Montesano ed il monastero di S. Pietro de Tumusso, grancia dell’abbazia di Rofrano, in seguito di Grottaferrata

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri e le nostre terre. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse.

Carta del Cilento

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio)

Montesano sulla Marcellana

Carta del Cilento, Diano

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio)

Origini dei cenobi e monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania

Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne’, pur non citando affatto il monastero grancia dei monaci Basiliani di San Pietro al Tamusso, dipendente dall’Abbazia italo-greca di Rofrano, in proposito scriveva del ‘Mercurion’ a p. 45 scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie nel Principato di Benevento ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro interessantissimo di vita monastica. Qui si stabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una “nuova Tebaide”. Il Mercurion ecc…”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 48 scriveva che: “La regione dell’antico Latinianon può essere riconosciuta nelle attuali borgate della valle del Tanagro: Montesano, S. Pietro, Sassano, Polla, S. Arsenio, S. Rufo con punte a Sant’Angelo a Fasanella, Ottati, Roscigno, Sacco, Castelcivita; per quanto riguarda invece la valle dell’Agri: Brienza, Tito, Marsico Vetere, Laurenziana, Viggiano, Corleto Perticara, Cersosimo, S. Chirico Raparo, Castelsaraceno, Episcopia, Calvello.”. Vittorio Bracco (….), nel suo: “La descrizione seicentesca della “Valle di Diani” di Paolo Eterni”, a p. 53, in proposito scriveva che: “Dopo un miglio sopra un eminente collina sono le rovine della Villa Calvanello, che fu di Costanzi di Diano, edificata con la Sala, Padula, Montesano, Casalnuovo, e Sanza dal nominato Silla nella sua legazione della Guerra Sociale con Lucani dopo la distruzione di Stabia, e pompei di Campagna felice, ed edificazione di Roma anni 786 (46).”.

INCIPIT

Per meglio capire la storia del monastero di S. Pietro al Tumusso bisogna ripercorrere le linee di storia di un altro monastero italo-greco, quello di S. Maria di Hodighitria a Rofrano, il quale, a sua volta si connette con le vicende storiche che hanno caratterizzato l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano. Infatti, il paese di Rofrano, lo stesso “castello”, la chiesa madre, il monastero italo-greco, si connetteranno nella storia alle vicende che poi lo legheranno alle vicende dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel tuscolano, fondata da S. Nilo e S. Bartolomeo Juniore. Stessa cosa possiamo dire per tutti i monasteri, grangia di S. Maria di Rofrano che, nel 1131 passarono di proprietà all’Abbazia Tuscolana. Dunque, la storia del monastero di S. Pietro de Tumusso, grangia di Rofrano si connette con le vicende dell’Abbazia tuscolana che dal 1131 al 1728 lo controllerà.  Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, nell’Introduzione a p. 139, in proposito scriveva che: “Il Monastero esarchico di S. Maria di Grottaferrata, noto come Abbazia greca di S. Nilo, è stato fondato nel 1004 da un gruppo di monaci italo-greci provenienti dalla Calabria bizantina e guidati dal santo monaco Nilo da Rossano, su terre donate dal signore dell’antica città latina di Tuscolo, Gregorio. Per le origini legate alla parte d’Italia meridionale unita all’Impero bizantino, il monastero ha seguito fin dalla fondazione il rito greco-bizantino che a quel tempo caratterizzava la vita del monachesimo italo-greco. Etc…Dalla fondazione al 1824 è stata dotata di vasti possedimenti sui quali l’abate esercitava il potere temporale e spirituale, un potere che in epoca moderna le fonti definiscono baronale ‘tout court’, etc…”. La Falcone, a p. 141, nella nota (183) postillava: “(183) Sulla storia dell’Abbazia di Grottaferrata rinvio, oltre che al classico ma fondamentale libro di Antonio Rocchi, De coenobio Cryptoferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim graecis commentari, 1893, tradotto in lingua italiana dallo jeomonaco Basilio Intrieri con il titolo ‘Storia e vicende del monastero di S. Maria di Grottaferrata, 1998, all’opera di Giuseppe Maria Croce, La badia greca di Grottaferrata e la rivista “Roma e l’Oriente”, 1990 ed ai più recenti ‘San Nilo’. Il monastero italo-bizantino di Grottaferrata, 1004-2004. Mille anni di storia, spiritualità e cultura, a cura dell’archimandrita p. Emilio Fabbricatore e della Comunità monastica, 2005 e ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di Filippo Bulgarella, 2009.”. La Falcone, a p. 143, in proposito scriveva: “Le fonti archivistiche riguardanti la storia dell’abbazia e dei suoi territori appartengono in misura prevalente alla Biblioteca statale annessa al Monumento nazionale di Grottaferrata, ma altra importante documentazione si trova presso l’Archivio Segreto Vaticano, la Biblioteca Apostolica Vaticana e l’Archivio di Stato di Roma (185). La cronologia degli atti, in generale, inizia dal sec. XV, con pochi documenti in epoca anteriore alcuni dei quali pervenutici in copia. Non sono pervenuti né l’atto di fondazione del monastero, di cui si narra soltanto nel “Bios” del santo fondatore Nilo, un importante manoscritto del sec. XI della Biblioteca, né le prime donazioni da parte dei conti di Tuscolo, del 1004 e 1037. Il patrimonio archivistico dell’abbazia di Grottaferrata, acquisito dallo Stato unitario tra il 1873 ed il 1874, documenta la storia dell’abbazia nella sua complessità istituzionale di ente religioso e di ente dotato di un patrimonio fondiario da amministrare e governare sotto il profilo economico e sotto il profilo pubblico, un territorio sul quale l’abate esercitava la sua giurisdizione. L’assenza di documentazione significativa relativa ai primi quattro secoli di vita è tanto più rilevante in quanto riguarda i privilegi concessi dai pontefici ai successori di Nilo sul territorio che circondava la ‘crypta ferrata’ e su altre località, e quindi gli atti fondativi della sua storia millenaria. Che ancora nel 1462 l’archivio monastico conservasse gli antichi privilegi si desume dalla prima, finora documentata, ricognizione documentaria eseguita a Grottaferrata per ordine del primo commendatario, il cardinale greco Bessarione, dal vicario generale Niccolò Perrotti, ricognizione necessaria ai fini della redazione del primo catasto dei beni monastici, la Platea dei beni, ed in generale per il riordinamento della situazione patrimoniale (186). La copia dei privilegi, nota come ‘Bullarium’, redatta dal notaio Stefano Tegliazzo, ne conta 18, datati dal 5 febbraio 1150 (Eugenio III) al 23 agosto 1347 (Clemente VI)(187). La raccolta è stata integrata successivamente dalla copia tarda di altri due documenti: un privilegio di Martino V del 13 luglio 1425 e dalla copia, datata 1710, del privilegio di Ruggero II re di Sicilia dell’aprile 1131, unico privilegio regio. La documentazione conservata nella Biblioteca statale del Monumento nazionale di Grottaferrata rispecchia, nei diversi fondi in cui è ordinata, le diverse fasi istituzonali che hanno segnato circa otto secoli di storia dell’abbazia.”. La Flacone, a p. 144, nella nota (186) postillava: “(186) Le fonti archivistiche risalenti al governo del cardinale Bessarione sono edite in ‘Santa Maria di Grottaferrata e il cardinale Bessarione. Fonti e studi sulla prima commenda, a cura di M.T. Caciorgna, 2005.”. La Flacone, a p. 144, nella nota (187) postillava: “(187) AMNG, Monastero, Platee, 1, cc. 67 r-87 v. Cfr. G. Brecia, Bullarium Cryptense. I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch, a cura di R. Delle Donne e A. Zorzi, 2002; A. Ciaralli, Documenti latini medievali della Badia greca di Grottaferrata. Appunti per la storia di un archivio disperso, 2002.”. Il saggio di Antonio Ciaralli si trova in “Medioevo studi e documenti”, vol. II, 2007, pp. 231-261. La Falcone, a pp. 145-146, in proposito scriveva pure: “Può essere considerato aggregato a questo fondo l’insieme dei documenti provenienti dall’archivio del ‘Collegio di S. Basili de Urbe’ (1510-1861), sede del procuratore generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia e residenza romana dell’abate generale e dei monaci provenienti dalle tre prvincie dell’ordine – Sicilia, Calabria e Romana-Neapolitana – inviati a Roma per compiere i loro studi. Esso è tuttavia solo una parte dell’intero archivio dell’istituto romano la cui restante documentazione è suddivisa tra l’Archivio Segreto Vaticano, fondo ‘Basiliani’, e l’Archivio di Stato di Roma, fondo ‘Basiliani in S. Basilio’. Conserva documenti dei monasteri basiliani di Calabria, Lucania e Sicilia oggi non più esistenti. Il fondo ‘Cancelleria degli abati commendatari (1705-1874, con documenti dal 1526 e, in copia dal sec. XIII), conserva le carte relative al governo dell’abbazia in regime di commenda, istituito nel 1462 e riguardante la giurisdizione temporale sui territori abbaziali, separati dai beni della comunità monastica con atto del 1507. La conservazione in situ delle carte inizia con l’istituzione dell’archivio pubblico-cancelleria presso l’abbazia, avvenuta nel 1705. Etc…Il patrimonio fondiario dell’abbazia si forma nei primi secoli della fondazione attraverso donazioni e privilegi, ed anche assottigliamenti i quali concorrono a delineare un assetto attestato molto bene per la prima volta in un documento databile al 1492 e cioè la “Platea” di tutti i beni dell’abbazia redatta alla nomina del primo abbate commendatario, il cardinale greco Bessarione. Nella Platea tali beni risultano formati da un esteso territorio compatto con il monastero in posizione quasi baricentrica, corrispondente approssimativamente all’odierno comune di Grottaferrata in provincia di Roma, e da altri territori siti nella regione laziale, soprattutto in direzione sud, a Tivoli, Marino, Sermoneta e Terracina, per spingersi fino al Regno di Napoli con il castello di Rofrano e le sue chiese, nell’antica diocesi di Capaccio, odierno Cilento. Le fonti conservate e pervenute fino ai nostri giorni attestano una storia che ha unito per secoli il celebre monastero italo-greco di s. Nilo a chiese e comunità del lontano Regno di Sicilia prima, di Napoli dopo, di orine e tradizione bizantina anch’esse, pur non essendo realtà monastiche italo-greche, destinate a divenire latine già dal secolo XIII sotto il regno degli Angioini. In questo lungo arco temporale è possibile distinguere almeno due fasi: dal 1131 al 1477 in cui l’amministrazione ha il suo centro giuridico e storico nel castello di Rofrano con la chiesa di Santa Maria di Grottaferrata; dal 1477 circa fino alla vendita dei beni nel 1728 i monaci risiedono presso la terra di Montesano, nella grangia di S. Pietro del Tumusso. Poichè la documentazione archivistica è stata prodotta e conservata, tranne poche eccezioni, in questo monastero, ne ha assunto la denominazione..

Il Sinissario liturgico (Typikon) compilato dai monaci del monastero di S. Pietro de Tumusso a Montesano, conservato nella biblioteca dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata e di cui il compendio dell’Archimandrata Luca Felice del 1597 nel Codice Casanatense, n. 1249

Una delle dipendenze del monastero italo-greco o basiliano di S. Maria di Rofrano era posto alle pendici dell’abitato di Montesano sulla Marcellana. Si tratta della chiesa di S. Pietro al Tumusso, nella frazione di Prato Comune. Lapiccola cappella che reca questa intitolazione continua ad essere connessa con le strutture del monastero, trasformato a partire dagli anni ’60 del secolo scorso in residenza privata. San Pietro al Tumusso rimase sottomessa insieme a Santa Maria di Rofrano, alla giurisdizione dell’abbazia di Grottaferrata fino agli inizi del XVIII sec., quando fu ceduta ai Certosini di S. Lorenzo di Padula.  I  monaci del monastero di San Pietro de Tumusso erano conosciuti e famosi per la loro attività di copisti amanuensi. Sulla scorta della scuola Niliana, in questo antico monastero basiliano esistente a Montesano sulla Marcellana, si praticava l’attività di copisteria e compilazione di antichi testi liturgici, come quello conservato nella biblioteca Casanatense presso l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata. Ne abbiamo notizia attraverso il compendio ad un “Typikon” che l’Archimandrita dell’Abbazia tuscolana, Luca Felice fece ai monaci del “Tumusso” di Montesano. Il compendio di Luca Felice è stato citato da Antonio Rocchi (….). Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 43, in proposito scriveva che: All’abate Leonzio di Grottaferrata nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127), ……rimase alla Badia basiliana fino al 1728 (128).”. Il Tortorella, a p. 58, nella nota (128) postillava che: “(128)…A Montesano i Padri di San Basilio continuarono la tradizione di cultura e d’attività spirituale, dal momento che nella seconda metà del Cinquecento l’Archimandrita di Grottaferrata scrisse per i religiosi del ‘Tumusso’ un compendio del ‘Tipicòn’ della casa madre: “Quoniam vero ad hanc bibliothecam reversi sumus, ad manuscripta bombycina recentiora nos gradum facientes in ea Catalogum codicum nostrorum a Luca Felici an. MDLXXV confectum adservari conspeximus sub n. 42 Reginensium Pii II; in bibl. Casanatensi Typici nostri compendium, ab eodem Luca Felici conscriptum ad ursum monachorum Montis-Sani, nunc not. G.4. 14” (A. Rocchi, op. cit., pp. 281-282). Etc…”, che tradotto è: Ma poiché siamo ritornati in questa biblioteca, facendo un passo verso i manoscritti di cotone più recenti, in essa il Catalogo dei nostri codici di Luca Felici an. 1575 abbiamo visto che fu completata nel 1875 sotto il n. 42 Pio II della Regina; nella Biblioteca il compendio dei nostri Tipici Casanatensi, scritto dallo stesso Luca Felici per l’orso dei monaci di Montesano, non è ormai nota. G.4. 14.”. Dunque, il salmo basiliano riportato dal Tortorella è citato nel testo di A. Rocchi, De coenobio Cryptoferratensi, Tuscoli, 1893, pp. 281-282.  Questo testo si trova conservato nella biblioteca Casanatense che si trova nell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata. Il compendio che scrisse l’Archimandrita di Grottaferrata per il monastero di S. Pietro de Tumusso è il seguente: Ma poiché siamo ritornati in questa biblioteca, facendo un passo verso i manoscritti di cotone più recenti, in essa il Catalogo dei nostri codici di Luca Felici anno 1597 abbiamo visto che fu completata nel 1875 sotto il n. 42 Pio II della Regina; nella Biblioteca il compendio dei nostri Tipici Casanatensi, scritto dallo stesso Luca Felici per l’orso dei monaci di Montis-Sani, non è ormai nota G.4. 14.”. Antonio Tortorella scriveva che il codice Casanatense conservato nell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata si trova conservato “….in bibl. Casanatensi Typici nostri compendium, ab eodem Luca Felici conscriptum ad ursum monachorum Montis-Sani, nunc not. G.4. 14” (A. Rocchi, op. cit., pp. 281-282). Etc…”, che tradotto è: nella Bibblioteca il compendio dei nostri Tipici Casanatensi, scritto dallo stesso Luca Felici per l’orso dei monaci di Montesano, non è ormai noto G.4. 14.”. Dunque, il Tortorella scriveva sulla scorta di Antonio Rocchi (….), ed il suo “De Coenobio Cryptoferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim graecis commentarii scripsit D. Antonius Rocchi Hieromonachus basilianus.”, pubblicato a Tuscoli, nel 1893. Il Rocchi parlando degli incunamboli e dei codici presenti nelle diverse biblioteche dell’Abbazia, a pp. 281-282, in proposito scriveva che: “Etiam in bibl. Angelicam nonnullos hinc devenisse putamus ex iis, quibus Card. Passioneius usus esse dicitur, quorum unus aut alter, ut codex Vat.gr. 2138 olim noster, subiit Vaticanam. Quoniam vero ad hanc bibliothecam reversi sumus, ad manuscripta bombycina recentiora nos gradum facientes in ea Catalogum codicum nostrum a Luca Felici an. MDLXXV confctum adservari conspeximus sub n. 42 Reginensium Pii II; in bibl. ‘Casanatensi’ Typici nostri compendium, ab eodem Luca conscriptum ad usum monachorum ‘Montis-Sani’, nunc not. G. 4. 14; in vilacqua an. MDXCI, not. n. 106 ‘Supplementi graeci (I), denique in bibl. ‘R. Neapolitana’ eorumdem ‘Nili et Bartholomei’ historias non graece scriptas, sed latine interpretatas, sub n. VIII B. 13 et B. 21, quas ante Tortorettio fere dedimus, sed Tomassio adiudicandae esse videntur propter ea quae mox in ‘Nota’ n. 2 dicimus.” che tradotto significa: Anche nella Biblioteca Angelica, pensiamo, proveniva da alcuni di coloro che il cardinale si dice che fosse usato con maggiore passione, l’uno o l’altro dei quali, come dice il codice Vat. gr. 2138, una volta, entrò in Vaticano. Ma poiché siamo ritornati in questa biblioteca, facendo un passo verso i manoscritti di cotone più recenti, in essa il nostro catalogo dei codici di Luca Felici anno 1597 abbiamo visto che la conclusione del 1875 è stata osservata al n. 42 Pio II della Regina; nella Biblioteca non si conosce oggi un compendio dei nostri tipici ‘Casanatensi’, scritto dallo stesso Luca ad uso dei monaci di ‘Montis-Sani’. G. 4. 14; nel villaggio o MDXCI, nota n. 106 ‘Supplementi Greeki (I), infine nella bibl. ‘R. napoletano’, le storie degli stessi ‘Nili e Bartolomeo’, non scritte in greco, ma tradotte in latino, al n. 8 B. 13 e B. 21, che abbiamo quasi dato prima del Tortoretti, ma sembrano attribuite a Tomasio per quanto appena accennato nella ‘Nota’ n. 2 diciamo etc..”. Dunque, il Rocchi scriveva che, tra i testi conservati nella “biblioteca Casanatense”, vi è un compendio scritto dal monaco Luca Felice, Archimandrita dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata che, nel 1597 lodava i “Tipici Casanatensi”, ovvero un “Typikon” o “Sinissario” conservato nella biblioteca Casanatense, scritto dallo stesso Luca ad uso dei monaci di ‘Montis-Sani’. G. 4. 14″, ovvero, un codice liturgico (“Typikon”) che veniva usato dai monaci del Monastero di S. Pietro de Tumusso a Montesano (“Montis-Sani”). Dunque, il Rocchi scriveva che nel 1597, l’Archimandrata di Grottaferrata aveva scritto un compendio sul codice manoscritto del monastero di Montesano. Ma chi era Luca Felice ?. Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone, nel loro “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica”, a p. 173, nel capitolo “Grangia di S. Pietro de Tumusso in Montesano”, a p. 176, in proposito scriveva che: “La platea del 1576 è la prima ricognizione di quei beni successiva alla platea del cardinale Bessarione ed alla separazione tra la mensa abbaziale e la mensa monastica del 1507 (231). Essa fu disposta dal cardinale commendatario Alessandro Farnese (1564-1589) il quale munì di speciale deputazione il monaco Luca Felici da Tivoli, procuratore del monastero di Grottaferrata, con l’incarico di provvedere alla ricognizione e al recupero di tutti i beni spettanti alla mensa monastica esistenti nelle terre di Sassano, Montesano ed in qualunque altro luogo del Regno di Napoli fossero reperibili. Di tali beni egli avrebbe fatto redigere dai notai del luogo un catasto o inventario, con facoltà di compiere etc…”. Dunque, da questo passaggio si è visto che il monaco Luca Felice era si archimandrita dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano ma egli, nel 1576 aveva predisposto la “Platea dei beni etc…” redatta in seguito ad un’accorta ricognizione dei beni che l’Abbazia tuscolana deteneva sui territori di Sassano e di Montesano, incarico voluto dall’Abate Commendatario Cardinale Farnese. Il Tortorella, a p. 59, nella nota (128) postillava e fornisce ulteriori informazioni su questo Sinissario: “Il codice, manoscritto numero 1249 della Casanatense, di 156 fogli, elegante esempio di scrittura greca d’età tardorinascimentale, contiene i Συναξαρια (Sinaxaria), relativi alle feste liturgiche da celebrarsi nel cenobio montesanese. E’ un “Typicon exscriptum ex alio antiquissimo in Carta membranacea quod asservatur in monasterio S. Maria Crypteferratae Ordinis S. Basilii Magni”, come si legge sul primo frontespizio latino. Del redattore è impresso, su un foglio seguente, lo stemma abbadiale e la dicitura, in maiuscola ornata, TOY KYPOY ΛOYKA ΦΗΛΙΚΟC TYBOYPTINOY CHMEION (tu kjiru Luca Filhjikos tivurtinu simnhjio: ‘stemma del signor Luca Felice di Tivoli’). Lo scriba, fedele a un antichissimo uso, al termine della prima parte del lavoro annota una raccomandazione di pietà cristiana per il lettore: Δοτε δοξαν τω θεω τη αγια θεοτοκω και etc…(dhote dhòxa tò Theò, ti Ajia Theotòko kjè aì Parthèno Maria kjè makariotato Patri imon kjè tòn ieròn tàxeon Protopatriarkhji Vasilhjio tò Mnhjeghalo: ‘rendete onore a Dio, alla Santa Madre Schiere di Dio e sempre Vergine Maria e al beatissimo Padre nostro e primo Patriarca delle Sacre Schiere Basilio il Grande’).”. Dunque, il Tortorella, sulla scorta del Rocchi scriveva che il “codice manoscritto numero 1249 della biblioteca Casanatensi”, un codice greco e menbranaceo, elegante con 156 fogli in pergamena, e con una scrittura greca d’età tardorinascimentale, contiene i Sinissari relativi alle feste liturgiche che si celebravano nell’antico cenobio di Montesano, che a quel tempo apparteneva all’Ordine di San Basilio e quindi all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, Abbazia nel Tuscolano fondata da S. Nilo e da S. Bartolomeo Juniore. La Biblioteca Casanatense è da sempre conosciuta come una delle sedi di conservazione e ricerca privilegiate grazie, in particolare, al prezioso fondo dei manoscritti, nato solo in piccolissima parte dall’eredità del cardinale Casanate e formatosi soprattutto per opera di una illuminata e accorta politica degli acquisti dei domenicani specie nell’arco del secolo XVIII. Il fondo abbraccia un arco cronologico che va dal secolo VIII al XX e consta di 6300 volumi circa, dai diversi formati. I suoi contenuti, che ne rendono la connotazione “universale”, rispecchiano fedelmente le 27 classi materie, adottate per la collocazione dei volumi a stampa conservati nel Salone monumentale della Biblioteca. Tra i cimeli noti in tutto il mondo si ricordano: exultet, tacuina sanitatis codici liturgici, testi medico-scientifici, codici orientali ed ebraici, autografi famosi. Sinassario (in greco antico: Συναξάριον?, synaxarion, da συνάγω, synagein, «riunire») è il nome dato dal cristianesimo orientale (Chiesa ortodossa, Chiese ortodosse orientali e Chiese cattoliche orientali) a una collezione di agiografie, assimilabile al menologio della stessa tradizione e al martirologio della Chiesa latina. L’esatta accezione del nome è cambiata nel corso del tempo. In principio era utilizzato per l’indice del lezionario e, in questo senso, corrisponde ai latini capitulare e comes. In seguito il sinassario è stato integrato dell’intero testo delle pericopi da leggere in chiesa. Per come era concepita la Divina liturgia, si riduceva ai libri del Nuovo Testamento. «Sinassario» rimase il titolo per l’indice di altri lezionari. Senza cambiare nome, fu arricchito dai testi completi di questi lezionari, il cui indice è in genere chiamato menologion heortastikon – un libro ormai difficilmente utilizzato, in quanto superato dal Typikon. Alcuni calendari medievali erano chiamati sinassari. Sono descritti, per esempio, quelli redatti da Cristoforo di Mitilene (XI secolo) e Teodoro Prodromo (XII secolo). Il Rocchi, nell’Indice generale del suo testo, a p. 311, alla voce: “Rufranum, castrum iuris Abbatiae, 27, 87, 103.”. Infatti, il Rocchi, a p. 87, in proposito scriveva: “Interea superiore anno 1443 Petrus granciam, ut aiunt, S. Maria de Vitis, quae cum in territorio Laurinensi esset, nempe a nobis longinquiore, sane exiguos redditus ferret, die VIII mensis Octobris utili pactione locavit, nec non aliam a S. Pietro De Thomusso nuncupatam iuxta monasterium Montis-Sani nostrum, eadem de causa nesque absimili conditione locasse narratur (3).”, che tradotto significa: “Intanto nell’anno precedente 1443 Pietro, come si dice, affittò la grancia, come si dice, a S. Maria de Vitis, la quale, trovandosi nel territorio di Laurino, cioè più distante da noi, portò certamente un piccolo affitto, in data 8 ottobre, con proficuo accordo, ed anche un altro da S. Pietro De Tommaso intitolato al nostro monastero di ‘Montis-Sani’, si dice che fosse situato per lo stesso motivo ed in condizione diversa (3).”. Il Rocchi, a p. 87, nella nota (3) postillava: “(3) Ms. Z δ. XII.”. In questa nota, il Rocchi cita il manoscritto “Z δ. XII” di cui parloerò in seguito. Manoscritto importantissimo dove vi è la copia del famoso “Crisobollo di re Ruggero”. Il Rocchi, in questo passaggio, nel raccontare la storia dell’Abbazia scrveva che nel 1443, Pietro, affittò la grancia del monastero di S. Maria de Vitis, un cenobio basiliano in territorio di Laurino. Scrive pure che Pietro, nel 1443, portò le rendite (esigue) del monastero di S. Pietro de Thamusso. Il Rocchi, a p. 87 in proposito scriveva che: “…; nesque nisi plures post annos cum illae officinae tum alia bona prope multas Latii et Campaniae civitates restituita sunt. Postremo alios quoque contractus a Pedro praesertim Velitris ab. anno 1444 ad anno 1455 actos esse accepimus, quos nos ipsi in archivio publico civitatis cognovimus (9). Huiusmondi autem extremus, scilicet paullo ante quam idem ex abbatiatu recederat, ille extitit, quo ut dominium castri Rufranensi universum in tuto collo caret, anno 1461 exeunte (10), rectorem et gubernatorem Ioanni cuidam Ribolucio Nilum monachum suffecit.”, che tradotto è: “…; e solo parecchi anni dopo furono restaurate quelle fabbriche ed altri beni presso molte città del Lazio e della Campania. Infine ci sono stati anche altri contratti di Pedro, soprattutto di Velitris. Ci sono pervenuti gli atti dal 1444 al 1455, che noi stessi conoscevamo nell’archivio pubblico della città (9). Ma l’ultimo di Huiusmondi, cioè poco prima che il medesimo si ritirasse dall’abbazia, esisteva, tanto che gli mancava in sicuro collo il dominio di tutto il campo rufraniano, nell’anno 1461 (10) successe ad un certo Ribolucio Nilo, monaco, come rettore e governatore di Giovanni.”. Il Rocchi, a p. 87, nella nota (9) postillava: “(9) Cod. hist. diplom. ad hos ann.”. Il Rocchi, a p. 87, nella nota (10) postillava: “(10) Cod. cit. ad h. an.”.

Nel X e XI secolo, i cenobi ed i monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania

Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne’, pur non citando affatto il monastero grancia dei monaci Basiliani di San Pietro al Tamusso, dipendente dall’Abbazia italo-greca di Rofrano, in proposito scriveva del ‘Mercurion’ a p. 45 scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie nel Principato di Benevento ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro interessantissimo di vita monastica. Qui si stabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una “nuova Tebaide”. Il Mercurion ecc…”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 48 scriveva che: “La regione dell’antico Latinianon può essere riconosciuta nelle attuali borgate della valle del Tanagro: Montesano, S. Pietro, Sassano, Polla, S. Arsenio, S. Rufo con punte a Sant’Angelo a Fasanella, Ottati, Roscigno, Sacco, Castelcivita; per quanto riguarda invece la valle dell’Agri: Brienza, Tito, Marsico Vetere, Laurenziana, Viggiano, Corleto Perticara, Cersosimo, S. Chirico Raparo, Castelsaraceno, Episcopia, Calvello.”Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “L’esercito di Basilio il Macedone, generale al servizio di Michele terzo l’Ubriaco e futuro imperatore d’Oriente, annientò le bande d’arabi che tenevano la Lucania, conquistando la regione sul finire del nono secolo: alla volontà politica di costui si deve con ogni probabilità anche l’organizzazione urbana del primo abitato di Padula, testimoniata pure dall’ampliamento di San Nicola de Donnis con l’aula ecclesiastica etc….Poi, con la conquista macèdone, si delinea meglio la struttura amministrativa della Lucania bizantina, il cosiddetto ‘thema’ di Lucania: essa fa parte del più ampio organismo politico del Mezzogiorno bizantino, il ‘Catepanato’ d’Italia, e a sua volta s’articola in almeno tre divisioni, corrispondenti pure a unità monastiche (‘eparkhjie’), e definite in termini burocratici ‘turne’, quali sono il ‘Mercurion, il Latinianon, il Lago Negro – l’εν τω Λακκφ Νιγρφ καλουμενφ (e ndò Làkko Nhjighro Kalumnhjèno: ‘nel cosiddetto Lago Negro’) ricordato dal patriarca di Gerusalemme Oreste nella biografia dei Santi Saba, Macario e il loro padre Cristoforo – E il Vallo di Diano, che costituiva per spessore culturale e religioso un’entità monastica considerevole (L. R. Ménager, La “byzantinisation” religeuse de l’Italie méridionale (IX-XII siècles) et la politique des Normands d’Italie, p. 772, nota 4), probabilmente poté esser compreso nel ‘Lago Negro’. Infatti il Tanagro, il corso d’acqua che l’attraversa, e nasce per di più nei monti dell’attuale Lagonegro, nel periodo medievale era denominato per l’appunto ‘il fiume nero’ –  ο μαυρος ποταμος, o màvros potamòs (F. Trinchera, CIV, p. 136, e CVIII, p. 143) – Forse le parole ‘Làkkos e Nigros’ intendevano propriamente, che la tradizione diretta poteva essere alquanto alterata nello scritto del presule gerosolimitano, la zona del ‘bacino del Negro’, cioè del Tanàgro: e la si dovrebbe considerare dalla sorgente alla confluenza col Sele, all’inizio della piana di Pesto. All’abitato prossimo alle fonti del Tanàgro sarebbe rimasto l’attributo antonomastico dell’apprezzata e fervente eparchia. Inoltre, se si volesse assegnare al solo attuale Lagonegrese, coi paesi di Rivello, Lauria, Nemoli, Trecchina, tale ampia indicazione geografica, le fondazioni religiose conosciute e documentate del distretto mal potrebbero giustificare la cosa. Che il Vallo e il Cilento meridionale si trovasero al di qua della linea- peraltro alquanto mobile – di confine tra il Principato longobardo di Salerno e il Catepanato vien confermato, inoltre, dall’espansione del monachesimo occidentale, l’Ordo Sancti Benedicti’, che non penetrò minimamente nel territorio attraversato dal Tanàgro se non dopo l’avvento dei Normanni e non prima del 1086, benchè i dinasti salernitani ne avessero favorito in ogni modo la diffusione e con la donazione dell’abate Alferio avessero fondato nel 1025 una Casa benedettina a Mitiliano di Cava, dotata di numerosi domini nell’Actus Cilenti, la quale poi, coi nuovi dominatori, ottenne possedimenti finanche in Calabria e in Lucania.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “1. La Calabria prima della introduzione del feudalesimo. Bizantini e Longobardi nella Regione”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 91 e sgg., in proposito scriveva che: Allorquando il Ducato beneventano si frazionò nel principato di Salerno e nel principato di Benevento, nell’atto di divisione dell’847 (2), toccarono al primo i possedimenti longobardi di Calabria, delimitati sempre dalla vecchia linea Rossano-Bisignano- Amantea (3); in una parla, il principato di Siconolfo e dei suoi successori, conprese sedici ‘gastaldi’, dei quali quattro in Calabria: Canna, Cassano, Cosenza, Laino. Questa diversità di dominazione ebbe conseuenze molteplici e diverse nelle due parti della Calabria. Nella parte più meridionale di essa e in aree e località sparse della rimanente, l’ellenismo bizantino si venne infiltrando in tutte le manifestazioni di vita: nei costumi, nel rito, nel diritto degli abitanti, lasciando tracce ancora oggi non del tutto cancellate. L’eresia e la persecuzione iconoclastica sottrassero alla dipendenza ed all’autorità della Chiesa di Roma i vescovati di Calabria, come in Puglia e di Sicilia, e li sottomisero al patriarcato di Costantinopoli, che li organizzò in una ‘metropolia’, alla cui testa pose l’arcivescovo di Reggio (4). Riesce oggi malagevole dare un’esatta enumerazione delle diocesi calabresi per le età anteriori al secolo X, malgrado la presenza di cataloghi imperiali patriarcali, le cosiddette ‘diatiposi’: ad ogni modo, è noto che alcune di esse non sfuggirono al vandalismo distruttore delle invasioni musulmane (5). E se l’editto di Leone Isaurico scacciava dai territori dell’impero i monaci basiliani, difensori intrepidi dell’ortodossia, furono le campagne ed i vergini monti della Calabria ad accoglierne non pochi, così come le aree litoranee della Sicilia da Siracusa a Messina etc….Senonchè nel corso del IX secolo, la Sicilia cadde sotto il dominio degli Arabi, e allora i Greci di Sicilia, perseguitati dai nuovi dominatori o non disposti a sottostare al loro intollerante dominio, trovarono asilo, oltre che nel Peloponneso, in Calabria, che divenne “le refuge naturel des chretiens chassés de Sicile”, come scrisse il Batiffol (7). Dopo la caduta di Taormina (nel 902), che segnò per l’Impero bizantino la perdita totale e definitiva dell’isola, troviamo infatti che numerose famiglie di Greci cercano sede e riparo nelle vicine città di Calabria: a Reggio (…………), a Gerace (………………..), a Cosenzia (…………..) etc…Ne sono da dimenticare le colonie, che, a più riprese, gl’imperatori di Costantinopoli dedussero onde ripopolare le terre della Calabria, desolate dalle invasioni dei Saraceni. Basilio I il Macedone, ad esempio, vi trasferì in una sola volta 3000 schiavi affrancati con il danaro tratto dalla pingue eredità della vedova Danielis (9).”.

Nel 871, i Bizantini e Ludovico II conquistano Bari

Nell’871-72, Salerno subì un lungo assedio da parte dei musulmani e malgrado la forte resistenza del principe Guaiferio, la città riuscì a liberarsi solo grazie all’intervento dell’imperatore Ludovico II, che ottenne in ostaggio i figli del principe quale pegno di fedeltà. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che:  “Si deve a Basilio I, il fondatore della dinastia macedone, il ripristino della sovranità imperiale su ampie porzioni dell’Italia meridionale, la quale nella prospettiva costantinopolitana riacquista rilevanza strategica man mano che si profila come ineluttabile la conquista aglabita della Sicilia (827-902). Il nuovo processo di espansione prende avvio in seguito alla riconquista di Bari, il cui emirato islamico cade sotto i colpi decisivi della flotta bizantina e delle forze di terra dell’imperatore latino Ludovico II (871)(91). Etc…”Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (91) postillava che: “(91) G. Musca, Ludovico II, Basilio I e la fine dell’emirato di Bari, in Archivio Storico Pugliese, n.s., XIX (1966), pp. 168 ss.; A.A. Vasiliev, Byzance et les Arabes, II, 1 ediz. franc. Bruxelles 1968, p. 14 ss. “. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 44 e ssg., in proposito scriveva che: Incerto è anche il ruolo da assegnare alle incursioni saracene: sebbene la tradizione storiografica, che risale agli storici eruditi del Settecento, parli di danni gravissimi arrecati dai Saraceni ad ‘Atina, Consilinum e Tegianum’ (4), non sono riuscito a trovare nelle fonti narrative del tempo altro che un accenno indiretto ad un loro passaggio per il Vallo di Diano. Riferisce infatti il ‘Chronicon Salernitanum’ che nell’anno 871 “Agarenorum rex (….), Abdila cum sexaginta duo mila pugnatorum ‘per Calabriam Salernum venit”(5), ma nell’agosto dell’anno seguente, dopo undici mesi di assedio, fu costretto a rinuncare alla conquista della città per l’arrivo dell’Imperatore Ludovico II (6). Etc…..Più valore ha il dato fornitoci da una carta cavense del giugno 1115 che, a proposito della chiesa di S. Maria ‘de Matuniano’ presso Teggiano, dice che essa ‘ab antiquis temporibus destructa fuit a barbaris’ (10), anche se non è da scartare del tutto l’ipotesi che i barbari del nostro documento possano essere i Germani del V-VI secolo (11). Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (5) postillava che: “(5) Ed. Westembergh, Stockolm 1956, cap. 111, p. 124.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (6) postillava che: “(6) “At Agareni mutuentes adventum Francorum, ilico super suum iam dictum regem irruunt, eumque comprehendunt, manusque vinxerunt, et in navem retrudunt, et iter arripiunt. Sed prius enim quam fugam arriperet nefanda genius, huiusmodi signum de celo Redemptor multis ostendit: faculam igneam permaximam prepete cursum in medio navium iecit, quam mox secuta est tempestas, que cunctas liburnas frustatim dirrupit. Alii vero Calabriam aderunt, eamque intra se divisam repperientes, funditus depopularunt”. (ivi, cap. 118, p. 132). In verità il passo è interpretato da A. Di Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, IV, Napoli, 1798, p. 258, nel senso che tutti i Saraceni si imbarcano, ma parte annegano e parte approdano in Calabria, il che, tra l’altro, è in contraddizione con quanto è detto nel citato cap. 111 del Chronicon Salernitanum, sulla base del quale lo stesso Di Meo afferma che i Saraceni arrivarono a Salerno risalendo dalla Calabria. Credo invece che il passo in questione vada interpretato nel senso che gli assediati costringono il loro re ad imbarcarsi su una delle navi che evidentemente avevano appoggiato dal mare la marcia dei Saraceni, mentre il grosso dell’esercito, formato secondo il cronista salernitano da ben 62.000 uomini, fa ritorno in Calabria percorrendo l’antica strada Reggio-Capuam, che nel Medioevo, come è noto, fu la strada ppercorsa dai grandi eserciti che si dirigevano verso l’estremo sud della penisola.”. Il Vitolo, a p. 45, nella nota (10) postillava che: “(10) AC XX, 30 (1115, giugno). L’espressione si ritrova anche in AC XX, 28 e 29; si tratta però di due falsi, sui quali si veda C. Carlone, I principi Guaimario e i monaci cavensi nel vallo di Diano, in “Archivi e Cultura”, X (1976), pp. 47-66.”. Il Vitolo, a p. 47, nella nota (11) postillava che: “(11) E’ da tenere presente infatti che nelle fonti documentarie del Salernitano i Saraceni non sono mai chiamati barbari, mentre invece le fonti narrative usano le espressioni: ‘Saraceni, Agareni, Hismaelitae, Poeni, Hispani, Pagani. Per quel che ne so, l’espressione ‘barbari’ è usata soltanto dall’autore della ‘Translatio’ di S. Matteo, il quale riferisce che le reliquie dell’evangelista furono ritrovate nel 954 in una chiesa presso Casalvelino ‘a barbaris destructa’ (G. Talamo Atenolfi, I testi medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100). Come aggettivo riferito ai Saraceni, barbari si ritrova in un documento del febbraio del 882, in cui si parla di un abitante di Nocera che non poteva raggiungere Salerno ‘pro ista generationes barbaras saracenorum, unde in cibitate ista salernitana circumclusi sumus’ (CDC I, 110).”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “L’esercito di Basilio il Macedone, generale al servizio di Michele terzo l’Ubriaco e futuro imperatore d’Oriente, annientò le bande d’arabi che tenevano la Lucania, conquistando la regione sul finire del nono secolo: alla volontà politica di costui si deve con ogni probabilità anche l’organizzazione urbana del primo abitato di Padula, testimoniata pure dall’ampliamento di San Nicola de Donnis con l’aula ecclesiastica etc…”.

Nel XIII secolo, le origini e fonti documentarie sulla Certosa di S. Lorenzo a Padula 

Antonio Tortorella fa una buona disamina dei documenti conosciuti e pubblicati nel tempo che riguardano la proprietà dell’Abbazia di Montevergine e le origini della Certosa di Padula. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 36-38, in proposito scriveva che: “Il San Lorenzo di Padula non s’animò, forse, di vita cenobitica che quando divenne grància verginiana, agl’inizi del tredicesimo secolo, dal momento che nelle carte precedenti alla donazione viene sempre nominata soltanto la chiesa, dipendente dal clero di Sant’Angelo (63), Chiesa Matrice del paese. Forse in questa seconda fase vi si stabilì un centro scrittorio (64) – così come Santa Maria di Pertosa lo fu per Caggiano e il suo casale, nonché per gli abitati più prossimi (65) – , qualora possano essere ritenute veramente autentiche le carte ivi prodotte: infatti non si spiega altrimenti il fatto che molti documenti padulesi, anche non attinenti alle vicende di San Lorenzo, siano giunti a Montevergine. Il passaggio della documentazione può essere avvenuto dopo la cessione, grazie alla permuta di Tommaso Sanseverino (66), della chiesa all’Ordine certosino, cosicché l’abate ‘pro tempore’ Guglielmo fu indotto a trasferire parte dell’archivio alla Casa madre. Le pergamene conservate invece nella Badia di Cava vi sarebbero giunte per caso (67), insieme con altri manoscritti.”. Tortorella, a p. 53, nella nota (63) postillava: “(63) Vedi nota seguente, nn. 1133, 1337, 1357, 1515, 2440”. Tortorella, a p. 53, nella nota (64) postillava: “(64) Cfr. Per la documentazione relativa alla grancia e al paese fino agli inizi del Trecento, G. Mongelli, Abbazia di Montevergine. Regesto delle pergamene cit., I (1956), regesti 104, 135, 201, etc… e, P.M. Tropeano, Codice diplomatico virginiano, I, Monteergine, Edizioni dei Padri Benedettini, 1977, documento 96; II (1978), documenti 138, 138 bis; III (1979), documenti 205, 265, 283, in cui sono editi, secondo il metodo paleografico con riprduzioni fotografiche, in parte i documenti già pubblicati in regesto del Mongelli. Gran parte del fondo che fu della chiesa di S. Lorenzo è nell’Archivio della Badia di Cava; ne dà parziale elenco P. Ebner, Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1979, pp. 309-310: XXX, 35; etc…, sette vendite dal 1307 al 1310; LXV, 68, 86; LXVIII, 64; sessantasette copravendite, tre donazioni, una concessione enfiteutica, dal 1326 al 1400. Altre notizie sono fornite da G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV. Contributo alla storia dell’insediamento medievale nel Vallo di Diano, Salerno, Laveglia, 1980, pp. 70-71, nota 73 che elenca le carte contrassegnate dei numeri XLII, 8 etc…”.  Tortorella, a p. 53, nella nota (65) postillava: “(65) Cfr. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Napoli, Cataneo, 1865 (ristampa fotomeccanica a cura di A. Guillou, Bologna, Forni, 1978), pp. 71, 82-83, 84, 100-101, (116-117), 118-119, 119-120, 134, 153-154, 169-170, 213-214, 227-228, 251-252, etc..”. Tortorella, a p. 53, nella nota (66) postillava: “(66) Cfr. A. Sacco, op. cit., I, cit., p. 53-57, documento I, pp. 101-103 (“Contratto di permuta tra il Conte Tommaso Sanseverino e Guglielmo IV, Abate di Montevergine, dei beni e del monastero di San Lorenzo di Padula con starze e terre del Conte, esistenti nel castello di Sanseverino”, dato ad Aversa il quattrordici ottobre 1305 e conservato nell’Archivio della Badia di Cava, LXIII, 37) e, documento VI, p. 107 (“Guglielmo abate di Montevergine dà alla Certosa di Padula la chiesetta di San Lorenzo non ceduta con la permuta del 1305″, pubblicato da A. Mastrullo, Montevergine sagro, Napoli, Fusco, 1663, p. 127.”.

Nel 1131, il monastero di San Pietro al Tumusso

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 43, in proposito scriveva che: “Verso occidente rispetto a ‘San Luca’ è la “Carrara de santo Bartoromeo” o “santo Bartolomeo”(123) vicino al ‘Tumusso’ (124), v’era una fondazione chiesastica (125) che agevolmente si lega alla devozione per San Bartolomeo di Rossano, il discepolo di San Nilo Juniore e cofondatore di Grottaferrata (126), e si potrebbe assegnare fors’anche agl’inizi dell’undicesimo secolo. All’abate Leonzio di Grottaferrata nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127), insieme con altri in Lucania e nella Calabria settentrionale, da Ruggero secondo, conformemente a un diploma in greco dato nel ‘Palazzo’ di Palermo; il monastero, con San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Vito a Fogna di Laurino, rimase alla Badia basiliana fino al 1728 (128). Ma esso già nel documento del dodicesimo secolo era identificato nel territorio di Montesano, a Prato Comune o ‘Varchèra’, dove ancora è la cappella di San Pietro accanto alle strutture dell’antico cenobio – adibite oggi, con profonde alterazioni, a uso agricolo e abitativo – , come si desume pure da una mappa settecentesca ad acquerello (129). Tuttavia la contrada montesanese non ha e non ha mai avuto la denominazione ‘Tumusso’, dal momento che in tutta la parte meridionale del Vallo con tale nome viene indicata esclusivamente la ‘Taverna’ che, vicina al fiume Imperatore in tenimento di Padula, è legata a una fiera di lontana memoria (130). Pertanto è lecito pensare che la Badia montesanese, che dista notevolmente dal ‘Tumusso’, avesse derivato l’intitolazione da questo stesso luogo, più venerando perchè vicino al San Bartolomeo, il quale serbasse il ricordo d’una delle più autorevoli figure dell’Ordo basiliano in quei tempi; o è anche possibile che a Grottaferrata si conoscesse tutta la zona compresa tra Padula e Montesano come ‘Tumusso’ per le identiche ragioni (131) etc…”. Tortorella a p. 58, nella nota (125) postillava: “(125) L’esistenza d’una chiesa è attestata da un documento del tredicesimo secolo (1288), una cessione di due ‘casaline’ e terre, vicine alla chiesa di San Bartolomeo, da parte di Roberto priore di San Lorenzo, per procura di Guglielmo abate di Montevergine, a Matteo arciprete di Padula etc…”. Tortorella, a p. 58, nella nota (127) postillava: “(127) Cfr. A. Rocchi, De coenobio Cryptoferratensi, Tusculi, 1893, pp. 97-98, dov’è la traduzione latina del documento (ch’è forse quella copiata a Roma dal notaio in Padula Ottone Francesco Martelli il quindici marzo 1720 e allegata alle ‘Carte riguardanti la vendita del Monistero di S. Maria di Grotta ferrata al Monistero di S. Lorenzo della grancia di S. Pietro di Montesano, S. Zaccaria in Sassano e S. Maria di Vito in Laurino’, conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo della Padula”, busta 5615, e conosciuta dallo studioso basiliano attraverso un duplicato, custodito nell’Archivio comunale di Rofrano e pubblicato da D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrrano, Salerno, Stabilimento Tipografico Nazionale, 1873, documento A, pp. 69-72, il quale in originale è nel ‘Codice Z b 12’ dell’Archivio della Badia greca di Grottaferrata. Ma a Grottaferrata non m’è stato possibile consultare la carta greca di Ruggiero secondo”. Dunque, in questa postilla il Tortorella dichiarava di non aver potuto mai vedere e leggere il “Crisobollo di re Ruggero II”, conservato negli Archivi dell’Abbazia di Grottaferrata nel Tuscolano e che io quì pubblico per la prima volta.

Nel 1045, le concessioni del principe longobardo Guaimario IV (V) alla chiesa di Rofrano

Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, ecc….Secondo lo storico locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, l’abitato ebbe origini antiche e le sue vicende medievali vanno considerate come strettamente connesse con la storia del cenobio basiliano che vi si insediò, probabilmente molti decenni prima dell’arrivo di San Nilo (4).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (4) postillava che: “(4)  Ronsini 1873, p. 16. Lo studioso fa risalire l’insediamento monastico ai tempi di San Benedetto. Più recentemente, Ebner 1979.”. Sempre la Passigli (contributo al testo di Ruggeri) a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. La Falcone (…) nella sua nota (197) citava il testo di Filippo Bulgarella (…). Il Bulgarella (…) scrisse pure il saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, da p. 13 a p. 43 che è stato pubblicato nel del testo a cura di Nicola Cilento (…) AA.VV., ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, 1982. Il Bulgarella (…) cita anche Venturino Panebianco (…), e il suo saggio: ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’ che, scriveva il Bulgarella “avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano”. Giovanna Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Esaminiamo ciò che scrive la Falcone. La studiosa, cita un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, si cita un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal prinicipe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  La notizia della concessione del principe Guaimario V, viene da Pietro Ebner (…). L’Ebner (…), scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33, che cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (….). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò da Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Ma è così? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dallo Ieromonaco Giovanelli (…), il quale scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa. Giovanelli (…), cita l’episodio di S. Bartolomeo a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V, e trae questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il prinicipe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.    

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat.gr.1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo.

Mai A., p. 530

(Fig….) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

Nel……., Guglielmo I d’Altavilla e la Contea di Principato, il Vallo di Diano e la Contea di Marsico

Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare  sempre più vaste terre alla chiesa salernitana (29) tantochè il primo agosto del 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli poi, a Salerno, e nella riunione plenaria di vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure nel 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Pietro Ebner (…), a p. 89, nella sua nota (29), postilava che: “(29) La notizia è nel ‘De regno Italiae’ di C. Sigonio (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmun Tancredi ilium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae redditit”.”. Per le terre occupate, Schipa, ‘Storia’, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la loro entità in rapporto alle altre. Delle terre a Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanus”, e I 445 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 ecc…ecc..”. Nella stessa nota Ebner, continua l’elenco degli atti di donazione che riguardano la chiesa di Laurito e poi scrive ancora che: “Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona di Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa Salernitana, di cui vedi il diploma in Balducci, cit., I, p. 10. Per i Concili, vedi G. Crisci e A. Campagna, ‘Salerno sacra’, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Pietro Ebner (…), a p. 90, nella sua nota (30), postilava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa dai precedenti pontefici. Vedi L. E. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941, p. 33 sgg.”.

Houbert Houben ed i fondi scoperti nell’Abbazia della SS. Trinità di Venosa ed il Libro dei Privilegi

Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: “Un recente lavoro di Rosanna Alaggio (81) apre un ulteriore spiraglio sugli avvenimenti. Nel delineare la storia della SS. Trinità di Venosa, si serve di una singolare pubblicazione di Houbert Houben (82): nell’intento di ricostruire l’archivio dell’abbazia, purtroppo perduto, l’autore ha raccolto le varie trascrizioni degli antichi documenti che alcuni eruditi del Seicento interessati, peraltro, a ricostruire la storia delle antiche famiglie nobili del Regno di Napoli, avevano effettuato da una fonte intermedia, il ‘Libro dei Privilegi’, un registro che raccoglieva donazioni, concessioni e privilegi goduti dall’ente monastico. Dopo accurate verifiche e confronti incrociati con tutti i regesti tramandati, Houben è risalito all’archetipo da cui gli eruditi avevano attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti fornendo, così, una ricostruzione molto attendibile di una parte del prezioso archivio. Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico.”. Medici, a p. 71, nella nota (81) postillava: “(81) Cfr. Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Quaderni dell’Associazione “L. Pica”, Laveglia Editore, 2004, pag. 134.”.  Medici, a p. 71, nella nota (82) postillava: “(82) Houben H., Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. ‘4.1 Le origini’, a p. 135 così si esprimeva: “Nel 1985 Houbet Houben, dopo aver individuato l’archetipo da cui questi eruditi hanno attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti, ha fornito un edizione, con confronti incrociati, di tutti i registri tramandati consentendo, in questo modo, di risalire ai contenuti degli atti originali (66). Proprio quest’edizione permette di seguire il processo costitutivo del patrimonio della S.ma Trinità di Venosa, fornendo indicazioni puntuali sulle dipendenze e sulla cronologia della loro annessione al monastero.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (66) postillava: “(66) H. Houben, Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”.

Nel XII secolo, Ruggero Borsa ed i Benedettini di Cava nelle nostre terre

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare  sempre più vaste terre alla chiesa salernitana (29) tantochè il primo agosto del 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli poi, a Salerno, e nella riunione plenaria di vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure nel 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30). Tutto ciò era stato determinato dalla nuova politica del “sacro salernitano Palatio”, la politica di concessioni e privilegi alla chiesa di Salerno (arcivescovo Alfano) e all’Abbazia di Cava (S. Leone), oltre l’importante di Castellabate di Pietro da Salerno. Politica suggerita a Gisulfo dal monaco Ildebrando di Soana, salito poi al soglio pontificio nel 1073 (Gregorio VII). Oltre ad assottigliare sempre più il numero delle terre occupabili dai Normanni, i quali reagivano come si è visto, si sarebbe posto un valido freno all’ulteriore espansione del monachesimo italo-greco, specialmente nel Cilento. Im onaci infatti costretti a subire incursioni e vessazioni, nonchè il passaggio delle loro terre ai Normanni, finirono per lasciare le antiche sedi, aiutati in questo anche dalla loro naturale tendenza irrequieta, o a chiedere protezione all’abate Pietro di Cava, assai venerato da Ruggero Borsa. Tuttavia questa decrescente loro presenza nel Cilento in età normanna non implica che il monachesimo greco si sia limitato, nel luogo, alla sola fase ascetica come si è sempre affermato. Affiorano sempre nuovi e più convincenti indizi di un’attiva loro diffusione per alcune forre e boschi della regione intorno all’anno Mille, come si è visto. Del resto, se questi cenobi non fossero stati ancora numerosi e il ricordo della pietà e laboriosità attiva di quei monaci non fosse stata largamente diffusa nella regione, non si spiegherebbe l’arivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini (31). A queste seguivano altre donazioni, quando Pietro, lasciato Perdifumo (a. 1073), assunse la direzione dell’Abbazia cavense (32); ancor più dopo il 1079, dopo la morte di S. Leone. La grande figura dell’abate Pietro induceva anche privati a donare beni all’abbazia: sull’esempio degli antichi principi e dei nuovi dominatori, le cui corti baronali, come quella dei de Màgnia di Novi, erano frequentate dai più intelligenti e accorti monaci cavensi. Dopo aver potenziato l’antico monastero di Perdifumo (diversi gli atti ivi stilati), l’abate Pietro potè iniziare la sua lungimirante azione tesa allo sgretolamento dell’eparchia monastica italo-greca del Cilento, ridimensionando il prestigio del noto  e fiorente cenobio di S. Maria di Pattano. Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino. Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25. Le terre ricevute consentirono a Pietro di porre le premesse per il potenziamento di Castellabate (S. Costabile, Amm. Cav., anno 1123) il cui munito castello (35) divenne poi sede del faudo ecclesiastico del Cilento comprendente 43 (Venieri) o 42 (Ventimiglia) casali, di cui alcuni poi aggregati alla Baronia del Cilento. L’intera regione dell’attuale Cilento venne ripartita (p. 92) in tre grosse Baronie: oltre quella dell’abbazia Cavense, quella dei Sanseverino (44 casali) meglio nota come “baronia del Cilento”, con sede a Rocca Cilento, e la baronia (37 casali) dei de Màgnia di Novi, comprendente le “Terre di Novi (13 casali), Cuccaro (9 casali), Magliano (4 casali) e il caposaldo di Monteforte. Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120). Ruggero, “convocatis (…) principibus, comitatibus, baronibus” (37) a Salerno, riuscì a farsi nominare da quell’assemblea duca di Puglia (venne unto dal vescovo Alfano di Capaccio) e a far decretare per lui la “regiam dignitatem” confermatigli dall’antipapa Anacleto II, per cui il titolo di re di Sicilia e l’incoronazione a Palermo. Dopo alterne vicende Ruggero, avendo infine trionfatosi suoi nemici, potè riunire Mezzogiorno e Sicilia in un solo regno, per cui quella tradizione unitaria del regno meridionale conservatisi fino all’assorbimento nel più grande regno d’Italia (a. 1861).”. Pietro Ebner (…), a p. 89, nella sua nota (29), postilava che: “(29) La notizia è nel ‘De regno Italiae’ di C. Sigonio (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmun Tancredi ilium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae redditit”.”. Per le terre occupate, Schipa, ‘Storia’, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la loro entità in rapporto alle altre. Delle terre a Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanus”, e I 445 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 ecc…ecc..”. Nella stessa nota Ebner, continua l’elenco degli atti di donazione che riguardano la chiesa di Laurito e poi scrive ancora che: “Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona di Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa Salernitana, di cui vedi il diploma in Balducci, cit., I, p. 10. Per i Concili, vedi G. Crisci e A. Campagna, ‘Salerno sacra’, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Pietro Ebner (…), a p. 90, nella sua nota (30), postilava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa dai precedenti pontefici. Vedi L. E. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941, p. 33 sgg.”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (31), postilava che: “(31) L’ostilità dei monaci bizantini per il clero latino continuava (vedi, ante 1050, il violento attacco del metropolita di Reggio contro la Chiesa e papato: Gianelli, “Atti VIII Congr. intern. Studi Bizantini, Roma, 1953, pp. 93 sgg.) ancora agli inizi del XIV secolo. Pur riconoscendo formalmente l’autorità di Roma molti monaci si sentivano ancora legati a Costantinopoli.”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (32), postilava che: “(32) Nell’Archivio di Cava sono ben 179 donazioni del periodo 1079-1122 e 400 tra il 1124 e il 1141, che naturalmente non riguardano solo terre del Cilento.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (334), postilava che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (35), postilava che: “(35) Nel castello era un vicario (in genere un monaco cavense) che aveva alle sue dipendenze un castellano, il quale comandava gli armigeri, spesso frati, v. Mazziotti cit., p. 53 sg.”. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postilava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ruggero Borsa, investito del ducato a Melfi da Urbano II (a. 1089), era assai devoto e fu largo di donazioni ai monasteri, in specie a quello di Cava, come si è visto.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (37), postilava che: “(37) Telesino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis, III, 2.”.

Houbert Houben ed i fondi scoperti nell’Abbazia della SS. Trinità di Venosa ed il Libro dei Privilegi

Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: “Un recente lavoro di Rosanna Alaggio (81) apre un ulteriore spiraglio sugli avvenimenti. Nel delineare la storia della SS. Trinità di Venosa, si serve di una singolare pubblicazione di Houbert Houben (82): nell’intento di ricostruire l’archivio dell’abbazia, purtroppo perduto, l’autore ha raccolto le varie trascrizioni degli antichi documenti che alcuni eruditi del Seicento interessati, peraltro, a ricostruire la storia delle antiche famiglie nobili del Regno di Napoli, avevano effettuato da una fonte intermedia, il ‘Libro dei Privilegi’, un registro che raccoglieva donazioni, concessioni e privilegi goduti dall’ente monastico. Dopo accurate verifiche e confronti incrociati con tutti i regesti tramandati, Houben è risalito all’archetipo da cui gli eruditi avevano attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti fornendo, così, una ricostruzione molto attendibile di una parte del prezioso archivio. Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico.”. Medici, a p. 71, nella nota (81) postillava: “(81) Cfr. Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Quaderni dell’Associazione “L. Pica”, Laveglia Editore, 2004, pag. 134.”.  Medici, a p. 71, nella nota (82) postillava: “(82) Houben H., Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”.

Dal 1077, l’opera di  latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano e le Abbazie di Cava e di Venosa

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (21) postillava: “P. Guillaume, L’Abaye de Cava, cit, pp. LXXX-LXXXIX. Per San Pietro di Polla si veda il lavoro di G. Vitolo, San Pietro di Polla nei secoli XI-XV, Salerno, 1980.”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (22) postillava: “(229 Si veda in proposito V. von Falkenhausen, I momasteri greci dell’Italia meridionale e della Sicilia dopo l’avvento dei Normanni: continuità e mutamenti, in “Il passaggio dal dominio bizantino allo Stato normanno nell’Italia meridionale’, Atti del II Convegno internazionale di Studi (Taranto-Mottola, 31 ottobre-4 novembre 1973) a cura di C.D. Fonzeca, Taranto, 1977, pp. 197-219, cit., a p. 207.”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. L’Alaggio, a p. 85, in proposito ai Benedettini scriveva pure che: “Il ruolo svolto in ambito sociale dall’elemento religioso venne usato come fattore di gestione e di controllo territoriale, e la successiva annessione di Santa Maria di Pertosa al patrimonio della Trinità di Cava dei Tirreni deve essere interpretata solo come esito di una strategia di legittimazione e di accentramento messa in atto attraverso la sottomissione delle piccole realtà monastiche all’egida dei potenti cenobi benedettini già largamente presenti nella regione (26). Fu quindi prima il bisogno di garantire le posizioni di potere della nuova classe dominante a favorire l’incremento della presenza benedettina, cui venne assegnato un ruolo di mediazione tra i nuovi signori e il sostrato sociale, evidentemente ancora fortemente legato alle dinastie della preesistente aristocrazia fondiaria longobarda. Dalla fine dell’XI sec. di assiste, infatti, alla nascita di nuovi insediamenti e allo sviluppo di quelli già esistenti, in un quadro generale di sviluppo economico di cui si fanno promotrici proprio quelle fondazioni benedettine dipendenti dalla Trinità di Venosa e dalla Badia di Cava.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello i Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “Mentre Cilento, perduto ormai il suo ruolo di fortezza primaria, a partire dal 1166 era divenuto sede di un governatore dipendente dall’abate di Cava, il quale a sua volta dopo alcuni anni anch’egli spostò la sua residenza a Rocca. A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 70, in proposito scriveva che: “Per meglio orientarci in questa vicenda, è utile ricostruire il contesto nel quale l’evento riferito all’Eterni si dispone e far riferimento alla situazione politica in cui si trovava il Vallo di Diano nel XII secolo. Nel Principato di Salerno si era appena concluso il travagliato processo che aveva visto i Normanni sostituirsi ai Bizantini e Longobardi, ricorrendo di volta in volta alle armi, alla diplomazia ed ad una accorta politica di matrimoni e di alleanze. In tale ottica un ruolo rilevante fu affidato proprio ai benedettini, i cui insediamenti furono appoggiati e promossi dai principi normanni, secondo una prassi già felicemente avviata dai principi longobardi: era un espediente che, estromettendo gradualmente le comunità monastiche italo-greche, in pratica gettava un colpo di spugna sulla precedente sovranità bizantina e legittimava il nuovo potere. Vanno ricordati, in proposito, gli ottimi rapporti che i principi salernitani Roberto il Guiscardo e la moglie Sighelgaita avevano con le abbazie di Montecassino, Cava e Venosa (80). Le direttive politiche della capitale venivano seguite anche in periferia e, quindi, nel Vallo di Diano, dove si affermavano le nuove dominazioni di feudatari normanni.”. Medici, a p. 71, nella nota (80) postillava: “(80) Sighelgaita era legata all’abbazia di Cava per motivi di spiritualità e di parentela con l’abate fondatore Alferio; era altresì partecipe del clima religioso di Montecassino, per via dell’abate Desiderio suo cugino e padre spirituale, tanto che proprio a Montecassino volle essere sepolta. Il marito Roberto, invece, fu autorevole fondatore dell’abbazia di Venosa, dove riposa con tutti i componenti della sua famiglia d’origine.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico. Apre, infatti, nuovi scenari la notizia che il primo conte di Marsico, Rainaldo Malcovenienza, allineandosi anche lui alla politica dei principi salernitani, nel 1077 dona all’abbate di Venosa alcune fondazioni monastiche nel territorio di Sala, comprensive dei loro casali, e tra di esse figurano anche le chiese di S. Maria e S. Giovanni “fontium”.”. Medici, a p. 71, nella nota (83) postillava: “(83) Cfr. Houben H., op. cit., pag. 259, reg. 25 (Io Rainaldo Malconvenienza, conte di Marsico per grazia di Dio, dono la chiesa di Santa Maria e S. Giovanni delle fonti alla Santa Trinità di Venosa e ad Azzone, priore di detto monastero. Testimone Osmundo di Missanello).”.

Dal 1077, l’opera di  latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano e le Abbazie di Cava e di Venosa

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (21) postillava: “P. Guillaume, L’Abaye de Cava, cit, pp. LXXX-LXXXIX. Per San Pietro di Polla si veda il lavoro di G. Vitolo, San Pietro di Polla nei secoli XI-XV, Salerno, 1980.”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (22) postillava: “(229 Si veda in proposito V. von Falkenhausen, I momasteri greci dell’Italia meridionale e della Sicilia dopo l’avvento dei Normanni: continuità e mutamenti, in “Il passaggio dal dominio bizantino allo Stato normanno nell’Italia meridionale’, Atti del II Convegno internazionale di Studi (Taranto-Mottola, 31 ottobre-4 novembre 1973) a cura di C.D. Fonzeca, Taranto, 1977, pp. 197-219, cit., a p. 207.”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. L’Alaggio, a p. 85, in proposito ai Benedettini scriveva pure che: “Il ruolo svolto in ambito sociale dall’elemento religioso venne usato come fattore di gestione e di controllo territoriale, e la successiva annessione di Santa Maria di Pertosa al patrimonio della Trinità di Cava dei Tirreni deve essere interpretata solo come esito di una strategia di legittimazione e di accentramento messa in atto attraverso la sottomissione delle piccole realtà monastiche all’egida dei potenti cenobi benedettini già largamente presenti nella regione (26). Fu quindi prima il bisogno di garantire le posizioni di potere della nuova classe dominante a favorire l’incremento della presenza benedettina, cui venne assegnato un ruolo di mediazione tra i nuovi signori e il sostrato sociale, evidentemente ancora fortemente legato alle dinastie della preesistente aristocrazia fondiaria longobarda. Dalla fine dell’XI sec. di assiste, infatti, alla nascita di nuovi insediamenti e allo sviluppo di quelli già esistenti, in un quadro generale di sviluppo economico di cui si fanno promotrici proprio quelle fondazioni benedettine dipendenti dalla Trinità di Venosa e dalla Badia di Cava.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello di Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “Mentre Cilento, perduto ormai il suo ruolo di fortezza primaria, a partire dal 1166 era divenuto sede di un governatore dipendente dall’abate di Cava, il quale a sua volta dopo alcuni anni anch’egli spostò la sua residenza a Rocca. A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 70, in proposito scriveva che: “Per meglio orientarci in questa vicenda, è utile ricostruire il contesto nel quale l’evento riferito all’Eterni si dispone e far rriferimento alla situazione politica in cui si trovava il Vallo di Diano nel XII secolo. Nel Principato di Salerno si era appena concluso il travagliato processo che aveva visto i Normanni sostituirsi ai Bizantini e Longobardi, ricorrendo di volta in volta alle armi, alla diplomazia ed ad una accorta politica di matrimoni e di alleanze. In tale ottica un ruolo rilevante fu affidato proprio ai benedettini, i cui insediamenti furono appoggiati e promossi dai principi normanni, secondo una prassi già felicemente avviata dai principi longobardi: era un espediente che, estromettendo gradualmente le comunità monastiche italo-greche, in pratica gettava un colpo di spugna sulla precedente sovranità bizantina e legittimava il nuovo potere. Vanno ricordati, in proposito, gli ottimi rapporti che i principi salernitani Roberto il Guiscardo e la moglie Sighelgaita avevano con le abbazie di Montecassino, Cava e Venosa (80). Le direttive politiche della capitale venivano seguite anche in periferia e, quindi, nel Vallo di Diano, dove si affermavano le nuove dominazioni di feudatari normanni.”. Medici, a p. 71, nella nota (80) postillava: “(80) Sighelgaita era legata all’abbazia di Cava per motivi di spiritualità e di parentela con l’abate fondatore Alferio; era altresì partecipe del clima religioso di Montecassino, per via dell’abate Desiderio suo cugino e padre spirituale, tanto che proprio a Montecassino volle essere sepolta. Il marito Roberto, invece, fu autorevole fondatore dell’abbazia di Venosa, dove riposa con tutti i componenti della sua famiglia d’origine.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico. Apre, infatti, nuovi scenari la notizia che il primo conte di Marsico, Rainaldo Malcovenienza, allineandosi anche lui alla politica dei principi salernitani, nel 1077 dona all’abbate di Venosa alcune fondazioni monastiche nel territorio di Sala, comprensive dei loro casali, e tra di esse figurano anche le chiese di S. Maria e S. Giovanni “fontium”.”. Medici, a p. 71, nella nota (83) postillava: “(83) Cfr. Houben H., op. cit., pag. 259, reg. 25 (Io Rainaldo Malconvenienza, conte di Marsico per grazia di Dio, dono la chiesa di Santa Maria e S. Giovanni delle fonti alla Santa Trinità di Venosa e ad Azzone, priore di detto monastero. Testimone Osmundo di Missanello).”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le nuove acquisizioni offerte da Rosanna Alaggio, pertanto, permettono di delineare con maggiore evidenza rispetto al passato il ruolo ricoperto nel Vallo dai benedettini, i quali, in pratica, si dividevano tra i centri di Cava e Venosa, vale a dire i due poli meridionali nei quali si era irradiato il monachesimo di Montecassino. Il Vallo, infatti, nella sua parte settentrionale, con i monasteri di S. Pietro di Polla, di Sant’Arsenio, Caggiano gravitava nell’orbita dell’abbazia di Cava, mentre a Sud, con le dipendenze di Sala, fra cui S. Giovanni in Fonte e S. Nicola di Goffredo (90), e con il convento di Cadossa a Montesano, era legato all’abbazia di Venosa. Ricordiamo per inciso che tale abbazia era stata fondata da Roberto il Guiscardo in segno di ringraziamento dopo la vittoria sui Bizantini, che gli aveva consentito di completare il possesso del Sud, peraltro sancito da papa Niccolò II nel Concilio di Melfi, appositamente indetto nel 1059. Con tali presupposti l’abbazia venusina raggiunse in breve tempo il culmine del suo prestigio, assurgendo anche a mausoleo dei normanni e gestendo spiritualmente ed economicamente un vastissimo territorio. Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse la sua autonomia e, nel 1194, etc…”.

Nel ……, la Contea di Marsico e Rainaldo Malconvenienza

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a pp. 92-93 così si esprimeva: “3.3. La contea di Marsico. L’atteggiamento di ‘Rainaldus Malaconvenientia’ nei confronti dei patentati locali longobardi non dovette differire dai comportamenti tenuti da Guglielmo di Principato o da Asclettino di Sicignano. Il ceppo dinastico dei ‘Malconvenientia’ è da identificare, secondo quanto sosteneva il Ménager, con lo stesso cui apparteneva un ‘Radulfus Malconvenant’ che nel 1084 figura in qualità di teste in un diploma emesso da Roger d’Aubigny a favore della Trinità di Sainte-Opportune (52). La presenza di questa famiglia normanna nell’Italia meridionale è documentata a partire proprio dalla fine dell’XI sec. Uno ‘Stephanus Malaconventio’ è menzionato in un diploma di Ruggero I, un ‘Robertus Malus Conventus’ è tra i fondatori di Santa Maria in Valle di Giosafat a Messina, mentre ‘Robertus Maleconventio’ sottoscrive un diploma reale del 1157 (53). Altri membri della stessa famiglia compaiono nelle carte di S. Maria Nuova di Monreale: etc…Ad un ramo peninsulare della stessa famiglia sembrano invece appartenere i personaggi che compaiono nella documentazione superstite dalla S.ma Trinità di Venosa. Risale al 1075 la prima attestazione dell’esistenza di ‘Raynaldus Malaconvenientia’, menzionato in un elenco di ‘testes’ insieme al figlio Roberto e ad altri personaggi: un ‘Goffredus filius Aidardi’ e un ‘Robertus Grammaticus filius Ursi’ (55). Questo stesso personaggio fu identificato dal Ménager ……………”.

Nel 1077, i conti di Marsico e le donazioni alla SS. Trinità di Venosa

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 4.3 ‘Le origini’, a p. 135 così si esprimeva: Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico, riguardanti proprio quelle stesse fondazioni ecclesiastiche del Vallo di Diano che risultavano, ancora nel XVIII sec., dipendenti dal Priorato gerosolimitano di Venosa. Nel 1075 Rainaldus Malaconvenientia, insieme alla moglie Adelaide, donò alla SS. Trinità di Venosa “Sanctum Nicolaum dictum de Sala” (67). Due anni più tardi lo stesso personaggio attribuendosi il titolo di “comes Marsici” donò alllo stesso monastero “ecclesiam Sanctae Mariae et Sancti Iohannis de Fontibus, nec non ecclesias Sancti Nicolai de Sala et ecclesiam Sanctae Mariae de Oliva”(68). Nel 1091 le donazioni di queste stesse ecclesie e quelle di altre fondazioni, poste nello stesso territorio, sarebbero state confermate al monastero venosino dal vescovo di Capaccio Maraldus il quale avrebbe riconosciuto la piena autorità dell’abate Berengario sulle chiese “Sanctae Mariae, Sancti Iohannis, Sancti Petri Fontium, Sancti Nicolai, Sancte Agathe, Sancti Marie de Olea”, tutte “positas in castro Sale”, insieme alla chiesa di San Felice, posta invece presso l’abitato di Montesano (69). Quasi un secolo più tardi, quando la contea di Marsico sarà stata assegnata da Ruggeo Ii a Silvestro di Ragusa, il figlio di questi, Guglielmo, avrebbe ulteriormente confermato le donazioni di ‘Rainaldus Malaconvenientia alla Trinità di Venosa (70). La presenza dunque prima dei benedettini cassinesi poi dei Cavalieri di San Giovanni in Fonte, a Cadossa come a Santa Maria dell’Oliva, o a San Giovanni in Fonte e nel Casale di San Nicola di Goffredo, presso Sala, si deve interpretare come diretta conseguenza dello stretto legame esistente tra queste fondazioni del Vallo e la SS. Trinità di Venosa, legame che risale alla fine dell’XI sec., quando il primo conte normanno di Marsico sottomise all’abate di Venosa queste ecclesie, insieme alle loro dipendenze, i loro patrimoni e, almeno nel caso di S. Nicola di Goffredo, presso Sala, i loro casali.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (67) postillava: “(67) Cfr. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Monchtum im normannisch-staufischen Suditalien, Tubigen, 1995, Ibidem, pp. 256-257, reg. 22.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (68) postillava: “(68) Ibidem, pp. 259-260, reg. 25”. La Alaggio, a p. 136, nella nota (69) postillava: “(69) Ibidem, pp. 294-295, reg. 61″. La Alaggio, a p. 136, nella nota (70) postillava: “(70) Ibidem, pp. 377-378, reg. 147: “Fu il suddetto conte imitatore della paterna pietà e divozione verso il luoghi abitati dai padri di San Benedetto. Laonde nell’anno 1177 donò ad Egidio, abate del monistero della Trinità di Venosa etc…”.

Nel 1089, il monastero benedettino di S. Maria di Cadossa verso Montesano sulla Marcellana

Da Wikipedia leggiamo che L’Abbazia di Santa Maria di Cadossa è un complesso monastico benedettino situato a Montesano sulla Marcellana di origine medievale. Venne definitivamente soppressa nel 1866. Fu il luogo dove San Cono da Teggiano trascorse la sua vita come monaco. Secondo alcune fonti l’abbazia nel 1086 divenne un possedimento della Badia di Cava de’ Tirreni, ma recenti studi affermano che il monastero non fu donato all’abate cavense Pietro Pappacarbone. Nei primi anni essa era soggetta all’autorità della Badia di Venosa. Al territorio dell’abbazia appartenevano il Casale di Cadossa, i cui abitanti erano soggetti alla diretta autorità dell’abate e Casalnuovo (Casalbuono), dove l’abate esercitava il proprio potere sui vassalli locali. Nel 1272 il monastero subì l’occupazione di Onorato Fornerio, signore locale, che ne rivendicò i territori, e i monaci si affidarono a Carlo I d’Angiò che ripristinò la proprietà. Fu attorno alla fine del XII secolo che l’abate Costa accolse nel monastero Cono da Diano, che si avviava al noviziato: secondo la tradizione San Cono si rifugiò nel forno del monastero, per nascondersi dai propri genitori che volevano riportarlo a casa, ma nonostante il fuoco acceso, rimase illeso. Il 27 settembre 1261, alla morte, il corpo venne traslato dall’abbazia alla città natale con un carro trainato da buoi. Costruito tra il X e l’XI secolo, il complesso nel 1086 divenne un possedimento della Badia benedettina di Cava de’ Tirreni. Agli inizi del ‘200 vi dimorò il mistico Cono, originario di Diano (oggi Teggiano), trovandovi la morte in giovane età. Col passare del tempo, nel 1594 divenne un possedimento della Certosa di San Lorenzo a Padula. Dal 1294 al 1306 l’abbazia passò sotto il controllo dell’Ordine dei cavalieri di Malta. Alla struttura venne annesso anche un ospedale che rimase distrutto in un terremoto del 1688. Attorno al 1436 il monastero venne convertito a commenda, restando sotto il controllo di abati commendatari, che non vi risiedevano. L’ultimo commendatario fu Giovanni di Gesualdo, nobile napoletano, che accolse la proposta di cessione del priore della Certosa di San Lorenzo, nella vicina Padula, che ne ottenne il controllo con la bolla papale di Leone X del 17 novembre 1514: il monastero fu definitivamente convertito in grancia, nel 1519. I certosini fecero rinnovare l’edificio, in grande degrado, facendo costruire una nuova chiesa nel 1578, e adibendo quella vecchia ad alloggio. Vittorio Bracco, nel suo, Polla – Linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976.  Vittorio Bracco, nel suo ‘Polla – Linee di una storia’, a p. 77, parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in proposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa’, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, nel Cap. 4, a pp. 105 e ssg., in proposito scriveva che:  “L’edificio dell’Abbazia di Santa Maria di Cadossa occupa un’area afferente all’attuale divisione amministrativa del Comune di Montesano sulla Marcellana; posto a circa 3 Km. a S. E del centro abitato, ad un’altezza di 707 m slm., il monastero sorge su un pianoro dominante la circostante fascia pedemontana, compresa tra il torrente ‘porcile’ ed il torrente ‘Brignacolo’ e degradante da E a O verso il Calore-Tanagro: etc…”. La Alaggio, a p. 108, in proposito scriveva pure: “A confermare, inoltre, l’importanza assegnata a questa parte del Vallo di Diano come snodo viario, è la notizia dell’esistenza, agli inizi del XIV sec., di una contrada denominata ‘Trivii Tumussii’, ubicata proprio in corrispondenza delle pendici meridionali di Padula (6). Il sito dell’Abbazia di Santa Maria si trova in una posizione premiente rispetto a questi itinerari ed era a sua volta capolinea di un antico percorso che, seguendo parallelamente l’arteria dell’Annia-Popilia, conduceva da Cadossa a Casalbuono; si tratta di quella “via publica qua itur Cadossam ad Casalenovum” ricordata in una platea dello stesso monastero nell’anno 1372 (7). Due corsi d’acqua circondano l’edificio del monastero: il primo, che lambisce il prospetto d’accesso, alimentava il mulino dell’Abbazia e confluiva quindi nel torrente ‘Porcile’; il secondo, alimentato come il primo dalle sorgenti del Tomariello, ad Est di Cadossa, etc…La struttura che attualmente identifica il monastero cadossano non è che il risultato delle profonde modifiche subite dall’impianto originario, a partire dalla seconda metà del XVI sec., quando l’Abbazia benedettina divenne una dipendenza della Certosa di Padula.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 128, in proposito cosi scriveva: “Quando agli inizi del secolo scorso un sacerdote del Vallo, Antonio Saco, decise di ricostruire le vicende della Certosa di Padula considerò opportuno dedicare parte del suo lavoro anche alla storia di alcune delle sue dipendenze più importanti. Tra queste particolare attenzione ritenne dovesse meritare proprio l’Abbazia di Cadossa, diventata grancia certosina nel 1519 (47). Molti dei documenti esaminati per questa fondazione vennero trascritti dallo studioso al termine di ogni sezione della sua opera, una scelta che ha consentito la conservazione dei contenuti di molti documenti trascritti nei Registri Angioini, andati distrutti, come è noto, durante la seconda guerra mondiale. Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla SS. Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, restando, fino all’inclusione nel patrimonio della Certosa, sotto la reggenza benedettina (49).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (47) postillava: “(47) A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, lib. VI, pp. 81 ss. e 131 ss. Il libro VI è quasi per intero dedicato all’abbazia di Cadossa, compresa parte dell’appendice documentaria posta al suo termine. In realtà il cenobio cadossano fu ceduto alla Certosa di Padula in due momenti distinti: etc…”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini’ nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a p. 128, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, ecc..”. La Alaggio, a p. 129, nella nota (49) postillava: “(49) “Non pare che Santa Maria sia stato il primo nome della badia di Cadossa, la quale nella sua prima origine si connette con la famosa badia di Cava dei Tirreni” (A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., vol. II, p. 82). In un momento imprecisato della sua storia San Simeone avrebbe cambiato intitolazione, ma l’A. non è in grado di stabilire né “come o quando ciò sia avvenuto”; egli si affida solamente “all’autorità del Giustiniani” il quale aveva appunto identificato San Simeone con Santa Maria senza disporre, per altro, di alcun riferimento documentario certo.”. La Alaggio, a p. 130, nella nota (53) postillava: “(53) I motivi per cui un’ecclesia cambia intitolazione possono essere molteplici e, in assenza di dati, altrettanto numerose risulterebbero le ipotesi da formulare. Ma se San Simeone e Santa Maria di Cadossa fossero identificabili nella stessa fondazione, dovremmo trovare nell’Archivio cavense qualche traccia del nuovo titulus’ assunto da San Simeone. Mentre la dipendenza di San Simeone di Montesano dalla S.ma Trinità di Cava è registrata anche dal Guillaume, il quale ne fa risalire l’origine proprio alla donazione di Ugo d’Avena (P. Guillaume, L’Abbaye de Cava etc.., Cava dei Tirreni 1877, Appendice, p. LXXXVIII), per Santa Maria di Cadossa non è dato trovare il benché minimo riferimento ad una sua eventuale sottomissione alla Badia di Cava. In tutta la documentazione dell’Archio cavense non compare mai menzionata Santa Maria di Cadossa (si vedano AC, Index Cronologicus Diplomatum Exratus, arca XIV, 205; Dictionarium Archivi Cavensis, arca XIV, 218; ed anche ‘Inventarium Topograficum’, arca, XIV, 201). Gli unici documenti riguardanti Santa Maria di Cadossa pervennero in questa sede insieme alle carte della Certosa di Padula in seguito alla soppressione del 1807”. La Alaggio, a p. 131, in proposito aggiungeva: “L’assenza di ogni riferimento all’Abbazia di Cadossa nella produzione documentaria della S.ma Trinità non costituisce un fatto casuale. ues’evidenza contribuisce piuttosto a demolire la base su cui poggia tutta la ricostruzione del Sacco, ovvero la convinzione che Simeone e Santa Maria di Cadossa fossero identificabili in un’unica realtà. Ad un esame più approfondito delle fonti risulta evidente, invece, una netta distinzione tra le due fondazioni. Una platea di San Michele Arcangelo di Padula, redatta nel 1604, rimanda all’esistenza di una “contrada de Sancto Simeone” nel territorio di Montesano, e ancora di una via che “va da Sancto Simeone”, testimoniando come ancora nel XVII sec. esistesse un’ecclesia recante quest’intitolazione. Per risalire alle origini del cenobio cadossano ogni riferimento alla donazione di Ugo d’Avena si rivela inattendibile, i dati forniti dalla documentazione superstite, nononstante la loro sporadicità, sono sufficienti a delineare, in primo luogo, ina presenza, costante nel tempo, dei monaci benedettini, e, almeno per un breve arco cronologico compreso tra il XIII e XIV sec., la dipendenza dello stesso monastero dal Priorato gerosolimitano della S.ma Trinità di Venosa (55).”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 4.3 ‘Le origini’, a p. 137 così si esprimeva: “E’ verosimile che anche Cadossa fosse stata donata alla Trinità di Venosa tra la fine dell’XI sec. e la prima metà del secolo successivo. L’assenza di un riferimento esplicito al monastero cadossano nei manoscritti eruditi seicenteschi può avere un’importanza relativa considerata la frammentarietà del materiale raccolto e la frequente imprecisione con cui vennero riportati i contenuti delle carte consultate. Cadossa poteva essere tra quelle “alias ecclesias in terra Marsici” donate nel 1077 dal conte ‘Rainaldus Malaconvenientia’ (72); oppure potrebbe essere identificata con l’ecclesia Sancta Marie donata dallo stesso personaggio insieme a San Giovanni in Fonte nello stesso anno (73); o ancora la “Sancta Maria delle Fontane edificata nella valle di Diano” e confermata nel 1177 alla Trinità di Venosa dal conte Guglielmo di Marsico (74). Quello che risulta importante sottolineare sono le forti analogie tra le vicende storiche di questa fondazione e quelle delle altre dipendenze della Trinità di Venosa nel Vallo di Diano, analogie che non lasciano dubbi sull’originaria appartenenza della fondazione cadossana al patrimonio del cenobio venosino.”. A questo proposito vorrei però aggiungere ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, che, nel vol. I, a p. 421 parlando dei “Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, in proposito scriveva che: “8….All’abate Simeone concesse privilegi anche il duca Guglielmo, cui successe Ruggero II, poi incoronato re a Palermo nel giorno di Natale del 1130. Il re volle premiare l’attaccamento della Badia alla sua famiglia con altre concessioni. Va ricordato che fu appunto l’abate Simeone a proporre alla badia della SS. Trinità di Venosa, dipendente dalla Badia cavense, il monaco Ugo (“il Venosino”) che doveva poi scrivere le Vite dei primi quattro santi abati cavensi. All’abate Simeone successe il monaco Falcone (1141-1146) etc..”. Queste parole disconoscono in parte ciò che scriveva la Alaggio, in quanto come scrive l’Ebner, l’Abbazia della S.ma Trinità di Venosa era si abbazia benedettina e da cui dipendeva l’Abbazia di Santa Maria di Cadossa ma a sua volta, entrambe, all’epoca dell’abate di Cava “Venusino”, esse, entrambe erano dipendenti da Cava. Da Wikipedia leggiamo che Leone da Lucca (Lucca, … – Cava de’ Tirreni, 12 luglio 1079) è ricordato come 2º abate della Badia di Cava ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Nei primi anni del suo governo abbaziale, Leone, originario di Lucca, ebbe vita difficile. Sant’Alferio Pappacarbone, in forza dei privilegi che gli erano stati conferiti dai principi longobardi di Salerno, lo designò suo successore, in contrasto con la tradizione che considerava i beni dei monasteri come proprietà della famiglia del fondatore. Poco dopo la morte di sant’Alferio, un quidam, turbine secularium fultus, probabilmente appartenente proprio alla famiglia Pappacarbone, irruppe nel monastero e scacciò l’abate Leone, ma poi si allontanò restituendo la carica che aveva usurpato. Tale episodio spiegherebbe l’iniziale diffidenza che l’abate Leone ebbe verso Pietro Pappacarbone, nipote di Alferio, quando questi bussò al monastero cavense per indossare il saio benedettino. Sempre a proposito delle origini benedettine di San Simeone e del monastero di Cadossa, Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli aggiunge pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di “Cadossa”, vol. I, a p. 564, in proposito scriveva che: “CADOSSA. Cadoxa, castri Cadose, Cadossa. Università autonoma fino alla scomparsa del villaggio sito tra Montesano e Casalbuono. Il Sacco (1) afferma che la locale badia era coeva a quella di S. Maria di Pisticci. Nel novembr del 1086 (2) Ugo di Avena, la moglie Emma e il figlio Ugo donarono all’abate cavense Pietro tre monasteri: S. Giovanni di lorita, S. Simeone di Montesano e S. Nicola di Padula. Non si sa quando il monastero di S. Simeone prese il nuovo titolo di S. Maria di Cadossa (3). I documenti che riguardano l’abitato, il monastero di Cadossa e il suo feudo di Casalnuovo sono del XIII e XIV secolo. Ebner, a p. 564, nella nota (2) postillava: “(2) Guillaume, cit., pp. 70-72.”. Ebner, a p. 564, nella nota (3) postillava: “(3) Giustiniani, cit., VI, Napoli, 1797, p. 125.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di “Cadossa”, vol. I, a p. 567 , in proposito scriveva che: “La badia era sita al sud di Montesano. Essa possedeva nella chiesa calici d’argento e paramenti. “Innanzi alle porte della badia passa un fiume d’acqua corrente. Le fabbriche son tutte circondate da mura e da pomerio”. Ancora nel ‘600 possedeva un mulino. Il villaggio “propre ipsum monasterium” aveva 100 vassalli. Dell’antico villaggio erano scomparse anche le rovine tra il XIV e il XVI secolo. La badia era posta nel comprensorio della “Sigotta” (ora Siotta). Da un inventario del 1372 si apprende delle vaste proprietà possedute dalla badia (22). Oltre la chiesa della badia, vi erano a Cadossa le chiese del Salvatore, di . Matteo, S. Biagio, S. Nicola della Valle, S. Michele e S. Venere, già in rovina quando Cadossa passò alla Certosa. Anche del monastero non vi è più traccia. (p. 568). Va ricordato che Cadossa era ‘sedis nullius’, l’abate aveva diritto all’uso dei pontificali con mitra e pastorale e giurisdizione spirituale su Cadossa e Casalnuvo, feudo dipendente. Il priore di S. Lorenzo poteva nominare suoi rappresentanti a Cadossa (in genere etc…)”. Ebner, a p. 567, nella nota (22) postillava: “(22) La compilazione dei beni di S. Maria di Cadossa durò 28 mesi per la sostituzione del Commissario (Sacco, p. 93) etc…”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, a p. 127, in proposito cosi scriveva: “In quanto sede Nullius l’Abbazia esercitava inoltre la sua giurisdizione spirituale su tutte le chiese edificate all’interno dei suoi confini patrimoniali e, in funzione della sua preminenza, recepiva parte dei diritti di sepoltura (45), riveva ogni Pasqua dai presbiteri di Casalnuovo etc…”. Barbara Visentin (…), nel suo recentissimo, ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, non dice nulla su questo antico monastero basiliano. Scrive sempre la Visentin (…) a p. 75 che: “Secondo il Sacco il monastero di San Nicola di Padula sarebbe da identificare con il monastero di San Nicola al Turone che, nell’aprile del 1538, diviene una dipendenza della vicina Certosa di San Lorenzo (237), mentre il monastero di San Simeone di Montesano, in un’epoca imprecisata, avrebbe cambiato il proprio titolo in quello di Santa Maria di Cadossa, godendo di vita autonoma fino all’ottobre del 1514, quando risulta ugualmente sottomesso ai monaci di San Lorenzo (238).”. La Visentin (…), si riferiva all’opera di Antonio Sacco (…), al suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’, 4 voll…, Roma, Tipografia dell’Unione, 1914-1430, poi in seguito ristampato con premessa da Vittorio Bracco (….), nel 1982 per l’edizione Boccia. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (237) postillava che: “(237) A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, 1916-30, vol. II, pp. 133,153, 154.”. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (238), riferendosi al Sacco (…) postillava che: “(238) Per i monasteri di S. Nicola ‘de Padule’ e di S. Simeone ‘de castello Montesano’, si veda anche la scheda relativa al monastero di S. Giovanni de Layta.”. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in propsito scriveva che: “Nel novembre del 1086 Ugo ‘de Avena’, accompagnato dalla moglie Emma e dal figlio, offre alla SS. Trinità di Cava, ‘ubi domnus Petrus venerabilis abbas preest’, ben tre monasteri, ‘unum quod dicitur Sancti Iohannis in loco Layta, qui est propre castro mercurio…..; alio vero monasterio Sancti Nicolay, quod dicitur de Padule….alio vero est monasterio Sancti Simeonis in loco pertinentiis de castello Montesano’ (8). Secondo le indicazioni fornite dal Sacco i cenobi donati risulterebbero dislocati in ambiti territoriali piuttosto distanti tra loro, riconoscendo per l’ubicazione delle comunità di S. Nicola e di S. Simeone l’area del ‘Vallum Diani’, all’interno dei quali si collocano i centri attuali di Padula e Montesano sulla Marcellana (9), mentre per il monastero di San Giovanni ‘de Layta apud castrum Mercurii’ (10) le terre tra i comuni di Papasidero, e Santo Janni, contrada a pochi chilometri ad est di Laino Castello. Dopo questa data i complessi monastici di Padula e Montesano non si rintracciano più nella poderosa mole della documentazione cavense, almeno non con la medesima indicazione riportata dalla ‘cartula offertionis’ di Ugo, sembrerebbe così che il possesso della Trinità sulle dipendenze dianensi non si sia mai trasformato in un dominio reale oppure abbia subito un annullamento immediato (1). Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. etc….e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”.

Nel novembre 1089 (secondo l’Houben), due monasteri del Vallo di Diano: di S. Nicola al Turone e San Simeone (poi intitolato Santa Maria di Cadossa), furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava

Barbara Visentin (…), nel suo recentissimo, ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, non dice nulla su questo antico monastero basiliano. Scrive sempre la Visentin (…) a p. 75 che: “Secondo il Sacco il monastero di San Nicola di Padula sarebbe da identificare con il monastero di San Nicola al Turone che, nell’aprile del 1538, diviene una dipendenza della vicina Certosa di San Lorenzo (237), mentre il monastero di San Simeone di Montesano, in un’epoca imprecisata, avrebbe cambiato il proprio titolo in quello di Santa Maria di Cadossa, godendo di vita autonoma fino all’ottobre del 1514, quando risulta ugualmente sottomesso ai monaci di San Lorenzo (238).”. La Visentin (…), si riferiva all’opera di Antonio Sacco (…), al suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’, 4 voll…, Roma, Tipografia dell’Unione, 1914-1430, poi in seguito ristampato con premessa da Vittorio Bracco (….), nel 1982 per l’edizione Boccia. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (237) postillava che: “(237) A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, 1916-30, vol. II, pp. 133,153, 154.”. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (238), riferendosi al Sacco (…) postillava che: “(238) Per i monasteri di S. Nicola ‘de Padule’ e di S. Simeone ‘de castello Montesano’, si veda anche la scheda relativa al monastero di S. Giovanni de Layta.”. La scheda di S. Giovanni de Layta citata dalla Visentin nella sua nota (238) a p. 75, si trova a p. 74 dove parla di “1. San Nicola. ‘Sancti Nicolai, quod dicitur de Padula‘. La Visentin a pp. 74-75, parla dei monasteri di Padula – Montesano sulla Marcelliana ma si occupa del monastero di S. Nicola o “Sancti Nicolai, quod dicitur de Padula”, dove cita l’unico documento superstite che lo menziona, ovvero (dice) la ‘Cartula offertionis’ che, nel novembre del 1086, Ugo de Avena, una cum uxore Emma et filio Ugo’, concedono a Pietro, ‘venerabilis abbas’ della SS. Trinità di Cava (234). La donazione interessa le fasi iniziali della penetrazione cavense nelle terre del Vallo di Diano e riguarda l’offerta di ben tre monasteri, ciascuno accompagnato da ‘omnibus rebus sibi pertinentibus de cultum vel incultum, mobilibus et immoblibus’. Il primo ad essere ricordato è il cenobio di San Giovanni ‘in loco Layta’, nei pressi del ‘castrum Mercurii’, segue il ‘monasterium Sancti Nicolai, quod dicitur de Padule (235) e infine il ‘monasterium Sancti Simeonis’, edificato ‘in loco pertinentiis de castello Montesano‘.”. La Visentin si riferisce ad un privilegio conservato nell’Archivio della Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, che fu citato anche da Biagio Cappelli. Il documento è stato trascritto anche da Carmine Carlone e prima ancora da Pietro Ebner. Citato pure dall’Antonini e dal Gatta. La Visentin (…), riguardo l’antico privilegio citato di Ugo d’Avena a p. 74, nella sua nota (234) postillava che: “(234) AC, C 9.”, ovvero Archivio Cavense, Arca, C 9. Su questa antichissima donazione di Ugo d’Avena, il documento del 1089, citato da Houben (…), è stato citato pure da Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che a p. 106, in proposito scriveva che: Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113).. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Infatti, Leone Mattei-Cerasoli (…), pubblicava questo documento intitolato “San Giovanni di Mercurio”, nel suo ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938, a p. 175.

Mattei Cerasoli, Aieta, p. 176.PNG

(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, p. 175

Mattei-Cerasoli, p. 176

Questo documento citato dalla Visentin non è solo “l’unico documento superstite che menziona il monastero di San Nicola di Padula”, ma è forse uno dei più antichi documenti risalente alla prima epoca Normanna nell’Italia Meridionale. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini’ nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a pp. 128-129, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, restando, fino all’inclusione nel patrimonio della Certosa, sotto la reggenza benedettina (49).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (48) postillava: “(48) A. Sacco, La certosa di Padula etc.., op. cit., Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in pertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni, “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio, a p. 129, nella nota (49) postillava: “(49) “Non pare che Santa Maria sia stato il primo nome della badia di Cadossa, la quale nella sua prima origine si connette con la famosa badia di Cava dei Tirreni” (A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., vol. II, p. 82). In un momento imprecisato della sua storia San Simeone avrebbe cambiato intitolazione, ma l’A. non è in grado di stabilire né “come o quando ciò sia avvenuto”; egli si affida solamente “all’autorità del Giustiniani” il quale aveva appunto identificato San Simeone con Santa Maria senza disporre, per altro, di alcun riferimento documentario certo.”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva che: “Tutto il processo di ricostruzione proposto da Antonio Sacco prende inizio da un diploma del 1086 attestante la donazione del cenobio cadossano, sotto diversa intitolazione, alla S.ma Trinità di Cava. Lo stesso studioso, quindi, avrebbe registrato come un episodio del tutto occasionale e irrilevante la temporanea sottomissione, tra il XIV etc..”. Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva pure che: “Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50).”. Credo che l’Houben si riferisse al documento di cui stò per parlare. Il Cappelli (…), sempre a p. 224, nella sua nota (2), postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, 1865, p. 250.”. Ambedue i documenti sono membranacei e scritti in greco che il Trinchera riporta e traduce il testo in latino sulla parte destra. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Tuttavia, riguardo il monastero di Montesano: S. Simeone citato da Vitolo egli, riferendosi all’anno 1089, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95). Il primo è da identificare con il monastero di S. Nicola al Turone, che nell’aprile del 1538 divenne una dipendenza della certosa di Padula (96); il secondo in un’epoca imprecisata cambiò il suo titolo in quello di S. Maria di Cadossa ed ebbe vita autonoma, finchè nell’ottobre 1514 non fu ugualmente sottomesso alla certosa (97).”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Il Vitolo, nella sua nota (96) a p. 146 postillava che: “(96) A Sacco, op.cit., vol. II, pp. 153 s.”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (97) postillava che: “A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, p. 133.”. La donazione di Asclettino è riportata anche in ‘Documenti’ a p. 761 nel testo di Vittorio Bracco, Polla – Linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976.  Vittorio Bracco, nel suo ‘Polla – Linee di una storia’, a p. 77, parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: “…si apprende che nell’archivio si conservano ancora alcune schede risalenti al secolo tredicesimo, dalle quali risultava che la chiesa era la prima parrocchia di Polla, intitolata in origine a San Nicola e a San Matteo (152). Tra le due fu innalzata la terza chiesa, Santa Maria dei Greci (153), adiacente alla Piazza della parte di Santa Caterina. L’identità dell’appellativo ‘dei Greci’, inducono a ritenere…….all’azione del monachesimo basiliano sull’elemento locale: si consideri che dei cinque edifici religiosi nominati (tre chiese e due cappelle), quattro di essi appaiono attraverso la chiara impronta o dei santi titolari o del citato appellativo legati all’influenza dei monaci orientali. I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in proposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa’, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), a p. 146, in proposito scriveva che: Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, il Vitolo scriveva che è molto probabile che la donazione di Ugo d’Avena non riguardasse, come sosteneva il Sacco, il monastero di San Simeone nel Vallo di Diano ma si trattasse di un monastero intitolato a S. Simeone posto nella regione del Mercurion. Il Vitolo, sulla scorta del Guillaume sosteneva che questo monastero (donato da Ugo d’Avena nel 1089 all’Abbazia di Cava), non figurava tra quelli citati nella bolla di papa Urbano II. Stessa cosa scrisse l’Houben, Orazio Campagna (…), la Visentin e l’Alaggio. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. I toponimi di Padula e Montesano sarebbero, dunque da rintracciare nelle terre limitrofe alle località di Avena e Laino, dove il monastero di San Nicola potrebbe verosimilmente identificarsi con l”ecclesiam Sancti Nicholai apud oppidum Mercurii’ (14), menzionata dal 1100 al 1168 nelle bolle pontificie di Pasquale II (15), Eugenio III (16) e Alessandro III (17), e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti, la Visentin, sulla scorta del Guillaume aggiunge che il monastero di S. Simeone citato nella donazione di Ugo d’Avena doveva essere, molto probabilmente il monastero di S. Quaranta che ritroviamo nella bolla papale di Urbano II. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Dunque, forse l’equivoco nasce proprio dal Guillaume. Ma sempre il Guillaume, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 44, in proposito scriveva che: “Nel 1086 il signore d’Avena – oggi frazione di Mormanno a mezza strada da Papasidero, in provincia di Cosenza – Ugo, insieme con la moglie Emma, donò alla Santissima Trinità di Cava (147) il monastero di San Nicola, ‘quod dicitur de Padula’, unitamente al San Simeone ‘in loco pertinenciis de Castello Montesano’ e al San Giovanni ‘in loco Layta, qui est propre Castro Mercurio’ (148). E’ il San Nicola al Torone, altrimenti detto “del monaterio”(149) in relazione alla sua destinazione, che lo distingueva dagli altri San Nicola del paese (150).”. Il Tortorella, a pp. 44-46, in proposito aggiungeva che: “La donazione alla Badia cavese rispondeva ad un’azione del potere normanno, sostenuto dalla Chiesa di Roma, volta contro la preponderanza di monaci e monasteri greci in una vasta area meridionale, i quali rappresentavano per i nuovi signori il pericolo di mantenere il territorio e le popolazioni, anche dopo la caduta di Bari e del ‘Catepanato’, nella sfera d’influenza, sprattutto religiosa e culturale, bizantina (152). Gli espliciti riferimenti contenuti nel’atto di donazione e l’esistenza, ormai accertata, del San Simeone di Montesano (153) possono bastere a confutare le ipotesi gratuite del Mattei-Cerasoli (154), il quale attribuisce le indicazioni topografiche a inesistenti località nei dintorni di Papasidero (155); simile è la posizione di Cappelli (156), che aggiunge, ad avvolorare la sua tesi, l’essere tuttora titolo dell’arciprete di San Giovanni Orsomarso (157) anche quello d’abate San Nicola.”.

Nel 1089, il monastero di ‘S. Giovanni di Layta’

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle “4.3. Le origini”, nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a pp. 128-129, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (48) postillava: “(48) A. Sacco, La certosa di Padula etc.., op. cit., Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in pertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni, “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva che: “Tutto il processo di ricostruzione proposto da Antonio Sacco prende inizio da un diploma del 1086 attestante la donazione del cenobio cadossano, sotto diversa intitolazione, alla S.ma Trinità di Cava. Lo stesso studioso, quindi, avrebbe registrato come un episodio del tutto occasionale e irrilevante la temporanea sottomissione, tra il XIV etc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che a p. 106, in proposito scriveva che: Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113).”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Infatti, Leone Mattei-Cerasoli (…), pubblicava questo documento intitolato “San Giovanni di Mercurio”, nel suo ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938, a p. 175.

Mattei Cerasoli, Aieta, p. 176.PNG

(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, p. 175

Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50).”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Sempre a proposito delle origini benedettine di questo monastero, Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli aggiunge pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in propsito scriveva che: “Nel novembre del 1086 Ugo ‘de Avena’, accompagnato dalla moglie Emma e dal figlio, offre alla SS. Trinità di Cava, ‘ubi domnus Petrus venerabilis abbas preest’, ben tre monasteri, ‘unum quod dicitur Sancti Iohannis in loco Layta, qui est propre castro mercurio…..; alio vero monasterio Sancti Nicolay, quod dicitur de Padule….alio vero est monasterio Sancti Simeonis in loco pertinentiis de castello Montesano’ (8). Secondo le indicazioni fornite dal Sacco i cenobi donati risulterebbero dislocati in ambiti territoriali piuttosto distanti tra loro, riconoscendo per l’ubicazione delle comunità di S. Nicola e di S. Simeone l’area del ‘Vallum Diani’, all’interno dei quali si collocano i centri attuali di Padula e Montesano sulla Marcellana (9), mentre per il monastero di San Giovanni ‘de Layta apud castrum Mercurii’ (10) le terre tra i comuni di Papasidero, e Santo Janni, contrada a pochi chilometri ad est di Laino Castello. Dopo questa data i complessi monastici di Padula e Montesano non si rintracciano più nella poderosa mole della documentazione cavense, almeno non con la medesima indicazione riportata dalla ‘cartula offertionis’ di Ugo, sembrerebbe così che il possesso della Trinità sulle dipendenze dianensi non si sia mai trasformato in un dominio reale oppure abbia subito un annullamento immediato (1).”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), a p. 146, in proposito scriveva che: Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, il Vitolo scriveva che è molto probabile che la donazione di Ugo d’Avena non riguardasse, come sosteneva il Sacco, il monastero di San Simeone nel Vallo di Diano ma si trattasse di un monastero intitolato a S. Simeone posto nella regione del Mercurion. Il Vitolo, sulla scorta del Guillaume sosteneva che questo monastero (donato da Ugo d’Avena nel 1089 all’Abbazia di Cava), non figurava tra quelli citati nella bolla di papa Urbano II. Stessa cosa scrisse l’Houben, Orazio Campagna (…), la Visentin e l’Alaggio. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. I toponimi di Padula e Montesano sarebbero, dunque da rintracciare nelle terre limitrofe alle località di Avena e Laino, dove il monastero di San Nicola potrebbe verosimilmente identificarsi con l”ecclesiam Sancti Nicholai apud oppidum Mercurii’ (14), menzionata dal 1100 al 1168 nelle bolle pontificie di Pasquale II (15), Eugenio III (16) e Alessandro III (17), e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti, la Visentin, sulla scorta del Guillaume aggiunge che il monastero di S. Simeone citato nella donazione di Ugo d’Avena doveva essere, molto probabilmente il monastero di S. Quaranta che ritroviamo nella bolla papale di Urbano II. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Dunque, forse l’equivoco nasce proprio dal Guillaume. Ma sempre il Guillaume, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava.

Il monastero di S. Giovanni Battista ad Ajeta

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, a p. 329, parlando del monastero di S. Basilio Craterete, citava un altro monastero di Ajeta e scriveva che: “l’igumeno del quale era tenuto, insieme ai superiori di altri sei monasteri della diocesi di Cassano tra cui quello di S. Giovanni Battista ad Ajeta, a presentarsi personalmmente il giovedì santo e l’8 settembre di ogni anno vestito dei paramenti abbaziali al vescovo cui nella cattedrale cassanense offriva un tributo di omaggio (36).”. Il Cappelli a p. 344, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Minervini A., op. cit., p. 32.”.

Nel 21 settembre 1089, papa Urbano II, a Venosa confermava a Pietro Pappacarbone tutti i privilegi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Sulla bolla palale di Urbano II che concedeva all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e all’abate Pietro ampia autonomia e confermava le sue pertinenze e concessioni ha scritto Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “…e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Sempre il Guillaume (…), a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava. Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125″. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli sostiene pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Da Wikipedia leggiamo che Urbano II, nato Eudes (Ottone) de Lagery o de Châtillon (Châtillon-sur-Marne, 1040 circa – Roma, 29 luglio 1099), è stato il 159º papa della Chiesa cattolica dal 1088 alla sua morte. Nel 1095 convocò la prima crociata. Nato intorno al 1040 dalla nobile famiglia francese de Châtillon, a Lagery (nei pressi di Châtillon-sur-Marne), venne educato nelle scuole ecclesiastiche. Si fece monaco benedettino. Studiò a Reims, dove successivamente divenne arcidiacono, sotto la guida del tedesco Bruno di Colonia, suo maestro ed amico. Sotto l’influenza di Bruno, nel 1067 lasciò l’incarico ed entrò nell’Abbazia di Cluny dove divenne priore (carica seconda soltanto a quella dell’abate). Nel 1077 fu tra gli accompagnatori dell’abate di Cluny a Canossa presso papa Gregorio VII. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “…Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino. Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (34), postilava che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”.

Nel 1111, le donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, tra cui il Monastero di ‘San Pietro al Thimusso’, sua grangia a Montesano

Le prime notizie circa alcuni monasteri italo-greci appartenenti all’ordine di San Basilio possono farsi risalire alle prime donazioni documentate che nei primi decenni del 1111, fece Ruggero Borsa. In particolare si tratta di alcuni privilegi concessi dal figlio di Roberto il Guiscardo alla chiesa Salernitana, alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, che ne accrebbe notevolvente il suo patrimonio e alla chiesa di Rofrano. La notizia storica che riguarda e richiama espressamente a Ruggero Borsa d’Altavilla, figlio di seconde nozze di Roberto il Guiscardo, è la notizia secondo cui egli abbia donato dei monasteri e dei beni alla chiesa di Rofrano. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il primo a darci tale notizia è l’Antonini, quando, nella sua ‘Lucania’, ci parla della chiesa di Rofrano. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2)”.

Antonini, p. 388.PNG

L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: “(I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero., riferendosi al cugino Ruggero detto ‘Borsa’ ed al suo figlio Guglielmo d’Altavilla che poi morì nel 1127 senza lasciare figli. Questa notizia ci giunge e ci viene confermata dalla ‘Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata’ nel Tuscolano che fece redigere il Cardinale Bessarione e dove è stato ritrovato il transunto del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggero”, un documento greco, un privilegio del 1131 attribuito a re Ruggero II di Sicilia (d’Altavilla), che confermava queste precedenti donazioni del cugino Ruggero Borsa e di suo figlio Guglielmo I° d’Altavilla. Di questo privilegio parlo più innanzi. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tomusso, ecc….Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116……tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata. Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5). Ecc..”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461. La Passigli, inoltre, a p. 380. scriveva che: “L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3).”. La Passigli dunque, a p. 380, nella sua nota (3), riguardo questi antichi privilegi, sulla scorta della Follieri (…) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, ecc..ecc….La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. Dunque, vediamo cosa scriveva Enrica Follieri (…) sulla questione dei privilegi concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. Intanto vi è da dire che quando la Passigli scrive Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato, si riferisce al privilegio del 1116 concesso da re Guglielmo I° d’Altavilla e non da Ruggero Borsa. La Follieri (…), nel suo ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461, riguardo i precedenti privilegi concessi alla chiesa da Ruggero Borsa e da Guglielmo I° in proposito scriveva che: “Re Ruggero, ecc…concede ecc.., la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro (16), con tutti i suoi diritti, grange  pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo (17). Aggiunge, per precisare l’estensine del feudo, un dettagliato περιορισμος (restrizione) dei terreni ecc…”. La Follieri, a p. 437, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Si tratta di Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111, e di suo figlio Guglielmo, duca di Puglia, morto nel 1127.”. Sempre la Follieri parlando del Leonzio citato nel documento greco del 1131, in proposito a p. 446 scriveva che: “A lui, presentatosi a Ruggero II in Palermo, sarebbe stata concessa la chiesa di S. Maria di Rofrano, con la conferma di tutte le donazioni già fatte in suo favore, alcuni decenni prima, da Ruggero Borsa e da Guglielmo duca di Puglia (75).”. La Follieri, a p. 446 nella sua nota (75) postillava che: “(75) Dello stesso parere è il P. G. Giovannelli, ‘Il monastero di S. Nazario’, pp. 71-72.”. Infatti lo ieromonaco Germano Giovanelli (…) nel suo ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), citato dalla Follieri, a p. 97 in proposito scriveva che: “Ruggero con lo stesso diploma dato a Palermo nel 1131…., conferma pure e dona all’Abbate di Grottaferrata tutti i beni che alla detta chiesa di Rofrano avevano prima di lui donato i suoi cugini Ruggero, Duca di Calabria, figlio di Roberto Guiscardo (+ 1085) e suo figlio Guglielmo….”nostro aurei sigilli Privilegio corroboramus firmamusque Sanctae praefatae Ecclesiae eius que Praesidi honorando Abbati omnia et quaecumque a Nostro felicis recordationis Consobrino Rogerio necnon eius filio Duce Guglielmo ei data et dicata vel quovis modo attribuita sunt ab ilis et a Nobis…” etc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, riguardo la notizia del privilegio di Guaimario V, concesso a S. Bartolomeo, in proposito scriveva che:Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.e poi alla sua nota (88), scrive: “Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Susanna Passigli (…), nel suo “Regno di Napoli”, contributo al testo di Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, a pp. 379-380, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo…..Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3) .”. Susanna Passigli (…), in proposito a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’effettivo ruolo di abate ricoperto del citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. La Passigli (…) si riferisce ad un privilegio conservato all’Archivio Segreto Vaticano (ASV) che fu pubblicato anche dal Breccia (…). Su questo documento di papa Pasquale II dell’anno 1116, di poco successivo alla morte di Ruggero Borsa avvenutta cinque anni prima, anno 1111, Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (199) postillava che questo documento è: “(199) BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito in T. von Sickel, ‘Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma’, in “Studi e documenti di storia e diritto, VII (1886)”, fasc. 2, pp. 105-109.”

Esch Arnold, p. 9

(Fig…) Privilegio papale tratto da Breccia (…) in Arnold Esch (…) di Roberto delle Donne e Andrea Zorzi

Cattura

Il documento in questione di papa Pasquale II° nell’immagine è tratto da “Bullarium Cryptense” di Gastone Breccia (…) che stà in Roberto delle Donne e Andrea Zorzi (…), ‘Le storie e la memora in onore di Arnold Esch’ (…), dove il Breccia pubblicava un regesto dei privilegi conccessi all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Il documento pubblicato dal Breccia (…), come scrive la Passigli è tratto dal Breccia da un altro documento di papa Callisto III del 1455: “(lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…). La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (…), a p. 151, parlando di un antico documento di molto precedente, risale all’anno 1116, un privilegio di papa Pasquale II° parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, si chiede come fosse possibile che Ruggero Borsa avesse fatto delle donazioni alla chiesa di Rofrano visto che il documento di papa Pasquale II è dell’anno 1116 ovvero 5 anni dopo la sua morte avvenuta nell’anno 1111. La Falcone, a p. 151 scriveva che: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200).”. Per la nota (200), a p. 151 della Falcone (…), op. cit., si veda nota (43). Nella sua nota (200), a p. 151, op. cit., la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…).

Nel 1116, Guglielmo II di Puglia, figlio di Ruggero Borsa, conferma i beni e privilegi concessi dal padre alla chiesa di Rofrano

Secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che,  dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Vi è da dire però che su questo secondo privilegio di Guglielmo II° di Puglia, morto nel 1127 e figlio di Ruggero Borsa. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Sulla questione ha scritto anche la studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo “Il Crisobollo di re Ruggero II etc…” che stà in ‘Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica’ pubblicato insieme ad Aromando, nel 2007 per i tipi di Zaccara, che, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131.. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127. La notizia storica che riguarda e richiama espressamente a Ruggero d’Altavilla detto ‘Borsa’, figlio di seconde nozze di Roberto il Guiscardo, ed il figlio di Ruggero, Guglielmo II di Puglia, è la notizia secondo cui egli abbia donato dei monasteri e dei beni alla chiesa di Rofrano. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il primo a darci tale notizia è l’Antonini, quando, nella sua ‘Lucania’, ci parla della chiesa di Rofrano. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…) a p….., riguardo il privilegio di re Ruggero II° d’Altavilla detto dalla Follieri (…), “Crisobollo”, a p….., in proposito nella sua nota (I) postillava che: “(I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal  P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione sei soldati, e quindici servienti.”. Felice Fusco (…) a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “…..Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero., riferendosi al cugino Ruggero detto ‘Borsa’ ed al suo figlio Guglielmo d’Altavilla che poi morì nel 1127 senza lasciare figli. Sull’argomento ivi ho dedicato un mio saggio dal titolo: “Dal 1114 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo II di Puglia”, dove scrivevo di questo secondo privilegio concesso da Guglielmo II di Puglia alla chiesa di Rofrano che confermava le precedenti concessioni del padre Ruggero Borsa. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Dopo la morte di Ruggero Borsa, nel 1111, successe il figlio Guglielmo II° di Puglia a cui dovette provvedere la madre per la reggenza del Regno di Sicilia. La madre di Guglielmo, Ada, rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni. Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Carlo Carucci (…), scriveva che con il duca Guglielmo II di Puglia, ovvero il figlio di Ruggero Borsa, che prese le redini dell’ex Principato Longobardo di Salerno alla morte di suo padre Ruggero, furono continue le donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava ed in parte confemarono quei lasciti e privilegi consessi dal padre Ruggero Borsa. Infatti, il Carucci (…), parlando sempre di Guglielmo, in seguito alla successione dopo la morte del padre, in proposito scriveva che: “Appena prese il governo, confermò all’abazia di Cava le donazioni del duca Ruggiero (2), e a pochi mesi dopo donò all’abate Pietro Villani che possedeva a Vietri (2) e confermò i privilegi precedenti (3). Nel dicembre del 1114 donò ad alcuni suoi fedeli il ‘pleteatico’ di Busanola presso Salerno (4); nel 1115 accordò al monastero di Cava una parte del monastero di S. Giorgio nel Cilento (5), ecc…”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ivi E, 19”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ivi E, 29”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (4), postillava che:  “(4) Ivi, E, 44”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(5) Ivi, E, 50”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero., riferendosi al cugino Ruggero detto ‘Borsa’ ed al suo figlio Guglielmo d’Altavilla che poi morì nel 1127 senza lasciare figli. Questa notizia ci giunge e ci viene confermata dalla ‘Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata’ nel Tuscolano che fece redigere il Cardinale Bessarione e dove è stato ritrovato il transunto del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggero”, un documento greco, un privilegio del 1131 attribuito a re Ruggero II di Sicilia (d’Altavilla), che confermava queste precedenti donazioni del cugino Ruggero Borsa e di suo figlio Guglielmo I d’Altavilla. Di questo privilegio parlo più innanzi. Susanna Passigli (…), nel suo “Regno di Napoli”, contributo al testo di Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, a pp. 379-380, in proposito scriveva che: (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo…..Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3) .”. Susanna Passigli (…), in proposito a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’effettivo ruolo di abate ricoperto del citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. La Passigli (…) si riferisce ad un privilegio conservato all’Archivio Segreto Vaticano (ASV) che fu pubblicato anche dal Breccia (…). Su questo documento di papa Pasquale II° dell’anno 1116, di poco successivo alla morte di Ruggero Borsa avvenutta cinque anni prima, anno 1111, Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (199) postillava che questo documento è: “(199) BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito in T. von Sickel, ‘Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma’, in “Studi e documenti di storia e diritto, VII (1886)”, fasc. 2, pp. 105-109.”.

Esch Arnold, p. 9

(Fig…) Privilegio papale tratto da Arnold Esch (…) di Roberto delle Donne e Andrea Zorzi

Cattura

Il documento in questione di papa Pasquale II nell’immagine è tratto da “Bullarium Cryptense” di Gastone Breccia (…) che stà in Roberto delle Donne e Andrea Zorzi (…), ‘Le storie e la memora in onore di Arnold Esch’ (…), dove il Breccia pubblicava un regesto dei privilegi conccessi all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Il documento pubblicato dal Breccia (…), come scrive la Passigli è tratto dal Breccia da un altro documento di papa Callisto III del 1455: “(lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…). La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (…), a p. 151, parlando di un antico documento di molto precedente, risale all’anno 1116, un privilegio di papa Pasquale II parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, si chiede come fosse possibile che Ruggero Borsa avesse fatto delle donazioni alla chiesa di Rofrano visto che il documento di papa Pasquale II è dell’anno 1116 ovvero 5 anni dopo la sua morte avvenuta nell’anno 1111. La Falcone, a p. 151 scriveva che: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200).”. Per la nota (200), a p. 151 della Falcone (…), op. cit., si veda nota (43). Nella sua nota (200), a p. 151, op. cit., la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e dalla Caciorgna (…).

Dal 1131 al 1476, il feudo di Rofrano è un possedimento  dell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata (Tuscolo) (Frascati)

Per meglio capire la storia di Rofrano bisogna ripercorrere le linee di storia di un altro monastero italo-greco, quello di S. Maria di Hodighitria a Rofrano, il quale, a sua volta si connette con le vicende storiche che hanno caratterizzato l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano. Infatti, il paese di Rofrano, lo stesso “castello”, la chiesa madre, il monastero italo-greco, si connetteranno nella storia alle vicende che poi lo legheranno alle vicende dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel tuscolano, fondata da S. Nilo e S. Bartolomeo Juniore. Stessa cosa possiamo dire per tutti i monasteri, grangia di S. Maria di Rofrano che, nel 1131 passarono di proporietà all’Abbazia Tuscolana. Dunque, la storia del monastero di S. Maria di Hodegitria di Rofrano, si connette con le vicende dell’Abbazia tuscolana che dal 1131 al 1476, anno della vendita del feudo ad Arcamone, lo controllerà. Alcuni documenti d’epoca Normanna, concessioni, privilegi, bolle e concessioni dei Re Normanni Ruggero I e Ruggero II di Sicilia, che documentano ed attestano la loro influenza nelle nostre terre dopo l’anno 1000. Il documento di cui parlerò è un documento Normanno dell’anno 1131 che attesta il legame che avevano queste terre con i Re Normanni ed in particolare alcune Abbazie e Monasteri Italo-greci, sorti ed operanti sul nostro territorio ancora prima dell’anno 1000, come l’Abbazia italo-greca di S. Nazario (individuata a S. Mauro La Bruca) o l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che proprio nell’anno 1131, fu concessa dal Re Normanno Ruggero II di Sicilia, all’Abbazia Italo-Greca di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), fondata da S. Nilo. Il rapporto tra la Badia italo-greca di Grottaferrata a Rofrano e la Badia italo-greca di Grottaferrata è storicamente documentato dal 1131. Risale all’aprile di quell’anno un documento, conosciuto come ‘Crisobollo di Ruggero II’. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Sbarcò allora nel continente e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. A settembre del 1129 Ruggero fu pubblicamente riconosciuto duca da Napoli, Bari, Capua e dalle altre città. Egli cominciò allora ad imporre l’ordine nei possessi Altavilla, dove il potere del duca era andato indebolendosi. Da quel momento gli Abati di Grottaferrata ebbero la giurisdizione spirituale e civile su Rofrano, tanto che l’abate Nicola II, eletto proprio nel 1131, in una lapide ora conservata nel museo dell’Abbazia, fece scrivere: Assunsi la carica di egumeno io, Nicola, signore di Grottaferrata e di Rofrano. E il suo successore, Nicola III, che fu abate dal 1140 al 1153, viene definito ‘rufranites’, ossia rofranese, e questo testimonia lo stretto rapporto creatosi tra Grottaferrata e Rofrano. Con questa concessione, il Re Ruggero II, “confermava all’abate Leonzio (forse Abbate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo), quanto era stato concesso alla chiesa di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero.”. Lo studioso Giovanni Scandizzo (…), scrive che: Da quel momento gli Abati di Grottaferrata ebbero la giurisdizione spirituale e civile su Rofrano, tanto che l’abate Nicola II, eletto proprio nel 1131, in una lapide ora conservata nel museo dell’Abbazia, fece scrivere: “Assunsi la carica di egumeno io, Nicola, signore di Grottaferrata e di Rofrano”. E il suo successore, Nicola III, che fu abate dal 1140 al 1153, viene definito rufranites, ossia rofranese, e questo testimonia lo stretto rapporto creatosi tra Grottaferrata e Rofrano. Questo rapporto durò fino alla seconda metà del XV secolo.”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a pp. 160-161 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Gli abati di Rofrano, signori di Rofrano e di Caselle e rappresentanti nel basso Cilento dell’Abbazia tuscolana, godevano di grande prestigio perchè titolari anche della giurisdizione spirituale sui suddetti casali. Per esaltare ancora di più la loro posizione tennero a mettere in rilievo la dipendenza della loro chiesa da quella di Grottaferrata aggiungendo appunto al titolo del monastero e della chiesa quello della predetta abbazia, la quale conservò tutti i suddetti beni fino al 1476 fino a quando, cioè, con l’assenso pontificio, non vendette il feudo di Rofrano.. Il rapporto tra le nostre terre e l’Abbazia Italo-greca di Grottaferrata a Tuscolo è storicamente documentato. Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a pp. 145-146, in proposito scriveva pure: Le fonti conservate e pervenute fino ai nostri giorni attestano una storia che ha unito per secoli il celebre monastero italo-greco di s. Nilo a chiese e comunità del lontano Regno di Sicilia prima, di Napoli dopo, di orine e tradizione bizantina anch’esse, pur non essendo realtà monastiche italo-greche, destinate a divenire latine già dal secolo XIII sotto il regno degli Angioini. In questo lungo arco temporale è possibile distinguere almeno due fasi: dal 1131 al 1477 in cui l’amministrazione ha il suo centro giuridico e storico nel castello di Rofrano con la chiesa di Santa Maria di Grottaferrata; dal 1477 circa fino alla vendita dei beni nel 1728 i monaci risiedono presso la terra di Montesano, nella grangia di S. Pietro del Tumusso. Poichè la documentazione archivistica è stata prodotta e conservata, tranne poche eccezioni, in questo monastero, ne ha assunto la denominazione.. Falcone, a p. 151, in proposito scriveva pure che: “Possiamo quindi pensare a diverse valide motivazioni che spinsero re Ruggero ad emanare il privilegio: cofermare al monastero di Rofrano i suoi beni, nell’ipotesi che esso fosse già dipendenza di Grottaferrata, avrebbe significato “onorare una delle abbazie più prestigiose dell’Italia centro-meridionale”(201) sita alle porte di Roma. Il riconoscimento sarebbe stato pure coerente con la politica Normanna tendente a “controllare le nuerose istituzioni  monastiche greche attraverso la fondazione o la riattivazione di conventi greci nelle regioni dove la popolazione greca era maggioritaria”(202).”. Falcone, a p. 151, nella nota (201) postillava: “(201) G. Breccia, Il monastero, cit., p. 220”. Falcone, a p. 152, nella nota (202) postillava: “(202) A. Guillou, Il monachesimo greco, in San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata, cit., p. 72”. La Falcone, a p. 152, in proposito scriveva pure che: “I beni elencati nel privilegio consistevano nella chiesa di S. Maria di Rofrano e nelle nove grange da essa dipendenti, chiese rurali dotate di terreni che venivano coltivati direttamente dai monaci, dette grange secondo un termine introdotto dai cistercensi che stava a indicare unità agricole minori curate dai monaci che tanta importanza hanno avuto nel medioevo per la messa a coltura di territori lontani dai centri principali e per la sicurezza degli abitanti. Esse erano site nelle diocesi di Policastro e Capaccio in Cilento ricche di fondazioni bizantine. I confini della chiesa di S. Maria de Rofrano, e cioè di Rofrano stessa, sono descritti nel dettaglio …..(203).”. Falcone, a p. 152, nella nota (203) postillava: “(203) E. Follieri, op. cit., p. 52”.

Nel 1131, il Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed i suoi possedimenti nel “Crisobollo” di re Ruggero II

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo “Cap. V. Monasteri e chiese ricettizie”,  vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Un altro antico e fiorente cenobio italo-greco era quello di S. Maria di Rofrano, grancia del tuscolano monastero di Grottaferrata. Già nel 1131il monastero di Rofrano aveva notevoli dipendenze, come si evince dall’elenco dei beni enumerati nel diploma di re Ruggiero di Sicilia, rilasciato a Palermo. Il re confermò all’abate Leonzio di Grottaferrata “ad nos profectos ac supplicanti”, oltre la grancia di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di S. Nicola di Siracusa a Scalea, anche quella di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di Sant’Arcangelo di Campora e di S. Maria di Rofrano con annesse le numerose dipendenze, quali S. Maria di Vita di Fogna (odierno Villa Littorio), S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tomusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a pp. 160-161 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Gli abati di Rofrano, signori di Rofrano e di Caselle e rappresentanti nel basso Cilento dell’Abbazia tuscolana, godevano di grande prestigio perchè titolari anche della giurisdizione spirituale sui suddetti casali. Per esaltare ancora di più la loro posizione tennero a mettere in rilievo la dipendenza della loro chiesa da quella di Grottaferrata aggiungendo appunto al titolo del monastero e della chiesa quello della predetta abbazia, la quale conservò tutti i suddetti beni fino al 1476 fino a quando, cioè, con l’assenso pontificio, non vendette il feudo di Rofrano..

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(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Storico Attanasio)

Nel 1131, il monastero di ‘San Pietro al Tomusso’ a Montesano, grangia di Rofrano, nel “Crisobollo di re Ruggero II” di Sicilia

Tutti i beni della chiesa di Rofrano, Laurito, Caselle e Morigerati, insieme anche ad altri monasteri dell’area appartenenti ai beni dell’Abbazia tuscolana, nel periodo della sua decadenza, furono unite come grangie ed andarono a costituire la “Platea dei beni e delle rendite”, della badia italo-greca di San Pietro al Tomusso di Montesano. Il nome del Monastero o Grancia di S. Pietro al Tamusso di Montesano ricompare, poco dopo, nel privilegio che Ruggiero II d’Altavilla, re di Sicilia, quando nell’aprile 1131, concesse all’abate Leonzio di Santa Maria di Grottaferrata a Gottaferrata, concesse al suo Abate i beni che appartenevano all’antichissimo cenobio e monastero di Rofrano. Tra le grancie di pertinenza della famosa Abbazia è menzionata quella “…Sancti Petri de Tomusso, quae est in territorio MONTISSANI …”. Loredana Pera (…), nel suo ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’ che stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni  popoli nel Cilento’ a p. 150 del vol. I, parlando dei monasteri italo-greci nel Vallo di Diano in prposito scriveva che: “A Teggiano era la nota contrada “dei greci”, a Sassano vi era la chiesa di S. Zaccaria, grangia di S. Pietro al Tomusso di Montesano (v.). Non è da escludere che i religiosi si siano fermati anche a Sanza, importante nodo viario per la biforcazione, sul valico, delle vie per Palinuro e Pixunte, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 157 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi a Rofrano in proposito scriveva che: “Un altro antico e fiorente cenobio italo-greco era quello di S. Maria di Rofrano, grancia del tuscolano monastero di Grottaferrata. Già nel 1131 il monastero di Rofrano aveva notevoli dipendenze, come si evince dai beni enumerati nel diploma di re Ruggiero di Sicilia, rilasciato a Palermo. Il re confermò all’abate Leonzio di Grottaferrata “ad nos profectos ac supplicati”, oltre alla grancia di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case a Salerno, la grancia di S. Nicola di Siracusa a Scalea, anche quelle di S. Nicola di Policastro, di Sant’Arcangelo di Campora e di S. Maria di Rofrano con annesse le numerose dipendenze, quali S. Maria di Vita di Fogna (odierno Villa Littorio), S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Dunque, l’Ebner cita l’antico documento risalente all’anno 1131, il privilegio o diploma detto “Crisobollo di re Ruggero”, di cui ho parlato in un altro mio saggio ivi. Nell’antico documento pergamenaceo (membrana) Normanno e scritto in greco, si elencano i beni donati all’Abbazia di Grottaferrata fondata da S. Nilo. Si tratta di tutti i beni e le grancie che dipendevano dal monastero di Rofrano. Fra questi ritroviamo anche le due grancie a Montesano ed una a Sanza, ovvero quelle di  S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”.

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(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Storico Attanasio)

Fra le fonti d’Archivio, che la Falcone (…) cita, vi è il privilegio di Ruggero II  d’Altavilla detto “Crisobollo di re Ruggero” che concedeva all’abate Leonzio, su richiesta, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita nella diocesi di Policastro, con il suo cospicuo patrimonio formato da nove grange, cioè chiese dotate di terreni amministrati e gestiti direttamente da monaci. Secondo la studiosa Falcone (…), sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. La studiosa Enrica Follieri (…), nel suo ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a p. 433 e s., ci dice che ci informa di questo antico codice. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…):Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Ecc..”. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 433, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices Cryptenses seu Abbatiae Cryptae Ferratae in Tuscolano’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca, ‘L’abbazia di Grottaferrata e il cardinale Bessarione, in ‘Bollettino Badia gr. Grottaferrata’, ns. 41 (1987), pp. 135-152(…). Sui possedimenti dell’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo (Grottaferrata), ho scritto ivi un mio saggio. Del documento normanno detto ‘Crisobollo’ ho già parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. L’Ebner, scriveva: “il re non poteva negare al prestigioso abate di Grottaferrata di riconoscergli le 11 dipendenze che la celebre abbazia possedeva nei luoghi. (p. 431 ‘Chiesa Baroni e popolo nel Cilento’). Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri”, le sue “granciis, villis et pertinentiis suis”, e cioè i cenobi di S. Arcangelo di Campora, di S. Maria di Vita (3) di Fonga o Fogna (odierna Villa Littorio), di S. Zacaria di Sassano (4), di S. Pietro al Tomusso di Montesano  di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Infatti, Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, pubblicato da un Anonimo nel 1819, a p. 17 riferendosi al “Crisobollo” di re Ruggero II, in proposito scriveva che: “Inoltre dal Diploma di Ruggiero si rileva, come ho accennato, che amplissima era la giurisdizione del Rofranese Abate: si estendeva sopra undici Grancie descritte nel modo seguente: 3. Di S. Pietro del Tomusso nel territorio di Montesano ecc..”. I possedimenti elencati e citati nel documento normanno, sono poi in seguito confermati dalla Follieri (…). La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, che si trova nel testo (vedi nota 11), in proposito alla baronia di Rofrano, scriveva: “I beni elencati nel privilegio di re Ruggero II, consistevano nella chiesa di S. Maria di Rofrano e nelle nove grange da essa dipendenti, chiese rurali dotate di terreni che venivano coltivati direttamente dai monaci, dette grange secondo un termine introdotto dai cistercensi che stava ad indicare unità agricole minori curate dai monaci che tanta importanza hanno avuto nel medioevo ecc…Esse erano site nelle diocesi di Policastro e di Capaccio nel Cilento ricco di fondazioni bizantine…”Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri, grangia Sanctae Mariae de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sancti Zacchariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Archangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territori Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancti Nicolai de Siracusa in territorio ville Didascalie, grangia Sancti Nicolai de Benevento, grangia Sancta Mariae de Seripti in territorio Sanse.”.                       Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”Nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: 2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria. 3 S. Zaccaria nel territorio di Diano. 4. S. PIETRO DI TAMAZZO nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. ecc..”.

martire, p. 150

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Dunque, lo chiamano tutti “S. Pietro al Tomusso” e invece il Martire lo chiama “S. Pietro di Tamazzo”. E’ singolare come il Martire (…), lo chiami “4. S. PIETRO DI TAMAZZO nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. ecc..”. S. Pietro di Tamazzo ?. L’Ebner, op. cit., a p. 496, scriveva in proposito: ” Con questo documento , che trascriviamo dal codice di Grottaferrata, il re confermava ….”. Il codice di Grottaferrata citato dall’Ebner (…), è il codice Crypt. Z. δ. XII. (…), di cui ci ha parlato la Follieri (…). L’Ebner, pubblicò il documento in ‘Economia e società ecc..’, op. cit. (…), I, pp. 498-502. L’Ebner (…), scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (…) – che fu pubblicato dal Ronsini (…), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…).. Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 150 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi alla Valle del Tanagro, in proposito scriveva che: “Nella Valle del Tanagro, come si è accennato, è notizia di chiese italo-greche ad…..Nell’Archivio della Badia di Cava vi sono alcuni documenti riferibili a tali cenobi….A Sassano vi era la chiesa di S. Zaccaria, grancia di S. Pietro al Tomusso di Montesano (v.). Non è da escludere che i religiosi si siano fermati anche a Sanza, importante nodo viario per la biforcazione, sul valico, delle vie per Palinuro e Pixunte. Ecc…”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa’, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. L’Antonini (…) ed il Ronsini (…) si riferiva all’opera di Costantino Gatta (…). Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “..vita, non si può di vantaggio desiderare se vi sono ‘Selve assai belle con fioriti prati. In altro Ciel non visti, e non usati’. Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Loredana Pera (…),  a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111). Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di S. Nicola a Benevento (112); quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r9); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r). Nel territorio di Campora vi era la grangia del monastero di Sant’Angelo, locata ad un notaio di Laurino, tal ‘Jo (hannes’) ‘Buono’, la cui famiglia possedeva quella grangia già da novant’anni, che corrispondeva annualmente al monastero soltanto una libra di cera (c. 63r). Appartenevano a monaci di San Basilio anche i monasteri che originarono le grange di S. Nicola di Siracusa a Scalea (c. 63r) e i  Santa Maria de Sarippi a Sansa (c. 64r). A Diano vi era la grangia di San Zaccaria di Sassano, che era locata ad un tal Francesco Pelliccia, figlio dell’arcidiacono, per un canone annuale di nove ducati corrispondenti ad un’oncia e mezza (c. 59r). Nella città di Policastro vi era la grangia del monastero di San Matteo, sito presso la porta della città (c. 56r). Nel settembre del 1426 l’abate Francesco Mellini ne riconobbe il diretto ‘dominum’ all’abbazia, ma dispose che essa rimanesse a tal ‘domina Mathea’ dietro corresponsione di tre libbre di cera all’anno per tutta la sua vita e che, alla sua morte, la grangia passasse a suo nipote dietro pagamento annuo, però, di due ducati aurei.”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (112) postillava che: “(112) Nel crisobollo di re Ruggero viene menzionata la grancia ‘Sancti Nicolai de Benevento’ non attestata in altre fonti. Cfr. Follieri 1988, pp. 64-75.”. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tamusso, di Campora con la chiesa di Sant’Angelo, di Policastro con la chiesa di San Matteo e infine di Sanza con la chiesa di Santa Maria di Siripi (tutti in provincia di Salerno). Tra il Cilento e la Lucania si localizza invece la grangia di San Pietro in territorio di Rivello (oggi in provincia di Potenza), mentre nella Calabria settentrionale è Scalea con la chiesa di San Nicola di Siracusa (oggi in provincia di Cosenza). La grancia di San Nicola si trova invece a Benevento (1). Del feudo facevano parte anche alcune case di Salerno, ubicate presso la Porta Nova e presso la Giudaica, poste quindi sotto la giurisdizione dell’abate di Rofrano. Queste ultime sono documentate sin dal X secolo, in quanto localizzate nella “Judaica, tra il muro e il muricino” (2). Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3). Rofrano. Anche la storia civile ed ecclesiatica di Rofrano si identifica con la storia della badia, della quale i normanni furono investiti per circa quattrocento anni. Quando, nell’aprile del 1131, il re Ruggero II di Sicilia concedeva a Leonzio, l’abate basiliano che si era appositamente recato a Palermo, la badia e il feudo di Rofrano, tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata.”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (1) postillava che: “(1) La chiesa di S. Nicola di Benevento è ricordata nel privilegio di Innocenzo III (‘Documenta’, 2 c. 41v).”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Marongiu, 1937.”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta Maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Arcangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territorio Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancta Mariae de Scripti in territorio Sanse”; concludono l’elenco le case presso Porta Nuova e Judaica in Salerno. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r).”. Sul web, in riferimento all’antico monastero di S. Maria di Vito in territorio Laurini è citato l’antica pergamena del 1131: “Maggiori notizie si hanno sulla badia di Santa Maria di Vito sita al di sotto del villaggio di Fogna, verso Bellosguardo, nella località detta Vito. In origine monastero indipendente di monaci italo-greci, divenne grancia della grande abbazia tuscolana greca di Grottaferrata che nel periodo della sua decadenza la unì come grancia alla badia italo-greca di San Pietro al Tumusso di Montesano. Questa badia negli ultimi tempi vi teneva un monaco per il mantenimento del culto e l’amministrazione dei beni. Va ricordato che della badia di Santa Maria è già notizia nel diploma in greco di re Ruggiero di Sicilia rilasciato a Palermo nell’anno 1131, quando i beni esistenti anche nel territorio dell’odierno Cilento, dipendenti dalla badia italo-greca di Santa Maria di Rofrano, vennero riconosciuti di proprietà dell’abbazia greca di Grottaferrata («In primis, grancia Sanctae Mariae de Vito, qua est in tenimento seu territorio Laurini»). Con questo diploma re Ruggiero confermava le donazioni fatte dal cugino Ruggiero e dal figlio di costui, Guglielmo. Beni tutti poi ceduti alla Certosa di Padula.”.

Nel 1131, il monastero di San Pietro al Tomusso a Montesano sulla Marcellana, grangia del monastero di S. Maria di Rofrano, donata da re Ruggero II all’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata vicino Frascati

Loredana Pera (…), nel suo ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’ che stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Il nome del Monastero o Grancia di S. Pietro al Tamusso di Montesano ricompare, poco dopo, nel privilegio che Ruggiero II d’Altavilla, re di Sicilia, quando nell’aprile 1131, concesse all’abate Leonzio di Santa Maria di Grottaferrata a Gottaferrata, concesse al suo Abate i beni che appartenevano all’antichissimo cenobio e monastero di Rofrano. Tra le grancie di pertinenza della famosa Abbazia è menzionata quella “…Sancti Petri de Tomusso, quae est in territorio MONTISSANI …”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 157 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi a Rofrano in proposito scriveva che: “Un altro antico e fiorente cenobio italo-greco era quello di S. Maria di Rofrano, grancia del tuscolano monastero di Grottaferrata. Già nel 1131 il monastero di Rofrano aveva notevoli dipendenze, come si evince dai beni enumerati nel diploma di re Ruggiero di Sicilia, rilasciato a Palermo. Il re confermò all’abate Leonzio di Grottaferrata “ad nos profectos ac supplicati”, oltre alla grancia di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case a Salerno, la grancia fi S. Nicola di Siracusa a Scalea, anche quelle di S. Nicola di Policastro, di Sant’Arcangelo di Campora e di S. Maria di Rofrano con annesse le numerose dipendenze, quali S. Maria di Vita di Fogna (odierno Villa Littorio), S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Dunque, l’Ebner cita l’antico documento risalente all’anno 1131, il privilegio o diploma detto “Crisobollo di re Ruggero”, di cui ho parlato in un altro mio saggio ivi. Nell’antico documento pergamenaceo (membrana) Normanno e scritto in greco, si elencano i beni donati all’Abbazia di Grottaferrata fondata da S. Nilo. Si tratta di tutti i beni e le grancie che dipendevano dal monastero di Rofrano. Fra questi ritroviamo anche le due grancie a Montesano ed una a Sanza, ovvero quelle di  S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Fra le fonti d’Archivio, che la Falcone (…) cita, vi è il privilegio di Ruggero II  d’Altavilla detto “Crisobollo di re Ruggero” che concedeva all’abate Leonzio, su richiesta, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita nella diocesi di Policastro, con il suo cospicuo patrimonio formato da nove grange, cioè chiese dotate di terreni amministrati e gestiti direttamente da monaci. Secondo la studiosa Falcone (…), sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. La studiosa Enrica Follieri (…), nel suo ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a p. 433 e s., ci dice che ci informa di questo antico codice. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…):Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Ecc..”. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 433, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices Cryptenses seu Abbatiae Cryptae Ferratae in Tuscolano’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca, ‘L’abbazia di Grottaferrata e il cardinale Bessarione, in ‘Bollettino Badia gr. Grottaferrata’, ns. 41 (1987), pp. 135-152(…). Sui possedimenti dell’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo (Grottaferrata), ho scritto ivi un mio saggio. Del documento normanno detto ‘Crisobollo’ ho già parlato in un mio saggio ivi pubblicato. L’Ebner, scriveva: “il re non poteva negare al prestigioso abate di Grottaferrata di riconoscergli le 11 dipendenze che la celebre abbazia possedeva nei luoghi. (p. 431 ‘Chiesa Baroni e popolo nel Cilento’). Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri”, le sue “granciis, villis et pertinentiis suis”, e cioè i cenobi di S. Arcangelo di Campora, di S. Maria di Vita (3) di Fonga o Fogna (odierna Villa Littorio), di S. Zacaria di Sassano (4), di S. Pietro al Tomusso di Montesano  di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Infatti, Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, pubblicato da un Anonimo nel 1819, a p. 17 riferendosi al “Crisobollo” di re Ruggero II, in proposito scriveva che: “Inoltre dal Diploma di Ruggiero si rileva, come ho accennato, che amplissima era la giurisdizione del Rofranese Abate: si estendeva sopra undici Grancie descritte nel modo seguente: 3. Di S. Pietro del Tomusso nel territorio di Montesano ecc..”. I possedimenti elencati e citati nel documento normanno, sono poi in seguito confermati dalla Follieri (…). La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, che si trova nel testo (vedi nota 11), in proposito alla baronia di Rofrano, scriveva: “I beni elencati nel privilegio di re Ruggero II, consistevano nella chiesa di S. Maria di Rofrano e nelle nove grange da essa dipendenti, chiese rurali dotate di terreni che venivano coltivati direttamente dai monaci, dette grange secondo un termine introdotto dai cistercensi che stava ad indicare unità agricole minori curate dai monaci che tanta importanza hanno avuto nel medioevo ecc…Esse erano site nelle diocesi di Policastro e di Capaccio nel Cilento ricco di fondazioni bizantine…”Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri, grangia Sanctae Mariae de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sancti Zacchariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Archangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territori Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancti Nicolai de Siracusa in territorio ville Didascalie, grangia Sancti Nicolai de Benevento, grangia Sancta Mariae de Seripti in territorio Sanse.”.                       Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”Nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: 2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria. 3 S. Zaccaria nel territorio di Diano. 4. S. PIETRO DI TAMAZZO nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. ecc..”.

martire, p. 150

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Dunque, lo chiamano tutti “S. Pietro al Tomusso” e invece il Martire lo chiama “S. Pietro di Tamazzo”. E’ singolare come il Martire (…), lo chiami “4. S. PIETRO DI TAMAZZO nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. ecc..”. S. Pietro di Tamazzo ?. L’Ebner, op. cit., a p. 496, scriveva in proposito: ” Con questo documento , che trascriviamo dal codice di Grottaferrata, il re confermava ….”. Il codice di Grottaferrata citato dall’Ebner (…), è il codice Crypt. Z. δ. XII. (…), di cui ci ha parlato la Follieri (…). L’Ebner, pubblicò il documento in ‘Economia e società ecc..’, op. cit. (…), I, pp. 498-502. L’Ebner (…), scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (…) – che fu pubblicato dal Ronsini (…), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…).. Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 150 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi alla Valle del Tanagro, in proposito scriveva che: “Nella Valle del Tanagro, come si è accennato, è notizia di chiese italo-greche ad…..Nell’Archivio della Badia di Cava vi sono alcuni documenti riferibili a tali cenobi….A Sassano vi era la chiesa di S. Zaccaria, grancia di S. Pietro al Tomusso di Montesano (v.). Non è da escludere che i religiosi si siano fermati anche a Sanza, importante nodo viario per la biforcazione, sul valico, delle vie per Palinuro e Pixunte. Ecc…”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa’, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. L’Antonini (…) ed il Ronsini (…) si riferiva all’opera di Costantino Gatta (…). Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “..vita, non si può di vantaggio desiderare se vi sono ‘Selve assai bele con fioriti prati. In altro Ciel non visti, e non usati’. Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Loredana Pera (…),  a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111). Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di S. Nicola a Benevento (112); quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r9); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r). Nel territorio di Campora vi era la grangia del monastero di Sant’Angelo, locata ad un notaio di Laurino, tal ‘Jo (hannes’) ‘Buono’, la cui famiglia possedeva quella grangia già da novant’anni, che corrispondeva annualmente al monastero soltanto una libra di cera (c. 63r). Appartenevano a monaci di San Basilio anche i monasteri che originarono le grange di S. Nicola di Siracusa a Scalea (c. 63r) e i  Santa Maria de Sarippi a Sansa (c. 64r). A Diano vi era la grangia di San Zaccaria di Sassano, che era locata ad un tal Francesco Pelliccia, figlio dell’arcidiacono, per un canone annuale di nove ducati corrispondenti ad un’oncia e mezza (c. 59r). Nella città di Policastro vi era la grangia del monastero di San Matteo, sito presso la porta della città (c. 56r). Nel settembre del 1426 l’abate Francesco Mellini ne riconobbe il diretto ‘dominum’ all’abbazia, ma dispose che essa rimanesse a tal ‘domina Mathea’ dietro corresponsione di tre libbre di cera all’anno per tutta la sua vita e che, alla sua morte, la grangia passasse a suo nipote dietro pagamento annuo, però, di due ducati aurei.”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (112) postillava che: “(112) Nel crisobollo di re Ruggero viene menzionata la grancia ‘Sancti Nicolai de Benevento’ non attestata in altre fonti. Cfr. Follieri 1988, pp. 64-75.”. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tamusso, di Campora con la chiesa di Sant’Angelo, di Policastro con la chiesa di San Matteo e infine di Sanza con la chiesa di Santa Maria di Siripi (tutti in provincia di Salerno). Tra il Cilento e la Lucania si localizza invece la grangia di San Pietro in territorio di Rivello (oggi in provincia di Potenza), mentre nella Calabria settentrionale è Scalea con la chiesa di San Nicola di Siracusa (oggi in provincia di Cosenza). La grancia di San Nicola si trova invece a Benevento (1). Del feudo facevano parte anche alcune case di Salerno, ubicate presso la Porta Nova e presso la Giudaica, poste quindi sotto la giurisdizione dell’abate di Rofrano. Queste ultime sono documentate sin dal X secolo, in quanto localizzate nella “Judaica, tra il muro e il muricino” (2). Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3). Rofrano. Anche la storia civile ed ecclesiatica di Rofrano si identifica con la storia della badia, della quale i normanni furono investiti per circa quattrocento anni. Quando, nell’aprile del 1131, il re Ruggero II di Sicilia concedeva a Leonzio, l’abate basiliano che si era appositamente recato a Palermo, la badia e il feudo di Rofrano, tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata.”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (1) postillava che: “(1) La chiesa di S. Nicola di Benevento è ricordata nel privilegio di Innocenzo III (‘Documenta’, 2 c. 41v).”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Marongiu, 1937.”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Arcangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territorio Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancta Mariae de Scripti in territorio Sanse”; concludono l’elenco le case presso Porta Nuova e Judaica in Salerno. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r).”.

Nel 1131, il monastero di Santa Maria di Vito a Fogna di Laurino

Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. ….., in proposito scriveva che: “Verso Occidente rispetto a ‘San Luca’ è la “Carrara de santo Bartomeo” o “santo Bartolomeo” (123), vicino al ‘Tumusso’ (124): v’era una fondazione chiesastica (125) che agevolmente si lega alla devozione per san Bartolomeo di Rossano, il discepolo di San Nilo Juniore e cofondatore di Grottaferrata (126), e si potrebbe assegnare fors’anche agl’inizi dell’undicesimo secolo. All’abate Leonzio di Grottaferrata nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127) insieme con altri in Lucania e nella Calabria settentrionale, da Ruggiero secondo, conformemente a un diploma in greco dato nel ‘Palazzo’ di Palermo; il monastero, con San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Vito a Fogna di Laurino, rimase alla Badia basiliana fino al 1728 (128). Ma esso già nel documento del dodicesimo secolo era identificato nel territorio di Montesano, a Prato Comune o ‘Varchèra’, dove ancora è la cappella di San Pietro accanto alle strutture dell’antico cenobio – adibite oggi, con profonde alterazioni ad uso agricolo ed abitativo – come si desume etc…”. In primo luogo il Tortorella errava quando afferma che “nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127) insieme con altri in Lucania”, in quanto all’abate Leonzio, Ruggero II d’Altavilla donò all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, il monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che già possedeva tutti gli altri che vengono elencati nel documento del 1131 chiamato “Crisobollo di re Ruggero II”.  Inoltre, questi monasteri, (donati a Grottaferrata), compreso il monastero di S. Maria di Vito a Fogna in Laurino, già dipendevano dal monastero di S. Maria di Rofrano, esssendo sue dipendenze, da prima del 1131. Infatti, si evince dal “Crisobollo di re Ruggero II” che re Ruggero II confermava a Leonzio le precedenti donazioni di Ruggero Borsa del 1111 e di re Guglielmo I del 1127. Questo monastero già esisteva nel 1111. Il Tortorella (….), a p. 58, nella nota (127) postillava che: “(127) Cfr. A. Rocchi, De Coenobio Cryptoferratensi, Tusculi, 1893, pp. 97-98, dov’è la traduzione latina del documento (ch’è forse quella copiata a Roma dal notaio in Padula Ottone Francesco Martelli il quindici marzo 1720 e allegata alle ‘Carte riguardanti la vendita del Monistero di S. Maria di Grotta ferrata al Monistero di S. Lorenzo della grancia di S. Pietro in Montesano, S. Zaccaria in Sassano e S. Maria di Vito in Laurino’, conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo della Padula”, busta 5615, e conosciuta dallo studioso basiliano attraverso un duplicato, custodito nell’Archivio comunale di Rofrano e pubblicato da D. Ronsini, Cenni storici del Comune di Rofrano, Salerno, Stabilimento Tipografico Nazionale, 1873, documento A, pp. 69-72), il quale in originale è nel ‘Codice Z delta 12 dell’Archivio della Badia greca di Grottaferrata.”. A questo punto, però il Tortorella, postillava che: “Ma a Grottaferrata non è stato possibile consultare la carta greca di Ruggero secondo”. Il Crisobollo di re Ruggero II conservato a Grottaferrata è stato da me pubblicato ivi in un mio saggio.  Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Laurino”, a p. 88, nella nota (47) postillava che: “(88)…..S. M. di Grottaferrata a Rofrano, …….Chiesa, questa, che era assai fiorente con le sue 11 grancie, tra cui la chiesa di S. Maria de Vita in località S. Vito di Fogna (Villa Littorio).”. Sempre Ebner, a p. 84, in proposito scriveva pure che: “Lo “stato” di Laurino, costituitosi con l’assenso di re Ladislao,…..Esso constava di Laurino e di cinque casali, e cioè Laurino Piaggine, etc…Fogna o Fonga, e di due casali scomparsi: Zedalampe, nei pressi del vallone Ripeti (37), e Vito, grancia sempre della tuscolana Badia italo-greca di Grottaferrata, ma dipendente prima dalla badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e poi del cenobio di S. Pietro al Tumusso di Montesano (v.). Di ambedue questi abitati erano visibili ancora le rovine nella seconda metà del ‘700.”. Dunque, il casale di Vito a Fogna, dice Ebner era a Villa Littorio. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Fonga (Villa Littorio)”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Maggiori notizie sulla badia di S. Maria di Vito sita al di sotto del villaggio di Fogna, verso Bellosguardo, nella località detta Vito. In origine monastero indipendente di monaci italo-greci, divenne grancia della grande abbazia tuscolana greca di Grottaferrata che nel periodo della sua decadenza la unì come grancia alla badia italo-greca di S. Pietro al Tumusso di Montesano. Questa badia negli ultimi tempi vi teneva un monaco per il mantenimento del culto e l’amministrazione dei beni. Va ricordato che della badia di S. Maria è già notizia nel diploma in greco (v. la trascrizione in latino Cap. V, 4) di re Ruggiero di Sicilia rilasciato a Palermo nell’anno 6639 = 1131, quando i beni esistenti anche nel territorio dell’odierno Cilento, dipendenti dalla badia italo-greca di S. Maria di Rofrano, vennero riconosciuti di proprietà dell’abbazia greca di Grottaferrata (“In primis, grancia Sanctae Mariae de Vito, qua est in tenimento seu territorio Laurini”). Con questo diploma re Ruggiero confermava le donazioni fatte dal cugino Ruggiero e dal figlio di costui, Guglielmo. Beni tutti poi ceduti alla Certosa di Padula (v.). Nel 1709 pd. Nicola Maranci, procuratore del monastero di S. Pietro di Montesano dei pd. basiliani chiese alla R. Camera di consentire l’istituzione di un inventario dei beni appartenenti al monastero di S. Pietro, tra i quali la grancia di S. Maria di Vito di Fogna. Tre le copie dell’inventario di cui è notizia: una era “in banca di Basile per un processo tra l’università di Laurino e quella di Rofrano”; una seconda è all’ASS., la terza nell’ADV. Dalla Platea si evince che solo otto persone (sei analfabeti e due artigiani) denunziarono di possedere beni di S. Maria a Fogna (terreni e case). Oltre i diritti annessi al feudo, di cui l’agronomo Collarelli dichiarò di aver disegnata la pianta, i beni erano costituiti da più arborati (tomola 19.4) da un terreno lavorativo (tomola due) e una casa (6).”.

Nel 1131, il monastero di “Santa Maria de Vitis” a Fogna di Laurino, grangia del monastero di S. Maria di Rofrano, donata da re Ruggero II all’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata vicino Frascati

Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. ….., in proposito scriveva che: “Verso Occidente rispetto a ‘San Luca’ è la “Carrara de santo Bartomeo” o “santo Bartolomeo” (123), vicino al ‘Tumusso’ (124): v’era una fondazione chiesastica (125) che agevolmente si lega alla devozione per san Bartolomeo di Rossano, il discepolo di San Nilo Juniore e cofondatore di Grottaferrata (126), e si potrebbe assegnare fors’anche agl’inizi dell’undicesimo secolo. All’abate Leonzio di Grottaferrata nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127) insieme con altri in Lucania e nella Calabria settentrionale, da Ruggiero secondo, conformemente a un diploma in greco dato nel ‘Palazzo’ di Palermo; il monastero, con San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Vito a Fogna di Laurino, rimase alla Badia basiliana fino al 1728 (128). Ma esso già nel documento del dodicesimo secolo era identificato nel territorio di Montesano, a Prato Comune o ‘Varchèra’, dove ancora è la cappella di San Pietro accanto alle strutture dell’antico cenobio – adibite oggi, con profonde alterazioni ad uso agricolo ed abitativo – come si desume etc…”. In primo luogo il Tortorella errava quando afferma che “nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127) insieme con altri in Lucania”, in quanto all’abate Leonzio, Ruggero II d’Altavilla donò all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, il monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che già possedeva tutti gli altri che vengono elencati nel documento del 1131 chiamato “Crisobollo di re Ruggero II”.  Inoltre, questi monasteri, (donati a Grottaferrata), compreso il monastero di S. Maria di Vito a Fogna in Laurino, già dipendevano dal monastero di S. Maria di Rofrano, esssendo sue dipendenze, da prima del 1131. Infatti, si evince dal “Crisobollo di re Ruggero II” che re Ruggero II confermava a Leonzio le precedenti donazioni di Ruggero Borsa del 1111 e di re Guglielmo I del 1127. Questo monastero già esisteva nel 1111. Il Tortorella (….), a p. 58, nella nota (127) postillava che: “(127) Cfr. A. Rocchi, De Coenobio Cryptoferratensi, Tusculi, 1893, pp. 97-98, dov’è la traduzione latina del documento (ch’è forse quella copiata a Roma dal notaio in Padula Ottone Francesco Martelli il quindici marzo 1720 e allegata alle ‘Carte riguardanti la vendita del Monistero di S. Maria di Grotta ferrata al Monistero di S. Lorenzo della grancia di S. Pietro in Montesano, S. Zaccaria in Sassano e S. Maria di Vito in Laurino’, conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo della Padula”, busta 5615, e conosciuta dallo studioso basiliano attraverso un duplicato, custodito nell’Archivio comunale di Rofrano e pubblicato da D. Ronsini, Cenni storici del Comune di Rofrano, Salerno, Stabilimento Tipografico Nazionale, 1873, documento A, pp. 69-72), il quale in originale è nel ‘Codice Z delta 12 dell’Archivio della Badia greca di Grottaferrata.”. A questo punto, però il Tortorella, postillava che: “Ma a Grottaferrata non è stato possibile consultare la carta greca di Ruggero secondo”. Il Crisobollo di re Ruggero II conservato a Grottaferrata è stato da me pubblicato ivi in un mio saggio.  Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Laurino”, a p. 88, nella nota (47) postillava che: “(88)…..S. M. di Grottaferrata a Rofrano, …….Chiesa, questa, che era assai fiorente con le sue 11 grancie, tra cui la chiesa di S. Maria de Vita in località S. Vito di Fogna (Villa Littorio).”. Sempre Ebner, a p. 84, in proposito scriveva pure che: “Lo “stato” di Laurino, costituitosi con l’assenso di re Ladislao,…..Esso constava di Laurino e di cinque casali, e cioè Laurino Piaggine, etc…Fogna o Fonga, e di due casali scomparsi: Zedalampe, nei pressi del vallone Ripeti (37), e Vito, grancia sempre della tuscolana Badia italo-greca di Grottaferrata, ma dipendente prima dalla badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e poi del cenobio di S. Pietro al Tumusso di Montesano (v.). Di ambedue questi abitati erano visibili ancora le rovine nella seconda metà del ‘700.”. Dunque, il casale di Vito a Fogna, dice Ebner era a Villa Littorio. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Fonga (Villa Littorio)”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Maggiori notizie sulla badia di S. Maria di Vito sita al di sotto del villaggio di Fogna, verso Bellosguardo, nella località detta Vito. In origine monastero indipendente di monaci italo-greci, divenne grancia della grande abbazia tuscolana greca di Grottaferrata che nel periodo della sua decadenza la unì come grancia alla badia italo-greca di S. Pietro al Tumusso di Montesano. Questa badia negli ultimi tempi vi teneva un monaco per il mantenimento del culto e l’amministrazione dei beni. Va ricordato che della badia di S. Maria è già notizia nel diploma in greco (v. la trascrizione in latino Cap. V, 4) di re Ruggiero di Sicilia rilasciato a Palermo nell’anno 6639 = 1131, quando i beni esistenti anche nel territorio dell’odierno Cilento, dipendenti dalla badia italo-greca di S. Maria di Rofrano, vennero riconosciuti di proprietà dell’abbazia greca di Grottaferrata (“In primis, grancia Sanctae Mariae de Vito, qua est in tenimento seu territorio Laurini”). Con questo diploma re Ruggiero confermava le donazioni fatte dal cugino Ruggiero e dal figlio di costui, Guglielmo. Beni tutti poi ceduti alla Certosa di Padula (v.). Nel 1709 pd. Nicola Maranci, procuratore del monastero di S. Pietro di Montesano dei pd. basiliani chiese alla R. Camera di consentire l’istituzione di un inventario dei beni appartenenti al monastero di S. Pietro, tra i quali la grancia di S. Maria di Vito di Fogna. Tre le copie dell’inventario di cui è notizia: una era “in banca di Basile per un processo tra l’università di Laurino e quella di Rofrano”; una seconda è all’ASS., la terza nell’ADV. Dalla Platea si evince che solo otto persone (sei analfabeti e due artigiani) denunziarono di possedere beni di S. Maria a Fogna (terreni e case). Oltre i diritti annessi al feudo, di cui l’agronomo Collarelli dichiarò di aver disegnata la pianta, i beni erano costituiti da più arborati (tomola 19.4) da un terreno lavorativo (tomola due) e una casa (6).”. Rosanna Alaggio (….), nel suo “Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano”, a pp. 44-51, in proposito scriveva che: “Un’altra fondazione italo-greca, Santa Maria di Rofrano, nel Cilento meridionale, era dotata di un patrimonio vastissimo che comprendeva anche la giurisdizione su alcuni insediamenti di una certa importanza. La descrizione in dettaglio di tutti i suoi possedimenti si trova in un diploma di Ruggero II del 1131 (10). L’atto costituisce l’attestazione più antica dell’esistenza del monastero, anche se l’estensione e la varietà del patrimonio descritto rimanda ad un’epoca di molto anteriore alla stesura del diploma ruggeriano. Nel primo trentennio del XII sec. S. Maria di Rofrano, che risuta essere, a quell’epoca, una dipendenza di Grottaferrata, possedeva metochi a Laurino, a Sassano, Sanza e nei dintorni di Montesano, a Policastro, a Rivello, a Benevento e in Calabria; mentre a Salerno etc…”. Alaggio, a p. 51, in proposito scriveva pure: “A molte delle sue dipendenze, specie quelle ubicate nel Vallo di Diano, può essere attribuito un ruolo propulsore nella genesi dei nuclei originari degli attuali insediamenti o, quanto meno, un’azione promotrice del loro sviluppo; come dovette accadere per San Zaccaria di Sassano, o per Santa Maria di Siripi a Sanza, per S. Pietro al Tumusso in territorio di Montesano, oltre che per la stessa Rofrano (11).”. Alaggio, a p. 44, nella nota (10) postillava: “(10) Per la trascrizioe del documento, la cui copia è custodita nell’Archivio dell’abbazia di Grottaferrata, si veda P. Ebner, Chiesa Baroni e popolo nel Cilento, (Thesaurus Ecclesiarum Italiae recentioris Aev, XII, 6), vol. 2, Roma, 1982, vol. I, pp. 158-160.”. Alaggio, a p. 51, nella nota (11) postillava: “(11) Ibidem, p. 159: “Granciae vero huius presentis monasterii hae sunt. In primis grancia Sanctae Marie de Vito, que est in tenimento seu territorio Laurini, et grancia Sancti Zachariae que est in territorio Diani, et grancia S. Petri de Tumusso quae est in territorio Montissani”. Alaggio, a pp. 83-84, in proposito scriveva pure: “La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di rilatinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22)….Tale politica di promozione è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI sec., di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano, e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di San Lorenzo di Padula (24).”. Alaggio, a p. 83, nella nota (22) postillava: “(22) Si veda in proposito V. von Falkenhausen, I monasteri greci dell’Italia meridionale e della Sicilia dopo l’avvento dei Normanni: continuità e mutamenti, in ‘Il passaggio del dominio bizantino allo Stato normanno nell’Italia meridionale’, Atti del II Convegno internazionale di Studi (Taranto-Mottola, 31 ottobre-4 novembre 1973) a cura di C.D. Fonseca, Taranto 1977, pp. 197-219.”.

Nel 1131, il monastero di Santa Maria de Siripi (Sanctae Mariae de Seripti) a Sanza, grangia o metochio del monastero di S. Maria di Hodegitria a Rofrano, donata da re Ruggero II all’abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata vicino Frascati

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 157 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi a Rofrano in proposito scriveva che: “Il re confermò all’abate Leonzio di Grottaferrata “ad nos profectos ac supplicati”, oltre alla grancia di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case a Salerno, la grancia fi S. Nicola di Siracusa a Scalea, anche quelle di S. Nicola di Policastro, di Sant’Arcangelo di Campora e di S. Maria di Rofrano con annesse le numerose dipendenze, quali S. Maria di Vita di Fogna (odierno Villa Littorio), S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (…) – che fu pubblicato dal Ronsini (…), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…).. Dunque, re Ruggero II d’Altavilla, nel privilegio regio del 1131, detto “Crisobollo di re Ruggero”, confermò a Leonzio anche il monastero di Santa Maria di Siripi di Sanza. Ho già detto che re Ruggero II donava a Leonzio e confermava le già precedenti donazioni di Guaimario e di Ruggero Borsa fatte in precedenza alla chiesa di Rofrano, di cui ho già parlato nei miei precedenti saggi. Dunque, questi beni esistevano da molto prima del 1131. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano,……Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116.”. Il documento del 1131, detto “Crisobollo” è una conferma dell’esistenza di questi beni e monasteri. Pietro Ebner scriveva che tra questi beni concessi da re Ruggero II a Leonzio, vi erano anche le due grancie a Montesano ed una a Sanza, ovvero quelle di S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Dunque, il monastero di S. Maria di Sirippi di Sanza con celle e dipendenze. Ebner, scriveva: “il re non poteva negare al prestigioso abate di Grottaferrata di riconoscergli le 11 dipendenze che la celebre abbazia possedeva nei luoghi. (p. 431 ‘Chiesa Baroni e popolo nel Cilento’). Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri”, le sue “granciis, villis et pertinentiis suis”, e cioè i cenobi di S. Arcangelo di Campora, di S. Maria di Vita (3) di Fonga o Fogna (odierna Villa Littorio), di S. Zacaria di Sassano (4), di S. Pietro al Tomusso di Montesano  di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Dunque, Ebner scriveva del “Crisobollo” e diceva che una delle dipendenze o grange di S. Maria di Rofrano, nel 1131, fosse la grangia  “…..di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. II, a p….., nel saggio “Gli Statuti di Sanza”, in proposito scriveva: “Gli statuti vennero pubblicati da G. Ghiriatti in “Archivio storico della provincia di Salerno”, fasc. II e III 1934, pp. 152-178, da un ms. cartaceo di 24 ff (22 x 15) ben conservato e datato 1761. Etc…” ma, sul monastero non dice nulla. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, nel saggio “Gli Statuti di Rofrano”, a p. 496, in proposito scriveva: “Prime notizie sicure del diploma di re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè nel 1131, IX indiz (1). Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata, il re confermava all’abate Leonzio etc…., le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc…dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (2)……, il riconoscimento delle sue undici dipendenze (3).”. Ebner, a p. 496, nella nota (1) postillava: “(1) Il diploma venne pubblicato da D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano, Salerno, 1873, p. 69 sgg.”. Ebner, a p. 496, nella nota (2) postillava: “(2) Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del locale seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Ebner, a p. 496, nella nota (3) postillava: “(3) Grancia di S. Maria de Vita a Laurino, grancia di S. Zaccaria a Diano (in effetti a Sassano che faceva parte dello “stato” di Diano), grancia di S. Pietro al Tumusso di Montesano, etc…., e la grancia di S. Maria di Siripi a Sanza.”. Ebner, a p. 497, vol. I, in proposito scriveva pure che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Fonga (Villa Littorio)”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: Nel 1709 pd. Nicola Maranci, procuratore del monastero di S. Pietro di Montesano dei pd. basiliani chiese alla R. Camera di consentire l’istituzione di un inventario dei beni appartenenti al monastero di S. Pietro, tra i quali la grancia di S. Maria di Vito di Fogna. Tre le copie dell’inventario di cui è notizia: una era “in banca di Basile per un processo tra l’università di Laurino e quella di Rofrano”; una seconda è all’ASS., la terza nell’ADV. Etc…”. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, pubblicato da un Anonimo nel 1819, (uso la ristampa dell’edizione di Salerno del 1873), ristampa di Forni editore, dove a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “Inoltre dal Diploma di Ruggiero si rileva, come ho accennato, che amplissima era la giurisdizione del Rofranese Abate: si estendeva sopra undici Grancie descritte nel modo seguente: ……11. La Grancia di S. Maria de Siripi nel territorio di Sansa. La contrada detiene l’antico nome.”. Dunque, il Ronsini elencando le dipendenze di Rofrano scriveva che “Siripi” è l’antico toponimo dell’antica contrada. Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, che si trova nel testo (vedi nota 11), in proposito alla baronia di Rofrano, scriveva: “I beni elencati nel privilegio di re Ruggero II, consistevano nella chiesa di S. Mariadi Rofrano e nelle nove grange da essa dipendenti, chiese rurali dotate di terreni che venivano coltivati direttamente dai monaci, dette grange secondo un termine introdotto dai cistercensi che stava ad indicare unità agricole minori curate dai monaci che tanta importanza hanno avuto nel medioevo ecc…Esse erano site nelle diocesi di Policastro e di Capaccio nel Cilento ricco di fondazioni bizantine…”Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri, grangia Sanctae Mariae de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sancti Zacchariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Archangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territori Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancti Nicolai de Siracusa in territorio ville Didascalie, grangia Sancti Nicolai de Benevento, grangia Sancta Mariae de Seripti in territorio Sanse.”. Dunque, la Falcone scriveva che nella traduzione latina dal greco del documento detto “Crisobollo” è scritto:  “….grangia Sancta Mariae de Seripti in territorio Sanse.”. La grancia o grancia (dipendenza) in territorio di “Sanse” (Sanza in Provincia di Salerno e nel Vallo di Diano), detto “Sancta Mariae de Seripti”. Nell’elenco che, nel 1877 riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); ecc..”Nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: 2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria. 3 S. Zaccaria nel territorio di Diano. 4. S. Pietro di Tamazzo nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. 5. S Arcangelo nel territorio di Canpora. 6. S. Matteo nel territorio di Policastro. 7. S. Pietro di Rivello. 8. S. Nicola di Siracusa nel territorio di Discola. 9 S. Nicola di Benevento. 10. S. Maria di Scrippi, nel territorio di Sanza. 11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma. 12. S. Benedetto di Policastro. 13. S. Nicola a Sapri..

martire, p. 150

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Dunque, lo chiamano 10. S. Maria di Scrippi, nel territorio di Sanza.”. Di questo monastero, il Martire scriveva che: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: etc..”. Dunque, di questi monasteri, grange di Rofrano e donate da re Ruggero II a Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati, il Martire  scrive che se ne parlava nel “Bios” di S. Nilo. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 150 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi alla Valle del Tanagro, in proposito scriveva che: “Nella Valle del Tanagro, come si è accennato, è notizia di chiese italo-greche ad…..Nell’Archivio della Badia di Cava vi sono alcuni documenti riferibili a tali cenobi….A Sassano vi era la chiesa di S. Zaccaria, grancia di S. Pietro al Tomusso di Montesano (v.). Non è da escludere che i religiosi si siano fermati anche a Sanza, importante nodo viario per la biforcazione, sul valico, delle vie per Palinuro e Pixunte. Ecc…”. Loredana Pera (…), nel testo di Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111). Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di …..Appartenevano a monaci di San Basilio anche i monasteri che originarono le grange di S. Nicola di Siracusa a Scalea (c. 63r) e i  Santa Maria de Sarippi a Sansa (c. 64r). Etc…”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Susanna Passigli (….), nel testo di Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Arcangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territorio Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancta Mariae de Scripti in territorio Sanse”; etc…”. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, nella nota (25) postillava che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tamusso, di Campora con la chiesa di Sant’Angelo, di Policastro con la chiesa di San Matteo e infine di Sanza con la chiesa di Santa Maria di Siripi (tutti in provincia di Salerno). Etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, stranamente non dice nulla sul casale di “Sansa” e, non dice nulla sull’antico monastero di S. Maria di Sirippi. Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, nel cap. III, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “La presenza italo-greca a Sanza è documentata dall’inizio dell’età normanna (1077-1194) ed è connessa alla Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (64), una delle dipendenze più importanti, seppure la più lontana, della potente (e omònima) Badia tuscolana (Gripta Ferrata de Urbe) fondata da S. Nilo all’inizio del Millennio. La badia rofranese possedeva ben 9 grange (65), tra cui quella di ‘S. Maria de Siripi in territorio Sansae’, verosimilmente già per donazione longobarda (66), etc…”. Fusco, a p. 83, nella nota (66) postillava: “(66) E’ probabile che il principe longobardo di Salerno Guaimario V (1027-1052), che nel 1045 accolse benevolmente il cofondatore della Badia di Grottaferrata, Bartolomeo, sia stato il primo a donare la chiesa rofranese coi suoi beni al cenobio tuscolano.”. Fusco, a p. 56 continuando il suo racconto scriveva pure che: “….poi normanna coi duchi Ruggero Borsa e il figlio Guglielmo (67) e, nel 1131, del neore del Regno di Sicilia Ruggero II d’Altavilla (68). In mancanza del rògito del 1021 del monaco Masiello di Roberto di cui è cenno nella Platea dei beni della cappella di S. Maria della Neve di Sanza del 1730 (69), il ‘Privilegium del re normanno è il primo documento del Basso Medioevo in cui sia menzionato l’abitato di Sansa, non solo, pure alcune contrade di confine con Rofrano ben note ai Sanzesi (‘fons Centaurini, via publica Policastri, magnus flavius (Bussento), Acquasparsa, Campus Monachorum, Decollata, via Ballibone, spelunca Cornitelli, Crux Sansae’)(70). In contrada Sirippi quindi, nell’alta valle del Bussento attraversata dall’antica carovaniera (via del sale) che per la Croce di Rofrano immetteva nella valle del Mingardo (71), ebbe vita rigogliosa per alcuni secoli la grangia di S. Maria dipendente dalla badia rofranese (72). “La contrada” – scrivemmo nel lontano 1992 – “che degrada verso il Fiumicello e il Bussento e ha di fronte il Centaurino ricco di acque, di abbondante selvaggina (zoa àgria), di cerri e di castagni, prima brulla e coperta di cespugli, grazie al lavoro di monaci dovette presto mutare aspetto. Etc…., i quali intorno alla cappella di S. Maria di Sìripi costruirono le loro casupole dando luogo a un piccolo casale (74) Etc…”. Fusco, a p. 83, nella nota (69) postillava: “(69) Della Platea del 1730 parleremo più avanti. Per il momento facciamo notare che in essa il procuratore dei beni della Cappella di S. Maria della Neve, il ‘doctor in utròque’ (esperto in diritto civile e canonico) don Ottavio de Benedictis (ricco possidente sassanese residente a Sanza), fece inserire dal notaio padulese che ne curò la stesura (Ottone Francesco Martelli, che nella prima metà del Settecento redasse pure platee dei beni di alcune grange rofranesi) …..etc…”. Fusco, a p. 213, nella nota (89) postillava: “(89) Platea Venerabilis Cappellae S. Mariae ad Nives Terrae Santiae, 1730, Archivio dell’Arciconfraternita di S. Maria della Neve, Sanza, Piazza Plebiscito.”. Rosanna Alaggio (….), nel suo “Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano”, a pp. 44-51, in proposito scriveva che: “Un’altra fondazione italo-greca, Santa Maria di Rofrano, nel Cilento meridionale, era dotata di un patrimonio vastissimo che comprendeva anche la giurisdizione su alcuni insediamenti di una certa importanza. La descrizione in dettaglio di tutti i suoi possedimenti si trova in un diploma di Ruggero II del 1131 (10). L’atto costituisce l’attestazione più antica dell’esistenza del monastero, anche se l’estensione e la varietà del patrimonio descritto rimanda ad un’epoca di molto anteriore alla stesura del diploma ruggeriano. Nel primo trentennio del XII sec. S. Maria di Rofrano, che risulta essere, a quell’epoca, una dipendenza di Grottaferrata, possedeva metochi a Laurino, a Sassano, Sanza e nei dintorni di Montesano, a Policastro, a Rivello, a Benevento e in Calabria; mentre a Salerno etc…”. Alaggio, a p. 51, in proposito scriveva pure: “A molte delle sue dipendenze, specie quelle ubicate nel Vallo di Diano, può essere attribuito un ruolo propulsore nella genesi dei nuclei originari degli attuali insediamenti o, quanto meno, un’azione promotrice del loro sviluppo; come dovette accadere per San Zaccaria di Sassano, o per Santa Maria di Siripi a Sanza, per S. Pietro al Tumusso in territorio di Montesano, oltre che per la stessa Rofrano (11).”. Alaggio, a p. 44, nella nota (10) postillava: “(10) Per la trascrizioe del documento, la cui copia è custodita nell’Archivio dell’abbazia di Grottaferrata, si veda P. Ebner, Chiesa Baroni e popolo nel Cilento, (Thesaurus Ecclesiarum Italiae recentioris Aev, XII, 6), vol. 2, Roma, 1982, vol. I, pp. 158-160.”. Alaggio, a p. 51, nella nota (11) postillava: “(11) Ibidem, p. 159: “Granciae vero huius presentis monasterii hae sunt. In primis grancia Sanctae Marie de Vito, que est in tenimento seu territorio Laurini, et grancia Sancti Zachariae que est in territorio Diani, et grancia S. Petri de Tumusso quae est in territorio Montissani”. Alaggio, a pp. 83-84, in proposito scriveva pure: “La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di rilatinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22)….Tale politica di promozione è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI sec., di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano, e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di San Lorenzo di Padula (24).”. Alaggio, a p. 83, nella nota (22) postillava: “(22) Si veda in proposito V. von Falkenhausen, I monasteri greci dell’Italia meridionale e della Sicilia dopo l’avvento dei Normanni: continuità e mutamenti, in Il passaggio del dominio bizantino allo Stato normanno nell’Italia meridionale, Atti del II Convegno internazionale di Studi (Taranto-Mottola, 31 ottobre-4 novembre 1973) a cura di C.D. Fonseca, Taranto 1977, pp. 197-219.”. Loredana Pera (….), nel saggio Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 158, in proposito scriveva che: “c. 64r   In tenimento Sanse (25)   Monasterium predictum habet infrascripta bona videlicet monasterium sive grangiam quod vocatur Santa Maria de Sarippi, ordinis Sancti Basilii, cum omnibus iuribus, possessionibus et pertinentiis suis.”, che tradotto è: Del suddetto monastero hanno i beni sottoscritti, cioè il monastero o grancia detta di Santa Maria de Sarippi, dell’ordine di San Basilio, con tutti i suoi diritti, possedimenti e pertinenze”. Vittorio Bracco (….), nel suo: “La descrizione seicentesca della “Valle di Diani” di Paolo Eterni”, a p. 53, in proposito scriveva che: “Dopo un miglio sopra un eminente collina sono le rovine della Villa Calvanello, che fu di Costanzi di Diano, edificata con la Sala, Padula, Montesano, Casalnuovo, e Sanza dal nominato Silla nella sua legazione della Guerra Sociale con Lucani dopo la distruzione di Stabia, e pompei di Campagna felice, ed edificazione di Roma anni 786 (46).”. Carlo Bellotta (…) nella sua Tesi di Laurea ‘Storia del Monachesimo in Campania. Analisi del patrimonio fondiario di tre Abbazie attraverso lo studio delle Platee dei Beni (secoli XVII-XVIII), tesi di Laurea in dottorato col Prof. Francesco Barra, anno Accademico 2013-2014, le cui notizie specialmente riguardo la ricostruzione storiografica sul monastero di S. Pietro al Tomusso, e non solo, vanno considerate con cautela a causa delle notevoli omissioni ed imprecisioni. Solo per citarne una, il Bellotta, a p. 131 parlando delle caratteristiche del territorio del Vallo di Diano scriveva che: “Il Vallo di Diano, come indica il nome, è una vallata circondata e protetta da nuerose montagne: il monte Cervati è il rilievo montuoso più significativo, posto a una altezza di 1899 metri sul livello del mare, nei pressi di Sanza, sulla cui cima è stato eretto un santuario dedicato alla Madonna della Neve…..(p. 132) per es. sul monte Gelbison e sul Cervati, rispettivamente al Santuario della Madonna di Novi Velia e a quello della Madonna della Neve a Sanza.”. Bellotta, a p. 137, nella nota (12) postillava: “(12) S. Maria di Siripi a Sanza, etc…”. Bellotta, a p. 138, in proposito scriveva che: “Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non venne visitato nel 1458 dall’archimandrita Athanasios Chalkéopoulos, che si recò invece, negli altri cenobi campani (S. Giovanni Batista a San Giovanni a Piro, S. Cono a Camerota, S. Maria a Centola e S. Maria a Pattano). Nei primi anni del Settecento, il “Procuratore” di San Pietro al Tumusso, don Nilo Marangi, scrisse ai suoi superiori di Grottaferrata, chiedendo che venisse compilata una nuova platea dei beni per far fronte alle continue usurpazioni che venivano fatte ai danni dei possedimenti dell’ente….La vendita di San Pietro al Tumusso ai certosini di Padula avvenne qualche anno dopo, precisamente il 31 maggio 1726, e segnò il punto di non ritorno dell’esperienza dei monaci italo-greci nel vallo di Diano, poichè i padri basiliani lasciarono definitivamente il cenobio (14).”. Bellotta, a p. 138, nella nota (14) postillava: “(14) Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo di Padula”, busta 5615 etc…”. Bellotta, a p. 144, in proposito scriveva pure che: “….il monastero aveva “molte possessioni nelli suoi feudi”, concentrate nei feudi di S. Pietro di Montesano, di S. Zaccaria di Sassano, di S. Maria di Vico di Fogna e in alcuni territori di S. Rufo, San Giacomo (monte San Giacomo), Casalnuovo (Casalbuono), Diano (Teggiano), Buonabitacolo, Padula, Sanza e Policastro.”. Bellotta, a p. 144, nella nota (5) postillava: “(5) Archivio Diocesano di Vallo della Lucania, Platea censuum intritum, bonorum stablium, et actionum Grancie S. Petri dicti del Tamusso prope Montesanum Ordinis S. Basilii Magni pertinentium ad insigne Cryptae Ferratae confecta in anno 1710, f. 1r.”. Bellotta, a p. 145, in proposito scriveva: “La struttura della platea del monastero di San Pietro al Tumusso è unitaria, ma per comodità di chi si accinge a studiarne e analizzarne il contenuto la si può suddividere in cinque sezioni, corrispondenti ai feudi, ……S. Maria di Sirippi a Sanza (ff. 75v. – 76r.) – nei quali si trovano beni di carattere immobiliare di proprietà dell’ente ecclesiastico.”. Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, nel cap. III, a p. 65, in proposito scriveva che: “Sorto probabilmente in età normanna quando l’Ordo Cavensis si consolitò nel Cilento e nel Vallo di Diano (137), il Monasterium S. Petri forse fu benedettino e con quello basiliano di Sirippi sopravvisse, con fasi alterne, sin verso la metà del XIX sec. Non se ne sa molto, se i non i nomi di alcuni abati e qualche particolare: Abate Angelo, nel 1352 (138); etc…”.

