stata ancora del tutto sufficientemente indagata la presenza ed il ruolo che intorno al primo ventennio dell”800 ebbe il Consolato Britannico a Sapri, nel paese dove iniziarono i primi moti rivoluzionari che portarono all’Unità d’Italia. Riguardo il Consolato Britannico a Sapri, in epoca borbonica, riferiamo pure che nell’ambulacro della Chiesa madre dell’Immacolata in Piazza del Plebiscito a Sapri, si trova la lapide marmorea (Fig. 3) con l’epitaffio a memoria della prematura scomparsa di Don Antonio Peluso, Vice-Console Onorario del Consolato Britannico di Sapri e figlio dei sig.ri Vincenzo ed Anna Brandi, morto il 28 Agosto 1820. Sulla stele marmorea leggiamo che l’elogio funebre fu fatto dal mio avo, il sacerdote Giovanni Eboli – fratello della mia bisnonna paterna Teresa Eboli- alla presenza del Vescovo Sanfedista (filoborbonico) Nicola Maria Laudisio (4) che insieme alla fazione filoborbonica dei Pelusiani a Sapri si macchiò della nefanda uccisione del deputato Costabile Carducci (3). Nella stele marmorea viene citato anche il sacerdote Don Nicola Timpanelli che all’epoca fu testimone diretto sui fatti dell’uccisione di Costabile Carducci e sulla cui importanza sua testimonianza il Cav. Carlo Pesce (…) ha lasciato il suo manoscritto olografo che recentemente ho pubblicato nel mio saggio dal titolo: “Il manoscritto del Dr. Vincenzo Timpanelli, sull’eccidio di Costabile Carducci”, a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. Apparentemente,  la presenza a Sapri, in epoca borbonica, di un Consolato Britannico, denota principalmente l’importanza che Sapri, in quegli anni, prima della costruzione della linea ferroviaria Napoli-Reggio, aveva assunto come importante scalo marittimo per i notevoli traffici commerciali che dalle Calabrie e Sicilia, si estendevano a Napoli, Capitale del Regno delle due Sicilie, ma in realtà, in quegli anni, la Corona Britannica, aveva forti interessi ed un ruolo non secondario nei fatti che portarono alla caduta del Regno delle due Sicilie. Dobbiamo ritenere che il reale motivo della presenza di un Consolato della Corona Britannica a Sapri, fosse solo quella di tutelare gli scambi commerciali e le rotte commerciali marittime? Non credo che il tutto possa ridursi a tutto ciò. Tutto avvenne a Sapri? Pare di si. Sapri ebbe un ruolo non marginale in quegli avvenimenti dopo la caduta della breve dominazione Napoleonica (1806-1815), l’istituzione nel 1817 di un Consolato della Corona Britannica a Sapri non deve essere lasciato come una notizia marginale. Già  in occasione della parentesi e dominazione Napoleonica del Regno delle due Sicilie (1807-1815) e, con Giuseppe I – fratello di Napoleone Bonaparte – il 1° gennaio 1810, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo francese e, continuò a rimanere tale con il ritorno dei Re Borbonici nel 1816 e con l’avvento dell’Unità d’Italia, nel 1860 (2). Quando i Borbone furono ridotti al possesso della sola Sicilia dall’invasione napoleonica (1805) si trovarono sotto una pesante tutela inglese. Quanto durò l’influenza britannica su Napoli dopo il Congresso di Vienna, e come si manifestò? In quegli anni, dopo la caduta e la fuga di Gioacchino Murat, e con la restaurazione borbonica di Ferdinando IV, a Sapri ed in tutto il Golfo di Policastro, si videro operare diverse sette di Filadelfi e Carbonari. Quale ruolo ebbe l’Inghilterra nella caduta del Regno di Napoli? A Sapri, dopo l’Istituzione nel 1817 del Consolato Britannico, si videro operare fazioni filoborboniche con a capo la setta dei Pelusiani, fedelissimi al Re ed un gruppo di liberali – se così si può dire – di cui facevano parte il Barone Filomeno Gallotti, l’Arciprete Timpanelli ed altri. Non sono pochi i fatti che portarono Sapri ad essere crocevia di alcuni episodi risorgimentali che diedero l’avvio dell’Unità d’Italia. Dopo la Rivoluzione Napoletana del 1799, a Sapri e nella zona, si ebbero diversi episodi rivoluzionari. A Bosco, nel 1828, i moti rivoluzionari del Canonico De Luca a cui parteciparono diversi della zona; il ruolo non marginale che ebbe il Vescovo dell’epoca Nicola Maria Laudisio, fedele Sanfedista e plenipotenziario del Cardinale Ruffo quì nel basso Cilento;  nel 1848, la cattura e l’eccidio di Costabile Carducci (3); nel 1857, lo sfortunato sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane che da Sapri; fino al 1860 con l’avvento di Giuseppe Garibaldi. Dobbiamo credere che sia tutta opera delle fazioni filoborboniche che contrastavano quella di alcuni cittadini Sapresi liberali?.

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(Fig. 3) Lapide marmorea con epitaffio commemorativo in ricordo del Vice-Console Britannico D. Antonio Peluso, posta nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata – foto Attanasio

ingrandimento del Cartiglio

(Fig. 4) Sigillo in ceralacca – particolare del cartiglio del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri – foto Attanasio

Timbro del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri

(Fig. 5) Sigillo del timbro del Consolato Britannico di Sapri – Attanasio

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(Fig. 6) Sigillo metallico sul timbro del Consolato Britannico di Sapri – mio disegno – ricostruzione Prof. Attanasio

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(Fig. 7) Timbro e sigilllo metallico dell’ex Consolato Britannico di Sapri – proprietà eredi Florenzano

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(Fig. 8) Cartiglio e sigillo impresso del timbro del Regolamento del Consolato Britannico di Sapri – proprietà eredi Florenzano

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(Fig. 9) Cartiglio del “Regolamento Generale del Consolato Britannico” di Sapri, datato 1817, Capitolo primo e articolo 1° – proprietà eredi Florenzano

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Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, depositato in Comune di Sapri.

(2) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.

(3) Su Costabile Carducci e la sua morte atroce che ritrovò a Sapri, si veda:  Mazziotti M., Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, ed. Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati & C., Milano-Roma, vol. I, 1909. Oggi l’originale in mio possesso. Si veda pure la ristampa anastatica di Galzerano. Quello illustrato in figura è il vol. I, di mia proprietà; si veda pure: Pesce C., Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Neapolitana del 1848 – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Neapolitana del 1848, Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione, Napoli, 1895; questo libro fu ristampato nel 1905, per i tipi della Tip. Lucana; dello stesso autore si veda pure: Pesce C., Storia della città di Lagonegro, Lagonegro, ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (prefazione del 1913), ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante, p. 398 e s.; si veda pure: Gallotti N., Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40. Si veda pure Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891; si veda pure: L’Acqua potabile di Sapri – ricordi per il Dott. Nicola Gallotti, Tip. Francesco Graniti, Napoli e, Cassese L., La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp. I-IV; Cassese L., op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; vedi pure Bilotti P. E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, Salerno, Stab. Tip. Fratelli Jovine, 1907, p. 195.

(4) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831; si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, che ha curato anche la traduzione del testo latino.

Le strutture portuali d’epoca romana a Santa Croce a Sapri

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Già nel lontano 1987, facevo notare come esistesse una forte similitudine con le strutture emerse e semisommerse di due Ville d’epoca romana del litorale Laziale con quelle a S. Croce. L’intuizione mi venne da uno studio di Giulio Schmiedt (2) che, nel 1972, pubblicò un’interessantissimo studio. Schmiedt (2),  parlando di alcune ville romane del litorale laziale, illustrava alcune strutture – i criptoportici – della Villa di Cicerone a Formia (Fig. 13), che presenta notevoli similitudini con la Villa e le strutture a S. Croce a Sapri. Ripropongo ai lettori, una delle mie tante intuizioni, nata dal confronto delle immagini pubblicate da Schmiedt (2 – Fig. 8), con le preesistenze archeologiche d’epoca romana a S. Croce a Sapri. Schmiedt (2- Fig. 15), citava una Villa romana sul litorale Laziale. In particolare, lo Schmiedt (2), citava  la villa romana della “Regione Sarinola” a Formia-Minturno (oggi Villa Rubino – dalla famiglia che è attuale proprietaria) ed attribuita a Cicerone. Nell’immagine pubblicata dallo Schmiedt (2)(Fig. 13), si può vedere la notevole somiglianza dei suoi criptoportici (Fig. 14), con le ‘Cammerelle’ di S. Croce a Sapri, illustrate in Fig. 15.  Nell’immagine di Fig. 8, pubblicata dallo Schmiedt (2), si rappresenta la Villa d’epoca romana a Formia, ed in particolare la “veduta di criptoportici della villa romana di Regione Sarinola” a Formia, molto simili alle nostre ‘Cammerelle‘ in località Santa Croce. Oggi la villa in questione, è detta Villa Rubino ma era la villa di Marco Tullio Cicerone (Fig. 14). Questo studio, riapre nuovi scenari circa la presenza a Sapri del grande oratore Cicerone che, come scrisse l’Antonini (3), quando credeva riferirsi a Sapri,  il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I° secolo, spesso era in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste, nella sue lettere scritte al suo amico Attico nel 44 d.C., scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a. C., diceva: “Ego adbuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) ecc…Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talnam nostrum, nec potus accipi, illo absente praefertim, liberalius, IX Kal. igitur ad Sicam” (3).

