Profilo storico del basso Cilento, del Golfo di Policastro e del suo entroterra

Piante e Disegni, cartella XXXII, conv. 3

(Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta e inedita ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (8).

Il territorio del basso Cilento, del Golfo di Policastro e, del suo entroterra ha un paesaggio impervio, ricco di montagne, lacchi amenomati, ora brulli ora coperti da folti boschi, che ci donano un senso di pace e di commozione in uno spettacolo, talvolta, di atavica solitudine e d’immortale bellezza. Questo paesaggio, è animato, di tanto in tanto, dalla presenza di qualche pastore con il suo gregge, e i suoi antichissimi borghi aggrappati alle roccie o spar- si sulle pendici delle colline, sembrano isolati dal mondo. La fascia costiera si rivela total- mente diversa rispetto al suo entroterra. Si scorgono numerose grotte, cale dirute ed uli- veti che, dalle balze a ridosso del mare, si rispecchiano nelle acque di un limpidissimo az- zurro. La costa è ricca di paesi, ieri piccoli borghi marinari di pescatori, oggi affollati di tu- risti nei tre mesi estivi. L’ampio Golfo di Policastro, costituisce l’estremo lembo della Campania, al confine con la Basilicata, l’antica “Lucania”. Esso, comprende la fascia cos- tiera che va da Punta degli Infreschi che, con il Monte Bulgheria chiude il suo entroterra a nord, lambisce a sud il monte Coccovello e si protende sino alla costa calabra. Anche dopo la conquista longobarda dell’Italia meridionale, questa parte di territorio veniva considerato appartenente alla Lucania. Anche se non se ne conosce la ragione, alla luce della documentazione archivistica, si può desumere che il Golfo di Policastro sia stato territorio di confine fra i vari Gastaldati longobardi e che sia stato autonomo a causa della presenza bizantina. Con la costituzione del Regno borbonico delle due Sicilie, il Cilento allarga i suoi confini sino al Golfo di Policastro e viene inglobato nel Principato Citeriore o Citra, mentre dall’Unità d’Italia in poi, farà parte della Provincia di Salerno. Solo da pochi anni, esso, è divenuto fonte d’interesse per gli studi preistorici. Infatti, la costa del Basso Cilento, ha fornito sinora la documentazione principale per il Paleolitico in Campania. Nonostante sia scomparsa con la trasgressione versiliana, la vasta pianura che emergeva di fronte all’attuale costa durante la glaciazione Wurmiana, i rinvenimenti degli ultimi anni hanno chiarito l’importanza di questo territorio. Nel Golfo di Policastro, il locale Gruppo Archeologico, diretto dal prof. Felice Cesarino, concentrando la sua ricerca nel basso Cilento, ed in particolare sulla costa, esplorava la Grotta grande di Scario, che si rivelava di enorme interesse, infatti nel 1979, si dava l’avvio ad una campagna di scavi diretta dal prof. Gambassini. Le attuali conoscenze si restringono ad una ‘facies musteriana, la fase protostorica, nella fattispecie dell’età del Bronzo. Questo territorio, fu il regno degli Enotri e degli Opici, ma di queste civiltà restano ben poche tracce. Tra il VI e il V sec.a.C., vi si stabilirono alcu- ne colonie greche ed enotrie di cui si conoscono solo i nomi tramandatici dalla letteratura classica. Di queste una è nota, Pyxus, ovvero Pixunte, l’odierna Policastro Bussentino. Altre sono introvabili: Blanda, molti la collocano a Maratea, Molpa, Lao, Scidro. A testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi di origine e derivazione greca. In epoca greco-romana, i traffici economici si svolgevano prevalentemente per via mare e da quì l’importanza che assunsero a quell’epoca, alcuni scali marittimi, ed è ipotizzabile che queste piccole comunità abbiano avuto contatti con altre colonie greche situate sullo Ionio. Ma sono da indagare anche le probabili vie di penetrazione interne che collegavano il territorio del Golfo di Policastro sul Tirreno con i territori posti lungo la costa del mare Ionio. Il Cesarino, riteneva che una parte del vecchio tracciato stradale romano a Sapri “è esattamente allo sbocco di quella antica via