Nel 1131, la contrada di “Seripti” o “Sirippi”, non lontana dal Centaurino, tra Sanza e Rofrano

Come abbiamo visto, Pietro Ebner scriveva che tra questi beni concessi da re Ruggero II a Leonzio, vi erano anche le due grancie a Montesano ed una a Sanza, ovvero quelle di S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”Dunque, già dal 1116 vi era una contrada chiamata “Siripi” o “Sirippi” con un monastero, celle e dipendenze, e forse anche un molino. Ma dove si trovava di preciso questa tenuta che, molto probabilmente fu donata ai monaci di Rofrano dal principe longobardo Guaimario V ?. Dunque, la Falcone scriveva che nella traduzione latina dal greco del documento detto “Crisobollo” è scritto:  “….grangia Sancta Mariae de Seripti in territorio Sanse.”. La grancia o grancia (dipendenza) in territorio di “Sanse” (Sanza in Provincia di Salerno e nel Vallo di Diano), detto “Sancta Mariae de Seripti”. Nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “….10. S. Maria di Scrippi, nel territorio di Sanza. 11.”. ovvero nel 1131, secondo il documento detto “Crisobollo” la tenuta o grangia di Rofrano si trovava “in territorio di Sanza”. Carlo Bellotta (…) nella sua Tesi di Laurea ‘Storia del Monachesimo in Campania. Analisi del patrimonio fondiario di tre Abbazie attraverso lo studio delle Platee dei Beni (secoli XVII-XVIII), parlando dei “beni extra-territoriali” o “extra moenia”, del monastero di S. Pietro al Tumusso, a p. 164, in proposito scriveva che: “Due terreni si trovavano in terra buonabitacolese, mentre a Sanza sappiamo solo che l’ente monastico era proprietario dell’intero feudo di S. Maria di Sirippi, senza che venissero specificati i nomi dei coloni e il censo che annualmente erano tenuti a versare, oppure la qualità, l’estensione e la locazione del bene posseduto.”. Dunque, il Bellotta scriveva che dalla platea del 1710 di Marangi risulta che “…l’ente monastico era proprietario dell’intero feudo di S. Maria di Sirippi”.

Bellotta, p. 164

(Fig…) Bellota Carlo, op. cit., pp. 163-164

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, nel cap. III, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “…il ‘Privilegium del re normanno è il primo documento del Basso Medioevo in cui sia menzionato l’abitato di ‘Sansa’, non solo, pure alcune contrade di confine con Rofrano ben note ai Sanzesi (‘fons Centaurini, via publica Policastri, magnus flavius (Bussento), Acquasparsa, Campus Monachorum, Decollata, via Ballibone, spelunca Cornitelli, Crux Sansae’)(70). In contrada Sirippi quindi, nell’alta valle del Bussento attraversata dall’antica carovaniera (via del sale) che per la Croce di Rofrano immetteva nella valle del Mingardo (71), ebbe vita rigogliosa per alcuni secoli la grangia di S. Maria dipendente dalla badia rofranese (72).”. Dunque, il Fusco scriveva che la “contrada Sirippi” si trovava  nell’alta valle del Bussento attraversata dall’antica carovaniera (via del sale) che per la Croce di Rofrano immetteva nella valle del Mingardo (71).”. Fusco, a p. 84, nella nota (71) postillava: “(71) Cfr. cap. I.”, dove ci parla della “via del sale”. Fusco, a p. 84, nella nota (74) postillava: “(74) Oggi della Chiesa di S. Maria de Siripi (o, come pure dicevano i contadini della zona, di S. Maria di Sirino, per cui cfr. I, n. 29), della grancia e del casale non resta altro se non il geotoponimo.”. Fusco diceva che la grancia di S. Maria di Sirippi veniva detta dai contadini del luogo “Santa Maria di Sirino”. Fusco scriveva che oggi della grancia di S. Maria di Sirippi non resta più nulla. Resta il geotoponimo del luogo. Fusco continuando il suo racconto scriveva pure che:  “La vox populi riferisce di una grande frana scesa dalla montagna soprastante (Colle del Pero) che avrebbe sepolto tutto.”. Dunque, per localizzare il luogo, questo passaggio del Fusco è interessante perchè egli, sulla scorta della tradizione orale del luogo scriveva che la tenuta di Sirippi scomparve a causa di una frana che cadde dalla montagna del Cervati, e precisamente dal “soprastante Colle del Pero”, ovvero un colle sul monte Cervati dove oggi si può vedere anche un rifugio di alta quota. Dunque, la tenuta di “Sirippi” si trovava ad una quota molto più bassa rispetto al “Colle del Pero”. Infatti, guardando la geomappa satellitale di “Google maps” si può vedere che a metà strada della statale provinciale SS. 18b che da Sanza va a Rofrano troviamo la “tenuta Sirippi”, un piccolo agglomerato di case rustiche. Il luogo detto “tenuta Sirippi” si trova quasi alla quota della statale provinciale, il cui tracciato stradale ricalca più o meno le pendici del monte Cervati o della tenuta del Centaurino e corre da Sanza al cosiddetto “Piano della Croce” per arrivare al casale di Rofrano. Oggi il cosiddetto “Piano della Croce” è un crocevia di sentieri pedemontani posto nel comune di Rofrano, ai piedi del monte Cervati. Fusco riferisce una notizia di G. Laveglia (….), e scriveva pure che: “L’insegnante G. Laveglia (Itinerari turistici a Sanza, cit., p. 21 sg.) scrive che all’inizio del Novecento giovani sanzesi dilettanti scavarono sul posto (in proprietà Barzelloni, che nella prima metà dell’Ottocento comprarono da Felice Laveglia) rinvenendo oggetti in terracotta, candelieri e un sarcofago; tali reperti, portati in Chiesa Madre, andarono poi smarriti.”. Infatti, percorrendo la ss. 18b, prima di arrivare alla tenuta Sirippi si vede l’insegna che la tenuta è di “Barzelloni Giulia”, erede della famiglia che comprò il luogo da Felice Laveglia. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 150 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi alla Valle del Tanagro, in proposito scriveva che: “Nella Valle del Tanagro, come si è accennato, è notizia di chiese italo-greche ad…..Nell’Archivio della Badia di Cava vi sono alcuni documenti riferibili a tali cenobi….A Sassano vi era la chiesa di S. Zaccaria, grancia di S. Pietro al Tomusso di Montesano (v.). Non è da escludere che i religiosi si siano fermati anche a Sanza, importante nodo viario per la biforcazione, sul valico, delle vie per Palinuro e Pixunte. Ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che: Non è da escludere che i religiosi si siano fermati anche a Sanza, importante nodo viario per la biforcazione, sul valico, delle vie per Palinuro e Pixunte. Ecc…”, in quanto ritengo che la contrada “Siripi” sia si lungo la cosiddetta “via del sale” che portava ai porti di Palinuro e della Molpa, ma il “valico” ed il “nodo viario per la biforcazione” di cui parlava Ebner si trova lungo l’antico tracciato pedemontano e carovaniero che oggi ricalca più o meno la statale SS. 18b, che collega Sanza a Rofrano, e che da Rofrano scende verso la valle del Mingardo da cui si raggiungono i porti Velini di Molpa e Palinuro. Forse questa tenuta faceva parte della vasta tenuta del Centaurino, anch’essa donata dai principi longobardi ai monaci di Rofrano. Fusco, a p. 57, in proposito continuava scrivendo che “La contrada” – scrivemmo nel lontano 1992 – “che degrada verso il Fiumicello e il Bussento e ha di fronte il Centaurino ricco di acque, di abbondante selvaggina (zoa àgria), di cerri e di castagni, prima brulla e coperta di cespugli, grazie al lavoro di monaci dovette presto mutare aspetto. Verosimilmente furono eseguite opere di terrazzamento e di canalizzazione (le acque della sorgente Fèstola, di numerosi ruscelli che scendevano dal Centaurino e del Bussento permettevano non solo l’irrigazione ma anche la nascita di ‘molèndina’, mulini, ecc.., ampi pascoli (pedìa) per …(l’allevamento brado dei suini avveniva sul Centaurino e quello bovino sul Cervato” (73). Etc…., i quali intorno alla cappella di S. Maria di Sìripi costruirono le loro casupole dando luogo a un piccolo casale (74) che, con quello sorto più tardi nella non lontana Valle Raja intorno alla Cappella di S. Silvestro, costituì un segno importante sul territorio dell’evoluzione delle forme abitative in epoca normanna, le quali per la prima volta dopo l’età tardo – antica riproponevano il modello dell’insediamento sparso (75).”. In questo passaggio Fusco ci parla di alcuni toponimi come “le acque della sorgente Fèstola”, oppure del toponimo: non lontana Valle Raja intorno alla Cappella di S. Silvestro”. Fusco, a p. 84, nella nota (71) postillava: “(71) Cfr. cap. I.”, dove ci parla della “via del sale”. Fusco, nel cap. I, a pp. 4-5 scriveva: “in località Santo Stefano si incontravano, in un trivio di fondamentale importanza, le tre carovaniere (o Vie del Sale) pìù vitali dell’area: quella proveniente da Pissunte, da mezzogiorno, quella che saliva da Palinuro, da occidente; quella infine che arrivava da oriente, dal sud del Vallo di Diano. Lasciato il Vallo nella sua parte meridionale e superato prima il Calore- Tanagro e poi il Peglio (16); si procedeva ecc…Ad ovest del colle il percorso si biforcava: per Molpa – Palinuro procedeva dritto attraverso i campi, le contrade Valleraia (18), Sirippi (19), Cornitello, fino a salire alla Croce di Rofrano (a nordovest del Centaurino)(20). per poi scendere lungo il percorso del Faraone – Mingardo, far tappa sul costone del Capitenali (tra Castelruggero e Roccagloriosa) ecc..”. Fusco, a pp. 13-14, nella nota (18) postillava: “(18) Percorrendo la rotabile per Rofrano si possono notare sulla destra, dove inizia il tratto sterrato che porta alla sorgente di Monte Mezzano nella gola della Zàccana, i ruderi dela Cappella di S. Silvestro. Lì finisce la contrada Valleraia (nei documenti pure Valle Raja, dove ‘raja’ sta per “illuminata e riscaldata dai raggi del sole)” etcc..”. Fusco, a p. 14, nella nota (19) postillava: “(19) Sulle suggestioni e sui collegamenti richiamati dal toponimo (Siris, colonia greca sorta sullo Ionio etc…, Sirino; Lago Sirino) congetturiamo nelle pagine 183 e 184 del nostro ‘Quando la storia tace, ecc.., cit., forse la stessa carovaniera in quel tratto era detta Siripide. Cfr. n. 29”. Fusco, a p. 14, nella nota (20) postillava: “(20) La Croce di Rofrano (per i Rofranesi è la Croce di Sanza) dagli studiosi è detta pure passo Beta, che va inteso come Passo dell’Abete, etc…”. Fusco, a p. 84, nella nota (73) postillava: “(73) F. Fusco: Quando la storia tace, cit., p. 204.”. Fusco, a p. 84, nella nota (73) postillava: “(73) F. Fusco: Quando la storia tace, cit., p. 204”. Fusco si riferisce al suo saggio “Quando la Storia tace: Dalla Sontia lucana alla Sansa Medioevale”, nella rivista “Euresis”, VIII, Salerno, ed. Boccia, 1992. Fusco, nel 1992, a p. 204, in proposito scriveva che: “…, quindi probabilmente anche la grancia di Sansa, la quale così risale quantomeno alla seconda metà del secolo XI. Nell’alta Valle del Bussento, sulla sponda destra del fiume, i Basiliani diedero così vita ad una grancia fiorente, raccolta intorno alla cappella di ‘Santa Maria de Siripi’ o, come dicono ancora i contadini della zona, di ‘Sirino’. Non è chiaro il rapporto tra la Madonna della Grotta sul Cervato e ‘Santa Maria de Siripi’, ma è probabile che un gruppo di monaci, dopo la prima fase lauritica sulla montagna sacra (la contrada ‘Sirippi’ si estende alle falde del monte) dove molte grotte potevano offrire ricetto agli anacoreti (grotta della ‘Votàreva’, di ‘Schiena d’Asino’, del ‘Tròccano’, di ‘Varco del Risico’, degli ‘Speràli’, di ‘Varco la Peta’, del ‘Fanciullo’, di ‘Cianni Barretta’, delle ‘Fontanelle’) e al loro simulacro, abbia poi dato vita, dietro la spinta espansionistica dei religiosi di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano, alla fase cenobitica di ‘Siripi’. La contrada, che degrada verso il Bussento e ha di fronte il Centaurino ricco di acque, di abbondante selvaggina, di cerri e di castagne, prima brulla e coperta di cespugli etc…L’esistenza di questo agglomerato medioevale sembra si possa arguire dallo stesso ‘Privilegio’ di Ruggiero laddove, elencandosi i confini territoriali della grancia di Rofrano, è detto che essi scendono ‘ad viam de Vallibona…..et in spelungam cornitelli…et in Cruce, quae dicitur Sansae’: quest’ultima contrada ancora oggi presente nella toponomastica della zona (‘Croce di Rofrano’ per i Sanzesi che vanno a Rofrano, ‘Croce di Sanza’ per i rofranesi che vengono a Sanza), sembra coincida appunto con quella di ‘Sippi’, non certo con la groppa la quale sorge l’abitato attuale, molto più a est (5-6 chilometri). Della grancia e della annessa cappella di ‘Santa Maria de Siripi’, nonchè del casale di ‘Sansa’ altomedioevale, non è rimasta traccia veruna: una lunga tradizione orale parla d’una grande frana scesa dalla montagna che avrebbe seppellito tutto (158). Una collinetta in detta contrada di ‘Sirippi’, proprio sotto la montagna, ha tutta l’aria di essere quanto resta del cumulo di massi e di detriti scesi dalla montagna. La scomparsa della grancia di ‘Siripi’ non segnò però la fine dei culti introdotti dai Basiliani: santi come Santa Sofia (160), San Nicola etc…”. Fusco, a p. 14, nella nota (21) postillava: “(21) Ancora nel XV sec. il collegamento Vallo di Diano – Sansa – Rufranum risultava vitale per il traffico delle merci (cfr. R. Moscati: Il Registro 2903 della Cancelleria Neapoli dell’Archivio della Corona d’Aragona, in Studi in onore di Riccardo Filangieri, Napoli, 1959, I, CV, p. 522 sg.) e della rinomata pietra del Centaurino che raggiungeva – pare – addirittura Salerno e Napoli (cfr. C. Vultaggio: La Viabilità in AA.VV.: Storia del Vallo di Diano, cit., II, p. 88.”. Fusco, a p. 84, nella nota (72) postillava che: “(72) ……Della grancia di Sirippi resta ancora traccia in una platea del 1576 redatta dal notaio sassanese Ferdinando Romanello (grance di Sassano e Sansa); in un altra del 1710 ordinata dal procuratore di S. Pietro al Tomusso Nilo Marangi (per l’occasione furono incaricati della ricognizione dei beni sanzesi gli esperti Tommaso Angelo Camporese e Antonio Cozzi); in una verifica del 1823 ordinata dal consigliere d’Intendenza Gabriello Giuliani risultò che a Sirippi la Badia rofranese possedeva ormai solo 4 appezzamenti di terreno che rendevano 27,40 ducati annui.”.

Nel 1136, il conte Silvestro di Marsico dona ai benedettibi di Cava il casale di Sant’Arsenio

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 87 così si esprimeva: “…; mentre lo sviluppo dell’abitato di Sant’Arsenio, che sarebbe stato donato da Silvestro Conte di Marsico nel 1136 ai benedettini cavesi, è l’unico centro dello stesso versante menzionato come casale dalla documentazione prodotta negli stessi anni (34).”. L’Alaggio, a p. 87, nella nota (34) postillava che: “(34) A. Didier, Regesti delle pergamene di Teggiano, cit., ibidem, reg. 177. Sull’autenticità dell’atto di donazione di Silvestro di Marsico si nutrono forti dubbi, la dipendenza di Sant’Arsenio dalla Badia di Cava sarebbe tuttavia provata da una bolla di Eugenio III, anche se il testo della conferma papale non fa riferimento all’esistenza di un casale (P. Guillaume, L’Abbaye de Cava, op. cit., p. XXXIII).

Nel 1145, SILVESTRO GUARNA, conte di Marsico e ministro di re Guglielmo I di Sicilia, signore di Tortorella

Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: “Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Il testo a cura di padre Tropeano citato da Pietro Ebner è il “Codice Diplomatico Verginiano”. Il padre Placido Mario Tropeano, nei 13 volumi del Codice Diplomatico Verginiano, stampato per i tipi dei Padri Benedettini di Montevergine tra il 1977 e il 2000, ha curato la trascrizione integrale delle prime pergamene, dall’anno 947 al 1210. Questo antichissimo Codice viene conservato presso la Biblioteca Statale del Monastero di Montevergine in Provincia di Avellino. Insieme all’opera di padre Tropeano troviamo i 7 volumi che raccolgono i “Regesti delle pergamene”, dati alle stampe dal padre Giovanni Mongelli tra il 1956 e il 1962, sono considerati all’incirca 6500 documenti sistemati cronologicamente dal 947 al XX secolo. La contea di Marsico fu una contea normanna nel Regno di Sicilia; aveva per capoluogo Marsico, oggi Marsico Nuovo, che si trova nella parte sud-occidentale della attuale Basilicata. Fu elevata a contea da Ruggero II, re di Sicilia nel 1150 in favore di Silvestro, figlio di Goffredo di Ragusa, figlio illegittimo di Ruggero I, Conte di Sicilia. Il Catalogus Baronum, pubblicato il 1168, registra la contea come “comes Silvester de Marsico” che ha in feudo “in demanio Marsicum … Roccettam … et … et Dianum Salam …” in “de Marsico”. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Manfredi re di Sicilia nominò Conte di Marsico, Enrico di Spernaria e poi Riccardo Filangieri. Dopo la caduta del re Manfredi, la contea è stata restituita alla famiglia Sanseverino da Carlo I re di Sicilia. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula ecc…”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che Silvetro conte di Marsico, era il “comandante delle forze” della sua Contea di Marsico che si trovava inserita nella “comestabulia” (distretto) del Principato. Riguardo questo feudatario Normanno, forse di origine Langobarda, ha scritto anche Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando del castrum di Tortorella a p. 20, riferendosi a ciò che è scritto e rilevabile dal ‘Catalogus Baronum’ in proposito scriveva che: “In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; ecc..”. Dunque, il Montesano scriveva che il conte di Marsico e Signore di Diano, Silvestro Guarna era ministro di re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo” e, dice pure che era con lui imparentato. Il Montesano dice pure che Isabella Guarna, figlia del Conte Silvestro Guarna sposò Guglielmo Sanseverino, Barone del Cilento a cui portò la contea di Marsico. Sulla questione ne parlava l’Ebner. Ma la versione di Ebner differisce con quella, più aggiornata, del Montesano. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa etc…’, a p. 636 del vol. I, scriveva che: “Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo?), da cui a Silvestro (II, morto nel 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, morto nel 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo fu spogliato della contea e della signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) di Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e  lo “stato” di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città “stato” di Diano. Beni tutti che vennero avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II) che pare avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ecc..”. Dunque, Pietro Ebner (…), scriveva che Isabella Guarna non era figlia di Silvestro Guarna, come scriveva il Montesano ma, Isabella Guarna era figlia di Guglielmo (III) Guarna di Marsico, fratello di Filippo ed entrambi figli di Silvestro Guarna (II) che lui dice morto nel 1163. Dunque, secondo l’Ebner, dopo la morte del nonno nel 1163, Silvestro Gurna (II), la nipote Isabella Guarna, figlia di Guglielmo (III) Guarna di Marsico, nel 1167 sposò Guglielmo (I) di Sanseverino, figlio di Enrico (I), e gli portò in dote la contea di Marsico e tenne la contea e lo stato di Diano costituito dai casali di Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città “stato” di Diano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando degli Statuti di S. Arsenio, un casale nel Vallo di Diano, a p. 418, vol. II. Ebner scive che a S. Arsenio, un casale del Vallo di Diano “L’arrivo dei monaci nel luogo va collocato nel IX secolo e l’abbandono del cenobio prima del novembre 1136, II, quando il feudatario conte Silvestro Guarna di Marsico (3) donò il casale …, limitatamente al alla giurisdizione civile all’abate cavense Simeone. (4).”. Nella sua nota (3) L’Ebner scriveva che: “(3)…..Gilberti (p. 20), Il Comune di S. Arsenio, Napoli, 1923, rileva da G. Galluppi, Nobiliario della città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 e s., che i conti GUARNA discendevano da Goffredo d’Altavilla, quarto figliolo di Tancredi (v. Dizionario enciclopedico italiano, I, Roma, 1955, p. 318), il quale prese nome, secondo il costume del tempo, dal condottiero imperiale Warner (era stato chiamato da papa Leone IX contro i normanni) e perciò Guarna, da lui ucciso nella battaglia di Civitate in Conversano, dai cui discendenti Sibilla (+1103), che sposò Roberto di Normandia (v. Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo e Goffredo, Silvestro (+ 1163), Guglielmo (+1180) e poi Filippo.”. Di questo documento o pergamena greca del 1136, in cui il conte di Marsico e Signore di Diano Silvestro Guarna donò il casale di S. Arsenio all’Abate cavense Simeone dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. La politica dei Normanni e delle loro munifiche donazioni al monastero di Cava. Ora vediamo la notizia del Montesano secondo cui Silvestro Guarna era ministro del re Guglielmo I di Sicilia detto il ‘Malo’. Forse dopo questa rivolta fu nominato primo ministro Silvestro Guarna ?. E poi in che modo Silvestro Guarna (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) con Guglielmo I di Sicilia ?. Guglielmo I di Sicilia, detto il ‘Malo’ e figlio di Ruggero II d’Altavilla, ebbe come Ministro Maione di Bari il quale si trovò invischiato nella ‘Rivolta del Bonello’. Guglielmo I morì a 46 anni il 7 maggio 1166 e la sua morte fu descritta da Romualdo II Guarna medico e vescovo di Salerno. Romualdo II Guarna fu chiamato alla corte di Palermo per curare il re, suo nipote. Ma nulla potè contro l’ineluttabile fato. Dunque, Guglielmo I di Sicilia era nipote del medico e arcivescovo Salernitano Romualdo II Guarna che fu cronista dell’epoca e che scrisse ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178, poi pubblicato dal Pratilli (…). È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Romualdi II. Archiepiscopi Salernitani, in Giuseppe Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80.Ma se l’Arcivescovo di Salerno Romualdo II Guarna era lo zio di re Guglielmo I di Sicilia, che grado di parentela aveva il conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna con i due personaggi ?.

Cuozzo, n. 586

Nel 1145, ‘Gisulfo de Padule’, vassallo di Silvestro Guarna, conte di Marsico, nel ‘Catalogus Baronum’

Secondo il ‘Catalogus Baronum’, vi è un legame fra il casale di Tortorella, Gisulfo II di Padula, vassallo del conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna. Da Silvestro dipendeva Gisulfo di Padula e da lui dipndevano Tortorella, Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari che però dipendeva anche dall’Abbate di Rofrano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Lauria’?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”Dunque, l’Ebner collocava questo feudatario Normanno di origine Longobarda, Gisulfo di Padula (“de Palude”) nella Comestabulia (distretto) di Lampo di Fasanella nella contea di Marsico di Silvestro Conte di Marsico. E’ interessante ciò che scriveva Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 20 in proposito scriveva che: “Altre traccie relative al castrum di Tortorella si trovano nel ‘Catalogus Baronum’ (26) databile, in maniera molto approssimata alla metà del secolo XII (27). In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; da tale registro risulta inoltre che titolare del castrum era ‘Gisulfo di Palude’ (titolare anche di quello di Padula), il quale dichiarava di avere a disposizione 8 militi (28), con l’aggiunta di altri 68 militi e 60 inservienti (29). In esso si legge anche che ‘Thaerius de Turturella’, della contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 15 villani con l’aggiunta di un milite (30), mentre ‘Amerinus de Turturella’, sempre della Contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 4 villani (31).”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Venne datato da Bartolomeo Capasso tra il 1154 e il 1169, mentre la Jamison lo data al 1137 e il De Petra tra il 1140 e il 1148. Quest’ultima datazione viene sostenuta anche da Pietro Ebner, che lo data tra il 1144 e il 1148.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Gisulfus de Palude tenet de eodem Comite Paludem, et Turturellam, quae sicut dixet, est feudum VIII militum, et cum augumento ibtulit milites XVIII et servientes LX”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (30) postillava che: “(30) “Thaesarius de Turturella, sicut dixit, tenet villanos XV, & cum augumento obtulit militem I”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (31) postillava che: “(31) “Amerinus de Turturella ten. Vill. IV”.”. Come si è visto precedentemente la notizia di questi militi e feudatari deriva dal ‘Catalogus Baronum’ ed in proposito l’Ebner a p. 236, vol. I scriveva che: “6. Come è noto, il ‘Catalogus baronum’, compilato dai camerari della ‘dohana questorum et bonorum’, per non si sa quale impresa militare, venne datato dal Capasso tra il 1154 e il 1169 (83), dalla Jamison al 1137 e dal De Petra il 1140 e il 1148 (84). Un inedito diploma (a. 1144) di Alfano di ‘Castrimaris’ (Velia), uno dei compilatori del ‘Catalogus’, mi consentì di collocare detta relazione tra il 1144 e il 1148 (85).”. Inoltre l’Ebner a p. 240, in proposito alla Curia della Comestabulia (distretto) di Lampo di Fasanella scriveva che: “…non ritengo attendibile la tesi della Jamison che colloca Corneto del ‘Catalogus’ a Vallo della Lucania (95). Lampo fu signore invece di mezza Fasanella e del vicino Corneto ecc..”. Felice Fusco scriveva che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula e suo fratello Guglielmo: (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, The Norman, cit., , p. 109, parr. 599 – 602.”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Felice Fusco (….), sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ e del ‘Commentario’ del Cuozzo, scriveva che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, successore di Ruggero II di Sicilia, ovvero dopo la sua morte. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo fu re di Sicilia dal 1154 al 1166. «Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine”. Il Fusco scriveva sulla scorta dell’Ebner e del ‘Catalogus Baronum’ che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Pietro Ebner scriveva che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula e Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. È molto probabile che Lampo sia morto durante la ribellione, perché i suoi feudi entrarono in parte in possesso della Curia regia e in parte furono venduti a Guillelmus de Palude. Guglielmo de Palude e suo fratello Gisulfo erano milites di Silvestro, conte di Marsico Nuovo, già signore di Ragusa, e nipote del gran conte Ruggero d’Altavilla. Nel 1154 furono tra i sottoscrittori di un diploma del conte. Il loro cognomen toponomasticum derivava da Paludis, l’attuale Padula  in provincia di Salerno. Guglielmo era già morto nel 1184, quando Tancredi, suo figlio e successore, signore di Fasanella, donò la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Gisulfo teneva padula e Tortorella e da lui dipendeva direttamente Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Caselle in Pittari però dipendeva non solo da milite Ruggiero ma anche dall’Abate della chiesa di Rofrano che a sua volta dipendeva da Gilberto da Laviano. Nel 1984, Errico Cuozzo (…), dopo un certosino lavoro pubblicò il “Commetario” al ‘Catalogus Baronum’, pubblicato nel 1913 dalla Evelyn M. Jamison (…). Il Cuozzo (…), riordinò gli appunti della Jamison conservati a……………e seguendo gli stessi articoli dell’insigne studiosa, commentò i diversi personaggi citati ed elencati nel ‘Catalogo dei Baroni’ per la prima volta pubblicato da Carlo Borrelli (…). Infatti, anche se oggi non si conosce l’esatta datazione del codice manoscritto scoperto dal Borrelli, e soprattutto se ne ipotizza l’uso, ovvero un registro dei feudatari del Regno che fornirono militi per una impresa militare che si pensa fosse la II o la III Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dunque intorno alla metà del secolo XII. In esso vengono elencati i feudatari del Regno e dunque il documento è importantissimo per la storia delle nostre terre. In esso compaiono feudatari di Camerota, di Rofrano, di Cuccaro, di Policastro, di Roccagloriosa, di Torraca. Il Cuozzo (…), a pp. 133-134, ci parla di Florio di Camerota. Il Cuozzo, a p. 394, nell’Indice delle Località, dice che ‘Camerota 454, poi S. Maria di Rofrano 492, poi scrive “Florius de Camerota, feud. di Camerota (Salerno), giustiziere del Principato di Salerno, poi maestro giustiziere in Palermo 439, 454-459, 578, 725, 849, 866.”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162 parlando del n. 599 su “GISULFUS DE PALUDE” del ‘Catalogus Baronum’ lo commenta così: “599 – Gisulfus de Palude, feud. di ‘Silvester de Marsico (597) di Padula, Tortorella. Per i suoi feudi ‘in servitio’ cf. 600-602.” e poi aggiunge che: “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello ‘Guillelmus’, un diploma del conte Silvestro di Marsico in favore del monastero della SS. Trinità della Cava (Cava, perg. H 13; Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. XV.”.

Cuozzo, p. 162 su Gisulfo di Padula e Gibel di Lauria

Il Cuozzo cita il documento conservato nellArchivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e cita Leone Mattei Cerasoli che lo pubblicò come documento n. XV. Il Cuozzo, traeva la notizia del documento n. XV (pubblicato) da Mattei Cerasoli (…), nel suo ‘Tramutola’, in ‘Archivio Storico per la Calabria e Lucania‘, 13 (1943-1944 e l’altro n. 14 del 1945. Il Cuozzo (…), a p. 142, riferisce che nel 1154 Guglielmo di Padula “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello Gisulfo, un diploma di Silvestro, conte di Marsico (infra n° 597) in favore del monastero di Cava (Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. n° XV).”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’ citava Leone Mattei-Cerasoli, archivista dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e (cme scrive a p. XXXVI) si riferiva al testo su ‘Tramutola’ in ‘Archivio Storico Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944), pp. 32-46, 91-118, 201-213; 14 (1945), pp.37-62. Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che “Nel ‘Catàlogus Barònum’ ad ogni modo ‘Casella’ è registrata anche come possedimento di ‘Gisulfus de Padule’, particolare spiegabile solo se si ammette una gradualità cronologica di annotazioni nel registro normanno (105).”. Infatti il Fusco nella sua nota (105) a p. 98 postillava che: : “(105) Infatti nel ‘Catalogus’ l’annotazione relativa a ‘Gisulfus’ (par. 602) si trova molto più avanti di quella relativa al cenobio rofranese (par. 492). Cfr. ad ogno modo B. Capasso, sul Catalogo etc…, p. 21.”. Sempre riguardo a Gisulfo di Padula, il Fusco a p. 46 scriveva che: “All’inizio quindi della seconda metà del XII secolo il ‘genius Northmannorum’ (stirpe normanna) aveva già preso possesso di varie ‘Terre’ del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. ‘Gisulfus’, che col fratello ‘Guillelmus’ traeva il suo ‘cognomen toponomasticum’ da ‘Palùdis’ (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, ‘The Norman etc’, p. 109, parr. 599 – 602.”. Riguardo il feudatario Normanno Gisulfo di Padula, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), del 1653, in cui si parla anche del fratello Guglielmo de Padule (“Guillelmus de Padule”): “Abbas Rofranus”, al p. 492, ripubblicato in seguito dalla Evelin Jamison (…), è scritto: “Guillelmus de Padule emit terram, qua fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Ioczolinus Sancti Felis, quam debet inquirere Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”.”. In questo passo il testo del Borrelli che pubblicava un antico manoscritto del ‘Catalogus Baronum al tempo di re Guglielmo II detto il Buono, è scritto che il fratello di Gisulfo di Padula, Guglielmo di Padula entrambi feudatari di Padula e di Tortorella, dipendevano da Lampo di Fasanella.

Abbas Rofranus

(Fig….) Pagina 51, del ‘Catologus Baronum’, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, del Borrelli C., del 1653, in cui si parla di: “Abbas Rofranus”, al p. 492

Turturella, ecc..

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Turturellam, Gisulfo de Palude, Sanse, Loria, Rogerius de Casella, ecc..”, n. da 598 a 602.

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 21, in proposito scriveva che: “….s’allontanano poi da San Lorenzo che vien ceduto all’irpina Santa Maria di Montevergine. Nella documentazione relativa a tale monastero sale in evidenza una poco chiara e controversa situazione di potere e di scontri di competenze in Padula. Difatti Gisulfo Sanseverino, benefattore della Casa benedettina, si dichiara ‘signore’ del paese; tuttavia le sue donazioni all’abate Guglielmo di montevergine richiedono l’avallo di Urso Tassone, signore di Moliterno. Non stupisce che Padula e Moliterno fossero accumunate da un personaggio feudale, tali e tante sono le affinità e contiguità geografiche e di costume. Ma Gisulfo, per dare vigore al suo ‘dominio’ padulese, dovrà quasi certamente far falsificare con notevole cura e abilità alcune carte, al fine di ricostruire le funzioni di ‘seniòres’ di Padula esercitata da propri discendenti.”. Il Tortorella, a p. 80, in proposito scriveva: “.., potremmo supporre qualche rapporto con la Santa Croce di Moliterno già dall’inizio del tredicesimo secolo, o fors’anche prima, con la mediazione di d’Urso Tassone, signore moliternese, il quale vantava diritti pure su Padula (271).”. Tortorella, a p. 93, nella nota (271) postillava: “(271) Cfr. G. Mongelli, op. cit., II, cit., regesti 1337, p. 68, e 1357, p. 73. Nel primo Urso Tassone dona a Montevergine lo ‘Juspatronatus’ che aveva su San Lorenzo e su tutti i suoi beni etc…, nell’altro acconsente, insieme col vescovo di Capaccio Gilberto – che l’anno precedente, nel 1212, aveva concesso a Giovanni ‘de Sanctu Spiritu’, preposto di Montevergine, la chiesa di San Lorenzo coi medesimi diritti coi quali l’avevano data i sacerdoti e i chierici di Sant’Angelo (regesto 1333, p. 67) – , a che Gisulfo, feudadario di Padula, offra a Montevergine la medesima chiesa di San Lorenzo. Il signore di cui si parla doveva essere Gisulfo di Sanseverino (Cfr. A. Marzullo, Montevergine sagro, cit., p. 124: “Della Chiesa, e Monasterio di S. Lorenzo della Padula, donati da Gisolfo Sanseverino, al Monasterio di ontevergine, nell’anno 1213”), esponente della famiglia che nel secolo seguente affermò la sua potenza nella Lucania centroccidentale in modo tanto significativo. Nel 1103 (1101), secondo un documento nella cui datazione il divario di due anni tra anno ‘ab incarnatione’ e l’indicazione non è giustificato neppure dall’adozione dello stile bizantino, Gisulfo e Landolfo sono ‘seniores’ di Padula; nel 1145 troviamo, ancora, soltanto Gisulfo signore padulese (cfr. G. Mongelli, op. cit., I, cit., regesti 104, p. 48, e 281, p. 95). Il sospetto di falso avvertibile nella datazione – le falsificazioni erano un’attività molto perfezionata negli ‘scriptòria’ cavesi e verginiani al tempo di Gisulfo Sanseverino: cfr. C. Carlone, I falsi nell’ordinamento degli archivisti salernitani, cavensi e verginiani del XIII secolo (“Quaderni”), Salerno, Palladio, senza data, che tra i falsi individua etc…., come pure nell’affermazione di Gisulfo d’essere ‘signore’, benchè non possa disporre liberamente dei suoi ‘domini’: sommando gli elementi a disposizione, appare l’intento di costruire un precedente storico – l’avo Gisulfo, longobardo dominatore in età normanna – per legittimare le pretese dei Sanseverino sul feudo padulese.”. Dunque, in sostanza, Tortorella, sulla scorta del Sacco ritiene che questo feudatario longobardo, Gisulfo di Padula, fosse diventato, attraverso una serie di documenti conservati nelle Abbazie di Cava e di Montevergine, un feudatario di origine longobarda, “Gisolfo” poi in seguito, in epoca Normanna, ai tempi di Ruggero Borsa e di Guglielmo I d’Altavilla, “Gisulfo Sanseverino” che giustificherebbe le donazioni e i possessi dei Sanseverino nel Vallo di Diano.

Nel 1145, Guglielmo di Padula, fratello di Gisulfo I di Padula

Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che: “All’inizio quindi della seconda metà del XII secolo il ‘genius Northmannorum’ (stirpe normanna) aveva già preso possesso di varie ‘Terre’ del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. ‘Gisulfus’, che col fratello ‘Guillelmus’ traeva il suo ‘cognomen toponomasticum’ da ‘Palùdis’ (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, ‘The Norman etc’, p. 109, parr. 599 – 602.”. Il Fusco scriveva sulla scorta dell’Ebner e del ‘Catalogus Baronum’ che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Pietro Ebner scriveva che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula e Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. È molto probabile che Lampo sia morto durante la ribellione, perché i suoi feudi entrarono in parte in possesso della Curia regia e in parte furono venduti a Guillelmus de Palude. Guglielmo de Palude e suo fratello Gisulfo erano milites di Silvestro, conte di Marsico Nuovo, già signore di Ragusa, e nipote del gran conte Ruggero d’Altavilla. Nel 1154 furono tra i sottoscrittori di un diploma del conte. Il loro cognomen toponomasticum derivava da Paludis, l’attuale Padula  in provincia di Salerno. Riguardo il feudatario Normanno Gisulfo di Padula, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), del 1653, in cui si parla anche del fratello Guglielmo de Padule (“Guillelmus de Padule”): “Abbas Rofranus”, al p. 492, ripubblicato in seguito dalla Evelin Jamison (…), è scritto: “Guillelmus de Padule emit terram, qua fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Iozzolinus Sancti Felis, quam debet inquirere Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”.”. In questo passo il testo del Borrelli che pubblicava un antico manoscritto del ‘Catalogus Baronum’ al tempo di re Guglielmo II detto il Buono, è scritto che il fratello di Gisulfo di Padula, Guglielmo di Padula entrambi feudatari di Padula e di Tortorella, dipendevano da Lampo di Fasanella.

Abbas Rofranus

(Fig….) Pagina 51, del ‘Catologus Baronum’, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, del Borrelli C., del 1653, in cui si parla di: “Abbas Rofranus”, al p. 492 a p. 51

Nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’ da Carlo Borrelli (…), nel …….., prima i citare il vescovo di Capaccio, cita il milite “Guillelmus de Palude” ed in proposito al n. 492 è scritto che: “Guillelmus de Palude emit terram, quae fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Ioczolinus Sancti Felis, quam debet inquirete Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162 parlando del n. 599 su “GISULFUS DE PALUDE” del ‘Catalogus Baronum’ lo commenta così: “599 – Gisulfus de Palude, feud. di ‘Silvester de Marsico (597) di Padula, Tortorella. Per i suoi feudi ‘in servitio’ cf. 600-602.” e poi aggiunge che: “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello ‘Guillelmus’, un diploma del conte Silvestro di Marsico in favore del monastero della SS. Trinità della Cava (Cava, perg. H 13; Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. XV.”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrivendo del n. 599, ovvero di Gisulfo de Palude (di Padula) postillava “Fratello di ‘Guillelmus de Palude’ (infra n° 489)”. Dunque il Cuozzo (…) a p. 162 scriveva che il milite Guglielmo di Padula, fratello di Gisulfo di Padula, nel ‘Catalogus Baronum‘ figurava al n. 489. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a pp. 142-143, scrivendo del n. 489, ovvero di Guglielmo de Palude (di Padula):

Cuozzo, p....

Cuozzo, p. 143

Il Cuozzo (…), a p. 142, riferisce che nel 1154 Guglielmo di Padula “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello Gisulfo, un diploma di Silvestro, conte di Marsico (infra n° 597) in favore del monastero di Cava (Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. n° XV).”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’ citava Leone Mattei-Cerasoli, archivista dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e (cme scrive a p. XXXVI) si riferiva al testo su ‘Tramutola’ in ‘Archivio Storico Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944), pp. 32-46, 91-118, 201-213; 14 (1945), pp.37-62. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’, al n. 489 a p. 142, sempre in proposito a Guglielmo di Padula scriveva che: “1184, febbraio: è morto. Suo figlio Tancredi, signore di Fasanella, ecc..”. Guglielmo era già morto nel 1184, quando Tancredi, suo figlio e successore, signore di Fasanella, donò la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Gisulfo teneva padula e Tortorella e da lui dipendeva direttamente Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346).

Nel 1185, nel ‘Catalogus Baronum’, Teodora dominus di Polla

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, nel cap. III, a pp. 57-58, in proposito scriveva che: “…c’è pure un altro documento normanno in cui si fa menzione dell’abitato di ‘Sansa’: il ‘Catalogus Baronum’ (76)….etc…(p. 58), un elenco di feudi e dei feudatari del Regno, etc…Si apprende che intorno alla metà del XII sec. governava ‘Sansa’ una ‘Domina’, una feudataria (78) di cui non è riportato il nome, verosimilmente una longobarda perchè suffeudataria del longobardo ‘Gisulfus de Palude (Padula)(79), a sua volta suffeudatario del ‘comes’ (conte) Silvester de Marsico’ (80). La ‘Domina Sansae’ governava un feudo del valore di “due militi”, ossia di circa 40 once d’oro di rendita annua, il doppio, ad es. della vicina ‘Terra’ di Casella’ (Caselle in P.), il che ad ogni modo fa pensare ad un feudo di non elevata salute economica (82).”. Fusco, a p. 85, nella nota (78) postillava: “(78) Nel Catalogus ci sono 6 casi di ‘Dominae’ (Dompnae) titolari di feudi. A volte qualche feudataria si mostrò molto battagliera nella difesa dei diritti della propria Terra: fu il caso, ad es., di Teodora, Signora di Polla, che nella prima metà del XIII sec., tenne testa alla Badia Cavense, proprietaria del monastero di S. Pietro (di Polla) e del casale annesso: cfr. G. Vitolo, Organizzazione dello spazio, cit., p. 46 ss.”.

Nel 1194, l’Imperatore Enrico IV, decise che l’Abbazia della SS. Trinità di Venosa passasse alle dipendenze dell’Abbazia di Montecassino

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 133, in proposito cosi scriveva: Ma già nel 1194 la S.ma Trinità di Venosa aveva subito la perditadella sua indipendenza con l’ingresso forzato nella congregazione cassinese. Per aver sostenuto l’ascesa politica di Tancredi di Lecce, l’Imperatore Enrico VI ritenne opportuno sottomettere il cenobio venosino all’autorità del decano di Montecassino Atenulfo, il quale, invece, era stato un fervido sostenitore della causa imperiale; da quel momento la S. ma Trinità fu direttamente sottomessa all’autorità dell’Abbazia cassinese (61).”. La Alaggio, a p. 133, nella nota (61) postillava: “(61) P. F. Kehr, Italia Pontificia, cit., p. 491; ed anche L. R. Ménager, Les fondations monastiques, cit. p. 30: “Pour recompenser le zéle dépensé à la sa cause par Atenulf, doyen de Montecassino, l’empereur souabe Henri VI lui avait donné à l’automme 1194 la procure de Venosa”.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse la sua autonomia e, nel 1194, fu sottomessa all’autorità di Montecassino dall’Imperatore Enrico VI, che intese punire quei monaci per aver appoggiato il suo rivale, Tancredi di Lecce, nella lotta di successione al trono e premiare, quindi, l’abbazia di Montecassino, a lui fedele. Stessa sorte seguirono anche i benedettini di S. Giovanni, che da quel momento sono indicati nei documenti come benedettini-cassinesi, al pari dei loro colleghi venosini.”.

Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Su quel periodo, intorno al secolo XIV, il Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia valevano quattro once, per le quali versava otto tarì alla curia pontificia (18). Un valore modesto, se comparato alle 15 once complessive delle chiese di S. Michele , S. Leonardo, S. Nicola, e S. Pietro di Cuccaro, alle 12 once di S. Nazario, alle 11 di S. Maria di Rofrano.”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studie e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310.”. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou, nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p…… parlano del “Monasterium Sancti Petri de Tumusso”, e in proposito scrivevano che: “…………………….”. I due studiosi a pp……….. del Le ‘Liber Visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos’, citavano il testo di Inguanez (…), ‘Decimarum etc….‘. Infatti, sempre nello stesso testo, troviamo in “Capaccio – Decima degli anni 1308-1310”, il “…………………..”, a p….. troviamo pure il documento n° “……………………………..”. Per quanto riguarda questo documento di Capaccio (?), Inguanez e altri, in “XXXIII Capaccio”, a p. 457 scrive che: “………………………………………………………….”. Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a p. 153, in proposito scriveva che: “I secoli XIII e XIV sono scarsamente documentati. Sono noti i documenti pubblicati da Nicola Barone nel 1905 tratti dai Registri angioini dell’Archivio di Stato di Napoli in cui è manifesta la protezione dei re angioini a favore del monastero di Rofrano contro altri baroni che occupavano con prepotenza alcune grange (208). Nei registri vaticani delle Collettorie risultano, per gli anni 1308-1310, le decime assegnate alla chiesa di Rofrano pari a 40 once: “grangia Gricte Ferrate de Urbe cum duabus grangiis suis”, “valent unc. XL” (209). Non compaiono, invece, le grange indipendenti.”. Falcone, a p. 153, nella nota (208) postillava: “(208) N. Barone, La badia di Grottaferrata sotto la protezione dei re angioini di Napoli, im “Archivio della Società di Storia patria”, XXVII (1905), pp. 217-222.”. Falcone, a p. 154, nella nota (209) postillava che: “(209) Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Campania, a cura di M. Inguanez, L. Mattei-Cerasoli, P. Sella, 1942, p. 461”.

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Nel 15 marzo 1376, il monastero di S. Pietro al Tumusso vende una vigna

Carmine Carlone (…), nel suo ‘I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400)’ a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (ristampato) a p. 290, riporta la trascrizione del documento n. 764 (AC., arca, LXXVI, n. 59) in cui, un atto di compravendita del 15 marzo 1376, 34° indizione del regno di Giovanna I°, in cui il monastero di S. Pietro di Tumusso vende a Matteo ‘de’ Arcipresbiterio, detto Maczarella, per 24 tarì una vigna, sita nl territorio di Montesano.

Nel 3 luglio 1379, il monastero di S. Pietro al Tumusso

Carmine Carlone (…), nel suo ‘I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400)’ a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (ristampato) a pp. 301-302, riporta la trascrizione del documento n. 794 (AC., arca, LXXVI, n. 94) in cui, un atto di compravendita del 3 luglio 1379, 37° indizione del regno di Giovanna I, in cui Agnese, figlia del defunto ‘magister’ Giuseppe Gallo e vedova di Tommaso Picicco chiedeva al camerario, ai giudici, al ntaio, ai baiuli di Montesano etc…

Nel 22 ottobre 1384, risulta priore del monastero di S. Pietro al Tumusso, fra Giovannello

Carmine Carlone (…), nel suo ‘I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400)’ a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (ristampato) a pp. 321-322, riporta la trascrizione del documento n. 850 (AC., arca, LXXVII, n. 26) in cui, un atto di compravendita del 22 ottobre 1384, VIII indizione del regno di Carlo III, presso Montesano, risulta testimone un certo fra Giovannello, priore del monastero di S. Pietro

Nel 8 ottobre 1414, Pietro abbate di Grottaferrata affitta a Giacomo RIvellese

Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, ed. “Il Saggio”, a p. 32, in proposito scriveva che: “L’8 ottobre 1414, Pietro, Abate di Grottaferrata, “nomina Giacomo Revellese da Montesano servitore della grancia denominata Santa Maria de Vitis, di Laurino, dell’ordine di San Basilio con uomini e pertinenze sue, con poteri spirituali e temporali”. Sempre nell’ottobre 1414 è la nomina per la grancia di San Pietro de Thimusso, di Montesano, dell’ordine di San Basilio, con uomini e pertinenze a Pietro Revellese con le stesse condizioni di quella di Laurino. Nello stato di Diano e con esattezza la grancia di San Zaccaria in Sassano e San Nicola in terra di Diano le teneva il signor Francesco Pelliccia “filius archidiaconi dicta ecclesias” con il corrispondente annualmente ducati 9.”.

Nel 1426, l’Abate di Grottaferrata Francesco Mellini

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (112) postillava che: “(112) Nel crisobollo di re Ruggero viene menzionata la grancia ‘Sancti Nicolai de Benevento’ non attestata in altre fonti. Cfr. Follieri 1988, pp. 64-75.”.

Nel 1426, il monastero e la grangia di S. Matteo di Policastro e la visita di Francesco Mellini, abate di Grottaferrata

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 37, in proposito scriveva che: “Dalla ‘Platea’ apprendiamo, inoltre, che nel settembre del 1426 l’abate Francesco “ivit personaliter” nella città di Policastro per recuperare la grangia del monastero di S. Matteo “situm in porta dicte civitatis” (13).. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (13) postillava che: “(13) ‘Platea’, c. 56r.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: Nella città di Policastro vi era la grangia del monastero di San Matteo, sito presso la porta della città (c. 56r). Nel settembre del 1426 l’abate Francesco Mellini ne riconobbe il diretto ‘dominum’ all’abbazia, ma dispose che essa rimanesse a tal ‘domina Mathea’ dietro corresponsione di tre libbre di cera all’anno per tutta la sua vita e che, alla sua morte, la grangia passasse a suo nipote dietro pagamento annuo, però, di due ducati aurei.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”.

Nel 3 giugno 1435, la probabile visita ai monasteri italo-greci di Francesco Mellini, abate di Grottaferrata nel Tuscolano

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”. Loredana Pera (…), op. cit., a p. 37, riferendosi a Francesco Mellini, Abate del monastero di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano in proposito scriveva che: Non abbiamo, invece, documenti circa l’esecuzione della visita ai monasteri greci dell’Italia meridionale presumibilmente seguita alla sua nomina a visitatore e riformatore dei monasteri con lettere del 3 giugno 1435 (16). Pur non essendo sicuri che, come Francesco Mellini, egli vi si fosse recato personalmente, possiamo facilmente supporlo non solo perchè i contratti vengono stipulati a pochi giorni di distanza, ma perchè si raccomanda al locatario di Santa Maria de Vitis, “domino Jacobo Rivellense de Montesano”, di recuperare i “bona occupata”, probabilmente dopo aver preso attenta visione della situazione. Ecc..”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (16) postillava che: “(16) ‘Acta Eugenii’ IV 1990, pp. 194-195. Regesto Breccia, 2002, p. 27..

Nel 1439, Francesco Mellini e l’incarico papale di visitare tutti i monasteri dell’Italia Meridionale

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”. Loredana Pera (…), op. cit., a p. 37, riferendosi a Francesco Mellini, Abate del monastero di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano in proposito scriveva che: La notizia che, dopo il Concilio di Firenze del 1439, egli sia stato incaricato dal papa di visitare i monasteri greci dell’Italia meridionale (15) troverebbe così una conferma indiretta.”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (15) postillava che: “(15) Mencacci 1873, p. 69; Mandalari 1887, p. 12; Tomasetti, IV, p. 293; Rocchi 1904, p. 35.”.

Nel 20 novembre 1441, Americo Sanseverino ed il Privilegio sulle terre del Cervato

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Il problema fu ripreso da Americo Sanseverino, conte di Capaccio e Signore di ‘Sansa’ (171), il quale, essendo di nuovo cambiate le cose, in un Privilegio del 1441 ridefinì in pratica i confini sul Cervato delle singole quote delle Universitates della fascia pedemontana (172). Nell’importante documento in latino medievale ci sono tutti quei geotoponimi ancora presenti nella parlata locale: ‘Crux Vallis Bonae (Croce re Vaddivona), etc…., e così via; e, per la prima volta, la forma ‘Santia’ al posto di ‘Sansa (173).”. Fusco, a p. 101, nella nota (173) postillava: “(173) Il Privilegium di Americo Sanseverino, comes Caputatii, fu trascritto (non sappiamo con quanta precisione) da Pietro Ebner (1902-88) da un ms. ottocentesco negli anni Settanta del Novecento e pubblicato nel saggio ‘Economia e Società etc..’, Roma, cit., II, pp. 212-220. Va precisato che il Privilegium, datum in castro nostro Padulae sub a.d. (= anno Domini) MCDXLI (= 1441), è soprattutto una conferma dei territori e delle concessioni e privilegi fatti ‘hominibus Universitatis Terrae Laurini. Nel nostro archivio comunale (cfr. n. 170) si conservano stralci di copie settecentesche (1704) del Privilegium che sembrano più accurate nella trascrizione effettuata da Ebner. Etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo ‘Economia e società etc..’, a pp. 210-211-212, cita e ci parla delle n. 3 copie di questo privilegi concessi da Americo Sanseverino all’Università di Laurino e degli ‘Statuti di Laurino. Ebner a p. 211, in proposito scriveva che: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante inedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole ecc..ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. II parlando degli Statuti di Laurino, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 20 novembre 1441 Americo riconobbe tutti i diritti della popolazione su alcuni terreni di Laurino elargendone altri (v. oltre).”. Ebner, a p. 211, in proposito scriveva pure: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante iedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’Archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole sia perchè informa dei confini delle terre di quella baronia possedute dall’università e casali, sia per i cenni su antichi diritti vantati da quelle popolazioni e su locali consuetudini, che per le ampiezze delle concessioni costituiscono un presupposto indispensabile di quanto venne poi codificato negli statuti. La prima copia (1) è incompleta, ma identica alla seconda, perchè anch’essa manca della descrizione dei confini della locale baronia. La seconda (2) ha una datazione diversa (15 novembre 1446, X indizione), manca di qualche frase etc…”. Ebner, a p. 211, vol. II, nella nota 81) postillava: “(1) Copia ms. del privilegio di “Americus de Sancto Severino” su un solo f (cartiera M D C e segno, in filigrana) con pp. scritte etc…”. Ebner, a p. 212, in proposito scriveva che: “Americs de Sancto Severino, comes Caputatij ac Baronia Laurini et Terrae Padulae Dominus etc. Tenore presentis Indulti Privilegij etc…”.

Nel 1443, la probabile visita apostolica di Francesco Mellini, abate di Grottaferrata nel Tuscolano, su incarico del papa Eugenio IV ai monasteri italo-greci del basso Cilento

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 37, in proposito scriveva che: E’ probabile che, verso la fine del 1443, obbedendo all’ordine di Eugenio IV, egli si sia recato nell’Italia meridionale, dove intraprendeva la visita ai monasteri basiliani, sostando per qualche giorno a Policastro, per visitare quella grangia, e poi di lì giungesse a Montesano. Più tardi, nel 1444, non esitava a difendere i diritti del monastero sulla ferriera della Valle Marciana davanti al Senatore di Roma (17).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (15) postillava che: “(16) Mencacci 1873, p. 69; Mandalari 1887, p. 12; Tomasetti, IV, p. 293; Rocchi 1904, p. 35.”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (16) postillava che: “(16) ‘Acta Eugenii’ IV 1990, pp. 194-195. Regesto Breccia, 2002, p. 27.”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (17) postillava che: “(17) ‘Miscellanea Antonio Rocchi’, fasc. 5, documento edito in Mandalari 1887, pp. 27-34, in cui sono riassunti i principali fatti avvenuti nel Lazio dal tempo dello scisma fino al 1443..

Nel 1443, l’abate Pietro Vitali di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano affitta due grange a Iacobus Revellese

Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Le grange elencate nel privilegio di Ruggero II sono adesso censite per località, come tutti i beni descritti nel resto della platea: “In civitate Salernitana (….), In civitate Beneventi (….). In civitate Policastri (….). In castro Rofrani (….). In terra Laurini (….), In terra Diani (….). In tenimento Montissani (….). In tenimento Campore (….). In tenimento Rivelli (….). In tenimento Scalee (…..). In tenimento Sanse (….)”(215).”. Falcone, a p. 155, nella nota (215) postillava: “(215) AMNG, Monastero di Santa Maria di Grottaferrata, Platee, 1, c. 56r.-63r. Edizione in ‘Regestum Bessarionis’, cit. pp. 155-158. Osserviamo che, da Rofrano in poi, l’ordine geografico seguito corrisponde a quello del crisobollo, coe si legge nella versione latina del 1465. Da questa osservazione ne deriverebbe che la Platea del Bessarione, o almeno le ultime pagine dedicate ai beni di Rofrano, potrebbe essere stata redatta dopo la traduzione latina del crisobollo, cioè dal 1465 in poi. Tuttavia considerata la conoscenza della lingua greca sia del Bessarione che del suo segretario e vicario Niccolò Perotti, autore della platea, si può anche presumere la loro capacità di tradurre il privilegio greco indipendentemente dalla versione autentica del vescovo Domenico.”. La Falcone, a p. 156, in proposito scriveva pure: “Per alcune di esse Niccolò Perotti annota anche interessanti informazioni risalenti a due abati precedenti, Francesco Mellini e Pietro Vitali che, rispettivamente nel 1426 e nel 1443 si recarono presso quelle dipendenze e rinnovarono i contratti di affitto. In particolare l’abate Pietro affitta le grange di Laurino e Montesano ad una persona di montesano, Iacobus Revellese, con l’incarico di curarle nello spirituale e nel temporale (216).”. Falcone, a p. 156, nella nota (216) postillava: “(216) AMNG, Monastero di Santa Maria di Grottaferrata, Platee, 1, c. 56r.-63r. Edizione in Regestum Bessarionis’, cit., pp. 156-158.”.

Nel 1443, la grangia di S. Maria de Vitis a Lauria (?) e non Laurino (?)

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r); ecc..”. Al riguardo devo però far notare che quando la Pera (…), sulla scorta del foglio 58r del Regesto Bessarione (la Platea), scrive del monastero o grangia di S. Maria de Vita, possedimento dell’Abbazia di Rofrano e dunque anche di quella tuscolana, è sita nel territorio di Laurino, risulta in contrasto con quanto veniva scritto nle Martire che sulla scorta del Di Luccia (…), forse, scriveva a p. 151 della sua opera che: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: 2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria. Ecc..”.

martire, p. 150

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Ovvero, il Martire, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che, una delle “Grancia” dipendenti da ROfrano e da Grottaferrata nel Tuscolano era la “2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria” di Lauria e non di Laurino.

Nell’ottobre del 1443, Pietro Vitali, abate di S. Maria di Grottaferrata affittava la grangia del Monastero di S. Pietro de Thimusso “in Tenimento Montissani”

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 37, in proposito scriveva che: “Pietro Vitali continuò l’opera del Mellini e sembra che anch’egli si recasse nei lontani possedimenti calabresi perchè leggiamo nella ‘Platea’ che l’8 ottobre del 1443 locava il monastero di S. Maria de Vitis nella terra di Laurino e che, nello stesso mese, l’abate affittava alle medesime condizioni la grangia del monastero di S. Pietro de Thimusso “in tenimento Montissani” (14).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Per le due notazioni vedi ‘Platea’, c. 58r e c. 60r.”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (13) postillava che: “(13) ‘Platea’, c. 56r.”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Per le due notazioni vedi ‘Platea’, c. 58r e c. 60r.. Infatti Loredana Pera (…),  a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di S. Nicola a Benevento (112); quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Per le due notazioni vedi ‘Platea’, c. 58r e c. 60r.”. Loredana Pera (…), nel suo, ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’, a pp. 156-157 e s. in proposito trascriveva alcune pagine del Codice Z.d.XII, riportava il documento pagina “c. 60r” che: “In tenimento Montissani. Monasterium predictum habet infrascripta bona videlicet monasterium sive grangiam quod vocatur Sanctus Petrus de Thimusso, ordinis Sancti Basilii, cum omnibus iuribus et pertinentiis suis. Anno Domini Mccccxliii de mense octobris, vii indictioe, Petrus abbas locavit dictam grangiam domino Petro Revellense cum eiusdem conditionibus cum quibus supra apparet locatam esse grangiam in terra Laurini.”.

                                                                                 IN TENIMENTO MONTISSANI

in tenimento Montisani

(Fig….) “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII (pagina c. 60r) conservato all’Abbazia di Grottaferrata. I possedimenti dell’Abbazia di Grottaferrata in “In tenimento Montissani” (pagina c. 60r)

Nel 7 gennaio e 18 giugno 1458, Alfonso d’Aragona

Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: Si ha infine memoria di due diplomi, ora perduti, emessi dal re di Sicilia Alfonso d’Aragona il 7 gennaio e il 18 giugno 1458, in favore del monastero di Grottaferrata, con ‘l’ordo quod homines terre Rofrani Casellarum, casale Czilli, Turris et Alfani debeant rispondere de fructibus terrarum predictarum abbati Cripteferratae (8).”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (8) postillava che: “(8) ‘Ibidem’, p. 220.”.

Nel 1458, una fonte per le origini dei Monasteri italo-greci esistenti nel basso Cilento

In effetti, alla maggior parte dei monasteri basiliani e poi anche quelli benedettini, dipendenti i secondi dalla Badia di Cava, toccherà la sorte di dipendere dalla Certosa di S. Lorenzo di Padula, i cui regesti pubblicati recentemente da Carmine Carlone andrebbero ulteriormente indagati ma ch costituiscono una fonte inesauribile di notizie. La Visentin (…), nella sua nota (238) postillava che: “(238) Per i monasteri di S. Nicola ‘de Padule’ e di S. Simeone ‘de castello Montesano’, si veda anche la scheda relativa al monastero di S. Giovanni ‘de Layta. Inoltre vorrei aggiungere che per le fonti su questi monasteri è utile indagare sui regesti di alcuni monasteri italo-greci, dove, con le diverse commende confluirono buona parte dei documenti, privilegi, cartule ecc…come ad esempio il Monastero di S. Bruno. Dunque, per capire se questo monastero esistesse e quali fossero le sue origini dobbiamo individuare i documenti che a ritroso nei secoli ne parlano. Le fonti. Una prima fonte potrebbe rappresentare la visita apostolica di Atanasio Calceopilo che nel 1458, insieme ad altri effettuò presso alcuni monasteri del Basso Cilento. Ecco cosa ci dice in proposito Biagio Cappelli. Il Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, ne ha parlato. Pietro Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non venne visitato nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano). Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola) e se Camillo Tutini, scriveva che Rofrano apparteeva al Conte Giacomo Gaetani. Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Per ribellione di costrui, il feudo fu avocato al fisco.”

Nel 24 dicembre 1461, il monaco fratel Nilo, nominato rettore e governatore di Rofrano dall’abate Pietro Vitali (‘dominus utilis‘ procuratore dell’abbazia di Grottaferrata) risiedeva per lunghi periodi nel monastero di S. Pietro de Tumusso a Montesano

Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a pp. 154, in proposito scriveva pure: “La documentazione di fa più cospicua nel sec. XV. Alcuni documenti, in copia semplice coeva, risalgono al 1461 e al 1463 e sono conservati presso l’Archivio Segreto Vaticano (210). Riguardano l’Abate Pietro Vitali, ultimo superiore monastico prima che venisse introdotto a Grottaferrata il regime della commenda (211). L’abate Pietro, in qualità di ‘dominus utilis’ del castello di Rofrano, dopo un periodo di cattiva amministrazione affidata ad un laico, nomina il 24 dicembre 1461 fratel Nilo, monaco professo di Grottaferrata, ‘rectorem et gubernatorem’ del castello affidandogli piena potestà in ‘spiritualibus et temporalibus’ ordinario al giudice ed al sindaco dell’università di Rofrano ed ai procuratori presso tutte le grange di assicurargli la loro obbedienza (212). Seguono due lettere indirizzate all’abate Pietro dal maestro massaro di Rofrano (213), ricevute di denari riscossi da fratel Nilo, quindi istruzioni impartite dal cardinale Bessarione all’arciprete ed ai preti di Rofrano nel maggio 1463.”. Falcone, a p. 154, nella nota (210) postillava: “(210) ASV, Armadio XXXIV, 7, ff. 146r-149v.”. Falcone, a p. 154, nella nota (211) postillava: “(211) M. Mandalari, Pietro Vitali ed un documento inedito riguardante la storia di Roma (secolo XV), 1887. L. Pera, Un patrimonio ricomposto, in Santa Maria di Grottaferrata e il cardinale Bessarione…cit…, pp. 35-39”. Falcone, a p. 154, nella nota (212) postillava: “(212) ASV, Arm. XXXIV, t. 7, c. 146r.”. Falcone, a p. 154, nella nota (213) postillava: “(213) Ibid., ff. 147r e 148r.”. Falcone, a p. 156, in proposito scriveva che: “Ma dopo un periodo di affidamento dei beni a persone del luogo, come attestano i documenti dell’Archivio Vaticano, lo stesso abate Pietro Vitali decise di mantenere all’abbazia la gestione diretta di quelle dipendenze nominando fratel Nilo procuratore ed inviandolo a risiedere presso il monastero di Rofrano. Il cardinale Bessarione……Per Rofrano il 4 settembre 1462 conferma l’amministrazione di fratel Nilo affidandogli la podestà di stitulare contratti, agire in giudizio, compiere tutti gli atti legali ritenuti necessari, in particolare potrà confermare o rimuovere gli ufficiali esistenti, rivedere i conti di tutti coloro che hanno amministrato i beni, in particolare quelli di ‘Giovanni de Ribulutio’, ultimo amministratore (217).”. Falcone, a p. 156, nella nota (217) postillava: “(217) ANMG, Monastero di Santa Maria di Grottaferrata, Instrumenta, 1, cc. 47r-48v. Edizione di G. Falcone, Le abbreviature dei notai Stephanus Thegliatius, Nicolaus Iodici e Iohannes de Heesboem, in Santa Maria di Grottaferrata, cit., p. 166-168. Documento in ‘Atti e carteggio dei procuratori, (1).”. Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a p. 161, in proposito scriveva che: La documentazione prodotta a Montesano dall’amministrazione dei procuratori e pervenuta in possesso dell’abbazia di Grottaferrata subito dopo la vendita dei beni nel 1728, ha richiesto un minuzioso lavoro etc…La prima serie è denominata “Atti e carteggio dei procuratori” e comprende il ricco materiale di carte sciolte formato da atti notarili, scritture contabili etc…a cominciare da fratel Nilo nominato nel lontano 1461 dall’abate Pietro Vitali.”. Falcone, a p. 161, in proposito scriveva pure che: “Come già detto, l’amministrazione delle chiese un tempo dipendenti da S. Maria di Rofrano, risulta affidata dall’abate di Grottaferrata, già nel 1461, ad un monaco procuratore incaricato di curare l’amministrazione economica dei beni e di agire in giudizio, se necessario, inviato a risiedere stabilmente presso quei luoghi, prima a Rofrano poi presso la grangia di S. Pietro del Tumusso nella terra di Montesano, anche per lunghi periodi. I procuratori erano monaci sacerdoti laici. La ricerca di notizie biografiche sugli stessi è stata nella maggior parte dei casi impossibile a causa della esiguità della documentazione riguardante la comunità monastica, soprattutto anteriormente al sec. XVIII. Solo per 12 dei 30 procuratori riscontrati è stato possibile rinvenire notizie o conoscere l’attività, perché titolari di un ufficio nel monastero. In particolare nove di essi avevano rivestito la carica di procuratore o cellerario a Grottaferrata, come attestato nei “Libri dell’introito ed esito” del monastero. I loro nomi sono: Luca Felici, etc…”.

Nel 28 agosto 1462, il Card. Bessarione, rivevuta la Commenda dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata, fece redigere un regesto dei beni posseduti dall’antica Abbazia italo-greca, detto“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, redatto da Nicolò Perotti

Una seconda ma più attendibile fonte storica è senza dubbio il documento o la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, che possedeva i beni dell’Abbazia Rofranese e dello stesso Feudo di Rofrano, fatta redigere nel 28 agosto 1464 dal Cardinale Bessarione, Abate Commendatario dell’Abbazia Tuscolana. E’ la studiosa Enrica Follieri (…), nel suo ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a p. 433 e s., ci dice che ci informa di questo antico codice. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…):Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’(2). Ecc..”. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 433, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices Cryptenses seu Abbatiae Cryptae Ferratae in Tuscolano’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca, ‘L’abbazia di Grottaferrata e il cardinale Bessarione, in ‘Bollettino Badia gr. Grottaferrata’, ns. 41 (1987), pp. 135-152(…). Sui possedimenti dell’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo (Grottaferrata), ho scritto ivi un mio saggio.

Reg.bessarionis, ultima pagina

(…) (Figg….) Codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII)

Il codice Crypt. Z.d. XII, è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg….), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Recentemente Luigi Pera (…), ha pubblicato un saggio dal titolo ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, dove ha pubblicato le pagine originali del Codice Cryptoferrarese in questione ed in particolare ivi presento le due pagine che interessano sul Monastero di San Pietro al TomussoPetrus de Thimusso ordinis San Basilii inserito nel “Tenimento Montissani e dove si legge del Monastero di S. Pietro al Tomusso, allora grancia, ovvero possedimento e dipendente dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e dunque facenti parte dei beni dell’Abbazia Tuscolana.

                                                                                                IN TERRA DIANI

Reg.bess.Diani

(Fig….) “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata. I possedimenti dell’Abbazia in “In Terra Diani”

Loredana Pera (…), nel suo, ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’, a pp. 156-157 e s. in proposito trascriveva alcune pagine del Codice Z.d.XII, riportava il documento pagina “c. 60r” che: “In tenimento Montissani. Monasterium predictum habet infrascripta bona videlicet monasterium sive grangiam quod vocatur Sanctus Petrus de Thimusso, ordinis Sancti Basilii, cum omnibus iuribus et pertinentiis suis. Anno Domini Mccccxliii de mense octobris, vii indictioe, Petrus abbas locavit dictam grangiam domino Petro Revellense cum eiusdem conditionibus cum quibus supra apparet locatam esse grangiam in terra Laurini.”.

                                                                                IN TENIMENTO MONTISSANI

in tenimento Montisani

(Fig….) “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII (pagina c. 60r) conservato all’Abbazia di Grottaferrata. I possedimenti dell’Abbazia di Grottaferrata in “In tenimento Montissani”

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111). Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di S. Nicola a Benevento (112); quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r). Nel territorio di Campora vi era la grangia del monastero di Sant’Angelo, locata ad un notaio di Laurino, tal ‘Jo (hannes’) ‘Buono’, la cui famiglia possedeva quella grangia già da novant’anni, che corrispondeva annualmente al monastero soltanto una libra di cera (c. 63r). Appartenevano a monaci di San Basilio anche i monasteri che originarono le grange di S. Nicola di Siracusa a Scalea (c. 63r) e i  Santa Maria de Sarippi a Sansa (c. 64r). A Diano vi era la grangia di San Zaccaria di Sassano, che era locata ad un tal Francesco Pelliccia, figlio dell’arcidiacono, per un canone annuale di nove ducati corrispondenti ad un’oncia e mezza (c. 59r). Nella città di Policastro vi era la grangia del monastero di San Matteo, sito presso la porta della città (c. 56r). Nel settembre del 1426 l’abate Francesco Mellini ne riconobbe il diretto ‘dominum’ all’abbazia, ma dispose che essa rimanesse a tal ‘domina Mathea’ dietro corresponsione di tre libbre di cera all’anno per tutta la sua vita e che, alla sua morte, la grangia passasse a suo nipote dietro pagamento annuo, però, di due ducati aurei.”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (112) postillava che: “(112) Nel crisobollo di re Ruggero viene menzionata la grancia ‘Sancti Nicolai de Benevento’ non attestata in altre fonti. Cfr. Follieri 1988, pp. 64-75.”.

Dopo il 2 Gennaio 1476 (per Antonini), dopo la vendita del feudo ad Arcamone, la fuga dei monaci di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano che si rifugiarono nel Monastero, loro grangia, di San Pietro al Tomusso di Montesano

Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: “Morto il cardinale Bessarione il 18 novembre 1472, papa Sisto IV conferì la commenda al nipote cardinale Guiliano della Rovere con la bolla di collazione del 23 novembre 1472 (218). Il governo del secondo commendatario fu rivolto principalmente alla realizzazione di nuovi edifici monastici e ad opere di difesa del monastero stesso etc….Le opere realizzate dal cardinale richiesero un forte impegno finanziario e lo indussero a decidere l’alienazioe, con permuta o vendita, di alcuni beni del monastero, ritenuti di minore importanza sotto il profilo territoriale ed economico. Tra le alienazioni eccellenti messe in atto da Giuliano della Rovere si distingue quella del castello di Rofrano con i diritti feudali che, però, è documentata solo in via indiretta non essendo noto lo strumento di vendita. Con lettere datate 31 luglio 1477 papa Sisto IV sottopone a Gaspare da Teramo, prepositus ecclesiae Tridentinae in romana curia residens’, un quesito giuridico (dubium) relativo ad alcune clausole della vendita del baronato di Rofrano al nobile napoletaano Aniello Arcamone, ‘miles utriusque iuris doctor’ (220). Il documento non riporta né lo strumento di vendita, di cui non conosciamo pertanto la data esatta, né l’atto di conferma da parte del papa, già emanato. Esso, tuttavia, nella esposizione del caso, informa che il feudo era stato venduto per 2.500 ducati d’oro di camera, che la somma era stata depositata presso il mercante fiorentino Francesco ‘de Pogiis, romanam curiam sequens’, e che l’utilizzo del denaro da parte del cardinale della Rovere era vincolato a due fini precisi: etc….Poichè il cardinale aveva chiesto e ottenuto 500 duucati, spesi nella fabbrica del castello di Borghetto, l’acquirente, cioè presumibilmente Aniello Arcamone, aveva sollevato il dubbio se la destinazione non prevista del denaro pagato potesse inficiare i diritti suoi e dei successori. Anche Domenico Antonio Ronsini, storico di Rofrano, desume la data di vendita del feudo all’Arcamone, 11 gennaio 1476, dal preambolo ad un privilegio concesso alla chiesa di Rofrano nel 1583 e ancora da un successivo documento seicentesco (222).”. Falcone, a p. 157, nella nota (220) postillava: “(220) AMNG, Cancelleria degli abati commendatari, Documenta, 2, cc. 144r – 152v. R. Abbondanza, Arcamone, Aniello, in Diozionario biografico degli Italiani, 3, 1961, pp. 738-739.”. Falcone, a p. 157, nella nota (221) postillava: “(221) Giuliano della Rovere etc…”. Falcone, a p. 158, nella nota (222) postillava: “(222)  G. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano, 1873, pp. 19-20.”.

Di Montesano e di Marcelliana ci parla anche il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, nel cap. VIII: “Nella Valle di Diano”, Parte III, a p. 577, ma del monastero di San Pietro al Tomusso scrive poco o niente. Ci parla del Monastero dei Cappuccini. L’Antonini (…), nel suo cap. VIII, parte II, a pp. 388-389 accenna al monastero parlando di Rofrano ed in proposito scriveva che: “Continuarono i PP. a governar la terra nel temporale, e nello spirituale fino all’anno MCDLXXVI. Allora col Pontificio permesso in un Breve dè 2 Gennaio la venderono al Conte di Borrello N. Arcamone, ma per N. Petrucci suo cognato Conte di Policastro, e questo ne fece prender possesso da un Commessario di Re Ferrante. Non ostante la vendita fatta vi restarono i Monaci, al Monastero per aver cura dello spirituale del luogo, e delle grancie dipendenti: ma il Petrucci (che poi fu decapitato come ribelle a 13 Novembre 1480.) malmenando per tutte le vie i Monaci, obligolli finalmente a partirsene, il Monistero, e sue rendite abbandonando. Quindi egli ridusse il Monistero in propria abitazione, ed usurpò anche il drtito della spiritualità, mettendovi un Prete, che l’esercitasse, siccome in appresso fecero i Baroni susseguenti, fino all’anno MDLVI. Passata la terra con Cannalonga, e Lauriana in dominio di Gio: Battista Farao, la spiritualità fu data al Vescovo di Capaccio col Breve di Gregorio XIII. nel MDLXXXIII. facendo immune il Clero da ogni tassa, imposizione, o sussidio, ch’imponer volessero i futuri Vescovi..

Antonini, cap. VIII, p. 389 su Rofrano

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p. 389

Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: Di nuovo ad eccezione della chiesa e del monastero, il feudo di Rofrano venne alienato nel 1476 dall’abate commendatario cardinale Giuliano della Rovere. Il possesso fu venduto al giurista napoletano Aniello Arcamone delle spese sostenute per la costruzione del Castello di Grottaferrata (10). In seguito, all’arresto di Arcamone avvenuto nel 1485, il feudo venne concesso dal re Ferrante al conte Giovanni Carafa di Policastro nel 1490. Fu opera di queto signore che i monaci furono espulsi dal convento per consentirne la trasformazione in palazzo baronale, il quale assunse da allora le attuali forme architettoniche. I monaci vennero in questa occasione ospitati presso il monastero di Montesano, una delle località menzionate sia nel XII secolo sia nella ‘Platea’ del Bessarione, località dove essi rimasero fino al 26 ottobre 1728, data del passaggio di proprietà del monastero ai certosini di San Lorenzo di Padula, ai quali venne trasmessa in quell’occasione anche la copia del crisobollo di Ruggero II (11).”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Ronsini 1873, p. 19. Il 13 luglio 1477 papa Sisto IV incaricava Gaspare di Teramo, ‘prepositus ecclesie Tridentine in romana curia residens’, di pronunciarsi su un problema legale relativo all’utilizzo da parte del cardinale della Rovere, di una parte del denaro ricavato dalla vendita, in ‘Documenta, 3, cc. 144r-152v. Sulle vicende sofferte dall’Arcamone nell’ambito della congiura dei baroni a Napoli, si veda DBI, 3 (1961), pp. 738-739.”. In questa nota la Passigli si riferisce al Dizionario Biografico degli Italiani (DBI). Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Follieri 1988, p. 50.”.

Nel 1480, la Platea dei beni del feudo di Rofrano fatta compilare dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata

Pietro Ebner (….), nel suo “Chese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 157-160, in proposito scriveva che: Per esaltare ancora di più la loro posizione tennero a mettere in rilievo la dipendenza della loro chiesa da quella di Grottaferrata aggiungendo appunto al titolo del monastero e della chiesa quello della predetta abbazia, la quale conservò tutti i suddetti beni fino al 1476 fino a quando, cioè, con l’assenso pontificio, non vendette il feudo di Rofrano. Qualche anno dopo (1480) l’abbazia fece compilare il catasto dei suoi beni nel Cilento. I monaci rimasero a Rofrano etc…”.

Nel 1483, nel ‘Liber rationum’

Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardo feudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.

Nel 1485, la Congiura dei Baroni, Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio e Signore di Sansa e Giulio de Luca

Felice Fusco (….), nel suo recente “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del novecento”, a p. 71, in proposito scriveva che: “Pur gratificato dalle concessioni di Alfonso I d’Aragona (210), il ceto baronale, sostanzialmente ancora filoangioino ordì etc…Tra gli artefici, ancora una volta, i Sanseverino (213), tra cui Guglielmo, conte di Capaccio e Signore di Sansa (214), che secondo l’erudito dell’Ottocento Domenicantonio Ronsini amava soggiornare a Rofrano per dilettarsi di caccia sul Centaurino nelle fasi di stasi della congiura antiaragonese; e nella Terra di Rofrano aveva come governatore una persona di fiducia, il sanzese Giulio de Luca, che, forte di 100 fanti ben armati, spadroneggiava e teneva a bada i filoaragonesi della Valle del Faraone – Mingardo (215). Guglielmo, per fellonia, perse i suoi feudi, e Sansa nel 1494 fu affidata con altre Terre al miles Valerio Gizzio di Chieti (216).”. Fusco, a p. 107, nella nota (213) postillava: “(213) P. Natella, Ascesa e apogeo dei Sanseverino di Marsico. 1067 – Salerno, Laveglia, 2006, pp. 56-58.”. Fusco, a p. 107, nella nota (214) postillava: “(214) Cfr. n. 171”. Fusco, a p. 101, nella nota (171) postillava: “(171) Americo Sanseverino (1415 c. – 1452) sposò Margherita Sanseverino (figlia di Luca Sanseverino conte di Tricarico) da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468), Antonello (morto nel 1476) e Guglielmo (morto nel 1504). Non è chiaro se Americo riottenne la Contea di Capaccio e altre Terre tra cui Sansa da Giovanna II (1414-35) nel 1433 o da Alfonso V d’Aragona detto il Magnanimo (1442-58) nel 1443.”. Fusco, a p. 107, nella nota (215) postillava: “(215) D.A. Ronsini, Cenni storici del Comune di Rofrano, Salerno, 1873, ristampa 2004, p. 22.”. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano etc…”, a p. 22 parlando dei Sanseverino e della disfatta di Antonello a Diano (Teggiano), in proposito scriveva che: “Ora un episodio di si lunga tragedia trovo in un processo intitolato: ‘Laurae Monteporte cum Matthaeo Pacone’ in Banca Figliola. Vi figuran testimonii i Rofranesi Notar Giovanni D’Alessio, D. Bartolomeo De Leo, Giov. Paolo Losinno, e Notar Nardo Antonio De Leo. Dalle loro deposizioni a pag. 578, 579, 580, 582, e 583 si attingono queste notizie – Nel mese di Luglio 1497, quando si aspettava Re Federico all’assedio di Diano, dov’era il Principe di Salerno Antonello confederato con Guglielmo Conte di Capaccio, questi, il Conte, dimorava in Rofrano da padrone, vi si divertiva alla caccia, vi teneva Giulio Di Lucca da Sansa per Governatore ed Officiale: il Di Lucca aveva fatto carcerare Rinaldo Longo Governatore per parte di Antonio Arcamone; aveva seco cento fanti, il soldo e foraggio a carico di Rofrano, ben s’intende, col bracio de’ quali pose a sacco, e fuoco la casa di Notar Guglielmo ‘D’Alessio, come parteggiante degli Aragonesi. Rofrano, preda del più forte, al veder sullo sdrucciolo i Sanseverino, ed udir le minaccie che il Conte di Policastro lo darebbe in balia dell’esercito Regio, decise di rendersi al Carafa, ed il Sindaco cogli Eletti andarono a prestargli l’ubbidienza. Partito da Diano il campo, il Conte venne tra vassalli e li compose, cioè, multò in ducati 400, di cui imborsò la maggior parte, condonò il resto. Quante sofferenze del popolo mentre i tre si disputavano il Feudo ! Guglielmo Sanseverino Conte di Capaccio, insorto sotto la bandiera del Papa supremo Signore del Regno non riconosceva le concessioni Aragonesi. Carafa Conte di Policastro riponeva in queste il suo dritto. Arcamone prima cortigiano degli Aragonesi, e poi sospetto di complicità co’ loro nemici, riceveva colpi dall’uno e dall’altro.”.

Fusco, a p. 107, nella nota (216) postillava: “(216) Cfr. J. Mazzoleni: Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, L’Arte tipografica, 1951, p. 123, Valerio Gizzio (De Gizzis, De Egiptiis, Gicciis) diventò ‘capitaneus’ pure di Casolla (Caselle in Pittari), Padula, Montesano, Casalnuovo, Roccagloriosa, ecc..(ivi). Ferdinando I d’Aragona (Ferrante) come già Federico II fu spietato coi congiurati etc…”.

Nel 13 marzo 1490, il feudo di ROFRANO a GIOVANNI CARAFA su concessione di Ferdinando II (Ferrantino) d’Aragona

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 433 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo l’arresto di Aniello Arcamone, in proposito scriveva che: “Il 14 marzo 1490 fu concesso (14) da re Ferdinando II a Giovanni Carrafa, conte di Policastro, il quale pur avendo versato perquest’ultimo feudo l’ammontare ne ebbe il privilegio solo più tardi. Ferdinando II (Ferrantino) aggiunse i feudi di Alfano e di Sansa (15), ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 434, nella sua nota (14) postillava che: “(14) ‘Albarani’ registrati in ‘Quint.’, 55, f 221; Quint. 58, ff 62-72 e ‘Quint. 77, f 270.”. Pietro Ebner (…), a p. 434, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cfr. Diploma edito da Ebner, Economia e Società, cit., I, p. 540 sgg. Enrica Follieri (…) in “Byzantina et Italograeca” a p. 451, in proposito al feudo di Rofrano scriveva che: Confiscati dalla corte di Napoli i beni dell’Arcamone in seguito alla congiura dei Baroni, nel 1486, il feudo di Rofrano fu concesso, nel 1490 a Giovanni Carafa, conte di Policastro (104); per le angherie di costui i monaci “basiliani” furono costretti a lasciare il monastero di Rofrano, trasformato dal Carafa nella propria abitazione, e a trasferirsi nella vicina grangia di Montesano. Di qui sarebbero emigrati definitivamente al principio del secolo XVIII, allorchè Montesano fu venduta ai Certosini di Padula (105).”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (101) postillava che: “(101) E’ la data fornita dal Ronsini, op. cit., p. 19 (cfr. anche Ebner, ‘Economia e Società, I, p. 497); il Rocchi, ‘De Coenobio’, p. 103, data la vendita al 1473.”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (102) postillava che: “(102) Su Aniello Arcamone, coinvolto nella Congiura dei Baroni e perciò imprigionato nel 1486 (ma non messo a morte, come dice il Ronsini, op. cit., p. 20), cfr. R. Abbondanza s.v., ‘Arcamone, Aniello’, in ‘Dizionario biografico degli Italiani, III, Roma, 1961, pp. 738-739.”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (103) postillava che: “(103) Rocchi, ‘De Coenobio’, p. 103.”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (104) postillava che: “(104) Su queste vicende cf. Ronsini, op. cit., pp. 20-21; Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, II, pp. 433-434.”. Questo scriveva Enrica Follieri (…), in merito all’Abbazia fino al suo trasferimento alla Grangia di Montesano e poi in seguito ai Certosini di Padula. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 433 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo l’arresto di Aniello Arcamone, in proposito scriveva che: “Nei “Notamenti” ai ‘Quint. si apprende poi ce Tiberio Domini Roberti nel 1540 vendette Rofrano a Giuliano Cesarino (12), cui successe (a. 1568) Giovan Giorgio e poi (1586) Giuliano, duca di Civitanova e marchese di Civita Lavinia (13). Il 14 marzo 1490 fu concesso (14) da re Ferdinando II a Giovanni Carrafa, conte di Policastro, il quale pur avendo versato perquest’ultimo feudo l’ammontare ne ebbe il privilegio solo più tardi. Ferdinando II (Ferrantino) aggiunse i feudi di Alfano e di Sansa (15), ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 434, nella sua nota (14) postillava che: “(14) ‘Albarani’ registrati in ‘Quint.’, 55, f 221; Quint. 58, ff 62-72 e ‘Quint. 77, f 270.”. Pietro Ebner (…), a p. 434, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cfr. Diploma edito da Ebner, Economia e Società, cit., I, p. 540 sgg.”.

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(Fig…) Diploma con il quale re Ferdinando II d’Aragona concede a Giovanni Carafa della Spina alcuni feudi tra cui quello di Policastro – tratto da Ebner, Economia e società etc…, vol. II, p. 491 è scritto: “Diploma di Policastro”.

Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a p. 158, in proposito scriveva che: “Divenuto feudatario di Rofrano nel 1490 il conte di Policastro Giovanni Carafa, i monaci dovettero abbandonare il monastero e la chiesa, che ancora detenevano nello spirituale, e trasferirsi presso la grangia di S. Pietro nella terra di Montesano che, da quel momento, divenne la sede da cui il procuratore dell’abbazia di Grottaferrata continuò a curare l’amministrazione delle grange dipendenti.”. Falcone, a pp. 159-160, in proposito scriveva che: “La grangia di S. Pietro del Tumusso, nel territorio dell’odierno comune di Montesano sulla Marcellana, in provincia di Salerno, è stata per circa tre secoli, dal 1490 circa al 1728, la sede principale delle dipendenze, residenza del monaco designato quale procuratore del capitolo monastico di Grottaferrata, incaricato di curare direttamente o affidare con contratti di affitto i beni appartenenti ai monasteri e alle chiese donate all’abbazia di Grottaferrata da Ruggero II. La documentazione prodotta a Montesano dall’amministrazione dei procuratori e pervenuta in possesso dell’abbazia di Grottaferrata subito dopo la vendita dei beni nel 1728, ha richiesto un minuzioso lavoro etc…La prima serie è denominata “Atti e carteggio dei procuratori” e comprende il ricco materiale di carte sciolte formato da atti notarili, scritture contabili etc…a cominciare da fratel Nilo nominato nel lontano 1461 dall’abate Pietro Vitali.”. Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a pp. 145-146, in proposito scriveva che: “….dal 1477 circa fino alla vendita dei beni nel 1728 i monaci risiedono presso la terra di Montesano, nella grangia di S. Pietro del Tumusso. Poichè la documentazione archivistica è stata prodotta e conservata, tranne poche eccezioni, in questo monastero, ne ha assunto la denominazione.. Pietro Ebner (….), nel suo “Chese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 157-160, in proposito scriveva che: Per esaltare ancora di più la loro posizione tennero a mettere in rilievo la dipendenza della loro chiesa da quella di Grottaferrata aggiungendo appunto al titolo del monastero e della chiesa quello della predetta abbazia, la quale conservò tutti i suddetti beni fino al 1476 fino a quando, cioè, con l’assenso pontificio, non vendette il feudo di Rofrano. Qualche anno dopo (1480) l’abbazia fece compilare il catasto dei suoi beni nel Cilento. I monaci rimasero a Rofrano finchè non vennero estromessi dai Carrafa, signori di Policastro, dal loro monastero, poi riattato a palazzo baronale. I nuovi feudatari si arrogarono addirittura la giurisdizione religiosa del luogo, esercitandola a mezzo di un sacerdote delegato. I monaci espulsi si rifugiarono nel monastero di S. Pietro al Tomusso che, con le sue grance, subì la stessa sorte di tanti altri monasteri, e cioè concesso ad abati commendatari, tra cui il cardinale Giovanni Colonna.”.

Dopo il 5 ottobre 1496 (per Antonini), dopo la vendita del feudo ai Carafa, la fuga dei monaci di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano che si rifugiarono nel Monastero, loro grangia, di San Pietro al Tamusso di Montesano

Pietro Ebner (…) ci parla del Monastero di S. Pietro al Tamusso parlando del casale di Montesano sulla Marcellana (SA) e, nel vol. II, a p. 195 e s., anche sulla scorta del Gatta (…), in proposito scriveva che: “Come si è detto, l’abbazia di S. Maria di Grottaferrata già in età normanna possedeva alcune grancie nel territorio dell’odierno Cilento. Tra esse principalmente quella di S. Pietro al Tamusso di Montesano, dove trovarono rifugio i monaci espulsi da Rofrano dal conte Carafa di Policastro.”. Ebner a p. 195 nella sua nota (24) postillava che: “(24) Gatta, cit., p. 129.”. Ebner si riferiva all’opera di Costantino Gatta (…). Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 434 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “I monaci, dopo la vendita rimasero nel monastero conservando la giurisdizione spirituale di Rofrano (16), dove erano due chiese battesimali (S. Nicola di Mira e S. Giovanni Battista, ambedue ricettizie familiari). Vennero poi espulsi dal monastero dai Carafa che trasformarono l’edificio in palazzo baronale. Ho già detto (Cap. V, 4) del ritorno dei monaci nella grancia di S. Pietro al Tomusso in Montesano, ecc…Il Conte Carafa ne approfittò per avocare alla Curia la giurisdizione ecclesiastica di Rofrano, sciegliendo, su proposta del clero, un vicario generale per esercitare tale giurisdizione (17). Ecc…”. Ebner a p. 434 nella sua nota (16) postillava che: “(16) Privilegio in ASN ‘Processu (SRC) Originalis Universitatis et hominum Rofranicum spectabili Comite Policastri utili domino opsius Terrae’. Ricordo che nell’ABC vi sono sei documenti riguardanti Rofrano del periodo 1400-1571, tra cui la vendita di una casa per un’oncia e 4 tarì (marzo 1467, XV, LXXXIV, 31).”. Infatti, su questo privilegio ha scritto il Ronsini (…), le cui notizie riprende l’Ebner (…). Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa), a p. 20-21 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: La confirmò pure il Re Federico à 5 Ottobre 1496 con Privilegio, che si trova presso il S.R.C. nell’atto intitolato ‘Processus Originalis Universitatis et hominum Rofrani cum spectabili Comite Policastri utili Domino ipsius Terrae’ Banca Longo, poi detta di Palermo, Scrivano Califano p. 30. Ecc..”. Ebner a p. 434 nella sua nota (17) postillava che: “(17) Il Ronsini (p. 24) ci fornisce i nomi di D. Rugiero di Napoli e dell’arciprete Pompeo d’Alessio che agiva come abate ‘nullius’.”. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano” a p. 23, in proposito scriveva che: “I Basiliani, alienato il feudo, eran rimasti nel Convento pel governo spirituale del luogo. Ma il Carafa prese a malmenarli per tutte le vie, e gli obbligò finalmente a sloggiarne. Per accer qui le altre loro vicende. Fissaron la sede nella vicina Grancia di Montesano, donde vegliavan sulle rimanenti Grancie, ecc..”. Il Ronsini (…) a p. 24, in proposito scriveva che: “Espulsi i Monaci, il Carafa ridusse il Convento in propria abitazione, ch’è l’attual Palazzo Baronale dove tutt’or si veggono mattoni colle iniziali C.P. Conte di Policastro, convertì in uso proprio i beni della Chiesa compresi nel Feudo, e, quel ch’è peggio, usurpò anche la spiritual Giurisdizione, cosa non estraordinaria per altro in quei secoli, quando anche Archidiocesi importantissime, come Milano, si lasciavano in Commenda a Principi secolari: si vegga Van Espen art. Congrua, e Commende. Delegava un Ecclesiastico col titolo di suo Vicario Generale sopra proposta del Clero ad esercitare la spirituale Giurisdizione. Uno di questi fu D. Rugiero di Napoli, un altro l’Arciprete D. Pompeo D’Alessio. Essendo la Badiale Chiesa sfornita di Ministri, e di rendite angariava ad uffiziarvi il Clero delle Chiese Curate. Giacchè fin dal quel tempo due ne aveva Rofrano, una sotto il titolo di S. Nicola di Mira, e l’altra di S. Giovanni Battista. Ecc…Quale sia stato il governo del Carafa può dedursi dal già detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunghissima serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa.”.

Nel 18 aprile 1583, la visita apostolica di Silvio Galassi al monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 437, parlando del feudo e dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, dominio incontrastato dei Carafa della Spina Conti di Policastro, in proposito scriveva che: “Ma si è già detto che le chiese di Rofrano vennero visitate dal commissario apostolico Silvio Galassi il 18 aprile 1583.”. Ebner (..), a p. 437 nella sua nota (37) postillava che: “(37) Ma si tenga presente l’aggregazione alla diocesi di Capaccio di Gregorio XIII del 1583 e la prima visita pastorale del commissario apostolico Silvio Galasso (v. oltre). Comunque v. visita pastorale Galasso, esame clero, dove è notizia di sacerdoti, diaconi e suddiaconi greci.”. Ebner ne parla nel vol. II a p. 439 e scrive che: “Il 18 aprile 1583 il commissario apostolico Silvio Galasso giunse a Rofrano, ricevuto dal clero ecc…” che Ebner ne riporta integralmente il verbale. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 434 e s., parlando della vendita del feudo di Rofrano e riferendosi all’acquisto fatto dalla contessa Lucrezia Comonte, nel 1576, in proposito scriveva che: La contessa concesse poi gli statuti il 5 dicembre 1576 (22). Nel 1583 la contessa, sollecitata dal commissario apostolico Silvio Galasso, rinunciò alla giurisdizione spirituale. Con breve dello stesso anno papa Gregorio XIII esentò il clero locale da ogni tassa, imposizione o sussidio in perpetuo (23). Ecc…”. Pietro Ebner, a p. 434, nella nota (23) postillava che: “(23) Ronsini, Docum. B, p. 72 sgg. Il 18 aprile 1583 il commissario apostolico Galasso visitò oer la prima volta le chiese di Rofrano (v. oltre).”. Sempre Pietro Ebner, a p. 437, in proposito scriveva che: “Ma si è già detto che le chiese di Rofrano vennero visitate dal commissario apostolico Silvio Galazzo il 18 aprile 1583. Nell’ADV manca il verbale della visita di mons. Morello nel 1592 che vietò la consuetudine di rito greco di spezzare e distribuire ai comunicandi un’ostia grande.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento medievale’, nel vol. I, pp……, parlando di Policastro scriveva che: “…..per passare poi al conte di Policastro Giovanni Carafa, nel 1490. Questi cacciò i monaci rimasti nel monastero di Rofrano, che trasformò in proprio palazzo e si arrogò la giurisdizione spirituale del paese, nominando un prete come suo vicario. Questo stato di cose fu risolto dal Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato da Papa Gregorio XIII il quale nel 1583 aggregò Rofrano alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) e trovò tra gli ecclesiastici solo un diacono, figlio di un presbitero greco, l’unico rimasto dei molti presbiteri e diaconi greci che si trovavano un tempo nella terra di Rofrano. Il Galassi, visitando le chiese di Rofrano, cominciò dalla chiesa madre di Santa Maria di Grottaferrata, dove era custodita un’antichissima icona della Beata Vergine Maria. Questa icona, già scomparsa nel 1691, doveva essere certamente una copia di quella tuttora venerata nella Badia Greca di Grottaferrata, la cui presenza a Rofrano determinò la nuova intitolazione della chiesa, in origine detta semplicemente di Santa Maria (Cfr. Crisobollo di Ruggero II) e poi, dopo la collocazione dell’icona suddetta, diventata chiesa di Santa Maria di Grottaferrata. “.

Nel 26 novembre 1583, il feudo di Rofrano fu acquistato da Giovan Battista Farao

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 434 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: Il 26 novembre 1583 Lucrezia Comonte e il figlio Ottavio Cognetti vendettero il feudo (24) a Giovan Battista Farao, cui successe il figlio Ettore, da cui a Michele. I creditori di costui adirono il SRC che ordinò la stima dei beni feudali (25). Nel 1650, dopo il consenso dei creditori alla diminuzione del prezzo, il feudo fu acquistato per ducati 16.000 da Gerolamo Capece. Questo non dovette versare l’intero importo, per cui il SRC rimise in vendita Rofrano (26). Ecc…”.

Nel 1607, Atanasio de Trayna, vicario apostolico generale di Grottaferrata, e la sua visita al monastero di S. Pietro del Tumusso

Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Le prime notizie relative alla organizzazione e alla vita nella grangia di S. Pietro sono contenute negli unici atti, finora pervenuti, di una visita eseguita presso la casa monastica risalente al giugno del 1607, a cura del vicario apostolico generale Atanasio de Trayna. Risulta che il monastero di S. Pietro è ‘nullius dioecesis’, come l’abbazia di Grottaferrata, vi risiedono abitualmente due monaci sacerdoti, con un chierico ed un servitore, vi si osserva il rito greco. L’altare della chiesa si presenta dimesso, è giudicato “scommodissimo si di parati come di tovaglie senza immagine veruna se non alcune in carta”, per cui il vicario ordina etc…(226).”.

Nel 1682, il feudo di Rofrano fu acquistato da don Placido Tosone e le numerose liti pendenti

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 435 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per ducati 10.100, con diminuzione del prezzo approvata dai creditori, da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Ecc…”. Pietro Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”. Sempre Ebner, a p. 435, in proposito scriveva che: “Dal ‘Libro di memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29) Ecc…”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Sempre Ebner, a p. 435, in proposito scriveva che:  “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il seminario si avvalse della sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’abate del monastero di S. Maria di Gottaferrata di Rofrano (32). All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università …..

Nel 1600, Ferdinando Ughelli

Un’altra testimonianza sui cenobi e monasteri italo-greci nel basso Cilento e non solo è quella di Ferdinando Ughelli (…).

Ughelli, tomo VII, p. 663

Ughelli, tomo VII, p. 664, su S. Nazario

(Fig…) Ughelli Ferdinando, op. cit., p…..

Nel 1646 (secondo il Beltrano), la ‘Badia benedettina di S. Michele’ o ‘l’Abbazia di S. Michele in Pittari’ a Caselle in Pittari, grangia dipendente dalla Certosa di S. Lorenzo di Padula

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia tratta dal Beltrano (…) secondo cui alla sua epoca a Caselle in Pittari vi era un’Abbazia benedettina che dipendeva dai Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula che, nel 1728 acquistarono il feudo di montesano con la grancia criptense del monastero di S. Pietro al Tumusso da cui a sua volta dipendevano diverse grancie tra cui quella di Caselle in Pittari. A Caselle in Pittari, verso la metà del ‘600, oltre alla chiesa ed al monastero antico cenobio di Sant’Angelo a Pitraro a Caselle vi era anche una “Badia” benedettina. Lo scriveva nel 1644, poco prima del D’Engenio, Ottavio Beltrano (….), nel suo “Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie”, Napoli, per Roberto Mollo, 2, a p. 158, in proposito di Caselle aveva scritto che: “………

Beltrano, caselle, p. 158

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 158 (I edizione del 1644)

“dalla marina di Bonati, vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaymario nel 1406. sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per traditione si dice vi fusse anco apparso l’Arcangelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monastero stà sopra un’altissimo monte qual Ius patronato si da per nomina del Barone, tendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più v’è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Cartusiani, & una Torre antichissima. Hora si possiede della famiglia di Stefano ecc…”. Dunque, il Beltrano, parlando di Caselle riporta la notizia che, ai suoi tempi (anno 1644), l’Abbazia benedettina di S. Angelo a Pittari: “la Chiesa, e monastero stà sopra un’altissimo monte qual Ius patronato si da per nomina del Barone, tendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più v’è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Cartusiani, & una Torre antichissima. Hora si possiede della famiglia di Stefano ecc…”. Beltrano scriveva che ai suoi tempi (anno 1644), a Caselle in Pittari vi era la chiesa e l’Abbazia benedettina di S. Angelo a Pittari che erano una delle tante grancie dell’Abbazia cartusiana (ex benedettini) di S. Lorenzo di Padula. Ottavio Beltrano, distingueva nettamente la “Chiesa e il Monasterio stà sopra un’altissimo monte”, con una grangia sempre a Caselle in Pittari scrivendo che: “Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima.. Dunque, il Beltrano (…) anche nella sua prima edizione del 1646 riferiva che a Caselle in Pittari vi era una “grangia di S. Lorenzo della Padula dè padri Certosini”. Mi chiedo come fosse possibile che il Beltrano nel 1646 riferisse della notizia la dipendenza di una Badia cassinese a Caselle in Pittari, distinta dall’antico cenobio basiliano di Sant’Angelo a Pitraro dai padri certosini di S. Lorenzo di Padula, se i Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula acquistarono i beni di Montesano e di S. Pietro al Tumusso solo nel 1728 ?. Sul web troviamo che: Nel 1709 padre Nicola Maranci, procuratore del monastero di San Pietro di Montesano dei padri basiliani chiese alla Regia Camera di consentire I’istituzione di un inventario dei beni appartenenti al monastero di San Pietro, tra i quali la grancia di Santa Maria di Vito di Fogna.”. Anche nella Platea dei beni del monastero di S. Pietro al Tumusso che nel 1710 redasse l’Abate don Nilo Morangi, di cui ho parlato in un altro mio saggio, non figurava nessuna grangia di Caselle in Pittari. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano” a p. 23, riferendosi a subito dopo la redazione nel 1710 della “Platea dei Beni”, redatta da D. Nicola Morangi dei beni della Grancia di S. Pietro al Tumusso di Montesano, dove si rifugiarono i monaci di Rofrano dopo la vendita all’Arcamone ed il successivo passaggio dei beni di Rofrano al Carafa, in proposito scriveva che: Ma non molto dopo la data della Platea la Badia trovasi passata in potere à Certosini di Padula. Quel Priore dipinse alle Autorità come deserto il Cenobio dè Basiliani, ch’era nel perimetro del suo Feudo di Montesano, e n’ebbe sia per compra, sia per donazione le pingui rendite, ed il titolo di S. Pietro di Montesano allungò la filatessa degli altri titoli suoi (1). Ecco come racconta Costantino Galla (Memorie P.I.. c.x.) che stampava le sue memorie nel 1732, cioè 22 anni dopo la compilazione della Platea. “Montesano gloriavasi di avere avuto nel suo tenimento un opulente Grancia di PP. Basiliani ecc..”. Il Ronsini (…) a p. 23 nella sua nota (1) postillava che: “Priore di S. Lorenzo, Abate di S. Maria di Cadossa, di S. Nicola del Turone, di S. Maria del casale di Pisticcio, e di S. Pietro al Tamusso, Superiore Ordinario della Terra di Casalnuovo con quasi Episcopale Giurisdizione, utile Padrone dello stato di Padula, Montesano, e dè feudi di S. Basilio, e S. Demetrio ecc….”Come citava il Ronsini, Costantino Gatta (…) ha scritto sulla Certosa di Padula nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, ed. Muzio, Napoli, 1732. Il Gatta (…), nel suo Cap. X, a pp. 129-130-131 in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula scriveva che: “Possiede questo Monistero le Baronie non solo di detta Terra di ‘Padula’, ma di ‘Buonabitacolo’, e ‘Montesano’ col feudo rustico di ‘S. Basilio’, e lo dilui Priore gode la giurisdizione spirituale nella Terra di ‘Casalnuovo’, coll’uso della Mitra e Pastorale come Abate di S. Maria di Cadossa. E’ ricca altresì questa Certosa per lo possedimento di molte Grancie, ch’ella gode non solo sulle rive del Mare Jonio e Tirreno, ma in molte Mediterranee di questa Provincia ancora, donde cava buone rendite per lo mantenimento dè Religiosi, e per latri dispendj.. Nel 26 ottobre 1728, la Certosa di S. Lorenzo a Padula acquistò Montesano e il monastero basiliano di S. Pietro al Tomusso dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Grottaferrata, un tempo Grancia del monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. All’epoca del Beltrano (a. 1646) vi era sicuramente una dipendenza di una grancia a Caselle dal monastero di S. Pietro al Tumusso a Montesano perchè dipendenza criptense ma a me pare improbabile che la dipendenza dai Certosini risalga al 1646 a prima dell’acquisto che fece la Certosa di Padula. Felice Fusco (…) a tal proposito però a p. 88 nella sua nota (70) fa notare che il Beltrano a p. 135 parlando di “Casella” scriveva che: “(70) “….Terra di Casella….vi è il Ius Patronato istituito dal principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Arcangelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”.”. Dunque ai tempi di Ottavio Beltrano, nel 1671, a Caselle vi erano i ruderi dell’antico cenobio basiliano e poi ancora funzionante la Badia benedettina, una ex grangia alle dipendenze di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, poi passata alle dipendenze di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Ma questa grancia di una “Badia” benedettina quando passò  alle dipendenze della Certosa di S. Lorenzo di Padula ?. Forse solo dopo l’acquisto che essi fecero di S. Pietro al Tumusso di Montesano, da cui dipendeva anche la grancia di Caselle. I Certosini di Padula, nel 1728 acquistarono tutte le dipendenze della chiesa di Montesano.  Dunque, il Beltrano (…), nel 1671, scriveva che a Caselle in Pittari vi era pure una grangia del monastero di San Lorenzo dei padri Certosini a Padula. La Badia benedettina divenne una dipendenza della Certosa di S. Lorenzo di Padula, dei Certosini di Padula che acquistarono il feudo e la chiesa di Montesano, ed alcune dipendenze che erano state dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e poi in seguito con la concessione di Ruggero II d’Altavilla del 1131 passate alle dipendenze di Grottaferrata. In seguito alla vendita di questi beni all’Arcamone, alcune dipendenze di Grottaferrata come il Monastero di S. Pietro al Tumusso a Montesano furono poi ceduti ai Certosini di S. Lorenzo di Padula. Dunque, Costantino Gatta (…), nelle sue “Memorie etc….”, pubblicate postume dal figlio Giuseppe e ancor prima nella sua “Lucania sconosciuta”, scriveva del passaggio del monastero di S. Pietro al Tumusso a Montesano ed il feudo stesso di Montesano alla Certosa di S. Lorenzo di Padula. Con questo acquisto, i certosini di Padula arricchirono il loro già vasto patrimonio immobiliare con latifondi e grancie con i beni ed il patrimonio immobiliare fino ad allora posseduto dal feudo di Montesano che a sua volta era posseduto dal monastero di S. Pietro al Tumusso che amministrava le pingue grancie che appartenevano al patrimonio immobiliare dei monaci di Grottaferrata nel Tuscolano che prima della vendita di Rofrano al Carafa, erano tutte dipendenti dalla ricchissima chiesa di Rofrano. Nel 1710, l’Abate di S. Pietro al Tumusso don Nilo Morangi, che come abbiamo scritto comprendeva una serie di beni extraterritoriali. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN,’Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: E’ notizia che pochi anni dopo la compilazione della platea, l’abbazia di Grottaferrata vendette S. Pietro al Tamusso alla Certosa di S. Lorenzo di Padula.”. Sull’acquisto del Monastero di S. Pietro al Tamusso da parte dei Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula, che l’acquistò dall’Abbazia Cryptense tuscolana, ci illumina anche la studiosa Enrica Follieri (…), nel suo ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a p. 433 e s., parlando della copia o transunto del “Crisobollo di re Ruggero”, inserita del Codice Bessarione “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata,  e della Platea dei Beni che fece redigere, in proposito scriveva che: A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (…). Enrica Follieri (…), nel suo “Byzantina Italograeca” a p. 451 nella sua nota (105) postillava che: “(105) Sul passaggio di Montesano ai Certosini si veda la nota con la data 1728 in calce alla copia del privilegio di Ruggero II nel Crypt. Z.δ.XII, f. 90, citata sopra, nota (4); sulle drammatiche vicende che accompagnarono questo trasferimento cf. Ronsini, op. cit., pp. 23-24 (narrazione peraltro contestata in Rocchi A., De Coenobio…,p. 163). Pochi anni prima della vendita ai Certosini fu redatta la Platea dei beni di Montesano (a. 1710), ultima testimonianza dell’estensione del feudo Criptense in ‘Regno Neapolitano’ (oggi all’Archivio di Stato di Salerno, segnatura: ‘Corporazioni religiose’ 15). Per la storia di Rofrano si veda, oltre al Ronsini, op. cit., pp. 19-36, Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, pp. 431-444. La chiesa di S. Maria, ufficiata da clero secolare che a lungo mantenne il rito greco, danneggiata e abbandonata dalla fine del secolo scorso, è atualmente in restauro (com. del Rev. Don Pasquale Allegro, parroco di Rofrano)..Della vendita di S. Pietro al Tumusso di montesano ai Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula ho parlato ivi in un altro mio saggio. La Follieri scriveva pure che Pietro Menniti, Abate Generale dei Basiliani, fornì la copia del ‘Crisobollo’ da lui redatta, nel 1728 ai Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula che servì a redigere l’atto di compravendita dei Beni da loro acquistati. Alla Sezione “Corporazioni religiose, 15”, dell’Archivio di Stato di Salerno, si trova la documentazione degli enti religiosi degli altri comuni della provincia: oltre a quella della famosa Certosa di Padula, peraltro consistente in soli quattro pezzi di atti di natura contabile, si segnala quella della badia di San Pietro e della chiesa parrocchiale di San Nicola di Aquara, del monastero di Santo Spirito e del convento di Sant’Antonio di Laurino, del conservatorio di Santa Maria di Loreto di Roccadaspide, dei conventi di San Francesco, Sant’Agostino e San Benedetto di Diano (oggi Teggiano), del convento di Sant’Andrea di Auletta, della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Atena, del monastero di Santa Maria di Grottaferrata, che possedeva beni in numerosi comuni del Vallo di Diano.”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 434 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “Ho già detto (Cap. V, 4) del ritorno dei monaci nella grancia di S. Pietro al Tamusso in Montesano, mentito poi come deserto dai monaci della Certosa di S. Lorenzo, per cui l’acquisto anche di questo cenobio. Ecc..”. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli……Al 1710 risale l’ultima testimonianza dell’estensione del feudo criptense, consistente in una ulteriore ‘Platea’, attualmente conservata presso l’Archivio della diocesi di Vallo della Lucania e in copia fotostatica presso l’Abbazia di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “I monaci espulsi si rifugiarono nel monastero di S. Pietro al Tomusso che, con le sue grance, subì la stessa sorte di tanti altri monasteri, e cioè concesso ad abati commendatari, tra cui il Cardinale Giovanni Colonna. Il monastero a quanto pare, dovette rientrare di nuovo in possesso dell’abbazia tuscolana, dato che nel 1710 si promosse la compilazione di un inventario di tutti i beni dell’abbazia esistenti nel territorio. E cioè il cenobio di S. Pietro al Tomusso, le anzidette chiese, il feudo rustico della Rossa di Buonabitacolo, le terre di Padula, Casalnuovo, Diano, S. Giacomo, S. Rufo e Policastro. Nella Platea non si fa cenno dei beni esistenti a Rofrano, nè della grancia di S. Arcangelo di Campora. E’ notizia che pochi anni dopo la compilazione della platea, l’abbazia di Grottaferrata vendette S. Pietro al Tomusso alla Certosa di S. Lorenzo di Padula.”. Dunque, Pietro Ebner in questo passo, parlando di S. Pietro al Tumusso di montesano è molto chiaro. Ebner scrive che il monastero di S. Pietro al Tumusso doveva essere rientrato nei beni dell’abbazia Criptense nel tuscolano, l’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, dato che nel 1710 “si promosse la compilazione di un inventario di tutti i beni dell’abbazia esistenti nel territorio“. Poi però l’Ebner aggiunge che tra i beni elencati nella Platea del 1710 redatta da Nilo Morangi “non si fa cenno dei beni esistenti a Rofrano, nè della grancia di S. Arcangelo di Campora.”. E’ dunque forse, secondo quanto scrive l’Ebner, se nel 1710 i beni di Montesano rientrarono nei beni dell’Abbazia criptense, anche quelli di Caselle dipesero da quell’Abbazia. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN,’Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”.

Nel 1636, la Certosa di S. Lorenzo di Padula acquistò Montesano

Giuseppe Alliegro (…), nel suo ‘La Reggia del Silenzio, cenni storici ed artistici della Certosa di S. Lorenzo in Padula, pubblicato nel 1941, a p. 56, in proposito alla Certosa di Padula scriveva che: “Dopo l’Istituzione della Grancia di Taranto, i Monaci, riuniti in Capitolo, nell’anno 1635, sotto il priore Giovan Battista Manducci, decretarono la compra di Montesano da tempo vagheggiata. Detta compra fu effettuata, nell’anno seguente, con atto notarile, in cui si diceva “essere stato venduto Montesano dal barone Fulvio Ambrosino in persona di Tommaso Novellino al procuratore di questi Giovan Giacomo Tassone per ducati 52.500”. Il priore di S. Lorenzo divenne barone di Montesano, ma la baronia fu esercitata dal compratore nominale Tommaso Novellino e dai suoi eredi fino all’anno 1770. L’acquisto di Montesano, che si erge su di un caratteristico cocuzzolo e che dista pochi chilometri da Padula, tornò molto utile alla Certosa ecc..”. Tutti questi nuovi possedimenti furono confermati dal re Ferdinando il Cattolico e dal suo successore Carlo V. Fino al 1500 i monaci (sacerdoti e laici) erano in numero di trenta. Dopo la compra di Montesano, secondo alcuni cronisti del tempo, la comunità salì alla rispettabile cifra di ottantainque Monaci.”.

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(Fig….) Carta topografica di Montesano la carta tratta dal testo di Aromando e Falcone (…) e conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli (come scrive Teresa Strocchia per Laveglia Carlone editore)

Nel 1710, la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, divenuti grangie di S. Maria di Grottaferrata nel tuscolano compilata dall’Abate don Nilo Morangi 

Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano” a p. 23, in proposito scriveva che: “I Basiliani, alienato il feudo, eran rimasti nel Convento pel governo spirituale del luogo. Ma il Carafa prese a malmenarli per tutte le vie, e gli obbligò finalmente a sloggiarne. Per accer qui le altre loro vicende. Fissaron la sede nella vicina Grancia di Montesano, donde vegliavan sulle rimanenti Grancie, e dove l’Abate D. Nilo Morangi compilò nel 1710 Legale Platea dè loro beni, alla quale va premesso il Privilegio di Ruggiero tradotto dal Greco ‘in forma probante”: la confezione della stessa fu accordata dal Vicerè Card. Grimani à 17 Agosto 1709, e munita di ‘exequatur’, et publicetur’ à 6 Giugno 1710. Ma non molto dopo la data della Platea la Badia trovasi passata in potere à Certosini di Padula. Quel Priore dipinse alle Autorità come deserto il Cenobio dè Basiliani, ch’era nel perimetro del suo Feudo di Montesano, e n’ebbe sia per compra, sia per donazione le pingui rendite, ed il titolo di S. Pietro di Montesano allungò la filatessa degli altri titoli suoi (1). Ecco come racconta Costantino Galla (Memorie P.I.. c.x.) che stampava le sue memorie nel 1732, cioè 22 anni dopo la compilazione della Platea. “Montesano gloriavasi di avere avuto nel suo tenimento un opulente Grancia di PP. Basiliani ecc..”. Il Ronsini si riferiva all’opera di Costantino Gatta (…). Come cita il Ronsini, Cstantino Gatta (…) ha scritto sulla Certosa di Padula nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, ed. Muzio, Napoli, 1732. Il Gatta, a pp. 129-130-131. Il Ronsini (…) a p. 23 nella sua nota (1) postillava che: “Priore di S. Lorenzo, Abat di S. Maria di Cadossa, di S. Nicola del Turone, di S. Maria del casale di Pisticcio, e di S. Pietro al Tamusso, Superiore Ordinario della Terra di Casalnuovo con quasi Episcopale Giurisdizione, utile Padrone dello stato di Padula, Montesano, e dè feudi di S. Basilio, e S. Demetrio ec.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 157-160, in proposito scriveva che: I monaci espulsi si rifugiarono nel monastero di S. Pietro al Tomusso che, con le sue grance, subì la stessa sorte di tanti altri monasteri, e cioè concesso ad abati commendatari, tra cui il cardinale Giovanni Colonna. Il monastero, a quanto pare, dovette rientrare di nuovo in possesso dell’abbazia tuscolana, dato che nel 1710 si promosse la compilazione di un inventario di tutti i beni dell’abbazia esistenti nel territorio. E cioè il cenobio di S. Pietro al Tumusso, le anzidette chiese, il feudo rustico della Rossa di Buonabitacolo, le terre di Padula, Casalnuovo, Diano, S. Giacomo, S. Rufo e Policastro. Nella platea non si fa cenno dei beni esistenti a Rofrano, nè della grancia di S. Arcangelo di Campora. E’ notizia che pochi anni dopo la compilazione della platea, l’abbazia di Grottaferrata vendette S. Pietro al Tomusso alla Certosa di S. Lorenzo di Padula.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Fonga (Villa Littorio)”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: Nel 1709 pd. Nicola Maranci, procuratore del monastero di S. Pietro di Montesano dei pd. basiliani chiese alla R. Camera di consentire l’istituzione di un inventario dei beni appartenenti al monastero di S. Pietro, tra i quali la grancia di S. Maria di Vito di Fogna. Tre le copie dell’inventario di cui è notizia: una era “in banca di Basile per un processo tra l’università di Laurino e quella di Rofrano”; una seconda è all’ASS., la terza nell’ADV. Dalla Platea si evince che solo otto persone (sei analfabeti e due artigiani) denunziarono di possedere beni di S. Maria a Fogna (terreni e case). Oltre i diritti annessi al feudo, di cui l’agronomo Collarelli dichiarò di aver disegnata la pianta, i beni erano costituiti da più arborati (tomola 19.4) da un terreno lavorativo (tomola due) e una casa (6).”. La storia e le vicende della grangia della Badia certosina di S. Lorenzo di Padula, non sono dissimili da quella citata in un sito web che parla dei monasteri di Laurito, dove leggiamo che: “Maggiori notizie si hanno sulla badia di Santa Maria di Vito sita al di sotto del villaggio di Fogna, verso Bellosguardo, nella località detta Vito. In origine monastero indipendente di monaci italo-greci, divenne grancia della grande abbazia tuscolana greca di Grottaferrata che nel periodo della sua decadenza la unì come grancia alla badia italo-greca di San Pietro al Tumusso di Montesano. Questa badia negli ultimi tempi vi teneva un monaco per il mantenimento del culto e l’amministrazione dei beni. Va ricordato che della badia di Santa Maria è già notizia nel diploma in greco di re Ruggiero di Sicilia rilasciato a Palermo nell’anno 1131, quando i beni esistenti anche nel territorio dell’odierno Cilento, dipendenti dalla badia italo-greca di Santa Maria di Rofrano, vennero riconosciuti di proprietà dell’abbazia greca di Grottaferrata («In primis, grancia Sanctae Mariae de Vito, qua est in tenimento seu territorio Laurini»). Con questo diploma re Ruggiero confermava le donazioni fatte dal cugino Ruggiero e dal figlio di costui, Guglielmo. Beni tutti poi ceduti alla Certosa di Padula. Nel 1709 padre Nicola Maranci, procuratore del monastero di San Pietro di Montesano dei padri basiliani chiese alla Regia Camera di consentire I’istituzione di un inventario dei beni appartenenti al monastero di San Pietro, tra i quali la grancia di Santa Maria di Vito di Fogna.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 33, riferendosi all’antico privilegio di re Ruggero II del 1131, postillava del passaggio dei beni della chiesa di Rofrano a quella di Grottaferrata nel Tuscolano e citava la Platea dei beni del 1710, in proposito scriveva che: “…..i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo a interminabili controversie (89). Ecc..”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Dunque, Pietro Ebner, citava la “Platea dei beni e delle rendite etc..”, redatta nel 1710 e dice che una copia di essa si trovava conservata presso l’Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania e nell’Archivio di Stato di Salerno. In essa venivano elencati i beni e le proprietà appartenenti all’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, poi in seguito divenuti possedimenti dell’Abbazia Tuscolana. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano” a p. 23, in proposito scriveva che: “I Basiliani, alienato il feudo, eran rimasti nel Convento pel governo spirituale del luogo. Ma il Carafa prese a malmenarli per tutte le vie, e gli obbligò finalmente a sloggiarne. Per accer qui le altre loro vicende. Fissaron la sede nella vicina Grancia di Montesano, donde vegliavan sulle rimanenti Grancie, e dove l’Abate D. Nilo Morangi compilò nel 1710 Legale Platea dè loro beni, alla quale va premesso il Privilegio di Ruggiero tradotto dal Greco ‘in forma probante”: la confezione della stessa fu accordata dal Vicerè Card. Grimani à 17 Agosto 1709, e munita di ‘exequatur’, et publicetur’ à 6 Giugno 1710. Ecc..”. Infatti, L’Ebner ci parla del Monastero di S. Pietro al Tamusso parlando del casale di Montesano sulla Marcellana (SA) e, nel vol. II, a p. 195 e s., anche sulla scorta del Gatta (…), in proposito scriveva che: I monaci erano ancora a Montesano nel 1710, quando il procuratore del monastero , pd. Nilo Marangi, chiese alle autorità governative e poi a quelle ecclesiastiche l’assenso per la compilazione di una nuova platea dei beni dipendenti dal monastero di S. Pietro, che risultava ancora grancia della grande abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata. Dalla platea si rileva che il feudo di S. Pietro al Tomusso era esteso Ha. 305.4 con una rendita in denaro di ducati 57 e in natura di tomola 21.2 di grano. Grancia che il Gatta (24) scrive “opulenta”.”. Ebner a p. 195 nella sua nota (24) postillava che: “(24) Gatta, cit., p. 129.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “I monaci espulsi si rifugiarono nel monastero di S. Pietro al Tomusso che, con le sue grance, subì la stessa sorte di tanti altri monasteri, e cioè concesso ad abati commendatari, tra cui il Cardinale Giovanni Colonna. Il monastero a quanto pare, dovette rientrare di nuovo in possesso dell’abbazia tuscolana, dato che nel 1710 si promosse la compilazione di un inventario di tutti i beni dell’abbazia esistenti nel territorio. E cioè il cenobio di S. Pietro al Tomusso, le anzidette chiese, il feudo rustico della Rossa di Buonabitacolo, le terre di Padula, Casalnuovo, Diano, S. Giacomo, S. Rufo e Policastro. Nella Platea non si fa cenno dei beni esistenti a Rofrano, nè della grancia di S. Arcangelo di Campora. E’ notizia che pochi anni dopo la compilazione della platea, l’abbazia di Grottaferrata vendette S. Pietro al Tomusso alla Certosa di S. Lorenzo di Padula.”. Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli……Al 1710 risale l’ultima testimonianza dell’estensione del feudo criptense, consistente in una ulteriore ‘Platea’, attualmente conservata presso l’Archivio della diocesi di Vallo della Lucania e in copia fotostatica presso l’Abbazia di Grottaferrata.”. Della ‘Platea dei beni e delle Rendite’ del Monastero di San Pietro al Tomusso si è occupato il dottorando Carlo Bellotta (…) nella sua Tesi di Laurea ‘Storia del Monachesimo in Campania. Analisi del patrimonio fondiario di tre Abbazie attraverso lo studio delle Platee dei Beni (secoli XVII-XVIII), tesi di Laurea in dottorato col Prof. Francesco Barra, anno Accademico 2013-2014, le cui notizie specialmente riguardo la ricostruzione storiografica sul monastero di S. Pietro al Tomusso, e non solo, vanno considerate con cautela a causa delle notevoli omissioni ed imprecisioni. Solo per citarne una, il Bellotta, a p. 136 parlando delle origini dell’antico monastero scriveva che: “Con buona probabilità si è fatto risalire la fondazione del monastero di San Pietro al Tumusso di Montesano sulla Marcellana al periodo Normanno (XII secolo), durante il quale si è assistito alla nascita di un numero considerevole di monasteri ecc..ecc..”, dimenticando che nel “Crisobollo di re Ruggero” del 1131, in cui il monastero figura fra i beni della chiesa di Rofrano a quella Tuscolana, venivano confermate la precedenti donazioni di Ruggero Borsa, forse risalente all’anno 1109 ed alle ancor precedenti donazioni del Longobardo Guaimario IV (V) del 1045 (vedi l’inizio del saggio). Bellotta nell’Introduzione scrive che: “Le fonti principali per le indagini sono state le platee dei beni di tre monasteri, ognuno dei quali è usato come campione di una microarea: la Badia di Santa Maria di Pattano per il Cilento, il monastero di Santo Pietro al Tumusso di Montesano sulla Marcellana per il Vallo di Diano  e il cenobio di San Giovanni a Piro per il Golfo di Policastro. Queste fonti documentarie – tutte più o meno coeve, essendo state redatte tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo – sono state utilizzate per delineare un profilo socio-economico non solo dei monasteri che le hanno prodotte ma anche dei territori su cui tali enti sorgevano e avevano possedimenti fondiari.”.

Bellotta, p. 145

Qui riporto due pagine dove il Bellotta analizza e descrive i beni immobili come terreni e fondi rustici che amministrava la grangia tuscola di S. Pietro al Tomusso o “Tamusso”, desunti dalla :  “Platea censuum intritum, bonorum stablium, et actionum Grancie S. Petri dicti del Tamusso prope Montesanum Ordinis S. Basilii Magni pertinentium ad insigne Cryptae Ferratae confecta in anno 1710”, ovvero il f. 131 conservato presso l’Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania.

Bellotta, p. 163

Bellotta, p. 164

(Fig…) Bellota Carlo, op. cit., pp. 163-164

Tuttavia, malgrado le notevoli imperfezioni il Bellotta in proposito alla Platea dei Beni scriveva che:

Bellotta, p. 138

Nel 26 ottobre 1728, la Certosa di S. Lorenzo a Padula acquistò Montesano e il monastero basiliano di S. Pietro al Tomusso dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Grottaferrata, un tempo Grancia del monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 43, in proposito scriveva che: “Verso occidente rispetto a ‘San Luca’ è la “Carrara de santo Bartoromeo” o “santo Bartolomeo”(123) vicino al ‘Tumusso’ (124), v’era una fondazione chiesastica (125) che agevolmente si lega alla devozione per San Bartolomeo di Rossano, il discepolo di San Nilo Juniore e cofondatore di Grottaferrata (126), e si potrebbe assegnare fors’anche agl’inizi dell’undicesimo secolo. All’abate Leonzio di Grottaferrata nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127), insieme con altri in Lucania e nella Calabria settentrionale, da Ruggero secondo, conformemente a un diploma in greco dato nel ‘Palazzo’ di Palermo; il monastero, con San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Vito a Fogna di Laurino, rimase alla Badia basiliana fino al 1728 (128).”.  Tortorella, a p. 58, nella nota (127) postillava: “(127) Cfr. A. Rocchi, De coenobio Cryptoferratensi, Tusculi, 1893, pp. 97-98, dov’è la traduzione latina del documento (ch’è forse quella copiata a Roma dal notaio in Padula Ottone Francesco Martelli il quindici marzo 1720 e allegata alle ‘Carte riguardanti la vendita del Monistero di S. Maria di Grotta ferrata al Monistero di S. Lorenzo della grancia di S. Pietro di Montesano, S. Zaccaria in Sassano e S. Maria di Vito in Laurino’, conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo della Padula”, busta 5615, e conosciuta dallo studioso basiliano attraverso un duplicato, custodito nell’Archivio comunale di Rofrano e pubblicato da D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrrano, Salerno, Stabilimento Tipografico Nazionale, 1873, documento A, pp. 69-72, il quale in originale è nel ‘Codice Z b 12’ dell’Archivio della Badia greca di Grottaferrata. Ma a Grottaferrata non m’è stato possibile consultare la carta greca di Ruggiero secondo”. Dunque, in questa postilla il Tortorella dichiarava di non aver potuto mai vedere e leggere il “Crisobollo di re Ruggero II”, conservato negli Archivi dell’Abbazia di Grottaferrata nel Tuscolano e che io quì pubblico per la prima volta. Il Tortorella, a p. 58, nella nota (128) postillava che: “(128) Ne dà notizia, oltre alla Vendita citata, C. Gatta, Memorie topografiche-storiche della provincia di lucania, Napoli, Muzio, 1732 (ristampa fotomeccanica Bologna, Forni, 1966), p. 131, precisa e colorita testimonianza di cronaca: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia de’ Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da que’ Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia. Ed allora, che il P. Priore Certosino prese il possesso di tale luogo, accadde quivi un memorabile avvenimento, che avvisa quanto sia potente la turbazione dell’animo in togliere subitamente la vita; imperocché nell’improvviso possesso, che il menzionato Priore fe di tale luogo l’Abate basiliano, etc….”. Abbiamo già visto cosa aveva scritto il contemporaneo Costantino Gatta. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano” a p. 23, riferendosi a subito dopo la redazione nel 1710 della “Platea dei Beni”, redatta da D. Nicola Morangi dei beni della Grancia di S. Pietro al Tumusso di Montesano, dove si rifugiarono i monaci di Rofrano dopo la vendita all’Arcamone ed il successivo passaggio dei beni di Rofrano al Carafa, in proposito scriveva che: Ma non molto dopo la data della Platea la Badia trovasi passata in potere à Certosini di Padula. Quel Priore dipinse alle Autorità come deserto il Cenobio dè Basiliani, ch’era nel perimetro del suo Feudo di Montesano, e n’ebbe sia per compra, sia per donazione le pingui rendite, ed il titolo di S. Pietro di Montesano allungò la filatessa degli altri titoli suoi (1). Ecco come racconta Costantino Galla (Memorie P.I.. c.x.) che stampava le sue memorie nel 1732, cioè 22 anni dopo la compilazione della Platea. “Montesano gloriavasi di avere avuto nel suo tenimento un opulente Grancia di PP. Basiliani ecc..”. L’Antonini (…) ed il Ronsini (…) si riferiva all’opera di Costantino Gatta (…). Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “….vita, non si può di vantaggio desiderare se vi sono ‘Selve assai bele con fioriti prati. In altro Ciel non visti, e non usati’. Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia. Ed allora, che il P. Priore Certosino prese il possesso di tele luogo, accadde quivi un memorabile avvenimento, che avvisa quanto sia potente la turbazione dell’animo in togliere subitamente la vita; imperocchè nell’improvviso possesso, che il menzionato Priore fe di tale luogo l’Abate Basiliano, ch’era in custodia del medesimo, e che ciò nulla sapeva, spaventato da una tanta novità, esprimendo queste singolari parole: ‘Siamo dunque noi ridotti a partirci colle bisaccie in collo?’ E senza più, cadde tramortito, e terminò fra poche ore la vita: qual maraviglioso accidente fa ricordarci di ciocchè accadde ad un Figliuolo di Gilberto di Monpensiero, un tempo Generale delle armi Francesi in questo Reame, il quale (come avvisano le Storie) morì in Pozzuolo, e quivi fu seppellito; or portandosi ivi il detto Giovine suo Figlio per vedere il sepolcro del dilui Padre fu quivi sorpreso da tanta mestizia e dolore, che morì sopra a quello piangendo (a).”. Il Gatta, a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(a) Il Guicciardini Storia d’Italia”. Come citava il Ronsini, Costantino Gatta (…) ha scritto sulla Certosa di Padula nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, ed. Muzio, Napoli, 1732. Il Gatta (…), nel suo Cap. X, a pp. 129-130-131 in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula scriveva che: “Possiede questo Monistero le Baronie non solo di detta Terra di ‘Padula’, ma di ‘Buonabitacolo’, e ‘Montesano’ col feudo rustico di ‘S. Basilio’, e lo dilui Priore gode la giurisdizione spirituale nella Terra di ‘Casalnuovo’, coll’uso della Mitra e Pastorale come Abate di S. Maria di Cadossa. E’ ricca altresì questa Certosa per lo possedimento di molte Grancie, ch’ella gode non solo sulle rive del Mare Jonio e Tirreno, ma in molte Mediterranee di questa Provincia ancora, donde cava buone rendite per lo mantenimento dè Religiosi, e per latri dispendj. Il dilei Priore per essere Barone, e per altre prerogative viene al sommo venerato e temuto, e già nel di 7 Luglio dell’anno 1729. venendo egli di Francia con carattere di Visitator Generale, fece il suo ingresso in detta Certosa con pasto da Principe, incontrato e accompagnato dal suo vassallaggio con i tiri di moschetti, e servito presso la sua Lettiga da più di cento cinquanta a cavallo, oltre il numero grande dè Pedoni. Si alimentano in detta Certosa ordinariamente cinquanta Religiosi, essendo ben capace di numero assai maggiore, li quali nella solitudine di quei Chiostri vivono con somma osservanza, ed esemplarità di vita, ecc..ecc…”. Il Ronsini (…) a p. 23 nella sua nota (1) postillava che: “Priore di S. Lorenzo, Abate di S. Maria di Cadossa, di S. Nicola del Turone, di S. Maria del casale di Pisticcio, e di S. Pietro al Tamusso, Superiore Ordinario della Terra di Casalnuovo con quasi Episcopale Giurisdizione, utile Padrone dello stato di Padula, Montesano, e dè feudi di S. Basilio, e S. Demetrio ec.”Dunque, Costantino Gatta (…), nelle sue “Memorie etc….”, pubblicate postume dal figlio Giuseppe e ancor prima nella sua “Lucania sconosciuta”, scriveva del passaggio del monastero di S. Pietro al Tumusso a Montesano ed il feudo stesso di Montesano alla Certosa di S. Lorenzo di Padula. Con questo acquisto, i certosini di Padula arricchirono il loro già vasto patrimonio immobiliare con latifondi e grancie con i beni ed il patrimonio immobiliare fino ad allora posseduto dal feudo di Montesano che a sua volta era posseduto dal monastero di S. Pietro al Tumusso che amministrava le pingue grancie che appartenevano al patrimonio immobiliare dei monaci di Grottaferrata nel Tuscolano che prima della vendita di Rofrano al Carafa, erano tutte dipendenti dalla ricchissima chiesa di Rofrano. Nel 1710, l’Abate di S. Pietro al Tumusso don Nilo Morangi, che come abbiamo scritto comprendeva una serie di beni extraterritoriali. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN,’Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: E’ notizia che pochi anni dopo la compilazione della platea, l’abbazia di Grottaferrata vendette S. Pietro al Tamusso alla Certosa di S. Lorenzo di Padula.”. Sull’acquisto del Monastero di S. Pietro al Tamusso da parte dei Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula, che l’acquistò dall’Abbazia Cryptense tuscolana, ci illumina anche la studiosa Enrica Follieri (…), nel suo ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a p. 433 e s., parlando della copia o transunto del “Crisobollo di re Ruggero”, inserita del Codice Bessarione “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata,  e della Platea dei Beni che fece redigere, in proposito scriveva che: A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (…). Enrica Follieri (…), nel suo “Byzantina Italograeca” a p. 451 nella sua nota (105) postillava che: “(105) Sul passaggio di Montesano ai Certosini si veda la nota con la data 1728 in calce alla copia del privilegio di Ruggero II nel Crypt. Z.δ.XII, f. 90, citata sopra, nota (4); sulle drammatiche vicende che accompagnarono questo trasferimento cf. Ronsini, op. cit., pp. 23-24 (narrazione peraltro contestata in Rocchi A., De Coenobio…,p. 163). Pochi anni prima della vendita ai Certosini fu redatta la Platea dei beni di Montesano (a. 1710), ultima testimonianza dell’estensione del feudo Criptense in ‘Regno Neapolitano’ (oggi all’Archivio di Stato di Salerno, segnatura: ‘Corporazioni religiose’ 15). Per la storia di Rofrano si veda, oltre al Ronsini, op. cit., pp. 19-36, Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, pp. 431-444. La chiesa di S. Maria, ufficiata da clero secolare che a lungo mantenne il rito greco, danneggiata e abbandonata dalla fine del secolo scorso, è atualmente in restauro (com. del Rev. Don Pasquale Allegro, parroco di Rofrano)..”Dunque, la Follieri (…), scriveva che la copia del “Crisobollo di re Ruggero” servì a Pietro Menniti (…) e che esso era contenuto nel Codice greco Gryptense Z. d. XII. per redigere la sua copia del 1595. La Follieri scriveva pure che Pietro Menniti, Abate Generale dei Basiliani, fornì la copia del ‘Crisobollo’ da lui redatta, nel 1728 ai Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula che servì a redigere l’atto di compravendita dei Beni da loro acquistati. Alla Sezione “Corporazioni religiose, 15”, dell’Archivio di Stato di Salerno, si trovano la documentazione degli enti religiosi degli altri comuni della provincia: oltre a quella della famosa Certosa di Padula, peraltro consistente in soli quattro pezzi di atti di natura contabile, si segnala quella della badia di San Pietro e della chiesa parrocchiale di San Nicola di Aquara, del monastero di Santo Spirito e del convento di Sant’Antonio di Laurino, del conservatorio di Santa Maria di Loreto di Roccadaspide, dei conventi di San Francesco, Sant’Agostino e San Benedetto di Diano (oggi Teggiano), del convento di Sant’Andrea di Auletta, della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Atena, del monastero di Santa Maria di Grottaferrata, che possedeva beni in numerosi comuni del Vallo di Diano.”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 434 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “Ho già detto (Cap. V, 4) del ritorno dei monaci nella grancia di S. Pietro al Tamusso in Montesano, mentito poi come deserto dai monaci della Certosa di S. Lorenzo, per cui l’acquisto anche di questo cenobio. Ecc..”. Recentemente, il Comune di Padula ha curato la ristampa di una tesi di laurea di Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. ….., in proposito scriveva che: “Verso Occidente rispetto a ‘San Luca’ è la “Carrara de santo Bartomeo” o “santo Bartolomeo” (123), vicino al ‘Tumusso’ (124): v’era una fondazione chiesastica (125) che agevolmente si lega alla devozione per san Bartolomeo di Rossano, il discepolo di San Nilo Juniore e cofondatore di Grottaferrata (126), e si potrebbe assegnare fors’anche agl’inizi dell’undicesimo secolo. All’abate Leonzio di Grottaferrata nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127) insieme con altri in Lucania e nella Calabria settentrionale, da Ruggiero secondo, conformemente a un diploma in greco dato nel ‘Palazzo’ di Palermo; il monastero, con San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Vito a Fogna di Laurino, rimase alla Badia basiliana fino al 1728 (128). Ma esso già nel documento del dodicesimo secolo era identificato nel territorio di Montesano, a Prato Comune o ‘Varchèra’, dove ancora è la cappella di San Pietro accanto alle strutture dell’antico cenobio – adibite oggi, con profonde alterazioni ad uso agricolo ed abitativo – come si desume etc…”. In primo luogo il Tortorella errava quando afferma che “nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127) insieme con altri in Lucania”, in quanto all’abate Leonzio, Ruggero II d’Altavilla donò all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, il monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che già possedeva tutti gli altri che vengono elencati nel documento del 1131 chiamato “Crisobollo di re Ruggero II”.  Inoltre, questi monasteri, (donati a Grottaferrata), compreso il monastero di S. Maria di Vito a Fogna in Laurino, già dipendevano dal monastero di S. Maria di Rofrano, esssendo sue dipendenze, da prima del 1131. Infatti, si evince dal “Crisobollo di re Ruggero II” che re Ruggero II confermava a Leonzio le precedenti donazioni di Ruggero Borsa del 1111 e di re Guglielmo I del 1127. Questo monastero già esisteva nel 1111. Il Tortorella (….), a p. 58, nella nota (127) postillava che: “(127) Cfr. A. Rocchi, De Coenobio Cryptoferratensi, Tusculi, 1893, pp. 97-98, dov’è la traduzione latina del documento (ch’è forse quella copiata a Roma dal notaio in Padula Ottone Francesco Martelli il quindici marzo 1720 e allegata alle ‘Carte riguardanti la vendita del Monistero di S. Maria di Grotta ferrata al Monistero di S. Lorenzo della grancia di S. Pietro in Montesano, S. Zaccaria in Sassano e S. Maria di Vito in Laurino’, conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo della Padula”, busta 5615, e conosciuta dallo studioso basiliano attraverso un duplicato, custodito nell’Archivio comunale di Rofrano e pubblicato da D. Ronsini, Cenni storici del Comune di Rofrano, Salerno, Stabilimento Tipografico Nazionale, 1873, documento A, pp. 69-72), il quale in originale è nel ‘Codice Z delta 12 dell’Archivio della Badia greca di Grottaferrata.”. A questo punto, però il Tortorella, postillava che: “Ma a Grottaferrata non è stato possibile consultare la carta greca di Ruggero secondo”. Il Crisobollo di re Ruggero II conservato a Grottaferrata è stato da me pubblicato ivi in un mio saggio.

Alcune fonti: le lunghe liti e controversie giudiziarie sorte fra i Comuni, i Carafa ed alcune Diocesi

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(…) De Micco Consigliere – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio)

Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), a p. 113 (Archivio Storico Attanasio). Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33,  che cita le controversie legali sorte dopo la vendita di alcuni beni dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati). Pietro Ebner, nelle sue note (89), dice che: Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in….”. Pietro Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il “Libro di memorie” di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (….) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc….Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Il Gaetani (…), in un suo pregevole studio, a p. 154, alla sua nota (4)(nota 1), a proposito di Rofrano, cita un documento del canonico Giuseppe Menta (…): “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, tratto dal documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Per capire a quali documenti si riferisse il Gaetani (…) e prima ancora il Menta (…), rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (…).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (…).. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalesimo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840.

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c)

(…) Mattei-Cerasoli D. L., La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-78; si veda pure: D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Attanasio); si veda pure: Mattei Cerasoli, ‘Tramutola’, in ‘Archivio Storico per la Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944 e l’altro n. 14 del 1945; si veda pure: D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.

(…) Santorio P.E., Historia CarboneMonasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601,  foll. 29-30.  L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.

Rocchi

(…) Rocchi Antonio, De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi Antonio, Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Rocchi A., Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, Roma, ed. Desclee-Lefebre, 1904, p….

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(…) Pera Loredana, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna Maria Teresesa, Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Falcone Giovanna, Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G. (…), Inventari a cura di, ‘Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica’, da p. 147 e s. (Archivio Attanasio)

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(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004, mensile di cultura, edito dal Centro Culturale Studi Storici, Eboli, 1996-2008, anno I-XIII, nn. 1-145.

(…) Mazza Antonio, Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Minisci Teodoro, Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio), dello stsso autore si veda pure: Minisci Teodoro, Ieromonaco, Santa Maria di Grottaferrata. La Chiesa e il monasero, Badia Greca di Grottaferrata, 1955 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Bianca Concetta, L’Abbazia di Grottaferrata e il cardinale Bessarione, stà in Bollettino della Baia di Grottaferata, n.s. 41 (1987), pp. 135-152 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Barra G., Rofrano, Terra della civiltà Greco-Bizantina, ed. Il Saggio, Eboli, 2017 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228.

(…) Bellotta Carlo, Storia del Monachesimo in Campania. Analisi del patrimonio fondiario di tre Abbazie attraverso lo studio delle Platee dei Beni (secoli XVII-XVIII), tesi di Laurea in dottorato col Prof. Francesco Barra, anno Accademico 2013-2014 (Archivio Attanasio)

(…) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico e digitale Attanasio).

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo il ‘Centaurino’, si veda il Capo VI, da p. 302 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Sacco Antonio, La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada, 4 voll…, Roma, Tipografia dell’Unione, 1914-1430 (ristampa anastatica con premessa di Vittorio Bracco, Salerno, Tipografia Boccia, 1982) (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carlone Carmine, I regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400) a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carlone Carmine, Regesti delle pergamene di Tegiano (1197-1499), a cura di A. Didier, presentazione di Giuseppe Vitolo, 1988, ed. Carlone, 1988 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Edizione Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mai Angelo, Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis, stà in ‘Nova Patrum bibliotheca’, VI, 2, Roma, 1853, pp. 514-530; che secondo la Treccani, non si tratta di S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma di un S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. 

Martire Domenico

(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, s. I, pp. 150-151 e s.

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, ci parla dei ‘Monasteri del Principato Citra’. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Batiffol P., L’Abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, “L’Abbazia di Rossano, contributo alla storia della Vaticana, Paris, 1891; la notizia sul codice ‘Laurenziano XI, 9’, stà in “Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, p. 143 e s., riporta l’inventario o Platea dei beni per il Cardinale Bessarione, estratto dal codice ‘Cryptensis Z, D, XI’I (…), pubblicato dal padre Antonio Rocchi (…)

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(…) Borsari S., Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanna, a cura di Biagio Cappelli,  Arti Grafiche A. Chicca, 1963, stà in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’,  nella sede dell’Istituto, a. 32, fasc. 3-4; dello stesso autore si veda pure: (…) Borsari Silvano, Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, Napoli, ed. Istituto Italiano per gli Studi Storici (Archivio Attanasio)

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).

(….) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 339-365. Si parla della Chiesa di Capaccio e della sua Diocesi: Capaccio-Vallo, per Centola (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395

(…) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio)

Guillaume Paul, Le navi

(Fig…) Paul Guillaume (…), frontespizio di “Le navi cavensi nel Mediterraneo durante il Medio Evo”, l’opera in cui il Guillaume ci parla del Naviglio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni

Guillaume P.,

(….) Guillaume Paul, ‘Hessai historique sur L’Abbaye de Cava’, Cava dei Tirreni nel 1877 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Guillaume Paul, L’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s. e pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…)

(…) Lake Silva, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc…

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(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore:  Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947 (Archivio storico Attanasio)

(…) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola (Archivio digitale Attanasio)

(…) Santoro P.E., Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii,

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, Paris 1891, pp. 40-41; stà anche in in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1951 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ebner Pietro,  “Pietro Ebner – Studi sul Cilento”, vol. II, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli (SA), 1990 ristampato nel 1999 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal Codice Taxarum, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948 (Studi e testi, …..) v. pag. 479

(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

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(…) De Micco Consigliere – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Il codice Crypt. Z.d. XII, è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” . Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (dei privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Il Codice Cryptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523.”. Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg. 2-3-4, ecc..

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(…) Giovanelli Germano (Ieromano), ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955)

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(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in Follieri E., ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio)

Le carte latine provenienti da alcuni fondi dell’archivio della famiglia Aldobrandini

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(…) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, (Studi e Testi, 197), pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine. Il Borsari (…), nella sua nota (183) a p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 59-61.“; si veda pure l’ddizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).

Nel 1958, Alessandro Pratesi (…), pubblicò le carte greco-latine dell’archivio della nobile famiglia romana Aldobrandini (…). Si tratta di 190 carte, provenienti da alcuni monasteri della Calabria, alcune delle quali confermavano alcune interessanti ipotesi circa l’origine di alcuni antichissimi cenobi e monasteri basiliani del basso Cilento, come ad esempio quello di cui stiamo parlando nel nostro saggio. I documenti sono stati scritti in Calabria di età normanno-sveva, sono quelli pubblicati nel 1958 da Alessandro Pratesi nella collana Studi e testi della Biblioteca Apostolica Vaticana (…). Si tratta di 190 carte, le più antiche tra quelle latine provenienti dall’Archivio della casa dei principi Aldobrandini, e sono conservate presso l’Archivio Segreto Vaticano e nella Biblioteca Apostolica. Si riferiscono tutte alle tre abbazie calabresi di S. Maria della Matina, di S. Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo. Raul Manselli (…), nel suo saggio recensivo alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, a p. 269, riferendosi alle carte greche scoperte , riordinate e pubblicate dal Pratesi nel 1958, scriveva in proposito: “La luce più viva viene però dai tre monasteri , donde provengono i tre gruppi di carte qui riunite, Santa Maria della Matina, Santa Maria della Sambucina e Sant’Angelo ‘de Frigillo’. Non esito a dire che oggi è possibile fare di questi tre monasteri la storia che finora mancava (1).”. Il Manselli (…), a p. 267, scriveva sulle carte scoperte dal Pratesi (…), che “Proprio perciò mi sembra che opportunamente il Pratesi abbia isolate dal complesso dell’Archivio Aldobrandini queste carte calabresi, che vi si erano confuse con altre provenienti e da Benevento e da altrove (si veda l”Introduzione’ alle pp. XV-XII), senza una qualsiasi organicità e solo perchè le vicende dei vari organismi, di cui le carte erano espressione, avevano messo capo alla famiglia Aldobrandini. Ricondotti infatti alla loro originaria provenienza, i documenti pubblicati dal Pratesi acquistano una portata ed un respiro maggiore, che non disseminati insieme ad altri di altre località, anzi di altre regioni.”. Il Manselli, nella sua nota (1) a p. 269, postillava che: “(1) Non vorrei sembrare ingiusto dimenticando l’opera di Giuseppe Marchese, La Badia di Sambucina, (Saggio storico sul movimento cistercense nel mezzogiorno d’Italia, Lecce, 1932), che ha avuto il merito di voler dare un primo profilo storico della celebre abbazia.”, dove però Manselli, avvertiva il lettore di alcuni errori del Marchese. Il Manselli (…), a p. 270, parlando del Monastero di S. Maria della Mattina e delle carte pubblicate dal Pratesi (…), scriveva in proposito all’opera del Marchese (…), che: “Il Pratesi, nella sua introduzione, non si sottrae, ovviamente, all’esigenza di dare una prima impostazione alla storia dei tre monasteri. Specialmente ardua la questione dell’origine di Santa Maria della Matina, di questo celebre monastero, i cui documenti più antichi sono stati sottoposti ad una critica assai severa ed attenta da W. Holtzmann e poi, appunto, dal Pratesi. Il risultato di questo esame è che i documenti più antichi difficilmente possono essere autentici, anzi lo stesso R. L. Menager, che si sforza (nell’art. cit.) di difendere l’autenticità del documento di fondazione e di quelli immediatamente successivi, finisce poi con l’inficiare l’autenticità di altri, tra cui quello rilasciato dal Principe Boemondo d’Antiochia e da sua madre Costanza, che pure è, nei suoi caratteri esterni, assolutamente ineccepibile.”.

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(…) Manselli Raul, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, saggio recensivo a cura di, estratto dall’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, Anno XXVIII, 1959, fasc. III-IV, Arti Grafiche A. Chicca, Roma, Tivoli,  (Archivio Storico Attanasio), pp. 269 e ss.

(…) M.-H. L a u r e n t – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).

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(…) Guillou Andrè, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; si veda pure: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89) (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Guillou Andrè, La Lucanie byzantine. Etude de géographie historique, in ‘Byzantion’ vol. XXXV, n° 1 (1965), pp. 119-149, in part. p. 133.

(…) S. G. Mercati – C . Giannelli – A . Guillou, Saint-Jean-Théristès (1054-1264), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 5, Città del  Vaticano 1980, pp. 15-16. L’inventario del 1607 è stato pubblicato da V. Capialbi (…). Forse è proprio questa l’edizione citata da Raul Manselli (…), quando nel suo saggio recensivo ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi’, a p. 268, scriveva che: “Ci auguriamo che venga ben presto l’edizione dei documenti greci, che il Pratesi annuncia ad opera di Ciro Giannelli e Silvio Giuseppe Mercati e che costituirà un unico organismo con queste carte latine.”. 

(…) von Falkenhausen Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, Atti e Memorie del Convegno Internazionale di Studio promosso dall’Università di Basilicata, Potenza-Carbone, 26-27 giugno 1992, Potenza, 16,  ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: von Falkenhausen Vera, La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini, Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978, p. 31

(…) Cardinale Sirleti Guglielmo (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Sirleti (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177 (vedi nota (51), di Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’. Si veda pure: Russo, Francesco, M.S.C., 1908-1991 La Biblioteca del Card. Sirleto, In II Card. Guglielmo Sirleto (1514-1585). Atti del Convegno di studio nel IV centenario della morte (Guardavalle, etc. 5-7 ott. 1986), 1989

(….) Card. de Luca G.B., Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21; si tratta del testo: “Adnotationes ad Concilium Tridentinum”. Il Laudisio (…), ed il Porfirio, postillavano che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca, nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e all’Università di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684)

(….) Alliegro Giuseppe, La Reggia del Silenzio, cenni storici ed artistici della Certosa di S. Lorenzo in Padula, Unione Editrice Sindacale Italiana, Roma, 1941 (Archivio Attanasio)

(…) Strocchia Teresa, a cura di, Le carte dell’Archivio della Certosa di Padula,  per Laveglia Carlone editore, 2013 (Archivio Attanasio)

(…) Marchonibus Maria Rosaria, “Religio in stagno”. La decorazione pittorica del battistero di San Giovanni in Fonte’, stà in “Contributi alla Storia medievale del Vallo di Diano”, a cura di Giuseppe Coliti (…), ed. Laveglia&Carlone, Centro studi e ricerche del Vallo di Diano, Quaderni 12, Battipaglia, 2012 (Archivio Attanasio)

(…) Houben Hubert, L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni, stà in ‘Atti del Convegno internazionale di studio Potenza-Carbone etc.. – Il monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’Età Moderna nel millenario della morte di S. Luca Abate’, a cura di Fonseca D. e Lerra A., Università degli Studi della Basilicata, ed. Congedo, 1995, p. 111 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Vitolo Giovanni, ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147 (Archivio Attanasio)

(….) AA.VV., ‘Storia del Vallo di Diano’, a cura di Nicola Cilento, voll. I-II, ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982 (Archivio Attanasio)

(…) Bracco Vittorio, Polla – Linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976 (Archivio Attanasio)

(…) Carlone Carmine, ‘I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400)’ a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996, ristampa (Archivio Attanasio)

(…) Bulgarella Filippo, ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, citato dalla Falcone a p. 151, nella sua nota (197), a proposito del privilegio di Guaimario V alla chiesa di Rofrano, stà in ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, a cura di Nicola Cilento ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982, da p. 13 e s. (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda pure (la Falcone (…), a p. 151 nella sua nota (197) postillava che:  “Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”.

(…) Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile15. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa corpus, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabre. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (…). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Tutte le offerte infatti una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale.

(…) Panebianco Venturino, Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania, in ‘Rivista storica calabrese’, n.s. I (1980), pp. 189-193, in part. p. 192, avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano (Archivio Attanasio)

(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996, p. 41; si veda pure dello stesso autore: Fusco F., ‘Quando la Storia tace: dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’ medievale’, stà in ‘Eurosis’, ed. Licelo Classico, Sala Consilina, vol. VIII, 1992, da p. 181 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

Nerulo e Lagonegro e, nel 952, la sua eparchia, i monaci SS. Saba e Macario e l’oratorio di S. Filippo

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico restano di estremo interesse. In questo saggio cerco di fare il punto di quanto emerso circa la presenza di un’antichissima eparchia o turma di Lagonegro, che comprendesse l’area di Lauria, Nemoli, Rivello, Trecchina, Rivello ecc.. fino ad arrivare al Vallo di Diano da un lato e fino al ‘Latinianon’ calabrese.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…) (Archivio digitale Attanasio)

Incipit

Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, nel suo cap. 4: “Il ripristino della dominazione imperiale e l’espansione del monachesimo italo-greco”, a pp. 34-35, parlando del Thema longobardo della “Lucania”, prima che diventasse Capepanato Normanno, in proposito scriveva che: E’, inoltre, probabile che Tursi fosse la capitale del tema, costituito dalle turne di Latinianon, Merkurion e Lagonegro (101).”. Dunque, in questo passo il Bulgarella crede Tursi la capitale del Tema di Lucania che era costituito dalle “turne” del Latinianon, Merkurion e di Lagonegro. Dunque, per il Bulgarella, Labonegro, all’epoca della prima invasione normanna, una delle ‘turne’ che costituiva il grande Tema Longobardo della Lucania. Il Bulgarella (…) a p. 35 nella sua nota (101) postillava che: “(101) A. Guillou, art. cit., p. 140, ritiene possibile che Lagonegro fosse un’eparchia a se stante, però non esclude la possibilità che facesse parte della turna o eparchia del Latinianon.. Sempre il Bulgarella (…), nel suo saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 39, in proposito a Lagonegro aggiungeva che: “L’Eparchia di Lagonegro – la cui esistenza è tuttavia solo probabile – è intersecata nei suoi centri urbani di Lauria, Lagonegro e Rivello dall’antica via ‘Popilia’ (112)..

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(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…)(Archivio digitale Attanasio)

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(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio digitale Attanasio)

Lagonegro

Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: “53. Lagonegro. Un tempo fu creduto che l’antico Nerulun fosse a Lagonegro, onde la vecchia opinione che questo nome derivasse direttamente da quello. Ma ragioni di distanze itinerarie sospingendo il posto di Nerulum assai più lontano dall’odierno Lagonegro, è forza ritenere questo nome di origine relativamente moderne. A due miglia, o poco più dal paese è un lago perenne di una ceta estensione: non è impossibile che la zona di terra, su cui ebbe oriine il paese, fosse stata un latifondo, una massa, un dominio feudale, di un gasindo longobardo o franco, o normanno, e che avesse tolto il suo complessivo nome dal lago. Un’antica tradizione paesana ricorderebbe un lago o stagno non lontano dal castello che è a cavaliere della città; e il lago, dalle ombre degli abeti che li circondavano, prendeva la qualifica di nero. Ma la topografia attuale del castello non consente alla tradizione.”. Non si capisce bene se la tradizine si riferisca al Lago Sirino o al Lago Laudemio o al Lago Remmo, non molto distanti dal monteSirino e da Lagonegro. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Da Wikipedia leggiamo che di Lagonegro “….fu scritto: «Quem Nerulum dixere, Lagus post nomine niger | Iamdiu Lucanis, quae sibi fama Liber» (Trad.”Qualcuno parlò di Nerulum, Lago con Nero nel nome. Già da tempo dei Lucani, i quali avevano la fama di essere bagnati dal lago“), ma l’esser colà l’antica Nerula fu contraddetto dai moderni topografi, e la mutazione in Lacus Liber, non fu ritenuto dagli stessi cittadini. Vuolsi invece fosse sorta all’epoca Longobarda ed il nome avesse tolto da un lago o stagno formato dal Tanagro detto pur Negro.” Alcuni topografi non credono che la moderna cittadina di Lagonegro sia effettivamente l’antica Nerulum latina, al contrario, il sito originale di Nerulum potrebbe trovarsi sotto l’odierno comune lucano di Castelluccio Inferiore. Si crede che la città prendesse il nome da un lago formatosi dal fiume Tanagro, e da lì l’insediamento longobardo prese il nome di Lagonegro. Le origini della cittadina sono controverse, dall’ipotesi della città fortificata dell’Impero Romano “Nerulum” alla teoria più accreditata che fa derivare il borgo da un solo insediamento romano denominato Vicus Mendicoleius;[senza fonte] infatti appena fuori del borgo antico c’è una chiesa (detta del Rosario) sorta su un tempio pagano dedicato a Giunone. Tra VII e VIII secolo avvenne l’insediamento di monaci Basiliani di origini bizantine sulla rupe del castello con il nome di Lacus Niger/Lacus Neruli Abitata da questa comunità di monaci, con molto probabilità la chiesa di San Nicola che svetta sul borgo, risalente al IX-X secolo, è opera conseguente allo stabilirsi di tali predicatori. Fu fortificata dai Longobardi di Salerno e in seguito assegnata dai Normanni alla contea di Lauria, per poi divenire feudo di diverse famiglie. Secondo alcuni, il tempio di Giunone sorgeva dove oggi è la chiesa del Rosario. E’ una chiesa “di sostituzione”  – cioè costruita sullo stesso sito dove sorgeva un tempio pagano, qui dedicato alla dea Giunone – Inizialmente viene costruita una cappella (1005) dedicata a san Cataldo, all’epoca patrono della città -, in seguito  inglobata nella nuova e pi ampia chiesa intitolata alla Madonna del Rosario, edificata dopo il 1572 durante il fervore europeo seguito alla vittoria di Lepanto contro i Turchi. Dalla Treccani on-line leggiamo che Lagonegro è cittadina della Lucania (provincia di Potenza). Il nome sarebbe derivato da Lacus Niger, lago preistorico, o da Nerulum, stazione sulla Via Popilia. Giace in una conca angusta a 666 m. ai piedi del M. Papa (m. 2007). L’antico abitato si stende sui fianchi di un cocuzzolo, su cui è posto un antico castello; la parte recente si stende intorno a una vasta piazza con edifici, tra cui il teatro e il tribunale. Posta in località di scarse risorse montane, sulla Via delle Calabrie, Lagonegro non superò mai i 4000 ab.; nel 1800, ne raggiunse 4300. Nel sec. XIX la popolazione del comune ha subito variazioni considerevoli per l’esodo transoceanico; nel 1921 contava 4424 abitanti (di cui 395 nella cittadina), nel 1931, 4788. Lagonegro vanta alcune industrie: filande, lanifici, tintorie, tipografia. A 8 km. a oriente della cittadina è il laghetto Sirino.

La via Popilia

Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla).

Lagonegro per Costantino Gatta e suo figlio Giuseppe

Nel 1743, Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino Gatta (…), pubblicò postumo ‘La Lucania illustrata’ del padre nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania etc..’, per i tipi della Stamperia Muziana. Egli corregge alcuni errori della precedente edizione del padre ed in proposito a Lagonegro a pp. 307-308 scriveva che: “Stà Egli situato quasi nel mezzo dè smisurati Monti ‘Alburno e Sereno’, quello su le sponde del ‘Tanagro’ e ‘Silare’, questo su l’alpestre Valli ove era l’antico ‘Nerulo’ oggi detto ‘Lagonegro’; dè quali alti, precipitosi, aspri e sassosi Monti, e delle loro strabocchevoli Balze, forse favella ‘Livio (a), quando esprime che se Alessandro il Macedone avesse in questi luoghi dirizzato il corso delle sue armi, quivi con perpetua ignominia eclissato avrebbe le sue glorie, per esser quelli luoghi inaccessibili e malgevoli per condurvi uno esercito effeminato e molle, qual fu quello dè Greci sotto la condotta del gran Macedone. Non è però che questo Monte, tuttochè aspro e orrido, esso venga privo di rimarcabili pregi e larghi doni di Natura, perchè ivi nelle di lui ombrose Caverne, e profonde Valli vi albergano perpetuamente le Nevi convertiti in durissimi ghiacci, che nè tempi estivi sovvente hanno l’uso di accrescere le delizie non meno, che di temperare l’arsura non solo nè convicini Paesi, ma anche nella Città stessa di Napoli, colà traghettati per i Porti di ‘Palinuro’. Ivi sono chiarissime e cristalline acque, selve immense di Abeti per soccorso delle Navi, pascoli abbondantissimi per armenti, e da ivi piucchè da altrove si somministrano quasichè in tutte le Officine dell’Italia le preziose e salutifere Erbe medicinali. Su l’erta cima di si smisurato Monte sta eretto il Sacro Tempio, composto di durissimi è quadrati Macigni, in cui Nostra Signora per mezzo della di lei prodigiosa Immagine dispenda à Divoti le sue misericordie: vi è perciò nel 5. Agosto innumerabil concorso di Popoli di varie Contrade di questa Provincia. Ha detto il Santo Tempio, sotto il titolo di ‘S. Maria della Neve’, ricchissimo fondo consistente non solo in numerosissimi armenti, ma in denari contanti e doviziosi poderi. Viene Egli dal Sacro Eremo Uffizio e servito dal Capitolo di detta menzionata Terra, che in detto dì ivi devotamente vi si conduce: e tal ricco patrimonio fedelmente si amministra dal detto Capitolo non solo, ma dalla Università di tal luogo, e le di lui rendite vengono impiegate in opere di pietà, e di misericordia, che si estendono in maritar Zitelle povere, curare Infermi, e sovvenire ad ogni sorta di Bisognosi.”.

L’origine di alcuni centri del basso Cilento che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania come Rivello

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante..

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello, parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito  scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”.

ENOTRI

Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significati appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 274 e ssg., nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale; e di codeste vestigia ci siamo via via occupati di proposito nel corso del nostro lavoro. Qui possiamo che riassumere e coordinare il già detto. Il popolo Illirico che, col nome comprensivo di Iapigio, occupava, intorno al 700 a.C., tutta la regione ad oriente del Bradano ecc…3. Ma ecco che, a sud di Crotone le cose cambiano nuovamente aspetto e si ripete uno stato di fatto quasi identico a quello da noi osservato sulle coste apule e salentine. Dopo la fondazione di Crotone, sembra che i coloni greci non vogliano spingersi più a sud, nel Bruzio. Ecc…Chi era dunque codesti barbari, fieri avversari dei Greci, dai quali del resto profondamente differivano per costumi e per istituzioni ? Le poche fonti che ricordano gli abitanti di quell’estremo lembo della penisola, li chiamano Siculi (Thuc. VI, 2, 4; Polyb., XII 5, 10; Polyaen., XII 6) o Itali, ed ascrivono loro origine enotrica (Ant. apd. Dionys. Halic. I 12); e i moderni studiosi non credono si debba negare  del tutto fede a queste notizie, e ammettono in generale che la gente enotrica (di stirpe della Lucania e del Bruzio (Mayer, II 494; Pais, p. 34 sgg.; De Sanctis, I 98. 108) che, oltrepassato lo stretto di Messina, avevano dato anche alla Sicilia la sua popolazione italica (Pais, p. 49. 390; Busolt, I(2) 405; Orsi, Saggi Beloch (Roma 1910), p. 155 sgg.: alquanto diversamente Mayer, Apulien, p. 329 sgg.)(1). Noi per altro, studiando le vestigia che questa gente ha lasciato della sua civiltà fra i coloni greci venuti ad abitare nel Bruzio meridionale, vi abbiamo sorpreso elementi che contrastano notevolmente con quanto conosciamo della cultura degli ario-italici ecc…Di fronte a ciò, non resta che ammettere che le popolazioni enotriche, venute a stabilirsi nell’estremità sud-occidentale dell’Italia, abbiano ivi appreso a praticare istituzioni e costumanze proprie delle genti pre-arie che abitavano quella regione (2). Sulla stirpe di questo popolo pre-italico del Bruzio meridionale è inutile per noi indagare; giacchè la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII  ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo- a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”.

Nel 560 a.C., il popolo dei SIRINI, la città di SIRINO e Siruci (oggi Seluci), gente dei LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: Di seguito si proporrà un breve excursus sulle città più importanti. Siri La città di Siri sorgeva nella regione nord occidentale dell’arco del golfo di Taranto, tra la foce del fiume omonimo (Sinni) e quella dell’Akiris (attuale Angri), in una vasta e fertile pianura chiamata Siritide, in una posizione favorevole ai rapporti sia con le popolazioni della Lucania sia con quelle dell’area tirrenica. Alcune fonti ne assegnano la fondazione ad un gruppo di profughi di Troia; altre testimonianze indicano come città madre la ionica Colofone, da cui si sarebbe allontanato un gruppo di esuli all’epoca dell’invasione di Gige, re della Lidia (ca. 675 a.C.). In seguito la regione risulta abitata dai Coni, popolazione di stirpe enotrica. I Sirini avanzarono ad ovest lungo la valle del Sinni fino al lago e al monte Sirino, presso Lagonegro; fondarono Siruci, (oggi Seluce frazione di Lauria) e si spinsero sino al mar Tirreno, nel nostro golfo. Pixus, se proprio non fu fondata, fu da essi colonizzata e scelta come scalo marittimo e commerciale. La floridezza e la ricchezza di Siri, suscitarono l’invidia ma, soprattutto, la preoccupazione delle vicine città achee di Metaponto, Sibari e Crotone; queste ultime, infatti, non tardarono a porsi contro di essa e la espugnarono dopo il 550 a.C.”. Nel 1743, Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino Gatta (…), pubblicò postumo ‘La Lucania illustrata’ del padre nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania etc..’, per i tipi della Stamperia Muziana. Egli corregge alcuni errori della precedente edizione del padre ed in proposito a Lagonegro a pp. 307-308 scriveva che: “Stà Egli situato quasi nel mezzo dè smisurati Monti ‘Alburno e Sereno’, quello su le sponde del ‘Tanagro’ e ‘Silare’, questo su l’alpestre Valli ove era l’antico ‘Nerulo’ oggi detto ‘Lagonegro’; dè quali alti, precipitosi, aspri e sassosi Monti, e delle loro strabocchevoli Balze, forse favella ‘Livio (a), quando esprime che se Alessandro il Macedone avesse in questi luoghi dirizzato il corso delle sue armi, quivi con perpetua ignominia eclissato avrebbe le sue glorie, per esser quelli luoghi inaccessibili e malgevoli per condurvi uno esercito effeminato e molle, qual fu quello dè Greci sotto la condotta del gran Macedone.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata…….Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. Etc…”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello…..Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Poco o niente scrive Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove a p. 236 parlando della Sibaritide, di Eraclea dopo la distruzione di Siris, in proposito scriveva che: ‘’Tutto cio ci fa comprendere ciò che dovette essere la Siritide, sia dopo la distruzione di Siris che dopo la fondazione di Eraclea, e qualche problema speifico, come quello della moneta collegata con Pixunte, può trovare migliore inquadramento, e l’altro della popolazione indigena dei Sirini, ricordata da Plinio (N.H., III, 10, 98) e dei vari toponimi affini può suggerirci stimolanti sospetti.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “In prosieguo, nel secolo VIII avanti l’era volgare, quivi approdarono le prime colonie Elleniche, che fondarono fiorenti e rinomate città sulle spiagge del Ionio: Sibari, Turii, Siri, Eraclea, Pandosia e Metaponto; e sulle rive del Tirreno: Posidonia, Velia, Palinuro, Molpa, Pixo e Lao, onde la regione fu denominata nobilmente Magna Grecia…….e ricordare che altri popoli, degni di nota nella storia cittadina, furono i popoli Sirini, o figli dell’antica Siri, la bella città italiota che fior’ alla destra del Sinni fra Novasiri e Rotondella, e che vuolsi fondata da alcuni profughi Troiani. Già s’è riferito nel cap. XV che la città di Siri abbia preso il nome dal fiume Siris o Sinni, e che l’etimologia originaria di questo sia derivata dalla radice snscrita, sar, fluere, scorrere. Quando poi la città di Siri nel secolo V a.C. fu vinta e distrutta dai Tarantini, gli abitatori, cacciati dal loro territorio detto Siritide, furono costretti ad emigrare, e risalendo il corso del fiume Siri, o Sinni, vennero a chiedere ai barbari dell’Enotria qualche lembo di terra, che la fraterna gente dell”Ellade aveva loro negato…..e dal nome della madre patria furono detti Popoli Sirini, e diedero, alla loro volta, il nome al monte Sirino, attorno a cui avevano preso stanza. D’essi fa pure menzione Plinio noverandoli fra gli undici popoli Lucani. A tal proposito scrive il Corcia nella Storia delle due Sicilie (Vol. III, p. 310): “Poichè di Siri appena rimanevano le rovine ai tempi di Plinio, i Popoli Sirini, di cui parla il geografo e che dal fiume stesso si nominarono, nei primi tempi dell’Impero sono da supporre nella parte superiore del suo corso, dove forse abitarono spicciolati in villaggi, come rimane tuttavia l’antico suo nome al monte Sirino sopra di Lagonegro, nella cui parte orientale ha le fonti”.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che era una città dell’Italia antica, di cui si è argomentato l’esistenza, mettendo in relazione la leggenda ΣΙΡΙΝΟΣ delle monete incuse generalmente attribuite a Siri sullo Ionio (v. siri), con i Sirini, menzionati da Plinio (Nat. hist., iii, 15, 97) fra i popoli della Lucania interna, e col toponimo ancora vivo per tutto il massiccio appenninico, che culmina nel Monte del Papa ed a Lagonegro (Potenza) sulle sue pendici occidentali. Si è proposto di identificarla nei ruderi di un vasto abitato sopra uno sperone roccioso, che dai contrafforti del Sirino si protende nella valle di Lauria presso Rivello e ch’è ancora chiamato “La Città”. Popolata presumibilmente da indigeni, fu in rapporti con Siri per la diretta via del fiume omonimo (oggi Sinni) ed alla caduta di questa (560 a. C. circa) si trovò nel territorio dominato da Sibari. Gli stateri d’argento, emessi nella seconda metà del VI sec. in alleanza con Pixunte (v.), mostrano chiaramente l’influsso sibaritico così nel tipo del toro retrospicente, come nel peso. Questi caratteri achei e quelli cronologici delle monete mal si conciliano con le tradizioni ioniche e con la precoce fine di Siri, la cui distanza ne fa per giunta un’alleata poco probabile di Pixunte. Per la sua posizione sulla principale via (che fu poi la Popilia o l’Annia) verso il settentrione e sulla diramazione verso la vicina baia sul Tirreno, “La Città” dové prosperare fino ad età tarda: lo provano i resti tuttora visibili e, meglio, l’abbondante materiale scoperto e disperso nei secoli scorsi. Statuette di bronzo, difficilmente apprezzabili per la corrosione, e monete si recuperano anche oggi, più spesso trascinati a valle dalle acque. Ma soltanto cauti e metodici scavi potranno accertare se l’ipotesi del nome risponde al vero e restituire i documenti della civiltà fiorita in quest’area. Bibl.: Per l’identificazione di S.: P. Zancani Montuoro, in Arch. Stor. Calabria e Lucania, XVIII, 1949, p. 11 ss. Per le monete: J. Perret, Siris, Parigi 1941, p. 21 ss.; L. Breglia, in Annali Ist. It. Numism., I, 1954, p. i ss. Per i rinvenimenti: G. Antonini, La Lucania, Napoli 1795-77, p. 442; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, p. 372; M. Lacava, Del sito di Blanda, Lao ecc., Napoli 1891, p. 20; Not. Scavi, 1952, p. 50 ss.