Cattura

(Fig. 1) L’area archeologica di S. Croce a Sapri, con le ‘Pilae’, viste dal satellite.

L’immagine di Fig. 1, illustra l’Area Archeologica di S. Croce a Sapri, vista dal satellite. Si vedono le strutture semisommerse che la tradizione popolare vuole si chiamassero ‘Pilae’. Si tratta di strutture d’epoca romana che dovevano essere molto probabilmente delle strutture portuali annesse ad una villa patrizia, i cui resti pure si vedono addossati alla collina che degrada verso la battigia del mare e che sono interrotti dalla SS. 18 che li attraversa. Queste strutture sono state bene descritte dal Barone Antonini di cui riportiamo innanzi le pagine che pubblicò nella sua prima edizione nel 1745 ed in seguito nel 1795 (3).

La descrizione dei ruderi di S.Croce nella ‘Lucania’ dell’Antonini del 1795 (3).

Nel 1745, vide la luce la prima edizione della ‘Lucania’ (3), del Barone di S. Biase – ma natio di Centola –  Giuseppe Antonini, nel 1745. In seguito, furono pubblicate altre edizioni ma la più interessante e forse completa è la terza ed ultima che fu pubblicata nel 1795 dal nipote Matteo Egizio, in cui quì riortiamo la pagina che ci parla e ci descrive alcune strutture che vide lo zio dopo una visita nel nostro paese. L’Antonini, in fondo alla Parte II, Discorso XI, da pag. 420 a pag. 436, descrisse la visita a Sapri, parlandoci minuziosamente dei ruderi a Santa Croce ed in particolare descrive l’ambulacro soprastante le ‘Cammerelle’. 

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(Fig. 2) Pag. 432 tratta dalla ‘Lucania’ di Antonini (3), che descrive l’ambulacro della villa

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(Fig. 3) S.Croce – ambienti posti sul retro delle ‘Cammerelle’, sottostanti l’ambulacro.

Magaldi

Già il Gaetani (8), nel 1904, e poi il Gallotti (6), nel 1884, descrissero e ci parlarono delle vestigia sapresi ma,  nel Marzo del 1928, Josè Magaldi (7), su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, scrisse un libretto inedito (Fig. 24): Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni”. In questo scritto inedito di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, il Magaldi scrisse una Relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi  (7), racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce. Nello scritto del Magaldi, venivano descritti i ruderi archeologici e gli avanzi di fabbrica presenti e rinvenuti a Sapri. Il Magaldi, non parla solo degli scavi a S. Croce ma si occupa di tutto il paese e, riferisce di diverse notizie riferite dal Gallotti (6). Il Magaldi, analizza anche alcune notizie riferite negli scritti del Gaetani (8). Il Magaldi, descrive i detti ruderi partendo dalla stessa descrizione che fa il Gallotti ed aggiungendo moltissime notizie di manufatti emersi nel corso degli scavi eseguiti per conto della Regia Sovrintendenza agli Scavi della Campania. Quì pubblichiamo la copia che facemmo di un disegno allegato alla Relazione del Magaldi (7). Si tratta del rilievo degli scavi e delle preesistenze con un’interessantissima legenda.

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(Fig. 4) Disegno del rilievo delle strutture emerse a S. Croce, tratto dal Magaldi, op. cit. (7).

I ruderi di S. Croce in due studi di Giulio Schmiedt.

Lo studioso  Giulio Schmiedt (4), nel 1975, pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’, lo Schmiedt (4), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (4), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, e a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. Schmiedt, nel suo interessantissimo studio (4), parlando del ‘Portolano del Mediterraneo’, a pag. 79, nella nota (176), si riferisce al ‘Compasso de navigare’, e poi aggiunge e cita il testo di P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, 1846, che parla degli scali dell’area a p. 46. Schmiedt, parlando dello scalo di Policastro a p. 78, sembra si riferisca ad un ‘Portolano del Mediterraneo’, moderno. Certo risulta strana la citazione di un ‘Sinus Laus’ e di un ‘Vibo ad Sicam’. Non sappiamo se il geografo e studioso Giulio Schmiedt, si riferiva al ‘Compasso de navigare‘.  Schmiedt (4), a p. 63, parlando di Punta Campanella e Punta Licosa, cita il Compasso (132) e poi a p. 79, lo cita nuovamente (176), citando anche il testo che ne parla: di P. Luigi Cavalcanti. Nel suo studio, Schmiedt (4), pubblicò un particolare in b/n, simile allo schizzo illustrato nell’immagine di Fig. 5, che illustra un disegno del 1819 eseguito dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano (5). Il disegno che illustra la Fig. 5, è un particolare tratto dallo schizzo di cui abbiamo recentemente ottenuto la sua fotoriproduzione digitale, dall’Istituto Geografico Militare di Firenze, che lo conserva (5). Si tratta del rilievo in scala 1:5000 della baia naturale di Sapri e del piccolo centro abitato. Il disegno di Fig. 5, di cui lo Schmiedt (4), nel 1975, pubblicò un particolare in b/n e, da me citato in diversi miei studi (1), nel 1987 e poi, nel 2014, da Scarfone (10), è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze.  Schmiedt (4), scriveva in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”.

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(Fig. 5) “Porto di Sapri’, “Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno;  vecchio schizzo, conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142).

Le strutture semisommerse a S. Croce, dette ‘Pilae’

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(Fig. 6) Villa della Nave o Villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo, presso Gaeta – rilievo aereo dei resti delle strutture semisommerse “sovrastrutture. 1,2,3,4,5 ecc…”; l’immagine è stata pubblicata nello studio di Giulio Schmiedt (2).

Le ‘Pilae’ della villa di Gneo Fonteio o vila della Nave a Serapo

Le immagini illustrate nelle Figg. 6-8-9-10, pubblicate da Giulio Schmiedt (2), nel 1972, illstrano alcune strutture della ‘Villa della Nave’ o villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo (località di Gaeta)(Fig. 7). In particolare, l’immagine illustrata in Fig. 6, pubblicata dallo Schmiedt (2), illustra il disegno del rilievo in pianta, dove con la lettera “C si indicano i resti di sovrastrutture 1,2,3,4,5 = fondazioni sommerse di una veranda sul mare” che, come possiamo vedere dal raffronto delle altre immagini di Figg. 11-12, che illustrano le strutture a S. Croce, dette ‘Pilae’, si somigliano notevolmente. La notevole somiglianza con alcune strutture semisommerse a Serapo con le ‘Pilae‘ a S.Croce a Sapri,  è  suffragata anche e soprattutto – a nostro avviso – da alcune evidenze strutturali e fotografiche illustrate da Giulio Schmiedt (2), che nel 1972, parlava di alcune ville romane sul litorale laziale.

Resti della villa Nave o di Gneo Fonteio a Serapo a Gaeta

(Fig. 7) Cala della Nave a Serapo, località di Gaeta – resti della Villa d’epoca romana di Gneo Fonteio o ‘Villa della Nave’ – come la chiama Giulio Schmiedt (2), visti dal satellite. Come si può ben vedere, queste strutture semisommerse, somigliano alle strutture semisommerse dette ‘Pilae’, poste lungo il litorale Saprese ed illustrate nella Figg. 8-9-10-11-12.

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(Fig. 8) Villa della Nave o villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo, presso Gaeta – Veduta delle strutture semisommerse illustrate nel disegno del rilievo di Fig. 3 “sovrastrutture. 1,2,3,4,5 ecc…”; l’immagine è stata pubblicata nello studio di Giulio Schmiedt (2).

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(Fig. 9) Villa della Nave o Villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo, presso Gaeta – Veduta delle strutture semisommerse illustrate nel disegno del rilievo di Fig. 3 “sovrastrutture. 1,2,3,4,5 ecc…”; l’immagine è stata pubblicata nello studio di Giulio Schmiedt (2).

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(Fig. 10) Villa marittima di Sperlonga – Resti delle strutture semisommerse illustrate nel disegno del rilievo di Fig. 3 “sovrastrutture. 1,2,3,4,5 ecc…”; l’immagine è stata pubblicata nello studio di Giulio Schmiedt (2).