carovaniera che da ‘Pixunte‘ portava a ‘Siris‘ sullo Ionio, lungo la Valle del Sinni“, tesi questa, sostenuta anche dall’illustre archeologo e storico Mario Napoli. Queste colonie furono soggiogate da genti sebelliche e si fusero con loro: i lucani, intorno al ‘400 a. C. assoggettarono tutta la zona sino alle foci del fiume Sele. Tale territorio, fu poi conquistato dai romani che, intorno al 194 a. C., inviarono una colonia a Buxentum. Questo territorio,  nell’Ordinamento territoriale Augusteo, in epoca imperiale, era annesso al Brutium. Il Golfo era chiamato Sinus Laus o Sinus Talaus. Esistono moltissime vestigia di opere romane che ne testimoniano la presenza, ed è rimasto molto anche della cultura e dei cos- tumi romani nella tradizione di queste popolazioni, tanto che ancora oggi se ne avverte l’influenza. Nel periodo medioevale, in seguito alla sconfitta gota, i greci bizantini,  occuparono queste terre, come dimostrano alcuni toponimi greci ancora in uso nella terminologia dialettale di queste popolazioni, che però rimasero sempre longobarde sino alla conquista normanna. La presenza di monaci basiliani che scelsero queste terre solitarie, è testimoniata da chiese, lauree, cenobi e monasteri da essi fondati. Uno di questi ultimi si trovava a S. Giovanni a Piro, ove visse il famoso umanista Teodoro Gaza e dove forse passò un periodo della sua vita S. Nilo. Molti storici hanno voluto individuare in questo territorio il nucleo del ‘Mercurion’. E’ nel periodo iconoclasta che, si deve fare attribuire la formazione delle cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del Mercurion e di Monte Bulgheria. Così pure a Policastro (toponimo di derivazione bizantina), vi è una ‘Triphora‘ (chiesa di architettura bizantina), individuata nella parte absidale del Duomodi Policastro, forse risalente al VI sec. d. C., ed il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino. Il titolo di Odeghitria, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci Iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale. Già nel X sec. d.C., a S.Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto: ” il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense“. Tuttavia, il Vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco”. Nel IX sec. d. C., quando incominciarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa S. Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli. Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto ‘Bricia’. Abbiamo visto come si può essere certi che quest’area fu interessata in modo rilevante dalla penetrazione di monaci provenienti dall’Oriente, mentre il vescovado bussentino era un enclave cattolico in una zona bizantina (1); ma, poco si sa dello sviluppo della feudalità laica su queste terre sotto il dominio dei Longobardi (2). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. Nel IX sec. d.C., quando iniziarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa S. Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (probabilmente il Vescovo di Paestum).  Notizia che va ulteriormente indagata. E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”.  Sulla metà del IX secolo – quando il ducato di Benevento è diviso in due parti, e sorge, autonomo, il Principato di Salerno – la zona maritima della della bassa Italia e molti centri restarono sotto l’egida dell’Impero Bizantino, mentre l’interno fu dominato e controllato dai Longobardi, meno che l’estrema penisola della Cala- bria di oggi (l’antico Bruzio) che restarono bizantini (3). In un primo momento troviamo Policastro che appartiene al ducato di Benevento (Radelchi) e si delimita il nuovo Principato di Salerno mediante l’indicazione dei Castaldati che giacevano ai confini del nuovo Principato. Infatti Policastro, dall’839 al 1076, fu assegnato al Principe Siginulfo (3). Pertanto ancora dubbio è il confine con il territorio bizantino. Dobbiamo tener presente che queste terre sono ancora confinanti con la Calabria occidentale – che a quell’epoca appartennero all’Impero di Bisanzio – pertanto, volendo accreditare l’ipotesi