La città sepolta di Irie

Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Quando venne poi distrutto Siluci questo castello di Lauro aveva già assunto il nome di Lauria come nota lo stesso storico Placido Troilo, il quale così si esprime: “Essendo stata sopra Lauria la terra di Siruci che in lingua del paese si addimanda presentemente Siluci, questa fu poi distrutta e gli abitanti andarono ad abitare a Lauria. In feudo nobile il luogo si permutò ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.” Troilo Abbate Placido libro 1 pag. 171. Colla distruzione di Seleucio venne dunque d ingrandirsi il territorio di Lauria Superiore il cui abitato era limitato alle antiche case dei cosiddetti Cafari Pinti e di S. Veneranda ed aveva una cinta di mura presso la cui porta trovavasi la chiesetta di S. Giovanni, oltre alla porta di S. Antonio Abate nell’altra cinta dei Cafari Pinti. I cittadini di Lauria Superiore accolsero gli abitanti di Seleucio (corrotto Siluci) e così formarono un sol dialetto. I cittadini di Lauria inferiore oriundi da Blanda ebbero un altro dialetto che anche attualmente porta le desinenze dei verbi simili a quelle di Tortora e di Maratea, paesi che accolsero anche parte dei profughi di Blanda. Lauria dunque fu primariamente detta Laurum oppidum ex lauro arbore, dice un antico manoscritto della storia degli Abati del Sagittario che a tempo del Vescovo Leonasi conservavasi nella curia vescovile di Tursi. Lo conferma la carta geografica dei Longobardi del seolo IX – lo conferma ancora lo stemma di Lauria su cui risalta il verde alloro al quale si accoppia un uccello favoloso, il basilisco, ciò che dimostra che Lauro si chiamò Lauria quando questo lembo dell’antica Lucania aveva perduto il suo nome ed aveva assunto il nome di Basilicata, onde molti paesi adottarono nella regione sullo stemma il basilisco. La leggenda dei capitani greci che avessero fondato Lauria non resiste alla severa critica di un oculato archeologo. Questa leggenda fu inventata di sana pianta da un presunto erudito che trovavasi di passaggio per Lauria interpellato da alcune persone. Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. I figli di Iria (detta in latino Uria) i figli di Blanda e gli abitanti di Seluci, riunitisi in queste balze per difendersi da elementi ostili, edificarono una cappella che dedicarono alla Madonna delle Armi come prima di ingrandirsi col rione inferiore ne avevan costruita un’altra dedicata a S. Maria alla Porta (1). Quest’ultima dimostra infatti che l’antico Lauro incominciava proprio da questa cappella ove era una delle porte delle mura di cinta dell’abitato e che in poco tempo venne accresciuto della grossa borgata di Lauria Inferiore, ciò che non poteva avvenire senza una nuova colonizzazione.”.

Nel 560 a.C., PIXUNTE e SIRIS (?) o la città di SIRINO, la lega Achea e le monete con la leggenda “SIRINO-PIXUS”

Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a pp. 138-139 parlando di Pixunte, in proposito scriveva che: “I due termini fondamentali della questione stanno invece nella tradizione letteraria riguardante l’origine della città e nella documentazione delle monete. Devesi, anzi, cominciare dal prendere in esame questo secondo punto, il quale è più interessante in quanto concerne un dato di fatto. Poichè, infatti, stateri d’argento di Siri, di circa l’anno 560 a.C. (4) che portano il nome suo con quello della città di Pixunte, della costa occidentale, non solo sono per ogni rispetto simili alle più antiche monete dell’achea Sibari, ma hanno in caratteri achei la leggenda Σιρινος, s’è chiesto a ragione come mai ciò avvenisse in una città di stirpe ionica. E la risposta è stata suggerita dalla constatazione che in quel tempo v’era una monetazione uniforme e federale di pezzi d’argento detti incusi, che attesta l’esistenza della cosiddetta lega achea, della quale appunto faceva parte Siri in quanto sarebbe stata di già soggiogata dalla potente Sibari, con questo di più e di singolare che Siri e Pixunte nel seno della lega stessa avevano un’alleanza più stretta e più particolare, del genere di quelle che ci risulta esservi state fra Metaponto e Posidonia, Sibari e Crotone, Crotone e Pandosia, Crotone e Temesa: alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. Il Ciaceri, a p. 138, nella nota (4) postillava che: “(4) v. Head (2) p. 83”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Il Ciaceri, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di  Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Sempre il Ciaceri, a p. 140 aggiungeva che: E v’è anche da pensare che ad un tentativo di riscossa da parte di Siri, per sottrarsi a codesta forma di egemonia, si dovesse poi l’origine del conflitto con le città achee, le quali avrebbero finito con l’assaltarla e distruggerla. Tutto ciò, infine, varrebbe a spiegare come mai Siri per quanto città ionica avesse monete di tipo e caratteri achei. Nè, d’altra parte il fatto ch’essa era ancora fiorente intorno al 560, come viene attestato dalle monete, e che finiva di esistere prima del 510 a.C., come si deduce dal sapere che intorno a questo anno era distrutta Sibari, etc…”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, in proposito scriveva che: Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”.

Cattura,,,,

(Fig….) Da Romanelli (…), p. 97: “Statere di Siri e Pyxous con leggenda EIPINOE, 550-530 a.C. (da P.R. Franke – M. Hirmer)”.

ccccc

(Fig…) Da Romanelli (…), p. 98: statere (moneta del tempo, incusa) di Pyxoes e Sirinos, il bue con le due epigrafi

Riguardo le bellissime monete, tra le poche testimonianze rimasteci di quel tempo, Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 98 (vedi ristampa a cura di La Greca), in proposito scriveva che: “La moneta incusa col tipo del bue rilevato da una parte, e collepigrafe ΓV+ΟΕΜ, cioè ‘Pyxoes’, e dall’altra la cavità del medesimo bue coll’epigrafe retrograda ΜΟΗΞqsΜ, cioè ‘Sirinos’ (vedi Tav. II, n. 6). Si argomenta da queste epigrafi una federazione, che ripassava tra Bussento, e Siri, siccome da un altra moneta si argomenta altra federazione tra Crotone, e Pandosia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 275 parlando di Pixunte (attuale Policastro Bussentino scriveva che: “Quando al tempo delle origini di Pixunte, gli stateri stessi, dei quali abbiamo fatto menzione, ne attestano già l’esistenza intorno alla metà del sec. VI; onde puossi ritenere che fosse sorta qualche decennio innanzi;……Nè Sibari, d’altra parte, godè a lungo delle ingenti ricchezze tratte da codesta politica commerciale, che nel Tirreno faceva estendere la sua influenza sino a posidonia, la più autorevole delle sue colonie.”. Emanuele Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Il Ciaceri citava l’altra opera del Pais ma io possesso la “Storia dell’Italia Antica” del Pais. Infatti, nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, riferendosi alla città greca e Ionica di Sibari in proposito scriveva che: Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione…etc…..Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Diodoro Siculo lasciò scritto (1) che “Micito di Reggi e di Zancle, fondò la città di Pixo” nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perchè esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente acha, ha la greca leggenda di “Pyxoes – Syrinos”; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno: e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo (2). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di micito a Pixo etc…”.

SCIDRO, LAO, PIXUNTE E PESTO ERANO CITTA’ CONQUISTATE DAI LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19).. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: All’immigrazione degli Enotri, degli Elleni, e degli altri popoli minori, tenne dietro, nel VI secolo a.C. quella più numerosa e forte dei Lucani. Appartenevano questi alla razza Sabellica o Sannita o Sabina, e provenivano dal Sannio, o meglio dalle vicine sponde del Silaro o Sele. Nel distaccarsi , per cresiuta popolazione, dai padri Sanniti, presero allora il nome di Lucani, o dal loro duce Lucio o Lucilio, come riferisce Plinio, o dal vocabolo greco ………lupo, col poco leggiadro significato di terra di lupi, o dal vocabolo latino lucus, bosco, quasi terra di boschi, o, infine dall’altra parola sabellica o latina lux, luce, cioè terra posta verso la plaga del cielo, onde loro veniva la luce, o terra orientale, perchè, scrive il Racioppi, “i Lucani, mossi dalle regioni abitate dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste alla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono”. (Vol. I pag. 14). Di qui il motto fatidico di Strabone, quasi simbolo di civiltà e di progresso: ‘Non a Lucio, sed a luce!’. “Allorchè i Sanniti – scrive il barone Antonini nell’opera succitata – per alleggerire di gente il loro paese mandarono i propri figliuoli in questa regione, la trovarono abitata dagli Enotri, da altri Greci e dai Coni, onde furon costretti, con lunga guerra, da essa cacciarli”. E infatti, come gli Enotri avevano respinto a sud i Siculi, sovrapponendosi ad essi, come i lucani, più valorosi, forti e audaci, soggiogarono e respinsero gli Enotri, estendendo rapidamente le loro conquiste fino all’estremo della penisola, fin nel paese dei Bruzii, donde, in seguito dovettero ritirarsi.”. Parlando del toponimo “Scidro”, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” scriveva che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana….Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. Etc…” Dunque, il Battisti, riguardo il toponimo di “Scidro” scriveva che detto toponimo non solo era “pre-italiano” ma è probabile che il toponimo “Scidros” possa essere un toponimo “traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Sul periodo pre-lucano vi sono delle evidenze archeologiche ed altro. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), in proposito scriveva che: “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”.  Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, in proposito scriveva che: Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); etc…”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a p. 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Etc…”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, sulla scorta del Pais (….) dice che le piccole città italiote di Pissunte, Scidro e Lao, “da lungo tempo eran state occupate dai Lucani”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Dunque, Pixunte, poi in seguito Bussento, Scidro e Lao erano già città soggette ai Lucani. Da Wikipedia leggiamo che Paestum, fino al 1926 Pesto, è un’antica città della Magna Grecia, chiamata dai Greci Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima ad Atena ed Era. Dopo la sua conquista da parte dei Lucani venne chiamata Paistom, per poi assumere, sotto i Romani, il nome di Paestum. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura greche, così come modificate in epoca lucana e poi romana. In una data collocabile tra il 420 a.C. e 410 a.C., i Lucani presero il sopravvento nella città, mutandone il nome in Paistom. A parte sporadici riferimenti nelle fonti, non si conoscono i particolari bellici della conquista lucana, probabilmente perché non dovette trattarsi di una conquista repentina. È un processo che è possibile riscontrare in altre località (ad esempio nella non distante Neapolis), dove vi fu una lenta, graduale, ma costante infiltrazione dell’elemento italico, dapprima richiamato dagli stessi Greci per i lavori più umili e servili, per poi divenir parte della compagine sociale mediante il commercio e la partecipazione alla vita cittadina, fino a prevalere e a sostituirsi nel potere politico della città. Sebbene letterati e poeti greci riportino il rimpianto dei Poseidoniati per la perduta libertà e per la decadenza della città, l’archeologia testimonia che il periodo di splendore proseguì ben oltre la “conquista” lucana, con la produzione di vasi dipinti (talora firmati da artisti di prim’ordine quali Assteas, Python e il Pittore di Afrodite), con sepolture copiosamente affrescate e preziosi corredi tombali. Tale ricchezza doveva derivare in larga misura dalla fertilità della piana del Sele, ma anche dalla produzione stessa di oggetti di grande qualità, parte cospicua di quei commerci instauratisi durante il periodo precedente. Neanche il carattere greco della città scomparve del tutto, come attestano, oltre la produzione dei vasi dipinti, anche la costruzione del bouleuterion e la monetazione, che preservò le sue prerogative elleniche. Breve parentesi fu aperta nel 332 a.C., quando Alessandro il Molosso, re dell’Epiro – giunto in Italia su richiesta di Taranto in difesa contro Bruzi e Lucani – dopo aver riconquistato Eraclea, Thurii, Cosentia, giunse a Paistom. Qui si scontrò con i Lucani, sconfiggendoli e costringendoli a cedergli degli ostaggi. Ma il sogno del Molosso di conquistare l’Italia meridionale ebbe breve durata: la parentesi si chiuse nel 331 a.C., con la sua morte in battaglia presso Pandosia. Paistom ritornò così sotto il dominio lucano.

Nel 317 a.C., Nerulum durante la seconda guerra Sannitica

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 181 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Era l’anno 317 a.C., ed essendo spirata la tregua di due anni stabilita coi Sanniti e coi loro confederati, i due nuovi Consoli Giunnio Bubulco ed Emilio Bardula si diressero contro la Puglia. Dopo averla domata, Giunnio irruppe nella Lucania, s’impadronì d’Acerenza, o, secondo altri, Florentia, ed, indi, essendo giunto repentinamente l’altro Console Emilio – il quale era rimasto momentaneamente nella Puglia per assicurare i nuovi acquisti – Nerulo fu preso per forza. Quell’impresa è così rapidamente descritta da Tito Livio nel libro IX n. 20 delle Storie: ‘Apulia perdomita – nam Acherontia (altri leggono Ferento) valido oppido, Junius potitus erat – in Lucanos perrectum. Inde, repentino adventu Aemilii Consulis, Nerulum vi captum (1). Se dunque, secondo la narazione Liviana, i due Consoli Romani, dopo avere espugnato quell’altra Città, percorsero per la prima volta trionfalmente buona parte della Lucania, e si diressero ‘viribus anitis contro Nerulo, quasi per ferire nel cuore la forte nazione Lucana, è facile argomentare che Nerulum, vi captum, fosse di considerevole importanza, e, per essere stato espugnato a viva forza dalle legioni romane, sorgesse in sito ben fortificato, come si può supporre sulla rupe di Lagonegro, meglio che negli altri luoghi indicati da coloro, che vorrebbero altrove collocare Nerulo. Anche il Corcia ritiene ciò nl vol. III pag. 71 della Storia: “Poichè, nel 436 di Roma, la città di Nerulo veniva presa con la forza dal Console Emilio Barbula nella seconda guerra Sannitica, non è dubbio che fu una città fortificata, della quale, del resto, non rimase altra ricordanza nella storia”. Ci vuole che siano andati dispersi i libri della seconda Deca di Livio, nei quali si parlava più diffusamente delle cose e delle guerre lucane, poichè, forse, in essi si sarebbero trovate maggiori notizie di Nerulo, il cui nome non appare in quel glorioso periodo storico.”. Il Pesce, a p. 182, nella sua nota (1) postillava: “(1) Il Prof. Ettore Pais, nella sua Storia Critica di Roma durante i primi cinque secoli, vol. I: I opina che l’ignoto Nerulo, espugnato dai Consoli Bubulco e Barbula, sia diverso da Nerulo sulla via Popilia, che egli dice a nord di Turio, i quale era sito nell’opposto versante del Jonio, vicino Sibari. Ma questa congettura non ha fondamento, perchè nessun altro Nerulo esisteva nella Lucania; e non deve far meraviglia se gli eserciti romani, dopo occupata Acerenza o Forenza, percorrendo la via Erculea, che congiungeva quella plaga Venosina col nostro Nerulo, giungessero repentino adventu ad espugnare anche questo.”.

Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ecc..”, a p. 22, in proposito scriveva pure che: “la prima volta che i Lucani sono ricordati con sicurezza durante la guerra è all’a. 317 e non come alleati dei Romani, i quali invece, affermata la loro posizione in Apulia e conquistata Ferento, nel territorio di Venosa al confine lucano, si volsero contro i Lucani impadronendosi della città di Nerulo (1).”. Il Ciaceri, a p. 22, vol. III, nella nota (1) postillava: “(1) Liv. IX 20, 9: Che il Nerulum liviano sia da far corrispondere all’odierna località di Rotonda, nella parte meridionale della Lucania e proprio fra le sorgenti del lao e del Siri (Nissen It. Landesk. II p. 905), non par verosimile.”.

Nel 71 a.C., Spartaco, il passaggio per il Vallo di Diano e la morte presso le sorgenti del fiume Sele secondo Paolo Orosio

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II parlando del casale di “Petina”, a pp. 297-298, in proposito scriveva che: “Sui villaggi della Valle del Tanagro (‘Campus Atìnas’) bisogna sempre far capo a V. Bracco che, nelle numerose sue pubblicazioni, ci offre un quadro quanto mai vivo del territorio (1). Ultimamente ha scritto un saggio proprio su Petina (2) al quale rinvio. In esso non mancano cenni sulla civiltà del Gaudio dei villaggi prossimi a Petina, come non mancano testimonianze dell’età romana: dalla via Popilia, che V. Bracco attribuisce a Tito Annio (3), alla notizia sul passaggio per il Vallo di Spartaco con i suoi (4) e poi di Alarico, Belisario e dei longobardi.”. Ebner, a p. 297, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Bracco, oltre le ‘Inscriptiones’ cit. (III, Civitas vallium Silari et Tanagri’), v. Volcei (Forma Italiae) Firenze 1978 e Polla cit.”. Ebner, a p. 297, nella nota (2) postillava che: “(2) V. Bracco, La storia di Petina, Salerno 1981, pp. 9-103”. Ebner a p. 298, nella nota (3) postillava che: “(3) V. Bracco, Della via Popilia (che non fu mai popilia), “Studi lucani e meridionali”, Galatina, 1977″. Ebner, a p. 298, nella nota (4) postillava che: “(4) Sallustio, Historiae, III, 98”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 183-184 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Pichè Nerulo era posto, come s’è visto innanzi, al punto d’innesto delle due grandi strade consolari – della Popilia od Aquileia, che proveniva dal vallo di Teggiano, e dell’Erculea, che proveniva da Grumentum – divenne il naturale passaggio dei numerosi eserciti romani conquistatori, e delle schiere ribelli e tenaci della propria indipendenza che, dopo lunga agonia, andò inesorabilmente perduta. Furonvi fra quelle schiere le turbe dei gladiatori, che, capitanate dal valoroso Trace Spartaco, dopo aver percorso la Lucania, furono sconfitte e disperse dal Console Licinio Crasso. Raffaele Giovagnoli, nel suo racconto storico su Spartaco (Capo XXI, Spartaco fra i Lucani), riferisce che questi, dopo la terribile sconfitta presso Grumento, alle sponde dell’Agri, – dove perirono 5000 Romani ed 8000 gladiatori, oltre di 1200 prigionieri – fuggendo coi suoi nel paese dei Bruzi per ritentare altra sommossa, si soffermò a Nerulo – che l’autore pure ritiene essere stato dove è Lagonegro – donde proseguì per Lainium (Laino); nè la notizia può saper di romanzo perchè è storicamente accertato il passaggi o la fuga di Spartaco dalla Lucania, dove trovò proseliti e schiavi commilitoni, nei Bruzi, dove morì combattendo valorosamente.”. Da Wikipedia leggiamo che Spartaco (in greco antico: Σπάρτακος, Spártakos; in latino: Spartacus; Sandanski, 109 a.C.circa – Valle del Sele oppure Petelia o Petilia, 71 a.C.) è stato un gladiatore e condottiero trace che capeggiò la rivolta di schiavi nota come terza guerra servile, la più impegnativa di questo tipo che Roma dovette affrontare. Esasperato dalle condizioni inumane che Lentulo riservava a lui e agli altri gladiatori in suo possesso, decise di ribellarsi a questo stato di cose e, nel 73 a.C., scappò dall’anfiteatro in cui era confinato; altri 70 – ma secondo Cicerone (Ad Att. VI, ii, 8) all’inizio i suoi seguaci erano molto meno di 50 – gladiatori lo seguirono, fino al Vesuvio, prima tappa della rivolta spartachista. Sulla strada che portava alla montagna i ribelli si scontrarono con un drappello di soldati della locale guarnigione, che gli erano stati mandati incontro per catturarli. Benché armati di soli attrezzi agricoli, coltelli e spiedi rimediati nella mensa e nella caserma della scuola gladiatoria, Spartaco e i suoi riuscirono ad avere la meglio. Una volta neutralizzato il nemico, i ribelli depredarono dei loro armamenti i cadaveri dei soldati romani caduti e si diressero ai piedi del monte in cerca di un rifugio. Spartaco fu poi eletto a capo del gruppo di ribelli assieme ai galli Enomao e Crixus (detto anche Crisso o Crixio). La battaglia finale che vide la sconfitta e la morte di Spartaco nel 71 a.C. si svolse, secondo Appiano e Plutarco, presso Petelia (forse odierna Strongoli, in provincia di Crotone), nel Bruzio, mentre, secondo lo storico tardo romano Paolo Orosio, nei pressi delle sorgenti del fiume Sele (“ad caput Sylaris fluminis“), site tra i territori di Caposele e Quaglietta, nell’alta valle del Sele (in provincia di Avellino), nell’allora Lucania (14). In Wikipedia alla nota (14) è scritto: “Nel libro di Fabio Cioffi e Alberto Cristofori, Civilta in movimento, si afferma che nell’alta valle del Sele, nella seconda metà del 900, ci sono stati ritrovamenti di armature, loriche e gladii di epoca romana, che potrebbero risalire alla battaglia del 71 a.C.”

Nel …… d.C., Nerulo e le origini di Cesare Augusto Ottaviano

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 184-185 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “II. In un’altra contingenza appare nella storia romana il nome di Nerulo. Lo storico latino Svetonio Tranquillo, che scrisse le vite dei dodici Cesari, – Vitae duodecim Caesarum – nella biografia di Cesare Augusto riferisce che Cassio, volendo fare a costui oltraggio, in un’epistola lo avesse qualificato non solo come nipote d’un mugnaio, ma pure d’un banchiere di Nerulo. (Nerulanensis mensarium). Ecco le parole di Svetonio: “Cassius quidam Parmensis quadam epistola non tantu ut pistoris, sed ut nummulari nepotem sic taxat Augustum: Materna tibi farina ex crudissimo Ariciae pistino hanc finxit manibus collybo decoloratis Nerulanensis mensarius”. – cioè: “Cassio Parmense in una sua epistola taccia Augusto non solo come nipote di un mugnaio, ma pure di un banchiere, dicendo: Il banchiere di Nerulo con le mani tinte del sudiciume del rame manda questa lettera formata con la farina materna del rozzo mulino d’Ariccia” (piccola terra della campagna romana). Lo stesso Svetonio crede che questa fosse stata un’infamia lanciata da Cassio ad Augusto, come quella che fu contro lo stesso inferta da Marco Antonio il quale “per avvilire ancora la materna origine di Augusto, osa dire che il suo bisavolo fu Africano e gli rinfaccia ora che fu profumiere ed ora che ei fu mugnaio d’Ariccia”. (1).”. Il Pesce, a p. 185, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi le Vite dei dodici Cesari di C. Svetonio Tranquillo tradotto da F. Paolo del Rosso, Napoli, 1887, pag. 11.”.

Reliquie di santi e di martiri nel basso Cilento

Nicola Maria Laudisio (…), nella sua Sinossi della Diocesi di Policastro”, (si veda edizione curata da GG. Visconti), a pp. 98-99, in proposito scriveva che: “Oltre le sacre reliquie che in tutta la diocesi sono venerate anche come le insegne della diocesi stessa, a Lagonegro è pure venerata con grande pietà una delle spine della corona di Cristo e preso i frati minori cappuccini di S. Maria degli Angeli il corpo di S. Placido martire; inoltre il sacro corpo di Celestino martire, di cui abbiamo già parlato, è conservato nella chiesa parrocchiale ed è esposto alla venerazione dei fedeli proprio come il corpo del già citato S. Giocondo martire coservato nella cattedrale di Policastro. Ma anche altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Flelice, S. Teodoro e S. Donato.”. Il Laudisio, a p. 45, scriveva pure che: “I corpi di queste sette santi ‘sono sepolti in pace, e i loro nomi vivranno in eterno; agli occhi degli stolti parve che essi morissero, ma essi, sono nella pace'”. Infatti, il Laudisio (v. versione a cura del Visconti), a p. 45, in proposito scriveva che: “Septem corpora Sanctorum ‘in pace sepulta sunt, et vivent nomina eorum in aeternum; visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace (154).”. Il Laudisio, a p. 45, nella nota (154) postillava che: “(154) ‘Sapient.’, 3, 2, 3 (Visi sunt oculis insipientium mori’, et aestimata est afflictio exitus illorum. Et quod a nobis est iter, exterminium; ‘illi autem sunt in pace’.”. Il Laudisio, a p. 45, postillava “Sapient.”. Sui martiri e le reliquie, il Laudisio (….), a p. 100, ci dice che: “Anche a Lauria c’era un’abbazia benedetina, quella di S. Filippo; ma, essendo nei secoli scorsi andato in rovina il monastero, è divenuta di patronato regio sin dal 1400. Ne rimane soltanto la cappella, ma è ora priva di beni, e la reliquia del Santo è stata portata nella chiesa di S. Giacomo della stessa città di Lauria.”. Il Visconti nella versione curata della Sinossi del Laudisio, nell’Indice dei nomi, a pp. 138-139, in proposito scriveva: “Regione, località del basso Cilento, 71: reliquie: di S. Nicola nella Chiesa Madre di Rivello, 84; di S. Giocondo nella cattedrale di Policastro, 93, 98; di S. Celestino nella Chiesa madre di Lagonegro, 93, 98; una delle spine della corona di Cristo a Lagonegro, 98; di S. Placido nella Chiesa di S. Maria degli Angeli dei frati Minori Capuccini di Lagonegro, 98; di S. Mansueto nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello, 98; di S. Felice nella Chiesa di Tortorella, 98-99; di S. Teodoro nella chiesa di Sicilì, 99; di S. Donato nella chiesa di Torre Orsaia, 99; di S. Filippo nella chiesa di S. Giacomo a Lauria, 100.”. Infatti, il Laudisio, a p. 93, in proposito scriveva che: “Lo stesso vescovo Ludovici ottenne dalla Santa Sede il santo corpo del martire Giocondo che stava nelle catacombe, ed ora queste sacre reliquie, coperte da una veste mirabilmente ricamata in oro, sono venerate nella Cattedrale. La sedonda domenica dopo Pasqua si celebra la festa di questo santo a cui accorre un gran numero di abitanti dei paesi vicini. Portò con sé da Roma anche un altro corpo di un santo martire, chiuso in una teca munita di sigilli che ne attestavano l’autenticità, e che donò al clero di Lagonegro. Il 26 luglio 1819 nella Chiesa Madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo del reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora pro-vicario generale ed ora degnissimo vicario dell’abbazia nullius* di S. Pietro di Licusati. Nella teca fu trovato ed uffcicialmente riconosciuto il corpo di S. Celestino martire, e a parte, in una ampolla di vetro, rappreso, il suo sacro sangue. Le ossa di questo sacro corpo furono subito offerte alla venerazione dei fedeli e ancora oggi non sono state anatomicamente ricomposte.”. Il Laudisio, a p. 84, in proposito scriveva che: “Sotto l’edificio della Chiesa Madre, di cui abbiamo già fatto cenno, vi è un ipogeo davvero meraviglioso sorretto, con una magnifica realizzazione architettonica, da due ordini di diciotto colonne ciascuno. Nell’ipogeo si innalza un altare consacrato a S. Nicola di Mira, patrono della città, e alla destra dell’altare vi è sulla parete, a testimonianza perenne per i posteri, una lapide, con la data 8 ottobre 1752, che tramanda che in quell’ipogeo parecchie volte è sgorgato da ogni parte quell’umore soprannaturale che ogni giorno sgorga dalle ossa del Santo nella basilica di Bari (6); perciò il clero ed il popolo, dopo aver raccolto il denaro, hanno ornato più splendidamente di prima l’ipogeo che, già da tempo consacrato a S. Nicola strenuo difensore della fede (7), era poi caduto in uno stato di squallore e di abbandono. Questo attesta don Nicola Woli, avvocato del foro ecclesiastico di Napoli e in quel tempo prefetto dell’Urbe. Infine, nell’ipogeo è conservata una reliquia autentica del Santo. Una fonte d’acqua non molto distante oggi comunemente fontana dei Longobardi, mentre un’altra, posta sul declivio su cui s’innalza l’abitato, è invece chiamata da tutti fontana dei Greci in base ad un’antica tradizione. “. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (6) postillava: “(6) E’ un liquido oleoso, detto “manna di S. Nicola”, che quotidianamente emana dalle ossa del Santo conservate nella basilica di Bari (n.d.T.).”. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (7) postillava: “(7) L’Autore allude probabilmente alla leggenda secondo la quae, nel Concilio di Nicea del 325 d.C., S. Nicola avrebbe schiaffeggiato l’eretico Ario (n.d.T.).”.

Nel VII-VIII sec. d.C., i Longobardi a Lagonegro ?

Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: “53. Lagonegro. A due miglia, o poco più dal paese è un lago perenne di una ceta estensione: non è impossibile che la zona di terra, su cui ebbe oriine il paese, fosse stata un latifondo, una massa, un dominio feudale, di un gasindo longobardo o franco, o normanno, e che avesse tolto il suo complessivo nome dal lago. Un’antica tradizione paesana ricorderebbe un lago o stagno non lontano dal castello che è a cavaliere della città; e il lago, dalle ombre degli abeti che li circondavano, prendeva la qualifica di nero. Ma la topografia attuale del castello non consente alla tradizione.”. Non si capisce bene se la tradizine si riferisca al Lago Sirino o al Lago Laudemio o al Lago Remmo, non molto distanti dal monteSirino e da Lagonegro. Da Wikipedial eggiamo che fu fortificata dai Longobardi di Salerno e in seguito assegnata dai Normanni alla contea di Lauria, per poi divenire feudo di diverse famiglie. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello. – Si trova nel m. e anche ‘riballus’ per ‘rivellus, rivulus,’. Ma più probabilmente è derivato da ‘racina’ (fr. rovine), racinello, ravello; e “ravina” è identico a Gravina. I Gravi o Gravine indicano, in certi dialetti, luoghi scoscesi e dirupati; e ‘grava’, medievale, è dal tedesco ‘graven’, ‘fodere’. Mutazione dell’a in i, per distinguerla da Ravello sulla costa di Amalfi.  – L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 188-189 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Nessuna traccia troviamo, nella nostra città, del dominio dei Longobardi, i quali in molti paesi ebbero stabile sede ed imperio. Nel vicino Comune di Rivello i Longobardi occuparono la parte superiore attorno al Castello, detto tuttora Motta – nome che nel Medio Evo era dato ad ogni fortezza – mentre contemporaneamente i Greci occupavano il rione inferiore; ed è strano che i due popoli, differenti di razza, d’indole, di tradizioni, di linguaggio e d’istinti, abbiano potuto così vivere a contatto, benchè in continuo antagonismo fra di loro. Colà tutt’ora si conservano queste tradizioni, come permangono i nomi di piazza e di fontana dei Longobardi, nonchè d’altra parte piazza e fontana dei Greci.. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Secondo il Laudisio, gli abitanti dell’antica città di Velia, posta sul promontorio di Palinuro, a seguito della sua distruzione avvenuta nell’anno 915 ad opera dei Saraceni, si rifugiarono nel castello longobardo di Rivello, dove vi fondarono la nuova Revelia. Il Laudisio (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), credeva l’antica città di Velia, sorta sul promontorio di Palinuro (forse confondendola con l’antica città della Molpa). Secondo il Laudisio (…), dopo la distruzione saracena dell’anno 915 (anno che cita pure il Volpe (…)), gli abitanti superstiti di Velia (Molpa?), si rifugiarono nel castello di Rivello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi”. Dunque, secondo il Laudisio, il castello di Rivello, fu fortificato nel VI secolo dai Longobardi al tempo di Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. La notizia di un castello fortificato dai Longobardi nel VI secolo, è di enorme importanza per queste terre. Ricordiamo tutte le notizie che abbiamo intorno al VI secolo e la nascita di alcuni enclavi cattolici, come Paestum, Velia e Buxentum. Dal punto di vista strettamente storiografico, la prima notizia di un’origine Eleatica dell’antica Rivello, non viene solo dal Laudisio (…) che, oltre a trarla dagli antichi documenti esistenti nella stessa sua Diocesi, l’aveva presa da Scipione Mazzella Napolitano e dallo stesso Antonini (…), che parlarono pure della ‘Lucania’. Scipione Mazzella Napolitano (…), ed il suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, edito nel 1601, a p. 124, descriveva del promontorio di Palinuro e poi a p. 130, in proposito alla voce ‘Riviello’, scriveva che: “fuochi 546”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Etc..”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”.

Nel VII-VIII sec. d.C., i Longobardi a Rivello ed il testamento di Bernardo D’Argencia

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 188-189 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: Soggiungerò qui che nella Parrocchia di San Nicola del rione Longobardo conservavasi – a quanto assicura nel suo manoscritto il nostro concittadino Tortorella – l’originale d’un testamento d’un certo Bernardo D’Argencia, ‘vir Longobardus more Longubardorum vivens’. Ciò può ritenersi anche una prova della ‘vexata quaestio’ della consistenza del diritto longobardo e dell’antico diritto romano.”. Da Wikipedia leggiamo che vuolsi invece fosse sorta all’epoca Longobarda ed il nome avesse tolto da un lago o stagno formato dal Tanagro detto pur Negro. Si crede che la città prendesse il nome da un lago formatosi dal fiume Tanagro, e da lì l’insediamento longobardo prese il nome di Lagonegro. Fu fortificata dai Longobardi di Salerno e in seguito assegnata dai Normanni alla contea di Lauria, per poi divenire feudo di diverse famiglie. Da Wikipedia leggiamo che la chiesa di San Nicola si trova nel comune di Lagonegro, in Basilicata, ed è concattedrale della diocesi di Tursi-Lagonegro. La concattedrale di San Nicola è stata edificata tra il IX ed il X secolo, ma è stata ristrutturata numerose volte nel corso del tempo. L’interno dell’edificio è molto ampio e presenta forme irregolari per i vari ampliamenti realizzati. All’interno è conservato un crocifisso di Altobello Persio, una tela con Madonna e sante di Giovanni Bernardino Azzolino e l’altare maggiore che risale al Settecento. Secondo una tradizione nella chiesa sarebbe stata sepolta Lisa del Giocondo, morta a Lagonegro nel 1506.

Nel X e XI secolo, i cenobi ed i monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania

Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne’, pur non citando affatto il monastero grancia dei monaci Basiliani di San Pietro al Tamusso, dipendente dall’Abbazia italo-greca di Rofrano, in proposito scriveva del ‘Mercurion’ a p. 45 scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie nel Principato di Benevento ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro interessantissimo di vita monastica. Qui si stabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una “nuova Tebaide”. Il Mercurion ecc…”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 48 scriveva che: “La regione dell’antico Latinianon può essere riconosciuta nelle attuali borgate della valle del Tanagro: Montesano, S. Pietro, Sassano, Polla, S. Arsenio, S. Rufo con punte a Sant’Angelo a Fasanella, Ottati, Roscigno, Sacco, Castelcivita; per quanto riguarda invece la valle dell’Agri: Brienza, Tito, Marsico Vetere, Laurenziana, Viggiano, Corleto Perticara, Cersosimo, S. Chirico Raparo, Castelsaraceno, Episcopia, Calvello.”Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “L’esercito di Basilio il Macedone, generale al servizio di Michele terzo l’Ubriaco e futuro imperatore d’Oriente, annientò le bande d’arabi che tenevano la Lucania, conquistando la regione sul finire del nono secolo: alla volontà politica di costui si deve con ogni probabilità anche l’organizzazione urbana del primo abitato di Padula, testimoniata pure dall’ampliamento di San Nicola de Donnis con l’aula ecclesiastica etc….Poi, con la conquista macèdone, si delinea meglio la struttura amministrativa della Lucania bizantina, il cosiddetto ‘thema’ di Lucania: essa fa parte del più ampio organismo politico del Mezzogiorno bizantino, il ‘Catepanato’ d’Italia, e a sua volta s’articola in almeno tre divisioni, corrispondenti pure a unità monastiche (‘eparkhjie’), e definite in termini burocratici ‘turne’, quali sono il ‘Mercurion, il Latinianon, il Lago Negro – l’εν τω Λακκφ Νιγρφ καλουμενφ (e ndò Làkko Nhjighro Kalumnhjèno: ‘nel cosiddetto Lago Negro’) ricordato dal patriarca di Gerusalemme Oreste nella biografia dei Santi Saba, Macario e il loro padre Cristoforo – E il Vallo di Diano, che costituiva per spessore culturale e religioso un’entità monastica considerevole (L. R. Ménager, La “byzantinisation” religeuse de l’Italie méridionale (IX-XII siècles) et la politique des Normands d’Italie, p. 772, nota 4), probabilmente poté esser compreso nel ‘Lago Negro’. Infatti il Tanagro, il corso d’acqua che l’attraversa, e nasce per di più nei monti dell’attuale Lagonegro, nel periodo medievale era denominato per l’appunto ‘il fiume nero’ –  ο μαυρος ποταμος, o màvros potamòs (F. Trinchera, CIV, p. 136, e CVIII, p. 143) – Forse le parole ‘Làkkos e Nigros’ intendevano propriamente, che la tradizione diretta poteva essere alquanto alterata nello scritto del presule gerosolimitano, la zona del ‘bacino del Negro’, cioè del Tanàgro: e la si dovrebbe considerare dalla sorgente alla confluenza col Sele, all’inizio della piana di Pesto. All’abitato prossimo alle fonti del Tanàgro sarebbe rimasto l’attributo antonomastico dell’apprezzata e fervente eparchia. Inoltre, se si volesse assegnare al solo attuale Lagonegrese, coi paesi di Rivello, Lauria, Nemoli, Trecchina, tale ampia indicazione geografica, le fondazioni religiose conosciute e documentate del distretto mal potrebbero giustificare la cosa. Che il Vallo e il Cilento meridionale si trovasero al di qua della linea- peraltro alquanto mobile – di confine tra il Principato longobardo di Salerno e il Catepanato vien confermato, inoltre, dall’espansione del monachesimo occidentale, l’Ordo Sancti Benedicti’, che non penetrò minimamente nel territorio attraversato dal Tanàgro se non dopo l’avvento dei Normanni e non prima del 1086, benchè i dinasti salernitani ne avessero favorito in ogni modo la diffusione e con la donazione dell’abate Alferio avessero fondato nel 1025 una Casa benedettina a Mitiliano di Cava, dotata di numerosi domini nell’Actus Cilenti, la quale poi, coi nuovi dominatori, ottenne possedimenti finanche in Calabria e in Lucania.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “1. La Calabria prima della introduzione del feudalesimo. Bizantini e Longobardi nella Regione”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 91 e sgg., in proposito scriveva che: Allorquando il Ducato beneventano si frazionò nel principato di Salerno e nel principato di Benevento, nell’atto di divisione dell’847 (2), toccarono al primo i possedimenti longobardi di Calabria, delimitati sempre dalla vecchia linea Rossano-Bisignano- Amantea (3); in una parla, il principato di Siconolfo e dei suoi successori, conprese sedici ‘gastaldi’, dei quali quattro in Calabria: Canna, Cassano, Cosenza, Laino. Questa diversità di dominazione ebbe conseuenze molteplici e diverse nelle due parti della Calabria. Nella parte più meridionale di essa e in aree e località sparse della rimanente, l’ellenismo bizantino si venne infiltrando in tutte le manifestazioni di vita: nei costumi, nel rito, nel diritto degli abitanti, lasciando tracce ancora oggi non del tutto cancellate. L’eresia e la persecuzione iconoclastica sottrassero alla dipendenza ed all’autorità della Chiesa di Roma i vescovati di Calabria, come in Puglia e di Sicilia, e li sottomisero al patriarcato di Costantinopoli, che li organizzò in una ‘metropolia’, alla cui testa pose l’arcivescovo di Reggio (4). Riesce oggi malagevole dare un’esatta enumerazione delle diocesi calabresi per le età anteriori al secolo X, malgrado la presenza di cataloghi imperiali patriarcali, le cosiddette ‘diatiposi’: ad ogni modo, è noto che alcune di esse non sfuggirono al vandalismo distruttore delle invasioni musulmane (5). E se l’editto di Leone Isaurico scacciava dai territori dell’impero i monaci basiliani, difensori intrepidi dell’ortodossia, furono le campagne ed i vergini monti della Calabria ad accoglierne non pochi, così come le aree litoranee della Sicilia da Siracusa a Messina etc….Senonchè nel corso del IX secolo, la Sicilia cadde sotto il dominio degli Arabi, e allora i Greci di Sicilia, perseguitati dai nuovi dominatori o non disposti a sottostare al loro intollerante dominio, trovarono asilo, oltre che nel Peloponneso, in Calabria, che divenne “le refuge naturel des chretiens chassés de Sicile”, come scrisse il Batiffol (7). Dopo la caduta di Taormina (nel 902), che segnò per l’Impero bizantino la perdita totale e definitiva dell’isola, troviamo infatti che numerose famiglie di Greci cercano sede e riparo nelle vicine città di Calabria: a Reggio (…………), a Gerace (………………..), a Cosenzia (…………..) etc…Ne sono da dimenticare le colonie, che, a più riprese, gl’imperatori di Costantinopoli dedussero onde ripopolare le terre della Calabria, desolate dalle invasioni dei Saraceni. Basilio I il Macedone, ad esempio, vi trasferì in una sola volta 3000 schiavi affrancati con il danaro tratto dalla pingue eredità della vedova Danielis (9).”.

Nel 871, i Bizantini e Ludovico II conquistano Bari

Nell’871-72, Salerno subì un lungo assedio da parte dei musulmani e malgrado la forte resistenza del principe Guaiferio, la città riuscì a liberarsi solo grazie all’intervento dell’imperatore Ludovico II, che ottenne in ostaggio i figli del principe quale pegno di fedeltà. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che:  “Si deve a Basilio I, il fondatore della dinastia macedone, il ripristino della sovranità imperiale su ampie porzioni dell’Italia meridionale, la quale nella prospettiva costantinopolitana riacquista rilevanza strategica man mano che si profila come ineluttabile la conquista aglabita della Sicilia (827-902). Il nuovo processo di espansione prende avvio in seguito alla riconquista di Bari, il cui emirato islamico cade sotto i colpi decisivi della flotta bizantina e delle forze di terra dell’imperatore latino Ludovico II (871)(91). Etc…”Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (91) postillava che: “(91) G. Musca, Ludovico II, Basilio I e la fine dell’emirato di Bari, in Archivio Storico Pugliese, n.s., XIX (1966), pp. 168 ss.; A.A. Vasiliev, Byzance et les Arabes, II, 1 ediz. franc. Bruxelles 1968, p. 14 ss. “. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 44 e ssg., in proposito scriveva che: Incerto è anche il ruolo da assegnare alle incursioni saracene: sebbene la tradizione storiografica, che risale agli storici eruditi del Settecento, parli di danni gravissimi arrecati dai Saraceni ad ‘Atina, Consilinum e Tegianum’ (4), non sono riuscito a trovare nelle fonti narrative del tempo altro che un accenno indiretto ad un loro passaggio per il Vallo di Diano. Riferisce infatti il ‘Chronicon Salernitanum’ che nell’anno 871 “Agarenorum rex (….), Abdila cum sexaginta duo mila pugnatorum ‘per Calabriam Salernum venit”(5), ma nell’agosto dell’anno seguente, dopo undici mesi di assedio, fu costretto a rinuncare alla conquista della città per l’arrivo dell’Imperatore Ludovico II (6). Etc…..Più valore ha il dato fornitoci da una carta cavense del giugno 1115 che, a proposito della chiesa di S. Maria ‘de Matuniano’ presso Teggiano, dice che essa ‘ab antiquis temporibus destructa fuit a barbaris’ (10), anche se non è da scartare del tutto l’ipotesi che i barbari del nostro documento possano essere i Germani del V-VI secolo (11). Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (5) postillava che: “(5) Ed. Westembergh, Stockolm 1956, cap. 111, p. 124.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (6) postillava che: “(6) “At Agareni mutuentes adventum Francorum, ilico super suum iam dictum regem irruunt, eumque comprehendunt, manusque vinxerunt, et in navem retrudunt, et iter arripiunt. Sed prius enim quam fugam arriperet nefanda genius, huiusmodi signum de celo Redemptor multis ostendit: faculam igneam permaximam prepete cursum in medio navium iecit, quam mox secuta est tempestas, que cunctas liburnas frustatim dirrupit. Alii vero Calabriam aderunt, eamque intra se divisam repperientes, funditus depopularunt”. (ivi, cap. 118, p. 132). In verità il passo è interpretato da A. Di Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, IV, Napoli, 1798, p. 258, nel senso che tutti i Saraceni si imbarcano, ma parte annegano e parte approdano in Calabria, il che, tra l’altro, è in contraddizione con quanto è detto nel citato cap. 111 del Chronicon Salernitanum, sulla base del quale lo stesso Di Meo afferma che i Saraceni arrivarono a Salerno risalendo dalla Calabria. Credo invece che il passo in questione vada interpretato nel senso che gli assediati costringono il loro re ad imbarcarsi su una delle navi che evidentemente avevano appoggiato dal mare la marcia dei Saraceni, mentre il grosso dell’esercito, formato secondo il cronista salernitano da ben 62.000 uomini, fa ritorno in Calabria percorrendo l’antica strada Reggio-Capuam, che nel Medioevo, come è noto, fu la strada ppercorsa dai grandi eserciti che si dirigevano verso l’estremo sud della penisola.”. Il Vitolo, a p. 45, nella nota (10) postillava che: “(10) AC XX, 30 (1115, giugno). L’espressione si ritrova anche in AC XX, 28 e 29; si tratta però di due falsi, sui quali si veda C. Carlone, I principi Guaimario e i monaci cavensi nel vallo di Diano, in “Archivi e Cultura”, X (1976), pp. 47-66.”. Il Vitolo, a p. 47, nella nota (11) postillava che: “(11) E’ da tenere presente infatti che nelle fonti documentarie del Salernitano i Saraceni non sono mai chiamati barbari, mentre invece le fonti narrative usano le espressioni: ‘Saraceni, Agareni, Hismaelitae, Poeni, Hispani, Pagani. Per quel che ne so, l’espressione ‘barbari’ è usata soltanto dall’autore della ‘Translatio’ di S. Matteo, il quale riferisce che le reliquie dell’evangelista furono ritrovate nel 954 in una chiesa presso Casalvelino ‘a barbaris destructa’ (G. Talamo Atenolfi, I testi medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100). Come aggettivo riferito ai Saraceni, barbari si ritrova in un documento del febbraio del 882, in cui si parla di un abitante di Nocera che non poteva raggiungere Salerno ‘pro ista generationes barbaras saracenorum, unde in cibitate ista salernitana circumclusi sumus’ (CDC I, 110).”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “L’esercito di Basilio il Macedone, generale al servizio di Michele terzo l’Ubriaco e futuro imperatore d’Oriente, annientò le bande d’arabi che tenevano la Lucania, conquistando la regione sul finire del nono secolo: alla volontà politica di costui si deve con ogni probabilità anche l’organizzazione urbana del primo abitato di Padula, testimoniata pure dall’ampliamento di San Nicola de Donnis con l’aula ecclesiastica etc…”.

Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba e di Lagonegro e localizza il Mercurion

Filippo Bulgarella (…) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di San Saba (…) da Collesano, o Saba il giovane, in proposito scriveva che la maggior parte delle notizie sulla sua vita pervengono dal testo scritto da Oreste, patriarca Gerosolimitano. Chi era questo Oreste ?. Il Bulgarella (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “Soltanto i Santi Saba il Giovane, Macario e Cristoforo, originari di Collesano, ebbero invece un agiografo estraneo agli ambienti greci della Sicilia e dell’Italia meridionale, giacchè le loro Vite furono scritte sul finire del secolo X dal palestinese Oreste, patriarca di Gerusalemme, il quale forse aveva avuto modo di conoscere i suoi personaggi – o almeno il loro corifeo, San Saba – in qualche località della Calabria o delle altre regioni meridionali se non nella stessa Roma (35).”. Il Bulgarella a p. 33 nella sua nota (35) postillava di Oreste e scriveva che: “(35) E’ probabile che Oreste abbia soggiornato in Calabria e vi abbia conosciuto i suoi personaggi (G. Da Cosa Louillet, ‘Sains de Sicile…’, cit., pp. 132 s.).”. Sempre il Bulgarella scrive pure nella sua nota (35) a p. 34, che: “Oreste era cognato del califfo fatimida, ebbe incarichi diplomatici, morì a Costantinopoli e in Occidente fu considerato martire forse perchè confuso col suo predecessore Giovanni o con suo fratello Arsenio, patriarca d’Alessandria d’Egitto. Non è da escludere che Oreste abbia potuto incontrare, o seguire, Saba, in altri luoghi frequentati dall’asceta…..Su Oreste, o Geremia: “Acta Sanctorum”, Mai, tomo III, Parisiis et Romae 1866, p. XLIII ecc..”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il Bios di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152).

Cozza-Luzi

Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89, parlando di Lagonegro e di S. Macario, in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, ecc…(1)…..Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle ecc…”. Sebbene il Pesce (…) a p. 89, nella sua nota (1) postillasse che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma,”, si riferiva al codice Vaticano Greco 2072, pubblicato dal Cozza-Luzi (…) che nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il ‘Bios’ di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. Infatti, il volume fu pubblicato anche da Paolo Emilio Santorio (…), nel 1601, nel suo Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, citato pure dall’Antonini (…) che a p. …., , parlando di S. Nilo, nella sua nota (1) postillava: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’. Proprio su questo antichissimo codice greco, ha scritto pure Carlo Pesce (…), forse sulla scorta del manoscritto di Alessandro Falcone (…). Questo codice Vaticano Greco fu citato anche da Cassiodore (…), nel suo “Magni Aurelii Cassiodori Senatoris etc..”, opera omnia dove è scritto: “ ínquir Paulus fflmilius Santorius in historia Monasterii Carbonensis pag. x4 “. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Fonti e Bibl.: Vita S. Lucae Abbatis, in Acta Sanctorum, Oct. VI, Abbatia Tongerloensis 1794, coll. 337-341; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste Patriarcha Hierosolymitano, a cura di I. Cozza-Luzi, Romae 1893. J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380; G. Da Costa-Louillet, Saints de Sicile et d’Italie méridionale aux VIIIe. IXe et Xe siècles, in Byzantion, XXIX-XXX (1959-1960), pp. 130-142; V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; S. Caruso, Sulla tradizione manoscritta della vita di S. Saba il giovane di Oreste di Gerusalemme, in Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, XXVIII (1974), pp. 103-107; G. Mongelli, Saba da Collesano, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma 1990, p. 531 (da usare con cautela); S. Caruso, Sicilia e Calabria nell’agiografia storica italogreca, in Calabria Cristiana: società, religione e cultura nel territorio della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, I, a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli 1999, pp. 563-604; L. Canetti, Giovanni XVI, antipapa, in Dizionario biografico degli Italiani, LV, Roma 2000, pp. 590-595; M. Falla Castelfranchi, I ritratti dei monaci italo-greci nella pittura bizantina dell’Italia meridionale, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, 2002, vol. 39, pp. 145-155; E. Tounta, Saints, rulers and communities in Southern Italy: the Vitae of the italo-greek saints (Tenth to Eleventh centuries) and their audiences, in Journal of medieval history, XLII (2016), 4, pp. 429-455.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”.

Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba a Palinuro, dell’incontro con Pietro e localizza il Mercurion

Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, nel vol. I, a pp. 66-67-68, in proposito scriveva che: “Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in un altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion’) di Salerno (232), chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perchè oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio (233), ci informa anche che il cenobio di S. Nazario, come molti di quelli sparsi nell’antica chora di Velia, erano stati fondati da religiosi del Mercurion e non da queli del Latinianon (234), come dimostrano alcuni toponimi viventi (235) che ricordano il maestro di S. Nilo, S. Fantino.”. Ebner, a p. 66, nella nota (232) postillava: “(232) Codex Criptensis B, II, f. 175….Per la bibliografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Ebner, a p. 67, nella nota (233) postillava: “(233) ….Del resto lo stresso Cappelli (cit., p. 229) riporta dalla ‘Historia et laudes….’ cit., del patriarca di Gerusalemme Oreste, la descrizione del “Mercurion come solitaria provincia monastica incuneata tra i confini di Calabria e Longobardia, al limite cioè dell’impero bizantino e del principato di Salerno al controllo dei quali così sfuggiva, come all’altro del vescovato di Cassano alla Jonio”, provincia, però, sempre sottoposta a Bisanzio, come mostra il ‘Bios’ di S. Nilo, I, 5. Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro che Oreste ubica “nei territori della Lucania”, ubicazione possibile se nel Lucania si vede il gastaldato. Il Cappelli, p. 278, ammette che il Mercurion e il Latinianon erano stati riconquistati da Niceforo Foca.”. Ebner, a p. 67, nella nota (234) postillava che: “(234) Sede del gastaldato omonimo ancora nel 950/1, come vorrebbe il ‘Chronicon salern., ma bizantino con Niceforo Foca. Cfr. il documento del 1041 che il Cappelli, p. 258, riprende da Robinson. Ma già nel 968 era stato sottoposto dal patriarca di Costantinopoli Poliento alla chiesa metropolitana di Otranto.”. Ebner, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Bios ci parla pure della via percorsa e del tempo impiegato da Nicola per giungere a S. Nazario (236), cioè una buona giornata di cammino seguendo la linea costiera.”.  Ebner, a p. 68, nella nota (236) postillava: “(236) Odierna frazione del comune di S. Mauro la Bruca (Salerno). Sul tempo impiegato vedi Bios, I, 6.”. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Nazario è una frazione dell’odierno Comune di S. Mauro la Bruca nel basso Cilento, o Cilento maridionale. Dunque, Ebner scriveva che: Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro etc…” ma, cita la pagina sbagliata, perchè il Cappelli non ne parla a p. 356 ma a pp. 255-256. Infatti, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 255 e ssg., in proposito scriveva che: “Ormai bisogna però completamente e definitivamente rigettare questa interpretazione sia per Mercurion che per Lucania. La denominazione del primo deriva infatti da quella di un fiume e di un omonimo castello di Mercurium del quale si hanno notizie fino alla prima fase angioina rimanendone scarsi avanzi ed una chiesetta bizantina abbastanza ben conservata che dominano la confluenza del fiume Argentino con il Mercure-Lao (2), quasi ai confini attuali della Calabria settentrionale. A sua volta della seconda è stato riconosciuto il formidabile sito nei cospicui resti di una imprendibile fortezza che corona la sommità del monte Stella nel Cilento (3).”. Sempre il Cappelli, a p. 256 scriveva che: “Ai documenti però raccolti e conosciuti in base ai quali si era creduto che il territorio che nel medioevo prendeva da questo abitato la denominazione di Lucania fosse limitato al comprensorio sito tra i fiumi Sele ed Alento (4), posso ora aggiungere una preziosa testimonianza che ne allarga di molto i limiti e che ci viene offerta dall’agiografia di S. Saba di Collesano, redatta in greco nei primissimi anni del secolo XI dal patriarca Oreste di Costantinopoli (5). Il quale per la sua precisa informazione geografica e topografica dimostra di aver conosciuto di persona almeno una parte dei luoghi di cui parla per avere forse seguito il beato, di cui narra la storia, in qualche sua peregriazione. In questo testo infatti viene espressamente e chiaramente ricordato un luogo marittimo detto Palinodion, dove il beato Saba, che allora vi dimorava, ricevette la visita del suo amico Pietro giuntovi per via di mare da Amalfi; luogo indicato come sito, in perfetto accordo con l’espressione sempre usata nei predetti documenti, “nei territori della Lucania”. Nessun dubbio mi rimane infatti che la località Palinodion corrisponda al suggestivo azzurro capo argentato di olivi di Palinuro. In questo modo la regione che nel medioeso prendeva il nome dalla fortezza di Lucania doveva estendersi nel medioevo sulle coste tirreniche almeno fino al monte Bulgheria se non ancora più a mezzogiorno (6).”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (1) postillava: “(1) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia, auctore ORESTE patriarca Hierosolimitani (…edidit et adnotationibus illustrant I. Cozza-Luzi), Romae, MDCCCXCIII, p. 138, n. 0.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (2) postillava: “(2) V. in questo volume: Voci del Mercurion e Il Mercurion. E’ strano come assai di recente A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi proenienti dall’archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 1971, Città del Vaticano, 1958, p. 528, erroneamente situi Mercurion “nella valle del Crati”. Ivi ancora a pag. 484: la località Caricchio non si trova sita nel territorio di Morano Calabro, bensì in quello di Mormanno.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (3) postillava: “(3) V. Panebianco, A proposito della capitale della confederazione Lucana, in Rassegna Storica Salernitana”, VI (1945), pp. 108 ss.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (5) postillava: “(5) Historia etc…, op. cit., p. 0”.

Origini dei cenobi e monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania (ai confini Calabro-Lucani)

Cattura

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco. L’Italia annessa al codice greco ‘Conventi Soppressi 626′, conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana e Palatina di Firenze (Archivio digitale Attanasio)

Il Monachesimo italo-greco o basiliano

Queste terre rivestono un’importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (…). La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9; vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola (…). Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, anche nelle grotte e nei cenobi (…). Una grotta di natura carsica detta di S. Michele si trova presso Caselle in Pittari. Un’altra grotta, anch’essa detta di S. Michele, si trova a Sicilì a 10 Km. da Caselle in Pittari. Ancora oggi si può vedere il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro. Il Tancredi (…), riporta in proposito un passo del saggio di Biagio Cappelli (…), che nel 1957, scriveva: Nel 570 i Longobardi, chiedendo il perdono a Dio delle loro colpe, avevano donato alla Chiesa il territorio di S. Giovanni; qui i monaci Basiliani scelsero la zona del Cesareto per coltivarla, incrementando gli armenti e assicurando, così, al Cenobio una notevole risorsa economica, costituendo esso un vero Baronato, investito di poteri feudali. A tal fine sembra che siano stati individuati sul posto i coloni di Roccagloriosa e di Celle di Bulgheria, che precedevano la comunità bizantina e che, poi rimasti a S. Giovanni a Piro, avrebbero formato il primo nucleo di abitanti ecc..”Pietro Ebner (…), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricordal’immigrazione bulgara in Italia del 667 (43))”. Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno (…). Il Gaetani (…), ricorda come esistessero nella Diocesi di Policastro, a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia (…). Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (…), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (…), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (4).”. Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537 parlando della chiesa di Policastro in proposito scriveva che: “…imperatori Leone Isaurico e Costantino Copronimo, acerrimi distruttori di sacre immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, delle quali non ultima al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime Chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò e nonostante la fondazione di due abbazie, addimandata una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (‘ab Epiro’), levatevi dà Calogeri orientali, quivi dalla persecuzione cacciati, pure la Chiesa busentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua sede di Roma (3). Ma non ebbero qui termine i duri travagli in che traboccò l’infelice regione lucana. Leone detto il sapiente (a. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore patriarca Anastasio consumato, e fece che le Chiese strappate alla divozione di Roma alla costantinopolitana sede fossero in perpetuo soggette. Ecc...

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Anastasii Bibliotecarii in papa Paulo, apud Bernino, historia haer., tomo 2, seculo 8, pag. 399 (…), ovvero “Anastasi Bibliotecario” che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo  ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709, tomo II, secolo VIII, p. 399, storia di “papa Paolo I°”, si veda p. 188 e s. (si veda p. 191). Sempre il Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537, continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), che tutte aveva provate le sventure di questo avvicendamento di signoria, ebbe a sperimentarne delle nuove, ma di questa natura: il cielo, se pure è il cielo quello che manda la distruzione sulla terra, o non piùttosto il malvagio talento degli ambiziosi, vollero con nuovi guai travagliarla. Ecc... Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Pare incontestabile l’opinione di quelli che riportano a quest’epoca il mutameno del nome di ‘Bussento’ in quello di ‘Policastro’ quasi ‘Paleocastro’ che in greco non suona altro che vecchio castello, come ‘Neocastro’ significa nuovo.”.

La ‘Valle del Diavolo’, il monte ‘Cellerano’, il promontorio della Molpa, il capo Spartivento a Palinuro ed il suo entroterra

Franesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: “Santo taumaturgo, S. Nicodemo esercitò il suo carisma anche a favore delle vittime delle scorrerie saracene, ecc…Cappelli sottolinea che la ‘Vita’ di S. Nicodemo, come pure quella di S. Saba, specifica che il luogo dove egli si era stabilito era una zona che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata al culto degli dei infernali. L’agiografo infatti narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con le forme più varie, mostruose e allettanti. Il riferimento sarebbe in questo caso al culto di Palinuro e alla grotta delle Ossa, perchè per le sue tremende tempeste il Capo “ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva” (3). La localizzazione dell’eremitaggio di S. Nicodemo si rende a questo punto possibile e verosimile poco più a valle dell’antica area culturale dedicata a Palinuro sulla collina di S. Paolo, posta in posizione elevata, visibile dal mare, e della quale abbiamo già fatto cenno. Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: “Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo bizantino del Mercurion e del Cilento, e precisamente il tratto che corre dalla foce del Mercure-Lao a sud, a quella del Solofrone a nord, ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato i suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta di Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39). Ricercando il monte Cellerano ecc…mi sembra che possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Palinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musumane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42). Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare. Questo capo, dove per i frequenti fortunali si è localizzato il leggendario naufragio del timoniere della nave di Enea e contro le cui rocce si infrangeva, per ricordare un caso, una una buona parte della flotta di Ottaviano che nel 36 a. C. navigava verso la Sicilia contro Sesto Pompeo (43), ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva. Alle quali venivano riferite, come ancora oggi si ritiene dai naturali del luogo, le molte ossa umane e di animali ammucchiate in una prossima grotta che invece appartengono all’età della pietra. Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Filgenzio: e cioè che il personaggio di Plalinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti  bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47). Ciò senza contare che il racconto potrebbe anche aver avuto come sfondo la stessa bassa valle del fiume Mingardo, detta oggi “valle dell’Inferno” per lo aspetto orrido che presenta nelle sue dolomie strapiombanti per centinaia di metri, in un paesaggio desolato su cui aleggiano solitudine e silenzio donati dalla completa assenza di vita che vi domina e che talora produce come un senso di angoscia. Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48). Nessun dubbio che questa corrisponde al suggestivo capo azzurro argentato di enormi olivi di Palinuro, se si considera che essa si trovava in un paese latino, ed infatti faceva parte del principato longobardo di Salerno, e se si tiene conto di un elemento di linguistico. E cioè che le due località della Calabria hanno un nome consimile al luogo ricordato dal biografo di S. Saba: il monte Planuda in territorio di Orsomarso e la contrada Palinuro nel comune di Colosimi. Ora, il nome ecc…Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, op. cit., I, pp. 273 e 274”. Riguardo il testo citato si tratta di Apollinare Agresta (…) e del suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”; l’altro testo è quello di Domenico Martire (…), e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’; Virgilio (…) e la sua ‘Eneide’; Licofrone (…); Alexandra (…) e la sua……………..e G. Alessio (…). Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (40) postillava che: “(40) P. Zancani-Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Velleii Paterculi, ‘Historiae’, II, 78.”. Riguardo il testo citato si tratta di Velleio Pacercolo (…) e il suo ‘Historiae’. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Fulgentii, ‘De continentia Vergiliana: vedi il passo che ci interessa in D. Comparetti, ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze, (s.d.), I, p. 136 n. 3.”. Riguardo il testo citato si tratta di Fabio Planciade Fulgenzio (Fulgentii), e del suo ‘De continentia Vergiliana’, ed il passo di D. Comparetti (…) ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo ai testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia…………, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (47) postillava che: “(47) O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.”. Riguardo il testo citato si tratta di Ottavio Gaetani (….) e del suo ‘Vitae Sanctorum Siculorum’, Panormi, 1657. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (49) postillava che: “(49) P. Zancani-Montuoro, op. cit., p. 16, n. 1”. Riguardo il testo citato si tratta di P. Zancani Montuoro (…) e del suo ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in ‘Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.’, XVIII, (1949). Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (50) postillava che: “(50)G. Rohlfs, ‘Dizionario dialettale delle tre Calabrie’, Halle- Milano, 1932, ss. I, introd., p. 34.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologie etc’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s..

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 189-190 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Sonosi pure rinvenute, scolpite rozzamente su pietra, varie iscrizioni di carattere greco, che fanno ritenere che i Greci abbiano avuto stanza in Lagonegro come in molti altri luoghi della regione. Questi popoli non s’hanno da confondere con gli antichi Elleni delle fiorenti città della Magna Grecia; essi furono dei Greci Bizantini, venuti per lo più in abiti di frati dall’Oriente donde emigrarono, principalmente dopo le persecuzioni iconoclaste del secolo VIII, e continuarono a parlare e a scrivere la lingua greca in mezzo a popolazioni che parlavano l’italico od il basso latino. Gli storici patrii surriferiti riportano qualche breve iscrizione greca, desunta qua e là da antiche lapidi, che sono andate disperse. In una lapide ‘affissa nel frontespizio dell’Ospedale di S. Maria delle Grazie’ – che fu diroccato dal terremoto del 1836 – il Falcone riferisce che era scolpita una strana epigrafe, che da alcuni ‘virtuosi’ era ritenuta di ‘caratteri negromantici (?) usati per rendere oscura l’èra’, ma che dallo stesso Mons. Falcone fu interpretata per greco latina così: ‘Crux Iusu – λυσον την δουλην χριστου libera servam Christi’. “. 

Nel 952, l’invasione araba della Sicilia, S. Cristoforo, S. Saba, S. Macario, la migrazione di monaci in Calabria e nel Cilento e la fondazione di monasteri

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Macario Abate, o San Macario di Collesano (Collesano, … – Oliveto Citra, 1005), fu un monaco italiano; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione avvalorata da studi recenti, si ritiene che San Macario sia nato a Collesano,[senza fonte] attualmente in provincia di Palermo. Egli visse durante la dominazione araba della Sicilia, iniziata nell’827, quando Eufemio da Messina chiamò gli arabi, e terminata nel 1061 con la conquista di Roberto il Guiscardo. Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte]. Per quanto riguarda l’onomastica, il nome Macario (dal greco makarios = beato o felice) era senza dubbio un nome comunemente usato tra i cristiani del vicino Oriente, quindi il nome del nostro San Macario si inserisce nel solco della tradizione monastica orientale (vi erano stati numerosi altri San Macario), visto che la Sicilia e quasi l’intero territorio dell’Italia meridionale rimasero possedimenti dell’Impero d’oriente fino alla conquista normanna. San Macario appartenne a una famiglia singolare, in quanto tutti i componenti di questa (moglie e marito più i due figli) sono venerati come santi: San Cristoforo da Collesano e Kalì, San Saba il Giovane e Macario. Il primo a lasciare casa e beni materiali, d’accordo con la moglie, fu il padre Cristoforo, seguito, non molto tempo dopo, dai figli Saba e Macario. Essi abbracciarono la vita religiosa secondo le direttive e lo spirito ascetico di San Niceforo. Anche Kalì si ritirò in vita ascetica per formare una piccola comunità femminile. Dopo Collesano, il gruppo dei tre, Cristoforo, Saba e Macario, fu per qualche tempo a San Filippo d’Argira ove costruì anche una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Facendosi più pesante il controllo della vita religiosa da parte degli arabi e forse anche per una sopraggiunta epidemia, nel 941 i tre si allontanarono dalla Sicilia e si portarono nel Mercurion, la zona intermedia tra Calabria e Basilicata. A Laino Castello prima, e nella fortezza di San Lorenzo sul Sinni dopo, trovarono rifugio. Qui si spense Cristoforo il 17 dicembre del 990, assistito dai figli e dalla moglie. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – Nacque probabilmente nei primi due decenni del X secolo da Cristoforo e da Kale, a Collesano, in provincia di Palermo. Rispetto alle condizioni sociali della famiglia dalle fonti si desume solo che il padre Cristoforo non era indigente e possedeva dei terreni. Fu educato da maestri locali, che lo istruirono in materia di religione. In data non precisabile, ma quando Saba e suo fratello Macario erano ancora molto giovani, il padre decise di farsi monaco presso il monastero di S. Filippo di Agira (in provincia di Enna), il più importante centro di spiritualità italo-greca in Sicilia (Historia et laudes…, a cura di I. Cozza-Luzi, 1893, pp. 7, 73; anche per le notizie successive sulla vita di Saba la fonte principale è la sua agiografia). La fama della santità di Cristoforo, mandato dall’egumeno Niceforo a restaurare l’eremo di S. Michele in Ktisma, spinse numerose persone a dedicarsi alla vita monastica, tra cui i suoi due figli Saba e Macario, che si fecero tonsurare anch’essi presso S. Filippo (la madre Kale più tardi fondò un cenobio femminile). Le straordinarie virtù del giovane Saba furono presto notate da Niceforo, il quale lo pose presto a capo della comunità di S. Michele di Ktisma al posto del padre. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152). In data non precisabile Cristoforo decise di partire per un pellegrinaggio a Roma e Saba si trovò alla guida di questa rete di istituzioni religiose. Si recò poi a sua volta a visitare le tombe degli apostoli quando il padre tornò in Italia meridionale e in seguito si ritirò in una cella presso S. Lorenzo sul Sinni.”. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 47 scriveva che: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Etc…”.  Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48, in proposito scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie del principato di Benevento, ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro intensissimo di vita monastica. Qui si sabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una nuova “Tebaide”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 43, in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali. Una di esse fa capo e muove dalla Terra d’Otranto. L’altra che si avvia dal mare di Reggio giunta che è ad ingrossare le schiere dei penitenti già stanziati nel Mercurion (26), si irradia di qui ancora in due direzioni. La prima va verso levante nella regione del Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Vulture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste joniche; la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Etc…”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, pp. 14-82”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. Etc…”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Un’ulteriore scorreria saracena nel 951-952, legata alla disastrosa campagna in Calabria del patrizio Malakeinos, costrinse Saba a muoversi nuovamente verso nord, questa volta nella regione del Latiniano in Lucania. Anche qui il religioso si dedicò alla rifondazione di un monastero presso un’antica cappella dedicata a s. Lorenzo nelle vicinanze del fiume Sinni, la cui guida affidò in seguito al fratello Macario per alternare periodi di eremitismo a periodi di vita comunitaria. Tale alternanza, tipica di questa fase del monachesimo greco in Italia meridionale, caratterizzò tutto il resto dell’esperienza religiosa di Saba fino alla sua morte.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba.”. Riguardo la fuga di alcuni monaci dalla Sicilia, ha scritto Paolo Lamma (….), citato dal Bulgarella a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, …..Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, etc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Anche l’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: “Anche il Monachesimo – che ebbe sempre in Lagonegro fede e favore  vi si stabilì in tempi remotissimi; e già nello stesso Cap. IX abbiamo discorso dei ‘Frati Solitari’ e di S. Macario Abate, i quali, secondo appare da un Codice della Biblioteca Vaticana che noi non abbiamo potuto consultare, cacciati dalla Sicilia dai Saraceni, verso la fine del secolo VIII ed i principi del IX, si spinsero fino a Lagonegro, dove fondarono un monastero, che vuolsi essere quello di S. Maria degli Angeli, etc…”. Sulla questione delle date di arrivo di questi monaci che il Pesce chiama “Solitari”, il Pesce, sulla scorta del Falcone, cita il Ciccone (…). Sulla cronologia proposta dal Ciccone (…), però, faccio notare che su wikipedia, alla voce ‘S. Macario’ leggiamo che: “Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte].”. Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Don Francesco Ciccone, Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra San Macario Abate e novena, 1907. Don Ciccone, nativo di Teora, era Arciprete curato di Santa Maria della Misericordia in Oliveto Citra. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, vissuto tra la fine dell’8° ed i principi del 9° secolo, appartenne ad un ordine monastico detto dei ‘Solitari, i quali, cacciati dalla Sicilia, loro culla, dai Saraceni, chiesero ricovero e passarono nel continente presso Reggio. “Ma i Saraceni – scrive l’agiografo – si spingono fin nella media Italia, ed i perseguitati Solitari fuggono di nuovo e fissano la loro dimora a Lagonegro, dove fondano un bel monastero, del quale, dopo la morte di S. Cristoforo, diviene capo S. Saba. In tale tempo, sedatisi alquanto gli Ismaeliti, i buoni Monaci ebbero un pò di tregua, ed il nuovo Monastero potè accogliere tanti e tanti uomini desiderosi d’abbandonare le terrene vanità per consacrarsi alla vita contemplativa. Di S. Saba ha intanto necessità di recarsi a Roma, e S. Macario viene nominato Superiore della cenobitica famiglia….Ma non andò a lungo e gli Ismaeliti continuarono a infestare quei luoghi della bassa Italia, e, spingendosi fino a Lagonegro, costrinsero quegli abitanti a fuggire atterriti. Obbligati a fuggire pur essi i poveri perseguitati Solitari trovarono ospitalità in quel di Salerno, nè lo scrittore precisa il luogo” (1). Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle – il Monastero fondato nel 9° secolo in Lagonegro dai Solitari deve appunto essere quello della Madonna degli Angeli, il quale così avrebbe origine antichissima. Certo s’è pure che nel mille vi presero stanza i Padri Benedettini sotto il titolo di S. Gerolamo, quando il succedersi dei barbari invasori, le incessanti persecuzioni e l’insidie dei tempi insicuri spingevano i più deboli, dall’animo mite ed ascetico, ad appartarsi dal mondo e porsi, fra i cilicii e le pertinenze, in più diretta comunicazione con la Divinità.”. In questi passi il Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Il Pesce, in questo suo scritto si riferisce pure al manoscritto di Falcone (…). Si tratta di un manoscritto in lingua latina che recentemente Carlo Calza (…), ne ha curato l’edizione per i tipi di Zaccara. Si tratta del manoscritto di Alessandro Falcone (…) e del suo ‘Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta del dottore Alessandro Falcone’.

Nel 952, l’invasione araba della Sicilia, S. Cristoforo, S. Saba, S. Macario e la fondazione di monasteri nel basso Cilento

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Macario Abate, o San Macario di Collesano (Collesano, … – Oliveto Citra, 1005), fu un monaco italiano; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione avvalorata da studi recenti, si ritiene che San Macario sia nato a Collesano,[senza fonte] attualmente in provincia di Palermo. Egli visse durante la dominazione araba della Sicilia, iniziata nell’827, quando Eufemio da Messina chiamò gli arabi, e terminata nel 1061 con la conquista di Roberto il Guiscardo. Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte]. Per quanto riguarda l’onomastica, il nome Macario (dal greco makarios = beato o felice) era senza dubbio un nome comunemente usato tra i cristiani del vicino Oriente, quindi il nome del nostro San Macario si inserisce nel solco della tradizione monastica orientale (vi erano stati numerosi altri San Macario), visto che la Sicilia e quasi l’intero territorio dell’Italia meridionale rimasero possedimenti dell’Impero d’oriente fino alla conquista normanna. San Macario appartenne a una famiglia singolare, in quanto tutti i componenti di questa (moglie e marito più i due figli) sono venerati come santi: San Cristoforo da Collesano e Kalì, San Saba il Giovane e Macario. Il primo a lasciare casa e beni materiali, d’accordo con la moglie, fu il padre Cristoforo, seguito, non molto tempo dopo, dai figli Saba e Macario. Essi abbracciarono la vita religiosa secondo le direttive e lo spirito ascetico di San Niceforo. Anche Kalì si ritirò in vita ascetica per formare una piccola comunità femminile. Dopo Collesano, il gruppo dei tre, Cristoforo, Saba e Macario, fu per qualche tempo a San Filippo d’Argira ove costruì anche una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Facendosi più pesante il controllo della vita religiosa da parte degli arabi e forse anche per una sopraggiunta epidemia, nel 941 i tre si allontanarono dalla Sicilia e si portarono nel Mercurion, la zona intermedia tra Calabria e Basilicata. A Laino Castello prima, e nella fortezza di San Lorenzo sul Sinni dopo, trovarono rifugio. Qui si spense Cristoforo il 17 dicembre del 990, assistito dai figli e dalla moglie. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – Nacque probabilmente nei primi due decenni del X secolo da Cristoforo e da Kale, a Collesano, in provincia di Palermo. Rispetto alle condizioni sociali della famiglia dalle fonti si desume solo che il padre Cristoforo non era indigente e possedeva dei terreni. Fu educato da maestri locali, che lo istruirono in materia di religione. In data non precisabile, ma quando Saba e suo fratello Macario erano ancora molto giovani, il padre decise di farsi monaco presso il monastero di S. Filippo di Agira (in provincia di Enna), il più importante centro di spiritualità italo-greca in Sicilia (Historia et laudes…, a cura di I. Cozza-Luzi, 1893, pp. 7, 73; anche per le notizie successive sulla vita di Saba la fonte principale è la sua agiografia). La fama della santità di Cristoforo, mandato dall’egumeno Niceforo a restaurare l’eremo di S. Michele in Ktisma, spinse numerose persone a dedicarsi alla vita monastica, tra cui i suoi due figli Saba e Macario, che si fecero tonsurare anch’essi presso S. Filippo (la madre Kale più tardi fondò un cenobio femminile). Le straordinarie virtù del giovane Saba furono presto notate da Niceforo, il quale lo pose presto a capo della comunità di S. Michele di Ktisma al posto del padre. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152). In data non precisabile Cristoforo decise di partire per un pellegrinaggio a Roma e Saba si trovò alla guida di questa rete di istituzioni religiose. Si recò poi a sua volta a visitare le tombe degli apostoli quando il padre tornò in Italia meridionale e in seguito si ritirò in una cella presso S. Lorenzo sul Sinni.”. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 47 scriveva che: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Ma più che a questi l’influenza bizantina nella zona fu dovuta all’azione efficace ed energica di S. Saba che nel Mercurion aveva portato tutto un corredo di norme e di insegnamenti derivati dalla riforma di S. Teodoro Studita. Dal Monastero di S. Lorenzo e dalla vicina Episcopia S. Saba iniziava l’opera di espansione del monachesimo basiliano che doveva poi allargarsi alle coste tirreniche dell’attuale basso Salernitano.Per opera di S. Saba nacque pure l’istituzione delle confederazioni monastiche. Il Santo spesso si allontanava dal suo Monastero di S. Lorenzo per ispezionare i vari cenobi disseminati nel territorio di Lagonegro e di Monte Bulgheria. L’azione ispettiva di S. Saba venne ereditata, alla sua morte, dal fratello San Macario e alla morte di questi dal monaco Luca. A quest’ultimo si attribuiscono i monasteri di SS. Elia ed Anastasio di Carbone e il monastero di S. Giuliano nell’alta valle dell’Agri.”. Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Da Wikipedia leggiamo che: “Alla morte di Cristoforo, Saba gli succedette alla guida del monastero, tuttavia passava in eremitaggio cinque giorni alla settimana, lasciando a dirigere Macario (che ufficialmente era l’economo); intorno al 982 si recò in pellegrinaggio a Roma accompagnato da un altro monaco di nome Niceta, e fondò il monastero di San Filippo a Lagonegro. Nel 984 assistette Luca di Demenna negli ultimi giorni di vita ad Armento, seppellendone poi anche il corpo”. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48, in proposito scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie del principato di Benevento, ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro intensissimo di vita monastica. Qui si sabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una nuova “Tebaide”. Il Mercurion non era isolato; esso anzi era circondato da altre zone in cui la vita monastica aveva raggiunto una notevole diffusione, e che erano in stretti rapporti con il Mercurion stesso, come vedremo, anche nel campo diciplinare, quali ad esempio i territori di Latiniano (107) e di Lagonegro. In tutta questa zona la diffusione del monachesimo era stata accompagnata da una parallela diffusione di altre forme di dialetti locali (108), l’architettura religiosa e la pittura, i cui modesti, sparsi documenti, mostrano come la tradizione artistica di questi paesi risentisse direttamente l’inflenza calabrese, e , tramite questa, della grande arte orientale (109). In questa regione dunque si stabilirono Cristoforo, Saba e Macario, e la loro prima sede fu una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele, che fu il centro della laura abitata dai monaci che avevano accompagnato Cristoforo (110), e che quest’ultimo continuò a governare. Ecc…”. Il Borsari (…) a p. 47, nella sua nota (105) postillava che: “(105) S. G. Mercati, S. Mercurio e il Mercurion, in ‘Archivio storico per le Calabrie e la Lucania, VII (1937), pp. 295-296. Si veda anche l’etimologia, in verità alquanto macchinosa, proposta da Cappelli, ‘Il Mercurion’, in ‘Il monachesimo basiliano, cit., pp. 232-233.”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(107) La regione del Latiniano dovrebbe identificarsi con la zona attraversata dal medio corso del Sinni. Cfr. Ménager, La “byzantinisation”, cit. pp. 765-766, n. 3 e Cappelli, ‘Alla ricerca di Latinianon’, in ‘Il monachesimo basiliano, cit., pp. 253-274.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Rohlfs, ‘Scavi linguisici, cit., pp. 60-66.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (109) postillava che: “(109) Cappelli, ‘Il Mercurion’, cit., pp. 238-246.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(110) ‘Vita Christophori et Macarii, v. X, p. 83: segue trascrizione del testo greco del Luzzi.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 43, in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali. Una di esse fa capo e muove dalla Terra d’Otranto. L’altra che si avvia dal mare di Reggio giunta che è ad ingrossare le schiere dei penitenti già stanziati nel Mercurion (26), si irradia di qui ancora in due direzioni. La prima va verso levante nella regione del Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Vulture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste joniche; la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Come meta del viaggio del nuovo asceta sono però da escludere il focolare di pietà di Latiniano e quelli siti intorno ai monti Raparo e Vulture. Sia perchè posti sotto l’effettivo dominio dei Bizantini, il cui thema di Longobardia per quanto indeciso giunge appunto fino a quest’ultima montagna (28), sia perchè ubicati in luoghi assai interni e lontani dal mare come invece postula la biografia di S. Nilo. Poichè per quest’ultimo motivo è anche da non tenere conto del centro di Lagonegro, la indagine circa l’ubicazione del cenobio di S. Nazario, anche da questo punto di vista, è da limitarsi unicamente alla regione ascetica del Cilento che è compresa nel principato di Salerno.”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, pp. 14-82”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (27) postillava che: “(27) Il focolare ascetico di Latiniano e quelli di Lagonegro e del Cilento sono documentati da: Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, cit., passim. e specialmente p. 92; ecc….Vedi in questo volume il saggio ‘I monaci basiliani del Mercurion e di Latinianon e la riforma studitana‘.”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Per il Caffi, il Cappelli intendeva: Caffi A., ‘Santi e guerrieri di Bisanzo nell’Italia meridionale’. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. S. Fantino ed altri fratelli continuando le antiche relazioni tra i due centri ascetici si trasferirono nella regione sul Golfo di Policastro (23); S. Saba con i suoi monaci e la sua famiglia, tra cui il padre S. Cristoforo ed il fratello S. Macario, si avviarono verso una zona che non sembra abbia prima di essi avuto rapporti con il Mercurion. Infatti risalendo il corso del Mercure-Lao e discendendo quindi nell’alta valle del Sinni penetrarono nella regione del Latinianon (24).”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Vita di S. Nilo etc., cit., p. 42; per le relazioni del mercurion con la “regione dei principi” o con “le parti di sopra” o con “la regione superiore” che indicano sempre il Cilento meridionale, vedi ‘Vita di S. Nilo etc.’, pp. 8; 18; 42 e il mio scritto ‘S. Nilo, S. Fantino, S. Nicodemo’, in questo volume.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (24) postillava che: “(24) Historia et laudes SS. Saba et Macarii etc., op. cit., pp. 17 s. e in questo volume: ‘Alla ricerca del Latinianon’.”. La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di “Santa Maria dei Martiri a Lentiscosa”, non dice nulla sull’antico Monastero di S. Cono di Camerota, ma a p. 278, ci parla di “Caritone (Iconio, III secolo; Betlemme, 350”A lui si attribuisce la prima codificazione delle leggi monastiche che passarono nel ‘Typicon’, ossia nel formulario di San Sabae del monastero costantinopolitano di Stoudion, anche ad opera di Sant’Eutimio il Grande, di San Teodosio il Cenobriarca. Da giovane, sotto l’Imperatore Aureliano, ecc..ecc..”

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(Fig….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…)(Archivio digitale Attanasio)

Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, citato da Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197), a proposito del privilegio di Guaimario V alla chiesa di Rofrano, stà in ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, a cura di Nicola Cilento ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982, nel suo cap. 4: E’, inoltre, probabile che Tursi fosse la capitale del tema, costituito dalle turne di Latinianon, Merkurion e Lagonegro (101).”. Dunque, in questo passo il Bulgarella crede Tursi la capitale del Tema di Lucania che era costituito dalle “turne” del Latinianon, Merkurion e di Lagonegro. Dunque, per il Bulgarella, Labonegro, all’epoca della prima invasione normanna, una delle ‘turne’ che costituiva il grande Tema Longobardo della Lucania. Il Bulgarella (…) a p. 35 nella sua nota (101) postillava che: “(101) La configurazione geografica, la capitale, il numero ed il nome delle turne sono quelli supposti da Andrè Guillou, La Lucanie byzantine cit., p. 119. Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – e ‘passim, A. Guillou, art. cit., p. 140, ritiene possibile che Lagonegro fosse un’eparchia a se stante, però non esclude la possibilità che facesse parte della turna o eparchia del Latinianon.”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Un’ulteriore scorreria saracena nel 951-952, legata alla disastrosa campagna in Calabria del patrizio Malakeinos, costrinse Saba a muoversi nuovamente verso nord, questa volta nella regione del Latiniano in Lucania. Anche qui il religioso si dedicò alla rifondazione di un monastero presso un’antica cappella dedicata a s. Lorenzo nelle vicinanze del fiume Sinni, la cui guida affidò in seguito al fratello Macario per alternare periodi di eremitismo a periodi di vita comunitaria. Tale alternanza, tipica di questa fase del monachesimo greco in Italia meridionale, caratterizzò tutto il resto dell’esperienza religiosa di Saba fino alla sua morte.”. Su S. Saba ed i suoi monasteri nel Lagonegrese ha scritto anche Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. I, pp. 150-151 e s.. Il Martire (…) a p. 313 parla di “38. S. Saba di Colassai” (terra di Collesano, dice a p. 322) e s., in proposito scriveva che: “Succeduta la morte del figlio di detto sacerdote, Saba risuscitollo con ungerlo dell’olio delle lampadi di quell’Oratorio. Trattennesi ivi per qualche tempo in servizio di quei monaci; morti i quali, passò ad abitare nel paese di Lagonegro (15), là dove edificò un Oratorio in onor di S. Filippo Apostolo.”. Il Martire a pp. 324-325, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Lagonegro – E’ terra della Lucania, chiamata un tempo Nerula”.

Martire, p. 319

(Fig….) Martire Domenico (…), ‘Calabria sacra e profana’, p. 319

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, il culto dell’Arcangelo Michele, praticato nella “Regione mercuriense”, era noto oltre i confini della stessa. Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, che, seguiti da altri profughi, costruirono alcune celle per i monaci. Sorgeva, così, il cenobio basiliano di S. Michele, che fu ben presto abbandonato per essere stato edificato vicino al mare, per cui esposto al pericolo delle incursioni saracene. Fin dalla fondazione vi accorse un gran numero di monaci, tanto che Cristoforo fu costretto, ma soprattuto per il terrore delle incursioni, a rifugiarsi in un luogo inaccessibile, lungo il Lao, ed edificarvi un altro cenobio. Fu costruito presso Papasidero, ripristinando una chiesetta diruta, nota per il culto che quelle genti vi professavano a S. Stefano protomartire (23). Il martirologio fu tantaparte del monachesimo orientale! Durante la permanenza di Saba al monastero di S. Michele, la “Regione mercuriense” era fiorente di istituzioni monastiche, di “città e castelli”, anche alle frange della stessa (24), dove si propagò la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fu qui che gli giunse una pesante richiesta di soccorso, a causa  d’una invasione di locuste, che infestavano il territorio del Mercurio e, contemporaneamente, quello di Ajeta (25). Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che altri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27). Intorno al 940, Nicola da Rossano, abbandonata la famiglia, si era rifugiato “ai monasteri che erano intorno al Mercurio” (28). Da monaco, prese il nome di Nilo, come l’omonimo Sinaita. L’immediata ingiunzione del “governatore di tutta la regione” (29) agli igumeni di non tonsurare il neofito rivela l’egemonia bizantina in atto su gran parte del territorio longobardo. Difatti, la riscossa imperiale che, aveva avuto inizio con la dinastia macedone di fine secolo IX, si era esaurita solo nella seconda metà del X. Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30). Tuttavia, nonostante la situazione fluttuante ed incerta alle frange del Principato, il potere del basileus non doveva comprendere la Lucania centro-occidentale (31), se Nilo fece perdere le sue tracce, rifugiandosi nel monastero di S. Nazario, presso Celle di Bulgheria, territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno. Come si vede, caratteristica peculiare del monachesimo basiliano furono i buoni rapporti con le Eparchie, anche se poste in terrotorio diverso per potere politico. Dopo un triennio di permanenza fra la comunità del monastero eparchico o dell’igumeno Fantino, Nilo, intorno al 943-944, si ritirò a vita eremitica nella spelonca di S. Michele Arcangelo e, successivamente, in altra “piccola caverna, che egli di propria mano si era scavata” (33). Vi dimorò per un decennio, modellandosi alla santità con l’ascesi e la rigida osservanza di pratiche religiose, come “i molti digiuni”, le veglie, le prostazioni, i maltrattamenti innumerevoli” (34). La permanenza nella grotta di S. Michele Arcangelo costituì per Nilo l’ingresso alla santità; l’ingresso fra i grandi della Chiesa. Vi trasorreva le giornate lavorando e pregando con ritmo intensissimo. “Dallo spuntare del giorno – come dice il Bios (35) – sino all’ora di terza (le nove) scriveva con carattere corsivo, minuto e compatto usando una scrittura sua particolare, riempendo un quaderno al giorno, per adempire il divino precetto di lavorare” (36), ecc..”Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Cozza-Luzi, op. cit.; Martire D., La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 308; S. Napolitano, Ricordi dell’asetismo bizantino in Papasidero, estratto da “BBGG”, n.s., vol. XXX, (1976), p. 119″. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Sebbene le genti vivessero sotto l’incubo delle incursioni, la costa annoverava le città di Yele, Cirella, Blanda, Buxentum, che non potevano essere del tutto spopolate.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Fondato a Scalea da monaci profughi, dopo la conquista musulmana di Siracusa (878), B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro lucani, Napoli, 1963”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (28), postillava che: “(28) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (29), postillava che: “(29) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (30), postillava che: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Un Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicephore Phocas, Pais, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc, Paris, 1904.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (31), postillava che: “(31) Attualmente, gran parte compresa nella provincia di Salerno”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (32), postillava che: “(32) G. Giovanelli, op. cit.,  Idem, Il monastero di S. Nazario ed il Baronato di Rofrano, in “BBGG”, III, (1949); B. Cappelli, I basiliani nel Cilento superiore, in “BBGG”, XVI (1962).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (33), postillava che: “(33) La grotta di S. Michele Arcangelo va ubicata fra i “Casalini di Santo Michele”, sullo sperone roccioso alla destra del fiume Abatemarco. Era difficilmente reperibile. Il Santo “passava ccc…(G. Giovanelli). Sarà stata una grotta-rifugio e dei primi cristiani della vicinissima Polis, e della diaspora monastica orientale del VII secolo. Vi si praticava, certamente, il culto antichissimo e popolare di S. Michele, se nell’Arcangelo trassero il toponimo Serra Bonangelo e Sant’Angelo, se una bellissima grotta, sulla destra del Corvino, ecc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (34), postillava che: “(34) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(35) Idem, op. cit.”. Sempre il Campagna, a p. 88, in proposito a S. Fantino scrivevava che: “Si allontanò ancora per trasferirsi, ammalato, nel monastero del “beato Fantino” (42), quando un tumore lo aggredì “negli organi vocali, così da renderlo completamente afono” (43). Nello stesso monastero si recava per festeggiare con la comunità monastica alcune ricorrenze liturgiche. Riceveva, ogni settimana, il pane del “grande Fantino”, pane che spesso sostituiva con legumi cotti, carrube (44), bacche di mirto e di corbezzoli. Ripagava il dono del pane “con il lavoro delle sue mani, i libri trascritti da lui (45). I pochi resti manoscritti vengono considerati dalla Congregazione dei Riti come “reliquie Venerande”. Con le pratiche religiose e con l’ascetismo avviò alla santità, nella stessa spelonca, i primi discepoli, Stefano e Giorgio. Sarebbe stata, quella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto” (46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tante che “il grande Fantino” andava predigendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e istrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili” (47).”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (42), postillava che: “(42) Non è facile ubicare il monastero eparchico o del “beato Fantino”. Resti antichissimi, precedenti quelli del nucleo e della torretta in cima al colle, affiorano sul costone, ad occidente. Poichè il Bìos dice che Nilo, ammalato, vedeva passare davanti alla cella un frate che andava a pescare, è opinabile che sorgesse ad occidente della fortezza, da dove si può scorgere un tatto del Lao, particolarmente pescoso.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (43), postillava che: “(43) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op, cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (44), postillava che: “(44) Nei pressi di Abatemarco, una contrada conserva il toponimo di “Carruba”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (45), postillava che: “(45) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (46), postillava che: “(46) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Idem, op. cit.”.

Nel 952, un’eparchia o la ‘turma’ di Lagonegro, il monastero di S. Filippo (per il Borsari) e della Madonna degli Angeli (per il Falcone e per il Pesce)

Carta del Cilento, Lagonegrese ecc..

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio)

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che: “Vi sono attualmente in tutta la diocesi soltanto cinque conventi. Quello dei Cappuccini di Lagonegro, come già si è detto in precedenza, è stato soppresso, ma, sempre a Lagonegro, ve ne è un altro dello stesso Ordine.”. Da Wikipedia, in riferimento a S. Saba leggiamo che: “Alla morte di Cristoforo, Saba gli succedette alla guida del monastero, tuttavia passava in eremitaggio cinque giorni alla settimana, lasciando a dirigere Macario (che ufficialmente era l’economo); intorno al 982 si recò in pellegrinaggio a Roma accompagnato da un altro monaco di nome Niceta, e fondò il monastero di San Filippo a Lagonegro. Nel 984 assistette Luca di Demenna negli ultimi giorni di vita ad Armento, seppellendone poi anche il corpo. Filippo Bulgarella (…) a p. 35 nella sua nota (101) postillava che: “(101) La configurazione geografica, la capitale, il numero ed il nome delle turne sono quelli supposti da Andrè Guillou, La Lucanie byzantine cit., p. 119. Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – e ‘passim, A. Guillou, art. cit., p. 140, ritiene possibile che Lagonegro fosse un’eparchia a se stante, però non esclude la possibilità che facesse parte della turna o eparchia del Latinianon. Vera Von Falkenhausen, op. cit., p. 72, ritiene che i confini meridionali del tema fossero spinti fin dentro il Val di Crati, comprendendo anche Cassano, da lei considerata probabile capitale del tema. Venturino Panebianco, Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania in ‘Rivista storica calabrese’, n.s. I (1980), pp. 189-193, in part. p. 192, avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano.”. Dunque, il Bulgarella citava Venturino Panebianco (…), il quale, nel suo ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’, a p. 189 e s. ci parla dei themi della Lucania e di Lagonegro. Venturino Panebianco a p……, in proposito scriveva che: “…………

Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 49, riferendosi a Cristoforo che morì nella regione o eparchia monastica detta del ‘Latinianon’, in proposito scriveva che: Lì Cristoforo morì, affidando definitivamente la guida dei suoi monaci a Saba, e poco dopo fu seguito nella tomba dalla moglie Calì. La vita di Saba fu molto avventurosa di quella di Cristoforo: i suoi viaggi furono più numerosi, e più del padre egli entrò in relazione con i personaggi maggiormente autorevoli della sua età. Già mentre si trovava nel monastero di S. Michele Arcangelo, al Mercurion, egli aveva compiuto l’abituale pellegrinaggio a Roma, e successivamente l’altro pellegrinaggio allora altrettanto diffuso, a Gerusalemme ed ai luoghi santi; ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, il culto dell’Arcangelo Michele, praticato nella “Regione mercuriense”, era noto oltre i confini della stessa. Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, che, seguiti da altri profughi, costruirono alcune celle per i monaci. Sorgeva, così, il cenobio basiliano di S. Michele, che fu ben presto abbandonato per essere stato edificato vicino al mare, per cui esposto al pericolo delle incursioni saracene. Fin dalla fondazione vi accorse un gran numero di monaci, tanto che Cristoforo fu costretto, ma soprattuto per il terrore delle incursioni, a rifugiarsi in un luogo inaccessibile, lungo il Lao, ed edificarvi un altro cenobio. Fu costruito presso Papasidero, ripristinando una chiesetta diruta, nota per il culto che quelle genti vi professavano a S. Stefano protomartire (23). Il martirologio fu tanta parte del monachsimo orientale! Durante la permanenza di Saba al monastero di S. Michele, la “Regione mercuriense” era fiorente di istituzioni monastiche, di “città e castelli”, anche alle frange della stessa (24), dove si propagò la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fu qui che gli giunse una pesante richiesta di soccorso, a causa  d’una invasione di locuste, che infestavano il territorio del Mercurio e, contemporaneamente, quello di Ajeta (25). Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che latri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Cozza-Luzi, op. cit.; Martire D., La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 308; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estratto da “BBGG”, n.s., vol. XXX, (1976), p. 119. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Sebbene le genti vivessero sotto l’incubo delle incursioni, la costa annoverava le città di Yele, Cirella, Blanda, Buxentum, che non potevano essere del tutto spopolate.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Fondato a Scalea da monaci profughi, dopo la conquista musulmana di Siracusa (878), B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro lucani, Napoli, 1963”. Dunque, riguardo l’ubicazione di questi monasteri, Domenico Martire (…), che elencava anche quello “dei Marcari”, che io credo debba trattarsi del monastero di S. Pietro di Marcaneto a Scario, diceva essere commemorato nella ‘Vita di San Saba’, l’opera agiografica della vita del Santo di cui abbiamo già parlato. L’accostamento del Monastero di San Pietro di Marcaneto, che fa il Cappelli (…), risulta essere molto credibile, rispetto ad altre congetture, credendo che esso fosse da localizzare nell’area vicino ai due Monasteri detti dei ‘Taorminesi’ e dei ‘Siracusani’, citati entrambi i monasteri citati nell’opera agiografica di S. Saba da Collesano, in quanto, se facciamo riferimento ad un altro monastero sorto ed esistente nell’area, secondo la ‘Vita del Santo’, il monastero di ‘Kyr-Macaros’, citato in un atto di donazione dell’anno ……., e pubblicato dal Guillou (…). Giovanni Russo (…), recentemente, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion’, a p. 95, scriveva che: “Congiungendo i vari elementi di cui sino ad ora ho parlato, si potrebbe pensare all’Historia et laudes SS. Sabae et Macarii (144), nella quale si narra di un oratorio intitolato proprio a San Filippo, sebbene esso venga dislocato nella regione di Lagonegro, nei pressi del quale doveva trovarsi anche un monastero denominato Kyr Makaros. Di questo monastero parla anche l’atto di donazione del monaco Sofronio e fra i testimoni in calce al documento compare il nome di Nikon, catigumeno di Kir Makaros (145).”. Dunque, il Russo, sulla scorta del Cappelli e del Guillou (…), nella sua nota (145), postillava che: “(145) A. Guillou, op. cit., p. 60”. Dunque, le ipotesi che avanzava il Cappelli, circa la localizzazione in questo territorio di alcuni monasteri italo-greci o basiliani, di chiara fondazione pre-benedettina, cioè sorti prima dell’anno mille, e poi in seguito scomparsi, fossero da localizzarsi proprio nel nostro territorio del basso Cilento e non nella Calabria, dove, a differenza di ciò che credono alcuni – alcuni monaci da quì trasferitisi, andarono a fondare il nucleo fondande di alcuni monasteri italo-greci e poi benedettini in epoca Normanna in Calabria. Le ipotesi del Cappelli, sono state poi in seguito avvalate dalle carte latine e quelle più antiche di atti e donazioni ritrovate nell’Archivio Aldobrandini, che furono pubblicate dal Pratesi (…) e poi dal Guillou (…). Una di queste carte greche è proprio l’atto di donazione del monaco Sofronio dove fra i testimoni presenti alla cerimonia e firmatari del documento vi è il catigumeno (abbate) Nikon del monastero di Kyr-Macarios che il Cappelli, riteneva fondato dal fratello di S. Saba, S. Macario. Vera Von Falkenhausen (…), nel suo saggio “Il Monastero dei SS. Anastasio ed Elia di Carbone in epoca bizantina e normanna” (…), che stà ‘Il Monastero di Elia di Carbone e il suo territorio dal medioevo all’età moderna’, op. cit., in a p. 62 (…), scrive in proposito agli insediamenti basiliani nella nostra regione che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”. Vera Von Falkenhausen (…), a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Historia et laudes’, cit., pp. 14, 17, 21, s., 24, 27-29, 35, 39 s.; A. Guillou, La Lucanie byzantine. Etude de gregraphie historique, “Byzantion”, XXXV, (1965), pp. 119-149 ristampa in: id., Studieson Byzantine Italy, London 1970, X; E. Follieri, La vita di S. Fantino il Giovane. Introduzione, testo greco, traduzione, commentario e indici (Subsidia hagiographica, LXXVII), Bruxelles 1993, pp. 61-63.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p….., in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali………la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27)…….. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (27) postillava che: “(27) Il focolare ascetico di Latiniano e quelli di Lagonegro e del Cilento sono documentati da: Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, cit., passim. e specialmente p. 92; ecc..Vedi in questo volume il saggio ‘I monaci basiliani del Mercurion e di Latinianon e la riforma studitana‘.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 235 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p….., in proposito scriveva che: “Ma torno torno la zona così circoscritta vi erano ancora altre propaggini ascetiche non propriamente dipendenti, ma più o meno ad esa legate da eguali interessi di edificazione religiosa: quelle cioè di monte Mula, di Latiniano nell’alta valle del Sinni, di Lagonegro e di Aieta (50), sì che una indagine sul Mercurion deve anche tenere conto di queste latre regioni che hanno con esso vibrato all’unisono.”. Il Cappelli a p. 235 nella sua nota (50) postillava che: “(50) B. Cappelli, L’arte medievale in Calabria, cit., p. 286; lo stesso, ‘Recensione alla Guida d’Italia etc., cit. in A.S.C.L., VII, 1938, pp. 406 e ss.; lo stesso, ‘Una carta di Aieta etc.’, cit., lo stesso, ‘Aieta’, in “Brutium”, XII, 1942, n. 3; lo stesso: S. Basilio de Craterete etc. e ‘Alla ricerca di Latinianon’ in questo volume.”. Biagio Cappelli (…), a p. 238, ancora scriveva che: “E’ da ritenere che invece S. Saba fosse più imbevuto di idee occidentali e per i vari viaggi compiuti nei territori longobardi dove furono assai richieste ed apprezzate la sua saggezza e la sua esperienza, e per il suo stesso peregrinare per i diversi monasteri bizantini, che a lui facevano capo, siti, o quasi, in terra latina: nella regione di Latiniano, ai margini del Cilento e a Lagonegro (62).”.  Il Cappelli a p. 235 nella sua nota (62) postillava che: “(62) “(5) ‘Historia et laudes’, cit., pp. 39, 46, 92 e passim; ‘S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo, I Basiliani del Mercurion e di Latinianon e l’influenza studitana’ e ‘Alla ricerca di Latiniano’, in questo volume.”. Biagio Cappelli (…), p. 265, in proposito scriveva che: “Dall’altra parte la posizione geografica di Episcopia, ce nel secolo X divenne il centro dell’espansione monastica nel territorio di Latinianon, risponde perfettamente ad un’altra notizia, anch’essa offerta dalle predette agiografie, la quale postula la continuità dell’eparchia ascetica di Latiniano con le altre del Mercurion, da cui S. Saba con i suoi monaci proveniva, e di Lagonegro, che gli stessi influenzarono, poichè tutti i cenobi siti in queste tre zone si trovano sottoposti alla autorità morale di S. Saba e dei suoi successori (41).”. Il Cappelli a p. 265 nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Historia et laudes’, cit., p. 92 e passim.”. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 49 parlando della regione del ‘Mercurion’ e di S. Saba da Collesano, figlio di Cristoforo, in proposito scriveva che: “Dopo la morte dei suoi genitori decise di allontanarsi da Latiniano, e, in cerca di solitudine, si ritirò in un oratorio dedicato a S. Filippo, a Lagonegro.”. Dunque, il Borsari (…), forse sulla scorta del testo di Salvatore Oreste (…), pubblicato dal Cozza-Luzi (…), voleva che S. Saba, dopo la morte dei suoi genitori, del padre Cristoforo e della madre Calì, si allontanò nella regione o eparchia del Latiniano e  si ritirò in un oratorio dedicato a S. Filippo, a Lagonegro.”. Anche l’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: “Anche il Monachesimo – che ebbe sempre in Lagonegro fede e favore  vi si stabilì in tempi remotissimi; e già nello stesso Cap. IX abbiamo discorso dei ‘Frati Solitari’ e di S. Macario Abate, i quali, secondo appare da un Codice della Biblioteca Vaticana che noi non abbiamo potuto consultare, cacciati dalla Sicilia dai Saraceni, verso la fine del secolo VIII ed i principi del IX, si spinsero fino a Lagonegro, dove fondarono un monastero, che vuolsi essere quello di S. Maria degli Angeli, il quale fu poi occupato, verso il mille, dai Frati Benedettini alla dipendenza della Badia di Cava, e poi nel 1588 dai Cappuccini, che tuttora vi hanno sede. A quanto si conosce, fu sempre in vigore nella nostra Chiesa il rito latino, e neppure sotto la dominazione bizantina si potè introdurre il rito greco, che nel vicino Comune di Rivello fu adottato fino al 1572 nella Chiesa di S. Maria del Poggio, dove tuttora si trovano parecchie lapidi e pergamene con iscrizioni greche.”. In questo passo dunque, il Pesce (…), storico locale, sulla scorta del manoscritto dell’erudito locale e sacerdote Alessandro Falcone, riteneva che il monastero fondato da S. Saba, dopo la morte del padre Cristoforo o fondato dal padre stesso Cristoforo da Collesano, fosse il monastero di a Lagonegro, dove fondarono un monastero, che vuolsi essere quello di S. Maria degli Angeli, il quale fu poi occupato, verso il mille, dai Frati Benedettini alla dipendenza della Badia di Cava, e poi nel 1588 dai Cappuccini, che tuttora vi hanno sede.”. Sulla questione delle date di arrivo di questi monaci che il Pesce chiama “Solitari”, il Pesce, sulla scorta del Falcone, cita il Ciccone (…). Sulla cronologia proposta dal Ciccone (…), però, faccio notare che su wikipedia, alla voce ‘S. Macario’ leggiamo che: “Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte].”. Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Don Francesco Ciccone, Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra San Macario Abate e novena, 1907. Don Ciccone, nativo di Teora, era Arciprete curato di Santa Maria della Misericordia in Oliveto Citra. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: “Lagonegro era sede di due Conventi di Padri Cappuccini, l’uno detto di S. Francesco, posto su d’un colle ameno già detto Ovidiano dal nome d’una cospicua famiglia estinta, ad ovest dello abitato, l’altro detto di S. Maria degli Angeli a circa 3 chilometri verso sud-ovest dietro il Monteiatile. Il primo, fondato nella metà del secolo XVII, è ridotto a caserma pei soldati di guarnigione; l’altro, acquistato all’asta pubblica dagli stessi monaci coll’annesso podere, è da essi occupato tuttora. In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, vissuto tra la fine dell’8° ed i principi del 9° secolo, appartenne ad un ordine monastico detto dei ‘Solitari, i quali, cacciati dalla Sicilia, loro culla, dai Saraceni, chiesero ricovero e passarono nel continente presso Reggio. “Ma i Saraceni – scrive l’agiografo – si spingono fin nella media Italia, ed i perseguitati Solitari fuggono di nuovo e fissano la loro dimora a Lagonegro, dove fondano un bel monastero, del quale, dopo la morte di S. Cristoforo, diviene capo S. Saba. In tale tempo, sedatisi alquanto gli Ismaeliti, i buoni Monaci ebbero un pò di tregua, ed il nuovo Monastero potè accogliere tanti e tanti uomini desiderosi d’abbandonare le terrene vanità per consacrarsi alla vita contemplativa. Di S. Saba ha intanto necessità di recarsi a Roma, e S. Macario viene nominato Superiore della cenobitica famiglia….Ma non andò a lungo e gli Ismaeliti continuarono a infestare quei luoghi della bassa Italia, e, spingendosi fino a Lagonegro, costrinsero quegli abitanti a fuggire atterriti. Obbligati a fuggire pur essi i poveri perseguitati Solitari trovarono ospitalità in quel di Salerno, nè lo scrittore precisa il luogo” (1). Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle – il Monastero fondato nel 9° secolo in Lagonegro dai Solitari deve appunto essere quello della Madonna degli Angeli, il quale così avrebbe origine antichissima. Certo s’è pure che nel mille vi presero stanza i Padri Benedettini sotto il titolo di S. Gerolamo, quando il succedersi dei barbari invasori, le incessanti persecuzioni e l’insidie dei tempi insicuri spingevano i più deboli, dall’animo mite ed ascetico, ad appartarsi dal mondo e porsi, fra i cilicii e le pertinenze, in più diretta comunicazione con la Divinità. Così quei primi anacoreti, Solitari o Benedettini, vissero e morirono colà in anguste celle, e quando, per mancanza di sufficienti rendite, abbandonarono l’edifizio, questo, nel 1558, fu occupato ed ampliato dai Frati Cappuccini. Riferisce il Falcone che in un muro del Coro furono ritrovati ‘gli Statuti della regola benedettina, scritti a mano con caratteri longobardi’, e conservati fino ai tempi suoi, e nella Chiesa antichissimi scheletri di Frati Benedettini, che furono indi murati dietro l’altare maggiore. Ecc..”. In questi passi il Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Don Francesco Ciccone (…), Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra San Macario Abate e novena, 1907. Don Ciccone, nativo di Teora, era Arciprete curato di Santa Maria della Misericordia in Oliveto Citra. Inoltre, il Pesce, in questo suo scritto si riferisce pure al manoscritto di Falcone (…). Si tratta di un manoscritto in lingua latina che recentemente Carlo Calza (…), ne ha curato l’edizione per i tipi di Zaccara. Si tratta del manoscritto di Alessandro Falcone (…) e del suo ‘Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta del dottore Alessandro Falcone’. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48 parlando della regione del ‘Mercurion’, accenna all’altra regione monastica o eparchia di Lagonegro e, in proposito scriveva che: Il Mercurion non era isolato; esso anzi era circondato da altre zone in cui la vita monastica aveva raggiunto una notevole diffusione, e che erano in stretti rapporti con il Mercurion stesso, come vedremo, anche nel campo diciplinare, quali ad esempio i territori di Latiniano (107) e di Lagonegro……..In questa regione dunque si stabilirono Cristoforo, Saba e Macario, e la loro prima sede fu una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele, che fu il centro della laura abitata dai monaci che avevano accompagnato Cristoforo (110), e che quest’ultimo continuò a governare. Ecc…”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(107) La regione del Latiniano dovrebbe identificarsi con la zona attraversata dal medio corso del Sinni. Cfr. Ménager, La “byzantinisation”, cit. pp. 765-766, n. 3 e Cappelli, ‘Alla ricerca di Latinianon’, in ‘Il monachesimo basiliano, cit., pp. 253-274.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Rohlfs, ‘Scavi linguisici, cit., pp. 60-66.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (109) postillava che: “(109) Cappelli, ‘Il Mercurion’, cit., pp. 238-246.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(110) ‘Vita Christophori et Macarii, v. X, p. 83: segue trascrizione del testo greco del Luzzi.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, citato da Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197), a proposito del privilegio di Guaimario V alla chiesa di Rofrano, stà in ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, a cura di Nicola Cilento ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982, nel suo cap. 4: “Il ripristino della dominazione imperiale e l’espansione del monachesimo italo-greco”, a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “Andrè Guillou ha supposto che l’istituzione del tema di Lucania sia avenuta nella seconda metà del secolo X – attorno al 975 – e contestualmente alla aggregazione dei temi meridionali in una superiore unità amministrativa, il catepanato (98). Bisogna, però, tener presente che la sua esistenza è attestata soltanto da un documento del novembre 1042, contemporaneo alle prime fasi della conquista normanna (99). E, secondo Vera von Falkenhausen, l’istituzione sarebbe di poco precedente a tale data (1031-1043)(100). In ogni caso, il tema comprendeva la parte orientale della regione. E’ presumibile che il Basento lo separasse dal tema di Longobardia, ad ovest il Tanagro costituisse il naturale confine con il Vallo di Diano e la Lucania longobarda-salernitana, e a sud il Lao ed il Sinni lo separassero dal tema di Calabria. E’, inoltre, probabile che Tursi fosse la capitale del tema, costituito dalle turne di Latinianon, Merkurion e Lagonegro (101).. Dunque, in questo passo il Bulgarella crede Tursi la capitale del Tema di Lucania che era costituito dalle “turne” del Latinianon, Merkurion e di Lagonegro. Dunque, per il Bulgarella, Labonegro, all’epoca della prima invasione normanna, una delle ‘turne’ che costituiva il grande Tema Longobardo della Lucania. Il Bulgarella (…) a p. 35 nella sua nota (101) postillava che: “(101) La configurazione geografica, la capitale, il numero ed il nome delle turne sono quelli supposti da Andrè Guillou, La Lucanie byzantine cit., p. 119. Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – e ‘passim, A. Guillou, art. cit., p. 140, ritiene possibile che Lagonegro fosse un’eparchia a se stante, però non esclude la possibilità che facesse parte della turna o eparchia del Latinianon. Vera Von Falkenhausen, op. cit., p. 72, ritiene che i confini meridionali del tema fossero spinti fin dentro il Val di Crati, comprendendo anche Cassano, da lei considerata probabile capitale del tema. Venturino Panebianco, Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania in ‘Rivista storica calabrese’, n.s. I (1980), pp. 189-193, in part. p. 192, avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano.”. Sempre il Bulgarella (…), nel suo saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 39, in proposito a Lagonegro aggiungeva che: “L’Eparchia di Lagonegro – la cui esistenza è tuttavia solo probabile – è intersecata nei suoi centri urbani di Lauria, Lagonegro e Rivello dall’antica via ‘Popilia’ (112). Il Latinianon corrisponde alle Valli dell’Agri e del Sinni, fiumi che pare fossero navigabili in età medievale (113). Peraltro, quest’ultima eparchia, già gastaldato longobardo, prendeva il nome dall’omonima città che è stata localizzata nei pressi di Polla (114).. In questo passo, il Bulgarella, riguardo l’eparchia o la turna di Lagonegro mi sembra esprimersi esplicitamente. Il Bulgarella (…), a p. 39, nella sua nota (112) postillava che: “(112) A. Guillou, La Lucanie byzantine, cit., p. 140.”. Il Bulgarella (…), a p. 39, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Ivi, p. 138. In generale, sulla viabilità in età bizantina: A. Pertusi, Bisanzio e l’irradiazione della civiltà nell’Alto Medioevo, Settimane di studio del centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, XI, Spoleto, 1964, pp. 91-2, in part. p. 92, ove sottolinea che le antiche vie romane, in particolare la ‘Traiana’, l’Appia, la ‘Popilia’ e la ‘Latina’ “saranno le grandi direttrici lungo le quali si muoveranno i monaci italo-greci nei secoli IX-XI”.”. Il Bulgarella (…), a p. 39, nella sua nota (114) postillava che: “(114) A. Guillou, La Lucanie byzantine cit., p. 136 n. 4; Giliberti, L’ubicazione del Gastaldato di Latiniano, in Miscellanea in onore di M. Schipa, Napoli, 1925, pp. 4, 5-10.”. Bulgarella (…) nelle sue note postillava di Andrè Guillou (…)  ed al sua ‘La Lucanie byzantine. Etude de géographie historique, in ‘Byzantion’ vol. XXXV, n° 1 (1965). La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. La Falcone (…) nella sua nota (197) citava il testo di Filippo Bulgarella (…). Il Bulgarella (…) scrisse pure il saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, da p. 13 a p. 43 che è stato pubblicato nel del testo a cura di Nicola Cilento (…) AA.VV., ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, 1982. Il Bulgarella (…) cita anche Venturino Panebianco (…), e il suo saggio: ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’ che, scriveva il Bulgarella “avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…..Tra il Cilento e la Lucania si localizza invece la grangia di San Pietro in territorio di Rivello (oggi in provincia di Potenza), mentre nella Calabria settentrionale è Scalea con la chiesa di San Nicola di Siracusa (oggi in provincia di Cosenza).”. Sulla eparchia presente a Rivello sin dai primi anni del X secolo, ho parlato in un altro mio saggio ivi. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 256, riferisce un’interessante notizia e, scriveva in proposito che: “Per i consueti pellegrinaggi presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, una prassi per il basiliano, igumeni e monaci dell’archimandritato carbonense si imbarcavano dal porto di Maratea o da quello di Sapri (61).. Il Campagna (…), nella sua nota (61), a p. 256, postillava che: “(61) J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit; G. Giovannelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. E’ una notizia che ci lascia un pò perplessi ma estremamente interessante. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”.

Nel 981-982, S. Saba, nel viaggio per raggiungere l’Imperatore  Ottone II a Roma per conto del catepano bizantino di Puglia, Romano fu attaccato dai Saraceni e dovette rifugiarsi ad Amalfi

Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – In seguito Saba compì altri viaggi, motivati però da missioni diplomatiche o da nuove scorrerie arabe che lo costrinsero a cercare rifugio a settentrione. In corrispondenza della spedizione antisaracena di Ottone II (981-82), per es., il catepano d’Italia Romano, la cui identificazione risulta dubbia (Falkenhausen, 1967; trad. it. 1978, pp. 86, 188), chiese al monaco di intercedere presso l’imperatore per scongiurare una sua invasione in Calabria, che sarebbe stata motivata da sommosse delle popolazioni latinofone del Catepanato contro il governo bizantino. Tale missione diplomatica sarebbe databile alla prima metà del 981. Durante il viaggio il monaco fu però costretto dagli attacchi dei saraceni a rifugiarsi ad Amalfi, dove fondò un eremitaggio. Dovette tornare in Calabria per prendersi cura degli anziani genitori, ma, una volta spirati questi ultimi, riprese le sue peregrinazioni che lo condussero a Lagonegro, località in cui costituì un monastero dedicato all’apostolo Filippo. Successivamente ulteriori attacchi lo spinsero a trasferirsi nel territorio di Salerno, dove con i suoi discepoli diede vita a un’altra comunità religiosa. Saba si trovò così a gestire una rete di monasteri diffusi tra Calabria, Basilicata e Campania. Mantenne inoltre relazioni con altre figure oggetto di venerazione nel mondo italo-greco: nel 984 assistette, per esempio, al trapasso di s. Luca di Demenna (Vita S. Lucae Abbatis, 1794, col. 341). Oltre a ciò egli si trovò di nuovo, alla fine della sua vita, a svolgere un ruolo nelle vicende politiche dell’Italia meridionale alla fine del X secolo.”.

Nel 981-982, il viaggio di S. Saba da Ottone II a Roma per conto di Romano, catepano del tema bizantino di Puglia

Pare che Romano successe nel 985 al Catepano Calociro Calofinas che era stato impiccato. Secondo il ‘Codice diplomatico bareseLupo, 56′,  Romano è nominato catapano d’Italia tra l’autunno 984 e la primavera dell’anno successivo durante il regno dell’Impero Bizantino di Basilio II. Per Lupo si intente Lupo Protospada (…). Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – In seguito Saba compì altri viaggi, motivati però da missioni diplomatiche o da nuove scorrerie arabe che lo costrinsero a cercare rifugio a settentrione. In corrispondenza della spedizione antisaracena di Ottone II (981-82), per es., il catepano d’Italia Romano, la cui identificazione risulta dubbia (Falkenhausen, 1967; trad. it. 1978, pp. 86, 188), chiese al monaco di intercedere presso l’imperatore per scongiurare una sua invasione in Calabria, che sarebbe stata motivata da sommosse delle popolazioni latinofone del Catepanato contro il governo bizantino. Tale missione diplomatica sarebbe databile alla prima metà del 981. Durante il viaggio il monaco fu però costretto dagli attacchi dei saraceni a rifugiarsi ad Amalfi, dove fondò un eremitaggio. Dovette tornare in Calabria per prendersi cura degli anziani genitori, ma, una volta spirati questi ultimi, riprese le sue peregrinazioni che lo condussero a Lagonegro, località in cui costituì un monastero dedicato all’apostolo Filippo. Successivamente ulteriori attacchi lo spinsero a trasferirsi nel territorio di Salerno, dove con i suoi discepoli diede vita a un’altra comunità religiosa. Saba si trovò così a gestire una rete di monasteri diffusi tra Calabria, Basilicata e Campania. Mantenne inoltre relazioni con altre figure oggetto di venerazione nel mondo italo-greco: nel 984 assistette, per esempio, al trapasso di s. Luca di Demenna (Vita S. Lucae Abbatis, 1794, col. 341). Oltre a ciò egli si trovò di nuovo, alla fine della sua vita, a svolgere un ruolo nelle vicende politiche dell’Italia meridionale alla fine del X secolo.”. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 49, riferendosi a Cristoforo che morì nella regione o eparchia monastica detta del ‘Latinianon’, in proposito scriveva che: “La vita di Saba fu molto avventurosa di quella di Cristoforo: i suoi viaggi furono più numerosi, e più del padre egli entrò in relazione con i personaggi maggiormente autorevoli della sua età. Già mentre si trovava nel monastero di S. Michele Arcangelo, al Mercurion, egli aveva compiuto l’abituale pellegrinaggio a Roma, e successivamente l’altro pellegrinaggio allora altrettanto diffuso, a Gerusalemme ed ai luoghi santi; un successivo viaggio a Roma egli dovette compiere, verso il 982, inviatovi dal catepano Romano (112), perchè trattasse la pace con Ottone II, ma l’intervento dei Musulmani gli impedì di compiere la sua missione, ed egli dovette ritirarsi in una spelonca presso Amalfi, ad Atrani (113). Dopo la morte dei suoi genitori decise di allontanarsi da Latiniano, e, in cerca di solitudine, si ritirò in un oratorio dedicato a S. Filippo, a Lagonegro. Ma qui accadde quanto era già accaduto, all’estremità opposta della Calabria, ad Elia lo Speleota; la fama della sua virtù fece accorrere presso di lui molti monaci, per cui intorno a S. Filippo si formò un monastero, che accolse ben presto sessanta religiosi.”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (112) postillava che: “(112) Romano è indicato nel testo (‘Vita Sabae, v. XXII, p. 37) ecc..”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Il testo edito ha: il testo in greco ecc..che il Cozza-Luzi traduce: “Beatus autem Sabas, ad Amalphim secedens, in abdito specu, hominum rebus sublimior, queti sacrae vacabat” (‘Vita Sabae’, v. XXII, p. 38.”. Infatti anche la studiosa Vera Von Falkenhausen (…), nel suo saggio contenuto in “Calabria Bizantina’, aspetti sociali ed economici’ ed. Parallelo 38, a p. 54, in proposito scriveva che: “La Vita di San Saba racconta che il Santo, sfuggendo i Saraceni, affidò il tesoro del suo monastero a un amico di Amalfi (74).”. La Falkenhausen (…) a p. 54 nella sua nota (74) postillava che: “(74) ‘Historia et laudes S. Sabae et Macarii etc, op. cit., c. 36, p. 50.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 86, parlando di S. Saba, in proposito scriveva che: “Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che gli altri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, minacciato da una ribellione delle popolazioni che si rivolgevano per aiuto al ‘rex’, non sa ricorrere a miglior partito che all’intervento del santo monaco, il quale, per la fama della sua virtù, è in grado di recarsi a Roma e di compiere la sua missione di pace, mentre gli agareni minacciavano l’intera Calabria. Non importa molto se il nome del patrizio non è esatto e se invece che di Romano si debba parlare di Delfino Caloceos, quello che importa è che, nell’imminenza della spedizione di Ottone II, un monaco greco potesse presentarsi come mediatore tra il patrizio ‘basileus’ e lo sposo di Teofano, che, proprio alla vigilia della spedizione nell’Italia meridionale, aveva insistito nell’adoperare il titolo di ‘imperator Romanorum Augustus’. Lo si chiama ‘rex’ in questo testo greco, con un rigorismo forse superiore alle stesse fonti ufficiali, ma non si esita ad andare da lui e a intrattenere con la sua corte relazioni cordiali e amichevoli, ecc..”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Il Bulgarella a p. 40 parla degli inizi del X secolo quando Sant’Elia di Enna, a causa dell’espugnazione aglabita di Taormina e dell’intera Sicilia dap arte degli Arabi fu costretto a lasciare la Sicilia e si rifugiò ad Amalfi. Filippo Bulgarella (…), anche nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’ ha scritto di questo evento. Il Bulgarella a pp. 38-39 scriveva che: “Perciò non sorprende affatto che, in quelle circostanze, gli interlocutori della corte ottoniana siano stati personaggi di grande rilievo, come San Saba e San Nilo, San Gregorio di Cassano e Giovanni Filogato. Se è vero, infatti che nel 981 il catepano Romano, se non lo stesso ‘basileus’, inviò a San Saba in missione diplomatica a Roma perchè dissuadesse Ottone II dall’imminente spedizione nell’Italia meridionale e lo convincesse a rispettare la pace con Bisanzio, vuol dire che il vecchio asceta siculo-greco vantava al suo attivo un tale prestigio o relazioni così influenti all’interno della stessa corte sassone da potervi trovare facilmente credito e svolgere quindi opera di mediazione tra i due Imperi (41).”. Il Bulgarella a p. 39, nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ediz. a cura di G. Cozza-Luzi, Romae, 1893, c. 22, pp. 37 s. Cfr. J. Gay, ‘L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, cit., pp. 326 ss.; V. Von Falkenhausen, ‘La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo’, traduzione italiana, Bari, 1978, pp. 86, 183.”.   

Nel 990, l’altro viaggio di S. Saba di Collesano a Roma da Ottone II per conto di Giovanni I Principe di Salerno e del duca Mansone di Amalfi

Il periodo preducale ebbe termine nel 954, quando Mastalo II s’intitolò duca al raggiungimento della maggiore età, ma morì nel 958. Il nuovo duca, Sergio I, fondò quindi una nuova dinastia, destinata a regnare ininterrottamente per i successivi 115 anni, tranne nel periodo 1039–1052, quando il Principe di Salerno conquistò il Ducato di Amalfi. Nel 991 Mansone I d’Amalfi dovette fronteggiare l’attacco di una flotta di Saraceni di Sicilia nel golfo di Napoli e Salerno. Lo racconta una fonte agiografica su s. Costanzo di Capri. Il duca offrì ai Saraceni terreni e doni, ma non poté evitare il saccheggio della costa. Probabilmente allora cadde prigioniero dei Saraceni con il figlio Giovanni (I) e il nipote Sergio (III), come emerge da un documento amalfitano del 1009. La cattura del duca potrebbe però essere avvenuta anche più tardi, forse nel 999, quando i Saraceni assediarono Salerno. Gli Amalfitani non furono in grado di vincere contro i Saraceni, sconfitti invece dai Pisani nella battaglia navale del 1005 presso Messina. L’incursione dei Saraceni di Sicilia non procurò tuttavia danni sostanziali al commercio degli Amalfitani con gli Arabi. Filippo Bulgarella (…), anche nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di S. Saba e della sua notevole influenza alla corte Sassone di Ottone II e di sua madre Teofano, ha scritto di questo evento. Il Bulgarella a pp. 38-39 scriveva che: …..vuol dire che il vecchio asceta siculo-greco vantava al suo attivo un tale prestigio o relazioni così influenti all’interno della stessa corte sassone da potervi trovare facilmente credito e svolgere quindi opera di mediazione tra i due Imperi (41). Prova ne sia che il mancato compimento della missione non precluse affatto le sue vie di accesso a quella corte, a cui infatti si rivolse circa dieci anni dopo (990), nel corso di due nuove ambascerie a Roma per conto del principe Giovanni di Salerno e del duca Mansone di Amalfi, ottenendo la liberazione dei loro figli, tenuti in ostaggio dai tedeschi, grazie alla benevolenza di Teofano nei suoi confronti ed ai buoni uffici del vescovo Giovanni, il potente ministro identificabile con Giovanni Filogato (42).”. Il Bulgarella a p. 39, nella sua nota (42) postillava che: “(42) ‘Historia et laudes et SS. Sabae et Macarii’, ediz. cit., cc. 46 ss. pp. 63 ss. Cfr. J.B. Pitra, Analecta sacra’, I, Paris, 1876, pp. 306 ss.; U. Schwarz, ‘Amalfi nell’alto medioevo’, traduzione italiana , Salerno-Roma 1980 (Quaderni del Centro di cultura e storia amalfitana, 1), p. 80.. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di ecc…Lo si chiama ‘rex’ in questo testo greco, con un rigorismo forse superiore alle stesse fonti ufficiali, ma non si esita ad andare da lui e a intrattenere con la sua corte relazioni cordiali e amichevoli, come attesta in un altro punto la vita di s. Saba, quando parla di un secondo intervento del santo presso Ottone per salvare il figlio del principe di Salerno, che era ostaggio dell’imperatore diffidente verso l’atteggiamento di Mansone di Amalfi, che aveva conquistato lo stato di Salerno (283). E’ interessante anche notare come l’azione di questi abati e organizzatori di una fiorente vita monastica in tutte le sue forme,, si sposti verso Amalfi, Salerno e Roma. Aveva cominciato Elia da Enna, rifugiato ad Amalfi mentre cadeva Taormina, riprende s. Saba questa tendenza che sarà compiuta con s. Nilo da Rossano. Di questa mirabile vita, forse la testimonianza più alta della grecità italiana del secolo X, vogliamo accennare qui alcuni spunti sulla consapevolezza del significato dei due imperi, nella loro sostanziale parità (284). Ecc... Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (283) postillava che: “(283)Vita, cit., 22. un cenno a Ottone II col titolo di ‘basileus’ è nel codice parigino supplementare 920, a. 6490.”. Il Lamma (…), a p. 249, nella sua nota (284) postillava che: “(284) Per il ‘Bios’ di s. Nilo si veda l’ed. in P. G., 120.”. Riguardo ciò che postillava il Bulgarella, ovvero a U. Schawarz (…), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. II, a p. 132, nella sua nota (185) postillava che: “A proposito delle pergamene Amalfitane va segnalato che, …..cfr. M. Camera (‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, II, Salerno, 1876, 1881, p. 80) e riedito da U. Schwarz (‘Alle origini della nobiltà amalfitana’, Atti “Amalfi nel Medioevo”, Salerno 1977, pp. 369 e 375). Cfr. pure il documento del 977 (‘Codice diplomatico amalfitano’ , I, doc. X, p. 16), ecc…”. Dunque questa notizia è tratta anche dal Camera (…) che fu ripubblicato da Ulrich Schwarz (…).

Da Wikipedia, riferendosi a S. Saba dopo il 984, dopo aver liberato Armento leggiamo che: In seguito si trasferì ancora, vivendo da solo in una grotta nei dintorni di Salerno. In questo periodo il figlio di Giovanni I, principe di Salerno, era ostaggio presso la corte dell’imperatore Ottone II; cedendo alle preghiere di Giovanni e di suo padre Mansone, Saba si recò nuovamente a Roma come ambasciatore ottenendo, anche grazie all’intercessione dell’imperatrice Teofano, la sua liberazione.”. Giovanni I (… – 1007) è stato un principe longobardo, di Salerno (981 – 983) e duca di Amalfi (1004 – 1007). Figlio di Mansone I, fu da questi associato al trono del Principato di Salerno, ma il loro governo fu molto impopolare. Padre e figlio furono spodestati da una rivolta popolare che portò al potere Giovanni II. Alla morte del padre ereditò il ducato di Amalfi, sul quale regnò appena tre anni. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Purtoppo il Bulgarella in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma si riferisce a “Oriente e Occidente” del 1968 e non quella che ho io del 1966 pubblicata a Padova. Il Bulgarella (…) si sa che San Saba partì da Lagonegro e si recò in missione dall’Imperatore Ottone II a Roma per conto del Principe di Salerno. Dalla Treccani on-line, in riferimento a S. Saba da Collesano leggiamo ancora che: “Saba da Collesano, santo. – Quando era ormai in età avanzata, infatti, sia il principe di Salerno sia il duca di Amalfi Mansone chiesero la sua intercessione presso la corte di Ottone III e di sua madre Teofano per ottenere la liberazione dei loro figli, presi in ostaggio da Ottone II durante la precedente campagna. A questo scopo Saba si recò due volte a Roma, dove il giovane imperatore si era trasferito, per conto dei due regnanti, conseguendo in ambedue i casi la liberazione degli ostaggi, grazie all’aiuto del vescovo di Piacenza Giovanni Filagato, anch’egli di origine italogreca (Canetti, 2000). Nel corso della seconda missione, tuttavia, Saba morì a Roma, nel monastero di S. Cesario. Attorno alle sue spoglie si produssero numerosi miracoli e la stessa imperatrice Teofano si recò a venerarle. La data del suo trapasso deve essere fissata a giovedì 6 febbraio 991 (Caruso, 1999, p. 573)”. Qui wikipedia cita Canetti edito nel 2000 (…). Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 49, riferendosi a Cristoforo che morì nella regione o eparchia monastica detta del ‘Latinianon’, in proposito scriveva che: Come già nel 982, anche negli ultimi anni della sua vita Saba dovette recarsi a Roma per ottenere dall’Imperatore Ottone III (114) prima la liberazione del figlio del principe di Salerno, che era tenuto come ostaggio da Ottone, poi quella del figlio del patrizio di Amalfi; e in quest’ultimo viaggio morì a Roma, nel monastero di S. Cesario (115), lasciando il governo dei monasteri da lui fondati al fratello Macario, che gli sopravvisse di dieci anni, e che, quando morì a Salerno (116), nominò igumeno Luca.”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (114) postillava che: “(114) In verità la ‘Vita Sabae’, v. XLVI, p. 63, confonde Ottone III con Ottone II, ma si tratta di una confusione facilmente spiegabile. Del resto la citazione, della narrazione di questo episodio, del vescovo Giovanni Piacenza, il futuro antipapa Giovanni XVI (v. XLVIII, p. 66), elimina ogni dubbio.”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Sul monastero greco di S. Cesario cgr. F. Dvornick, Les légendes de Costantin et éthode vues de Byzance, ecc.., Praga, 1933, p. 287.”. Il Borsari a p. 50, nella sua nota (116) postillava che: “(116) Il nome di Salerno si ricava dal moneo di Macario, edito in Cozza-Luzi, op. cit., pp. 97-106: segue testo in greco tratto da Cozza-Luzi.”. Mansone I (… – 1004) è stato un principe longobardo, duca di Amalfi (966 – 1004) e principe di Salerno (981 – 983). Figlio del duca Sergio, fu il più grande sovrano indipendente del ducato di Amalfi, che resse per quasi mezzo secolo. Le cronache lo indicano spesso come Mansone III. Nel 981, approfittando della giovane età di Pandolfo II di Salerno, invase il principato e rovesciò il sovrano dal trono. L’imperatore Ottone II, che già si trovava in Italia impegnato nella lotta contro bizantini e saraceni ed era in cerca di alleati, concesse a Mansone il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Mansone associò al trono suo figlio Giovanni, ma il governo degli Amalfitani sul principato salernitano fu tirannico e impopolare. Nel 983 padre e figlio furono spodestati dal popolo, che elesse principe Giovanni Lamberto, conte di palazzo relegato in esilio. Mansone conservò il possesso di Amalfi, su cui regnò fino alla morte. A lui si deve l’edificazione della cattedrale di Sant’Andrea Apostolo e l’istituzione della sede episcopale di Amalfi (987) da parte di papa Giovanni XV. Nel 991 Mansone dovette fronteggiare l’attacco di una flotta di Saraceni di Sicilia nel golfo di Napoli e Salerno. Lo racconta una fonte agiografica su s. Costanzo di Capri. Il duca offrì ai Saraceni terreni e doni, ma non poté evitare il saccheggio della costa. Probabilmente allora cadde prigioniero dei Saraceni con il figlio Giovanni (I) e il nipote Sergio (III), come emerge da un documento amalfitano del 1009. La cattura del duca potrebbe però essere avvenuta anche più tardi, forse nel 999, quando i Saraceni assediarono Salerno. Gli Amalfitani non furono in grado di vincere contro i Saraceni, sconfitti invece dai Pisani nella battaglia navale del 1005 presso Messina. L’incursione dei Saraceni di Sicilia non procurò tuttavia danni sostanziali al commercio degli Amalfitani con gli Arabi. Si veda Vera von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo’, Bari 1978, pp. 37 s., oppure V. von Falkenhausen, Il Ducato di Amalfi e gli Amalfitani fra Bizantini e Normanni, in Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello Stato medievale amalfitano. Atti del Congresso… 1981, Amalfi 1986, p. 18. Su San Saba e la notizia di un viaggio a Roma dall’Imperatore Ottone II e sua madre Teofano ha scritto anche Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. II, a pp. 320-321 parla di “38. S. Saba di Colassai” e s., in proposito scriveva che: “E perchè nuovamente ritornarono i Saraceni a devastare i paesi della nostra Calabria, S. Saba con i suoi monaci partitosi, andò a ritirarsi in una Spelonca vicino Salerno (21). Quivi unitosi il grido della sua venuta, corsero tutte quelle genti, ch’eran da varie infermità e dagli spiriti maligni vessate, e ne otennero le grazie conformi ai loro bisogni. Fra gli altri vi capitò il Principe di Salerno (22) a pregarlo che si compiacesse andare in Roma dal Re dei Latini, che più anni tenuto avea il suo figlio prigione per ostaggio. E mosso a pietà di lui, vi andò e ottenne la grazia. Ritrovandosi dello stesso modo in mani del detto Re dei Latini il figlio del Patrizio d’Amalfi (23), fu nuovamente il Santo pregato e ripregato ad ottenere la grazia della scarcerazione. Partito poi per Roma giunse al Monastero di S. Cesario (24). Recatosi dal Vescovo Giovanni (25), costui ottenne dal detto Re il giovinetto dal Patrizio desiderato.”. Il Martire (…) a pp. 324-325, nella sua nota (22) postillava che: “(22) ‘Il Principe di Salerno’ – Chi fosse costui potrassi raccapezzare dal catalogo dei Principi di detta città appo Engenio, fol. 46. E si congettura che fosse un tal Giovanni, che governò dall’anno 984 al 993, là dove fa menzione di aver ricuperato lo Stato. E nella venuta degli Imperatori Ottone II. e III. nel Regno contro i Greci e i Saraceni, sarà facile che avessero contro i Principi di Salerno e anche di Amalfi proceduto a qualche fatto.”. Dunque, il Martire, sulla scorta di Cesare d’Engenio Caracciolo (…..), nel suo “Descrizione del Regno di Napoli”, scrive il Martire, quando parla nel ‘Catalogo’ dei Principi di Salerno, pag. 46.

D'Engenio, p. 46

Il Martire (…..), sulla scorta del d’Engenio Caracciolo (…..) dice che ivi congettura che fosse Giovanni I, Principe Longobardo di Salerno. E’ interessante ciò che scriveva Angelo Bozza (…) nella sua “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, dove, sulla scorta di Pietro Giannone (….), ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 968-971 scriveva che: Ottone I fa per parecchi anni 968-971 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Felice Fusco (…),  nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 87, nella sua nota (69) postillava in proposito che: “(69) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per gli storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. A. Carucci, ‘Opulenta Salernum’, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”. Dunque il Fusco si riferiva la testo di Arturo Carucci (…), ‘Opulenta Salernum’, pubblicata nel 1990 per i tipi di Boccia.

Il Martire, nella sua nota (23) postillava del Patrizio di Amalfi, Manso o Mansone. Il Martire nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Patrizio di Amalfi’. – Il detto Engenio, fol. 54, parlando di Mansone III dice che tenuto avesse il Ducato anni sedici dopo l’anno 976; e che fosse reintegrato talora nello Stato, e lasciato avesse per Patrizio Imperiale Giovanni II detto Perrella, suo figlio. E così credesi che lui fosse allora Patrizio d’Amalfi, se pure non fosse stato Sergio VII, predecessore di detto Mansone.”.

Engenio, p. 56

(Fig…) Cesare D’Engenio Caracciolo, op. cit., p. 54

Il Martire (…), nella sua nota (26) postillava e citava l’opera di Rocco Pirro (…) che nella sua ‘Sicilia Sacra etc…‘, nel 1733, tomo I del suo “Notiziae Siciliensium Ecclesiarum Abbate Netino D. Roccho Pirro Auctore”, e il Martire dice, tomo I, fol. (pag.) 108, nota ai 5 di dicembre 884, quando il Pirro parla della Chiesa di Catania. Infatti il Pirro (…) a pp……in proposito scriveva che: “…………………………. 

Nel 12 luglio 982, la battaglia di Ottone II contro i Saraceni d’Africa e di Spagna

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni di Sicilia si spinsero nel territorio dei principi longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di Lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.. Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a pp. 78-79, in proposito scriveva che: Dal 975 al 981, Abu el Kàsem organizzò numerose incursioni dalla Sicilia, che estese financo in territorio longobardo. Per questo motivo (ma pare che abbia anche influito la rivolta di città e castelli bizantini contro lo stratega Romano) i principi longobardi chiesero l’aiuto di Ottone II. L’imperatore sassone fu sconfitto dai Saraceni di Abu el Kasem presso capo Stilo (94), il 12 luglio 982. Oltre al tentativo di Ottone II, i cui ideali di paladino antisaraceno sono discutibili,…etc…”. Il Campagna, a p. 79, nella nota (94) postillava: “(94) Il “Cocynthum promontorium” di Plinio (N.H., III, 10), presso cui scorre lo Stilaro. Nella battaglia del 12 luglio 982, Abul el Kàsem, successo nell’emirato di Palermo al fratello Ahmed (970), morì trafitto sul campo, dopo aver combattuto eroicamente. Sull’ubicazione della battaglia, Stilo o Capo Colonne (presso il tempio di Hera Lacinia), non si è raggiunta la certezza storica, per la vaga interpretazione di …………..(Aschlumberg e Gay)…..F. Gabrieli, Gli Arabi, Firenze, 1957; Anonimo Salernitano, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, t. I.; D. Leuzzi, La Calabria e i Musulmani, in “CL”, a. XIV, n. 3-4; F. Gabrieli, I Saraceni in Calabria, in “AC”, Roma. 1959, XXIV, 337-360″. Angelo Bozza (…) nel suo “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 919 e sulla scorta di Pietro Giannone (….), cita un Guaimario Principe di Salerno e scriveva che: “Landulfo e Guaimario principi di Benevento e Salerno confederati, rompono la battaglia ad Ascoli Ursileo Stradigò di Bari, il quale vi è ucciso, ed invadono la Puglia e la Lucania ritenendole sette anni. I  Greci riacquistano la puglia e la Calabria dai Principi di Benevento e di Salerno, dopo averli disfatti in battaglia presso Matera. I Saracini prendono e danno alle fiamme Cosenza (a. 965). Tornano in uso i cognomi delle famiglie lungo tempo disusati (Giannone). Ottone I fa per parecchi anni 968-871 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”.

Nel 1018, Melo di Bari, Osmondo Drengot ed i primi Normanni arrivati nell’Italia Meridionale

Le principali fonti storiche sulla vita e le imprese di Osmondo sono le opere degli storici Amato di Montecassino e Guglielmo di Apulia, suoi contemporanei. Osmondo era appartenente alla famiglia Drengot Quarrell, originaria di Villaines-la-Carelle, una località vicino Alençon, nella Bassa Normandia. Aveva quattro fratelli: Rainulfo, Asclettino, Gilberto e Rodolfo. Osmondo aveva ucciso una persona vicina al duca Riccardo II di Normandia, Guglielmo Repostel, che s’era pubblicamente vantato d’aver stuprato una giovane parente di Osmondo; con l’accusa di tale assassinio, Osmondo fu bandito dal regno. Così lui e tutti i suoi fratelli si accompagnarono a una masnada di 250 guerrieri (composta da altri esiliati, militari senza terra e avventurieri simili) in un pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo sul Gargano, al santuario dell’arcangelo-soldato Michele (1017). Alcune fonti affermano che i guerrieri normanni fecero una tappa anche a Roma per incontrare papa Benedetto VIII. Le fonti divergono sul capo della compagnia di ventura: Orderico Vitale e Guglielmo di Jumièges dicono che fosse proprio Osmondo. Per Rodolfo il Glabro era Rodolfo. Leone Ostiense, Amato di Montecassino e Ademaro di Chabannes nominano invece Gilberto Buatère: infatti la maggior parte delle cronache dell’Italia meridionale indicano in Gilberto il capo normanno nella battaglia di Canne (1º ottobre 1018). In Puglia i normanni guidati dai Drengot cominciarono ad offrire la loro protezione, dietro pagamento di un compenso, ai pellegrini diretti al santuario, in modo da metterli al riparo dalle scorrerie degli altri predoni, facendosi presto conoscere per la loro valentia nelle armi. Fu così che si unirono alle forze di Melo di Bari, il quale, dopo la fallita rivolta antibizantina del 1009-1011, cercava quel sostegno militare che scarseggiava tra i longobardi e che l’imperatore Enrico II gli aveva negato. Ma la battaglia combattuta a Canne (1º ottobre 1018) fu per gli insorti un vero disastro: le truppe furono decimate dai bizantini di Basilio Boioannes e lo stesso Osmondo, con Gilberto, caddero in battaglia . I superstiti della banda trovarono comunque rifugio ad Ariano, sull’Appennino campano, sede di un’importante contea longobarda; qui, nel giro di qualche anno, riuscirono a usurpare il potere, tanto che la contea normanna di Ariano venne formalmente riconosciuta dall’imperatore Enrico II di Franconia già nel 1022.[1] Successivamente Rainulfo Drengot sarebbe emerso come capo indiscusso delle rimanenti milizie normanne che, a loro volta, dalla Puglia dovettero ritirarsi in Campania. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “…..la saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna.. Infatti, con la benedizione di papa Benedetto VIII, Melo nel 1015 si recò in Germania dall’imperatore Enrico II per chiedere aiuto. L’imperatore lo accolse tra i suoi vassalli e lo nominò Duca di Puglia, tuttavia non gli fornì alcun aiuto militare. Melo allora ritornò in Italia, si procurò il rinnovato appoggio dei principi longobardi e delle città dissidenti e assoldò alcuni cavalieri mercenari normanni, guidati da Gilbert Buatère, che fecero così la loro comparsa sulla scena politica italiana.

Nel 1017, HUGONE TUDEXTIFEN e ALTRUDA, genitori di Ruggero dell’Oria

Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano su Ugone Tudextifen che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna. Questo dunque era il carattere di Ugone, antenato del nostro ammiraglio. Buon sangue non mente! Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, Ugone Tudextefen venne in Italia insieme alla stirpe dei Drengot e si unì ai Bizantini di Melo di Bari per la conquista del Ducato di Puglia. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irrequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”. Dunque, da alcuni studi risulta che Ugone di Tudextefen si sposò con la longobarda principessa Altrude e, secondo Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “….divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. I due ebbero per figlio Ruggiero (dell’Oria) che visse al tempo al tempo di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero dell’Oria era figlio di UGONE e di sua moglie “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque Ruggero dell’Oria, il quale si sposò con BULFANARIA. Nel …….., la longobarda BULFANARIA DE ORIA, seconda moglie di Ruggero dell’Oria e madre di Gibel de Loria … Dunque, Ruggiero (dell’Oria), per poi arrivare al celebre ammiraglio Ruggero di Lauria. 

Il rito greco a Lagonegro e resti nelle sue Chiese

Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: A quanto si conosce, fu sempre in vigore nella nostra Chiesa il rito latino, e neppure sotto la dominazione bizantina si potè introdurre il rito greco, che nel vicino Comune di Rivello fu adottato fino al 1572 nella Chiesa di S. Maria del Poggio, dove tuttora si trovano parecchie lapidi e pergamene con iscrizioni greche.”. La stessa notizia è riferita da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, che p. 332 che, diceva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: Lagonegro…. Riferisce il Falcone che in un muro del Coro furono ritrovati ‘gli Statuti della regola benedettina, scritti a mano con caratteri longobardi’, e conservati fino ai tempi suoi, e nella Chiesa antichissimi scheletri di Frati Benedettini, che furono indi murati dietro l’altare maggiore. Ecc..”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 244 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 244, in proposito scriveva che: “Mentre sono poi da citare….., nonchè i rozzi resti di un protiro con leoni stilofori, colonne e capitelli in una cappella di Lagonegro.”. Sempre il Cappelli a p. 245 scriveva che: “…e in una base di croce lapidea nella piazza grande di Lagonegro.”. Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina.  Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc….Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che alcune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Volpe (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”

Nel 1079, ‘Lacumnigrum’ o ‘Lacusniger’ tra le trenta parrocchie nella ‘Bolla di Alfano I’

La ricostituzione della sede episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (…), si citavano quelli di: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), Lacumnigrum (Lagonegro), ecc…

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(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

stralcio delle località sulla bolla di Alfano

Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71 si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 80 e s. parlando della Diocesi di Policastro e di Lagonegro in proposito scriveva che: “II. Lagonegro ha fatto parte sempre della Diocesi di Policastro, e coll’antico nome latino di ‘Lacusniger’ trovasi noverato nella bolla dell’Arcivescovo Alfano di Salerno del 1079, con la quale fu ricostruita la Diocesi Bussentina. In detta bolla, che è ricordata nella Sinossi storica della Diocesi di Policastro (1), questa è circoscritta nei suoi antichi confini più estesi degli attuali, dal Cilento fino al fiume Mercuri in Calabria, e comprendeva molte Città e terre del Salernitano, della Basilicata e della Calabria.”. Dunque, il Pesce (…) ci ricorda che nella bolla di Alfano I, il toponimo di Lagonegro ivi riportato è Lacusniger e non come è scritto in Laudisio (…), nella versione del Visconti, è scritto: “Lacumnigrum” come scrivevano invece il Troccoli e il Tancredi. Carlo Pesce ci cicorda che: “(1) Vedi il libro edito nel 1831 per ordine di Monsignor Laudisio ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica Synopsis’, che dicesi composta dal can. Rossi di Rivello.”. Il can. Rossi di Rivello, secondo ciò che trovo scritto sul testo della ‘Synopsi’ ripubblicato dal Visconti (…) trovo scritto “Lacumnigrum” e non “Lacusniger” come dice il Pesce. Dunque c’è qualcosa che non mi torna. Come mai il Rossi pubblicò “Lacumnigum” ? Sul testo originale e inedito della “Bolla di Alfano I conservato all’Archivio Arcivescovile della Diocesi di Policastro a Policastro è scritto “Lacunigru“. Anche il manoscritto del Mannelli (…) citò la bolla di Alfano I ma in esso non si leggono le località. Anche a pp. 128 e 130 il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto “Policastro Bussentino”, riportava la ‘Bolla di Alfano I ma riportava dei toponimi differenti rispetto all’originale inedito concessoci dall’attuale Archivista Don Pietro Scapolatempo (…). Il Cataldo riportava “Lacumnigrum”. Della ‘Bolla di Alfano’ ne parlò anche il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani”, pubblicato nel 1888, a p. 17 ma, la cita trascrivendone l’intitolazione senza trascriverne il testo completo. Il testo completo con i relativi confini della pastorale sono in Pietro Ebner (…), nel suo ‘Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s. Ebner (…) a p. 92 in proposito scriveva che: “Il testo, così autenticato e che trascrivo tal quale, è solo nell’introvabile saggio ‘Paleocastren dioecesis’ (Napoli 1831) del bussentino vescovo N. M. Laudisi, noto per serietà di studi e qualità umane, ecc…”, riportava “Castellum quod dicitur Mandelmo – Camarota – Arriuso – Caselle – Turturella – Turraca – Portum – Lacumnigrum – Revelia – Triclina – Ulia – Seleuci – Latronicum – Agrimonte – S. Athanasium – Vimanellum – Rotunda – Languenum – Rosolinum – Avena – Regione – Abb. Marcu – Mercuri – Ursimarcu – Didascalea – Castrocucco – Turtura – Laeta Marathia.” che sono le stesse località che trascrive il Laudisio (…) nella sua ‘Synopsi’ che come abbiamo visto fu curata dal sacerdote di Rivello De Rossi. Si è visto come il toponimo di “Lacumnigrum” riportato dal Laudisio non corrisponde al toponimo di “Lacunigru” riportato sull’originale concessoci all’ADP. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano.”. E sin quì concordo con ciò che scriveva il Gentile. Il Gentile però continuando il suo racconto su Morigerati, sempre in riferimento all’asenza del toponimo di Morigerati sulla bolla di ALfano I° aggiungeva che: “La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano.”. In sostanza il Gentile sosteneva che siccome il toponimo di Morigerati non figura nelle trenta parrocchie che figurano nella bolla di Alfano I questa assenza avvalora l’ipotesi ed è una prova che il casale di Morigerati dipendeva da tempo dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, prima antichissimo cenobio basiliano che nel X secolo era diventata una “baronia” che l’Ebner chiamò “ecclesiastica”. Io dico che ciò non è corretto in quanto, se così fosse, non si capisce perchè nella cosiddetta bolla di Alfano I risalente agli anni 1067 (come vuole l’Ebner) e datata 1079, figurasse il centro o il toponimo di “Casella” che invece è stata una delle dipendenze dell’abazia Rofranese. Caselle in Pittari, sotto il toponimo di “Casella” figura sulla bolla di Alfano I ed è stata sempre una delle dipendenze o grangia dell’Abazia di S. Maria di Rofrano. Infatti, l’assenza di alcuni centri o borghi nella lettera pastorale dell’Arcivescovo primate di Salerno Alfano I trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ risulta dubbia e strana. Forse uno o l’unico esemplare del documento che io pubblicai ivi per la prima volta, vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. In esso risulta il nome di Tortorella, di Torraca, di Caselle in Pittari ma non risultano i nomi di altri centri come Sicilì, Morigerati, Battaglia, ecc…

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(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Storico e digitale Attanasio)

Anche Biagio Cappelli (…), si chiedeva come mai ma arrivò a dubitare sull’autenticità dell’antica pergamena. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. Il Cappelli arrivava a questa conclusione dubitando della sua autenticità sulla scorta del Racioppi (…) di cui ho già parlato ivi in un altro mio scritto. L’autenticità dell’antica pergamena è stata riscattata recentemente da Biagio Moliterno (…) ma sui centri mancanti o assenti (che non vi figurano) bisognerebbe indagare ulteriormente. Io credo che il motivo di questa assenza sia dovuta ad un’altra diocesi suffraganea (dipendente) dalla nuova Arcidiocesi di Salerno in quegli anni e cioè alla Diocesi di Marsico e forse di Cassano Jonico. Infatti, come io credo, alcuni centri delle nostre terre come Sicilì e Morigerati, che pure esistevano in quel periodo, non furono elencati tra le trenta parrocchie che dovevano costituire la nuova restaurata diocesi Paleocastrense perchè ricadevano in altre diocesi come si può vedere nell’immagine tratta dal Tancredi (…).

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Io credo che alcuni centri come Vibonati, Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Del resto sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”. I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’ del Laudisio, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Il Laudisio (…), a p. 72 aggiunge ancora un’altro particolare interessante: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Jonico.”. Dunque anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in atichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastrosi perdeva nella notte dei tempi. Sempre il Laudisio a tal proposito aggiungeva che: “Vi è un’antica tradizione nel paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, ecc…..Dunque, questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao (37) fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo fu ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: …..”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea.  Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Pietro Ebner (23), sulla scorta di Paolo Diacono (9) e di Goffredo Mataterra (24), parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini. “.

Nel 1144, Roberto di Lagonegro in una carta greca del monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ) pubblicato da Gertrude Robinson

Sugli Scullando, signori di Aieta, il Cappelli (…), a p. 220, parlando dei feudatari di Aieta e, riferendosi a Goffredo, feudatario di Aieta scriveva che: “A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli, sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.. Dunque a proposito del Roberto di Aieta, che il Cappelli dice forse avere assunto il Cognome di Scullando, il Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…). Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Il Cappelli, parlando degli Scullando, citava le carte greche  voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss” e, riguardo queste pergamene scriveva che questo Roberto Scullando, Signore di Aieta: Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ),, ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). I documenti pubblicati da Gertrude Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = 1144. γιβλλος λωριας”,  sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…). Infatti, i due documenti, le due pergamene greche e trascritte e tradotte dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II° di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II° di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85

Robinson, pp. 34-35, doc. XXXVII,

Robinson, pp. 33-34,

Robinson, 36-37

Robinson, pp. 38-39

Robinson, pp. 40-41

Robinson, p. 41

(Fig…) Robinson G., op. cit., pp. 30 e s.

Dunque, in questo documento greco del 1144, proveniente da Carbone, insieme a Roberto di Lagonegro e Genete di Torraca, figurava anche Roberto Scullando. Ma chi era questo Roberto Scullando di Aieta che figura in un documento del 1144 ?. Il Cappelli, parlando dei feudatari di Aieta, riferendosi a Goffredo dice che: (riferendosi all’abitato di Aieta): “e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque, il Cappelli scrive che da questa pergamena greca del 1144, in cui figurava anche “Gibel de Loria“, e “Roberto Scullando di Aieta” che il Cappelli dice “quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando”, dunque il Cappelli dice essere quel Roberto, figliastro di Normanno o forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che “in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque Roberto Scullando come è scritto pure nel documento citato dal Cappelli. Ma chi era il personaggio, il Signore di Aieta, Matteo, figlio del “fu Riccardo e di Clementa” ?. Di Riccardo di Clementa e del figlio Matteo ne parla Biagio Cappelli, citando un altro documento, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei- Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.

Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. I, a p. 362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che: “Molti abitanti di Lagonegro sono puniti per avere insultati e derubati i Legati dell’imeratore Federico che di là transitavano per recarsi alla corte di Guglielmo. S. Francesco d’Assisi, di passaggio per Agropoli e luoghi vicini, opera molti miracoli. Guglielmo II invia la sua flotta con gran numero d’armati e di viveri in Terra Santa per aiuto dei crociati, sotto il comando di Gualtieri di Moac. Di questa spedizione fan parte i baroni Lucani, annoverati dal Borrelli nel suo catalogo generale come anche nell’altra del 1188.”.

Nel 1178 rubato a Lagonegro il trattato di Venezia tra re Guglielmo II il Buono e Federico I il Barbarossa

Dell’epoca di re Guglielmo II il Buono, delle nostre terre e dell’imperatore tedesco Federico I il ‘Barbarossa’, oltre alla citazione del Cataldo (…), di una distruzione di Policastro nell’anno 1154, ci parla lo storico lagonegrese Giuseppe Pesce (…), in un suo pregevole studio sulla ‘Storia della Città di Lagonegro’, che riferisce un interessante episodio che ci riguarda più da vicino. Il Pesce (…), nel 1913, a p. 200 e sgg., traendo l’interessante notizia da Matteo Camera (…), che a sua volta la traeva dal cronista del tempo Romualdo Guarna Salernitano (…), riferisce un episodio del 1178, al tempo di re Guglielmo II il Buono. Il Pesce (…), nel Cap. III, III, “Gli Ambasciatori di Federico Barbarossa oltraggiati a Lagonegro, narra di una zuffa accaduta a Lagonegro, dove fu rubato il trattato di Venezia stipulato tra il Papa, l’Imperatore Barbarossa ed i Comuni Italiani, dopo la disfatta di Legnano. Il Pesce (…), così scriveva in proposito: “Il fatto è narrato in tutti i suoi particolari dallo storico del tempo Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, il quale visse alla corte di Guglielmo II, detto il Buono, Re di Sicilia, e scrisse in latino la Cronaca di quel Reame, che è stata più volte stampata e della quale si conserva una pregevole copia manoscritta nell’Archivio del Capitolo di Salerno (1). Negli ‘Annali delle due Sicilie’ Matteo Camera, riferendosi alla succitata fonte del Guarna, così narra dell’incidente: “Anno 1178. L’Imperatore Barbarossa spedisce al Re Guglielmo di Sicilia due suoi ambasciatori con lettere, Ugolino Buoniconte e Redelgario suo gran Camerario, onde far ratificare gli articoli della pace stabilita a Venezia. Alla loro partenza il Re di Sicilia, li fece ricondurre ed accompagnare dai suoi scudieri fino ai confini del Regno. Nel giungere a Lagonegro in Basilicata, insurse rissa fra quei contadini con uno degli scudieri, il quale per difendersi si rifugiò nell’ospizio degli ambasciatori; ma i villani, temerariamente assalirono la casa, offesero a colpi di pietra i ministri stranieri, e rotto uno scrigno ne portarono il diploma della pace segnata, e con esso una coppa di argento. Quei personaggi portandosi a Salerno a farne lagnanze all’Ammiraglio Gualtieri Mach ed all’Arcivescovo di quel luogo. All’annuncio di tale audace successo il Re Guglielmo spedì David suo Camerario con lettere ai Giustizieri di Principato, onde procedessero rigorosamente contro i malfattori e complici e che quanti ne prendessero fossero impiccati. L’ordine fu poi eseguito appuntino, e dei rei alcuni furono poi impiccati a Barletta, altri presso Troia, uno a Salerno, l’altro a Capua e due presso San Germano., “ut totus mundus evidenter cognosceret quod Villelmus iustitiae et aequitatis amator sit et si qua maleficia in regno suo fuerint, non vult silentio et impunita transire.”. Così Romualdo Guarna Salernitano, il quale quì finisce la sua cronaca di Sicilia. Da ultimo il Re ordinò che si rifacesse un altro diploma, che poi mandò all’Imperatore per mezzo di Tancredi suo Notaro. E’ risaputo che dopo la disfatta di Legnano del 1176 il Barbarossa si vide costretto a fare la pace coi Comuni Lombardi, e dopo molte negoziazioni, si stabilì a Venezia una tregua di 6 anni tra lui, il Papa e le città lombarde, nella quale venne temporaneamente mantenuto ai Comuni l’esercizio dei diritti regali, ed appunto a questo trattato accenna il Guarna; scaduta poi la tegua, fu concluso nella città di Costanza un trattato di pace nel 1183. Nulla poi vogliamo aggiungere a quanto lasciò scritto sull’oltraggio patito da quegli ambasciatori di Barbarossa, lo storico cesareo della corte di Sicilia, inteso ad annullare il suo Re etc…. Vista la notevole importanza dell’episodio riportato dal Camera (…) prima e dal Pesce (…), in seguito, ecco cosa scriveva Romualdo Guarna, pubblicato dal Del Re (…), vol. I, p. 70:

Del Re, Romualdo Guarna su Lagonegro, p. 70

(Fig…) Del Re (…), vol. I, p. 70, Romualdo Guarna Salernitano (…)

Da Wikipedia leggiamo che nel 1177 fu stipulata la cosiddetta “Pace di Venezia”. Si giunse così alla Pace di Venezia nel luglio del 1177, cui parteciparono papa, imperatore, Romualdo Guarna in rappresentanza del re di Sicilia Guglielmo II il Buono e delegati dei Comuni. Il 23 luglio fu confermata la pace con il papa secondo gli accordi di Anagni, fu concordata una tregua con il re di Sicilia di quindici anni e una, con i Comuni, di sei anni. Federico ed Alessandro alloggiarono presso il centro monastico di San Niccolò al Lido, dove l’imperatore ripudiò l’antipapa Callisto III, ammise i suoi errori e riconobbe come capo della cristianità Alessandro III. Successivamente, in Piazza San Marco, durante una cerimonia solenne, Federico si inginocchiò e baciò la pantofola del pontefice, il quale, aiutatolo ad alzarsi, lo abbracciò paternamente. Inoltre, il papa fu sollevato sulla sella del cavallo mentre l’imperatore compì la cerimonia di reggergli la staffa. Federico rimase in Italia sino alla fine dell’anno; poi nel 1178 tornò in Germania dove risolvette definitivamente i contrasti con i suoi feudatari, in modo particolare con il cugino, Enrico il Leone, reo di non avere sostenuto l’imperatore nel modo adeguato dal punto di vista militare.

Nel 1232, la concessione di Federico II al Monastero di SS. Elia di Carbone

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 263 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad ogni modo non vi è alcun dubbio che il fiume attualmente denominato Sinni, che nasce dai monti del Lagonegrese, corrisponda a quello dell’agografia di S. Saba. Poichè se il classico nome di questo fiume, assai importante nell’antichità e nel medioevo per la sua navigabilità (28), tanto da obbligare il monastero del Carbone a tenervi una chiatta da trasbordo (29), etc…”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (29) postillava: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 142.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Il fiume Sinni era conosciuto dagli antichi col nome di Siris, che vuolsi originato dalla radice sanscrita ‘sar’, che significa ‘fluere’, scorrere, (1) e pare che abbia dato il nome alla città di ‘Siri’, che sorgeva presso le sue foci, onde lo storico greco Ateneo lasciò scritto: ‘dicta est autem Siris, ut Archilocus auctor est, a flumine’, e ciò par vero per ragione etimologica (2). Il geografo Strabone descrive il Sinni, come navigabile al par dell’Agri: ‘duo amnes sunt navigabiles, Aciris et Siris’; ma ciò non pare verosimile perchè il letto del Sinni, come quello dell’Agri, è estesissimo, e le sponde dell’uno e dell’altro sono lontane fra di loro, in molte parti, anche di qualche chilometro, etc…on sufragano l’asserzione di Strabone. Nè vale in contrario il decreto di Federico II, col quale, si concedeva, nel 1232, al rinomato Monastero Basiliano di S. Elia di Carbone, fra gli altri privilegi, la facoltà di tenere nel Sinni una barca capace di 10 cavalli. Avendo consultato quel documento, riportato da Paolo Emilio Santoro nella ‘Storia del Monastero di Carbone’, ho potuto rilevare che quella barca serviva ‘citra et trans flumen’, era, cioè, una specie di chiatta, pel passaggio del fiume, il quale scorreva assai più gonfio. Quello che è certo si è che deliziose ed amene erano le sponde del Siris, descritte da Ateneo, il quale riporta da Archiloco i seguenti versi: “Nullius amoenus locus est, nec optabilis. Nec amabilis ut is, quem Siris amnis circumfluit”.”. Il Pesce, si riferiva al testo di Paolo Emilio Santorio (…), del 1601, e del suo Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’.

Nel 1237, la battaglia di Cortenuova

Wikipedia leggiamo che l’Imperatore Federico in effetti non era mai venuto meno ai suoi propositi di sottomettere l’Italia all’impero germanico, favorendo l’instaurarsi di signorie ghibelline a lui amiche (la più potente fu quella dei Da Romano che governava su Padova, Vicenza, Verona e Treviso). Il 27 novembre 1237 Federico colse una notevole vittoria sulla Lega Lombarda a Cortenuova, conquistando il Carroccio, che inviò in omaggio al papa. Dopo questa sconfitta, la Lega Lombarda si sciolse; Lodi, Novara, Vercelli, Chieri e Savona si sottomisero al potere imperiale, mentre Amedeo IV di Savoia e Bonifacio II del Monferrato riconfermarono la loro adesione alla causa ghibellina: Federico II era all’apice della sua potenza in Italia. Milano, che, erroneamente, non fu assediata da Federico II (la città era ora molto debole dal punto di vista militare), si offrì di firmare una pace, ma le eccessive pretese dell’imperatore spinsero i milanesi a una nuova resistenza. Fu così che l’imperatore non sfruttò il grande successo di Cortenuova: infatti non riuscì più a entrare nella città lombarda e anche l’assedio di Brescia fu tolto nel 1238.

Nel 1239, Federico II e i prigionieri Lombardi furono affidati ai Baroni e feudatari

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: Giustiziere della valle del Crati era Tolomeo di Castiglione, il quale agì in conformità di un editto del grande Imperatore, così formulato: “Cum quosdam de Mediolano. Che vuol dire pressapoco: “Poichè abbiamo condotti nel regno degli uomini d’armi di Milano, di Piacenza e di Como destinati alla prigionia; e poichè vogliamo che alcuni di essi siano tenuti prigionieri da Baroni della tua giurisdizione a noi fedeli, ti ordiniamo di ricevere i prigionieri che ti sono stati assegnati e di affidarli, secondo l’elenco che ti accludiamo sigillato dei prigionieri e dei Baroni ai quali debbono essere affidati, ai Baroni stessi. Avvertili rigorosamente da parte nostra che facciamo custodire i prigionieri con ogni cura e che provvedano al loro vitto durante la prigionia. Fai fare pubblici elenchi della loro assegnazione, tenendone uno presso di te, e mandandone uno alla nostra Curia. Ordina pure che, nella tua giurisdizione, un uomo fidato ogni mese li vada ad ispezionare, rendendosi conto di come sono tenuti e se viene ad essi somministrato il vitto necessario. ‘Pisa, Dicembre 1239”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Ed ancora un documento federiciano di appena qualche giorno prima annovera Riccardo tra i trentadue feudatari del giustizierato di Basilicata ai quali vengono affidati gli ostaggi lombardi (97), presi in consegna, su mandato dell’Imperatore dal giustiziere di Capitanata Riccardo di Montefuscolo (98) con l’incarico di tradurli via mare nel Regno e, qui, poi smistarli tra i vari giustizieri a cui erano stati destinati (99).”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (97) postillava che: “(97) Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240′ a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, vol. 1, doc. 335, pp. 323-350; il nome del Lauria è a p. 350. Il documento, però, eragià in J.A. HUILLARD-BREHOLLES, Historia Diplomatica Friderici II, Paris, 1852-1861, 6 voll., 12 tomi, vol. V, tomo 1, pp. 617-619. Circa la natura del documento, si leggano le note esplicative della C. Carbonetti-Vanditelli, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240′ , vol. 1, pp. 324-328.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (98) postillava che: “(98) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 1, doc. 317, pp. 317-318.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (98) postillava che: “(99) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 1, docc. 328-333, pp. 320-323″.

Nel 1239, Federico II di Svevia affida a Riccardo di Lauria i prigionieri Lombardi

I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono di Riccardo di Lauria che: Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi.“. I due studiosi però non davano alcun riferimento bibliografico dell’interessante notizia dell’epoca Federiciana. I due studiosi parlando di Riccardo di Lauria, spesso si riferivano all’epoca di re Manfredi ed allo Zurita (…). Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Dunque, l’episodio è tratto dal Pesce (…) che a sua volta si riferiva al Racioppi (….). Il Pesce parlava dei primi feudatari di Lagonegro. Il Pesce scriveva che il padre dell’Ammiaglio Ruggero di Lauria, Riccardo di Lauria, certo “Riccardo de Loria”, o di Lauria, fu pure signore di Lauria, e aggiunge ciò che scriveva su di lui Giacomo Racioppi (…), nel vol. II a p. 179, ovvero che: “scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”,…..(2).”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania’, vol. II, a p. 179, parlando di Ruggero di Lauria scriveva che: “Ma Lauria fu il capo della signoria, che comprendeva i prossimi paesi di Lagonegro, di Castelluccio e Tortora e Aieta, e, probabilmente, Scalea e Rotonda; e Lauria come capo della signoria feudale diè il titolo alla famiglia. Il padre, familiare di re Manfredi, e signore di Lauria (2), morì con lui nella battaglia di Benevento; ecc..”. E’ nella sua nota (2) che il Racioppi postillava la notizia scrivendo che: “(2) E’ detto e scritto ‘Riccardus de loria’ nel Registro del 1239 di Federico II (in ‘Hist. diplom., etc., di Breholles); e poichè a lui è dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria.”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ed infatti, al tempo di Federico II, Tortora era feudo di Giliberto Cifone, a cui fu dato in custodia tramite il giustiziere della Valle del Crati e di Terra di Giordana, l’uomo d’armi piacentino Palmerio di Montedomini fatto prigioniero nella guerra di lombardia, come ad Enrico di Papasidero fu dato Pietro de Conio, pure di Piacenza; a Pietro di Trecchina, Borgognone Laccetti, a Guglielmo di Sanguineto, i milanesi Antelmo di Pizzobonelli e Morando Mariglione ed a Riccardo di Lauria, Sisto di Pizzobonelli, pure milanese. Ecc..”.

Nel 1269, i fratelli GIACOMO, ROBERTO e RICCARDO DI LAURIA e, lo stato di Laino, in epoca Angioina

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: Tale d’altronde era lo stato di Laino occupata da Giacomo, Roberto e Riccardo di Lauria, i quali ricorrono nel 1269 al re Carlo I d’Angiò perché, avendone espugnato il Castello tenuto dai fautori di Corradino e avendone ottenuto la custodia dal Giustiziere della Valle del Crati con una guarnigione di 25 uomini (che il documento chiama servienti) da quel tempo non avevano mai riscosso il loro soldo. Re Carlo I fa ripondere da Foggia in data 21 luglio ordinando al Giustiziere Matteo di Fasanella di soddisfare il Lauria in ragione d’un’oncia al mese per essi e mezzo augustale per ciascuno per i “servienti” dal giorno in cui fu ad essi affidata la custodia del Castello ribelle di Laino fino al 1° agosto dello stesso anno 1269. Ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Confermerebbe la prima ipotesi – quella cioè che individuerebbe Roberto, Giacomo e Riccardo di Lauria quali zii paterni di Ruggero – un documento angioino del 1306-1307 recante la ‘Forma commissionis officii viceamiracie’, che nell’ultimo capoverso annota: “PRESCRIPTA (sic) forma concessa fuit de novo dom. Riccardo de Lauria patruo dom. Rogerii de Lauria antiquitus tamen predecessoribus fuit in alia forma concessa (….)(123).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (123) postillava che: “(123) RCA, vol. XXXI, p. 71-74, n. 41.”.

GIACOMO DI AIETA E PALLANZA DI CASTROCUCCO

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: I Gifoni, ……., erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti.”. Dunque, Amedeo Fulco ci dice che “Pallanza” era vedova di “Giacomo d’Ageta o di Aieta” che era stato il feudatario di Aieta e Tortora e che il feudo, fu confiscato alla vedova Pallanza per mancanza di discendenti. Sulla “Pallanza di Castrocucco” ha scritto Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137). Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava che: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi overo insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25.”. Augurio e Musella (….), infatti, a p. 25, in proposito scrivevano che: “Riccardo di Lauria……Fu vicerè nel bare ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Ferleto e Guardiola in Calabria ‘Citra’; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze ecc…”. Augurio e Musella scrivono che il nome di Riccardo di Loria si trova annotato nel ‘Catalogus Baronum’, ma su Paliana Pascale di Castrocucco nessuna postilla. Riguardo il “Giacomo” ha scritto Filiberto Campanile (…..), nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili”, stampato a Napoli, nel 1610, ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Il Campanile scriveva che: Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Dunque, secondo Filiberto Campanile, questo “Giacomo”, cugino di Ruggero di Lauria, era il padre di Roberto di Lauria, che gli lasciò in dote alcuni feudi della Basilicata e della Calabria. Il Fulco ci parla di un “Giacomo di Ajeta o d’Ageta” che io credo sia lo stesso “Giacomo di Luria o Loria”. Egli, come abbiamo visto dal Fulco, sposò la nobile “Pallanza” di Castrocucco.

Nel 1277, PALLANZA o PALIANA DI CASTROCUCCO e RICCARDO DI LAURIA si uniscono in matrimonio

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137). Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ecc…”. Dunque, sulla “Pallanza di Castrocucco”, Rosanna Lamboglia (….), in proposito scriveva che: Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. La Lamboglia scrive che dalla documentazione d’epoca angioina troviamo nel 1277 un Riccardo di Lauria sposato con “una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. Ovvero i Registri angioini attestano che Riccardo di Lauria, nel 1277 sposò “Palearia de Castrocucco”, che evidentemente è la stessa di cui parla il Fulco, dove scrive che ella ricorse davanti ai giudici della corte di re Carlo II d’Angiò. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480”. La Lamboglia, nella sua nota si riferiva ai Registri della Cancelleria Angioina che saranno pubblicati dal Filangieri. Dunque, questo feudatario “RINALDO GIFFONE” era il padre dell’altra Paliana di Castrocucco che si sposerà con il Riccardo di Lauria d’epoca Angioina e fratello del grande ammiraglio Ruggero di Lauria. Riguardo i possedimenti che si portarono ai Loria e che erano amministrati dai Giffone, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25 riferendosi però all’altro Riccardo di Lauria, padre dell’altro Riccardo di Lauria e Ruggero di Lauria, ed al primo matrimonio con l’altra Paliana di Castrocucco scrivevano che: Riccardo……Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra.. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava e scriveva che queste notizie provengono anche da: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi overo insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25.”.

Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).“. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studie e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310.”.

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Tra il 1308-1310, il ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.

Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)

  • Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV

Foglio 250 (v)

  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV
  •  

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studi e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”.

Nel 1300, le terre di Lauria, Lagonegro

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 46, in proposito scriveva che: “Quanto al valore economico delle terre, antichi possedimenti dei Lauria (126) e la causa della confisca, il Giustiziere nulla dice di sapere a riguardo. Su di esse vengono solo ribadite le prerogative curiali e la giurisdizione dei Loria (127). Ma che di queste terre vi fosse un sistema di insuffeudazione sembra più che certo, sia per quanto si diceva a proposito della designazione a cavaliere di Giacomo di Lauria alcune righe addietro, sia per ciò che si evincerebbe da un altro diploma angioino perduto e transumato dal De Lellis (128), nel quale si inviava al gistiziere di Val di Crati e di Terra Giordana, tra il 1278 ed il 1279, l’ordine di definire il confine delle terre sul versante meridionale del Giustizierato di Basilicata, evidentemente per il sorgere di controversie tra i vari piccoli feudatari, ivi titolari (129).”. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (126) postillava che: “(126) dalla Cedola ‘Taxationis generalis subventionis in Iustitieratus Basilicate’ (sic) e relativa ancora al 1277, si apprende che la terra di Lagonegro deve per 120 fuochi 30 once, quella di Lauria deve per 241 fuochi 40 once, 8 tarì e 8 grani, in RCA, vol. XXIII, p. 310-314, n. 400. Sul confronto dei fuochi per ciascuno altro centro menzionato, si deduce per le terre di Lagonegro un popolamento medio e per Lauria un popolamento medio-alto. Su questi temi già il G. Racioppi, Geografia e demografia della Provincia di Basilicata nei secoli XIII e XIV, Archivio Storico per le Province Napoletane, XV, 1890, pp. 565-582 e S.N. Cianci, I Campi pubblici in alcuni castelli del Medioevo in Basilicata. Studi giuridico-feudale con documenti, Napoli, Tip. R. Pesole, 1891. Relativamente, invece, alle modalità di esazione dei vari distretti le indagini propografiche sono tuttora in corso; nondimeno, per i primi risultati si vedano S. Morelli, Giustizieri e distretti, le indagini propografiche sono tuttora in corso; nondimeno, per i primi risultati, si vedano S. MORELLI, Giustizieri e distretti fiscali nel Regno di Sicilia durante la prima età angioina, in Medioevo Mezzogiorno Mediterraneo. Studi in onore di M. Del Treppo, a cura di G. ROSSETTI e G. VITOLO, 2 voll, vol. 2, Napoli, Liguori Editore, 2000, vol. 1, pp. 301-323, segnatamente, pp. 303-312.”. Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.