Le ‘Pilae’ di S. Croce a Sapri

Le strutture semisommerse di S. Croce, sono molto simili a quelle della Villa della Nave a Serapo. Secondo lo Schmiedt (2), le strutture della villa d’epoca romana del patrizio Gneo Fonteio, sono delle strutture o “fondazioni sommerse di una veranda sul mare”. In realtà, le strutture illustrate da Schmiedt e le ‘Pilae’ a S. Croce, sono delle strutture (forse portuali), semisommerse. Anche se oggi, in ambedue i casi, questre strutture o opere strutturali, sono immerse nell’acqua del mare ed affiorano per pochi centimetri fuori il pelo dell’acqua, rappresentano delle opere che in antichità si elevavano dal pelo dell’acqua di mare per diversi metri, tanto da costituire dei grandi e poderosi piloni di sostruzione di una passerella o di una veranda – come vuole lo Schmiedt. Credo si tratti di una struttura portuale utilizzata a mò di passerella elevata per l’attracco ed il ricovero dei navigli e che nel contempo sia anche un molo flangiflutti a difesa delle violente mareggiate nei giorni di forte libecciata. Infatti, a Sapri, si può vedere come nei giorni di forte vento, il mare in burrasca, scarica e dirige tutta la sua violenta forza e onde verso la direzione delle ‘Pilae’, costruite in quel punto per proteggere i piccoli legni ricoverati nel porticciolo della villa patrizia di S. Croce. Cio è dimostrato dalla tipologia costruttiva e dai materiali utilizzati per la loro costruzione. Da un’attenta analisi della fattura costruttiva di questi manufatti di epoca romana, possiamo dire che, nascevano come strutture marine. Si tratta di n. 4 strutture costruite (Figg. 10-11) che, emergono dal mare e sono distanziate tra loro come se fossero le basi immerse in acqua di strutture o fondazioni di grandi piloni su cui forse, in sommità, vi era posta una loggia o una veranda dentro il mare e con delle aperture poste tra un pilone e l’altro. Si vede chiaramente come queste strutture, siano nate per essere state costruite immerse nell’acqua del mare, dall’uso della malta idraulica utilizzata – la pozzolana – per le costruzioni in acqua. Infatti, le ‘pilae’ a S. Croce, sono per metà costruite con mattoni di tufo legati da un’impasto di inerte e pozzolana, fino al pelo dell’acqua di mare, mentre la parte che oggi affiora dal mare si vede costruita con diversi materiali: ciotoli di pietra locale mista ad una poltiglia di calce normale. Infatti, si vede come esse nascessero come strutture marine in quanto le attuali costruzioni oggi visibili sono state realizzate con due metodologie costruttive diverse tra loro. Infatti, osservando bene da vicino le due differenti tipologie costruttive, notiamo che fino all’attuale livello dell’acqua del mare, queste strutture o fondazioni che si immergono nel mare, sono state costruite in modo differente rispetto alle strutture che si elevano fuori l’acqua del mare e che in epoca romana si ergevano fino all’attuale livello stradale formando molto probabilmente una veranda affacciata sul mare con un camminamento per l’attracco di grosse navi. Queste strutture hanno sempre affondato le loro fondazioni dentro l’acqua del mare, quindi non possono che non essere strutture portuali o un’antico molo, o un molo flangiflutti. Recentemente, nel 2014, lo studioso Scarfone (10), scriveva in proposito alle strutture semisommerse dopo S. Croce: “(9) Questi ultimi “sassi” citati, la cui caduta in mare è non meno localizzata o ben localizzabile, e gli scogli frangiflutti attribuiti ad un’opera ingegneristica romana a difesa del porto, poco evidenziati anche nella cartografia nautica storica riportata nell’immagine di figura 3, sembrerebbero avere una stessa misteriosa causa comune di messa in posto, probabilmente legata forse ad un evento naturale che però anche dall’Antonini non è chiaramente segnalato né datato“. Scarfone nel suo studio (10), fa tutto un giro di parole per dire che le ‘Pilae’ sono ‘scogli frangiflutti’. Come abbiamo cercato di far notare, citando gli studi ed esempi di Schmiedt (2), ed in particolare le immagini di Fig. 8 e 9, dove si vede chiaramente che le strutture d’epoca romana di Sapri, e le ‘Pilae’ (Figg. 11-12), risultano molto simili alle Ville patrizie sul litorale Laziale, come quella di Villa della Nave a Serapo, segnate in figura con i numeri da 1 a 5 (Figg. 6-7-8-9-10) e che lo Schmiedt (2), afferma essere: “Fondazioni sommerse di una veranda sul mare”. Alla luce delle strutture citate dallo Schmiedt (2), ci risulta riduttivo e semplicistica la definizione data da Scarfone (10), che riteneva essere ‘scogli flangiflutti’ . Per intenderci, per scogli si intende non opera dell’uomo, mentre le ‘Pilae’ di S. Croce a Sapri, sono dei grandi e poderosi piloni, che costituivano una grande e poderosa struttura, immersa nel mare ma elevata. Un pontile-veranda per l’attracco di bastimenti. Del resto, anche la tesi di una catastrofe sismica sostenuta da Scarfone (10), che sia stata la probabile causa del loro abbattimento, non è a nostro avviso plausibile in quanto non si capirebbe il motivo per cui, a seguito di una forte scossa sismica o evento catastrofico, i piloni fossero stati abbattuti ed il resto del litorale no. Il Tenente Blois del Genio Militare Napoletano, nel 1819, nel suo schizzo di Fig. 7, li definiva più correttamente “Antico molo Dir.”.

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Le Pilae a S. Croce

(Fig. 11) Le ‘Pilae’  a S. Croce a Sapri, che affiorano dall’acqua del mare, visti dal satellite

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(Fig. 12) Le ‘Pilae’, strutture portuali semisommerse a S. Croce a Sapri.

Le ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri

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(Fig. 13) I criptoportici della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, oggi detta Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle Cammerelle a S. Croce a Sapri.

Cicerone conosceva Sapri e la Villa romana a S. Croce

In un altro suo pregevole studio, Giulio Schmiedt (2), pubblicò alcune immagini, illustrate nelle Figg. 6-8-9-10-13, che illustrano alcune strutture di alcune Ville d’epoca romana del litorale Laziale, che risultano essere molto simili alle strutture portuali preesistenti a Sapri, in località S. Croce. Lo studio dello Schmiedt (2), apre nuovi scenari circa l’origine del toponimo “Bibo ad Siccam”, citato da Marco Tullio Cicerone e, dalle sue frequentazioni in zona, in quanto una di queste ville romane – di cui parla lo Schmiedt (2), ha i criptoportici molto simili alle Cammerelle di Sapri, come vedremo e, quindi – questa nostra intuizione – confermerebbe la precedente intuizione che ebbe l’Antonini (3), quando credeva riferirsi a Sapri,  il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I° secolo, spesso era in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste, nella sue lettere scritte al suo amico Attico nel 44 d.C., scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a. C., diceva: “Ego adbuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) ecc…Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talnam nostrum, nec potus accipi, illo absente praefertim, liberalius, IX Kal. igitur ad Sicam” (3). L’Antonini, segnalava il passaggio del Questore romano Cicerone che definiva il sito di Sapri: “Parva gemma maris inferi“, “piccola gemma del mare del sud“. Sempre nell’immagine di Fig. 13, pubblicata nell’altro pregevole studio dello Schmiedt (2), si vedono i criptoportici  della Villa della Regione Sarinola a Formia, d’epoca romana. I resti, attribuiti alla residenza dell’oratore, si stendono sotto villa Rubino a Formia. Pare si tratti della Villa di Cicerone, che sappiamo avesse visitato anche la nostra Sapri. Si tratta della villa illustrata nelle immagini di Figg. 13-14, che illustrano in particolare i suoi criptoportici, pressochè identici a quelli di S. Croce. La presenza e la conoscenza di Cicerone di queste nostre coste, già intuizione dell’Antonini (3) e, della nostra interessante ipotesi è suffragata anche e soprattutto – a nostro avviso – da alcune evidenze strutturali di una villa romana sul litorale Laziale, illustrata in uno studio del 1972 di Giulio Schmiedt (2). Giulio Schmiedt (2), in un’altro suo  pregevole studio, parlava della villa della Regione Sarinola a Formia-Minturno – attuale Villa Rubino – poi in seguito, rivelatasi la villa di Marco Tullio Cicerone. Schmiedt (2),  pubblicò l’immagine della Fig. 13, che illustra i ‘criptoportici’ della Villa romana di Cicerone a Formia (Figg. 13-14), che come si può ben vedere, somigliano notevolmente alle strutture a S. Croce che la tradizione popolare vuole fossero chiamate ‘Cammerelle’. La villa citata da Schmiedt (2) è una villa romana posta sul litorale Laziale, e si tratta della Villa della ‘Regione Sarinola’ di Formia (Figg. 13-14), oggi detta villa Rubino, ed attribuita ed appartenuta all’oratore Cicerone. La villa, costruita su tre livelli, è direttamente affacciata sul mare, con tanto di porticciolo privato (ora corrispondente al porto turistico di Caposele), aveva grandi peschiere e due ninfei a più navate. Tutto l’edificio era arricchito con decorazioni “rustiche”, colonne doriche, marmi e immagini rupestri. L’attuale Villa Rubino è la residenza sotto la quale si stendono i resti che molti studiosi identificano con il celebre Formianum, ossia la villa estiva di Cicerone. In questa villa l’oratore si ritirò durante il I° triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso essendo venuto meno il suo peso politico. Di questo suo soggiorno se ne ha notizia grazie all’intensa corrispondenza tra Cicerone e l’amico Tito Pomponio Attico. In questo luogo luogo da lui prediletto, Cicerone continuò i suoi studi e a seguire le vicende politiche di Roma. Seneca riprendendo gli scritti di Tito Livio racconta che in questo luogo l’arpinate fu raggiunto dai sicari di Antonio e ucciso il 7 dicembre del 43 a.c. Cicerone si trovava in questa villa quando seppe dell’arrivo dei sicari di Antonio, e come scrive Seneca “Provò a fuggire per mare, ma la burrasca glielo impedì. Prese allora la Via Appia, ma fu raggiunto nel punto che oggi indichiamo come la sua Tomba, anche se in realtà è solo un sepolcro votivo”.