secondo cui il fiume Alento fu il confine tra il Castaldato di Lucania (4) e quello di Laino ( in Calabria), dobbiamo ritenere che questo territorio – anche in epoca più tarda – cioè quando i Longobardi si impossessarono dell’intera Italia Meridionale – non doveva essere controllato direttamente dai Longobardi (4). Il loro dominio durò oltre cinque secoli, ed a testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi dialettali il cui etimo è chiaramente di derivazione longobarda (5). E’ significativo notare, che ancora oggi, negli usi e nel linguaggio dialettale di queste popolazioni, esistono tra noi residui di civiltà araba (5), visto che tutta l’area fu continuamente disturbata dalle orde di Agareni (Arabi, Saraceni) che infestavano queste coste depredando ed impaurendo le umili popolazioni. Arriviamo così alla conquista Normanna.  Successivamente, ai longobardi e ai bizantini, nel XI secolo, subentrarono i Normanni che assoggettarono questo territorio al Principato di Salerno. Essi arrivarono nel Regno di Napoli intorno al XI secolo, e più precisamente tra il 1041 e il 1044, a cui si deve far riferire la riforma ecclesiastica bussentina e un rafforzamento totale delle mura urbiche di Policastro.  Con la politica dei Normanni che voleva isolare la religione e i culti orientali, assistiamo alla ripresa cattolica-romana della chiesa di Policastro che certamente condizionerà i culti bizantini di tutta l’area. Pertanto il culto basiliano venne permesso in ambiti isolati, ma resta nel nostro territorio ancora molto forte, persistendovi sino a tutto il 1600, sia pur con un carattere tipicamente monastico. Certamente Policastro, dovette rappresentare per il Regno un’importante testa di ponte, per cui i Normanni non permisero in questa città nessun tipo di autonomia nemmeno in campo religioso e lo si può vedere anche dagli interventi che ebbe in questa città il grande poeta latino Alfano. Durante questo periodo riscontriamo il matrimonio di Sirca, figlia di Landolfo (figlio secondo genito di Guaimario e pertanto fratello minore di Gisulfo) con Ruggero Sanseverino mentre Rug- gero d’Altavilla era impegnato nella conquista della Sicilia e Roberto il Guiscardo control- lava faticosamente i suoi domini in Puglia e in Calabria. Intanto Guglielmo loro fratello conquistava le terre pperdute da Gisulfo nel Cilento ed ancora più a sud. Nel 1070 il confine era ben precisato: ai Longobardi restavano solo i passi di Tresino, S. Arcangelo, Lauriana, Trentinara di Camella e Capaccio; il territorio a sud di queste terre era dei Normanni (6). Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo, il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passò a Ruggero Sanseverino e tale rimase fino al 1082, anno in cui il feudo passò alla famiglia dei Sanseverino – e vi sono motivi per ritenerlo – tanto che, nel 1082 Ruggero di Sanseverino, capostipite della famiglia in Italia, fa donazione alla Badia di Cava dei Tirreni dei Casali di Selofonte e di San Mauro Cilento ed altre terre del Cilento (7). Il Cilento restò nelle mani dei Sanseverino fino al 1552, anno della fellonia di Ferrante Sanseverino, che alleatosi con il Re di Francia ed i turchi si preparava per la guerra contro la Spagna dello zio Carlo V, imperatore d’Austria. Da questo momento ebbe inizio la lunga crisi economica del territorio bussentino: gli storici – ed è questa la “communis opinio” – hanno spiegato l’inizio del declino con la dissoluzione della “Baronia del Cilento“, e con la fine della famiglia Sanseverino nel 1552, indicando in quell’anno la linea di demarcazione tra due grandi epoche storiche: quella caratterizzata da un lento e continuo processo di aggregazione politico-economica e sociale e quella invece successiva dominata dalla frammentazione del potere feudale e della conseguente disgregazione sociale. Il 1552, segna l’avvio di un radicale mutamento nella geografia feudale della regione con inevitabili riflessi sulla vita sociale, economica e civile di quelle popolazioni. I terre- moti (quello fortissimo del 1647), le carestie, le pestilenze (quelle che colpirono tutto il Regno di Napoli nel 1656 e 1664). Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din e la seconda del 1552 ad opera di Dragut Pascià, e quelle che si susseguirono lungo le nostre coste fino al XVIII secolo, depredando e devastando questi umili borghi, furono tanto funeste da indurre nel 1532, il Vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo a costruire lungo tutta la costa del Regno, una serie ininterrotta di torri vedette. Purtroppo, le costruzioni di queste torri, non solo fu deleteria per le umili finanze di queste popolazioni, ma si rivelarono inutili poichè  furono realizzate troppo tardi, quando ormai le popolazioni della costa si erano spostate all’interno. Infatti, si spiega così lo spopolamento di moltissimi centri costieri e del conseguente ripopolamento dei centri collinari limitrofi. Dal 1700 in poi, tutti i processi storici che hanno avuto come protagonisti le popolazioni di questo territorio,possono essere ricondotti alle vicende storiche che caratterizzarono la cultura e le lotte dell’Italia. Nel 1799, scoppiò la reazione sanfedista ivi guidata dal Vescovo di Policastro, mons. Ludovisi, plenipotenziario del Cardinale Ruffo. Nel decennio francese (1806-1815), vi furono esempi di murattismo. Nel 1820, il Canonico Antonio Maria De Luca di Celle di Bulgheria, organizzò un movimento clandestino legato ad una setta massonica che sfociò in un’azione rivoltosa, poi repressa nel sangue dal generale borbonico Del Carretto, che fece radere al suolo l’intero paese di Bosco. Nel 1848, tra Sapri ed Acquafredda, alcuni fedeli borbonici, trucidarono barbaramente l’ex deputato Costabile Carducci, vendicandosi del moto di rivolta che aveva costretto Ferdinando II di Borbone a concedere lo Statuto. Nel 1857, Carlo Pisacane sbarcò sulla spiaggia dell’Uliveto, nei pressi di Sapri, con più di trecento rivoltosi, liberati a Ponza, che attraverso l’interno, avrebbero dovuto conquistare il Regno delle due Sicilie. Ma, la sfortunata ‘Spedizione dei trecento‘, che si concluse tristemente a Padula ed a Sanza, diede l’inizio ai moti risorgimentali che porta- rono all’Unità d’Italia. Nel 1860, di Giuseppe Garibaldi, sbarcando a Sapri, ripercorrerà lo stesso itinerario dello sfortunato Pisacane, ma con un differente risultato.  Purtroppo,nei primi anni dell’avvento dell’unificazione d’Italia, in queste terre, si verificarono preoccu- panti fenomeni di brigantaggio ed il potenziamento della linea ferroviaria Napoli-Reggio, non mutò le povere condizioni economiche di questo territorio che, a seguito del forte esodo migratorio verso i paesi d’oltreoceano, subì un preoccupante fenomeno di spopo- lamento.

(Fig. 2) Stralcio della carta corografica manoscritta e inedita ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (8).

Note bibliografiche:  

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1978, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, A- gosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale sa- prese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) Natella P., Peduto P., ‘Pyxus – Policastro’, stà in “Universo”, I.G.M., Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (4). Si veda anche Porfirio (10).

(3) Shipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887, vol. II, p. 4.

(4) Racioppi G., Storia dei Ppopoli della Lucania e della Basilicata, p. 12

(5) Vassalluzzo M., Castelli, torri e borghi della costa Cilentana, ed. Econ., 1973, p. 28, tratto dal libro di Amari M., Storia dei musulmani in Sicilia, vol. III, p. 886.

(6) Mazziotti M., Le baronie del Cilento, p. 114.

(7) Acocella N., Salerno medievale ed altri saggi, p. 485.

(8) L’immagine illustra uno stralcio della riproduzione fatta da me eseguire della carta corografica manoscritta “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatica-Politica, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiano.”. Sul retro della riproduzione da me richiesta ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81.

 

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