Nel 1° gennaio 1320, Bartolomeo di Lauria è Conte di Lauria e signore di Lagonegro

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a pp. 206-207-208 scriveva che: Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio. E’ notevole un diploma di grazie accordato, nel 1° gennaio del 1320, dal detto Bartolomeo in premio della fedeltà e dei servigi ottenuti dall’Unità e dai cittadini di Lagonegro. Assicurano il Falcone ed il Tortorella che dal diploma di grazie, nel quale Bartolomeo si denominava ‘utile signore di Lagonegro’, si conservava originariamente scritto su pergamena, nell’Archivio Comunale, ma esso è andato distrutto.”. Il Pesce a pp. 207-208, riporta l’intera trascrizione del docuumento o del privilegio di Bartolomeo trascritto dal Tortorella (…). Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…... Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava  “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.

Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo

Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].

1414 –  GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli

Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). opo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

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Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.

Nel 1430, Benedetto de Principato e Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

Nel 1463, Lagonegro feudo di Venceslao Saneverino

Da Wikipedia leggiamo che nel periodo feudale, la cosiddetta “terra” di Lagonegro fece parte, della contea di Lauria. Passò successivamente nel 1463 a Vinceslao Sanseverino, dodicesimo conte di Lauria. Non avendo figli maschi ammogliò sua figlia Luisia con Barnaba Sanseverino, fratello di Roberto principe di Salerno, dandole in dote il suffeudo di Lauria consistente in Lauria, Ursomarso, Layno, Castelluccio, Trecchina e cedette le sue ragioni sopra Torturella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Bervicaro. Di Venceslao Sanseverino e di Barnaba ho scritto in un altromio saggio.

Nel 1483, nel ‘Liber rationum’

Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.

Nell’11 agosto 1498, re Ferrante donò la terra a Gaspare Saragusio in seguito alla ribellione di Guglielmo Sanseverino

Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, l’avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Nel dì 11 agosto del 1498 il Re Ferrante donò la detta terra a Gaspare Saragusio, devoluto per ribellione di Guglielmo Sanseverino (Quint. 9 folio 153), la di cui figlia Giovanna la vendè poi a Giovan Vincenzo Caraffa (Quint. 17 fol. 38). Nel 1548 esso Caraffa la vendè a Giovan Giacomo Cosso col patto di retrovenderla. Ecc..”. Da Wikipedia leggiamo che l’11 agosto del 1498 il re Federico donò Lagonegro a Gaspare Saragusio, devoluta per ribellione di Guglielmo Sanseverino, la di cui figlia Giovanna la vendé poi a Vincenzo Carafa. Nel 1548 il Carafa la vendé a Giacomo Cossa col patto di retrovenderla. Nel 1550 il Vincenzo Carafa cedé il dritto di ricomprarla per ducati 6000 a Luigi Carafa, il quale, acquistò poi per ducati 20.000. I cittadini però come già menzionato precedentemente dal 1551 al 1649 dopo una lunga opera legale la ricomprarono per ben due volte divenendo così città demaniale.

Nel 1571, Mons. Ferdinando Spinelli, Vescovo della Diocesi di Policastro

Ecco cosa scrisse su Mons. Ferdinando Spinelli, Vescovo della Diocesi di Policastro il Vescovo Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, che leggiamo nell’edizione a cura di Gian Galeazzo Visconti (…), a pp. 79-80, in proposito scriveva che: “XXXIII. Ferdinando Spinelli, di Napoli, nominato Vescovo nel 1572. Egli ordinò ai monaci greci che risiedevano nella diocesi di adottare, entro il termine di un anno, il rito latino nella celebrazione della Messa (3) nella recitazione del Breviario (4) e in tutti gli uffici religiosi, secondo le disposizioni del pontefice S. Pio V, sotto pena di incorrere nelle sanzioni previste. Tuttavia questi monaci greci, benchè abbiano accettato il rito latino, versano ancora oggi le prestazioni della Mensa vescovile secondo il costume greco, e in memoria del rito greco, ogni anno, nel giorno dell’Epifania del Signore benedicono in alcuni paesi le case con l’acqua santa, come fanno i sacerdoti di rito latino il sabato santo. Inoltre a Camerota la festa di S. Daniele profeta, a cui la parrocchia greca era già consacrata, si celebra secondo il calendario dei Greci il 17 dicembre, ed ora l’uso di celebrare la festa in tale giorno si è esteso a tutta la diocesi; invece, secondo il calendario romano dovrebbe essere celebrata il 21 luglio.”. Il Laudisio proseguendo a p. 80 ci parla del Cardinale Filippo Spinelli che sarà vescovo di Policastro dopo Ferdinando e che fu trasferito poi alla Diocesi di Aversa. Riguardo il vescovo Ferdinando Spinelli, il Laudisio a p. 80 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il Raele (Raffaele Raele, ‘La città di Lagonegro nella sua vita religiosa’, Buenos Aires, 1944, p. 49, nota 1) riporta questo curioso episodio del vescovo Ferdinando Spinelli: “Nel 1580, non trovandosi chi volesse andar vescovo a Policastro per le ‘soverchierie’ che voleva usare il Conte del luogo su quella Chiesa, il Pontefice Gregorio XIII vi destinò Ferdinando Spinelli Napoletano, ‘Vi si portò costui per mare, e sbarcato in quella spiaggia, gli si fece all’incontro il Capitolo, Clero e lo stesso Conte. Si fecero dei complimenti, ed il Vescovo, che cingeva la spada e nel petto li pendeva la Croce, disse al Conte che avesse egli prescelto o la Croce o la spada, o la pace o la guerra, perchè lui veniva determinato per l’una e per l’altra. Il Conte, che vide in tale disposizione il Vescovo, prescelse la pace, depose l’albagia e visse col Vescovo in perfetta armonia’ (Falcone iunior).”. Il Laudisio nella sua versione originale dell’opera (vedi nota (80) del Visconti di p. 24) postillava che: “(80) Baronio, not. ad Mart. hac die.”. Si riferiva al tsto del Baronio (…) ovvero al suo………………………….. Nella sua nota (5) a p. 80 il Visconti si riferiva al testo di Raffaele Raele (….), “‘La città di Lagonegro nella sua vita religiosa’, Buenos Aires, 1944, p. 49, nota 1)” che traeva alcune notizie sulla Diocesi di Policastro ai tempi del vescovo Spinelli da cui dipendeva Lagonegro e Lauria dal testo manoscritto di Falcone Junior (….). Il manoscritto di Falcone iunior è stato di recente ristampato dal Comune di Lagonegro sulla scorta del manoscritto conservato al Comune. Si tratta del testo di “Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta dal dottore Alessandro Falcone”, trascritto dal manoscritto da Carlo Calza. Il testo fu più volte citato anche da Carlo Pesce (…), nel suo ‘La Storia della città di Lagonegro”. Il Laudisio postillava “(80) Baronio, not. ad Mart. hac die.”, ovvero note al Martirologio del Baronio, ovvero l’opera ‘Martyrologium Romanum, cum Notationibus Caesaris Baronii’. Dopo l’approvazione ecclesiastica definitiva del suo ordine il 15 luglio 1575, elesse a sua residenza la chiesa di Santa Maria in Vallicella, dove si dedicò alla redazione delle sue opere: la revisione del Martirologio Romano, incarico che gli era stato affidato da papa Gregorio XIII e dal cardinale Guglielmo Sirleto, che completò nel 1589 e che venne pubblicata col titolo Martyrologium Romanum, cum Notationibus Caesaris Baronii; e soprattutto gli Annales Ecclesiastici. Ne curò la redazione fino alla morte, arrivando a pubblicarne il dodicesimo volume: gli Annales rappresentano una delle prime vere e proprie opere di storia ecclesiastica in campo cattolico, basata su un’attenta e critica analisi delle fonti documentarie. Da Wikipedia leggiamo che Lagonegro, nel 1551, grazie all’opera di Paolo Marsicano riuscì a liberarsi definitivamente del potere feudale annettendosi al Demanio Regio cambiando temporaneamente il nome in Lacus Liber. In precedenza la città per tre volte si era annessa al Demanio Regio, ma solo per brevi periodi, prima che i regnanti la cedessero a feudatari. Nel 1649, la città di Lagonegro fu messa all’asta e costretta per la seconda volta a versare una somma rilevante al fisco regio per mantenere il privilegio di città demaniale. Con precisione nel basso medioevo, il borgo è citato col suo attuale nome che pare derivi dalle scure acque di un lago appenninico situato nei dintorni e poi scomparso[senza fonte] viene fortificato appunto nel IX-X secolo da mura e torri di cui ancora restano visibili talune tracce. Di queste opere è molto suggestiva la porta di ingresso al borgo denominata: “Porta di Ferro” la cui parte in pietra è stata rifatta nel 1552, al di sopra della porta c’è lo stemma della città post-feudale: S. Michele Arcangelo che uccide il drago.

Dal 1587 al 15…, il Vescovo di Policastro Mons. Ferdinando Spinelli amministrerà per conto della Santa Sede i Beni e delle Rendite della ex Commenda Basiliana di S. Giovanni a Piro e di altre grange da esso dipendenti

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Dunque, l’Ebner (….), sulla scorta del Palazzo citava il “Trattato” Di Lùccia (…) dove sono trascritti diversi documenti relativi al Cenobio Basiliano (ex Commenda) di S. Giovanni a Piro e della sua giurisdizione spirituale “usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Pietro Ebner si riferiva al “Trattato” di Pietro Marcellino Di Lùccia (….) ed al suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato a Roma nel 1700. Infatti, Ferdinando Palazzo (….), nel suo “IL “Cenobio” basiliano di S. Giovanni a Piro“, nel suo cap. IV ci parla del passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (Anno 1587), a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “Passata la Commenda Basiliana alla dipendenza della Cappella Sistina (o del SS. Presepe), la Santa Sede avrebbe dovuto inviare sul posto un Vicario per l’amministrazione dell’Abbadia; invece, incaricò all’uopo il Vescovo di Policastro ponendo, così – come dice il Di Lùccia – “la spada in mano all’inimico, donde poi è venuta la totale perdita della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra”, ……mentre la Sede Vescovile di Policastro era occupata da Monsignor Ferdinando Spinelli, il quale, in conformità di precedenti intercorsi accordi, assumeva l’amministrazione del “Cenobio” Basiliano, ormai decaduto da ogni sua attività. Così il vasto territorio della Commenda e quello dell’annesso “Casale”, il cui perimetro complessivo – a quanto afferma il Di Lùccia – misurava ben “quindici miglia” divenne difatto un vero feudo diocesano, con evidenti manifestazioni di indebiti arricchimenti e con oppressioni di ogni genere, degne del più oscuro medioevo. Ecc…Le terre concesse dai Longobardi ecc…ecc…Data la chiarezza dei Documenti riportati dal Di Lùccia nel suo “Trattato”, non potremmo attribuire direttamente al Vescovo di Policastro, Monsigor Ferdinando Spinelli (o Ferrante) Spinelli la responsabilità dei rilevanti o deprecati abusi. Riteniamo, piuttosto, che lo stesso dovette dare segno di estrema debolezza nei confronti dei suoi “affittatori”, i quali, agendo in suo nome, non osservavano, nell’esercizio del proprio mandato, ecc…ecc…”. Proseguendo il Palazzo trascrive e cita la lettera del 25 settembre 1587 che monsignor Spinelli scriveva al Cardinale Mont’Alto ecc…Riguardo il vescovo Ferdinando Spinelli, il Palazzo a p. 90 nella sua nota (7) postillava che: “(7) Si fa presente che, mentre nel “Trattato” del Di Luccia si parla del Vescovo “Ferrante Spinello o Spinelli”, nella Sala degli Stemmi del Palazzo Vescovile di Policastro si trova “Ferdinando Spinelli”. Sempre il Palazzo a p. 94 scriveva che: “Intanto, dopo il passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina, le cose si andarono sempre più aggravando, anche nel campo della giurisdizione giudiziaria penale, la quale veniva usurpata dal Conte di Policastro, che amministrava la giustizia a mezzo di luogotenenti poco scrupolosi e capaci di ogni sorta di vessazione.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – millennio della fondazione etc…”, a pp. 68-69 nel capitolo “III Periodo – Dal passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (1587) al giudizio contro il Vescovo e il Conte di Policastro”, sulla scorta del Palazzo, in proposito scriveva che: Trasferito il Cenobio di S. Basilio di S. Giovanni a piro alla Cappella Sistina, il Papa Sisto V, invece di inviare sul posto un Vicario per curare l’amministrazione, ne incaricò il Vescovo di Policastro. Di qui la perdita della giurisdizione, prevista dai cittadini di detta terra….. Ecc…Quando, il 1° novembre 1587, la Commenda Basiliana passò alla Cappella Sistina on atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, il Vescovo di Policastro, Mons. Ferdinando Spinelli, prese accordi già fissati in precedenza ed amministrò il Cenobio, ormai decaduto da ogni attività. Così il vasto territorio della Badia e l’annesso Casale di S. Giovanni a Piro divenne vero “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti. Ecc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. .

Nel 1700 a Lagonegro, l’Abbazia benedettina di S. Filippo

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Il Martire (…), dopo aver parlato dei Monasteri soggetti al monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), citava ben due monasteri a Rivello: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata da Re Roggieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano. 11- Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma. ecc…..Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta basilica, cioè: 24. Monastero di S. Filippo a Lagonegro.”.

martire, p. 150

Martire D., p. 151

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Nel 1517, FERDINANDO (FERRANTE) SANSEVERINO, PRINCIPE DI SALERNO

Il principe Ferrante Sanseverino, anche noto come Ferdinando Sanseverino (Napoli, 18 gennaio 1507 – Orange, 1568), appartenente alla nobile famiglia Sanseverino, fu l’ultimo “principe di Salerno”. Era figlio di Roberto II Sanseverino e di Marina d’Aragona di Villahermosa, ed era nipote di re Ferdinando il Cattolico. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, in proposito scriveva che: “Ai primi del 1507 nacque a Roberto (II) Sanseverino l’erede che, in omaggio allo zio re di Spagna, venne chiamato Ferrante.”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523. Scrive ancora il Mazziotti (…) a p. 164, cap. 7, che: “I. Roberto Sanseverino, due anni dopo ottenuta la sua reintegra nei beni, morì nel 1508 in Agropoli ed il suo corpo fu trasportato con grande solennità e sepolto a Salerno (1). Dalle sue nozze con Maria d’Aragona era nato un anno prima, nel 18 gennaio 1507, un figlio cui fu dato, in omaggio dello zio re di Spagna, il nome di Ferdinando. Stante la tenera età la madre assunse il governo del principato, ed infatti in un diploma del 1509 è detto: “Maria de Aragonia Principissa Salerni, mater, balia, et tutrix illustrissimi Ferdinandi Sanseverini principis Salerni”. Essa, ancora assai giovane, per volere del re andò ben presto sposa a Giacomo Appiano signore di Piombino, ed il fanciullo fu affidato alle cure di Bernardo Villamarino conte di Capaccio e grande ammirante del Regno, e di sua moglie Isabella de Cardona sorella di Raimondo vicerè di Napoli.”. Scrive ancora il Mazziotti (…) a p. 164, cap. 7, che: “Dalle sue nozze con Maria d’Aragona era nato un anno prima, nel 18 gennaio 1507, un figlio cui fu dato, in omaggio dello zio re di Spagna, il nome di Ferdinando.”. Sempre il Mazziotti, a p. 166 in proposito scriveva che: “Investito nel 1517 dei beni paterni ecc..”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523. Il Mazziotti, racconta delle diverse vicissitudini che dovette sopportare Ferrante Sanseverino, l’ultimo della casata a causa dell’inimicizia sorta con il Vicerè Spagnolo Don Pedro di Toledo che era succeduto al Cardinale Colonna. Nel 1553 si mise in urto politicamente col governo spagnolo nel Regno di Napoli – perché contrario all’introduzione dell’inquisizione spagnola – e finì in disgrazia, rifugiandosi in esilio in Francia, fino alla morte. Perse così il suo palazzo a Napoli (trasformato nella Chiesa del Gesù Nuovo), e i suoi possedimenti a Salerno, che furono confiscati, come pure il titolo di principe di Salerno, che non venne più attribuito: la città iniziò un periodo di decadenza, terminato solo nel XVIII secolo con la fine del dominio spagnolo. A Salerno inoltre ebbe come residenza il castello di Arechi (ospitandovi anche Carlo V), dove si attorniò di artisti, uomini di cultura e intellettuali come il filosofo Agostino Nifo, Scipione Capece e Bernardo Tasso, il padre di Torquato Tasso. Durante il suo principato, Salerno tornò per alcuni decenni ad essere una delle principali città del meridione, riesumando parzialmente gli antichi splendori dei suoi principi longobardi e normanni. Questa sua munificenza e cultura lo mise al livello dei grandi principi rinascimentali e tuttavia era molto popolare presso il popolo napoletano, che lo inviò a Carlo V per protestare contro l’Inquisizione dell’impero spagnolo; tuttavia, questa sua posizione gli procurò l’avversità del viceré spagnolo Pietro di Toledo, costringendolo all’esilio in Francia sotto la protezione di Enrico II, mentre i suoi feudi vennero confiscati dalla Spagna. Morì in Francia, solo e abbandonato, a 61 anni. Il Mazziotti (…), a p. 166, racconta che: “Investito nel 1517 dei beni paterni si trovò a capo di una grande fortuna ed il più potente barone del regno. Oltre numerosi feudi  in Basilicata, possedeva la città di Salerno, i feudi di Sanseverino, Agropoli, Castellabate, Rocca, Lustra con la sua selva, S. Giorgio, Polla, Atena, Diano (Teggiano), Sala e Laurino. A questi beni e ad altri in Sicilia si aggiunge la contea di Capaccio arrecatagli in dote da Isabella di Villamarina. Nel suo palazzo di Salerno, ecc..ecc… Quando, nel 1525, si dovette provvedere alla difesa dei confini del regno il principe di Salerno in pochi giorni fu in grado di dare “1200 fanti, 60 uomini d’arme con quattro cavalli ciascuno, tutti nobili e suoi feudatari e 100 cavalleggri con una spesa di 30 mila scudi” (1).”. Il Mazziotti a p. 167, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. 5°, libro 10, pag. 334; Campanile, citato dalla Cosentino.”. Riguardo la citazione del Mazziotti del Campanile egli si riferiva all’opera di Filiberto Campanile, Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX.

L’Imperatore Carlo V e la bella Isabella Villamarino

Carlo V d’Asburgo è stato Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico dal 1519, Re di Spagna (Castiglia e Aragona) dal 1516, e Principe dei Paesi Bassi come Duca di Borgogna dal 1506. A capo della Casa d’Asburgo (o Casata d’Austria) durante la prima metà del ‘500, fu sovrano di un “impero sul quale non tramontava mai il sole” che comprendeva in Europa i Paesi Bassi, la Spagna e il sud Italia aragonese, i territori austriaci, la Germania e il nord Italia Imperiale, nonché le colonie castigliane e tedesche nelle Americhe. Il Mazziotti (…) riguardo il possibile legame su ciò che io credo si trattasse proprio della bella Isabella la Monna Lisa dipinta dal celebre Leonardo, in proposito scriveva che: “Qualche anno dopo, verso la fine del 1535, l’imperatore Carlo V reduce da una spedizione a Tunisi, ecc…Passato di poi nel 25 novembre in Napoli vi fu ricevuto con grandissima solennità dal popolo e dai nobili con a capo i Sanseverino eletto sindaco della città. La dimora del potente imperatore fu una continua serie di feste, in casa Sanseverino nella quale la gentile Isabella brillava per la vetustà della persona e la grazia di conversare. Carlo V restò ammaliato dalle attrattive della nobile dama, e gli storici ed i cronisti del tempo narrano molti piacevoli aneddoti (2) i quali fanno supporre che ella non restasse indifferente verso l’imperatore.”. Dunque, secondo quanto riferisce Matteo Mazziotti, Isabella e la sua bellezza dovettero farsi conoscere dall’Imperatore di Spagna Carlo V nell’anno 1535 e dunque, Leonardo Da Vinci, morto nel 1519 non poteva essere a conoscenza di questa bella donna. Ma noi abbiamo certezza che questa opera fosse proprio di Leonardo Da Vinci ?. La bella Isabella Villamarino dei Conti di Capaccio che dopo la morte del marito era caduta in disgrazia, piena di debiti si era recata da Carlo V a madrid a chiedere protezione, scriveva che: “La triste novella della sua morte fu accolta con grande dolore in Napoli, in Salerno ed in tutti ifeudi della nobile gentildonna, di cui tutti ricordavano le grazie del volto, l’amabilità dell’animo e i larghi benefizi.”. Dunque, oltre al fatto che il marito di Isabella, Ferrante, fuggi in Francia ed oltra alla circostanza che Isabella d’Aragona moglie di Roberto d’Angiò non centrasse nulla con Lagonegro mentre come abbiamo visto vi sono dei documenti che coinvolgono direttamente la contessa di Capaccio nelle questioni di Lagonegro, documenti citati dal Pesce e nei manoscritti del Falcone e di Tortorella  vi è pure, a mio avviso, la notizia tratta dal Mazziotti (…), circa la bellezza di Isabella che incantò lo stesso Imperatore Carlo V, quando venne in Italia, di cui alcuni storici scrivono essere stata la aua amante. Il Mazziotti, racconta della sfortunata donna, moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo principe di Salerno caduto in disgrazia a causa dell’odio del vicerè spagnolo che lo perseguitò. Su donna Isabella moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo della nobile famiglia, ha scritto anche Carlo Pesce, sulla scorta del Racioppi (…) e due scrittori locali, il Alessandro Falcone (…) ed il Tortorella (…) che scrissero due manoscritti inediti. Il manoscritto del Falcone fu pubblicato recentemente in una edizione di Zaccara. Carlo Pesce riferendosi alla successione del Saragusio e della figlia Giovanna, nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “Così è riportata negli Atti del Grande Archivio di Napoli la serie dei Feudatari di Lagonegro; tuttavia è duopo far osservare – secondo quanto riferisce il Tortorella – che in un istrumento rogato nel 1515 dal Notar Nicola De Pierri e dal Giudice a contratti Ruggiero Grisolia, per la revisione di certi confini tra le Unità di Lagonegro, Montesano e Tortorella – interviene un certo ‘Francesco Celso’, il quale si asserisce utile padrone di Lagonegro. Inoltre, in un altro istrumento in pergamena, rogato dal Notar Berardino Rossano nel 14 Gennaio 1518 – secondo riferisce il Falcone – interviene il Magnifico ‘Francesco De Munchis’ – ed anche questi s’asserisce utile padrone di Lagonegro – insieme con Donna Isabella (3) di Cordova, Contessa di Capaccio, per dirimere un’altra controversia insorta tra le Unità di Lagonegro e di Lauria per un territorio alla contrada Serra della Giumenta, e per ratificare e confermare altro istrumento stipulato nell’anno antecedente dal Notar d’Itri di Napoli. Potrebbero forse essere questi due signori Celso e De Munchis essere successivi mariti di Giovanna Saragusio, ma null’altro c’è dato conoscere su ciò. Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’, di Lorenzo Giustiniani, il quale nel vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 ecc…ecc..”.

Nel 1515, un certo Francesco Celso, interviene in una causa di confini a Lagonegro

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Così è riportata negli Atti del Grande Archivio di Napoli la serie dei Feudatari di Lagonegro; tuttavia è duopo far osservare – secondo quanto riferisce il Tortorella – che in un istrumento rogato nel 1515 dal Notar Nicola De Pierri e dal Giudice a contratti Ruggiero Grisolia, per la revisione di certi confini tra le Unità di Lagonegro, Montesano e Tortorella – interviene un certo ‘Francesco Celso’, il quale si asserisce utile padrone di Lagonegro. Inoltre, in un altro istrumento in pergamena, rogato dal Notar Berardino Rossano nel 14 Gennaio 1518 – secondo riferisce il Falcone – interviene il Magnifico ‘Francesco De Munchis’ – ed anche questi s’asserisce utile padrone di Lagonegro – insieme con Donna Isabella (3) di Cordova, Contessa di Capaccio, per dirimere un’altra controversia insorta tra le Unità di Lagonegro e di Lauria per un territorio alla contrada Serra della Giumenta, e per ratificare e confermare altro istrumento stipulato nell’anno antecedente dal Notar d’Itri di Napoli. Potrebbero forse essere questi due signori Celso e De Munchis essere successivi mariti di Giovanna Saragusio, ma null’altro c’è dato conoscere su ciò. Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’, di Lorenzo Giustiniani, il quale nel vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463  ecc…ecc..”.

Nel 1518, Giovanna figlia di Saragusio successe al padre nel feudo di Lagonegro che rivendè a Gian Vincenzo Caraffa

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Al Saragusio successe, per mancanza di figli maschi, nel 1518, nel feudo di Lagonegro, la figlia ‘Giovanna’, la quale, nell’anno stesso, lo vendè, col regio assenso, a ‘Gian Vincenzo Caraffa’ della nobile famiglia Napolitana del prezzo di ducati 6000 (2).”. Il Pesce a p. 221 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi nel Grande Archivio. Quint. XVII, f. 38.”. Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Così è riportata negli Atti del Grande Archivio di Napoli la serie dei Feudatari di Lagonegro; tuttavia è duopo far osservare – secondo quanto riferisce il Tortorella – che in un istrumento rogato nel 1515 dal Notar Nicola De Pierri e dal Giudice a contratti Ruggiero Grisolia, per la revisione di certi confini tra le Unità di Lagonegro, Montesano e Tortorella – interviene un certo ‘Francesco Celso’, il quale si asserisce utile padrone di Lagonegro. Inoltre, in un altro istrumento in pergamena, rogato dal Notar Berardino Rossano nel 14 Gennaio 1518 – secondo riferisce il Falcone – interviene il Magnifico ‘Francesco De Munchis’ – ed anche questi s’asserisce utile padrone di Lagonegro – insieme con Donna Isabella (3) di Cordova, Contessa di Capaccio, per dirimere un’altra controversia insorta tra le Unità di Lagonegro e di Lauria per un territorio alla contrada Serra della Giumenta, e per ratificare e confermare altro istrumento stipulato nell’anno antecedente dal Notar d’Itri di Napoli. Potrebbero forse essere questi due signori Celso e De Munchis essere successivi mariti di Giovanna Saragusio, ma null’altro c’è dato conoscere su ciò. Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’, di Lorenzo Giustiniani, il quale nel vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 ecc…ecc..”.

Nel 1552, a Ferrante Sanseverino vengono tolti tutti i suoi feudi

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 8, a p. 176 in proposito al Periodo del Viceregno Spagnolo, riferendosi alla consorte di Ferrante Sanseverino, ultimo dei Sanseverino, la bella Isabella Villamarino dei Conti di Capaccio che dopo la morte del marito era caduta in disgrazia, piena di debiti si era recata da Carlo V a Madrid a chiedere protezione, scriveva che: Una sentenza del Consiglio di Stato del 1552, cioè quasi subito la partenza del principe da Napoli, lo aveva condannato a morte come ribelle, confiscando a benefizio dell’aerario i suoi vasti possedimenti. Il magnifico palazzo in Napoli, ecc…La Baronia del Cilento, che da secoli costituiva una sola università fu divisa in un gran numero di feudi, che vennero, al pari di tutti i possedimenti dei Sanseverino, esposti in vendita. Il castello di Agropoli nell’11 febbraio del 1552 restò aggiudicato ecc…Così, con la nobile famiglia dei Sanseverino, finì miseramente, dopo circa cinque secoli di vita, l’antica baronia di Rocca ecc..”. Nel documento ivi tratto dal Carucci (…), si espone l’unica vendita e riscatto dell’Università appartenuta ai Sanseverino, Marsico. In esso si vende la terra di Lauria, Agropoli, Polla, Sala, Diano (Teggiano) ecc..

Carucci, Appendice

(Fig…) Documento dell’Archivio di Simancas, tratto dal Carucci C., op. cit., p. 43 in Appendice

Nel 1553, ISABELLA VILLAMARINO dopo la morte del marito cadde in disgrazia

Il Mazziotti, racconta della sfortunata donna, moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo principe di Salerno caduto in disgrazia a causa dell’odio del vicerè spagnolo che lo perseguitò. Su donna Isabella moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo della nobile famiglia, ha scritto anche Carlo Pesce, sulla scorta del Racioppi (…) e due scrittori locali, il Alessandro Falcone (…) ed il Tortorella (…) che scrissero due manoscritti inediti. Il manoscritto del Falcone fu pubblicato recentemente in una edizione di Zaccara. Il Pesce (…), a p. 221, nella sua nota (3) postillava di Donna Isabella di Cordoba” e si riferiva a Isabella Villamarino, la moglie dell’infelice Ferrante Sanseverino a cui furono tolti tutti i numerosi feudi e beni del marito dal Vicerè spagnolo. Il Pesce postilava che: “(3) A proposito di ‘Donna Isabella’ corrono ancora nel nostro popolo i seguenti versi, che han fatto ritenere che ella fosse stata moglie del nostro Feudatario espulso: “Num mi chiamati cchiù Ronna Sabella, Chiamatimi Sabella a svinturata, Ch’aggiu perduti trentasei castella. La puglia e tutta la Basilicata.”. Ma quei versi sono ripetuti in molti luoghi, ed il Racioppi (Op. cit. Vol. II, p. 394) ritiene che la Donna Sabella, così miseramente travagliata dalla fortuna, fosse la Regina Isabella d’Aragona, moglie di Renato d’Angiò, che, vinta da Alfonso I, perdè tutto e si ritrasse in esilio.”Dunque, il Pesce (…), riportando le strofe della nota novella cantata in diversi luoghi del Cilento si riferiva, sulla scorta del Racioppi alla Regina Isabella d’Aragona moglie di Roberto d’Angiò che perse il Reame di Napoli conquistato da Alfonso I d’Aragona. Io invece credo si tratti di due prestanome di Ferrante di Sanseverino, marito di Isabella di Villamarino e contessa di Capaccio che insieme al marito caddero in disgrazia a causa delle continue controversie sorte proprio in quegli anni con il Vicerè Spagnolo don Parafan De Ribera. La Villamarino era la principessa di Salerno, coltissima, bellissima e ricchissima, oggi definita “la principessa del Rinascimento”. Isabella, da poco aveva perso tutti i suoi beni per ribellione toltigli dal Vicerè Spagnolo e di cui ha scritto il Mazziotti (…). Dunque, il Pesce (….) citava il Racioppi (…) ed in proposito nella sua nota (3) postillava che: “(3) …..Ma quei versi sono ripetuti in molti luoghi, ed il Racioppi (Op. cit. Vol. II, p. 394) ritiene che la Donna Sabella, così miseramente travagliata dalla fortuna, fosse la Regina Isabella d’Aragona, moglie di Renato d’Angiò, che, vinta da Alfonso I, perdè tutto e si ritrasse in esilio.”. Infatti Giacomo Racioppi (…), nel suo vol. II del Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania’, nel 1889, a p. 394, riferendosi alla novella su scritta nella sua nota (1) a p. 393 postillava che: “(1) Sarebbero è forse un’eccezione i quattro versi canticchiati in Basilicata, in terra di Otranto, in Napoli e in molte parti d’Italia, che comnciano “Non mi chiamate cchiu Donna Sabella, ecc..” che per l’accenno, nel quarto verso, alla Basilicata, potrebbero essere nati piuttosto qui che altrove? Qui, per vero, si ripetono in modo proverbiale anche oggi: ma io dubito che sia canto indigeno e proprio della provincia. Esso è riferito nella raccolta Casetti-Imbriani (vol. II, pag. 428). – Si è disputato chi fosse la Donna Sabella così miseramente travagliata dalla fortuna: ed oggi parrebbe accertato che quei versi si riferiscano alla Regina Isabella di Lorena, moglie a Renato d’Angiò, la quale dal 1435 al 1438 tenne testa nel Regno, virilmente guerreggiando, contro Alfonso di Aragona che infine vinse (v. a pag. 192); ed ella perdè tutto, e si ritrasse in esilio. I quattro versi si trovano già riferiti in un mss. anteriore al 1438 – Vedi nell”Archivio storico delle provincie Napoletane, Napoli, 1888, a pagine 623 e 624.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 8, a p. 176 in proposito al Periodo del Viceregno Spagnolo, riferendosi alla consorte di Ferrante Sanseverino, ultimo dei Sanseverino, la bella Isabella Villamarino dei Conti di Capaccio che dopo la morte del marito era caduta in disgrazia, piena di debiti si era recata da Carlo V a madrid a chiedere protezione, dove morì, scriveva che: “La triste novella della sua morte fu accolta con grande dolore in Napoli, in Salerno ed in tutti i feudi della nobile gentildonna, di cui tutti ricordavano le grazie del volto, l’amabilità dell’animo e i larghi benefizi. Ecc…L’immeritata ed improvvisa sventura di una donna, un tempo circondata da tanta magnificenza e tanto splendore, colpì vivamente la fantasia popolare. Ed ancora, a distanza di tre secoli e mezzo da quelli avvenimenti, si sente nelle campagne del Salernitano e sui monti del Vallo di Teggiano e del Cilento cantare malinconicamente questi versi in dialetto napoletano:

«Nun m’ chiamate cchiù Donna Sabella
chiamatemi Sabella ‘a sventurata
aggio perdut’ trentasei castella
‘a chiana ‘e Puglia e ‘a Basilicata
aggio perdut’ ‘a Salierno bella
ch’era ‘o spass r’ ‘a disgraziata
‘a sera m’imbarcaj int’ ‘a varchetella,
e ‘a mattina m’ truvai ‘negata.»

Il Mazziotti (…) a p. 177 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Questa canzone, con lievi varianti, si canta anche in altre provincie italiane specialmente del mezzodì. L’Imbriani, che la pubblicò per il primo, ritiene che si riferisse ad Isabella d’Aragona, moglie di Galeazzo Sforza, il Minieri Riccio invece a Isabella Villamarina. Il D’Ancona (‘Farfulla della Domenica’, 29 gennaio 1888) è venuto a scoprire che si riferisce a Isabella di Lorena moglie di Renato d’Angiò e che fu stampata nel 1483 nel libro di Sabatino degli Arienti “Ginevra delle chiare donne”. Invece di Salerno nella canzone si parla di Capua. A chiunque si sia riferito originariamente, certo è per le mortificazioni introdottevi e specialmente per l’accenno a Salerno, che si riferisce attualmente dal nostro popolo alla disgraziata Villamarina.”.

Nel 1831, a Lagonegro secondo il Laudisio

Nicola Maria Laudisio, a p. 99 (vedi edizione Visconti) scriveva che: “Vi sono attualmente in tutta la diocesi soltanto cinque conventi. Quello dei Cappuccini di Lagonegro, come già si è detto in precedenza, è stato soppresso, ma, sempre a Lagonegro, ve ne è un altro dello stesso Ordine. A Rivello vi è quello dei Minori Osservanti di S. Antonio di Padova, e a Battaglia quello di S. Maria delle Grazie. Quest’ultimo convento era stato soppresso, ma è stato di nuovo ricostruito grazie allo zelo pastorale dell’attuale vescovo che ha paternamente restituito al convento l’edificio, ecc…”.

Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Rivello di Ravaschieri, Lauria del Duca di Cerasano, Lago negro del Regio Fisco (21); etc…”. Bracco, a p. 38, nella nota (21) postillava: “(21) Rivello, Lauria, Lagonegro. Pareva che, centrato il discorso su Diano, l’autore dovesse poi volgere intorno lo sguardo, lasciandolo trascorrere sui paesi che fanno corona, nella promessa descrizione della Valle. Etc..”.

Note bibliografiche:

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.”.

(…) (Figg….) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932 (Archivio digitale Attanasio)

(…) (Figg….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (Archivio digitale Attanasio)

(…) Ciccone Pier Francesco da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate’, Roma, 1908

(…) Falcone Alessandro, ‘Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta del dottore Alessandro Falcone’, si veda ristampa anastatica a cura di Carlo Calza, ed. Zaccara, Lagonegro, 2013 (Archivio Attanasio)

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio digitale Attanasio)

(…) Bulgarella Filippo, ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, citato dalla Falcone a p. 151, nella sua nota (197), a proposito del privilegio di Guaimario V alla chiesa di Rofrano, stà in ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, a cura di Nicola Cilento ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982, da p. 13 e s. (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda pure (la Falcone (…), a p. 151 nella sua nota (197) postillava che:  “Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Si veda pure dello stesso autore: Bulgarella F., Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, che stà in stà in ‘AA.VV., ‘Fatti, Patrimoni e uomini intorno all’Abbazia di S. Nilo nel medioevo’, Atti del I° colloquio internazionale (Grottaferrata, 26-28 aprile 1985), ed. Grottaferrata, Grottaferrata, 1988 (Archivio Attanasio), da p. 19 s.

(…) Schwarz Ulrich, ‘Amalfi nell’alto medioevo’, traduzione italiana , Salerno-Roma 1980 (Quaderni del Centro di cultura e storia amalfitana, 1), p. 80; Ulrich Schwarz, Amalfi nell’alto Medioevo, Salerno-Roma 1980, Amalfi 1985 e 2002, pp. 148 (parziale traduzione italiana, a cura di G. Vitolo, del vol. Amalfi im frűhen Mittelalter (9.-11. Jahrhundert). Untersuchungen zur Amalfi taner Überlieferung, Tübingen, Niemeyer 1978

(…) Panebianco Venturino, Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania, in ‘Rivista storica calabrese’, n.s. I (1980), pp. 189-193, in part. p. 192, avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano (Archivio Attanasio)

(…) Anastasi Bibliotecarii, De Vitis Romanorum Pontificum a B. Petro Apostolo, ad Nicolaum I. Romae, Salvioni, M DCC XVIII in 4.

(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).

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(…) Curzio Nicola, Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, (cap. XIV, p. 29; si veda pure dello stesso autore: ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, Lauria, Tip. Editrice Francesco Rossi & figli, 1934 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Guillou Andrè, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; si veda pure: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89) (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Guillou Andrè, La Lucanie byzantine. Etude de géographie historique, in ‘Byzantion’ vol. XXXV, n° 1 (1965), pp. 119-149, in part. p. 133.

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(…) Borsari Silvano, Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanna, a cura di Biagio Cappelli,  Arti Grafiche A. Chicca, 1963, stà in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’,  nella sede dell’Istituto, a. 32, fasc. 3-4; dello stesso autore si veda pure: (…) Borsari Silvano, Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, Napoli, 1963, ed. Istituto Italiano per gli Studi Storici (Archivio Attanasio)

(…) Vera Von Falkenhausen, Il Monastero dei SS. Anastasio ed Elia di Carbone in epoca bizantina e normanna’, che stà ‘Il Monastero di Elia di Carbone e il suo territorio dal medioevo all’età moderna’, op. cit., in a p. 62 (Archivio Attanasio); si veda pure: V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; si veda pure dello stesso autore: Vera Von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo, traduzione italiana, Bari, 1978, pp. 161 ss.

(…) Pertusi Agostino, IL “thema” di Calabria: Sua formazzione, lotte per la sopravivenza. Società a clero di fronte a Bisanzio e a Roma, in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974; si veda pure dello stesso autore:  Pertusi Agostino, Bisanzio e l’irradiazione della civiltà nell’Alto Medioevo, Settimane di studio del centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, XI, Spoleto, 1964, pp. 91-2

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) Giannini Paolo Arch., Il Monachesimo basiliano in Italia, stà in ‘AA.VV., Fatti, Patrimoni e uomini intorno all’Abbazia di S. Nilo nel medioevo’, Atti del I° colloquio internazionale (Grottaferrata, 26-28 aprile 1985), ed. Grottaferrata, Grottaferrata, 1988 (Archivio Attanasio)

(…) Santorio Paolo Emilio, ‘Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, Roma, 1601,  foll. 29-30.  L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.

(….) Pirro Rocco, Notiziae Siciliensium Ecclesiarum Abbate Netino D. Roccho Pirro Auctore, Palermo, ed. Mongitore, 1733, vedi vol. I (Archivio digitale Attanasio)

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(…) Giovanelli Germano (Ieromano), ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955)

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(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore:  Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947 (Archivio storico Attanasio)

(…) Lamma Paolo, Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà, ed. Antenore, Padova, 1966, si veda il saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secolii IX e X’, pp. 332-4 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Lamma Paolo ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Filippo Bulgarella scriveva che questo testo è in “Oriente e occidente”, del 1968.

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Troccoli Carmine, Montesacro antichissimo santuario basiliano, ed. Laurenziana, Napoli, 1986 (Archivio Attanasio)

(…) Mazza Antonio, Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681 (Archivio Attanasio)

(…) Minisci Teodoro, Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio), dello stsso autore si veda pure: Minisci Teodoro, Ieromonaco, Santa Maria di Grottaferrata. La Chiesa e il monasero, Badia Greca di Grottaferrata, 1955 (Archivio Attanasio)

(…) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Attanasio)

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(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963 (Archivio Attanasio)

(….) Rocchi Antonio, De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ronsini Domenicantonio, ‘Cenni storici sul Comune di Rofrano, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa) (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mercati Giuseppe, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, stà in ‘Studi e Testi’ 68, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996; si veda pure: Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII; si veda pure: Rohlfs G., Colonie galloitaliche sul Golfo di Policastro (Galloitalienische Sprachkolonien am Golf von Policastro (Lukanien), in Zeitschrift fur Romanische Philologie, 61, 1941, pp. 79-113, stà in Rohlfs G.,  Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, ed. Congedo, Galatina (LE), 1988, ristampa anastatica, pp. 39 e s.

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(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in Follieri E., ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Attanasio)

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(…) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner Pietro,  “Pietro Ebner – Studi sul Cilento”, vol. II, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli (SA), 1990 ristampato nel 1999 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913 (Archivio Attanasio), vedi ristampa anastatica ed. Neograf, Diamante.

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, si veda p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola ecc…(Archivio Storico Attanasio)

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Abbate Paolo, Cenobi italo-greci e paesi del Basso Cilento, ed. ……., ……………, 1999; si veda un estratto sul Cenobio di S. Giovanni a Piro, pubblicato da Fariello (…)(Archivio Storico Attanasio)

(…) Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Sirleti (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177 (vedi nota (51), di Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’.

(…) Cappelletti Giuseppe, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp…….

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978 (Archivio Storico Attanasio)

(…) D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio)

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Lasco Giuseppina, I Santi monaci basiliani in Lucania, ed. et cetera Libri, Brienza (PZ), 2016 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia Meridionale, 570-1080, ed. Guida, Napoli (Archivio Storico Attanasio)

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743

(…) Beltrano Ottavio, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848,  a p. 538 (Archivio Storico Attanasio)

Martire Domenico

(…) Martire Domenico, La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, s. I, pp. 150-151 e s.

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Baumund P.M., Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385

(…) Lenormant Francois, La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant, Vol. I, Cosenza, ed. ‘Casa del Libro’, dott. Gustavo Brenner, 1961 (citato da Gay J., op. cit., a p. 270, si veda p. 308 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Amari Michele, Storia dei musulmani di Sicilia, Firenze, Felice Le Monnier, 1854, Vol. I, pp. 440-1

(…) Schlumberger G., L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Um Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicèphore Phocas, Paris, 1890

(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968 (Archivio Storico Attanasio)

(…) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978

(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c)

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479

(…) D’Engenio Caracciolo Cesare, ‘Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, ed. Beltrano, (Archivio digitale Attanasio)

(…) Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027. Nel 1015 Guaimario associò al trono il figlio maggiore, Giovanni III, avuto dalla prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), ma questi morì nel 1018. La co-reggenza fu affidata allora al secondogenito Guaimario, avuto dalla seconda moglie Gaitelgrima, sorella di Pandolfo di Capua. Un altro figlio di Guaimario, Guido, fu nominato gastaldo di Capua dallo zio Pandolfo e successivamente anche duca di Sorrento dal fratello maggiore. Il quarto figlio di Guaimario, di nome Pandolfo, divenne invece signore di Capaccio. Probabilmente nel 1026 il principe di Salerno ebbe anche una figlia, Gaitelgrima, che successivamente sposò i fratelli Drogone e Umfredo d’Altavilla, conti di Puglia. Guaimario è ricordato una prima volta nelle carte emanate dall’attiva cancelleria principesca nel maggio del 1023 (Diplomata…, pp. 62 s.; Pratesi, passim), quando con suo padre sottoscrisse un diploma che sanciva un importante ampliamento non solo dei possedimenti terrieri della mensa archiepiscopale salernitana, ma anche e soprattutto un allargamento dei poteri giurisdizionali del presule locale. Da allora, la “signoria episcopale” salernitana, come è stata giustamente definita da H. Taviani Carozzi (1991, pp. 1020 s., 1024 s.), si sarebbe potuta esplicare anche sui soggetti laici dipendenti dalla chiesa cattedrale. Il diploma, redatto dal notaio Accepto in forma solenne nel palazzo principesco di Salerno, era stato voluto in special modo da Gaitelgrima, fautrice di una politica di avvicinamento della dinastia non solo alla Chiesa, ma anche agli enti monastici. G. e suo padre patrocinarono pertanto la fondazione del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni. Il progetto per l’erezione di quel monastero, avviato in realtà verso il 1011 dall’aristocratico Alferio su un sito inizialmente occupato dall’eremo di Liuzo, già monaco cassinese, era stato in breve abbracciato dai principi di Salerno. La Badia di Cava, che fu dotata da Guimario e dal padre di beni e privilegi di varia natura, divenne in pochi anni di rilevanza europea, non solo per la vita liturgica e culturale della sua comunità monastica, ma anche per la sua ricchezza e la sua potenza. Io credo che la donazione citata dal Beltrano e poi dal Gatta, si inserisca nel vasto programma munifico che i principi Longobardi di Salerno attuarono verso il monastero benedettino della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, attuato proprio in quegli anni.  Credo che l’antica donazione del principe Guaimario III, citata dal Gatta (…), fosse una precedente donazione che alcuni principi Longobardi, facevano ai monasteri benedettini ed in particolare mi riferisco ad una donazione fatta nel 1045, attribuita a Guaimario V, comunemente chiamato Guaimario IV.

(…) Scaduto M., Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947

Robinson Gertrude

(…) Robinson Gertrude, ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930 (Archivio digitale Attanasio)

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

Nel 1506, Monna Lisa del Giocondo morì a Lagonegro

Gli Studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su una notizia interessantissima tratta dal celebre scrittore russo Demetrio Mareshkowsky che voleva che la celebre donna ritratta da Leonardo da Vinci fosse morta a Lagonegro (PZ).

Nel 1506, MONNA LISA GHERARDINI MOGLIE DI FRANCESCO DEL GIOCONDO muore a Lagonegro

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, edito nel 1914, a pp. 222-223 riferisce un’interessante notizia che andrebbe ulteriormente indagata: “Intanto l’ordine cronologico ci porta a segnare qui una breve notizia – che forse può avere un certo fondamento storico – desunta dal libro ‘La Resurrezione degli Dei’ del celebre scrittore russo Demetrio Mareshkowsky, tradotto in italiano dalla Signora Nina Romanowsky. Ecc..ecc..”. Vediamo cosa scriveva in proposito il celebre scrittore russo riportato da Carlo Pesce (…), a p. 223: “Intanto l’ordine cronologico ci porta a segnare qui una breve notizia – che forse può avere un certo fondamento storico – desunta dal libro ‘La Resurrezione degli Dei’ del celebre scrittore russo Demetrio Mareshkowsky, tradotto in italiano dalla Signora Nina Romanowsky. Ivi, distendendosi, a forma di romanzo, la vita laboriosa ed artistica del sommo Leonardo da Vinci, dopo  descritti i lavori, durati tre anni, pel famoso ritratto di Monna Lisa Gioconda, è detto che questa, nell’autunno del 1506, partì col marito messer Francesco da Firenze per le Calabrie, e si legge: “La sera stessa egli (Leonardo) apprese il triste vero: di ritorno dalla Calabria, dove messer Francesco aveva concluso ottimi affari, e fra gli altri l’acquisto d’una grossa partita di pelli di montone da smerciarsi a Firenze, la povera Lisa era morta nella piccola ed oscura città di Lagonegro, vittima chi diceva d’una febbre infettiva toccata nell’attraversare la campagna romana, chi d’un dolososissimo morbo alla gola“. Non m’è stato possibile indagare se la notizia fosse vera, o se il nome di Lagonegro fosse stato messo lì a casaccio dal chiaro scrittore russo; certo per andare in Calabria unica via era l’antica Popilia od Acquilia, che passava per Lagonegro; d’altronde i nostri registri parrocchiali non s’estendono fino a quei tempi (1).”. Il Pesce (…) a p. 223, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Questa notizia sulla morte di Monna Lisa fu pure inserita da me – mentre rivedevo le bozze di stampa di questo capitolo – nel ‘Giornale d’Italia’ del 18 Dicembre 1313 N. 350, a proposito del rinvenimento del prezioso capolavoro di Leonardo, rubato al Museo del Louvre di Parigi e trasportato in Italia, ad essa fu variamente appresa e commentata dal pubblico in Italia.”. Demetrio Mareshkowsky (…), nel suo La Resurrezione degli Dei, La vita del più grande genio di tutti i tempi, ristampato nel 1998 da Giunti, nel cap. VIII “Monna Lisa del Giocondo” a p. 265 (vedi edizione Giunti), in proposito scriveva che: “Messo d’un tratto di fronte alla realtà della morte, anch’egli, come accade a tutti, stentava a persuadersene. Ma quella sera stessa fu informato d’ogni cosa: durante il viaggio di ritorno dalla Calabria, dove messer Francesco aveva potuto concludere alcuni proficui affari tra cui uno per l’importazione a Firenze delle pelli di montone non lavorate, monna Lisa era morta a Lagonegro, una cittadina sperduta tra i monti, alcuni dicevano di febbri malariche, altri di un’infezione alla gola.”. Riguardo le vie di Da Wikipedia alla voce “chiesa di San Nicola” leggiamo che la chiesa di San Nicola si trova nel comune di Lagonegro, in Basilicata, ed è concattedrale della diocesi di Tursi-Lagonegro. La concattedrale di San Nicola è stata edificata tra il IX ed il X secolo, ma è stata ristrutturata numerose volte nel corso del tempo. L’interno dell’edificio è molto ampio e presenta forme irregolari per i vari ampliamenti realizzati. All’interno è conservato un crocifisso di Altobello Persio, una tela con Madonna e sante di Giovanni Bernardino Azzolino e l’altare maggiore che risale al Settecento. Secondo una tradizione nella chiesa sarebbe stata sepolta Lisa del Giocondo, morta a Lagonegro nel 1506.

Le origini della Monna Lisa nella recente storiografia

Dal canto suo, invece, Firenze si basa sul ritrovamento avvenuto nel 2007 nella città dell’Arno: Lisa Gherardini, «donna fu di Francesco Del Giocondo, morì addì 15 di luglio 1542, sotterrossi in Sant’Orsola», si legge in un documento che riporta altri atti di morte di cittadini fiorentini. Il documento venne ritrovato da Giuseppe Pallanti, docente appassionato di ricerche storiche, spulciando le carte di un archivio parrocchiale che si trova nel centro storico di Firenze. Lisa di Antonmaria Gherardini, detta anche Lisa del Giocondo, per matrimonio, e conosciuta universalmente come Monna Lisa o la Gioconda (Firenze, 15 giugno 1479 – Firenze, 15 luglio 1542), è stata una nobildonna italiana, appartenente all’aristocratica famiglia fiorentina dei Gherardini di Montagliari. Secondo Giorgio Vasari, Lisa Gherardini sarebbe la donna ritratta nella Gioconda (o Monna Lisa) di Leonardo da Vinci, opera commissionata all’artista durante i primi anni del XVI secolo da Francesco del Giocondo, marito di Lisa. Firenze, nonostante fosse una delle città più grandi e più ricche del Quattrocento, non era una città in cui la vita sociale era priva di conflittualità, anzi, sia da un punto di vista politico, sia da un punto di vista economico, vi erano notevoli disparità tra i cittadini in termini di ricchezza. In questo periodo storico si collocano i Gherardini di Montagliari. I Gherardini erano un’antica ed aristocratica famiglia, che agli inizi del Trecento fu bandita da Firenze ed esiliata nel veronese a seguito delle continue lotte tra guelfi e ghibellini e l’accusa di alleanza della famiglia con la città di Siena, avversaria della Repubblica fiorentina. Durante lo scontro con Firenze, il Castello di Montagliari e molti altri edifici della famiglia Gherardini furono rasi al suolo e la Repubblica fiorentina emise un editto di perpetua proibizione ad edificare su quelle terre. Nonostante l’esilio, la famiglia manteneva comunque un proprio ramo in Firenze, dal quale discende Lisa Gherardini. Al ramo toscano dei Gherardini apparteneva Antonmaria (o Antonio Maria) di Noldo Gherardini, padre di Lisa, un ricco mercante che possedeva (o aveva concesso in affitto) sei aziende agricole sulle colline del Chianti, che producevano grano, vino ed olio d’oliva, oltre che fungere da terreno per il pascolo e per l’allevamento del bestiame. Nel 1465, Antonmaria sposò in prime nozze Lisa di Giovanni Filippo de’ Carducci, la quale però morirà di parto. Nel 1473 sposò Caterina Rucellai, ma come la prima moglie anche lei morirà di parto. Nel 1476, infine, sposò in terze nozze Lucrezia del Caccia, figlia di Piera Spinelli Gherardini, futura madre di Lisa.

Chi era la “Gioconda” ritratta da Leonardo da Vinci ?

Questa, apparentemente di facile identificazione, in realtà molto dibattuta dalla storiografia artistica, ha come fonti antiche un documento del 1525 in cui vengono elencati alcuni dipinti che si trovano tra i beni di Gian Giacomo Caprotti detto “Salaì”, allievo di Leonardo che seguì il maestro in Francia, dove l’opera è menzionata per la prima volta “la Joconda”. L’opera di Leonardo rappresenta tradizionalmente Lisa Gherardini, cioè “Monna” Lisa (un diminutivo di “Madonna” derivante dalla parola latina “Mea domina” che oggi avrebbe lo stesso significato di “Signora”), moglie di Francesco del Giocondo (quindi la “Gioconda”). Leonardo dopotutto, in quel periodo del suo terzo soggiorno fiorentino, abitava nelle case accanto a Palazzo Gondi (oggi distrutte) a pochi passi da piazza della Signoria, che erano proprio di un ramo della famiglia Gherardini di Montagliari. Lo stesso Vasari scrisse che “Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie, e quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto, la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontainebleau”, dilungandosi poi in una serie di lodi del dipinto, in realtà piuttosto generiche. Alcuni dubbi sono sorti a partire dalla descrizione di Vasari, che parla della peluria delle sopracciglia magnificamente dipinta (ma la Gioconda non ne ha) e che esalta le fossette sulle guance (pure assenti). Ciò è comunque spiegabile con la particolare storia del dipinto, che seguì Leonardo fino alla sua morte in Francia e che venne ritoccato per anni e anni dall’artista. Vasari infatti potrebbe aver attinto la sua descrizione da una memoria dell’opera com’era visibile a Firenze fino al 1508, quando il pittore lasciò la città; analisi ai raggi X hanno mostrato che ci sono tre versioni della Monna Lisa, nascoste sotto quella attuale. A sostegno delle testimonianze del Vasari, nel 2005 Veit Probst, storico e direttore della Biblioteca di Heidelberg in Germania, ha pubblicato un altro appunto del cancelliere fiorentino Agostino Vespucci, datato 1503, che conferma l’esistenza di un ritratto di Lisa del Giocondo. Fu Leonardo stesso a portare con sé in Francia, nel 1516, proprio nell’anno in cui Isabella Villamarino si sposò con Ferrante Sanseverino. La Gioconda, che potrebbe essere stata poi acquistata, assieme ad altre opere, dal re di Francia Francesco I. Altre identificazioni storicamente proposte sono state Caterina Sforza, e la madre stessa di Leonardo, Caterina Buti del Vacca; Isabella d’Aragona, duchessa di Milano nell’anno 1489. Si è supposto, inoltre, che la nobildonna ritratta appartenesse al casato degli Imperiali. Altri farebbero risalire l’identità a Bianca Giovanna Sforza, figlia primogenita legittimata di Ludovico il Moro, signora di Bobbio e Voghera o a Pacifica Brandani, amante del duca Giuliano de’ Medici. Io credo vi sia un nesso con la narrazione del Mareshkowsky (…) e l’accostamento del Pesce della Monna Lisa di Giocondo di Leonardo e la storia travagliata dell’infelice Isabella Villamarino, moglie di Ferrante Sanseverino, l’ultimo dei principi di Salerno e della nobile famiglia Salernitana. Ma è plausibile che Leonardo da Vinci avesse potuto ispirarsi alla Isabella Vilamarino dipingendo la sua monna Lisa ?. Sull’opera della Monna Lisa, della “Gioconda” si sa poco. Si sa che questa opera si trovava nel castello di Amboise dove Leonardo era ospite del Re di Francia. Leonardo, morì proprio ad Amboise il 2 maggio 1519. Lo scrittore Mareshkowsky (…), nell’opera citata a p. 235, in proposito a Lisa Gherardini scriveva che: “Beltraffio sapeva ch’ella apparteneva a un’antica famiglia napolitana; era filia di Antonio Maria Gherardino, ricchissimo signore ch’era stato rovinato al tempo dell’invasione francese del 1495, e sposa del cittadino fiorentino Francesco del Giocondo. Nel 1481 questi aveva tolto in moglie la figlia di Mariano Ruccellai; mortagli questa due anni dopo, aveva sposato in seconde nozze Tomasa Villani, e mortagli anche questa s’era sposato per la terza volta, con monna Lisa. Al tempo in cui aveva incominciato il ritratto di lei, Leonardo aveva già superato la cinquantina, mentre messer Giocondo era sui quarantacinque. Era questi uno dei dodici Buonomini, e presto sarebbe stato nominato Priore. Era un uomo qualunque, come se ne trovano in tutti gli angoli, ecc…”. Dunque, secondo la citazione del Pesce (…), lo scrittore russo Demetrio Mareshkowsky (…), nel primo decennio del ‘900 scriveva che l’eigmatica donna dipinta da Leonardo da Vinci, da alcuni e dal Mareshkowsky (…) stesso attribuita a monna Lisa Ghirardini moglie del ricco mercante fiorentino Francesco del Giocondo, fosse morta a Lagonegro di febbre malarica. A quei tempi per andare in Calabria unica via era l’antica Popilia che passava per Lagonegro. Dunque, il Pesce, discorrendo sulla citazione di Lagonegro nel testo di Mareshkowsky, si chiede se il nome di Lagonegro fosse stato scelto a casaccio dall’autore visto che per andare in Calabria bisognava necessariamente passare da Lagonegro una delle tappe della via Popilia. Il testo del Mareshkowsky è un testo romanzato e non cita riferimenti bibliografici ma da ciò che si legge vi sono riferimenti alla cerchia di pittori ed amici di Leonardo come il suo allievo Giovanni Antonio Boltraffio o Andrea Saladino detto “Salai”. Certo è che il Mareshkowsky doveva essere perfettamente al corrente delle origini della nobile famiglia fiorentina, ovvero origini “napoletane” – che io dico Salernitane con ramificazioni in Lucania – delnobile padre di monna Lisa Gherardini, forse originario di Moliterno come un presunto ritratto di Leonardo da Vinci recentemente (a. 2008) ritrovato presso un collezionista salernitano, oggi segnalato come ‘Autoritratto di Acerenza’. A scovarlo è stato Nicola Barbatelli, storico del Gran Priorato dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio di Gerusalemme, il quale ha ricostruito il passaggio del dipinto dalle mani di nobili famiglie lucane a quelle di un collezionista salernitano (ma originario di Moliterno, in Lucania), presso il quale è stato identificato, sia pure con tutte le cautele del caso. Alcuni anni prima della ‘riscoperta’ il dipinto era stato messo all’asta a Napoli al prezzo base di 1000 euro, ma non lo aveva comprato nessuno. L’opera, prima del suo ultimo approdo in mani private apparteneva ad una famiglia di Acerenza (Potenza), la quale credeva fosse un ritratto di Galileo Galilei.

Museo del Vaglio

(Fig…) “Autoritratto di Acerenza”, così detto, autoritratto di Leonardo da Vinci scoperto a Salerno ed oggi esposto al museo del Vaglio (Pz).

Madrid

(Fig…) la “Gioconda” al Museo del Prado a Madrid, dove morì Isabella Villamarino ricoveratasi da Carlo V° a causa delle sue disgrazie

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

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(….) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 200 e sgg. (Archivio Storico Attanasio)

Cattura

(…) Mareshkowsky Demetrio, La Resurrezione degli Dei, 1901, vedi ristampa ed. Garzanti; vedi Dimitri Mareskovsky ‘Leonardo da Vinci –  La vita del più grande genio di tutti i tempi’, ristampa ed. Giunti, Firenze, 1998 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Falcone Alessandro, ‘Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta dal dottore Alessandro Falcone’, manoscritto edito recentemente a cura di Carlo Calza, ed. Zaccara, 2013 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. della Libreria Antiquaria, Salerno, 1972 ristampa (Archivio Storico Attanasio)

(…) Giustiniani Lorenzo, ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’, Napoli, ed……, 18…, il quale nel vol. V, parla di Lagonegro,

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, ed. Loesher, Roma, 1889 (Archivio Storico Attanasio), vedi ristampa anastatica ed……., vol. II, p. 324

(…) Campanile Filiberto, L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (Archivio Storico e digitale Attanasio).

Carucci, Ferrante Sanseverino etcc..

(…) Carucci Carlo, Ferrante Sanseverino principe di Salerno; si veda pure dello stesso autore Carucci Carlo, Il Principato di Salerno dopo i Sanseverino etc.., ed. Officina Grafica Salernitana, Salerno, 1910 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(….) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(…) Mazza Antonio, Historiarum epitome de rebus salernitanis, Napoli, nel 1681 (Archivio Storico digitale Attanasio)

(…) Cosentini Laura, Una dama napoletana del secolo XVI: Isabella Villamarina principessa di Salerno,

(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato, Napoli, 1855, si veda vol. V. Principato Citeriore, pag. 36 (Archivio Storico Attanasio).

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

(…) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651 (Archivio storico e digitale Attanasio)

(…) Bosio (J.) Giacomo, ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso’, Napoli, 1600; si veda vol. III, fol. 177 (Archivio Storico e digitale Attanasio); secondo il Guzzo (…), si veda parte III, a p. 136

(…) Campanile Filiberto, L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(…) Volpi Giuseppe, Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II° edizione (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pacichelli Giovan Battista, Il Regno di Napoli in Prospettiva, Napoli, ed.

Il monastero di San Francesco d’Assisi a Policastro

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo mio saggio, vorrei analizzare le notevoli testimonianze su ciò che hanno prodotto i Saraceni nel corso dei secoli, nel corso delle loro numerose incursioni, le cui testimonianze si fanno risalire alla guerra Gota e a Belisario. In questo mio saggio mi occupo del Monastero francescano di S. Francesco d’Assisi a Policastro di cui oggi si può vedere una parte restaurata e una parte di proprietà della famiglia Ferolla.

Carta del Cilento

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio)

Nel 1131, la grangia di S. Matteo a Policastro, una delle tanti dipendenze dell’Abbazia di Rofrano, poi diventata dipendenza dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano

Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “…..sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano. Grazie alle concessioni di Ruggero II, dal 1131 in poi, questa badia era diventata un grande feudo, con il diritto di amministrare anche la giustizia. Il riconoscimento ufficiale non è l’atto di nascita del cenobio, ma è un attestato pubblico di autorità da parte dei Normanni. Quella dell’abbate di Rofrano arrivava all’incirca alle soglie di Policastro, dove possedeva una grancia detta di S. Matteo, comprendeva una parte del territorio che oggi ricade in comune di Morigerati e la grotta, famosa, di S. Michele dove alcuni storici sostengono che sia vissuto il grande S. Nilo di Rossano, un’altra parte del territorio comunale ricadeva invece sotto la giurisdizione di Policastro. Ecc..”. Le grancie di Caselle in Pittari e di Morigerati, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il  famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, confermate dal cugino re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, riconosciute all’abbazia di Tuscolo, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero II, Guglielmo I d’Altavilla, con l’atto di donazione del 1181. Tutti i beni della chiesa di Rofrano, Laurito, Caselle e Morigerati, insieme anche ad altri monasteri dell’area appartenenti ai beni dell’Abbazia tuscolana, nel periodo della sua decadenza, furono unite come grangie ed andarono a costituire la “Platea dei beni e delle rendite”, della badia italo-greca di San Pietro al Tomusso di Montesano.  Felice Fusco (….) a p. 45, in proposito scriveva che: “La dipendenza  della Terra’ di ‘Casella‘ dall’………………..(egùmenos, abate) del cenobio e della Chiesa di Santa Maria ‘Odhijitria’ (che guida il cammino; poi di Grottaferrata) di ‘Rofranum’ doveva durare ormai da vari decenni se si pensa che col ‘Diploma (100 = del 1131 Ruggero II (primo re Normanno del ‘Regnum Siciliae’) confermava possedimenti (ben undici ‘grance (101) sparse nel vallo di Diano e nel Cilento meridionale) e privilegi (libertà di pascolo, esenzione della giustizia) ià assicurati precedentemente dal cugino (102) e dal figlio di questi, Guglielmo (103). Non solo. Forse la dipendenza dal cenobio rofranese era la conseguenza d’un legame antico: un vincolo non precisabile che un tempo aveva unitto i monaci italo-greci fondatori, nell’Alto Medioevo, del cenobio di Rofrano Vetere (104) e gli anacoreti del complesso criptologico del San Michele“. Dunque, secondo il Fusco, la ‘Terra di ‘Casella’ doveva dipendere dalla Baronia Ecclesiastica della Chiesa di Rofrano e dal suo Abate già da molto tempo anzi, il Fusco aggiunge che forse era ancora più antica. Secondo il Fusco, la dipendenza della terra di Casella alla chiesa di Rofrano, risaliva ai tempi delle unioni di monasteri italogreci ai tempi di San Saba e San Nilo. Felice Fusco, a p…., nella sua nota (101) postillava che: “(101) In questa nota, il Fusco elenca tutti i possedimenti elencati nel privilegio di re Ruggero II del 1131”.

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Attanasio)

I Francescani nel Cilento

Da uno scritto sul web di Giuseppe Conte, leggiamo che secondo la tradizione il convento francescano fu fondato da San Bernardino da Siena nella prima metà del XV secolo. Situato tra le frazioni di San Martino (Laureana) e Rocca (Lustra, territorio da cui oggi dipende amministrativamente), popolarmente viene identificato anche con l’accostamento a questo piccolo centro, un tempo cuore pulsante del Cilento Antico (il convento di Rocca). Diverse sono le tracce architettoniche dei francescani nel territorio (ad Agropoli, a Gioi). Spesso tratteggiate da laboriose leggende. Ciò nonostante ad acquisire maggiore notorietà nel tempo è stato senz’altro il convento di Lustra. Non a caso è ricordato proprio come ‘San Francesco del Cilento’. Tuttavia nel corso dei secoli ha subito diversi ampliamenti. E’ variata anche la sua importanza. Strutturalmente, dalla porta centrale si accede alla chiesa, mentre sul lato sinistro si trova l’ingresso per il chiostro. All’interno si conservano bellissimi affreschi, alcuni meritevoli di restauro. Francesco nasce ad Assisi tra il 1181 e il 1182 Morirà nella stessa città nel 1226. Fondatore di un ordine mendicante, da cui preso il nome, per le sua umiltà passa alla storia come il ‘poverello di Assisi’. La memoria si celebra il 4 ottobre. Nel 1939, papa Pio XII, insieme a Santa Caterina da Siena, lo proclama ‘patrono d’Italia’. Secondo la tradizione, San Francesco parlò alle creature del cielo e del mare. Agli uccelli ed ai pesci e lo fece nei pressi dell’abitato di Agropoli da uno scoglio che oggi ne porta il nome. Su di esso sorge una croce a perenne memoria. Sempre secondo la tradizione, pare che il mare in tempesta, nonostante la sua impetuosa potenza, mai supera con le onde questo scoglio. Sulla terraferma, invece, si trova il luogo dove è esistito il convento. Nel Cilento altre importanti testimonianze architettoniche francescane si trovano a Gioi. La presenza dei frati nel territorio ha sempre contribuito alla crescita culturale e spirituale. L’ordine dei francescani, in particolare, godeva di una grande stima in quanto seguaci del ‘Santo di Assisi’. Il luogo, inoltre, special modo in passato, era di certo animato da una discreta vitalità, tanto che nei pressi del convento hanno preso vita due importanti fiere. Una è quella di ‘San Francesco’ che un tempo si ripeteva dal 2 al 4 ottobre. L’altra è quella delle ‘Palme’ la Domenica che precede la Pasqua. Mentre la prima ravvia la memoria del Santo, la seconda ha assunto importanza per dimensioni e sacralità grazie alla collocazione primaverile che favoriva l’afflusso di mercanti e visitatori: si festeggiava l’inizio della tiepida stagione. I pellegrini provenienti anche da zone distanti, dopo aver partecipato alle funzioni si approvvigionavano tra le bancarelle allestite nelle immediate vicinanze del convento sulla via che porta a Laureana. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 751 parla di un monastero italo-grco soppresso, quello di S. Francesco di Cuccaro Vetere. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, parla di S. Francesco d’Assisi a p. 43 e a p. 113.

San Francesco d’Assisi

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, dattiloscritto inedito del 1973, a p. 30 in proposito scriveva che: “S. Francesco, nato ad Assisi in Umbria nel 1182, all’età di 21 anni, mosso dalla grazia divina, rinunziò al mondo e ai beni terreni, dandosi ad una vita di penitenza e di assoluta povertà. Ideata una nuova regola, profondamente ispirata alla dottrina del Vangelo, avutane l’approvazione dal papa Innocenzo III, nel 1209 raccolse un numero di seguaci e girò l’Italia per predicare da lui fondati: i Frati Minori (1209), le Clarisse (1215) e i Terziari (1221). S. Francesco iniziò una serie ininterrotta di viaggi fino al 1224. Nel fervore delle attività apostoliche guidava con zelo impareggiabile il suo Ordine, essendone il modello vivente, il superiore ed il legialatore. Numerose tradizioni ricordano il passaggio del Santo e le sue fondazioni minoritiche. Ma, poichè i frati dovevano attendere alla santificazione e all’apostolato, scevri di ogni ambizione ecc…ecc…”. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. I, a p. 362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che: “Molti abitanti di Lagonegro sono puniti per avere insultati e derubati i Legati dell’imeratore Federico che di là transitavano per recarsi alla corte di Guglielmo. S. Francesco d’Assisi, di passaggio per Agropoli e luoghi vicini, opera molti miracoli. Guglielmo II invia la sua flotta con gran numero d’armati e di viveri in Terra Santa per aiuto dei crociati, sotto il comando di Gualtieri di Moac. Di questa spedizione fan parte i baroni Lucani, annoverati dal Borrelli nel suo catalogo generale come anche nell’altra del 1188.”.

Nel 1222, S. Francesco di Assisi, secondo la leggenda arriva ad Agropoli

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 462 parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “Nel periodo s’inserisce l’arrivo nel luogo di S. Francesco d’Assisi (1187-1225) afferma il Wadding (46), è propriamente nel 1222, fondandovi un convento abitato sempre dai pd. conventuali fino alla soppressione in età napoleonica. Qui, scrive il Gatta (47) il santo “operovvi gran meraviglie spezialmente allora quando mal gradito da quei Paesani, alieni di sentire la parola d’Iddio, egli per tanto si condusse al Mare su di uno scoglio, ed ivi predicando accorse una grande moltitudiine di Pesci, quasi ascoltarlo volessero; profetizzò indi che quello scoglio, che servito l’aveva da pulpito, benchè col tempo sarebbe mancato molto della sua grandezza, con tutto ciò l’acque non l’avrebbero mai superato. Il vaticinio si è puntualmente avverato; imperocchè consumate le pietre di quel masso da’ Fedeli, che le prendono per divozione, avendone sperimentate di miracolosa virtù in guarir le febbri, e non ostante che tal scoglio stia presentemente quasi al piano dell’acque, per qualsiasi turbazione o fortuna di mare, mai arrivano a coprirlo”. Ad Agropoli, aggiunge il Gatta, S. Francesco fondò un monastero (48).”. Ebner, a p. 662, nella nota (46) postillava che: “(46) L. Wdding, Annales Minorum, ann. 1222, n. 12 (II, Quaracchi, 1931, 46) Cfr. pure A. D’Amato, S. Francesco e i francescani nel salernitano, “Arch. stor. prov. di Salerno”, 1935, p. 113 sgg. e pd Mariano da Calitri, OFM Capp. I frati Minori Cappuccini nella Lucania e nel salernitano, Salerno 1948.”. Ebner. a p. 463, nella sua nota (47) postillava che: “(47) Il Gatta, cit., p. 295, trae l’episodio della predicazione ai pesci da “Il Marchese Francesco Navarete, nel racconto storico del Sacco di S. Francesco”. Ebner. a p. 463, nella sua nota (48) postillava che: “(48) Cfr. pure Antonini (cit. I, p. 259), il quale scrive che il monastero francescano era un mezzo miglio dall’abitato e aggiunge: “Dicon che ‘l luogo fosse stato eletto dallo stesso S. Francesco e se ne raccontano i miracoli.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 273, parlando delle Diocesi Caputaquensi, scriveva che: “La tradizione narra che ad Agropoli ecc…, che nel 1222 vi sbarcasse anche S. Francesco d’Assisi cui fu dedicato poi un monastero (12).”. Ebner a p. 273 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazziotti, cit., p. 28.”. Ebner si riferiva all’opera di Matteo Mazziotti, ‘La Baronia del Cilento etc…’, p. 28. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nella sua opera citata, a p. 28, parlando della fondazione di Agropoli e delle leggende intorno ad essa, in proposito scriveva che: Narra anche la leggenda che in Agropoli, nel 1222, predicò San Francesco d’Assisi e che nel luogo ove egli predicava fu innalzato il monastero tuttora esistente a lui dedicato. Ecc…”. Il Mazziotti, a p. 28, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Gian Nicola Del Mercato, ‘Commento a gli Statuti del Cilento’, opera inedita esistente presso i discendenti di lui.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 28, in proposito scriveva che: “Narra anche la leggenda che in Agropoli, nel 1222, predicò S. Francesco d’Assisi e che nel luogo ove egli predicava fu innalzato il monastero tuttora esistente a lui dedicato.”. Da Wikipedia, parlando di Agropoli e delle sue torri e, riferendosi all’ordine di don Pedro de Toledo apprendiamo che: “A seguito di quest’ordine verrà rafforzata la Torre di San Marco, di forma circolare, all’epoca esistente, cui si affiancherà la Torre di San Francesco, costruita su un’alta sporgenza a picco sul mare, poco più a sud del promontorio sovrastato dal Castello. Posto accanto al convento francescano qui sorto fin dal 1230, questa torre, di forma quadrangolare, risultava in posizione strategica, comunicando a Nord col Castello e con la Torre di San Marco, mentre a Sud con la torre costruita a Trentova e con quella di Punta Tresino (rientrante nel territorio del comune di Castellabate). Di oggi restano ruderi. La comunità cattolica locale è legata al culto del patrono d’Italia per il suo passaggio presso Agropoli in una o due riprese (1219, probabilmente anche 1222)(18). Al passaggio del santo nel borgo cilentano è legata una leggenda che narra di una predica ai pesci: si racconta che il frate, giunto in barca, cercò di predicare alla popolazione locale; rendendosi conto tuttavia dell’indifferenza alle sue parole decise di ritirarsi in preghiera presso uno sperone roccioso sulla costa, affiorante dal mare a poca distanza dalla spiaggia di Trentova. Come si legge in uno scritto dello storico Costantino Gatta del 1732 (19). Sulla roccia che sovrasta lo scoglio della predica, inoltre, fu fondato (pare per sua espressa volontà) un convento con annessa chiesa (20), la cui data di ultimazione risale al 1230, quattro anni dopo la sua morte. La chiesa, distrutta dall’incuria del tempo, venne riedificata, consacrata e riaperta al culto nell’ottobre del 1974, mentre l’edificio che ospitava il convento oggi è una struttura ricettiva (21).”. In Wikipedia, alla nota (19) postillava: “(19) Costantino Gatta, Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Arnaldo Forni, 1980 [1732].”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 113 parlando del clero regolare nel basso Cilento, scriveva che: “Nel ‘200, quando già si cominciava ad affievolire l’espansione benedetina sorsero i quattro grandi Ordini dei Mendicanti (francescani (3), domenicani (4), carmelitani (5) e agostiniani (6) che lentamente andavano approdando nella zona con i valori evangelici e con una notevole forza aggrregante.”. Ebner a p. 113 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Erano chiamati cordiglieri in Francia, frati scalzi in Germania e frati grigi in Inghilterra. Fu nella ricostruita chiesa della Porziuncola che S. Francesco (sett. 1181/2 – 3/4 ottobre 1226, canonicato nel 1228) scoprì la sua vocazione leggendo il Vangelo di Matteo (X, 7.10) e applicandolo letteralmente con “parole che come il fuoco toccavano il cuore”. Scrisse nella Prima Regola “che i confratelli ecc..ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 206, in proposito scriveva che: “Ciò che ancora restava sulla costa del mondo monastico greco venne, gradualmente, sostituito dai nuovi ordini latini: il francescano e il domenicano. Fu proprio un discepolo di S. Francesco, il beato Pietro Cathin da S. Andrea, della diocesi di Faenza, che nella prima metà del XIII secolo diffuse l’Ordine dei Minori in Calabria, fondando i monasteri di Scalea, Castrovillari, Corigliano, Amantea, Crotone (36).”. Le incursioni turchesche dei secoli XV e XVI riaprirono la piaga dell’insicurezza e del terrore ecc..”. Il Campagna, a p. 206, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Il monastero di Scalea era abitato da “un sol frate Conventuale”, all’epoca del Martire (‘La Calabria Sacra e Profana, cit., II). Fu soppresso nel 1653 con la bolla di Innocenzo X, in C. Manco, ‘Scalea – prima e dopo -, op. cit., ecc..ecc..”.

I monasteri Francescani in una valle di monasteri italo-greci

Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 375 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi a Policastro in proposito scriveva che: “A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodegitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, parlando di Torraca, a pp. 151-152 ecc.. fa luce (…) su un antico documento manoscritto conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro e citato pure dal Di Luccia (….). Si tratta di un documento del 1695 (….): “La Platea dei beni e delle rendite dell’Abbadia di S. Giovanni a Piro”, compilata nel 1695 dal notaio Domenico Magliano. Questo documento è di estrema importanza anche per Sapri in quanto in esso vengono elencati i beni e le rendite di tutti i possedimenti che dipendevano dall’antica Abbazia italo-greca prima e poi benedettina di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro.

Il monastero di S. Matteo e la grancia di S. Benedetto a Policastro

Il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, ecc..”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, Domenico Martire (…), riporta a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; ecc…. Dunque, nell’elenco che riporta Domenico Martire, figura la “6. Grancia di S. Matteo a Policastro;”.

martire, p. 150

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., p. 150

Domenico Martire (….), a p. 151, in proposito scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: 2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria. 3 S. Zaccaria nel territorio di Diano. 4. S. Pietro di Tamazzo nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. 5. S. Arcangelo nel territorio di Campora. 6. S. Matteo nel territorio di Policastro. 7. S. Pietro di Rivello. 8. S. Nicola di Siracusa nel territorio di Discola ecc…”. Dunque, Martire lo chiama Monastero S. Matteo di Policastro, che pone al n. 6 dei monasteri non soggetti al monastero Carbonense. Il Martire, a p. 151, di questi monasteri, non soggetti al monastero Carbonense, pone anche il “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie, unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma. 12. S. Benedetto a Policastro e 13. S. Nicola a Sapri.”. L’elenco continua fino al n. 17 e poi a p. 151 aggiunge: “17. S. Costantino alle Trecchine. Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3, fa menzione di altri monasteri chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta Basilica, cioè: ecc…”. Dunque, il Martire, sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (….), e della sua “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….” pubblicato a Roma, nel 1700, in proposito scriveva che a Policastro vi era il monastero di S. Matteo che dipendeva dal monastero Carbonense di …………….e poi aggiungeva che a Policastro vi era anche la “12. grangia di S. Benedetto”, grangia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che dipendevano entrambi dalla Cappella del Presepio nella S. Basilica Vaticana di S. Maria Maggiore a Roma (Cappella Sistina). Dunque, secondo Pietro Marcellino Di Luccia, la grangia di S. Benedetto a Policastro era una dipendenza dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, la cui intera proprietà era alle dirette dipendenze della Basilica di S. Maria Maggiore a Roma, la Cappella Sistina eretta da papa Sisto V. 

Nel 1310, Torraca, Tortorella e Policastro nel ‘Rationes Decimarum Italiae’

Intorno al secolo XIV e su quel periodo (anni 1308-1310), Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, parlando di Centola, a pp. 70 e s., scriveva che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia ecc…(18) ecc..”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Anche Nicola Montesano (…), parlando di Torraca e Tortorella così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). I documentI contenuti nel testo a cura di Mauro Inguanez ed altri sono i nn° 6688, 6689, 6690, 6691, che riguardano “XXVII – POLICASTRO”. Infatti, a p. 479 vi è trascritto l’unico foglio rimasto superstite del registro, il foglio n° 250 “In Episcopatu Policastrensi” che si trova custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana con la segnatura di: “Arch. Vat. Collect. 161, f. 250-250v”.

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Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)

  • Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV

Foglio 250 (v)

  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

Nel 1426, il monastero e la grangia di S. Matteo di Policastro e la visita di Francesco Mellini, abate di Grottaferrata

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 37, in proposito scriveva che: “Dalla ‘Platea’ apprendiamo, inoltre, che nel settembre del 1426 l’abate Francesco “ivit personaliter” nella città di Policastro per recuperare la grangia del monastero di S. Matteo “situm in porta dicte civitatis” (13).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (13) postillava che: “(13) ‘Platea’, c. 56r.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: Nella città di Policastro vi era la grangia del monastero di San Matteo, sito presso la porta della città (c. 56r). Nel settembre del 1426 l’abate Francesco Mellini ne riconobbe il diretto ‘dominum’ all’abbazia, ma dispose che essa rimanesse a tal ‘domina Mathea’ dietro corresponsione di tre libbre di cera all’anno per tutta la sua vita e che, alla sua morte, la grangia passasse a suo nipote dietro pagamento annuo, però, di due ducati aurei.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”.

Nel 1426, l’Abate di Grottaferrata Francesco Mellini

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter’”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (112) postillava che: “(112) Nel crisobollo di re Ruggero viene menzionata la grancia ‘Sancti Nicolai de Benevento’ non attestata in altre fonti. Cfr. Follieri 1988, pp. 64-75.”.

Il convento ed il monastero di San Francesco d’Assisi a Policastro

Un monastero o grancia a Policastro compare, poco dopo, nel privilegio che Ruggiero II d’Altavilla, re di Sicilia, che nell’aprile dell’anno 1131 concesse all’abate Leonzio di Grottaferrata. Tra le grancie di pertinenza della famosa Abbazia è menzionata quella “…Sancti Nicolai de Policastro”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 157 e s., parlando dei monasteri nel basso Cilento, e riferendosi a Rofrano in proposito scriveva che: “Un altro antico e fiorente cenobio italo-greco era quello di S. Maria di Rofrano, grancia del tuscolano monastero di Grottaferrata. Già nel 1131 il monastero di Rofrano aveva notevoli dipendenze, come si evince dai beni enumerati nel diploma di re Ruggiero di Sicilia, rilasciato a Palermo. Il re confermò all’abate Leonzio di Grottaferrata “ad nos profectos ac supplicati”, oltre alla grancia di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case a Salerno, la grancia fi S. Nicola di Siracusa a Scalea, anche quelle di S. Nicola di Policastro, di Sant’Arcangelo di Campora e di S. Maria di Rofrano con annesse le numerose dipendenze, quali S. Maria di Vita di Fogna (odierno Villa Littorio), S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tamusso di montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”. Dunque, Ebner cita l’importante documento del 1131 in cui re Ruggero II d’Altavilla concedeva beni e possedimenti all’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Grottaferrata nel Tuscolano, concedendo a Leonzio, suo Abate, i beni che appartenevano all’antico cenobio e monastero di Rofrano. Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, che nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, dattiloscritto inedito del 1973, a p. 31 in proposito scriveva che: “Nel secolo XIII Policastro acquistò prestigio, grazie al rinnovamento spirituale operato da S. Francesco d’Assisi. -Ecc..ecc..Al tempo di S. Francesco sorsero numerosi conventi di Frati Minori. Certamente uno dei primi conventi fu quello di Policastro. Indubbiamente doveva essere grandioso, come si vede ancora oggi dagli avanzi accanto all’attuale Cimitero. Esso ebbe vita per circa tre secoli, fino al tempo in cui vennero i Conti Carafa (1476). – Esistono ancora in parte le mura, alcune camere, una torretta, parecchi archi a tutto sesto; la chiesa è senza tetto e le navate di sinistra funzionano da ossari, essendo dimezzate da un piano, da cui emergono le volte a tutto sesto con qualche decorazione architettonica. L’abside si vede quasi intera e nella parete di fondo si distinguono appena due pitture antiche: un Crocifisso e S. Francesco. Esiste pure una “grottina”, dove S. Francesco si fermò per attendere alla penitenza e all’orazione, in disparte dagli altri frati. Non si vedono iscrizioni, ma dovrebbe essere sotto a qualche parte la lapide colla data della fondazione, come quella del Campanile della Cattedrale, posta in basso, all’altezza di un uomo. Nella Cattedrale di Policastro, edificata nel 1455 esistono tre pile per l’acqua lustrale: due semplici in pietra (di cui una del Battistero), senza iscrizione e date, e una (a destra di chi entra) in marmo nero, con piedistallo sfaccettato ed ornato. Sullo zoccolo di base è scolpito lo stemma serafico dei Francescani (due braccia incrociate con una piccola croce nel mezzo). Esse appartenevano al convento già esistente nel ‘300. Gli stemmi francescani hanno la scritta: “Pax et bonum” (pace e bene). Il lavabo in pietra della Cattedrale era pure di quel Convento. Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del Comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine di alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli operatori Leone Isaurico e Costantino Copronimo (726-843). – Quando è passato S. Francesco per Policastro ? Certamente fra il 1220 e il 1226, quando nell’Italia fiorivano i Conventi dei Frati Minori, ecc..ecc…Il nome del primo vescovo di Policastro francescano, con sede a Policastro, è riportato nella cronistoria intitolata: Giardino Serafico istorico ecc..ecc…L’autore dell’opera in due tomi è P. Pietro Antonio di Venezia M.O. Riformato. L’edizione è di Venezia MDCCX (1710). Nella parte III, pag. 489, Capitolo V, si legge: “…., ritrovo essere stato il P. Gabriele di Lecce eletto dal Capitolo di Policastro Vescovo di quella Chiesa l’anno 1218, terzo di Papa Onorio III omesso dall’Ughello…..Nella serie dei vescovi di Policastro leggiamo invece al quarto posto: Guglielmo De Licio, Ord. Frati minori, 1222. Il predecessore è Gerardo, Arciprete di Saponara in Lucania, 1211. Come si vede l’Ughelli, nel compilare l’Italia Sacra, ha omesso non solo il nome di Giovanni, 3° vescovo di Policastro, che fece edificare il Campanile nel 1167 segue a ruota P. Agnello, Vescovo di Marocco ecc..ecc…Nell’Ordine dei Frati Minori uscirono nel tempo altri tre vescovi di Policastro:P. Luca da Roccagloriosa (Roccacontrada) nel 1392, che fu trasferito nel 1403 a Belcastro (Geneocastro), in Provincia di Catanzaro ecc…P. Luca da Roccagloriosa è riportato nel Giardino Serafico (p. 516, Tomo I) – Se i rimi seguaci di S. Francesco furono uomini di spiccata virtù, di imperterrito zelo apostolico, di serafico e puro amore ecc..ecc…Ecco come si spiega la fioritura di conventi francescani nelle nostre regioni e nella nostra Diocesi (Castelsaraceno, Battaglia, Camerota, Policastro, Lagonegro, Maratea, Lauria, Rivello, Roccagloriosa, Centola, Novi Velia, ecc…”. Padre Cataldo (…), citava il ‘Giardino serafico istorico’ di frate Pietro Antonio di Venezia M.O. Riformato. Infatti padre Antonio di Venezia, nel suo ‘Giardino Serafico istorico – delli tre ordini costituiti’, pubblicato a Venezia nel 1710, nel suo tomo II a p. 494, in proposito si legge che: “Di Policastro città piccola della Provincia del Principato citra delegno di Napoli, Suffr. della Metr. di Salerno, Policastrensis. – 1218 Gabriele da Lecce primo Vescovo dell’Ordine.”.

2016-09-08

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(Fig..) Convento di S. Francesco d’Assisi a Policastro Bussentino – XII secolo

convento-di-san-frances

(Fig….) Il monastero di S. Francesco d’Assisi a Policastro

Nel 9 luglio 1552, l’armata turca-ottomana di Dragut-Pascià sbarcò alla marina dell’Oliva (tra Scario e Policastro) e distrusse il monastero di San Francesco d’Assisi

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: “…..la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (128) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore.”. Nel mio studio, alla nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N.M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Ma, Matteo Camera (…), a p. 114 come vediamo parla delle due incursioni barbaresche del corsaro Barbarossa. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 114 della Parte II, in proposito scriveva che:

Camera, op. cit., p. 114

(Fig…) Matteo Camera, op. cit., p. 114

Nel corso di quest’ultima invasione fu distrutto il Convento di S. Francesco del XII sec., i cui ruderi sono tuttora visibili ad oriente dell’abitato. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia’, pubblicato nel 1978, a p. 180, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Tali sorti si rinnovarono, con ferocia ancora maggiore, nel luglio del 1552, quando Pascià turco Dragut Rais, sbarcato, ecc…invase Policastro con la sua sfrenata ciurmaglia e, dopo averne bruciato tutte le case, gli arredi, gli archivi urbani e tutto quanto di sacro esisteva nel convento di San Francesco, scaricò la sua ira sui cittadini inermi che furono parte uccisi e parte condotti schiavi (70).”. Il Guzzo (…), a p. 180, nella sua nota (70) postillava che: “(70) G. Racioppi, Storia dei Popoli della Basilitaca etc..’, vol. II, p. 321.”. Dunque sia il Guzzo e prima ancora il Vassalluzzo si riferivano e citavano Giacomo Racioppi (…) che, nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, che a p. 319, del vol. II, in proposito scriveva che: “Nel 10 luglio del 1552 uno stuolo di vele aombra il golfo di Policastro; scendendo i Turchi, e saccheggiarono e incendiano Policastro, Bonati, San Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa, Castel Ruggero, poi Camerota e Pisciotta, ed altri ed altri paesi sulle coste salernitane, basilicatesi e calabre. A Policastro è fama non sopravanzassero allo sperpero che una trentina di persone appena! (1).”. Ma, il Racioppi (…), non citava affatto il Monastero di San Francesco d’Assisi. La stessa notizia del Guzzo e del Vassalluzzo la ritroviamo nel 1973, nel testo di Pasquale Natella e Paolo Peduto, nel loro ‘Pixous – Policastro’, a pp. 515-516, riguardo quel periodo in proposito così scrivevano: “…la seconda, da parte di Dragut pascià, nel 1552. Quest’ultima fu la più disastrosa perchè i turchi bruciarono tutte le case, con gli arredi, e gli archivi urbani (come quello del convento di S. Francesco). Uno storico ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: “….quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantem in fratres et conventum, verum etiam in sacres imagines, sacrasque suppellectiles fuit una cum illis in ingentem rogum coniecta (82).”. I due studiosi a p. 516, nella nota (82) postillavano che: “(82) p. Padre Raffele Da Paterno, De alma Principatus Provincia….idest descriptio almae Provinciae Principatus fratrum minorum, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Si noti ecc..”. Si tratta del testo di padre Raffaele Da Paterno (…), ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia’, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Interessante a riguardo l’incursione del turco Dragut è ciò che scriveva Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Ecco ciò che scriveva in proposito il Gaetani sulla scorta del manoscritto del Mannelli: “…………………….

Nel 1795, ancora esisteva a Policastro il Convento francescano dei Padri Zoccolanti

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, dattiloscritto inedito del 1973, a p. 34 in proposito scriveva che: “Nel 1795 esisteva ancora a Policastro la comunità dei Padri Zoccolanti nel Convento francescano fuori le mura (extra moenia); i era pure un Ospizio di Certosini; dipendente da Padula (Salerno). Esiste anche qualche resto di acquedotto per il latte. Queste ed altre notizie trovansi nella Lucania di Antonini (vol. I, p. 418).”. Anche Giacomo Racioppi (…), a p. 321, nella sua nota 81) postillava che: “(1) Conf. Antonini, pag. 410;  la ‘Paleocastren Dioeceseos Synopsis, etc., altrove citata.”. Il Racioppi (…), citava dunque l’Antonini (…), a p. 410. Infatti, Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – i Discorsi”, a p. 418 (non a p. 410 come postillava il Racioppi), in proposito scriveva che: “I PP. Certosini tengono in questa Città un loro Ospizio, o sia Grancia, ed i PP. Zoccolanti vi hanno ancora un Monistero fuori le mura; ecc…”.

Il monastero dei Padri Zoccolanti fuori le mura a Roccagloriosa

Antonini, p. 386 su Roccagloriosa

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p….

L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Ecc….e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti.”.

Nel luglio del 1475, papa Sisto IV, con la sua bolla, diede l’assenso a Guglielmo Sanseverino di riedificare il  monastero di ‘S. Mercurio fuori le mura’

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Posseduto dai Sanseverino, nel 1475 Guglielmo di Sanseverino, signore di Rocca, ottenne da Sisto IV di poter riedificare il monastero entro le mura (52). Guglielmo chiese pure Curia generale dei Frati minori di Roma di poter adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura (53). Per ribellione poi di Guglielmo il feudo fu devoluto alla R. Corte. Nel 1501 re Alfonso II vendette il feudo a Giovanni B. Carafa, conte di Policastro. Dopo l’incursione di Dragut rais del 12 luglio 1552, Roccagloriosa aveva subito ecc…”. Ebner a p. 422, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Bolla: “Datum Romae apud S. Petrum anno incarnatione Domini MCCCCLXXV sept. Kal. junii..” indirizzata all’abate “monasteri S. Joannis ad Pyrum, Dioecesis Policastrensis”. Nel 1500 non vi erano più monache e le rendite della badia vennero annesse dal vescovo al seminario diocesano. ‘Contra: Agatangelo e Falco, p. 89 che affermano, invece, vi risiedessero fino al 1650 quando l’isolato venne adibito a palazzo baronale.”. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968, da cui, a pp. 34-35, parlando dei “Diversi signori del paese” attingiamo che: “Dopo i Normanni il Regno di Napoli passò ai Duchi di Svevia (1186), poi agli Angioini (1266), agli Aragonesi (1441) e alla Casa austriaco-spagnola (1503), che lo governò fino al 1700. I Sanseverino possedettero il feudo per circa un secolo, dal 1400 a quando Guglielmo, nella “congiura dei baroni”, si ribellò al re Alfonso d’Aragona e perdette i suoi diritti. Allora il feudo alla regia Camera. Ecc…”. Su Roccagloriosa, all’epoca Aragonese hanno scritto anche i due autori P. Agatangelo e il parroco Pantaleo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a pp. 44-45, sul “Nuovo Monastero di S. Mercurio”, a Roccagloriosa, scrivevano che: “Nel 1475 i signori di Roccagloriosa, Guglielmo Sanseverino, e sua madre contessa di Capaccio, rivolsero una petizione alla Santa Sede per trasferire le monache cistercensi abitanti nel monastero di S. Mercurio fuori le mura (73) e dipendenti dalla abazia di S. Giovanni a Piro, in un nuovo monastero da costruirsi dentro le mura della città, perchè le monache di S. Mercurio venivano spesso molestate dagli uomini di passaggio che pronunziavano parole e discorsi osceni. Il papa Sisto IV, con bolla del luglio dello stesso anno (74), indirizzata all’abate di S. Giovanni a Piro e al Vicario vescovile di Policastro, Mons. Roberto De Vigentiis, concedeva quanto veniva richiesto, confermando al signore del luogo il diritto di presentare la badessa e permettendo che il vecchio monastero fuori le mura fosse concesso ai Frati Minori della Regolare Osservanza. Intanto un mese prima della petizione rivolta alla Santa Sede, e precisamente il 7 giugno 1475, il conte Sanseverino e sua madre avevano anche chiesto alla Curia  generale dei Frati Minori di S. Francesco in Roma di adattare a convento il mnastero di S. Mercurio fuori le mura per farvi entrare i frati Osservanti (75). Il nuovo monastero di S. Mercurio (detto oggi “palazzo La Quercia”) fu subito costruito e vi andarono ad abitare le monache, le quali vi stettero per circa due secoli, fino a quando vennero a mancare, verso il 1650. Allora il monastero fu adattato a palazzo dai signori D’Afflitto, i quali, come abbiamo già accennato, lasciarono il castello e vi abitarono fino al principio del secolo XIX, ecc..ecc..”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 44 nella loro nota (73) postillavano che: “(73) Il paese era circondato da mura, e per uscire c’erano le porte vigilate di notte e di giorno. Si trovano ricordate: ‘porta la terra’, ‘porta mancaniello’, ‘porta Mingardo’, porta fontanella’.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (74) postillavano che: “(74) Una copia della Bolla si trova nell’Archivio parrocchiale.”.  I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (75) postillavano che: “(75) WADDING Luca, Annales Minorum, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31. Però in questo luogo citato si dice pure: “Se sia stato poi fatto così, non mi sono potuto accertare”. Cfr. pure Antonini G.,  disc. VIII, p. 385, in nota.”.

Nel 6 marzo 1812, la soppressione del Monastero dei Padri Zoccolanti di Policastro

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, dattiloscritto inedito del 1973, a p. 151 in proposito scriveva che: ” 3) – Soppressione del Monastero dei Minori Osservanti o Zoccolanti di S. Francesco d’Assisi in Policastro Bussentino (1812). – Il Duca Mongroveso Incaricato di Polizia Al Sig. D. Francesco Savino Incaricato della soppressione dè Conventi dè Minori Oss.ti di Policastro e Battaglia, Cannalonga, lì 6 marzo 1812.”. Poi a p. 152, il Cataldo (…), riporta e trascrive l’intero documento del Verbale di Inventario, ossia Stato di Mobili e Stabili del Monistero dè P. P. Minori Oservanti, sito nella Comune di Policastro in Provincia di Salerno del 24 marzo 1812 a firma per sottoscrizione degli astanti Francesco, Giovanni e Domenico Eboli.

Nel 1333, Ilaria di Lauria fondò il monastero francescano dei Conventuali di Cuccaro Vetere

Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che:  “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Ebner riguardo il Volpi si riferisce a Giuseppe Volpi (…) e al suo Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio”, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II°, epigrafe a p. 57. Giuseppe Volpi (…), a p. 56 in proposito a Tommaso Sanseverino ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula data nel 1308 ai padri Certosini, riferendosi alla metà del ‘300, scriveva che: “E in vero che piucche molto fioriva in quel secolo la pietà cristiana; imperocchè nello stesso tempo Maria di Loria figliuola dell’Ammiraglio Roggiero, e moglie di Arrigo Sanseverino (b) Contestabile del Regno nato dal suddetto Tommaso, fondò sette Conventi per gli Frati di S. Francesco, e tra questi quello dè Conventuali di Cuccaro, nella cui Sagrestia essendone stata posta la memoria, consumata poi nel tempo, fu rinnovata dal P. Maestro dè Rossi con un’altra iscrizione, con errore da lui intitolata ad Ilaria di Loria, la quale per essere stata sorella (c), e non figliuola dell’Ammiraglio Rogiero, non ebbe alcuna di queste Signorie, che egli le atribuisce, e che furono di Maria per ragion di Arrigo Sanseverino suo marito; onde crediamo, che il P. Maestro ingannato dalla similitudine del nome, posto che la prima lettera di Maria sia stata rosa dal tempo, senz’altra diligenza fare, giudicasse Ilaria la fondatrice. L’iscrizione è la seguente.”.

Volpi Giu, op. cit., p. 57

Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (a) postillava che: “(a) Camillo Tutini nel libro dè Contestabili del Regno”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (b) postillava che: “(b) Filiberto Campanile nella famiglia Sanseverina, Carlo De Lellis nella famiglia Sambiase.”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (c) postillava che: “(c) Registro del Re Roberto degli anni 1326 e 1327, presso Carlo De Lellis al luogo cit.”. Dunque, questo è ciò che scrive il Volpi sulla scorta del De Lellis e del Campanile. Pietro Ebner, scriveva che l’Antonini attibuisce la fondazione del monastero di Cuccaro ad Ilaria di Lauria, figlia dell’ammiraglio Ruggero di Lauria. Giuseppe Antonini (…), a p. 340 della sua “La Lucania”, nel discorso VI, a p. 336, in proposito a Cuccaro scriveva che: “Trovasi in questa terra un ricco Monistero di PP. Francescani, edificato già dalla pietà d’Ilaria di Loria, figlia del famoso Ruggieri, siccome ne faceva fede un’iscrizione posta nel Coro di questa Chiesa, oggi ingratamente tolta via. Ci è chi ha voluto, che quell’Ilariae (I) dovesse leggersi ‘Mariae’, e verrebbe ad esser sorella, non figlia di Ruggieri, quale l’iscrizione la chiamava; oltrechè la medesima da me più volte attentamente letta, a chiari caratteri diceva ‘Ilariae’; nè ci è mancato chi ad altri ancor abbia voluto questa fondazione attribuire, come fu il P. Ridolfo Toffiano’ nella ‘Storia della Religion Serafica al lib. II. dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato, così scrive: ‘Locus Cuccari, quem construxit Magister Antonius piscopus Acernanus. Extant ejus insigna in Choro’. Ma altamente in ‘Toffiani’ s’inganna, perchè in un pilastro superiore del Chiostro, oggi rinnovato, ho io letto il numero dell’anno della fabbrica MCCCXXXIII. quando il Vescovo morì nel MDX. ed oltre a ciò nell’atrio inferiore è dipinto a fresco il ritratto della medesima Ilaria fondatrice. Conservavasi con molta venerazione in una particolar cappella vicino al chiostro un considerabile pezzo del legno della Croce di Cristo nostro Signore, ed altre insigne reliquie ancora. Le più ragguardevoli famiglie dè convicini Baroni avevano in questo Monistero le di loro proprie cappelle, e sepolchi: molti di esse oggi sono estinte (I), specialmente l’Oristanio, riguardevole per lo possesso di tanti feudi, confiscatigli poi per ribellione, siccome nelle ‘decisioni di Matteo d’Afflitto’ si legge.”L’Antonini (…) a p. 339, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Scipione Ammirato’ nella famiglia di Diano fa menzione di questa Ilaria, e la chiama vedova di Enrico Sanseverino, nipote di Ruggiieri, Conte di Marsico. ‘Filiberto Campanile’ nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”Dunque, l’Antonini (…), cita Scipione Ammirato (…) che nel suo ‘Delle Famiglie nobili napolitane’, Firenze, 1580-1651, la chiama vedova di Enrico Sanseverino” e poi cita pure Filiberto Campanile (…) che nel suo ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile’, edito a Napoli il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, scriveva che nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”.

La visita apostolica del 1457-58 di Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos)

Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri.”. Silvano Borsari, nel suo ‘Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI) (…), a p. 85-86, riferendosi alle biblioteche possedute dai tanti monasteri italo-greci del Mezzogiorno d’Italia, scriveva che:  “Gli inventari delle biblioteche cominciano a diventare numerosi con il XV secolo. Un gruppo compatto è contenuto nel ‘Liber visitationis’ dell’arcimandita Atanasio Calceopilo, dell’anno 1457 (36), in cui sono riportati gli inventari di tutte le biblioteche monastiche basiliane della Calabria, della Basilicata meridionale e del Cilento meridionale, esclusa quella di S. Maria del Patir, e delle quali quindi noi possiamo conoscere la consistenza in un’epoca anteriore alle grandi spoliazioni avvenute nel XVI secolo (37).”. E quì il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Recentemente, ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”. Dunque, come si può leggere dalla cortese mail inviatami dalla dott.ssa Masciangioli, il diario di Atanasio Calkeopoulos è il manoscritto latino 149:

Liber visitationis.PNG

(Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopoulos (Ms. Lat. 149) (frontespizio),  conservato alla (BSMN) Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata

Nel 1458, la visita Apostolica di Attanasio Calkeopilo ai Monasteri italo-greci del basso Cilento

Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano.”. Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Maria di Centola era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. L’Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non venne visitato nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “Come si è detto, promossa dal Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, il pontefiche Callisto III (1455-1464) ordinò la visita ai monasteri italo-greci dell’Italia Meridionale (16) Il visitatore, archimandata Atanasio Calkeopoli, accompagnato dall’archimandata Macario e dal notaio Carlo Feadaci, iniziò le sante ‘Visitationes’ da Reggio (1 otobre 1457) concludendole piuttosto drammaticamente a Pattano il 5 aprile 1458. Proveniente dal monastero di S. Elia di Carbone (13 marzo 1458), la commissione apostolica giunse a Centola il 18 marzo. Ecc..”. Il Breccia (…), sulla scorta del “resoconto” della visita apostolica del 1457 di Atanasio Calceopoulos, scrive che si può dedurre la condizione di abbandono di tantissimi monasteri basiliani dell’Italia meridionale. La visita della Commissione Apostolica ai Monasteri dell’Ordine di S. Basilio, ancora esistenti nel Mezzogiorno d’Italia, riveste un carattere di particolare rilievo ed importanza anche perchè grazie ad essa, subito dopo,molti monasteri furono Commendati, come ad esempio quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dove,  nel 1462, fu istituita la Commenda affidata al Cardinale Bessarione che a sua volta lo affidò in Commenda al grande umanista Teodoro Gaza, che la tenne fino alla morte, sopraggiunta nel 1475.

indice, fine

(Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite apostoliche di Atanasio Calkeopilo ai Monasteri italo-greci della ‘Lucania’ della Diocesi di ‘Anglona’ (nn. 73-74-75) e, della Diocesi di Policastro (nn. 76-77)

VISITE APOSTOLICHE NEI MONASTERI DELLA DIOCESI DI POLICASTRO IN LUCANIA:

77 – LA VISITA APOSTOLICA AL MONASTERO DI POLICASTRO

Policastro, f. 136 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “77 S. Maria di Policastro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 137 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

Policastro, f. 137 r.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “77 S. Maria di Policastro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 137 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN)

Nel 26 ottobre 1728, la Certosa di S. Lorenzo a Padula acquistò Montesano e il monastero basiliano di S. Pietro al Tomusso dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Grottaferrata, un tempo Grancia del monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano

Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano” a p. 23, riferendosi a subito dopo la redazione nel 1710 della “Platea dei Beni”, redatta da D. Nicola Morangi dei beni della Grancia di S. Pietro al Tumusso di Montesano, dove si rifugiarono i monaci di Rofrano dopo la vendita all’Arcamone ed il successivo passaggio dei beni di Rofrano al Carafa, in proposito scriveva che: Ma non molto dopo la data della Platea la Badia trovasi passata in potere à Certosini di Padula. Quel Priore dipinse alle Autorità come deserto il Cenobio dè Basiliani, ch’era nel perimetro del suo Feudo di Montesano, e n’ebbe sia per compra, sia per donazione le pingui rendite, ed il titolo di S. Pietro di Montesano allungò la filatessa degli altri titoli suoi (1). Ecco come racconta Costantino Galla (Memorie P.I.. c.x.) che stampava le sue memorie nel 1732, cioè 22 anni dopo la compilazione della Platea. “Montesano gloriavasi di avere avuto nel suo tenimento un opulente Grancia di PP. Basiliani ecc..”. L’Antonini (…) ed il Ronsini (…) si riferiva all’opera di Costantino Gatta (…). Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “….vita, non si può di vantaggio desiderare se vi sono ‘Selve assai bele con fioriti prati. In altro Ciel non visti, e non usati’. Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia. Ed allora, che il P. Priore Certosino prese il possesso di tele luogo, accadde quivi un memorabile avvenimento, che avvisa quanto sia potente la turbazione dell’animo in togliere subitamente la vita; imperocchè nell’improvviso possesso, che il menzionato Priore fe di tale luogo l’Abate Basiliano, ch’era in custodia del medesimo, e che ciò nulla sapeva, spaventato da una tanta novità, esprimendo queste singolari parole: ‘Siamo dunque noi ridotti a partirci colle bisaccie in collo?’ E senza più, cadde tramortito, e terminò fra poche ore la vita: qual maraviglioso accidente fa ricordarci di ciocchè accadde ad un Figliuolo di Gilberto di Monpensiero, un tempo Generale delle armi Francesi in questo Reame, il quale (come avvisano le Storie) morì in Pozzuolo, e quivi fu seppellito; or portandosi ivi il detto Giovine suo Figlio per vedere il sepolcro del dilui Padre fu quivi sorpreso da tanta mestizia e dolore, che morì sopra a quello piangendo (a).”. Il Gatta, a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(a) Il Guicciardini Storia d’Italia”. Come citava il Ronsini, Costantino Gatta (…) ha scritto sulla Certosa di Padula nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, ed. Muzio, Napoli, 1732. Il Gatta (…), nel suo Cap. X, a pp. 129-130-131 in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula scriveva che: “Possiede questo Monistero le Baronie non solo di detta Terra di ‘Padula’, ma di ‘Buonabitacolo’, e ‘Montesano’ col feudo rustico di ‘S. Basilio’, e lo dilui Priore gode la giurisdizione spirituale nella Terra di ‘Casalnuovo’, coll’uso della Mitra e Pastorale come Abate di S. Maria di Cadossa. E’ ricca altresì questa Certosa per lo possedimento di molte Grancie, ch’ella gode non solo sulle rive del Mare Jonio e Tirreno, ma in molte Mediterranee di questa Provincia ancora, donde cava buone rendite per lo mantenimento dè Religiosi, e per latri dispendj. Il dilei Priore per essere Barone, e per altre prerogative viene al sommo venerato e temuto, e già nel di 7 Luglio dell’anno 1729. venendo egli di Francia con carattere di Visitator Generale, fece il suo ingresso in detta Certosa con pasto da Principe, incontrato e accompagnato dal suo vassallaggio con i tiri di moschetti, e servito presso la sua Lettiga da più di cento cinquanta a cavallo, oltre il numero grande dè Pedoni. Si alimentano in detta Certosa ordinariamente cinquanta Religiosi, essendo ben capace di numero assai maggiore, li quali nella solitudine di quei Chiostri vivono con somma osservanza, ed esemplarità di vita, ecc..ecc…”. Il Ronsini (…) a p. 23 nella sua nota (1) postillava che: “Priore di S. Lorenzo, Abate di S. Maria di Cadossa, di S. Nicola del Turone, di S. Maria del casale di Pisticcio, e di S. Pietro al Tamusso, Superiore Ordinario della Terra di Casalnuovo con quasi Episcopale Giurisdizione, utile Padrone dello stato di Padula, Montesano, e dè feudi di S. Basilio, e S. Demetrio ec.”Dunque, Costantino Gatta (…), nelle sue “Memorie etc….”, pubblicate postume dal figlio Giuseppe e ancor prima nella sua “Lucania sconosciuta”, scriveva del passaggio del monastero di S. Pietro al Tumusso a Montesano ed il feudo stesso di Montesano alla Certosa di S. Lorenzo di Padula. Con questo acquisto, i certosini di Padula arricchirono il loro già vasto patrimonio immobiliare con latifondi e grancie con i beni ed il patrimonio immobiliare fino ad allora posseduto dal feudo di Montesano che a sua volta era posseduto dal monastero di S. Pietro al Tumusso che amministrava le pingue grancie che appartenevano al patrimonio immobiliare dei monaci di Grottaferrata nel Tuscolano che prima della vendita di Rofrano al Carafa, erano tutte dipendenti dalla ricchissima chiesa di Rofrano. Nel 1710, l’Abate di S. Pietro al Tumusso don Nilo Morangi, che come abbiamo scritto comprendeva una serie di beni extraterritoriali. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN,’Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: E’ notizia che pochi anni dopo la compilazione della platea, l’abbazia di Grottaferrata vendette S. Pietro al Tamusso alla Certosa di S. Lorenzo di Padula.”. Sull’acquisto del Monastero di S. Pietro al Tamusso da parte dei Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula, che l’acquistò dall’Abbazia Cryptense tuscolana, ci illumina anche la studiosa Enrica Follieri (…), nel suo ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a p. 433 e s., parlando della copia o transunto del “Crisobollo di re Ruggero”, inserita del Codice Bessarione “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata,  e della Platea dei Beni che fece redigere, in proposito scriveva che: A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (…). Enrica Follieri (…), nel suo “Byzantina Italograeca” a p. 451 nella sua nota (105) postillava che: “(105) Sul passaggio di Montesano ai Certosini si veda la nota con la data 1728 in calce alla copia del privilegio di Ruggero II nel Crypt. Z.δ.XII, f. 90, citata sopra, nota (4); sulle drammatiche vicende che accompagnarono questo trasferimento cf. Ronsini, op. cit., pp. 23-24 (narrazione peraltro contestata in Rocchi A., De Coenobio…,p. 163). Pochi anni prima della vendita ai Certosini fu redatta la Platea dei beni di Montesano (a. 1710), ultima testimonianza dell’estensione del feudo Criptense in ‘Regno Neapolitano’ (oggi all’Archivio di Stato di Salerno, segnatura: ‘Corporazioni religiose’ 15). Per la storia di Rofrano si veda, oltre al Ronsini, op. cit., pp. 19-36, Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, pp. 431-444. La chiesa di S. Maria, ufficiata da clero secolare che a lungo mantenne il rito greco, danneggiata e abbandonata dalla fine del secolo scorso, è atualmente in restauro (com. del Rev. Don Pasquale Allegro, parroco di Rofrano)..”Dunque, la Follieri (…), scriveva che la copia del “Crisobollo di re Ruggero” servì a Pietro Menniti (…) e che esso era contenuto nel Codice greco Gryptense Z. d. XII. per redigere la sua copia del 1595. La Follieri scriveva pure che Pietro Menniti, Abate Generale dei Basiliani, fornì la copia del ‘Crisobollo’ da lui redatta, nel 1728 ai Certosini della Certosa di S. Lorenzo di Padula che servì a redigere l’atto di compravendita dei Beni da loro acquistati. Alla Sezione “Corporazioni religiose, 15”, dell’Archivio di Stato di Salerno, si trovano la documentazione degli enti religiosi degli altri comuni della provincia: oltre a quella della famosa Certosa di Padula, peraltro consistente in soli quattro pezzi di atti di natura contabile, si segnala quella della badia di San Pietro e della chiesa parrocchiale di San Nicola di Aquara, del monastero di Santo Spirito e del convento di Sant’Antonio di Laurino, del conservatorio di Santa Maria di Loreto di Roccadaspide, dei conventi di San Francesco, Sant’Agostino e San Benedetto di Diano (oggi Teggiano), del convento di Sant’Andrea di Auletta, della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Atena, del monastero di Santa Maria di Grottaferrata, che possedeva beni in numerosi comuni del Vallo di Diano.”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 434 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “Ho già detto (Cap. V, 4) del ritorno dei monaci nella grancia di S. Pietro al Tamusso in Montesano, mentito poi come deserto dai monaci della Certosa di S. Lorenzo, per cui l’acquisto anche di questo cenobio. Ecc..”.

Nel 1739, a Sapri in località S. Martino vi erano beni e le dipendenze dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano passati poi alle dipendenze del Monastero certosino di S. Lorenzo di Padula

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica”, a p. 93 parlando di Sapri e dei documenti conservati nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli, per il 1742 ci parla di un altro interessante documento (“Rivela”) del 1739 ed in proposito scriveva che: “Nel medesimo Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, si trova la Rivela riguardante la Grancia di Policastro per i beni posseduti in Sapri. Riportiamo per estratto: “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro….rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docati Si come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. La citazione del Tancredi di una ‘Rivela’ dove si descrivono le proprietà della Grancia del Monastero di S. Francesco di Policastro è interessante perchè in esso vi è la prova che ancora nel 1739 vi erano a Sapri possedimenti di proprietà e dipendenza della “Grancia” o Monastero di S. Francesco di Policastro, Grancia del Monastero di S. Lorenzo di Padula. Sappiamo che il Monastero della Certosa di S. Lorenzo di Padula possedeva i beni dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e con questi beni passarono al Monastero di S. Lorenzo di Padula alcune “grancie” che appartenevano all’antico Monastero italo-greco di Rofrano. Il documento del 1731 citato dal Tancredi (….), conservato nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli è firmato, è una dichiarazione del “grancero”, “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro…”, che: “rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docatiSi ecc…”e che tale dichiarazione “come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. Dunque, secondo il documento rogato dal Notaio Giovanni Antonio Brandi di Vibonati, oggi conservato nel Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, ci parla dei bani posseduti nel 1739 a Santo Martino a Sapri posseduti dalla grancia di Policastro dipendente dal Monastero di S. Lorenzo di Padula. Il documento ci dice che questi beni e terreni siti a Santo Martino a Sapri erano stati affittati (a censo emfiteutico). Il “granciero” di Policastro, il Certusino laico del Monastero di S. Lorenzo di Padula, granciero della grancia di Policastro, frate Placido M. a Cirino, dichiarava i beni posseduti in Sapri dalla Grancia di Policastro. La Grancia di Policastro era il Monastero di S. Francesco d’Assisi, grancia del Monastero Certosino di S. Lorenzo di Padula al quale erano passati tutti i beni dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, in seguito di S. Maria di Grottaferrata di Tuscolo, poi in seguito passata all’Arcamone per vendita e poi in sguito ancora passati al monastero di Padula. Nel 26 ottobre 1728, la Certosa di S. Lorenzo a Padula acquistò Montesano e il monastero basiliano di S. Pietro al Tomusso dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Grottaferrata, un tempo Grancia del monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. E’ con l’acquisto del Monastero di S. Pietro al Tumusso che la Certosa di Padula diviene proprietaria di tutti i beni che un tempo appartenevano ai due Monasteri di Rofrano e di S. Giovanni a Piro. Infatti, il frate certosino del monastero di Policastro di cui parla il documento dipendeva dalla Certosa di Padula. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 339 parlando di Policastro in proposito scriveva che: “A Policastro, oltre quella di S. Giovanni a Piro, vi era una grancia di S. Lorenzo di Padula (55).”. Ebner a p. 339, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Sacco cit., I, p. 97, col. 2.”. Ebner si riferiva al testo di Antonio Sacco (…) ed il suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’.

Il documento citato dal Tancredi è interessantissimo anche per Sapri e per il suo territorio perchè è la testimonianza che molti beni presenti nel territorio saprese non appartenevano alla Baronia dei Carafa o dei Palamolla ma erano dipendenze dell’antichissimo Monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano. Da Domenico Martire (….), però leggiamo che a Sapri vi era una grancia detta di “13. S. Nicola a Sapri”. Inoltre riguardo Policastro il Martire (….), riporta “12. S. Benedetto a Policastro” e non riporta il Monastero di S. Francesco. Dunque, il granciero che faceva la dichiarazione al Catasto nel 1731 a quale grancia o monastero dipendeva ? Di sicuro era un Monastero di Policastro e di sicuro gestiva un Monastero grancia o dipendenza di S. Lorenzo di Padula. Domenico Martire (…) nel 1877, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè: …….1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo nel territorio di Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, il Martire (….), oltre ad elencare per Policastro, la “grancia” di “6. S. Matteo nel territorio di Policastro”, che era una grancia dell’antico monastero di S. Maria di Rofrano, elenca pure alcune grancie o dipendenze dell’antico Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro che pure era grancia di S. Maria di Rofrano. Il Martire (….) a p. 151 elenca “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepe di Roma:”, e quindi elenca “13. S. Nicola a Sapri” e pure “12. S. Benedetto a Policastro”. Il Martire aggiunge anche “14. S. Fantino alla Torraca”. Dunque, secondo il Martire (…) che scriveva anche sulla scorta del Di Luccia (….), a Sapri vi erano due grangie, quella di S. Nicola e quella di S. Fantino, entrambi grangie del monastero di S. Giovanni a Piro che a sua volta era una grangia del monastero di S. Maria di Rofrano.  A Sapri, l’antica località di S. Martino è localizzata al di sopra della località “Fortino” e si estende fino alla località “Pietradame”. Vi passa pure l’antica via interpoderale S. Paolo che arrivava pare fino a Policastro. Come forse voleva e si riferiva il Corcia (13) nel 1874 e, poi anche Gallotti (6), sull’area adiacente e a ridosso del Seminario ‘Fanuele’, da cui si può vedere Sapri, e delle colline degradanti della contrada ‘S. Martino’, sopra Sapri, insiste una grande necropoli antichissima. Alla luce di queste considerazioni andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità che, forse timorosi di non potere attuare le loro politiche clientelari, hanno preferito girarsi dall’altra parte. Non si capisce per quale motivo le residenze dei Carabinieri di Sapri, fossero state costruite in località S. Martino, in un area scarsamente urbanizzata e distante dal locale centro abitato. Le evidenze e le notizie delle non scarse testimonianze archeologiche in quell’area, fanno ritenere ad un piano criminoso tendente ad occultare invece che valorizzare. Lo studioso locale, Josè Magaldi (5), nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione delle opere e lavori che portavano a compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’. Il Magaldi (6), riprendendo alcuni passi del Gallotti (6), disserta fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri ed in proposito alla città d’Avenia di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare, scriveva:  La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani”. Il Magaldi, poi prosegue il racconto scrivendo: “Un viottolo vicinale attraversava quella zona e metteva in comunicazione Sapri  con i paesi circonvicini ed occidentali tra i quali il più importante tra i quali Vibonati colonia dell’antica Vibone dell’Antonini.“.

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Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ‘I Corsivi’, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(…) Natella P. Peduto P., ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista dell’I.G.M. ‘L’Universo’, ed. I.G.M. Firenze, Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(….) p. Padre Raffele Da Paterno, De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44

(….) Augurio Francesco e Musella Silvana, Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo, ed. Associazione Mediterraneo, Lauria, 2000 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651 (Archivio storico e digitale Attanasio)

(…) Bosio (J.) Giacomo, ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso’, Napoli, 1600; si veda vol. III, fol. 177 (Archivio Storico e digitale Attanasio); secondo il Guzzo (…), si veda parte III, a p. 136

(…) Campanile Filiberto, L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(…) Volpi Giuseppe, Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II° edizione (Archivio Storico Attanasio)

(…) P. Toffiano Ridolfo, Storia della Religion Serafica al lib. II, dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato parla dei monasteri Francescani nel basso Cilento, edificati da Ilaria di Lauria

...........

(….) Fr. Pietro Antonio di Venezia M.O. Riformato, Giardino Serafico istorico – delli tre ordini costituiti, Venezia, 1710, ed. Domenico Lovisa. Si veda la parte III, pag. 489, Capitolo V

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

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Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli –  in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archicio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel  1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. Buona lettura.

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(Figg….) Rocco Gaetani (9), ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (17) e, in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano, la cita allo stesso modo del Mannelli (17), riportandone solo l’intestazione; si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2014 Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385.

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(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un esemplare che gli fu mostrato da Scipione Volpicella. Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  In particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (2), riportandone solo l’intestazione (Archivio Attanasio).

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(…) Soprintendenza per i Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino, Chiesa Cattedrale di Policastro – La storia e i restauri, ed. ……, Salerno,

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Attanasio), p. 29; si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Gian Cola (Nicola) Del Mercato, ‘Commento a gli Statuti del Cilento’, opera inedita esistente presso i discendenti di lui (scriveva il Mazziotti, a p. 28 della ‘Baronia’).

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(…) Vassalluzzo M., ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Del Mercato Pier Francesco, Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

Luca Mannelli, manoscritto

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, la cui datazione potrebbe risalire a molto prima del ‘600. Scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, credeva che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371 (anno 1601-1700). Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (13). Si veda pure Padiglione C. (14), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (4), op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano I, è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit. (6), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v.

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

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(…) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991.

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(…) Ebner Pietro, Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, ed. di Storia e Letteratura Italiana, 1973, Roma, 1973 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 591, 592. Si veda pp. 538 e s. su Policastro; si veda pure vol. I, p. 592-593; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(….) Di Luccia Pietro Marcellino, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….” pubblicato a Roma, nel 1700, Stamperia Chracas.

Nel 1532, 1544 e 1552, tre terribili incursioni corsare nel Golfo di Policastro

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su tre incursioni di Corsari e di Turchi-ottomani che funestarono i piccoli paesi del Golfo di Policastro e del suo entroterra.

Incipit

In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. Molte delle cause che produssero i “villaggi deserti”, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni e nelle guerre, le cui operazioni militari in quei secoli  si svolsero principalmente sulle nostre plaghe. Il nostro territorio, spesso terra di nessuno, a causa del suo isolamento e della sua orografia, venne da sempre scelto e preferito per le diverse operazioni belliche finalizzate alla conquista delle terre dell’Italia meridionale. Ai primi del ‘500 (XVI secolo), le popolazioni del basso Cilento e del Golfo di Policastro, erano stremate a causa delle frequenti incursioni saracene (o barbaresche), delle armate turche-ottomane del sultano Dragut-Pascià, come la terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (…) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Policastro ed i piccoli centri del Golfo di Policastro, subirono due distruzioni ad opera dei pirati turchi: la prima nel 1534 e la seconda nel 1552 (…), tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (…) che ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Ai primi del ‘500 (XVI secolo), le popolazioni del basso Cilento e del Golfo di Policastro, erano stremate a causa delle frequenti incursioni saracene (o barbaresche), delle armate turche-ottomane del sultano Dragut-Pascià, come la terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (…) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Fu proprio a causa di queste frequenti e continue incursioni barbaresche di Saraceni che i Vicerè Spagnoli, emanarono un ordine per la costruizione su tutta la costa del Cilento, di alcune nuove Torri cavallare e d’avvistamento di cui abbiamo parlato nel nostro studio: “Le Torri costiere costruite lungo il litorale Saprese”, dove però abbiamo cercato di dimostrare che alcune delle Torri costruite lungo il litorale del Cilento, quelle già preesistenti perchè costruite in epoca Angioina e forse ancora prima della Guerra del Vespro, furono rinforzate, mentre altre come la Torre di Capobianco fu una delle Torri d’avvistamento fatte costruire dai Viverè Spagnoli. Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din detto Barbarossa e la seconda del 1552 ad opera di Dragut Pascià, e quelle che si susseguirono lungo le nostre coste fino al XVIII secolo, depredando e devastando questi umili borghi, furono tanto funeste da indurre nel 1532, il Vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo a costruire lungo tutta la costa del Regno, una serie ininterrotta di torri vedette. Purtroppo, le costruzioni di queste torri, non solo fu deleteria per le umili finanze di queste popolazioni, ma si rivelarono inutili poichè  furono realizzate troppo tardi, quando ormai le popolazioni della costa si erano spostate all’interno. Infatti, si spiega così lo spopolamento di moltissimi centri costieri e del conseguente ripopolamento dei centri collinari limitrofi. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “….la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (128) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti’ del Cilento, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche, nelle guerre e per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale.”, e poi ancora scrivevo che: “Verso la fine del ‘500, a causa delle frequenti scorrerie dei saraceni, che infestavano queste coste saccheggiando i paesi rivieraschi, il Vicerè spagnolo Don Pedro di Toledo emanò degli ordini per la costruzione di una catena di torri ‘cavallare’ costiere per l’avvistamento e la difesa delle coste.”. Nel mio studio (1) nella nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N.M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Infatti, i tristi episodi della nostra storia sono stati narrati da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo di Policastro che nel 1831 pubblicò ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, poi curato in seguito nell’edizione del Visconti (…). Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, a p. 38, parlando delle “Torri costiere nel Viceregno”, in proposito scriveva che: “In questo tempo, cioè verso la prima metà del secolo XVI, le spiagge del Cilento, e in generale tutta la costa dell’Italia meridionale, erano infestate dalle frequenti scorrerie dei Turchi, che incendiavano e depredavano tutto (6).”. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (6) postillava a riguardo che: “(6) Racioppi G., op. cit., vol. II, pag. 114.”. Credo che il Vassalluzzo si riferisca a Giacomo Racioppi, ed al suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, che a p. 319, del vol. II che a p. 319, del vol. II, in proposito scriveva che: “I tempi più miseri del reame di Napoli furono, come si sa, da poi che esso addivenne provincia di Spagna. A parte l’insania degli ordinamenti economici che inaridirono ogni fonte di ricchezza pubblica, le piaghe più vive e profonde della convivenza ecc..ecc…(a p. 320). Ai corrucci dei banditi per i boschi aggiungete, per le terre accosto al mare, il cruccio perpetuo di Turchi e corsari. Pirati in corsa, o Turchi e barbareschi in guerra con la Spagna, piombavano periodicamente a stuoli sulle spiagge del Jonio e del Tirreno, e incendiando le messi ecc..ecc…”. Benedetto Croce, di quel periodo ha scritto nel suo “Storia del Regno di Napoli”, riferendosi al Viceregno Spagnolo, a pp. 103-104 leggiamo che: “La minaccia turca fu fronteggiata dalle operazioni militari eseguite nel Mediterraneo, come la presa di Tripoli nel 1510 e quella di Tunisi nel 1535, dalla successiva ripresa di Tripoli nel 1560 e di Tunisi nel 1573 e dalla difesa di Malta, e, infine, dalla vittoria di Lepanto; e, sebbene nel 1574 si riperdesse Tunisi e con essa il frutto della politica Africana di Carlo V, ai turchi, o piuttosto ai barbareschi, non rimase altro vigore offensivo verso l’Italia meridionale che d’incursioni, saccheggi e prede da corsari. Comunque dopo la repressione del 1528, le ribellioni dei baroni furono rarissime, affatto individuali e senza seguito; e il più notevole di questi tentativi terminò con la rovina del principe di Salerno, Ferrante Sanseverino; il quale, insieme con l’altro Sanseverino principe di Bisignano, rappresentava l’ultima superstite delle grandi case baronali del Regno, spariti da lungo tempo gli Orsini, i Caldora, i Del Balzo, i Ruffo, e di recente i Caracciolo, principi di Melfi: una casa, la sanseverinesca, che per secoli, era stata quasi annoverata fra le potenze italiane (2).”. Il Croce (…), nella sua nota (2) a p. 106, postillava che: “(2) Nonne omnes scire debemus quod Domini domus Sancti Severini fortiores et potentiores sunt domibus omnibus aliorum Dominorum Italiae universae ?”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: “Peggio avvenne quando, poco dopo, nelle guerre contro Carlo V, fu richiesto da Francesco I l’aiuto, come dicemmo, della flotta ottomana. Famosi capi corsari batterono i nostri mari, ubertose, ricche contrade furono poste a sacco e incendiate e popolazioni intere tratte in servitù. Nel Salernitano vennero nel 1531 devastate le contrade di Palinuro, distrutti alcuni casali; nel 1533 saccheggiata Policastro, nel 1543 Conca e Pisciotta, nell’aprile del 1544 Agropoli. Ai 27 giugno del 1544 fu posto inutilmente l’assedio alla stessa Salerno da una potentissima armata quella di Barbarossa, già di ritorno dalle stragi e devastazioni dell’isola d’Ischia, ma la flotta fu sconquassata a tempo da una furiosissima tempesta e tolto l’assedio. Pochi giorni dopo, ad opera dello stesso corsaro, furono incendiate Policastro, Bosco, S. Giovanni a Piro ed altri casali. Ancora, al 10 lugio 1552, per la terza volta ecc…”.

La presenza araba sulle nostre coste e sua influenza nella cultura del posto

Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste  popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio ), ‘alliffato’ ( attillato), ‘scimmuzzo’ ( tuffo nell’acqua del mare), ecc… (…). Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio), ‘alliffato’ (attillato), ‘scimmuzzo’ (tuffo nell’acqua del mare), ecc…(129) Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti’ del Cilento, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche, nelle guerre e per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale.”. Nel mio studio, nella nota (129) postillavo che: (129) Rohlfs G., Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L.A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.”.

LE FONTI

Riguardo questi tristi episodi che verso la metà del ‘500 funestarono i piccoli casali del Golfo di Policastro, oltre ai documenti d’archivio della Real Camera della Sommaria Vicereale conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, nella nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N.M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Infatti, i tristi episodi della nostra storia sono stati narrati da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo di Policastro che nel 1831 pubblicò ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, poi curato in seguito nell’edizione del Visconti (…). Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, parlando delle “Torri costiere nel Viceregno”, ha accennato alle tre incursioni nel Golfo di Policastro. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (6) postillava a riguardo che: “(6) Racioppi G., op. cit., vol. II, pag. 114.”. Credo che il Vassalluzzo si riferisca a Giacomo Racioppi, ed al suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, che a p. 319, del vol. II che a p. 319, del vol. II, ha citato i tre episodi. Interessante a riguardo l’incursione del turco Dragut è ciò che scriveva Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: (1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758..

Ughelli

(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, col. 758 – Diocesi di Policastro

Il Gaetani (…), sulla scorta del Mannelli (…), a p. 29, citava Tommaso Fazello (….) (il Gaetani lo chiama Fozzelli), che nel 1560 scrisse il suo ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560. Il barone Giuseppe Antonini (…), ne parlò a p. 418 della Parte II, Discorso X, della sua ‘Lucania’, nella sua nota (1), parlando di Policastro postillava in proposito che: “Oltre di tanti autori contemporanei, e Regnicoli, abbiamo di questa calamità una lettera scritta in quel tempo a Francesco d’Este da Marco Fileto di Campagna, dove si leggono le seguenti parole: “Interim piratae littera Lucaniae vis anierem Alintam Sinus Pestanus, Picentinos agros a Minervite Promontorio per Leucosiam, Brutiosque ad Regium usque piratico depopulantur bello.. Marco Fileto di Campagna che scrisse (secondo l’Antonini) una lettera a Francesco d’Este. Molto interessante. Chi era Marco Fileto di Campagna (…) ?. In uno scritto di…………….…: “Lettera di Pasquale Magnoni al barone Giuseppe Antonini etc…”, a p. 69, in proposito scrive che: “Anzi voi al fol. 418 nella nota (1) parlando dè Turchi che in lega con i Francesi verso l’anno 1533. predavano i nostri luoghi marittimi, rapportate da una lettera scritta a Francesco d’Este, da Marco Fileto di Campagna, le seguenti parole: ecc..ecc..Ecco il Cilento disegnato dall’autore di questa lettera ecc…”. Sto cercando di capire chi fosse il Marco Fileto o Filetto di Campagna. In un scritto si cita Marco Filetto Filioli di Campagna in una corrispondenza con Girolamo Julianis di Eboli. Scrive Vincenzo Tortorella in un suo scritto che: “Ebbene Filioli, vanta di aver posto le mani su un codice antico scritto in caratteri longobardi ecc..”. Francesco Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII, pubblicato nel 1981, dedicò un intero capitolo all’azione corsara dal titolo: “Cap. II – Le incursioni barbaresche”, vedi da p. 85 e ssg. Sempre il Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII, a p. 88 in proposito citava il Laudisio e scriveva che: “La prima è del vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio e si riferisce a due saccheggi subìti da alcuni paesi costieri della sua diocesi.”. Infatti Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, poi nell’edizione curata in seguito nell’edizione del Visconti (…), raccontava le due incursioni del 1533 e del 1552. Sempre il Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII,a p. 89, parlando di Agropoli, in proposito nella sua nota (11) postillava che: “Anche i paesi del Cilento “storico” venivano in tale periodo devastati in modo del tutto simile alla zona di Policastro. Secondo la descrizione di Francesco Antonio Ventimiglia, particolarmente funesto per i cilentani fu l’anno 1563. Il 31 maggio di quell’anno duecento turchi, guidati da un rinnegato, assalirono Torchiara e, ecc..ecc… (cfr. A. Ventimiglia, Il Cilento illustrato, libro V, cap. II, ms. inedito conservato presso l’Archivio della Famiglia Vatolla).”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, riguardo questo periodo storico attinge molte notizie da Carlo Carucci (…), nel suo “D. Ferrante Sanseverino Principe di Salerno”, pubblicato a Salerno nel 1899.

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Fonti: nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia, descrive gli eventi

Dal punto di vista prettamente storiografico, il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…), di cui ha in seguito riferito Ferdinando Palazzo (…). Nel 1700, il giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia, nel suo L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, ha scritto di quegli eventi che funestarono alcuni piccoli borghi del basso Cilento.

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a p. 39, sulla scorta del Di Luccia e del Laudisio (…), in proposito scriveva che: “Altra incursione segnalata dal Di Luccia (13) ecc..ecc..”. Il Palazzo nella sua nota (12) postillava che: “(12) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Il Palazzo nella sua nota (13) postillava che: “(13) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc…‘, a p. 129 parlava degli eventi in questione che purtroppo interessarono anche il casale di San Giovanni Piro. In seguito e sulla scorta del Di Luccia (…) ha scritto e citato gli episodi in questione anche Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 37-38-39. Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Un altro autore che ha scritto molto su questi episodi da cui poi in seguito si decise la costruzione generale delle Torri Vicereali lungo le nostre coste è stato Onofrio Pasanisi, nei suoi  La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI; poi in ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’; e poi in ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, Napoli, 1964.

Fonti: un documento (protocollo) del notaio di Sanza Antonio de Onofrio di Sanza

Il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio (vedi versione del Visconti), nella sua “Synopsi etc…’, in riferimento ad alcune notizie storiche che riguardavano le tremende incursioni barbaresche di quegli anni, quella del 1534, del 1544 e quella di Dragut del 1552,  a p. 78 (vedi edizione di G.G. Visconti), nella sua nota (67) postillava che: “(67) ‘Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio’, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Questo protocollo è una testimonianza del Notaio di Sanza Antonio de Onofrio. Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, in proposito scriveva che: La sera del giovedì 15 luglio i Turchi spiegarono le vele alla volta di Napoli. (Laudisio: Synopsis: n. XXXI, in nota “Ex Protocollo Notarii Antonii de Onofrio, pag. I, in Arch. Matr. Eccl. Oppidi Sansii, Caputaq. Dioec.”, a p. 44).”. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a p. 39, sulla scorta del Di Luccia e del Laudisio (…), in proposito scriveva che: “Dette notizie sono state attinte dal Laudisio  ad un potocollo del Notaio D’Onofrio Antonio (15) esistente nell’Archivio parrocchiale della vicina Sanza, nel quale, però, l’impresa viene attribuita al Corsaro turco DRAGUS RAJS.”. Il Palazzo, nella sua nota (15) postillaava che: “(15) Notaio A. D’Onofrio: Protocollo riportato nei ‘Cenni storici sulla Frazione di Scario, (III° parte del presente volume).”. Infatti, il Palazzo (…) a p. 166, parlando di Scario, in proposito scriveva che: “2) Una prova, più sicura dell’assorbimento bonario di Scario nella Contea di Policastro si ha nel protocollo del Notaio Signor Antonio D’Onofrio, esistente nell’Archivio Parrocchiale di Sanza (Salerno) ecc…”. Un altro autore ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro ed è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Cataldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 13, nel capitolo “Saccheggio e incendio di Camerota”, in proposito scriveva che: Del funestissimo avvenimento ci sono pervenute scarse notizie, restano però le testimonianze di tre persone, quella del notaio Antonio de Onofrio da Sanza per Policastro, del notaio Giovanni Greco per Camerota, e del sacerdote D. Tommaso de Leone per Camerota. Ed ecco le testimonianze dei due notai, così, come si rinvengono pubblicate da Graziano Severino di Camerota, e che le trovò annotate in alcuni protocolli. Ecc…”. Su Graziano Severino di Camerota, il Pasanisi (…), nei suoi ‘Camerota ed i suoi casali etc…’, a p. 14, nella sua nota (35) riguardo la testimonianza del Notaio de Onofrio (o D’Onofrio come lo chiama il Palazzo), in proposito postillava che: “(35) Dalla monografia di GRAZIANO SEVERINO su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Principato Citeriore, vol. V, pag. 36.”. Dunque, questi documenti o protocolli, utili testimonianze sono state tratte dalla monografia su Camerota di Graziano Severino pubblicata nell’opera di Filippo Cirelli (…), Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato, Napoli, 1855, si veda vol. V. Principato Citeriore. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Policastro, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ……(la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), ecc..ecc…”. Dunque, il Pasanisi, nel suo ‘Don Sancio etc…’, scriveva del documento (del protocollo segnato con gli anni 1534-1558) che è conservato presso l’Archivio Notarile di Vallo della Lucania. unque, riepilogando le notizie sul documento (il protocollo) del Notaio Antonio de Onofrio di Sanza, che il Laudisio (…), a p. 78 (v. Visconti), nella sua nota (67) postillava che: “(67) ‘Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio’, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”, e che altri autori scrivevano essere conservato nell’Archivio Parrocchiale di Sanza, il Pasanisi (…), invece, nella sua “Don Sancio Martinez de Leyna etc…”, scriveva trovarsi nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania.

Nel 1515, l’attacco ad Agropoli

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua La Lucania – discorsi,a p. 254 parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “La terra è ben popolata (…) e murata, e le porte a certa ora della notta fu costume per lungo tempo chiudersi per tema dè Corsari: oggi non più si vive con tal timor panico (1).”. L’Antonini (…) nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel MDXV e nel MDXLII fu questa Terra barbaramente dà Turchi saccheggiata, e nella prima volta ne furono condotte in schiavitù più di trecento persone, la seconda nè pure una; poichè della di loro venuta unita à Franzesi era già precorsa la voce, e s’era la gente salvata dentro Terra.”. Dunque, l’Antonini (…), forse sulla scorta del Ventimiglia (…), scriveva che i Turchi attaccarono Agropoli nel 1515.

Khayr-al-Dìn (Ariadeno) Barbarossa

Khayr al-Dīn Barbarossa, detto in ambiente italico Ariadeno Barbarossa, conosciuto anche come Haradin, Kaireddin e Cair Heddin, è stato un corsaro e ammiraglio ottomano, Bey di Algeri, nonché comandante della flotta ottomana. Nell’estate del 1534 compie una terribile incursione sulle coste tirreniche alla testa di 82 galee: sbarchi e saccheggi si registrarono a Cetraro, San Lucido (900 prigionieri), Capri, Procida e Gaeta. Approdato a Sperlonga, e messo a ferro e fuoco il territorio circostante e la stessa città, tenta addirittura di rapire Giulia Gonzaga, vedova di Vespasiano Colonna e celebre per la sua bellezza, per farne dono al sultano Solimano I, ma questa riuscì a rifugiarsi rocambolescamente a Campodimele. Fondi da cui Giulia era fuggita, viene saccheggiata per 4 giorni, poi è la volta di Terracina e finalmente, riempite le navi di schiavi e di bottino, si dirige verso la Tunisia dove conquista Biserta e Tunisi. La reazione non si fa attendere. Nel 1535, Carlo V arma una flotta di 82 galee e 200 vascelli galee e la affida a Andrea Doria che riconquista Tunisi, ottenendo, dopo un saccheggio di due giorni, 10.000 schiavi. Barbarossa però, avendo previdentemente lasciato una piccola flotta a Bona, la raggiunge e, mentre l’Europa lo crede morto, e si celebrano ovunque festeggiamenti, si dirige verso le Baleari dove attracca a Minorca, conquistandola con l’inganno. Mette a ferro e fuoco il porto e poi assale Mahon e la mette a sacco. La rocca si arrende ma sono uccisi 400 abitanti ed oltre 2.000 sono condotti in schiavitù dall’isola di Minorca. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, a p. 171, parlando degli avvenimenti dopo la venuta a Napoli di Carlo V, in proposito scriveva che: “VI. Le marine del reame allora feramente infestate dai corsari massime da Ariadeno Barbarossa e divenuto poi re di Algeri, che con le sue navi faceva continue scorrerie lungo la costa dell’Ionio e del Tirreno, devastando e bruciando le città vicine e facendo prigionieri e schiavi quanti poteva avere in sua mano. Nè risparmiò in alcun modo la Provincia di Salerno. Nell’anno 1544 stava con le sue navi ecc..ecc..”.

Nel 1532, l’incursione barbaresca di Khayr-al-Dìn (Ariadeno) Barbarossa

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: “…..la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (128) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore.”. Nel mio studio, alla nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N.M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Nel mio studio per il PRG di Sapri, nella mia nota (128) postillavo che: (128) Laudisio N.  M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, dunque citavo che l’episodio era tratto da Matteo Camera (…), nel suo ‘Storia del Ducato di Amalfi’, a p. 114 del suo vol. II. Dunque, Mario Vassalluzzo (…), nella sua nota (7) postillava a riguardo che: “(7) Camera, Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, che però a p. 31 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Camera M., Istoria della città e costiera di Amalfi.”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 114 della Parte II, in proposito scriveva che:

Camera, op. cit., p. 114

(Fig…) Matteo Camera, op. cit., p. 114

A riguardo il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 192, in proposito scriveva che: “L’aggressione più violenta da parte di questi, il Castello la subì nell’anno 1532 per opera di Kair-ed-Din (detto pure Ariadeno Barbarossa), venuto nella zona in compagnia del fratello Horuh. Fu in questa incursione che, con Policastro bero a soffrire il saccheggio e l’incendio anche Vibonati, S. Giovanni a Piro, S. Marina, Bosco, Roccagloriosa, Torre Orsaia, con perdita di beni e di uomini, dei quali alcuni furono uccisi ed altri condotti schiavi (20).”. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (20) postillava che: “(20) Laudisio, op. cit. , p. 44.”. Questo triste episodio della nostra storia è ricordato dal vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), che nella sua ‘Synossi’ (un testo scritto e pubblicato nel 1831, a p. 78 (vedi Visconti),  in proposito scriveva che: Nel 1533, per la terza volta, Policastro fu saccheggiata e distrutta dal pirata Ariadeno Barbarossa, ecc... Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, a p. 38, parlando delle “Torri costiere nel Viceregno”, in proposito scriveva che: “… frequenti scorrerie dei Turchi, che incendiavano e depredavano tutto (6). Questi guidati da Ariadeno Barbarossa, con le loro navi corsare, facevano razzia sulle coste dei mari Ionio e Tirreno, bruciandone paesi e traendone prigionieri e schiavi gli abitanti….Ecc….”. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (6) postillava a riguardo che: “(6) Racioppi G., op. cit., vol. II, pag. 114.”. Credo che il Vassalluzzo si riferisca a Giacomo Racioppi, ed al suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, che a p. 319, del vol. II. Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, in proposito scriveva che: “Policastro subì tre invasioni: la prima nel 1532, da parte di Ariadeno Barbarossa (Kair-er-Din), accompagnato dal fratello Horuch, che saccheggiò il paese e i dintorni e ne condusse schiavi gli abitanti.”Il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…), di cui ha in seguito riferito Ferdinando Palazzo (…). Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 37-38-39, sulla scorta del Di Luccia (…), in proposito scriveva che: “Ma una delle più gravi incursioni fu eseguita nell’anno 1533 dal Corsaro di Mitilene KHAIR-ED-DIN (Ariadeno) BARBAROSSA, il quale insieme al fratello HORUH infestava le coste italiane (11). Il Pirata, avendo ottenuto il Comando della flotta turca dal Sultano Solimano II, il quale, per allettarlo alla bieca missione, gli aveva promesso anche il governo di parte delle terre che avrebbe conquistate, dopo aver sparso il terrore sulle coste del Mediterraneo, nell’anno 1534, conquistò Tunisi e Biserta; nel 1535 venne a guerra con Carlo V ed occupò le Cicladi e, nel 1543, all’età di 78 anni, vincendo la flotta di Andrea Doria, conquistò Nizza per conto di Francesco I di Francia. Il Di Luccia (12) attribuisce l’impresa del BARBAROSSA su Policastro al Corsaro turco detto “IL GIUDIO”, il quale sarebbe “sbarcato con 12 Galere nella Marina dell’Oliva”, nel 1533, ed in tale occasione avrebbe distrutto il piccolo centro abitato con la perdita di “ottanta persone fra morti e viui“. Evidentemente per “viui” l’autore vorrà riferirsi ad un numero di prigionieri. Tale affermazione però, deve contenere un errore storico, in quanto il “GIUDIO”, che doveva trovarsi alla dipendenza del Corsaro KHAIR-ED-DIN BARBAROSSA, sarà passato alla storia, non come ideatore, ma come esecutore materiale del saccheggio, alla dipendenza del suo ammiraglio.”, postillando del Laudisio. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc…‘, a p. 129 così parlava degli eventi in questione che purtroppo interessarono anche il casale di San Giovanni Piro: “Benchè detta Terra sia stata più volte saccheggiata, e distrutta da Turchi, conforme depongono per scienza in detto processo attitato avanti il Consiglier Lanario Tiberio Pace al fol. 8. Nicola di Luccia al fol. 10 Vito Antonio Tito al fol. 12. Girolamo di Lianza al fol. 16 & in particolare l’anno 1533. nel quale assalita ad hore due di notte dal scommunicato Corsale Turco detto il Giudio con dodici Galere, approdato alla dì lei Marina, restò de questo distrutta, e saccheggiata con perdita di ottanta persone trà morti, e viui, come anche l’anno 1552. nel quale fù di nuovo saccheggiata assieme con la totale distruzione, & abrugiamento delle vigne, e campagna dal perverso Sultano venuto per la ribellione del Principe di Salerno, nel quale saccheggiamento Gio: Antonio Sursaya ci perse il Padre, e Nicola di Luccia per scampare la vita, ammazzò un Turco, e per terzo per quanto io habbia havuto le notizie, che fosse stata saccheggiata circa l’anno 1644. dal Tiranno Barbarosso, portato ivi dalla fortuna del Mare, e circa le vent’una hora sorpresa, e brugiata; Tuttavia sempre è risorta nelle sue infelicità, a segno tale, che al precedente è stata cresciuta d’habitationi, e nobilitata con edificij. Tiene ecc…ecc..”.

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(Fig…) Di Luccia, op. cit., p. 129

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua La Lucania – discorsi, a p. 254 parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “La terra è ben popolata (…) e murata, e le porte a certa ora della notta fu costume per lungo tempo chiudersi per tema dè Corsari: oggi non più si vive con tal timor panico (1).”. L’Antonini (…) nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel MDXV e nel MDXLII fu questa Terra barbaramente dà Turchi saccheggiata, e nella prima volta ne furono condotte in schiavitù più di trecento persone, la seconda nè pure una; poichè della di loro venuta unita à Franzesi era già precorsa la voce, e s’era la gente salvata dentro Terra.”Anche il barone Giuseppe Antonini (…), ne parlò a p. 418 della Parte II, Discorso X, della sua ‘Lucania’, nella sua nota (1), parlando di Policastro postillava in proposito che: “Durò in suo splendore, e frequenza di gente la Città fino all’anno MDXLII, allorchè i Turchi in lega coi Franzesi, saccheggiarono le marine del Regno, rovinarono, e bruciarono Policastro, e tutti i luoghi intorno, anzi ritornativi, anni dopo, finirono di consumare ciò che alla prima rabbia non era scappato, senza contrarci quello che avevan fatto nel MDXXXIII (I).”.

Antonini, p. 418 su Torre Orsaia.PNG

L’Antonini, alla sua nota (1) postillava che: “Oltre di tanti autori contemporanei, e Regnicoli, abbiamo di questa calamità una lettera scritta in quel tempo a Francesco d’Este da Marco Fileto di Campagna, dove si leggono le seguenti parole: “Interim piratae littera Lucaniae vis anierem Alintam Sinus Pestanus, Picentinos agros a Minervite Promontorio per Leucosiam, Brutiosque ad Regium usque piratico depopulantur bello.. Marco Fileto di Campagna che scrisse (secondo l’Antonini) una lettera a Francesco d’Este. Molto interessante. Chi è Marco Fileto di Campagna (…) ?. In uno scritto di…………….…: “Lettera di Pasquale Magnoni al barone Giuseppe Antonini etc…”, a p. 69, in proposito scrive che: “Anzi voi al fol. 418 nella nota (1) parlando dè Turchi che in lega con i Francesi verso l’anno 1533. predavano i nostri luoghi marittimi, rapportate da una lettera scritta a Francesco d’Este, da Marco Fileto di Campagna, le seguenti parole: ecc..ecc..Ecco il Cilento disegnato dall’autore di questa lettera ecc…”. Ma ancora non si riesce a capire chi fosse il Marco Fileto o Filetto di Campagna. In un scritto si cita Marco Filetto Filioli di Campagna in una corrispondenza con Girolamo Julianis di Eboli. Scrive Vincenzo Tortorella in un suo scritto che: “Ebbene Filioli, vanta di aver posto le mani su un codice antico scritto in caratteri longobardi ecc..”. Un altro autore ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro ed è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 12, parlando della Torre di Layola costruita lungo il litorale di Camerota, in proposito scriveva che: “Un marinaio, tale Vincenzo Gambardella riferì, nel 1532, che, sorpreso dai turchi, trovò scampo, con molta gente in detta torre. Lo stesso ebbe a dire il magnifico Mario Galeota, anche di Napoli (31). Presa di mira dai turchi, venne incendiata, una prima volta, nel 1544 dall’armata del Barbarossa, di ritorno dalla distruzione di Policastro, ed una seconda volta, nel 1552, da quella non meno potente di rais Dragut, di ritorno, anche questa, da Policastro. Rifatta, da Don Placido ecc… Breve descrizione del castello abbiamo per questo periodo, prima cioè della sua distruzione, avvenuta nel luglio 1552. Fu fatta in occasione del relevio (tassa di successione feudale) presentato da D. Placido de Sangro per morte del padre Bernardino (32). Come si legge dal documento esso era così costituito ecc…(33).”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) A.S.N. ‘Proc. R. Camera, n. 6514 già cit.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Evidentemente Lucrezia Caracciolo vedova, all’epoca del relevio, di Bernardino.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”.

Nel 1542 o 1544 (?), l’incursione barbaresca di Khayr-al-Dìn (Ariadeno) Barbarossa

A riguardo il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 192, in proposito scriveva che: “E come se ciò non bastasse, i barbareschi, in lega con i Francesi, vennero di nuovo tra noi nell’anno 1542, lasciando dietro di sè rovina e distruzione (21).”. Il Vassalluzzo (…), in proposito,dopo aver detto dell’altra incursione del 1542 a p. 194 nella nota (21) postillava che: “(21) Camera M., op. cit., vol. II, p. 114. Lo storico di Amalfi pone questa invasione nell’anno 1542, come ha fatto il De Giorgi, (op. cit., pag. 94), il Volpe (op. cit., pag. 118), il Porfirio, (Encicl. dell’Eccl., vol. IV, alla voce chiesa vescovile di Policastro), Damiano D., Maratea nella storia e nella luce della fede, Sapri, 1965, pag. 48, Racioppi, op. cit., p. 319.”. Anche nel mio studio per il PRG di Sapri, nella mia nota (128) postillavo che: (128) Laudisio N.  M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, dunque citavo che l’episodio era tratto da Matteo Camera (…), nel suo ‘Storia del Ducato di Amalfi’, a p. 114 del suo vol. II. Dunque, Mario Vassalluzzo (…), nella sua nota (7) postillava a riguardo che: “(7) Camera, Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, che però a p. 31 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Camera M., Istoria della città e costiera di Amalfi.”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 114 della Parte II, in proposito scriveva che:

Camera, op. cit., p. 114

(Fig…) Matteo Camera, op. cit., p. 114

Nel mio studio per il PRG di Sapri, nella mia nota (128) postillavo che: (128) Laudisio N.  M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, dunque citavo che l’episodio era tratto da Matteo Camera (…), nel suo ‘Storia del Ducato di Amalfi’, a p. 114 del suo vol. II. Dunque, Mario Vassalluzzo (…), nella sua nota (7) postillava a riguardo che: “(7) Camera, Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, che però a p. 31 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Camera M., Istoria della città e costiera di Amalfi.”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 124 della parte II, in proposito scriveva che: “Barbarossa, sbaragliato dalla tempesta, raccozzate le malconce sue navi, andò a gittar l’ancora nel Golfo di Policastro, ove dato il sacco alla città, con tutta celerità navigò per Lipari, ecc..ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, a p. 171, parlando degli avvenimenti dopo la venuta a Napoli di Carlo V, in proposito scriveva che: “VI. Le marine del reame allora feramente infestate dai corsari massime da Ariadeno Barbarossa e divenuto poi re di Algeri, che con le sue navi faceva continue scorrerie lungo la costa dell’Ionio e del Tirreno, devastando e bruciando le città vicine e facendo prigionieri e schiavi quanti poteva avere in sua mano. Nè risparmiò in alcun modo la Provincia di Salerno. Nell’anno 1544 stava con le sue navi ecc..ecc…”:

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Nel 1973, Pasquale Natella e Paolo Peduto, nel loro ‘Pixous – Policastro’, a pp. 515-516, riguardo quel periodo in proposito così scrivevano: “In ordine a tali eventi, e quando già il porto nel pieno del XVI secolo cominciava a perdere d’importanza per il Regno, anche a causa della non rinnovata presenza di mercanti genovesi in città, Policastro dovette sopportare le due ultime distruzioni, che la resero, come molte altre città costiere del Tirreno, rimpicciolita demograficamente ed economicamente: la prima ad opera di Khair-ed-Din, il Barbarossa, nel 1543; ecc..”. I due studiosi a p. 516, nella nota (82) postillavano che: “(82) p. Padre Raffele Da Paterno, De alma Principatus Provincia….idest descriptio almae Provinciae Principatus fratrum minorum, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Si noti ecc..”. Si tratta del testo di padre Raffaele Da Paterno (…), ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia’, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din. Il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc…‘, a p. 129 così parlava degli eventi in questione che purtroppo interessarono anche il casale di San Giovanni Piro: ….e per terzo per quanto io habbia havuto le notizie, che fosse stata saccheggiata circa l’anno 1644. dal Tiranno Barbarosso, portato ivi dalla fortuna del Mare, e circa le vent’una hora sorpresa, e brugiata; Tuttavia sempre è risorta nelle sue infelicità, a segno tale, che al precedente è stata cresciuta d’habitationi, e nobilitata con edificij. Tiene ecc…ecc..”. Dunque, il Di Luccia, testimonia i tre avvenimenti tra cui quello del 1544 ma sbaglia (forse vi è un errore di stampa), l’incursione del Barbarossa del 1544, scrivendo che questa era avvenuta nel 1644. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, a p…., parlando del turco-ottomano Ariadeno Barbarossa, in proposito scriveva che: Nel 1544, la ciurmaglia del Barbarossa, che si trovava nel Golfo di Salerno, da una tempesta fu scacciata nel Golfo di Policastro, dove saccheggiò tutti i villaggi circostanti. Ecc…ecc…(6).”. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (6) postillava a riguardo che: “(6) ……………….Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, in proposito scriveva che: “Policastro subì tre invasioni: la seconda nel 1544, da parte dei Mori, che, dopo l’assedio di Amalfi, Salerno e Agropoli, inseguiti da una tempesta, sbarcarono nel nostro Golfo. Assieme alla flotta vi erano il Barbarossa e il Barone Saint-Blancard, chiamato in aiuto dei Francesi che lottavano contro gli spagnoli per il predominio dell’Italia. Anche questa volta furono saccheggiati i villaggi del golfo.”. Anche il barone Giuseppe Antonini (…), ne parlò a p. 418 della Parte II, Discorso X, della sua ‘Lucania’, nella sua nota (1), parlando di Policastro postillava in proposito che: “…..anni dopo, finirono di consumare ciò che alla prima rabbia non era scappato, senza contrarci quello che avevan fatto nel MDXXXIII (I).”. L’Antonini, alla sua nota (1) postillava che: ” Oltre di tanti autori contemporanei, e Regnicoli, abbiamo di questa calamità una lettera scritta in quel tempo a Francesco d’Este da Marco Fileto di Campagna, dove si leggono le seguenti parole: “Interim piratae littera Lucaniae vis anierem Alintam Sinus Pestanus, Picentinos agros a Minervite Promontorio per Leucosiam, Brutiosque ad Regium usque piratico depopulantur bello.. Marco Fileto di Campagna che scrisse (secondo l’Antonini) una lettera a Francesco d’Este. Molto interessante. Chi è Marco Fileto di Campagna (…) ?. In uno scritto di…………….…: “Lettera di Pasquale Magnoni al barone Giuseppe Antonini etc…”, a p. 69, in proposito scrive che: “Anzi voi al fol. 418 nella nota (1) parlando dè Turchi che in lega con i Francesi verso l’anno 1533. predavano i nostri luoghi marittimi, rapportate da una lettera scritta a Francesco d’Este, da Marco Fileto di Campagna, le seguenti parole: ecc..ecc..Ecco il Cilento disegnato dall’autore di questa lettera ecc…”. Ma ancora non si riesce a capire chi fosse il Marco Fileto o Filetto di Campagna. In un scritto si cita Marco Filetto Filioli di Campagna in una corrispondenza con Girolamo Julianis di Eboli. Scrive Vincenzo Tortorella in un suo scritto che: “Ebbene Filioli, vanta di aver posto le mani su un codice antico scritto in caratteri longobardi ecc..”. Un altro autore che ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 12, parlando della Torre di Layola costruita lungo il litorale di Camerota, in proposito scriveva che: “Un marinaio, tale Vincenzo Gambardella riferì, nel 1532, che, sorpreso dai turchi, trovò scampo, con molta gente in detta torre. Lo stesso ebbe a dire il magnifico Mario Galeota, anche di Napoli (31). Presa di mira dai turchi, venne incendiata, una prima volta, nel 1544 dall’armata del Barbarossa, di ritorno dalla distruzione di Policastro, ed una seconda volta, nel 1552, da quella non meno potente di rais Dragut, di ritorno, anche questa, da Policastro. Rifatta, da Don Placido ecc… Breve descrizione del castello abbiamo per questo periodo, prima cioè della sua distruzione, avvenuta nel luglio 1552. Fu fatta in occasione del relevio (tassa di successione feudale) presentato da D. Placido de Sangro per morte del padre Bernardino (32). Come si legge dal documento esso era così costituito ecc…(33).”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) A.S.N. ‘Proc. R. Camera, n. 6514 già cit.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Evidentemente Lucrezia Caracciolo vedova, all’epoca del relevio, di Bernardino.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, in proposito scriveva pure: “Roccagloriosa versava in condizioni miserrime. Aveva subito, l’anno innanzi, con Policastro (2) ‘maximum incendium et riunam’, con la perdita, per Roccagloriosa, di oltre cento cittadini fra uccisi e fatti schiavi.”. Il Pasanisi, a p. 217, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La storia di Policastro e quella dei suoi casali e terre convicine è storia dei saccheggi, incendi, di rovine. Riavutasi dalle devastazioni precedenti, fu nel giugno 1544 (non nel 1542 come affermava Antonini ‘La Lucania, Napoli, 1795, t. I pagg. 417 e 418 e Giustiniani nel suo ‘Dizionario Geografico, Napoli, 1805), con S. Giovanni a Piro, Bosco e casali rasa completamente al suolo dal Barbarossa, che, secondo esposero i cittadini delle suddette terre alla R. Camera, bruciò chiese, abbattè case, tagliò alberi, lasciando al suo passaggio soltanto rovine (‘Partium Somm., vol. 251 fol. 264 v.). Venne perciò esentata dai pagamenti fiscali fino a nuovo ordine. (ivi). A 10 luglio 1552, di domenica (la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), quella di Dragut rais succeduto al Barbarossa nella corsa dei nostri mari. Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”. Sempre il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a pp. 275-276, parlando di una relazione spedita alla Real Camera della Sommaria (un processo) in nota (1): “(1) E’ il processo di Camera in risposta al de Leyna, n. 5603, vol. 491 p.a., completato dai proc. – anch di R. Camera. – n. 1511, vol. 160 sudetto e n. 3749, ol. 315 p.a. Per il memoriale presentato dal de Leyna v. anche ‘Comune Somm. vol. 117, fol. 113.”, egli scriveva che: “, e dal quale attingiamo principalmente le notizie (1).”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che:

Pasanisi

(Fig…) Onofrio Pasanisi (…), op. cit.,

Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: “Peggio avvenne quando, poco dopo, nelle guerre contro Carlo V, fu richiesto da Francesco I l’aiuto, come dicemmo, della flotta ottomana. Famosi capi corsari batterono i nostri mari, ubertose, ricche contrade furono poste a sacco e incendiate e popolazioni intere tratte in servitù. Nel Salernitano vennero nel 1531 devastate le contrade di Palinuro, distrutti alcuni casali; nel 1533 saccheggiata Policastro, nel 1543 Conca e Pisciotta, nell’aprile del 1544 Agropoli. Ai 27 giugno del 1544 fu posto inutilmente l’assedio alla stessa Salerno da una potentissima armata quella di Barbarossa, già di ritorno dalle stragi e devastazioni dell’isola d’Ischia, ma la flotta fu sconquassata a tempo da una furiosissima tempesta e tolto l’assedio. Pochi giorni dopo, ad opera dello stesso corsaro, furono incendiate Policastro, Bosco, S. Giovanni a Piro ed altri casali. Ancora, al 10 lugio 1552, per la terza volta ecc…”.

Il turco-ottomano di Dragut-Pascià nel Golfo di Policastro

Turghud Alì, o Dragut, Turghut Reis, Darghout Rais, Turhud Rais, Dargut è stato un ammiraglio e corsaro ottomano. Fu un comandante navale ottomano e il successore di Khayr al-Din detto il Barbarossa. Viceré di Algeri, Signore di Tripoli, si fece chiamare Spada vendicatrice dell’Islam. La flotta turca-ottomana di Dragut-Pascià, la leggendaria dominatrice del mare Mediterraneo, operava in quegli anni frequenti incursioni anche e soprattutto sulle nostre coste e quelle della Calabria, impaurendo le già stremate ed esili popolazioni del luogo tanto che il vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera, Vicerè spagnolo, ordinò una serie di torri cavallare di avvistamento (quelle che nella tradizione popolare vengono chiamate ‘Torri Normanne’ da disseminare e costruire su tutto il litorale fino a Scalea (1). Dragut-Pascià fu un comandante navale ottomano e il successore di Khayr al-Din Barbarossa (che aveva assalito le nostre coste nel 1533). Viceré di Algeri, Signore di Tripoli e di al-Mahdiyya, si fece chiamare Spada vendicatrice dell’Islam e fu spesso lo spietato protagonista di credenze popolari, a causa della sua efferatezza. È ricordato anche per essere stato uno dei più grandi ammiragli (in turco Kapudanpasa) di etnia turca al servizio del sultano. La sua flotta ed i suoi uomini, nel 1552, furono gli autori di un’efferata operazione militare incursiva sulle nostre coste. La quarta per la precisione.

Nell’11 luglio 1552, Dragut Pascià distrusse Vibonati, S. Marina e S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Il 10 luglio 1552 (era un sabato sera), una flotta di 123 galee gettò le ancora nel porto di Palinuro e propriamente presso la località Oliveto. Il giorno dopo, domenica, verso le 15 i musulmani di Dragut pascià sbarcarono mettendo a ferro e a fuoco Policastro e saccheggiarono, poi distruggendoli, i villaggi di Vibonati, S. Marina, S. Giovanni a Piro, mentre altri si spingevano fino a Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggiero uccidendo e facendo prigionieri gli abitanti (12).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Laudisio cit., p. 22 sg: “……………..”. Infatti, il Laudisio ci parla di questa funesta giornata a p. 78, della sua ‘Sinopsi’ (vedi versione a cura del Visconti). Il Laudisio (…), a p. 79, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Veloviores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, ‘in deserto insidiati sunt nobis).” e nella nota (67) postillava che: “(67) Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio, pag. 1, in arch. Matr. Ecclesiae oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Antonini…… Ricorda che per la sua breve distanza dal mare subì le incursioni musulmane nel 1559, orde respinte dai pochi che erano scampati alla peste del 1656. A seguito delle incursioni del 1562, si cinse di mura nel 1565.”.

Nel 9 luglio 1552, l’armata turca-ottomana di Dragut-Pascià sbarcò alla marina dell’Oliva (tra Scario e Policastro)

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: “…..la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (128) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore.”. Nel mio studio, alla nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N.M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Ma Matteo Camera (…), a p. 114 come vediamo parla delle due incursioni barbaresche del corsaro Barbarossa. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 114 della Parte II, in proposito scriveva che:

Camera, op. cit., p. 114

(Fig…) Matteo Camera, op. cit., p. 114

Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, a p. 175, parlando della fine della dinastia dei Sanseverino e dell’accoglienza che ricevette dal re di Francia Enrico II, dove si recò non essendo ben voluto dall’Imperatore di Spagna Carlo V, in proposito scriveva che: “Questi accolse lietamente il Principe, gli concesse alcuni feudi, una provvisione di 20 mila ducati e lo invitò ad armare una flotta che, nita alla Francese ed a quella del Sultano, con cui era in segrete intelligenze, si fosse recata verso Napoli per suscitare la rivolta del reame. Il Sultano mandò difatti una flotta la quale, dopo avere incendiate Reggio, Amantea e Policastro comparve nel 15 luglio 1552 presso Napoli. Ma non avendo trovato, come era stato inteso, nè le navi di Francia, nè il Principe di Salerno, dopo la lunga attesa partì per Costantinopoli.”. In questo breve passo, Matteo Mazziotti, racconta come nacque la distruzione di Policastro nel 1552 ad opera del turco-ottomano Dragut al comando della flotta del sultano Solimano II. Nel 1973, Pasquale Natella e Paolo Peduto, nel loro ‘Pixous – Policastro’, a pp. 515-516, riguardo quel periodo in proposito così scrivevano: “In ordine a tali eventi, e quando già il porto nel pieno del XVI secolo cominciava a perdere d’importanza per il Regno, anche a causa della non rinnovata presenza di mercanti genovesi in città, Policastro dovette sopportare le due ultime distruzioni, che la resero, come molte altre città costiere del Tirreno, rimpicciolita demograficamente ed economicamente: la prima ad opera di Khair-ed-Din, il Barbarossa, nel 1543; la seconda, da parte di Dragut pascià, nel 1552. Quest’ultima fu la più disastrosa perchè i turchi bruciarono tutte le case, con gli arredi, e gli archivi urbani (come quello del convento di S. Francesco). Uno storico ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: “….quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantem in fratres et conventum, verum etiam in sacres imagines, sacrasque suppellectiles fuit una cum illis in ingentem rogum coniecta (82).”. I due studiosi a p. 516, nella nota (82) postillavano che: “(82) p. Padre Raffele Da Paterno, De alma Principatus Provincia….idest descriptio almae Provinciae Principatus fratrum minorum, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Si noti ecc..”. Si tratta del testo di padre Raffaele Da Paterno (…), ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia’, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…). Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc…‘, a p. 129 così parlava degli eventi in questione che purtroppo interessarono anche il casale di San Giovanni Piro: “….come anche l’anno 1552. nel quale fù di nuovo saccheggiata assieme con la totale distruzione, & abrugiamento delle vigne, e campagna dal perverso Sultano venuto per la ribellione del Principe di Salerno, nel quale saccheggiamento Gio: Antonio Sursaya ci perse il Padre, e Nicola di Luccia per scampare la vita, ammazzò un Turco,….”. Nella cronaca dei fatti accaduti, il Di Luccia (…), a p. 129 si riferisce ad un processo svoltosi in cui testimoniarono alcuni cittadini di S. Giovanni a Piro: “Benchè detta Terra sia stata più volte saccheggiata, e distrutta da Turchi, conforme depongono per scienza in detto processo attitato avanti il Consiglier Lanario Tiberio Pace al fol. 8. Nicola di Luccia al fol. 10 Vito Antonio Tito al fol. 12. Girolamo di Lianza al fol. 16 ecc…”. Il Di Luccia (…), a p. 129, spiega da dove avesse preso dette notizie e scriveva che: “,…come si cava dall’esame fatta nella causa agitata davanti al Consigliere Gio: Antonio Lanario per l’Atti di Gio: Andre di Caro nell’anno 1579, tra l’Vniversità di detto S. Giovanni & i qu. Clerico Egidio Sorrentino Archidiacono di quel tempo di Policastro, ed effetto che si fosse chiusa una rottura fatta da lui in dette muraglie  da me letta.” Il Di Luccia, riferendosi alle “muraglie” si riferisce a quelle costruite nel 1534 dai cittadini di S. Giovanni a Piro, con la porta dell’Aquila, in seguito all’incursione (scrive il Di Luccia) del corsaro Barbarossa nel 1533. Del processo del 1577 per Andrea de Caro, o parlato in un altro mio saggio su S. Giovanni a Piro. Interessante a riguardo l’incursione del turco Dragut è ciò che scriveva Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Ecco ciò che scriveva in proposito il Gaetani sulla scorta del manoscritto del Mannelli:

Gaetani, p. 29.PNG

Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”. Il Gaetani (…), sulla scorta del Mannelli (…), a p. 29, citava Tommaso Fazello (….) (il Gaetani lo chiama Fozzelli), che nel 1560 scrisse il suo ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560. Il Fazello (…), nel suo Indice dei nomi e dei luoghi, alla lettera “P”, riporta: “Policastrum a Friderico Rege eversum 520”.

Fazello, p. 520, estratto sulla distruzione di Policastro.PNG

(Fig….) Fazello Tommaso, op. cit., p…..