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(Fig. 14) Villa di Cicerone a Formia – i ‘criptoportici’ simili alle ‘Cammerelle’ di Sapri.

Le ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri

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(Fig. 15) S.Croce a Sapri, le ‘Cammerelle’, in una foto dei primi del ‘900.

Si tratta di strutture d’epoca romana che la tradizione orale chiama “‘Cammerelle‘ (piccole camerette) che,  molto probabilmente, dovevano essere delle strutture portuali per il deposito di derrate alimentari destinate alla villa patrizia d’epoca romana di cui vediamo i resti a S. Croce ed illustrate nelle immagini d’epoca di Figg. 15-16 e nel nostro rilievo architettonico illustrato in Fig. 23. Le ‘Cammerelle’ e le altre strutture e preesistenze d’epoca romana a S. Croce a Sapri, ne ha parlato l’Antonini, nella sua ‘Lucania’ (3). Nel 1928, in occasione di una campagna di scavi effettuata dalla Regia Soprintendenza alle antichità della Campania, furono rinvenuti nell’area diversi manufatti e reperti, di cui abbiamo il resoconto nel libretto inedito di Joseè Magaldi (7). Delle preesistenze di S. Croce, ci siamo occupati in altri nostri studi ivi pubblicati e, nei primi anni ’80, eseguimmo per nostro conto, dei rilievi metrici delle preesistenze delle ‘Cammerelle’ e del rilevato sotto quello che l’Antonini chiamava ambulacro (Fig. 23). Eseguimmo anche un rilievo fotografico al di sotto delle strutture dell’ambulacro (Fig. 3). Purtroppo, l’incuria delle autorità e lo scellerato intervento, dei primi anni ’80, voluto da Werner  Johannowsky (16), che occultò definitivamente le ‘Cammerelle’, facendovi costruire un muro con mattoni di tufo giallo (pietra peraltro sconosciuta all’area), così come si vedevano nell’immagine dei primi del ‘900 (Fig. 15), che non vogliamo mostrare ai lettori. L’area archeologica di S. Croce è sempre di grande interesse ma è stata poco studiata e soprattutto per niente valorizzata. Nel 2014, lo studioso Scarfone A. (10), ha pubblicato sul sito dell’ISPRA, dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”,  dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come parva gemma maris inferi, tracciandone magistralmente gli eventi che si sono succeduti con il trascorrere del tempo. Nel rileggere i loro contributi informativi si è però avuto modo di individuare alcune frettolose affermazioni ecc..“. Recentemente, le autorità, invece che valorizzare l’Area Archeologica di S. Croce con interventi mirati, hanno autorizzato interventi che mirano a valorizzare la Specola – evidente copia del Castello Asburgico di Miramare di Trieste. Come già proponevo in un altro mio studio, l’Area Archeologica di S. Croce dovrebbe essere isolata dalla rotabile S.S. 18 che l’attraversa e la taglia in due pezzi, deturpandola e rendendola monca delle sue bellezze che emergerebbero con una campagna di scavo seria.     

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(Fig. 16) Le ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri, in una foto dei primi del ‘900.

La stele funeraria in Piazza e Lucio Sempronio Prisco

Della presenza di strutture portuali, di un porto a Sapri in epoca romana, abbiamo testimonianza anche attraverso la stele marmorea funeraria (Fig. 17), presente da secoli nell’attuale Piazza del Plebiscito a Sapri di cui abbiamo parlato in un precedente studio. La stele funeraria ci racconta della prematura morte di un giovane magistrato romano. Non ancora conosciuti agli studiosi, crediamo che due dei tre busti marmorei da noi scoperti in una casa privata saprese, potrebbero rappresentare Lucio Sempronio Pomponio Prisco, il giovane magistrato a cui è dedicata la stele marmorea in Piazza del Plebiscito a Sapri e che noi crediamo sia il personaggio rappresentato in uno dei due busti marmorei di Fig. 19 che si trova in una casa privata a Sapri, da noi recentemente rintracciato. Sul personaggio abbiamo dedicato lo studio ivi pubblicato: “I busti marmorei di Lucio Sempronio Pomponio Prisco” a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti.

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(Fig. 17) Stele funeraria d’epoca romana dedicata al diumviro edile L. S. P. Prisco, posta da tempo in Piazza del Plebiscito a Sapri.

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(Fig. 18) Stele funeraria d’epoca romana dedicata al diumviro edile L. S. P. Prisco, posta da tempo in Piazza del Plebiscito a Sapri.

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(Fig. 19) Busto marmoreo di Lucio Sempronio Pomponio Prisco in una casa privata a Sapri.

Il personaggio raccontato nell’epigrafe scolpita della stele funeraria, era un ‘aedilis duovir’ (duomviro edile o duumviro), un magistrato romano assegnato alle strutture portuali il cui compito era quello di vigilare sugli edifici pubblici ( sulle strutture portuali a Santa Croce a Sapri. I duumviri (o duoviri) erano magistrati dell’antica Roma, eletti in coppie per ragioni di reciproco controllo e consiglio, allo scopo di soprintendere a pubblici uffici o delicati incarichi politici e amministrativi. La carica, normalmente, aveva durata annuale. Noi crediamo che il giovane magistrato, avesse il compito di vigilare sulle imponenti strutture portuali di Santa Croce. Noi crediamo che le struture portuali di cui oggi si vedono i resti a Santa Croce, fossero la stazione portuale di Buxentum ( l’attuale Policastro) o la sua marina per i traffici via mare, trovandosi nell’attuale Sapri, costruzioni portuali più adatte con l’ampia baia naturale all’approdo delle navi romane. La vicinanza con la “gens Sempronia”, da cui probabilmente proveniva il giovane magistrato Lucio Sempronio Pomponio Prisco, ci è data dalla presenza a Buxentum nel 194 a.C. del triumviro romano Lucio Sempronio Longo che, fu uno dei magistrati preposti alla fondazione della colonia marittima di Buxentum. Come abbiamo già detto, se fosse confermato dagli studi che il personaggio rappresentato nei due busti marmorei, da noi recentemente scoperti e pubblicati quì, fosse il giovane magistrato edile raccontato nella stele funeraria oggi in piazza, sarebe un ulteriore conferma che, la colonia marittima di Buxentum fosse da collocarsi proprio a Santa Croce a Sapri. Secondo uno studio del 1992 di Werner Johannoswsky, la stele funeraria di Piazza del Plebiscito (Figg. 17-18), che racconta della prematura morte del figlio del duoviro edile Pompeo, avvalora un’indagine del 2008 di Scogliamiglio della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno che credeva i resti a S. Croce riferibili ad un periodo compreso tra il I ed il II secolo d.C., e ciò che rimane di un’imponente villa patrizia costiera che sembrerebbe essere appartenuta alla famiglia dei Semproni. Scrive Scarfone (10), in proposito: “D’altronde, alcuni esponenti della ‘Gens Sempronia’, una delle più antiche e potenti stirpi romane, erano noti nel Golfo di Policastro sin dall’età repubblicana. Infatti, come ci narra Tito Livio, nel 194 a.C., il triumviro Tiberio Sempronio Longo fu uno dei magistrati cui fu affidato il compito, avendo acquisito la suprema carica di console, della cura della vicina e sicuramente più importante colonia di Buxentum (11). Inoltre, lo storico ed apologeta romano Paolo Orosio nonché altri cronisti del IV secolo d.C. riferiscono che lo stesso imperatore romano Massimiano, lasciando il potere nel 305, scelse successivamente di ritirarsi in una villa ubicata in Lucania nella quale egli visse un periodo di agi e lussi mantenendo comunque sempre un costante contatto con l’amico e collega Diocleziano, sebbene lontano dal centro politico dell’impero (BARNES, 1981).” (12).

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(Fig. 20) Resti di una struttura termale d’epoca romana a S. Croce

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(Fig. 21) Resti di una struttura termale e paramento murale in opus reticulatum, visti dal  mare.