Dunque, il Fazello parla di Policastro nell’anno 1320 e poi, invece il Mannelli (…), aggiunge che Policastro fu ridistrutta di nuovo e saccheggiata da “Rusten Bassà”. Il Gaetani (…), a p. 29, riferendosi a ciò che Tommaso Fazello (…), scriveva di Policastro, in proposito scriveva che: “Rifatta di nuovo (dice questo medesimo Autore), che fu poi presa e saccheggiata da Rusten Bassà. Ecc..”. Nel mio studio, nella nota (128) postillavo che: (128) Laudisio N.  M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Infatti, il triste episodio della nostra storia è narrato dal vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), che nella sua ‘Synossi’ (un testo scritto e pubblicato nel 1831, a p. 78 (vedi Visconti), parlando di Policastro all’epoca dell’episcopato di Monsignor Massanella, scriveva in proposito: Nel 1533, per la terza volta, Policastro fu saccheggiata e distrutta dal pirata Ariadeno Barbarossa, e per la quarta volta nel 1552 dal musulmano Dragut pascià; infatti il 10 luglio 1552, decimo dell’edizione – era un sabato sera – una flotta musulmana di 123 navi gettò le ancore nel Golfo di Policastro, ed esattamente presso la località che è chiamata Oliveto (si riferisce alla spiaggia dell’Oliveto tra Sapri e Villammare, e qui sono chiari i riferimenti filo-borbonici del vescovo sanfedista, dello sbarco di Carlo Pisacane). Il giorno dopo, domenica, verso le ore 15, i musulmani sbarcarono più veloci delle aquile e misero a ferro e fuoco Policastro, e contemporaneamente alcuni di essi saccheggiarono e distrussero Vibonati, S. Marina, e S. Giovanni a Piro, altri Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggero, inseguendone gli abitanti sui monti e uccidendoli in luoghi deserti. (66). Quanti furono i morti e quanti i prigionieri! Quante le sciagure! Quanti raccolti furono bruciati nei campi! Il martedì successivo, 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi verso Policastro che pure distrussero, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli (67). Come Geremia, chino il volto nel cavo delle mani, pianse sulla sulla sorte di Gerusalemme, così il vescovo pianse sulla città deserta, con l’amarezza nel cuore. E andarono via, e alcuni si rifugiarono a S. Cristoforo, altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio di Civita. Si legge in un antico manoscritto che non soltanto trenta persone rimasero a Policastro. Ma dopo quella rovina nuovi villaggi incominciarono a sorgere dai paesi devastati, così che oggi le località della diocesi sono di numero uguale, anche per quanto riguarda gli abitanti, a quello delle località elencate dall’arcivescovo metropolitano di Salerno nella sua pastorale ecc…”. Il Laudisio (vedi versione del Visconti), a p. 78, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Velociores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, in ‘deserto insidiati sunt’ nobis).”. Il Laudisio (…), citava il “Thren.”, ma non so a chi si riferisse. Il Laudisio (vedi versione del Visconti), a p…., nella sua nota (67) postillava che: “(67) ‘Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio’, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Dopo l’incursione di Dragut rais del 12 luglio 1552, Roccagloriosa aveva subito ecc…”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, a p…., in proposito scriveva che: Nell’anno 1552, l’armata turca, al comando di Dragut, dopo il saccheggio di Policastro, e paesi vicini, assalì anche Camerota: ne incendiò il castello e sparse dovunque terrore e paura (7).”. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (7) postillava a riguardo che: “(7) Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, che in seguito vedremo ciò che scriveva a riguardo. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (6) postillava a riguardo che: “(6) Racioppi G., op. cit., vol. II, pag. 114.”. Il Vassalluzzo si riferisca a Giacomo Racioppi, ed al suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, che a p. 319, del vol. II, in proposito scriveva che: “Nel 10 luglio del 1552 uno stuolo di vele aombra il golfo di Policastro; scendendo i Turchi, e saccheggiarono e incendiano Policastro, Bonati, San Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa, Castel Ruggero, poi Camerota e Pisciotta, ed altri ed altri paesi sulle coste salernitane, basilicatesi e calabre. A Policastro è fama non sopravanzassero allo sperpero che una trentina di persone appena! (1).”. Il Racioppi (…), a p. 321, nella sua nota 81) postillava che: “(1) Conf. Antonini, pag. 410;  la ‘Paleocastren Dioeceseos Synopsis, etc., altrove citata.”. Dunque, il Racioppi, postillava che riguardo la notizia delle trenta persone rimaste a Policastro dopo l’incursione di Dragut, consigliava di guardare e confrontare l’Antonini p. 410 della sua Lucania, quando parla di Policastro e il Laudisio (…), che nella sua “Synopsis etc…”, citava la notizia (egli dice) tratta da un manoscritto e come ho già detto il manoscritto a cui si riferiva il Laudisio è quello del Manelli (…), ovvero la ‘Lucania Sconosciuta’ il cap. XI descritto e ripubblicato dal Gaetani (…). Policastro subì due distruzioni ad opera dei due turchi-ottomani: la prima nel 1534 e la seconda nel 1552. Infatti, nel mio studio per il PRG di Sapri, nella mia nota (128) postillavo che: (128) Laudisio N.  M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, dunque citavo che l’episodio era tratto da Matteo Camera (…), nel suo ‘Storia del Ducato di Amalfi’, a p. 114 del suo vol. II. Dunque, Mario Vassalluzzo (…), nella sua nota (7) postillava a riguardo che: “(7) Camera, Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, che però a p. 31 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Camera M., Istoria della città e costiera di Amalfi.”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 114 della Parte II. Insomma, se il Vassalluzzo si riferiva a Matteo Camera, egli non scrisse la ‘Storia del Ducato di Amalfi’ come il Vassalluzzo postillava ma scrisse altri testi dal simile titolo. Da wikipidia leggiamo che: Nel luglio del 1552 assalì la cittadella di Camerota.”. Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, in proposito scriveva che: “Policastro subì tre invasioni. La terza, la più tremenda, da parte di Dragut Rais Bassà, comandante dell’armata turca, nella domenica 11 luglio 1552. La flotta turca, sbarcata presso Scario, tra la Torre dell’Oliva e la foce del Bussento il sabato precedente con 120 galee, si accampò la notte fra le macchie del lido. Il giorno seguente le acquile affamate di preda assalirono, incendiarono e saccheggiarono non solo Policastro, ma anche S. Marina, Vibonati, S. Giovanni a Piro, Bosco, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, e Castelruggero. – Quanti uccisi! Quanti presi e menati schiavi! quanti senza tetto erranti per i monti e per le boscaglie!….La sera del giovedì 15 luglio i Turchi spiegarono le vele alla volta di Napoli. (Laudisio: Synopsis: n. XXXI, in nota “Ex Protocollo Notarii Antonii de Onofrio, pag. I, in Arch. Matr. Eccl. Oppidi Sansii, Caputaq. Dioec.”, a p. 44). I pochi abitanti scampati colla fuga dalla violenta strage, iniziarono la costruzione dei casali sulle vicine colline. Sorse così S. Cristoforo, detto nei registri parrocchiali “Casale di Policastro”; poi Ispani, detto “Foruli”. Dal 1611, cioè 59 anni dopo l’ultima distruzione di Policastro, le chiese di S. Cristoforo Ecc…”. il Cataldo (…) a p. 48 continua e parlando di Torre Orsaia e del nuovo episcopio scriveva che:  “Nel 1562, dieci anni dopo l’eccidio, Mons. Massanella poneva nel Campanile la campana grande, che ancora esiste intatta, collo stemma gentilizio, ecc…”. Il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…), di cui ha in seguito riferito Ferdinando Palazzo (…). Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a p. 39, sulla scorta del Di Luccia e del Laudisio (…), in proposito scriveva che: “Altra incursione segnalata dal Di Luccia (13) si sarebbe verificata nell’anno 1552, ad opera del Sultano Solimano II, il quale si sarebbe portato in questi luoghi per sedare una sommossa organizzata dal Principe di Salerno. Il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Maria Laudisio, nel suo trattato “PALEOCASTREN ecc…Dette notizie sono state attinte dal Laudisio  ad un potocollo del Notaio D’Onofrio Antonio (15) esistente nell’Archivio parrocchiale della vicina Sanza, nel quale, però, l’impresa viene attribuita al Corsaro turco DRAGUS RAJS. Se non vi è stata confusione di nomi, può anche presumersi che il Dragut e il Dragus ecc…”. Il Palazzo nella sua nota (12) postillava che: “(12) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Il Palazzo nella sua nota (13) postillava che: “(13) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Il Palazzo, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Laudisio, op. cit, pag. 44, ed. De Dominicis, Napoli, 1831.”. Il Palazzo, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Notaio A. D’Onofrio: Protocollo riportato nei ‘Cenni storici sulla Frazione di Scario, (III° parte del presente volume).”. Infatti, Ferdinando Palazzo (…) a p. 166, parlando di Scario, in proposito scriveva che: “2) Una prova, più sicura dell’assorbimento bonario di Scario nella Contea di Policastro si ha nel protocollo del Notaio Signor Antonio D’Onofrio, esistente nell’Archivio Parrocchiale di Sanza (Salerno) nel quale si legge fra l’altro: “Il 10 luglio – giorno di Sabato – del 1552, DRACUS RAJS fermossi nel Golfo di Policastro, e precisamente nel porto della marina dell’Oliva con 123 vele, il giorno seguente scese a terra bruciò la detta Marina, in uno con tutti i paesi vicini, spingendoli fino a Pisciotta, ed il giorno seguente ripartì con molti prigionieri veleggiando verso Napoli. Dopo questa distruzione il porto dell’Oliva non fu più riedificato, poichè quegli abitanti tassati in quel tempo per 200 fuochi, furono completamente o morti o fatti schiavi, ‘tanto che il territorio divenne, poi, di proprietà dei Conti Carafa di Policastro, che, poi, gli fu riconosciuta e confermata alla fine del secolo decimo ottavo dal Duca di Rivoli e Principe Esling, quando, al comando delle truppe francesi, guerreggiò in questi luoghi”. Pertanto, poichè il Conte di Policastro divenne detentore legittimo di “Marina dell’Oliva” solamente dopo l’incursione del Corsaro Dragus Rais, (a. 1552) è chiaro che detto territorio non era stato in precedenza regolarmente annesso a quello della Contea, per cui bisogna ritenere che le fortificazioni di detta Marina, eseguite dal NORMANNO e da suo figlio Simone, nell’anno 1066, dovettero essere ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “Subì, a più riprese, assedi e distruzioni da parte di barbareschi, nonostante le torri costiere di Capitello e di Villammare, dell’Olivo e del Garagliano a Scario, dello Zancale a Marina di Camerota, oltre alle torri di Molpa e di Palinuro (88). Fu saccheggiata nel 1532 e nel 1544. L’11 luglio del 1552 la distruzione ad opera di Dragut Raìs Bassà fù pressocchè totale, tanto che gli abitanti si ridussero ad appena 30 uomini (89). La ripresa avvenne dal 1562, come dovrebbero attestare una iscrizione e la data incise sul capannone della chiesa (90). Gli stessi vescovi, per quasi tre secoli ad iniziare dal 1300, scelsero come dimora Torre Orsaia (91), più sicura contro le incursioni e la malaria.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(88) M. Vasalluzzo, Castelli torri e borghi nel Cilento, op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (89), postillava che: “(89) N.M. Laudisio, ‘Paleocastren Dioceseos ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(90) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Ciò rivela una iscrizione sotto l’arco del campanile di Torre Orsaia.”. Un altro autore ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro ed è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 13, nel capitolo “Saccheggio e incendio di Camerota”, in proposito scriveva che: “Si era intanto detto D. Placido appena messo in possesso del feudo, quando, nel luglio 1552, un’immane sciagura funestò Camerota. Forze sbarcate da una potente armata turca, comandata da Dragut, dopo di aver saccheggiato Policastro e paesi vicini, assalirono, incendiando la torre e il castello, uccidendo persone e traendo gran numero di prigionieri. Del funestissimo avvenimento ci sono pervenute scarse notizie, restano però le testimonianze di tre persone, quella del notaio Antonio de Onofrio da Sanza per Policastro, del notaio Giovanni Greco per Camerota, e del sacerdote D. Tommaso de Leone per Camerota. Ed ecco le testimonianze dei due notai, così, come si rinvengono pubblicate da Graziano Severino di Camerota, e che le trovò annotate in alcuni protocolli. Il Greco riferisce: “Die martii quinta mensis julii, ecc…”. Il Pasanisi (…), continua il suo racconto a p. 14 e 15 ed aggiunge, riguardo il suddetto de Onofrio: Anno 1533 ecc…e anno 1552 ecc….(35).”. Il Pasanisi (…), a p. 14, nella sua nota (35) riguardo la testimonianza del Notaio de Onofrio, in proposito postillava che: “(35) Dalla monografia di GRAZIANO SEVERINO su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Prinicipato Citeriore, vol. V, pag. 36.”. Sempre il Pasanisi (…), a p. 14, continuando il suo racconto su Camerota scrive che: Molti anni più tardi il suddetto sacerdote Leone richiesto, in un processo, per una tentata riduzione al demanio della Terra di Camerota, fece la seguente dichiarazione: “Io don Tommaso de Leone, ecc..eccc., Napoli, li 20 di aprile 1594″ (36). I turchi così si presentarono nel Golfo di Policastro e propriamente nel luogo detto Oliva (odierna Scario) il 9 luglio 1552, di sabato. Il giorno successivo sbarcarono a Policastro, S. Marina, S. Giovanni a Piro, Bosco, Torre Orsaia e Roccagloriosa che misero a sacco. La popolazione fu raggiunta sui monti, e di quella che non potette avere scampo nella fuga, parte fu uccisa e parte catturata. Il marted’ successivo raggiunsero Camerota, già evacuata. Il castello fu messo a sacco, ed insieme la torre, incendiato. Commovente è il racconto del notaio Greco. Associa il ricordo della fuga sui monti, a quello del figlioletto Antonio, natogli pochi giorni prima dalla moglie Dianora. Meno fortunata fu invece la famiglia del sacerdote Leone, la madre e la sorella furono catturate e di esse non si ebbe più notizia. La cifra ufficiale dei mancanti (uccisi o prigionieri) fu, secondo una dichiarazione della Regia Camera, di fuochi 90 (l’unità demografica era costituita dalla famiglia, non dall’individuo). Di questi 90 fuochi, 40 appartenevano a Camerota, 20 a Licusati,  e 30 a Lentiscosa (37) ecc….(38). Ecc…(40).”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Dal già Proc. R. Camera della Sommaria – Pandette, ant. n. 1550, vol. 163.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.S.N. Partium della Sommaria, vol. 278, fol. 129 t e vol. 389, foll. 9 e 85.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (38) postillava che: “(38) I dati relativi al numero dei fuochi di Camerota e dei due casali sono stati  desunti dal su cit. ‘Dizionario’ del Giustiniani.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Id. Voll. ‘Partium’ su citati.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dal già ‘Processo della R. Camera della Sommaria, n. 550 su cit..”. Onofrio Pasanisi (…) nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 12, parlando della Torre di Layola costruita lungo il litorale di Camerota, in proposito scriveva che: “Un marinaio, tale Vincenzo Gambardella riferì, nel 1532, che, sorpreso dai turchi, trovò scampo, con molta gente in detta torre. Lo stesso ebbe a dire il magnifico Mario Galeota, anche di Napoli (31). Presa di mira dai turchi, venne incendiata, una prima volta, nel 1544 dall’armata del Barbarossa, di ritorno dalla distruzione di Policastro, ed una seconda volta, nel 1552, da quella non meno potente di rais Dragut, di ritorno, anche questa, da Policastro. Rifatta, da Don Placido ecc…”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) A.S.N. ‘Proc. R. Camera, n. 6514 già cit.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, in proposito scriveva pure: “Roccagloriosa versava in condizioni miserrime. Aveva subito, l’anno innanzi, con Policastro (2) ‘maximum incendium et riunam’, con la perdita, per Roccagloriosa, di oltre cento cittadini fra uccisi e fatti schiavi.”. Il Pasanisi (…), a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La storia di Policastro e quella dei suoi casali e terre convicine è storia dei saccheggi, incendi, di rovine. A 10 luglio 1552, di domenica (la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), quella di Dragut rais succeduto al Barbarossa nella corsa dei nostri mari. Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”. Sempre il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a pp. 275-276, parlando di una relazione spedita alla Real Camera della Sommaria (un processo) in nota (1): “(1) E’ il processo di Camera in risposta al de Leyna, n. 5603, vol. 491 p.a., completato dai proc. – anch di R. Camera. – n. 1511, vol. 160 sudetto e n. 3749, ol. 315 p.a. Per il memoriale presentato dal de Leyna v. anche ‘Comune Somm. vol. 117, fol. 113.”, egli scriveva che: “, e dal quale attingiamo principalmente le notizie (1).”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Roccagloriosa a p. 278, in proposito scriveva pure: Era stata perciò esentata dal vicerè dai pagamenti fiscali per tre anni. Ed aveva, ciò non ostante, contribuito alla costruzione della torre “in loco quo operat offendi” nella marina cioè di Policastro. Anche Camerota aveva subito il saccheggio. (1). La torre della marina era stata presa ed arsa. Il signore del luogo, don Plancio de Sangro, l’aveva rifatta e riarmata a proprie spese (2) nè avevano contribuito alla prima costruzione ecc..ecc…”. Il Pasanisi a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di ritorno da Policastro l’armata di Dragut rais saccheggiò, il 12 luglio 1552 Camerota ed i suoi casali di Lentiscosa e Licusati ecc…ecc..”. Il Pasanisi sempre nella sua nota (1) riferendosi a Camerota postillava che: “Proc. R. Camera Somm., n. 1550, vol. 136 p.a. fol. 56.”. Poi a p. 278, nella sua nota (2) postillava che:  “Venne preso ed incendiato anche il Castello che fu riedificato poco dopo da don Placido de Sangro. Proc. R. Camera Sommaria, n. 1550 cit., fol. 55.”. Un altra interessante notizia intorno a Policastro dopo l’incursione di Dragut, il Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: “Ancora, al 10 luglio 1552, per la terza volta e ad opera di Dragut rais, succeduto al Barbarossa nella corsa dei mari, furono incendiate e finite di distruggere Policastro, Bosco, S. Giovanni a Piro, S. Marina, Torre Orsaia e Roccagloriosa che ebbe cento cittadini fra uccisi e catturati; e, due giorni dopo, il 12 luglio, incendiate e poste a sacco Camerota, Licusati, Lentiscosa con trecento prigionieri, secondo attestò il notaio Greco di quelle terre in un suo protocollo. Nel 1552, ad esempio, fu inviato a Policastro il Commissario Flavio del Riccio con l’ordine categorico di procedere ad informazioni sul numero preciso degli uccisi e degli scomparsi.”.

Nel 1552, Dragut distrugge il monastero di S. Francesco d’Assisi a Policastro

Nel corso di quest’ultima invasione fu distrutto il Convento di S. Francesco del XII sec., i cui ruderi sono tuttora visibili ad oriente dell’abitato.

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(Fig…..) Convento di S. Francesco d’Assisi a Policastro Bussentino – XII secolo

Nel 1973, Pasquale Natella e Paolo Peduto, nel loro ‘Pixous – Policastro’, a pp. 515-516, riguardo quel periodo in proposito così scrivevano: “In ordine a tali eventi, e quando già il porto nel pieno del XVI secolo cominciava a perdere d’importanza per il Regno, anche a causa della non rinnovata presenza di mercanti genovesi in città, Policastro dovette sopportare le due ultime distruzioni, che la resero, come molte altre città costiere del Tirreno, rimpicciolita demograficamente ed economicamente: la prima ad opera di Khair-ed-Din, il Barbarossa, nel 1543; la seconda, da parte di Dragut Pascià nel 1552. Quest’ultima fu la più disastrosa perchè i turchi bruciarono tutte le case, con gli arredi, e gli archivi urbani (come quello del Convento di S. Francesco). Uno storico ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: ‘…..quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantum in fretres et conventum, verum etiam in sacras imagines, sacrasque suppellectiles, fuit una cum illis in ingente rogum coniecta’ (82).” che, tradotto è: “che (Policastro) turca sta infuriando l’enormità della seconda combustione, non solo sui Fratelli e sull’assemblea ma anche nelle immagini sacre, mobili sacri sono stati gettati insieme a loro in un enorme”. I due studiosi a p. 516, nella nota (82) postillavano che: “(82) p. Padre Raffele Da Paterno, De alma Principatus Provincia….idest descriptio almae Provinciae Principatus fratrum minorum, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Si noti ecc..”. Si tratta del testo di padre Raffaele Da Paterno (…), ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia’, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44.

Nel 12 luglio 1552, l’incursione di Dragut a Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Dopo l’incursione di Dragut rais del 12 luglio 1552, Roccagloriosa aveva subito ecc…”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, in proposito scriveva pure: “Roccagloriosa versava in condizioni miserrime. Aveva subito, l’anno innanzi, con Policastro (2) ‘maximum incendium et riunam’, con la perdita, per Roccagloriosa, di oltre cento cittadini fra uccisi e fatti schiavi.”. Il Pasanisi (…), a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La storia di Policastro e quella dei suoi casali e terre convicine è storia dei saccheggi, incendi, di rovine. A 10 luglio 1552, di domenica (la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), quella di Dragut rais succeduto al Barbarossa nella corsa dei nostri mari.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Roccagloriosa a p. 278, in proposito scriveva pure: Era stata perciò esentata dal vicerè dai pagamenti fiscali per tre anni. Ed aveva, ciò non ostante, contribuito alla costruzione della torre “in loco quo operat offendi” nella marina cioè di Policastro.”.

Nel 13 luglio 1552, l’incursione di Dragut-Pascià a Camerota, Lentiscosa e Licusati

Il triste episodio della nostra storia dell’incursione di Dragut Pascià è narrato dal vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), che nella sua ‘Synossi’ (un testo scritto e pubblicato nel 1831, a p. 78 (vedi Visconti), parlando di Policastro all’epoca dell’episcopato di Monsignor Massanella, scriveva in proposito: “…..Il martedì successivo, 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi verso Policastro che pure distrussero, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli (67).”. Il Laudisio (vedi versione del Visconti), a p. 78, nella sua nota (67) postillava che: “(67) ‘Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio’, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (6) postillava a riguardo che: “(6) Racioppi G., op. cit., vol. II, pag. 114.”. Il Vassalluzzo si riferisca a Giacomo Racioppi, ed al suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, che a p. 319, del vol. II, in proposito scriveva che: “….poi Camerota e Pisciotta, ed altri ed altri paesi sulle coste salernitane, basilicatesi e calabre. A Policastro è fama non sopravanzassero allo sperpero che una trentina di persone appena! (1).”. Il Racioppi (…), a p. 321, nella sua nota 81) postillava che: “(1) Conf. Antonini, pag. 410;  la ‘Paleocastren Dioeceseos Synopsis, etc., altrove citata.”. Da wikipidia leggiamo che: Nel luglio del 1552 assalì la cittadella di Camerota.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “Subì, a più riprese, assedi e distruzioni da parte di barbareschi, nonostante le torri costiere di Capitello e di Villammare, dell’Olivo e del Garagliano a Scario, dello Zancale a Marina di Camerota, oltre alle torri di Molpa e di Palinuro (88). Ecc..”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(88) M. Vasalluzzo, Castelli torri e borghi nel Cilento, op. cit.”. Un altro autore ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro ed è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 13, nel capitolo “Saccheggio e incendio di Camerota”, in proposito scriveva che: “Si era intanto detto D. Placido appena messo in possesso del feudo, quando, nel luglio 1552, un’immane sciagura funestò Camerota. Forze sbarcate da una potente armata turca, comandata da Dragut, dopo di aver saccheggiato Policastro e paesi vicini, assalirono, incendiando la torre e il castello, uccidendo persone e traendo gran numero di prigionieri. Del funestissimo avvenimento ci sono pervenute scarse notizie, restano però le testimonianze di tre persone, quella del notaio Antonio de Onofrio da Sanza per Policastro, del notaio Giovanni Greco per Camerota, e del sacerdote D. Tommaso de Leone per Camerota. Ed ecco le testimonianze dei due notai, così, come si rinvengono pubblicate da Graziano Severino di Camerota, e che le trovò annotate in alcuni protocolli. Il Greco riferisce: “Die martii quinta mensis julii, ecc…”. Il Pasanisi (…), continua il suo racconto a p. 14 e 15 ed aggiunge, riguardo il suddetto de Onofrio: Anno 1533 ecc…e anno 1552 ecc….(35).”. Il Pasanisi (…), a p. 14, nella sua nota (35) riguardo la testimonianza del Notaio de Onofrio, in proposito postillava che: “(35) Dalla monografia di GRAZIANO SEVERINO su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Prinicipato Citeriore, vol. V, pag. 36.”. Riguardo il Severino (…), citato dal Pasanisi (…), troviamo che nel …..pubblicò una monografia su Camerota, intitolata: “Camerota e suo Circondario etc…”, che poi in seguito fu pubblicata dal Cirelli nel suo vol. V sul Principato Citeriore. Sempre il Pasanisi (…), a p. 14, continuando il suo racconto su Camerota scrive che: “….Il martedì successivo raggiunsero Camerota, già evacuata. Il castello fu messo a sacco, ed insieme la torre, incendiato. Commovente è il racconto del notaio Greco. Associa il ricordo della fuga sui monti, a quello del figlioletto Antonio, natogli pochi giorni prima dalla moglie Dianora. Meno fortunata fu invece la famiglia del sacerdote Leone, la madre e la sorella furono catturate e di esse non si ebbe più notizia. La cifra ufficiale dei mancanti (uccisi o prigionieri) fu, secondo una dichiarazione della Regia Camera, di fuochi 90 (l’unità demografica era costituita dalla famiglia, non dall’individuo). Di questi 90 fuochi, 40 appartenevano a Camerota, 20 a Licusati,  e 30 a Lentiscosa (37) ecc….(38). Ecc…(40).”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Dal già Proc. R. Camera della Sommaria – Pandette, ant. n. 1550, vol. 163.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.S.N. Partium della Sommaria, vol. 278, fol. 129 t e vol. 389, foll. 9 e 85.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (38) postillava che: “(38) I dati relativi al numero dei fuochi di Camerota e dei due casali sono stati  desunti dal su cit. ‘Dizionario’ del Giustiniani.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Id. Voll. ‘Partium’ su citati.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dal già ‘Processo della R. Camera della Sommaria, n. 550 su cit..”. Onofrio Pasanisi (…) nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 12, parlando della Torre di Layola costruita lungo il litorale di Camerota, in proposito scriveva che: “Un marinaio, tale Vincenzo Gambardella riferì, nel 1532, che, sorpreso dai turchi, trovò scampo, con molta gente in detta torre. Lo stesso ebbe a dire il magnifico Mario Galeota, anche di Napoli (31). Presa di mira dai turchi, venne incendiata, una prima volta, nel 1544 dall’armata del Barbarossa, di ritorno dalla distruzione di Policastro, ed una seconda volta, nel 1552, da quella non meno potente di rais Dragut, di ritorno, anche questa, da Policastro. Rifatta, da Don Placido ecc…”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) A.S.N. ‘Proc. R. Camera, n. 6514 già cit.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Roccagloriosa a p. 278, in proposito scriveva pure: Era stata perciò esentata dal vicerè dai pagamenti fiscali per tre anni. Ed aveva, ciò non ostante, contribuito alla costruzione della torre “in loco quo operat offendi” nella marina cioè di Policastro. Anche Camerota aveva subito il saccheggio. (1). La torre della marina era stata presa ed arsa. Il signore del luogo, don Plancio de Sangro, l’aveva rifatta e riarmata a proprie spese (2) nè avevano contribuito alla prima costruzione ecc..ecc…”. Il Pasanisi a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di ritorno da Policastro l’armata di Dragut rais saccheggiò, il 12 luglio 1552 Camerota ed i suoi casali di Lentiscosa e Licusati ecc…ecc..”. Il Pasanisi sempre nella sua nota (1) riferendosi a Camerota postillava che: “Proc. R. Camera Somm., n. 1550, vol. 136 p.a. fol. 56.”. Poi a p. 278, nella sua nota (2) postillava che:  “Venne preso ed incendiato anche il Castello che fu riedificato poco dopo da don Placido de Sangro. Proc. R. Camera Sommaria, n. 1550 cit., fol. 55.”. Un altra interessante notizia intorno a Policastro dopo l’incursione di Dragut, il Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: ….e, due giorni dopo, il 12 luglio, incendiate e poste a sacco Camerota, Licusati, Lentiscosa con trecento prigionieri, secondo attestò il notaio Greco di quelle terre in un suo protocollo.”. Angelo Guzzo (…) nel suo ‘Il Golfo di Policastro etc…‘, a pp. 182-183, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Ma la maggior rovina per questa ridente plaga costiera fu quella operata dai pirati barbareschi e musulmani di Khair Ed – Din (Ariadeno) Barbarossa nel 1534 e dai corsari turchi di Dragut-Rais-Bassà nel 1552 (21). Le case furono saccheggiate ed incendiate, gli abitanti parte uccisi e parte condotti schiavi. I pochi superstriti ripararono sulle colline, sui monti e nei paesi circonvicini, dove trovarono fraterna accoglienza in attesa di un ritorno in tempi di pace. La marina di Sapri divenne, così, completamente deserta ed i suoi abitanti, dediti un tempo alla pesca, furono costretti ad esercitare i mestieri più svariati ed i più umili servizi artigianali. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare” (22).”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (21) postillava che: “(21) G. Volpe – ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento – Salerno – 1881 – pag. 118.”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (22) postillava che: “(22) A. Sinno – Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo – Salerno – 1954 – Parte II – Pag. 130.”. Dunque il Guzzo (…) accostava la notizia tratta dal Sinno (…) che 400 sapresi giravano per il Regno di Napoli accomodando caldare, l’accostava alle incursioni barbaresche del ‘500 e soprattutto a quella del 1552 di Dragut. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), (da cui il Guzzo aveva tratto l’interessante notizia del Sinno), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie). Dunque, mi sembra chiaro che il Vassalluzzo (…), non si riferisse alle incursioni del ‘500 ma si riferisse all’anno 1809 e scrivesse chiaramente che la notizia del Sinno (…) era riferita al 1809 e non al 1552 come il Guzzo voleva che fosse. Riguardo poi le notizie citate dal Vassalluzzo e del Guzzo riguardo le incursioni del ‘500, tratte dal Volpe (…), direi che la notizia del Sinno non centri proprio nulla. Il Vassalluzzo (…), infatti, nella sua nota (4) a p. 200 postillava che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto ecc..ecc…”. Posseggo il testo del Sinno (…), ma a p. 130 non ho trovano nulla della citazione del Vassalluzzo (…). Nel Sinno (…), si parla di Sapri a pp. 130 e 131, dove egli scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè della malaria e per di più il pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, che raggiunsero in passato i paesi vicini montani, dove trovarono fraterno accoglimento, ecc…”, ma come si può leggere non dice nulla circa i suoi abitanti nel 1811. Il Guzzo (…), sulla scorta del Vassalluzzo (…) a p. 183, nella sua nota (21) postillava che: “(21) G. Volpe – ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento – Salerno – 1881 – pag. 118.”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Volpe, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, pubblicato nel 1881, dopo la pubblicazione del Laudisio che è del 1831, a p. 118 parlava delle incursioni barbaresche del ‘500 e riportava le stesse notizi. Postillava pure, nella sua nota (24) del Mannelli, dell’ex protocollo Notaio de Onofrio e del Porfirio (…). Il Porfirio (…) nel suo ‘Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848, a p. 539 così scriveva:

Porfirio, p. 539 (in D'Avino).PNG

Nel 13 luglio 1552, l’incursione al castello della Molpa

Francesco Volpe (…), nel suo ‘Il Cilento nel secolo XVII’, pubblicato nel 1981, a p. 98, in proposito scriveva che: “Doppiato il capo Palinuro, in prossimità della foce del Mingardo, su uno sperone di roccia, si trovava il castello della Molpa, peraltro già disabitato nel Cinquecento, per aver subito nel secolo precedente la sorte che abbiamo visto toccare a Castellammare della Bruca. Difatti, durante un’incursione di mori, il castello era stato sottoposto ad un saccheggio spaventoso, per cui buona parte degli abitantierano finiti schiavi mentre pochi superstiti si erano ritirati a vivere in “pagliare” in località San Serio, da dove nel 1484 i sei fuochi lì costituitisi avevano fatto pervenire istanza al re per essere esentati dal pagamento dei fiscali, a causa della loro estrema povertà (32). Scomparso il castello della Molpa, tra capo Palinuro e punta degli Infreschi troviamo tra Cinque e Seicento scarsi segni di vita: “una taverna con sette membri superiori e inferiori, di proprietà del marchese, nonchè un trappeto con un magazzino per riporvi le botti di olio” e una chiesetta dedicata a san Nicola, forse primo richiamo che attirò gli abitatori delle colline sul litorale della marina di Camerota (33). Dei paesi litoranei dell’ampio golfo di Policastro già abbiamo descritto la disastrosa incursione che subirono nel 1552 e del loro prograssivo spopolamento è testimone prprio l’andamento dei censimenti di Policastro: 164 fuochi nel 1552 e poi calo inesorabile per tuto il secolo fino a soli 5 fuochi del 1595. Irrilevante l’incremento del secolo successivo (16 fuochi) nel 1648, 10 nel 1669).”. Il Volpe, a p. 98, nella sua nota (32) postillava che: “(32) A. Silvestri, op. cit., p. XII.”. Il Volpe, a p. 98, nella sua nota (33) postillava che: “(33) O. Pasanisi, Camerota e i suoi casalei, Napoli, 1964, p. 49”.

Nel 26 novembre 1557 o 1577 (?), la quarta incursione corsara che distruge Forlì (Ispani)

Sempre il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”. Un altra interessante notizia intorno a Policastro dopo l’incursione di Dragut, il Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: Nella distrutta Policastro, tornarono ancora nel 1577 incendiarono il casale di Ispani.”.

Nel 15…, Policastro fu distrutta dai Turchi che guerreggiavano con i Francesi contro Carlo V

Da wikipidia leggiamo che: “La reazione non si fa attendere. Nel 1535, Carlo V arma una flotta di 82 galee e 200 vascelli galee e la affida a Andrea Doria che riconquista Tunisi, ottenendo, dopo un saccheggio di due giorni, 10.000 schiavi. Barbarossa però, avendo previdentemente lasciato una piccola flotta a Bona, la raggiunge e, mentre l’Europa lo crede morto, e si celebrano ovunque festeggiamenti, si dirige verso le Baleari dove attracca a Minorca, conquistandola con l’inganno. Mette a ferro e fuoco il porto e poi assale Mahon e la mette a sacco. La rocca si arrende ma sono uccisi 400 abitanti ed oltre 2.000 sono condotti in schiavitù dall’isola di Minorca.”. Era forse riferita a questa notizia storica il manoscritto di Luca Mannelli quando la cita parlando di Policastro nel suo cap. XI. Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, a p. 29, riferendosi a ciò che Tommaso Fazello (…), scriveva di Policastro, in proposito scriveva che: “Nè gli giovò fusse ripopolata, mentre nel passato secolo venuta poderosa armata di Turchi à danni di questo Regno a richiesta di Francesco Re di Francia che guerreggiava con Carlo V, fu miserabilmente predata e diroccata, e di questi due ultimi avvenimenti notò il P. Ughelli ‘Bis sub Carrafis a Turcarum classe capta, ac pene solo aequata est (1). Dopo questa ultima caduta dopo più non risorse, non havendo attentato riedificarla nè quei cittadini che dalle spade turche scapparono nè altri forestieri qualunque sito opportuno ai traffici nè gli allettasse, perchè non vollero esporsi a si manifesto pericolo di restar ogni giorno bersaglio dè nemici di nostra fede.”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “Dinde Ferdinado Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Dominus fuit, qui una cum vita Maiestatis reus factus, dominatum amisit: tandem ex Regio dono Ferdinandi II Regis Comes Policastrensi dictus est Ioannes Carrafa de Spina vir clarissimus, & Regni benemeritus, euius posteri hactenus Comitatum possidèt; bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ac penè solo aequata est. Civitas illa paucas habet domos, & ab celi inclementiam intra diruta moenia anime fidelium vix triginta numerantur.”. In questo passo l’Ughelli racconta che a seguito dell’incursione Turca, a Policastro rimasero poche case e circa trenta persone.

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(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, col. 758 – Diocesi di Policastro

Nel 1562, la ripresa e la costruzione di alcuni centri

Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, a p. 29, riferendosi a ciò che Tommaso Fazello (…), ovvero in seguito ad un’altra distruzione subita da Policastro a causa dei Turchi che per il re di Francia Francesco guerreggiavano contro l’Imperatore di Spagna Carlo V, in proposito scriveva che: Dopo questa ultima caduta dopo più non risorse, non havendo attentato riedificarla nè quei cittadini che dalle spade turche scapparono nè altri forestieri qualunque sito opportuno ai traffici nè gli allettasse, perchè non vollero esporsi a si manifesto pericolo di restar ogni giorno bersaglio dè nemici di nostra fede.”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “…..bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ac penè solo aequata est. Civitas illa paucas habet domos, & ab celi inclementiam intra diruta moenia anime fidelium vix triginta numerantur.”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: La ripresa avvenne dal 1562, come dovrebbero attestare una iscrizione e la data incise sul capannone della chiesa (90). Gli stessi vescovi, per quasi tre secoli ad iniziare dal 1300, scelsero come dimora Torre Orsaia (91), più sicura contro le incursioni e la malaria.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(90) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Ciò rivela una iscrizione sotto l’arco del campanile di Torre Orsaia.”.

Nel 31 maggio 1563, i turchi sbarcarono a S. Marco di Agropoli

Un altra interessante notizia intorno a Policastro dopo l’incursione di Dragut, il Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: Nel maggio del 1563 i turchi sbarcarono a S. Marco di Agropoli ecc..”. Francesco Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII,a p. 89, parlando di Agropoli, in proposito nella sua nota (11) postillava che: “Anche i paesi del Cilento “storico” venivano in tale periodo devastati in modo del tutto simile alla zona di Policastro. Secondo la descrizione di Francesco Antonio Ventimiglia, particolarmente funesto per i cilentani fu l’anno 1563. Il 31 maggio di quell’anno duecento turchi, guidati da un rinnegato, assalirono Torchiara e, ecc..ecc… (cfr. F. A. Ventimiglia, Il Cilento illustrato, libro V, cap. II, ms. inedito conservato presso l’Archivio della Famiglia Vatolla).”. Riguardo il manoscritto del Ventimiglia (…), “Il Cilento illustrato”, ha scritto il Francesco Volpe (…), vedi: “Cilento Illustrato” di Francesco Antonio Ventimiglia, a cura di Francesco Volpe, edizioni ESI, Napoli, 2003, dove il Volpe, nella sua introduzione scrive che: “Nella storia dei Ventimiglia di Vatolla ecc… nuovo impulso all’arricchimento della biblioteca di famiglia che sarebbe stato il vanto delle generazioni successive e che oggi costituisce il fiore all’occhiello della Biblioteca dell’Università di Salerno. Come primo frutto dei suoi studi Francesco Antonio nel 1788 mandò alle stampe presso l’editore napoletano Gaetano Raimondi il libro ‘Delle memorie del Principato di Salerno. Parte prima dell’anno 840 fino al 1127’, ecc..ecc..”. Infatti, il Ventimiglia (…, vedi versione di Volpe) a p. 153, nel suo Cap. II: “Storia di alcuni rimarchevoli avvenimenti accaduti nel Cilento in questi tempi che un altro libro contiene”, in proposito scriveva che: “Il 31 maggio 1563 duecento turchi guidati da u rinnegato assalirono Torchiara. Ecc..ecc..Tornarono con maggiore impeto nello stesso anno 1563. Il “Rais Dragutte” con 28 galee fece calare ad Agropoli 2.000 uomini, che fecero grande scempio. Ecc…ecc..Il 29 giugno 1629 i turchi attaccarono Agropoli. (Si tralasciano i particolari che sono stati già riportati dal Maziotti nell’op. cit. (p. 33) ecc..ecc..”.

Le Torri marittime costiere costruite durante il Viceregno Spagnolo lungo il litorale del Golfo di Policastro ed oltre

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(Fig….) Pasanisi Onofrio, op. cit., stà in Rassegna Storica Salernitana, 1997, fasc. 27

La mappa di Piri Re’is

Il cinquecento fu Mediterraneo il secolo della riscossa turca. Insediatisi sul Bosforo, era per i turchi logico e naturale riprendere il vecchio sogno pan-europeo di conquista delle terre italiane e mettere così piede sulla terraferma ai piedi dell’Europa e del mondo oc- cidentale. Non sto quì a raccontare le vicende storiche che caratterizzano quel periodo fino alla famosa battaglia di Lepanto nel 1571. Spentesi le mire espansionistiche dei mu- sulmani in occidente a causa anche delle lotte interne per la successione di Maometto II, le truppe ottomane si ritirarono dal Salento.  Nel corso del XVI secolo, intorno ai primi del cinquecento, sono state redatte alcune carte geografiche da alcuni cartografi ottoma- ni. Si tratta di alcune carte navali di estrema importanza per i toponimi (nomi dei luo- ghi), in questo caso di porti conosciuti all’epoca. La seconda carta geografica è quella che conosciamo come la ‘mappa di Piri Re’is’ è un documento cartografico realizzato dall’am- miraglio turco Piri Reìs nel 1513. La mappa pergamenacea è conservata nella Biblioteca del Palazzo Topkapi di Istambul, dove fu rinvenuta nel 1929 durante i lavori di rifaci- mento per trasformarlo in museo: è una parte di un documento più ampio, di cui rap- presenta circa un terzo (o forse la metà) dell’estensione originaria. Essa reca la scritta: “Composta dall’umile Pīr figlio di Hajji Mehmet, noto come nipote per parte di padre di Ke- māl Reʾīs – possa Dio perdonarli -, nella città di Gallipoli, nel mese del sacro Muharram, nell’anno 919 [dell’Egira, corrispondente al marzo-aprile 1513.”, chiaro riferimento a Cristoforo Colombo. La mappa venne probabilmente realizzata da Piri Re’ìs per essere offerta al Sultano ottomano Solimano il Magnifico nel 1517. Probabilmente, subì alcuni ritocchi minori, successivi al 1519. Essa fu redatta sulla scorta di diverse informazioni, ricavate da carte nautiche e da mappamondi precedenti, rendendo il tutto coerente. Ol- tre a quattro portolani portoghesi, Pīrī Reʾīs si avvalse anche della cosiddetta “mappa di Colombo” (usata da Colombo come attesta lo stesso Piri Re’is nella scritta autografa sulla sua Mappa), che era stata razziata dopo la cattura di sette navi spagnole al largo di Va- lencia. Dopo la scoperta, le numerose note sulla mappa vennero tradotte nel 1935 – per esplicita volontà di Ataturk – da Bay Hasan Fehmi e Yusuf Akcura, per conto della “Socie- tà storica turca” (Turk tarihi kurumu). I due curatori allegarono l’integrale trascrizione delle legende della Carta di Piri Re’is (Piri Reis Haritasi), presenti in margine all’originale, in lingua turca moderna, tedesco, francese, inglese e italiano. La Carta è stata nuova- mente riprodotta nel 1966, anche in seguito all’approfondito studio di Ayşe Afetinan che, nel 1954, parlò dell’opera nel lavoro The oldest map of America.

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(Fig….) la mappa di Piri Re’is, del 1521 (…).

Nel 1525-26, le mappe del Kitab-i Bahriye di Piri Re’is

L’ammiraglio turco Piri-Re’is, nel 1525-26, scrisse il libro noto con il nome di Kitab-i Bah- riye (Libro della marina) (Fig….). Una versione più ricca, composta nel 1525-26, realiz- zato con l’utilizzo di abili amanuensi e miniatori, fu preparata dallo stesso Piri Reis ap- positamente per il sultano Solimano il Magnifico (Fig….).

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(Fig….) Il Kitab-i Bahriye ( it. Libro della marina) è un portolano del Mediterraneo

Si conoscono ventidue di copie della prima versione e una decina della seconda, conservate in biblioteche di tutto il mondo. Recentemente, lo studioso Vito Salierno (…) ha pubblicato alcune carte annesse al  Kitab-i Bahriye dell’ammiraglio turco Piri Reis. Nella prima e seconda stesura, sono stati tramandati una trentina di esemplari di questo libro, conservati nelle biblioteche europee e turche. De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin (1), nel commento alle tavole, pubblicano due dei 224 fogli in pergamena annessi al  Kitab-i Bahriyye, fogli in pergamena manoscritte miniati, conservati alla Biblioteca Nazionale di Parigi (1). I due studiosi francesi, nel loro commento alle tavole (1), scrivo- no in proposito: ”questi documenti miniati, provengono dal libro di istruzioni nautiche che l’ammiraglio turco Piri Re’is dedicò al suo sovrano Solimano II detto il Magnifico, nell’an- no 1526. Noto con il nome di Kitab-i-bahriye, questo libro del mare, che contiene al tempo stesso una documentazione scritta ed un’altra figurata, è un documento fondamentale nella storia della cartografia nautica mediterranea. Prima di questo libro, malgrado l’esistenza dei manuali nautici occidentali come il Compasso da navigare,….,nessun documento marittimo descriveva l’insieme delle coste, dei porti e delle isole del mediterraneo con tanti detta- gli. Per il suo studio, Vito Salierno, ha utilizzato il manoscritto Marsili 3609, posseduto dalla Biblioteca Universitaria di Bologna che, nei disegni a colori di 425 x 250 mm su complessive 206 carte, dedica ben 33 carte all’Italia ed ai suoi porti, riportando decine di toponimi e scritte interessantissime in turco ottomano. Le 33 carte dell’Italia annesse ai due codici miniati conservati nella Biblioteca Universitaria di Bologna, il Marsili 3609 (utilizzata da Vito Salierno) ed il Marsili 3612, dovrebbero essere ulteriormente indagati, ma soprattutto bisognerebbe leggere meglio il testo scritto originale in arabo e tradotto poi in latino dall’arabo. Di queste 33 carte, noi pubblichiamo l’immagine della carta che riproduce La Penisola sorrentina ed il Golfo di Napoli (Fig. 4). Dice il Salierno (1) che in questa carta (Fig. 4) e nel testo scritto in arabo, il cartografo del sultano, scrive: lungo la costa verso Est, i borghi di Palinuro (Palmura) e Policastro (Polo Castri) tra i Capi Licosa (Liqoze), Palinuro e Punta degli Infreschi (?) (Firasta).” (1).

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(Fig….) Le coste della Campania e della Calabria nel Kitab-i Bahriyye dell’ammiraglio turco Piri Reis (1).

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(Fig….) le coste della Calabria nel Kitab-i Bahriyye dell’ammiraglio turco Piri Re’is

Nel 1559, la costruzione delle Torri maritime cavallare di avvistamento lungo le coste

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Verso la fine del ‘500, a causa delle frequenti scorrerie dei saraceni, che infestavano queste coste saccheggiando i paesi rivieraschi, il Vicerè spagnolo Don Pedro di Toledo emanò degli ordini per la costruzione di una catena di torri ‘cavallare’ costiere per l’avvistamento e la difesa delle coste.”. Sull’argomento rimando ad alcuni miei saggi ivi pubblicati. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che:

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(Fig…) Onofrio Pasanisi (…), op. cit.,

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Fariello Aniello, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981, vedi p. 98 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Severino Graziano, Monografia su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Prinicipato Citeriore, vol. V, pag. 36. Riguardo il Severino (…), citato dal Pasanisi (…), troviamo che nel …..pubblicò una monografia su Camerota, intitolata: “Camerota e suo Circondario etc…”, che poi in seguito fu pubblicata dal Cirelli nel suo vol. V sul Principato Citeriore.

(….) p. Padre Raffele Da Paterno, De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44

(…) (Fig….) è stata pubblicata anche recentemente da Vito Salierno, Il cartografo di Solimano – i porti italiani nel Kitab-i Bahriye dell’ammiraglio turco Piri Reis, stà nella rivista ‘Charta geographica’, n. 90, vol. 2, anno 16, 2007, Padova, p. 19; si veda pure: Brotton J., Le Grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pp. 90-91-92-93. Si veda pure: Monique de la Roncière e Michel Mollat, Les portulans: cartes marines du XIII au XVII siècle, Parigi 1984, e dello stesso autore: De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, tav. n. 28 a colori e, commento alla tavole, pagg. 211-212 e tavole 35-36 e commento alle tavole del Kitab-i Bahriye, pp. 218-219. I due autori francesi, nel commento alle tavole, pubblicano due dei 224 fogli in pergamena an- nessi al  Kitab-i Bahriyye, fogli in pergamena manoscritte miniati, 350 x 460 mm., conser- vati alla Biblioteca Nazionale di Parigi, Ms turc Supplement 956

(…) Fazello Tommaso, ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560, si veda cap. IX (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(…) Ughelli F., Italia Sacra, tomo VII, col. 758 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

Carucci, Ferrante Sanseverino etcc..

(…) Carucci Carlo (…), D. Ferrante Sanseverino Principe di Salerno, Salerno, 1899, Stabilimento Tipogafico Nazionale

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383

(…) Bosio (J.) Giacomo, ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso’, Napoli, 1600; si veda vol. III, fol. 177 (Archivio Storico e digitale Attanasio); secondo il Guzzo (…), si veda parte III, a p. 136

(…) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836; si veda pure dello stesso autore: Matteo Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli; si veda pure dello stesso autore: ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, e pure: Camera Matteo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 114 della Parte II (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento – Salerno – 1881, vedi ristampa Ripostes, vedi pag. 118 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato, Napoli, 1855, si veda vol. V. Principato Citeriore, pag. 36 (il Guzzo dice a p. 63) (Archivio Storico Attanasio). Filippo Cirelli, nel suo vol. V dedicato al Prinicipato Citeriore, pubblicò “Camerota e suo Circondario etc…” di D. Graziano Severino; “S. Giovanni a Piro” di Vincenzo Sebastiano Petrilli; “Pisciotta” di Leopoldo Pagano, ecc..

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(…) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Campanile Filiberto, L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (Archivio Storico e digitale Attanasio).

(…) Beltrano Ottavio, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania, ed. Loescher, Roma, ristampa anastatica, Roma, 1970 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mazzella Napolitano Scipione, ‘Descrittione del Regno di Napoli’, Napoli, 1568, p. 87

(…) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativa, ‘Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino’; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.

(…) Ventimiglia F. A., Il Cilento illustrato, libro V, cap. II, ms. inedito conservato presso lo ( Archivio della Famiglia Vatolla)(Archivio Storico e digitale Attanasio; si veda pure: ‘Delle memorie del Principato di Salerno. Parte prima dell’anno 840 fino al 1127’, Napoli, ed. Raimondi, 1788 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

I Quinternioni feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc….Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Pasanisi Onofrio (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, Napoli, 1964.

Pasanisi, p. 32, Archivio storico per la prov di Sa, 1935, fasc. 1°

(…) Pasanisi Onofrio, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. storico per la provincia di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e  sgg.. (Archivio Attanasio)

(…) Rohlfs Gerald, ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996

(…) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativa, Registri ‘Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino’.

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Campagna Orazio, Storia di Majerà, ed. Brenner, Cosenza, 1985 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991.

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(…) Ebner Pietro, Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, ed. di Storia e Letteratura Italiana, 1973, Roma, 1973 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 591, 592. Si veda pp. 538 e s. su Policastro; si veda pure vol. I, p. 592-593; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(…) Coniglio Giuseppe, Il viceregno di Napoli e la lotta tra gli spagnoli e i turchi nel Mediterraneo, editore Giannini, Università di Napoli, Quaderni della Facoltà di Scienze Politiche, n. 22, vol. I, Napoli, 1987 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Summonte G. A., Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli, 1675, tomo II, pp. 294; si veda edizione Gio Jacomo Carlino, Napoli, 1602 (Archivio Storico Attanasio)

Luca Mannelli, manoscritto

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, la cui datazione potrebbe risalire a molto prima del ‘600. Scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, credeva che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371 (anno 1601-1700). Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (13). Si veda pure Padiglione C. (14), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (4), op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano I, è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit. (6), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v.

(…) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

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(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848,  a p. 538 (Archivio Storico Attanasio)

Dal 1442, gli Aragonesi e la Congiura dei Baroni a Policastro

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo mio saggio vorrei fare il punto di quanto emerso circa il periodo in cui queste terre furono interessate dalla dominazione Aragonese e dalla Congiura dei Baroni. La conquista del Regno di Napoli prima e poi il regno di Pietro III d’Aragona, Alfonso I d’Aragona e la ‘Congiura dei Baroni’. Di quel periodo, il periodo della dominazione Aragonese nel Regno di Napoli. Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, prendendo le mosse dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo post-Angioino, parlando di Policastro scriveva che: “Risorse gloriosa sotto il Regno dei Normanni, ma sotto i Re Angioini soggiacque a nuova disavventura, mentre bollendo le guerre tra i Re di Napoli e Sicilia nel 1320 fu assalita da Federico d’Aragona ecc…”, le cui gesta anticipavano la fine della casata Angioina e l’inizio del regno degli Aragona. Riguardo l’epoca della dominazione Aragonese nel Golfo di Policastro, i sui casali ed il suo entroterra le notizie si infittiscono e sono convinto che indagando ulteriormente sulla nostra storia avremo non poche sorprese.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…)

Tortorella e Torraca

(Fig…) Particolare delle nostra costa e del nostro territorio tratto dalla della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). La carta è inedita e da me scoperta alla fine degli anni ’70 e fatta riprodurre nel 1981 dall’ASN, dove essa ancora è conservata.

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLA FONTI STORICHE

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 139 riferendosi alle conseguenze della Congiura de Baroni scriveva che: “Va osservato che sarebbe stato quasi impossibile avere notizie così dettagliate sui feudi e i loro feudatari senza i preziosi volumi della Cancelleria angioina e aragonese o seguire le spartizioni del XIV e XV secolo senza i due manoscritti cartacei del XVI conservati nella Biblioteca provinciale di Salerno, contenenti le trascrizioni degli scomparsi Repertori dei Quinternioni (R Q) e dei Notamenti a quei repertori (N Q) riguardanti il Principato Citeriore (21).”. Ebner, a p. 139, nella nota (21) postillava che: “(21) Si chiarisce qui, ad evitare inutili ripetizioni, che numerosi atti dell’ASN vennero distrutti (S. Paolo Belsito) dalle truppe tedesche durante l’ultimo conflitto. Pochi dell’ASS e dell’ANS. Così, delle ‘Pandette della Sommaria (fine XVI secolo – 1808: riguardano cause di cometenza della R. Camera per materie feudali fisco-baroni e liti università-fisco, uniersità-baroni e università-singoli cittadini per conti esattori fiscali, nonchè l’amministrazione diretta di quel Tribunale delle università oberate di debiti, v. a Gioi) sono andati distrutti tutti i processi dal Marzo 804 in poi. Fortunatamente esistono ancora: la ‘Taxis adohae (riguarda gli Ordini della R. Camera al Razionale Commissario del Cedolario per l’intestazione dei feudi e delle sue giurisdizioni con la tassa dell’adoa) dal 1525 al 1807, le ‘Intestazioni dei feudi’ dal 1695 al 1787 e seconda Ruota dal 1604 al 1804) ecc…”.

L’EPOCA ARAGONESE NEL GOLFO DI POLICASTRO SECONDO IL MANOSCRITTO DEL MANNELLI

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine e la ricostruzione storiografica di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Recentemente abbiamo ottenuto la fotoriproduzione digitale delle dieci pagine contenute nel Libro II del Capitolo (Capo) XI della ‘Lucania Sconosciuta’ del Mannelli, conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli con la collocazione seguente: Ms. XVIII.24, di cui ivi pubblico integralmente il Cap. XI, che parla di Policastro Bussentino e dell’antica Bussento.

Luca Mannelli

(Fig….) Luca Mannelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito (…).

La ‘Lucania Sconosciuta’, manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli

Luca Mannelli, manoscritto

(Fig….) Luca Mannelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito (…).

Quì pubblico le dieci pagine del secondo volume (Libro II), Capo (Capitolo) XI, che raccontano e ricostruiscono alcuni eventi di storia delle nostre terre, in particolare la pagina illustrata in Fig. 2 parla di Camerota e Policastro e quelle seguenti. Le pagine che pubblichiamo (2), sono tratte dal manoscritto di Luca Mannelli, ‘La Lucania sconosciuta’, conservato alla Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, da cui abbiamo ottenuto la riproduzione dei file digitali. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) XI del Libro II del manoscritto, che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r.

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(Fig….) Pagina n. 50r, tratta dal Libro II, Cap. XI del  manoscritto del Mannelli (…)

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: ‘Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli –  in questo primo suo studio (…), egli fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Come vedremo, il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal sig. Scipione Volpicella (…) e, di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio –  in questo suo saggio, fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche. Riguardo l’epoca Aragonese nel Golfo di Policastro, il Capitolo XI del manoscritto del Mannelli, le cui notizie sono state trascritte dal Gaetani (…), nel suo ‘Notizie etc…’, a p. 33 parlando delle famiglie nobili ed importanti di Policastro, in proposito è scritto che: “Della famiglia Rostayna scrivene il Bosio (1) nel 1149 ecc…In tempi più bassi Guglielmo Rostayno di Policastro fu fatto Catapano a vita d’essa città e Mastro Mercato della fiera di essa.”. Il Gaetani, a p. 33 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Rostayna fam. Boss. pp. fol. 177.”. Il Gaetani (…) sulla scorta del Mandelli si riferiva a Giacomo Bosio (…), nel suo: ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso. Credo si trattasse di questo testo e di questo autore Giacomo Bosio (…) e del vol. III. Bosio nel suo vol. III ci parla di Giovan Battista Carafa, riportando alcune notizie dell’anno 1538.

Nel 1400, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano) e la Signoria dei SANSEVERINO 

Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”.

Nel 1400, TOMMASO (VII) SANSEVERINO, conte di Marsico successe al padre Luigi

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone.”. Dunque, secondo la successione e secondo quanto scrive il Mazziotti, alla morte di Luigi Sanseverino, succederà il figlio Tommaso che io chiamo Tommaso VII di Sanseverino che ebbe in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figlia chiamata Diana Sanseverino. Ma purtroppo, la figlia Diana alla sua morte non potè ottenere i feudi e le contee essendo femmina. I feudi e le Contee dei Sanseverino dei Conti di Marsico furono concesse da re Alfonso I d’Aragona che le concesse allo zio Giovanni Sanseverino. Diana non potè ottenere quanto gli spettasse per successione nemmeno alla morte dello zio Giovanni che lasciò i suoi beni ai figli Luigi, Barnaba e Roberto che divenne Principe di Salerno essendo ella dichiarata decaduta per ribellione. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) ecc…”.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava  “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.

Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo

Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].

Nel 1408, Caterina di Monticchio moglie di Michele Arrabito, fa testamento

Riguardo la nobile famiglia degli Arabito o Arrabito (a Policastro), il canonico Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, sulla scorta dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo Angioino, parlando di Policastro scriveva che: Fiorì molta nobiltà in Policastro, la quale dopo l’ultima sua desolazione si ridusse ad habitare altrove, ma perchè si conosca qual fusse, e s’abbia qualche piccola notizia d’alcune poche famiglie che da questa Città trassero origine, noterò quelle notizie che mi sono abbattuto vederne. Fu nobilissima famiglia de Arrabito (1) (p. 32) di cui oltre le memorie che se ne ritrovano negli Archivii Reali, leggesi fra pergamene raccolte dal P. M. Giovan Battista Prignano il nobil sig. Francesco de Arrabito Cavaliere di Policastro nel 1359 vender certe robbe, che haveva in detta Città al nobile Giacobello di Marsico, di cui si vede in un altra cartola fusse moglie la nobile signora Bettruda di Raone (2). Evvi anco il testamento di Catarina di Montitehio moglie del nobile Michele de Arrabito fatto nell’anno 1408. Altre scritture esser mi ricordo haver lette di queste famiglie, nelle quali sempre son chiamate nobili e Cavalieri e di Policastro le persone nominatevi; ma basti accennare questo poco, poichè non ho altre notizie se sia estinta, o pure in altro luogo trasferita.”. Il Gaetani (…), a p. 32, nella sua nota (1) postillava che: “(1) De Arrabito fam.”. Il Gaetani, a p. 32, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363.”.

Nel 1414, Ladislao I, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.

Nel 1414, muore Ladislao I di Durazzo

Ma i progetti dell’ambizioso sovrano erano destinati a non realizzarsi mai. Colpito da una malattia, re Ladislao I rientrò a Napoli, dove morì il 6 agosto 1414 all’età di appena 38 anni. In molti hanno sollevato il dubbio che la sua morte non sia avvenuta per cause naturali, bensì per avvelenamento, messo in atto da Firenze per liberarsi della sua minaccia. In realtà, si sa che la morte fu dovuta a una malattia infettiva dell’apparato genitale (forse alla prostata), causata dalle abitudini sessuali dissolute e promiscue[1]. Con la sua scomparsa, senza lasciare eredi, la corona di Napoli passò alla sorella Giovanna, che regnò fino alla morte, nel 1435, ultima sovrana della Casa d’Angiò di Napoli. L’imponente monumento sepolcrale nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, fatto erigere dalla sorella Giovanna, ne custodisce le spoglie.

1414 –  GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I°, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli

Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato, vescovo di Policastro, fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto di Principato (12) e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). Dopo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1418, il feudo di Policastro era posseduto da Carlo Carrafa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a pp. 539-540, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Il feudo nel 1418 era posseduto da Carlo Carrafa (14), feudo confermato da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (ducati 5000)) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, ecc…ecc…”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

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Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.  

Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

Nel 25 ottobre 1434, la Sentenza di condanna ai Carafa dell’Abbate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro

Nel 1435, muore Giovanna II d’Angiò – Durazzo

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 1436, muore Luigi Sanseverino

Nel 20 luglio 1436, GIOVANNI SANSEVERINO, figlio di Luigi e fratello di Tommaso VII le Contee ed feudi concessigli da Alfonso I d’Aragona

Giovanni Sanseverino, dopo la morte del fratello primoenito Tommaso IV, figli entrambi di Luigi Sanseverino e di Caterina Sanseverino, nel 20 luglio 1436, ai tempi della contesa con Renato d’Angiò, successe nei feudi lasciati dal padre Luigi con un privilegio concessogli da re Alfonso I d’Aragona. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone. Un diploma della Regina Giovanna II stabiliva che le donne di casa Sanseverino non potessero succedere nei beni feudali quando vi fossero figli maschi della stessa prosapia. A tenore di tale disposizione, allorchè morì Tommaso Sanseverino, il re Alfonso d’Aragona con diploma del 20 luglio 1436 da Teano concesse i feudi di Marsico, di Sanseverino, le terre, ed i castelli di Agropoli e di Castellabate a Giovanni Sanseverino fratello secondogenito di Tommaso, fidando così di averlo devoto nella contesa con Renato d’Angiò. Però avendo saputo dipoi che nonostante quelle concessioni, non avea mantenuta la fede promessa, con un altro diploma del 1438 da Buccino assegnò invece a Diana i feudi lasciati dal padre di lei. Anch’essa però si rese ribelle ad Alfonso secondando Renato d’Angiò; sicchè venne dichiarata decaduta da tutti i suoi beni, quali furono devoluti alla Corona (1).”. Il Mazziotti a p. 149, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Questi fatti si desumono da un diploma di Alfonso I del dicembre 1450 pubblicato dal Ventimiglia. ‘Dif. Stor. Diplom., fol. LXVII”. Sempre il Mazziotti, nella sua nota (2) a p. 149, postillava che: “(2) Ventimiglia, ‘Il Cilento illustrato’.”. Scrive ancora il Mazziotti, nel suo cap. 6 – Periodo Aragonese – di Giovanni Sanseverino e della sua successione a p. 150 e s.: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbrai 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e conte di Nola, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa ecc…ecc……Giovanni Sanseverino conte di Marsico, barone di Rocca e vicereggente della provincia di principato, nel dicembre del successivo anno 1444 essendo gravemente imfermo fece testamento (1). Legò al figliuolo primogenito Luigi i feudi di Marsico, di Sanseverino, di S. Giorgio e di Diano, il castello di Salerno, il casale di Agropoli e la terra ed il Castello dell’Abate con l’obbligo però ‘sub pena maledictionis suae’ di pagare per quest’ultimo feudo il vescovo di Capaccio ecc… Dette a Roberto e a Barnaba, altri suoi figliuoli, la baronia della Rocca e varii feudi, su alcuni dei quali godeva l’usufrutto sua madre Caterina Sanseverino ancora vivente. Assegnò una dote di 12 mila ducati alla figliuola Sveva, e poichè in quel tempo la moglie era incinta, legò vari beni a prò del nascituro stabilendo che se fosse maschio, come infatti avvenne, dovesse avere il nome di Galeazzo. Donò sua nipote Diana, figliuola del suo fratello defunto Tommaso, una dote di ducati 12 mila con la condizione però che dovesse rinunciare ad ogni ragione su le contee di Marsico e di Sanseverino. Tra gli altri legati lasciò ducati venti alla chiesa di S. Francesco del Cilento. Diana non si contentò del legato, ed alla morte dello zio mosse in giudizio contro i cugini i quali invocarono a proprio favore il privilegio, con cui la regina Giovanna II aveva ordinato che la famiglia Sanseverino, per i beni feudali, non potessero succedere le donne quando vi fossero maschi della medesima famiglia. Il re Alfonso, attendendosi a tale privilegio, con diploma del 22 dicembre del 1450 da Torre Ottava, essendo intanto morto Luigi senza figli, confermò a favore di Roberto e degli altri due fratelli le contee di Marsico e di Sanseverino, la baronia di Rocca e i feudi di Agropoli e di Castellabate, restando per quest’ultimo però impregiudicata la lite tra il conte Roberto e la badia di Cava (1, p. 152). II La potenza di Casa Sansseverino crebbe grandemente nel regno di Ferdinando d’Aragona successo a suo padre Alfonso nel 27 Giugno 1458.”. Il Mazziotti (…) a p. 151, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Pubblicato dal Ventimiglia, DIf. Stor. Diplom., Appendice, Doc. XV, fol. LV.”. Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando del casale di Tortorella e, riferendosi a Tommaso III Sanseveino in proposito scriveva che: Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori, successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Il Montesano si riferiva ai due fratelli Roberto e Barnaba (“Bernardino”) Sanseverino, figli del defunto Giovanni. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) ……Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”.

Nel 14 gennaio 1441, Maratea ebbe confermati tutti i privilegi precedentemente ottenuti

Riguardo i Sanseverino, lo storico locale Mons. Damiano (…), nella sua ‘Maratea nella storia e nella luce della fede’ parlando di Maratea all’epoca degli scontri tra Angioini e Aragonesi, a p. 59, in proposito scriveva che: “Maratea, sempre devota al reame di Napoli per i tanti privilegi ottenuti  più ancora quelli da ottenere, era pienamente solidale al munifico governo, e non poteva in nessun modo mostrarsi irriconoscente; quindi, tutti i cittadini, forse nessuno escluso, patteggiavano per gli Angioini. Il potente Sanseverino, Conte di Lauria, per consiglio e desiderio di Alfonso d’Aragona, cinse d’assedio il Castello di Maratea, unica e popolata piazzaforte della zona che non dava segni di sottomissione e che a nessun costo avrebbe ceduto. La lotta fu ingaggiata da ambo le parti con efetti sorprendenti. La resistenza durò parecchi giorni ecc….Terminata quest’azione con risultato negativo da parte del Sanseverino, Maratea, il 14 gennaio 1441, ebbe la conferma di tutti i privilegi già precedentemente ottenuti.”.

Nel 20 novembre 1441, AMERICO SANSEVERINO definì i confini dello Stato di Laurino 

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc…”. Dunque Pietro Ebner, parlando del casale di Laurino per l’anno 1345 citava un Americo Sanseverino di cui mi sono occupato nell’altro mio saggio sul periodo Angioino ed in particolare per l’anno 1345. Chi era questo Americo Sanseverino ?. Riguardo questo feudatario, Americo Sanseverino, Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto. Il Tutini, cit. , pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) ‘Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonabitacolus, Sansa’”. Dunque, in questa nota, Ebner postillava di un Americo Sanseverino che nel 1345 successe al padre, un altro Americo Sanseverino, nel possesso di alcuni casali e terre cilentane tra cui Laurino e Caselle. Infatti, Ebner scrive che questo Americo Sanseverino era “nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto”. Ebner, proseguendo il suo racconto sul casale di Laurino, citava pure (a mio parere) un diverso Americo Sanseverino. Pietro Ebner, sempre parlando del casale di Laurino, a p. 82 aggiungeva che: “Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…”. Quì però l’Ebner si riferiva ad un altro Americo Sanseverino. Ma quì forse vi è un errore di Ebner perchè questo Americo Sanseverino di cui parlo non era figlio di un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran connestabile di re Roberto d’Angiò ma doveva essere il figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino. Infatti, Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle,  a p. 101, nella sua nota (128) riferendosi al passo dell’Ebner postillava che: “(128) Sbaglia Ebner (ivi) quando come pare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo per dire.”. Dunque, infatti, questo secondo Americo di cui parlo ora era figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino. Ebner parlando di Laurino cita due Americo Sanseverino. Il primo è quello del 1345 mentre, l’altro è quello che nel 1433 riceve il privilegio dal re Alfonso I d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino riconoscendo i diritti della popolazione su alcuni terreni e aggiungendone altri (30).. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo ‘Economia e società etc..’, a pp. 210-211-212, cita e ci parla delle n. 3 copie di questo privilegi concessi da Americo Sanseverino all’Università di Laurino e degli ‘Statuti di Laurino. Ebner a p. 211, in proposito scriveva che: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante inedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole ecc..ecc..”. Di questo Americo Sanseverino ha parlato anche Felice Fusco (…) che lo cita in un suo saggio su Sanza e Buonabitacolo ed anche in un suo libro sulla storia di Caselle. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle, a pp. 49-50 cita Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino “che nella metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio si estendevano fino allo Stato di Lurino”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (136) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Sempre a proposito di Guglielmo Sanseverino il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Alcontrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”. Dunque, riguardo il Guglielmo Sanseverino, il Fusco si riferiva all’altro Guglielmo figlio di Tommaso Sanseverino, vissuto ai tempi di Carlo d’Angiò. Detto questo, ritornando a quanto il Fusco postillasse nell’altro suo lavoro su Casaletto, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.  Il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Princie di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Principe di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner parla di due Americo Sanseverino: il primo è “Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.”. Il secondo Americo Sanseverino è un altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino (figlio del primo Americo) “…e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) ecc…”. Dunque, il secondo Americo Sanseverino, quello in questione che nel 27 febbraio 1433, secondo l’Ebner, e nel 1443 secondo il Fusco, fu nominato da re Alfonso d’Aragona 1° Barone del Principato Citeriore, nacque da Tommaso Sanseverino (forse Tommaso III) che ebbe un altro figlio appunto chiamato Americo. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.

Nel 27 febbraio 1433, AMERICO SANSEVERINO, 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore, duca di Laurino ed altre ‘Terre’, tra cui anche quella di ‘Casella’

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel suo cap. 6 – Periodo Aragonese, parlando del periodo Aragonese e di Giovanni Sanseverino, a p. 150 e s.: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbraio 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e conte di Nola, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa ecc…ecc..”. Dunque, scrive il Mazziotti che Americo Sanseverino era presente alla convenzione promossa da re Alfonso I d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza.”. Pietro Ebner (…) nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento” a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo Sanseverino” Sanseverino scriveva che: “Scrive F. Campanile (45)…..La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso I d’Aragona (46).”. L’Ebner (…) a p. 610 del vol. I, di “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di Capaccio, nella sua nota (46), lo chiama “Arrigo” ed in proposito cita lo stesso pp. 78-80 del Tutini (…) postillando che: “(46) Nella colletta di Principato Citra, disposta per il trionfo di re Alfonso, Arrigo risulta il primo barone della Provincia, scrive C. Tutini, cit. pp. 78 e 80: “Comes Caputatii, Aquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Caputatium, Caselle, Trentinaria, Mons fortis, Marginariatu, Contronum, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Bonabitacolus, Sanza.”. Ebner (…), nella sua nota (46) citava Camillo Tutini (…), ovvero il suo: “Dell’origine e fundazione dè Seggi di Napoli e il libro di De Lellis etc..’ pubblicato a Napoli nel 1754. Il Tutini (…), come scrive l’Ebner che lo cita e che a pp. 78-80 in proposito, parlando dei Maestri Giustizieri nel Regno di Napoli al tempo di Roberto d’Angiò scriveva su Americo Sanseverino fosse nato da un altro Americo Commestabile di re Roberto d’Angiò “il comes Caputatii” che (possedeva): “Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”.

Tutini, p. 80

(Fig…) Tutini Camillo, op. cit., pp. 78-80

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (di cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre del Vallo meridionale e delle Valli del Mingardo (‘Stato di Roccagloriosa (133)) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium – Morigerati). Ecc…”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1890 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci, Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Dunque, Felice Fusco, sulla scorta di Pietro Ebner, cita l’altro Americo Sanseverino che nel 1441 aveva concesso un privilegio agli abitanti di Laurino e che nel 27 febbraio 1433 venne creato da re Alfonso I d’Aragona il 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore. Il Fusco cita l’altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino “che nella metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio si estendevano fino allo Stato di Lurino”. Il secondo Americo Sanseverino fu nominato Conte di Capaccio da Alfonso d’Aragona nel 1433. E’ di questo Americo che parlo.  Felice Fusco, nella sua nota (132) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(132) ‘Li Lauri’ (Laurino) coi casali ‘Le Chiane Soprane’ (poi Piaggine), ‘Le Chiaine Sottane’ (dal 1873 Valle dell’Angelo), Fogna (dal 1931 Villa Littorio), ‘Zedalampe e Vio’ (scomparsi).”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli.”

NEL 1442, ALFONSO I D’ARAGONA DETTO IL MAGNANIMO

Con la morte senza eredi di Giovanna II d’Angiò-Durazzo il territorio del regno di Napoli fu conteso da Renato d’Angiò, che ne rivendicava la sovranità in quanto fratello di Luigi d’Angiò, figlio adottivo della regina di Napoli Giovanna II, e Alfonso V re di Trinacria e di Sardegna e Aragona, precedente figlio adottivo poi ripudiato della stessa regina. La guerra che ne scaturì coinvolse gli interessi degli altri stati della penisola, fra cui la signoria di Milano di Filippo Maria Visconti, che intervenne dapprima in favore degli angioini (battaglia di Ponza), poi definitivamente con gli Aragonesi. Nel 1442 Alfonso V conquistò Napoli e ne assunse la corona (Alfonso I di Napoli), riunificando il territorio dell’antico Stato svevo-normanno sotto la sua reggenza con il titolo di rex Utriusque Siciliae, insediando la capitale nella città campana e imponendosi, non solo militarmente, nello scenario politico italiano. Il regno, come Stato sovrano, vide una grande fioritura intellettuale, economica e civile sia sotto le varie dinastie angioine (1282-1442), sia con la riconquista aragonese di Alfonso I (1442-1458), sia sotto il governo di un ramo cadetto della casa d’Aragona (1458-1501); allora la capitale Napoli era celebre per lo splendore della sua corte e il mecenatismo dei sovrani. Nel 1447 poi, Filippo Maria Visconti designò Alfonso erede al ducato di Milano, arricchendo formalmente il patrimonio della corona aragonese. La nobiltà della città lombarda però, temendo l’annessione al regno di Napoli, proclamò Milano libero comune e instaurando la ‘repubblica ambrosiana‘; le conseguenti rivendicazioni aragonesi e napoletane furono contrastate dalla Francia, che nel 1450 diede il sostegno politico a Francesco Sforza per impadronirsi militarmente di Milano e del ducato. L’espansionismo ottomano, che minacciava i confini del regno di Napoli, impedì ai napoletani l’intervento contro Milano, e papa Nicolò V dapprima riconobbe lo Sforza come duca di Milano, poi riuscì a coinvolgere Alfonso d’Aragona nella lega italica, un’alleanza volta a consolidare il nuovo assetto territoriale della penisola. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli.”.

NEL 1443 LA GEO-STORIA NEL GOLFO DI POLICASTRO ATTRAVERSO L’INDAGINE DEMOGRAFICA: I PRIMI CENSIMENTI FOCATICI

Nel 1443, il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”.

Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “….nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza.

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Il Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale manoscritto che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che  il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori,  le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Un altro interessante ed utile documento che possiamo utilizzare per attingere notizie storiche è il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala (Consilina), Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri – supportata oltretutto dalle politiche della monarchia. Ancora, utili documenti fiscali e non per la ricostruzione storica di alcuni centri del ‘basso Cilento’, possono essere rappresentati dai Quinternioni’, tratti dalle Cancellerie Angioina e Aragonese per gran parte conservati all’Archivio di Stato di Napoli e presso alcuni Archivi privati, non del tutto conosciuti e studiati.

Nel 1443, con Alfonso I d’Aragona, il primo censimento focatico della popolazione

Nel 1988 (…) e poi nel 1995, pubblicai a stampa, uno studio dal titolo “I Villaggi deserti del Cilento”, dove facevo una disamina sull’indagine demografica dei piccoli centri del basso Cilento.

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(Fig…) Attanasio F., “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13 (1).

Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (…), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus’”. Ebner (…), però, sempre a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedettero fino alla fine del ‘700. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: Innanzitutto occorre notare che i primi censimenti, secondo la numerazione dei ‘fuochi’ (così si denominarono i nuclei familiari fino al XVIII secolo), si ebbero fin dall’anno 1443, durante il Regno di Alfonso I d’Aragona. Essendo, però, tale indagine volta ad accertare il numero dei nuclei familiari allo scopo puramente fiscale o militare, essa non potrà fornire di certo che dati approssimativi, ma sempre utilissimi a quanti vogliono rendersi conto del cammino compiuto dall’uomo attraverso i secoli. Nel periodo della dominazione aragonese, che si protrasse per circa sessanta anni, ebbero luogo varie numerazioni. Le più importanti furono quelle rilevate negli anni 1443, 1472, e 1489.”. Mario Vassalluzzo (…), nel 1975, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, riportava un interessante ricerca sulla  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., pubblicava un interessante prospetto sui dati demografici della popolazione dei centri che vediamo elencati dal 1489 (i dati del Silvestri), del 1508, ecc…ecc…:

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(Fig….) Tavola sulla popolazione dei centri costieri cilentani dal XV al XVI secolo – tratta da Mario Vassalluzzo, op. cit. (…).

Infatti, il Silvestri (…), in un suo pregevole studio sulla popolazione del Cilento in epoca Aragonese, scriveva: “I censimenti della popolazione del Regno di Napoli, attuati col sistema della numerazione dei focolari, trassero origine dalla convenzione intercorsa tra Alfonso I d’Aragona ed i baroni del parlamento del febbraio-marzo 1443. Scopo precipuo dell’indagine demografica, adottata in tal modo da circa tre secoli, fu di accertare la reale esistenza dei nuclei familiari in tutte le terre abitate per imporre ad essi l’annuo tributo di un ducato, in luogo di quanto precedentemente si riscuoteva con l’incerto sistema delle collette (…).”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 150 e s. in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbraio 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e cone del Cilento, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa e specialmente delle regie collette ed introdotta la numerazione dei fuochi che si rinnovava ogni quindici anni e durò fino al tempo dei Borboni. Nelle numerazioni si designavano ad una ad una tutte le famiglie di ciascun paese ed i componenti di esse con il loro nome, cognome ed età e la loro relazione di parentela con il capo della famiglia. La prima numerazione venne fatta per il Cilento nell’anno 1500 formandosi una tassa unica per tutta la baronia compresi Agropoli e Castellabate.”.

Nel 1443, FRANCESCO SANSEVERINO, figlio di Gaspare Sanseverino, 3° conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro

Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), e soprattutto della cronaca del Summonte (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, riferendosi al regno di re Ladislao I, in proposito scriveva che ai tempi delle lotte accanite tra Ladislao e Luigi II d’Angiò scoppiò una ribellione ed in quella occasione Ladislao nell’anno 1404, accortosi dei fatti fece imprigionare  11 ribelli dove fra essi risultava essere secondo il Summonte anche Gaspare Sanseverino che viene annoverato come Conte di Matera ma il Summonte suppone essere il Conte di Lauria e l’utile Signore di Lagonegro. Secondo il Pesce, ai tempi di Re Ladislao, nel 1403, il conte di Lauria era Gaspare Sanseverino. Non mi ritorna la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Scrive sempre il Pesce (…) a p. 210 che: “Succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’utile dominio di Lagonegro.”. Sempre il Pesce (…) a p. 210, riferendosi agli avvenimenti successivi al reame di Giovanna II di Durazzo, scrive che nel 1423, la regina adottò Luigi d’Angiò avversario di Alfonso di Aragona e, “In tal guisa gli odii ed i partiti nel regno si scissero e s’infiammarono nuovamente, e poichè i Sanseverineschi eransi mostrati avversi e ribelli alla Regina, e fra essi eravi Francesco, il Conte di Lauria, costui fu pure privato dei feudi. Ebbe allora Unità di Lagonegro altro diploma di privilegi da Giovanna II in Aversa nel 4 settembre 1427, riportati così dagli storici patrii: “Che volendo essa Regina usar clemenza coi suoi fedeli e diletti vassalli ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 212, in proposito a Francesco Sanseverino scriveva che: “Stette così Lagonegro, forse per 16 anni, nel Regio Demanio, ma, in seguito, salito sul trono di Napoli nel 1442 Alfonso I, detto il Magnanimo, costui confermò, pare nel 1443, la Contea di Lauria, allo stesso Francesco Sanseverino, il quale ebbe per moglie Elisabetta Caracciolo. Tuttavia questi, riferisce il Summonte, nel 1451 si mostrò disubbidiente al Re per non aver voluto permettere che ‘si facessero certe lance (?) le quali dovevasi unire nel territorio di Lauria, onde fu sottoposto a giudizio dei suoi pari, ma non risulta che gli sia stata inflitta alcuna pena, perchè non fu privato del suo feudo, che continuò sotto la sua dipendenza e dei suoi successori, come si dirà nel capitolo seguente.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

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(Fig…) Montesano Nicola (…), op. cit., p. 27

Dunque, il Montesano cita il (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, il fol. 50, (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria anche Torraca, il suo suffeudo e territorio, dunque anche Sapri ed il suo porto. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, il Montesano cita il (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, il fol. 50, (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria anche Torraca, il suo suffeudo e territorio, dunque anche Sapri ed il suo porto. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Anche in questo caso non mi ritrovo con le date e dunque la notizia intorno a Gaspare Sanseverino e suo figlio Francesco dovranno essere uleriormente indagate. Il Montesano a p. 27 (v. fig…), scrive che per Torraca è scritto: “Turturella cum casalibus (foc. CCLXXVIIII, erat unc. 14. tar. 26; est unc 4 et cum casalibus Turturelli unc. 1; sunt unc. 5), Turucha (seu) Turracha (foc. LXIII; era et est unc. 1), Cucculum (44) cum casalibus ecc…”. Il Montesano a p. 27 nella sua nota (44) postillava che: “(44) Cuccaro Vetere“. Infatti, il suffeudo di Torraca a quel tempo doveva appartenere alla Baronia di Laurito e di Cuccaro, ovvero al signore di Cuccaro Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota. Ancora non era accaduta la ‘Congiura dei Baroni’ ordita dal principe di Salerno Antonello Sanseverino contro Ferrante d’Aragona. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario ((nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni (…) a p. 138 della sua opera “Pergamene di Laurito” in Rassegna Storica Salernitana, 1951, pubblicava la Pergamena n° 15 (documento n° XX), e scriveva che: “1438, 24 ottobre, II, Rocca Gloriosa. Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte la concessione della metà del casale di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’.”. La Mazzoleni a p. 138 postillava che: “Trans. il 1454, I° gennaio (v. n. 21). Pergam. n° 15”.

Mazzoleni, op. cit. RSS, p. 138, pergamena XX

(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 138

Nel dicembre 1444, Giovanni Sanseverino fa testamento a favore dei figli Luigi, Roberto futuro Principe di Salerno e Barnaba

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 150 e s.: Giovanni Sanseverino conte di Marsico, barone di Rocca e vicereggente della provincia di principato, nel dicembre del successivo anno 1444 essendo gravemente imfermo fece testamento (1). Legò al figliuolo primogenito Luigi i feudi di Marsico, di Sanseverino, di S. Giorgio e di Diano, il castello di Salerno, il casale di Agropoli e la terra ed il Castello dell’Abate con l’obbligo però ‘sub pena maledictionis suae’ di pagare per quest’ultimo feudo il vescovo di Capaccio ecc… Dette a Roberto e a Barnaba, altri suoi figliuoli, la baronia della Rocca e varii feudi ecc..”.

Nel 1444, BARNABA SANSEVERINO, Conte di Marsico, figlio di Giovanni  e fratello di Roberto Sanseverino, Principe di Salerno e la Contea di Lauria

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 150 e s.: Giovanni Sanseverino conte di Marsico, barone di Rocca e vicereggente della provincia di principato, nel dicembre del successivo anno 1444 essendo gravemente imfermo fece testamento (1). Legò al figliuolo primogenito Luigi i feudi di Marsico, di Sanseverino, di S. Giorgio e di Diano, il castello di Salerno, il casale di Agropoli e la terra ed il Castello dell’Abate con l’obbligo però ‘sub pena maledictionis suae’ di pagare per quest’ultimo feudo il vescovo di Capaccio ecc… Dette a Roberto e a Barnaba, altri suoi figliuoli, la baronia della Rocca e varii feudi, su alcuni dei quali godeva l’usufrutto sua madre Caterina Sanseverino ancora vivente. Assegnò una dote di 12 mila ducati alla figliuola Sveva, e poichè in quel tempo la moglie era incinta, legò vari beni a prò del nascituro stabilendo che se fosse maschio, come infatti avvenne, dovesse avere il nome di Galeazzo. Donò sua nipote Diana, figliuola del suo fratello defunto Tommaso, una dote di ducati 12 mila con la condizione però che dovesse rinunciare ad ogni ragione su le contee di Marsico e di Sanseverino. Tra gli altri legati lasciò ducati venti alla chiesa di S. Francesco del Cilento. Diana non si contentò del legato, ed alla morte dello zio mosse in giudizio contro i cugini i quali invocarono a proprio favore il privilegio, con cui la regina Giovanna II aveva ordinato che la famiglia Sanseverino, per i beni feudali, non potessero succedere le donne quando vi fossero maschi della medesima famiglia. Il re Alfonso, attendendosi a tale privilegio, con diploma del 22 dicembre del 1450 da Torre Ottava, essendo intanto morto Luigi senza figli, confermò a favore di Roberto e degli altri due fratelli le contee di Marsico e di Sanseverino, la baronia di Rocca e i feudi di Agropoli e di Castellabate, restando per quest’ultimo però impregiudicata la lite tra il conte Roberto e la badia di Cava (1, p. 152). II La potenza di Casa Sanseverino crebbe grandemente nel regno di Ferdinando d’Aragona successo a suo padre Alfonso nel 27 Giugno 1458.”. Il Mazziotti (…) a p. 151, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Pubblicato dal Ventimiglia, Dif. Stor. Diplom., Appendice, Doc. XV, fol. LV.”. Da altri autori sappiamo che Venceslao Sanseverino, Conte di Lauria, diede in moglie a Barnaba Sanseverino la figlia Luisa. Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “…’Venceslao’. Costui trovandosi privo di prole maschile, e volendo far rimanere i suoi feudi nel parentado, diè in matrimonio la figlia ‘Luisa a Barnaba Sanseverino, Conte di Capaccio e fratello o nipote di Roberto, Principe di Salerno, donandole altresì la Contea di Lauria ed altri feudi, dei quali si riservò il godimento e l’usufrutto fino alla morte. A tale ecc..ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva di Luisa Sanseverino che il 7 giugno 1463: “sposa Barnabo Sanseverino, terzogenito del 10° Conte di Marsico Giovanni Sanseverino e fratello del 1° principe di Salerno Roberto; quest’ultimo successe al padre dopo la morte del primo figlio Ludovico, avvenuta in maniera prematura nel 1447. Barnabo era, come tutti i Sanseverino, uomo d’arme. Aveva partecipato nel 1460, insieme al fratello Roberto, agli scontri tra Ferrante d’Aragona (con  i quali erano schierati) e i d’Angiò che cercavano di riprendersi il regno. Dopo la sconfitta subita dalle truppe aragonesi nella battaglia di Sarno, Roberto scese a patti con il Principe di Taranto, dimostrandosi propenso a passare dalla parte degli angioini. Finiti gli scontri i due fratelli Sanseverino furono processati per lesa maestà ma ottennero il perdono di Ferrante il 17 gennaio 1461. Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a p. 143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La feudalità, p. 18.”. Da Wikipedia, alla voce “Suffeudo di Lauria” leggiamo che: “Il suffeudo comprendeva l’area del monte Sirino e i territori di Lauria, Orsomarso, Laino, Castelluccio e Trecchina, tutte zone considerate marginali rispetto agli altri possedimenti dei Sanseverino. Il suffuedo di Lauria, aveva il rango di contea, titolo normalmente attribuito solo ai feudatari cosiddetti in capite con vincolo diretto al re, mentre secondo il diritto feudale il termine suffeudo indicava il beneficio di valvassori (“vassi vassorum”) dipendenti dai Vassalli. Il conte di Lauria ebbe congiunto anche il titolo di duca di Scalea. La costituzione del suffeudo di Lauria la si deve a Vinceslao Sanseverino, che era il dodicesimo conte di Lauria. Non aveva discendenza diretta maschile ma, con l’atto di donazione del 12 febbraio 1462 di Laino, concesse il suffeudo come dote a sua figlia Luisa che sposò Barnaba Sanseverino,fratello di Roberto, principe di Salerno. Venceslao poteva come feudatario in capite costituire subfeudi,mentre solo il re poteva concedere la contea al di fuori della discendenza maschile. Con il suffeudo i beni passarono alla discendenza femminile aggirando le norme che ne impedivano la successione nei feudi e portavano alla retrocessione al demanio regio ma con la scelta di uno sposo per la figlia all’interno dello stesso casato continuava la tradizione di famiglia. Barnaba, a sua volta, pur essendo cadetto venne a svolgere un ruolo molto importante nel regno di Napoli e fu uno dei capi della congiura dei baroni..

Nel 1445, ROBERTO SANSEVERINO, alla morte del padre successe nella contea di Marsico (IX conte di Marsico)

Da Wikipedia leggiamo che Roberto Sanseverino, principe di Salerno (1430 circa – 2 dicembre 1474). Era il figlio di Giovanni, 9º conte di Marsico, e Giovanna, entrambi appartenenti alla famiglia Sanseverino. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giovanni Sanseverino, IX conte della contea di Marsico e padre di Roberto morì nel 1445. Alla morte del padre, Roberto ne ereditò i feudi. Nella guerra tra Angioini e Aragonesi per il trono del Regno di Napoli, Roberto partecipò a fianco del Re Ferrante d’Aragona nella battaglia di Sarno: nella notte tra il 6 e 7 luglio 1460, guidato da villani pratici del luogo, salì verso i monti che sovrastano Sarno e con indicibile ferocia aggredì il nemico, piegando i soldati di Giovanni d’Angiò-Valois. Ma, attaccato sui fianchi, fu costretto a ritirarsi. Roberto, favorito dalla fortuna, benché coperto di ferite e ferito alla bocca, riuscì a riprendere la via del monte, tornò indietro, discese con i fanti verso la porta di Foce Sarno e marciò sollecito sulle tracce del Re. La battaglia fu persa ed il Re Ferrante fu costretto a fuggire, mentre Roberto scese a patti con gli Angioini. Ma, dopo il 9 dicembre, ritornò dagli Aragonesi e si recò in Calabria per contrastare gli Angioini che avevano assediato Cosenza. Dopo il successo ottenuto, ritornò in Campania e cinse d’assedio Salerno, che capitolò poco dopo la metà del mese di settembre del 1462. La città, ormai senza speranza di ricevere soccorso dagli Angioini, si arrese a Roberto che ottenne dal sovrano un indulto per la cittadinanza: il 30 gennaio del 1463 fu investito del titolo di principe di Salerno, con in più il privilegio di battere moneta, ricevuto il 27 novembre. Fu poi nominato grande ammiraglio del Regno di Napoli e, il 7 luglio 1465, al comando della flotta aragonese, fu con Alessandro Sforza uno dei vincitori della battaglia di Ischia contro Giovanni d’Angiò-Valois che aveva occupato l’isola. Nel 1470 intraprese la ricostruzione del Palazzo Sanseverino in stile rinascimentale. L’edificio era in passato appartenuto alle famiglie Caldora ed Orsini. Morì il 2 dicembre 1474. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 150-151 e s. in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “IV. Il principe Roberto, morendo nel 12 dicembre 1474, (1) lasciò il principato al figliuolo Antonello natogli dalla sua unione con Caterina Sforza, secondo ha scritto il Gatta, o Ramondina Del Balzo, secondo altri autori. Ecc…”. Il Mazziotti (…) a p….., nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ sepolto nella chiesa di S. Matteo.”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) ….A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello ecc….”. Roberto si sposò con Raimondina Orsini del Balzo († 1490), figlia di Gabriele Orsini del Balzo, duca di Venosa, e di Maria/Giovanna Caracciolo del Sole, dalla quale ebbe un figlio e due figlie: Antonello, Ginevra e Giovanna che andò in sposa a Lugi III Gesualdo.

Nel 1455, Torraca ed il suo territorio, compreso Sapri in epoca Aragonese

Secondo Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura dei Baroni’, a p. 39, in proposito all’epoca aragonese scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV sec., Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che venivano tassati.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che  il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori,  le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Il Malamaci però, sulla scorta del Gaetani si ferma al secolo XVI quando si hanno notizie dei baroni di Torraca che acquistano il feudo o il suffeudo. Stessa cosa devo dire per Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Torraca all’epoca Aragonese non riporta significative notizie. Oltre alle notizie demografiche della popolazione di Torraca e del suo territorio per l’epoca aragonese riportate dal Mallamaci sula scorta del ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, notizie di Torraca, del suo territorio e del porto di Sapri, si hanno a partire dal 1500 in poi. Tuttavia, una notizia che riguarda il territorio saprese incluso nel suffeudo di Torraca all’epoca post-angioina e della metà del ‘400 è quella della citazione di un cimitero di fanciulli a “S. Fantino“, grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a S. Giovanni a Piro, una grancia oggi scomparsa ma che probabilmente esisteva nel territorio saprese anche grazie alla presenza del porto da cui partivano le barche per i traffici dei monaci dell’Abbazia. La citazione viene nell’art. 41 degli Statuti del 1466 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti dall’allora Abate Commendatario dell’Abbazia Teodoro Gaza nel 1466. L’articolo n° 41, forse è uno di quelli aggiunti dagli altri abbati commendatari proprio in epoca aragonese. Oltre a questa notizia di cui parlo innanzi vi è l’altra dell’anno 1481 della bolla vescovile di Gabriele Guidano che concesse la costruzione di una cappella nel teritorio saprese allora unito a quello di Torraca.

Nel 1445, Mons. Fellapane è eletto 17° vescovo della Diocesi di Policastro

Secondo la cronostassi del vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, pubblicata a Napoli nel 1831, ed in particolare nella versione pubblicata da G.G. Visconti (…), pubblicata nel 1976, a pp. 76-77-78, per il periodo storico che va sotto la dominazione Aragonese, subito dopo le vicende Angioine, in proposito venivano riportati i seguenti vescovi: “XVII. Carlo Fellapane, di Napoli, innalzato alla cattedra di Policastro nel 1445. Durante il suo episcopato la Cattedrale fu riattata ed abbellita, come risulta da una iscrizione in marmo posta sull’ingresso centrale della Cattedrale stessa:

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(Fig….) Cattedrale di Policastro – facciata principale con il Portale ed il bassorilievo del ‘400

Nel 3 novembre 1449, papa Nicolò V, destituì Antonio Rocco, abate di S. Giovanni a Piro

Il 3 novembre 1449, per ordine del papa Nicolò V (1447-1455) venne destituito l’abate di quel monastero perchè “publice fornicari ac dicti monasteri delapidatorem et dissipatorem esse et multa ac varia enormia crimina perpetrare non expavit” (16). Ebner (…), nel vol. II, a p. 490, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Reg. Vat., vol. 410, ff 222-223.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, a p. 490, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Reg. Vat., vol. 410, ff 222-223. Papa Nicolò V avendo destituito ‘Antonius Rochus de Catancano (Catanzaro ?), ‘abbas monasterij S. Johannes de Piro O. S. Bas. Policastren dioec.’ conferisce in commenda il monastero al cardinale Basilio Bessarione.”.

Nel 7 novembre 1449, papa Nicolò V (?), conferisce in commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro al Cardinale Bessarione

Il 7 novembre successivo il papa, da Napoli, conferì in commenda il predetto monastero al cardinale Bessarione di Trebisonda, vescovo di Frascati e alto protettore dell’Ordine di S. Basilio. Ebner (…), nel vol. II, a p. 490, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Reg. Vat., vol. 410, ff 222-223. Papa Nicolò V avendo destituito ‘Antonius Rochus de Catancano (Catanzaro ?), ‘abbas monasterij S. Johannes de Piro O. S. Bas. Policastren dioec.’ conferisce in commenda il monastero al cardinale Basilio Bessarione. Il Di Luccia, p. 19, attribuì l’investitura della commenda al cardinale a papa Pio II (1458-1464) con breve del 1462; il Lipinski a papa Sisto IV (1471-1484) con breve del 1473.”.

Nel 1451, Francesco Sanseverino disobbedì al re Alfonso I d’Aragona

L’avv. Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 212, in proposito a Francesco Sanseverino all’epoca di Alfonso I d’Aragona scriveva che: “….Tuttavia questi, riferisce il Summonte, nel 1451 si mostrò disubbidiente al Re per non aver voluto permettere che ‘si facessero certe lance (?) le quali dovevasi unire nel territorio di Lauria, onde fu sottoposto a giudizio dei suoi pari, ma non risulta che gli sia stata inflitta alcuna pena, perchè non fu privato del suo feudo, che continuò sotto la sua dipendenza e dei suoi successori, come si dirà nel capitolo seguente.”.

Nel 1452, muore Francesco Sanseverino, conte di Lauria e figlio di Gaspare Sanseverino

Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, ecc…”.

Nel 1455, VENCESLAO SANSEVERINO, IV conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “A ‘Francesco Sanseverino’ successe nel 1455 nella Contea di Maratea e di Lauria, e quindi nell’utile dominio di Lagonegro, il figlio ‘Stefano’, ed a questo il figlio ‘Venceslao’.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, che aveva sposato Mita Caracciolo, figlia di Leonetto Signore di Pisciotta e di Caterina Filangieri dei Conti di Avellino. In seguito ad atto di donazione del padre Venceslao, il 12 febbraio 1462 la figlia Luisa diventa contessa di Lauria e sposa Barnabo Sanseverino, terzogenito del 10° Conte di Marsico Giovanni Sanseverino e fratello del 1° principe di Salerno Roberto; ecc..”. Da Wikipedia, alla voce “Suffeudo di Lauria” leggiamo che: “Il suffeudo comprendeva l’area del monte Sirino e i territori di Lauria, Orsomarso, Laino, Castelluccio e Trecchina, tutte zone considerate marginali rispetto agli altri possedimenti dei Sanseverino. Il suffuedo di Lauria, aveva il rango di contea, titolo normalmente attribuito solo ai feudatari cosiddetti in capite con vincolo diretto al re, mentre secondo il diritto feudale il termine suffeudo indicava il beneficio di valvassori (“vassi vassorum”) dipendenti dai Vassalli. Il conte di Lauria ebbe congiunto anche il titolo di duca di Scalea. La costituzione del suffeudo di Lauria la si deve a Vinceslao Sanseverino, che era il dodicesimo conte di Lauria. Non aveva discendenza diretta maschile ma, con l’atto di donazione del 12 febbraio 1462 di Laino, concesse il suffeudo come dote a sua figlia Luisa che sposò Barnaba Sanseverino,fratello di Roberto, principe di Salerno. Venceslao poteva come feudatario in capite costituire subfeudi,mentre solo il re poteva concedere la contea al di fuori della discendenza maschile. Con il suffeudo i beni passarono alla discendenza femminile aggirando le norme che ne impedivano la successione nei feudi e portavano alla retrocessione al demanio regio ma con la scelta di uno sposo per la figlia all’interno dello stesso casato continuava la tradizione di famiglia. Barnaba, a sua volta, pur essendo cadetto venne a svolgere un ruolo molto importante nel regno di Napoli e fu uno dei capi della congiura dei baroni..

Nel 12 giugno 1453, Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, donò il feudo del fratello Alfonso di Loria

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 205, parlando anche di Rivello, in proposito citava il Pesce (…) e, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).“. Il Campagna, nella sua nota (29) a p. 205, postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà, ci informa che: “Da un documento del 12 giugno 1453, citato anche dal Vanni (8), risulta che Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, aveva fatto donazione del feudo del fratello Alfonso. Fu così che i Loria entrarono nella storia della Terra di Majerà e ne determinarono le sorti per, circa, un secolo e mezzo (9).”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Dal Quinternione primo della R. Camera, fol. 264, e fol. 265, R. Assenso ad una Supplica al re Alfonso I, scritta dal notaio Pietro Bono di Maratea, “Cronica di Majerà” cit.”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (9) postillava che: “(9) La famiglia aveva tratto il predicato dal feudo di Lauria. Divenne di Loria con l’uso umanistico di latinizzare nomi, cognomi e predicati. Pare che fosse di origine normanna, messasi alle dipendenze del Principato di Salerno. Venne identificata con i De Cloirat di Normandia. Ebbe feudi che andavano da Lagonegro a Lauria, e fin sulle coste del Golfo di Policastro. Il rappresentante più illustre fu Ruggiero di Lauria, 1245-1304, eroico ammiraglio al servizio di Pietro III d’Aragona. Come già scritto, Riccardo di Lauria, figlio dell’Ammiraglio, aveva sposato Pippa Sambiasi, figlia di Ruggiero e Costanza Isabella Sangineto, signore di Majerà. Con Vittoria e Geronimo la famiglia decadde, “non possedendo altro, che la Terra di Majerà”, Vanni, op. cit.”.

Nel 1454, muore Americo di Sanseverino, marito della giovane Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio e padre di Gaspare, Antonello e Guglielmo

Nel 1 gennaio 1454, MARGHERITA DI SANSEVERINO, moglie di Americo di Sanseverino 1° conte di Capaccio, madre e balia di Gaspare, Antonello e Guglielmo

Felice Fusco (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), nella sua nota (131), riguardo i successori di Americo Sanseverino scriveva che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Arrico Sanseverino, 1° conte di Capaccio e della baronia del Principato Citeriore, si era sposato con sua cugina Margherita di Sanseverino, figlia dello zio Luca di Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Sposando Margherita, Arrico ebbe così la conte di Capaccio divenendone il primo conte. Da Margherita Americo ebbe tre figli: Gaspare, Antonello e Guglielmo. Alla morte di Americo, i tre figli era ancora minorenni e sarà la madre la loro balia e tutrice. Lo si rileva dal documento pubblicato dalla Jole Mazzoleni (…). Pietro Ebner (…) nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento” a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo Sanseverino” Sanseverino scriveva che: “Scrive F. Campanile (45)…..La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso I d’Aragona (46). ….Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49). Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (45) postillava che: “(45) Campanile, cit. p. 158”. Ebner a p. 610 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Pergamena di Roccagloriosa, n. XXI, p. 138 in Mazzoleni cit. Confermano e sottoscrivono il diploma Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino, principe di Salerno, e Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio.”.  Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”.

Mazzoleni, op. cit. RSS, p. 138, pergamena XX

Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”.

Secondo questo documento nel 1454, Guglielmo di Sanseverino ed i due fratelli erano ancora minorenni e sotto la tutela della madre. La Mazzoleni (…), a p. 138, in un suo saggio sulle “Pergamene di Laurito” pubblicate nella R.S.S. (…), riguardo il documento n. XXI (pergamena n° 15), in proposito scriveva che: “XXI. 1454, 1 gennaio, II, Padula. Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio, madre di Gaspare di Sanseverino, conte di Capaccio e della baronia di Laurino e Cuccaro, conferma a Giacobello di Monforte, suo suffeudatario in feudo nobile la metà del castello di Laurito già datogli da Francesco di Sanseverino nel 1438, 24 ottobre (v. n° 20) e gli rinnova l’investitura. Confermano e sottoscrivono il diploma baronale: Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino, conte di Capaccio, Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio. Perg. n° 15.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo” Sanseverino scriveva che: “Scrive F. Campanile (45) ecc…La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso I d’Aragona (46). Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio, madre e balia di Gaspare Sanseverino, conte di Capaccio e delle baronie di Laurino e di Cuccaro, confermò a Giacobello di Monforte, suo suffeudatario, il feudo nobile di Laurino concessogli da Francesco di Sanseverino il 24 ottobre 1438 (47). Nel 1422, “in castris apud Caput Aquarum” re Alfonso esaminò atti di governo (48). Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49). Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (45) postillava che: “(45) Campanile, cit. p. 158”. Ebner a p. 610 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Pergamena di Roccagloriosa, n. XXI, p. 138 in Mazzoleni cit. Confermano e sottoscrivono il diploma Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino,, principe di Salerno, e Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio.”.  Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”. Da questo documento pubblicato dalla Mazzoleni e trascritto a Padula, nel 1 gennaio 1454 e sottoscritto anchedai suoi tre figli minorenni di cui ella era la baia tutrice prima che raggiungessero la maggiore età. Dunque, da questo documento si evince che al 1 gennaio 1454, Arrico di Sanseverino era già morto e sua moglie Margherita di Sanseverino era diventata la balia e la tutrice dei beni dei suoi tre figli: Gaspare, Antonello e Guglielmo. Dunque, da questo documento risulta che i pupilli Gaspare, Antonello e Guglielmo, nel 1454 erano ancora sotto  la tutela della madre Margherita di Sanseverino, vedova e balia dei suoi tre figli.

Nel 1454, GASPARE SANSEVERINO, maggiorenne e dopo la reggenza della madre Margherita succede al padre Americo e diventa il 2° Conte di Capaccio e forse Conte di Lauria

Felice Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Princie di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Amerigo Sanseverino era figlio di Filippo Sanseverino, Conte di Matera e di Elisabetta Sanseverino. Fu marito di Margherita Sanseverino dei Duchi di S. Marco. Appartiene al ramo dei Principi di Sanseverino di Bisignano, Sarà il 1° Conte di Capaccio. Sarà padre di Caterina Sanseverino, Antonello e Antonio, Cesare e Gaspare Sanseverino, 2° conte di Capaccio e Guglielmo Sanseverino, 3° Conte di Capaccio. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Ma quando morì Americo Sanseverino ?. Quando successe alla sua morte il figlio Gaspare che morì nell’anno 1468 ?. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Americo Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello Antonello (sposò Antonella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi.”. Riguardo Gaspare di Sanseverino, figlio di Amerigo di Sanseverino ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo” Sanseverino scriveva che: “Scrive F. Campanile (45) ecc…La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso I d’Aragona (46). Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio, madre e balia di Gaspare Sanseverino, conte di Capaccio e delle baronie di Laurino e di Cuccaro, confermò a Giacobello di Monforte, suo suffeudatario, il feudo nobile di Laurino concessogli da Francesco di Sanseverino il 24 ottobre 1438 (47). Nel 1422, “in castris apud Caput Aquarum” re Alfonso esaminò atti di governo (48). Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49). Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (45) postillava che: “(45) Campanile, cit. p. 158”. Ebner a p. 610 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Pergamena di Roccagloriosa, n. XXI, p. 138 in Mazzoleni cit. Confermano e sottoscrivono il diploma Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino,, principe di Salerno, e Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio.”.  Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”. Dunque, secondo Ebner parlando di Capaccio, Amerigo Sanseverino ebbe il feudo nel 1433 dal re Alfonso I d’Aragona e riguardo “Arrigo” nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nella colletta di Principato Citra, disposta per il trionfo di re Alfonso, Arrigo risulta il primo barone della Provincia, scrive C. Tutini, cit. pp. 78 e 80: “Comes Caputatii, Aquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Caputatium, Caselle, Trentinaria, Mons fortis, Marginariatu, Contronum, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Bonabitacolus, Sanza.”. Ebner, riguardo Arrigo Sanseverino scriveva pure che: Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, ecc..”. Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Ma quando morì Americo Sanseverino ?. Quando successe alla sua morte il figlio Gaspare che morì nell’anno 1468 ?. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Americo Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello ecc…”. Sempre Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel suo cap. 5, parlando dei Cpano e della Baronia del Cilento, a p. 144, riferendosi ad un documento, una Sentenza del 7 luglio 1386 pronunziata in Rocca Cilento, dove è trascritto un ordine di Tommaso I di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Lo stesso documento ci informa che la Baronia in quell’anno fu invasa da un tal Amerigo de Cucarito, ed essendo stato, fra gli altri, spogliato dei suoi beni un tale Petruccio de Rayno di Vetrale, piccolo casale di Matonti, egli ricorse ai Capano ecc..”. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando. Felice Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Ma quando morì Americo Sanseverino ?. Quando successe alla sua morte il figlio Gaspare che morì nell’anno 1468 ?. Riguardo la famiglia dei Sanseverino ed in particolare di Gaspare Sanseverino, ho scritto per l’anno 1404, sulla scorta della notizia che riferisce Carlo Pesce (…). Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), e soprattutto della cronaca del Summonte (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, riferendosi al regno di re Ladislao I, in proposito scriveva che ai tempi delle lotte accanite tra Ladislao e Luigi II d’Angiò scoppiò una ribellione ed in quella occasione Ladislao nell’anno 1404, accortosi dei fatti fece imprigionare  11 ribelli dove fra essi risultava essere secondo il Summonte anche Gaspare Sanseverino che viene annoverato come Conte di Matera ma il Summonte suppone essere il Conte di Lauria e l’utile Signore di Lagonegro. Il Summonte scrisse che all’epoca furono privati tutti dei feudi e delle cariche. Scrive sempre il Pesce (…) a p. 210 che: “Succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’utile dominio di Lagonegro.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria: Ecc..”. Anche in questo caso non mi ritrovo con le date e dunque la notizia intorno a Gaspare Sanseverino e suo figlio Francesco dovranno essere uleriormente indagate.

Nel 1455, ‘Antonello de Petruciis’ acquistò Rofrano

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro scriveva che: “Come ho già detto nel 1455 il primo ministro di re Ferrante d’Aragona, Antonello de Petruciis, aveva acquistato Rofrano ecc..”

Nel 1455-1456, Casaletto, Capizzo e Centola erano feudi posseduti da Carlo e Alfonso de Sangro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nel 1456 Casaletto, Capizzo e Centola erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro, investiti di quei feudi dopo la morte del padre Paolo (4).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (4) postillava che: “(4) Ebner, Storia cit., pp. 137 sgg., 192, 201, 207, 217 e 246. Cfr. pure nel mio saggio ‘Economia e società cit., I, p. 262.”. Dunque, Ebner scriveva che nel 1456, i feudi di Centola, Casaletto e Capizzo erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro. I fratelli de Sangro avevano ereditato i feudi dal padre Paolo di Sangro. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 137-138, parlando della Baronia di Novi ai tempi degli Aragona, in proposito scriveva che: “2. Re Alfonso continuò a mostrare la sua cordiale benevolenza nei confronti del fedele Giovanni Antonio Marzano tanto da favorire il matrimonio di Marino, figlio unico del Grande ammirato, con la propria figlia Eleonora, cui diede in dono il principato di Rossano e buona parte della Calabria. Al medesimo barone di Novi, il sovrano donò Gioi, ……Ciò fu possibile perchè la baronia di Novi, passata dai Normanni de Mànnia ai discendenti cadetti dei principi longobardi di Salerno, secondo il diritto longobardo era divisibile. In quel tempo l’antica baronia era diventata un mosaico di feudi. Capizzo, con Casaletto e Centola (a. 1455) erano posseduti da Carlo e Alfonso di Sangro, investiti del feudo di Centola e casali anzidetti per la morte del loro padre Paolo (N Q f 58 e 59). Sala e Salella (N Q f 163), come l’odierno Vallo della Lucania (N Q f 62), già posseduti dai della Ratta di Caserta……Il 28 luglio 1429 (errore di trascrizione nel R Q per 1459) re Ferrante vendette per 1500 ducati (R Q 7, f 94) a Nicola da Procida, conte di Aversa, le terre di Laurito e Vibonati (R Q f 87).”. Dunque, anche in questo scritto Ebner chiarisce che secondo i Registri ancora esistenti, quelli che non sono andati distrutti in occasione dell’ultimo conflitto mondiale, ed in particolare i Registri Aragonesi, in particolare i Notamenti ai Repertori dei Quinternioni, nel 1455, i feudi di Centola, Capizzo e Casaletto erano stati ereditati dal padre Paolo di Sangro ai figli Carlo e Alfonso di Sangro (N Q f 58 e 59). Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, nel vol. II, a p. 262 parlando di “Centola”, in proposito scriveva che: “vedi vol. II”, ma non dice nulla, forse un errore di trascrizione.  

Nel 22 marzo 1458, la visita apostolica di Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos) all’Abazia di S. Giovanni a Piro, al monastero di S. Maria di Centola ed al monastero di S. Cono a Camerota

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(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio).

Riguardo la visita Apostolica del 1457-58, di Atanasio Calceopoulos si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava: “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Il Breccia (…), sulla scorta del “resoconto” della visita apostolica del 1457 di Atanasio Calceopoulos, scrive che si può dedurre la condizione di abbandono di tantissimi monasteri basiliani dell’Italia meridionale. Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Il grande interesse del documento da poco pubblicato il quale contiene il testo completo della Visita compiuta ai monasteri basiliani di Calabria, Basilicata e Campania dall’autunno 1457 alla primavera dell’anno successivo. Atanasio Calceopoulos, allorchè ricevette da Papa Callisto III la commissione per tale Visita, era archimandata del monastero del Patirion e per assolvere all’incarico si associò l’archimandrita Macario del monastero di S. Bartolomeo di Trigonia, presso Sinopoli, ed il notaio Carlo Feadacio. I tre viaggiatori, conclusero il loro viaggio il 5 aprile 1458 nel cenobio di S. Maria di Pattano nelle vicinanze di Vallo della lucania.”. Nel corso della visita apostolica di Atanasio, si potè rilevare che: “accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Dunque, come ci narra il Breccia (…), nel 1457, Atanasio Calceopulo, eseguì una visita apostolica in tutti i monateri Basiliani ancora esistenti. Il Breccia, alla sua nota (6), postillava che: “Anche tenendo conto dell’incompletezza del resoconto citato, nel quale viene a volte omesso l’inventario dei beni di alcuni monasteri, nonché della possibilità che qualcosa sia sfuggito al suo redattore, l’impressione di un generale e drastico depauperamento è inequivocabile.”. Scrive sempre il Breccia (…), a proposito del lavoro svolto dal Menniti (…): “Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti in Italia meridionale.”. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta , Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà , Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg. Non si può certo escludere che nei settantanove anni che corrono tra l’edizione dell’Agresta e quella del Rodotà il numero dei monasteri fosse rimasto invariato: certo è tuttavia che il modo in cui quest’ultimo riprende il testo dell’Agresta, a tratti copiandolo fedelmente, non depone a favore della sua attendibilità.”. A questo punto, il Breccia, riprende il suo racconto e scrive che: “Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Riguardo il ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”. L’Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: “Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non vennevisitato nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano). Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (…), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola)…”Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Dunque, l’Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Maria di Centola era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Come si può vedere, nel testo di Agresta, del 1681, Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno (…),  da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua versione postuma pubblicata del Rodotà (…) (vedi Fig…), non viene citato il Monastero di S. Arcangelo di Celle di Bulgheria. Dunque il Monastero di S. Arcangelo a Celle di Bulgheria, forse figura solo tra quelli visitati nel 1458 dall’Archimandrita Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos), di cui abbiamo parlato. E’ molto probabile che, dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli). La cosa andrà ulteriormente indagata in quanto non è detto che il Monatero esistesse ancora nel 1583, in quanto a Rofrano, il Galassi (…), trovò un solo diacono, figlio di un presbiterio greco. Sappiamo dal Ronsini (…) che a Rofrano, il Galassi (…), trovò nella chiesa un’antichissima icona della Theotòkos. Tuttavia, siccome il Galassi, condusse la sua visita apostolica nel ‘basso Cilento’ solo di sicuro a Rofrano, questo sarà oggetto di ulteriore approfondimento. Il Volpi (…) ne scrive nella vertenza tra i vescovi di Capaccio e i preti di Centola, i quali rifiutarono di ricevere dal vescovo Tommaso Carafa (1639-1664) la facoltà di amministrare i sacramenti asserendo che erano tenuti a riceverla dall’abate, ordinario locale. La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), vengono confermate dunque dal Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Atanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. La visita della Commissione Apostolica ai Monasteri dell’Ordine di S. Basilio, ancora esistenti nel Mezzogiorno d’Italia, riveste un carattere di particolare rilievo ed importanza anche perchè grazie ad essa, subito dopo,molti monasteri furono Commendati, come ad esempio quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dove,  nel 1462, fu istituita la Commenda affidata al Cardinale Bessarione che a sua volta lo affidò in Commenda al grande umanista Teodoro Gaza, che la tenne fino alla morte, sopraggiunta nel 1475. Riguardo questo argomento, rimando al mio saggio ivi pubblicato

f. 132 r.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 131 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

f. 132 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 132 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

. 133 r.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 132 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

f. 133 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 133 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

f. 134 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 133 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

f. 134 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 134 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

NEL 4 FEBBRAIO 1459, RE FERDINANDO (FERRANTE) I D’ARAGONA

Ferdinando d’Aragona, ramo di Napoli, meglio conosciuto come Ferrante I e detto anche Don Ferrando e Don Ferrante (muore nel 1494), era l’unico figlio maschio, illegittimo, di Alfonso I di Napoli, fu re di Napoli dal 1458 al 1494. La madre, Gueraldona Carlino, era una donna probabilmente di origine napoletana che nel dicembre del 1423 aveva accompagnato Alfonso al suo ritorno in Spagna. Alla morte di re Alfonso I d’Aragona (1458) divise nuovamente le corone lasciando il Regno di Napoli al suo figlio illegittimo Ferdinando (legittimato da papa Eugenio IV e nominato duca di Calabria), mentre tutti gli altri titoli della corona d’Aragona, incluso il regno di Sicilia, andarono a suo fratello Giovanni. Re Alfonso lasciò quindi un regno perfettamente inserito nelle politiche italiane. La successione del figlio Ferdinando I di Napoli, detto Don Ferrante, fu sostenuta dallo stesso Francesco Sforza. Così come stabilito dal padre, Ferdinando gli succedette sul trono di Napoli nel 1458, all’età di 35 anni; ma papa Callisto III, mal disposto nei suoi confronti, con bolla del 12 luglio dichiarò vacante il trono di Napoli non riconoscendo la successione di Ferdinando perché, a suo dire, egli non era figlio né legittimo né naturale di Alfonso V d’Aragona, ma figlio di un servitore moro. Il pontefice morì nell’agosto del 1458 senza però raggiungere il suo obiettivo; il suo successore, papa Pio II (1458-1464), invece, riconobbe come legittimo sovrano Ferdinando, il quale fu incoronato solennemente il 4 febbraio 1459 nella Cattedrale di Barletta. Malgrado ciò, il rivale Giovanni d’Angiò, approfittando del malcontento dei baroni napoletani, decise di tentare la riconquista del trono della sua dinastia, perduto dal padre, e invase Napoli. Riguardo l’epoca Aragonese ed in particolare quella di re Ferrante d’Aragona, Giuseppe Galasso (…), nel suo ‘Mezzogiorno medievale e moderno’, a pp. 141-142, in proposito scriveva che: “i sovrani di casa d’Aragona avevano, infatti, già dato un più che rilevante contributo. Alfonso il Magnanimo aveva riformato, la Vicaria ed altre istituzioni del Regno; aveva operato una radicale rifrma dell’ordinamento tributario; aveva istituito il Sacro Regio Consiglio; aveva organizzato la grande dogana pugliese delle pecore e aveva impresso così un corso nuovo, e sia pure largamente discutibile, all’economia di gran parte del Mezzogiorno. A sua volta il di lui figlio Ferrante perseguì una discontinua, ma non efficace politica di difesa delle ‘universitates’ del Regno contro gli abusi feudali, che si espresse nell’appoggio alla legislazione statutaria allora fiorita; e potè inoltre, schiacciando la famosa congiura del 1484-85, e già prima quella del 1459-64, segnare una tappa decisiva nella riduzione del peso politico del baronaggio meridionale. Ma lo stesso Alfonso aveva concesso ai baroni il ‘merum et mixtum imperium’, e nelle intricate vicende attraverso le quali si consumarono tra il 1494 ed il 1503 la crisi e la fine dell’indipendenza del Regno, i baroni avevano per via di fatto conquistato una piccola parte del potere detenuto prima della grande congiura (3).”. Il Galasso a p. 142, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per il significato del periodo aragonese nella storia della monarchia meridionale (sulla quale manca, tuttavia, un’opera ‘ad hoc’ ) sono soprattutto da tenere presenti: B. Croce, Storia del Regno di Napoli, cit., cap. I, ‘passim; E. Pontieri, Per la storia del regno di Ferrante I d’Aragona re di Napoli, Napoli, 1948; passim; ID, Alfonso I d’Aragona nel quadro della politica italiana del suo tempo, in ‘Divagazioni storiche e storiografiche, serie I, Napoli, 1960, pp. 201-310; P. Gentile, Lo stato napoletano sotto Alfonso I d’Aragona, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n.s., 23 (1937), pp. 1-56 e 24 (1938), pp. 1-56; G. Cassandro, Lineamenti di diritto pubblico ecc…ecc…”.

Nel 4 aprile 1460, Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Ci è pervenuta pure una notizia dell’età Aragonese (51).”. Ebner a p. 422, nella sua nota (51) postillava che: “(51) ‘Fonti aragonesi’, Napoli, 4 aprile 1460, Reg. 2 f 61 = Carucci cit., III, p. 92, n. 495: “Martinecti magistri Johannes de Rocca Gloriosa, moratoria unciarum acta et certa quantitate grano et ordei, taxata solvat tarenos tres et grana decem.”. Riguardo la nota (51), Pietro Ebner, in questo caso non si riferisce al Carucci (…) al suo vol. III del ‘Codice diplomatico salernitano del secolo XIII – Salerno dal 1282 al 1300, dove a p. 92 pubblicò il documento n.  LXXV del 3 settembre 1290, Melfi che, non è il documento del 1460 che riguarda Roccagloriosa che è tratto dalla Cancelleria Aragonese.

Nel 1461, BARTOLOMEO CARRAFA ed il feudo di Policastro confermato da re Ferrante

Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e Società etc..” a p. 539 parlando di Policastro, riferendosi al feudo di Policastro ci informa che: “…..(14), feudo confermato poi da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (d. 5000) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, il quale con il consenso del sovrano associò alla contea il figlio Giovanni Antonio.”. L’Ebner a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) ‘Reepr. Quintern.,  ff 158-161: ‘come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro IOannae secundae f. 262. Conferma (‘cum hominubus, vaxallis iuribus’ ecc… a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quint. div. 2° p. 856).”.

Nel 1462, Teodoro Gaza è nominato abate commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – Teodoro Gaza (1462-68); ecc..”. Scrive il Tancredi (…), a p. 60 che Teodoro Gaza “Fu il grande organizzatore del Cenobio Basiliano, in fase di decadenza. Procurò ogni mezzo per ricondurre all’antico splendore.”.

Nel 12 febbraio 1462, LUISA SANSEVERINO successe al padre Venceslao nella Contea di Lauria

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’ di Lorenzo Giustiniani, il quale nel Vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, che aveva sposato Mita Caracciolo, figlia di Leonetto Signore di Pisciotta e di Caterina Filangieri dei Conti di Avellino. In seguito ad atto di donazione del padre Venceslao, il 12 febbraio 1462 la figlia Luisa diventa contessa di Lauria ecc… Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo. Alla morte di Barnabo, avvenuta nel 1485, diventa 6° Conte di Lauria il figlio Bernardino.”.

Nel 7 giugno 1463, si sposano LUISA DI LAURIA (o Loria o Oria) e BARNABA SANSEVERINO che diventa il V conte di Lauria.

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “…Venceslao’. Costui trovandosi privo di prole maschile, e volendo far rimanere i suoi feudi nel parentado, diè in matrimonio la figlia ‘Luisa a Barnaba Sanseverino, Conte di Capaccio e fratello o nipote di Roberto, Principe di Salerno, donandole altresì la Contea di Lauria ed altri feudi, dei quali si riservò il godimento e l’usufrutto fino alla morte. A tale ecc..ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, che aveva sposato Mita Caracciolo, figlia di Leonetto Signore di Pisciotta e di Caterina Filangieri dei Conti di Avellino. In seguito ad atto di donazione del padre Venceslao, il 12 febbraio 1462 la figlia Luisa diventa contessa di Lauria e sposa Barnabo Sanseverino, terzogenito del 10° Conte di Marsico Giovanni Sanseverino e fratello del 1° principe di Salerno Roberto; quest’ultimo successe al padre dopo la morte del primo figlio Ludovico, avvenuta in maniera prematura nel 1447. Barnabo era, come tutti i Sanseverino, uomo d’arme. Aveva partecipato nel 1460, insieme al fratello Roberto, agli scontri tra Ferrante d’Aragona (con  i quali erano schierati) e i d’Angiò che cercavano di riprendersi il regno. Dopo la sconfitta subita dalle truppe aragonesi nella battaglia di Sarno, Roberto scese a patti con il Principe di Taranto, dimostrandosi propenso a passare dalla parte degli angioini. Finiti gli scontri i due fratelli Sanseverino furono processati per lesa maestà ma ottennero il perdono di Ferrante il 17 gennaio 1461. Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo. Alla morte di Barnabo, avvenuta nel 1485, diventa 6° Conte di Lauria il figlio Bernardino.”. Dunque, secondo il Montesano (…), il matrimonio tra Barnaba di Sanseverino e Luisa di Sanseverino, figlia di Venceslao e contessa di Lauria si celebrò il 7 giugno 1463 a Castelluccio (PZ). E’ così che Barnaba di Sanseverino divenne il V° conte di Lauria e signore id Cuccaro. Dalla loro unione nacquero Bernardino che alla sua morte , nel 1485 erediterà la conte di Lauria e Sveva di Sanseverino che all’epoca della ‘Congiura dei Baroni’ (anno 1485) sposerà Giovanni Antonio Petrucci figlio di Antonello Petrucci Segretario del re Ferrante d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a p. 143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La feudalità, p. 18.”.

Nel 1465, ANTONELLO DE PETRUCIIS acquistò da re Ferrante I d’Aragona la contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “…..(14), feudo confermato poi da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (d. 5000) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, il quale con il consenso del sovrano associò alla contea il figlio Giovanni Antonio. A un certo momento Antonello aggregò alla contea di Policastro anche la Baronia di Novi, per cui tutto il basso Cilento dall’Alento a policastro fu posseduto da un solo feudatario.”. L’Ebner a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) ‘Reepr. Quintern.,  ff 158-161: ‘come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioannae secundae f. 262. Conferma (‘cum hominubus, vaxallis iuribus’ ecc… a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quint. div. 2° p. 856).”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, parlando del Casale di Casaletto ai tempi della Congiura dei Baroni, a p. 39, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Egli aveva ricevuto la contea di Policastro dal padre Antonello, segretario del Re, la quale contea, appartenente fino ad allora ai Sanseverino, era stata concessa, mediante il pagamento di 12.000 ducati, direttamente dal re Ferrante. Successivamente, …..La contea di Policastro passò nel 1496 alla famiglia Carafa.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: “Nel 1476, però, Gioi fu venduta pure dal re al suo primo ministro Antonello de Petruciis. Ma già nel 1465 Antonello aveva acquistato Rofrano e nel 1471 S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Bosco e S. Mauro La Bruca, riunendo tutti questi feudi nella contea di Policastro, acquistata per docimila ducati e alla quale aveva associato il figlio Giovanni Antonio (28). Nominato da re Amministratore regio di Novi, il primo ministro lo comprò sùbito con Mandia. L’acquisto è confermato da una notizia del prezioso ‘Cedolario di tesoreria’ (ASN, vol. 86 f 36) da cui risulta che Antonello preferì il pagamento rateale della somma di “setzimila ducats” (29). Anche Novi, con Gioi e Mandìa, vennero aggregati alla contea di Policastro. A premiare l’opera attiva e intelligente del suo primo segretario, l’Aragonese aveva nominato il primo figlio di Antonello conte di Carinola e consentito al secondo di associarsi al padre nella contea di Policastro.”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Vedi nell’edizione critica dei sonetti del Conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, La congiura de baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Rata di “dosmila uicento dotze ducats, un gra.”. La rata venne pagata il 15 agosto 1479 e pare fosse l’ultima. Vedi pure nei ‘Cedolari di tesoreria’ 1484-1492 sullo stipendio mensile di “Mess. Rogiero de Cucharo medico de S. Re” Ferrante, per le interessanti variazioni ecc…ecc…”. Antonello De Petruciis (questo è in realtà il cognome riportato da Tristano Caracciolo, testimone delle vicende e che ne riferisce nel 1509 nel De varietate fortunae) iniziò la propria carriera sotto Alfonso I, con un incarico presso la regia cancelleria al quale fu chiamato dopo essersi fatto notare durante gli anni di praticantato prestati sotto la guida del notaio Ammirato di Aversa, il quale – colpito dalla sua intelligenza e vivacità – lo aveva voluto con se e lo aveva avviato agli studi. In pochi anni il giovane di estrazione contadina, nato nelle campagne di Teano, riuscì a scalare tutti i gradini della burocrazia, ottenendo incarichi sempre più delicati e ruoli via via più prestigiosi: già nel 1459 era diventato Segretario di Re Ferrante e via via divenne Cavaliere, conservatore dei Registri di Cancelleria e del Gran Sigillo, Credenziere della Dogana, fino alla nomina – nel 1460 – a Presidente della Regia Camera della Sommaria e Luogotenente del Gran Cancelliere. A Napoli il Petrucci acquisì dalla famiglia Del Balzo il palazzo in Piazza San Domenico Maggiore a Napoli e una cappella nell’attigua chiesa. Naturalmente anche i numerosi figli beneficiarono di tali ricchezze: Francesco divenne Conte di Carinola,  Giannantonio Conte di Policastro,  Giambattista fu Arcivescovo di Taranto,  Tommaso Agnello divenne Priore di Capua, mentre Severo e Giacomo furono Vescovi rispettivamente di Muro e Larino. Le due figlie femmine, assecondando la politica espansionistica del padre, si imparentarono con le nobili famiglie degli Orsini e dei Caracciolo. Per lo stesso motivo Giovanni Antonio aveva sposato Sveva Sanseverino, nipote del Principe di Salerno, e fu questo – probabilmente – l’inizio della catena di eventi che portò alla tragica fine della famiglia. Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, e da questo nell’anno 1348, in Gabriello, e Luciano Grimaldi, e dopo in Gio: Antonio Petrucci, figlio d’Antonello Segretario di Ferrante primo fatto da questo morire nel Mercato di Napoli come Ribelle nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro scriveva che: “Come ho già detto nel 1455 il primo ministro di re Ferrante d’Aragona, Antonello de Petruciis, aveva acquistato Rofrano e nel 1471 S. Giovanni a Piro (v.), Torre Orsaia, Bosco e S. Mauro la Bruca, riunendo tutti questi feudi nella contea di Policastro (57) che aveva acquistata per 12.000, alla quale poi, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio (58). Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Pietro Ebner (…), riguardo i Petrucci ed il feudo di Policastro, in proposito scriveva che: “Dell’età aragone si intuiscono notizie dalla costituzione della contea di Policastro concessa da re Ferrante al suo primo ministro Antonello Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio alla contea che ormai si estendeva, in un unico complesso, da Novi oltre Policastro. Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro scriveva che: “Come ho già detto nel 1455 il primo ministro di re Ferrante d’Aragona, Antonello de Petruciis, aveva acquistato Rofrano e nel 1471 S. Giovanni a Piro (v.), Torre Orsaia, Bosco e S. Mauro la Bruca, riunendo tutti questi feudi nella contea di Policastro (57) che aveva acquistata per 12.000, alla quale poi, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio (58). Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro “Pyxous-Policastro”, parlando dell’epoca Aragonese, in proposito a p. 515 in proposito scrivevano che: “Nel 1465 il conte Antonello Petrucci, figlio di contadini di Teano, segretario di re Ferrante, acquistò Policastro per 5.000 ducati.”.

Nel 1465, GIOVANNI ANTONIO PETRUCCI è associato dal padre nella Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “…..primo ministro Antonello de Petruciis, il quale con il consenso del sovrano associò alla contea il figlio Giovanni Antonio. A un certo momento Antonello aggregò alla contea di Policastro anche la Baronia di Novi, per cui tutto il basso Cilento dall’Alento a Policastro fu posseduto da un solo feudatario.”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 38, parlando del casale di Casaletto al tempo della Congiura dei Baroni, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Egli aveva ricevuto la contea di Policastro dal padre Antonello, segretario del Re, la quale contea, appartenente fino ad allora ai Sanseverino, era stata concessa, mediante il pagamento di 12.000 ducati, direttamente dal re Ferrante. Successivamente, forse a causa anche del rapporto di parentela instauratosi con i Sanseverino (il secondogenito Giovanni Antonio aveva sposato Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e cugina del principe di Salerno Antonello) partecipò alla congiura dei baroni. Il Re, come abbiamo visto, non accettò un simile atto di fellonia (soprattutto da chi gli era stato più vicino ed aveva avuto la sua fiducia!) e giustiziò prima il figlio Giovanni Antonio e dopo il padre Antonello (giustiziato a Napoli in piazza del Mercato l’11 maggio 1487). La contea di Policastro passò nel 1496 alla famiglia Carafa.”. Dalla Treccani (….), leggiamo che Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro. – Uomo politico e poeta (n. 1456 circa – m. Napoli 1486); secondogenito di Antonello; entrò ancora giovane nella corte napoletana come consigliere e segretario regio. In relazione con i più celebri umanisti che insegnarono in quegli anni nello Studio napoletano, fu accademico pontaniano. Coinvolto nella caduta del padre, fu condannato alla decapitazione. Nella torre di San Vincenzo, dove era rinchiuso, scrisse una collana di 83 sonetti ispirati alle sue drammatiche vicende e alla sua visione della vita, pessimistica e insieme pacatamente rassegnata. Essi sono anche documento importante di quel momento di crisi della lingua in seguito al quale si afferma definitivamente, al di sopra delle parlate regionali, la koinè letteraria italiana sulla base del toscano. Giannantonio divenne Conte di Policastro. Giovanni Antonio Petrucci sposò Sveva Sanseverino, nipote del Principe di Salerno, e fu questo – probabilmente – l’inizio della catena di eventi che portò alla tragica fine della famiglia. Il padre gli cedette la contea di Policastro e gli procurò la mano di Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e nipote del principe di Salerno, proprio quando costoro ordivano la congiura contro re Ferrante. Pietro Ebner (…), riguardo i Petrucci ed il feudo di Policastro, in proposito scriveva che: “Dell’età aragone si intuiscono notizie dalla costituzione della contea di Policastro concessa da re Ferrante al suo primo ministro Antonello Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio alla contea che ormai si estendeva, in un unico complesso, da Novi oltre Policastro. Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro scriveva che: “Come ho già detto nel 1455 il primo ministro di re Ferrante d’Aragona, Antonello de Petruciis, aveva acquistato Rofrano e nel 1471 S. Giovanni a Piro (v.), Torre Orsaia, Bosco e S. Mauro la Bruca, riunendo tutti questi feudi nella contea di Policastro (57) che aveva acquistata per 12.000, alla quale poi, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio (58). Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”.

Nel 1466, la politica di re Ferrante d’Aragona e la concessione degli ‘Statuti’ alle ‘Universitas’

Giuseppe Galasso (…), nel suo ‘Mezzogiorno medievale e moderno’, a pp. 141-142, in proposito scriveva che: A sua volta il di lui figlio Ferrante perseguì una discontinua, ma non efficace politica di difesa delle ‘universitates’ del Regno contro gli abusi feudali, che si espresse nell’appoggio alla legislazione statutaria allora fiorita; ecc..”. Riguardo gli ‘Statuti’ concessi dai diversi feudatari ai diversi casali del Cilento, o ‘Universitas’, scaturiti dalla politica promossa da Ferrante d’Aragona, ne ha parlato Pietro Ebner (…) che li ha tutti pubblicati nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, soprattutto nel vol. I. Ebner ha pubblicato gli Statuti (inediti) di: “I. Casalicchio (Casalvelino), 422; di Novi, 465; di Rofrano, 509; già pubblicati II: di Altavilla, p. 10; di Atena, 38; di Camerota, p. 102; di Cilento, p. 124; di Diano-Teggiano, p. 156; di Laurino, p. 208; di Padula, p. 309, di Polaa, p. 362; di Roccadaspide, p. 390; di S. Giovanni a Piro, p. 408; di S. Arsenio, p. 418; di Sanza, p. 460; di Torre Orsaia, 481.”. Luigi Tancredi (…), a p. 60, parlando dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e di Teodoro Gaza, in proposito scriveva che: “….i celebri “Statuti”, che costituirono il “Diritto positivo” dell’Abbadia e dell’Università poichè contenevano norme di diritto Civile, Penale, Amministrativo, di Pubblica sirurezza ed altre norme relative alla tutela della proprietà, dell’igiene, al sistema tributaro ed all’amministrazione della giustizia, che, con il concorso degli esperti di diritto era nelle mani dell’Abate…”. Gli Statuti o Capitoli, concessi, contenevano norme giuridico-amministrative che si enucleavano in articoli di legge.

Nel 7 ottobre 1466, gli Statuti ed i Capitoli di S. Giovanni a Piro redatti da Teodoro Gaza

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – Teodoro Gaza (1462-68); ecc..”. Scrive sempre Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 490 che “…chiamato a Roma, il Gaza venne sostituito temporaneamente dal canonico di Policastro Francesco del Nero (20) che per ordine dell’abbate commendatario cancellò i capp. 46, 47 e 49. L’abate de Vio modificò il cap. 37, Alfonso d’Aragona sostituì il cap. 44 con il 54……Il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di Paolo III (21). Ecc..”. Luigi Tancredi (…), a p. 60, in proposito scriveva che Teodoro Gaza “Fu il grande organizzatore del Cenobio Basiliano, in fase di decadenza. Procurò ogni mezzo per ricondurre all’antico splendore. Per regolare la vita dei due enti, dettò i celebri “Statuti”, che costituirono il “Diritto positivo” dell’Abbadia e dell’Università poichè contenevano norme di diritto Civile, Penale, Amministrativo, di Pubblica sirurezza ed altre norme relative alla tutela della proprietà, dell’igiene, al sistema tributaro ed all’amministrazione della giustizia, che, con il concorso degli esperti di diritto era nelle mani dell’Abate….Detti statuti del 7 ottobre 1466, Ind. XI, contenevano 49 articoli con altri 7 aggiunti dagli altri commendatori e una nota notarile, per opportune modifiche agli articoli precedenti. Esaminando questi provvedimenti di natura prettamente economica, ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 409, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ed ecco, da Di Luccia (p. 32, sgg.) la trascrizione degli statuti: Capitoli fatti, et ordinati per lo Magnifico Messer Teodoro Greco, Procuratore, e Fattore Generale in lo Monastero di S. Gio: de Piro nomine, et pro parte del Rev. Monsignore lo Cardinale Greco Commissario dello sopradetto Monasterio una con l’università dello sopradetto Casale di S. Gio: ad Piro sub anno Domini 1466, Regnante Serenissimo, et Inclito Domino Nostro D. Ferdinando Dei Gratia Rege Siciliae, Ungariae, Hierusalem, Anno 9. Feliciter. Amen. Die 7 Octobris praesentis 15 indict. scritti per mano di Bernardo Palumbo di S. Giovanni a Piro. / In primis. Cap. 1. Constituimo, ecc..ecc..”.

Nel 1466, un cimitero di fanciulli a “S. Fantino” citato nello Statuto n. 41 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti da Teodoro Gaza

Le origini dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano, la “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a piro del 1695-96” (…), citata dal Gaetani (…) e, di cui il Gaetani (…) pubblicò alcuni passi dei documenti ivi contenuti, manoscritti. Riguardo alcuni possedimenti nelle “Località Extra”, come quelli nel “Portus Saprorum” (all’epoca territorio di Torraca), come le Grangie di S. Fantino e quella di S. Nicola a Sapri – citate nell’antico documento notarile del 1695-96 (…)), venivano citate anche in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (…) e dal Cataldo (…). Il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), segnala che Teodoro Gaza (…), il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (…), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Scrive sempre Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 490 che “…chiamato a Roma, il Gaza venne sostituito temporaneamente dal canonico di Policastro Francesco del Nero (20) che per ordine dell’abbate commendatario cancellò i capp. 46, 47 e 49. L’abate de Vio modificò il cap. 37, Alfonso d’Aragona sostituì il cap. 44 con il 54……Il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di Paolo III (21). Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Sulla visita di Atanasio Calkeopulos ho dedicato ivi un mio saggio. Ebner (…), nel vol. II, a p. 490, nella sua nota (20), postillava che: “(20) Ebner, Economia e società cit., II, p. 415 sg. Capp. 46-48. A p. 416, manca, per errore tipografico, il cap. 48: “Costituimo, che nulla persona si ponga ecc..ecc..”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (21), postillava che: “(21) Dal processo anzidetto conservato nell’Archivio della Cappella romana (f 152). Cfr. Di Luccia, p. 17 sgg.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (22), postillava che:“(22) Ebner, Storia cit., p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.”. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano sepelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Dunque, lo statuto n. 41, parla di un cimitero a S. Fantino. Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Ma si trattava del S. Fantino di cui l’Abbazia possedeva una Grangia a Torraca (o territorio saprese)?. Era il S. Fantino di cui parla il Di Luccia (…) ?. Scrive il Tancredi (…), a p. 60 che Teodoro Gaza “Detti statuti del 7 ottobre 1466, Ind. XI, contenevano 49 articoli con altri 7 aggiunti dagli altri commendatori e una nota notarile, per opportune modifiche agli articoli precedenti. Esaminando questi provvedimenti di natura prettamente economica, ecc…”. Ecco ciò che scriveva il Tancredi sugli Statuti del Gaza da cui si evince che nel 1466, vi era un S. Fantino. A S. Giovanni a Piro, vi era una località chiamata S. Fantino, ma non è dimostrato che il S. Fantino a cui è riferito il cimitero di fanciulli citato nello statuto n. 41, sia da riferire a S. Giovanni a Piro. Se come io credo si tratti di un possedimento dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, posto nelle “località Extra”, come si evince dalla “Platea dei beni etc…” del 1695-96, siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e la Baronia ecclesiastica dell’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaza – pubblicati dal Di Luccia (…) – risalgono al 1466 e, lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, dimostra che la grangia di S. Fantino nel territorio Saprese esisteva già nel 1466, epoca di fondazione degli Statuti redatti dall’Abbate pro-tempore Teodoro Gaza. Ma la grancia di S. Fantino a cui si riferiva lo statuto n. 41 era la Grancia di S. Fantino posta nel territorio saprese citata anche nella “Platea dei Beni e delle rendite etc..” redatta dal notaio Magliano nel 1695-96 ?. Io credo che lo Statuto n. 41, si riferisca ad una grancia dipendente dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, posta nel territorio saprese (di Torraca all’epoca) e non si riferisse alla chiesa di S. Fantino posta nella terra di S. Giovanni a Piro. Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia, parlando di S. Giovanni a Piro, nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 493 scriveva in proposito che: “Il Di Luccia (p. 479 trascrive la “Instruccione et ordinatione date a voi Donno Ieronimo Sursaya per nui Antonio Terracina Apostolico protonotario et Commendatore de l’Abbatia de S. Ianne a Piro e S. Pietro de Lycusate” per cui il predetto doveva che eseguiate le volontà testamentarie di certo Francesco di cui manca il cognome; di “far acconciare e reparare dall’Università la Ecclesia de S. Fantino. Dunque il Di Luccia ci parla di una chiesa di S. Fantino posta nel territorio di S. Giovanni a Piro e non ci parla di una Grancia e dunque come io credo lo statuto n. 41 si riferisce alla grancia di S. Fantino posta nel territorio di Torraca (ma in realtà si tratta del territorio saprese. Di certo si ha un ulteriore documento dell’epoca degli statuti che confermerebbe una grangia nel territorio saprese. Lo studioso locale Josè Magaldi (…), nel 1928, nel suo libretto inedito ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’, che scrisse su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in proposito scriveva che: “In contrada S. Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Dunque, Josè Magaldi (…), che si occupò degli scavi archeologici a S. Croce scriveva che a ridosso della collina del vallone “Ischitello” nella contrada saprese di S. Giovanni, sorse un piccolo tempio che era appartenuto fino al 1778 al clero di Torraca e che il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo:  la fossa comune.”. Vi era un cimitero a San Fantino? Lo Statuto n. 41 non sembra così strano se consideriamo che il vecchio cimitero o camposanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma i defuni venivano seppelliti in una fossa comune posta sotto l’antica chiesetta di S. Giovanni che come scriveva il Magaldi (…), fino al 1778 apparteneva al clero di Torraca.  Già molti anni prima, nel 1891, il dott. Nicola Gallotti (…), nel suo ‘Condizioni igienico sanitarie di Sapri’, riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, scriveva che: ”Il Camposanto di Sapri, non solo è in posizione antigienica….io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che siadistante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato, lambisce quasi il Camposantodi Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimitero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fatto che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria. Mia zia Maria, nata nel 1923, racconta che il vecchio cimitero fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della ‘Trovatella’. Ai primi del ‘900, il cimitero di Sapri, si trovava sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella’. Fino ai primi dell’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri.

Nel 1468, muore Gaspare Sanseverino

Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) ….Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Americo Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello Antonello (sposò Antonella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi.”.

Nel 1468, ANTONELLO SANSEVERINO, figlio di Amerigo successe al fratello Gaspare nella Contea di Capaccio

Da Wikipedia leggiamo che Roberto si sposò con Raimondina Orsini del Balzo († 1490), figlia di Gabriele Orsini del Balzo, duca di Venosa, e di Maria/Giovanna Caracciolo del Sole, dalla quale ebbe un figlio e due figlie: Antonello, Ginevra e Giovanna che andò in sposa a Lugi III Gesualdo. Ma chi era Americo di Sanseverino, padre di Antonello e di Gaspare ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando. Felice Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Felice Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Principe di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Secondo Pietro Ebner, Americo Sanseverino, che nel 1433 fu creato conte di Capaccio da re Alfonso I d’Aragona, sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico) e da questa ebbe tre figli: Gaspare, Antonello e Guglielmo. Siccome il povero Gaspare, alla morte del padre Americo morì prestisssimo, nel 1468, gli successe il fratello Antonello che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo. Antonello Sanseverino morirà nell’anno 1476 e gli successe il fratello Guglielmo. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore….. Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni e dei titoli al fratello Antonello…..”Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, parlando di Laurino all’epoca degli Statuti (epoca Aragonese), in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello Antonello (sposò Antonella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi.”. Felice Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) ….Amerigo ….da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Stessa cosa scriveva Felice Fusco, nella sua nota (131), riguardo i successori di Americo Sanseverino ed in particolare il figlio Antonello che successe al fratello Gaspare morto nel 1468, in proposito scriveva che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico). da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Americo Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello Antonello (sposò Giovannella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi.”. Dunque, se per l’Ebner, Gaspare, figlio di Americo Sanseverino morì nell’anno 1468 dopo la morte del padre Americo Sanseverino e subito dopo la sua successione nella Contea di Capaccio, può essere che il fratello di Gaspare, figlio di Americo, successe al fratello dopo la sua morte nel 1468. Infatti Ebner scrive che Antonello Sanseverino si sposò nel 1469, l’anno dopo la sua successione nel feudo. Di Antonello Sanseverino Principe di Salerno, scriveremo innanzi per l’anno 1497 allorquando re Ferrante d’Aragona, per la sua ribellione assedierà i suoi feudi e castelli di Diano (Teggiano) e Sala Consilina. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo” Sanseverino scriveva che: Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49). Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (45) postillava che: “(45) Campanile, cit. p. 158”. Ebner a p. 610 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Pergamena di Roccagloriosa, n. XXI, p. 138 in Mazzoleni cit. Confermano e sottoscrivono il diploma Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino,, principe di Salerno, e Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio.”.  Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”. Ebner, riguardo Arrigo Sanseverino scriveva pure che: Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, ecc..”. Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”.

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “‘Capitànei’ (governatori) della Terra di Casella negli anni della Signoria di Americo Sanseverino e del figlio Guglielmo (145) furono vari esponenti della famiglia De Senis: Buzio de Senis, il figlio Salvatore confermato nella carica direttamente da Alfonso d’Aragona nel 1444, Bindo, Alfonso, Porzia Tolomea andata in sposa a Cono Guevara conte di Potenza (146). I Signori Sanseverino risiedevano a Capaccio, sede della Contea, e le varie ‘Terre’ erano governate in loro nome e per conto o da ‘Capitànei’ o da ‘Vicecòmiti’ Francesco Comite (147) in rappresentanza di Guglielmo Sanseverino (figlio di Americo) e della madre Margherita, conti di Capaccio. La Congiura dei Baroni del 1485 sovertì questo stato di cose nei vari feudi Guglielmo (che ormai aveva ereditato tutti i beni paterni) in quanto nei confronti dei ribelli gli Aragonesi non furono meno duri degli Svevi in séguito alla Congiura di Capaccio di quasi due secoli e mezzo prima. Teatro dello scontro ecc….Guglielmo, per aver partecipato alla congiura, perse tutti i suoi feudi. Alfonso II d’Aragona nel 1494 nominò il ‘milite Valerio de Gizzis’ di Chieti governatore (‘capitàneus) di tutti i feudi (fra cui Casella) appartenuti al Conte di Capaccio (149). Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo. Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazioe del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Riguardo questa fonte, il Fusco, a p. 103, nella nota (139) postillava che: “(139) Fonti Aragonesi, a cura degli Archivisti Napoletani, Napoli, presso l’Accademia Pontaniana, 1970, VII (il volume VII è curato da Bianca Mazzoleni).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (145) postillava che: “(145) Cfr. nota 131.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (146) postillava che: “(146) Fonti Aragonesi, cit., III, p. 50, nota 116. I ‘de Senis’ governarono anche le Terre di Casalnuovo (Casalbuono) e di Campora.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (147) postillava che: “(147) I Comite erano un’antica e nobile famiglia amalfitana trasferitasi a Salerno. Nel XV sec. oltre a Tortorella essi possedevano anche Morigerati, di cui era utile Signore Matteo Comite col fratello Giovanni (negli anni 1466 – 78 Matteo svolse pratiche feneratizie nei confronti dei cittadini di Morigerati e di Sicilì e Giovanni  attuò investimenti in ovini e caprini: cfr. A. Leone, Una ricerca etc…, pp. 232 e 226); ancora all’inizio del XVII sec. possedevano Sanza nella persona di Marco Còmite che costrinse l’Università ad indebitarsi per 500 ducati per far fronte alle liti giudiziarie in cui il barone l’aveva trascinata: SN, Collaterale, Provisionum, f. 50, p. 80; F. Fusco, Universale Capitulum Terrae Santiae, ovvero gli ‘Statuti municipali di Sanza, in “Euresis”, VII (1991), p. 151 e nota 31.”.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) La reintegra dei beni fu riconfermata ai Sanseverino anche da Ferdinando il Cattolico nel 1506 quando, morto Guglielmo senza eredi, rilevò la Contea di Capaccio e le altre ‘Terre’ Roberto II, figlio di Antonello (un dei maggiori artefici della Congiura de Baroni). Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.

Nel 1468, Teodoro Gaza venne sostituito temporaneamente dal canonico Francesco del Nero

Scrive sempre Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 490 che “…chiamato a Roma, il Gaza venne sostituito temporaneamente dal canonico di Policastro Francesco del Nero (20) che per ordine dell’abbate commendatario cancellò i capp. 46, 47 e 49.”. Sulla visita di Atanasio Calkeopulos ho dedicato ivi un mio saggio. Ebner (…), nel vol. II, a p. 490, nella sua nota (20), postillava che:“(20) Ebner, Economia e società cit., II, p. 415 sg. Capp. 46-48. A p. 416, manca, per errore tipografico, il cap. 48: “Costituimo, che nulla persona si ponga ecc..ecc..”.

Nel 27 dicembre 1468, papa Paolo III nominò Abate di S. Giovanni a Piro Andrea del Nero

Scrive sempre Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 490 che “….Il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di Paolo III (21).”. Pietro Ebner ci informa che il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di Paolo III (21). Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (21), postillava che: “(21) Dal processo anzidetto conservato nell’Archivio della Cappella romana (f 152). Cfr. Di Luccia, p. 17 sgg.”.

Nel 1468, il re ………………ed il papa………..acconsentono al giuramento di fedeltà di S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…), ci informa che Pietro Marcellino Di Luccia (…), citava dei documenti di cui uno del 1468, un documento (7) contenente  il consenso del re e del papa al giuramento di fedeltà da parte dei vassalli e cittadini di S. Giovanni a Piro all’abate del locale monastero. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Dal suddetto ‘Archivio’ e processo, ff. 158 e 159.”.

Nel 1468, il cardinale Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I e l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a p. 142, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: “A premiare l’opera attiva e intelligente del suo primo segretario, l’Aragonese aveva nominato il primo figlio di Antonello conte di Carinola e consentito al secondo di associarsi al padre nella conte di Policastro. Fece anche di più. Il re ottenne dal papa, per il terzo figliuolo, Giovan Battista, l’arcivescovado di Taranto, sede resa vacante dalla rinuncia, probabilmente sollecitata, del figliolo del re, cardinale Giovanni d’Aragona. Il cardinale rinunciò anche alle commende delle badie di S. Giovanni a Piro e di S. Maria di Pattano, ambedue trasferite al nuovo arcivescovo di Taranto. Si spiega così la scelta del compatrono di Pattano già patrono di Taranto, S. Cataldo: monaco irlandese e pellegrino in Terrasanta, al cui ritorno fu eletto vescovo di quella città, dove poi morì.”. Pietro Ebner scriveva che: “Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (22), postillava che:“(22) Ebner, Storia cit., p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: “2) Mons. Alfonso D’Aragona, Vescovo Teatino, del quale il Di Luccia non cita la data di investitura. Ritenendolo nominato dopo la morte del Bessarione, o dopo la reggenza dell’Abate del Nero, si può presumere che la sua nomina a Commendatore avvenisse o dopo la scomparsa del Cardinale (1473) o dopo la reggenza del Del Nero, iniziata nel 1468. Ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: Mons. Alfonso D’Aragona (1468-1503);”. Dunque Alfonso d’Aragona fu il secondo Abate di S. Giovanni a Piro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro scriveva che: ……Giovan Battista arcivescovo di Taranto, fu costretto a rinunciare alla diocesi (a. 1489) privandolo pure delle badie di S. Giovanni a Piro e di S. Maria di Pattano che vennero concesse al bastardo suo figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. Dell’avocazione alla Corona dei beni di Antonello approfittarono i fratelli Carafa.”, i cui beni andarono tutti ai Carafa della Spina, di cui parlerò in seguito. Scrive sempre l’Ebner a p. 490, vol. II, che il Di Luccia scriveva che Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (14), postillava che:(22) Ebner, Storia cit., p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione..

Nel 1471 al 1485, Gabriele Guidano di Lecce, vescovo della Diocesi di Policastro

Nell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni esiste un documento datato anno 1481, di cui parlerò per quell’anno e citato da Pietro Ebner (…). Pietro Ebner (…), a p. 592 del vol. II, in proposito scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Ma Pietro Ebner (…), non dice chi fosse il vescovo che nell’anno 1481 fosse a capo della cattedra Vescovile della Diocesi di Policastro. La notizia ed il documento riguarda proprio l’epoca in cui nel Golfo di Policastro diversi feudi erano in mano ai Petrucci ed è di estrema importanza per la storia di Sapri. Riguardo il vescovo della Diocesi di Policastro, a cui si riferisce un documento del 1481, di cui parlerò innanzi, io credo si trattasse del vescovo Gabriele Guidano, come del resto attesta lo stesso documento in questione e il sacerdote Giuseppe Cataldo, la cui cronostassi non coincide con quella di Ebner e soprattutto con quella del Laudisio che in quel periodo poneva Vescovo di Policastro Mons. Gabriele Altilio. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. inoltre, come ho già detto, Ebner, non diceva chi fosse il vescovo di Policastro. Da mie personali ricerche nel prestigioso archivio Cavense, si trattava di “Gabriele Guidano” (così lo riporta il Laudisio a p. 77, della sua ‘Synopsi’ vedi versione curata dal Visconti), essendo sul documento citato un certo “Gabriel Godanus. Infatti, il Laudisio (…), scriveva: XXII. Gabriel Guidanus Licensies, episcopus anno 1491.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), Mons. Gabriele Guidano venne eletto nell’anno 1491 e dunque non poteva essere il vescovo della Bolla del 1481 (il documento di cui parlerò innanzi che riguarda Sapri. Io credo , invece che il Laudisio abbia confuso la data di elezione alla cattedra vescovile di Policastro di Mons. Guidano. Credo che la data riportata dal Laudisio non fosse 1491 ma fosse 1481. Infatti, padre Leone dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, assicura che Gabriele Guidano (così l’ha chiamato lui), fosse stato vescovo di Policastro dall’anno 1481 al 1484. Secondo la cronostassi dei vescovi riportata dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, edita nel 1831, a p. 76 (si veda la versione curata dal Visconti), all’epoca del documento, datato anno 1481, il vescovo di Policastro,  doveva essere il n. XX Gabriele Altilio, lucano che, nell’anno 1471,  successe ad Enrico Languaro che era stato nominato vescovo della Diocesi Paleocastrense il 1467. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Dunque, secondo la cronostassi del Laudisio, nell’anno 1481, l’anno del documento citato da Ebner, doveva essere vescovo di Policastro Gabriele Altilio. Ma quì c’è un errore. Se secondo la cronostassi del Laudisio (…), il vescovo della Diocesi di Policastro nel 1481 doveva essere Mons. Altilio che fu nominato vescovo nel 1471. Secondo il Laudisio, Mons. Altilio rimase Vescovo di Policastro fino alla nomina del suo successore XXI, ovvero fino all’anno 1491 quando fu eletto Mons. Gabriele Guidano. Forse il Laudisio confuse il nome di “Gabriele” Guidano con quello di Mons. Gabriele Altilio. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio.Secondo la cronostassi riferita dal Cataldo, Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro nell’8 gennaio del 1493, come si rileva da due lettere di re Ferdinando II (due lettere del 9 e del 14 gennaio 1493 e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 171, nel suo capitolo dedicato alla serie dei vescovi di Policastro, in proposito scriveva che: “21, Gabriele Guidano, di Lecce, 1471-1485.”. Dunque, secondo la cronostassi del Cataldo, archivista della Diocesi di Policastro, Mons. Gabriele Guidano, di Lecce, fu vescovo di Policastro dal 1471 al 1485, e dunque ciò che afferma il Cataldo, sconfessa quanto sia scritto nella ‘Synossi’ del Laudisio e conferma l’antico documento d’epoca aragonese, citato da Ebner. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Forse un errore di stampa ?. Sempre il Laudisio, continuando la sua cronostassi dei vescovi Policastrensi, in proposito scriveva che: “XXIII. Bernardino Laureo, di Spoleto, nominato vescovo ed assegnato alla diocesi di Policastro nel 1504.”. Dunque, se la cronostassi del Laudisio è corretta, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano, dovette esserlo fino al 1504. Siccome che, l’Ebner, che lesse il documento inedito del 1481, forse proprio sulla scorta del Laudisio, notando l’erore nella sua cronostassi, non citò il vescovo Gabriele Guidano, come invece assicura essere scritto, padre Leone. Tuttavia, il padre Leone, assicura che sul documento è scritto il nome del vescovo di Policastro “Gabriel Godanus”. Infatti, per l’errore del Laudisio (…), riguardo l’esatta cronostassi dei due vescovi della Diocesi, l’Altilio ed il Guidano (..) e soprattutto riguardo il documento del 1481 che interessa la storia di Sapri, ci viene incontro il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. La data dell’elezione vescovile di Altilio è rilevata anche nella lettera del Signor Abate D. Gaetano Marini del 15 novembre 1803, ove è rettificata la serie dei Vescovi di Policastro, tramandata dall’Ughelli, secondo il quale Gabriele Altilio, per confusione di nome, sta al posto di Gabriele Guidano, Vescovo di Policastro nel 18 settembre 1471.”. Dunque, in questo passo a cui il Cataldo sriferiva del Vescovo Altilio, si dice chiaramente che la cronostassi del Laudisio è errata in quanto i riferiva a quella errata dell’Ughelli.

Nel 1471, ‘Antonello de Petruciis’ acquistò anche S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, e S. Mauro La Bruca, riunendo questi feudi nella Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro scriveva che: “Come ho già detto nel 1455 il primo ministro di re Ferrante d’Aragona, Antonello de Petruciis, aveva acquistato Rofrano e nel 1471 S. Giovanni a Piro (v.), Torre Orsaia, Bosco e S. Mauro la Bruca, riunendo tutti questi feudi nella contea di Policastro (57) che aveva acquistata per 12.000, alla quale poi, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio (58). Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Alfonso Silvestri (…), nel suo saggio “La contrastata giurisdizione feudale del vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia”, a p. 281, in proposito ai Capitoli e Statuti concessi a questa città, in proposito scriveva che: “Il pacifico dominio della Terra di Torre Orsaia goduto sino ai primi anni del Cinquecento fu successivamente osteggiato dal cone di Policastro Giovanni Carafa, al quale Alfonso II con privilegio del 4 febbraio 1496 aveva concesso i beni feudali dell’infelice Giovanni Petrucci, confiscati da Ferrante d’Aragona in seguito alla Congiura dei Baroni (6).”. Il Silvestri a p. 281 nella sua nota (6) postillava che: “(6) Copia autentica di questo privilegio è in A.S.N., ‘Processo della Pandetta nuovissima, fascio 2893, fascicolo 67213, carte 4-8.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: “Nel 1476, però, Gioi fu venduta pure dal re al suo primo ministro Antonello de Petruciis. Ma già nel 1465 Antonello aveva acquistato Rofrano e nel 1471 S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Bosco e S. Mauro La Bruca, riunendo tutti questi feudi nella contea di Policastro, acquistata per dodicimila ducati e alla quale aveva associato il figlio Giovanni Antonio (28).”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Vedi nell’edizione critica dei sonetti del Conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, La congiura de baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Rata di “dosmila uicento dotze ducats, un gra.”. La rata venne pagata il 15 agosto 1479 e pare fosse l’ultima. Vedi pure nei ‘Cedolari di tesoreria’ 1484-1492 sullo stipendio mensile di “Mess. Rogiero de Cucharo medico de S. Re” Ferrante, per le interessanti variazioni ecc…ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando dei casali di Torre Orsaia e di Castel Ruggiero, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis, “regius consiliarius ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisdictionis casalis Turris” (“regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac iurisdictionis casalis Turris”),…..I capitoli vennero impugnati di falso dai procuratori del conte, ma l’esame calligrafico delle firme di Antonello e del figliuolo Giovanni Antonio (confermava “que genitor hoborandus concessit”) vennero riconosciute autentiche nel 1544 dal vescovo di Muro Severo de Petruttis, superstite figliuolo di Antonello, dall’abbate Berardinetto di Franco (era stato ufficiale della cancelleria  di re Ferrante e intimo del primo ministro) e pure dal pronipote Francesco M. de Petrittis Orsini che aveva ereditato, e conservava, l’archivio del ministro  nella sua abitazione di Chieti (3). Ecc…Il Pasanisi (4), che pubblicò gli statuti, afferma che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata. Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Commissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”. Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 491-492, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Nel suddetto processo vi è pure notizia (ff 159-165) della donazione, con regio assenso, di Antonello de Petruciis, conte di Policastro, al suo terzo-genito del feudo. In essa è una dettagliata descrizione dei confini del feudo di Policastro e di quelli del monastero di S. Giovanni.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando dei casali di Torre Orsaia e di Castel Ruggiero, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Infatti, convenuti davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli nel 1524 da Giovanni Carrafa, conte di Policastro, i presuli non poterono esibire l’originale privilegio di concessione, diversamente dal conte attore che, nell’esibire il diploma di concessione della Contea (v. p. sgg.), ecc…ecc…Chiarì pure che Castel Ruggiero, su cui i vescovi vantavano il dominio, era stato fondato e fortificato da Antonello de Petrutiis e che proprio dal primo ministro di re Ferrante aveva preso il nome di “la Petruccia” (2). A loro volta i vescovi sostennero che, come confermava lo stesso diploma di concessione della contea, i Carrafa vantavano su Torre Orsaia, la sola giurisdizione criminale, esibendo i capitoli originali concessi dal de Petruttis (“regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac iurisdictionis casalis Turris”). I capitoli vennero impugnati di falso dai procuratori del conte, ma l’esame calligrafico delle firme di Antonello e del figliuolo Giovanni Antonio (confermava “que genitor hoborandus concessit”) vennero riconosciute autentiche nel 1544 dal vescovo di Muro Severo de Petruttis, superstite figliuolo di Antonello, dall’abbate Berardinetto di Franco (era stato ufficiale della cancelleria  di re Ferrante e intimo del primo ministro) e pure dal pronipote Francesco M. de Petrittis Orsini che aveva ereditato, e conservava, l’archivio del ministro  nella sua abitazione di Chieti (3). Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Commissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”.

Nel 18 novembre 1472, l’abbate Commendatario Giuliano della Rovere riceve da papa SISTO IV l’assenso con breve pontificio per la vendita del feudo di ROFRANO

Nel 1482 il cardinale commendatario Giuliano Della Rovere, decise di provvedere l’Abbazia di una valida difesa, costruendovi intorno massicce opere di fortificazione. Sorse così in pochi anni quel castello che dal Della Rovere prende il nome. Le opere di difesa sono costituite essenzialmente da un grosso e alto muro di cinta e da una rocca all’angolo nord-est del palazzo residenziale del cardinale commendatario. La rocca, alta oltre venti metri, è munita sul davanti di una torre semicircolare dell’altezza dei muraglioni, con l’evidente scopo di difesa. Secondo alcuni storici, nel 1476, il giureconsulto Aniello Arcamone, conte di Borrello e giureconsulto di re Alfonso I d’Aragona, acquistò il feudo di Rofrano dal Cardinale Giuliano della Rovere, ultimo abate Commendatario dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, dipendente dall’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo e che nel 18 novembre 1472 ricevette da papa Sisto IV l’assenso con suo breve papale per alienare i beni di Rofrano. Il Cardinale della Rovere, per conto del Cardinale Bessarione, decise di vendere il feudo di Rofrano ad Aniello Arcamone per rimaneggiare il castello di Tuscolo. Il cardinale Giuliano della Rovere, era nipote di papa Sisto IV e divenne lui stesso papa col nome di Papa Giulio II. Giulio II, nato Giuliano della Rovere (Albisola, 5 dicembre 1443 – Roma, 21 febbraio 1513), è stato il 216º papa della Chiesa cattolica dal 1503 alla sua morte. Noto come “il Papa guerriero” o “il Papa terribile”, è uno dei più celebri pontefici del Rinascimento. Gli viene attribuita la fondazione dei Musei Vaticani.

Nel 1473 (per il Rocchi), nell’11 gennaio 1476 (per il Ronsini), ANIELLO ARCAMONE e nell’11 gennaio 1476 (per Antonini) e nel 15 gennaio 1476 (per l’Ebner) acquistò il feudo di ROFRANO

Secondo alcuni storici, nel 1476, il giureconsulto Aniello Arcamone, conte di Borrello e giureconsulto di re Alfonso I d’Aragona, acquistò il feudo di Rofrano dal Cardinale Giuliano della Rovere, ultimo abate Commendatario dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, dipendente dall’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo e che nel 18 novembre 1472 ricevette da papa Sisto IV l’assenso con suo breve papale per alienare i beni di Rofrano. Il Cardinale della Rovere, per conto del Cardinale Bessarione, decise di vendere il feudo di Rofrano ad Aniello Arcamone per rimaneggiare il castello di Tuscolo. Nel marzo 1472 fu mandato ambasciatore a Sisto IV e nel giugno dello stesso anno, insieme all’arcivescovo di Salerno, Pietro Guglielmo della Rocca, ebbe incarico di presentare al papa la chinea (Bibl. Apostolica Vaticana, Cod. Ferraioli 723, pp. 491-514). La produzione del giurista si riconnette senza alcun dubbio alle cariche amministrative e giudiziarie, ricoperte principalmente, sembra, nel primo periodo della sua vita pubblica. Nel 1466 l’Arcamone figura infatti presidente della Regia Camera della Sommaria, nel 1469 è consigliere del Sacro Real Consiglio. Per quest’ultimo ufficio risulta nel 1472 stipendiato con 400 ducati annui. Nel 1474 preparò la visita a Roma di Ferdinando, del gennaio 1475. Nel settembre di tale anno ebbe speciale procura dal re per discutere col papa e coi cardinali la spedizione contro i Turchi e per promettere il contributo dell’Ungheria. E’ forse la frequentazione della corte papale che lo indusse a finanziare la costruzione del bel castello di Tuscolo e per farlo acquistò il feudo di Rofrano dall’allora nipote di papa Sisto IV, Giuliano della Rovere, abate Commendatario dell’Abbazia Tuscolana di Grottaferrata che lo possedeva. Enrica Follieri (…) in “Byzantina et Italograeca” a p. 451, in proposito al feudo di Rofrano scriveva che: “Il feudo di Rofrano, salvo la chiesa e il monastero, fu alienato dal secondo abbate Commendatario di Grottaferrata, il cardinale Giuliano della Rovere, che lo vendette, nel 1476 (101), al giurista e diplomatico napoletano Aniello Arcamone (102): ecc..ecc..”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (101) postillava che: “(101) E’ la data fornita dal Ronsini, op. cit., p. 19 (cfr. anche Ebner, ‘Economia e Società, I, p. 497); il Rocchi, ‘De Coenobio’, p. 103, data la vendita al 1473.”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (102) postillava che: “(102) Su Aniello Arcamone, coinvolto nella Congiura dei Baroni e perciò imprigionato nel 1486 (ma non messo a morte, come dice il Ronsini, op. cit., p. 20), cfr. R. Abbondanza s.v., ‘Arcamone, Aniello’, in ‘Dizionario biografico degli Italiani, III, Roma, 1961, pp. 738-739.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” a p….., sulle origini di Rofrano parlando del casale e del feudo di Rofrano scriveva che: “Nel 1476, il feudo di Rofrano, tranne la chiesa e il monastero, fu venduto al diplomatico napoletano Aniello Arcamone, …..Ecc..”. L’Ebner (…), scrivendo su Rofrano, diceva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola) e se Camillo Tutini, scriveva che Rofrano apparteneva al Conte Giacomo Gaetani. Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Per ribellione di costrui, il feudo fu avocato al fisco.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento‘, nel vol. II, a p. 433, parlando di Rofrano in proposito scriveva che: “L’Antonini, e sulla scia il Ronsini, affermano che il feudo fu alienato l’11 gennaio 1476 (8) a favore di Anello o Antonio Arcamone di Napoli. Il Ronsini afferma che nel 1477 venne acquistato, per procura (10), un orto a Rofrano in località S. Brancato o Capizzi da Antonio Arcamone di Napoli, “utile padrone della terra di Rofrano”. Dichiarato ribelle per aver partecipato alla congiura dei baroni, l’Arcamone venne arrestato (13 agosto 1486) e poi decollato con la confisca di tutti i suoi beni. Il feudo quindi, tornò alla Corona e fu concesso da re Ferrante a Stefano Roberti (11).”. Ebner a p. 433 nella sua nota (8) postillava che: “(8) Assenso con breve pontificio del 2 gennaio 1476”. Ebner a p. 433 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Ronsini, cit., p. 19, rilevava la notizia, di cui dice anche l’Antonini, da “una Cronichetta, che serve di Preanbolo ad un Privilegio con cui la nostra Chiesa fu esentata da tasse e imposizioni Curiali nel 1583”. Ebner a p. 433 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il Ronsini (p. 20) assicura dell’Istrumento ” del 1477 per notar Masello de Leo, di cui ho copia legale”. Il Ronsini dice anche di un altro istrumento (stesso notaio, 27 ottobre 1477) dal quale risultava che l’Arcamone teneva quale governatore di Rofrano il proprio fratello, Giovan Francesco, e che nel 1497 l’Arcamone teneva a Rofrano un altro governatore, Rinaldo. Ciò che è dubbio, dato che l’Arcamone era stato giustiziato.”.  Infatti, Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa), a p. 18 e s. scriveva che:

Ronsini, p. 20

(Fig…) Ronsini D.A., op. cit., p. 20

“Sotto gli Abbati Commendatari il Feudo di Rofrano nel 1476 agli 11 Gennaio fu venduto con Pontificio permesso in un Breve dè 2 Gennaio ad Anello, o Antonio Arcamone di Napoli Conte di Fondi. Così narra una Cronichetta, che serve da preambolo ad un Privilegio, con cui la nostra Chiesa fu esentata da tasse, ed imposizioni Curiali nel 1583. E’ premessa ancora con l’aggiunta delle posteriori notizie ad una rappresentanza del Clero contro il Decreto di monsignor Brancacci con cui nel 1652 provvedeva al servizio della Badiale Chiesa. Ma l’Arcamone dall’Antonini è invece chiamato Conte di Borrello. Potrà così essere intitolato solo per anticipazione; perche in Banca Figliola f. 454 si legge, che l’Arcamone nel 1466 fu fatto presidente della Camera, e solo nel 1483 fu fatto Conte di Borrello. Gli vien contrastato anche il titolo di Conte di Fondi; perchè il Conte di Fondi, il Duca di Melfi, ed il Principe di Taranto non presero le armi cogli altri Baroni nel 1485, come assicura il Muratori, contro il Re Ferrante ed intanto l’Arcamone Conte di Borrello fu arrestato, e punito cogli altri ribelli. Dal che potrebbe dedursi, che l’Arcamone non era Conte di Fondi. La difficoltà svanisce, riflettendo, che il Re Ferrante, come riferisce il Summonte, fece proditoriamente ai 13 agosto 1486 prendere l’Arcamone, e molti altri suoi cortigiani, e gli fece processare non come insorti cogli altri Baroni, ma sotto pretesto, che avessero avuto intelligenza cò Baroni ribelli. Ad alcuni fu mozzato il capo, come all’Arcamone, a tutti fu tolta roba e feudi di sommo valore. Neppure è vera la notizia dataci dall’Antonini, che l’Arcamone comprò non per conto proprio, ma per suo cognato Petrucci Conte di Policastro, il quale Petrucci ne fece prendere possesso da un Commissario del Re Ferrante. In un Istrumento del 1477 per Notar Massello De Leo, di cui ho copia legale, Tommaso Allegro di Alessio di Rofrano, Erario dell’Eccellentissimo Signore Antonio Arcamone di Napoli utile padrone della detta Terra di Rofrano compra con un’orto nel luogo detto S. Brancato, o Capizzi, che tuttor si possiede come Burgensatico dà nostri Baroni, ‘agens nomine, et pro parte dicti excellentissimi Domini, haeredum, et successorum’. In un altro Istrumento per lo stesso Notaro dè 27 Ottobre 1477 si riferisce, che l’Arcamone teneva qui in tale anno per Capitanio un suo Fratello a nome Giovan Francesco. Di questo titolo trovasi copia in un processo per l’Università di Rofrano per la buonatenenza contro il Conte di Policastro, ed un’altra nel processo ‘Pro Julia Ruffo’ (moglie di Federico Carafa) ‘et aliis creditoribus contra Federicum Carafa comitem Policastri’. Banca Figliola f. 454. Nel 1497 v’era qui per parte dello stesso Arcamone Rinaldo Longo in qualità di Governatore, come dimostrerò qui appresso. Ecc..”. Questo scriveva il Ronsini (…), riguaro l’Arcamone e la vendita del feudo di Rofrano per poi proseguire il suo racconto come vedremo sull’acquisto del feudo e la concessione a Giovanni Carafa. Dunque come vedremo appresso l’Arcamone tenne il feudo di Rofrano sino alla sua carcerazione in seguito ai fatti accaduti detti della ‘Congiura dei Baroni’ di cui fu accusato di partecipazione essendo il cognato di Antonello Petrucci. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa), a p. 21 e s. scriveva che: Adunque il titolo per cui il Feudo di Rofrano pervenne a’ Carafa non fu la pretesa compra per procuratorem. Il feudo ricaduto alla Corte per fellonia dell’Arcamone fu consesso da Re Ferrante a Giovanni Carafa Conte di Policastro à 13 Marzo 1490 con Alberano registrato Q. 55 f. 221. Q. 58 f. 62-172. Q. 77 f. 270. Ferrante II. a. 4 Feb. 1496 confirmò la concessione ed aggiunse altre spoglie dè ribelli, come il feudo di Alfano e di Sansa. La confirmò pure il Re Federico ecc..ecc…”, come vedremo appresso. Il Gaetani (…), in un suo pregevole studio, a p. 154, alla sua nota (4)(nota 1), a proposito di Rofrano, cita un documento del canonico Giuseppe Menta (…): “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, tratto dal documento del canonico Giuseppe Menta (…). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano.

Nel 5 novembre 1473, la bolla di papa Sisto IV per S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 491-492, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Del 5 novembre 1473 è una pergamena  di papa Sisto IV (della Rovere, 1471-1484) conservata, ancora nel ‘600, nell’Archivio “Collegii S. Basili Magni” di Roma (v. oltre), documento interessante, oltre che per la notizia dell’abate pro-tempore (Francesco), e per i motivi che portarono alla sostituzione del rito latino al rito greco, soprattutto per l’assenso al nuovo ordinamento da dare al monastero proposto dall’abate (23). Ecc…”. Ebner (…), nel vol. II, a pp. 491-492, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Sixtus IV, Servus Servorum Dei. Dilecto filio Francisco Abbati Monasterij S. Joannis de Piro Ordinis S. Basilii Policastren. Dioecesis salutem ecc…”. L’Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), trascrive l’intero documento di papa Sisto IV. Nel suo pregevole studio sui documenti e codici provenienti dai monasteri Basiliani, raccolti da un erudito francese,  Montfaucon (…), Gastone Breccia (…), a p. 21, scriveva che tra i monasteri in esso citati vi è: Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauca vidimus in monasterio S. Basilii Romae, et aliquot ex scripsimus: ex iis vero novem selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus ….” (21). Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc…(22).”. Il Breccia (…), aggiungeva a p…..: “In ogni caso, dei quattro monasteri da cui provengono i documenti editi dal Montfaucon, tre sono compresi nell’elenco dell’Agresta e non pongono quindi ulteriori problemi, mentre il quarto (S. Giovanni di Piro) era “passato l’anno 1587 (…) sotto il dominio della Insigne Cappella Sistina”: (25) è probabile quindi che il documento in questione, forse con altri dello stesso archivio, sia giunto alla casa-madre romana molto prima della raccolta del Menniti (26).”. Il Breccia, nella sua nota (26), postillava che: ” (26) Di Luccia , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) “ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Luccia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Il Codice Vaticano Latino 13118, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma, non risulta digitalizzato, pertanto non è possibile pubblicare l’immagine della bolla originale del 1457, contenuta nel codice Vaticano latino 13118. Riguardo l’antico Codice menbranaceo del ‘500, si veda: Lilla, Salvatore, 1936-2015 ‘I manoscritti vaticani greci. Lineamenti di una storia del fondo’ (Studi e testi, 415), 2004; Rita Andreina, ‘Biblioteche e requisizioni librarie a Roma in età napoleonica: cronologia e fonti romane’, (Studi e testi, 470), 2012; Breccia, Gastone, 1962- ‘Archivum basilianum. Pietro Menniti e il destino degli archivi monastici italo-greci’, In Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 1991; Lilla, Salvatore, 1936-2015, ‘Codices Vaticani graeci 2648-2661’, In Miscellanea Biblioteque. Scrive sempre il Breccia (…), a pp. 23-24 che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Giovanni di Piro (bolla del 1473, habetur originalis (31); ecc..”. Nella sua nota (31), che riguarda il documento dell’Abazia di S. Giovanni a Piro, il Breccia (…), postillava che: ” (31) È la bolla pubblicata dal Di Luccia e dal Montfaucon (cfr. infra n. 69); è sopravvissuta e fa parte della raccolta di documenti oggi conservati alla Biblioteca Vaticana (Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) riguardanti per la maggior parte il monastero del S. Giovanni di Stilo.”. Scrive sempre il Breccia (…), a p. 32 che: “Si può, a questo punto, fornire l’elenco dei documenti medievali di monasteri italo-greci conservati al S. Basilio de Urbe durante il generalato del Menniti. Due importanti manoscritti (Vat. gr. 2605 e Vat. lat. 10606) sono stati momentaneamente inclusi – per desiderio di completezza – senza che sia stata ancora provata la loro effettiva appartenenza all”archivum basilianum’, attribuzione che sarà oggetto del prossimo paragrafo. I documenti sono elencati in ordine alfabetico di provenienza. Tra parentesi vengono fornite le informazioni essenziali (data, originale o copia, greco o latino ecc.); in nota le indicazioni sulle edizioni critiche di quelli già pubblicati.”e, per quanto riguarda il documento che riguarda S. Giovanni a Piro, scrive in proposito a p. 35, dove cita il breve di Papa Sisto IV del 1473 e, scrive: S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473) (69).”. Il Breccia (…), nelle sue note (68) e (69), postillava in proposito: Il S. Giovanni di Piro non è più menzionato nell’elenco del 1551, di cui sopravvive una copia forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6; pubblicata da M o n t f a u c o n [cit. n. 18] p. 112 e ripubblicata più recentemente da Batiffol, L’abbaye [cit. n. 8] pp. 115-116). (69) Edizioni: 1. Di Luccia, ‘L’abbadia’ (cit. n. 25) pp. 15-17; 2. M o n t f a u c on (cit. n. 18) pp. 431-432.”

Di Luccia, Sisto IV

Di Luccia, p. 16

Di Luccia, p. 17

(Fig….) Di Luccia (…), la bolla papale di Sisto IV, pp. 15-16-17

Montfaucon, p. 431

Montfaucon, p. 432

(Fig….), il breve di papa Sisto IV, pubblicato dal Montfaucon (…), pp. 431-432

Nel 12 dicembre 1474 muore il Principe Roberto Sanseverino

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 154 e s. in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “IV. Il principe Roberto, morendo nel 12 dicembre 1474, (1)”. Il Mazziotti (…) a p….., nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ sepolto nella chiesa di S. Matteo.”.

Nel 12 dicembre 1474, ANTONELLO SANSEVERINO successe al padre Roberto

Antonello Sanseverino (1474-1499), grande ammiraglio del Regno di Napoli (1477), capo della Congiura dei baroni (1485). Sposò Costanza di Montefeltro, figlia di Federico Duca di Urbino. Antonello Sanseverino (Salerno, 1458 – Senigallia, 27 gennaio 1499) è stato II principe di Salerno (dal 1474 fino alla confisca del 1486), Conte di Marsico, grande ammiraglio del Regno di Napoli (dal 1477). Fu a capo della Congiura dei baroni del 1485. Sposò nel 1480 Costanza da Montefeltro, figlia di Federico da Montefeltro, duca di Urbino. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) …..Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte.”. La notizia fu tratta da Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 150-151 e s. in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “IV. Il principe Roberto, morendo nel 12 dicembre 1474, (1) lasciò il principato al figliuolo Antonello natogli dalla sua unione con Caterina Sforza, secondo ha scritto il Gatta, o Ramondina Del Balzo, secondo altri autori. Antonello ebbe assai a malincuore che il re non gli avesse conferito, come a suo padre, l’ufficio di grande ammirante che gli diede qualche anno dopo, nel 1477, e cominciò da allora a nutrire contro il re un fiero risentimento, il quale contribuì non poco ad attirarlo nella famosa congiura ecc..”. Il Mazziotti (…) a p….., nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ sepolto nella chiesa di S. Matteo.”.

Nel luglio 1475, la bolla di papa Sisto IV che concedeva a Guglielmo Sanseverino, signore di Roccagloriosa, di riedificare il monastero di ‘S. Mercurio fuori le mura’

L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Ecc….e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti.”.

Antonini, p. 386 su Roccagloriosa

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p….

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca post Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….ecc….e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati). Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134)…”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Dunque, la notizia sulle date della successione dopo la morte del padre Tommaso (forse Tommaso III) di Sanseverino dovrebbe essere ulteriormente indagata e precisata. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Posseduto dai Sanseverino, nel 1475 Guglielmo di Sanseverino, signore di Rocca, ottenne da Sisto IV di poter riedificare il monastero entro le mura (52). Guglielmo chiese pure Curia generale dei Frati minori di Roma di poter adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura (53). Per ribellione poi di Guglielmo il feudo fu devoluto alla R. Corte. Nel 1501 re Alfonso II vendette il feudo a Giovanni B. Carafa, conte di Policastro. Dopo l’incursione di Dragut rais del 12 luglio 1552, Roccagloriosa aveva subito ecc…”. Ebner a p. 422, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Bolla: “Datum Romae apud S. Petrum anno incarnatione Domini MCCCCLXXV sept. Kal. junii..” indirizzata all’abate “monasteri S. Joannis ad Pyrum, Dioecesis Policastrensis”. Nel 1500 non vi erano più monache e le rendite della badia vennero annesse dal vescovo al seminario diocesano. ‘Contra: Agatangelo e Falco, p. 89 che affermano, invece, vi risiedessero fino al 1650 quando l’isolato venne adibito a palazzo baronale.”. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968, da cui, a pp. 34-35, parlando dei “Diversi signori del paese” attingiamo che: “Dopo i Normanni il Regno di Napoli passò ai Duchi di Svevia (1186), poi agli Angioini (1266), agli Aragonesi (1441) e alla Casa austriaco-spagnola (1503), che lo governò fino al 1700. I Sanseverino possedettero il feudo per circa un secolo, dal 1400 a quando Guglielmo, nella “congiura dei baroni”, si ribellò al re Alfonso d’Aragona e perdette i suoi diritti. Allora il feudo alla regia Camera. Ecc…”. Su Roccagloriosa, all’epoca Aragonese hanno scritto anche i due autori P. Agatangelo e il parroco Pantaleo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a pp. 44-45, sul “Nuovo Monastero di S. Mercurio”, a Roccagloriosa, scrivevano che: “Nel 1475 i signori di Roccagloriosa, Guglielmo Sanseverino, e sua madre contessa di Capaccio, rivolsero una petizione alla Santa Sede per trasferire le monache cistercensi abitanti nel monastero di S. Mercurio fuori le mura (73) e dipendenti dalla abazia di S. Giovanni a Piro, in un nuovo monastero da costruirsi dentro le mura della città, perchè le monache di S. Mercurio venivano spesso molestate dagli uomini di passaggio che pronunziavano parole e discorsi osceni. Il papa Sisto IV, con bolla del luglio dello stesso anno (74), indirizzata all’abate di S. Giovanni a Piro e al Vicario vescovile di Policastro, Mons. Roberto De Vigentiis, concedeva quanto veniva richiesto, confermando al signore del luogo il diritto di presentare la badessa e permettendo che il vecchio monastero fuori le mura fosse concesso ai Frati Minori della Regolare Osservanza. Intanto un mese prima della petizione rivolta alla Santa Sede, e precisamente il 7 giugno 1475, il conte Sanseverino e sua madre avevano anche chiesto alla Curia  generale dei Frati Minori di S. Francesco in Roma di adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura per farvi entrare i frati Osservanti (75). Il nuovo monastero di S. Mercurio (detto oggi “palazzo La Quercia”) fu subito costruito e vi andarono ad abitare le monache, le quali vi stettero per circa due secoli, fino a quando vennero a mancare, verso il 1650. Allora il monastero fu adattato a palazzo dai signori D’Afflitto, i quali, come abbiamo già accennato, lasciarono il castello e vi abitarono fino al principio del secolo XIX, ecc..ecc..”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 44 nella loro nota (73) postillavano che: “(73) Il paese era circondato da mura, e per uscire c’erano le porte vigilate di notte e di giorno. Si trovano ricordate: ‘porta la terra’, ‘porta mancaniello’, ‘porta Mingardo’, porta fontanella’.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (74) postillavano che: “(74) Una copia della Bolla si trova nell’Archivio parrocchiale.”.  I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (75) postillavano che: “(75) Wadding Luca, ‘Annales Minorum’, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31. Però in questo luogo citato si dice pure: “Se sia stato poi fatto così, non mi sono potuto accertare”. Cfr. pure Antonini G.,  disc. VIII, p. 385, in nota.”.

Nel 1475, a Roccagloriosa, il nuovo Monastero di ‘S. Mercurio fuori le mura’ o dei ‘Padri Zoccolanti fuori le mura’

L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Ecc….e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Posseduto dai Sanseverino, nel 1475 Guglielmo di Sanseverino, signore di Rocca, ottenne da Sisto IV di poter riedificare il monastero entro le mura (52). Guglielmo chiese pure Curia generale dei Frati minori di Roma di poter adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura (53). Ecc..”. Ebner a p. 422, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Bolla: “Datum Romae apud S. Petrum anno incarnatione Domini MCCCCLXXV sept. Kal. junii..” indirizzata all’abate “monasteri S. Joannis ad Pyrum, Dioecesis Policastrensis”. Nel 1500 non vi erano più monache e le rendite della badia vennero annesse dal vescovo al seminario diocesano. ‘Contra: Agatangelo e Falco, p. 89 che affermano, invece, vi risiedessero fino al 1650 quando l’isolato venne adibito a palazzo baronale.”. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968. Su Roccagloriosa, all’epoca Aragonese hanno scritto anche i due autori P. Agatangelo e il parroco Pantaleo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a pp. 44-45, sul “Nuovo Monastero di S. Mercurio”, a Roccagloriosa, scrivevano che: “Nel 1475 i signori di Roccagloriosa, Guglielmo Sanseverino, e sua madre contessa di Capaccio, rivolsero una petizione alla Santa Sede per trasferire le monache cistercensi abitanti nel monastero di S. Mercurio fuori le mura (73) e dipendenti dalla abazia di S. Giovanni a Piro, in un nuovo monastero da costruirsi dentro le mura della città, perchè le monache di S. Mercurio venivano spesso molestate dagli uomini di passaggio che pronunziavano parole e discorsi osceni. Il papa Sisto IV, con bolla del luglio dello stesso anno (74), indirizzata all’abate di S. Giovanni a Piro e al Vicario vescovile di Policastro, Mons. Roberto De Vigentiis, concedeva quanto veniva richiesto, confermando al signore del luogo il diritto di presentare la badessa e permettendo che il vecchio monastero fuori le mura fosse concesso ai Frati Minori della Regolare Osservanza. Intanto un mese prima della petizione rivolta alla Santa Sede, e precisamente il 7 giugno 1475, il conte Sanseverino e sua madre avevano anche chiesto alla Curia  generale dei Frati Minori di S. Francesco in Roma di adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura per farvi entrare i frati Osservanti (75). Il nuovo monastero di S. Mercurio (detto oggi “palazzo La Quercia”) fu subito costruito e vi andarono ad abitare le monache, le quali vi stettero per circa due secoli, fino a quando vennero a mancare, verso il 1650. Allora il monastero fu adattato a palazzo dai signori D’Afflitto, i quali, come abbiamo già accennato, lasciarono il castello e vi abitarono fino al principio del secolo XIX, ecc..ecc..”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 44 nella loro nota (73) postillavano che: “(73) Il paese era circondato da mura, e per uscire c’erano le porte vigilate di notte e di giorno. Si trovano ricordate: ‘porta la terra’, ‘porta mancaniello’, ‘porta Mingardo’, porta fontanella’.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (74) postillavano che: “(74) Una copia della Bolla si trova nell’Archivio parrocchiale.”.  I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (75) postillavano che: “(75) Wadding Luca, ‘Annales Minorum’, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31. Però in questo luogo citato si dice pure: “Se sia stato poi fatto così, non mi sono potuto accertare”. Cfr. pure Antonini G.,  disc. VIII, p. 385, in nota.”.

Nel 2 gennaio 1476 (Antonini), il Breve di papa Sisto IV che autorizza la vendita del Feudo di Rofrano

Di Rofrano ci parla anche il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, nel cap. VIII: “Nella Valle di Diano”, Parte III, a p. 577, ma del monastero di San Pietro al Tamusso scrive poco o niente. Ci parla del Monastero dei Cappuccini. L’Antonini (…), nel suo cap. VIII, parte II, a pp. 388-389 accenna al monastero parlando di Rofrano ed in proposito scriveva che: “Continuarono i PP. a governar la terra nel temporale, e nello spirituale fino all’anno MCDLXXVI. Allora col Pontificio permesso in un Breve dè 2 Gennaio la venderono al Conte di Borrello N. Arcamone, ma per N. Petrucci suo cognato Conte di Policastro, e questo ne fece prender possesso da un Commessario di Re Ferrante. Non ostante la vendita fatta vi restarono i Monaci, al Monastero per aver cura dello spirituale del luogo, e delle grancie dipendenti: ma il Petrucci (che poi fu decapitato come ribelle a 13 Novembre 1480.) malmenando per tutte le vie i Monaci, obligolli finalmente a partirsene, il Monistero, e sue rendite abbandonando. Quindi egli ridusse il Monistero in propria abitazione, ed usurpò anche il drtito della spiritualità, mettendovi un Prete, che l’esercitasse, siccome in appresso fecero i Baroni susseguenti, fino all’anno MDLVI. Passata la terra con Cannalonga, e Lauriana in dominio di Gio: Battista Farao, la spiritualità fu data al Vescovo di Capaccio col Breve di Gregorio XIII. nel MDLXXXIII. facendo immune il Clero da ogni tassa, imposizione, o sussidio, ch’imponer volessero i futuri Vescovi..

Antonini, cap. VIII, p. 389 su Rofrano

Tuttavia devo precisare che alcune notizie riportate dall’Antonini sull’argomento sono errate come ad esempio la data di acquisto da parte di Arcamone del Feudo di Rofrano che egli riporta  ottobre 1476. Sulla questione ci illumina Giovanna Falcone (…) che, in ‘Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica’, a cura anche di Aromauro A., a p. 156, ci parla della “la vendita del castello di Rofrano” ed in proposito scriveva che: “Morto il Cardinale Bessarione il 18 novembre 1472, papa Sisto IV conferì la commenda al nipote cardinale Giuliano della Rovere con la bolla di collazione del 23 novembre 1472 (218). Il governo del secondo commendatario fu rivolto principalmente alla realizzazione di nuvi edifici monastici e ad opere di difesa del monastero stesso e del suo territorio che comportarono la fortificazione dell’Abbazia e la costruzione del palazzo abbaziale, ed anche l’acquisizione ed il restauro del vicino castello di Borghetto (219). Le opere realizzate dal cardinale richiesero un forte impegno finanziario e lo indussero  a decidere l’alienazione, con permuta o vendita, di alcuni beni del monastero, ritenuti di minore importanza sotto il profilo territoriale ed economico. Tra le alienazioni eccellenti messe in atto da Giuliano della Rovere si distingue quella del castello di Rofrano con i diritti feudali che, però, è documentata solo in via indiretta non essendo noto lo strumento di vendita. Con lettere del datate 31 luglio 1477 papa Sisto IV sottopone a Gaspare da Teramo, prepositus ecclesiae Tridentinae in romana curia residens, un quesito giuridico (dubbium) relativo ad alcune clausole della vendita del baronato di Rofrano al nobile napoletano, ‘mile utriusque iuris doctor’ (220). Il documento non riporta ne lo stumento di vendita, di cui non conosciamo pertanto la data esatta, nè l’atto di conferma del papa, già emanato. Esso tuttavia, nella esposizione del caso, imforma che il feudo era stato venduto per 2.500 ducati d’oro di camera, che la somma era stata depositata presso il mercante fiorentino Francesco de Pogiis, romanam curiam sequens, e all’utilizzo che il papa avrebbe dovuto farne.”.

Castello Borghetto

La Falcone ci informa nella sua nota (218), a p….., postillava che: “(218) AMNG, ‘Cancelleria dehli abati commendatari, Documenta, 2, cc. 123r-126v, copia autentica del 1° dicembre 1745. Una ricognizione degli atti compiuti dai primi cardinali commendatari in G. Falcone, ‘Il Monastero di S. Maria di Grottaferrata in regime di commenda (1462-1824). La giurisdizione e l’amministrazione ecc..”. Dunque, secondo Giovanna Falcone (…), il cardinale Giuliano della Rovere, secondo abate commendatario dell’Abbazia tuscolana di Grottaferrata, nominato da suo zio il papa Sisto IV, volle alinare il feudo di Rofrano a causa delle grosse spese occorrenti per rimaneggiare il castello di Tuscolo. La Falcone ci informa nella sua nota (220), che questo documento è conservato all’Archivio del Monumento Nazionale, ovvero: Cancelleria degli abati commendatari’, Documenta, 2, cc. 144r- 152v; si veda pure Abbondanza R., Arcamone, Anielloin Dizionario biografico degli Italiani, 3, 1961, pp. 738-739″.. Enrica Follieri (…) in “Byzantina et Italograeca” a p. 451, in proposito al feudo di Rofrano scriveva che: “Il feudo di Rofrano, salvo la chiesa e il monastero, fu alienato dal secondo abbate Commendatario di Grottaferrata, il cardinale Giuliano della Rovere, che lo vendette, nel 1476 (101), al giurista e diplomatico napoletano Aniello Arcamone (102): parte del ricavato fu impiegato dal cardinale nella cotruzione dell’imponente castello, tuttora esistente, a difesa dell’abbazia criptense (103).; ecc..ecc..”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (101) postillava che: “(101) E’ la data fornita dal Ronsini, op. cit., p. 19 (cfr. anche Ebner, ‘Economia e Società, I, p. 497); il Rocchi, ‘De Coenobio’, p. 103, data la vendita al 1473.”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (103) postillava che: “(103) Rocchi, ‘De Coenobio’, p. 103.”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (104) postillava che: “(104) Su queste vicende cf. Ronsini, op. cit., pp. 20-21; Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, II, pp. 433-434.”. Questo scriveva Enrica Follieri (…), in merito all’Abbazia fino al suo trasferimento alla Grangia di Montesano e poi in seguito ai Certosini di Padula. Infatti il Antonio Rocchi (…), nel suo “De Coenobio”, a pp. 102-103-104, in proposito scriveva del cenobio di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e la sua baronia venduta dall’abbate Commendatario Giuliano Della Rovere ad Aniello Arcamone:

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(Fig….) Rocchi Antonio (…), ‘De Coenobio’, pp. 102-103

Il Rocchi (…), a p. 103 scrive – come cita la Follieri (…) che: “la data di vendita è il 1473”. Infatti, il Rocchi (…) a p. 103 (vedi Fig….), scriveva “castri Rufranensis” e “Armello Arcamoni”. Il Rocchi (…) a p. 103, postillava che: “1 – Agresta, op. cit., p. 442; 2 – Cod. hist. diplomatico, ad h. an.; 3 – idem, ecc…”. Dunque il Rocchi (…), citava il testo di Apollinare Agresta (…) nel suo ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno etc…’, dove egli parla dei cenobi basiliani ovvero dei monasteri italo-greci della regola di S. Basilio, a p. 103, nella sua nota (2), in proposito al Cenobio di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, postillava che: “(1) Apollinare Agresta, op. cit., p. 442.”. Ebner scrive che il cardinale della Rovere fu il secondo Abate Commendatario “fu alienato dal secondo abbate Commendatario di Grottaferrata, il cardinale Giuliano della Rovere ecc…”, ma l’Agresta scriveva che il secondo veniva dopo il Cardinale Bessarione che morì nel 1472 e scrive che dopo di lui l’abate protettore generale di Tuscolo fu il cardinale Antonio Barbo. Il Rocchi (…), a p. 103, nella nota (1) si riferiva ad Apollinare Agresta (…) ed alla p. 442 del suo ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno etc, pubblicato a Messina nel 1681. L’opera citata è a p. 442, cap. XV “dei Cardinali Protettori e Abati Generali”, scriveva che: “Marco Antonio Barbo Cardinale, fù il secondo Protettore. E stato egli nipote di Paolo II.”. Il Rocchi (…), inoltre, a p. 103, parlando della vendita del “castri Rufranensis” ad “Armello Arcamoni”, citava anche un “2 – Codic. hist. diplom. ad h. an.”. Riguardo questo testo, il Rocchi a p. 17 nella sua nota (…) postillava che: “Codex hitorico-diplomaticus Cryptoferratensis, ad. an. 1037.” o Codice Cryptoferratense. Ma di questo antichissimo codice greco non sono riuscito a capire la sua provenienza e su cui vorrei ulteriormente indagare. Di sicuro si tratta di uno o più testi in greco posseduti dall’antichissima Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata nel tuscolano fondata da S. Nilo che da recenti studi si sa che fosse passato da Rofrano e non solo.  Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” a p….., sulle origini di Rofrano parlando del casale e del feudo di Rofrano scriveva che: “Nel 1476, il feudo di Rofrano, tranne la chiesa e il monastero, fu venduto al diplomatico napoletano Aniello Arcamone, ecc…ecc…”. L’Ebner (…), scrivendo su Rofrano, diceva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola) e se Camillo Tutini, scriveva che Rofrano apparteneva al Conte Giacomo Gaetani. Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Ecc….”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento‘, nel vol. II, a p. 433, parlando di Rofrano in proposito scriveva che: “L’Antonini, e sulla scia il Ronsini, affermano che il feudo fu alienato l’11 gennaio 1476 (8) a favore di Anello o Antonio Arcamone di Napoli. Ecc..”. Ebner a p. 433 nella sua nota (8) postillava che: “(8) Assenso con breve pontificio del 2 gennaio 1476”. Ebner a p. 433 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Ronsini, cit., p. 19, rilevava la notizia, di cui dice anche l’Antonini, da “una Cronichetta, che serve di Preanbolo ad un Privilegio con cui la nostra Chiesa fu esentata da tasse e imposizioni Curiali nel 1583”. Ebner a p. 433 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il Ronsini (p. 20) assicura dell’Istumento ” del 1477 per notar Masello de Leo, di cui ho copia legale”.”.

Nel 1476, GUGLIELMO SANSEVERINO, 3° Conte di Capaccio successe al fratello Antonello

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino ed in particolare riferendosi alla successione dopo la morte di Gaspare Sanseverino, in proposito scriveva che: Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Antonello Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ecc…”. Secondo Pietro Ebner, Americo Sanseverino, che nel 1433 fu creato conte di Capaccio da re Alfonso I d’Aragona, sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico) e da questa ebbe tre figli: Gaspare, Antonello e Guglielmo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, parlando di Laurino all’epoca degli Statuti (epoca Aragonese), parlando di Gaspare Sanseverino che successe al fratello Antonello, ci parla pure di Guglielmo Sanseverino ed in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello Antonello (sposò Antonella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi. Gli successe Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ribelle nel 1487 gli fu tolta la contea, ma venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 Aprile e 7 maggio 1506). Ribelle ancora gli furono confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino ed in particolare riferendosi alla successione dopo la morte di Gaspare Sanseverino, in proposito scriveva che: Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”Dunque, dopo la morte di Antonello Sanseverino, Principe di Salerno, avvenuta nel 1469, gli successe il fratello Guglielmo. Ma, Guglielmo di Sanseverino, quando divenne 3° conte di Capaccio, quando successe nella contea al fratello Antonello morto senza eredi ?. Felice Fusco (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), nella sua nota (131), riguardo i successori di Americo Sanseverino ed in particolare il figlio Guglielmo che successe al fratello Antonello morto nel 1476, in proposito scriveva che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, se secondo Felice Fusco (…), la morte di Antonello avvenne nell’anno 1476, vien da se che Guglielmo di Sanseverino, successe al fratello Antonello dopo la sua morte avvenuta nel 1476. Ma è così ?. Dunque, secondo Pietro Ebner, Guglielmo Sanseverino successe al fratello Antonello Sanseverino, Principe di Salerno essendo lui morto senza eredi. Antonello e Guglielmo avevano partecipato alla ‘Congiura dei Baroni’ ma si era salvato solo il fratello terzogenito Guglielmo il quale, nel 1487, gli fu tolta la Contea, in un primo momento fu privato dei suoi beni come scrive sempre l’Ebner, ma il 30 ottobre 1487 venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II d’Aragona e da Ferdinando il Cattolico il 27 Aprile e 7 maggio 1506. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo” Sanseverino scriveva che: Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49). Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (45) postillava che: “(45) Campanile, cit. p. 158”. Ebner a p. 610 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Pergamena di Roccagloriosa, n. XXI, p. 138 in Mazzoleni cit. Confermano e sottoscrivono il diploma Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino, principe di Salerno, e Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio.”. Secondo questo documento nel 1454, Guglielmo di Sanseverino ed i due fratelli erano ancora minorenni e sotto la tutela della madre.

Mazzoleni, op. cit. RSS, p. 138, pergamena XX

Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”.

Da questo documento pubblicato dalla Mazzoleni e trascritto a Roccagloriosa, nel 1 gennaio 1454 e sottoscritto anche “Confermano e sottoscrivono il diploma baronale: Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino, conte di Capaccio, Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio. Perg. n° 15.”. Dunque, da questo documento risulta che i pupilli Gaspare, Antonello e Guglielmo, nel 1454 erano ancora sotto  la tutela della madre Margherita di Sanseverino, vedova e balia dei suoi tre figli. Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, etc…‘, a p. 610 del vol. I, riguardo a Guglielmo scriveva pure che: per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (49) postillava che: “(49) Lo si rileva da una lettera di re Ferrante trascritta dal Volpi p. 76 sg. e inviata a Guglielmo, conte di Capaccio, ad Antonello, principe di Salerno, a Gerolamo, principe di Bisignano, e agli ufficiali del Regno. Il re ordinò d’immettere nel possesso delle rendite del vescovado di Capaccio Lodovico Fonellet, eletto vescovo da Sisto IV.”. Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, etc…‘, a p. 610 del vol. I, riguardo a Guglielmo scriveva pure che: Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610, vol. I, nella sua nota (50) postillava che: “(50) Con Capaccio, Altavilla, Pisciotta, Calvello, Tito, ecc.., ‘Quint., 29, f. 117 e 226.”. Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca post Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….ecc….e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati). Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134)…”. Felice Fusco, nella sua nota (132) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(132) ‘Li Lauri’ (Laurino) coi casali ‘Le Chiane Soprane’ (poi Piaggine), ‘Le Chiaine Sottane’ (dal 1873 Valle dell’Angelo), Fogna (dal 1931 Villa Littorio), ‘Zedalampe e Vio’ (scomparsi).”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Princie di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Principe di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in Pittari, a pp. 49-50, citando Americo Sanseverino, padre di Guglielmo,  in proposito scriveva che: “…il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum‘.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Riguardo il Guglielmo Sanseverino, il Fusco si riferiva all’altro Guglielmo figlio di Tommaso Sanseverino, vissuto ai tempi di Carlo d’Angiò. Detto questo, ritornando a quanto il Fusco postillasse nell’altro suo lavoro su Casaletto, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.  Il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Principe di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner parla di due Americo Sanseverino: il primo è “Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.”. Il secondo Americo Sanseverino è un altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino (figlio del primo Americo) “…e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) ecc…”. Dunque, il secondo Americo Sanseverino, quello in questione che nel 27 febbraio 1433, secondo l’Ebner, e nel 1443 secondo il Fusco, fu nominato da re Alfonso d’Aragona 1° Barone del Principato Citeriore, nacque da Tommaso Sanseverino (forse Tommaso III) che ebbe un altro figlio appunto chiamato Americo. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.

Nel 1476, muore Antonello di Sanseverino. 2° Conte di Capaccio figlio di Americo

Felice Fusco (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), nella sua nota (131), riguardo i successori di Americo Sanseverino ed in particolare il figlio Guglielmo che successe al fratello Antonello morto nel 1476, in proposito scriveva che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico). da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, se secondo Felice Fusco (…), la morte di Antonello avvenne nell’anno 1476, vien da se che Guglielmo di Sanseverino, successe al fratello Antonello dopo la sua morte avvenuta nel 1476.

Nel 1400, Tortorella all’epoca Aragonese (Americo Sanseverino e poi il figlio Guglielmo (III) Sanseverino)

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “‘Capitànei’ (governatori) della Terra di Casella negli anni della Signoria di Americo Sanseverino e del figlio Guglielmo (145) furono vari esponenti della famiglia De Senis: Buzio de Senis, il figlio Salvatore confermato nella carica direttamente da Alfonso d’Aragona nel 1444, Bindo, Alfonso, Porzia Tolomea andata in sposa a Cono Guevara conte di Potenza (146). I Signori Sanseverino risiedevano a Capaccio, sede della Contea, e le varie ‘Terre’ erano governate in loro nome e per conto o da ‘Capitànei’ o da ‘Vicecòmiti’ Francesco Comite (147) in rappresentanza di Guglielmo Sanseverino (figlio di Americo) e della madre Margherita, conti di Capaccio. La Congiura dei Baroni del 1485 sovertì questo stato di cose nei vari feudi Guglielmo (che ormai aveva ereditato tutti i beni paterni) ecc…”. Il Fusco, a p. 103, nella nota (139) postillava che: “(139) Fonti Aragonesi, a cura degli Archivisti Napoletani, Napoli, presso l’Accademia Pontaniana, 1970, VII (il volume VII è curato da Bianca Mazzoleni).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (145) postillava che: “(145) Cfr. nota 131.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (146) postillava che: “(146) Fonti Aragonesi, cit., III, p. 50, nota 116. I ‘de Senis’ governarono anche le Terre di Casalnuovo (Casalbuono) e di Campora.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (147) postillava che: “(147) I Comite erano un’antica e nobile famiglia amalfitana trasferitasi a Salerno. Nel XV sec. oltre a Tortorella essi possedevano anche Morigerati, di cui era utile Signore Matteo Comite col fratello Giovanni (negli anni 1466 – 78 Matteo svolse pratiche feneratizie nei confronti dei cittadini di Morigerati e di Sicilì e Giovanni  attuò investimenti in ovini e caprini: cfr. A. Leone, Una ricerca etc…, pp. 232 e 226); ancora all’inizio del XVII sec. possedevano Sanza nella persona di Marco Còmite che costrinse l’Università ad indebitarsi per 500 ducati per far fronte alle liti giudiziarie in cui il barone l’aveva trascinata: SN, Collaterale, Provisionum, f. 50, p. 80; F. Fusco, Universale Capitulum Terrae Santiae, ovvero gli ‘Statuti municipali di Sanza, in “Euresis”, VII (1991), p. 151 e nota 31.”.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”.

Dopo il 1479 (dopo il pagamento dell’ultima rata), Antonello Petrucci concede a Camerota e a Torre Orsaia gli Statuti (“I Capitoli”)

Ricordiamo che gli statuti di Camerota e di Torre Orsaia restarono inediti fino a quando li pubblicò Onofrio Pasanisi (…). Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando del casale e degli Statuti di Torre Orsaia, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: Il Pasanisi (4), che pubblicò gli statuti, afferma che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata. Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Commissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”. Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”.

Pasanisi, p. 32, Archivio storico per la prov di Sa, 1935, fasc. 1°

(Fig…) Pasanisi Onofrio, op. cit., p…..e s. (Archivio Storico e digitale Attanasio), p. 37

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Pietro Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le cui firme del re,…furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”. Ebner (…), a p. 669, nella sua nota (9) postillava in proposito che: “(9) Ebner, Economia e Società, cit., II, p. 482, n. 5 “dal processo davanti alla Commissione feudale (‘Università contro l’episcopio di Policastro) risulta che, a dichiarazione del vescovado, le “pregate” ammontavano a ducati 110 annui nel 1771. Cfr pure i processi n. 2598 (vol. 441, f. 109 sg) e n. 2600 (vol. 441, f 12 t). Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando dei casali di Torre Orsaia e di Castel Ruggiero, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: Detta prima Torre Inferiore mentre la Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro. I vescovi bussentini, ….sostennero che, come confermava lo stesso diploma di concessione della contea, i Carrafa vantavano su Torre Orsaia, la sola giurisdizione criminale, esibendo i capitoli originali concessi dal de Petruttis (“regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac iurisdictionis casalis Turris”). I capitoli vennero impugnati di falso dai procuratori del conte, ma l’esame calligrafico delle firme di Antonello e del figliuolo Giovanni Antonio (confermava “que genitor hoborandus concessit”) vennero riconosciute autentiche nel 1544 dal vescovo di Muro Severo de Petruttis, superstite figliuolo di Antonello, dall’abbate Berardinetto di Franco (era stato ufficiale della cancelleria  di re Ferrante e intimo del primo ministro) e pure dal pronipote Francesco M. de Petrittis Orsini che aveva ereditato, e conservava, l’archivio del ministro  nella sua abitazione di Chieti (3). La vertenza fu conclusa da una sentenza della Real Camera (22 maggio 1563) che confermò al conte di Policastro  la solo giurisdizione criminale di Torre Orsaia (f 1364). Il Pasanisi (4), che pubblicò gli statuti, afferma che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata. Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Commissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”. Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”. Riguardo agli Statuti di Torre Orsaia, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 482, parlando dei casali di Torre Orsaia e di Castel Ruggiero, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: La sede episcopale di Torre Orsaia fu costruita dal vescovo Pagano, che il Laudisio (6) dice eletto nel 1301, probabilmente per l’epigrafe in gotico sul palazzo (” + Anno Domini millesimo tregesimo primo, indictione decima quinta, Paganus episcopus opus fieri fecit”). I registri angioini ricordano quel vescovo in due documenti del 1294. Il Pasanisi assicura che i capitoli vennero concessi da quel vescovo e trascritti solo ai tempi dell’abbate Giovanni Scorna, vicario nel 1502 del commendatario di Policastro cardinale Luigi d’Aragona (nomina papale: Alessandro VI). Nel periodo però, rileva il Laudisi, p. 42, vicario generale era G.B. Ocilogrosso e uditore generale Antonio di Sanfelice. Il napoletano Giovanni Scorna fu il venticinquesimo vescovo di Policastro (lo era nel 1561), mentre il Luigi Pirro, confuso dal Pasanisi con il precedente, ne fu il ventiseiesimo (lo era nel 1530).”.

Nel 1480, l’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano fece compilare una Platea dei beni o il catasto dei suoi beni nel Cilento

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “Qualche anno dopo (1480) l’abbazia fece compilare il catasto dei suoi beni nel Cilento.”.

Nell’aprile 1481, “lo porto de Saprj” e “Sanctullus grangis de civitate Policastrj” nella bolla del vescovo Gabriele Godano o Guidano, che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire la cappella di S. Maria di Porto Salvo a Sapri

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Dal xv secolo in poi, le notizie su Sapri si fanno sempre più documentate. Nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni è conservato un documento, ‘bolla’, del Vescovo di Policastro, del 1481, che concede a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘S. Maria di Porto salvo’ (114), di cui il Gaetani (115), affermava essere stata costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. Il Di Luccia (116), affermava che l’Abbazia di S.Giovanni a Piro, possedeva la Grancia di S.Nicola a Sapri, senza specificare però l’epoca di fondazione. In proposito, il Gaetani fa luce (63), riportando un documento del 1695 (62), il quale parla della Grancia di S. Fantino a Torraca e ne descrive limiti e confini (nel territorio saprese) e dice che doveva appartenere alla Badia di S.Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia”. Nell’‘Analisi sull’Evoluzione etc…’, op. cit., nelle mia nota (114) postillavo che: (114) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op. cit., vol. II, p. 592.”. Nell’‘Analisi sull’Evoluzione etc…’, op. cit., nelle mia nota (115) postillavo che: (115) Gaetani R., Gian Giacomo Palamolla, Roma, 1914, p.42; la notizia è tratta da un documento: “Visitatio Episcopi Felicei” datato 16 dic. 1629, che il Gaetani riporta integralmente.”. Nell’‘Analisi sull’Evoluzione etc…’, op. cit., nelle mia nota (116) postillavo che: (116) Ebner P., op. cit., vol. II, p. 592, la notizia è tratta dal Di Luccia P.M., L’Abbazia di S.Giovanni a Piro, Roma, 1700.”. Nell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni esiste un documento datato anno 1481, di cui parlerò per quell’anno e citato da Pietro Ebner (…). Pietro Ebner (…), a p. 592 del vol. II, in proposito scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Ma Pietro Ebner (…), non dice chi fosse il vescovo che nell’anno 1481 fosse a capo della cattedra Vescovile della Diocesi di Policastro. La notizia ed il documento riguarda proprio l’epoca in cui nel Golfo di Policastro diversi feudi erano in mano ai Petrucci ed è di estrema importanza per la storia di Sapri. Un documento del 1481, epoca aragonese, conservato nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni (…), è stato citato da Pietro Ebner (…). Si tratta della bolla del Vescovo di Policastro  che concedeva a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘Santa Maria di Porto Salvo’, di cui il Gaetani (…), affermava essere stata costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. La notizia fu da me pubblicata nel lontano 1987 in un mio scritto a stampa (1). Nel 1982, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, a p. 592, parlando di ‘Sapri’, citava il documento del 1481, in questione. Pietro Ebner (…), a p. 592 del vol. II, in proposito scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Pietro Ebner (…), postillando “I, ABC”, si riferiva ad un documento “I = inedito” e proveniente dall’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (ABC). Nella nota (1), si postillava che: “(1) Biblioteca e Archivio della Badia dal sito ufficiale dell’Abbazia”. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni risulta che l’antico documento del 1481, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98.  Ebner, non diceva quale fosse il vescovo di Policastro che aveva emesso la bolla nell’aprile 1481, inoltre, come Ebner stesso dice, il documento era inedito. La bolla del vescovo di Policastro, dell’Aprile 1481, citata da Ebner a p. 592, vol. II, e nella sua nota (14), non è citato dal Laudisio (…) e, neppure dal Gaetani (…), che pure riportò diverse notizie su Sapri e Torraca. Inoltre, Ebner (…), riporta la notizia così com’è senza specificare chi fosse il vescovo di Policastro. Dal sito dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, leggiamo che i documenti pubblici (Bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano nell’arca magna in numero di oltre 700, ordinati anch’essi cronologicamente. Dunque, la bolla del vescovo di Policastro citata da Pietro Ebner dovrebbe trovarsi nell’‘Arca Magna’. Ebner, riguardo gli antichi documenti provenienti dalla Badia di Cava de Tirreni, citava il Codice Diplomatico Cavense. Il ‘Codex diplomaticus cavensis’ (abbreviazione bibliografica CDC; in italiano: Codice diplomatico cavense, o cavese) è un progetto editoriale attivo nel campo della storia dell’Italia medievale e della Langobardia Minor, iniziato nel 1873 e proseguito con andamento irregolare. Il progetto persegue l’obiettivo della pubblicazione esaustiva dell’intero corpus diplomatico e documentario custodito nell’archivio della Badia benedettina della Santissima Trinità, situata a Cava dei Tirreni. La consistenza dell’archivio si dipana su oltre 15.000 pergamene, a partire dalla prima scrittura che risale al 792. A tale patrimonio membranaceo è da aggiungere una mole consistente di documenti su carta. Recentemente ho ricevuto il file digitale dell’antico documento del 1481, inviatomi da padre don Leone Morinelli dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, che è inedito e che pubblico per la prima volta:

ARCA LXXXV 98

(Fig….) La bolla inedita del 1481, di Gabriele Guidano, vescovo di Policastro (Archivio Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (Arca, LXXV, 98) (Archivio Storico e digitale Attanasio).

Nella bolla, leggiamo che: “Gabriel Guidanus a filiu magister Sanctullus grangis de civitate Policastrj afferunt ………………..civitatis loro lo porto de Saprj que ad prie est Riscoperta ecc..”. Il documento (…), citato da Ebner, è di estrema importanza per la storia di Sapri e del feudo di Torraca, essendo un documento datato all’anno 1481. In quell’anno, l’apprezzo di Sapri, era feudo della Baronia di Torraca. La cappella di Santa Maria di Porto Salvo, di cui parliamo in questo nostro saggio, non sappiamo quando fu costruita nel territorio Saprese che all’epoca faceva parte del feudo di Torraca che, insieme ad altri piccoli centri, faceva parte della restaurata Diocesi Paleocastrense (la rinata Diocesi di Policastro Bussentino. Ma, a chi appartenesse o dipendesse il territorio nelle campagne Sapresi, dove Mastro Santillo Grandi, poteva costruire la cappella, nel 1481 ?. A chi appartenesse o da chi dipendesse il territorio Saprese negli anni della dominazione Aragonese ?. Di sicuro il feudo di Torraca ed il porto di Sapri passarono alla famiglia Scondito ai primi del ‘500. Il Gaetani (…), un erudito locale e sacerdote di Torraca, ci informa che detta cappella “fu fatta costruire anche dal nostro Barone, con sussidi ecc…”, ma il Gaetani, faceva riferimento al documento “Visitatio Episcopi Felicei”, del 1635, dove si citava Dezio Palamolla. Dunque, secondo il documento datato 1635, non possiamo dire quale fosse il Barone di Torraca nell’anno 1481, anno in cui, secondo la ‘bolla’ del Vescovo di Policastro, fu concesso a Mastro Santillo Grandi di costruire una cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Dai ‘Cedularia’ dell’Archivio di Stato di Napoli, risultano baroni di Torraca, nel 1500, fino al 1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca”, come scrive il Gaetani a p. 283 del suo ‘Giovan Giacomo ecc.’. Nel 1587, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile e con il Conte di Policastro, vi furono sempre continui conflitti legali. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il Vescovo Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Il vescovo di Policastro nel 1481, assicura padre Leone dell’Abbazia Cavense, era Mons. Gabriele Guidano, che concedeva a Mastro Santillo Grandi, di costruire una una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. Ebner, che citava il documento del 1481, faceva riferimento anche al periodo ed alla contea di Policastro concessa da Ferrante d’Aragona ad Antonello Petrucci che a sua volta la concesse al figlio Giovanni Antonio. Dunque, secondo Ebner (…), nel 1481, la contea di Policastro apparteneva ai Petrucci, e tale rimase fino al 1496, quando passò ai Carafa. Il Gaetani (…), un erudito locale e sacerdote di Torraca, ci informa che detta cappella “fu fatta costruire anche dal nostro Barone, con sussidi ecc…”, ma il Gaetani (…), faceva riferimento al documento “Visitatio Episcopi Felicei”, del 1635, dove si citava Dezio Palamolla. Dunque, secondo il documento datato 1635, non possiamo dire, quale fosse il Barone di Torraca nell’anno 1481, anno in cui, secondo una bolla del Vescovo di Policastro, fu concesso a Mastro Santillo Grandi di costruire una cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Il documento del 1481, è di estrema importanza per la storia di Sapri e di Torraca, in quanto, esistono solo pochissimi documenti, riguardanti Torraca, datati e precedenti all’anno 1481, o che riguardano un periodo antecedente a quello citato nella storia di Torraca dal Gaetani (…), che ci parla della baronia di Torraca degli ‘Scondito’, risalente al più tardi ‘1500. Come vedremo innanzi, prima del documento del 1481, citato da Ebner, vi sono alcuni documenti che come vedremo fanno risalire Torraca a Biancuccia Mercadante e al comune di Laurito, pubblicati dalla Jole Mazzoleni (…), tutti documenti sconosciuti al Gaetani (…). Infatti, come scrive il Gaetani (…), che non lo cita affatto, in proposito a Torraca, nel suo ‘La fede degli avi nostri ecc..’, nelle sue ‘Note storiche’, a p. 283, nella sua nota (24), in proposito scriveva che: “(24) Famiglia Palamolla (da G. Palamolla, pag. 19-20) del Can. Dott. Rocco Gaetani. Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dal Cedularia del grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; ecc…”Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel 1982, a p. 592, parlando di Sapri, citava la Cappella di S. Maria al porto di Sapri”, costruita delle campagne del territorio Saprese, all’epoca facente parte del feudo e della Baronia di Torraca e, di cui il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, a p. …, scriveva che fosse voluta dal Barone di Torraca Dezio Palamolla. Lo attesta un documento del 1635, la “Visitatio Episcopi Felicei”, di cui parlerò. Il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 42-43, scriveva che:

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(Fig…) “Visitatio Episcopi Felicei”, del 2 dicembre 1635, documento tratto dal Gaetani (…)

Nel 1483, Policastro è ai “Carrafa”

Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e Società etc..” a p. 539 parlando di Policastro ci informa che: “Avocato poi al fisco per fellonia dei de Petruciis, ritroviamo il feudo in possesso dei Carrafa nel 1483 (Cola Carrafa denunciando la morte del padre Andrea ne chiese il relevio-assenso nel 1491. Nel 1496 troviamo la contea concessa al benemerito patrizio napoletano Giovanni Carrafa della Spina.”.

Nel 1483, nel ‘Liber rationum’

Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.

Nel 1483, la peste (“ayro pestifero”) che colpì le Valli del Mingardo e del Bussento

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 51-52, in proposito scriveva che: “Dopo gli anni difficili della Guerra del Vespro e i devastanti eventi naturali verificatisi intorno alla metà del XIV secolo (la carestia del 1343, la peste del 1348 con rigurgiti nel 1383, il terremoto del 1349)(140), la ‘Terra’ di ‘Casella’ aveva conosciuto non solo un incremento demografico ma anche un certo miglioramento economico, che erano poi continuati per buona parte del Quattrocento. Infatti prima della peste (ayro pestifero) degli ultimi decenni del XV secolo, che dovette colpire con particolare virulenza le Valli del Mingardo e del Bussento (141), i fuochi, che nel 1445 erano – lo si è detto – 107, nel 1461 erano saliti a 140 (142). Non solo: una certa ecc…”. Il Fusco, a p. 103, nella nota (141) postillava che: “(141) Infatti dalla ‘rilevazione dei fuochi’ del 1483 risultò che per causa de male ayro pestifero’ ben venti nuclei familiari erano scomparsi a Laurito ed otto ad Alfano. Pur mancando dati per ‘Casella’, il morbo ad ogni modo dovette farsi sentire anche nella contigua Valle del Bussento (ASN, Sommaria Partium, vol. 21, c. 182; A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, ecc…”. Il Fusco, a p. 103, nella nota (142) postillava che: “(142) S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli, G.B. Cappello, 1601, p. 85 ……L. Giustiniani, Dizionario Geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, V, Manfredi, 1797, III, p. 235.”. Sono entrambi scaricabili e consultabili su lsito di Gooogle libri.

Nel settembre 1484, a Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Ci è pervenuta pure una notizia dell’età Aragonese (51).”. Ebner a p. 422, nella sua nota (51) postillava che: “(51) …..Ricordo che nell’ABC vi sono due documenti riguardanti Roccagloriosa: l’assegnazione di una vigna a Policastro “ubi dicitur S. Paolo” fatta da mastro Jacobo de Caro di Roccagloriosa per estinzione di un debito di 23 once e 6 tarì per mutuo (settembre 1484, III, LXXXVI 18) e la bolla del vescovo di Policastro al cantore della chiesa di Roccagloriosa quale rettore della cappella del beneficio e sepoltura di S. Maria de Reto (maggio 1488, VI, LXXVI 59).”.

Nel 1° maggio 1485 nasce ROBERTO II SANSEVERINO (detto “Ferrante”) l’erede di Antonello Sanseverino, Principe di Salerno

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 163 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “Antonello…..vi fu sorpreso dalla morte nel 26 febbraio 1499 dalla morte lasciando dal suo matrimonio con Costanza d’Urbino un unico figliuolo natogli nel 1° maggio 1485 e si chiamò Roberto II Sanseverino. VII. Dopo aspre contese tra Luigi XII e Ferdinando il Cattolico per il reame di Napoli, gli spaguoli sotto il comando di Consalvo il gran capitano si impadronirono di Napoli e del regno nel gennaio del 1504, nel quale anno morì in Francia il re Federigo, terminando così con lui la dinastia aragonese. Ecc…In virtù di questo patto Roberto II Sanseverino venne reintegrato in tutti i suoi beni del padre con diploma del 27 aprile 1506 (1). Ed a cementare la devozione di Roberto il nuovo re gli diede in moglie Maria d’Aragona figlia di Alfonso duca di Villermosa suo fratello naturale.”. Il Mazziotti a p. 163 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta scrive nell’opera citata pag. 459 che tale privilegio è riportato nei quinternioni della R. Camera, ‘Privilegi III’, fol. 229, quatr 13, fol. 123.”. Scrive ancora il Mazziotti (…) a p. 164, cap. 7, che: “Dalle sue nozze con Maria d’Aragona era nato un anno prima, nel 18 gennaio 1507, un figlio cui fu dato, in omaggio dello zio re di Spagna, il nome di Ferdinando. Stante la tenera età del principe la madre assunse il governo del principato, ed infatti in un diploma del 1509 è detto: “Marai de Aragonia Principissa Salserni”. Essa, ancora assai giovane, per volere del re andò ben presto sposa a Giacomo Appiano signore di Piombino, ed il fanciullo fu affidato alle cure di Bernardo Villamarino conte di Capaccio e grande ammirante del Regno, e di sua moglie Isabella de Cardona sorella di Raimondo vicerè di Napoli.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, in proposito scriveva che: “Ai primi del 1507 nacque a Roberto (II) Sanseverino l’erede che, in omaggio allo zio re di Spagna, venne chiamato Ferrante. Il 28 febbraio il re concesse a Roberto, tra l’altro, anche il diritto di tutte le tratte da Salerno a Policastro e la gabella della seta dal Sele a Policastro, di cui Roberto nominò esattore Petrino de Magnia della Baronia del Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 677, parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “Come è noto, a seguito dell’armistizio di Lione (31 gennaio 1504) alla Spagna venne assegnato il Regno di Napoli. Roberto Sanseverino, che aveva saputo destreggiarsi tra Francia e Spagna, ebbe per la morte senza eredi di Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, il consenso all’acquisto e alla divisione dei suoi beni con Bernardino Sanseverino di Bisignano, ad evitare una loro dispersione con la vendita pubblica. A Roberto toccarono, con Capaccio, Casalnuovo, Gazanello (?), la Palude (Padula), Lagonegro, Laurino, Magliano, Montesano, Ravello (Rivello), Sassano, Sasso, Tito, Tortorella, Trentinara e Verbicaro (12).”. Ebner, a p. 677, vol. II, nella nota (12) postillava che: “(12) J. Mazzoleni, Regesto delle pergamene di Castelcapuano, cit., p. 79”Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 40, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’, ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 40, in proposito scriveva che: Dopo circa due mesi d’assedio, senza capitolare, il 17 dicembre 1497 Antonello, insieme a suo figlio Roberto Sanseverino conte di Marsico, alle figlie dello zio Barnabo conte di Lauria e a tutti gli altri familiari, scese a patti con le truppe di Ferdinando II d’Aragona si ritira a Senigallia. Dunque, secondo il Montesano, Barnabo Sanseverino, conte di Lauria era lo zio di Antonello Sanseverino. Riguardo i fatti di Diano del 17 dicembre 1497 e di suo padre Antonello, Principe di Salerno ha scritto Pietro Ebner che a p. 469 nella sua nota (18) postillava che: “(18) Gatta, ‘Memorie etc..’, op. cit., p. 449.”. Costantino Gatta (…), ne parla nel suo “Memorie Topografiche-Storiche della Provincia di Lucania”, pubblicato in Napoli, presso Gennaro Muzio nel 1732  a p. 445. Il Gatta (…), prima di p. 446, ci parla della ‘Congiura dei baroni’, sulla scorta di Camillo Porzio (…) e del Mazza (…), da cui attinge diverse notizie storiche. Antonio Mazza (…), Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681.

Nel 1485, muore Barnabo Sanseverino, V conte di Lauria

Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Barnabo, avvenuta nel 1485, ecc…”. Il Montesano, a p. 41, in proposito scriveva che: “La confisca per fellonia dei possedimenti del sesto ed ultimo conte di Lauria Bernardino Sanseverino, succeduto al padre Barnabo nel 1485 e anch’egli implicato come cugino di Antonello e il cognato conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci nella Congiura dei Baroni, avvenne in data 4 luglio 1487.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “Successivamente imprigionò in Castelnuovo e mise a morte vari altri baroni, tra cui la contessa Giovanna Sanseverino ava di Antonello celebrata dal Pontano, il conte di Lauria col figlio Bernardino, Barnaba Sanseverino e Giovanni Caracciolo Duca di Melfi marito di Sveva Sanseverino figlia della detta Giovanna. Narrano le storie che gli infelici prigionieri vennero gettati in mare la notte del 25 dicembre 1491.”.

Nel 1485, Bernardino Sanseverino, figlio di Barnabo, alla morte del padre diventa il VI Conte di Lauria

Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Barnabo, avvenuta nel 1485, diventa 6° Conte di Lauria il figlio Bernardino.”, ed eredita i beni del padre Barnabo Sanseverino e della madre Luisa Sanseverino: Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro”, oltre ai feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo. Il Montesano scrive pure a p. 41: “La confisca per fellonia dei possedimenti del sesto ed ultimo conte di Lauria Bernardino Sanseverino, succeduto al padre Barnabo nel 1485 e anch’egli implicato come cugino di Antonello e il cognato conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci nella Congiura dei Baroni, avvenne in data 4 luglio 1487.”.

Nel 1486, SVEVA SANSEVERINO, figlia dei conti di Lauria Barnaba e Luisa di Sanseverino sposò Giovanni Antonio Petrucci

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “…‘Venceslao’. Costui trovandosi privo di prole maschile, e volendo far rimanere i suoi feudi nel parentado, diè in matrimonio la figlia ‘Luisa a Barnaba Sanseverino, Conte di Capaccio e fratello o nipote di Roberto, Principe di Salerno, donandole altresì la Contea di Lauria ed altri feudi, dei quali si riservò il godimento e l’usufrutto fino alla morte. A tale ecc..ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “….e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Dunque, dal matrimonio con Luisa di Sanseverino, figlia di Venceslao e contessa di Lauria e Barnaba Sanseverino fratello di Antonello di Sanseverino Principe di Salerno, nacque Sveva di Sanseverino che andò sposa a Giovanni Antonio Petrucci che in questo modo diventa il VI° conte di Lauria. Dunque Sveva Sanseverino era nipote del Principe di Salerno, Antonello di Sanseverino. Sveva Sanseverino era figlia del Conte di Lauria e cugina del Principe di Salerno Antonello Sanseverino. Sveva di Sanseverino, contessa di Lauria sposò Giovanni Antonio Petrucci. Giovanni Antonio Petrucci sposò Sveva Sanseverino, nipote del Principe di Salerno Antonello Sanseverino. Il padre gli cedette la contea di Policastro e gli procurò la mano di Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e nipote del principe di Salerno, proprio quando costoro ordivano la congiura contro re Ferrante. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Ecc..”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 38, parlando del casale di Casaletto al tempo della Congiura dei Baroni, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Egli aveva ricevuto la contea di Policastro dal padre Antonello. Successivamente, forse a causa anche del rapporto di parentela instauratosi con i Sanseverino (il secondogenito Giovanni Antonio aveva sposato Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e cugina del principe di Salerno Antonello) ecc…”Sveva Sanseverino era figlia di Barnabo e Luisa di Sanseverino, conti di Lauria. E’ molto probabile che Matteo Mazziotti si riferisca a questa Sveva Sanseverino quando scrive che dopo la scoperta della ‘Congiura dei Baroni, alcuni congiurati furono fatti uccidere dal re. Fra questi vi era il secondo marito di Sveva Sanseverino: il Duca i Melfi, Giovanni Caracciolo. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “Successivamente imprigionò in Castelnuovo e mise a morte vari altri baroni, tra cui la contessa Giovanna Sanseverino ava di Antonello celebrata dal Pontano, il conte di Lauria col figlio Bernardino, Barnaba Sanseverino e Giovanni Caracciolo Duca di Melfi marito di Sveva Sanseverino figlia della detta Giovanna. Narrano le storie che gli infelici prigionieri vennero gettati in mare la notte del 25 dicembre 1491.”. Ma in questo passo il Mazziotti ci parla di una Sveva Sanseverino “figlia della detta Giovanna”. A quale Giovanna si riferiva il Mazziotti ?. Il Mazziotti ci parla della tra cui la contessa Giovanna Sanseverino ava di Antonello celebrata dal Pontano ecc..”. Dunque non si tratta della stessa Sveva Sanseverino contessa di Lauria e figlia di Barnaba e di Luisa Sanseverino. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 41, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’ ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 41, in proposito scriveva che: “La confisca per fellonia dei possedimenti del sesto ed ultimo conte di Lauria Bernardino Sanseverino, succeduto al padre Barnabo nel 1485 e anch’egli implicato come cugino di Antonello e il cognato conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci nella Congiura dei Baroni, avvenne in data 4 luglio 1487. Si racconta che morì nelle segrete di Castel dell’Ovo di Napoli il giorno di Natale del 1490 e il suo corpo, chiuso in un sacco, fu gettato in mare dai carcerieri.”. Il padre di Sveva Sanseverino, Barnabo, era lo zio di Antonello di Sanseverino divenuto Principe di Salerno che il 17 dicembre 1497 fu assediato nel castello di Diano da re Ferdinando II d’Aragona, dove secondo il racconto del Gatta (…) si trovavano anche suo figlio Roberto Sanseverino e le figlie di Barnabo, tra cui Sveva. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 40, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’, ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Ebner a p. 469 nella sua nota (18) postillava che: “(18) Gatta, ‘Memorie etc..’, op. cit., p. 449.”. Costantino Gatta (…), ne parla nel suo “Memorie Topografiche-Storiche della Provincia di Lucania”, pubblicato in Napoli, presso Gennaro Muzio nel 1732  a p. 445. Il Gatta (…), prima di p. 446, ci parla della ‘Congiura dei baroni’, sulla scorta di Camillo Porzio (…) e del Mazza (…), da cui attinge diverse notizie storiche. Antonio Mazza (…), Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681. Il Montesano, a p. 40, in proposito scriveva che: Dopo circa due mesi d’assedio, senza capitolare, il 17 dicembre 1497 Antonello, insieme a suo figlio Roberto Sanseverino conte di Marsico, alle figlie dello zio Barnabo conte di Lauria e a tutti gli altri familiari, scese a patti con le truppe di Ferdinando II d’Aragona si ritira a Senigallia”.

ANTONELLO PETRUCCI o de PETRUCIIS

Antonello Petrucci, conosciuto anche come Antonello d’Aversa (Teano, … – Napoli, 1487), è stato un barone del Regno di Napoli. L’abilità con cui mostrò di destreggiarsi nella giurisprudenza lo rese piuttosto noto, tanto da entrare nella cancelleria reale, la “scrivania regia” di Alfonso V d’Aragona, intorno alla metà del secolo. Dopo aver ricoperto molte alte cariche, divenne segretario di re Ferrante I d’Aragona, che gli conferì il titolo di barone ed altri privilegi feudali. Desideroso di approfondire i propri legami con la nobiltà del regno, fece sposare suo figlio Giovanni Antonio a Sveva Sanseverino, finché non rimase coinvolto nella cosiddetta ‘Congiura dè baroni’ nel 1485. Scoperto ed arrestato, Antonello Petrucci venne giustiziato alcuni anni dopo, ed il suo villaggio dato alle fiamme, per volere di Ferrante I. Antonello Petrucci sposò la nobildonna Elisabetta Vassallo. Da questo matrimonio nacquero 5 figli, tra cui Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro, segretario regio della corte di Napoli e accademico pontaniano, giustiziato in seguito alla congiura e Giovanni Battista Petrucci, arcivescovo di Taranto, amministratore apostolico di Teramo, Vescovo di Caserta.

Nel 1485-87, re Ferrante II d’Aragona e la ‘Congiura dè Baroni’

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 150-151 e s. in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “IV. Il principe Roberto, morendo nel 12 dicembre 1474, (1) lasciò il principato al figliuolo Antonello natogli dalla sua unione con Caterina Sforza, secondo ha scritto il Gatta, o Ramondina Del Balzo, secondo altri autori. Antonello ebbe assai a malincuore che il re non gli avesse conferito, come a suo padre, l’ufficio di grande ammirante che gli diede qualche anno dopo, nel 1477, e cominciò da allora a nutrire contro il re un fiero risentimento, il quale contribuì non poco ad attirarlo nella famosa congiura dei baroni. Ispiratori di essa furono Francesco Coppola conte di Sarno ed Antonello Petrucci, il celebre segretario di re Ferdinando, entrambi favoriti da lui con onori e con feudi. Essi erano fieramente avversati al figliuolo del re Alfonso, duca di Calabria, uomo di natura feroce ed assai mal visto dal popolo e dai baroni, dolendosi costui che il re li avesse colmati di tanti benefici e li avesse resi così potenti da essere di grave pericolo alla Corona. Il conte di Sarno ed il Petrucci, sapendo l’odio di Alfonso contro di essi e vedendosi di continuo da lui minacciati, risolsero di ribellarsi e trassero con loro Antonello, anche egli inviso al duca, ed i suoi parenti Sanseverino, cioè il principe di Bisignano, il conte di Tursi ed altri della famiglia, nonchè molti baroni del regno cui fecero credere che il duca volesse spogliarli dei loro beni.”. Il governo centralista di re Ferrante I d’Aragona portò nel 1485 a un tentativo di rivolta da parte dei baroni, tra i quali Pirro del Balzo, duca d’Andria e di Venosa, suo fratello Angilberto duca di Nardò, i Caracciolo di Melfi, Francesco Coppola, Conte di Sarno, e Antonello Sanseverino, Principe di Salerno, appoggiati da papa Innocenzo VIII. Riguardo l’epoca Aragonese ed in particolare quella di re Ferrante d’Aragona, figlio di Alfonso I d’Aragona, Giuseppe Galasso (…), nel suo ‘Mezzogiorno medievale e moderno’, a pp. 141-142, in proposito scriveva che: “….A sua volta il di lui figlio Ferrante perseguì una discontinua, ma non efficace politica di difesa delle ‘universitates’ del Regno contro gli abusi feudali, che si espresse nell’appoggio alla legislazione statutaria allora fiorita; e potè inoltre, schiacciando la famosa congiura del 1484-85, e già prima quella del 1459-64, segnare una tappa decisiva nella riduzione del peso politico del baronaggio meridionale. Ma lo stesso Alfonso aveva concesso ai baroni il ‘merum et mixtum imperium’, e nelle intricate vicende attraverso le quali si consumarono tra il 1494 ed il 1503 la crisi e la fine dell’indipendenza del Regno, i baroni avevano per via di fatto conquistato una piccola parte del potere detenuto prima della grande congiura (3).”. Il Galasso a p. 142, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per il significato del periodo aragonese nella storia della monarchia meridionale (sulla quale manca, tuttavia, un’opera ‘ad hoc’ ) sono soprattutto da tenere presenti: B. Croce, Storia del Regno di Napoli, cit., cap. I, ‘passim; E. Pontieri, Per la storia del regno di Ferrante I d’Aragona re di Napoli, Napoli, 1948; passim; ID, Alfonso I d’Aragona nel quadro della politica italiana del suo tempo, in ‘Divagazioni storiche e storiografiche, serie I, Napoli, 1960, pp. 201-310; P. Gentile, Lo stato napoletano sotto Alfonso I d’Aragona, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n.s., 23 (1937), pp. 1-56 e 24 (1938), pp. 1-56; G. Cassandro, Lineamenti di diritto pubblico ecc…ecc…”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a pp. 37-38, scriveva in proposito che: “e questa situazione spesso sfocerà in diatribe che porteranno a varie congiure contro la Corona, come quella del 1245-46 contro Federico II passata alla storia come Congiura di Capaccio e soprattutto quella del 1485, la famosa ‘congiura dei baroni’ che sconvolgerà l’intero assetto politico del Regno. In quel periodo, come abbiamo visto, Casaletto faceva parte della contea di Lauria, feudo della famiglia del Principe di Salerno Antonello Sanseverino (56), il cui capostipite……I già tesi rapporti tra il re di Napoli Ferdinando I d’Aragona (conosciuto anche col nome di Ferrante) e Antonello precipitarono quando il re tentò di ridare un nuovo e più moderno assetto politico del proprio regno, ecc…ecc…i baroni capeggiati proprio da Antonello Sanseverino, non subirono passivamente questo tentativo reale di riduzione del loro potere e del loro prestigio e riuscirono a convincere il nuovo papa Innocenzo VIII, con l’avallo della Francia, ad attaccare il Regno di Napoli con l’intento di cacciare gli Aragonesi. Con l’aiuto dei Medici di Firenze e degli Sforza di Milano, il re Ferrante riuscì però ad espugnare la città de L’Aquila ecc…ecc…L’anno successivo, con la scusa delle nozze della nipote con un figlio del conte di Sarno, il re Ferrante invitò i baroni a Napoli. Il 23 agosto 1486, giunti gli invitati nella sala di Castel Nuovo per le nozze, fece chiudere le porte della sala mettendo agli arresti tutti i baroni della congiura; tra questi venne arrestato e decapitato l’11 dicembre dello stesso anno, insieme ad altri felloni, anche il conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci (59).”. Il Montesano (…) a p. 38 nella sua nota (56) postillava che: “(56) Antonello, figlio del primo Principe di Salerno, Roberto Sanseverino e di Raimondina Orsini dei duchi di Venosa, nacque nel 1458. Nel 1480 sposò Costanza, figlia di Federico di Montefeltro duca di Urbino.”. La congiura fu narrata dallo storico Camillo Porzio (…) nella sua più celebre opera, La congiura dè Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I‘, pubblicato a Roma nel 1565 e, Perito E., La congiura dei baroni e il Conte di Policastro’, Bari, 1926. Il potere di Ferrante, durante la sua reggenza, rischiò seriamente di essere minacciato dalla nobiltà campana; nel 1485 tra la Basilicata e Salerno, Francesco Coppola conte di Sarno e Antonello Sanseverino principe di Salerno, con l’appoggio dello Stato Pontificio e della repubblica di Venezia, furono a capo di una rivolta con ambizioni guelfe e rivendicazioni feudali angioine contro il governo aragonese che, accentrando il potere a Napoli, minacciava la nobiltà rurale. La rivolta è conosciuta come ‘congiura dei baroni’, che venne organizzata nel castello di Malconsiglio di Miglionico e fu debellata nel 1487 grazie all’intervento di Milano e Firenze. La congiura fu ordita nel 1485 dal Principe di Salerno Antonello Sanseverino. Questi, consigliato da Antonello Petrucci, Francesco Coppola e Luigi Gesualdo da Caggiano riunì intorno a sé molte famiglie feudatarie di Signori e Baroni del Regno della fazione guelfa favorevoli agli Angioini, tra cui oltre i Sanseverino si ricordano i Caracciolo, principi di Melfi, i Gesualdo, marchesi di Caggiano, gli Orsini dei Balzo, principi di Altamura e Venosa, i Guevara, conti di Apice ed Ariano, i Senerchia, conti di Rapone e Sant’Andrea, ed i già citati Caldora. Il significato della Congiura dei Baroni, sviluppatasi tra il 1485 ed il 1486, consiste fondamentalmente, come opportunamente fu sottolineato dallo storico Ernesto Pontieri, nella resistenza opposta dai Baroni all’opera di modernizzazione dello Stato perseguita dagli Aragonesi a Napoli. La Congiura dei baroni fu un movimento rivoluzionario che si sviluppò nel XV secolo; nacque principalmente in Basilicata come reazione agli Aragonesi che si erano insediati sul trono del Regno di Napoli. Il Re Ferdinando I di Napoli (o Ferrante) aveva mirato a dissolvere il particolarismo feudale e fare del potere regio la sola leva della vita del paese. I Baroni erano organizzati in grandi dinastie abbastanza ramificate, ognuna delle quali controllava da sola più terre del Re. Gli Orsini Del Balzo, ad esempio, si vantavano di poter viaggiare da Taranto a Napoli senza mai uscire dai loro possedimenti; i Sanseverino, ora osteggiati ed ora protetti, erano titolari di feudi che dalla Calabria, attraverso quasi tutta la Basilicata, raggiungevano Salerno e lambivano Napoli; ecc…Questa ristretta classe dirigente si avvaleva dell’alleanza e del favore del Papato. Un primo duro scontro tra i Baroni ed il Re Ferrante si era già verificato nella lunga guerra combattuta all’interno del Regno dal 1459 al 1464. Il Re aveva allora ottenuto l’aiuto di molti capitani italiani, ai quali si era aggiunto un contingente di 1000 fanti e 700 cavalieri approdati dall’Oltremare adriatico e guidati da Giorgio Castriota Scandenberg, l’eroe nazionale albanese in cerca di nuove patrie per il suo popolo disperso dai Turchi. Sia i Petrucci che il Coppola, benché appartenenti alla borghesia emergente, furono tra gli uomini chiave della congiura, ed anzi i primi ad essere scoperti e giustiziati: come ciò sia potuto accadere, non è ancora del tutto chiaro. Alla vigilia della congiura, i Baroni di più antica origine avevano molte ragioni per essere preoccupati del proprio destino: il Re li aveva piegati; nuovi ceti in ascesa premevano alle loro spalle; le Università si davano Statuti propri o si affrancavano dai vecchi pesi feudali. Per porre in qualche modo rimedio a tutto ciò, era necessario consultarsi, e la prima occasione fu fornita, nel 1485, dal matrimonio celebrato a Melfi tra Troiano II Caracciolo, figlio del Duca di quella città, e la figliola del Conte di Capaccio, della famiglia dei Sanseverino. Il più allarmato apparve allora Pietro Guevara, Marchese del Vasto. Il Guevara, racconta il Porzio, considerava addirittura una sciocchezza fuori misura non tentare nemmeno di opporsi alla prospettiva della ventilata successione al trono del Duca di Calabria Alfonso II d’Aragona, figlio primogenito di Re Ferrante, che per parte sua non perdeva occasione per ostentare apertamente ed arrogantemente la propria ostilità ai Baroni. Forse essi stessi non avevano dimenticato che si trattava di quello stesso Alfonso che, appena quattordicenne, era stato significativamente inviato dal padre insieme alle truppe regie contro di loro in Calabria nella guerra del 1459-1464, per sottolineare allora che la lotta ai Baroni non era da annoverarsi tra gli obiettivi episodici e passeggeri nella politica dell’intera dinastia aragonese; ed Alfonso era cresciuto fedele a quella indicazione paterna, tanto da girare spavaldamente a cavallo, con un’ascia e con una scopa ben in vista, arnesi entrambi utili, a suo stesso dire, per liberare il Regno dai Baroni!. Occorreva dunque perciò almeno scongiurare che Alfonso divenisse un giorno Re di Napoli. La congiura fu ordita nel 1485 dal Principe di Salerno Antonello Sanseverino. Questi, consigliato da Antonello Petrucci, Francesco Coppola e Luigi Gesualdo da Caggiano riunì intorno a sé molte famiglie feudatarie di Signori e Baroni del Regno della fazione guelfa favorevoli agli Angioini, tra cui oltre i Sanseverino si ricordano i Caracciolo, principi di Melfi, i Gesualdo, marchesi di Caggiano, gli Orsini del Balzo, principi di Altamura e Venosa, i Guevara, conti di Apice ed Ariano, i Senerchia, conti di Rapone, ed i già citati Caldora. Il Re, scoperta la congiura, dopo un’alleanza con la Repubblica di Firenze ed il Ducato di Milano, punì pesantemente i suoi avversari dando loro la caccia ad ognuno di loro. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, parlando di Ruggiero di Lauria e della famiglia dei Loria e dell’omonima Contea, in proposito scriveva che: Il feudo di Ajeta ritornò, successivamente, ai Loria, fino a quando Tommaso ne fu estromesso, 1496, da Ferdinando II o Ferrandino, re di Napoli per la seconda volta (7 luglio 1495-7 ottobre 1496), dopo la partenza di Carlo VIII. Pare che Tommaso di Loria, avesse partecipato alla congiura dei Baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Ecc..ecc..”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Antonello Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ribelle nel 1487 gli fu tolta la contea, ma venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II del 15 agosto 1496. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ribelle ancora gli furono confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino ed in particolare riferendosi alla successione dopo la morte di Gaspare Sanseverino, in proposito scriveva che: Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”Della Congiura dei Baroni, ci ha parlato Melchiorre Ferraiolo (…), nella sua “Cronaca della Napoli Aragonese, 1498 – 1503” di Melchiorre Ferraiolo (MS M.0801, fol. 095r della Morgan Library di New York). Trai personaggi citati spicca la figura del Barone Antonello Petrucci in quanto, al momento dei fatti, era una delle figure più influenti del regno, poiché ricopriva la carica di Segretario del Re. Un altro autore che ci ha parlato della Congiura dei Baroni è Joampiero Leostello nelle “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, ripubblicato a cura del Principe Gaetano Filangieri nel 1883, quando racconta del ritorno di Alfonso II dalla campagna contro i baroni ribelli.

Nel 23 agosto 1486, i Petrucci (Antonello e Giovanni Antonio, Conti di Policastro e Francesco, vengono fatti arrestare dal re Ferrante I d’Aragona per il sospetto della loro partecipazione alla Congiura dei Baroni

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro “Pyxous-Policastro”, parlando dell’epoca Aragonese, in proposito a p. 515 in proposito scrivevano che: “Nel 1465 il conte Antonello Petrucci, figlio di contadini di Teano, segretario di re Ferrante, acquistò Policastro per 5.000 ducati. Suo figlio, Giovanni Antonio, prese le parti dei baroni cospirati contro Ferrante nel 1485-86, e aprì le porte della città ai fanti del principe di Salerno. Scoperta la congiura, i Petrucci furono vinti e puniti dal Re che, in seguito all’inventario del commissario Battista de Vena, demanializzò Policastro, per poi rivenderla nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (51).”. I due studiosi a p. 515, nella nota (81) postillavano che: “(81) Per queste notizie vedi: E. Perito, ‘La congiura dè baroni e il conte di Policastro, Bari, Laterza, 1926.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: A un certo momento Antonello aggregò alla contea di Policastro anche la Baronia di Novi, per cui tutto il basso Cilento dall’Alento a policastro fu posseduto da un solo feudatario.”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: Come è noto, bastò allo “spiegato punitore dei baroni ribelli”, scrive il Croce, il semplice sospetto che Antonello avesse potuto partecipare all’ultima congiura (30) dei baroni per ordinare l’arresto dell’infelice ministro e sostituirlo con l’elegante poeta latino Giovanni Pontano. Con fredda ferocia Ferrante fece decapitare Antonello (piazza del mercato, venerdì 11 maggio 1487) dopo aver fatto orribilmente seviziare i figliuoli e non potendo eliminare l’arcivescovo di Taranto lo costrinse a rinunciare a quella sede (a. 1489) privandolo anche delle badie di S. Giovanni a piro e S. Maria di Pattano, trasferire poi al figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. A seguito della congiura, …..re Ferrante fece arrestare nello stesso Castelnuovo il suo primo Ministro con altri congiurati (32). Questi erano stati appena tradotti nelle segrete del castello che il re, senza attendere la condanna, già scontata, trasmise gli ordini per l’immediato sequestro e confisca dei beni dei congiurati, che furono furono subito messi in vendita. Il 31 agosto, infatti, fu emesso il bando “super venditione banorum domini Antonelli de Petruciis” (33). Il 29 settembre il re ordinò di far risultare come sua donazione fatta da Antonello e dal figliuolo Giovannantonio a Rionero di Marzano di “Novi”. Qui, come a Policastro e Rofrano, ogni cosa venne messa sotto sequestro (34). Ecc..”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Vedi nell’edizione critica dei sonetti del Conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, La congiura de baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Rata di “dosmila uicento dotze ducats, un gra.”. La rata venne pagata il 15 agosto 1479 e pare fosse l’ultima. Vedi pure nei ‘Cedolari di tesoreria’ 1484-1492 sullo stipendio mensile di “Mess. Rogiero de Cucharo medico de S. Re” Ferrante, per le interessanti variazioni ecc…ecc…”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La fudalità, p. 18.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (32) postillava che: “(32) L’arresto fu effettuato nella sera del 23 agosto 1486, nel corso dei festeggiamenti a Corte per le nozze della nipote del re con un figlio del conte di Sarno. Con questo, vennero arrestati i due figli, Aniello Arcamone, conte di Borrello, Giovanni Pai e con Antonello la moglie Elisabetta Vassallo, morta poi in carcere. I due figli, Francesco conte di Carinola fu arrestato appunto a Carinola e Giovannantonio, conte di Policastro, a Torre del Greco mentre “fuggiva in Policastro“. Tra i baroni locali che presero parte alla congiura, oltre a Barnaba Sanseverino, Alfonso della Gonessa, signore di Campora, Marino e Pietro d’Alemanna, signori di Castelnuovo, Aniello Arcamone, signore di Rofrano e conte di Fondi. Vedi “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, di Joampiero Leostello (in Filangieri, Documenti, I, Napoli, 1883) a dicembre 1486: “Dei Xj decembris fu scartato lo conte di carinola et tagliata la testa al conte di policastro suo frate al mercato”. Francesco de Petruciis era stato l’animatore della congiura.”. Ebner a p. 143, citava il Croce (…). Benedetto Croce (…), nella sua “Storia del Regno di Napoli”, parlando dei baroni Napoletani, a p. 2, riguardo i Petrucci leggiamo che: “,….nell’ultima congiura i due fratelli Petrucci, conte di Carinola e conte di Policastro, avevano in bocca l’aforisma che “fin che lo Re haverà guerra et travagli noi staremo bene et securi et in prosperitate” (3). Gli accordi tra loro erano tutti di vantaggi personali; e al duca di Melfi, per esempio, offerivano terre, pingui parentati, uno dei sette grandi Uffizi del Regno, ecc…”. Croce, a p. 72, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Processi, ed. cit., p. XCVI.”. Infatti, nel 2018, Nicola Montesano (…), sulla scorta di Ebner (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a pp. 37-38, parlando della Congiura dei Baroni e del casale di Casaletto, ripete che: L’anno successivo, con la scusa delle nozze della nipote con un figlio del conte di Sarno, il re Ferrante invitò i baroni a Napoli. Il 23 agosto 1486, giunti gli invitati nella sala di Castel Nuovo per le nozze, fece chiudere le porte della sala mettendo agli arresti tutti i baroni della congiura; tra questi venne arrestato e decapitato l’11 dicembre dello stesso anno, insieme ad altri felloni, anche il conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci (59).”. Il Montesano (…) a p. 38 nella sua nota (56) postillava che: “(56) Antonello, figlio del primo Principe di Salerno, Roberto Sanseverino e di Raimondina Orsini dei duchi di Venosa, nacque nel 1458. Nel 1480 sposò Costanza, figlia di Federico di Montefeltro duca di Urbino.”  Anche in questo caso, il Montesano (…) a p. 39 nella sua nota (59) postillava che: “(59) Egli aveva ricevuto la contea di Policastro dal padre Antonello, segretario del Re, la quale contea, appartenente fino ad allora ai Sanseverino, era stata concessa, mediante il pagamento di 12.000 ducati, direttamente dal re Ferrante. Successivamente, forse a causa anche del rapporto di parentela instauratosi con i Sanseverino (il secondogenito Giovanni Antonio aveva sposato Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e cugina del principe di Salerno Antonello) partecipò alla congiura dei baroni. Il Re, come abbiamo visto, non accettò un simile atto di fellonia (soprattutto da chi gli era stato più vicino ed aveva avuto la sua fiducia!) e giustiziò prima il figlio Giovanni Antonio e dopo il padre Antonello (giustiziato a Napoli in piazza del Mercato l’11 maggio 1487). La contea di Policastro passò nel 1496 alla famiglia Carafa.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro, riguardo la ‘Congiura dè Baroni’ e dei Petrucci, in proposito scriveva che: “….Ma quando re Ferrante ebbe il sospetto che Antonello fosse partecipe della congiura dei baroni, ne ordinò l’arresto, ecc…ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, parlando di ‘Policastro‘, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedettero fino alla fine del ‘700. Il documento dell’aprile del 1481 del vescovo Guidano, conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni, è di qualche anno prima (a. 1485), in cui i Petrucci parteciparono alla ‘Congiura dei baroni’ e, persero la contea di Policastro. Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci…. ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, parlando di Tommaso di Loria e dell’omonima Contea, in proposito scriveva che: Pare che Tommaso di Loria, avesse partecipato alla congiura dei Baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Ecc…ecc..”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Tra i luoghi più legati alla vicenda si annoverano la cittadina di Lacedonia: nella (ora distrutta) chiesa di Sant’Antonio l’11 settembre 1486 i baroni giurarono di cacciare dal Regno gli Aragonesi. Inoltre nei castelli di Diano (oggi conosciuto come Castello Macchiaroli a Teggiano), di Melfi e di Miglionico (quest’ultimo chiamato il Castello del Malconsiglio proprio per aver ospitato nel 1485 la Congiura dei Baroni) avvennero i più importanti raduni fra i ribelli.

Nel 4 novembre 1486, la Sentenza di condanna a morte per i Petrucci

Nel suo “La Baronia del Cilento”, Matteo Mazziotti, a p. 158, in proposito scriveva che: “Nel di 4 novembre dello stesso anno venne letta agli imputati la sentenza che condannava il conte di Sarno, il segretario Petrucci ed i due figli di questo alla morte ed alla perdita di tutti i loro beni; e la sentenza venne eseguita con grande apparato e crudeltà.”.

Nell’11 dicembre 1486, re Ferrante I d’Aragona fa decapitare Giovanni Antonio Petrucci

Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a pp. 37-38, parlando della Congiura dei Baroni, in proposito scriveva che: Il 23 agosto 1486, giunti gli invitati nella sala di Castel Nuovo per le nozze, fece chiudere le porte della sala mettendo agli arresti tutti i baroni della congiura; tra questi venne arrestato e decapitato l’11 dicembre dello stesso anno, insieme ad altri felloni, anche il conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci (59).”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 39, parlando di Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro, dopo la Congiura dei Baroni, nella sua nota (59) postillava che: “(59) ….partecipò alla congiura dei baroni. Il Re, come abbiamo visto, non accettò un simile atto di fellonia (soprattutto da chi gli era stato più vicino ed aveva avuto la sua fiducia!) e giustiziò prima il figlio Giovanni Antonio ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: Con fredda ferocia Ferrante fece decapitare Antonello (piazza del mercato, venerdì 11 maggio 1487) dopo aver fatto orribilmente seviziare i figliuoli ecc….”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (32) postillava che: “(32) L’arresto fu effettuato nella sera del 23 agosto 1486, nel corso dei festeggiamenti a Corte per le nozze della nipote del re con un figlio del conte di Sarno. Con questo, vennero arrestati i due figli, Aniello Arcamone, conte di Borrello, Giovanni Pai e con Antonello la moglie Elisabetta Vassallo, morta poi in carcere. I due figli, Francesco conte di Carinola fu arrestato appunto a Carinola e Giovannantonio, conte di Policastro, a Torre del Greco mentre “fuggiva in Policastro……Vedi “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, di Joampiero Leostello (in Filangieri, Documenti, I, Napoli, 1883) a dicembre 1486: “Dei Xj decembris fu scartato lo conte di carinola et tagliata la testa al conte di policastro suo frate al mercato”. Francesco de Petruciis era stato l’animatore della congiura.”.

Nel 1486, il re Ferrante d’Aragona sostituì Antonello Petrucci, suo Segretario con il poeta Giovanni Pontano

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro, riguardo la ‘Congiura dè Baroni e dei Petrucci, in proposito scriveva che: “….Ma quando re Ferrante ebbe il sospetto che Antonello fosse partecipe della congiura dei baroni, ne ordinò l’arresto, sostitendolo nell’ufficio con l’elegante poeta latino Giovanni Pontano.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Fu per gran parte della sua vita al servizio dei sovrani aragonesi, prima a Napoli, presso la corte di Ferrante I d’Aragona, e, successivamente (1466-1486), al seguito del principe ereditario Alfonso Duca di Calabria futuro effimero re come Alfonso II di Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: Come è noto, bastò allo “spiegato punitore dei baroni ribelli”, scrive il Croce, il semplice sospetto che Antonello avesse potuto partecipare all’ultima congiura (30) dei baroni per ordinare l’arresto dell’infelice ministro e sostituirlo con l’elegante poeta latino Giovanni Pontano.”.

Nell’11 maggio 1487, Antonello Petrucci, conte di Policastro fu fatto decapitare da re Ferrante d’Aragona nella piazza del Mercato a Napoli

Il Re Ferrante II d’Aragona, scoperta la congiura, dopo un’alleanza con la Repubblica di Firenze ed il Ducato di Milano, punì pesantemente i suoi avversari dando loro la caccia ad ognuno di loro. Sia i Petrucci che il Coppola, benché appartenenti alla borghesia emergente, furono tra gli uomini chiave della congiura, ed anzi i primi ad essere scoperti e giustiziati: come ciò sia potuto accadere, non è ancora del tutto chiaro. La definitiva conclusione di questo movimento si ebbe nel 1487 nel Castel Nuovo di Napoli. Nella Sala dei Baroni furono infatti arrestati ed uccisi gli ultimi esponenti della congiura contro la corte aragonese. Fu lo stesso Ferrante d’Aragona che invitò nella sala i Baroni, con la scusa di celebrare le nozze della nipote. In realtà questa era una trappola: i Baroni furono arrestati e messi a morte. La congiura fu narrata dallo storico Camillo Porzio (…) nella sua più celebre opera, La congiura dei Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro, riguardo la ‘Congiura dè Baroni e dei Petrucci, in proposito scriveva che: “….Ma quando re Ferrante……Non contento di aver fatto decapitare il ministro (piazza del Mercato, l’11 maggio 1487), il re fece torturare i figliuoli, obbligando l’ultimo figlio di Antonello, Giovan Battista arcivescovo di Taranto, a rinunciare alla diocesi (a. 1489) privandolo pure delle badie di S. Giovanni a Piro e di S. Maria di Pattano che vennero concesse al bastardo suo figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. Dell’avocazione alla Corona dei beni di Antonello approfittarono i fratelli Carafa.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Ebner (…), però, sempre a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. La notizia della decapitazione di Antonello Petrucci, conte di Policastro, nella piazza del Mercato di Napoli, nel 1487, citata da Pietro Ebner non collima con quanto scriveva in proposito Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e, a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, e da questo nell’anno 1348, in Gabriello, e Luciano Grimaldi, e dopo in Gio: Antonio Petrucci, figlio d’Antonello Segretario di Ferrante primo fatto da questo morire nel Mercato di Napoli come Ribelle nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Il Di Luccia (…), scrive chiaramente che la decapitazione di Antonello Petrucci avvenne nell’anno 1496, e riporta la notizia sulla scorta del Summonte (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, lo scriveva nel suo, ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, e lo faceva sulla scorta di Giovanni Antonio Summonte (…), nel suo vol. IV (tomo), del suo Dell’historia della Città e Regno di Napoli’, di cui posseggo l’edizione pubblicata a Napoli nel 1602 per i tipi di Gio Jacomo Carlino. La congiura fu narrata dallo storico Camillo Porzio (…) nella sua più celebre opera, La congiura dei Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I e, Enrico Perito (…) e la sua La congiura dei baroni e il Conte di Policastro’, Bari, 1926. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Riguardo la ‘Congiura dei Baroni’ e la fine dei Petrucci ha scritto Melchiorre Ferraiolo (…), “Cronaca della Napoli Aragonese, 1498 – 1503” è un manoscritto (MS M.0801, fol. 095r della Morgan Library di New York), della fine del 1500, dove si racconta la fine dei Petrucci, testo poi in seguito rivisto da Riccardo Filangieri di Candida (…), Una cronaca napoletana figurata del Quattrocento, Accademia di architettura, lettere e belle arti, L’Arte tipografica, Napoli, 1956. Un altro autore che ci ha parlato della Congiura dei Baroni è Joampiero Leostello nelle “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, ripubblicato a cura del Principe Gaetano Filangieri nel 1883, quando racconta del ritorno di Alfonso II dalla campagna contro i baroni ribelli. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: Con fredda ferocia Ferrante fece decapitare Antonello (piazza del mercato, venerdì 11 maggio 1487) dopo aver fatto orribilmente seviziare i figliuoli ecc…ecc…Vedi “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, di Joampiero Leostello (in Filangieri, Documenti, I, Napoli, 1883) a dicembre 1486: “Dei Xj decembris fu scartato lo conte di carinola et tagliata la testa al conte di policastro suo frate al mercato”. Francesco de Petruciis era stato l’animatore della congiura.”.

Nel 4 luglio 1487, la confisca dei beni ai Petrucci e ad altri congiurati

Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro “Pyxous-Policastro”, parlando dell’epoca Aragonese, in proposito a p. 515 in proposito scrivevano che: Scoperta la congiura, i Petrucci furono vinti e puniti dal Re che, in seguito all’inventario del commissario Battista de Vena, demanializzò Policastro, per poi rivenderla nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (51).”. I due studiosi a p. 515, nella nota (81) postillavano che: “(81) Per queste notizie vedi: E. Perito, ‘La congiura dè baroni e il conte di Policastro, Bari, Laterza, 1926.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: Con fredda ferocia Ferrante….e non potendo eliminare l’arcivescovo di Taranto lo costrinse a rinunciare a quella sede (a. 1489) privandolo anche delle badie di S. Giovanni a piro e S. Maria di Pattano, trasferire poi al figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. A seguito della congiura, …..re Ferrante fece arrestare nello stesso Castelnuovo il suo primo Ministro con altri congiurati (32). Questi erano stati appena tradotti nelle segrete del castello che il re, senza attendere la condanna, già scontata, trasmise gli ordini per l’immediato sequestro e confisca dei beni dei congiurati, che furono furono subito messi in vendita. Il 31 agosto, infatti, fu emesso il bando “super venditione banorum domini Antonelli de Petruciis” (33). Il 29 settembre il re ordinò di far risultare come sua donazione fatta da Antonello e dal figliuolo Giovannantonio a Rionero di Marzano di “Novi”. Qui, come a Policastro e Rofrano, ogni cosa venne messa sotto sequestro (34). Ecc..”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Vedi nell’edizione critica dei sonetti del Conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, La congiura de baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Rata di “dosmila uicento dotze ducats, un gra.”. La rata venne pagata il 15 agosto 1479 e pare fosse l’ultima. Vedi pure nei ‘Cedolari di tesoreria’ 1484-1492 sullo stipendio mensile di “Mess. Rogiero de Cucharo medico de S. Re” Ferrante, per le interessanti variazioni ecc…ecc…”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La fudalità, p. 18.”. Ebner (…), a p. 144, nella sua nota (33) postillava che: “(33) ASN. Curie della Sommaria, vol. 18 f 367; vedi pure L. Volpicella, ‘Confisca e vendita dei beni di A. Petrucci e F. Coppola, “Archivio stor. napolet.”, XV, p. 647 sgg.”. Ebner (…), a p. 144, nella sua nota (34) postillava che: “(34) ASN, ‘Privilegi della Sommaria’, vol. 36, f 25 e vol. 18, f 347.”. Ebner (…), a p. 144, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Ibidem, vol. 19 f 114, 19 settembre 1486.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 41, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’ ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 41, in proposito scriveva che: “La confisca per fellonia dei possedimenti del sesto ed ultimo conte di Lauria Bernardino Sanseverino, succeduto al padre Barnabo nel 1485 e anch’egli implicato come cugino di Antonello e il cognato conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci nella Congiura dei Baroni, avvenne in data 4 luglio 1487.”. Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “Successivamente imprigionò in Castelnuovo e mise a morte vari altri baroni, tra cui la contessa Giovanna Sanseverino ava di Antonello celebrata dal Pontano, il conte di Lauria col figlio Bernardino, Barnaba Sanseverino e Giovanni Caracciolo Duca di Melfi marito di Sveva Sanseverino figlia della detta Giovanna. Narrano le storie che gli infelici prigionieri vennero gettati in mare la notte del 25 dicembre 1491.”. Pietro Ebner (…), sulla scorta del Ronsini (…), scriveva dell’Arcamone, cognato di Antonello Petrucci. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento‘, nel vol. II, a p. 433, parlando di Rofrano in proposito scriveva che: Dichiarato ribelle per aver partecipato alla congiura dei baroni, l’Arcamone venne arrestato (13 agosto 1486) e poi decollato con la confisca di tutti i suoi beni. Il feudo quindi, tornò alla Corona e fu concesso da re Ferrante a Stefano Roberti (11).”. Ebner a p. 433 nella sua nota (8) postillava che: “(8) Assenso con breve pontificio del 2 gennaio 1476”. Ebner a p. 433 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Ronsini, cit., p. 19, rilevava la notizia, di cui dice anche l’Antonini, da “una Cronichetta, che serve di Preanbolo ad un Privilegio con cui la nostra Chiesa fu esentata da tasse e imposizioni Curiali nel 1583”. Ebner a p. 433 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il Ronsini (p. 20) assicura dell’Istrumento ” del 1477 per notar Masello de Leo, di cui ho copia legale”. Il Ronsini dice anche di un altro istrumento (stesso notaio, 27 ottobre 1477) dal quale risultava che l’Arcamone teneva quale governatore di Rofrano il proprio fratello, Giovan Francesco, e che nel 1497 l’Arcamone teneva a Rofrano un altro governatore, Rinaldo. Ciò che è dubbio, dato che l’Arcamone era stato giustiziato.”.  Infatti, Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa), che, a p. 20 e s. scriveva che: Gli vien contrastato anche il titolo di Conte di Fondi; perchè il Conte di Fondi, il Duca di Melfi, ed il Principe di Taranto non presero le armi cogli altri Baroni nel 1485, come assicura il Muratori, contro il Re Ferrante ed intanto l’Arcamone Conte di Borrello fu arrestato, e punito cogli altri ribelli. Dal che potrebbe dedursi, che l’Arcamone non era Conte di Fondi. La difficoltà svanisce, riflettendo, che il Re Ferrante, come riferisce il Summonte, fece proditoriamente ai 13 agosto 1486 prendere l’Arcamone, e molti altri suoi cortigiani, e gli fece processare non come insorti cogli altri Baroni, ma sotto pretesto, che avessero avuto intelligenza cò Baroni ribelli. Ad alcuni fu mozzato il capo, come all’Arcamone, a tutti fu tolta roba e feudi di sommo valore. Neppure è vera la notizia dataci dall’Antonini, che l’Arcamone comprò non per conto proprio, ma per suo cognato Petrucci Conte di Policastro, il quale Petrucci ne fece prendere possesso da un Commissario del Re Ferrante. In un Istrumento del 1477 per Notar Massello De Leo, di cui ho copia legale, Tommaso Allegro di Alessio di Rofrano, Erario dell’Eccellentissimo Signore Antonio Arcamone di Napoli utile padrone della detta Terra di Rofrano compra con un’orto nel luogo detto S. Brancato, o Capizzi, che tuttor si possiede come Burgensatico dà nostri Baroni, ‘agens nomine, et pro parte dicti excellentissimi Domini, haeredum, et successorum’. In un altro Istrumento per lo stesso Notaro dè 27 Ottobre 1477 si riferisce, che l’Arcamone teneva qui in tale anno per Capitanio un suo Fratello a nome Giovan Francesco. Di questo titolo trovasi copia in un processo per l’Università di Rofrano per la buonatenenza contro il Conte di Policastro, ed un’altra nel processo ‘Pro Julia Ruffo’ (moglie di Federico Carafa) ‘et aliis creditoribus contra Federicum Carafa comitem Policastri’. Banca Figliola f. 454. Nel 1497 v’era qui per parte dello stesso Arcamone Rinaldo Longo in qualità di Governatore, come dimostrerò qui appresso. Adunque il titolo per cui il Feudo di Rofrano pervenne a’ Carafa non fu la pretesa compra per procuratorem. Il feudo ricaduto alla Corte per fellonia dell’Arcamone fu consesso da Re Ferrante a Giovanni Carafa Conte di Policastro à 13 Marzo 1490 con Alberano registrato Q. 55 f. 221. Q. 58 f. 62-172. Q. 77 f. 270. Ferrante II. a. 4 Feb. 1496 confirmò la concessione ed aggiunse altre spoglie dè ribelli, come il feudo di Alfano e di Sansa. La confirmò pure il Re Federico ecc..ecc…Ma in quei torbidi tempi il possesso del Feudo non fu tranquillo. Ho già accennata la congiura dè Baroni contro Ferrante, e la barbara vendetta, che questi prese nel 1486 dè suoi cortigiani. Peggio trattò nell”87 i congiurati dopo che aveva loro accordato piena perdonanza. Ecc…ecc…Ma in quei torbidi tempi il possesso del Feudo non fu tranquillo. Ho già accennata la congiura dè Baroni contro Ferrante, e la barbara vendetta, che questi prese nel 1486 dè suoi cortigiani. Peggio trattò nell”87 i congiurati dopo che aveva loro accordato piena perdonanza.”. Questo scriveva il Ronsini (…), riguardo l’Arcamone e la vendita del feudo di Rofrano. Comunque, non condannato né assolto, l’Arcamone restò nella prigione di Castel Nuovo fino al febbraio 1495, allorché venne liberato da re Ferrandino che si allontanava da Napoli davanti ai Francesi. Tutti i beni dell’Arcamone erano stati confiscati. Oltre alla contea calabra, aveva perduto il feudo di Gioi nel Cilento, che aveva acquistato dal Conte di Terranova nel 1480; la torre di Francolise e un terreno nel Mazzone di Capua donatogli da Rinaldo Brancaccio. L’Arcamone sopravvisse ancora a lungo, fino al 1510, anno in cui morì ultimo degli Arcamone del sedile di Montagna. Fu sepolto nella chiesa di S. Lorenzo. Il suo èpitaffio fu dettato dal genero Annibale da Capua, conte di Altavilla, che aveva sposato Lucrezia, nata dal matrimonio dell’Arcamone con Cassandra Scannasorice. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”.

Nel 1487, a Guglielmo (III) Sanseverino gli venne avocata la Contea di Lauria per aver partecipato alla Congiura dei Baroni

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Antonello Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ribelle nel 1487 gli fu tolta la contea, ma venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II del 15 agosto 1496. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ribelle ancora gli furono confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino ed in particolare riferendosi alla successione dopo la morte di Gaspare Sanseverino, in proposito scriveva che: Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: Guglielmo, per aver partecipato alla congiura, perse tutti i suoi feudi. Alfonso II d’Aragona nel 1494 nominò il ‘milite Valerio de Gizzis’ di Chieti governatore (‘capitàneus) di tutti i feudi (fra cui Casella) appartenuti al Conte di Capaccio (149). Ecc…”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”.

Nel 1487, FERDINANDO I D’ARAGONA

Da Wikipedia leggiamo che Ferdinando di Trastámara, detto el d’Antequera o Ferdinando il Giusto, Fernando in spagnolo e aragonese, Ferran in catalano (Medina del Campo, 2 novembre 1380 – Igualada, 2 aprile 1416), è stato un principe della casa reale di Castiglia che divenne re di Aragona, Valencia, Sardegna, Maiorca e Sicilia, re titolare di Corsica, Conte di Barcellona e delle contee catalane, dal 1412 al 1416. Fu capostipite della famiglia reale Trastámara d’Aragona. Nel 1412 Ferdinando, anche per l’appoggio dell’antipapa Benedetto XIII, fu designato come successore di Martino il Vecchio e il 28 giugno, divenne Ferdinando I d’Aragona, re di Aragona, di Valencia, di Maiorca, Conte di Barcellona e delle contee catalane; lasciò la Castiglia e prese possesso dei regni della corona d’Aragona; mentre il 21 novembre 1412, Benedetto XIII lo investì del titolo di re di Sicilia, di Sardegna e di re titolare di Corsica

Nel 1487, Ferdinando I d’Aragona confermò gli Statuti alle Università

Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito alla ‘Congiura dei Baroni’ scriveva che: “VI. Ferdinando I d’Aragona confermò nel 1487 gli statuti ed i capitoli della baronia del Cilento già decretati dai suoi predecessori. Da questi capitoli, su cui hanno scritto G.C. Del Mercato e F.A. Ventimiglia, si traggono notizie importanti su l’ordinamento della baronia in quel tempo.”. Anche Felice Fusco (….), nel suo “Caselle etc.”, riguardo gli Statuti concessi alle Università in quel periodo, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Ferdinando I d’Aragona rese il suo Regno  un momento importante per le libertà comunali. Il re stesso concesse statuti alle città demaniali e sanzionò con il suo placet quelli concessi dai baroni. In ciò si scorge non solo una tendenza verso una maggiore uniformità nel governo municipale, ma anche la crescita di una aristocrazia urbana favorita dal re come contrappeso alla nobiltà feudale. Lecce offre a questo proposito un esempio molto istruttivo: gli statuti del 1479 stabilivano la parità in Consiglio fra gli artigiani e gli esponenti più alti della società, anche se relegavano i primi nelle cariche municipali minori. La predilezione per la condizione demaniale era talmente consolidata da far affermare all’ambasciatore fiorentino nel novembre 1485 che molte città “desiderano piutosto essere in domanio che sotto Signori per i tristi tractamenti che hanno da loro”. All’interno di queste Comunità urbane gli ebrei in particolare avevano motivo di apprezzare la protezione loro accordata sull’esempio di Alfonso, protezione che li metteva in grado di svolgere una notevole attività come artigiani e piccoli commercianti in Puglia e Calabria. 

Nel maggio 1488, a Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Ci è pervenuta pure una notizia dell’età Aragonese (51).”. Ebner a p. 422, nella sua nota (51) postillava che: “(51) ….Ricordo che nell’ABC vi sono due documenti riguardanti Roccagloriosa: ecc…e la bolla del vescovo di Policastro al cantore della chiesa di Roccagloriosa quale rettore della cappella del beneficio e sepoltura di S. Maria de Reto (maggio 1488, VI, LXXVI 59).”.

Nel 1489, re Ferrante I d’Aragona avocò a se la giurisdizione di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e nominò Abate il figlio Giovanni d’Aragona

Re Ferdinando I d’Aragona ebbe inoltre un gran numero di figli illegittimi, tra cui Alfonso d’Aragona, Principe della Galilea, poi Vescovo di Chieti (la cui confema non arriverà mai dalla Santa Sede) e che il padre, re Ferrante I, dopo la ‘Congiura dè Baroni’ ed i fatti rilevati nella visita Apostolica di Attanasio Calkeopoulos, nel 1458 nell’Abbazia di Pattano, nel 1489, obbligherà il secondo figlio di Antonello Petrucci, Giovanni Battista Petrucci, Arcivescovo di Taranto a rinunciare alla Diocesi di Policastro e all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, nominando Abbate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e di S. Maria di Pattano, uno dei suoi figli illeggittimi. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 71, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’ e della visita di Atanasio Calkeopoulos, riferendosi al monastero di S. Maria di Pattano, in proposito scriveva che: “Con la soppressione del monastero, l’amministrazione di esso venne data da Paolo III a Giovanni d’Aragona, figlio di re Ferrante, poi promosso cardinale. Da questi la commenda passò al figliuolo del primo ministro del re, l’arcivescovo di Taranto Giovanni Battista Petrucci, cui si deve l’introduzione a Pattano del culto di S. Cataldo, patrono di Taranto ecc…”. Ebner (…), a p. 72 del vol. I, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…”. Questo documento parla pure di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 491, parlando di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di papa Paolo III (21). Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 491 nella sua nota (22) postillava che: “(22) Ebner, Storia, cit. p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla Santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 164, parla dell’Abbazia di S. Maria di Pattano. Scrive sempre l’Ebner a p. 490, vol. II, che il Di Luccia scriveva che Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (14), postillava che:(22) Ebner, Storia cit., p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro, riguardo la ‘Congiura dè Baroni’ ed i Petrucci, riferendosi al re Ferrante d’Aragona e la sua spietata ritorsione contro i Petrucci e gli altri congiurati, in proposito scriveva che: “….Ma quando re Ferrante ebbe il sospetto che Antonello fosse partecipe della congiura dei baroni, …….obbligando l’ultimo figlio di Antonello, Giovan Battista arcivescovo di Taranto, a rinunciare alla diocesi (a. 1489) privandolo pure delle badie di S. Giovanni a Piro e di S. Maria di Pattano che vennero concesse al bastardo suo figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. Ecc…” i cui beni andarono tutti ai Carafa della Spina, di cui parlerò in seguito. Antonello Petrucci sposò la nobildonna Elisabetta Vassallo. Da questo matrimonio nacquero 5 figli, tra cui Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro, segretario regio della corte di Napoli e accademico pontaniano, giustiziato in seguito alla congiura e Giovanni Battista Petrucci, arcivescovo di Taranto, vescovo di Madito, amministratore apostolico di Teramo,Vescovo di Caserta. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: Mons. Alfonso D’Aragona (1468-1503);”. Dunque Alfonso d’Aragona fu il secondo Abate di S. Giovanni a Piro. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: ” 2) Mons. Alfonso D’Aragona, Vescovo Teatino, del quale il Di Luccia non cita la data di investitura. Ritenendolo nominato dopo la morte del Bessarione, o dopo la reggenza dell’Abate del Nero, si può presumere che la sua nomina a Commendatore avvenisse o dopo la scomparsa del Cardinale (1473) o dopo la reggenza del Del Nero, iniziata nel 1468. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: Con fredda ferocia Ferrante….non potendo eliminare l’arcivescovo di Taranto lo costrinse a rinunciare a quella sede (a. 1489) privandolo anche delle badie di S. Giovanni a piro e S. Maria di Pattano, trasferire poi al figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499.”.

Nel 1489, Alfonso d’Aragona, duca di Calabria e figlio di re Ferrante, si reca a Policastro con l’architetto Giuliano Fiorentino ed è ricevuto dal vescovo Almensa

Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seuito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Infatti, nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso I d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 158-159, in proposito scriveva che: “Verso la fine del ‘400 il duca di Calabria (64) stabilì di visitare i casali del litorale cilentano, anche per rendersi conto dei bisogni delle locali popolazioni. Il I° ottobre 1487 partì da Salerno e, dopo aver visitato Eboli, Agropoli e Cilento (“Die Vj se partì da agropoli et anno a lo celento et stecte un di//Die Viiij se partì da lo celento et anno lorino”), deviò per Laurino e Diano, dove giunse il 9. Tornò poi ad Agropoli il 7 gennaio 1489 ripartendone l’8 per “rocca de celento”, da dove si avviò per Acquavella riposando nella casa dei signori di Sangro. Recatosi poi a Camerota proseguì per Policastro, dove fu ricevuto dal vescovo, il napoletano Gerolamo Almensa (1485-1493) suo confessore, dal clero e dal popolo. Ecc..”. Ebner, a p. 158, nella nota (64) postillava che: “(64) Effemeridi cit., sui ricevimenti ad Agropoli (etc…), ad Acquavella in casa del “Magnifico Gismondo de Sanguigno” (tutti i cavalli erano stati mandati a Casalicchio), a pisciotta e a Policastro”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”.

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(Fig…) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. I, pp. 193-194

Questo documento parla pure di Policastro e di Maratea. Inoltre Ebner (…), dice di vedere nel vol. II, quando parlando di Policastro, scrive quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 340, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Va ricordato ce nel tardo ‘400 il castello di Policastro venne ricostruito su disegno di Giuliano Fiorentino.”. Sempre l’Ebner (…), nel suo vol. II, di ‘Chiesa etc…‘, a p. 345, parlando di Policastro e del suo castello segnala che l’Alfano (…), scriveva che: “L’Alfano (81) l’ubica alle falde di una collina con alla sommità un castello mezzo diruto “elevato da Jacopo Sanseverino, figlio de conte di Potenza nel 1393 (…) si crede Bussento, detta Bisso, e Bissunte ecc…”. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…”. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa. Il Laudisio (…) a p….. della sua “Synopsi etc…“, ci dice di Girolamo Almensa che: “XXI. Girolamo Almensa, di Napoli, frate dell’Ordine dei Predicatori, nominato vescovo di Policastro nel 1485.”. Dunque, Girolamo Almensa successe al vescovo Gabriele Altilio. Ebner però scriveva che il vescovo Girolamo Almensa era “suo confessore” di Alfonso d’Aragona ma il Laudisio (…), a p. 77 (vedi Visconti), parlando del Vescovo Gabriele Altilio, in proposito scriveva che egli: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio di Alfonso II d’Aragona, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Le date e la notizia tratta dal Laudisio, cioè la cronostassi che il Laudisio riporta non sempre collima con le notizie storiche. Infatti, riguardo il vescovo Altilio che il Laudisio dice essere stato nominato vescovo di Policastro nel 1471, il sacerdote Giuseppe Cataldo scriveva essere salito alla cattedra vescovile nell’anno 1493 ed è più plausibile come data essendo stato il precettore di Ferrandino. Riguardo al vescovo Almensa di Napoli, che secondo il Laudisio divenne vescovo di Policastro nel 1485, potrebbe trovarsi con la data del documento pubbblicato dal Leostello che riguardava la visita di Alfonso duca di Calabria a Policastro nel 1489. La cronostassi del Laudisio (…), però non si trova con l’altro documento del 1481, di cui ho già parlato e che riguarda il vescovo di Policastro Gabriele Guidano che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire una chiesa a Sapri. Infatti, il Laudisio (…), nella sua cronostassi scrive che il vescovo Gabriele Guidano: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Come può essere possibile che secondo il Laudisio e forse pure per Ladvocat (…), il Guidano viene nominato dopo l’Almensa ovvero nell’anno 1491 se compare sul documento del 1481. Errore di stampa e di trascrizione ?. Del resto vi sono delle diverse conostassi come ad esempio ciò che riferisce lo stesso Cataldo.

Il manoscritto di Leostello Joampiero pubblicato da Gaetano Filangieri Principe di Satriano ed i viaggi nel Cilento del Duca Alfonso di Calabria

Sappiamo che il Duca di Calabria fece ristrutturare la chiesa di S. Pietro a Majella. Infatti, da wikipedia leggiamo che: “Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani.. Riguardo sempre il Duca di Calabria, il futuro re di Napoli Federico I d’Aragona, sappiamo pure che era l’epoca dei Petrucci, conti di Policastro di cui si parla nello stesso manoscritto. Nel manoscritto del Leostello (…), pubblicato dal Filangieri (…), vol. I, a pp 193-194-195, si parla di Camerota, Pisciotta e Policastro dove il Duca, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona si recò in viaggio per ispezionare le batterie dopo la nota ‘Congiura dei Baroni’. Lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino. Il Mosca (…), nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” ci parla anche di alcuni pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese. Il Mosca (…), anche sulla scorta del Filangieri (…), in proposito a pp. 48-49 scriveva che: “Chi, per primo, ci dà notizie dei prodotti, in questa arte nobilissima, della Patria nostra è il famoso manoscritto “Ephemeridi de le cose fatte per el Duca di Calabria” che faceva parte della Biblioteca Reale Napoletana e che venuto insieme ad altri innumerevoli nelle mani di Carlo VIII fu portato in Francia, ed ora trovasi a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Il manoscritto delle Effemeridi è cartaceo in folio, alto 31 centimetri e largo 21, ed ha 295 carte numerate, scritte in carattre corsivo del XV secolo, ecc….Sembra della stessa mano di chi compose il libro, se non che in certi luoghi è più grande e più tondo e rileva una mano diversa, l’intestazione seguente con la quale comincia il giornale: “Registro dove saranno collocati tucti progressi dell’Illustrissimo et Excellentissimo Signor Duca de Calabria Capitano generale de la Sanctissima et Serenissima Liga: ecc…”. Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. Tramite le Effemeridi, l’opera principale del L., si possono ricostruire i suoi movimenti tra il 1484 e il 1491. Il 14 settembre le truppe napoletane tornarono verso il Regno aragonese e impegnarono, una volta penetrate il 1° ottobre negli Abruzzi, i nobili aderenti alla cosiddetta congiura dei baroni (4 ottobre – 26 novembre). Piegata la resistenza, il duca con i suoi entrò trionfalmente, il 26 dicembre, a Napoli. Occasionalmente, in questo periodo, il L. ebbe anche la funzione di maggiordomo del duca, come nel caso della cena che Alfonso offrì agli ambasciatori papali il 10 luglio 1487 nella propria residenza napoletana a Castel Capuano. Il L. accompagnò Alfonso in altri numerosi viaggi tra il 2 ott. 1487 e il 21 genn. 1491 (Cilento, Puglia, Calabria, dintorni di Napoli). Dal 22 gennaio il duca risiedette a Napoli presso il re Ferdinando I a Castelnuovo almeno fino al 6 febbr. 1491, data conclusiva nel racconto delle Effemeridi. Questo manoscritto fu pubblicato proprio da Gaetano Filangieri. Si tratta del manoscritto di Leostello Giampiero Volterrano (…), ‘Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883, vol. I. Il manoscritto di Joampiero Leostello (…), è importante per la datazione di questo pavimento anche perchè a mio avviso oltre a riferire fatti e produzioni dell’epoca Aragonese, trattando del Duca di Calabria, potrebbe rappresentare un anello di congiunzione con il probabile esecutore dell’opera in questione, Dimera di Sapri. Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), da una lista di giorni nefasti per le guerre e la giustizia e da una serie di distici elegiaci in lode del duca, assumono dunque importanza soprattutto come documento sulle abitudini del duca e della corte aragonese, ma anche come prezioso serbatoio di informazioni sull’architettura e sulla storia dell’arte a Napoli. Le Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria [1484-1491] di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca nazionale di Parigi, a cura di G. Filangieri, Napoli 1883 appaiono quindi come una sorta di cronaca-giornale, nella quale il L. aveva l’incarico di riportare tutti i fatti che riguardavano il duca Alfonso almeno per il periodo compreso tra il 22 maggio 1484 e il 6 febbr. 1491. Per far questo, il L. doveva vivere a stretto contatto giornaliero con Alfonso, sentendosi in dovere anzi di segnalare quando le notizie gli venivano di seconda mano. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seguito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso I d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Dunque, il Leostello parla del viaggio del Duca di Calabria Alfondo d’Aragona che intraprese nell’anno 1487. Si trata di Alfonso d’Aragona ? E’ lo stesso Duca di Calabria a cui si riferisce il Gaetano Filangieri quando parla delle ristrutturazioni che subì la chiesa di S. Pietro a Majella ?. Alfonso d’Aragona che visitò Policastro e a cui si riferisce il testo manoscritto delle Effereidi del Leostello publicato dal Filangieri è il primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Nel basso Cilento la situazione era tutt’altro che tranquilla, a causa dell’inquieto atteggiamento dei baroni napoletani contro il re, che sfociò nella famosa congiura dei Baroni (1485). Il comportamento del duca di Calabria in quegli avvenimenti è noto, teso com’era a rafforzare l’autoritarismo dello stato. Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata. Alla morte del padre, nel 1494, Alfonso ascese al trono come re di Napoli e di Gerusalemme. Infatti, della notizia ci parlava Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…”. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa.

Nel 25 dicembre 1490-1491 (?), la morte di Bernardino Sanseverino, conte di Lauria

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “Successivamente imprigionò in Castelnuovo e mise a morte vari altri baroni, tra cui la contessa Giovanna Sanseverino ava di Antonello celebrata dal Pontano, il conte di Lauria col figlio Bernardino, Barnaba Sanseverino e Giovanni Caracciolo Duca di Melfi marito di Sveva Sanseverino figlia della detta Giovanna. Narrano le storie che gli infelici prigionieri vennero gettati in mare la notte del 25 dicembre 1491.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 41, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’ ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 41, in proposito scriveva che: “La confisca per fellonia dei possedimenti del sesto ed ultimo conte di Lauria Bernardino Sanseverino, succeduto al padre Barnabo nel 1485 e anch’egli implicato come cugino di Antonello e il cognato conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci nella Congiura dei Baroni, avvenne in data 4 luglio 1487. Si racconta che morì nelle segrete di Castel dell’Ovo di Napoli il giorno di Natale del 1490 e il suo corpo, chiuso in un sacco, fu gettato in mare dai carcerieri.”.

Nel 1 luglio 1490, Giovanni Carafa diventa signore di Rofrano e Mannia

Giovanni Carafa detto “la Morte” (pare per il suo aspetto disgustoso) (metà del XV secolo, 1530), era patrizio napoletano; signore di Rofrano e Mannia investito il 1 luglio 1490, ambasciatore a Venezia nel 1496 e in Ungheria nel 1498, 1° Conte di Policastro investito con privilegio datato: Sarno 4 febbraio 1496 (esecutivo dal 25 ottobre 1496), compra Roccagloriosa nel 1501, Signore di Rodio, Consigliere Regio, Provvisore Maggiore nel 1512.

Nel 1491, Policastro è a Giovanni Carrafa della Spina

Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e Società etc..” a p. 539 parlando di Policastro ci informa che: “Avocato poi al fisco per fellonia dei de Petruciis, ritroviamo il feudo in possesso dei Carrafa nel 1483 (Cola Carrafa denunciando la morte del padre Andrea ne chiese il relevio-assenso nel 1491.”.

Nell’8 gennaio 1493, Mons. Altilio viene eletto Vescovo di Policastro

Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio.Secondo la cronostassi riferita dal Cataldo, Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro nell’8 gennaio del 1493, come si rileva da due lettere di re Ferdinando II (due lettere del 9 e del 14 gennaio 1493 e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. Riguardo Mons. Altilio, Vescovo della Diocesi di Policastro, che lui dice essere eletto nell’8 gennaio 1493,  Mons Laudisio (…), nella sua “Synopsi etc…”, a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Il Laudisio (…), a p. 76 (vedi Visconti), in proposito al vescovo di Policastro Gabriele Altilio, scriveva che, successe al suo predecessore Enrico Languardo, di Palermo, vescovo di Policastro nel 1467: “XX. Gabriele Altilio, lucano. L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471……Egli, grazie alla sua perizia, musicò i canti delle scritture. L’abbate Ladvocat, bibliotecario e dottore della Sorbona, lo cita anche come uno dei più illustri poeti del secolo XV.”.

NEL 25 gennaio 1494, ALFONSO II D’ARAGONA (ALFONSO D’ARAGONA FIGLIO DI RE FERRANTE I D’ARAGONA)

Alfonso II d’Aragona, ramo di Napoli (Napoli, 4 novembre 1448 – Messina, 18 dicembre 1485), fu duca di Calabria e poi re di Napoli per circa un anno, dal 25 gennaio 1494 al 23 gennaio 1495. Primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Ferrante morì il 28 gennaio del 1494. Sul trono gli succedette il figlio Alfonso II di Napoli. Alfonso, terrorizzato da una serie di cattivi presagi, come strani incubi notturni (forse attribuibili al ricordo delle sue vittime), il 23 gennaio 1495 abdicò in favore di suo figlio Ferdinando e fuggì in Sicilia, dove si rinchiuse in un monastero, mentre Carlo VIII entrava nel Regno raggiungendo Napoli il 22 febbraio 1495. Alfonso II morì a Messina alcuni mesi dopo, ovvero il 18 dicembre 1495. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 158-159, in proposito scriveva che: Malvisto da tutti, anzi odiato da tutti, il duca di Calabria, salito al trono (Alfonso II) dopo la morte del padre (a. 1494), abdicò a favore del figlio Ferdinando II (25 gennaio 1495). L’avvicinarsi di Carlo VIII e la certezza di non potergli resistere indussero il nuovo re a rifugiarsi a Ischia. Carlo, entrato trionfale a Napoli (9 febbraio 1495) se ne allontanò nel maggio successivo (insurrezione popolare). Ferdinando potè così rioccupare (7 luglio) la città, dove morì (ottobre 1496). Gli successe lo zio Federico, principe di Altamura, che fu coronato nel 1496. Etc..”.

Nel 23 gennaio 1495, re Alfonso II d’Aragona abdicò in favore del figlio Ferdinando II (detto Ferrandino)

Da Wikipedia leggiamo che re Ferrante morì il 28 gennaio del 1494. Sul trono gli succedette il figlio Alfonso II di Napoli, che a sua volta abdicherà molto presto in favore del proprio figlio Ferdinando II (detto Ferrandino) a causa dell’invasione tanto temuta da Ferrante di Carlo VIII di Francia, che nel 1494 calò in Italia. Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 40, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’ ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nel 1494 Ferrante morì e gli successe il debole figlio Alfonso II. Antonello capì che era il tempo di agire e, ….riuscì a convincere il re di Francia Carlo VIII a scendere in armi a Napoli.”.

Nel 22 febbraio 1495, Carlo VIII entrava a Napoli

Carlo VIII invase l’Italia nel settembre del 1494. Carlo VIII di Francia scese in Italia a sconvolgere il delicato equilibrio politico che le città della penisola avevano raggiunto negli anni precedenti. L’occasione riguardò direttamente il regno di Napoli: Carlo VIII vantava una lontana parentela con gli angioini re di Napoli (la nonna paterna era figlia del Luigi II che tentò di sottrarre il trono partenopeo a Carlo II di Durazzo e a Ladislao I), sufficiente per poter rivendicare il titolo regale. Con la Francia si schierò anche il ducato di Milano: Ludovico Sforza, detto il Moro, aveva spodestato gli eredi legittimi del ducato Gian Galeazzo Sforza e sua moglie Isabella d’Aragona, figlia di Alfonso II d’Aragona, sposi nel matrimonio con cui Milano aveva suggellato l’alleanza con la corona aragonese. Il nuovo duca di Milano non si oppose a Carlo VIII, il quale si diresse contro il regno aragonese; evitando la resistenza di Firenze, il re francese occupò in tredici giorni la Campania e poco dopo entrò in Napoli: tutte le province si sottomisero al nuovo sovrano d’oltralpe, salvo che le città di Gaeta, Tropea, Amantea e Reggio. La sua fallimentare discesa in Italia nel 1494 inaugurò le cosiddette guerre d’Italia (definite “orrende” da Macchiavelli). Discese in Italia il 3 settembre 1494 con un esercito di circa 30 000 effettivi dei quali 8 000 erano mercenari svizzeri, dotato di un’artiglieria moderna. Venne accolto festosamente dai duchi di Savoia. Il suo esercito si accampò ad Asti, dove Carlo VIII ricevette l’omaggio dei suoi sostenitori: Margarita dè Solari fanciulla di undici anni (nel 1495 gli dedicherà Les Louanges du Mariage) alloggiando nel Palazzo del padre in Asti ne ascolterà le odi. Il 22 febbraio occupò Napoli praticamente senza combattere: il re Ferdinando II, detto Ferrandino, era già fuggito con tutta la corte in vista di una futura resistenza. Incoronato re di Napoli, vi stette fino a maggio quando il popolo e le armate napoletane, al grido di “ferro! ferro!”, nuovamente rinvigorite sotto le insegne aragonesi del giovane re Ferrandino, riuscirono a scacciare i francesi dal Regno. Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 160 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “VII. Secondando le vive premure di Antonello Sanseverino e del principe di Bisignano il re di Francia Carlo VIII venne in Italia su la fine del 1494 quando a Ferrdinando I era successo il figliuolo Alfonso II già Duca di Calabria. Questi sapendosi molto inviso nel regno, all’approssimarsi del re Carlo cui si erano resi gli Abruzzi, rinunziò al trono a beneficio di suo figlio Ferdinando II nel 25 gennaio del 1495. Costui, scorgendo di non poter resistere all’invasione specialmente perchè gli si ribellavano i nobili ed il popolo, abbandonò la capitale recandosi nell’isola di Ischia. Il re Carlo nel 1° febbraio del 1495 entrò trionfalmente in Napoli accolto da grandi feste ed in breve tempo ebbe a suo favore tutte le provincie. Nel 17 maggio dello stsso anno egli, a compensare Antonello Sanseverino che gli era stato devoto e fido compagno nell’impresa, lo reintegrò in tutti i suoi beni, donandogli ecc…“.

Nel 17 maggio 1495, Carlo VIII reintegrò Antonello di Sanseverino, figlio di Roberto I Sanseverino in tutti i suoi beni

Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 160 in proposito al Periodo Aragonese e riferendosi alla venuta di Carlo VIII scriveva che: “VII…..Nel 17 maggio dello stesso anno egli, a compensare Antonello Sanseverino che gli era stato devoto e fido compagno nell’impresa, lo reintegrò in tutti i suoi beni, donandogli novellamente il principato della città di Salerno, le contee di Marsico e di S. Severino, e molti altri feudi tra cui la baronia del Cilento con i suoi Casali di Acquavella, Porcili, Guarrazzano, il territorio di Terricello, i casali di Omignano, ecc… e la terra di Agropoli (1).”. Dunque, secondo il Mazziotti, nel 17 maggio 1495, Carlo VIII, reintegrò Antonello di Sanseverino in tutti i suoi beni. Il Mazziotti, a p. 160 postillava nella sua nota (1) che:  “(1) Questo diploma è stato pubblicato dal Gatta nell’opera citata, parte 3°, cap. 2°, pag. 276.”.

Nel maggio 1495, Carlo VIII lascia il Regno di Napoli e ritorna in Francia

Incoronato re di Napoli, vi stette fino a maggio quando il popolo e le armate napoletane, al grido di “ferro! ferro!”, nuovamente rinvigorite sotto le insegne aragonesi del giovane re Ferrandino, riuscirono a scacciare i francesi dal Regno. Riguardo il periodo di permanenza del re di Francia Carlo VIII nel Regno di Napoli devo segnalare una carta geografica e corografica da me ritrovata e conservata ancora presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…), la più antica e dettagliata finora conosciuta del Regno di Napoli.

La carta d’epoca aragonese, da me rinvenuta all’ASN

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…)

Credo che la carta in questione, di cui parlo in un altro mio saggio ivi, da me rinvenuta all’ASN, sia proprio una delle carte trafugate da Carlo VIII, dal Regno di Napoli e poi in seguito portate in Francia e scoperte nel XVIII secolo dall’abate Galiani, anche se, il Valerio (….), nel suo recente saggio – non conoscendo la carta da noi rintracciata all’ASN, scriveva in proposito: “Cerchiamo ora d’individuare una possibile datazione delle mappe ricostruendone la storia. Direi che si può iniziare a sgombrare il campo dall’ipotesi che le carte siano state portate a Parigi da Carlo VIII e, ciò, non certo per il fatto che le pergamene che ci interessano siano per il Petrucci delle mere copie, che del resto ben potrebbero esser state eseguite nel regno di Francia a salvaguardia dei documenti originali, quanto invece per la presenza, in esse o tra di esse, di materiale certamente successivo alla venuta in Italia di Carlo VIII (1494-95).”. Infatti, come ho già scritto, il Valerio e il La Greca (…), hanno pubblicato le carte che sono conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi che rassomigliano molto ma che credo essere le copie fatte redigere da Ferdinando Galiani ai temi del Tanucci. In questo studio, pubblico e parlo  della carta corografica del ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘ (Fig….)(…), manoscritta e a colori, di autore anonimo e non datata e da me rintracciata e scoperta verso gli ultimi anni ’70 e, fatta riprodurre il 16 maggio 1981 (Fig. …), all’Archivio di Stato di Napoli, dove si trova a tutt’oggi custodita. La carta in questione, conservata all’Archivio di Stato di Napoli, di cui, possediamo la fotoriproduzione digitale tratta dall’originale, recentemente (nel 2015) pervenutaci dall’ASN, dove essa è conservata, sul retro della riproduzione da me richiesta ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli (Fig…..), è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981, “Raccolta Piante e disegni” della Sezione ‘Diplomatico-Politica’. In questo studio, pubblico il particolare tratto dalla carta in questione che, riguarda solo la porzione del Golfo di Policastro dalla costa e l’entroterra Saprese fino ai promontori oltre il Monte Bulgheria (Fig. 1) (2), il cui originale a colori è molto più grande. Si tratta di una carta corografica, manoscritta, disegnata e dipinta a colori, di autore ignoto e non datata. Nel 2008, i due studiosi, Fernando La Greca e Vladimiro Valerio (…), in un loro studio ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, pubblicarono alcune carte tratte e conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia. I due studiosi, non citarono la nostra carta e, sebbene abbiano rivelato i retroscena e le origini di queste carte, forse anche della nostra, non la citarono, scrivendo alcune inesattezze (…).  Recentemente abbiamo chiesto all’ASN, sulla segnatura e collocazione di questa carta da noi rintracciata nel 1981 e dall’ASN, ci è pervenuta la seguente risposta dal funzionario Dr. Palmieri: “Gent.le Prof. Attanasio, in risposta alla sua email datata 30 gennaio u.s., pervenuta allo scrivente in data 5 febbraio 2018, si comunica che la scheda riporta: “Campo all’isola di S. Giovanni: pianta topografica fatta riprodurre dall’Abate Galiano dall’ originale francese. (sec. XVIII, 1756 ?) – Biblioteca Nazionale di Parigi.. Infatti, sulla ricevuta rilasciataci il 16 maggio 1981 e, illustrata nell’immagine, postillai ed annotai ciò che era stato scritto a mano sul retro dallo stesso Archivista. Sul retro era scritto: “‘1756’ ?, sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. La carta corografica da noi pubblicata, riguarda il territorio del Principato Citra, del Regno borbonico delle Due Sicilie che, corrispondeva all’attuale Provincia di Salerno. La carta manoscritta e a colori, è una delle prime carte corografiche moderne – anteriore ad esempio, quella dell’ex Vescovo di Pozzuoli  Fra Paolino Minorita, della metà del XIII secolo. La carta manoscritta in questione, anche se più recente rispetto ai portolani del XIII sec. che pure annoverano Sapri, costituisce un’importante testimonianza del passato per Sapri e per il ‘basso Cilento’. La carta, che nel ‘700, gli fu data la segnatura di   ‘Principato Citra – Regno di Napoli, è di estrema importanza per la storia di Sapri e per tutto il Cilento, per le  numerosissime informazioni riportate come ad esempio i tantissimi toponimi (nomi di luogo), i fiumi e le montagne citate. In questa carta corografica (Fig….), vengono indicati i toponimi principali dei luoghi, l’orografia del territorio, fiumi e montagne, alture e poi si vedono indicate anche le Torri marittime che a quel tempo si conoscevano. Da un’analisi più accurata sul file digitale della sua fotoriproduzione tratta dall’originale ottenuto dall’Archivio di Stato di Napoli, dove essa è conservata (Fig….)(…), si possono notare particolari inediti e notizie interessantissime sui toponimi e sulla storia locale. In essa, all’altezza del Golfo di Policastro, tra Sapri e Torraca, tra i tantissimi toponimi e nomi di luoghi che essa cita, figura la scritta: “Bibo ad Siccam odie ruin.” (Fig….) (….), di cui si rimanda allo studio ivi pubblicato: “La ‘Bibo ad Siccam’ citata da Cicerone”. Essa riveste una particolare fonte per la toponomastica e per la geografia e corografia storica per i nomi dei luoghi (….). Sull’antichità di questa carta, come abbiamo già cercato di dimostrare, rinviamo anche ad altri nostri studi, come “La Torre Angioina del Buondormire”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. La carta in questione è inedita e sconosciuta agli studiosi. Su questa carta si è scritto poco o niente. Poco si conosce dell’origine di questa carta e della sua probabile datazione. Dall’esame de visu del file digitale inviatoci recentemente dall’ASN, si evince che molti toponimi locali, citati nella carta in questione (Fig. 1), dimostrano l’antichità di questa carta. Nessun’altra carta geografica, nautica o corografica conosciuta, riporta una ricchezza di informazioni e di dati così come in questa. Abbiamo esaminato uno dei tanti toponimi citati come ad esempio il toponimo di  “Petrasia” (posto tra Villammare e Sapri) che, non solo non viene mai citato in tantissime carte di epoche anteriori e di cui abbiamo quì pubblicato e già parlato, ma il toponimo di ‘Petrasia’, lo troviamo nel ‘Libro del Re Ruggero’, che è un testo geografico scritto in arabo e risale al XI-XII secolo (…), ovvero d’epoca ancora più anteriore della carta in questione. Sulla datazione di questa carta, o della sua probabile epoca di stesura e delineazione, possiamo dire che sappiamo di alcune carte delineate a Napoli, durante l’epoca Aragonese ma poi scomparse, di cui parleremo. La carta da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, somiglia moltissimo ad alcune carte oggi conservate nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, che solo recentemente, nel 2008, sono state studiate e pubblicate da due studiosi Ferdinando La Greca e Vladimiro Valerio (…). I due studiosi, dopo 27 anni dal rinvenimento della nostra carta, hanno ottenuto dalla Biblioteca Nazionale di Francia (BNF),  alcune carte, di cui quelle contraddistinte con T 3.3 e T 3.4, “Cilento” (….), che somigliano alla nostra. Confrontando le due carte del “Cilento”, contraddistinte con T 3.3 e T 3.4 (….), rintracciate alla BNF, dal Valerio (…), con la nostra conservata all’ASN, si vede che la somiglianza è notevole. Somigliano soprattutto i caratteri utilizzati per i numerosi toponimi e nomi dei luoghi, valli, monti e valli. Tuttavia, al di là delle somiglianze con le carte conservate alla BNF, la nostra carta (Fig….), è di sicuro una carta delineata a Napoli e, appartenuta alla corona d’Aragona. Le carte pubblicate dai due studiosi (7), conservate a Parigi, sono simili a quella da noi scoperta a Napoli (Fig….)(…), ma non le stesse. Sul retro della riproduzione in b/n fu annotato: “‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.” (Fig….). Sappiamo che le carte conservate a Parigi alla BNF e, pubblicate da La Greca e Valerio (…), furono fatte copiare da Ferdinando Galiani per ordine del Ministro borbonico Tanucci. Sappiamo che alcune copie fatte eseguire dal Galiani a Parigi, furono portate a Napoli. E’ molto probabile che l’origine della carta conservata all’ASN, sia proprio questa. La carta da noi scoperta, sul retro riporta la data del 1756. Infatti, proprio in quell’anno, il Galiani si recò a Parigi per rintracciare le antiche carte d’età aragonese che erano state trafugate da Napoli e portate in Francia da Carlo VIII, quale bottino di guerra. Le mappe geografiche d’epoca Aragonese, conservate all’Archivio di Stato Napoletano, sono citate in un saggio di Valerio (…) che scrive: “Il numero delle pergamene ritrovate e quello delle relative copie, nonché quanto di quel materiale sia stato spedito e sia effettivamente giunto a Napoli, non sono del tutto chiari, riscontrandosi nella corrispondenza del Galiani alcune contraddizioni. È tuttavia possibile tentare di ristabilire la consistenza numerica della scoperta e di ricostruirne la sequenza cronologica. Nella piú volte citata lettera al Tanucci del 6 aprile ’67, quella in cui annuncia il ritrovamento delle pergamene, il Galiani afferma da un canto di averne «viste solo tre o quattro», ma soggiunge dall’altro che gli «dicono esservene una ventina». (46). Nella successiva lettera del 18 maggio, egli scrive d’aver «finora […] ripescate dieci pergamene» ritraenti «la Basilicata e la Calabria ulteriore». 47 Riferendosi sempre alle dieci pergamene, il 1º giugno fa riferimento altresí a «una bellissima carta d’Ischia», 48 che con ogni probabilità è la pergamena ritrovata nel fondo dell’Archivio farnesiano di Napoli. (49). Il 1º settembre scrive invece che «le carte geografiche da me scoperte qui sono tutte ricopiate, meno una decina», (50) 44. Lo Iuliano («Cartapecore aragonesi»…, cit., pp. 50 s.) anticipar agion per cui tra il giugno e il settembre ungi XII e Ferd.º il Cattolico), disegnata in cinquantasei pergamene che tutte si uniscono insieme senza lacuna, senza intervallo. (64). “. La domanda che mi pongo è la seguente: la nostra carta, rinvenuta all’ASN, è una copia delle carte Parigine o piuttosto come io credo potrebbe essere ipotizzabile che questa carta, al contrario sia proprio una delle carte originali d’epoca Aragonese e trafugate da Carlo VIII in Francia ?. Dell’autore di queste copie, eseguite a Parigi, nulla si conosce, come pure della vicenda delle copie fatte eseguire dal Galiani a Parigi, è controversa. Nulla esclude che la carta conservata all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 1), sia una delle carte originali trafugate a Parigi da Carlo VIII. Dall’esame de visu della nostra carta, notiamo notevoli differenze con quelle delle carte Parigine, trafugate da Carlo VIII. La nostra carta, rispetto a quelle parigine, ci sembra molto più ricca di informazioni e più antica. A noi sembra che la nostra carta non sia una copia delle Parigine ma al contrario crediamo fosse una di quelle carte originarie appartenute alla corte Aragonese e poi trafugate in Francia da Carlo VIII. La nostra carta, rivela dei toponimi che denotano a nostro avviso una maggiore autenticità e antichità rispetto alle carte conservate in Francia. Credo che il Galiani, abbia lasciato delle copie al Museo Parigino ed abbia sottratto alcune carte originali quelle originali. Credo che il Galiani, fece credere di aver fatto eseguire delle copie ma in realtà, egli ha sottratto alcune carte per sostituirle con delle copie. Credo che questa ipotesi non si possa del tutto escludere. La fattura della carta da noi rintracciata a Napoli e conservata all’Archivio di Stato di Napoli, ed i caratteri utilizzati per la scrittura dei tantissimi luoghi e toponimi ivi indicati ci fanno ritenere che la carta in questione denoti un’origine molto più antica delle stesse carte conservate in Francia. Io credo che la carta conservata oggi all’ASN, fosse una delle carte originali appartenute alla corte Aragonese (XV secolo) e che al contrario, fù sostituita dal Galiani con una riproduzione da lui commissionata all’uopo per trarre in inganno i bibliotecari del Museo Parigino. La carta in questione da noi rintracciata a Napoli, che riporta la data del 1756, non è una copia di una carta molto più antica, appartenuta alla corona d’Aragona del Regno di Napoli, poi trafugata da Carlo VIII che la portò in Francia e oggi custodite presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi. Credo che la carta da noi rinvenuta all’ASN, sia proprio una delle carte trafugate da Carlo VIII, dal Regno di Napoli e poi in seguito portate in Francia e scoperte nel XVIII secolo dall’abate Galiani, anche se, il Valerio (…), nel suo recente saggio – non conoscendo la carta da noi rintracciata all’ASN, scriveva in proposito: “Cerchiamo ora d’individuare una possibile datazione delle mappe ricostruendone la storia. Direi che si può iniziare a sgombrare il campo dall’ipotesi che le carte siano state portate a Parigi da Carlo VIII e, ciò, non certo per il fatto che le pergamene che ci interessano siano per il Petrucci delle mere copie, che del resto ben potrebbero esser state eseguite nel regno di Francia a salvaguardia dei documenti originali, quanto invece per la presenza, in esse o tra di esse, di materiale certamente successivo alla venuta in Italia di Carlo VIII (1494-95).”. Sulle antiche mappe esistenti all’ASN, sempre dal Valerio (…), nel suo recente saggio del 2016, apprendiamo che nel 1986-87 – quindi sette anni dopo il nostro rinvenimento: “quattro pergamene di contenuto geografico furono ritrovate nel 1986-87 da M. Martullo Arpago, direttrice pro tempore dell’Archivio di Stato di Napoli, durante una ricognizione dei fondi geocartografici dello stesso Archivio (74), e mi furono mostrate durante la schedatura, finalizzata alla realizzazione della mostra e del catalogo ecc..” (…). Fra le quattro carte o mappe su pergamena, citate da Valerio e scoperte nel 1987 dalla Martullo (…), non c’è quella del ‘Cilento’ da me rintracciata e di cui si tratta. Sempre il Valerio (…), ragionando sulle mappe ritrovate dal Galiani in Francia, così conclude: “Si può oggi asserire come un dato di fatto che tra l’ultimo quarto del Quattrocento e i primi decennî del Cinquecento un imponente lavoro di ricognizione topografica e di determinazioni astronomiche sia stato portato avanti dalla corte aragonese di Napoli e continuato, o semplicemente aggiornato, dal governo vicereale spagnolo. (…). Non è plausibile che le mappe ritrovate dal Galiani in Francia, dislocate tra Parigi e la Lorena, siano state realizzate in un breve arco temporale. Il disegno in scala topografica pressoché costante di un territorio vasto e morfologicamente complesso come il Mezzogiorno d’Italia comporta anni, se non decennî, non meno di lavoro sul territorio che di elaborazioni a tavolino. (…). Per comprendere la complessità delle operazioni e le molteplici competenze necessarie per il suo compimento, basti pensare alle osservazioni astronomiche di latitudine (…) al disegno accurato e miniaturizzato dei centri abitati maggiori, alle modalità di rilevamento e di trattamento del paesaggio sia dal punto di vista antropico che storico. (120)”.  

Nel 1496 (per il Di Luccia), il re Ferrante fece decapitare Antonello Petrucci

Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, e da questo nell’anno 1348, in Gabriello, e Luciano Grimaldi, e dopo in Gio: Antonio Petrucci, figlio d’Antonello Segretario di Ferrante primo fatto da questo morire nel Mercato di Napoli come Ribelle nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina e scrive che Antonello Petrucci, segretario di re Ferrante I d’Aragona fu fatto decapitare a Napoli nell’anno 1496 mentre Pietro Ebner sulla scorta del Porzio scrive che Antonello decapitato nel 1487.

Nel 1495-97, ottobre 1496, Tommaso Loria fu estromesso dal feudo di Ajeta dal re Ferdinando II o Ferrandino

Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, parlando di Ruggiero di Lauria e della famiglia dei Loria e dell’omonima Contea, in proposito scriveva che: Il feudo di Ajeta ritornò, successivamente, ai Loria, fino a quando Tommaso ne fu estromesso, 1496, da Ferdinando II o Ferrandino, re di Napoli per la seconda volta (7 luglio 1495-7 ottobre 1496), dopo la partenza di Carlo VIII. Pare che Tommaso di Loria, avesse partecipato alla congiura dei Baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Per questo motivo la Terra di Ajeta fu donata, per benemerenze, a Giovanni de Montibus.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”.

Nel 1496, re Ferrante d’Aragona devolve Casalnuovo ad Antonio de Cardone e la toglie a Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio per la congiura de’ Baroni

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 635-636, in proposito scriveva che: “Nei ‘Quinternioni’ (4) si legge che “in anno 1496 lo detto Castello sive Casale di Casali nuovo si possedeva per Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, per ribellione del quale re Federico donò detta terra di Casalnuovo a D. Ant. de Cardone insieme con la terra di Rivello”. Ebner, a p. 636, nella nota (4) postillava che: “(4) Quint., 1, f. 277.”. Ebner, a p. 636 scriveva pure che: “I Quinternioni ci informano dei diversi passaggi feudali. Nel ‘500, e fino al 1508, ne era signore Antonio di Cardona. Ecc…”.

Nel 1496, Caselle e Tortorella dopo la Congiura dei Baroni

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: La Congiura dei Baroni del 1485 sovertì questo stato di cose nei vari feudi Guglielmo (che ormai aveva ereditato tutti i beni paterni) in quanto nei confronti dei ribelli gli Aragonesi non furono meno duri degli Svevi in séguito alla Congiura di Capaccio di quasi due secoli e mezzo prima. Teatro dello scontro ecc….Guglielmo, per aver partecipato alla congiura, perse tutti i suoi feudi. Alfonso II d’Aragona nel 1494 nominò il ‘milite Valerio de Gizzis’ di Chieti governatore (‘capitàneus) di tutti i feudi (fra cui Casella) appartenuti al Conte di Capaccio (149). Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo. Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazione del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Riguardo questa fonte, il Fusco, a p. 103, nella nota (139) postillava che: “(139) Fonti Aragonesi, a cura degli Archivisti Napoletani, Napoli, presso l’Accademia Pontaniana, 1970, VII (il volume VII è curato da Bianca Mazzoleni).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (145) postillava che: “(145) Cfr. nota 131.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (146) postillava che: “(146) Fonti Aragonesi, cit., III, p. 50, nota 116. I ‘de Senis’ governarono anche le Terre di Casalnuovo (Casalbuono) e di Campora.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.

Nel 1497, Guglielmo (III) Sanseverino, conte di Capaccio, a Rofrano

Il sacerdote Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, a p. 22, in proposito scriveva che: “Ora un episodio di sì lunga tragedia trovo in un processo intitolato: ‘Laurae Monteporte cum Matthaeo Pacone’ in Banca Figliola. Vi figuran testimonii i Rofranesi Notar Giovanni D’Alessio, D. Bartolomeo De Leo, Giov. Paolo Losinno, e Notar Nardo Antonio De Leo. Dalle loro deposizioni a pag. 578, 579, 580, 582, e 583 si attingono queste notizie – Nel mese di Luglio 1497, quando si aspettava Re Federico all’assedio di Diano, dov’era il Principe di Salerno Antonello confederato con Guglielmo Conte di Capaccio, questi, il Conte, dimorava in Rofrano da padrone, vi si divertiva alla caccia, vi teneva Giulio Di Lucca di Sanza per Govdernatore ed Officiale: il Di Lucca aveva fatto carcerare Rinaldo Longo Governatore per parte di Antonio Arcamone: aveva seco cento fanti, il soldo e foraggio a carico di Rofrano, ben s’intende, col braccio de’ quali pose parteggiante degli Aragonesi. Rofrano, preda del più forte, al veder sullo sdrucciolo i Sanseverino, ed udir le minacce che il Conte di Policastro lo darebbe in balia dell’esercito Regio, decise di rendersi al Carafa, ed il Sindaco cogli Eletti andarono a prestargli l’ubbidienza. Partito da Diano il campo, il Conte venne tra vassalli e li ‘compose’, cioè, multò in ducati 400, di cui rimborsò la maggior parte, condonò il resto. Quante sofferenze del popolo mentre i tre si disputavano il Feudo ! Guglielmo Sanseverino Conte di Capaccio, insorto sotto la bandiera del Papa supremo Signore del Regno non riconosceva le concessioni Aragonesi. Carafa Conte di Policastro riponeva in queste il suo dritto. Arcamone prima cortigiano degli Aragonesi, e poi sospetto di complicità co’ loro nemici, riceveva colpi dall’uno e dall’altro.”.

Nel 25 ottobre 1498, re Federico I d’Aragona, smembrò la Contea di Lauria e diede le Terre di Tortorella, Battaglia e Casaletto a Giovanni Andrea Caracciolo

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: Pochi anni dopo il nuovo re di Napoli Federico I, succeduto a Ferdinando II, effettuò un vero e proprio smembramento della Contea di Lauria suddividendola in tanti piccoli feudi che furono messi all’asta e ceduti alla nuova nobiltà di toga. Come documentato nei Quinternioni conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, Lib. III°, al foglio 169 e Lib VII°, foglio 159, in data 25 ottobre 1498 il re conferì “le Terre di Tortorella con i casali di Libonati, Casaletto e Battaglia” al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, etc….”. Dunque, su concessione di re Federico I d’Aragona, in seguito ai fatti della Congiura de Baroni, il casale di Vibonati, che all’epoca veniva chiamato Libonati, venne devoluto, insieme a Casaletto e Battaglia al patrizio napoletano Giovanni Antonio Caracciolo. Infatti, in seguito alla Congiura dei Baroni, re Federico I d’Aragona, che aveva assediato i Sanseverino a Teggiano, suddivise la Contea di Lauria appartenuta a Bernardino Sanseverino, ultimo conte di Lauria.  

L’INDAGINE GEO-STORICA ATTRAVERSO LO STUDIO CARTOGRAFICO

Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Per la ricostruzione storica delle nostre terre e dei nostri luoghi nel periodo medievale, dai primordi fino al XVI secolo in poi, la documentazione sulle fonti storiche sono molto scarse. Delle poche fonti e documentazione a noi pervenutaci, la cartografia medievale, e con essa le carte nautiche e portolani antichi, rappresentano delle valide testimonianze per la toponomastica dell’epoca. Attraverso la toponomastica medievale, che figura sulle carte antiche, possiamo suffragare alcune ipotesi sull’esistenza o meno di alcuni centri antichi. Come è noto, la cartografia (le carte geografiche), manoscritte dell’antichità, possono fornire un valido contributo alla storiografia ed alla toponomastica dei luoghi in quanto, attraverso una serie di informazioni in essa contenute si può risalire all’epoca, alle origini di un luogo nell’antichità e quindi alla sua presenza, come ad esempio il toponimo di un luogo nell’antichità o la sua approssimativa ubicazione. L’antica cartografia manoscritta rimane una valida testimonianza del passato dei luoghi e della geografia più in generale. E’ attraverso alcune antiche carte geografiche e/o portolani o carte nautiche medievali, in cui figura l’originanario toponimo di Sapri, che possiamo affermare con sufficiente certezza che questo centro, sia pur scalo marittimo di minore importanza (non figura mai in rosso), sia stato conosciuto nell’antichità. La scoperta del toponimo ‘Sapri’, in alcune carte medievali manoscritte, testimonia e prova l’esistenza documentata di un approdo o un porto conosciuto dal nome di ‘Sapri’ nel XVI sec. Il toponimo di Sapri si ritrova, talvolta modificato in ‘Sapra’ o ‘Safri’ tra i centri costieri annoverati in molte carte nautiche e portolani del XIII e XIV secolo. Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Aragonese, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: La cartografia medioevale, e con essa le carte nautiche e portolani antichi, rappresentano delle valide testimonianze per la toponomastica dell’epoca. Attraverso la toponomastica medioevale, che figura sulle carte antiche, possiamo suffragare alcune ipotesi sull’esistenza o meno di alcuni centri antichi. E’ attraverso alcune antiche carte geografiche e portolani medioevali, in cui figura il toponimo di Sapri, che possiamo affermare con sufficiente certezza che questo centro, sia pur scalo marittimo di minore importanza (non figura mai in rosso), sia stato conosciuto nell’antichità. Il toponimo di Sapri si ritrova, talvolta modificato in ‘Sapra’ o ‘Safri’ tra i centri costieri annoverati in molte carte nautiche e portolani del XIII e XIV secolo. L’insigne studioso di toponomastica e cartografia antica Roberto Almagià, nel suo “Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali “(83), faceva notare come il toponimo di Sapri, insieme a Policastro (Panicastro), Palinuro (Palinudo) e Maratea (Maratia), figurano tra le località costiere di alcune carte geografiche e nautiche medioevali. Nell’interessante prospetto (84), leggiamo che Sapri risulta annoverato…..Sapri, figura anche sul “Portolano del Mediterraneo”, di Guglielmo Soleri, del 1385 circa (fig. 26) (100); figura pure sulla carta nautica del cartografo Mecia de Viladestes, del 1413 (fig.27)(101). Sempre al di sotto del toponimo di Policastro (in rosso), troviamo Sapri nella carta nautica di Gabriel de Vallsecha, del 1447 (fig. 28) (102) e nella carta nautica anonima, del 1510 circa (fig. 29) (103). Nel secolo XV, Sapri figura in quattro portolani conservati presso la Biblioteca Apostolica Vaticana e le cui immagini che riproduciamo sono state tutte tratte dal testo di Roberto Almagià (104). Queste carte, nella sequeza sono: la carta nautica (fig. 30), con elementi corografici, eseguita probabilmente nel laboratorio di Fra Mauro a S. Michele di Murano (1450 circa); l’Altante nautico (fig. 31), di Grazioso Benincasa (Venezia 1471), (Codice Vaticano Latino 9016); la carta nautica (fig. 32), di Iehuda ben Zara (Alessandria d’Egitto, 1497); la carta nautica di Grazioso Benincasa (fig. 33) (Ancona, 1508). Sapri, figura anche in un Planisfero anonimo, probabilmente eseguito in Italia (1530 circa), che non ho potuto riprodurre (104). Sapri, figura anche in alcune carte di derivazione tolemaica cioè elaborate sulla base della “Geografia” di Tolomeo, ed in particolare, tra le località costiere della ‘carta moderna d’Italia’, del 1450, di Enrico Martello (fig. 34) (105); e nella ‘Tabula moderna de Italia’, nel Codice Urbano latino 273, contenente le “Septe giornate della Geographia” di Francesco Berlinghieri (Firenze, 1482) (fig. 35) (104). Nella carta nautica di Battista Becario, del 1435, si legge chiaramente una “Scidro” (fig. 3) (34). Il Cesarino (106), riferisce che nella Biblioteca Centrale di Roma “è conservata una carta geografica del 1455 che, tra le località costiere d’Europa, annovera anche Sapri “. Sapri figura sulla carta geografica della “Novella Italia” di Pietro del Massajo, del 1456 (fig. 36) (107). Sapri, è chiaramente visibile sulla ‘carta d’Italia’, (1477-1480) nel “rifacimento in versi della ‘geografia’ di Tolomeo: ‘Geografia in terza rima’, curata da Francesco Berlinghieri (fig. 37) (108); nella ‘Italia novella’ (1477-1480), nell’edizione bolognese della ‘Geografia’ di Taddeo Crivelli, (fig. 38) (109), Sapri è chiaramente visibile nella carta nautica dell'”Italia (fig. 39), di Battista Agnese, del XVI sec. (1550), tratta dall’Atlante portolanico, conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (110). Sapri figura anche nella carta “Regni Neapolitani” (fig. 40) di Pirro Ligorio, del 1557, e riprodotta da Abramo Ortellio, nel “Teatrum Orbis Terrarum”, il primo Atlante riprodotto a stampa (111). Infine, Sapri si vede vicino ad un fiume e a Policastro, nella carta (fig. 41), tratta dall’Atlante del Mediterraneo”, di  Chalat Ambrosin, del 1610 (113).”. Alcune di queste carte nautiche in cui figura il porto di Sapri o il piccolo scalo marittimo di Sapri, sono elencate nel prospetto che Roberto Almagià (…), pubblicò nel suo ‘Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali’, capitolo tratto dal suo ‘Monumenta Italia Cartographica’, che pubblicò nel lontano 1929. A p. 68, del testo citato in “Appendice” possiamo leggere:

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(Fig….) Prospetto tratto da Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in ‘Monumenta Italia Cartographica’, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, p. 68.

Nel 1420, ‘Safra’ e ‘Saffri’ ed altri centri costieri nella carta corografica dell’Isolario del Buontelmonti

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie ed alcune carte geografiche o corografiche trovate e su cui figurano i toponimi dei nostri luoghi. Sempre a caccia di nuovi ed interessanti documenti, recentemente il mio Archivio ha acquisito l’unica carta geografica dell’Italia (Fig. 1), annessa ad un esemplare molto raro del ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’, di Cristoforo Buontelmonti, conservato alla Biblioteca Statale di Berlino, che recentemente su cortese interessamento del Prof. Everardus Overgaauw, ci ha fornito la fotoriproduzione digitale tratte dall’originale (fol. 62v e 63r = Aufn. 132 + 133), in cui viene rappresentata tutta la peinisola dell’Italia con le due Isole della Sicilia e della Sardegna, che quì pubblichiamo.

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(Fig. 1) L’Italia, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonte, del 1420 (prima metà del secolo XV), contenuto nel Codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale ((Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di Berlino. L’immagine è tratta da Lago (4).

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(Fig. 1) L’Italia (fol. 62v), contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonte, del 1420 (prima metà del secolo XV), contenuto nel Codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale ((Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di Berlino, dove è conservato e da dove è pervenuto il file tratto dall’originale su gentile loro concessione.

La carta dell’Italia contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi’ del Buontelmonti

L’interessantissima carta dell’Italia, manoscritta e dipinta a colori, della prima metà del XV secolo, allegata all’esemplare del ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’, di Cristoforo Buontelmonti (5), che scrisse nel 1420, è una delle primissime carte corografiche dell’Italia, dove all’altezza del nostro Sapri, cita il toponimo di ‘Scalea’ (Fig. 1) (1).

(Fig. 2) L’Italia, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonte, del 1420 (prima metà del secolo XV), contenuto nel Codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale ((Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di Berlino.

L’Isolario, ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’, di Cristoforo Buontelmonti

Cristoforo Buontelmonti, dopo essersi recato in tantissime località della Grecia e del Mediterraneo (5) e, dopo aver girato e peregrinato per i luoghi dell’Egeo, Rodi, Creta, Cipro, l’Ellesponto, Costantinopoli, culla della civiltà greca, ha scritto e conosciamo due sue ope- re storico-geografiche, la Descriptio insulae Cretae, inviata nel 1417 a Firenze a Niccolo Niccoli e il ‘Liber insularum Archipelagi cum pictura’, dedicato a al cardinale Giordano Orsini nel 1420. Il Liber insularum.., conobbe quattro rielaborazioni, quella definitiva redatta a Costantinopoli nel 1430 (la prima è perduta). L’opera ebbe da subito una grande fortuna –sopravvive infatti in numerosi esemplari manoscritti sia nelle biblioteche italiane che europee; venne inoltre ripresa negli isolari manoscritti e a stampa di fine Quattrocento e del Cinquecento, quali gli Isolari illustrati di Henricus Martellus, di Bartolomeo de li Sonetti e di Giovanni Bordone – fonda il genere degli isolari, uno dei piu significativi linguaggi rinascimentali di rappresentazione dello spazio; un linguaggio che conbinava e fondeva le forme simboliche della cartografia nautica, della corografia storico-descrittiva con il linguaggio storico-letterario proprio degli itinerari. L‘Isolario del Buontelmonti, è stato scoperto dal fiorentino Poggio Bracciolini che lo pubblicò in un codice latino.  Esiste un’altro esemplare dell’Isolario del Buontelmonti che è proprio quello ritrovato da Poggio Bracciolini e si trova presso la Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze (…) (Fig. 2), che pare portasse solo le carte delle isole ma non quella che quì pubblichiamo (Fig. 1-2-4), citata e pubblicata da Luciano Lago (4) e che è contenuta nel codice Hamilton 108 (5), conservato alla Biblioteca Statale di Berlino, che recentemente su cortese interessamento del Prof. Everardus Overgaauw, ci ha fornito la fotoriproduzione digitale tratte dall’originale (fol. 62v e 63r = Aufn. 132 + 133), in cui viene rappresentata tutta la peinisola dell’Italia con le due Isole della Sicilia e della Sardegna, che quì pubblichiamo su gentile autorizzazione della  Biblioteca Statale ‘Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek’ di Berlino, che la conserva nel Codice Hamilton 108. Esiste anche un’altra versione del l’”Isolario” del Buontelmonti, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana, ovvero il codice Barb. Latino 270.

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(Fig. 3) l’Isolario ‘Liber insularum Archipelagi cum pictura’, del 1420, di Cristoforo Buontelmonti (5), che contiene la carta manoscritta a colori della Fig. 1.

La carta d’Italia del 1420 (Fig. 1)(1), annessa all’Isolario del Buontelmonti (5).

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(Fig. 1) L’Italia, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonte, del 1420 (prima metà del secolo XV), contenuto nel Codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale ((Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di Berlino.

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(Fig. 2) Particolare delle coste dell’Italia meridionale nella carta contenuta nel Codice Hamilton 108 (5), contenente l’Isolario di Cristoforo Buontelmonti, del 1420 (prima metà del secolo XV),  tratta dall’Italia di Fig. 1.

Luciano Lago (4), scriveva in proposito: “Tav. V – La carta d’Italia che appartiene ad un codice della Biblioteca Nazionale di Berlino (Hamilton, mm. 108), contiene il testo del noto Isolario di Cristoforo Buontelmonti in redazione abbreviata. Appartiene alla prima metà del secolo XV. Le caratteristiche incisioni semilunari del contorno e la nomenclatura costiera (rispetto alla quale quella delle regioni interne è scarsissima) denunciano senz’altro la derivazione da carte nautiche, anzi la stessa inquadratura della carta, con l’intero Adriatico e la costa settentrionale dell’Africa è quella di una carta nautica. Ma il disegno che ha servito di modello (diretto o indiretto) – aggiunge l’Almagià (1929) – “doveva essere molto arcaico, come attestano alcuni particolari, per esempio la esageratissima sporgenza di Ancona, la forma tozza della Calabria, ecc..che anche nei più antichi prodotti della cartografia nautica a noi pervenuti sono molto più attenuati. Si noti anche la strozzatura della Penisola tra i Golfi di Policastro e di Manfredonia e si noti che la parte migliore della carta è ancora il disegno delle coste liguri…”.

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(Fig. 4) Particolare delle coste dell’Italia meridionale in una carta contenuta nel Codice Hamilton 108 (5), contenente l’Isolario di Cristoforo Buontelmonti, del 1420 (prima metà del secolo XV),  tratta e pubblicata dal testo di Lago (4) e di Fig. 1, conservata a Berlino.

Scalea o Porto di Sapri ?

L’interessantissima carta corografica dell’Italia, manoscritta e dipinta a colori, della prima metà del XV secolo, è inserita nel Codice Hamilton 108 che contiene Isolario o ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’, di Cristoforo Buontelmonti, che lo scrisse nel 1420, che quì pubblichiamo (Figg. 1-2-3-4 quella tratta dal testo di Luciano Lago). La carta dell’Italia, illustrata nell’immagine di  Figg. 1-2-3, è tratta dall‘Isolario o ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (Fig. 2), di Cristoforo Buontelmonti, del 1420, contenuto nel codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale ‘Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek’ di Berlino, a cui recentemente abbiamo chiesto la riproduzione digitale dell’originale ed ottenuto su interessamento del Prof. Everardus Overgaauw, e  che pubblichiamo. La carta corografica dell’Italia, in qestione (l’originale misura 30,5 x 32,5), insieme allIsolario ‘Liber insularum Archipelagi cum pictura’ di  Cristoforo Buontelmonti (5), è stata pubblicata da Almagià (4), e da Luciano Lago (4). Tuttavia, questa carta andrebbe ulteriormente indagata. Non è stato possibile esaminare de visu questa meravigliosa carta geografica dei primi del ‘400, ma dall’analisi dell’ingrandimento della riproduzione digitale (Fig. 4), si può leggere all’altezza di Sapri un toponimo scritto ‘Scalea’. Dal  particolare ingrandito delle nostre coste (Fig. 4), si può vedere che tra i toponimi citati lungo le nostre coste da Salerno in giù, tra un ‘Panicastro’ (Policastro), e ‘Malicia’ (Maratea), figura il toponimo di ‘Scalea’. Il toponimo di ‘Scalea’, è citato due volte. Infatti, l’altro toponimo di ‘Scalea’ è citato per la seconda volta dopo ‘Tim’ (che dovrebbe corrispondere all’Isolotto di Dino a Praja a Mare) e di S. Nicola, che dovrebbe corrispondere al toponimo di S. Nicola Arcella sulle coste della Calabria Tirrenica. Quindi – ed è questa la stranezza – che all’altezza di Sapri, troviamo citato il toponimo (il primo) di Scalea. Il primo toponimo di ‘Scalea’ citato, corrisponde al porto di Scalea che doveva essere la baia di Sapri. Certo è che questo primo toponimo di SCALEA, citato, non è lo ‘Scalea’ della Calabria Tirrenica, che è citato poco più giù. Inoltre, bisogna dire che la S di Scalea, si ripete una seconda volta con la sua parte bassa prolungata, tanto che si legge SCALSA. Può anche essere che l’autore anonimo che ha delineato la carta corografica in questione, abbia confuso SCALEA con SCIDRA.  All’altezza del Golfo di Policastro della costa tirrenica d’Italia, oltre ai toponimi interessanti di c. de Licosa (Capo di Licosa), Palamia o Palamida (Palinuro), Foresta (? forse Bosco, che ricorre spesso in alcune carte del tempo), Panicastro (Policastro), sotto Policastro o ‘Panicastro’, io leggo il toponimo di Scalea. Dopo ‘Scalea’, leggiamo i toponimi di Malicia (Maratea) e Tim ( Isola di Dino), per poi arrivare ad un secondo Scalea (Scalea). Io credo che il primo toponimo di ‘Scalea’ citato, corrisponda al Porto di Scalea che all’epoca doveva essere considerato la baia naturale di Sapri. Scalea e Policastro, a quell’epoca, costituivano due porti di solito segnati con il colore rosso perche erano entrambi porti franchi, in quanto essi erano particolarmente impegnati nelle operazione belliche della Guerra del Vespro Siciliano, ovvero nella guerra che vi fu cruenta proprio sulle nostre coste tra le due casate, quella Aragonese che voleva conquistare il Regno di Napoli e strapparlo agli Angioini di Carlo II d’Angiò.

La Carta del Mediterraneo contenuta nell’”Isolario” del Buontelmonti, esemplare conservato alla Bibliotteca Medicea-Laurenziana di Firenze

In questa Carta del Mediterraneo (6), illustrata nelle immagini che seguono di Figg. 5-6-7, figura il toponimo di ‘Saffri’, tra i luoghi o i porti e gli scali marittimi del litorale Tirrenico dell’Italia meridionale. Si tratta di una carta geografica contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti, contenuto nel Codice latino di derivazione Tolemaica, Codice Plut. XXIX, 25 (Plut. 29.25), pp. cc. 62v e 63r, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze, e citata da Luciano Lago (4), op. cit., Tav. VII, dopo pag. 185 e s.  Questa carta, fu pubblicata dall’Almagià, op. cit. (3), Tav. X. bis, ed è quella contenuta nell’Isolario, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, XXIX, 25 della seconda metà del secolo XV.

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(Fig. 5) La ‘Carta del Mediterraneo’,  contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti, contenuto nel Codice latino di derivazione Tolemaica, Plut. 29.25, pp. cc. 62v e 63r, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze.

Plut. 9

(Fig. 6) Particolare della ‘Carta del Mediterraneo’, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti, contenuto nel Codice latino di derivazione Tolemaica, Plut. 29.25, pp. cc. 62v e 63r, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze.

Plut. 9

(Fig. 7) Particolare della ‘Carta del Mediterraneo’, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti, contenuto nel Codice latino di derivazione Tolemaica, Plut. 29.25, pp. cc. 62v e 63r, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze.

La Carta del Mediterraneo contenuta nell’”Isolario” del Buontelmonti, esemplare conservato alla Bibliotteca Medicea-Laurenziana di Firenze

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(Fig. 8) La carta corografica dell’Italia meridionale contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti,  posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze (collocato: II.II.312, pag. c. IIv), citata e pubblicata da Luciano Lago, op. cit. (4), dopo pagina 185 e s., Tav. VI. Anche in questa carta – tratta dal testo di Lago, ritroviamo citato il toponimo di Sapri. Non abbiamo potuto esaminare de visu la carta tratta dall’orinale dell’Isolario del Buontelmonti conservato lla Laurenziana (altro esemplare rispetto al Plut. XXIX, 25), ma dall’immagine pubblicata dal Lago si legge chiaramente il toponimo di Sapri.

Nel XV secolo, il toponimo di Sapri in alcune carte, trasformato in ‘Saperi’

Nel corso delle nostre ricerche, recentemente abbiamo trovato ben due carte geografiche manoscritte che citano il toponimo di Sapri come ‘Saperi’. Si tratta di due carte del XV secolo. Una è la carta nautica o portolano che abbraccia il mare Mediterraneo di Alber- tin de Virga del 1409 (Fig. 1) e l’altra è la carta dell’Italia detta ‘Carta Novella’, realizzata da Enrico Martello nel 1482 (Figg. 2-3). Nel primo caso si tratta di un porto o di uno scalo portuale, trattandosi di un portolano o carta nautica, mentre l’altra carta, quella del Mar- tello, cita un villaggio o luogo conosciuto. E’ interessante notare che in ambedue le carte, dove Sapri figura con il toponimo di ‘Saperi’, è la chiara testimonianza che il luogo di Sa- pri fosse conosciuto nel XV secolo. E’ probabile che a queste due carte ve ne saranno ag- giunte delle nuove in quanto crediamo non essere le sole a citare il toponimo di Saperi. Luigi Tancredi (4), in un suo scritto riporta la notizia che, secondo lo storico Apollonio Rodio (5), parlava di un toponimo grecoSaprini’, simile a ‘Saperi’. Tancredi, dice in pro- posito che “non ci sono notizie che lo confermino”. Il ‘Sapereis’ di Apolonio Rodio, potreb- be spiegare la citazione del toponimo Saperi su alcune carte nautiche.

La carta nautica di Albertin de Virga del 1420 (2).

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(Fig. 1) Portolano del “Mediterraneo e Mar Nero“, di Albertin de Virga, del 1409 (1).

Albertin de Virga o Albertinus de Virga, era un cartografo veneziano che intorno ai primi decenni del XV secolo, ha redatto e disegnato delle carte nautiche o portolani di ottima fattura. Tra queste, vi è quella intitolata “Mediterraneo e Mar Nero” del 1409 (inizi XV se- colo), probabilmente redatta per la Repubblica di Venezia, che cita il toponimo di Saperi (Fig. 1) (2). E’ un foglio di pergamena manoscritto colorato e miniato, 680 x 430 mm., con- servata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. L’immagine (Fig. 1) che pubblichiamo è tratta da De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin (2).

Saperi‘, nella Carta Novella’, dell’Italia, realizzata a Firenze nel 1482 da Enrico Martello (4).

Un’altra carta, dove viene citato il toponimo di Sapri trasformato in ‘Saperi’ è quella a cura dell’Ignoto Berlingheriano (anonimo), annessa alla stampa della prima ‘Carta Novella’, dell’Italia (Carta moderna dell’Italia), realizzata a Firenze nel 1482 da Enrico Martello ed inserita quale tavola moderna nel Codice Latino MAGLIABECANO XIII.6, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze (4) (Figg. 2 e 3). In questa carta manoscritta del XV secolo, si vede scritto il toponimo di Sapri, riportato con il toponimo di ‘Saperi’ (4).

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(Fig. 2) Carta dell’Italia, di Ignoto Berlingheriano (anonimo), annessa alla stampa della prima ‘Carta Novella’, dell’Italia (Carta moderna dell’Italia), realizzata a Firenze da Enrico Martello nel 1482 (3).

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(Fig. 2 e 3) Particolare della carta manoscritta, a cura dell’Ignoto Berlingheriano (anonimo), annessa alla stampa della prima ‘Carta Novella’, dell’Italia (Carta moderna dell’Italia), realizzata a Firenze da Enrico Martello nel 1482 (3). In essa si vede chiaramente  scritto il toponimo di Sapri, trasformato in Saperi (3).

Nel 1456, Sapri nella carta d’Italia del Massajo

Un altro disegnatore di manoscritti del ‘Geographia’ fu il pittore fiorentino Pietro del Massaio. L’assistente tecnico di Donnus Nicolaus Germanus, che lavorava a Firenze come cosmografo (e forse stampatore) che, nel 1466, presentò in visione a Borso d’Este, duca di Ferrara, il manoscritto di un Geographia. Il manoscritto è tuttora conservato nella Biblio- teca D’Este a Modena. Pietro del Massajo, assistente e disegnatore del Nicolò Germanico era l’artista che disegnava le mappe secondo le indicazioni del cosmografo Nicolò Ger- manico, i cui testi invece erano scritti da Hugo Comminelli, un noto miniaturista origina- rio di Mezières sulla Mosella. Della scuola del Massaio, che si ispira, tra altri, al Codice Laurent. XXX.1, con riferimento sia alla tavola tolemaica, sia alla tavola nuova è lItalia Novella’ di Pietro del Massajo annessa al codice latino 4802 della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo del 1450, dipinta a colori dal Massajo nel 1456 (Fig. 1), su pergamena e conservata insieme al codice latino nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Questa carta è citata anche dall’Almagià (3). In essa si vedono  chiaramente riportati i toponimi di ‘Palamida’ (Palinuro), ‘Policastro’ e Sapri (1) (Fig. 1). L”Italia Novella’ di Pietro del Massajo, forse del 1450, è una carta manoscritta dipinta a colori. L’originale misura circa cm. 75 x 53. Purtroppo, il toponimo di Sapri è eroso ma guardando de visu la carta, il toponimo vi è citato.

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(Fig. 1) L’”Italia Novella”, carta manoscritta e dipinta a colori dal fiorentino Pietro del Massajo, del 1456, annessa al Codice Latino 4802 della Geografia di Tolomeo (1), conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia (1-2)

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(Fig. 1) L’”Italia Novella”, carta di Pietro del Massajo particolare delle nostre coste, dove si vede chiaramente riportati i toponimi di ‘Palamida’ (Palinuro), ‘Policastro’ (scritto in rosso perchè più importante o porto franco) e Sapri (1-2).

(Fig. 3) Codice Parigino Latino 4802 della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo di Jacobus Angelus, non datato, forse delineato nel 1456 e conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia Parigi

Il Codice della Cosmographia di Tolomeo di Jacopo Angelo alla BNF

Della versione della ‘Geographia’ di Tolomeo del Germanico, del 1466 e disegnata dal fiorentino Pietro del Massajo, si conoscono diversi manoscritti e, divenne la base per le mappe della prima edizione a stampa del ‘Geographia’, fatta a Bologna nel 1477. Ci sono giunti tre manoscritti firmati dai due uomini, datati 1469, 1472 e il terzo senza data. Il terzo senza data è proprio il n. 4802, conservato alla Biblioteca Nazinale di Francia da cui abbiamo tratto l’immagine di Fig. 1 (1). Un altro manoscritto anonimo è così somigliante a questi tre che è stato da molti attribuito a Pietro del Massaio. Il Codice Parigino Latino 4802 della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo è un codice latino di Jacobus Angelus, non datato, forse delineato nel 1456 e conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia Parigi, consultabile sul sito: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8454687p/f261.planchecontact. Da questo codice, che contiene le carte dipinte, attribuite a Pietro Massajo, abbiamo tratto l’”Italia Novella”, forse delineata nel 1456 (Fig. 1). L’Almagià (3), sciveva in proposito: “Di questo Codice della Geografia di Tolomeo, sappiamo che era appartenuto alla Biblioteca di Alfonso V di Napoli.”.

L’altra carta del Massajo contenuta nel Codice Vaticano Urbinate Latino 277

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(Fig. 5) Italia Novella di Pietro del Massajo, forse del 1456, contenuta nel  Codice Vaticano Urbinate Latino 277, della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana, consultabile con la segnatura: Urb.lat.277.

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(Fig. 7) Particolare ingrandito delle nostre coste

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Vitale Giuliana, “Sul segretario regio al servizio degli Aragonesi di Napoli”, in Studi storici, n. 2, aprile-giugno 2008, pp. 293-321.

(…) Natella Pasquale Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista dell’I.G.M. ‘L’Universo’, ed. I.G.M. Firenze, Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Tutini Camillo, Dell’origine e fundazione dè Seggi di Napoli e il libro di De Lellis etc..’, ed. Gessari, Napoli, 1754 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio. Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 × 65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

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(….) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 200 e sgg. (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, ed. di Storia e Letteratura Italiana, 1973, Roma, 1973 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 591, 592. Si veda pp. 538 e s. su Policastro; si veda pure vol. I, p. 592-593; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(…) Leostello Joampiero Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491), pubblicato in Filangieri Gaetano (principe), nel suo Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, Napoli, 1883, vol. I (Archivion Attanasio)

(…) Riguardo Alfonso d’Aragona, figlio di Ferdinando I d’Aragona, il Borsari in Treccani riportava la seguente bibliografia: Fonti e Bibl.: Cronaca di Napoli di Notar Giacomo, a cura di P. Garzilli, Napoli 1845, pp. 125, 165, 172; Joampiero Leostello, Effemeridi delle cose fatte er il Duca di Calabria (14841491), a cura di G.Filangieri Napoli 1883, pp. 151-153, 161-162, 165, 171, 177, 220, 238; N. Barone, Le cedole di tesoreria dell’Archivio di Stato di Napoli dall’anno 1460 al 1504,in Arch. stor. per le prov. napol., IX(1884), pp. 634, 635; Regis Ferdinandi Primi Instructionum Liber (10 maggio 1486-10 maggio 1488), a cura di L. Volpicella, Napoli 1916, nn. XXI, XXXV, XLIV, LXIIL LXXIII e pp. 264-265; B. Croce, Giovanni Cosentino, in Aneddoti di varia letteratura, 2 ediz., I, Bari 1953. pp. 95-96, 101.

(…) Bosio Giacomo, ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso’, Napoli, 1600; si veda vol. III, fol. 177 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(….) Filangieri Gaetano (principe), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, Napoli, 1883, vol. I (Archivio Storico e digitale Attanasio)

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(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, si veda vol. I, p. 223 e p. 236, dai seguenti titoli:  il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), p. 400 e 401 (Archivio Storico Attanasio – copia digitale. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito). Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il vol. III ha il seguente titolo: ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Il vol. IV ha il seguente titolo: ‘Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV’, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(…) Del Mercato Pier Francesco, Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Alfano Giuseppe Maria, Istorica descrizione del Regno di Napoli”, ed. Manfredi, 1795

(…) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: “La contrastata giurisdizione feudale del vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia”, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, n. 27, pp. 279 e sgg. in ‘Documenti’, Nuova serie, n. 27, XIV, 1, giugno 1997, fasc. 27 (annata LVII dalla fondazione), ripubblicata da Pietro La Veglia editore (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e  sgg.. (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)

(…) Santoro G., Le Torri costiere della Campania, stà in ‘Napoli Nobilissima’, anno 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro G., L’Economia della Provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio (1862-1962), Salerno, 1966; si veda pure: Santoro G., ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi immagini, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Vassalluzzo Mario, ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amm.va, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

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(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un esemplare che gli fu mostrato da Scipione Volpicella. Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  In particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (2), riportandone solo l’intestazione (Archivio Attanasio).

(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906, ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 2000; si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, ristampa a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento Salerno, 2000.

(…) Franciosa L., Il Cilento, ed. ‘Ipocratica’, Serie II, n. 1, Salerno

(…) Cassese Leopoldo, La statistica ecc.., stà in ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, Salerno (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ferraiolo Melchiorre, “Cronaca della Napoli Aragonese, 1498 – 1503” è un manoscritto (MS M.0801, fol. 095r della Morgan Library di New York), della fine del 1500, dove si racconta la fine dei Petrucci. Riccardo Filangieri di Candida, Una cronaca napoletana figurata del Quattrocento, Accademia di architettura, lettere e belle arti, L’Arte tipografica, Napoli, 1956; si veda pure: Ferraiolo, Cronaca, edizione critica a cura di Rosario Coluccia, Firenze, Accademia della Crusca, 1987; Nicola Vacca, Sull’autore della “Cronaca napoletana figurata del Quattrocento”, in Atti della Accademia Pontaniana, nuova serie, IX (1959-60), p. 113 ss.; Olga Casale, Nota a un’edizione della cronaca napoletana del Ferraiolo, «Annali della Facoltà di Magistero dell’Università degli Studi di Lecce, vol. II, 1972-73, pp. 3–31

(…) Marzolla B., Atlante corografico storico-statistico del Regno delle due Sicilie, Napoli

(…) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli

(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Bosio Giacomo,  ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso’

(…) Fazello Tommaso, ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560, si veda cap. IX (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(…) Amari Michele, La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure Amari Michele, La Guerra del Vespro Siciliano, ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, 1947 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Minieri-Riccio, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s. (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore, per il ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, si veda pure: C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181.

(…) Gli Archivi Angioini, conservati nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

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(…) Perito Enrico, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Porzio Camillo, La congivra dè Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I, Roma, 1565 (Archivio Storico e digitale Attanasio); si veda pure l’edizione: “La Congiura dè Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando Primo e gli altri scritti” a cura di Ernesto Pontieri, edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1958 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Gatta Costantino, Memorie Topografiche-Storiche della Provincia di Lucania,  Napoli, presso Gennaro Muzio nel 1732, vedi  p. 445

(…) Galasso Giuseppe (…), nel suo ‘Mezzogiorno medievale e moderno’, ed. Einaudi, Torino, 1965 (Archivio Storico Attanasio); si veda pp. 141-142,

(…) Croce Benedetto, Storia del Regno di Napoli, (Archivio Storico Attanasio), si veda cap. I

(….) Pontieri Ernesto, Per la storia del regno di Ferrante I d’Aragona re di Napoli, Napoli, 1948; passim; ID, Alfonso I d’Aragona nel quadro della politica italiana del suo tempo, in ‘Divagazioni storiche e storiografiche’, serie I, Napoli, 1960, pp. 201-310

(….) Gentile P., Lo stato napoletano sotto Alfonso I d’Aragona, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n.s., 23 (1937), pp. 1-56 e 24 (1938), pp. 1-56;

(…) Cassandro G., Lineamenti di diritto pubblico ecc...

Mazzoleni

(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s. (Archivio Storico Attanasio); segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure l’opera di Mazzoleni Jole, ‘Gli atti perduti della cancelleria angioina’, parte I, vol. I, a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1939; si veda pure J. Mazzoleni, ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974, p. 36.

(…) Mazzoleni Bianca (a cura di) Gli atti perduti della Cancelleria Angioina transuntati da Carlo de Lellis pubblicati sotto la direzione di Riccardo Filangieri, in ‘R. Istituto Storico Italiano Per il Medioe Evo, Regesta Chartarum Italiae’, parte I, Il Regno di Carlo I, vol. I (a cura di Mazzoleni Bianca), Roma, 1939.

Luca Mannelli, manoscritto

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, la cui datazione potrebbe risalire a molto prima del ‘600. Scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto (…), in ‘Pixus-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, credeva che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371 (anno 1601-1700). Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (13). Si veda pure Padiglione C. (14), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (4), op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano I, è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit. (6), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v.

I Quinternioni feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

(…) Il Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche.

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (Archivio Storico e Digitale Attanasio)

(…) Cozzetto Fausto,  Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mercati Giovanni, Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli.

(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479

(…) Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio)

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia, Unione Grafica, Lugio, 1997 (Archivio Storico Attanasio)

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Campanile Filiberto, Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, (Archivio storico e digitale Attanasio), si veda a p. 50 (citato da Ebner) cita Giovanni  Carrafa e Carlo V e si veda p. 185 sulla famiglia Sanseverino

(…) Azzarà G., I Sanseverino nella storia d’Italia, nella rivista “Studi Meridionali”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335

(….) Del Giudice Pasquale, Gli Statuti inediti del Cilento, in Atti della Reale Accademia di Napoli, vol. XXXIII, Napoli, 1901

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(…) Agatangelo P. e Romaniello Pantaleo, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, 1968 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Wadding Lucas, Annales Minorum, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31; Wadding, Lucas, Annales Minorum seu trium Ordinum sancti Francisci, T. IV- VII. Quaracchi, 1931. — , Scriptores Ordinis Minorum, Roma, 1780

(…) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri Alfonso, Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mazza Antonio, Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681 (Archivio Storico Attanasio)

(…) De Lellis Carlo, Supplemento a Napoli Sacra di D. Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli, 1654 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure:

 
De Lellis, Carlo <fl. 1663-1671>
Caserta : Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893

di Carlo De Lellis per i Notamenti e repertori della Cancelleria Angioina si veda pure ‘Notamenta ex registris Caroli II: Roberti et Caroli ducis Calabriae’ (ms. del XVII sec.). Napoli: Archivio di Stato di Napoli, vol. III, IV e IV bis.

(…) De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, pag. 193 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mallamaci Giorgio, Torraca – Storia di un borgo del Cilento, ed. e-book, e a stampa, ed. Universitarie Romane, Roma, 2009 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(…) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, Napoli, 2018, ed. e-book (Archivio Storico Attanasio)

Per la Bibliografia su Ruggiero di Lauria

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(…) Palmieri Nicola, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri, Lauria, (PZ), Tipografia editrice F.lli Rossi, ed. 1898 e 1914 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Zurita Girolamo, Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Caggese Romolo, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, vedi vol. I, pp. 442-443; vedi vol. II, p. 191- 554; dello stesso autore si veda: Caggese Roberto, L’Alto Medioevo, ed. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1937 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Summonte G. A., Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli, 1675, tomo II, pp. 294; si veda vol. III, p. 270 e sgg., edizione Gio Jacomo Carlino, Napoli, 1602 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Scotti…., Syllabus membranorum ad Regiae Siciliae Archivum pertinientium, Napoli, ed. …., 1814, vol. III, p. 3 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Del Giudice Giuseppe, Codice diplomatico del Regno di Carlo I e II d’Angiò – dal 1265 al 1309, Napoli, 1863 (Archivio Storico Attanasio), dove il Del Giudice pubblicava il testo dello Scotti e poi dell’Aprea

(…) Lomonaco Vincenzo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, Napoli, ed……, 1858 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pontieri Ernesto, Un Capitano della Guerra del Vespro, stà in ‘ASCL’, I; idem ‘Ricerche sulla crisi della Monarchia siciliana nel secolo XIII’, Napoli, 1958

(….) Augurio Francesco e Musella Silvana, Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo, ed. Associazione Mediterraneo, Lauria, 2000 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Muntaner R., Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot, Firenze, 1844 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Parisio Prospero, Topografia di Calabria, ed. …..