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(Fig. 22) Resti di un acquedotto d’epoca romana in località Fortino a Sapri

L’immagine illustra i resti di un’acquedotto d’epoca romana in località Fortino, lungo la linea di costa a Sapri. Resti di un poderoso muro posto quasi nei pressi dell’ex villa ‘Borrione’, quasi poggiato alla battigia del mare, ci fa capire quale fosse il livello del mare all’epoca dei romani a Sapri. Guardando attentamente l’immagine, si può vedere chiaramente  come anche questa costruzione, sia stata costruita utilizzando due differenti tipologie a causa della presenza del mare e della sua salinità. Si vede come questo muro ad un certo punto della sua altezza sia stato costruito con diversi materiali, si vede una porzione molto più chiara, segno dell’utilizzo di pozzolana, malta idraulica al posto della normale calce. La poderosa struttura, ci fa capire anche un’altra cosa e cioè che la sua presenza testimonia il fatto che le strutture d’epoca romana a S. Croce, si estendevano oltre, arrivando sino a oltre la località Fortino dove oggi si trova il Faro Pisacane.

Il rilievo metrico architettonico delle strutture dette Cammerelle, da me redatto nel 1975.

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(Fig. 23) Attanasio F., Rilievo planimetrico, prospettico e di sezione delle Cammerelle a S.Croce a Sapri, redatto nel 1975

L’epigrafe in caratteri greci e quella latina pubblicate dall’Antonini, trovate e viste in località Fortino a Sapri, forse provenienti dalla città d’Avenia  come dice lui dalla città di Vibona

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua prima edizione della, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745 parlando di Sapri e nel descrivere i ruderi archeologici che vide personalmente, a pp. 434-435, in proposito scriveva che: “Verso l’imboccatura del porto dal lato occidentale sono gl’interi fondamenti di circa altri stanze simili a quelle, che sono nel lato occidentale, le quali potevano essere magazzini, o altra spezie d’officine alla marina appartenenti; e poi intorno intorno al porto veggonsi sott’acqua, ed al lido grandi ruine di larghissime muraglie; sicurissimo indubitato segno, che sulla riva del mare,  e poco entro terra i Cittadini abitassero. Dico ciò, anche perchè non ho trovato fra quelle vicine vigne vestigia alcuno di antica cosa: e dimandato a quei Contadini, se zappando avessero mai trovato sotto terra qualche considerabile fabbrica, mlti mi dissero d’avervi pochissime cose scoverto. Solamente al di sopra la Torre del lato occidentale trovai due pezzi di colonna d’ordinarissimo granito, e pochi passi dentro una vigna opposta un pezzo considerabile di fabbrica, ed un frammento di marmo, in cui eran rimaste le solo poche greche lettere dell’intera Iscrizione, che contener doveva nella maniera quì posta: 

                                                                                                         ΘΕΟΙΣΑΠ…..

                                                                                                      …..ΟΙΗΣΕΝ……

                                                                                               ……ΜΟΥ…..ΔΟΙ….Ρ…..

                                                                                                      …..ΕΥΤΥΧΟC……

Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 65, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Il porto di Sapri è per gran tratto pieno di fabbriche occupate dal mare; ma più di tutte quelle rovine (6) dimostra il luogo abitato da’ Greci la seguente mutila epigrafe: ….”. L’Antonini, proseguendo il suo racconto, a p. 435 (I edizione del 1745 e a p. 434 nella II edizione del 1795), in proposito scriveva pure che:  “Mi furono ben vero mostrati molti gran mattoni, ch’erano stati di sepolcri, e di questi spessissimi si trovavano fra quei vigneti con qualche lucerna sepolcrale.  Nell’erto della collina vicino un pagliaio viddi a terra l’iscrizione seguente, che avrei forse con poco denaro potuto avere, se la sciocchezza d’un Prete, che ne faceva gran caso,  non avesse distolto il padrone, ch’era un contadino, dal vendermela, dicendomi averla promessa ad un suo amico in Napoli. Peraltro a me bastò averla copiata e è questa:

                                                                                          M. T. PALP II. IVCVNDI

                                                                                            V IX. AN. XI. M. VIII.

                                                                                           M. PALPIVS. BASSVS

                                                                ET. LARTIA. MVSSIDIANA PARENT. MOESTISS.

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(Fig…) Antonini, op. cit., p. 434

L’Antonini prosegue parlando di un’altre due iscrizioni: “Mi furono mostrati molti gran mattoni che erano stati di sepolcri. Nell’erto della collina, vicino ad un pagliaio, vidi a terra l’iscrizione seguente, che avrei forse con poco danaro potuto avere, se la sciocchezza d’un Prete, che ne faceva gran caso, non avesse distolto il padrone, che era un contadino, dal vendermela, dicendo di averla promessa ad un suo amico in Napoli. Per altro, a me bastò averla copiata, ed è questa:”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, dopo aver detto dell’accurata descrizione dei manufatti a S. Croce fatta dall’Antonini nel 1745, a p. 32, nella nota (21) postillava che: “(21) Fra i reperti dell’antichità classica, oltre la lapide di Sempronio Prisco, sono da ricordare altre due: una greca, incompleta, consistente in un frammento di marmo presso la Torre del lato occidentale, tra le vigne, colle seguenti parole: etc…., un’altra romana, più chiara e completa, con questa iscrizione: M. T. PALP II. IVCVNDI V IX. AN. XI. M. VIII. M. PALPIVS. BASSVS ET. LARTIA. MVSSIDIANA PARENT. MOESTISS. Questa s’interpreta: ‘Memoria Titi Palpii Jucundi: vixit annos undecim, menses octo. Marcus Palpius Bassus et Lartia Mussidiana, parentes moestissimi (posuerunt) = Ricordo di Tito Palpio Giocondo: visse undici anni ed otto mesi. Marco Palpio Basso e Larzia Mussidiana, genitori molto addolorati, gli posero questa lapide. Alla famiglia dei Bassi, intorno ai primi secoli, appartennero personaggi illustri tra consoli, cavalieri, poeti e grammatici. Sono iscrizioni rinvenute e citate dall’Antonini nella “Lucania” (Tomo I, Parte 2°, Discorso XI, pagg. 433-434). Commuove per la scomparsa di un fanciullo in tenera età.”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 65, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Molti sepolcri ancora si scoprivano tra’ prossimi vigneti, ma appena ne rimavano queste due lapide:  (egli riporta la seguente epigrafe sepolcrale):”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 66, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Notabile nella prima di queste iscrizioni è il pronome di ‘LARTIA’, il quale, corrisponde a ‘domina’, si legge in molti titoli sepolcrali etruschi, nè so se s’incontra in altre epigrafi latine: certo è che i due titoli dimostrano il luogo abitato nè tempi romani; ma che la città fosse abbandonata o distrutta ai primi tempi dell’impero si può raccogliere dal non  essere ricordata nè da Strabone nè dà geografi posteriori.”.

Corcia, su Scidro, p. 66, cap. III

Dunque, secondo il Corcia (…) vol. III, a p. 66, l’iscrizione latina riportata dall’Antonini vista a Sapri, riguarda una testimonianza etrusca. Sulla storia di Sapri ha scritto anche il dottor Nicola Gallotti nel 1899 che pubblicò “Sapri nella storia e nella tradizione popolare – brevi cenni”, e sebbene parlasse delle origini di Sapri anche sulla scorta di studiosi come Nicola Corcia, il Curcio-Rubertini (…) e il Tropea (…), in “Storia dei Lucani”, non si accenna mai alla città di Avenia ed al racconto della tradizione orale locale di una città inghiottita dalle acque a seguito di un “maremoto”. Lo stesso Corcia (…) accenna a origini etrusche e ad una “città dei Romani” riferendosi al pronome latino di “Lartia” che si trova nell’iscrizione lapidea – la stele marmorea – che oggi si trova in Piazza del Plebiscito. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura, mito e storia”, a pp. 177-178, in proposito scriveva che: “L’Antonini cita, tra i reperti da lui rinvenuti a Sapri, anche una lapide sepolcrale di fanciullo recante la seguente epigrafe latina: etc….”Memoria Titi Palpii Iucundi: vixit annos undecim, menses octo. Marcus Palpius et Lartia Mussidiana, parents moestissimi (posuerunt)(11) (In memoria di Tito Palpio Giocondo: visse 11 anni e 8 mesi. I genitori dolentissimi, Marco Palpio Basso e Larzia Mussidiana, posero questa lapide)(13).”. Il Guzzo, a p. 177, nella nota (11) postillava: “(11) F. Cesarino – Sapri archeologica – in “I Corsivi” – Anno 1987 – n. 3“. Il Guzzo, a p. 178, nella nota (13) postillava: “(13) G. Antonini – Op. cit., Vol. I – pag. 434”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario tra mito e storia etc…”, a pp. 222-223, in proposito scriveva che: “Nella zona opposta, vale a dire nell’odierna località dell'”Acqua Media”, l’Antonini enumera le fondamenta di circa venti stanze simili alle “Camerelle”; un vecchio molo corroso dalle onde e tutt’intorno al lido, sott’acqua, grandi rovine di larghissime muraglie (11). Tutte queste rovine ed in particolare le Terme ed il Teatro, sono indubbio indizio che Sapri, se non proprio una grande città, dovette certamente costituire, all’epoca del dominio di Roma, centro assai considerevole. L’Antonini cita, tra i reperti da lui rinveuti a Sapri, anche una lapide sepolcrale di fanciullo recante la seguente epigrafe latina: etc….”Memoria Titi Palpii Iucundi: vixit annos undecim, menses octo. Marcus Palpius Bassus et Lartia Mussidiana, parents moestissimi (posuerunt)”. (In memoria di Tito Palpio Giocondo: visse 11 anni e 8 mesi. I genitori dolentissimi, Marco Palpio Basso e Larzia Mussidiana, posero (questa lapide)(12).”. Il Guzzo, a p. 224, nella nota (12) postillava: “(12) Antonini, op. cit., vol. I – pag. 434”. Devo però precisare che il Guzzo si sbagliava quando scriveva che: “Nella zona opposta, vale a dire nell’odierna località dell'”Acqua Media”, l’Antonini enumera le fondamenta di circa venti stanze simili alle “Camerelle, etc…” Non si tratta del zona limitrofa all'”Acqua Media”, che si trova dove attualmente si trova l’area portuale moderna (il nuovo porto) di Sapri, a ridosso del Monte Ceraso ma la zona a cui si riferiva l’Antonini era quelle che oggi è detta località Fortino. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua prima edizione della, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745 parlando di Sapri e nel descrivere i ruderi archeologici che vide personalmente, a p. 434, in proposito scriveva che: “Verso l’imboccatura del porto dal lato occidentale sono gl’interi fondamenti di circa altri stanze simili a quelle, che sono nel lato occidentale, le quali potevano essere magazzini, o altra spezie d’officine alla marina appartenenti; e poi intorno intorno al porto veggonsi sott’acqua, ed al lido grandi ruine di larghissime muraglie; sicurissimo indubitato segno, che sulla riva del mare,  e poco entro terra i Cittadini abitassero. Etc…”.. Infatti, l’Antonini si riferiva al lato occidentale della baia naturale di Sapri, dove attualmente vi è posto il faro Pisacane per intenderci. L’Antonini scriveva nel 1745 di aver visto e trovato: ” verso l’imboccatura del porto del lato occidentale sono gl’interi fondamenti di circa venti altre stanze simili a quella, che sono nel lato orientale ecc….Solamente al di sopra la Torre del lato occidentale (crediamo si riferisca alla Torre del Buondormire), trovai un frammento di marmo con greche lettere.”. La “Torre del lato occidentale” è una torre che oggi non esiste più ma all’epoca ancora era visibile evidentemente ed era la torre, forse vicereale detta “Torre del Buondormire” di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Torre del Buondormire doveva trovarsi nel punto in cui essa traguardava il mare e dove oggi si trova il Faro Pisacane molto vicino alla “Spiaggia del Buondormire”, dove, nel 1857, si trovava un posto doganale borbonico che accolse i trecento di Pisacane. Dunque, l’Antonini è chiaro al riguardo e dice che l’epigrafe vista con caratteri greci scolpiti si trovava in una vigna posta al di sopra di detta Torre Buondormire, ovvero molto probabilmente dove oggi si trova l’Ospedale Civile di Sapri. Tutta quella porzione di territorio oggi si chiama località Fortino perchè in epoca murattiana e borbonica vi era un fortino e delle opere militari che, nel 1832, il barone Palamolla affittava al Sindaco di Sapri, come risulta dai documenti in mio possesso. Attualmente, l’area in questione è posta sul versante costiero, tra la località S. Marco nel Comune di Sapri e l’area a ridosso della zona Ospedaliera, in parte nel Comune di Vibonati e a ridosso dei camping.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

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(2) (Figg. 6-8-9-10-11) Schmiedt G., ‘Il livello antico del Mar Tirreno – testimonianze dei resti archeologici, Firenze, Leo S. Olschki editore, 1972; le immagini illustrate nelle Fig. 6, tratta dal testo di Schmiedt, è la n. 146 di p. 134, che illustra un disegno del rilievo dall’alto delle preesistenze di Villa della Nave o villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo (località di Gaeta). Schmiedt, pubblica la Fig. 8 che corrisponde alla Fig. 147 a p. 135; la Fig. 9, corrisponde alla Fig. 149, a p. 137; la Fig. 10, corrisponde alla Fig. 148, a p. 136; la Fig. 13, corrisponde alla Fig. 152, publicata a p. 136.

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(3) Antonini G., La Lucania, parte II, discorso XI, Napoli, 1795, ed. Tomberli, pp. 432, 434.

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(4) Schmiedt G., Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (che noi possediamo in originale), pp. 78-79.

(5)(Fig. 5) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, di cui un particolare fu pubblicata dallo Schmiedt G., op. cit. (4), p. 78-79 che, alla nota 173 di p. 78, scriveva in proposito: “un vecchio schizzo ecc.. eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Recentemente, nel 2014, la carta in questione è stata pubblicata da Scarfone A., op. cit. (8). Il vecchio schizzo pubblicato dallo Schmiedt (..), è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142) ‘Porto di Sapri’, “Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno. La carta può essere richiesta collegandosi al link dell’IGM:  https://www.igmi.org/carte-antiche/digitale_300_dpi/carta-1507626269.46?searchterm=Ten.+Blois+

(6) Gallotti N., Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40; Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891

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(7) (Fig. 24) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno.

(8) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, 1906 , pp. 152, 153, 154, vedi nota 4 al testo; cita il documento. Sulla scorta di questa notizia, il Tancredi (Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e anti-ca’.

(9) Romanelli D., Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa de: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101.

(10) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.

(11) Come dicevo, lo studio di Giulio Schmiedt (2), parlava della Villa della ‘Regione Sarinola’,  a Formia – Minturno, oggi chiamata Villa Rubino. La villa romana in questione, attribuita all’oratore Cicerone,  tra il 1867 e il 1868, fu venduta dallo Stato alla famiglia Rubino, tuttora proprietaria dello stabile. La villa, anche se non è stata del tutto scoperta, versa in uno stato di degrado e di abbandono. Col passare del tempo, la villa cambiò spesso proprietari, quasi tutti erano nobili appartenenti alle famiglie di spicco di Napoli, fino ad appartenere a Ferdinando II di Borbone, re di Napoli appunto, che la promosse a sua residenza estiva. Il 13 dicembre del 1861 in questa villa venne firmato l’armistizio per la resa delle truppe piemontesi del generale Cialdini, una tappa importante per la nascita del Regno d’Italia. I resti, attribuiti alla residenza dell’oratore, si stendono sotto villa Rubino a Formia. A oriente del nucleo abitato di Formia, inizia il Parco regionale suburbano di Gianola-Monte di Scauri, una superficie di 290 ettari a prevalente macchia mediterranea che conserva resti archeologici di una villa romana e di una cisterna ottagonale, chiamata Tempio di Giano, databili al I sec. a.C. Un piccolo approdo, il porticciolo di Gianola del 1930, sorge sui resti di una peschiera romana. Il tratto di costa antistante il parco è Oasi Blu marina gestita dal WWF che organizza diverse attività (v. anche dintorni di Minturno).

(12) Questi i passi di Tito Livio in cui viene narrata la fondazione della colonia di Bussento. Libro XXXII, 29, I: […] “C. Atinius, tribunus plebis, tulit ut quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad Castrum Salerni: his Buxentum adiectum; trecentae familiae in singulas colonias iubebantur mitti. Tresviri deducendis iis, qui per triennium magistratum haberent, creati M. Servilius Geminus Q. Minucius Thermus Ti. Sempronius Longus.” […] “Il tribuno della plebe Caio Atinio propose di fondare cinque colonie sulla costa, due alla foce dei fiumi Volturno e Literno, una a Pozzuoli, una a Castro di Salerno. Vi si aggiunse Bussento. Si decretò di mandare in ogni colonia trecento famiglie. Furono creati triumviri per la fondazione di quelle colonie Marco Servilio Gemino, Quinto Minucio Termo, Tiberio Sempronio Longo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980). Libro XXXIX, 23, I: […] “Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libio, M. Tuccius, Cn. Baebius Tamphilus.” […] “Alla fine dell’anno, poiché Sp. Postumio console aveva riferito che nel percorrere le due coste d’Italia per via dei suoi processi aveva trovato spopolate le colonie di Siponto sull’Adriatico e di Bussento sul Tirreno, il pretore urbano T. Menio, secondo un senatoconsulto, elesse triumviri, per il reclutamento dei coloni da mandare là, L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Cn. Bebio Tanfilo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980).

(13) Mazzella Napolitano S., Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79 che oggi si può scaricare gratis da:  https://books.google.it/books?id=Z5wDWIysb_0C&pg=PA250&dq=scipione+mazzella+napolitano,+descri&hl=it&sa=X&redir_esc=y#v=onepage&q=scipione%20mazzella%20napolitano%2C%20descri&f=false.

(14) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dal-l’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, cap. XIV, p. 29.

(15) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32.

(16)  Johannowsky W., Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983b;  si veda pure dello stesso autore: ‘Le Ville romane dell’età imperiale‘, stà  in: Itinerari turistico culturali in Campania, n. 3, Società Editrice Napoletana, pp. 116, Napoli.

(17) Beguinot C., Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960.