(…) Visalli V., Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche, Messina, 1900

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, ed. Loesher, 1889 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’, ed. Orizzonti Meridionali, 2014 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Scarlata M., Carte reali diplomatiche di Giacomo II d’Aragona (1291-1327) riguardanti l’Italia, Palermo, 1993; Acta siculo-aragonensia, Palermo 1972;

(…) H. Finke, Acta aragonensia, Berlino, 1908;

(…) Pucci Michelangelo, Tortora – Natura Storia Cultura, ed. Zaccara, Lagonegro (PZ), 2017 (Archivio Storico Attanasio)

(…) AA.VV., ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255

(…) Fulco Amedeo, Memorie storiche di Tortora, ed. Libreria Intercontinentalia, Napoli,  1960, nuova edizione Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52

(…) Manco C., Scalea prima e dopo, Scalea, 1969

(…) Vincenti Pietro, Teatro degli uomini illustri che furono protonotari del Regno di Napoli, Napoli, Gio Battista Sttile, 1607 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(….) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana, ed. Lighnthing Source UK Ltd, 2016 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pacichelli Giovan Battista, Il Regno di Napoli in Prospettiva, Napoli, ed.

(…) Mons. Damiano D., Maratea nella storia e nella luce della fede, ed. Missioni O.M.I., Roma (Archivio Storico Attanasio)

(…) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651 (Archivio storico e digitale Attanasio)

(…) Bolvito G.B., Variarum rerum, mss (1585) ed. Società di Storia Patria, Roma

(…) Vincenzio N., Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III

(…) Moscati R., Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoetane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.

(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, a cura di Raffaele Ferdinando Marino, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fusco Felice, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in “Euresis”, VIII (1992); ‘Capitulationes et Pacta Terrae Rofrani, ovvero gli antichi Statuti municipali di Rofrano, ivi, XI (1995); si veda pure dello stesso autore: Fusco Felice, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Filangieri Riccardo, Introduzione, in Gli atti perduti della cancelleria angioina transuntati da Carlo De Lellis, pubblicati sotto la direzione di Idem, parte I, vol. I («Regesta chartarum Italiae»), Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1939, pp. VII-LII; Idem, Programma di ricostruzione dell’archivio della Cancelleria Angioina, in «Notizie degli Archivi di Stato», VIII (1948), pp. 36-38; Idem, Prefazione, in I registri della cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di Idem, Napoli, Accademia Pontaniana, 1950, pp. V-XII; Idem, Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane compilati da Carlo De Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII (1927), ora in Idem, Scritti di paleografia e diplomatica, di archivistica e di erudizione, Roma, Ministero dell’interno 1970, pp. 173-200; Jole Mazzoleni, Storia della ricostruzione della cancelleria angioina, Napoli, Accademia Pontaniana, 1987; Stefano Palmieri, Degli archivi napolitani. Storia e tradizione, Bologna, il Mulino, 2002, pp. 250 sgg.

(…) Leostello Giampiero Volterrano, Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, vol. I, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883 (Archivio Attanasio). Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), oppure Codice Italiano già 9996.

(…) Filangieri Gaetano principe di Satriano, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, vol. I, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883 (Archivio Attanasio)

(….) Riguardo la citazione di Gaetani (…) delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano (o Prignani), di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi e che furono poi pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’, forse raccolte e pubblicate dal Fortunato nell’inedito ‘Codice diplomatico potentino’,  costituito da 55 documenti che dal 1178, giungono al 1500, forse pubblicati nel testo ‘Badie, Feudi e Baroni della Valle di ..‘, poi in seguito pubblicate dal Pedio (…). Invece forse si tratta di Prignani Giovan Battista (…), ‘Memorie storiche della città di Salerno’, forse un manoscritto.  Manoscritto; 1601-1657 data stimata (codice donato alla Biblioteca Angelica nel 1657). ‘Delle famiglie di Salerno’. Tomo primo (1r). Delle famiglie di Salerno. Tomo secondo (1r del ms. 276); il tomo primo è nel ms. 276. Si veda: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152. G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in ““Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]. M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]. G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80).

(…) Pecori G., ‘Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms.’, Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47)

(…) Bruno I., Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino)

(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

(…) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.

(….) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (..), a p. 154, alla nota 4 (nota 1). Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.

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(…) De Micco Consigliere – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Aromando G. – Falcone Giovanna, Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004, mensile di cultura, edito dal Centro Culturale Studi Storici, Eboli, 1996-2008, anno I-XIII, nn. 1-145.

(…) Sacco Antonio, La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada, 4 voll…, Roma, Tipografai dell’Unione, 1914-1430 (ristampa anastatica con premessa di Vittorio Bracco, Salerno, Tipografia Boccia, 1982) (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carlone Carmine, I regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400) a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carlone Carmine, Regesti delle pergamene di Tegiano (1197-1499), a cura di A. Didier, presentazione di Giuseppe Vitolo, 1988, ed. Carlone, 1988 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Rocchi Antonio, De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Agresta Apollinare, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno etc…, Messina, 1681

(…) Ronsini Domenicantonio, ‘Cenni storici sul Comune di Rofrano, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa) (Archivio Attanasio)

Bibliografia sulle carte di Cristoforo Buontelmonti

(…) Cristoforo Buondelmonti nato nel 1386 da una potente famiglia fiorentina, che aveva forti legami con il Levante, si formò con ogni probabilità alla scuola di Guarino ed era legato alla cerchia umanistica di Niccolo Niccoli, con il quale condivise l’interesse per la geografia. Lasciata Firenze, nel 1414 si recò a Rodi, per riscoprire le tracce della antica e civiltà greca e per oltre sedici anni percorse tutte le isole, le città, i monasteri del mare Egeo, Creta, Cipro, l’Ellesponto, Costantinopoli. Frutto di queste lunghe peregrinazioni nella culla della civiltà greca sono due opere storico-geografiche, la Descriptio insulae Cretae, inviata nel 1417 a Firenze a Niccolo Niccoli e il ‘Liber insularum Archipelagi cum pictura’, dedicato a al cardinale Giordano Orsini nel 1420. Il ‘Liber insularum’ conobbe quattro rielaborazioni, quella definitiva redatta a Costantinopoli nel 1430 (la prima è perduta). L’opera ebbe da subito una grande fortuna – sopravvive infatti in numerosi esemplari manoscritti sia nelle biblioteche italiane che europee; venne inoltre ripresa negli isolari manoscritti e a stampa di fine Quattrocento e del Cinquecento, quali gli Isolari illustrati di Henricus Martellus, di Bartolomeo de li Sonetti e di Giovanni Bordone – fonda il genere degli isolari, uno dei piu significativi linguaggi rinascimentali di rappresentazione dello spazio; un linguaggio che conbinava e fondeva le forme simboliche della cartografia nautica, della corografia storico-descrittiva con il linguaggio storico-letterario proprio degli itinerari.

(1) (Fig. 1-4-9) La carta corografica della penisola Italiana e delle due Isole della Sicilia e Sardegna, contenuta in un esemplare del ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti (che lo compose nel 1420), annesso al codice berlinese Hamilton 108 (5), conservato alla Biblioteca Statale (Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di di Berlino, che è l’unico esemplare che contiene la carta dell’Italia in questione (Figg. 1-3). Si tratta di una carta manoscritta a colori, di autore anonimo, annessa al libro di Buontelmonti (5). L’unica carta dell’Italia (Figg. 1-3-4) è cotenuta nell’esemplare berlinese. La carta in questione  è stata pubblicata da Luciano Lago, op. cit. (4), dopo pag. 185 e s. Tav. V ed è stata pubblicata anche da Almagià R., op. cit. (3),  Tav. VII, 1). Recentemente, abbiamo ottenuto su cortese interessamento del conservato alla Biblioteca Statale di Berlino, che recentemente su cortese interessamento del Prof. Everardus Overgaauw, ci ha fornito la fotoriproduzione digitale tratte dall’originale (fol. 62v e 63r = Aufn. 132 + 133), in cui viene rappresentata tutta la peinisola dell’Italia con le due Isole della Sicilia e della Sardegna, che quì pubblichiamo su gentile autorizzazione della  Biblioteca Statale ‘Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek’ di Berlino, che la conserva nel Codice Hamilton 108.

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(Fig. 9) Isole: Sardegna e Sicilia (fol. 63r) della carta corografica dell’Italia, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonte, del 1420 (prima metà del secolo XV), contenuto nel Codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale ((Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di Berlino, dove è conservato e da dove è pervenuto il file tratto dall’originale.

(2) (Fig. 8) La carta corografica dell’Italia meridionale contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti,  posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze (collocato: II.II.312, pag. c. IIv), e citata e pubblicata da Luciano Lago, op. cit. (4), dopo pagina 185 e s., Tav. VI.

(3) Almagià R., Monumenta Italiae Cartographica, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore. , Tav. VII, 1). Almagià, pubblicò anche altre due carte dell’Isolario del Buontelmonti, Tav. X. bis, che sono quelle contenute nell’Isolario, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, XXIX, 25 della seconda metà del secolo XV.

(4) Lago L., Imago Mundi et Italiae – la versione del mondo e la scoperta dell’Italia nella cartografia antica (secoli X-XVI), con contributi di L. Gambi, M. Milanesi, L.Rombai, per la mostra di Cartografia storica allestita dall’Università degli Studi di Trieste, ed. La Mongolfiera, Trieste, 1994: Tav. V, stà nel cap.: ‘Le prime carte corografiche moderne dell’Italia’.

Plut., 3

(Fig. 9) Esemplare del ‘Liber Insularim Archipelagi cum pictura’, di Buontelmonti, conservato alla Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze

Plut.4

(Fig. 10) Esemplare del ‘Liber Insularim Archipelagi cum pictura’, di Buontelmonti, conservato alla Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze

(5) (Fig. 2) L‘Isolario o ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’, di Cristoforo Buontelmonti, del 1420, è contenuto nel codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale (Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di Berlino; si veda il testo con prefazione di Ludovico de Sinner, Helvetia, Berna, Lipsia et Barolini, 1824, Lightning Source UK Ltd, Milton Keynes UK; la versione Berlinese è l’unica che contiene la carta dell’Italia in questione (Figg. 1-3). Il codice Hamilton 108,ha la seguente collocazione: Ms. Ham. 108. Ricordiamo che il Codice Hamilton, conservato a Berlino, è di notevole interesse. L‘’Isolario’ del Buontelmonti, è stato scoperto dal fiorentino Poggio Bracciolini che lo pubblicò in un codice latino e, possono essere scaricate dal sito: https://www.bl.uk/catalogues/illuminatedmanuscripts/Results.asp, ma esistono altre versioni dello stesso codice scoperto da Poggio Bracciolini nel…..Esiste il codice Latino, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, che riporta la segnatura Plut. 29-25 (Figg. 9-10-11). L’Almagià (3), pubblicò anche altre due carte dell’Isolario del Buontelmonti, Tav. X. bis, che sono quelle contenute nell’Isolario, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, XXIX, 25 (collocazione: Plut.29.25), della seconda metà del secolo XV. Esiste anche una versione conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana, ovvero il codice Barb. Latino 270. Si veda in particolare il testo “Desciption des iles de l’Archipel par Christophe Buontelmonti – version grecque par un anonyme” di Emile Legrand, Paris, ed. Ernest Leroux, 1897; si veda pure: Campana A., ‘Da codici del Buontelmonti’, estratto da “Silloge Bizantina” in onore di Silvio Giuseppe Mercati, Roma, 1957.

Plut., 8

(Fig. 11) Esemplare del ‘Liber Insularim Archipelagi cum pictura’, di Cristoforo Buontelmonti, il Plut. XXIX, 25, conservato alla Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze (5).

(6) (Figg. 5-6-7) La ‘Carta del Mediterraneo’, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti, contenuto nel Codice latino di derivazione Tolemaica, Codice Plut. XXIX, 25 (Plut. 29.25), pp. cc. 62v e 63r, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze, e citata da Luciano Lago (4), op. cit., Tav. VII, dopo pag. 185 e s.  Questa carta, fu pubblicata dall’Almagià, op. cit. (3), Tav. X. bis, ed è quella contenuta nell’Isolario, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, XXIX, 25 della seconda metà del secolo XV.

(Fig. 8) La carta corografica dell’Italia meridionale contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti,  posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze (collocato: II.II.312, pag. c. IIv), citata e pubblicata da Luciano Lago, op. cit. (4), dopo pagina 185 e s., Tav. VI. Anche in questa carta – tratta dal testo di Lago, ritroviamo citato il toponimo di Sapri. Non abbiamo potuto esaminare de visu la carta tratta dall’orinale dell’Isolario del Buontelmonti conservato lla Laurenziana (altro esemplare rispetto al Plut. XXIX, 25), ma dall’immagine pubblicata dal Lago si legge chiaramente il toponimo di Sapri.

(2) (Fig. 1) Carta nautica “Mediterraneo e Mar Nero” di Albertinus de Virga, del 1409. E’ un foglio di pergamena manoscritto colorato e miniato, 680 x 430 mm. , conservata alla Bi- blioteca Nazionale di Parigi, Cartes et Plans, Rés. Ge D 7900, che pubblichiamo, è tratta dal testo di De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, Tav. 11 e commenti alle tavole, pp. 199-200.   

(3) (Figg. 2 e 3) La ‘Carta Novella’ d’Italia (Carta moderna dell’Italia), manoscritta, a cura dell’Ignoto Berlingheriano (anonimo), annessa alla stampa della prima ‘Carta Novella’, dell’Italia (Carta moderna dell’Italia), realizzata a Firenze nel 1482 da Enrico Martello (XV secolo), ed inserita quale tavola moderna nel Codice latino MAGLIABECANO XIII.6, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. In questa carta si vede chiaramente scritto il toponimo di Sapri viene riportato comeSaperi’. Questa carta è stata pubblicata da Borri A., op. cit. (4), CM6, p. 15 e dall’ Almagià R., Monumenta Italia Cartographica, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. X.

(4) Tancredi Luigi, Sapri, giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 19 (Archivio Storico Attanasio)

(5) Apollonio Rodio, 2, 395

Note bibliografiche sulla Carta di Pietro Massajo

(1) (Fig. 1) L”Italia Novella’ di Pietro del Massajo del 1450, dipinta a colori. L’originale misura circa cm. 75 x 53. Questa carta e l’immagine sono tratte dall’Almagià (3), Tav. IX, 1), dove si vedono chiaramente riportati i toponimi di ‘Palamida’ (Palinuro), ‘Policastro’ e Sapri. Questa carta è stata citata dall’Almagià (3), Tav. IX, 1). L’immagine della Fig. 1, è la pagina 127r del Codice (2) ed è tratta dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8454687p/f261.planchecontact. Questa carta ed altre del Massajo, sono annesse al Codice Parigino Latino 4802 della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo (2).

(2) (Fig. 3-4) Codice Parigino Latino 4802 della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo di Jacobus Angelus, non datato, forse delineato nel 1456 e conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia Parigi, consultabile sul sito: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8454687p/f261.planchecontact. L’Almagià (3), sciveva in proposito: “Di questo Codice della Geografia di Tolomeo, sappiamo che era appartenuto alla Biblioteca di Alfonso V di Napoli.”.

(4) (Fig. 6) Codice Vaticano Urbinate Latino 277, della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana, consultabile con la segnatura: Urb. lat. 277. Ptolomaei Claudii cosmographia, tabulae topographicae nonnullarum urbium, Veterani Friderici hexametri Sec. XV med. 2)

  • 2rv: Iacopo d’Angelo da Scarperia, sec. XV Iacobi Angeli Florentini praefatio in cosmographiam Ptolemaei Alexandrini ex graeco in latinum traducta ad Alexandrum V [in codice: “III”] summum pontificem Sec. XV med

(3) Almagià R., Monumenta Italia Cartographica, ed. I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. IX, 1)

Dal 1245 al 1271, Manfredi, Corradino ed i Lancia, ultimi Svevi nelle nostre terre

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Sono convinto che indagando ulteriormente sulla nostra storia avremo non poche sorprese. Per condurre un’approfondita analisi ed indagine geo-storica del nostro territorio ci verrà utile indagare attraverso lo studio dei documenti d’Archivio. Mi auguro che questo saggio possa indurre altri ad approfondire ulteriormente i diversi aspetti affrontati.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig. 2) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…)

Incipit

In questo saggio vorrei fare il punto di quanto emerso ed alcune notizie storiche del periodo successivo alla morte di Federico II di Svevia, la corsa alla sua successione nel Regno di Sicilia di cui facevano parte le nostre terre. In particolare un episodio che riguarda Tortorella e Torraca nella Contea di Riccardo di Lauria ai tempi di Corradino di Svevia prima della sua disfatta a Tagliacozzo allorquando perse la battaglia contro l’esercito di Carlo I d’Angiò. Dopo la morte dello zio Manfredi, nel 1266, Corradino di Svevia ultimo degli Hohenstaufen scese in Italia e rinfocolò le istanze degli ex feudatari Svevi e ghibellini, alcuni dei quali imparentati con la potente famiglia dei Lancia e che si opponevano all’ascesa di Carlo I d’Angiò che nel frattempo era stato nominato dal papa. L’episodio ed alcune interessanti notizie provengono dallo stesso re Carlo I d’Angiò in una sua lettera indirizzata al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana. La lettera citata da Pietro Ebner, era già stata pubblicata da Minieri-Riccio che l’aveva tratta dalla Cancelleria Angioina. I documenti ci parlano dei “proditores” ribelli Bartolomeo e Andree de Torraca e di altri che accolsero l’armata di Corradino a Tortorella.

Nel 1239-1240, le Fonti per l’epoca Federiciana: ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240’

Dal sito dell’Archivio di Stato di Napoli, alla voce sulla Ricostruzione dei Registri della Cancelleri Angioina’, epoca Federiciana leggiamo che: Dalla seconda metà del XVI secolo, lo studio dell’archivio della Cancelleria Sveva (l’unico registro superstite di Federico II per gli anni 1239-1240) e della Cancelleria Angioina (all’epoca ancora ricco di scritture, soprattutto per i regni di Carlo I, Carlo II e Roberto) ha prodotto spogli e lavori archivistici sistematici come i repertori e i notamenti: – il repertorio dell’unico registro di cancelleria di Federico II dell’anno 1239-1240, opera degli archivisti Vincenti/Sicola e Chiarito; – i 4 volumi (originariamente 11) di notamenti di Carlo de Lellis; – i 13 volumi di repertori dell’archivista Pietro Vincenti (1610-1614); – gli 8 volumi di supplementi ai precedenti repertori compilati dall’archivista Sigismondo Sicola (1673-1710); – i 2 repertori di Carlo Borrelli, l’indice delle famiglie e delle città del Grifo e i due volumi di Onofrio Sicola (1710) contenenti l’index monasterium; – i 18 volumi di Michelangelo Chiarito (1759-1763). Sopravvissuti alle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, oggi possono essere consultati in digitale presso le postazione della sala studio. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Leggiamo dalla Treccani on-line che: CANCELLERIA, REGISTRO DELLA (1239-1240). – Conservato fino al 1943 come unico cimelio superstite della cancelleria di Federico II, il registro degli anni 1239-1240 andò distrutto nel rogo del deposito antiaereo che era stato istituito in una villa dell’entroterra campano (Villa Montesano in S. Paolo Belsito, presso Nola), dove, a partire dal dicembre 1942, si era provveduto a trasferire i fondi più antichi del “Grande Archivio” di Napoli, nel timore che potessero subire danni durante eventuali bombardamenti e cannoneggiamenti della città. Nell’incendio, appiccato deliberatamente, per rappresaglia, il 30 settembre di quell’anno per ordine del comando tedesco del luogo, pienamente consapevole dell’importanza del materiale che vi era stato depositato, andarono bruciate tutte le serie più preziose dell’Archivio napoletano, compreso il ricchissimo archivio della cancelleria angioina. Del registro di Federico II del 1239-1240, l’unico della cancelleria sveva che fosse noto alla storiografia, rimanevano tuttavia le riproduzioni fotografiche (nove pellicole conservate oggi nell’archivio dell’Istituto Storico Germanico di Roma), la trascrizione pubblicata nel 1786 dall’archivista napoletano Gaetano Carcani (…) in appendice alla sua edizione del Liber Augustalis e quella, dattiloscritta, realizzata a metà degli anni Venti del Novecento da Eduard Sthamer e in seguito parzialmente riveduta da Wilhelm Heupel. Del Gaetano Carcani, la sua opera è “Constitutiones Regum Regni Utriusque Sicilae”, Napoli, 1786 o si veda Liber Augustalis, sui registri della Cancelleria di Federico II di Svevia dal 1239 al 1240 perduti. Si veda pure i Repertori di Sigismondo Sicola,  che si possono scaricare gratuitamente dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola Sigismondo, voll. II, ovvero Sicola Sigismondo, Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Reale Zecca allora superstiti; onde il Sicola Siismondo del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di Michele Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da Michele Chiarito (…) che raccolse  i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVIIpubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di Michelangelo Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito Michelangelo, Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Per Scandone si veda F. Scandone, Notizie biografiche di rimatoridella scuolasiciliana’. In Scandone Francesco, Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Rimanevano inoltre notizie e repertori, trascrizioni, copie ed excerpta: lacerti di una tradizione più antica e in origine sicuramente ben più ricca, testimoni tutti del grande interesse che il registro aveva suscitato negli eruditi napoletani del Seicento e del Settecento, i quali, animati da curiosità di tipo prettamente antiquario e genealogico, furono i primi a sfogliarlo e leggerlo, vedendo in esso una sorta di grande contenitore dal quale attingere una enorme quantità di notizie sulle antiche famiglie del Regno. Una tradizione nel complesso ricca, anche se piuttosto singolare, che ha consentito di ricostruire la storia e la fisionomia del registro, e da ultimo di stabilirne e pubblicarne il testo. Per lungo tempo unico e prezioso cimelio conosciuto e conservato della cancelleria federiciana, il registro di Federico II andò distrutto, com’è noto, nel rogo che è passato alla storia come uno dei più gravi disastri archivistici dell’ultimo secolo, appiccato alla fine del settembre 1943 dalle truppe tedesche in ritirata dal meridione d’Italia al deposito dove erano stati trasferiti per motivi di sicurezza i fondi più antichi e preziosi del Grande Archivio di Napoli. A sessant’anni dalla sua distruzione e dopo vicende editoriali protrattesi per un circa un ottantennio, vede la luce l’edizione del registro, condotta sulla base delle riproduzioni fotografiche, di estratti e copie erudite, di precedenti trascrizioni. Il registro, strettamente riservato agli affari del Regno (vi erano cioè registrate soltanto le lettere che la corte inviava ai funzionari provinciali per comunicare le misure prese in merito alla gestione del regno), era frammentario fin dalla sua prima apparsa sulla scena delle fonti archivistiche napoletane, alla fine del Cinquecento, ed abbracciava solo un breve arco cronologico, che andava dai primi giorni di ottobre 1239 agli inizi di maggio 1240. Tuttavia l’elevato numero di lettere registrate (quasi milleduecento) e l’ampio ventaglio di argomenti trattativi ne fanno una fonte di eccezionale importanza per la storia del regno di Sicilia nei mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX. L’edizione è stata condotta adattando le tecniche ormai comunemente accolte per la pubblicazione dei documenti latini alle peculiarità di questo particolare tipo di fonte, dando ampio spazio, soprattutto, ai regesti e alle parti introduttive, là dove si ricostruisce l’iter di formazione delle lettere (per questo è stata introdotta una breve sezione dove compaiono i nomi del personale di cancelleria coinvolto nella loro produzione) e si evidenziano i nessi di vario genere che legano missive accomunate da una comune origine (prodotte cioè a seguito di uno stesso ordine). Inoltre si è tenuto massimo conto della struttura del registro e del suo carattere di unicità e insieme di coerenza e uniformità che lo contraddistingue, carattere che è stato mantenuto ed evidenziato al meglio, non solo conservando l’ordine col quale le registrazioni si susseguono al suo interno, ma anche, ad esempio, adottando caratteri diversi per le registrazioni e le note (coeve o posteriori) che le incorniciano, attribuendo un numero d’ordine a ciascuna registrazione indipendentemente dal fatto che fosse relativa a una o più lettere e considerando quindi come unità minima documentaria la registrazione in quanto tale, accorpando sotto un unico regesto le sequenze di lettere registrate “a catena”, ovvero le similes spedite nella stessa forma a diversi destinatari. Nell’introduzione (pp. IX-CIII), oltre alle consuete note relative alla storia del registro ed alle modalità di trasmissione del testo, si affronta in particolare il tema della sua funzionalità, che viene analizzata e vista attraverso una particolare lente, quella delle forme, ossia del modo in cui il registro era stato pensato e costruito e degli accorgimenti redazionali che erano stati adottati per ottenere non tanto un contenitore di documenti, quanto uno strumento di lavoro realizzato in cancelleria per la cancelleria e per la corte, improntato in funzione della massima visibilità e dell’immediata reperibilità della notizia, al fine di facilitarne la consultazione per poter ricostruire in qualsiasi momento lo stato di ciascuna questione della quale la corte si era occupata tramite la corrispondenza scritta.

I LANCIA (“LANZA”)

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II Sanseverino costretto dunque alla fuga in Francia, fu accolto, assieme alla madre e ad altri congiunti, dall’esule papa Innocenzo IV. Per tale ragione i beni della stirpe furono requisiti dalla corona e poi ceduti a nobili fedeli: la contea di Marsico passò prima a Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento e San Severino furono ceduti ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia.

Nel 1239, Federico II di Svevia conferma i feudi di Ajeta e Tortora a GILBERTO CIFONE

Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, Orazio Campagna scriveva che il feudo di Aieta arrivò ai Loria, dopo gli Scullando, “ai quali era passata da una de Giffone (103).”. Secondo il Campagna, il feudo di Aieta passò ai Loria da una donna appartenente alla famiglia dei “de Giffone”. Chi era questa donna appartanente alla famiglia dei “Giffone”, vecchi feudatari di Aieta, subentrati ai Scullando ?. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei luoghi della Calabria – vol. I da A-B”, a p. 21 alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Dunque, il Valente scriveva che il feudo di Aieta, dagli Scullando passò a GILBERTO GIFFONE, aggiungendo che il feudo di Aieta “una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Il Valente non dice chi fosse questa feudataria dei “GIFFONE”, figlia ed erede di GILBERTO GIFFONE e, che sposò qualche personaggio dei Loria. Chi erano questi feudatari ?. In primo luogo se il feudo arriva a Riccardo di Lauria in epoca Sveva, quale era l’epoca in cui dominavano i “de Cifone”. I Ciffone o Giffone dominavano la valle ed anche il paese di Tortora in epoca Sveva, ma erano feudatari di Tortora e Aieta fin dai tempi Normanni. Nel 1239, il feudo di Tortora fu confermato da Federico II di Svevia a “Gilberto Gifone”. Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg., parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del secolo XI il territorio tortorese divenne un feudo dei Normanni, che, appunto, chiamavano ‘Terre’ i loro feudi. Normana era sicuramente la famiglia Cifone, un cui componente, GILIBERTO CIFONE, era signore di Tortora nell’ultimo periodo della dominazione normanna. Il feudo di Tortora doveva essere stato della famiglia Cifone fin dall’inizio della dominazione normanna, se è vero, come sembra che Giliberto avesse ereditato il feudo dagli avi. Dopo Giliberto lo ereditò il figlio RINALDO, che viene citato nei primi documenti feudali (vedi il successivo periodo svevo).”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: “A Tortora il passaggio dei poteri dai Normanni agli Svevi non fu nemmeno avvertito, in quanto i Cifone continuarono a conservare il feudo. Nei documenti feudali infatti risulta che nel 1239 Federico II confermò nel feudo Gilberto Cifone. Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era Rinaldo, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Il Pucci scriveva che i Cifone conservarono il feudo di Ajeta anche in epoca Sveva. Essi dominarono la zona di Tortora e di Ajeta dal periodo Normanno a quello Svevo. Il Pucci (…) cita ancora il Gilberto Cifone a p. 85 scrivendo che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria. Ecc…”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci (…), ci parla di un certo Gilberto Cifone. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora”, ‘Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 29, nella nota (51) postillava che: “(51) Per una distrettuazione del territorio in età normanna e poi sveva si rimanda a F. PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, in Storia della Basilicata. 2. Il Medioevo, a cura di C.D. FONSECA, Roma-Bari, Editori Laterza, 2006, pp. 86-124.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “Difatti, l’intero territorio in cui si circoscrivono la nascita ed i possedimenti di Ruggero indicati en passant come ventiquattro castelli dal Muntaner – e segnatamente quello più settentrionale, coincidente, oggi, con il cosiddetto Lagonegrese (59) – sconta lacune documentarie significative soprattutto per quanto riguarda i secoli centrali del Medioevo. Pertanto non stupisce come anche la pregevolissima Storia della Basilicata. 2. L’Età Medievale, pubblicata qualche anno fa dall’editore Laterza e curata da Cosimo Damiano Fonseca, non possa più di tanto indugiare su quelle terre situate a contermine con la Calabria settentrionale e coincidenti, in età normanna, in massima parte con i domini della signoria lucana dei Chiaromonte (60). Queste terre non entrarono a far parte del Catalogus Baronum (61) per il fatto di riferirsi, il Catalogus, solamente al Ducato di Puglia e al Principato di Capua, e le seconde – comprese nel pur longevo distretto di Val Sinni –, in sostanza, al territorio calabrese.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, nelle sue note (59-60-61) postillava che: “(59) Le difficoltà relative a questo territorio tuttavia non concernono solamente il Medioevo. Non meno problematiche sono le indagini in Età Moderna. Cfr., da ultimo, V. CAPODIFERRO, Il Lagonegrese borbonico. Note economiche sulla situazione preunitaria, «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», LXXIV, 2007, Roma, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, pp. 189-229. (60) Sui distretti feudali lucani e della Basilicata, si rimanda ancora a PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, p. 103, ma si veda anche S. POLLASTRI, La féodalité de la région de Matera, pp. 129-158. (61) Catalogus Baronum, a cura di E. JAMISON, Roma, ISIME, 1972 (Fonti per la Storia d’Italia, 101*). Sul Catalogus, oltre allo studio preliminare premesso dalla Jamison, si vedano EAD., Additional Work by E. Jamison on the “Catalogus Baronum”, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoniano (e da ora BISIMEAM)», 83, 1971, pp. 1-63 e Commentario, a cura di E. CUOZZO, Roma, ISIME, 1984 (Fonti per la Storia d’Italia, 101**). Cfr., altresì, E. MAZZARESE FARDELLA, Il contributo di Evelyn Jamison agli studi sui Normanni d’Italia e di Sicilia, «BISIMEAM», 83, 1971, pp. 65-78.”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Sui Cifone di Aieta ha scritto pure Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Sui Cifone di Aieta ha scritto pure Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Infatti, come vedremo innanzi (anno 1239), Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: Ed infatti, al tempo di Federico II, Tortora era feudo di Giliberto Cifone, a cui fu dato in custodia tramite il giustiziere della Valle del Crati e di Terra di Giordana, ecc…”.

Nel 12……, Riccardo di Lauria al tempo di Federico II di Svevia

Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, il Campagna scriveva che la Terra di Aieta e di Lauria ebbero come signore e feudatario un Riccardo di Lauria. Il Campagna aggiunge pure che dopo la morte di Riccardo di Lauria, il feudo fu ereditato dal figlio che aveva lo stesso nome. Dunque, secondo il Campagna, vi erano due Riccardo di Lauria. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Antica famiglia che trasse il predicato dalla contea di Lauria. “Loria” è forma umanistica dello stesso predicato. La famiglia pare abbia avuto per capostipite un de Clojrat, omonimo d’una Terra di Normandia. Si ignora se fu uno dei quaranta cavalieri venuti nel Mezzogiorno d’Italia al servizio di Guaimario di Salerno o se sia venuto con gli Altavilla. Ebbero feudi che andavano da Lauria a Lagonegro, e, sul Tirreno, lungo le coste della Calabria, della Basilicata e della Campania (C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 21, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’.

Nel 12….. (?), Riccardo di Lauria (figlio di Gibel de Loria) si unisce in prime nozze con Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco (figlia di Rinaldo)

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (131) postillava che: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Dunque, secondo Rosanna Lamboglia (….), i documenti ci riportano a due Riccardo di Lauria e a due matrimoni, con una “Paliana di Castrocucco”. Il primo Riccardo di cui si parla nei documenti è un Riccardo che in età sveva aveva sposato una certa “Paliana Pascale di Castrocucco”. Inoltre, i documenti angioini ci parlano di un “Riccardo di Lauria” che nel 1277 ha sposato una “Paliana o Palliana di Castrocucco”, figlia del Giustiziere di Basiliaca “Podiolo”. Sul “Riccardo di Lauria” d’epoca Sveva, la Lamboglia scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. Infatti, i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi.”. Dunque, la Lamboglia scrive che questo Riccardo di Lauria visse al tempo di Federico II di Svevia e che ad un certo punto sposò in prime nozze con la nobile Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia che gli portò in dote i feudi di Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra che appartenevano al padre di lei, Podiolo, giustiziere di Basilicata al tempo di Federico II. Dalla prima moglie Palliana di Castrocucco, Riccardo di Lauria ebbe una figlia. Augurio e Musella scrivono che la figlia si chiamava “Beatrice”, mentre su Wikipedia leggiamo che Riccardo ebbe “Costanza di Lauria”. Augurio e Musella (….), a p. 24-25, in proposito scrivevano che: “Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:

  • Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
  • Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
    • una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
    • Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.

I Lancia nelle nostre terre

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa la resistenza di alcuni feudatari delle nostre terre che pattegiarono per gli ultimi regnanti della casa Sveva. Alla dominazione Normanna fece seguito la dominazione Sveva e poi subentrarono gli Angioini di Carlo I d’Angiò che sconfisse Manfredi a Benevento nell’anno 1266. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: “I feudi posseduti dai Sanseverino e tra gli altri la baronia di Rocca passarono alla corona ma ad essa restarono per breve tempo a causa dei mutamenti che sopravvennero nel regno e di cui farò breve cenno. Quattro anni dopo la strage di Capaccio, nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo. Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori. In un parlamento tenuto a Barletta nel febbraio del 1256 lo nominò conte del principato di Salerno e Gran Maresciallo del Regno di Sicilia ed elevati gradi e feudi ebbero i congiunti di lui (2). Indubbiamente con il principato di Salerno conseguì anche la baronia del Cilento. L’Antonini afferma che Galvano Lancia costruì il castello di Rocca (1) il quale invece, come già ho detto, esisteva parecchi secoli prima e forse fu da lui soltanto ingrandito e restaurato. VI. Della signoria del Lancia nel Cilento non sono rimasti avvenimenti degni di nota: egli occupava i più alti uffici dello Stato, rappresentò una parte importantissima delle vicende dell’epoca e ovette anche per la sua devozione a Manfredi subire grandi traversie. L’imperatore Corrado venuto nel Regno nel giugno del 1252 prese ad avversare fieramente Manfredi, geloso della grande popolarità che questi aveva acquistato. Gli tolse i feudi donati a lui dal padre e cominciò a perseguitare i più devoti amici. Ordinò che Galvano e Federico Lancia e Bonifacio d’Anglano zio del principe uscissero dal Reame con tutti i loro congiunti (2). Essi si rifugiarono a Costantinopoli, presso Costanza d’Altavilla sorella di Manfredi, la quale aveva sposato l’imperatore greco: ma furono espulsi anche di là per volontà di Corrado, e non potendo tornare nel regno che alla morte di esso avvenuta a Lavello nel maggio del 1254 (3) in cui furono reintegrati nei loro beni. La potenza dei Lancia rifiorì un’altra volta avendo Manfredi tenuto novellamente il regno in nome di suo nipote Corradino che era in tenera età. In questo tempo Manfredi venuto in dissenso con papa Innocenzo, specialmente percè dagli uomini del principe era stato ucciso un barone devoto al papa, inviò ad esso, allora infermo a Teano, come suoi ambasciatori il conte Galvano Lancia e Riccardo Filangieri. Essi gli chiesero di ammettere il principe, con assicurarne la persona, a scusarsi con lui, ma il papa non volle fare alcuna promessa. Galvano Lancia ecc.. e fra questi la scomunica anche a Galvano Lancia (1). VII. Le ire del pontefice contro Manfredi erano vivamente attizzate dai fuoriusciti napoletani, tra i quali Ruggiero Sanseverino che, comunque giovanissimo ancora, per le sue doti e per la nobile famiglia da cui veniva era considerato come loro capo. Contro gli svevi lo spingevano il desiderio di recuperare gli antichi beni degli avi e l’amaro ricordo della truce strage dei suoi, dalla quale si era meravigliosamente salvato. Qundo Manfredi precedentemente, nell’anno 1253, si era presentato al papa Innocenzo per sottometterglisi, il pontefice aveva notato che Ruggiero Sanseverino e gli altri fuoriusciti del Regno allorchè incontravano Manfredi non si levavano il cappello (2). Al nuovo pontefice  Alessandro IV si presentarono nel 1255 Ruggiero Sanseverino con suo zio Guaimario, Pandolfo di Fasanella ed altri a nome di tutti i fuoriusciti napoletani per invocarne l’aiuto al ritorno del Regno. Ruggiero ebbe parte importante negli avvenimenti dell’epoca spronando continuamente il papa Alessandro ed id il successore di lui, Clemente IV, fino all’impresa di Carlo I d’Angiò nell’anno 1265. VIII. Allorchè Carlo I, coronoto re di Roma nel 6 gennaio del seguente anno, volse le sue armi contro Manfredi, questi aveva posto a custodia del fiume Garigliano per impedirne il passo, in due punti diversi, Giordano Lancia ed il Conte di Caserta suo cognato. E’ noto che costui per errore, o per tradimento contro Manfredi, ecc….si venne a fiera battaglia, nella quale ebbero gran parte il conte Galvano Lancia, che comandava 1200 cavalli, ed il conte Giordano che ne aveva mille. Nelle schiere di re Carlo combatterono Ruggiero Sanseverino e Pandolfo di Fasanella. Ecc…Il Conte Giordano e suo fratello Bartolomeo furono chiusi nel Castello di Luco (2) e dipoi mandati in un carcere ove il primo di essi miseramente morì (3) mentre è ignota la fine dell’altro. Anche i fratelli Galvano e Federico Lancia vennero fatti prigionieri, ma a preghiera di Bartolomeo Pignatelli arcivescovo di Cosenza, fu loro restituita la libertà. Recatisi a Roma, ebbero liete accoglienze dal senatore Enrico Castiglia; di che si dolse il papa Clemente in una lettera del 16 novembre 1267 (1). Andarono poi in Germania a sollecitare il giovane Corradino a venire in Italia e a riacquistare il regno. I fratelli Lancia seguirono Corradino di Svevia quando questi, incitato dalle vive premure dei fuoriusciti napoletani e dalla parte ghibellina, con forte esercito ed accompagnato da gran numero di baroni, venne in Italia nell’inverno del 1267. All’annunzio della sua venuta, molte città della Puglia e della Basilicata insorsero innalzando l’acquila Sveva. A reprimere la rivolta il re Carlo, inviò Ruggiero Sanseverino come suo capitano generale movendo quindi contro gli Svevi (1). Nello scontro dei due eserciti, avvenuto nel 24 agosto 1268 presso Tagliacozzo, Galvano Lancia, che aveva il comando di una terza parte delle forze fece grandi pruove di valore al pari degli altri capi: però le schiere di Corradino furono vinte. L’infelice principe riuscì a fugire insieme con il fido Galvano, con un figlio di lui a nome Galeotto e con il duca d’Austria. Indossati abiti da villici cercarono di avviarsi verso il mare, con la speranza di imbarcarsi. Giunti al castello di Astura, ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca’: Giannone, lib. 18, pag. 581.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Parte 2°, discorso 3°, pag. 261.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca pub. da Gius. Del Re’, p. 117.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell’”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, pag. 131, Giannone, vol. 3°, pag. 361 e 366; ‘Arch. St.. nap., vol. 17, pag. 269.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il Summonte, vol. 2°, pag. 365, riferisce ciò dal Villani.”. Il Mazziotti (…), a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Del Giudice, ‘La famiglia di re Manfredi’, pag. 216.”. Il Mazziotti (…), a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, citato dal Giannone, vol. 4°, Lib. 19 pag. 39.”. Il Mazziotti (…), a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 51; Summonte, vol. 4°, pag. 26.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Giudice, ‘Cod. dipl., vol. 2°, parte 1°, pag. 198, pubblica una lettera di Carlo I d’Angiò del 12 settembre 1268 che annunzia l’arresto di essi.”.

Manfredi I Lancia, i figli Giordano e Bianca Lancia, madre di Bianca Lancia sposa di Federico II

Da Wikipedia leggiamo che Manfredo Lancia o Lanza, detto anche Lanza Marques o Marques lanz o Marquis de Busca o Marquis Manfred Lancia (1140 circa – post 1214) è stato marchese di Busca e un trovatore occitano. Manfredo era il figlio maggiore di Guglielmo, secondo figlio di Bonifacio del Vasto, di un ramo della famiglia Aleramici. Ereditò parte del Contado di Loreto, tra Tanaro e Belbo, dai suoi zii Bonifacio di Cortemiglia e Ottone Boverio. Successivamente la divise col fratello Berengario e altri parenti. Inizialmente mantenne il castello di Busca, ma poi lo lasciò a Berengario in modo da stabilire la sua sede a Dogliani. Nel 1160 lui e Berengario ricoprivano cariche pubbliche a Moretta. Nel 1168 vendette una terra nei pressi di Dogliani, i primi segni di difficoltà finanziarie, e il 30 agosto del 1187 vendette Dogliani per 1150 lire a Manfredo II di Saluzzo. Nel 1180 ricomprò i diritti su Busca. Sostenne un debito di 1033 lire genovesi per l’acquisto dei diritti della città di Alba posseduta in Loreto. Nel 1191 vendette alcuni terreni boschivi nei pressi di Cortemiglia. Infine, il 19 marzo del 1197, facendo uso di donazioni concesse dall’imperatore Enrico VI, riusciva a pagare 700 delle 1033 lire che doveva per Alba. Il 30 settembre del 1195 Manfredo vendette i diritti di alcuni pedaggi a Santa Maria di Pogliola. Nel 1192 Manfredo, avuta Asti, muoveva guerra contro Bonifacio I di Monferrato. Nel 1194 Asti vendette i suoi diritti in Loreto a Bonifacio. Il 3 novembre del 1196 vendette tutte le sue terre possedute in Lombardia a Bonifacio e divenne suo vassallo; gli venne concesso il titolo di Conte di Loreto. Tra i suoi vassalli c’erano le famiglie di Agliano, Laerio e Canelli, probabilmente parenti per parte materna. Il suo secondo figlio, Giordano, Iordanus de Lança, avuto nel 1218, prese il cognome “di Agliano”. Nel 1198 i nemici di Bonifacio — Asti, Alessandria e Vercelli — invadevano la contea di Loreto, conquistando la cittadina di Castagnole e facendo prigioniero Manfredo. Venne riscattato in cambio della città di Costigliole. Nel 1206 insieme al suo signore, adesso Guglielmo VI di Monferrato, formalmente cedette Castagnole ad Asti insieme alla contea di Loreto in cambio di 4000 lire astigiani. Manfredo morì dopo il 1214. Oltre a suo figlio Giordano e al suo successore, Manfredo II, ebbe una figlia, Bianca, madre di Bianca Lancia, a sua volta madre di Manfredi di Sicilia. Dunque, Manfredi I Lancia ebbe tre figli: Giordano, Manfredi (II) e Bianca Lancia. Dall’unione di Bianca Lancia (figlia di Manfredi I Lancia) con Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato), nacque Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori.”.

Manfredi II Lancia, zio di Bianca Lancia, madre di Manfredi di Svevia

Da Wikipedia leggiamo che Manfredo II Lancia o Lança (1185/1195 – Asti, 1257o 1258) è stato marchese di Busca, figlio primogenito di Manfredi I; fu vicario imperiale e fedele seguace di Federico II. Da Wikipedia leggiamo che Manfredi I Lancia ebbe tre figli: Giordano, Manfredi (II) e Bianca Lancia. Dall’unione di Bianca Lancia (figlia di Manfredi I Lancia) con Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato), nacque Bianca Lancia, la futura sposa di Federico II e madre di Manfredi. Dunque, Manfredi II Lancia era fratello di Bianca Lancia che aveva sposato Bonifacio I d’Agliano e quindi fu lo zio di Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia. Nel 1216 Mainfredus Lancia è già nunzio di Federico II in Piemonte e successivamente lo seguì nel Meridione d’Italia. Intorno al 1230 è uno dei suoi fedeli più vicini, nel periodo in cui dalla relazione dell’imperatore con Bianca Lancia, nipote dello stesso Manfredo, nacquero Costanza e Manfredi, destinato a diventare re di Sicilia. Accompagnò Federico II anche nella sua spedizione in Germania del 1235, in seguito alla quale ebbe l’incarico di scortare in Puglia il ribelle figlio dell’imperatore, Enrico re di Germania. Nel 1238 Manfredo assunse la carica di vicario generale dell’Impero. Fu poi nominato per molti anni podestà di Alessandria. Negli anni seguenti alternò azioni diplomatiche a interventi militari spesso tesi a riportare l’autorità imperiale sui Comuni che tentavano di ribellarsi (Alessandria, Vercelli, Brescia, Piacenza, Crema, Milano), ma talvolta finalizzati a consolidare il proprio controllo sulle terre feudali di famiglia nel Piemonte meridionale. Nell’estate del 1245 papa Innocenzo IV scomunicò Manfredo, insieme a Federico II e a re Enzo. Alla morte dell’imperatore (19 dicembre 1250), Manfredo sfuggì ai guelfi di Lodi e si trasferì in Piemonte. Quando giunse in Italia Corrado IV, legittimo erede di Federico, Manfredo cercò di rinnovare il patto di fedeltà, ma gli fu preferito Oberto Pelavicino; questa scelta e il duro trattamento che l’imperatore riservò ai Lanza di Sicilia, lo indussero nel 1252 a passare spregiudicatamente nel partito guelfo. Così il 1º gennaio 1253 egli accettò la carica di podestà e capitano di guerra del Comune di Milano e poi di Novara. Alla morte di Corrado IV (maggio 1254), si impegnò militarmente a difendere i suoi possessi in Piemonte: ma fu attaccato nel settembre del 1257 dai pavesi, dagli alessandrini e dal marchese di Monferrato e fu probabilmente ferito a morte in occasione di questo scontro, perché successivamente il suo nome scompare dalle fonti (nell’agosto del 1259 Isolda è documentata figlia del defunto marchese Lancia). Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “Problematico invece è il legame di Bella con il ‘clan’ dei Lancia per via dei rapporti non sempre definiti di quest’ultimi (35), e per il quale occorre necessariamente risalire almeno a Bianca, amante dell’imperatore Federico II, sposata pare poi in punto di morte, e madre dell'”illeggittimo” Manfredi, secondo una ben attestata tradizione archivistica (36), prima ancora che da una ‘vulgata’ letteraria, diffusa da Dante in poi. Bianca era infatti legata al ‘clan’ dei Lancia per via materna – nella fattispecie, Manfredi I Lancia (il Vecchio) ne fu il nonno e Manfredi II Lancia lo zio (37) – e derivava il secondo cognome – d’Agliano nel primo decennio del XIII secolo; tra il 1226 ed il 1230, poi passò con la madre e con tutti i parenti piemontesi nel Regno di Sicilia a seguito del rapporto che ormai legava Manfredi II Lancia all’Imperatore (38). Bella seguiva di una generazione ed era ancora legata al ‘clan’ Lancia – sembrerebbe – mediante uno dei rami cadetti – i Lancia de Amicis – la cui vicinanza alla casa sveva era già da lungo corso determinata, se un suo fratello pare essere stato Ruggero de Amicis, vale a dire uno dei più fedeli burocrati al servizio di Federico II e nondimeno, successivamente da questi esiliato insieme ad un suo consanguineo, Guglielmo: tanto il primo, quanto il secondo sarebbero stati discendenti di un conte de Amico, cantato da Guglielmo di Puglia (39) come compagno del Guiscardo e di Ruggero d’Altavilla, e capostipite di una longeva e vigorosa dinastia feudale, cui afferivano non solo i discendenti di Guglielmo de Amicis, ma anche i conti di Giovinazzo (40).”. La Lamboglia, a pp. 26-27, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Pispisa, Il Regno di Manfredi. Proposte di interpretazione, Messina, Sicania, 1991, p. 13. Il doppio cognome Lancia-d’Agliano, col quale sovente è indicata Bianca da un lato, e i dati non sempre coincidenti dei cronisti dall’altro hanno dato luogo a non pochi equivoci circa la genealogia dell’amante dell’Imperatore Federico; nondimeno, su questo tema si veda, ora, la disamina di  N. Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, in Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia, Atti del Convegno (Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990), a cura di R. Bordone, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1992, pp. 55-80.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (36) postillava: “(36) In proposito, denunciano già una lettera di papa Urbano IV del 26 aprile 1262 e il pronunciamento di papa Clemente IV del 18 novembre 1266, entrambi citati in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, pp. 55-56”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (37) postillava che: “(37) Sui Lancia piemontesi, si rinvia al vecchio e ancor valido studio di C. Mekel, Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana dell’epoca sveva, Torino, E. Loescher, 1886; ma si vedano da ultimo, gli atti del recente convegno Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990, Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia (supra).”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (38) postillava che: “(38) Per le discrepanze tra le genealogie relative a Bianca, cfr. in proposito, i due alberi genealogici ancora in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, p. 80. Sulla figura di Bianca, si veda altresì la successiva voce di R. Bordone (a cura di), Bianca Lancia, in Enciclopedia Fridericiana (EF), Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002, 3 voll., vol. I, pp. 174-176.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Tale genealogia è stata ricostruita, per altro contesto ed altre circostanze da Sciascia, Le donne e i cavalier, pp. 44-45. Sul ceppo dei de Amicis, si rinvia ancora a Ead, Nome e memoria: i de Amicis dalla conquista normanna al Vespro, pp. 615-622.”.

Manfredi II Lancia di Asti ed i figli Galvano Lancia e Federico Lancia

Da Wikipedia leggiamo che i Lancia erano una potente famiglia imparentata con gli Svevi di Federico II e poi con il figliastro Manfredi. Essi erano imparentati con i Conti di Lauria, in particolare come vedremo con Gibel di Lauria e con Riccardo di Lauria suo figlio ai tempi della ‘Congiura di Capaccio‘. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia ed un Conte Giordano grande personaggio di quei tempi, detto di Agliano e che forse era anche fratello dei Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori.”.

Nel 1225, Bianca Lancia, sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi

Da Wikipedia leggiamo che a partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero:

  • Costanza (1230-1307), imperatrice bizantina;
  • Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266);

forse

  • Violante (1233-1264) moglie di Riccardo Sanseverino conte di Caserta.

Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: “….un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Dunque, il Mazziotti citava il testo di Carlo Merkel (….), ed il suo “Manfredi I e Manfredi II Lancia – contributo alla storia politica e letteraria nell’epoca sveva”, pubblicato a Torino nel 1886. Un altro testo che ci parla di Manfredi e delle sue origini è quello di Michele Cianciulli (….), ed il suo “Re Manfredi e la tradizione della sua tomba in Montevergine etc….”, pubblicato a Milano per i tipi di Mosca, nel 1951. Cianciulli, a p. 16, in proposito scriveva che: “Figlio naturale di Federico II e di Bianca dei marchesi Lancia, la bella vedova, figlia di Bonifazio Guttuario, Castellano di Angliano, presso Asti, egli nacque sullo scorcio del 1232 (1).”. Dunque, Cianciulli scrive che Bianca Lancia era figlia di Bonifacio Bottuario, castellano di Anglano, un paese vicino Asti. Il Cianciulli parla di una “bella vedova”. Dunque, il Cianciulli dice di Bianca Lancia che era la bella vedova dei Marchesi Lancia, figlia di “Bonifazio Guttuario” che era il castellano di “Angliano”, un paese presso Asti in Piemonte. Secondo le discordi fonti del tempo, Bianca apparteneva alla nobile famiglia aleramica dei Lancia da parte di madre; forse era figlia di Bonifacio I d’Agliano, conte di Agliano, conte di Mineo e signore di Paternò, e di una Bianca Lancia (figlia del marchese piemontese Manfredi I Lancia). Il genealogista seicentesco Filadelfo Mugnos la vorrebbe, invece, figlia di Corrado Lancia dei duchi di Baviera, conte di Fondi, grande figura della storia medioevale europea, e sorella di Galvano Lancia, signore di Brolo e barone di Longi, capostipite di tutti i Lanza di Sicilia. Forse il suo vero nome era Beatrice. Il Cianciulli, a p. 17, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il matrimonio tra Federico e Bianca Lancia fu concluso nel 1232. Da questo matrimonio nacquero Manfredi e Costanza, la quale, nel 1247 andò sposa all’Imperatore di Nicea.”. Il Cianciulli, a p. 17 scriveva che: “Figlio di teneri amori (3), era adorno di ogni grazia di natura ed era bello come un terrestre arcangelo”. Da Wikipedia leggiamo che i Lancia erano una potente famiglia imparentata con gli Svevi di Federico II e poi con il figliastro Manfredi. Essi erano imparentati con i Conti di Lauria, in particolare come vedremo con Gibel di Lauria e con Riccardo di Lauria suo figlio ai tempi della ‘Congiura di Capaccio‘. Bianca Lancia, sarà l’ultima amante prima e sposa dopo di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacque Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia. Da Wikipedia leggiamo che Bianca Lancia, meglio Bianca d’Agliano (Agliano Terme, 1210 circa – Gioia del Colle, 1248 circa), è stata l’ultima moglie dell’imperatore Federico II di Svevia, che egli forse sposò in articulo mortis. Dalla loro relazione nacquero tre figli, tra cui Manfredi. Sono frutto di ipotesi congetturali sia il nome Bianca sia la verosimile appartenenza ai Lancia. Bianca Lancia nacque, probabilmente, in Italia meridionale. La Cronaca di Salimbene de Adam accenna ad un matrimonio segreto con Federico II e il cronista Matteo Paris riferisce che (di certo dopo il 1247), gravemente malata (o simulandosi tale), Bianca supplicò il sovrano di sposarla in articulo mortis, per la salvezza dell’anima e per il futuro dei figli. A questa unione Federico avrebbe acconsentito. È estremamente probabile che Bianca sia premorta al marito (attorno al 1248), in quanto ancora l’anno prima Manfredi era indicato come “Manfredus Lancea” (non era ancora stato legittimato), mentre nel testamento paterno del 1250 compare tra i destinatari dell’Honor Montis Sancti Angeli, tradizionale dote delle regine, e assegnato evidentemente a Bianca all’atto del matrimonio compiuto sul letto di morte pochi mesi prima. Essendo già morta l’imperatrice Isabella d’Inghilterra (1241), Bianca era stata investita infatti del feudo dell’ex fortilizio bizantino di Monte Sant’Angelo, l’Honor Montis Sancti Angeli appunto, comprensivo delle città di Vieste e Siponto e in dotazione a tutte le regine di Sicilia per volontà di re Guglielmo II di Sicilia. Una leggenda vuole che presso il castello di Monte Sant’Angelo Bianca fosse stata tenuta prigioniera della gelosia dell’imperatore. Stessa storia è tramandata a proposito della rocca di Gioia del Colle, dove sarebbe stata rinchiusa dall’imperatore per aver commesso adulterio. Bianca potrebbe aver vissuto in giovane età fra le mura del castello dei Lancia a Brolo e poi molto probabilmente nel maniero di Paternò e forse in quello di Gioia del Colle. La storia d’amore tra Bianca Lancia e l’imperatore Federico II viene raccontata nel romanzo di Laura Mancinelli Gli occhi dell’imperatore. La Mancinelli segue però la versione della Cronica di fra Salimbene da Parma, secondo il quale il matrimonio avvenne poco prima della morte dell’imperatore, alla fine del 1250. Da Wikipedia, alla voce Manfredi leggiamo che era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca Lancia d’Agliano (3) sposata poco prima della sua morte, dall’imperatore rimasto vedovo di Isabella d’Inghilterra, e quindi pienamente legittimato, malgrado la Curia romana disconoscesse quel vincolo matrimoniale, mossa com’era dal suo profondo odio per la casa di Hohenstaufen. Wikipedia, alla nota (3) postillava che: “(3) la maternità di Bianca appare non unanimemente accettata; Federico potrebbe aver concepito Manfredi con un’altra donna, e poi aver legittimato l’erede sposando la Lancia – probabilmente nel 1248 – in articulo mortis, anche se la Curia non riconobbe mai questa legittimazione”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Bianca Lancia era figlia di Bonifacio Lancia d’Agliano, divenne l’amante dell’imperatore Federico II, cui diede un figlio, Manfredi, e una figlia, Costanza, che sposò Giovanni III Ducas Vatatze, imperatore d’Oriente (o di Nicea). Federico, rimasto vedovo di Isabella d’Inghilterra, la sposò (1246), e ne legittimò i figli. Sul blog “Stupormundi.it” di Alberto Gentile leggiamo che Bianca Lancia, fu l’unica donna che riuscì a conquistare veramente il difficile cuore di Federico. I due si conobbero tra 1225 e 1230, fu subito un reciproco colpo di fulmine. Bianca apparteneva alla nobile famiglia dei Lancia da parte di madre; forse era figlia di Bonifacio I d’Agliano conte di Agliano e di una Bianca Lancia (figlia del marchese piemontese Manfredi I Lancia). Le notizie relative all’incontro tra i due sono discordanti. Secondo alcuni autori i Lancia e i d’Agliano, nobili famiglie ghibelline del Piemonte, dopo l’ascesa dei Liberi Comuni, si sarebbero trasferiti nel Regno di Sicilia al seguito della corte sveva in cerca di miglio fortuna. Quindi alcuni ritengono che Federico e Bianca possono essersi incontrati a Lagopesole o a Brolo nei pressi di Messina. Per altri autori pare che Federico abbia incontrato Bianca ad Agliano nel corso di un giro di ricognizione delle città imperiali del nord della penisola. L’imperatore, invaghitosi della bella ragazza volle portarla con sé al seguito dello zio di lei, Manfredi, marchese di Monferrato. Quindi secondo queste fonti le famiglie Lancia e d’Agliano si sarebbero trasferite al sud dopo l’incontro tra i due.

Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “Problematico invece è il legame di Bella con il ‘clan’ dei Lancia per via dei rapporti non sempre definiti di quest’ultimi (35), e per il quale occorre necessariamente risalire almeno a Bianca, amante dell’imperatore Federico II, sposata pare poi in punto di morte, e madre dell'”illeggittimo” Manfredi, secondo una ben attestata tradizione archivistica (36), prima ancora che da una ‘vulgata’ letteraria, diffusa da Dante in poi. Bianca era infatti legata al ‘clan’ dei Lancia per via materna – nella fattispecie, Manfredi I Lancia (il Vecchio) ne fu il nonno e Manfredi II Lancia lo zio (37) – e derivava il secondo cognome – d’Agliano nel primo decennio del XIII secolo; tra il 1226 ed il 1230, poi passò con la madre e con tutti i parenti piemontesi nel Regno di Sicilia a seguito del rapporto che ormai legava Manfredi II Lancia all’Imperatore (38). Bella seguiva di una generazione ed era ancora legata al ‘clan’ Lancia – sembrerebbe – mediante uno dei rami cadetti – i Lancia de Amicis – la cui vicinanza alla casa sveva era già da lungo corso determinata, se un suo fratello pare essere stato Ruggero de Amicis, vale a dire uno dei più fedeli burocrati al servizio di Federico II e nondimeno, successivamente da questi esiliato insieme ad un suo consanguineo, Guglielmo: tanto il primo, quanto il secondo sarebbero stati discendenti di un conte de Amico, cantato da Guglielmo di Puglia (39) come compagno del Guiscardo e di Ruggero d’Altavilla, e capostipite di una longeva e vigorosa dinastia feudale, cui afferivano non solo i discendenti di Guglielmo de Amicis, ma anche i conti di Giovinazzo (40).”. La Lamboglia, a pp. 26-27, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Pispisa, Il Regno di Manfredi. Proposte di interpretazione, Messina, Sicania, 1991, p. 13. Il doppio cognome Lancia-d’Agliano, col quale sovente è indicata Bianca da un lato, e i dati non sempre coincidenti dei cronisti dall’altro hanno dato luogo a non pochi equivoci circa la genealogia dell’amante dell’Imperatore Federico; nondimeno, su questo tema si veda, ora, la disamina di  N. Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, in Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia, Atti del Convegno (Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990), a cura di R. Bordone, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1992, pp. 55-80.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (36) postillava: “(36) In proposito, denunciano già una lettera di papa Urbano IV del 26 aprile 1262 e il pronunciamento di papa Clemente IV del 18 novembre 1266, entrambi citati in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, pp. 55-56”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (37) postillava che: “(37) Sui Lancia piemontesi, si rinvia al vecchio e ancor valido studio di C. Mekel, Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana dell’epoca sveva, Torino, E. Loescher, 1886; ma si vedano da ultimo, gli atti del recente convegno Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990, Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia (supra).”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (38) postillava che: “(38) Per le discrepanze tra le genealogie relative a Bianca, cfr. in proposito, i due alberi genealogici ancora in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, p. 80. Sulla figura di Bianca, si veda altresì la successiva voce di R. Bordone (a cura di), Bianca Lancia, in Enciclopedia Fridericiana (EF), Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002, 3 voll., vol. I, pp. 174-176.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Tale genealogia è stata ricostruita, per altro contesto ed altre circostanze da Sciascia, Le donne e i cavalier, pp. 44-45. Sul ceppo dei de Amicis, si rinvia ancora a Ead, Nome e memoria: i de Amicis dalla conquista normanna al Vespro, pp. 615-622.”.

Nel 12…., Isabella (“Donna Bella”) Amico (o de’ Amicis), o “Bella Amico” o “d’Amichi” detta “Bella Lancia” sposa di Riccardo di Lauria e madre di Ruggero di Lauria, zia di Bianca Lancia

Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia era nipote di Isabella (Donna Bella) Amico. Isabella Amico o “Donna Bella” Lanza sposò in seconde nozze il conte di Lauria, Riccardo di Lauria o di “Loria” e, dalla loro unione nacque il grende ammiraglio Ruggiero di Lauria. Isabella Amico, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacquero Costanza e Manfredi di Svevia. Chi era Isabella Amico ?. Abbiamo visto chi fosse Bianca Lancia e le sue origini Aleramiche. Abbiamo visto che Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia era figlia di Bianca Lancia era la nipote di Manfredi II Lancia, fratello della madre Bianca Lancia che fu sposa di Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato). Dunque, Manfredi II Lancia era lo zio della futura sposa di Federico II di Svevia. Sappiamo che Isabella Amico o “Donna bella” Amico, che in seconde nozze andò sposa a Riccardo di Lauria era la zia di Bianca Lancia. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hohenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Dunque, donna Isabella Lancia era sorella di Guglielmo Amico. Guglielmo Amico (1194 circa – Messina, …) è stato un diplomatico italiano, al servizio dell’imperatore Federico II. Guglielmo nasce intorno al 1194; non è dato sapere se sia figlio di Ruggiero Amico, poeta della Scuola Siciliana, mentre è certo che diverrà in seguito zio di Ruggiero di Lauria. Sappiamo pure che nel 1266 la dinastia sveva viveva momenti difficili culminati, due anni più tardi, nella decapitazione del sedicenne sovrano Corradino per volontà di Carlo I d’Angiò e Ruggero di Lauria insieme alla madre “Donna Bella”, insieme ad altri esuli siciliani si rifugiò a Barcellona alla corte della regina Costanza, consorte dell’infante e futuro re d’Aragona Pietro III, nonché figlia di Manfredi e cugina di Corradino. Donna bella o Isabella Amico, zia di Bianca Lancia, in Sicilia, al tempo di re Manfredi è stata la nutrice di Costanza Hoenstaufen. Michele Cianciulli (….), ed il suo “Re Manfredi e la tradizione della sua tomba in Montevergine etc….”, pubblicato a Milano per i tipi di Mosca, nel 1951. Cianciulli, a p. 16, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Da questo matrimonio, concluso nel 1247, nacque Costanza, la “bella figlia”, che, per essere andata sposa a Pietro III d’Aragona, fu la “genitrice de lamor di Cicilia e d’Aragona””. Il Cianciulli scriveva che nel 1247, dal matrimonio di Manfredi con Beatrice di Savoia nasce Costanza Hoenstaufen che poi andò sposa a Pietro III d’Aragona. Costanza andò sposa a Pietro III d’Aragona. Costanza II di Sicilia, anche Costanza di Svevia, o ancora Costanza di Hohenstaufen, e Costanza d’Aragona (Catania, 1249 – Barcellona, 9 aprile 1302), figlia del re di Sicilia Manfredi di Hohestaufen (figlio naturale dell’imperatore Federico II) e di Beatrice di Savoia, fu moglie di Pietro III e regina consorte di Aragona (1276-1285). Dunque, Donna Isabella Amico fu la nutrice di Costanza, figlia di Manfredi di Svevia, quando nacque nel 1249. Questa “Bella Amico”, era figlia di Guglielmo Amico. Sotto gli Svevi il territorio venne attribuito a Guglielmo Amico, che rimase in carica fino a quando Federico II di Svevia non morì e Ficarra gli fu tolto. La sua vedova, Macalda di Scaletta (1240 ca.-1308 ca.), e il secondo marito Alaimo da Lentini, protagonista dei Vespri siciliani, divennero i nuovi proprietari. La spregiudicata baronessa ebbe gravi contrasti con la Corona di Aragona per il possesso di questo feudo.  Caduti in disgrazia, Macalda e Alaimo persero il feudo, che fu assegnato a Ruggero di Lauria, erede di Guglielmo Amico. Ruggero era il comandante in capo della flotta del Regno di Sicilia e vinse alcune battaglie contro gli angioini. Ciò non impedì al re di confiscargli i beni, tra cui Ficarra, che venne assegnata al nobile Ugo Lancia di Brolo padre di Blasco Lancia e già Signore di Mongiolino, Galati e Longi, che già rivendicava in detta terra di Ficarra un oliveto in contrada San Mauro. Dunque, Riccardo di Lauria, al tempo di Manfredi, sposando “Bella Amico”, oltre ai suoi vasti possedimenti Lucani, divenne barone di Ficarra, un paese sui Nebrodi in provincia di Messina. Paola Bottini, nella presentazione al testo, in proposito scriveva che: “Ruggiero……adolescente e già orfano del padre Riccardo, caduto con Manfredi di Svevia nella battaglia di Benevento. Vi giunge al seguito di Costanza, figlia del sovrano ucciso ed erede al trono di Sicilia (della quale era fratello di latte, dato che sua madre, Bella Lancia, ne era la nutrice), ecc…”. Dunque, nel testo è la Bottini che la chiama “Bella Lancia”. Ancora la Bottini, a p. 14, in proposito scriveva che: “Dai registri della corte aragonese emerge l’alta considerazione di cui godeva donna Bella, che ricopriva un ruolo tutt’altro che secondario (cui forse non è estraneo, oltre al suo rapporto con Costanza, il legame di ruolo che si riflette sul posto occupato dei suoi parenti maschi, ugualmente ospiti della casa d’Aragona.”. Su Bella Amico, sposa di Riccardo, i due studiosi Augurio e Musella, a pp. 25-26 scrivevano che: “Dopo questo tragico evento il destino di Ruggiero s’intrecciò più fittamente con quello dei membri superstiti della casa sveva. Costanza di Svevia (28), figlia di Manfredi ed erede al trono di Sicilia, aveva sposato il 13 giugno 1262 Pietro d’Aragona (29), figlio di Giacomo I re d’Aragona…..Costanza, orfana di madre, con il padre unito in seconde nozze a Elena d’Epiro, aveva circa tredici anni quando giunse alla corte di Giacomo ed è naturale che, essendo così giovane, non venisse separata dai familiari che l’avevano accompagnata nella nuova terra. Nell’Archivio Real de la Corona de Aragòn in Barcellona sono conservati, insieme ai registri delle spese di corte, molti documenti politici e privati dell’infante Pietro (31). In questi, con una certa frequenza, troviamo il nome di Bella Lancia, nutrice di Costanza e madre di Ruggiero: “aveva (Bella) educato la detta reina ed era venuta con lei in Catalogna; ed era savia, onesta e buona donna. E stette là per tutto il tempo che visse la reina (32)”. Sotto ogni riguardo Bella ebbe una posizione di preferenza: a lei erano affidati i gioielli della regina, con ogni probabilità amministrava la Cassa di Costanza e pare che fosse consultata in tutte le faccende di corte più importanti. Bella riceveva in compenso regali preziosi, pellicce, perle, piume, per se e per sua figlia Margherita nonchè rendite cospicue da parte dell’infante. Bella viene indicata nei Libri di Conti col titolo di “Madonna”, termine impiegato per tutte le donne nobili italiane a corte, mentre per quelle catalane si usava premettere il termine “Na” al nome.”. Dunque, Bella Amico, dopo essersi sposata in seconde nozze con Riccardo di Lauria, si trasferì alla corte catalana e spagnola degli Aragona di re Giacomo I d’Aragona, in occasione del matrimonio di Costanza di Svevia (figlia di Manfredi) con Pietro I d’Aragona, il 13 giugno 1262. Costanza era giovanissima, aveva 13 anni e portò con se in Spagna anche la sua nutrice Bella Amico che, nel 1249 aveva sposato Riccardo di Lauria e che nel frattempo aveva avuto Ruggiero di Lauria, nel 17 gennaio 1250. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo di Lauria era il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, (1) fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. In Wikipedia, nella nota (1) postillava che: “(1) Vito Amico, Dizionario topografico della Sicilia (tradotto dal latino ed annotato da Gioacchino Dimarzo), Tipografia P. Morvillo, Palermo, 1855, p. 448″. Dunque, in questo passaggio Wikipedia accenna al legame dei “Amico” con i Lancia e le origini di “Isabella Lancia”. In questo passaggio si scrive che Riccardo era il padre di una zia acquisita di Mandredi di Svevia, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca Lancia (sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia). Dunque, Bianca Lancia, madre di Manfredi e sposa di Federico II di Svevia, secondo questo passaggio era sorella di Corrado Lancia che era sposato con una zia acquisita di Manfredi. Chi era questa zia acquisita di Manfredi ? Chi era Corrado Lancia ?. Corrado Lancia era fratello di Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia e di Costanza. Inoltre su Wikipidia troviamo che Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi”. Dunque, Corrado Lancia era fratello di Bianca Lancia, madre di Manfredi e “Bella Amico” era la zia di Bianca Lancia e di Corrado Lancia. Da Wikipedia leggiamo che Corrado I Lancia (… – Capo d’Orlando, 4 luglio 1299) è stato un politico e militare italiano del XIII secolo. Fu primo conte di Caltanissetta. Corrado Lancia, discendente della famiglia Lancia di origine piemontese, fu figlio di Federico e fratello di Manfredi Lancia. Fu sposato con Berengaria de Santa Fede, dalla quale ebbe due figli, Federico e Blasco. Visse in Catalogna fin dalla prima giovinezza, dove fece gli studi. Fu nominato ammiraglio del regno di Valencia nel 1278 dal re Pietro III di Aragona. Dalla Treccani on-line leggiamo che Federico Lancia, era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Durante il regno di Manfredi il L. mise insieme cospicue proprietà e ricchezze, per quanto inferiori a quelle del fratello Galvano; esse si concentravano soprattutto nel territorio calabrese ma giungevano a comprendere anche la città di Messina. Oltre alla giurisdizione sulla contea di Squillace, egli estese il suo potere per mezzo di amministratori a lui devoti, ma soprattutto ricorrendo a espropri a danno degli oppositori del regime: si impossessò del casale Cristo, posto nella piana di San Martino, già appartenente ai Ruffo; ebbe i beni di Raimondo di Oppido distribuiti in numerose località e quelli di Ruggero de Rao in Anoia; a questi si aggiunsero i possessi immobiliari in Messina, città nella quale dal 1250 al 1263 ebbe l’appoggio della sua parente Beatrice Lancia, badessa di S. Maria Monialium, fiera oppositrice dei domenicani nonostante gli ammonimenti di Alessandro IV nel 1259 e di Urbano IV nel 1263. Risulta evidente la capacità del L. di creare fedeltà e consenso nei luoghi sottoposti alla sua influenza attraverso la distribuzione di privilegi a clientele di milites e di borgesi; seppe inoltre impegnarsi in redditizie intraprese economiche come la costruzione del grande fondaco dei Veneziani a Messina, che rendeva ogni anno più di 50 once d’oro, e nell’organizzare allevamenti in Calabria di mandrie di buoi e cavalli e di greggi di pecore. Tra le sue realizzazioni si conta anche la costruzione di una villanova nell’attuale Torriana presso Reggio Calabria, avvenuta negli anni in cui era vicario generale nella regione. Leggendo il Kantarowicz e cercando la voce “Bella Amico”, ho trovato il nome di “Bella de’ Amicis”. Leggendo sulla Treccani on-line alla voce “Ruggero de’ Amicis” è scritto che: “Un Guglielmo, “comes de Amico” e signore di Ficarra, è ricordato dal cronista messinese Bartolomeo da Neocastro come esule da Messina al tempo degli Svevi e primo marito di Macalda, la quale dopo la sua morte si risposò con Alaimo da Lentini, il noto protagonista del Vespro e capitano di Messina al tempo della “communitas” (Historia Sicula, in Rer. Ital. Script., 2 ed., XIII, 3, a cura di G. Paladino, p. 67). Guglielmo era inoltre zio di Ruggiero di Lauria, il famoso ammiraglio al servizio degli Aragonesi, e quindi fratello della madre di questo, Bella, la nutrice di Costanza di Svevia, futura regina d’Aragona e di Sicilia. Il Lauria infatti riottenne il feudo di Ficarra, di cui si era appropriata Macalda dopo la morte di Guglielmo, dopo la conquista aragonese della Sicilia. Un Orlando De Amicis negli anni 1262-65 fu invece zecchiere di Messina (I registri della Cancelleria angioina, II, p. 90). Quali fossero i rapporti di parentela tra questi membri della famiglia e il D. non è possibile stabilire. Guglielmo comunque, come il D. stesso, era coinvolto, insieme con il padre Amico, nella congiura del 1246 contro l’imperatore Federico II (cfr. Les registres d’Innocent IV, n. 4033).” Leggendo sulla Treccani on-line alla voce “Ruggero de’ Amicis” apprendiamo che: “nel marzo del 1246, partecipò alla congiura contro Federico II manovrata da Innocenzo IV che vedeva coinvolti vari baroni e alti funzionari del Regno come il poeta Giacomo della Morra e Andrea di Cicala, capitano e maestro giustiziere, insieme con il D. nel 1239-40. I motivi per tale partecipazione non sono noti, ma vanno ricercati probabilmente nei legami famigliari che lo univano con altri ribelli. Due donne della sua famiglia erano infatti sposate con due dei congiurati: Mabilia De Amicis con Ruggiero di Bisaccio, Bella De Amicis (non è chiaro se è da identificarsi con la già ricordata madre di Ruggiero di Lauria) con Guglielmo di Montemarano.“. Infatti, il Kantarowicz, a p. 742, nelle sue note al testo postillava che: “Tuttavia, la partecipazione di questi calabresi alla grande congiura si fa probabile per altri motivi – anzitutto quella di Ruggero de Amicis. Due donne dei de Amicis erano già spose dei congiurati del 1246: Mabilia di Ruggero da Bisaccio e Bella di Guglielmo di Monte Marano. Che il primo, signore di Castel Labello (Bella, a sud di S. Fede, a so di Melfi) e di altre terre nelle vicinanze di Melfi, abbia partecipato alla congiura, non vi è il minimo dubbio; perchè suo figlio Riccardo vene riammesso al godimento dei propri beni da Carlo d’Angiò, che un altro Riccardo, il padre di Ruggero da Bisaccio, aveva perduto in seguito alla congiura del ’46 (2). Se pure già da questo si sia portati a concludere per la sua partecipazione anche alla rivolta, la cosa si fa certa quando si consideri che Ruggero da Bisaccio morì già nel 1248 e che la sua baronia fu restituita alla vedova di lui, Mabilia, da papa Innocenzo IV (3). Anche Bella fu reintegrata nell’estate del ’48, sempre dal papa, nel godimento dei beni del defunto marito Guglielmo di Montemarano; (4) il che dimostra che anche questi aveva pagato con la vita la sua partecipazione alla congiura.”. Dunque, il Kantorowicz li chiama “le due mogli di casa de Amicis”. Il Kantorowicz, a p. 742, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Capasso, Histor. diplom., p. 348.”. Il Kantorowicz, a p. 742, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Berger, 4035”. Il Kantorowicz, per “Berger” intendeva il testo di Elie Berger (….), il suo “Les registres d’Innocent IV”, in Biblioth. des écoles francaises d’Athènes et de Rome, Parigi, 1884. Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 15, in proposito scriveva che: “Qui, il Lauria era giunto insieme alla madre Bella Lancia d’Amichi o de Amicis (3), nel lontano 1262, in occasione delle nozze dell’infante Pietro con Costanza, figlia di Manfredi, re di Sicilia (4). Effettivamente, nei ‘Registri’ dell’Infante, successivi al 1262 – in particolare, nei libri di conto di quest’ultimo -, i nomi di Bella e di Ruggero risultano ricorrenti insieme a quelli di altri personaggi e cavalieri, non esclusivamente Siciliani, quanto piuttosto catalano-aragonesi, che formano il seguito sia di Costanza (5), sia di Pietro (6).”. La Lamboglia, a p. 15, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bella è diminutivo di Isabella, per quanto la donna venga costantemente indicata nella documentazione unicamente come “Bella”. Il cognome “DAMICHI” si trova in un diploma dell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona (e, da ora, ACA), Real Cancilleria (e da ora, RC) Reg. 19, f. 75 v. Sul ceppo dei De Amicis, si vedano L. Sciascia, Le donne e icavalier, gli affanni e gli agi. Famiglia e potere in Sicilia tra il XII e XIV secolo, Messina, Sicania, 1993, pag. 44 e EAD, Nome e memoria: i de Amicis, dalla conquista normanna al Vespro, in ‘Puer Apuliae’, mélanges offerts a Jean-Marie Marten, Edites par E. Cuozzo – V. Déroche – A. Peters Custot – V. Prigent, Paris, ACHCByz, 2008 (Monographie, Centre de Recerche d’Histoire et Civilitations de Byzance, 30), 2 vols., vol. 2, pp. 615-622.”. Riguardo la citazione di “EAD”, la Lamboglia si riferiva a EAD – Encoded Archival Description risale al Berkeley Finding Aids Project (BFAP), avviato nel 1993, presso la Berkeley University in California. La Lamboglia, a p. 2 postillava: “(4) Sul matrimonio tra Pietro e Costanza, si vedano L. PUGLISI, Le nozze di Costanza di Sicilia e Pietro II d’Aragona, «Archivio Storico Siciliano», III.10, 1959, pp. 199-214; D. GIRONA LAGOSTERA, Mullerament de l’Infant En Pere de Catalunya ab Madona Costança de Sicilia, Barcelona 1920, utile soprattutto per l’ampia appendice diplomatica che accompagna il saggio e, da ultimo, M. BRANTL, Studienzum Urkunden- und Kanzleiwesen König Manfreds von Sizilien (1250) 1258-1266, Inaugural Dissertation zu Erlangung des Doktorgrades der Philosophie an der Ludwig-Maximilians-Universität, München 1994, doc. 344, p. 397. (5) Su Bella, si vedano ad esempio ACA, RC, Reg. 17, f. 113r; Reg. 18, f. 72r (ma sul folio segnato 36v per via di una numerazione invertita); Reg. 28, ff. 85v, 108r – 109r, 112v – 114r, 189r; Reg. 29, ff. 1r, 169r, ff. 188r – 188v [ma trascritto anche nella recente riedizione di F. SOLDEVILA, Pere el Gran. Primera part: el Infant, a cura de M.T. FERRER MALLOL, Barcelona, Institut d’Estudis Catalans, 1995 (Memòries de la Secció històrico-arqueòlogica, LXVIII/1) doc. 25, p. 455], 189r; Reg. 30, ff. 6v, 7v, 10v, 71v, 104v; Reg. 31, ff. 35v, 58r e 58r bis; Reg. 32, ff. 23v, 92r, 94r – 95r, 97v; Reg. 33, ff. 19v, 35r. (6) Relativamente a Ruggero valgano esemplarmente le seguenti menzioni in ACA, RC, Reg. 33, ff. 8v, 20r, 53r-53v (parzialmente trascritto in SOLDEVILA, Pere el Gran. Primera part: el Infant, p. 291n), 62v; Reg. 34, f. 1r, 5v, 7r-7v, 36r, 52r, 64v, 66r, 83r, ma oltre a quelle qui indicate chi scrive ha individuato altre settanta referenze di questo tipo comprese nei Regg. 33-37. (7) A. KIESEWETTER (a cura di), Lauria, Ruggero di, in Dizionario biografico degli Italiani (e da ora DBI), 64, 2005, pp. 98-103. (8) Si rimanda, per tutti i riferimenti bibliografici del caso, a R. LAMBOGLIA ecc..”. Dunque, la Lamboglia cita il cognome di Isabella Lancia che negli Archivi della Corona d’Aragona a Barcellona è detta “Bella”. La Lamboglia scriveva che ella si chiamava “Bella Lancia d’Amichi o de Amicis (3)”, e nella sua nota (3) postillava: “Il cognome “DAMICHI” si trova in un diploma dell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona (e, da ora, ACA), Real Cancilleria (e da ora, RC) Reg. 19, f. 75 v.”. Sempre su Bella Lancia, la Lamboglia, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “Problematico invece è il legame di Bella con il ‘clan’ dei Lancia per via dei rapporti non sempre definiti di quest’ultimi (35), e per il quale occorre necessariamente risalire almeno a Bianca, amante dell’imperatore Federico II, sposata pare poi in punto di morte, e madre dell'”illeggittimo” Manfredi, secondo una ben attestata tradizione archivistica (36), prima ancora che da una ‘vulgata’ letteraria, diffusa da Dante in poi. Bianca era infatti legata al ‘clan’ dei Lancia per via materna – nella fattispecie, Manfredi I Lancia (il Vecchio) ne fu il nonno e Manfredi II Lancia lo zio (37) – e derivava il secondo cognome – d’Agliano nel primo decennio del XIII secolo; tra il 1226 ed il 1230, poi passò con la madre e con tutti i parenti piemontesi nel Regno di Sicilia a seguito del rapporto che ormai legava Manfredi II Lancia all’Imperatore (38). Bella seguiva di una generazione ed era ancora legata al ‘clan’ Lancia – sembrerebbe – mediante uno dei rami cadetti – i Lancia de Amicis – la cui vicinanza alla casa sveva era già da lungo corso determinata, se un suo fratello pare essere stato Ruggero de Amicis, vale a dire uno dei più fedeli burocrati al servizio di Federico II e nondimeno, successivamente da questi esiliato insieme ad un suo consanguineo, Guglielmo: tanto il primo, quanto il secondo sarebbero stati discendenti di un conte de Amico, cantato da Guglielmo di Puglia (39) come compagno del Guiscardo e di Ruggero d’Altavilla, e capostipite di una longeva e vigorosa dinastia feudale, cui afferivano non solo i discendenti di Guglielmo de Amicis, ma anche i conti di Giovinazzo (40).”. La Lamboglia, a p. 26, nella sua nota (35) postillava che: “N. Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, in Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia, Atti del Convegno (Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990), a cura di R. Bordone, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1992, pp. 55-80.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (36) postillava: “(36) In proposito, denunciano già una lettera di papa Urbano IV del 26 aprile 1262 e il pronunciamento di papa Clemente IV del 18 novembre 1266, entrambi citati in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, pp. 55-56”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (37) postillava che: “(37) Sui Lancia piemontesi, si rinvia al vecchio e ancor valido studio di C. Mekel, Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana dell’epoca sveva, Torino, E. Loescher, 1886; ma si vedano da ultimo, gli atti del recente convegno Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990, Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia (supra).”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (38) postillava che: “(38) Per le discrepanze tra le genealogie relative a Bianca, cfr. in proposito, i due alberi genealogici ancora in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, p. 80. Sulla figura di Bianca, si veda altresì la successiva voce di R. Bordone (a cura di), Bianca Lancia, in Enciclopedia Fridericiana (EF), Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002, 3 voll., vol. I, pp. 174-176.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Tale genealogia è stata ricostruita, per altro contesto ed altre circostanze da Sciascia, Le donne e i cavalier, pp. 44-45. Sul ceppo dei de Amicis, si rinvia ancora a Ead, Nome e memoria: i de Amicis dalla conquista normanna al Vespro, pp. 615-622.”.

Nel 1229, dopo la V Crociata, Federico II di Svevia ed i Lancia nelle nostre terre

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi. Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che ai tempi di Federico II di Svevia, Torraca apparteneva alla Baronia del Cilento che “toccò” ai Lancia, di cui una grande esponente fu la madre di re Manfredi, Bianca Lancia. La sorella di Bianca Lancia, sposò Riccardo di Lauria, padre dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”.

Nel 1232 nasce a Benevento Manfredi, figlio naturale di Federico II di Svevia e Bianca Lancia

Di Manfredi leggiamo su Wikipidia che: “Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Sveviao Manfredi di Sicilia(Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia.Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino di Svevia dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258.”. Da Wikipedia leggiamo che a partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero:

  • Costanza (1230-1307), imperatrice bizantina;
  • Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266);

Manfredi nacque e visse la sua fanciullezza a Venosa in Basilicata. Era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca dei conti Lancia e Signori di Longi dei Duchi di Baviera. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: “….un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Dunque, il Mazziotti citava il testo di Merkel (….), ed il suo “Manfredi I e Manfredi II Lancia – contributo alla storia politica e letteraria nell’epoca sveva”, pubblicato a Torino nel 1886. Un’altro testo che ci parla di Manfredi e delle sue origini è quello di Michele Cianciulli (….), ed il suo “Re Manfredi e la tradizione della sua tomba in Montevergine etc….”, pubblicato a Milano per i tipi di Mosca, nel 1951. Cianciulli, a p….., in proposito scriveva che: “Figlio naturale di Federico II e di Bianca dei marchesi Lancia, la bella vedova, figlia di Bonifazio Guttuario, Castellano di Angliano, presso Asti, egli nacque sullo scorcio del 1232 (1).”. Il Cianciulli, a p. 17, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il matrimonio tra Federico e Bianca Lancia fu concluso nel 1232. Da questo matrimonio nacquero Manfredi e Costanza, la quale, nel 1247 andò sposa all’Imperatore di Nicea.”. Il Cianciulli, a p. 17 scriveva che: “Figlio di teneri amori (3), era adorno di ogni grazia di natura ed era bello come un terrestre arcangelo”. Dunque, il Cianciulli dice di Bianca Lancia che era la bella vedova dei Marchesi Lancia, figlia di “Bonifazio Guttuario” che era il castellano di “Angliano”, un paese presso Asti in Piemonte. Suo padre, l’imperatore Federico II morì il 13 dicembre 1250 e lasciò a Manfredi il Principato di Taranto con altri feudi minori; gli affidò inoltre la luogotenenza in Italia, in particolare quella del regno di Sicilia, finché non fosse giunto l’erede legittimo, il fratellastro di Manfredi, Corrado IV, che in quel momento era impegnato in Germania. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: “nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, ecc…”. Si narra che Federico II di Svevia avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266). Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258. Si narra che Federico II di Svevia avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia.

Nel 1250, Federico II di Svevia muore a Ferentino, e si apre la successione al trono del Regno di Sicilia

Federico II cadde vittima di una grave patologia addominale, forse dovuta a malattie trascurate, durante un soggiorno in Fiorentino di Puglia; secondo Guido Bonatti, invece, sarebbe stato avvelenato. Egli, difatti, qualche tempo prima aveva scoperto un complotto, in cui fu coinvolto lo stesso medico di corte. Le sue condizioni apparvero immediatamente di tale gravità che si rinunciò a portarlo nel più fornito Palatium di Lucera e la corte dovette riparare nella domus di Fiorentino, un borgo fortificato nell’agro dell’odierna Torremaggiore, non lontano dalla sede imperiale di Foggia. Pandolfo Collenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 60, parlando della morte di Federico II di Svevia, in proposito scriveva che: “Lasciò erede universale nel Regno di Napoli, et in tutto l’Imperio di Roma, suo figlio Corrado Re d’Alemagna. Ad Enrico, minor figliuolo ancora legittimo, lasciò il Regno di Sicilia: oltra il Faro, il qual però havesse a tenere secondo la volontà di Corrado predetto, et lasciolli centomila once d’oro. ecc…ecc…”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, ecc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Federico II d’Hohenstaufen e i suoi tempi (1194-1250) Appunti dalle lezioni del Corso di Storia Medioevale etc…”, a p. 275 così scriveva della fine di Federico II di Svevia: “Il 7 dicembre, “in die sabbati”, Federico aveva dettato il suo testamento, e le sue disposizioni circa l’ordine della successione erano le seguenti: erede del trono era il figlio Corrado, re di Germania, nato dal suo matrimonio con Isabella di Brienne; nel caso che questi fosse morto senza figli, la successione sarebbe toccata all’altro figlio Enrico, nato da Isabella d’Inghilterra, a cui lasciava il Regno di Arles o quello di Gerusalemme, secondo il volere di Corrado. Infine se fosse morto pure Enrico e senza discendenti, l’eredità sarebbe passata a Manfredi, che Federico aveva avuto da Bianca Lancia, che aveva fatto legittimare dopo le sue nozze con costei e al quale assegnava il principato di Toscana e la contea di Monte S. Angelo in Puglia. Reggente o “balio” del Regno, fino all’arrivo di Corrado dalla Germania sarebbe stato il medesimo Manfredi, coadiuvato dal consigliere Bertoldo di Hohenburg.”, ma come vedremo le cose non andranno così.

Nel 1251, Corrado IV, figlio di Federico II di Svevia e la successione al trono del Regno di Sicilia

Corrado IV di Svevia, alla morte del padre l’Imperatore Federico II, insieme a suo fratello Manfredi, ereditò gran parte dei Regni del padre. La successione al trono del Regno di Sicilia, avvenuta dopo la morte dell’Imperatore Federico II, nel 1250, di cui venne a conoscenza probabilmente in gennaio, procurò a Corrado la successione in tre Regni ma peggiorò anche notevolmente la sua posizione. Corrado IV, scomunicato dal papa il 13 aprile 1251, decise di partire per l’Italia per trasferire la sua base nel Regno di Sicilia, del quale rivendicava l’eredità. Corrado IV, per punire la ribellione di Napoli ne trasferì l’Università a Salerno. Corrado IV, figlio di Federico II di Svevia, ridusse i diritti di sovranità al fratello Manfredi, restandogli il principato di Taranto e, negò il proprio consenso ad alcuni provvedimenti di governo di Manfredi, in primo luogo i ricchi infeudamenti dei Lancia, suoi parenti per parte di madre. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, ecc..”.

Nel 1250, Manfredi reggente di Corrado IV

Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: “nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, ecc…”. Si narra che Federico II di Svevia avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia. Di Manfredi leggiamo su Wikipidia che: “Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Sveviao Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia. Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino di Svevia dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258.”. Manfredi nacque e visse la sua fanciullezza a Venosa in Basilicata. Era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca dei conti Lancia e Signori di Longi dei Duchi di Baviera. Suo padre, l’imperatore Federico II morì il 13 dicembre 1250 e lasciò a Manfredi il Principato di Taranto con altri feudi minori; gli affidò inoltre la luogotenenza in Italia, in particolare quella del regno di Sicilia, finché non fosse giunto l’erede legittimo, il fratellastro di Manfredi, Corrado IV, che in quel momento era impegnato in Germania.

Nel 1239, i Morra nel periodo Federiciano

Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 1252, l’Imperatore Corrado IV (figlio di Federico II) ed il Regno di Sicilia

Da Wikipedia leggiamo che preso atto della situazione disperata in Germania, Corrado decise di venire in Italia con la vana speranza di prendere possesso del Regno di Sicilia, che il fratellastro Manfredi teneva come reggente, ma che aspirava a fare proprio. Il sovrano nel 1251, all’abbazia di Sant’Emmerano di Ratisbona, subì un fallimentare attentato da parte dell’abate. Nell’ottobre dello stesso anno si mosse verso l’Italia, attraversò il Brennero, sostò a Verona e a Goito, dove incontrò i vicari imperiali; si imbarcò a Latisana sulle navi inviate dal fratellastro e nel gennaio 1252 sbarcò a Siponto, proseguendo poi insieme a Manfredi nella pacificazione del Regno. Nell’aprile del 1252 Corrado stanziò il proprio accampamento, con le sue milizie, a ponente di Casamassima, in una bassura designata con il nome di Padula. Qui gli chiese udienza il nobile Roberto da Casamassima, il quale gli comunicò che il padre Giovanni era stato spogliato, dall’imperatore Federico II di Svevia, del proprio feudo, passato nelle mani del nobile Filippo Chinardi. Corrado, fatta esaminare anche da suoi consiglieri la validità degli argomenti presentati, graziò Roberto da Casamassima e lo reintegrò immediatamente nel suo feudo con “rescritto imperiale in forma per Gualtiero di Ocre, gran cancelliere del Regno di Sicilia, sub data in Campis prope Padulam Die 20“. Nella dieta di Foggia (febbraio 1252) Corrado stabilì nuove condizioni per procurarsi la benevolenza della popolazione e di una più ampia schiera di baroni: l’abolizione della colletta generale; lo spostamento dell’università dalla ribelle Napoli a Salerno; l’annullamento di concessioni demaniali a favore dei Lancia (parenti di Manfredi) e persino la mancata ratifica del riconoscimento a Manfredi di feudi e della completa autorità nel Principato di Taranto che pure aveva ottenuto dal testamento paterno. Nel frattempo, anche per garantire la continuità nella politica di Federico II, si circondò di consiglieri che avevano già servito l’imperatore, quali Pietro Ruffo, luogotenente in Calabria e in Sicilia, Bertoldo di Hohenburg, Federico di Antiochia, il gran cancelliere Gualtiero di Ocre, il vicario Oberto Pelavicino. Nell’estate del 1252, Corrado IV, diede inizio all’offensiva contro i ribelli e, nel 1253, bandì i Lancia dal Regno minacciandoli di punizioni, con la sola esclusione di Bertoldo di Hohenburg, marito di Isotta Lancia. Corrado IV, pur scomunicato da Papa Innocenzo IV, aveva affidato a lui il figlio Corradino.  Corrado IV, morì il 21 maggio 1254, e si disse che fosse stato avvelenato da Manfredi. Nelle sue disposizioni testamentarie, Corrado IV, prima di morire, nominava come proprio successore il figlio Corradino di Svevia, nato in Baviera il 25 marzo 1252 dopo la sua partenza per l’Italia.

Nel 1252, l’Imperatore Corrado IV bandì i Lancia dal Regno di Sicilia e gli toglie i possedimenti

Corrado IV, figlio di Federico II di Svevia, ridusse i diritti di sovranità al fratello Manfredi, restandogli il principato di Taranto e, negò il proprio consenso ad alcuni provvedimenti di governo di Manfredi, in primo luogo i ricchi infeudamenti dei Lancia, suoi parenti per parte di madre. Nell’estate del 1252, Corrado IV, diede inizio all’offensiva contro i ribelli e, nel 1253, bandì i Lancia dal Regno minacciandoli di punizioni, con la sola esclusione di Bertoldo di Hohenburg, marito di Isotta Lancia. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano Lancia: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Con la venuta dell’Imperatore Corrado (giugno 1252) Manfredi perdette tutti i suoi e i feudi dei suoi amici. L’Imperatore mandò in esilio sia Galvano che Federico Lancia insieme all’altro zio del principe, Bonifacio d’Anglano. Manfredi poi restituì loro i beni avocati. I Lancia, con Manfredi, vennero scomunicati da Alessandro IV. I Lancia poi seguirono Corradino (inverno 1267).”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: L’imperatore Corrado venuto nel Regno nel giugno del 1252 prese ad avversare fieramente Manfredi, geloso della grande popolarità che questi aveva acquistato. Gli tolse i feudi donati a lui dal padre e cominciò a perseguitare i più devoti amici. Ordinò che Galvano e Federico Lancia e Bonifacio d’Anglano zio del principe uscissero dal Reame con tutti i loro congiunti (2). Essi si rifugiarono a Costantinopoli, presso Costanza d’Altavilla sorella di Manfredi, la quale aveva sposato l’imperatore greco: ma furono espulsi anche di là per volontà di Corrado, e non potendo tornare nel regno che alla morte di esso avvenuta a Lavello nel maggio del 1254 (3) in cui furono reintegrati nei loro beni.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca pub. da Gius. Del Re’, p. 117.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell'”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, pag. 131, Giannone, vol. 3°, pag. 361 e 366; ‘Arch. St.. nap., vol. 17, pag. 269.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il Summonte, vol. 2°, pag. 365, riferisce ciò dal Villani.”. Il Mazziotti (…), a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Del Giudice, ‘La famiglia di re Manfredi’, pag. 216.”. Il Mazziotti (…), a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, citato dal Giannone, vol. 4°, Lib. 19 pag. 39.”. Il Mazziotti (…), a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 51; Summonte, vol. 4°, pag. 26.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Giudice, ‘Cod. dipl., vol. 2°, parte 1°, pag. 198, pubblica una lettera di Carlo I d’Angiò del 12 settembre 1268 che annunzia l’arresto di essi.”.

Nel 1252, Manfredi, Galvano, Giordano (“di Anglano”) (Lancia) e Federico Lancia e la baronia del Cilento

Da Wikipedia leggiamo che i Lancia erano una potente famiglia imparentata con gli Svevi di Federico II e poi con il figliastro Manfredi. Essi erano imparentati con i Conti di Lauria, in particolare come vedremo con Gibel di Lauria e con Riccardo di Lauria suo figlio ai tempi della ‘Congiura di Capaccio‘. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 278 parlando della Diocesi di Paestum e dei Vescovi Caputaquensi, in proposito scriveva che: “3. I vescovi di Capaccio erano signori dello stato di Agropoli, costituito oltre che da Agropoli (27), sede feudale, anche dai casali di Ogliastro, Eredita, Luculo, ecc…ecc…Dal feudo i vescovi vennero estromessi dal conte Giordano, parente di Galvano Lancia, zio di Manfredi e barone del Cilento (28). Il nuovo feudatario, però, si impegnò a risarcire i vescovi, con il pagamento annuo di sei once d’oro, canone che i presuli poi versarono alla regia Curia quando furono reintegrati nel feudo da Carlo d’Angiò in seguito alla morte dei fratelli Lancia, seguaci di Corradino.”. Ebner, a p. 278, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Il Mazziotti (‘La baronia, p. 31) rileva la notizia dal Capasso, Histor. Diplom., p. 346, v. nel Liber Inquisitionum cit.: “Comes Ioardanus destituit Episcopum Capudacii de Castro Agropoli, quod castrum fuit postea dicto Episcopo restitutum a dicto Rege cum casalibus eiusdem”.”. Ebner citava il Mazziotti che a sua volta aveva tratto la notizia dal “Liber Inquisitionum Caroli I”, un registro d’epoca angioina (Carlo I d’Angiò) che fu pubblicato da Bartolomeo Capasso (….), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 349 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro feidataris Regni”, a p. 346 riportava il seguente scritto:

Capasso, HD, p. 346

(Fig…..) Capasso Bartolomeo, Historia Diplomatica etc…, p. 346

Del “Liber Inquisitionum Caroli I” ho già detto all’inizio del saggio parlando delle fonti storiche. Riguardo la baronia di Cilento, Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, a p. 31 parlando del castello di Agropoli, in proposito scriveva che: “E dipoi, durante il regno di Manfredi, se ne impossessò il conte Giordano, celebre nelle cronache del tempo, congiunto di Galavano Lancia, zio del re e barone del Cilento. Il conte però corrispondeva al vescovo sei once d’oro ogni anno. Per la morte dei fratelli Lancia avvenuta dopo l’arresto di Corradino di Svevia, le cui parti essi avean fedelmente seguito, il feudo tornò al vescovo con l’obbligo di corrispondere alla Regia Curia il tributo di sei once d’oro all’anno, ed egli fu reintegrato negli antichi suoi possessi che conservò lungamente (1).”. Il Mazziotti, a p. 31, nella sua nota (1) postillava: “(1) Capasso, Historia diplomatica, pag. 346, scrive: “Comes Jordanus destituit episcopum Capudacii de castro Agropoli quod castrum fuit postea dicto episcopo restitutum a dicto domino rege (Carlo I d’Angiò) cum casalibus suis”.”. Dunque, secondo la lettera i Carlo I d’Angiò tratta dai registri angioini dell’epoca (“Liber Inquisitionum Caroli I”, la baronia del Cilento ed il castello di Agropoli, al tempo di re Manfredi furono controllati dal “Comes Jordanus” (“Giordano di Anglano”, come lo chiama Ebner) che era parente di Galvano Lancia. Come vedremo appresso, il Mazziotti scriveva che:  “Conte Giordano grande personaggio di quei tempi, detto di Agliano e che forse era anche fratello dei Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia ed un Conte Giordano grande personaggio di quei tempi, detto di Agliano e che forse era anche fratello dei Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori. In un parlamento tenuto a Barletta nel febbraio del 1256 lo nominò conte del principato di Salerno e Gran Maresciallo del Regno di Sicilia ed elevati gradi e feudi ebbero i congiunti di lui (2). Indubbiamente con il principato di Salerno conseguì anche la baronia del Cilento. L’Antonini afferma che Galvano Lancia costruì il castello di Rocca (1) il quale invece, come già ho detto, esisteva parecchi secoli prima e forse fu da lui soltanto ingrandito e restaurato. VI. Della signoria del Lancia nel Cilento non sono rimasti avvenimenti degni di nota: egli occupava i più alti uffici dello Stato, rappresentò una parte importantissima delle vicende dell’epoca e dovette anche per la sua devozione a Manfredi subire grandi traversie. Ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca: Giannone, lib. 18, pag. 581.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Parte 2°, discorso 3°, pag. 261.”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 128-129 riferendosi all’Imperatore Corrado IV, in proposito scriveva che: “L’imperatore Corrado venuto nel Regno nel giugno del 1252 prese ad avversare fieramente Manfredi, geloso della grande popolarità che questi aveva acquistato. Gli tolse i feudi donati a lui dal padre e cominciò a perseguitare i più devoti amici. Ordinò che Galvano e Federico Lancia e Bonifacio d’Anglano zio del principe uscissero dal Reame con tutti i loro congiunti (2). Essi si rifugiarono a Costantinopoli presso Costanza sorella di Manfredi, la quale avea sposato l’imperatore greco: ma furono espulsi anche di là per volontà di Corrado, e non poterono tornare nel regno che alla morte di esso avvenuta a Lavello nel maggio 1254 (3) in cui furono reintegrati nei loro beni. La potenza dei Lancia rifiorì un’altra volta avendo Manfredi tenuto novellamente il regno in nome di suo nipote Corradino che era in tenera età. In questo tempo Manfredi venuto in dissenso con papa Innocenzo, specialmente percè dagli uomini del principe era stato ucciso un barone devoto al papa, inviò ad esso, allora infermo a Teano, come suoi ambasciatori il conte Galvano Lancia e Riccardo Filangieri. Essi gli chiesero di ammettere il principe, con assicurarne la persona, a scusarsi con lui, ma il papa non volle fare alcuna promessa. Galvano Lancia avendo penetrato che questi aveva il disegno di far prigioniero Manfredi, scrisse al principe, allora di Acerra, di ricoverarsi presso i saraceni in Lucera, al quale consiglio egli si attenne. Intanto essendo ad Innocenzo succeduto Alessandro IV, questi scomunicò Manfredi per la morte di quel barone e per la lega con i saraceni, ed estese la scomunica anche a Galavano  Lancia (1).”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca pub. da Gius. Del Re’, p. 117.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell'”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, pag. 131, Giannone, vol. 3°, pag. 361 e 366; ‘Arch. St.. nap., vol. 17, pag. 269.”. Il Mazziotti, a p. 129 scriveva pure che: “VII. Le ire del pontefice contro Manfredi erano vivamente attizzate dai fuoriusciti napoletani, tra i quali Ruggiero Sanseverino che, comunque giovanissimo ancora, per le sue doti e per la nobile famiglia da cui veniva era considerato come loro capo. Contro gli svevi lo spingevano il desiderio di recuperare gli antichi beni degli avi e l’amaro ricoro della truce strage dei suoi, dalla quale si era meravigliosamente salvato. Quando Manfredi precedentemente, nell’anno 1253, si era presentato al papa Innocenzo per sottometterglisi, il pontefice aveva notato che Ruggiero Sanseverino e gli altri fuoriusciti del Regno allorchè incontravano Manfredi non si levavano il cappello (2). Al nuovo pontefice  Alessandro IV si presentarono nel 1255 Ruggiero Sanseverino con suo zio Guaimario, Pandolfo di Fasanella ed altri a nome di tutti i fuoriusciti napoletani per invocarne l’aiuto al ritorno del Regno. Ruggiero ebbe parte importante negli avvenimenti dell’epoca spronando continuamente il papa Alessandro ed id il successore di lui, Clemente IV, fino all’impresa di Carlo I d’Angiò nell’anno 1265.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il Summonte, vol. 2°, pag. 365, riferisce ciò dal Villani.”. Il Mazziotti (…), a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Del Giudice, ‘La famiglia di re Manfredi’, pag. 216.”. Il Mazziotti (…), a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, citato dal Giannone, vol. 4°, Lib. 19 pag. 39.”. Il Mazziotti (…), a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 51; Summonte, vol. 4°, pag. 26.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Giudice, ‘Cod. dipl., vol. 2°, parte 1°, pag. 198, pubblica una lettera di Carlo I d’Angiò del 12 settembre 1268 che annunzia l’arresto di essi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “In una assemblea tenuta a Barletta nel 1256 Manfredi nominò suo zio Galvano Lancia Gran Maresciallo del Regno e Conte del principato di Salerno. Probabilmente fu allora che o poco dopo che gli concedè anche la baronia di Cilento ed il possesso di Agropoli. Galvano Lancia tenne Agropoli tramite un suo delegato, il conte Giordano di Agliano, a cui lo stesso Manfredi aveva ceduto la contea di Sanseverino; il Lancia era tenuto però a pagare al vescovo di Capaccio sei once d’oro l’anno, mentre la Badia di Cava versava a lui, in ragione ecc…(2).”. Il Cantalupo a p. 151, nella sua nota (2) postillava che: “(2) M. Mazziotti, op. cit., p. 54”. Infatti, Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a p. 54, in proposito scriveva che: “Anche nell’agitato periodo del regno di Manfredi, Castellabate visse nella maggiore quiete. I paesi della parte alta del Cilento, cioè vicino al Monte Stella, che avevano formato la Baronia del Cilento concessa dai principi normanni ai Sanseverino, furono allora dal re donati al suo zio naturale Galvano Lancia col titolo di barone del Cilento. Con questo potente feudatario la Badia mantenne sempre rapporti di buon vicinato e, poichè essa possedeva alcune terre in Agropoli soggette ai Lancia, gli corrispondeva annualmente un tributo. Così, troviamo nei registri della Badia che nell’anno 1260 l’Abate spediva per mezzo di un notaio a Galvano Lancia feudatario del Cilento, in nome del quale teneva Agropoli il suo congiunto conte Giordano, la somma di tre tarì per le terre di Agropoli.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che attraverso alcuni documenti conservati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, documenti, si sa che nel 1260, durante il Regno di Sicilia retto da Manfredi, Agropoli ed il suo territorio era soggetto ai Lancia ed in particolare Galvano Lancia che tenne Agropoli e la Baronia del Cilento attraverso il conte Giordano che il Cantalupo chiama “Giordano di Agliano”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, in proposito scriveva che: Il vicario imperiale Manfredi, poi incoronato a Palermo, ripresa la lotta avocò i beni di Ruggiero assegnando il feudo di Sanseverino al congiunto conte Giordano di Anglano, nominato poi vicario in Toscana e podestà di Siena. Ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che Manfredi donava la baronia del Cilento al suo parente conte Giordano di Anglano. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi,... Il Mallamaci (…) sosteneva che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Riguardo i Lancia ed i loro possedimenti ai tempi di Manfredi è interessante ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc….

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: Difatti, attraverso una serie di concessioni feudali un po’ ovunque nel Regno di Sicilia e nell’apparato amministrativo, Manfredi poneva un gruppo familiare di indubbia fedeltà – soprattutto i Lancia e gli Agliano – a perno e garanzia del proprio potere, rafforzando uno statu quo nel Regno che vedeva segnatamente i Lancia già attivi per proprio partito in una fitta rete di legami parentali con la piccola nobiltà regnicola, avendo sapientemente maritato le donne dei rami cadetti prima e dopo l’avvento di Manfredi (144). Pertanto l’età manfrediana (145) rimane cruciale ai fini della comprensione delle dinamiche interne al Regno, poiché viene a definire in un brevissimo torno di anni – circa un terzo dell’età federiciana – una nuova geografia del potere baronale, in specie nella parte continentale – giacché qui si concentravano prevalentemente gli interessi di Manfredi –, ma pure nella stessa Sicilia, mediante la promozione di una nuova nobiltà cittadina, legata ai Maletta e tramite
questa ai Lancia-Agliano (146). Da questo contesto esce diversamente connotato pure il tema del cosiddetto fuoriuscitismo (147). Occorre in proposito ricordare come l’affermazione monarchica nel Regno di Sicilia avesse, già in precedenti circostanze, creato una fazione di nobili ostili ad essa, che divennero perno di macchinazioni contro l’autorità centrale furono punite duramente già da Ruggero II (148) e poi dai suoi successori sino a Federico ed in specie negli ultimi anni del regno di quest’ultimo (149) e poi quindi anche da Manfredi (150), in sostanza determinando esecuzioni, confische ed esilî ai danni della feudalità autoctona o anche di recente promozione, che attentava al potere dei sovrani della casa normanna e sveva (151). Il problema si ripropose e si aggravò ancora con l’affermazione angioina del 1266, che portò soprattutto dopo la sollevazione del 1268 alla condanna di alcuni esponenti delle famiglie più legate alla casa di Svevia e quindi rimpolpò, su schieramento opposto, il gruppo di nobili puniti o esiliati. Tra questi, spicca da sempre il nome esemplare di Giovanni da Procida – grande tessitore e mediatore al servizio degli svevi prima, ancora per un breve periodo sotto gli stessi Angiò ed infine presso gli Aragonesi –, e dei vari Lancia e della nutrita schiera evidenziata dalla Wieruszowski (152), nella quale fa capolino lo stesso Ruggero.”.

Nel 1253, Riccardo Filangieri lascia la contea di Marsico

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965.

Nel 1253, l’Imperatore Corrado IV e Guglielmo (per Antonini) o Enrico o Arrigo (per il Collenuccio) “il vecchio conte di Rivello” governò Napoli durante il breve regno di Corrado IV

Pandolfo Collenuccio (…), nel libro IV del suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’, edito nel 1591, a p. 62, in proposito scriveva che: “Avuto adunque Napoli in questo modo Corrado, fu  Re universale del Regno senza alcuna contradittione, et la riformatione di esso, commise ad Enrico, vecchio Conte di Rivello, et il governo di Napoli. Stando adunque in istato pacifico volto ai piaceri, Enrico fanciullo suo fratello, figliuolo della Regina Isabella, partì di Sicilia, à chi Federico l’havea lasciata, per venire a far riverenza al Re. In sua compagnia vi era un Capitano Saracino detto Giovanni Moro, ecc…ecc..”. Il Colenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 57 a, parla di ‘Guglielmo, ribelle di Federico II’. Dunque, secondo il Collenuccio (…), alla morte di Federico II di Svevia, suo figlio legittimo Corrado IV divenuto Imperatore ed erede del Regno di Sicilia, di cui faceva parte Napoli e le nostre terre, commise il governo di Napoli ad Enrico o “Arrigo” (l’Antonini lo chiama Guglielmo), vecchio Conte di Rivello. Il Collenuccio (…) aggiunge pure che Enrico, il vecchio conte di Rivello …fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Pandolfo Collenuccio (…), nel libro IV del suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’, edito nel 1591, ci parla del conte di Rivello “Enrico” o “Arrigo” vissuto al tempo di Federico II di Svevia e dopo con la venuta di Corrado IV e poi di Corradino di Svevia. Il Collenuccio (…), ci parla del feudatario di Rivello e lo chiama, dice l’Antonini erroneamente “Enrico, vecchio Conte di Rivelloa cui l’Antonini si riferisce quando aggiunge che egli “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Il Collenuccio, nel cap. IV a p. 57, in proposito alla ‘Congiura di Capaccio’, scriveva di questo Guglielmo: “Capi del trattato erano Pandolfo da Fasanella, & Giacomo da Morra; Compagni nel tradimento erano Tebaldo, Guglielmo, & Francesco da S. Severino, ecc..”L’Antonini a p. 443 della sua ‘Lucania’, prendendo le mosse dal racconto che fece lo storico Pandolfo Collenuccio. L’Antonini (…), parlando di Lagonegro, l’antica ‘Nerulo‘, ‘Lagonegro e sue montagne’, p. 183, Parte II, Discorso I. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 442-443, continuando il suo racconto su Rivello, a p. 442, nella sua nota (I), posillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”Dunque, l’Antonini (…), riguardo a Rivello, sulla scorta del Collenuccio (…) scrive in proposito che fu conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II fu conosciuto da Corrado di Svevia, come uomo di gran senno e di consumata prudenza, destinandolo alla riformazione del Regno. L’Antonini si riferisce a Corrado IV, che ottenne la successione al Regno dopo la morte del padre Federico II di Svevia. Secondo l’Antonini, l’imperatore Corrado IV, succeduto al padre Federico II di Svevia nel Regno di Sicilia, conosciuto Guglielmo conte di Rivello (Enrico o Arrigo per il Collenuccio) lo destinò alla “riformazione del Regno”.

Nel 21 maggio 1254, l’Imperatore Corrado IV muore

Il 21 maggio Corrado moriva di malaria, malattia contratta già da un paio di mesi: corse voce che Manfredi avesse fatto avvelenare il fratello, ma al riguardo non ci sono prove. Il cuore e le viscere di Corrado vennero seppellite a Melfi. Il suo corpo venne portato nella cattedrale di Messina, dove si svolsero i funerali, in attesa della sepoltura definitiva a Palermo. In occasione di dette esequie, forse a causa del numero eccessivo di ceri e candele accese accanto al catafalco, si sviluppò un furioso incendio che distrusse il Duomo. Dopo la sua morte, Alfonso X di Castiglia reclamò il Ducato di Svevia per diritto materno, in quanto figlio di Elisabetta Hohenstaufen, a sua volta figlia del duca di Svevia e re di Germania, Filippo di Svevia; la pretesa non ebbe seguito, benché Alfonso avesse ottenuto l’appoggio di papa Alessandro IV, che il 3 febbraio 1255, aveva scritto una lettera alla nobiltà sveva. Il giovane imperatore lasciava il figlio Corradino, ancora bambino e rimasto in Germania, sotto la tutela del papa, mentre fu nominato governatore del Regno di Sicilia il marchese Bertoldo di Hohenburg; in realtà Manfredi proseguì la reggenza senza contrarietà. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei popoli etc…”, vol. II, a p. 173, parlando dei moti scoppiati nel Regno di Sicilia dopo la morte di Federico II di Svevia per la sua successione, impossessatosi del Regno il figlio Corrado IV, scriveva che: “Corrado regnò un anno appena, morì di febbre nel maggio del 1294 presso Lavello (1), ov’era a campo con l’esercito. Poichè il figliolo Corradino è di età ancora bambino e in Alemagna, venne la somma delle cose alle mani prima del marchese Bertoldo, come balio del fanciullo, poi di Manfredi stesso. Divampa di nuova lena la politica anti Sveva nella Curia ecc..ecc..”. Probabilmente qui vi è un errore materiale perchè Corrado IV morì nel 1254 non nel 1294. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “Nel 1250 morì Federico II e la sua eredità fu raccolta da Manfredi, il figlio naturale, prima come reggente del proprio fratello Corrado, poi, spentosi questo nel 1254, ecc….”. Manfredi, fratellastro di Corrado IV, si recò dal pontefice per far valere subito la sovranità del nipote Corradino, figlio di Corrado IV, ma il Papa obiettò che Corradino era troppo piccolo e, fino all’età adulta, al Papato sarebbe spettata la reggenza. Manfredi accettò, prese tempo e si preparò ad attaccare militarmente il Papa per prendere il controllo del regno. La reggenza passò a papa Alessandro V. Data la tenerissima età di Corradino, l’uomo forte della fazione sveva non poteva che essere suo zio Manfredi, il quale ne usurpò il trono (la vulgata vuole anche facendo spargere la voce, falsa, della morte del bimbo), ma forse furono le circostanze a fare di suo zio un usurpatore di fatto e, di conseguenza, il re Manfredi godeva di un prestigio immenso presso i suoi sia per le sue qualità di condottiero sia per quelle di uomo di corte e di amante delle lettere e delle arti. Insomma, con la morte di Corrado IV forse parve naturale che il comando dovesse essere di Manfredi e certo il principe di Taranto non si fece troppi scrupoli legalistici. Corradino, re di Sicilia per soli quattro anni, dai due ai sei anni d’età, crebbe così in disparte, in Baviera lontano dall’agone italiano, il vero terreno dello scontro tra guelfi e ghibellini, tra papato e impero, il teatro dei trionfi e dei rovesci della straordinaria storia della sua stirpe. Manfredi, che riprese il controllo del Regno di Sicilia. Dichiarato dal Papa l’usurpatore di Napoli, Manfredi fu scomunicato nel luglio del……Nel 1264 moriva Urbano IV e a questi succedeva papa Clemente IV che proseguì la politica anti-sveva e favorì ulteriormente lo scontro per mezzo degli Angioini. Carlo giunse a Roma per mare, nel giugno 1265, sfuggendo alla flotta siciliana. Sempre il Racioppi (…), scriveva che: “Manfredi, provvede, accorre, combatte, assedia città ribelli, e riconquista palmo a palmo lo stato, dalla Campania alla terra di Otranto e di Calabria. Tornava egli dalla invasa Campania verso la puglia che era insorta. Manda dunque in Melfi, dice il Jamsilla (2), “suoi legati Gualtieri di Oria, cancelliere del reame, e Gervasio di Martina,, i quali, convocato il popolo, ecc..ecc..”. Il Racioppi (…), vol. II a p. 173, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Jamsilla, op. cit., p. 137.”. Il Racioppi, parla del Jamsilla a p. 172 ed in proposito scriveva che: “(2) Jamsilla, Nei ‘Cronisti napoletani (Ediz. Giuseppe Del Re), vol. 2, P. 107.”. Infatti il Del Re (…), nel suo “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…”, a p. 107 del vol. II, cita il cronista dell’epoca e lo chiama “Niccolò Jamsilla” di cui riporta il suo manoscritto e il ‘Chronicon’ da dove forse è tratta la notizia dei partigiani di Corradino a Tortorella.  Jamsilla Nicolò (…), ‘Storia di Niccolò Jamsilla, delle Gesta di Federico II Imperatore e dè suoi figli Corrado e Manfredi re di Puglia e di Sicilia (1210-1258)’, stà in Giuseppe Del Re (…), nel suo vol. II di “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…” (vedi da p. 100 a p. 200). Corrado IV, pur scomunicato da Papa Innocenzo IV, aveva affidato a lui il figlio Corradino.  Corrado IV, morì il 21 maggio 1254, e si disse che fosse stato avvelenato da Manfredi. Nelle sue disposizioni testamentarie, Corrado IV, prima di morire, nominava come proprio successore il figlio Corradino di Svevia, nato in Baviera il 25 marzo 1252 dopo la sua partenza per l’Italia. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei popoli etc…”, vol. II, a p. 173, parlando dei moti scoppiati nel Regno di Sicilia dopo la morte di Federico II di Svevia per la sua successione, impossessatosi del Regno il figlio Corrado IV, scriveva che: “Corrado regnò un anno appena, morì di febbre nel maggio del 1294 presso Lavello (1), ov’era a campo con l’esercito. Poichè il figliolo Corradino è di età ancora bambino e in Alemagna, venne la somma delle cose alle mani prima del marchese Bertoldo, come balio del fanciullo, poi di Manfredi stesso. Divampa di nuova lena la politica anti Sveva nella Curia ecc..ecc..”. Probabilmente qui vi è un errore materiale perchè Corrado IV morì nel 1254 non nel 1294. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “Nel 1250 morì Federico II e la sua eredità fu raccolta da Manfredi, il figlio naturale, prima come reggente del proprio fratello Corrado, poi, spentosi questo nel 1254, come tutore del nipote Corradino ed, infine, nel 1258 come Re di Sicilia.”.

Nel 1254, Manfredi, dopo la morte di Corrado IV e tutore di Corradino

Dopo la morte dell’Imperatore Corrado IV, Manfredi, suo fratellastro, si recò dal pontefice per far valere subito la sovranità del nipote Corradino, figlio di Corrado IV, ma il Papa obiettò che Corradino era troppo piccolo e, fino all’età adulta, al Papato sarebbe spettata la reggenza. Manfredi accettò, prese tempo e si preparò ad attaccare militarmente il Papa per prendere il controllo del regno. La reggenza passò a papa Alessandro V. Data la tenerissima età di Corradino, l’uomo forte della fazione sveva non poteva che essere suo zio Manfredi, il quale ne usurpò il trono (la vulgata vuole anche facendo spargere la voce, falsa, della morte del bimbo), ma forse furono le circostanze a fare di suo zio un usurpatore di fatto e, di conseguenza, il re Manfredi godeva di un prestigio immenso presso i suoi sia per le sue qualità di condottiero sia per quelle di uomo di corte e di amante delle lettere e delle arti. Insomma, con la morte di Corrado IV forse parve naturale che il comando dovesse essere di Manfredi e certo il principe di Taranto non si fece troppi scrupoli legalistici. Corradino, re di Sicilia per soli quattro anni, dai due ai sei anni d’età, crebbe così in disparte, in Baviera lontano dall’agone italiano, il vero terreno dello scontro tra guelfi e ghibellini, tra papato e impero, il teatro dei trionfi e dei rovesci della straordinaria storia della sua stirpe. Manfredi, che riprese il controllo del Regno di Sicilia. Dichiarato dal Papa l’usurpatore di Napoli, Manfredi fu scomunicato nel luglio del……Nel 1264 moriva Urbano IV e a questi succedeva papa Clemente IV che proseguì la politica anti-sveva e favorì ulteriormente lo scontro per mezzo degli Angioini. Carlo giunse a Roma per mare, nel giugno 1265, sfuggendo alla flotta siciliana. Sempre il Racioppi (…), scriveva che: “Manfredi, provvede, accorre, combatte, assedia città ribelli, e riconquista palmo a palmo lo stato, dalla Campania alla terra di Otranto e di Calabria. Tornava egli dalla invasa Campania verso la puglia che era insorta. Manda dunque in Melfi, dice il Jamsilla (2), “suoi legati Gualtieri di Oria, cancelliere del reame, e Gervasio di Martina,, i quali, convocato il popolo, ecc..ecc..”. Il Racioppi (…), vol. II a p. 173, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Jamsilla, op. cit., p. 137.”. Il Racioppi, parla del Jamsilla a p. 172 ed in proposito scriveva che: “(2) Jamsilla, Nei ‘Cronisti napoletani (Ediz. Giuseppe Del Re), vol. 2, P. 107.”. Infatti il Del Re (…), nel suo “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…”, a p. 107 del vol. II, cita il cronista dell’epoca e lo chiama “Niccolò Jamsilla” di cui riporta il suo manoscritto e il ‘Chronicon’ da dove forse è tratta la notizia dei partigiani di Corradino a Tortorella.  Jamsilla Nicolò (…), ‘Storia di Niccolò Jamsilla, delle Gesta di Federico II Imperatore e dè suoi figli Corrado e Manfredi re di Puglia e di Sicilia (1210-1258)’, stà in Giuseppe Del Re (…), nel suo vol. II di “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…” (vedi da p. 100 a p. 200). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “Nel 1250 morì Federico II e la sua eredità fu raccolta da Manfredi, il figlio naturale, prima come reggente del proprio fratello Corrado, poi, spentosi questo nel 1254, come tutore del nipote Corradino ed, infine, nel 1258 come Re di Sicilia..

Tra il 1255 ed il 1256, un certo ‘dominus Albertacius’ ottiene la terra di Lauria e Guglielmo Villano Lagonegro

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Sul finire dell’età sveva e lungo tutto la breve età di Manfredi, un momento di disgrazia deve però aver coinvolto anche i tre fratelli ed il relativo ceppo familare se questo, ad un certo punto, non risulta più titolare dei possedimenti precedentemente ascrittigli, secondo infatti è dato appurare dall’inchiesta ordinata da Carlo I d’Angiò, fin dal 1274, allo scopo di reintegrare dei beni feudali quanti ne erano stati spogliati dai sovrani svevi (118). Si apprende infatti che, a eguito della confisca, le terre di LAGONEGRO e di LAURIA furono concesse da Federico II ad Alemagno de Fallucca in cambio di alcune terre in Calabria, e che detto Alemagno le mantiene fino all’avvento di re Corrado (119). Le medesime terre non ritornano ai Loria neppure in età manfrediana, poichè un Guglielmo Villano ottiene la terra di LAGONEGRO e un non meglio precisato ‘dominus Albertacius’ la terra di Lauria (120) tra il 1255 ed il 1266 (121), sicchè non trova sufficiente patente di plausibilità la fedeltà di Riccardo per proprio partito a Manfredi nella battaglia di Benevento, tramandata dagli ‘Annales’ zuritani, se non a patto di legarla unicamente alla situazione matrimoniale di costui, giacchè i dati delle fonti dimostrano l’insussistenza di un vincolo di fedeltà su base patrimoniale.. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (120) postillava che: “(120) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 624″. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (121) postillava che: “(121) Secondo la data apposta al regesto del Diploma perduto (cfr. BRANDTL, Studien zum Unkunden – und Kanzleiwesen Konig Manfreds von Sizilien, doc. 522, pp. 478-479”.

Nel 27 ottobre 1254, Ruggero II Sanseverino e la baronia del Cilento pacificatosi con Manfredi 

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, in proposito scriveva che: “Dopo l’ingresso di Innocenzo IV a Napoli (27 ottobre 1254), il pontefice restituì anche la baronia del Cilento a Ruggiero di Sanseverino, …..”. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Galvano e Federico Lancia ai tempi di Corradino di Svevia e della battaglia di Tagliacozzo dove Carlo I d’Angiò, vinse le armate ghibelline e Sveve,  sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 133-134-135 scriveva che: “I feudi posseduti dai Sanseverino e tra gli altri la baronia di Rocca passarono alla corona ma ad essa restarono per breve tempo a causa dei mutamenti che sopravvennero nel regno e di cui farò breve cenno…..Al nuovo pontefice  Alessandro IV si presentarono nel 1255 Ruggiero Sanseverino con suo zio Guaimario, Pandolfo di Fasanella ed altri a nome di tutti i fuoriusciti napoletani per invocarne l’aiuto al ritorno del Regno. Ruggiero ebbe parte importante negli avvenimenti dell’epoca spronando continuamente il papa Alessandro ed il successore di lui, Clemente IV, fino all’impresa di Carlo I d’Angiò nell’anno 1265 ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965.

Nel 1254, il Castello di Sanseverino fu restituito a Ruggero II Sanseverino ma Manfredi lo ritoglie

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Nel 1254 il castello di Sanseverino, per interessamento d’Innocenzo IV, era stato restituito a Ruggero, l’altro figlio di Tommaso miracolosamente scampato (aveva nove anni) all’eccidio di Capaccio e allevato dal papa che gli diede in moglie una sua nipote. Ma il vicario imperiale Manfredi, tutore di Corradino, ripresa la lotta, donò il castello a Giordano de Anglano, suo parente (a. 1258).”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Ruggero II Sanseverino nacque nel 1237 circa da Tommaso I, conte di Marsico, e da Perna de Morra. La sua famiglia fu coinvolta nella congiura di Sala e Capaccio (1245-46) che aveva come obiettivo, oltre alla morte dell’imperatore Federico II e del figlio re Enzo, anche l’uccisione del signore ghibellino Ezzelino III da Romano e il passaggio verso la fazione guelfa della fedelissima Parma. Costretto dunque alla fuga in Francia, fu accolto, assieme alla madre e ad altri congiunti, dall’esule papa Innocenzo IV. Per tale ragione i beni della stirpe furono requisiti dalla corona e poi ceduti a nobili fedeli: la contea di Marsico passò prima a Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento e San Severino furono ceduti ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia. Ruggero sposò nel 1250 circa Teodora d’Aquino, sorella di san Tommaso, dalla quale ebbe un solo figlio, Tommaso II. Dopo la morte dell’imperatore (avvenuta nel dicembre dello stesso anno), quando fu certo della stabilità dei rapporti tra Papato e Impero, tornò in patria, riuscendo a riottenere, per intercessione del pontefice, i feudi aviti; ma, dopo l’incoronazione di Manfredi a Palermo, divenne il punto di riferimento della nobiltà a lui ostile.

Nel 1254, Manfredi restituisce al suo parente Riccardo di Lauria tutti i suoi feudi e la Contea di Lauria tolta da Federico II di Svevia

I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Dunque, Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, in seconde nozze sposò Isabella (“Donna Bella”) Lancia, la zia di Bianca Lancia, amante ed ultima sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:

  • Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
  • Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
    • una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
    • Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.

Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Parla dell’antica famiglia di Ruggiero di Lauria e cita Carlo Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero. Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini ecc..”. La notizia riportata anche da Ebner e tratta dai registri della Cancelleria Angioina andrebbe ulteriormente indagata e riguarda l’epoca Federiciana della ‘Congiura di Capaccio’ in cui diversi feudatari delle nostre terre patteggiarono contro Federico II di Svevia oppure si riferisce al periodo immediatamente successivo alla presa di potere di Manfredi dopo la morte di Federico II di Svevia. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Crebbe in corte d’Aragona (1); ove il re gli diè sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ….Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro. Infatti, in Michele Amari (…), nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona, scriveva che: “Sorridea Pietro, e a far disegni, non querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida (4). Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), venuto era fanciullo seguendo la regigna Costanza con madonna Bella madre sua, nutrice della reina, ecc..ecc..”. L’Amari a p. 83 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Saba Malaspina, cont., pag. 340-342. Per vero egli non scrive il nome di Corado Lancia ma solo di Loria e Procida, e, aggiunge altri usciti italiani, ma ritraendosi dal Montaner  la grande riputazione di Corrado a corte d’Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.. L’Amari (…), a p. 83, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93” e nella sua nota (6) l’Amari postillava: “(6) Bartolomeo de Neocastro, cap. 83. Nel Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1291 A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8,  forse di gennaio 1275, o 1276, ch’e è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per se, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne, tutti della stessa famiglia, che avevano diviso fra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.”. Dunque, la notizia citata da Ebner e tratta da Michele Amari è confermata. L’Amari (…), a p. 83 del cap. V, sulla scorta del diploma o privilegio tratto dai registri della Cancelleria Angioina di Carlo II d’Angiò dell’anno 1291, un documento del 1275 o 1276, che indicava la divisione delle proprietà dei Loria o di Roberto di Lauria padre di Ruggiero di Lauria, tra cui i castelli di Lauria (“Loria”), Lagonegro (“Lagonessa”) e Castelluccio in Basilicata, con i tre figli: Giacomo, Roberto e Ruggiero di Lauria. Dunque, l’Amari, traeva la notizia dal cronista Bartolomeo da Neocastro. Bartolomeo di Neocastro, o Bartholomaeus de Neocastro era un cronista che morì nel 1295. Fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino ‘Historia Sicula‘. Michele Amari (…), riguardo i feudatari della Contea di Lauria, ed in particolare di Riccardo padre del celebre ammiraglio Ruggero ci dà anche un’altra interessantissima notizia, quando nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona, scriveva che: “Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), ecc..” e pi nella sua nota (5) in proposito postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: “La notizia che vuole, invece, padre di Ruggero un ‘Riccardo di Loria’ o ‘de Lauria’, “gran privado” del re Manfredi, tanto da seguire quest’ultimo nella rotta di Benevento, deriva esclusivamente da Jeronimo Zurita (88) e dall’annalista si diffonde a tutta storiografia catalano-spagnola successiva. L’altra notizia che vuole, quale madre di Ruggero, un’esponente della nota famiglia Lancia – Isabella Lancia d’Amichi o de Amicis -, deriva al contrario, dalle cronache catalane coeve, e dal Muntaner segnatamente. Mentre però la prima è una notizia che si fonda esclusivamente sulla tradizione, giacchè non vi è un riscontro documentale che leghi la figura di Riccardo a quella di Manfredi e alla battaglia di Benevento (89), più volte comprovata, ecc….Tra le due figure genitoriali, dunque, più problematico è risalire alla figura del padre, il cui legame parentale è posto unicamente dalla tradizione (91). In proposito, le fonti non dirimono la questione, semmai palesano unicamente l’esistenza di un Riccardo di Lauria (92), attivo nel Regno, in date che soltanto non smentiscono del tutto la cronologia di una possibile paternità di Ruggero. Alogamente, aperto pure rimane il problema del legame parentale tra ‘Riccardus de Loria’ ed il precedente ‘Gibel de Loria’ (93), il cui ceppo familiare si trovava legato a relazioni vassallatiche già in età normanna (94).”.

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 44-45 parlando dei tre fratelli Giacomo (Jacopo), Riccardo e Roberto di Lauria, in proposito scriveva che: “Sul finire dell’età sveva e lungo tutto la breve età di Manfredi, un momento di disgrazia deve però aver coinvolto anche i tre fratelli ed il relativo ceppo familare se questo, ad un certo punto, non risulta più titolare dei possedimenti precedentemente ascrittigli, secondo infatti è dato appurare dall’inchiesta ordinata da Carlo I d’Angiò, fin dal 1274, allo scopo di reintegrare dei beni feudali quanti ne erano stati spogliati dai sovrani svevi (118). Si apprende infatti che, a seguito della confisca, le terre di LAGONEGRO e di LAURIA furono concesse da Federico II ad Alemagno de Fallucca in cambio di alcune terre in Calabria, e che detto Alemagno le mantiene fino all’avvento di re Corrado (119). Le medesime terre non ritornano ai Loria neppure in età manfrediana, poichè un Guglielmo Villano ottiene la terra di LAGONEGRO e un non meglio precisato ‘dominus Albertacius’ la terra di Lauria (120) tra il 1255 ed il 1266 (121), sicchè non trova sufficiente patente di plausibilità la fedeltà di Riccardo per proprio partito a Manfredi nella battaglia di Benevento, tramandata dagli ‘Annales’ zuritani, se non a patto di legarla unicamente alla situazione matrimoniale di costui, giacchè i dati delle fonti dimostano l’insussistenza di un vincolo di fedeltà su base patrimoniale.”. La Lamboglia, a p. 44, nella sua nota (118) postillava che: “(118) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 623.”. La Lamboglia, a p. 44, nella nota (119) postillava che: “(119) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 624.”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (120) postillava che: “(120) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 624.”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (121) postillava che: “(121) Secondo la data apposta al regesto del diploma perduto (cfr. BRANDL, Studien zum Urkunden und……………….., doc. 522, pp. 478-479.

Il 13 ottobre 1254, la nomina del vescovo di Policastro, Giovanni Castellomata

Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 336 , sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), parlandoci di Policastro, scriveva in proposito che: Nel 1254, come vedremo in seguito, vi fu mandato il vescovo salernitano Giovanni Castellomata, che restò a capo della diocesi per un paio di anni, e dopo, per tutto il secolo XIII, si ricordano i nomi di Mario, Fabiano e Bartolomeo. Quest’ultimo è ricordato per l’anno 1278, e dopo di lui, fino al 1358, non si hanno documenti attestanti che nomine si sian fatte.”. L’Ebner, continuando il suo racconto, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 274), scriveva che: “Il 13 ottobre 1254 (33) Innocenzo IV, da Anagni, ordinò a Guglielmo di S. Eustachio, cardinale diacono e legato del Capitolo di Policastro per la nomina a vescovo di quella diocesi di Giovanni Castellomata medico e canonico salernitano. Nell’informare il cardinale che si attendeva una nomina immediata si augurava che quel canonico, con i suoi amici e parenti, gli fossero utili in un affare impreso a trattare a Salerno.. Il documento si trova in Carucci (…), vol. I, anno 1254, a p. 89. Ebner, a p. 336, nella sua nota (33) postillava che: “(33) “Dilectus filius magister Johannes Castellomata, canonicus Salernitanus nobis exposuit etc….”. La famiglia Castellomata era tra le più note di Salerno in quel tempo. Il Carucci (cit. I, p. 274) opina che il “negocium” della lettera del papa riguardasse il disegno di Roma di promuovere l’affermazione dell’autorità papale nel Regno”. Infatti, Carlo Carucci (….), nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), a p. 274, riportava un documento tratto da HUILLARD-BREHOLLES, III, p. 286:

Carucci, p. 274, vol. I, CDS

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Ricerche sulla crisi della monarchia Siciliana nel secolo XIII”, a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1)…Stando a Saba Malaspina, I, 5, l’uccisore di Pietro Ruffo sarebbe stato “quondam Petrum de Castelliomata civem Salernitanum, domicellum et familiarem eiusdem Comitis”, mandatario però sempre di Manfredi. Sappiamo, comunque, che ad una Jodetta, vedova di Giovanni di Castellomata, fu dato da Carlo I, il 15 aprile 1269, in cambio dei suoi diritti dotali sul castello di Molterno – ch’era stato concesso da Manfredi a suo marito – alcuni beni del ‘proditore’ Bartolomeo de donna Susanna, e, l’anno successivo, in aggiunta ed in cambio di essi, alcune terre già possedute da Giovani da Procida nei paraggi di Salerno; cfr. F. Scandone, Notizie biografiche dei rimatori della Scuola poetica siciliana (Napoli, 1904), p. 70, n. 1. E’ lecito supporre che il Malaspina, più che ignorare, ricordava male il vero nome dell’uccisore di Pietro Ruffo.”. 

Manfredi ed i suoi partigiani delle nostre terre dai documenti della Cancelleria Angioina

Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…”. La Pollastri (…), suggerisce pure di vedere S. Pollastri, ‘La noblesse napolitaine sous la dynastie angevine: l’aristocratie des comtes (1265-1435)’, tesi di dottorato Parigi, X- ecc….Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Riguardo il testo citato sia da Ebner (…) e dalla Pollastri (…), il ‘liber donationum etc..’, il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber donationum Caroli Primi’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai possessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro, citava il testo di ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974. Infatti veniva citato dal Santoro anche a p. 30 nella sua nota (3). Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.. Il Santoro, citava il testo di Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), Paris, 1886-1887. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intestazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit.,  II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoletane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.

Il “Proditores”, il ribelle, Giovanni de Pisis (o de Pisio) di Policastro partigiano di Manfredi di Sicilia

Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re.Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri, a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Enrico Pispisa, Il Regno di Manfredi…., p. 55-70 e p. 85 e seguenti. L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini (RCA) ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto de Tortorella, ecc…. Dunque, la Pollastri segnala delle notizie tratte da Enrico Pispisa (….), a sua volta tratte dai Registri Angioni ricostruiti ed in particolare dal “Liber donationum”, vol. II, in cui figura il funionario Svevo chiamato “Guglielmo Villani”. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò.  Fra questi nomi che la Pollastri sulla scorta di Pispisa (…) dice troviamo Giovanni de Pisis di Policastro e Roberto di Tortorella.  Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato  circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind.,  f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella.

Nel 1256, Manfredi nomina Galvano Lancia, conte del Principato di Salerno

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, riferendosi a dopo la morte di Federico II di Svevia, in proposito scriveva che: “Manfredi che nominò lo zio materno, gran maresciallo di Sicilia Galvano Lancia (19), conte di Sanseverino e barone di Cilento e poi anche governatore di Salerno e del Principato.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “In una assemblea tenuta a Barletta nel 1256 Manfredi nominò suo zio Galvano Lancia Gran Maresciallo del Regno e Conte del principato di Salerno. Probabilmente fu allora che o poco dopo che gli concedè anche la baronia di Cilento ed il possesso di Agropoli. Galvano Lancia tenne Agropoli tramite un suo delegato, il conte Giordano di Agliano, a cui lo stesso Manfredi aveva ceduto la contea di Sanseverino; il Lancia era tenuto però a pagare al vescovo di Capaccio sei once d’oro l’anno, mentre la Badia di Cava versava a lui, in ragione ecc…(2).”. Il Cantalupo a p. 151, nella sua nota (2) postillava che: “(2) M. Mazziotti, op. cit., p. 54”. Infatti, Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a p. 54, in proposito scriveva che: “Anche nell’agitato periodo del regno di Manfredi, Castellabate visse nella maggiore quiete. I paesi della parte alta del Cilento, cioè vicino al Monte Stella, che avevano formato la Baronia del Cilento concessa dai principi normanni ai Sanseverino, furono allora dal re donati al suo zio naturale Galvano Lancia col titolo di barone del Cilento. Con questo potente feudatario la Badia mantenne sempre rapporti di buon vicinato e, poichè essa possedeva alcune terre in Agropoli soggette ai Lancia, gli corrispondeva annualmente un tributo. Così, troviamo nei registri della Badia che nell’anno 1260 l’Abate spediva per mezzo di un notaio a Galvano Lancia feudatario del Cilento, in nome del quale teneva Agropoli il suo congiunto conte Giordano, la somma di tre tarì per le terre di Agropoli.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che attraverso alcuni documenti conservati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, documenti, si sa che nel 1260, durante il Regno di Sicilia retto da Manfredi, Agropoli ed il suo territorio era soggetto ai Lancia ed in particolare Galvano Lancia che tenne Agropoli e la Baronia del Cilento attraverso il conte Giordano che il Cantalupo chiama “Giordano di Agliano”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: In un parlamento tenuto a Barletta nel febbraio del 1256 lo nominò conte del principato di Salerno e Gran Maresciallo del Regno di Sicilia ed elevati gradi e feudi ebbero i congiunti di lui (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca: Giannone, lib. 18, pag. 581.”.

Nel 1256, la contea di Marsico andrà ad Enrico Spernaria

Matteo Mazziotti scriveva che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico……Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965.

Nel 1258, Manfredi, Re di Sicilia

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “Manfredi, ….nel 1258 come Re di Sicilia.”. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano della dinastia sveva del Regno di Sicilia. Figlio naturale, successivamente legittimato, dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258. Morì durante la battaglia di Benevento, sconfitto dalle truppe di Carlo I d’Angiò. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, in proposito scriveva che: Il vicario imperiale Manfredi, poi incoronato a Palermo, ripresa la lotta avocò i beni di Ruggiero assegnando il feudo di Sanseverino al congiunto conte Giordano di Anglano, nominato poi vicario in Toscana e podestà di Siena.”.

Nel 1258, Manfredi toglie il castello di S. Severino a Ruggero II Sanseverino e lo dona a Giordano de Anglano, fiduciario di Galvano Lancia

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) riferendosi al castello di Sanseverino postillava che: “(52) Ma il vicario imperiale Manfredi, tutore di Corradino, ripresa la lotta, donò il castello a Giordano de Anglano, suo parente (a. 1258).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “Galvano Lancia tenne Agropoli tramite un suo delegato, il conte Giordano di Agliano, a cui lo stesso Manfredi aveva ceduto la contea di Sanseverino; il Lancia era tenuto però a pagare al vescovo di Capaccio sei once d’oro l’anno, mentre la Badia di Cava versava a lui, in ragione ecc…(2).”. Il Cantalupo a p. 151, nella sua nota (2) postillava che: “(2) M. Mazziotti, op. cit., p. 54”.

Giovanni da Procida, ‘proditores‘ (ribelle) e partigiano di Manfredi

Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito scriveva che: “Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8).”. L’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 163 leggiamo altro e invece a p. 153 si trova segnato il documento n. 312 segnalato da Ebner (…). Nel documento n. 312, del Registro XXXVII, a p. 153, leggiamo che: “312. – (Margarite Guarne vidue qd. Matthei de Padula concedit an. provisionem unc XX super bonis Iohannis de Procida proditoris, in excambium castrum Sanse, Turturelle e Casalisnovi, que tenebat pro dotario). (Reg. 1272,  XV ind., f.  LXXXVIII, t) e, poi postilla: “Fonti:  De Lellis, l.c., n. 646.”

Il “Proditores(ribelle) “Roberti de Turturella proditoris” partigiano di Manfredi di Sicilia

Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores‘ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc... Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò Fra questi nomi che la Pollastri sulla scorta di Pispisa (…) dice troviamo Giovanni de Pisis di Policastro e Roberto di Tortorella.  Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato  circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind.,  f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella. Il milite Roberto di Tortorella, ex partigiano di Manfredi e forse anche di Corradino di Svevia, con Carlo Martello, riscatterà la sua posizione. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 677, parlando del casale di Tortorella, in proposito scriveva che: “Nell’Abbadia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella.”. Nel novembre del 1290 (10), Girolamo, figlio di Guido, con il consenso della moglie, vendette un terreno con vigna a Policastro, “ubi Molinelli dicuntur”, per un’oncia d’oro al D.no Roberto di Tortorella.”. Ed ancora troviamo il milite Roberto di Tortorella nel 1291. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula. L’Ebner a p. 677 nella sua nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III.”. Stessa notizia è riportata da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ e a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”.

Nel 1266, re Manfredi toglie il feudo di Roccagloriosa a Riccardo de Fiolo (o Florio ?)

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’ parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: A seguito di un esposto, poi, il re ordina al giustiziere di Basilicata (23) di immettere “in corporalem possessionem” Giacomo del fu Riccardo de Fiolo, spogliato ai tempi di re Manfredi della metà di Roccagloriosa e della terza parte di Tito che re Carlo gli aveva poi restituiti e che “tenuti pacifice” sebbene ora pare che venga insediato nel possesso.”. Ebner a p. 418, nella sua nota (23) postillava che:  “(23) Reg. 4, f 36 t = Reg. C in Carucci, op. cit., I, p. 228, n. 153. Immettere ‘incorporalem possessionem dictarum partium Gloriose et Titi (…) nec permittere eam (…) molestari.”. Purtroppo devo far notare che rileggendo il primo volume del Carucci (…), op. cit., a p. 228 non si legge questa notizia in quanto esso riporta tutt’altro documento. E’ probabile che l’Ebner utilizzasse un altro testo del Carucci, forse un’altra edizione differente da quella che posseggo: Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, si veda il vol. I dal titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”).

Nel 1266, Manfredi muore nella battaglia di Benevento

La decisiva battaglia di Benevento, avvenne il 26 febbraio 1266; le milizie siciliane e saracene insieme alle tedesche difesero strenuamente il loro re, mentre quelle italiane abbandonarono Manfredi, che morì combattendo con disperato valore. Riconosciutone il corpo, fu seppellito sul campo di battaglia sotto un mucchio di pietre da parte degli stessi cavalieri francesi, che ne vollero così onorare il valore. Successivamente, i popoli oppressi dal dominio angioino, scriveva Saba Malaspina. Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati’, pubblicato nel 2001, a p. 46-47, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, così liquidava la storia delle nstre terre: “Il papa Clemente IV di origine francese, offrì a Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, il Regno di Sicilia (che comprendeva anche il Cilento e quindi Morigerati): alla Chiesa veniva garantita l’abolizione delle leggi melfitane e il distacco definitivo dell’Italia meridionale dal trono imperiale. La storia delle nostre terre si confonde con quella più in generale dell’Italia guelfa e ghibellina. Con Carlo d’Angiò riprende vigore la parte guelfa, ovunque, e a Benevento Manfredi viene sconfitto e ucciso, quei baroni che già con Federico II erano stati estromessi dalla politica, con il francese furono reintegrati nei feudi tolti loro dall’Imperatore.”

Nel 1266, Riccardo di Lauria, Conte e feudatario della contea di Lauria, partigiano di Manfredi muore nella Battaglia di Benevento

Del feudatario della Contea di Lauria, Riccardo di Lauria, ho già detto in un altro mio scritto sui feudatari delle nostre terre all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia. Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “….Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. Ecc…..Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, ecc..ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Sul finire dell’età sveva e lungo tutto la breve età di Manfredi, un momento di disgrazia deve però aver coinvolto anche i tre fratelli ed il relativo ceppo familare se questo, ad un certo punto, non risulta più titolare dei possedimenti precedentemente ascrittigli, secondo infatti è dato appurare dall’inchiesta ordinata da Carlo I d’Angiò, fin dal 1274, allo scopo di reintegrare dei beni feudali quanti ne erano stati spogliati dai sovrani svevi (118). Si apprende infatti che, a eguito della confisca, le terre di LAGONEGRO e di LAURIA furono concesse da Federico II ad Alemagno de Fallucca in cambio di alcune terre in Calabria, e che detto Alemagno le mantiene fino all’avvento di re Corrado (119). Le medesime terre non ritornano ai Loria neppure in età manfrediana, poichè un Guglielmo Villano ottiene la terra di LAGONEGRO e un non meglio precisato ‘dominus Albertacius’ la terra di Lauria (120) tra il 1255 ed il 1266 (121), sicchè non trova sufficiente patente di plausibilità la fedeltà di Riccardo per proprio partito a Manfredi nella battaglia di Benevento, tramandata dagli ‘Annales’ zuritani, se non a patto di legarla unicamente alla situazione matrimoniale di costui, giacchè i dati delle fonti dimostano l’insussistenza di un vincolo di fedeltà su base patrimoniale.”. La Lamboglia, a p. 44, nella sua nota (118) postillava che: “(118) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 623.”. La Lamboglia, a p. 44, nella nota (119) postillava che: “(119) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 624.”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (120) postillava che: “(120) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 624.”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (121) postillava che: “(121) Secondo la data apposta al regesto del diploma perduto (cfr. BRANDTL, Studien zum Unkunden – und Kanzleiwesen Konig Manfreds von Sizilien, doc. 522, pp. 478-479″.

Nel 1266, Isabella Lancia (Bella d’Amico) con ii figli Ruggero di Lauria e Margherita vanno in Spagna al seguito di Costanza figlia di re Manfredi

Da Wikipedia leggiamo che nel 1266, il padre, Manfredi di Sicilia, nella battaglia di Benevento contro Carlo I d’Angiò, oltre che il regno perse la vita, mentre le più influenti famiglie siciliane come i Lauria, i Lanza (Lancia) (la famiglia della nonna di Costanza) e i Procida si rifugiarono in Aragona. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hohenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Augurio e Musella (….), a p….. scrivevano che: “Bella riceveva in compenso regali preziosi, pellicce, perle, piume, per se e per sua figlia Margherita nonchè rendite cospicue da parte dell’infante. Bella viene indicata nei Libri di Conti col titolo di “Madonna”, termine impiegato per tutte le donne nobili italiane a corte, mentre per quelle catalane si usava premettere il termine “Na” al nome.”. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’ pubblicato nel 2000, a pp. 26-27, in proposito scrivevano che: “Oltre Bella vi erano altre italiane al seguito di Costanza. Ricordiamo innanzitutto sua figlia Margherita che più tardi entrò nel monastero di Sixena dotata di una cospicua rendita vitalizia, e dopo la morte fu nominata venerabile. Una seconda Margherita, sorella di Corrado e Manfredi Lancia, sposò Ruggiero di Lauria (36). Tra questi ricordiamo tre nobili italiani coetanei di Costanza: Ruggiero di Lauria figlio, come si è detto, della nutrice di Costanza e per questo suo fratello di latte, Corrado e Manfredi Lancia, suoi parenti per parte paterna. Tutti e tre, giunti molto giovani in Catalogna, furono educati a corte insieme ad altri rampolli fungendo da paggi di Costanza. Nella cronaca di Muntaner..”. Dunque, i due studiosi scrivevano che alla corte catalana d’Aragona si erano rifugiati e trasferiti dalla Sicilia i fratelli: Margherita, Corrado e Manfredi Lancia.

I GIFONE O GIFFONI DI AJETA E TORTORA

Nel 1239, Federico II di Svevia conferma i feudi di Ajeta e Tortora a GILBERTO CIFONE

Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, Orazio Campagna scriveva che il feudo di Aieta arrivò ai Loria, dopo gli Scullando, “ai quali era passata da una de Giffone (103).”. Secondo il Campagna, il feudo di Aieta passò ai Loria da una donna appartenente alla famiglia dei “de Giffone”. Chi era questa donna appartanente alla famiglia dei “Giffone”, vecchi feudatari di Aieta, subentrati ai Scullando ?. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei luoghi della Calabria – vol. I da A-B”, a p. 21 alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Dunque, il Valente scriveva che il feudo di Aieta, dagli Scullando passò a GILBERTO GIFFONE, aggiungendo che il feudo di Aieta “una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Il Valente non dice chi fosse questa feudataria dei “GIFFONE”, figlia ed erede di GILBERTO GIFFONE e, che sposò qualche personaggio dei Loria. Chi erano questi feudatari ?. In primo luogo se il feudo arriva a Riccardo di Lauria in epoca Sveva, quale era l’epoca in cui dominavano i “de Cifone”. I Ciffone o Giffone dominavano la valle ed anche il paese di Tortora in epoca Sveva, ma erano feudatari di Tortora e Aieta fin dai tempi Normanni. Nel 1239, il feudo di Tortora fu confermato da Federico II di Svevia a “Gilberto Gifone”. Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg., parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del secolo XI il territorio tortorese divenne un feudo dei Normanni, che, appunto, chiamavano ‘Terre’ i loro feudi. Normana era sicuramente la famiglia Cifone, un cui componente, GILIBERTO CIFONE, era signore di Tortora nell’ultimo periodo della dominazione normanna. Il feudo di Tortora doveva essere stato della famiglia Cifone fin dall’inizio della dominazione normanna, se è vero, come sembra che Giliberto avesse ereditato il feudo dagli avi. Dopo Giliberto lo ereditò il figlio RINALDO, che viene citato nei primi documenti feudali (vedi il successivo periodo svevo).”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: “A Tortora il passaggio dei poteri dai Normanni agli Svevi non fu nemmeno avvertito, in quanto i Cifone continuarono a conservare il feudo. Nei documenti feudali infatti risulta che nel 1239 Federico II confermò nel feudo Gilberto Cifone. Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era Rinaldo, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Il Pucci scriveva che i Cifone conservarono il feudo di Ajeta anche in epoca Sveva. Essi dominarono la zona di Tortora e di Ajeta dal periodo Normanno a quello Svevo. Il Pucci (…) cita ancora il Gilberto Cifone a p. 85 scrivendo che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria. Ecc…”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci (…), ci parla di un certo Gilberto Cifone. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora”, ‘Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 29, nella nota (51) postillava che: “(51) Per una distrettuazione del territorio in età normanna e poi sveva si rimanda a F. PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, in Storia della Basilicata. 2. Il Medioevo, a cura di C.D. FONSECA, Roma-Bari, Editori Laterza, 2006, pp. 86-124.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “Difatti, l’intero territorio in cui si circoscrivono la nascita ed i possedimenti di Ruggero indicati en passant come ventiquattro castelli dal Muntaner – e segnatamente quello più settentrionale, coincidente, oggi, con il cosiddetto Lagonegrese (59) – sconta lacune documentarie significative soprattutto per quanto riguarda i secoli centrali del Medioevo. Pertanto non stupisce come anche la pregevolissima Storia della Basilicata. 2. L’Età Medievale, pubblicata qualche anno fa dall’editore Laterza e curata da Cosimo Damiano Fonseca, non possa più di tanto indugiare su quelle terre situate a contermine con la Calabria settentrionale e coincidenti, in età normanna, in massima parte con i domini della signoria lucana dei Chiaromonte (60). Queste terre non entrarono a far parte del Catalogus Baronum (61) per il fatto di riferirsi, il Catalogus, solamente al Ducato di Puglia e al Principato di Capua, e le seconde – comprese nel pur longevo distretto di Val Sinni –, in sostanza, al territorio calabrese.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, nelle sue note (59-60-61) postillava che: “(59) Le difficoltà relative a questo territorio tuttavia non concernono solamente il Medioevo. Non meno problematiche sono le indagini in Età Moderna. Cfr., da ultimo, V. CAPODIFERRO, Il Lagonegrese borbonico. Note economiche sulla situazione preunitaria, «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», LXXIV, 2007, Roma, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, pp. 189-229. (60) Sui distretti feudali lucani e della Basilicata, si rimanda ancora a PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, p. 103, ma si veda anche S. POLLASTRI, La féodalité de la région de Matera, pp. 129-158. (61) Catalogus Baronum, a cura di E. JAMISON, Roma, ISIME, 1972 (Fonti per la Storia d’Italia, 101*). Sul Catalogus, oltre allo studio preliminare premesso dalla Jamison, si vedano EAD., Additional Work by E. Jamison on the “Catalogus Baronum”, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoniano (e da ora BISIMEAM)», 83, 1971, pp. 1-63 e Commentario, a cura di E. CUOZZO, Roma, ISIME, 1984 (Fonti per la Storia d’Italia, 101**). Cfr., altresì, E. MAZZARESE FARDELLA, Il contributo di Evelyn Jamison agli studi sui Normanni d’Italia e di Sicilia, «BISIMEAM», 83, 1971, pp. 65-78.”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Sui Cifone di Aieta ha scritto pure Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Infatti, come vedremo innanzi (anno 1239), Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: Ed infatti, al tempo di Federico II, Tortora era feudo di Giliberto Cifone, a cui fu dato in custodia tramite il giustiziere della Valle del Crati e di Terra di Giordana, ecc…”. Inoltre, sempre dal Fulco (….), apprendiamo che ai tempi di re Carlo I d’Angiò, in una vertenza sorta tra Rinaldo Gifone, figlio di Gilberto e Paliana di Castrocucco, in proposito scriveva che i Gifoni, all’epoca di Corradino di Svevia “I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc……Ma evidentemente Pallanza d’Aieta e i suoi vassalli cercavano d’insinuare il dubbio nell’animo del giustiziere della Valle del Crati circa i proclamati sentimenti di devozione verso casa d’Angiò da parte dei GIFONI che venivano accusati d’aver simpatie per la Casa degli Svevi e d’aver riposto le loro speranze da parte del nobile ma sfortunato tentativo di Corradino di riconquista del Regno di Sicilia, conclusosi col triste e sanguinoso eccidio di Piazza del Mercato a Napoli nel 1268. E’ nota la letteratura dell’avvenimento attraverso i secoli, come è parimenti nota la lirica del romantico Aleardo Aleardi che raggiunge punti di elevata commozione: etc…..Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore…..Ecc…”.

Nel 1267, RINALDO GIFONE, figlio di Gilberto Cifone e padre di Paliana di Castrocucco, feudatario di Tortora e Ajeta è confermato feudatario di Aieta e di Tortora da re Carlo I d’Angiò

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “I più antichi documenti feudali però che ci è stato possibile rinvenire su Tortora, si riferiscono al periodo angioino. Uno di essi è un rescritto reale che conferma Rinaldo CIFONE nel possesso di Tortora, pervenutogli dal padre Gilberto e dai suoi predecessori e reca la data del 1267. Il testo è il seguente: “Raynaldo de Turtura, provisio pro confirmatione castri Turturis quod fuit quondam Giliberti patris sui et predecessorum suorum”. V’è poi un atto d’assenso, anche reale, del 23 novembre 1270 per lo stesso Rinaldo, il quale aveva chiesto al re di poter contrarre matrimonio con Devidea de Insula. Abbiamo inoltre trovato un messaggio reale indirizzato al giustiziere della valle del Crati, da cui dipendeva Tortora, recante la data del 16 luglio 1267, col quale viene dato l’ordine al giustiziere stesso di non molestare Rinaldo Cifone che evidentemente aveva prodotto istanza al re avverso la condotta del Magistrato distrettuale nei suoi confronti. Fa scrivere, infatti, Carlo I d’Angiò: “Ex parte Raynaldi de Turtura fuit nobis expositum quod licet tam pater quam progenitores sui castrum Turturis a tempore quo non exat memoria tenuerunt pacifice et quiete. Tu tamen auctoritate cuiusdam mandate Karoli primogeniti nostri eundem Raynaldum, eo non vocato neque admonito, intendis possessione dicti castri destituere. Unde supplicavit Quare fidelitati tuae mandamus quatenus, si premissis veritas suffragatur, eum non destituas vel molestes”. Che significa: “Provvedimento per la conferma del territorio di Tortora a Rinaldo di Tortora che fu di Gilberto suo padre e dei suoi predecessori. Da parte di Rinaldo di Tortora ci è stato esposto che tanto il padre quanto gli altri suoi antenati ebbero da tempo immemorabile il continuo e pacifico possesso del territorio di Tortora. Ma che tu facendo uso dell’autorità d’un non so quale ordine del nostro figlio primogenito Carlo intendi spogliare del possesso di detto territorio Rinaldo medesimo, senza averlo chiamato in giudizio né ammonito. Perciò facciamo appello alla tua fedeltà di non destituirlo né molestarlo, se le premesse rispondono a verità”. Qui si cela una storia d’intrighi e d’interessi, non sappiamo fino a che punto confessabili, determinati certo da preoccupazioni di carattere politico. I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc……Ma evidentemente Pallanza d’Aieta e i suoi vassalli cercavano d’insinuare il dubbio nell’animo del giustiziere della Valle del Crati circa i proclamati sentimenti di devozione verso casa d’Angiò da parte dei GIFONI che venivano accusati d’aver simpatie per la Casa degli Svevi e d’aver riposto le loro speranze da parte del nobile ma sfortunato tentativo di Corradino di riconquista del Regno di Sicilia, conclusosi col triste e sanguinoso eccidio di Piazza del Mercato a Napoli nel 1268. E’ nota la letteratura dell’avvenimento attraverso i secoli, come è parimenti nota la lirica del romantico Aleardo Aleardi che raggiunge punti di elevata commozione: etc…..Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore…..Ecc…”.

Sempre sui “Gifone di Tortora” e Rinaldo “GIFONE” poi in seguito “cifone” di Tortora, Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a pp. 50-52-52, in proposito scriveva che: “Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore. Ecc…”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, ecc..”. Il Fulco, sempre sui Gifone o Cifone continuando il suo racconto aggiunge che: “Comunque della spoliazione di Tortora si ha indiretta conferma dal bollettino araldico, dal quale veniamo informati che l’altro ramo dei Gifoni stanziato a Polistena e a Tropea fu confermato nei propri feudi. Lo stemma di questa famiglia consisteva in uno scaccato di nero e di argento di sei file con fascia diagonale in rosso. Oltre a Rinaldo, Bernardo e Tommaso che furono signori di Tortora, si distinsero in questa famiglia Gerardo Gifone che fu Contestabile di Carlo I in Calabria. Etc…”Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg. parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nei documenti feudali infatti risulta che……Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era RINALDO, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496). Nel 1276 il paese contava una popolazione di soli 538 abitanti ed era tassato di 10 once, 22 tarì, 16 grani. Nel 1326 Tortora pagava la decima al clero di Aieta, con tutto che aveva un clero proprio con quattro chiese: Il Purgatorio, S. Sofia, S. Vito e S. Sebastiano.”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Chi fosse questo Rinaldo Cifone, figlio di Gilberto Cifone che “però perdette il feudo poco tempo dopo.” ? Questo “Rinaldo Cifone” era il padre di Paliana di Castrocucco che aveva sposato Riccardo di Lauria in epoca Sveva. Forse, dopo il 1267 egli perse il feudo a causa della venuta della casa Angioina. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Infatti, Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei Luoghi della Calabria – vol. I, da A-B”, a p. 21, alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E’, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò nella famiglia Lauria.”. Dunque, il Valente scriveva che da Gilberto de Giffone, il feudo di Ajeta passoò da una sua erede alla famiglia Lauria. Si tratta di Paliana di Castrocucco che sposò Riccardo di Lauria. Paliana di Castrocucco fu “l’erede” di cui parlava il Valente. Infatti, il feudo di Ajeta che in età Normanna apparteneva a Gilberto de Giffone passò poi in seguito al figlio Rinaldo de Giffone che a sua volta lo dovette cedere in dote alla figlia Paliana di Castrocucco. Come vedremo in seguito questa “Paliana o Palliana di Castrocucco” che, aveva sposato il Riccardo di Lauria (quello d’epoca Angioina e fratello di Ruggero di Lauria) era figlia di RINALDO DE GIFFONE. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora” su Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”.

Nel 1268, Corradino di Svevia nelle nostre Terre

Nell’anno 1266, dopo la morte di Re Manfredi, nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, chiamato dai partigiani dell’Impero. In seguito a lunghe trattative con i papi Urbano IV e Clemente IV, quest’ultimo nel 1265 scelse come nuovo re di Sicilia Carlo I d’Angiò. I suoi sostenitori meridionali si rivolsero quindi a Corradino che decise di scendere in Italia e rivendicare il trono di Sicilia. Corrado di Svevia o Hohenstaufen, detto Corradino fu l’ultimo degli Hohenstaufen regnanti sul trono di Sicilia. Era figlio dell’imperatore Corrado IV, dunque era nipote di Federico II di Svevia e di Manfredi (fratellastro di Corrado IV) e di Elisabetta di Baviera. Alla morte di suo padre, avvenuta quando egli aveva solo due anni, Corradino gli succedette nella titolarità delle corone della casata (quantomeno quelle ereditarie). Dopo la morte dello zio Manfredi, ucciso nella battaglia di Benevento il 26 febbraio 1266, i ghibellini italiani ne invocarono la venuta nella penisola e Corradino nel settembre del 1267 si mosse finalmente alla riconquista del suo regno, passato nel frattempo sotto la corona di Carlo I d’Angiò, il vincitore a Benevento. Se i ghibellini italiani ne invocarono la discesa, i dignitari tedeschi invece si limitarono a osservare lo svolgersi degli eventi. Ancora una volta, anche al suo epilogo, la storia degli Hohenstaufen era un fatto essenzialmente. Arrivato in Italia, Corradino venne ben accolto da alcune città. I pisani misero a sua disposizione danaro e soprattutto la loro potenza marinara. Giunto a Roma, gli venne tributato un vero e proprio trionfo e molti furono i romani che lo seguirono in battaglia, guidati da Enrico di Castiglia, senatore di Roma che, pur imparentato con l’Angiò e con il beneplacito di questi salito alla guida della municipalità capitolina, abbandonò il partito guelfo-angioino per sposare le sorti ghibelline. Anche a sud la discesa di Corradino risvegliò entusiasmi filo-svevi e in particolare nella enclave musulmana di Lucera, i cui guerrieri, ancora una volta, si dimostrarono fedelissimi agli Staufen e alla memoria di Federico II, del quale erano stati per decenni la temibile guardia scelta.

Nel 23 agosto 1268, i Lancia patteggiarono per Corradino nella Battaglia di Tagliacozzo

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Manfredi poi restituì loro i beni avocati. I Lancia, con Manfredi, vennero scomunicati da papa Alessandro IV. I Lancia poi seguirono Corradino (inverno 1267). Ruggiero Sanseverino comandò l’esercito contro lo Svevo (Tagliacozzo 24 agosto 1268). Galvano e il figlio vennero poi decapitati a Genzano. Nel Reg. ang. 14 f 62 t (= VII, p. 96, n. 24) è notizia della morte di Galvano Lancia, a proposito di Giovanni Rosso di Cilento, procuratore del ribelle Galvano, e dalla citazione di Roberto di Campomele, ‘camerarium ad Galvani Lancee’; v. pure Reg. ang. 13, f 15”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 130-131 riferendosi alla battaglia di Benevento in cui perì Manfredi scriveva che: Il Conte Giordano e suo fratello Bartolomeo furono chiusi nel Castello di Luco (2) e dipoi mandati in un carcere ove il primo di essi miseramente morì (3) mentre è ignota la fine dell’altro. Anche i fratelli Galvano e Federico Lancia vennero fatti prigionieri, ma a preghiera di Bartolomeo Pignatelli arcivescovo di Cosenza, fu loro restituita la libertà. Recatisi a Roma, ebbero liete accoglienze dal senatore Enrico Castiglia; di che si dolse il papa Clemente in una lettera del 16 novembre 1267 (1). Andarono poi in Germania a sollecitare il giovane Corradino a venire in Italia e a riacquistare il regno. I fratelli Lancia seguirono Corradino di Svevia quando questi, incitato dalle vive premure dei fuoriusciti napoletani e dalla parte ghibellina, con forte esercito ed accompagnato da gran numero di baroni, venne in Italia nell’inverno del 1267. All’annunzio della sua venuta, molte città della Puglia e della Basilicata insorsero innalzando l’acquila Sveva. A reprimere la rivolta il re Carlo, inviò Ruggiero Sanseverino come suo capitano generale movendo quindi contro gli Svevi (1). Nello scontro dei due eserciti, avvenuto nel 24 agosto 1268 presso Tagliacozzo, Galvano Lancia, che aveva il comando di una terza parte delle forze fece grandi pruove di valore al pari degli altri capi: però le schiere di Corradino furono vinte. L’infelice principe riuscì a fugire insieme con il fido Galvano, con un figlio di lui a nome Galeotto e con il duca d’Austria. Indossati abiti da villici cercarono di avviarsi verso il mare, con la speranza di imbarcarsi. Giunti al castello di Astura, che era del conte Frangipane, furono da esso arrestati e quindi consegnati al re Carlo (1). Galvano ed il figlio trasportati a Genzano furono decapitati con una scure, ed a rendere più atroce il supplizio, si costrinse il padre, il più intrepido e costante difensore di parte sveva, ad assistere al supplizio del figliuolo.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell'”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, pag. 131, Giannone, vol. 3°, pag. 361 e 366; ‘Arch. St.. nap., vol. 17, pag. 269.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il Summonte, vol. 2°, pag. 365, riferisce ciò dal Villani.”. Il Mazziotti a p. 130, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Del Giudice, Cod. dipl., vol. 2, parte 1°, lettera di Carlo I al castellano di Luco del 7 febbraio 1267”. Il Mazziotti (…), a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Del Giudice, ‘La famiglia di re Manfredi’, pag. 216.”. Il Mazziotti (…), a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, citato dal Giannone, vol. 4°, Lib. 19 pag. 39.”. Il Mazziotti (…), a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 51; Summonte, vol. 4°, pag. 26.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Giudice, ‘Cod. dipl., vol. 2°, parte 1°, pag. 198, pubblica una lettera di Carlo I d’Angiò del 12 settembre 1268 che annunzia l’arresto di essi.”

Nell’agosto 1268, alcuni soldati di Tortorella patteggiarono per Corradino di Svevia

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riportata da alcuni studiosi secondo cui all’epoca della discesa di Corradino di Svevia le galee di Federico Lancia e di Riccardo Filangieri si portarono nel Golfo di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, parlando di Tortorella, citava una notizia su Corradino di Svevia nelle nostre terre a proposito di una lettera del 1279 di Carlo I d’Angiò che citava la terribile sua repressione dei ribelli di Tortorella che avevano patteggiato con Corradino di Svevia, figlio dell’imperatore Corrado IV.  In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. La notizia citata dall’Ebner (…), era tratta da una lettera del 1279 di re Carlo I d’Angiò che citava l’episodio in cui Corradino di Svevia, prima di perdere la battaglia di Tagliacozzo e prima della sua cattura e uccisione avvenuta a Napoli ad opera dello stesso Carlo I d’Angiò. La notizia si riferisce ad eventi accaduti prima della battaglia di Tagliacozzo. La battaglia di Tagliacozzo fu una battaglia combattuta nei piani Palentini il 23 agosto 1268 tra i ghibellini sostenitori di Corradino di Svevia e le truppe angioine di Carlo I d’Angiò, di parte guelfa. Dunque la notizia tratta dalla lettera di re Carlo I d’Angiò, riguarda eventi accaduti o nello stesso anno della battaglia (a. 1268) o l’anno precedente (a. 1267). Credo si tratti di un evento antecedente al 23 agosto 1268. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 ed in proposito alla citata lettera, scriveva che: “Diversamente interessante una lettera di re Carlo I al giustiziere di Principato di Terra Beneventana del 1279 (7) che ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia. Come è noto, chiamato da costoro dopo la morte di re Manfredi (1266), nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, il quale fu accolto trionfalmente a Roma…..Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offizza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Ecc…”. Ebner, a p. 676, nella sua nota (7), postillava che il documento è “(7) Reg. 33, f. 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Leggendo i Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Jole Mazzoleni (….) e  pubblicati da Riccardo Filangieri (…), vol. XX, a pp. 141-142,

Registri angioini, Filangieri, vol. XX, p. 141, n. 324

pubblicati dall’Accademia Pontaniana (…), a p. 141, al n. 324, del Registro n…….., la Mazzoleni postillava che il documento era tratto da: “Fonti: Minieri-Riccio, il Regno etc., p. 7 (trascrizione parz.) id.; Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”, dove si legge il seguente testo: “324. – (Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e T. Beneventana, che il milite Roberto de Bertanoni, che il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni de Aldo e Anselino de Offizza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino, ed allo approssimarsi che fecero al littorale di Policastro le galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri si portarono tutti ad incontrarli col vessillo imperiale e quindi ricevutili come capitani li condussero nella detta terra di Tortorella affidando nelle loro mani l’amministrazione e il governo di tutto; ed alla venuta di Corradino fecero solenni e pubbliche feste.”. A p. 142, la Mazzoleni (…) postillava che il documento era tratto da Minieri-Riccio (…), ‘il Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò etc..’ a p. 7 (trascrizione parziale) ecc….Rileggendo il Minieri Riccio (…), edizione di Firenze del 1875, a p. 7 per l’anno 1279, il Minieri-Riccio (…), in proposito scriveva che: “Aprile 4 – Torre di S. Erasmo presso Capua – Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e Terra Beneventana che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino, ed allo approssimarsi che fecero al littorale di Policastro le galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri si portarono tutti ad incontrarli col vessillo imperiale (4) e quindi ricevutili come capitani li condussero nella detta terra di Tortorella affidando nelle loro mani l’amministrazione e il governo di tutto; ed alla venuta di Corradino fecero solenni e pubbliche feste.”. Minieri-Riccio (…), a p….., nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cum vexillo ad Aquilam”. Sempre il Minieri Riccio, a p…., nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. Ang. 1278. B. n. 30, fol. n. 75 t.” e nella nota (3) postillava che: “(3) Ivi fol. 94, il 1°”. La Mazzoleni, a p. 142, postillava che il documento angioino oltre che dal Minieri-Riccio era stato tratto anche da: “Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”. Il Minieri-Riccio (…) si riferiva al testo edito nel 1900 di Pietro Braida,  La responsabilità di Clemente IV. e di Carlo 1. d’Anjou nella morte di Corradino di Svevia / Pietro Brayda. Sebbene dell’interessante episodio di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, l’Ebner scrivesse: “Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo”, effettivamente l’episodio non viene registrato negli ‘Annali’ dei diversi studiosi dell’epoca ma bisognerà continuare ad indagare l’interessante notizia. Dunque, l’Ebner (…), il Minieri-Riccio (…) e la Mazzoleni, ci ricordano che i ‘proditores’ (ribelli) puniti e segnalati da Carlo I d’Angiò in quanto partigiani di Corradino di Svevia furono i militi: Roberto de Bertanoni, Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Offizza della Terra di Tortorella. Questi militi, secondo Carlo I d’Angiò andarono sulla costa di Policastro per incontrare con il vessillo reale di Corradino le galee di Federico Lancia e Riccardo Filangieri. Riccardo Filangieri Conte di Marsico, fu al fianco della dinastia Sveva, prima con Manfredi e poi con Corradino di Svevia. Stabilitosi in Sicilia dopo i Vespri Siciliani, fu il capostipite del ramo siciliano dei Filangieri. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Manfredi re di Sicilia nominò Conte di Marsico, Riccardo Filangieri. Dopo la caduta del re Manfredi, la contea è stata restituita alla famiglia Sanseverino da Carlo I re di Sicilia. Riccardo Filangieri, conte di Marsico sostenne prima Manfredi e seguì poi Corradino nella sua infelice spedizione (126768). Dopo la battaglia di Tagliacozzo ebbe perciò confiscati i feudi e fu costretto alla fuga; scoppiata l’insurrezione del Vespro (1282), si rifugiò in Sicilia, e diede origine al ramo dei Filangieri di Sicilia. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Forse dell’episodio è quello di cui ci parla Michele Amari (…), nel suo ‘La guerra del Vespro Siciliano’, che nella sua ristampa del 1947, a pp. 32-33, del cap. III, troviamo scritto che dopo la sconfitta di Corradino a Tagliacozzo e la sua cattura da parte di Carlo I d’Angiò di cui alcuni partigiani svevi non sapevano, e sebbene non ho trovato un esplicito riferimento ai fatti raccontati dallo stesso re Carlo I d’Angiò nella sua citata lettera, l’Amari in proposito scriveva che: “Dè combattimenti grossi non n’era seguito alcuno fino alla state del sessantotto: le armi s’erano impugnate più volentieri pei misfatti. Ma quando Corradino mosse di Roma verso i confini del Regno (22 luglio) l’armata ghibellina salpò a quella volta dalle foci del fiume Tevere : circa quaranta legni, capitanati da Guido Boccio di Pisa e da Federigo Lancia, vicario di Corradino…..Ignoravano dunque i capi la sconfitta di Corradino, o speravano di ripararla?. Uscì lor incontro da Messina l’armata regia di ventiquattro galee provenzali e sette del paese. I Pisani urtarono di mezzo la fila nemica e la ruppero, sicchè separati i Provenzali dà Messinesi, quelli si rifugiarono con Roberto de Lavena, genovese, e a capo di due giorni, giunti ad Astura, presero l’infelice Corradino…..Ma l’armata pisana, sbarcato ch’ebbe in Milazzo Federico Lancia e il conte Arrigo di Ventimiglia, s’appresentava a Messina in atto ostile e superbo; ecc..ecc…scrive il Neocastro, ...e il trenta settembre era già ritornata a Pisa; mentre rinonando già per ogni luogo la vittoria di re Carlo, il numero dei ribelli scemava ogni dì. S’aggiunga che in Sicilia la parte di Corradino avea troppi capi: Federigo Lancia vicario, Corrado Capece vicario anch’esso, Niccolò Maletta, Corrado Lancia, Arrigo di Ventimiglia e altri nobili, e dè condottieri toscani e Tedeschi, senza contare Don Federigo di Castiglia. Dapprima s’andò d’amore e daccordo, ch’era sola speranza di salute; onde fu eletto capitano Federigo Lancia e continuossi la guerra a nome del novello “re di Sicilia e di Gerusalemme” ecc..ecc..”. Dunque l’Amari scriveva la storia anche sulla scorta del Neocastro e di Saba Malaspina che hanno lasciato delle pagini indelebili di quegli avvenimenti. E’ a questi episodi che forse si riferiva Angelo Bozza (…), allorquando scriveva di Arrigo o Enrico il vecchio Còte di Rivello ai tempi di Corradino di Svevia.  Angelo Bozza (…), sulla scorta del Collenuccio e del Summonte, nel vol. I, a p. 367, per l’anno 1266 (dopo la morte di Manfredi) in proposito scriveva che: “Alla fama della venuta di Corradino, molte province del regno, maltrattate da governatori francesi si ribellarono contro Carlo. Capi della ribellione Enrico, vecchio conte di Rivello, ecc…”. Del vecchio Enrico Conte di Rivello, ho già parlato ai tempi di Manfredi e di Corrado IV, padre di Corradino di Svevia. Per la verità ne ha parlato anche l’Antonini (…) che lo chiamò Guglielmo, ribelle di Federico II di Sevia forse ai tempi della ‘Congiura di Capaccio’. Di sicuro posso dire che i fatti raccontati dallo stesso re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, di partigiani della terra di Tortorella sono ascrivibili al periodo in cui questa terra insieme a Torraca, Lagonegro, Rivello, Lauria e Trecchina, facevano parte della Contea di Lauria, dove morto il vecchio conte Riccardo di Lauria, i suoi possedimenti passarono ai suoi due figli, Riccardo e Ruggiero il celebre ammiraglio della casata Aragonese di Pietro III d’Aragona, famglie queste tutte imparentate con i Lancia e Manfredi di Svevia, dunque fedelissimi agli Staufen e alla memoria di Federico II, del quale erano stati per decenni la temibile guardia scelta. Nicolò Jamsilla (…), nella sua Storia di Niccolò Jamsilla, delle Gesta di Federico II Imperatore e dè suoi figli Corrado e Manfredi re di Puglia e di Sicilia (1210-1258), stà in Giuseppe Del Re (…), nel suo vol. II di “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…” (vedi da p. 100 a p. 200). Poi attacca con Saba Malaspina (…), ovvero con le “Istorie delle cose di Sicilia (1250-1285)” che troviamo da p. 200 del vol. II del testo di Giuseppe Del Re prima citato. Saba Malaspina (…) fa la cronaca continuazione di quella del Jasmilla. Il Racioppi (…) si riferisce al cronista Jamsilla (…), ……..che ci parla dell’assedio di Lucera e di Galvano Lancia, ecc…Il Racioppi (…) continuando il suo racconto scrive: “E non dirò altrimenti come, sparsa la voce della morte di Corradino lontano, Manfredi si proclama re del reame; ecc…”. Il Saba Malaspina (…), nel suo ‘Chronicon‘ sulla casata Sveva che descrive gli anni dal 1250 al 1285, a p. 291 del Giuseppe Del Re (…), op. cit.,  che lo riporta completamente trascritto e tradotto, in proposito ai fatti accaduti di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettra del 1279, a p. 292 del Libro IV, riferisce che: “Dopo che fu inviato vicario in Sicilia Filippo di Monforte, uomo bellicoso e bello della persona. Il quale colà andando, il conte Federigo Lancia, fratello del fu Galvano, difendea contra i fedeli del re il castel di Sala, che è in Calabria, per sito fortissimo; il qual finalmente asssediato da gran moltitudine di fedeli, il predetto conte venuto con quelli a patti, restituillo ed abbandonò loro, e sano e salvo condotto, secondo il patto, al mare, passò di poi in Romagna.”. Forse l’episodio che ci racconta il Malaspina (…) riguarda gli eventi di cui parlava re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279. Il Malaspina, racconta della presa del Castello del castrum di Sala Consilina allora difeso dal conte Federico Lancia, fratello di Galvano Lancia. Sappiamo che nel 1246, l’Imperatore Federico II di Svevia distrusse la città di Sala Consilina per ritorsione e per vendicarsi contro alcuni che avevano patteggiato contro di lui nella ‘Congiura di Capaccio’. Ma, l’Ebner (…), parlando di Sala Consilina non dice nulla sull’episodio citato nella cronaca del Malaspina. Pietro Ebner (…), a p. 467 del vol. II, op. cit., in proposito scriveva che: “Dopo il 1266 Ruggiero di Sanseverino ebbe confermati i feudi di Atena, di Sala e di Teggiano. Nel 1295 Tommaso (II) di Sanseverino ebbe confermato il feudo di Sala.”. Dunque, l’episodio raccontato da re Carlo dei ribelli di Tortorella, partigiani di Corradino di Svevia, e di Federico Lancia, potrebbe ascriversi alla notizia tratta dal Malaspina ed alla presa di Sala da parte del prode angioino Filippo di Monforte vicario di re Carlo in Sicilia. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano Lancia: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Secondo quanto afferma, forse erroneamente, Bartolomeo da Neocastro in quell’anno il Lancia ottenne da Manfredi incarichi di comando in Calabria e sconfisse alla Corona di Seminara i ribelli messinesi sbarcati sul continente. Nella primavera 1267 Corradino nominò il Lancia vicario in Sicilia. Da quel momento, probabilmente, i due fratelli si divisero i compiti per allestire lo strumento militare destinato alla riconquista del Regno di Sicilia al servizio di Corradino: mentre a Roma Galvano si occupava dell’esercito, il Lancia si dedicava all’approntamento della flotta. La sua presenza è infatti segnalata a Pisa il 16 ag. 1267 e ancora nel maggio 1268, quando giunsero contributi pecuniari senesi e pisani alla causa imperiale. Si provvide così all’allestimento di una grande spedizione navale per recare aiuto a coloro che nel Regno già si erano sollevati contro Carlo d’Angiò. La flotta – composta di 28 galee e 4 saettie, con 6000 uomini e alcuni dei più eminenti esuli del Regno, al comando di Guido Boccia per i Pisani e del Lancia come vicario di Corradino – salpò nel mese di luglio, si soffermò alla foce del Tevere per proteggere la partenza della spedizione terrestre da Roma e proseguì quindi lungo la costa mettendo a sacco Gaeta, Ischia e la costa amalfitana, ma senza destare la sperata insurrezione delle popolazioni locali; ciò avvenne solo in Calabria dove, per l’autorità lì mantenuta dal Lancia, il giudice Carlo a lui fedele fomentò la rivolta a Seminara. I componenti della spedizione ritenevano di essere i precursori di un vittorioso Corradino e ignoravano che invece egli era stato sconfitto a Tagliacozzo. La flotta giunse a Milazzo il 30 agosto e la città fu presa senza difficoltà; in seguito fu attaccata Messina, invano difesa da una squadra navale angioina comandata dal ligure Roberto di Laveno. La flotta pisana fu tuttavia messa in fuga dal popolo messinese mentre giungeva notizia della sconfitta di Corradino e si manifestavano gelosie e rivalità tra il Lancia e Corrado Capece, entrambi convinti di essere capitano e vicario generale in Sicilia. Secondo gli ‘Annali’ genovesi, gli insorti dell’isola avrebbero eletto loro “capitano e signore” il Lancia il quale, per le sue parentele e per il ruolo in precedenza sostenuto, era uno dei grandi del regime svevo, ma forse Corradino aveva inteso preporlo soltanto all’impresa navale; egli poteva nondimeno giovarsi della rete di relazioni a suo tempo stabilita in Calabria e nel Messinese sollecitando alla rivolta i suoi fedeli contro gli Angioini: se Messina non aderì, la rivolta ebbe invece notevole successo negli anni 1268-69 nel Giustizierato di Calabria.