Mosaici d’epoca romana nel palazzo Peluso a Sapri

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(Figg. 1-2) Due mosaici d’epoca romana con scritte e motivi decorativi fotografati nel palazzotto Peluso in C. so Garibaldi a Sapri

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la Storia di Sapri. Lo studio ini-ziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rende-vano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. In particolare, su incarico dell’allore Sindaco di Sapri Dott. Vito D’Agostino, depositai in Comune  l’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sa-pri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale ( P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998. In occasione della redazione di questo lavoro e, sulla base di alcuni scritti di alcuni studiosi locali che si erano occupati prima di me del- la storia di Sapri, come ad esempio Josè Magaldi (2).

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(Fig. 3) ‘Croquì di Sapri’. Schizzo eseguito dal Genio Militare Napoletano, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (9).

Il Palazzotto Peluso in C.so Garibaldi a Sapri

Il Palazzo della famiglia Peluso in C.so Garibaldi a Sapri, si può vedere sul web all’indirizzo: https://www.google.it/maps/@40.0747753,15.6290759,3a,75y,347.29h,86.69t/data=!3m6!1e1!3m4!1sVNEahWR2_78NPYTQSvHbNg!2e0!7i13312!8i6656. Esso fu citato dal Cav. Carlo Pesce (8) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci. Il Pesce (8) descrive la figura e le proprietà di un avo dell’Avvocato Vincenzo Peluso. Si tratta del prete Vincenzo Peluso autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filoborbonico convinto che era. Secondo il Pesce, fu proprio il prete Vincenzo Peluso –  che l’aveva fatto costruire. Il Pesce (8), a proposito del prete Vincenzo Peluso e del Palazzotto in C.so Garibaldi, nel 1895, scriveva: “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene. In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia, e ad Acquafredda l’altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca.”.Noi crediamo fosse proprio quello contrassegnato con la lettera ‘C’ – Batteria proposta (Figg. 3), dello schizzo “Croquì di Sapri” – schizzo manoscritto dei primi dell”800, disegnato dal Genio militare Napoletano, inedito e da noi scoperto (9). Il vecchio palazzotto fortificato sito in C.so Garibaldi a Sapri, residenza dell’Avvocato Vincenzo Peluso e delle due sue sorelle, era di antica fattura. Insieme all’Archivio del Comune di Sapri (forse perso), esso doveva essere la memoria storica del paese. In esso si dovevano custodire documenti della famiglia Peluso ma nel contempo la memoria di secoli in cui la stessa famiglia ha partecipato attivamente alle vicende storiche del Regno. In alcuni miei articoli e studi , pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale di Napoli (Fig. 3). Questi disegni (9), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione napoleonica del Regno delle due Sicilie. Proprio in uno di questi schizzi eseguiti dal Genio Militare Napoletano, al tempo dell’occupazione francese (Fig. 3), si può vedere al centro del paese ed in prossimità della linea di costa, una costruzione militare, quella che si vede nell’immagine ingrandita di Fig. 3. Noi crediamo fosse proprio il Palazzotto del prete Vincenzo Peluso, di cui parleremo (9).

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(Fig. 3) Particolare dello schizzo di Fig. 2, ‘Croquì di Sapri‘ – da me scoperto – si vede segnato che un edificio che noi crediamo sia il Palazzo di Peluso in C.so Garibaldi a Sapri. Nello schizzo del Genio militare Napoletano, l’edifico disegnato è contrassegnato in leggenda con la lettera ‘C’ = Batteria proposta (9).

I due mosaici da me rinvenuti nel Palazzo Peluso a Sapri

Il Magaldi (2) che, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania, aveva diretto i lavori di scavo in occasione del compimento del tronco di strada Provinciale in località S. Croce, nel 1928, scrisse un libretto rimasto inedito dove venivano descritti i ruderi archeologici e gli avanzi di fabbrica presenti a Sapri. Mi recai personalmente a trovare il Magaldi che risiedeva ormai anziano in un’abitazione a Salerno e lì ricevetti in dono il suo libretto inedito, da egli redatto. Nel suo libretto il Magaldi, riferiva, tra le altre cose ormai scomparse ed introvabili, di avanzi di fabbrica d’epoca romana e probabilmente provenienti dalla collinetta di S. Croce, come ad esempio di due mosaici che lui aveva visto nel Palazzotto Peluso in C.so Garibaldi a Sapri,  illustrati nell’immagine di Figg. 1-2. Il Magaldi, così scriveva in proposito: ” Dott. Peluso Giovanni: pavimento in mosaico ben conservato a due semplici colori, in una stanzetta della sua abitazione.” .

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(Figg. 1-2) Due mosaici d’epoca romana con scritte e motivi decorativi fotografati nel palazzotto Peluso in C. so Garibaldi a Sapri

Il Dott. Giovanni Peluso era il padre dell’Avvocato Vincenzo Peluso che alla sua morte lasciò i suoi beni, tra cui il bel palazzotto in C. so Garibaldi a Sapri al nipote il quale a sua volta lasciò tutto alla Sig.ra sua consorte Martorelli. Questo Palazzo fu descritto dal Cav. Carlo Pesce in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci. Il Pesce descrive le proprietà e la figura dell’autore dei misfatti di cui si macchiò proprio un avo dell’Avvocato Peluso, il prete Vincenzo Peluso che l’aveva fatto costruire – secondo il Pesce (4). L’Avv. Peluso, però prima di morire, alienò in vendita alcuni beni di questa antica proprietà. Infatti, oltre ad un locale terraneo venduto a mio padre Gennaro, furono venduti altri beni tra cui l’appartamento oggi di proprietà del Sig. Rizieri, dove rinvenni e fotografai i due mosaici (Figg. 1-2), di cui oggi si sono perse le tracce. Subito dopo il sisma del 1980, il Rizieri, fece eseguire nel suo appartamento dei lavori di consolidamento e mi autorizzò ad accedere alla sua proprietà posta al piano primo del suddetto palazzotto che conoscevo bene in quanto frequentavo spesso l’Avvocato Peluso con il quale spesso avevo anche vivaci discussioni politiche. Fù l’occasione per rivisitare i due bei mosaici che anni prima avevo visto in uno stanzino attiguo alle cucine del Palazzotto Peluso, quando erano vive le due sorelle dell’Avvocato. Si trattava proprio del mosaico di cui parlava il Magaldi (2).  Qualcuno sà dove si trovino i due mosaici d’epoca romana illustrati nelle due foto di Figg. 1-2.  Da quando li fotografai dopo il terremoto dell’ 80 nel palazzotto dell’Avv. Peluso, in Corso Garibaldi, in uno stanzino adiacente le cucine (Figg. 1-2), a seguito dei lavori di rinforzo strutturali intrapresi dalla nuova proprietà, Rizieri, non se ne è saputo più nulla…purtroppo….forse occultato, forse nascosto…non si sà. Restano le due foto che scattai nel 1982 che ho segnalato più volte alla Soprintendenza Archeologica di Salerno senza avere mai ricevuto alcuna risposta in merito. E’ probabile che i due reperti archeologici di fine fattura e d’epoca romana, che rappresentino una decorazione con disegni geometrici policromi, provenissero dalle strutture annesse a quelle portuali o di una villa patrizia d’epoca romana in località Santa Croce a Sapri e, come tante vestigia del passato che ad oggi ancora ritroviamo in case di privati sapresi. Il Magaldi (2), avendoli visti in casa Peluso e, non rinvenuti nel 1884, nel corso degli scavi compiti per la costruzione del tronco di strada Provinciale S.S. 18, se ne deduce che i due interessanti reperti archeologici d’epoca romana, fossero stati trafugati in casa Peluso, molto tempo prima, forse nel ‘700. I terreni e poderi in località S. Croce, appartenevano ai Gaetani. Da questi poderi come rileva lo stesso Antonini (5) che ci racconta un’episodio proprio con un prete in quei poderi. Forse un prete della famiglia dei Gaetani. Danilo Viggiani, era proprietario della Specola ed era un cugino dei Gaetani. Tutta l’area archeologica insomma era in parte dei Gaetani e non è difficile che i Gaetani abbiano donato i due re- perti ai Peluso che come vedremo in un nostro scritto saranno protagonisti dei fatti storici dal ‘700 a buona metà dell’800. La famiglia Peluso era originaria di Vibonati che all’epoca del Regno delle due Sicilie rappresentava la sede di mandamento giuridico ed infatti nella famiglia Peluso troviamo illustri funzionari dello Stato Borbonico (se così si possono denominare), come il Prete Vincenzo Peluso che all’epoca di Re Ferdinando II di Borbone, insieme al Vescovo Nicola Maria Laudisio (6-7), era un fedele servitore della ca-sata reale del Regno delle due Sicilie. Tanto fedele al Re che all’epoca si macchiò di atroci nefandezze come la triste e barbara uccisione del deputato patriota Costabile Carducci, di cui recentemente ne è stato divulgato l’anello d’oro donatogli dal Re Ferdinando II Borbone che, per fargli visita al suo capezzale di morte si recò con tre navi della marina di guerra e sbarcò a Sapri. Della Famiglia Peluso a Sapri, inoltre vi è una lapide marmorea nella chiesa dell’Immacolata che ci racconta della morte di Don Antonio Peluso Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri, istituito nel 1817. Figlio di Vincenzo Peluso e Anna Brandi. Tuttavia era in uso comune in tante famiglie gentilizie di Sapri conservare e fare bella mostra di reperti archelogici provenienti dai ruderi in località Santa Croce a Sapri dove ancora oggi, nonostante le sfortunate spoliazioni di antiquari napoletani del ‘700. Sono moltissime le famiglie che posseggono materiale proveniente dalle strutture d’epoca romana a Sapri, come le Famiglie dei Farano, i Gaetani, i Gallotti, i Branda, i Cesarino che hanno gelosamente conservato reperti ai più oggi sconosciuti. Cosa possiamo dire dei mosaici fotografati in casa Peluso, oggi Rizieri. I due mosaici formavano un unico pezzo, essendo stati disposti uniti sul piano di calpestio fungendo da pavimentazione allo stanzino. Di forma pressocchè rettangolare, ed a sua volta essi erano composti da più pezzi – a mò di formelle o mattonelle – assemblate tra loro che costituivano la pavimentazione di uno stanzino di servizio alle cucine del Palazzo, quello che nella tradizione locale veniva detto “u gliar’, ovvero un piccolo e fresco deposito di derrate alimentari ma posto accanto al locale cucina. Non abbiamo misurato le loro dimensioni. Lo stanzino o ‘gliar’ attiguo alle cucine, si trovava sul lato monte al piano primo, con affaccio al giardino retrostante il Palazzo. Dalle foto si vede che la superficie era stata interessata forse in passato da uno strato di calce forse per nasconderlo alla vista. Questi locali, posti sul retro dell’edificio, non sul fronte strada, si affacciavano sul giardino di proprietà dove abbiamo visto dei grandi rocchi di colonne di granito locale ivi adagiate. Il mosaico composto da piccolissime tessere musive in marmo policromo di colore nero e bianco, formavano dei motivi geometrici tipici dell’epoca repubblicana. Come abbiamo già detto, il mosaico non era un pezzo unico ma era composto da tanti piccoli pezzi forse provenienti da ambienti diversi tra loro. In alcuni pezzi o mattonelle spicca il motivo della ‘svastica’ o croce uncinata che si vede chiaramente nella seconda foto in basso.

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(Fig. 5) Svastica o croce uncinata rappresentata in una delle formelle che costituiscono uno dei due mosaici rinvenuti in casa Peluso, oggi proprietà Rizieri.

Questi pezzi di mosaico, non sono molto dissimili da alcune porzioni di mosaico che ancora oggi si possono vedere nei ruderi archeologici rinvenuti in località Santa Croce posti a ridosso della S.S. 18 e rinvenuti in occasione degli ultimi scavi effettuati dalla Soprintendenza di Salerno.

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(Figg. 3-4) Mosaici d’epoca romana in località S. Croce a Sapri – struttura termale del complesso

Pare che questo mosaico fosse stato ancora visibile già 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage, lo vide e, lo citò. Lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (6), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria. Ecco cosa scriveva in proposito al bel mosaico che abbiamo fotografato in casa Peluso: “Sulle scale di una casa, che si trova a nord di una piccola insenatura, a circa un chilometro dal paese, in una località ora denominata Camerelle – luogo dove era fosse ubicata la città antica – trovai un esemplare di mosaico grossolano.”. Dunque, il Ramage (6), aveva visto il mosaico alle Camerelle, ovvero in S. Croce, ma siccome dice: “sulle scale di una casa”, noi crediamo che non si possa escludere fosse proprio lo stesso mosaico da noi fotografato in un piccolo ambiente di casa Peluso. Infatti il Pesce (8), parlando delle case del prete Peluso, avo del Capo Urbano, scriveva che: Il Pesce (8), a proposito del prete Vincenzo Peluso e del Palazzotto in C.so Garibaldi, nel 1895, scriveva: “, alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia,…”. Noi crediamo si trattasse di una casetta non ubicata a Villammare (la marina di Vibonati) ma di una casetta costruita nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, oggi detto il Villaggio, che a quei tempi doveva essere uno spaldo militare munito di cannoni di cui abbiamo già parlato nel nostro studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”. Forse in seguito, il bel mosaico – che il Ramage dice essere grossolano, fu fatto trafugare dal Capo Urbano Vincenzo Peluso, nell’altra casa dei suoi avi, fatta costruire proprio dal Prete Peluso e di cui ci parla sempre il Pesce (8): “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene”, ovvero il Palazzo in C.so Garibaldi. Era in uso comune in tante famiglie gentilizie di Sapri conservare e fare bella mostra di reperti archelogici provenienti dai ruderi in località Santa Croce a Sapri dove ancora oggi, nonostante le sfortunate spoliazioni di antiquari napoletani del ‘700, possono ammirarsi resti ed avanzi di fabbriche. Sono moltissime le famiglie che ancora ospitano materiale proveniente dalle strutture d’epoca romana a Sapri, come la Famiglia Farano, i Gaetani, i Gallotti, i Branda, i Cesarino, hanno gelosamente conservato reperti ai più oggi sconosciuti. Cosa possiamo dire dei mosaici in questione illustrati in foto. Innanzitutto era composto da due pezzi di forma pressocchè rettangolare, ed a sua volta essi erano composti da più pezzi assemblati tra loro che coprivano la pavimentazione di uno stanzino di servizio alle cucine del Palazzo, quello che nella tradizione locale veniva detto “u gliar’, ovvero un piccolo e fresco deposito di derrate alimentari ma posto accanto al locale cucina. Dalle foto si vede che la superficie era stata interessata forse in passato da uno strato di calce forse per nasconderlo alla vista. I mosaici erano composti da piccolissime tessere musive in marmo policromo di colore nero e bianco che, formavano dei motivi geometrici tipici dell’epoca repubblicana. Come abbiamo già detto, i mosaici erano due distinti e simili tra loro, adagiati e disposti vicini tra loro in modo da costituire l’intero pavimento dello stanzino angusto. Come si può vedere in una delle due foto (Fig. 5), in alcuni pezzi o mattonelle spiccano i motivi della ‘svastica’ o croce uncinata. E’ singolare che questi mosaici fossero proprio nel Palazzotto dell’Avvocato Peluso che per decenni è stato un convinto fascista e Podestà. I due mosaici di casa Peluso, non sono molto dissimili da alcuni mosaici che ancora oggi si possono vedere nelle strutture d’epoca romana in località Santa Croce e a ridosso della S.S. 18 e rinvenuti in occasione degli ultimi scavi effettuati dalla Soprintendenza di Salerno, ma in essi non vi è traccia della croce uncinata. La croce uncinata era un motivo decorativo in uso all’epoca romana negli edifici pubblici, come le termae ecc.. Il disegno di una croce greca con i bracci piegati ad angoli retti (卐 o 卍), simbolo religioso e propizio per alcune culture religiose. All’epoca del giovane Avv. Vincenzo Peluso, la svastica era il simbolo del regime Nazista – alleato del regime Fascista di Mussolini, di cui l’Avvocato era membro essendo stato per diversi anni Podestà di Sapri. 

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco,“Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10. Si veda pure: Attanasio F., “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale ( P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998

(2) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI, p. XXI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia So-printentenza che si tennero a S. Croce nel 1884. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portava-no a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti (3).

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(Fig. 6) Pagina XXI del Libretto inedito del Magaldi (4) in cui vengono descritti i due mosaici in casa Peluso, oggi proprietà Rizieri in C.so Garibaldi a Sapri.

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(3) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40. 

(4) Pesce Carlo, Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda, Napoli, 1895, p. 9.

(5) Antonini Giuseppe, La Lucania, I discorsi, Parte II, ed. Tomberli, Napoli, 1795, disc. XI, pp. 419 e s.

(6) Ramage C.Tait, Viaggio nel Regno delle due Sicilie – a cura di E. Clay, ed. De Luca, Roma, 1966, ristampa, p. 113 e s.; si veda pure dello stesso autore, la ristampa del libretto: ‘Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828′, a cura di Raffaele Riccio, Roma, ed. dell’Ippogrifo, 2014, p. 137.

(7) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.

(8) Pesce Carlo, Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848, Napoli, 1895, Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione, p. 9 e s. Gran parte delle notizie storiche ivi riportate sono state tratte dall’Archivio del Tribunale di Lagonegro (PZ); dello stesso autore si veda pure: Storia della città di Lagonegro, 1900, ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante.

(9) (Fig. 3) Disegni e carte manoscritte e inedite, tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato dell’ex Biblioteca Provinciale, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. (Figg. 2-3) ‘Croquì di Sapri’, disegno del Genio Militare Napoletano, a mano libera su carta (all’impronta), ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2); e (Figg……), idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Queste carte inedite, da me scoperte, sono state da me pubblicate nello studio ”Analisi sull’Evoluzione Storico-Urbanistica’, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1).