Nel 1268, Enrico (per il Collenuccio) o Guglielmo (per l’Antonini), “il vecchio conte di Rivello”, partigiano di Corradino di Svevia

Angelo Bozza (…), sulla scorta del Collenuccio e del Summonte, nel vol. I, a p. 367, per l’anno 1266 (dopo la morte di Manfredi) in proposito scriveva che: “Alla fama della venuta di Corradino, molte provincie del regno, maltrattate da governatori francesi si ribellarono contro Carlo. Capi della ribellione Enrico, vecchio conte di Rivello, ecc…”. Pandolfo Collenuccio (…), nel libro IV del suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’, edito nel 1591, ci parla del conte di Rivello “Enrico” o “Arrigo” vissuto al tempo di Federico II di Svevia e dopo con la venuta di Corrado IV e poi di Corradino di Svevia. Il Collenuccio (…), ci parla del feudatario di Rivello e lo chiama, dice l’Antonini erroneamente “Enrico, vecchio Conte di Rivello” a cui l’Antonini si riferisce quando aggiunge che egli “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Dunque, secondo il Collenuccio (…), alla morte di Federico II di Svevia, suo figlio legittimo Corrado IV divenuto Imperatore ed erede del Regno di Sicilia, di cui faceva parte Napoli e le nostre terre, commise il governo di Napoli ad Enrico o “Arrigo” (l’Antonini lo chiama Guglielmo), vecchio Conte di Rivello. Il Collenuccio (…) aggiunge pure che Enrico, il vecchio conte di Rivello “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Il Collenuccio (…), a p. 62, in proposito scriveva che: “Avuto adunque Napoli in questo modo Corrado, fu  Re universale del Regno senza alcuna contradittione, et la riformatione di esso, commise ad Enrico, vecchio Conte di Rivello, et il governo di Napoli. Stando adunque in istato pacifico volto ai piaceri, Enrico fanciullo suo fratello, figliuolo della Regina Isabella, partì di Sicilia, à chi Federico l’havea lasciata, per venire a far riverenza al Re. In sua compagnia vi era un Capitano Saracino detto Giovanni Moro, ecc…ecc... Il Collenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 57 a, parla di ‘Guglielmo, ribelle di Federico II’. Per i fatti, di cui ha parlato anche l’Antonini a p. 443 della sua ‘Lucania’, prendendo le mosse dal racconto che fece lo storico Pandolfo Collenuccio. L’Antonini (…), parlando di Lagonegro, l’antica ‘Nerulo‘, ‘Lagonegro e sue montagne’, p. 183, Parte II, Discorso I. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 442, continuando il suo racconto su Rivello, a pp. 442-443, nella sua nota (I), posillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”Dunque, l’Antonini (…), riguardo a Rivello, sulla scorta del Collenuccio (…) scrive in proposito che fu conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II fu conosciuto da Corrado di Svevia, come uomo di gran senno e di consumata prudenza, destinandolo alla riformazione del Regno. L’Antonini si riferisce a Corrado IV, che ottenne la successione al Regno dopo la morte del padre Federico II di Svevia. Secondo l’Antonini, l’imperatore Corrado IV, succeduto al padre Federico II di Svevia nel Regno di Sicilia, conosciuto Guglielmo conte di Rivello (Enrico o Arrigo per il Collenuccio) lo destinò alla “riformazione del Regno”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei popoli etc…”, a p. 177, parlando dei moti scoppiati nel Regno di Sicilia dopo la morte di Federico II di Svevia per la sua successione, impossessatosi del Regno il figlio Corrado IV e della discesa di Corradino nel Regno per toglielo allo zio Manfredi, scrivendo sulla scorta del libro IV del Collenuccio (…) e del libro II del Summonte (…), scriveva che: “La prima città a ribellarsi (dice uno storico (2), assommando gli sparsi fatti) quando re Carlo era in Abruzzo contro Corradino, fu Lucera; poi Andria, Potenza, Venosa ecc..ecc…Capi della ribellione furono Roberto di Santa Sofia (1) con Raimondo, suo fratello, Pietro e Guglielmo, fratelli, Conti di Potenza, Enrico il vecchio Conte di Rivello, e un altro Enrico di Pietrapalomba (2), tedesco, ecc…Questi, scorrendo la Puglia, Capitanata e Basilicata, ogni cosa rivoltarono, ponendo a sacco le terre che facevano resistenza; le quali furono Spinazzola, Lavello, Minervino, ecc..ecc…Solo si tennero queste terre, perchè avevano fortezze e presidi, Gravina, Montepeloso, Melfi, Troia, Barletta, Trani, Molfetta, Bitonto e Bari.”, ma quando Carlo ebbe vinto, non fu terra, ne castello in Puglia, nè in Basilicata ecc..ecc..”. Il Racioppi (…), a p. 176, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Collenuccio, Stor., lib. IV e Summonte, Storia, ecc.. che ne ricopia le parole, II, p. 220.”. Il Racioppi (…), riguardo le ribellioni nel Regno con Corradino di Svevia ed alcuni feudatari delle nostre terre, citava il Summonte G.A. (…), che nel suo ‘Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli’, edito nel 1675 e nel 1602, tomo II, Libro III, a p. 121, in proposito scriveva che: “…capi della ribellione furono Roberto di santa Sofia, che spiegò la bandiera dell’Acquila, e Ramondo suo fratello Pietro, e Guglielmo fratelli conti di Potenza, Henrico, il Vecchio Còte di Rivello, & un altro Enrico ecc..ecc……contro li quali rubelli per tenerli in freno era stato deputato Ruggiero Sanseverino dal Re, con altri come è detto: & egli co’l suo esercito se n’era passato il passo levatosi dall’assedio di Lucera, havedo inteso che Corradino se ne veniva nel Regno: ecc..ecc..”. Dunque anche il Summonte (…), oltre al Collenuccio (…), lo chiamava Henrico vecchio conte di Rivello, diversamente dall’Antonini che voleva fosse Guglielmo e non Enrico. Il Racioppi, a p. 177, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Pietrapalomba era un castrum a sinistra dell’Ofanto, e il suo territorio oggi appartiene al paese che ha mutato il vecchio nome di Carbonara in quello di Aquilonia. – ecc..”. Dunque il Racioppi, a p. 177, vol. II, ci parla della conquista del Regno da parte di Carlo I d’Angiò e della sconfitta di Corradino di Svevia e dei suoi partigiani e, sulla scorta del Collenuccio (…) ed in particolare del libro V ci parla, come il Collenuccio del milite e feudatario Enrico, vecchio conte di Rivello.

Nel 1269, i fratelli GIACOMO, ROBERTO e RICCARDO DI LAURIA e, lo stato di Laino, in epoca Angioina 

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Non si perdono invece le tracce di un Giacomo, di un Roberto e di un altro Riccardo di Lauria, fratelli, citati in un diploma angioino del 21 luglio 1269 e detti custodi del Castello di Laino (104). I tre erano infatti ricorsi all’autorità di Carlo I d’Angiò per chiedere la riscossione delle paghe loro (e di 25 servienti) sino a quel momento non percepite, avendo i Lauria prima espugnato il castello di Laino, in mano ai partiggiani di Corradino, e successivamente anche ottenutone la custodia dal giustiziere di Val di Crati. Evidentemente i Loria non si erano deputati affatto soddisfatti, né era bastoto loro il provvedimento per il quale re Carlo, il 13 giugno 1269, aveva già designato Roberto castellano del Castello di Laino, se quel Roberto di Laveria citato nel diploma (105), sembra essere, sulla fede del contenuto specifico, una regestazione onomastica impropria assunta dal Minieri Riccio (106) o in tal forma a lui derivata da un errore di scrittura del cancelliere. Non è neppure da escludere che la designazione risponda ad un provvedimento a caldo a favore di Roberto, mostrando infatti la documentazione collaterale un singolare avvicendamento di cariche con un Guglielmo di La Forest milite (107), già castellano del Castello di Laino al 1269 (108), declassato, nello stesso anno, quindi a custode (109).”. La Lamboglia, a p. 44 proseguendo scrive che: “…., mentre i rimanenti Jacobo (Giacomo) e Riccardo vengono esentati, dal prestare servizio militare in Acaia in soccorso di Guglielmo II di Villeharduin (115), poichè non posseggono un intero feudo (116). Di Giacomo di Lauria – comunque feudatario – sia pure di una porzione di feudo – nulla si dice invece nei documenti di cancelleria superstiti, se non quel poco che si ricava da un regesto di un documento, fatto a suo tempo dal Minieri-Riccio, e datato 18 luglio del 1271. In esso, re Carlo ordina al giustiziere della Basilicata di far pagare a Giacomo di Lauria, dai suoi vassalli, la sovvenzione dovuta secondo le consuetudini del Regno, poichè questo doveva essere cinto cavaliere ed insieme a Ruggero Sanseverino, conte di Marsico e vicario del Re a Roma, portarsi in quella città per faccende non del tutto precisate (117).”.

Lamboglia, p. 43

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: Tale d’altronde era lo stato di Laino occupata da Giacomo, Roberto e Riccardo di Lauria, i quali ricorrono nel 1269 al re Carlo I d’Angiò perché, avendone espugnato il Castello tenuto dai fautori di Corradino e avendone ottenuto la custodia dal Giustiziere della Valle del Crati con una guarnigione di 25 uomini (che il documento chiama servienti) da quel tempo non avevano mai riscosso il loro soldo. Re Carlo I fa ripondere da Foggia in data 21 luglio ordinando al Giustiziere Matteo di Fasanella di soddisfare il Lauria in ragione d’un’oncia al mese per essi e mezzo augustale per ciascuno per i “servienti” dal giorno in cui fu ad essi affidata la custodia del Castello ribelle di Laino fino al 1° agosto dello stesso anno 1269. Ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Confermerebbe la prima ipotesi – quella cioè che individuerebbe Roberto, Giacomo e Riccardo di Lauria quali zii paterni di Ruggero – un documento angioino del 1306-1307 recante la ‘Forma commissionis officii viceamiracie’, che nell’ultimo capoverso annota: “PRESCRIPTA (sic) forma concessa fuit de novo dom. Riccardo de Lauria patruo dom. Rogerii de Lauria antiquitus tamen predecessoribus fuit in alia forma concessa (….)(123).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (123) postillava che: “(123) RCA, vol. XXXI, p. 71-74, n. 41.”.

Nel 1270, “Andree de Torraca Proditoris” possedeva beni “alia bona in Policastro” che, Carlo I d’Angiò, nello stesso anno gli tolse e donò ad altri

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, nell’anno 1270, Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti in passato ad un certo “Andrea ribelle di Torraca. Recentemente in un testo a stampa su ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, Giorgio Mallamaci (…), parlando di Torraca all’epoca Angioina, sulla scorta di Ebner (…) e senza mai fornire alcuna citazione bibliografica a p. 33, in proposito scriveva che: “Un altro nome è quello di un certo Andree de Torraca il quale compare nei ‘Registri della Cancelleria Angioina’ ricostruiti da R. Filangieri; in tali documenti viene specificato che nel 1270 è stata effettuata la donazione da parte del re (Federico II) all’ostiario (custode) Rinaldo di Poggiolo un castello di Vineoli nel giurisdizionato di Basilicata, un castello di Conca di Campania, insieme con altri beni a Policastro che furono di Andree da Torraca. Più precisamente in esso vi si legge che “760 – Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli in Iustitiarato Basilicate, castrum Concae et aliab, que fuerunt Andree de Torraca, Prodi-Toris (Reg. 6, fol. 16).”. Il Mallamaci (…) parla di una donazione di Federico II di Svevia che è un evidente errore quando invece l’Ebner (…), correttamente parla di una donazione di Carlo I d’Angiò. Sono peraltro interessanti le citazioni bibliografiche dell’Ebner che cita il Filangieri (…). Dunque, la notizia che re Carlo I d’Angiò (e non Federico II di Svevia), nel 1270 donava al custode (ostiario) Rinaldo di Poggiolo alcuni castelli in Basilicata insieme ad altri beni a Policastro che furono di Andree di Torraca “Prodi-Toris” (‘proditor’), proviene da Pietro Ebner (…). Addirittura l’Ebner dirà di Andrea di Torraca “il ribelle”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 538, parlando di Policastro, in proposito riportava una notizia simile e scriveva che: “Nel Reg. 6, f 16 è la notizia della donazione di re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolo del castello di Vineolo in Basilicata e di “alia bona” in Policastro “que fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Del ribelle Andrea di Torraca è pure notizia negli stessi ‘Registri’ (6). Ecc…”. Ebner nella sua nota (6), postillava che: “(6) Reg. Cancelleria Angioina IV, p. 113, n. 760 (v. a Policastro).”. Riguardo l’interessantissima notizia, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: “Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì. Nel Reg. 6, f. 16 è la notizia della donazione di Re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata e di ‘alia bona’ in Policastro “quae fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Dal Reg. 10, f. 41 t l’ordine “de exibitione decimarum Episcopo Policastrensis”.”. Infatti, leggendo il vol. IV della ricostruzione dei Registri della Cancelleria Angioina pubblicati da Riccardo Filangieri (…) e, questo curato dalla Jole Mazzoleni (…), a p. 113, nel documento n. 760 del registro XIV si legge che: “760. Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli, in Iustitiariatu Basilicate, castrum Conche et alia bona in Policastro, que fuerunt Andree de Torraca proditoris). (Reg. 6, f. 16).”.

Filangieri Riccardo, Jole Mazzoleni, vol. IV, p. 113

Il cui significato è, riferendosi a re Carlo I d’Angiò che nel 1270: “Il re dona a Rinaldo de Podiolo hostario (custode) del Castello di Vineolo, il castrum Conche e alia bona (alcuni beni) in Policastro che erano e appartenevano al traditore ribelle Andrea di Torraca”. Il documento che riguarda Andrea di Torraca che postillava l’Ebner è (Reg. 6, fol. 16, n. 760).”, e la Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dunque, secondo il documento angoino pubblicato dalla Mazzoleni (vol. IV, p. 113 del Filangieri), scriveva che Carlo I d’Angiò, nel 1270 aveva donato all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata ed altri beni (“alia bona”), forse terreni e proprietà immobiliari a Policastro, che erano stati posseduti dal “proditores” (ribelle) Andrea di Torraca. Dunque, secondo il documento angioino, il ribelle e milite Andrea di Torraca, forse ai tempi di re Manfredi, possedeva un castello di Vineolo in Basilicata. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, riguardo il milite e ribelle ‘proditores’ ‘Andree de Torraca’, la Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di M. Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito M., Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6”. Dunque, il documento citato dall’Ebner (…) che riguarda il “proditores” “Andree de Turraca” è citato nel foglio n. 322 t, contenuto nei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito. Dove si trova questo foglio ?. In quale dei registri è stato registrato ?. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Dunque, secondo il documento federiciano pubblicato dalla Mazzoleni, Andrea di Torraca dovrebbe essere stato un milite che ai tempi di re Manfredi e di Corradino doveva avere un castello a Vineolo o “Vineoli” (del “giustizierato” dice il Mallamaci) in Basilicata. Ma del castello o del centro di Vineoli o Vineolo nel giustizierato di Basilicata non si riesce a capire quale fosse. Forse è il castello di Lagopesole, uno dei più belli e l’ultimo fatto costruire da Federico II di Svevia.

Nel 1270, il “Proditores(ribelle) “Bartolomeo di Torraca” possedeva beni a Policastro che, Carlo I d’Angiò, nello stesso anno gli tolse e donò ad altri

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, precisamente nell’anno 1270 Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti ad un certo, “Bartolomeo di Torraca, chiamato Proditor, che possedeva beni a Policastro e per punirlo glieli tolse. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “In età angioina è poi notizia di Bartolomeo di Torraca, “proditor”, il quale possedeva beni a Policastro (5).”. Ebner, a p. 664, nella sua nota (5), postillava che la notizia era tratta da: “(5) Reg. 5, f 34, 16 marzo a. 1270, XIII = vol. III, p. 107, n. 85”. Infatti, rileggendo il vol. III della ricostruzione dei Registri Angioini, pubblicati da Riccardo Filangieri, a p. 107, per il documento n. 86 (e non il documento n. 85 citato da Ebner), nel registro XIII, leggiamo: “86. – (‘Bartolomeo de Torraca’, “proditor”, ‘possedeva beni in Policastro, sub. dat. XVI martii XIII ind., anno 1270) (Reg. 5, f. 34).”. Riccardo Filangieri nel vol. III, a p. 107, postillava in proposito che: “Fonti: Scandone ms. in Arch.; Minieri Riccio, ms. in Arch.”.

Filangieri R., op. cit., vol. III, p. 107

Il Filangieri, citava Francesco Scandone. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Scandone scrisse dei poeti siciliani ai tempi di Federico II di Svevia e di suo figlio Manfredi. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un Andrea di Torraca potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”.

Nel 1269, ‘Gille de Blemur’, e il Castello di Molpa e Camerota

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (10) postillava che:  “Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che:  ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che:  “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (13) postillava che:  ” (13) Anni 1269-1272. Reg. 6, ff 151-154 = vol. VII, P. 260.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (14) postillava che:  “(14) Reg. 10, f 41 = vol. VII, p. 15, n. 89.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (15) postillava che:  “(15) Camerota pro focul. XXXVII, unc. XIX, tar. VII et mentium: vol. VIII, p. 239. Cfr. ad Agropoli.”. Di ‘Gil de Blemur’ è interessante ciò che Ebner (…), nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo i documenti che possono testimoniare a quali feudatari, tra cui quelli delle nostre zone, re Carlo I d’Angiò sequestrò i beni perchè avevano patteggiato con Manfredi, Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che:  ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) di Antonini (…) a p. 366.Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a Gil de Blemur” il castello della Molpa. Inoltre, l’Ebner si riferisce ad un Egidio de Blemur, feudatario di Camerota all’epoca Angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272 e dunque non si poteva trattare dello stesso Gil (normanno) di cui parlano i due studiosi Augurio e Musella (…), ovvero di “Gibel de Loria”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(…) Kantorowicz E.H., Federico II Imperatore, Milano, ed. Garzanti, p. 473 e s. Si veda pure la sua recente ristampa del 2017, con la traduzione di Gianni Pilone Colombo. Il Kantorowicz, nelle sue note a p. 515, riguardo l’alleanza tra Venezia e Genova, stretta in Laterano”,  scrive: “in quadam camera domini pape”, stà in BFW, 7216, WACT., II, n. 1028, pp. 689 e s., stà in Bohmer J.F., Regesta Imperii, V, 3-5, editi da Ficker J., ed. E. Winkelmann, Innsbruck (1892-1901); vedi pure: Winkelmann, Acta imperii inedita, vol. II, n. 1028, pp. 689 (o p. 669?), Innsbruck, 1880. Nelle sue note a p. 516, il Kantorowicz, parlando del patto di alleanza stipulato da papa Gregorio IX, scrive che il patto con Venezia stà in “MG-EPP. Pont., I, n. 833-838, pp. 733 e s.”. Si tratta delle ‘Epistulae saeculi XIII e regestis pontificarum Romanorum selectae’, stà in ‘Monumenta Germaniae Historica’, voll. 3, Rodenberg Carl, ed. Apud Weidmannos, Berlino (1883-87), I, n. 833-838, pp. 733 e s. Mentre per il patto con Genova si veda: ‘Liber Iurium’, Hirst. Patr. Monum., vol. VII, p. 980, ovvero: ‘Liber iurium reipubblicae Genuensis’; 2 voll., Torino 1854-57; Historia Patriae Monumenta, voll. VII e IX. Si veda pure: Ortalli G., Venezia-Genova: percorsi paralleli, conflitti, incontri, p. 13, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, cit. Cfr. cap. II. 2, p. 157 e, Puncuh E., Trattati Genova-Venezia, p. 143, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, cit. Nella ‘Cronica per extensum descripta’, p. 298, a cura di E. Pastorello, Bologna 1938-1958, in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, XII/1, Andrea Dandolo scrisse che nel 1242, dopo la sconfitta all’isola del Giglio, Venezia dietro domanda genovese, preparò una flotta di sessanta galee, non per combattere la flotta imperiale stanziata nel basso Adriatico, ma per la sottomissione di Pola.

(…) Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pollastri Sylvie, Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo’ che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151

(….) Pispisa Enrico, Il Regno di Manfredi – Proposte di interpretazione, ed. Sicania, Messina, 1991

(….) Carbonetti Vendittelli Cristina,  ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘, ed. dell’’Istituto Storico Italiano’, 2002 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda Discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Manco C., Scalea prima e dopo, Scalea, 1969

(…) Mazza ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…,

(….) Scandone F., Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904

I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina

Alcuni documenti dell’epoca, tratti dalla cancelleria angioina, dimostrano che a seguito delle operazioni militari della Guerra del Vespro, i centri costieri del Cilento, subirono notevoli danni, tra cui un sensibile calo della popolazione (…). I registri della Cancelleria Angoina, prima che fossero andati irrimediabilmente persi in un incendio, nell’ultimo conflitto mondiale, furono trascritti da diversi studiosi, tra cui il Carucci (…), nel “Codice Diplomatico Salernitano”, che ci racconta della guerra del ‘Vespro’, la guerra tra gli Angioini e gli Aragonesi, che si combattè proprio sulle nostre coste, nel XIII e XIV secoli. La Cancelleria Angioina, conservata presso gli Archivi di Stato di Napoli e Salerno è andata in parte persa in un incendio durante il secondo conflitto mondiale (…), ma restano i documenti tutti pubblicati a metà dell’800, da diversi studiosi come il Capasso, Giudice, Minieri-Riccio ed infine il Carucci (…). Dai documenti angioini (…) dell’epoca, si evince che la guerra del Vespro sarà causa di una forte diminuzione focatica (focolai, famiglie) dei feudi (…). Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), su cui bisognerebbe ulteriormente indagare. La Cancelleria Angioina, conservata presso gli Archivi di Stato di Napoli e Salerno è andata in parte persa con la conquista del Regno da parte degli Aragonesi (…). Purtroppo, gran parte dei documenti contenuti nei Registri Angioini, sono andati persi. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 F 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Dunque, Pietro Ebner, nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni etc…’, riguardo la storia di Policastro e di S. Giovanni a Piro, citava il Di Luccia (…) e, Marino Freccia (…). Ebner aggiunge che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina alcuni dei quali sono pubblicati dal Di Luccia: 1) Nel 1294, con il quale Re Carlo II esentò dalle tasse il villaggio soggetto al monastero di S. Giovanni; 2) Nel 1320, con il quale il re ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa; 3) re Ludovico che confermava tale dominio temporale; 4) Nel 1468, un documento (7) contenente  il consenso del re e del papa al giuramento di fedeltà da parte dei vassalli e cittadini di S. Giovanni a Piro all’abate del locale monastero; Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Dal suddetto ‘Archivio’ e processo, ff. 158 e 159.”5) la notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”; 6) Il 20 novembre 1295, il vicario del Regno, Roberto, concesse agli abitanti di S. Giovanni a Piro, “quod est monasterij sancti Johannis ad pirum”, l’esenzione dalle tasse per cinque anni avendo subito dalle incursioni nemiche danni tali da obbligarli ad abbandonare il villaggio, purchè tornassero “ad lares proprios”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 66, f 229, Napoli = vol. II, p. 432, n. 321. ‘Justiciarius Principatus presenti et futuri. Ad casalem sancti Johannis ad pirum (…) propter incursus et depredatione hostium, desolatum, quod est monasterio sancti Johannis ad pirum, piùm vertentes consideracionis intuitum, casale ipsum et homines Universitati eiusdem per quinque annos, a principio anni presesentis (…) de generalibus subventionibus (…) ut interim ad fortunas deveniant pinguiores et qui eiusdem casalis deseruentur necessario incolatum propter presentem gratiam ad lares proprios eximimus (…) Presentes autem licteras restitui volumus presentandi postquam illa videritis quantum et quando fuerit oportunum’.”; 7) Il 23 aprile del 1296 il re ordinò al giustiziere del Principato (10) di pagare mensilmente il dovuto al mercenario a cavallo Pietro Mazza, “qui custos est fortellicie Cripte sancti Johannis ad Pirum, prope Policastrum”. Lo stesso Pietro Mazza venne poi inviato al fronte, agli ordini di Raimondo Malobosco, capitano comandante “in dicta fronteria” (11). Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Napoli, 21 aprile 1295. Reg. 64, f 118 t = vol. II, p. 476, n. 364. Pagamenti da effettuarsi secondo consuetudine ai mercenari a cavallo operanti ‘in frontiera hostium in partibus Principatus’.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Napoli, 16 luglio 1295, Reg. 81, f. 113 e 82 f 119 t.”; 8)  documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”; 9) Il 2 giugno 1300 re Carlo II scrisse al giustiziere scrisse ai fedeli che a causa dei danni subiti dai fedeli locali vassalli, esonerava “hominum casalis sancti Johannis  ad Piro, de territori Policastrensi”, dal pagamento dei residui delle tasse e dalla metà della sovvenzione che proprio in quel momento si stava esigendo (13). Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Reg. 10, f 37 = vol. II, p. 673, n. 577.”; 10) L’8 luglio 1349 il conte di Policastro con reale provisione fu incaricato di tutelare gli interessi del monastero e dell’università, da non ritenere investitura. Riguardo il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber inquisitionum Caroli Primi’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai ossessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro, citava il testo di ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974. Infatti veniva citato dal Santoro anche nella sua nota (3) a p. 30. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.”. Il Santoro, citava il testo di Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), Paris, 1886-1887. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intestazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit.,  II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoetane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.

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(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, si veda vol. I, p. 223 e p. 236, dai seguenti titoli:  il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), p. 400 e 401 (Archivio Storico Attanasio – copia digitale. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito). Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il vol. III ha il seguente titolo: ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Il vol. IV ha il seguente titolo: ‘Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV’, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(…) Amari Michele, La guerra del Vespro Siciliano, ed. Società Editrice Siciliana, Mazzara, edizione ristampa della Scuola Tipografica Italo-Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, 1947 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Jamsilla Nicolò, Storia di Niccolò Jamsilla, delle Gesta di Federico II Imperatore e dè suoi figli Corrado e Manfredi re di Puglia e di Sicilia (1210-1258), stà in Giuseppe Del Re (…), nel suo vol. II di “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…” (Archivio storico e digitale Attanasio)

(…) Saba Malaspina, “Istorie delle cose di Sicilia (1250-1268)” stà in  Giuseppe Del Re (…), nel suo vol. II di “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…” vedi da p. 200 (versione di B. Fabbricatore) (Archivio storico e digitale Attanasio)

(…) Bartolomeo da Neocastro, Historia Sicula, stà in  Giuseppe Del Re (…), nel suo vol. II di “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…” vedi da p….. (Archivio storico e digitale Attanasio). Lo si ritiene nato nella prima metà del Duecento da una famiglia probabilmente originaria di Nicastro e quindi di provenienza calabrese. Nonostante diversi difetti, il valore della cronaca rimane notevole per gli avvenimenti di cui egli fu vivo testimone, anche per il suo punto di vista privilegiato, che lo vedeva introdotto all’interno degli ambienti aragonesi. La Historia di Bartolomeo rimane una delle fonti più importanti soprattutto per la conoscenza degli eventi che rivoltarono il clima politico dell’isola durante e dopo la famosa ribellione del Vespro.

(…) Quintana, ‘Vidas de algunos Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93

(…) De Lellis Carlo, Supplemento a Napoli Sacra di D. Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli, 1654 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure:

De Lellis, Carlo <fl. 1663-1671>
I sunti del registro 1271 A. di Carlo 1. d’Angiò / Carlo De Lellis ; con introduzione storico diplomatica di A. Broccoli ed un cenno biografico del de Lellis per M. Mongillo
Caserta : Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893

Dalla rovina si salvarono, per essere rimasti in sede, oltre a qualche frammento, i repertori del Sicola (…), del Chiarito (…), del Borrelli (…) e tre volumi dei Notamenta di Carlo De Lellis ‘Notamenta ex registris Caroli II: Roberti et Caroli ducis Calabriae’ (ms. del XVII sec.). Napoli: Archivio di Stato di Napoli, vol. III, IV e IV bis, forse contenuti nell’opera di Bartolomeo Capasso (…), Nuovi volumi di registri angioini ora formati con quaderni e fogli che già esistevano dimenticati e confusi nell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1886

(…) Winkelmann Eduard, Acta Imperii Inedita – Innsbruck – 1880 (Archivio Attanasio)

(….) Prignani Giovan Battista, riguardo la citazione di Gaetani (…) delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano (o Prignani), di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi e che furono poi pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’, forse raccolte e pubblicate dal Fortunato nell’inedito ‘Codice diplomatico potentino’,  costituito da 55 documenti che dal 1178, giungono al 1500, forse pubblicati nel testo ‘Badie, Feudi e Baroni della Valle di ..‘, poi in seguito pubblicate dal Pedio (…). Invece forse si tratta di Prignani Giovan Battista (…), ‘Memorie storiche della città di Salerno’, forse un manoscritto.  Manoscritto; 1601-1657 data stimata (codice donato alla Biblioteca Angelica nel 1657). ‘Delle famiglie di Salerno’. Tomo primo (1r). Delle famiglie di Salerno. Tomo secondo (1r del ms. 276); il tomo primo è nel ms. 276. Si veda: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152. G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]. M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]. G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80). In Granito (…), del suo saggio a p. 86, nella sua nota (1) postillava che: : “(1) G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno, manoscritto n. 276, in Biblioteca Angelica di Roma, sul frontespizio leggesi “F. Philippus Vicecomes Episcopus Catanzarij olim Generalis Bibliothecae Angelicae donavit anno 1657.”. La Treccani on-line segnala: Fonti e Bibl.: Arch. segreto Vaticano, Registro Vaticano 42, f. 52; Roma, Bibl. Angelica, cod. 276: G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno normande (ms., 1641), f. 69. Aurelio Musi (…), scrive che questo importante testo del 1600 è conservato presso la Biblioteca Provinciale di Salerno, ms. 19, famiglie 1-103 e presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, Cronache e notizie di famiglie nobili salernitane, ms. X1V-H-22. Sul sito della Biblioteca Angelica di Roma, per il ms. 276, troviamo la seguente Bibliografia: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152; G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “”Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]; M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]; G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]; H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80).

Granito G., op. cit. in BSPS, 84, a. II, n. 1, p. 86

Granito, op. cit. , p. 81.PNG

Infatti il Cantalupo (…), nel suo “Il feudo vescovile di Agropoli etc..” che si trova nel Bollettino storico per la provincia di Salerno e Principato Citra’, anno II, n. 2 (1983), a p. 36 nella sua nota (103), postillava che: “(103) ecc..:

Cantalupo, Archivio Storico ..principato Citra, anno II, n. 2 (1983), nota 103, p. 36,.PNG

(Fig…) Cantalupo, op. cit. in ‘BSPPC’, anno II, n. 2 (1983), p. 36, nota (103)

Dove egli scrive di averli personalmente scoperti nella Biblioteca Angelica di Roma dove essi sono conservati con la collocazione ms. 276 e 277. Il Cantalupo (…), riguardo un documento di Tommaso Sanseverino postillava dei ue testi del Prignano (…), che furono segnalati per la prima volta nel manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (…), da cui ha attinto Rocco Gaetani (…). Il Cantalupo scrive che: “Nei due volumi dell’opera trattò diffusamente, sulla scorta di una precisa documentazione tratta dagli archivi dell’epoca, la storia di 84 famiglie che ebbero feudi e titoli nobiliari soprattutto nel Principato Citra.”.

(….) Merkel Carlo, Manfredi I e Manfredi II Lancia – contributo alla storia politica e letteraria nell’epoca sveva, pubblicato a Torino nel 1886 (Archivio Attanasio)

(….) Berger Elie, Les registres d’Innocent IV”, in Biblioth. des écoles francaises d’Athènes et de Rome, Parigi, 1884 (Archivio Attanasio)

 

 

Nel 1324, il ‘tenimentis et portus Sapri’ in un documento Angioino

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(Fig. 1) Il Golfo di Policastro ed il suo entroterra visto dal satellite

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo mio saggio parlerò di un editto del 1324, di re Roberto d’Angiò dove si cita chiaramente il “Porto di Sapri. E’ una delle tante mie personali scoperte, sebbene il documento fosse conosciuto e pubblicato trascritto da Matteo Camera. Infatti, nel documento è citato il porto di Sapri. Il documento risale alla guerra del Vespro combattuta sulle nostre terre tra gli Angioini e gli Aragonesi e riguarda Policastro ma trattandosi di un documento datato anno 1324, insieme alla nota “carta Pisana”, del 1290, la più antica carta nautica conosciuta, è forse il più antico documento su Sapri e la sua storia. Questa interessante notizia si aggiunge alle scarse testimonianze che abbiamo di Sapri all’epoca antecedente a quella Aragonese del secolo XV. Ritengo che all’epoca angioina (secoli XIII e XIV), nella piccola marina di Sapri vi fosse un piccolo villaggio marinaro, posto alle falde della collina del ‘Timpone’, che dalla contrada oggi detta delle ‘Mocchie’ si estendeva verso la ‘Marinella‘. Il canonico Luigi Tancredi (…) nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 36, in proposito scriveva che: “Presso l’Archivio di Stato di Napoli sono state effettuate altre ricerche che sono risultate negative per quanto riguarda le voci: “Arredamenti”, Periodo Angioino (Principato Citra) (anni 1265-1442) dai Registri della Cancelleria, per il periodo Aragonese (a. 1442-1501), per il Periodo del Viceregno ecc…ecc…“, ma non riportava nessuna notizia su Sapri nei due periodi storici. Il Tancredi, riguardo Sapri ed il periodo Angioino scriveva che: “Seguiranno le vicende degli Aragonesi e degli Angioini; prima, però ecc…”, senza nulla aggiungere o dire a riguardo. Stessa cosa ritroviamo dal canonico Rocco Gaetani (…) che pure ha riportato interessanti documenti sulla storia di Torraca e di Sapri a partire dal ‘500. Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, prendendo le mosse dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo Angioino, parlando di Policastro scriveva che: “Risorse gloriosa sotto il Regno dei Normanni, ma sotto i Re Angioin isoggiacque a nuova disavventura, mentre bollendo le guerre tra i Re di Napoli e Sicilia nel 1320 fu assalita da Federico d’Aragona ecc…”. Sono convinto che indagando ulteriormente sulla nostra storia avremo non poche sorprese come è accaduto rileggendo il documento angioino del 1324, che riguardava il periodo in cui Policastro veniva ceduta per 25 anni al milite genovese Bartolomeo Roveti. Per condurre un’approfondita analisi ed indagine geo-storica del nostro territorio ci verrà utile indagare attraverso lo studio Cartografico delle antiche mappe conosciute, i portolani, le carte nautiche conosciute che all’epoca furono molto adoperate dai daviganti. La notizia di un “tenimentis et portus Sapri” ci riporta indietro nella Storia di Sapri di diversi secoli. Mi auguro che questo saggio possa indurre altri ad approfondire ulteriormente i diversi aspetti affrontati.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…)

L’INDAGINE GEO-STORICA ATTRAVERSO I DOCUMENTI

I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina

Alcuni documenti dell’epoca, tratti dalla cancelleria angioina, dimostrano che a seguito delle operazioni militari della Guerra del Vespro, i centri costieri del Cilento, subirono notevoli danni, tra cui un sensibile calo della popolazione (…). I registri della Cancelleria Angoina, prima che fossero andati irrimediabilmente persi in un incendio, nell’ultimo conflitto mondiale, furono trascritti da diversi studiosi, tra cui il Carucci (…), nel “Codice Diplomatico Salernitano”, che ci racconta della guerra del ‘Vespro’, la guerra tra gli Angioini e gli Aragonesi, che si combattè proprio sulle nostre coste, nel XIII e XIV secoli. La Cancelleria Angioina, conservata presso gli Archivi di Stato di Napoli e Salerno è andata in parte persa in un incendio durante il secondo conflitto mondiale (…), ma restano i documenti tutti pubblicati a metà dell’800, da diversi studiosi come il Capasso, Giudice, Minieri-Riccio ed infine il Carucci (…). Dai documenti angioini (…) dell’epoca, si evince che la guerra del Vespro sarà causa di una forte diminuzione focatica (focolai, famiglie) dei feudi (…). Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), su cui bisognerebbe ulteriormente indagare. La Cancelleria Angioina, oggi conservata in parte presso gli Archivi di Stato di Napoli e Salerno è andata persa in un incendio nell’ultimo conflitto mondiale ad opera dei tedeschi. Purtroppo, gran parte dei documenti contenuti nei Registri Angioini, sono andati persi. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 F 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Dunque, Pietro Ebner, nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni etc…’, riguardo la storia di Policastro e di S. Giovanni a Piro, citava il Di Luccia (…) e, Marino Freccia (…). Ebner aggiunge che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina alcuni dei quali sono pubblicati dal Di Luccia: 1) Nel 1294, con il quale Re Carlo II esentò dalle tasse il villaggio soggetto al monastero di S. Giovanni; 2) Nel 1320, con il quale il re ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa; 3) re Ludovico che confermava tale dominio temporale; 4) Nel 1468, un documento (7) contenente  il consenso del re e del papa al giuramento di fedeltà da parte dei vassalli e cittadini di S. Giovanni a Piro all’abate del locale monastero; Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Dal suddetto ‘Archivio’ e processo, ff. 158 e 159.”5) la notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”; 6) Il 20 novembre 1295, il vicario del Regno, Roberto, concesse agli abitanti di S. Giovanni a Piro, “quod est monasterij sancti Johannis ad pirum”, l’esenzione dalle tasse per cinque anni avendo subito dalle incursioni nemiche danni tali da obbligarli ad abbandonare il villaggio, purchè tornassero “ad lares proprios”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 66, f 229, Napoli = vol. II, p. 432, n. 321. ‘Justiciarius Principatus presenti et futuri. Ad casalem sancti Johannis ad pirum (…) propter incursus et depredatione hostium, desolatum, quod est monasterio sancti Johannis ad pirum, piùm vertentes consideracionis intuitum, casale ipsum et homines Universitati eiusdem per quinque annos, a principio anni presesentis (…) de generalibus subventionibus (…) ut interim ad fortunas deveniant pinguiores et qui eiusdem casalis deseruentur necessario incolatum propter presentem gratiam ad lares proprios eximimus (…) Presentes autem licteras restitui volumus presentandi postquam illa videritis quantum et quando fuerit oportunum’.”; 7) Il 23 aprile del 1296 il re ordinò al giustiziere del Principato (10) di pagare mensilmente il dovuto al mercenario a cavallo Pietro Mazza, “qui custos est fortellicie Cripte sancti Johannis ad Pirum, prope Policastrum”. Lo stesso Pietro Mazza venne poi inviato al fronte, agli ordini di Raimondo Malobosco, capitano comandante “in dicta fronteria” (11). Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Napoli, 21 aprile 1295. Reg. 64, f 118 t = vol. II, p. 476, n. 364. Pagamenti da effettuarsi secondo consuetudine ai mercenari a cavallo operanti ‘in frontiera hostium in partibus Principatus’.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Napoli, 16 luglio 1295, Reg. 81, f. 113 e 82 f 119 t.”; 8)  documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”; 9) Il 2 giugno 1300 re Carlo II scrisse al giustiziere scrisse ai fedeli che a causa dei danni subiti dai fedeli locali vassalli, esonerava “hominum casalis sancti Johannis  ad Piro, de territori Policastrensi”, dal pagamento dei residui delle tasse e dalla metà della sovvenzione che proprio in quel momento si stava esigendo (13). Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Reg. 10, f 37 = vol. II, p. 673, n. 577.”; 10) L’8 luglio 1349 il conte di Policastro con reale provisione fu incaricato di tutelare gli interessi del monastero e dell’università, da non ritenere investitura. Riguardo il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber inquisitionum Caroli Primi’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai ossessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intstazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit.,  II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoletane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.

Nel 1309, Roberto d’Angiò re di Napoli

Roberto d’Angiò, detto il Saggio (Torre di Sant’Erasmo, 1277 – Napoli, 16 gennaio 1343), figlio del re Carlo II d’Angiò e della regina Maria Arpad d’Ungheria, fu nominato nel 1296, durante il regno di suo padre, primo duca di Calabria, titolo che manterrà fino alla sua incorazione a re di Napoli, avvenuta alla morte del padre nel 1309. Sarà sovrano del Regno di Napoli, assieme ai titoli di conte d’Angiò e del Maine, conte di Provenza e di Forcalquier, e re titolare di Gerusalemme, fino alla sua stessa morte, avvenuta nel 1343. Senza eredi legittimi in vita, Roberto sarà succeduto al trono dalla nipote Giovanna, figlia di suo figlio Carlo, duca di Calabria. La guerra, interrotta dalla morte di Enrico, proseguì contro i ghibellini Matteo Visconti e Cangrande della Scala.

Nel 1318 re Roberto d’Angiò signore di Genova

Già in possesso di vasti possedimenti in Piemonte, re Roberto estese ulteriormente la propria influenza nella penisola: nel 1317 fu nominato dal papa senatore di Roma, nel 1318 divenne signore di Genova – di cui detenne la signoria sino al 1334. Fu ricordato da Petrarca e Boccaccio come colto e generoso mecenate: il Petrarca, che gli dedicò l’Africa, volle addirittura essere esaminato da lui prima dell’incoronazione in Campidoglio (1341). Leggiamo da Wikipedia che nel 1319, Genova è assediata dall’esercito ghibellino di Marco Visconti, cui partecipano i Doria e gli Spinola fuoriusciti. Arriva a Genova per la parte guelfa il re di Napoli Roberto d’Angiò che nel 1324, dona Policastro a Bartolomeo Roveti di Genova. La guerra, interrotta dalla morte di Enrico, proseguì contro i ghibellini di Matteo Visconti e Cangrande della Scala. Dopo la morte del fratello Carlo Martello (1295), Roberto divenne erede al trono di Sicilia. Le lotte tra guelfi e ghibellini, che nella Repubblica presero il nome rispettivamente di “rampini” e “mascherati“, progredirono fino al 1270, anno in cui Oberto Doria e Oberto Spinola, a seguito di un’insurrezione ghibellina, divennero di fatto “diarchi” e riuscirono a governare la città per circa 20 anni, in pace. Le lotte intestine non cessarono nemmeno dopo i successi navali del XIII secolo. I troppi interessi economici in gioco, costrinsero ulteriormente il governo della città ad abbandonare le figure istituzionali precedentemente adottate, dai consoli in poi. Dopo ben cinque diarchie Doria-Spinola (ghibelline) e una Fieschi-Grimaldi (guelfa), intervallate da diverse forme di governo, fu così creata la carica di Doge, similmente a quello che già accadeva a Venezia. Simone Boccanegra, eletto nel 1339 (e a cui Giuseppe Verdi dedicò un’opera secoli più tardi), tentò di estromettere i nobili e coloro che erano coinvolti in lotte plurisecolari, dal governo cittadino.

Nell’8 luglio 1324, Roberto d’Angiò concede per 25 anni Policastro al genovese Bartolomeo Roveti

Nel 1324, re Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti, “viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi (…). I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che, dopo l’anno 1320: Quattro anni dopo, nel 1324, re Roberto permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia, agli ordini di Bartolomeo Roveti, viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi. Le case furono ricostruite e Policastro ebbe migliore vita, in specie per le entrate della pesca.”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Ecc... I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515, nella loro nota (80) postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554 (? p. 354). Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldinel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Matteo Camera (…), ci parla della distruzione di Policastro da parte di Corrado Doria a p. 274.  Infatti, il Camera (…), nel suo vol. II, a p. 274, parlando dell’anno 1320, in proposito scriveva che: “…Questa Città, probabilmente surta sulle rovine dell’antica ‘Bussento’ prendendo il nome di PALEOCASTRUM, o di antico castello, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Ecc..”. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”. Matteo Camera, in questo caso errava a scrivere “…Questa Città, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Ecc..”, in quanto, sebbene si potesse trattare come scrive il Camera di “filibustieri” (genovesi), nell’anno 1324 non la distrussero ma la colonizzarono ripopolandola su espressa volontà di re Roberto d’Angiò.   Infatti il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, citato da Natella e Peduto (…), a pp. 442, vol. I, parlando di Roberto d’Angiò, in proposito scrive che: “Ma non mancano casi specialissimi nei quali il Re, per la difesa, economica e militare, insieme, ai luoghi ritenuti utilissimi alle ragioni dello Stato, crea dal nulla una Università, dotandola di privilegi e di facoltà molto feconde. Oltre il caso di Città Reale or ora ricordato, dovuto a preoccupazioni essenzialmente d’indole militare, è degno di particolare rilievo l’atto del 1324 col quale la terra di Policastro, nel Principato Ultra, quasi completamente devastata dalle continue guerre esterne ivi abbattutesi con estrema violenza, veniva rinvigorita di sangue genovese e riformata con ordinamenti di singolare interesse. Presentatosi, dunque, al Re, in Provenza, il cittadino genovese Bartolomeo Roveti, si offrì di ricostruire e ripopolare Policastro, che proprio dai Genovesi, tre anni prima, aveva ricevuto l’ultimo e più fiero colpo, deducendovi una copiosa colonia di suoi concittadini atti a ridare in poco tempo alla terra sventurata l’anica prosperità e l’antico splendore. Il Re accolse benevolmente e concesse, anzitutto, a Bartolomeo Roveti la qualità di Capitano della città a vita e, per ben 25 anni, il mero e misto imperio su i Genovesi non solo ma anche su quanti fossero ivi convenuti d’oltre Regno, riservando al regio Giustiziere del Principato la giurisdizione su gl’indigeni. Alla colonia è riservato l’uso delle consuetudini e delle leggi genovesi, per ciò che riguarda le eventuali liti da definirsi da arbitri, ed è concessa la facoltà di esercitare liberamente, pagati i diritti alla Curia regia, il commercio di spropriazione del frumento e dei cereali tutti, alla sola condizione che all’interno il frumento non costi più di due tarì e dieci grani il tomolo. Tutte le terre e le case di Policastro, appartenenti al demanio o a privati scomparsi o non solleciti di ritornarvi, nel termine massimo di diciotto mesi, sono concessi ai coloni con un censo da regolare in seguito, caso per caso; e, darano alla Curia quella somma che risulterà costituire la media delle entrate dell’ultimo quadriennio. Nessun barone, infine, potrà acquistare o costruire case in Policastro per un ventennio, e quelli che abitano nei dintorni sono tenuti, in caso di guerra, ad accorrere in difesa della città risorta (1). In questi casi quindi, la Università si fonda ‘ex novo’, come si fonda un castello ecc…ecc..”. Il Caggese (…), a p. 443, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Reg. Ang., n. 255, c. 22-23, 8 luglio 1324: “Bartholomeus Roveti de Ianua, constitutus in nostra presentia, dum in Provincie partibus moraremur, obtulit se nobis et efficaciter repromisit refectionem ac populationem facere civitatis eiusdem et in habitationem ipsam viros utique sufficientes et aptos ianuenses adducere in numero copioso”; ecc…”. La notizia è tratta da Matteo Camera (…). Infatti, due studiosi Natella e Peduto (…), citavano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. Infatti, Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 309, parlando della città di Policastro, in proposito scriveva che: Divenuta dipopolata essa Città, e distrutta dal ferro e dal fuoco, fu data in ques’anno (1324) dal re Roberto d’Angiò a Bartolomeo Roveto di Genova (4) con le seguenti condizioni: Che questi dovesse riedificarvi o ripararvi gli edifizi, e fare riabilitare il paese da una colonia di genovesi, ch’ei comanderebbe a titolo di capitania per la durata di 25 anni, esercitando su di essa il diritto sommo del ‘mero e misto imperio’ tranne però la podestà criminale – Che qualunque questione, litigio o causa che fra quelli nascesse, venisse risoluta secondo le leggi, usi, e consuetudini patrie del Comune di Genova – Che introducendosi in Policastro dè fuoriusciti, si sarebbero consegnati da esso Roveto nelle mani della regia Curia – Che potessero i naturali del luogo liberamente estrarre quivi delle vettovaglie pè luoghi devoti ed amici al sovrano ed alla S. Sede – Che tutte le case e poderi demaniali di Policastro, rimasti abbandonati, divenissero per sempre in proprietà dè nuovi abitatori e loro eredi. Che nessun barone infra la durata di 25 anni potesse quivi acquisire alcun terreno od innalzarvi nuovi edifizii ec. Ma perchè i nostri leggitori abbiano fatto, e faremo, ogni qual volta troveremo qualche lacuna presso gli antichi scrittori delle nostre patrie memorie (1, p. 310): “Robertus etc. Universis presentis indulti seriem inspecturis tam presentibus etc…””. Il Camera, a p. 309, nella sua nota (4) postillava in proposito che: “(4) Nel 1291, Policastro, era guardata e difesa da Ponzio di Boccabianca milite, capitano, e castellano di essa Città; il quale teneva alla di lui immediazione una scorta di 24 soldati (‘servientes’).”. Il Camera (…) pubblica l’intero testo in latino del documento con cui re Roberto d’Angiò concede Policastro al genovese Bartolomeo Roveti. Il Camera, nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 312, alla fine del documento scritto in latino, in proposito scriveva che: “Datum ibidem per manus Bartholomei de Capua militis logothete et prothonotarii regni Sicilie anno Domini MCCCXXIIII nostrorum anno XVI (1).”, e nella sua nota (1) postillava che: (1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. n. 235 fol. 22 apud Reg. Archiv. Neap.”.

Camera Matteo, p. 309, vol. II Annali

(Fig….) Matteo Camera (…), Annali, vol. II, p. 309

Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28, riferendosi a Policastro dopo la distruzione subita da Corrado Doria, riferendosi al castrum di Policastro, in proposito scrive che: “16. Il Porto dei Genovesi…..Per il ripopolamento sono destinati i ‘Genovesi’ (già in possesso dei larghi privilegi di Napoli) che si sono dimostrati un prezioso aiuto per gli Angioini, grazie all’esperienza di navigatori (76). Che i Genovesi distruggono la città per conto del re Aragonese, e quattro anni dopo la ricostruiscono per conto del re Angioino, non deve meravigliare: gli affari sono affari; i marinai sono soldati, assoldati da chi paga. Le battaglie navali vanno combattute in gran parte da marinai, istruiti nelle repubbliche marinare. Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Il genovese ‘Bartolomeo Roveti’ si presenta al re ed offre di ricostruire e di ripopolare Policastro. Il re lo nomina capitano della città a vita, e, inoltre, gli dà per 25 anni la giurisdizione sui Genovesi e sugli immigrati di Policastro (77). Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (77) postillava che: “(77) Caggese Romolo, op, cit.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”.

Nell’8 agosto 1324, il porto di Sapri all’epoca di re Roberto d’Angiò

Pietro Ebner (…), parlando di Sapri in età Angioina, in proposito scriveva che: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Ebner, a p. 592, dice che per quanto riguarda Sapri, il ‘Cedolario’, rinvia a Policastro. Ma non è così come vedremo. Probabilmente Ebner non si era accorto dell’interesante citazione di cui stò accennando. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. All’epoca Angioina, Sapri aveva un porto che doveva essere conosciuto in quanto lo ritroviamo menzionato in un documento del 1324 tratto dai Registri della Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera, nei suoi “Annali”, nel 1860. L’antico documento (…) si riferisce ad un editto di re Roberto d’Angiò che concedeva la città di Policastro al soldato Bartolomeo Roveti, dopo l’avvenuta distruzione della città di Policastro che nel 1320 fu distrutta dalla flotta Aragonese al comando dell’ammiraglio genovese Corrado Doria. A Sapri, che in quegli anni doveva essere un piccolo villaggio marinaresco, doveva esistere un porto marittimo avendo la sua ampia baia un approdo e riparo sicuro per i vascelli che operarono durante la terribile guerra del Vespro tra gli Angioini e gli Aragonesi. La notizia di un porto a Sapri in epoca Angioina è provata e testimoniata proprio da questo documento di cui parlo. Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte il Porto di Sapri (“portus Sapri”). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 313, parlando della città di Policastro e continuando il suo racconto sull’editto di re Roberto d’Angiò che donava Policastro al milite genovese Bartolomeo Roveti (di cui ho parlato in un altro mio saggio sulla guerra del Vespro e la nostra terra all’epoca Angioina), in proposito aggiungeva e scriveva che: “Non appena fatto passaggio la nuova colonia genovese in Policastro, nacquero varie questioni petitoriali, possessoriali ec. su di esso territorio, alle quali re Roberto con suo editto pose termine – Rapportiamo questo altro documento storico anche inedito: “Robertus etc. Bonofiglio de Guardia militi magne nostre Magistro Rationali consiliario familiari et fideli suo gratiam etc….. Il Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 314, trascrive il testo finale del documento: “Datum apud castrum–maris de Stabia per Iohannem Grillum de Salerno etc. anno domini MCCCXXIIII die octavo augusti VII Indictionis. Regnum nostrorum anno XVI (1).”. Re Roberto d’Angiò scriveva dal castrum di Castellammare di Stabia a Giovanni Grillo di Salerno. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (1) postillava che: (1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. 22 fol. 208.”.

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(Figg….) Documento del 1324, tratto dalla Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, vol. II, pp. 313-314 per l’anno 1333 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus etc…. Come si può leggere dal testo in latino dell’editto di re Roberto d’Angiò (…), trascritto integralmente da Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a pp. 313-314: Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus cum nemore magno ubi sunt venationes animalium silvestrium et glandes dossent percipi usque ad pretium sex unciarum per annum quem dictus Bonusfilius locare non potest dictis Ianuensibus nisi ex dominica jussione ad quod toliter ecc…” e, ancora: “…antiquo demanio certa tenimenta et terras que censuerunt pro certis pecuniis et victualium quantitatibus inter que est tenimentum Squisi et Portus Sapri qui locari possunt, dictum tenimentum Squisi pro unciis duabus et tenimentum portus Sapri qui locari potest annuis unciis auri quatuor petunt inde aliquid minui, ad quod taliter respondemus quod gratiose concessimus usque ad quindecim annos ad dictum vel alium consuetum censum seu pecuniam minime teneantur, ad sextum quod incipit Item terre demanii et tenimentorum prefatorum locari non possunt singulariter et divisim omnibus illis personis que apte essent ad recipiendum titulo locationis easdem eo quod persone ipse nondum venerunt omnes etc…”. Da cio che leggo si comprende che il re Roberto d’Angiò con questo editto indirizzato a Giovanni Grillo di Salerno, oltre a Policastro dona al capitano Genovese Bartolomeo Roveti anche il tenimento e porto di Sapri. Sulla notizia della colonia dei Genovesi al comando di Bartolomeo Roveti che doveva ripopolare Policastro, ha scritto il canonico Luigi Tancredi (…) che però non si accorse dell’interessante citazione di un “tenimenti e Portus Sapri”. Purtroppo questo documento angioino di Roberto d’Angiò non è stato possibile reperirlo sui registri ricostruiti da Riccardo Filangieri e pubblicati dall’Accademia Pontaniana a cura di altri autori. L’ultimo registro della Cancelleria Angioina andata distrutta e ricostruito è il n. 50 a cura di Riccardo Palmieri del 2010 che va dagli anni 1267 al 1295.  Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 29 e s. scrive in proposito che: Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”.

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(Fig…) Foto dei primi dell’800 – “Sapri, marina”, un vecchio ‘gozzo’ dell’epoca (Archivio Storico Attanasio)

Nell’8 agosto 1324, il documento di Roberto d’Angiò cita Niccolò Arabito ed altri personaggi

Nell’editto del 1324 di re Roberto d’Angiò, venivano citati alcuni personaggi come ad esempio Niccolò Arrabito di Policastro e Buonfiglio di Guardia. Su entrambi il Camera ha postillato fornendoci alcune interessanti notizie. Riguardo il milite “Bonofiglio de Guardia”, il Camera, a p. 311, nella nota (1) postillava come di seguito: “(1) Buonfiglio de Guardia milite ec., marito di Agnese de Vidauro, era feudatario della Terra di Sant’Angelo ad ‘Esca’, pervenutagli per successione paterna; e poi di Rocca San Felice (Princip. ult.) ch’ei comperò dal barone Mattia de Gesualdo che possedevala “in feudam antiqum”. Più tardi, il medesimo ‘Buonfiglio’ divenne signore dè castelli di Malanotte, e di Penna de Domo in Abruzzo, vendutigli da Pietro ‘de Chinaveriis’.”. Il Camera (…) a pp. 313-314, nella sua nota (1), riguardo il documento inedito di cui parlo, nella sua nota (1) a p. 313 postillava che: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette dipoi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo di Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.”. Anche Pietro Ebner (…) ci ha parlato di Niccolò Arrabito ecc…L’Ebner (…), nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p….., parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’Archivio Cavense sono quattro atti di vendita (fino al 1400), dal marzo 1136, XIV (ABC, XXIII, 110) al 19 Agosto 1331, XIV (ABC, LXIX 77). Nella seconda (agosto 1136, XIV – ABC, XXIV, 2) è notizia di “Mobilia monacha” (…) filia quondam Landulfi, olim domini de Policastro”. Vi sono pure un atto di divisione (16 gennaio 1336, IX – ABC, LXVIII, 20) e uno di revoca dell’11 settembre 1337 (ABC, LXX, 47).”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 334, parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’archivio Cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo ecc…(24). Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 riguardanti Policastro (26).”. Ebner a p. 334 del vol. II, nella sua nota (26) postillava che: “(26) I, ABC, agosto XIII, Policastro: vendita di una casa nella Piazza di Policastro fatta da ‘nobilem virum D.no Tomaso de Arrabito militem de Policastro’ a Ruggiero di Lanciano per 2 once d’oro e 15 tarì.. Dunque, secondo quanto scrive e postillava il Camera, dopo la morte del padre Niccolò Arabito, il figlio Francesco Arabito ereditò dal padre alcuni beni feudali che il padre Niccolò possedeva. I beni feudali degli Arrabito furono poi rivenduti dal Francesco Arabito a Gabriele di Morra ed ai genovesi Percivallo e Gabriele Grimaldi. Matteo Camera, nel suo vol. II degli ‘Annali’ a p. 314, in proposito scriveva che: “Da ultimo , re Roberto, nel 1333 concedette in feudo “et ad vitam” la città di Policastro a Gabriele, Antonio, e Princivalle de Grimaldo di Genova, per l’anno valore di 120 once, tanto che essi che per Luciano de Grimaldo lor nipote (4): ma quegli abitanti ecc..ecc..”. Dunque, il feudo di Policastro doveva essere appartenuto agli Arabito (o Arrabito) almeno fino al 1333. Pietro Ebner, a p. 339, nella sua nota (53) postillava di una bolla conservata negli Archivi Cavensi circa una lite per la Curia e un beneficio del 1407, e la vendita di Simon Giacomo d’Arabito, canonico di Policastro ecc…

Sapri ed il suo porto, nel 1271, durante la Guerra del Vespro tra gli Angioini e gli Aragonesi

Pietro Ebner (…), parlando di Sapri in età Angioina, in proposito scriveva che: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Ebner, a p. 592, scriveva che per quanto riguarda Sapri, il ‘Cedolario’, rinvia a Policastro. Ma non è così come vedremo. Nei secoli bui del medioevo, le nostre terre, ed in particolare Sapri e Policastro, che avevano un porto, a causa del loro isolamento e dell’orografia del territorio, vennero  scelti come luogo preferito per l’approdo e lo sbarco delle armate ed operazioni militari finalizzate alla conquista dell’Italia e meridionale. A proposito del porto e di Sapri in epoca successiva a quella medioevale, credo che, il centro demaniale di Policastro o Buxentum romana non avesse un porto o strutture portuali vere e proprie ma che tali strutture fossero localizzate a Sapri che, peraltro ha una baia ampia ed unica che poteva ospitare anche flotte di navi da battaglia che ivi potevano ormeggiare per attendere le armate al loro rientro. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare (…). La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. A quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il ‘Portus Saprorum‘ di Policastro (…). Sul finire del XIII secolo, vi fu un’arresto dello sviluppo di tutto il ‘Cilento‘ ed anzi il ritorno a condizioni di vita difficili a causa della ‘Guerra del Vespro’, la guerra tra gli Angioini (francesi) e gli Aragona (Spagnoli in Sicilia) che volevano impossessarsi del Regno di Napoli. Nel XIII secolo, alcuni centri del ‘basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi che, dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Nel XIII secolo la ‘Guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra Carlo II d’Angiò contro Pietro d’Aragona ed i saraceni Almugaveri che volevano conquistare il Regno di Napoli, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incidendo sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso ba-luardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Ca-labrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, ris-petto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, (1) a mia firma, lo studio presentato per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angiona e Sapri, in proposito scrivevo che: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. La popolazione era calata sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita collationem factam: (riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) S. Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum.”. Per questo documento del 1271, rinvio gli opportuni approfondimenti ad un mio saggio ivi pubblicato. Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (…), scriveva in proposito: ” Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (6)Infatti nel documento tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie): La popolazione era calata sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita collationem factam” : – riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro), ecc…Dal documento antichissimo, alcuni centri non vengono citati ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300 , la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il Portus saprorum di Policastro (1).

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(Fig….) Documento (2) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (…) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Nel mio saggio ho cercato di dimostrare i motivi per i quali Sapri non figura sull’interessante documento del 1271 tratto dalla Cancelleria Angioina. Sapri esisteva all’epoca ed il suo porto e l’ampia baia naturale, unica al mondo, era già conosciuta ai naviganti come si evince dallo studio cartografico degli antichi portolani e carte nautiche conosciute. All’epoca Angioina, il piccolo villaggio di Sapri doveva appartenere alla Contea di Policastro ed ai suoi feudatari e dunque rintrava nella popolazione focatica o di Torraca o di Policastro. Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (…), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”. Sapri non rifigura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati da Ottavio Beltrano (…). Il Gaetani, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro con fina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (16).” “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di San Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (…). Il Gaetani (…) affermava che: in Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne vitiferi e viniferi…viniferi…, ed ancora: la piccola colonia agricola dei torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera di cose mangerecce e di altre mercanzie necessarie alla vita. Il barone vi esercitava una specie di monopolio coi campagnuoli, marinai e passanti, possedendovi una taverna, e volendo, pur non avendo diritto di proibire, ius prohibendi, tutto per sè col l’altrui danno, vietò  ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. I torracchesi….si querelarono con la regia podestà ed ebbero giustizia.”. Infatti, il Gaetani, cita un documento (…) del 1614: “Si gravano che il barone proibisce essi supplicanti che non vendano robe commestibili al porto di Sapri, ma vuole che solo si venda nelle sue taverne e che possano esse supplicanti tenere le loro taverne aperte e vendere a voglia loro e a chi li piace.. La risposta favorevole è del 20 marzo 1614. Alla proibizione: “verum quoad terram Saprorum non liceat civibus Turracae erigere tabernas, sive tuguria pro vendendis rebus commestilibus in Littore Maris (21). “Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi…….. Giovan Giacomo Palamolla, nel  frontespizio di una sua opera in latino si disse ex Baronibus terrae Turracae et Portus Saprorum “. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie). Io posseggo il testo del Sinno (…), ma non ho trovato a p. 130, tutto ciò che riporta il Vassalluzzo. Nel Sinno (…), si parla di Sapri a pp. 130 e 131, dove egli scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè della malaria e per di più il pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, che raggiunsero in passato i paesi vicini montani, dove trovarono fraterno accoglimento, ecc…”, ma come si può leggere non dice nulla circa i suoi abitanti nel 1811. Inoltre credo che il Sinno (…), semmai avesse scritto questa notizia, si sia confuso con gli abitanti di Rivello.

L’indagine geo-storica atraverso lo studio cartografico

Per la ricostruzione storica delle nostre terre e dei nostri luoghi nel periodo medievale, dai primordi fino al XVI secolo in poi, la documentazione sulle fonti storiche sono molto scarse. Delle poche fonti e documentazione a noi pervenutaci, la cartografia medievale, e con essa le carte nautiche e portolani antichi, rappresentano delle valide testimonianze per la toponomastica dell’epoca. Attraverso la toponomastica medievale, che figura sulle carte antiche, possiamo suffragare alcune ipotesi sull’esistenza o meno di alcuni centri antichi. Come è noto, la cartografia (le carte geografiche), manoscritte dell’antichità, possono fornire un valido contributo alla storiografia ed alla toponomastica dei luoghi in quanto, attraverso una serie di informazioni in essa contenute si può risalire all’epoca, alle origini di un luogo nell’antichità e quindi alla sua presenza, come ad esempio il toponimo di un luogo nell’antichità o la sua approssimativa ubicazione. L’antica cartografia manoscritta rimane una valida testimonianza del passato dei luoghi e della geografia più in generale. E’ attraverso alcune antiche carte geografiche e/o portolani o carte nautiche medievali, in cui figura l’originanario toponimo di Sapri, che possiamo affermare con sufficiente certezza che questo centro, sia pur scalo marittimo di minore importanza (non figura mai in rosso), sia stato conosciuto nell’antichità. La scoperta del toponimo ‘Sapri’, in alcune carte medievali manoscritte, testimonia e prova l’esistenza documentata di un approdo o un porto conosciuto dal nome di ‘Sapri’ nel XVI sec. Il toponimo di Sapri si ritrova, talvolta modificato in ‘Sapra’ o ‘Safri’ tra i centri costieri annoverati in molte carte nautiche e portolani del XIII e XIV secolo. Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: La cartografia medioevale, e con essa le carte nautiche e portolani antichi, rappresentano delle valide testimonianze per la toponomastica dell’epoca. Attraverso la toponomastica medioevale, che figura sulle carte antiche, possiamo suffragare alcune ipotesi sull’esistenza o meno di alcuni centri antichi. E’ attraverso alcune antiche carte geografiche e portolani medioevali, in cui figura il toponimo di Sapri, che possiamo affermare con sufficiente certezza che questo centro, sia pur scalo marittimo di minore importanza (non figura mai in rosso), sia stato conosciuto nell’antichità. Il toponimo di Sapri si ritrova, talvolta modificato in ‘Sapra’ o ‘Safri’ tra i centri costieri annoverati in molte carte nautiche e portolani del XIII e XIV secolo. L’insigne studioso di toponomastica e cartografia antica Roberto Almagià, nel suo “Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali “(83), faceva notare come il toponimo di Sapri, insieme a Policastro (Panicastro), Palinuro (Palinudo) e Maratea (Maratia), figurano tra le località costiere di alcune carte geografiche e nautiche medioevali. Nell’interessante prospetto (84), leggiamo che Sapri risulta annoverato nella Carta nautica detta ‘ Carta Pisana’ (fig.19 )(85)……E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona  (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: “terram Policastri expugnavit imporbe concremavit  pariter et homines totaliter spoliavit”, e più tardi, nel 1324, lo stesso Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti” viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi “(99).”. Alcune di queste carte nautiche in cui figura il porto di Sapri o il piccolo scalo marittimo di Sapri, sono elencate nel prospetto che Roberto Almagià (…), pubblicò nel suo ‘Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali’, capitolo tratto dal suo ‘Monumenta Italia Cartographica’, che pubblicò nel lontano 1929. A p. 68, del testo citato in “Appendice” possiamo leggere:

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(Fig….) Prospetto tratto da Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in ‘Monumenta Italia Cartographica’, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, p. 68.

Nel 1290, il porto di Sapri sulla “carta Pisana”, la carta nautica più antica conosciuta

Pietro Ebner (…), parlando di Sapri in età Angioina, in proposito scriveva che: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Ebner, a p. 592, dice che per quanto riguarda Sapri, il ‘Cedolario’, rinvia a Policastro. Ma non è così come vedremo. Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: Nell’interessante prospetto (84), leggiamo che Sapri risulta annoverato nella Carta nautica detta ‘ Carta Pisana’ (fig.19 )(85). L’Almagià in proposito così si esprimeva: ” il più antico monumento di (cartografia nautica medioe vale) giunto fino a noi,è così detta ‘Carta Pisana’, riprodotta per la parte che riguarda l’Italia nella tav.III,la quale è sicuramente di fattura genovese ( l’appellativo ‘pisana’ deriva dalla famiglia che la possedette ) ed appartiene al penultimo decennio del secolo XIII. Un prodotto che rappresenta la coordinazione dei rilievi dei mari onde si compone il bacino del Mediterraneo, fatto ad uso dei naviganti, con l’indicazione del contorno costiero, degli approdi,ecc..” (86). La ‘Carta Pisana’, il cui originale risale al 1290 circa, è di autore anonimo ed è conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Le studiose De La Ronciere e Mollat Du Jourdin, che hanno recentemente pubblicato un bellissimo libro sui portolani, (87) da cui abbiamo tratto gran parte delle illustrazioni a colori che quì pubblichiamo, a proposito della ‘Carta Pisana’, così si esprimevano: “Disegnata a penna su un foglio in pergamena, questa prima carta nautica riesce a dare – con grande esattezza di proporzioni il tracciato delle coste e delle isole del bacino del Mediterraneo… Come tutti i documenti di questo tipo, i nomi dei porti sono scritti perpendicolarmente e all’interno della linea di costa, alcuni in nero (come ‘Sapra’), altri considerati più importanti, in rosso” (come Policastro). Abbiamo riprodotto l’immagine ingrandita, a colori, pubblicata da De La Ronciere, nella speranza che il toponimo di ‘Sapra’  fosse più leggibile.”. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri, ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare durante la Guerra del Vespro (…), la guerra che fu combattuta proprio sulle nostre coste tra gli Angioini e gli Aragonesi. L’indagine toponomastica, condotta attraverso lo studio delle fonti e della cartografia manoscritta medievale, dei peripli, delle carte nautiche e portolani, identifica, sia pure solamente porto e non come un vero e proprio centro abitato quale è stato Policastro (segnato in rosso), Sapri, insieme a Palinuro, Maratea e Policastro, viene annoverato come luogo tra gli scali marittimi della nostra costa, segnati nelle carte nautiche esistenti più antiche che conosciamo come la ‘Carta Pisana’ (Fig….), risalente a forse prima del 1290 (…) (Fig….). Nella ‘Carta Pisana’, sotto i porti di Policastro, segnato in rosso ‘Panecastro, si può leggere il toponimo di Saprà o Sapra. La presenza dello scalo marittimo di Sapri sulla più antica carta nautica conosciuta e risalente proprio all’epoca della ‘Guerra del Vespro’ che fu combattura proprio sulle nostre coste, attesta che il centro marittimo di Sapri esisteva ed era perfettamente conosciuto. L’assenza sui registri angioini di un ‘portum’, o del feudo di Sapri, la sua assenza nei Registri Angioini che censivano la popolazione, dimostra che alla epoca, la guerra del Vespro, aveva fatto calare sensibilmente il numero degli abitanti del piccolo centro costiero, ma questa notizia, non dimostra affatto che il piccolo centro costiero di Sapri non esistesse al tempo del Regno angioino. Infatti, la presenza genovese nella zona, la presenza nella zona di uomini della Repubblica marinara di Genova, giustifica la presenza dello scalo portuale di Sapri o ‘Portum’ sulle prime carte nautiche o portolani manoscritti giunte fino a noi dall’epoca del Regno di Napoli angioino e, redatte da cartografi genovesi, pagati dalla Repubblica marinara di Genova che, all’epoca partecipava alle operazioni militari per la conquista del Regno di Napoli angioino (…). L’indagine toponomastica, condotta attraverso lo studio delle fonti e della cartografia manoscritta medievale, dei peripli, delle carte nautiche e portolani, identifica, sia pure solamente porto e non come un vero e proprio centro abitato quale è stato Policastro (segnato in rosso), Sapri, insieme a Palinuro, Maratea e Policastro, viene annoverato come luogo tra gli scali marittimi della nostra costa, segnati nelle carte nautiche esistenti più antiche che conosciamo come la ‘Carta Pisana’ (Fig….), risalente a forse prima del 1290 (…) (Fig….). Nella ‘Carta Pisana’, sotto i porti di Policastro, segnato in rosso ‘Panecastro, si può leggere il toponimo di Sapra. La presenza dello scalo marittimo di Sapri sulla più antica carta nautica conosciuta e risalente proprio all’epoca della ‘Guerra del Vespro’ che fu combattura proprio sulle nostre coste, attesta che il centro marittimo di Sapri esisteva ed era perfettamente conosciuto.

carte_pisane_portolan(Fig….) La ‘Carta Pisana’, esemplare conservato alla BNP (…).

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(Fig….) Ingrandimento della carta nautica detta ‘Carta Pisana’ (Fig….), con il particolare delle coste tirreniche dell’Italia meridionale, tratta dal testo di Jerry Brotton (…).

‘Lo Compasso de navegare’, il più antico manuale nautico conosciuto, del XIII sec.

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(Fig….) Codice Hamilton 396, pagina 17 r del Compasso de navegare, anonimo, gennaio 1296 (originale). Foto di Claudia Obrocki, 2017, su cortese autorizzazione per la pubblicazione delle immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (Archivio Storico e digitale Attanasio)

L’esemplare più antico di portolano per il Mar Mediterraneo che conosciamo è ‘Lo Compasso de navegare (4), realizzato da un autore anonimo, forse di origine italiana, e, scritto in lingua volgare medievale. Il più antico portolano conosciuto, denominato ‘Lo Compasso de navegare’, probabilmente realizzato in Toscana nello stesso periodo della guerra del Vespro e della partecipazione genovese alle operazioni militari (…). E’ il titolo di un’opera manoscritta in lingua volgare da un autore anonimo, che non si può però de- finire toscano, genovese o veneziano, essendo frequenti i voca­boli catalani, provenzali, arabi e bizantini. La scoperta di quest’opera medievale di estrema importanza per lo stu- dio della toponomastica e della cartografia medievale, è dovuta al suo scopritore, lo stu- dioso medievalista italiano Bacchisio Raimondo Motzo che scoprì e studiò il testo medie- vale contenuto all’interno del Codice Hamilton 396, ormai dimenticato dagli studiosi (…) e, conservato e custodito presso la Biblioteca dello Stato Prussiano di Berlino (oggi Bib- lioteca Municipale di Berlino, o Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…) e, pubblicato nel 1947 dallo stesso Bacchisio R. Motzo (…) nell’opera che vediamo ( Fig….) (…).

‘Safri’ sulle antiche carte nautiche del XIII e XIV secolo

La notizia tratta dall’Antonini, che Mario Negro la chiamava Safri’ci viene confermata dai nostri studi ed approfondimenti sul caso. Attraverso lo studio toponomastico da noi condotto attraverso lo studio della cartografia medievale, sulle antiche carte nautiche, quì pubblicati (…), si è potuto accertare che il toponimo di ‘Safri’, figura su alcuni documenti antichi ed in particolare Sapri, viene annoverato con il toponimo di ‘Safri’ su alcune carte nautiche e su alcuni portolani. La citazione di un porto o di un approdo conosciuto di ‘Safri’, viene confermata dall’Almagià (…) che in un suo pregevole prospetto (…), elenca i toponimi o nomi dei porti presenti sulle più antiche carte nautiche e portolani conosciuti (Fig….) (…). L’Almagià, nel suo pregevole prospetto, afferma che il toponimo del porto di Sapri, trasformato in ‘Safri‘, figura nell’AtlanteTammar-Luxoro’ (Fig….) (…).

Nel 1300, il porto di Sapri, nella carta dell’Italia della Cronaca Fra Paolino Minorita

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: Nel prospetto di Almagià “Toponomastica…etc”, ritroviamo un “Safri” in ben altre tre carte nautiche medioevali e più precisamente nella Carta d’Italia annessa alla Cronaca di Frà Paolino Minorita, ovvero il famoso Codice Vaticano Latino 1960 e 1980 (ancor prima della metà del secolo XIV )(fig. 24) (94);”. Il porto di Sapri o il toponimo che indica un luogo: Sapri, figura e viene annoverato tra i porti o approdi conosciuti sulla costa del Mare Tirreno dell’Italia. L’Almagià, in uno dei suoi studi del 1929 (…), pubblicava un’interessante prospetto sulla toponomastica medievale dell’Italia, attraverso alcune delle prime carte nautiche conosciute e, faceva notare come il toponimo di Sapri, insieme a Policastro (Policasta), Palinuro (Palanudo), Isola di Dino e Maratea (Maratea), figura tra le località costiere in alcune carte geografiche e nautiche medievali (3). E’ grazie anche agli studi dell’insigne esperto di cartografia e toponomastica medievale Roberto Almagià che, oggi possiamo affermare che il luogo o il porto di Sapri, fosse conosciuto nel XIII secolo. Nell’interessante prospetto dell’Almagià (3), ritroviamo l’antico toponimo di Sapri in ben altre tre carte nautiche medioevali. Secondo il prospetto dell’Almagià, l’antico toponimo di Sapri figura nella carta di ‘Fra Paolino’, in cui figura il toponimo di ‘Sapri’, successiva per datazione alle precedenti.

la carta di Fra Paolino

(Fig….) Carta dell’Italia annessa ad un Codice della Cronaca di Fra Paolino Minorita (secolo XIV), Codice Vaticano Latino 1960, pubblicata da Almagià (…).

L’Almagià, in un suo studio sulla toponomastica medievale (…), pubblica un interessante prospetto (Fig….)(…), dove elenca i toponimi che figurano in alcune antiche carte geografiche manoscritte ed in particolare i toponimi che figurano su questa carta lungo la costa tirrenica dell’Italia meridionale, all’altezza del Cilento e, del Golfo di Policastro, nell’elenco per questa carta l’Almagià dice che figurano i seguenti toponimi: Agpoli, cela, capo licosa, pisota, Palanudro, Policastro, Sapri, Maratea, dine, S. Nicolo, Scalea.  A proposito di questa carta, dice l’Almagià: Ma ancor prima della metà del secolo XIV un altro tentativo di combinazione di elementi desunti da carte nautiche con elementi desunti da altra provenienza veniva fatto con particolare riguardo all’Italia; se ne ha traccia purtoppo incompleta – in alcune carte annesse ad un codice della Cronaca di Fra Paolino Minorita, il famoso Codice Vaticano Latino 1960″ (2). Non abbiamo potuto esaminare de visu la carta in questione ma dal particolare tratto dal file digitale del Codice Vaticano Latino 1960 (Fig. 1), si legge chiaramente il toponimo di Sapri.

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(Fig….) Carta dell’Italia annessa ad una Cronaca del sec. XIV, di Fra Paolino Minorita (…)

Sapri nelle carte nautiche del Vesconte

Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: Sapri, figura in tre carte del cartografo genovese Petrus Vesconte. La prima carta nautica del “Mediterraneo centrale”, a colori, (fig. 21), la più antica carta nautica datata giunta fino a noi e porta la data del 1311. Questa carta tratta da un Atlante del Vesconte, datato 1313, si conserva alla Biblioteca Nazionale di Parigi (91). Altre due carte del Vesconte, che pubblichiamo in bianco e nero, in cui figura Sapri, sono quelle tratte dagli Atlanti veneziani (92) “Liber Secretorum Fidelium Crucis”, opera di propaganda per la ripresa della crociata, illustrata dal Vesconte e curata dal veneziano Marin Senudo Torsello (fig. 22) e l’altra (fig. 23) (93).”. L’Almagià, in uno dei suoi studi del 1929 (…)(Fig….), pubblicava un’interessante prospetto sull’antica toponomastica medievale dell’Italia, attraverso alcune carte nautiche medievali e, faceva notare come il toponimo di Sapri, insieme a Policastro (Panicastro), Palinuro (Palinudo), ecc…, figura tra le località costiere di alcune carte geografiche e nautiche medievali (…) (Fig….). E’ grazie agli studi dell’insigne esperto di cartografia e topo-nomastica medievale Roberto Almagià che, oggi possiamo affermare che il luogo di Sa-pri, fosse conosciuto nel medioevo. Nell’interessante prospetto dell’Almagià (…), leggiamo che l’antico toponimo dello scalo marittimo (o porto) di Sapri, figura in due carte del cartografo genovese Pietro Vesconte. Secondo il prospetto dell’Almagià (…) (Fig. ….), il toponimo di Sapri, figura come ‘Sapri’ in due carte del Vesconte, ovvero nella prima carta nautica datata (a.d. 1311) e firmata da Pietro Vesconte (Figg…..) e poi anche nella carta nautica dell’Atlante Vesconte-Senudo (Figg…..). Dalle nostre ricerche abbiamo appurato che il toponimo di Sapri, figura anche su un’altra carta nautica del Vesconte, datata 1318. Ma vediamo in particolare queste carte.

Nel 1311, il porto di Sapri nella carta nautica di Pietro Vesconte, la prima firmata e datata

carta del 1311

(Fig….) Carta nautica o portolano “Mediterraneo orientale, del mar Nero e del mar d’Azov”, firmata da Pietro Vesconte e datata 1311, tratta da un’Atlante ‘Atlas’ di Pietro Vesconte. La carta è conservata ed appartiene all’Archivio di Stato di Firenze (A.S.F.), da cui è tratta l’immagine (…) (Archivio storico e digitale Attanasio)

Il cartografo genovese Pietro Vesconte, fu l’autore della prima carta geografica datata ed autografata, la prima carta nautica datata (a.d. 1311) e firmata giunta fino a noi è quella del “Mediterraneo centrale“, a colori (Fig….), di Pietro Vesconte. Essa si trova nell’Archivio di Stato di Firenze e reca la leggenda Petrus Vesconte de Janua fecit istam certam anno Domini MCCCXI” ( anno domini 1311) (Fig….). La carta in questione è di cm. 48 x 61 (…). L’immagine illustrata, è tratta dall’Archivio digitale dell’Archivio di Stato di Firenze dove essa è conservata. Nel suo interessante prspetto, l’Almagià (…), riteneva che nella carta del 1311, figurasse lo scalo marittimo di Sapri.Dall’esame de visu della copia digitale (Fig. 2), che illustra le nostre coste, si vedono chiaramente i porti citati, tra cui quello di Sapri. Nel suo interessante prospetto, l’Almagià (…)(Fig….), elenca i toponimi che figurano su questa carta lungo la costa tirrenica dell’Italia meridionale, all’altezza del Cilento e, del Golfo di Policastro, si vedono i toponimi degli scali marittimi di Sapri’, diLicosa’ (Capo di punta Licosa), Pissota (Pisciotta), Palinudo (Palinuro), Panicastro (Policastro), Sapri ( Sapri), …..(2), Dino (Isola di Dino a Praja), Scalia (Scalea, segnato in rosso come per Policastro) (Fig….).

Pietro Vesconte, carta nautica all'ASF, 1311

(Fig….) “Mediterraneo orientale, del mar Nero e del mar d’Azov”, del 1311, di Pietro Vesconte – particolare delle nostre coste dove si vede chiaramente scritto il porto di Sapri

Nel 1313, il porto di Sapri nella carta nautica di Pietro Vesconte

Un’altra delle carte nautiche o portolani di Pietro Vesconte, è la bellissima carta del “Mediterraneo centrale”, dove figura lo scalo marittimo di Sapri,è la carta tratta dal testo di De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin (Figg. 4-5) (13). Si tratta di una carta tratta da un’altro Atlante di Pietro Vesconte, datato  1313 che, si conserva alla Biblioteca Nazionale di Parigi (Fig. 4). Essa è la tavola n. 5 del “Mediterraneo centrale ” firmata e datata da Pietro Vesconte (a.d. 1313) e, contenuta nel suo primo ‘Atlas’ (13). A proposito di questa carta De La Ronciere dice: “L’Atlante del 1313 è il più antico tra quelli disegnati da Petrus Vesconte, ed è il primo del genere giunto fino a noi….La tecnica usata presenta una evidente analogia con quella usata nella ‘Carta pisana’, tranne lievi differenze.”. Si tratta di una carta manoscritta e miniata a colori, importantissima per i toponimi che ivi figurano. Come si vede chiaramente rappresentato nell’immagine che pubblichiamo (Fig. 4), lungo la costa tirrenica dell’Italia meridionale, all’altezza del Cilento e, del Golfo di Policastro, si vedono i toponimi degli scali marittimi di ‘Sapri’ o ‘Portum’, Cauo de Licosa (Capo Licosa), Palanuda (Palinuro), Panicastro (Policastro), Dino, Scalea. Lo scalo marittimo di ‘Sapri‘ è di colore nero, mentre Panicastro e Scalea che all’epoca erano due importanti scali marittimi e porto franco, sono segnati con il colore rosso (Fig. 4-5).

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(Fig….) Carta n. 5 del “Mediterraneo centrale”,   dell’Atlas di Pietro Vesconte datato 1313 e, pubblicato a Genova, ed attualmente conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi (…).

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(Fig….) Carta n. 5 del “Mediterraneo centrale”, dell’Atlas di Pietro Vesconte datato 1313, ingrandimento della costa tirrenica in cui si vede chiaramente il porto di Sapri, Panicastro e Dino (…).

Nel 1318, il porto di Sapri in un Atlante del Vesconte datato

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(Fig….) Carta del ‘Mediterraneo centrale’ tratta dall’Atlas di Pietro Vesconte del 1318.

Vesconte lavorò a Venezia e realizzò nel 1318 due atlanti nautici, attualmente conservati al Museo Correr e alla Biblioteca Imperiale di Vienna. L’Atlante del 1318 realizzato a Ve-nezia è composto da 7 fogli datati e firmati da lui (Port 28), conservato al Museo Carrer di Venezia. Tra i n. 7 fogli o tavole, vi sono le tavole n. 4 e n. 5 del “Mediterraneo centrale”, dove figura il toponimo dello scalo marittimo di ‘Sapri’. Nella Fig. 10, pubblichiamo l’in-grandimento della bellissima carta nautica “Mediterraneo centrale”,dell’Atlante del Ve- sconte datato 1318 e, dove si legge chiaramente il toponimo dello scalo marittimo di Sa- pri. L’immagine (Fig. 10 – ingrandimento della Fig. 9) è tratta da un’immagine pubblicata da Schuler (16), contenuta in un altro suo Atlante, firmato e datato 1318, i cui unici esem-plari conosciuti si trovano conservati nel Museo Correr a Venezia e le altre sono (di n. 10 tavole (MS 594) ), oggi conservato nella Biblioteca Nazionale di Austria  a Vienna (Osterreichische Nationalbibliothek). L’Atlante Correr, di Pietro Vesconte, è composto da 7 carte nautiche raffiguranti parti del “portolano normale” delineate su pergamena incollata ad un supporto di legno dello spessore di mm 3 che presenta, sui lati minori, un piccolo foro in prossimità del dorso, traccia di una possibile legatura. Le carte nautiche conpongono l’Atlante sono orientate con il sud verso l’alto. La carta o tavola n. IV “Mediterraneo cen-trale (sud) (Fig…..), carta nautica manoscritta e miniata, datata 1318 e contenuta nell’Atlante (Atlas) del Vesconte, detto ‘Atlante Correr‘, conservato al Museo Correr di Venezia. In questa carta, si legge il toponimo di Sapri che viene annoverato tra le località costiere dell’Italia Meridionale (Fig…..).

Nel 1325, il porto di Sapri in un Atlante di Vesconte-Senudo

Sempre nel prospetto dell’Almagià (…), vi sono segnalate altre due carte nautiche redatte da Pietro Vesconte, in cui figura Sapri e, sono quelle tratte dagli Atlanti veneziani “Liber Secretorum Fidelium Crucis“, di Vesconte-Senudo, del 1325.

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(Fig….) L’atlante “Liber Secretorum Fidelium Crucis“, di Vesconte-Senudo del 1325

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(Fig…..) L’Italia nell’Atlante “Liber Secretorum Fidelium Crucis“, di Vesconte-Senudo del 1325 – particolare delle nostre coste (…).

Opera di propaganda per la ripresa della crociata, illustrata dal cartografo genovese Pietro Vesconte e curata dal veneziano Marin Sanudo Torsello. Il Kretshmer, ha accertato che “tutte le carte nautiche allegate al Liber Secretorum Fidelium Crucis di Marin Senudo sono di provenienza viscontea; esse sono sostanzialmente identiche a quelle dell’Atlante conservato nella Biblioteca Vaticana (Codice Palatino 1362), che porta la firma del Vesconte e la data del 1320.”. La prima è del 1321 circa ed è tratta dal Liber Fidelium di Sanudo ed è conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana (Fig….) è il Codice Vaticano Latino 2972, tratta da Almagià (14) – Mapamundi più atlante di cinque fogli, senza data ma firmati dal Vesconte, il Liber secretorum di Marin Sanudo (parzialmente perso) appartenenti al Codice Palatino Lat. 1362 A) alla Biblioteca Apostolica Vaticana nella Città del Vaticano (2. Mar nero, Egeo 3, 4. Palestina e Mediterraneo orientale. 5. Adriatico e dell’Africa settentrionale, occidenta- le e settentrionale dell’Atlantico 6. Mediterraneo).

Nel 1325, il porto di Sapri o ‘Safri‘, in una carta nautica di Angelino Dalorto

Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: Nel prospetto di Almagià “Toponomastica..”, ritroviamo un “Safri” in ben altre tre carte nautiche medioevali e più precisamente nella Carta d’Italia annessa alla Cronaca di Frà Paolino Minorita, ovvero il famoso Codice Vaticano Latino 1960 e 1980 (ancor prima della metà del secolo XIV )(fig. 24) (94); nella Carta nautica di Angelino De Dalorto (Dulcert) (fig. 25), che risale al 1325, il più antico cartografo da noi conosciuto dopo il Vesconte, anch’egli genovese come ha dimostrato il Magnaghi (95).”. Troviamo Sapri anche in una carta nautica o portolano, che risale al 1325 (Fig….), di Angelino De Dalorto (Dalorto), il più antico cartografo da noi conosciuto dopo il Vesconte, anch’egli genovese, come ha dimostrato il Magnaghi (…). Questa carta manoscritta, è conservata presso la Biblioteca del Principe Corsini a Firenze (Fig. 2). Nel 1887 era stata infatti scoperta a Firenze una carta sicuramente italiana, del 1325 o 1330 (la data in numeri romani non è chiaramente leggibile), di cui l’autore era stato con difficoltà individuato in Angelino Dalorto o Dalorco, dal paese ligure di Orco Feglino: la somiglianza fra le due carte induceva a considerarle opera dello stesso cartografo. Il nome del cartografo è lo stesso ed è un nome tipicamente ligure;  L’iscrizione della carta italiana del 1325 è del tutto simile a quella della carta Dulcert (Fig….).

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(Fig….) Portolano del Mediterraneo di Angelino Dalorto del 1325, conservato a Firenze (…)

Nel 1339, il porto di Sapri o ‘Safri’ nella carta nautica di Angelino Dulcert

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(Fig….) Carta nautica “Dal mar Baltico al mar Rosso”, di Angelino De Dalorto, del 1339

Nell’interessante prospetto dell’Almagià (3), ritroviamo nella carta del ‘Dalorto‘ l’antico toponimo di Sapri, trasformato in ‘Safri’ (Fig. 3) (3). Si tratta dell’altra carta datata del cartografo Angelino Dalorto, dove pure figura ‘Sapri’, trasformato nel toponimo di ‘Safri’ (…). La carta di cui parliamo è quella che reca il nome Angellino Dulcert datata 1339, conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Alcuni ritengono che si tratti sempre del genovese Angelino Dalorto, emigrato a Maiorca dove avrebbe fondato un’officina carto- grafica. Questa carta, dove figura ‘Sapri’, del 1339 (Fig….) è tra i primissimi documenti cartografici medievali. Scrive il De La Ronciere (…) in proposito: “Dal punto di vista della storia della cartografia, gli abitanti di Maiorca non sono da meno dei Genovesi. La prima carta eseguita precisamente a Maiorca è quella di Angelino Dulcert, che risale al 1339. Porta la firma in latino sul margine orientale, ai piedi dell’Imperatore Usbech:  “hoc opus fecit Angelino Dulcert ano MCCCXXXVIIII de mense Augusti in civitate maioricharum”. Sembrerebbe quindi un capolavoro di origine maiorchina. Tuttavia gli studiosi hanno dibattuto per oltre mezzo secolo sulla questione della nazionalità dell’autore. L’iscrizione della carta italiana del 1325 è del tutto simile a quella della carta Dulcert datata 1339 di Fig….. Su quest’ultima compare una scritta che esprime un elogio all’Italia, definita ‘gran- de tra tutte le altre regioni‘ e sembra poco verosimile sia scritto da un artefice maiorchi- no. La carta del Dulcert, conservata a Parigi (Fig….) è composta da 2 fogli in pergamena manoscritti e miniati, uniti in un unica carta, 750 x 1020 mm (Fig…..). Nell’interessante prospetto dell’Almagià (…), ritroviamo nella carta del ‘Dalorto’, che insieme all’originario toponimo di Safri, figurano i toponimi di Palinudi (Palinuro), Foresta (?), Policastro, Maratia, Tim, ecc….(…). Noi non abbiamo esaminato de visu le due carte in questione, ma il prospetto dell’Almagià (…), ci conferma la scritta di un ‘Safri’. Il toponimo di ‘Safri’ è riportato in nero mentre quello vicino di Policastro viene riportato con il colore rosso.

Nel 1333, Sapri nella carta nautica o portolano di Giovanni di Mauro da Carignano 

portolano di Giovanni di Mauro da Carignano

(Fig….) “Tabula del Mediterraneo” di Giovanni di Mauro da Carignano del 1333 (Archivio Storico Attanasio)

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: Interessante è la carta di Giovanni da Carignano, che è dei prossimi decenni del XIV secolo (1300 ?) (90).”. Altro reperto cartografico dei primi del XIV secolo è la Carta nautica del “Mar Mediterraneo, del mar Nero e del mar Baltico fino al golfo di Finlandia”, datata 1333, del genovese Giovanni di Mauro da Carignano (Fig. 1)(2). Purtroppo questa bellissima carta corografica firmata da Giovanni di Mauro da Carignano, risalente forse ai primi anni del 1300, si conservava nell’Archivio di Stato di Firenze fino al 1929 quando la pubblicava Almagià (2) e Mori (2), è andata persa in occasione dell’ultimo conflitto mondiale. Giovanni da Carignano era Padre superiore (Rettore) della chiesa del Monastero di S. Marco a Genova, dal 1306 al 1314. Morì nel 1344 e la sua carta reca l’iscrizione attestante la sua paternità della carta (Fig. 1). Contemporaneo di un altro famoso cartografo genovese, Pietro Vesconte (il quale era in contatto con il veneziano Marino Senudo): entrambi firmavano le proprie mappe, modificando la tradizione all’anonimato diffusa fino ad allora. La firma di Giovanni si trova in corrispondenza del mar Baltico: «Presbiter Joannes Rector sancti Marci de portu Janue me fecit» (il prete Giovanni, rettore di san Marco al molo in Genova, mi realizzò). L’opera cartografica grazie alla quale si deve la sua fama è una carta nautica (carta – portolano) che supera i tradizionali confini delle mappe analoghe proponendosi come descrizione di tutta l’ecumene conosciuta, compreso Baltico, Asia ed Africa (Fig. 1). L’importante documento non è più consultabile, essendo stato distrutto nel 1943 durante un bombardamento a Napoli dove era esposto: precedentemente era stato conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. Sono disponibili alcune riproduzioni fotografiche, purtroppo datate e di qualità insoddisfacente. Almagià (2), a proposito della carta di Giovanni di Mauro: “3- I più antichi documenti della cartografia corografica d’Italia – Già la nota carta di Giovanni da Carignano ricorda al sua precedente – che è certo dei primissimi decenni, forse dei primi anni del secolo XIV, e rappresenta oltre al bacino del Mediterraneo; essa non è peraltro già più una carta nautica pura e semplice, perchè, come vedremo in seguito, dà già anche per l’Italia, alcune indicazioni sulle parte interne; ecc…..Il disegno delle coste italiane è già di gran lunga migliore della Carta Pisana e si avvicina molto al tipo che diverrà poi il più comune. La carta, che si conserva nell’Archivio di Stato di Firenze, è stata più volte riprodotta.” (Fig….).

Nel 1350, lo scalo marittimo di ‘Safri’ nell’Atlante Tammar-Luxoro del XIII o inizi XIV secolo

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(Fig….) Carta nautica del “Mediterraneo centrale” tratta dall’Atlante Tammar-Luxoro, Tavv. III e IV. Di autore ignoto, dei primi del XIV secolo (3), conservato alla Biblioteca Civica Berio di Genova.

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: Sapri risulta annoverato anche nel così detto Atlante Tammar-Luxor, tra i più antichi documenti della cartografia nautica che conosciamo, da collocarsi nella prima metà del secolo XIV (96);.”. Sapri risulta annoverato con il toponimo di Safri in uno dei più antichi documenti della cartografia nautica che si conosce, il così detto Atlante Tammar-Luxor, così chiamato dal cognome del suo scopritore, il Prof. Tammar Luxoro (uno dei riformatori dell’Accademia Ligustica di Belle Arti, di famiglia ricca genovese), che lo scoprì tra le carte di famiglia, nel 1861. Il Tammar Luxoro Atlas o Atlante Luxoro, è di autore ignoto ed è uno dei più antichi cimeli di cartografia nautica che si siano conservati in tutto il mondo. E’, da collocarsi alla fine del secolo XIII, o ai primi anni del secolo XIV (…); Il Tammar Luxoro Atlas o Atlante Luxoro, è di autore ignoto ed è una raccolta anonima di portolani italiani, com- posto da otto piccole tavole (tabulae), di fogli membranacei a colori manoscritti, mm. 226 x 155. Attualmente è conservato presso la Biblioteca Civica Berio a Genova (…). L’autore è sconosciuto. Alcuni ritengono che il suo autore sia Pietro Vesconte mentre altri pensano sia stato realizzato da Francesco de Cesanis di Venezia. (…).

Tammar-Luxor ricevuto dalla Biblioteca civica di Berio a Genova

(Fig….) Particolare tratto dalla Carta nautica del “Mediterraneo centrale” tratta dall’Atlante Tammar-Luxor(o), Tav. IV. Ingrandimento con i toponimi dei porti lungo la nostra costa tirrenica. Si vede, dopo ‘Panicastra (Policastro), Safri’ (…).  

L’Almagià (…), scrive in proposito a p. 22: “Tra i più antichi documenti della cartografia nautica si annovera di solito anche il così detto Atlante Tammar-Luxoro. Anche questo Atlante è tuttavia certamente da collocarsi nella prima metà del secolo XIV.. Dall’Almagia (…)(Fig….) e dal Desimoni (….), nella “coste napolitane, terre di lavoro e principati” (…), vengono elencati i toponimi riportati nell’antico testo e nella carta allegata che illustra le coste dell’Italia meridionale, nella sezione A della ‘Tavola quarta‘ (Fig…..), figurano i toponimi di “Safri” (Sapri), Capo de Licosa, Palinuo (Palinuro), Panicastra (Policastro), Foresta (Bosco), Safri (Sapri), Malatri (Maratea), Tim (Isola di Dino), San Nicolo, Scallia (Scalea, scritto in rosso perchè importante). La Tav. IV (dx) è quella dove si vedono i centri costieri della costa tirrenica dell’Italia e dove figura il centro costiero di ‘Safri‘ (…). I toponimi elencati dal Desimoni (…) e dall’Almagià (…), li confermo in quanto, ho esaminato de visu la fotoriproduzione della (Figg…..) che ho ottenuto dalla Biblioteca Civica di Berio su gentile concessione del Comune di Genova.

Tammar-Luxor ricevuto dalla Biblioteca civica di Berio a Genova

(Fig….) Particolare tratto dalla Carta nautica del “Mediterraneo centrale” tratta dall’Atlante Tammar-Luxoro, Tav. IV. Ingrandimento con i toponimi dei porti lungo la nostra costa tirrenica. Si vede, dopo ‘Panicastra (Policastro) Safri’.

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(Fig….) Pagina 65 dell’Atlante Tammar Luxor (o), illustrato da Desimoni e Belgrano (…).

Nel 1375, il porto di Sapri nell’Atlante Catalano di Carlo V

Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: Ritroviamo Sapri, nella “carta nautica del Mediterraneodell’Atlante Catalano di Carlo V, della prima metà del secolo XIV. (98). E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona  (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: ” terram Policastri expugnavit imporbe concremavit  pariter et homines totaliter spoliavit”.”. In un mio precedente studio (…), in proposito scrivevo che: “Ritroviamo Sapri chiaramente menzionato anche sulla ‘carta nautica del Mediterraneo’..” (fig….) (…). Si tratta della ‘carta nautica del Mediteraneo’ dell’Atlante Catalano di Carlo V, della prima metà del secolo XIV, carta nautica spagnola, del cosiddetto “Atlante catalano” – anonimo e non datato ma attribuito ad Abramo Cresques (…), cartografo ebreo operante a Maiorca (Scuola Maiorchina) verso il 1375 – forse commissionato dalla Casa d’Aragona per farne omaggio a Carlo V di Francia (Fig….).

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(Fig….) Atlante Catalano di Carlo V di Abramo Cresques (…), della metà del XIV secolo

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(2) Natella P. Peduto P., ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista dell’I.G.M. ‘L’Universo’, ed. I.G.M. Firenze, Anno LIII, n. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(3) Volpe F., Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Storico Attanasio)

(4) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio. Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

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(4)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(5) (Figg….) “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: “, datato 1 Dicembre 1271, era conservato al Grande Archivio di Napoli, oggi Archivio di Stato di Napoli. E’ un documento d’epoca Angioina, “….in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita”. Il documento Angioino è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Il documento è stato pubblicato anche dal Carucci C., Codice diplomatico salernitano del secolo XIII,  (…), vol. I, ovvero ” 1201-1281- Salerno durante la dominazione sveva e quella del primo angioino – a cura di Carlo Carucci”, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, p. 400 e 401, che postillava a p. 400 che era stato tratto da Minieri-Riccio  che a sua volta l’aveva tratto da “Napoli. Archivio di Stato. Reg. Ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, in Minieri Riccio, p. 41”.  Minieri-Riccio (…), op. cit. p. 41 e s., pubblica il documento a p. 41 sotto “Anno 1271, indizione 15°, dal 1 Settembre 1271 al 31 Agosto 1272”, e che nella sua nota (172), a p. 118, postillava che il documento era così collocato: “Reg. 1272 A. n. 13 fol. 186-187 t.”. Purtroppo, questo documento angioino non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri, hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta.  Purtroppo, la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. Riguardo i Registri Angioini all’Archivio di Stato di Napoli, i Registri di Carlo I d’Angiò, si veda Filangieri R., I registri della Cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di R. Filangieri, Napoli 1950, reg. VI, 427 p. 299; si veda pure: Dierreu Paul, Les Archives Angevines de Naples, etude sur les Registres du Roi Charles I (1265-1285), par Paul Durrieu, Tomo I, Paris, ed. E. Thorin, 1886.

(6) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, pp. 67, stà in ‘Coste liguri e tirreniche della penisola’, pp. 67-68.

(7) (Fig….) ibidem, questa carta riprodotta nel testo di Almagià R., op. cit., tav. III, p. 3, crediamo fosse riportato ‘Sapra‘ e non Saprì. Quì pubblico la tratta dal testo di De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, tav. 1 a colori (Archivio Storico Attanasio)

(…) (Figg…..) tratta da Brotton J., Le grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53

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(8) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 591, 592. Si veda pp. 538 e s. su Policastro; si veda pure vol. I, p. 592-593; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(9) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Storico Attanasio)

(10) Bacchisio Raimondo Motzo, Il Compasso da Navigare, Opera italiana della metà del secolo XIII, Cagliari, Annali della facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Cagliari, VIII, 1947, p. 166.

(11) (Fig. 4) Carta del Mediterraneo, tratta dall’Atlante Catalano del 1375 (circa), donato al Re di Francia Carlo V, Conservata presso la Biblioteca Nazionale di Parigi e riprodotta dal Mazzetti (Mazzetti E., op. cit., vol. I, Tav. I), Parigi, B.N.P.., Ms espanol 30.

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(12) Carucci C.,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, si veda vol. I, p. 223 e p. 236, dai seguenti titoli:  il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), p. 400 e 401 (Archivio Storico Attanasio – copia digitale. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito). Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il vol. III ha il seguente titolo: ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Il vol. IV ha il seguente titolo: ‘Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV’, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(13) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Ho scritto era perchè purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

(14) (Fig…..) l’immagine è tratta dalla carta nautica più antica conosciuta: la ‘Carta Pisana’,  l’ingrandimento ed il particolare delle coste tirreniche dell’Italia meridionale, tratta dal testo di Jerry Brotton, Le grandi mappe, editore Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53 (Archivio Storico Attanasio)

(15) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della ‘Società Salernitana di Storia Patria’ – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri Alfonso, Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e  sgg.. (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)

(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI

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(16) Vassalluzzo M., ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975 (Archivio Storico Attanasio)

(17) Vassalluzzo M., op. cit. (16), p. 228.

(…) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amm.va, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

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(18) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 (Archivio Storico Attanasio) o si veda pure la ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”; si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, ristampa a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento Salerno, 2000.

(19) Santoro G., Le Torri costiere della Campania, stà in ‘Napoli Nobilissima’, anno 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro G., L’Economia della Provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio (1862-1962), Salerno, 1966

(20) Franciosa L., Il Cilento, ed. ‘Ipocratica’, Serie II, n. 1, Salerno

(21) Cassese Leopoldo, La statistica ecc.., stà in ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, Salerno (Archivio Storico Attanasio)

(22) Marzolla B., Atlante corografico storico-statistico del Regno delle due Sicilie, Napoli

(23) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Archivio di Stato di Napoli

(24) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Storico Attanasio)

(25) Amari Michele, La Guerra del Vespro siciliano, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852 (Archivio Storico Attanasio)

(26) Minieri-Riccio, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Sinno A., Commercio e industria nel Salernitano dal XIII secolo ai primordi del XIX secolo, Salerno, 1954, parte II, p. 130 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Caggese Romolo, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, vedi vol. I, pp. 442-443; vedi vol. II, p. 191- 554; dello stesso autore si veda: Caggese Roberto, L’Alto Medioevo, ed. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1937 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Gli Archivi Angioini, conservati nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

(…) Perito E., ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926 (Archivio Storico Attanasio)

Mazzoleni

(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s. (Archivio Storico Attanasio); segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure l’opera di Mazzoleni Jole, ‘Gli atti perduti della cancelleria angioina’, parte I, vol. I, a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1939; si veda pure J. Mazzoleni, ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974, p. 36.

(…) Mazzoleni Bianca (a cura di) Gli atti perduti della Cancelleria Angioina transuntati da Carlo de Lellis pubblicati sotto la direzione di Riccardo Filangieri, in ‘R. Istituto Storico Italiano Per il Medioe Evo, Regesta Chartarum Italiae’, parte I, Il Regno di Carlo I, vol. I (a cura di Mazzoleni Bianca), Roma, 1939.

I Quinternioni feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni“. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, a p….., possiamo leggere che: “……

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

(…) Il Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche.

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

(…) Mercati Giovanni, Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli.

(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (12161227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479.

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio)

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Azzarà G., I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335

(…) Fazello Tommaso, ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560, si veda cap. IX (Archivio Storico digitale Attanasio)

(…) Mazzella Napolitano Scipione, ‘Descrittione del Regno di Napoli’, Napoli, 1568, p. 87

(…) Summonte Antonio, Historia della città e del Regno di Napoli, Napoli, ed. Gio Jacomo Carlino, 1602 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mazza Antonio, Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1795, fol. 135, pp. 43

(…) De Lellis Carlo, Supplemento a Napoli Sacra di D. Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli, 1654 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure:

De Lellis, Carlo <fl. 1663-1671>
Caserta : Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893

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(…) Guzzo A., Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia, Unione Grafica, Lugio, 1997 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pesce C., Storia della città di Lagonegro, Napoli, Reale Stab. Tip. Pansini, 1913 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso esiste la ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (con la prefazione del 1913), ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante, p. 398 e s. (Archivio Storico Attanasio)

CARTOGRAFIA NAUTICA (tutte in Archivio Storico digitale Attanasio)

(…) Almagià Roberto, Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in ‘Monumenta Italia Cartographica’, ed. I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, I – Coste liguri e tirreniche della penisola, pp. 67-68 (Archivio Storico Attanasio)

(…) De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, pag. 193 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Brancaccio Giovanni, Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mazzetti E., Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972, tav. XVII (Archivio Storico Attanasio)

(…) De Luca Giuseppe, Carte nautiche del Medio Evo disegnate in Italia, Napoli, Stamperia Universitaria, 1866 (Archivio Storico Attanasio), vedi p. 7. Napoli. 1886, 4°

(…) Brotton J., Le grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carte nautiche da musei e biblioteche della Liguria dal XIV al XVII secolo, Ed. Analisi, 1988, Mostra a Genova, Palazzo Belimbau, a cura di Gaetano Ferro, p. 32

(…) Schuler C. J., Cartografare il mondo, ed. Logos, Modena, 2010, pp. 20-21 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Caraci Giuseppe, Italiani e Catalani nella primitiva cartografia nautica medievale, Roma, ed. ‘Istituto di Scienze Geografiche’, 1959 (Archivio Storico Attanasio)

Per la carta Pisana:

(…) ibidem, questa carta riprodotta nel testo di Almagià R., op. cit., tav. III, p. 3, crediamo fosse riportato ‘Sapra‘ e non Saprì. Noi pubblichiamo quella tratta dal testo di De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, Tav. 1 (Archivio Storico Attanasio)

(…) (Figg…..) tratta da Brotton J., Le grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53 (Archivio Storico Attanasio)

Per “Lo Compasso de Navigare”

(…) Nel 1947 Bachisio Raimondo MOTZO, pubblicava il testo di un Portolano medievale, il Codice Hamilton 396 (Ms. Hamilton 396), custodito allora presso la Biblioteca dello Stato Prussiano di Berlino (oggi Biblioteca Municipale di Berlino o Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino), un testo anonimo, data­to 1296, intitolato Compasso de  Navegare. Si tratta del più antico portolano relativo alla totalità del Mediterraneo che sino ad oggi sia stato rinvenuto. È un’opera italiana scritta in volgare, che non si può però definire toscano, genovese o veneziano, essendo frequenti i voca­boli catalani, provenza- li, arabi e bizantini. Si potrebbe parlare, come disse il Motzo, di una “lingua franca” deri- vante dalla fusione di diversi idiomi e dialetti, che veniva parlata dai marinai di tutto il mondo lati­no per intendersi tra loro.  Il lavoro del Motzo non si è limitato alla pubblica- zione di tale manoscritto, peraltro preziosissimo per la mole dei dati contenuti e per la sua originalità, ma è stato accompagnato da una lunga parte  introduttiva nella quale è stata affrontata la questione relativa all’origi­ne e all’evoluzione dei portolani e delle car- te nautiche che,  nati contemporaneamente, si completavano a vicenda durante la navi- gazione. Il Motzo annunciava inoltre l’intenzione di curare la stampa di altri tre porto- lani derivanti dal Compasso e far così un “Corpus” che evidenziasse il contributo fornito dall’Italia alla Storia della navigazio­ne. Si riferiva, in particolare, ai codici di Grazia Pauli (fine XIV seco­lo), di Carlo di Primerano (metà XV secolo) e di Giovanni da Uzzano (metà XV secolo), alcuni esemplari dei quali si trovano custoditi nella Biblioteca Nazionale e in quella Riccardiana di Firenze e nella Biblio­teca Universitaria di Cagliari. L’avanzare del- l’età impedì al Motzo di portare a compimento il suo progetto, che si interruppe con la trascrizione dei tre manoscritti. Il codice Hamilton 396 – II cosiddetto codice Hamilton, è attualmente custodito nella Biblioteca dello Stato Prussiano di Berlino. Scritto su buona pergamena, misura cm. 21 x 14 e consta di 107 carte. La scrittura è una gotica libraria della fine del XIII secolo. Riguardo al contenuto, esso si divide in tre parti. Nella prima sono descritte le coste da capo San Vincenzo in Portogallo a Gibilterra; seguono le coste della Spagna mediterranea, Francia, Italia, della penisola Balcanica fino ad Istanbul, del- l’Anatolia, Siria, Palestina e ancora dell’Africa settentrionale fino a Capo Spartel, ed infine le coste atlantiche del Marocco fino a Saffì. Sono precisate le distanze tra le diverse loca- lità calcolate in miglia, sempre associate alle direzioni date in base alla rosa dei venti (o compasso). Si trovano poi informazioni sui fondali marini, le correnti, le secche, i venti dominanti e sui procedimenti di attracco e sbarco. La seconda parte ha un doppio ogget- to: da un lato raccoglie un gran numero di traversate o percorsi attraverso il mare aperto (pelei o pileggi) da un punto all’altro generalmente lontani di coste continentali e insulari, con menzione delle distanze e delle direzioni; dall’altro descrive il periplo delle grandi isole: le Baleari, la Sardegna, la Corsica, la Sicilia, le Egadi, le Eolie, Malta, Creta, Milo, Ci- pro. La terza parte, contenente la descrizione delle coste del Mar Nero, è sicuramente un’aggiunta successiva trovandosi dopo l’explicit.  Il manoscritto è di origine italiana. Secondo il Motzo sarebbe stato composto in Toscana, più precisamente a Pisa. Infatti la descrizione delle coste catalane, di quelle francesi e provenzali, dell’Italia meridionale e dell’Adriatico è piuttosto sommaria, rispetto a quella delle coste liguri, toscane, corse e sarde. Ciò porta ad escludere Catalani, Francesi, Provenzali, ma anche Italiani del meridione e Veneziani. Due lunghi segni di richiamo al principio della carta 14, descri- zione di Porto Pisano, e all’inizio della carta 15, descrizione di Monte Argentario con por- to Ercole e porto Santo Stefano, che non hanno riscontro nel resto del manoscritto, lo ri- connettono con la Toscana. Con tutta probabilità dovette appartenere ad un navigatore pisano. Il fondo della lingua del Compasso, pur con infiltrazioni di altri idiomi e dialetti, è sostanzialmente toscano, non ripulito dall’uso letterario, ma così come era  parlato dai marinai abituati ad andare di porto in porto. Il Compasso non comprendeva in origine la descrizione delle coste del Mar Nero. Se l’autore fosse stato un genovese non avrebbe di certo omesso di descriverlo, essendo fortissimi gli interessi genovesi in quel mare.

(…) Trattasi del già citato portolano pubblicato da B. R. MOTZO sotto il titolo: Il Compasso da Navigare, opera italiana detta metà del secolo XIII, stà in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, Cagliari, voI. VIII, 1947, pag. 166; la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Debanne A., Lo Compasso de navegare, Edizione del Codice Hamilton 396, Editore Peter Lang Gmbh, Internationaler Verlag Der W, 2011, pag. 48. la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Debanne è la pagina n. 17 r (Fig….).

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(…) De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, pag. 193. Del ‘Compasso de navegare’ (…), ne parlano anche le insigne studiose francesi Monique De La Ronciere e Michel Mollat du Jourdin che, nel loro libro per i tipi di Bramante (…), riferendosi al navigante del XIII secolo, così scrivono in proposito: “Egli dispone tra l’altro di un libro del mare, una specie di manuale nautico che risale ai peripli dell’Antichità. Il più antico attualmente esistente, il Compasso da navigare, è custodito alla Biblioteca municipale di Berlino ( Ms Hamilton 397) per il marinaio di allora esso era ciò che il “portolano” era per il navigatore dei nostri giorni. Porta la data di gennaio 1296 e sarebbe dello stesso periodo della ‘Carta pisana’. Secondo il professor Motzo, proprio quella stessa carta (o una simile) gli era aggiunta. Nonostante siano complementari, il manuale e la carta avranno fortune diverse; attualmente il manuale antico è molto più raro della carta nautica di cui contiamo , per il XIV e XV secolo, un centinaio di esemplari.”.

Per la carta di Fra Paolino Minorita:

(…) (Figg….) Carta dell’Italia annessa ad un Codice della Cronaca di Fra Paolino Minorita (secolo XIV), Codice Vaticano Latino 1960 (…).

(….) il ricco notiziario di T. Accurti in Sbaraglia, Bibliotheca hist. bibl., III Supp. (1921), pp. 307-308, si veda anche il testo di Mori A., Le carte geografiche della cronaca di Fra Paolino Minorita: carte corografiche d’Italia coeve di Dante e di Petrarca.”, ………………………………….

(….) Bonavero P., Riflessi italiani: l’identità di un paese attraverso la rappresentazione del suo territorio, ed. Touring, Milano, 2004, pp. 21-22.

(….) Codice Vaticano Latino 1960, Paulini Minoritae de Venetiis opera historica Sec. XIV, vescovo di Pozzuoli, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana, con la seguente segnatura: Vat.lat.1960, sul sito: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.1960

(…) Mussafia A.,  Altfranzösische Gedichte aus Venezianischen Handschriften, edizione di Vienna del 1848, in cui ci parla del ‘De regimine rectoris’, scritto in italiano da Frate Paolino Minorita.

Per la carta di Giovanni da Carignano:

(…) (Fig….) Frate Giovanni di Mauro da Carignano, Carta nautica del “mar Mediterraneo, del mar Nero e del mar Baltico fino al golfo di Finlandia”. Questa carta si conserva all’Archivio di Stato di Firenze ed è stata più volte riprodotta – Collezione Ongania, Venezia, 1882, fascio III; la carta di Frate Giovanni da Carignano è stata riprodotta (poco bene per verità) nel ‘Periplus’ del Nordenskjold, Stoccolma, 1897 (tav. V). Si veda pure: Mori A., Osservazioni sulla cartografia romana, stà in Atti del III congresso nazionale di studi romani, p. 572-573. Si veda pure: UZIELLI Gustavo e AMAT DI SAN FILIPPO Pietro, Studi biografici e bibliografici sulla storia della geografia in Italia, vol. II: Mappamondi, carte nautiche, portolani ed altri monumenti cartografici specialmente italiani dei secoli XIII-XVII, Roma, Società Geografica Italiana, 1888, pp. 49–50 (scheda 9). Oggi la carta nautica del “mar Mediterraneo, del mar Nero e del mar Baltico fino al golfo di Finlandia”, è consultabile sul sito dell’Archivio di Stato di Firenze: http://www.archiviodistato.firenze.it/archividigitali/riproduzione/?id=148178. Almagià, op. cit. (3), ne parla a p. 3. Riguardo questa carta nei miei studi (1) così scrivevo: “Interessante è la carta di Giovanni da Carignano, che è dei prossimi decenni del XIV secolo (1300 ?) (90). (90) Questa carta si conserva all’Archivio di Stato di Firenze ed è stata più volte riprodotta. Collezione Ongania, Venezia, 1882, fascio III.

(…) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, p. 3.

(…) (Fig….) ibidem, Appendice I, I – Coste liguri e tirreniche della penisola, pp. 67, 68.

Per le carte nautiche di Pietro Vesconte:

(…) De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, commento alla tavole, pagg. 193, 194.

(…) (Fig….)  “Mediterraneo orientale, del mar Nero e del mar d’Azov”, attribuita al cartografo genovese Pietro Vesconte o Visconti, firmata dall’autore e datata 1311, è oggi conservata all’Archivio di Stato di Firenze. La carta manoscritta a colori è su supporto membranaceo e misura mm. 630 x 480. Questa carta è stata riprodotta in Raccolta Ongania, fasc. II e, in Nordenskjold, Periplus, tav. V. e, in Almagià R., op. cit., tav. VI. La carta è stata pubblicata anche da Mazzetti E., Cartografia generale del mezzogiorno e della Sicilia, scritti di Almagià R., Pontieri E., De Luca R., a cura di Mazzetti E., edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 1972, Tomo I-II., tav. II; la carta è consultabile e scaricabile dal sito dell’Archivio di Stato di Firenze:  http://www.archiviodistato.firenze.it/archividigitali/unita-archivistica/?id=34

(…) (Fig….). La carta di Pietro Vesconte, datata 1313, è la tavola in pergamena n. 5 di n. 6 intitolata: “Mediterraneo centrale” , mss miniati, 480 x 400 mm, contenuta nell’Atlas di Pietro Vesconte datato 1313 e, pubblicato a Genova, ed attualmente custodita presso la Bibliotheque National de France, Cartes et plans, Res. Ge DD 687. Questa carta stà in La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, tav. 3 (vedi commento alla tavole) pagg. 193, 194 (Fig….).

(…) Mappamundi – l’altra carta Vesconte-Sanudo (Fig. 6-7) è tratta dal  Codice Vaticano Latino 2972 (17), tratta da Almagià R., Monumenta Cartographica Vaticana, Planisferi carte nautiche ed affini dal sec. XIV al XVII, esistenti nella Biblioteca Apostolica Vaticana, Roma, Città del Vaticano, 1944, tav. IX, 2 (in alto). c. 1320-21Mapamundi’ più atlante di cinque fogli, senza data ma firmati dal Vesconte, il Liber secretorum di Marin Sanudo (parzialmente perso) appartenenti al Codice Palatino Lat. 1362 A) alla Biblioteca Apostolica Vaticana nella Città del Vaticano (2. Mar nero, Egeo 3., 4. Palestina e Mediterraneo orientale. 5. Adriatico e dell’Africa settentrionale, occidentale e settentrionale dell’Atlantico 6. Mediterraneo). Le immagini sono tratte dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana, collegandosi al sito: https://digi.vatlib.it/mss/search?k_f=1&k_v=Vat.lat.2972 e dal Codice Vaticano Latino 2972 (…).

(…)(Fig….). Questa carta è stata riprodotta anche da Nordnskjold, Periplus, Raccolta Ongania, fasc. II, tav. V., mentre quella che pubblichiamo è tratta dal Codice Londinese (British Museum add. 27326), ingrandita e pubblicata da Almagià R., op. cit., tav. III, 2 (Fig….).

(…) (Figg…..) Il cartografo Pietro Vesconte, autoritrattosi nel suo foglio del suo Atlante del 1318, nella tavola che si riferisce al ‘mare di Marmara e al Mar Nero’, seduto al tavolo di lavoro mentre traccia la sua carta. In alto si legge: “Petrus Vesconte de Janua fecit istam certam anno Domini MCCCXVIII”. La carta oggi è conservata al Museo Carrer di Venezia, ms 28, foglio 2, prov: Correr, 1405, Port. 28, pubblicato da Susanna Biadene, Carte da Na- vigar, portolani e carte nautiche del Museo Correr 1318-1732, ed. Marsilio, Venezia, 1990, Tav. II, pp. 40-41-42-43. Queste carte e l’Atlante del Vesconte del 1318, si trovano pure alla Osterreichische Nationalbibliothek di Vienna in Austria. Gli unici esemplari. Si veda pu- re: Casanova, Inventario dei portolani e delle Carte nautiche del Museo Correr, in Bolletti- no dei Musei Civici veneziani, nn. 3-4, 1957, n. 28, pp. 17-36 e Pagani, 1977, pp. 20-21. Un altro Atlante (Atlas) del Vesconte, datato 1321 circa, è conservato alla Bibliothèque de la Ville a Lione ed alcune tavole sono state pubblicate dal De La Ronciere, op. cit., tav. 5-6 e commento alle tavole, pp. 194-195. Le Figg. n….. sono tratte da Schuler C. J. (…), Cartografare il mondo, ed. Logos, Modena, 2010, pp. 20-21 (Fig….). Attualmente la sua collocazione è: Cl. XLIVa n. 0028.

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(….) Codice Vaticano Latino 2972, tratto dal sito della Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana, collegandosi al sito: https://digi.vatlib.it/mss/search?k_f=1&k_v=Vat.lat.2972 e dal Codice Vaticano Latino 2972, che illustra il libro della Geographia di Claudio Tolomeo curato da Marin Sanudo il vecchio (padre)

Per la carta di Angelino Dalorto:

(…) (Fig…). La carta è stata illustrata e riprodotta da Magnaghi A., “La carta nautica costruita nel 1325 da Angelino Dalorto offerta in dono al III Congresso Geografico Italiano.”, Firenze, 1898.

(Fig….) Carta nautica di Angelino De Dalorto, del 1339, è pubblicata da De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, tav. n. 7 a colori, del 1339 e, commento alla tavole, pagg. 193, 194, conservata a Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia, Cartes et Plans, Res. Ge B 696 (Fig….).

Per l’Atalante Tammar-Luxoro

(…) (Fig….) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in Monumenta Italia Cartographica, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, I – Coste liguri e tirreniche della penisola, p. 68. Si veda dello stesso autore p. 3.

(…) (Fig….) Carta nautica del “Mediterraneo centrale” tratta dall’Atlante Tammar-Luxoro, Tavv. III e IV. Di autore ignoto, è una raccolta anonima di 8 piccole tavole o Carte nautiche e portolani italiani dei primi del XIV secolo, attualmente conservate presso la Biblioteca Civica Berio a Genova. I toponimi elencati dal Desimoni (…) e dall’Almagià (…), li confermo in quanto ho esaminato de visu la fotoriproduzione della (Fig….) che ho ottenuto dalla Biblioteca Civica di Berio su gentile concessione del Comune di Genova. Riprodotto ed illustrato da Desimoni C., op. cit. (…).

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(…) Desimoni C. e L.T. Belgrano, Atlante Idrografico del medioevo posseduto dal Prof. Tammar Luxoro, coste napolitane, terre di lavoro e principati, Genova, 1867, Tavola IV, pag. 65, stà in ‘Atti Società Ligure di Storia Patria’, Tomo V, Genova, Tip. dei Sordo-muti, 1867; Si veda pre di Desimoni C., Le carte nautiche italiane del medio evo, a proposito di un libro del prof. Fischer, Atti Soc. Ligure di Storia Patria. Vol. XIX, 15.

(…) Carte nautiche da musei e biblioteche della Liguria dal XIV al XVII secolo, Ed. Analisi, 1988, Mostra a Genova, Palazzo Belimbau, a cura di Gaetano Ferro, p. 32.

(…) Pucci Michelangelo, Tortora – Natura Storia Cultura, ed. Zaccara, Lagonegro (PZ), 2017 (Archivio Storico Attanasio)

(…) AA.VV., ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255

(…) Fulco Amedeo, Memorie storiche di Tortora, ed. Libreria Intercontinentalia, Napoli,  1960, nuova edizione Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52

(…) Manco C., Scalea prima e dopo, Scalea, 1969

(…) Vincenti Pietro, Teatro degli uomini illustri che furono protonotari del Regno di Napoli, Napoli, Gio Battista Sttile, 1607 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(….) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana, ed. Lighnthing Source UK Ltd, 2016 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pacichelli Giovan Battista, Il Regno di Napoli in Prospettiva, Napoli, ed.

(…) Mons. Damiano D., Maratea nella storia e nella luce della fede, ed. Missioni O.M.I., Roma (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ammirato Scipione, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651

(…) Durieu P., Etudes,

(…) G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585), edizione della Società di Storia Patria

(…) Vincenzio N., Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III

(…) Moscati R., Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoetane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).

(…) De Lellis Carlo, Supplemento a Napoli Sacra di D. Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli, 1654 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure:

De Lellis, Carlo <fl. 1663-1671>
Caserta : Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893

Dalla rovina si salvarono, per essere rimasti in sede, oltre a qualche frammento, i repertori del Sicola (…), del Chiarito (…), del Borrelli (…) e tre volumi dei Notamenta di Carlo De Lellis ‘Notamenta ex registris Caroli II: Roberti et Caroli ducis Calabriae’ (ms. del XVII sec.). Napoli: Archivio di Stato di Napoli, vol. III, IV e IV bis, forse contenuti nell’opera di Bartolomeo Capasso (…), Nuovi volumi di registri angioini ora formati con quaderni e fogli che già esistevano dimenticati e confusi nell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1886

Dal 1266, gli Angiò e le guerre del Vespro nel basso Cilento

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(Fig. 1) Il Golfo di Policastro ed il suo entroterra visto dal satellite

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico restano di estremo interesse. In questo mio saggio vorrei fare il punto di quanto emerso circa il periodo in cui queste terre furono interessate dall’annosa guerra del Vespro, in cui gli eserciti Angionini di Carlo I e poi Carlo II d’Angiò si fronteggiarono con gli eserciti Aragonesi per la conquista del Regno di Napoli. Di quel periodo, il periodo della dominazione Angioina nel Regno di Napoli, sebbene le operazioni militari della guerra del Vespro si siano svolte per gran parte lungo le nostre coste, molti hanno scritto ma con pochi riferimenti alla nostra zona. Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, prendendo le mosse dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo Angioino, parlando di Policastro scriveva che: “Risorse gloriosa sotto il Regno dei Normanni, ma sotto i Re Angioin isoggiacque a nuova disavventura, mentre bollendo le guerre tra i Re di Napoli e Sicilia nel 1320 fu assalita da Federico d’Aragona ecc…”. Come ho scritto in altri miei studi, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: Ritroviamo Sapri, nella “carta nautica del Mediterraneo” dell’Atlante Catalano di Carlo V, della prima metà del secolo XIV. (98). E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona  (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: ” terram Policastri expugnavit imporbe concremavit  pariter et homines totaliter spoliavit”.”. Sono convinto che indagando ulteriormente sulla nostra storia avremo non poche sorprese come è accaduto rileggendo il documento angioino del 1324, che riguardava il periodo in cui Policastro veniva ceduta per 25 anni al milite genovese Bartolomeo Roveti e di cui ho scritto in un altro mio saggio. Per condurre un’approfondita analisi ed indagine geo-storica del nostro territorio ci verrà utile indagare attraverso lo studio Cartografico delle antiche mappe conosciute, i portolani, le carte nautiche conosciute che all’epoca furono molto adoperate dai daviganti. La notizia di un tenimentis et portus Sapri” ci riporta indietro nella Storia di Sapri di diversi secoli. Mi auguro che questo saggio possa indurre altri ad approfondire ulteriormente i diversi aspetti affrontati.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig. 2) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…)

Nel 1239-1240, le Fonti per l’epoca Federiciana: ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240’

Dal sito dell’Archivio di Stato di Napoli, alla voce sulla Ricostruzione dei Registri della Cancelleri Angioina’, epoca Federiciana leggiamo che: Dalla seconda metà del XVI secolo, lo studio dell’archivio della Cancelleria Sveva (l’unico registro superstite di Federico II per gli anni 1239-1240) e della Cancelleria Angioina (all’epoca ancora ricco di scritture, soprattutto per i regni di Carlo I, Carlo II e Roberto) ha prodotto spogli e lavori archivistici sistematici come i repertori e i notamenti: – il repertorio dell’unico registro di cancelleria di Federico II dell’anno 1239-1240, opera degli archivisti Vincenti/Sicola e Chiarito; – i 4 volumi (originariamente 11) di notamenti di Carlo de Lellis; – i 13 volumi di repertori dell’archivista Pietro Vincenti (1610-1614); – gli 8 volumi di supplementi ai precedenti repertori compilati dall’archivista Sigismondo Sicola (1673-1710); – i 2 repertori di Carlo Borrelli, l’indice delle famiglie e delle città del Grifo e i due volumi di Onofrio Sicola (1710) contenenti l’index monasterium; – i 18 volumi di Michelangelo Chiarito (1759-1763). Sopravvissuti alle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, oggi possono essere consultati in digitale presso le postazione della sala studio. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Leggiamo dalla Treccani on-line che: CANCELLERIA, REGISTRO DELLA (1239-1240). – Conservato fino al 1943 come unico cimelio superstite della cancelleria di Federico II, il registro degli anni 1239-1240 andò distrutto nel rogo del deposito antiaereo che era stato istituito in una villa dell’entroterra campano (Villa Montesano in S. Paolo Belsito, presso Nola), dove, a partire dal dicembre 1942, si era provveduto a trasferire i fondi più antichi del “Grande Archivio” di Napoli, nel timore che potessero subire danni durante eventuali bombardamenti e cannoneggiamenti della città. Nell’incendio, appiccato deliberatamente, per rappresaglia, il 30 settembre di quell’anno per ordine del comando tedesco del luogo, pienamente consapevole dell’importanza del materiale che vi era stato depositato, andarono bruciate tutte le serie più preziose dell’Archivio napoletano, compreso il ricchissimo archivio della cancelleria angioina. Del registro di Federico II del 1239-1240, l’unico della cancelleria sveva che fosse noto alla storiografia, rimanevano tuttavia le riproduzioni fotografiche (nove pellicole conservate oggi nell’archivio dell’Istituto Storico Germanico di Roma), la trascrizione pubblicata nel 1786 dall’archivista napoletano Gaetano Carcani (…) in appendice alla sua edizione del Liber Augustalis e quella, dattiloscritta, realizzata a metà degli anni Venti del Novecento da Eduard Sthamer e in seguito parzialmente riveduta da Wilhelm Heupel. Del Gaetano Carcani, la sua opera è “Constitutiones Regum Regni Utriusque Sicilae”, Napoli, 1786 o si veda Liber Augustalis, sui registri della Cancelleria di Federico II di Svevia dal 1239 al 1240 perduti. Si veda pure i Repertori di Sigismondo Sicola,  che si possono scaricare gratuitamente dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola Sigismondo, voll. II, ovvero Sicola Sigismondo, Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Reale Zecca allora superstiti; onde il Sicola Siismondo del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di Michele Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da Michele Chiarito (…) che raccolse  i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVIIpubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di Michelangelo Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito Michelangelo, Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Per Scandone si veda F. Scandone, Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Rimanevano inoltre notizie e repertori, trascrizioni, copie ed excerpta: lacerti di una tradizione più antica e in origine sicuramente ben più ricca, testimoni tutti del grande interesse che il registro aveva suscitato negli eruditi napoletani del Seicento e del Settecento, i quali, animati da curiosità di tipo prettamente antiquario e genealogico, furono i primi a sfogliarlo e leggerlo, vedendo in esso una sorta di grande contenitore dal quale attingere una enorme quantità di notizie sulle antiche famiglie del Regno. Una tradizione nel complesso ricca, anche se piuttosto singolare, che ha consentito di ricostruire la storia e la fisionomia del registro, e da ultimo di stabilirne e pubblicarne il testo. Per lungo tempo unico e prezioso cimelio conosciuto e conservato della cancelleria federiciana, il registro di Federico II andò distrutto, com’è noto, nel rogo che è passato alla storia come uno dei più gravi disastri archivistici dell’ultimo secolo, appiccato alla fine del settembre 1943 dalle truppe tedesche in ritirata dal meridione d’Italia al deposito dove erano stati trasferiti per motivi di sicurezza i fondi più antichi e preziosi del Grande Archivio di Napoli. A sessant’anni dalla sua distruzione e dopo vicende editoriali protrattesi per un circa un ottantennio, vede la luce l’edizione del registro, condotta sulla base delle riproduzioni fotografiche, di estratti e copie erudite, di precedenti trascrizioni. Il registro, strettamente riservato agli affari del Regno (vi erano cioè registrate soltanto le lettere che la corte inviava ai funzionari provinciali per comunicare le misure prese in merito alla gestione del regno), era frammentario fin dalla sua prima apparsa sulla scena delle fonti archivistiche napoletane, alla fine del Cinquecento, ed abbracciava solo un breve arco cronologico, che andava dai primi giorni di ottobre 1239 agli inizi di maggio 1240. Tuttavia l’elevato numero di lettere registrate (quasi milleduecento) e l’ampio ventaglio di argomenti trattativi ne fanno una fonte di eccezionale importanza per la storia del regno di Sicilia nei mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX. L’edizione è stata condotta adattando le tecniche ormai comunemente accolte per la pubblicazione dei documenti latini alle peculiarità di questo particolare tipo di fonte, dando ampio spazio, soprattutto, ai regesti e alle parti introduttive, là dove si ricostruisce l’iter di formazione delle lettere (per questo è stata introdotta una breve sezione dove compaiono i nomi del personale di cancelleria coinvolto nella loro produzione) e si evidenziano i nessi di vario genere che legano missive accomunate da una comune origine (prodotte cioè a seguito di uno stesso ordine). Inoltre si è tenuto massimo conto della struttura del registro e del suo carattere di unicità e insieme di coerenza e uniformità che lo contraddistingue, carattere che è stato mantenuto ed evidenziato al meglio, non solo conservando l’ordine col quale le registrazioni si susseguono al suo interno, ma anche, ad esempio, adottando caratteri diversi per le registrazioni e le note (coeve o posteriori) che le incorniciano, attribuendo un numero d’ordine a ciascuna registrazione indipendentemente dal fatto che fosse relativa a una o più lettere e considerando quindi come unità minima documentaria la registrazione in quanto tale, accorpando sotto un unico regesto le sequenze di lettere registrate “a catena”, ovvero le similes spedite nella stessa forma a diversi destinatari. Nell’introduzione (pp. IX-CIII), oltre alle consuete note relative alla storia del registro ed alle modalità di trasmissione del testo, si affronta in particolare il tema della sua funzionalità, che viene analizzata e vista attraverso una particolare lente, quella delle forme, ossia del modo in cui il registro era stato pensato e costruito e degli accorgimenti redazionali che erano stati adottati per ottenere non tanto un contenitore di documenti, quanto uno strumento di lavoro realizzato in cancelleria per la cancelleria e per la corte, improntato in funzione della massima visibilità e dell’immediata reperibilità della notizia, al fine di facilitarne la consultazione per poter ricostruire in qualsiasi momento lo stato di ciascuna questione della quale la corte si era occupata tramite la corrispondenza scritta.

L’INDAGINE GEO-STORICA ATTRAVERSO I DOCUMENTI

Le fonti per l’epoca Angioina: i Registri della Cancelleria Angioina e la loro recente ricostruzione

(…) Gli Archivi Angioini, conservati nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della Reale Zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

Le fonti per l’epoca Angioina: i Registri della Cancelleria Angioina e la loro recente ricostruzione

Alcuni documenti dell’epoca, tratti dalla cancelleria angioina, dimostrano che a seguito delle operazioni militari della Guerra del Vespro, i centri costieri del Cilento, subirono notevoli danni, tra cui un sensibile calo della popolazione (…). I registri della Cancelleria Angoina, prima che fossero andati irrimediabilmente persi in un incendio, nell’ultimo conflitto mondiale, furono trascritti da diversi studiosi, tra cui il Carucci (…), nel “Codice Diplomatico Salernitano”, che ci racconta della guerra del ‘Vespro’, la guerra tra gli Angioini e gli Aragonesi, che si combattè proprio sulle nostre coste, nel XIII e XIV secoli. La Cancelleria Angioina, conservata presso gli Archivi di Stato di Napoli e Salerno è andata in parte persa in un incendio durante il secondo conflitto mondiale (…), ma restano i documenti tutti pubblicati a metà dell’800, da diversi studiosi come il Capasso, Giudice, Minieri-Riccio ed infine il Carucci (…). Dai documenti angioini (…) dell’epoca, si evince che la guerra del Vespro sarà causa di una forte diminuzione focatica (focolai, famiglie) dei feudi (…). Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), su cui bisognerebbe ulteriormente indagare. La Cancelleria Angioina, conservata presso gli Archivi di Stato di Napoli e Salerno è andata in parte persa con la conquista del Regno da parte degli Aragonesi (…). Purtroppo, gran parte dei documenti contenuti nei Registri Angioini, sono andati persi. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 F 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Dunque, Pietro Ebner, nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni etc…’, riguardo la storia di Policastro e di S. Giovanni a Piro, citava il Di Luccia (…) e, Marino Freccia (…). Ebner aggiunge che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina alcuni dei quali sono pubblicati dal Di Luccia: 1) Nel 1294, con il quale Re Carlo II esentò dalle tasse il villaggio soggetto al monastero di S. Giovanni; 2) Nel 1320, con il quale il re ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa; 3) re Ludovico che confermava tale dominio temporale; 4) Nel 1468, un documento (7) contenente  il consenso del re e del papa al giuramento di fedeltà da parte dei vassalli e cittadini di S. Giovanni a Piro all’abate del locale monastero; Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Dal suddetto ‘Archivio’ e processo, ff. 158 e 159.”5) la notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”; 6) Il 20 novembre 1295, il vicario del Regno, Roberto, concesse agli abitanti di S. Giovanni a Piro, “quod est monasterij sancti Johannis ad pirum”, l’esenzione dalle tasse per cinque anni avendo subito dalle incursioni nemiche danni tali da obbligarli ad abbandonare il villaggio, purchè tornassero “ad lares proprios”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 66, f 229, Napoli = vol. II, p. 432, n. 321. ‘Justiciarius Principatus presenti et futuri. Ad casalem sancti Johannis ad pirum (…) propter incursus et depredatione hostium, desolatum, quod est monasterio sancti Johannis ad pirum, piùm vertentes consideracionis intuitum, casale ipsum et homines Universitati eiusdem per quinque annos, a principio anni presesentis (…) de generalibus subventionibus (…) ut interim ad fortunas deveniant pinguiores et qui eiusdem casalis deseruentur necessario incolatum propter presentem gratiam ad lares proprios eximimus (…) Presentes autem licteras restitui volumus presentandi postquam illa videritis quantum et quando fuerit oportunum’.”; 7) Il 23 aprile del 1296 il re ordinò al giustiziere del Principato (10) di pagare mensilmente il dovuto al mercenario a cavallo Pietro Mazza, “qui custos est fortellicie Cripte sancti Johannis ad Pirum, prope Policastrum”. Lo stesso Pietro Mazza venne poi inviato al fronte, agli ordini di Raimondo Malobosco, capitano comandante “in dicta fronteria” (11). Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Napoli, 21 aprile 1295. Reg. 64, f 118 t = vol. II, p. 476, n. 364. Pagamenti da effettuarsi secondo consuetudine ai mercenari a cavallo operanti ‘in frontiera hostium in partibus Principatus’.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Napoli, 16 luglio 1295, Reg. 81, f. 113 e 82 f 119 t.”; 8)  documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”; 9) Il 2 giugno 1300 re Carlo II scrisse al giustiziere scrisse ai fedeli che a causa dei danni subiti dai fedeli locali vassalli, esonerava “hominum casalis sancti Johannis  ad Piro, de territori Policastrensi”, dal pagamento dei residui delle tasse e dalla metà della sovvenzione che proprio in quel momento si stava esigendo (13). Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Reg. 10, f 37 = vol. II, p. 673, n. 577.”; 10) L’8 luglio 1349 il conte di Policastro con reale provisione fu incaricato di tutelare gli interessi del monastero e dell’università, da non ritenere investitura. Riguardo il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber inquisitionum Caroli Primi’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai ossessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro, citava il testo di ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974. Infatti veniva citato dal Santoro anche nella sua nota (3) a p. 30. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.”. Il Santoro, citava il testo di Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), Paris, 1886-1887. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intstazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit.,  II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoetane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.

Dai documenti della Cancelleria Angioina sappiamo di alcuni feudatari delle nostre terre seguaci di Manfredi

Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…”. La Pollastri (…), suggerisce pure di vedere S. Pollastri, ‘La noblesse napolitaine sous la dynastie angevine: l’aristocratie des comtes (1265-1435)’, tesi di dottorato Parigi, X- ecc….Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Riguardo il testo citato sia da Ebner (…) e dalla Pollastri (…), il ‘liber donationum etc..’, il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber inquisitionum Caroli Primi Pro Feudatariis Regni’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai ossessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro, citava il testo di ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974. Infatti veniva citato dal Santoro anche a p. 30 nella sua nota (3). Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.”. Il Santoro, citava il testo di Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), Paris, 1886-1887. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intstazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit.,  II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoletane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.

Nel 1266, Ruggero II Sanseverino

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero sposò nel 1250 circa Teodora d’Aquino, sorella di san Tommaso, dalla quale ebbe un solo figlio, Tommaso II. Dopo la morte dell’imperatore (avvenuta nel dicembre dello stesso anno), quando fu certo della stabilità dei rapporti tra Papato e Impero, tornò in patria, riuscendo a riottenere, per intercessione del pontefice, i feudi aviti; ma, dopo l’incoronazione di Manfredi a Palermo, divenne il punto di riferimento della nobiltà a lui ostile. Unitosi a Carlo I d’Angiò, partecipò in qualità di capitano pontificio alla battaglia di Benevento del 26 febbraio 1266, terminata con la morte di Manfredi. Tornato definitivamente nel Regno, poté rientrare in possesso dei feudi del Cilento, di San Severino e di Marsico, ai quali Carlo I, per il valore mostrato da Sanseverino in battaglia, aggiunse anche i castelli di Atena Lucana, Sala Consilina e Teggiano. Dopo la vittoria su Manfredi, l’angioino si ritrovò ad affrontare un esponente della spodestata famiglia sveva, Corradino, intenzionato a invadere il Regno per riconquistare la corona siciliana. Tra il 1267 e il 1268, dunque, il conte di Marsico fu a capo delle truppe angioine in Puglia, per contrastare l’avanzata nemica. Debellato anche questo pericolo, il sovrano ricompensò Sanseverino con il vicariato di Roma (dal 1272 al 1273), occupato in precedenza da Bertrando del Balzo. In questi anni, ebbe inoltre la custodia dei figli di Ruggero dell’Aquila, erede del conte di Fondi. Negli anni successivi, Sanseverino si impegnò attivamente nella politica mediterranea e ‘crociata’ degli Angioini. Grazie alla morte del despota dell’Epiro e ad alcune alleanze matrimoniali, Carlo I riuscì infatti a farsi proclamare re d’Albania (1272), affrontando peraltro non pochi ostacoli politici. Fu nell’ambito di questa nuova conquista che Ruggero, nel 1276, condusse una spedizione a Valona, per trasportare al di là dell’Adriatico rinforzi e vettovaglie. L’anno successivo, invece, ebbe dal re, intenzionato a conquistare il Regno di Gerusalemme, il comando della flotta assemblata per l’occasione. Salpato da Brindisi, Sanseverino approdò ad Acri nel mese di settembre, cogliendo di sorpresa il governatore Baliano, che si rifugiò in una fortezza e permise al conte di occupare i punti strategici della città. Privo del sostegno degli ordini militari presenti nel Regno, il governatore fu costretto alla resa: Sanseverino, appoggiato dai templari, non incontrò difficoltà a conquistare il castello e a innalzarvi la bandiera angioina. Divenne dunque vicario del Regno di Gerusalemme e giurò fedeltà a Carlo I, ricevendo l’omaggio dei nobili e cavalieri del luogo. Nel 1278, il sovrano gli inviò le vettovaglie necessarie al fabbisogno dei sudditi in Terrasanta, nonché contingenti di supporto, mentre il figlio Tommaso cercava di fargli pervenire cavalli, muli e scudieri. Con quella stessa spedizione giunsero ad Acri Margherita, cugina di Carlo I, diretta in Siria, Niccolò II di Saint-Omer, amico del re, accompagnato dalla moglie Maria e dalla cognata Lucia, diretti in Armenia per conto del sovrano. Per tal ragione, l’angioino ordinò a Sanseverino di trattare gli ospiti con i dovuti onori, pur se le navi non salparono prima dell’11 aprile dello stesso anno. Inoltre, l’imbarcazione che trasportava i beni inviati da Tommaso Sanseverino al padre giunse ad Acri con netto ritardo. Dopo quattro anni di soggiorno in Terrasanta, Sanseverino rientrò in patria (1282), a causa del pericolo aragonese incombente e, successivamente, dello scoppio dei Vespri siciliani. Inizialmente fu giustiziere di Terra di Lavoro e Molise (per un anno); nel maggio del 1284, in qualità di capitano di Salerno, ebbe la responsabilità della difesa della città dagli attacchi dei ribelli, mentre suo figlio Tommaso proteggeva la costa fino a Policastro. In seguito, ottenne l’ufficio di generale di guerra per i giustizierati di Valle del Crati, Terra Giordana, Basilicata e Principato, controllando in tal modo buona parte del litorale regnicolo. Il 5 ottobre 1285, ebbe inoltre l’ordine di esigere le imposte in favore dell’esercito che avrebbe dovuto combattere contro i ribelli siciliani. Questo fedelissimo esponente della nobiltà filoangioina morì nello stesso anno a Marsico e fu sepolto in una cappella adiacente alla cattedrale della città. Devotissimo al monastero di Montevergine, oltre ad aver assegnato un ex voto per la remissione dei peccati (1270), espresse nel suo testamento il desiderio di donare 12 once più 3 once annuali ai confratelli dell’illustre cenobio. Alla sua morte, il titolo comitale passò alla moglie Teodora e al figlio Tommaso II, che, come il padre, godé dei favori della dinastia francese. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, in proposito scriveva che: A seguito degli accordi tra il francese papa Urbano IV e il suo successore Clemente IV con Carlo d’Angiò e la calata di questo in Italia (a. 1265) dopo la battaglia di Benevento (26 febbraio 1266) e dopo il conferimento a Carlo lo Zoppo del principato di Salerno, Ruggiero venne reintegrato nelle signorie di Marsico, Sanseverino e Cilento (a. 1276)(21) e in quelle di Atena (Lucana), Sala (Consilina) e Diano (odierno Teggiano). Capitano delle milizie del re in Puglia (1267-1268), Ruggero fu poi vicario a Roma. Quando il re ebbe il regno di Gerusalemme da Maria di Antiochia e fu incoronato dal papa (1277), inviò Ruggiero a prenderne possesso. Vi rimase come vicerè fino al 14 ottobre 1282, quando venne richiamato per affidargli l’incarico di capitano generale di Principato e di Basilicata…..Il figlio Tommaso fu nominato comandante di tutte le forze costiere nel tratto Salerno-Policastro ecc…”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Ruggiero Sanseverino comandò l’esercito contro lo Svevo (Tagliacozzo 24 agosto 1268).”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Galvano e Federico Lancia ai tempi di Corradino di Svevia e della battaglia di Tagliacozzo dove Carlo I d’Angiò, vinse le armate ghibelline e Sveve,  sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 133-134-135 scriveva che: “I feudi posseduti dai Sanseverino e tra gli altri la baronia di Rocca passarono alla corona ma ad essa restarono per breve tempo a causa dei mutamenti che sopravvennero nel regno e di cui farò breve cenno…..Al nuovo pontefice  Alessandro IV si presentarono nel 1255 Ruggiero Sanseverino con suo zio Guaimario, Pandolfo di Fasanella ed altri a nome di tutti i fuoriusciti napoletani per invocarne l’aiuto al ritorno del Regno. Ruggiero ebbe parte importante negli avvenimenti dell’epoca spronando continuamente il papa Alessandro ed id il successore di lui, Clemente IV, fino all’impresa di Carlo I d’Angiò nell’anno 1265……A reprimere la rivolta il re Carlo, inviò Ruggiero Sanseverino come suo capitano generale movendo quindi contro gli Svevi (1). Nello scontro dei due eserciti, avvenuto nel 24 agosto 1268 presso Tagliacozzo, Galvano Lancia, che aveva il comando di una terza parte delle forze fece grandi pruove di valore al pari degli altri capi: però le schiere di Corradino furono vinte. L’infelice principe riuscì a fugire insieme con il fido Galvano, con un figlio di lui a nome Galeotto e con il duca d’Austria. Indossati abiti da villici cercarono di avviarsi verso il mare, con la speranza di imbarcarsi. Giunti al castello di Astura, ecc…..II. Pochi anni dopo il re Carlo, con rescritto dell’11 giugno 1271 conferiva al suo primogenito Carlo II, il principato di Salerno (2). Con tale concessione, che si conservava nell’archivio della Zecca di Napoli, e che è stata pubblicata da varii scrittori, gli fu data soltanto la giurisdizione civile nel Principato, ed unicamente nel circuito delle mura di Salerno anche la giurisdizione criminale (3). Vennero allora restituiti a Ruggiero Sanseverino tutti gli antichi feudi della sua famiglia, tra cui le contee di Sanseverino e di Marsico e la baronia del Cilento (4). Però siccome dopo la congiura di Capaccio parecchi casali della Baronia erano stati usurpati, per determinare quali ne avessero fatto parte, si dovette ricorrere a vecchi testimoni. Fu così redatto nel 1276 un apposito processo, nel quale si accertarono i beni da restituirsi al Sanseverino così: “Rocca Cilento con gli altri infrascritti casali ecc.. (1). Ruggiero fu tenuto in grande onore dal re, ed allorchè questi, divenne re di Gerusalemme e fu come tale coronato dal papa nel 1277, egli andò a prendere possesso di quel regno (2) e vi rimase come governatore fino al 14 ottobre 1282, in cui il re lo richiamò per avvalersene quale suo capitan generale nella Basilicata e nel Principato (2). III. Dalle sue nozze con la contessa Fiesco non sembra che Ruggiero avesse avuto prole. Morta costei, egli aveva sposato Teodora dei Conti di Aquino la quale gli diede un figlio a nome Tommaso, giovine di grande destrezza e coraggio che aveva brillato con un completo trionfo (3) nel torneo avvenuto per le feste dell’incoronazione di Carlo I a re di Gerusalemme. Padre e figlio furono di grande giovamento agli Angioini nelle loro guerre, avendo Carlo II principe di Salerno affidata la custodia di questa città contro i ribelli a Ruggiero, ed al figliuolo di lui Tommaso il littorale da Salerno a Policastro (1, p. 135). Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 51; Summonte, vol. 4°, pag. 26.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Giudice, ‘Cod. dipl., vol. 2°, parte 1°, pag. 198, pubblica una lettera di Carlo I d’Angiò del 12 settembre 1268 che annunzia l’arresto di essi.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giannone, vol. 4°, lib. 22, pag. 399; Freccia, ‘De Subfeudis, ed. 2°, pag. 170.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Capasso, ‘Historia diplomatica, pag. 246.”.  Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ventimiglia, ‘Notizie storiche’, etc., pag. 53. Tale processo che si conservava nell’archivio della R. Camera andò disperso nella rivoluzione del Macchia.”.  Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, ivi, lib. 20°, pag. 134.”.  Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gatta, ‘Mem., etc., pag. 136; ‘Cronaca’ di GASPARE FOSCOLILLO; MINIERI RICCIO, ‘Memorie della guerra di Sicilia, pag. 10.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, ‘Cronaca’ pubblicata dal Del Re, pag. 313; Minieri Riccio, ‘Memorie della guerra di Sicilia, pag. 58.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico napoletano”.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, in proposito scriveva che: “Federico spogliò i ribelli ed i loro familiari di tutti i feudi e diede le contee di Marsico e di Sanseverino a Guglielmo de Villano (4). Questi restituì a sua volta la baronia di Cilento all’Imperatore, che la concesse prima al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido signore di Pozzuoli (1).”. Sempre il Cantalupo, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965. Il Cantalupo, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. il doc. del Capasso, appresso cit., in nota”. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio (B. CAPASSO, Hist. Diplom., ….cit. p. 346).”. Infatti, il Cantalupo citava il noto documento pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Una parte del documento riguarda Ruggero II Sanseverino che all’epoca dell’angioino non sarà più un giovane di 12 anni salvatosi dallo sterminio della “Congiura di Capaccio”.

Capasso, HD, p. 346

(Fig….) Capasso Bartolomeo, Hist. Diplom., p. 436

E’ un importante documento tratto dalla cancelleria Angioina che ci fa capire alcune notizie storiche sul periodo Federiciano. I notai di Carlo I d’Angiò scrivevano che: “Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio”, ovvero che: “Al conte Rugerio de San Severino, Rocca Cilento fu restituita alle case che l’imperatore Federico concesse a Sir Guglielmo de Villano, perché scambiò la detta Rocca con le case, e San Severino con la compagnia dei Marsici; poi fu concessa dal lo stesso generale al signore Guido de Putiolo, e poi l’imperatore rammentò lo scambio che era stato fatto col conte Ruggero”. Scrive sempre Matteo Mazziotti, che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”

I Lancia nelle nostre terre

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa la resistenza di alcuni feudatari delle nostre terre che pattegiarono per gli ultimi regnanti della casa Sveva. Alla dominazione Normanna fece seguito la dominazione Sveva e poi subentrarono gli Angioini di Carlo I d’Angiò che sconfisse Manfredi a Benevento nell’anno 1266. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: “I feudi posseduti dai Sanseverino e tra gli altri la baronia di Rocca passarono alla corona ma ad essa restarono per breve tempo a causa dei mutamenti che sopravvennero nel regno e di cui farò breve cenno. Quattro anni dopo la strage di Capaccio, nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo. Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori. In un parlamento tenuto a Barletta nel febbraio del 1256 lo nominò conte del principato di Salerno e Gran Maresciallo del Regno di Sicilia ed elevati gradi e feudi ebbero i congiunti di lui (2). Indubbiamente con il principato di Salerno conseguì anche la baronia del Cilento. L’Antonini afferma che Galvano Lancia costruì il castello di Rocca (1) il quale invece, come già ho detto, esisteva parecchi secoli prima e forse fu da lui soltanto ingrandito e restaurato. VI. Della signoria del Lancia nel Cilento non sono rimasti avvenimenti degni di nota: egli occupava i più alti uffici dello Stato, rappresentò una parte importantissima delle vicende dell’epoca e ovette anche per la sua devozione a Manfredi subire grandi traversie. L’imperatore Corrado venuto nel Regno nel giugno del 1252 prese ad avversare fieramente Manfredi, geloso della grande popolarità che questi aveva acquistato. Gli tolse i feudi donati a lui dal padre e cominciò a perseguitare i più devoti amici. Ordinò che Galvano e Federico Lancia e Bonifacio d’Anglano zio del principe uscissero dal Reame con tutti i loro congiunti (2). Essi si rifugiarono a Costantinopoli, presso Costanza d’Altavilla sorella di Manfredi, la quale aveva sposato l’imperatore greco: ma furono espulsi anche di là per volontà di Corrado, e non potendo tornare nel regno che alla morte di esso avvenuta a Lavello nel maggio del 1254 (3) in cui furono reintegrati nei loro beni. La potenza dei Lancia rifiorì un’altra volta avendo Manfredi tenuto novellamente il regno in nome di suo nipote Corradino che era in tenera età. In questo tempo Manfredi venuto in dissenso con papa Innocenzo, specialmente percè dagli uomini del principe era stato ucciso un barone devoto al papa, inviò ad esso, allora infermo a Teano, come suoi ambasciatori il conte Galvano Lancia e Riccardo Filangieri. Essi gli chiesero di ammettere il principe, con assicurarne la persona, a scusarsi con lui, ma il papa non volle fare alcuna promessa. Galvano Lancia ecc.. e fra questi la scomunica anche a Galvano Lancia (1). VII. Le ire del pontefice contro Manfredi erano vivamente attizzate dai fuoriusciti napoletani, tra i quali Ruggiero Sanseverino che, comunque giovanissimo ancora, per le sue doti e per la nobile famiglia da cui veniva era considerato come loro capo. Contro gli svevi lo spingevano il desiderio di recuperare gli antichi beni degli avi e l’amaro ricordo della truce strage dei suoi, dalla quale si era meravigliosamente salvato. Qundo Manfredi precedentemente, nell’anno 1253, si era presentato al papa Innocenzo per sottometterglisi, il pontefice aveva notato che Ruggiero Sanseverino e gli altri fuoriusciti del Regno allorchè incontravano Manfredi non si levavano il cappello (2). Al nuovo pontefice  Alessandro IV si presentarono nel 1255 Ruggiero Sanseverino con suo zio Guaimario, Pandolfo di Fasanella ed altri a nome di tutti i fuoriusciti napoletani per invocarne l’aiuto al ritorno del Regno. Ruggiero ebbe parte importante negli avvenimenti dell’epoca spronando continuamente il papa Alessandro ed id il successore di lui, Clemente IV, fino all’impresa di Carlo I d’Angiò nell’anno 1265. VIII. Allorchè Carlo I, coronoto re di Roma nel 6 gennaio del seguente anno, volse le sue armi contro Manfredi, questi aveva posto a custodia del fiume Garigliano per impedirne il passo, in due punti diversi, Giordano Lancia ed il Conte di Caserta suo cognato. E’ noto che costui per errore, o per tradimento contro Manfredi, ecc….si venne a fiera battaglia, nella quale ebbero gran parte il conte Galvano Lancia, che comandava 1200 cavalli, ed il conte Giordano che ne aveva mille. Nelle schiere di re Carlo combatterono Ruggiero Sanseverino e Pandolfo di Fasanella. Ecc…Il Conte Giordano e suo fratello Bartolomeo furono chiusi nel Castello di Luco (2) e dipoi mandati in un carcere ove il primo di essi miseramente morì (3) mentre è ignota la fine dell’altro. Anche i fratelli Galvano e Federico Lancia vennero fatti prigionieri, ma a preghiera di Bartolomeo Pignatelli arcivescovo di Cosenza, fu loro restituita la libertà. Recatisi a Roma, ebbero liete accoglienze dal senatore Enrico Castiglia; di che si dolse il papa Clemente in una lettera del 16 novembre 1267 (1). Andarono poi in Germania a sollecitare il giovane Corradino a venire in Italia e a riacquistare il regno. I fratelli Lancia seguirono Corradino di Svevia quando questi, incitato dalle vive premure dei fuoriusciti napoletani e dalla parte ghibellina, con forte esercito ed accompagnato da gran numero di baroni, venne in Italia nell’inverno del 1267. All’annunzio della sua venuta, molte città della Puglia e della Basilicata insorsero innalzando l’acquila Sveva. A reprimere la rivolta il re Carlo, inviò Ruggiero Sanseverino come suo capitano generale movendo quindi contro gli Svevi (1). Nello scontro dei due eserciti, avvenuto nel 24 agosto 1268 presso Tagliacozzo, Galvano Lancia, che aveva il comando di una terza parte delle forze fece grandi pruove di valore al pari degli altri capi: però le schiere di Corradino furono vinte. L’infelice principe riuscì a fugire insieme con il fido Galvano, con un figlio di lui a nome Galeotto e con il duca d’Austria. Indossati abiti da villici cercarono di avviarsi verso il mare, con la speranza di imbarcarsi. Giunti al castello di Astura, ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca’: Giannone, lib. 18, pag. 581.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Parte 2°, discorso 3°, pag. 261.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca pub. da Gius. Del Re’, p. 117.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell'”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, pag. 131, Giannone, vol. 3°, pag. 361 e 366; ‘Arch. St.. nap., vol. 17, pag. 269.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il Summonte, vol. 2°, pag. 365, riferisce ciò dal Villani.”. Il Mazziotti (…), a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Del Giudice, ‘La famiglia di re Manfredi’, pag. 216.”. Il Mazziotti (…), a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, citato dal Giannone, vol. 4°, Lib. 19 pag. 39.”. Il Mazziotti (…), a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 51; Summonte, vol. 4°, pag. 26.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Giudice, ‘Cod. dipl., vol. 2°, parte 1°, pag. 198, pubblica una lettera di Carlo I d’Angiò del 12 settembre 1268 che annunzia l’arresto di essi.”.

Nel settembre 1266, Corradino di Svevia a Tortorella e poi sconfitto da Carlo I d’Angiò a Tagliacozzo

La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riportata da alcuni studiosi secondo cui all’epoca della discesa di Corradino di Svevia le galee di Federico Lancia e di Riccardo Filangieri si portarono nel Golfo di Policastro. Di Federico Lancia, ne ha parlato Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, a proposito di una lettera del 1279 di Carlo I d’Angiò che citava la terribile sua repressione dei ribelli di Tortorella che avevano patteggiato con Corradino di Svevia, figlio dell’imperatore Corrado IV.  In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 (7). Ebner, in proposito alla citata lettera, postillava nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: “Diversamente interessante una lettera di re Carlo I al giustiziere di Principato di Terra Beneventana del 1279 (7) che ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia. Come è noto, chiamato da costoro dopo la morte di re Manfredi (1266), nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, il quale fu accolto trionfalmente a Roma…..Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Ecc…”. Ebner, a p. 676, nella sua nota (7), postillava che il documento è “(7) Reg. 33, f. 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Leggendo i Registri della Cancelleria Angioina pubblicati da Riccardo Filangieri ed in questo caso ricostruiti da Jole Mazzoleni (…), a pp. 141-142 del vol. XX, pubblicati dall’Accademia Pontaniana, a p. 142, la Mazzoleni nella sua nota postillava che il documento era tratto da Minieri-Riccio (…), ‘il Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò etc..’ a p. 7 (trascrizione parziale) ecc…Rileggendo il Minieri Riccio (…), edizione di Firenze del 1875, a p. 7 per l’anno 1279, il Minieri-Riccio (…), in proposito scriveva che: “Aprile 4 – Torre di S. Erasmo presso Capua – Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e Terra Beneventana che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino, ed allo approssimarsi che fecero al littorale di Policastro le galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri si portarono tutti ad incontrarli col vessillo imperiale (4) e quindi ricevutili come capitani li condussero nella detta terra di Tortorella affidando nelle loro mani l’amministrazione e il governo di tutto; ed alla venuta di Corradino fecero solenni e pubbliche feste.”. Minieri-Riccio (…), a p….., nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cum vexillo ad Aquilam”. Sempre il Minieri Riccio, a p…., nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. Ang. 1278. B. n. 30, fol. n. 75 t.” e nella nota (3) postillava che: “(3) Ivi fol. 94, il 1°”. Sebbene dell’interessante episodio di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, l’Ebner scrivesse: “Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo”, effettivamente l’episodio non viene registrato negli ‘Annali’ dei diversi studiosi dell’epoca ma bisognerà continuare ad indagare l’interessante notizia.

Nel 1266, la battaglia di Benevento e la morte di Manfredi

La decisiva battaglia di Benevento, avvenne il 26 febbraio 1266; le milizie siciliane e saracene insieme alle tedesche difesero strenuamente il loro re, mentre quelle italiane abbandonarono Manfredi, che morì combattendo con disperato valore. Riconosciutone il corpo, fu seppellito sul campo di battaglia sotto un mucchio di pietre da parte degli stessi cavalieri francesi, che ne vollero così onorare il valore. Successivamente, i popoli oppressi dal dominio angioino, scriveva Saba Malaspina. Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati’, pubblicato nel 2001, a p. 46-47, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, così liquidava la storia delle nstre terre: “Il papa Clemente IV di origine francese, offrì a Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, il Regno di Sicilia (che comprendeva anche il Cilento e quindi Morigerati): alla Chiesa veniva garantita l’abolizione delle leggi melfitane e il distacco definitivo dell’Italia meridionale dal trono imperiale. La storia delle nostre terre si confonde con quella più in generale dell’Italia guelfa e ghibellina. Con Carlo d’Angiò riprende vigore la parte guelfa, ovunque, e a Benevento Manfredi viene sconfitto e ucciso, quei baroni che già con Federico II erano stati estromessi dalla politica, con il francese furono reintegrati nei feudi tolti loro dall’Imperatore.”Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…”. La Pollastri (…), suggerisce pure di vedere S. Pollastri, ‘La noblesse napolitaine sous la dynastie angevine: l’aristocratie des comtes (1265-1435)’, tesi di dottorato Parigi, X- ecc….Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello.

Nel 1266, Tommaso II Sanseverino nel Cilento

Dalla Treccani on-line leggiamo che Tommaso II Sanseverino, dopo la morte dell’imperatore (avvenuta nel dicembre dello stesso anno), quando fu certo della stabilità dei rapporti tra Papato e Impero, tornò in patria, riuscendo a riottenere, per intercessione del pontefice, i feudi aviti; ma, dopo l’incoronazione di Manfredi a Palermo, divenne il punto di riferimento della nobiltà a lui ostile. Unitosi a Carlo I d’Angiò, partecipò in qualità di capitano pontificio alla battaglia di Benevento del 26 febbraio 1266, terminata con la morte di Manfredi. Tornato definitivamente nel Regno, poté rientrare in possesso dei feudi del Cilento, di San Severino e di Marsico, ai quali Carlo I, per il valore mostrato da Sanseverino in battaglia, aggiunse anche i castelli di Atena Lucana, Sala Consilina e Teggiano. Dopo la vittoria su Manfredi, l’angioino si ritrovò ad affrontare un esponente della spodestata famiglia sveva, Corradino, intenzionato a invadere il Regno per riconquistare la corona siciliana. Tra il 1267 e il 1268, dunque, il conte di Marsico fu a capo delle truppe angioine in Puglia, per contrastare l’avanzata nemica. Debellato anche questo pericolo, il sovrano ricompensò Sanseverino con il vicariato di Roma (dal 1272 al 1273), occupato in precedenza da Bertrando del Balzo. In questi anni, ebbe inoltre la custodia dei figli di Ruggero dell’Aquila, erede del conte di Fondi. Negli anni successivi, Sanseverino si impegnò attivamente nella politica mediterranea e ‘crociata’ degli Angioini. Grazie alla morte del despota dell’Epiro e ad alcune alleanze matrimoniali, Carlo I riuscì infatti a farsi proclamare re d’Albania (1272), affrontando peraltro non pochi ostacoli politici. Fu nell’ambito di questa nuova conquista che Ruggero, nel 1276, condusse una spedizione a Valona, per trasportare al di là dell’Adriatico rinforzi e vettovaglie. L’anno successivo, invece, ebbe dal re, intenzionato a conquistare il Regno di Gerusalemme, il comando della flotta assemblata per l’occasione. Salpato da Brindisi, Sanseverino approdò ad Acri nel mese di settembre, cogliendo di sorpresa il governatore Baliano, che si rifugiò in una fortezza e permise al conte di occupare i punti strategici della città. Privo del sostegno degli ordini militari presenti nel Regno, il governatore fu costretto alla resa: Sanseverino, appoggiato dai templari, non incontrò difficoltà a conquistare il castello e a innalzarvi la bandiera angioina. Divenne dunque vicario del Regno di Gerusalemme e giurò fedeltà a Carlo I, ricevendo l’omaggio dei nobili e cavalieri del luogo. Nel 1278, il sovrano gli inviò le vettovaglie necessarie al fabbisogno dei sudditi in Terrasanta, nonché contingenti di supporto, mentre il figlio Tommaso cercava di fargli pervenire cavalli, muli e scudieri. Con quella stessa spedizione giunsero ad Acri Margherita, cugina di Carlo I, diretta in Siria, Niccolò II di Saint-Omer, amico del re, accompagnato dalla moglie Maria e dalla cognata Lucia, diretti in Armenia per conto del sovrano. Per tal ragione, l’angioino ordinò a Sanseverino di trattare gli ospiti con i dovuti onori, pur se le navi non salparono prima dell’11 aprile dello stesso anno. Inoltre, l’imbarcazione che trasportava i beni inviati da Tommaso Sanseverino al padre giunse ad Acri con netto ritardo. Dopo quattro anni di soggiorno in Terrasanta, Sanseverino rientrò in patria (1282), a causa del pericolo aragonese incombente e, successivamente, dello scoppio dei Vespri siciliani. Inizialmente fu giustiziere di Terra di Lavoro e Molise (per un anno); nel maggio del 1284, in qualità di capitano di Salerno, ebbe la responsabilità della difesa della città dagli attacchi dei ribelli, mentre suo figlio Tommaso proteggeva la costa fino a Policastro. In seguito, ottenne l’ufficio di generale di guerra per i giustizierati di Valle del Crati, Terra Giordana, Basilicata e Principato, controllando in tal modo buona parte del litorale regnicolo. Il 5 ottobre 1285, ebbe inoltre l’ordine di esigere le imposte in favore dell’esercito che avrebbe dovuto combattere contro i ribelli siciliani. Questo fedelissimo esponente della nobiltà filoangioina morì nello stesso anno a Marsico e fu sepolto in una cappella adiacente alla cattedrale della città. Devotissimo al monastero di Montevergine, oltre ad aver assegnato un ex voto per la remissione dei peccati (1270), espresse nel suo testamento il desiderio di donare 12 once più 3 once annuali ai confratelli dell’illustre cenobio. Alla sua morte, il titolo comitale passò alla moglie Teodora e al figlio Tommaso II, che, come il padre, godé dei favori della dinastia francese.

Nel 1266, Carlo I d’Angiò restituì le baronie e feudi avocati da Federico II

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 116, in proposito scriveva che: “3. La gloriosa morte di re Manfredi a Benevento (26 febbraio 1266), nel segnare la fine della monarchia nazionale e giuridica fondata da Federico II e l’inizio dell’Italia guelfa, consentì il ritorno nel regno dei baroni esuli, ai quali il nuovo re, Carlo d’Angiò, restituì cia via i beni confiscati loro da Federico II. Già con il suo riordinamento feudale, l’imperatore aveva frazionata l’antica baronia di Novi elevando a feudi autonomi i suffeudi di Magliano e di Cuccaro. L’avocazione alla Corona ne segnò addirittura la dissoluzione, aggravatasi in età angioina con l’aggregazione di terre economicamente non interdipendenti anche se politicamente integrabili. Unioni comunque redditizie per la Corona, che continuò a vendere terre e casali per centinaia e centinaia di carlini. Le restituzioni e le nuove concessioni risultano documentate nei preziosi ‘Registri Angioini’. Così, è notizia che re Carlo, oltre a ridare a Ruggero Sanseverino la baronia di Rocca, che dopo la permuta con la contea di Marsico (34) l’imperatore aveva concessa al conte Giovan Paolo di Roma e poi a Guido di Pozzuoli, restituì a Pandolfo la baronia di Fasanella che re Manfredi aveva diviso tra i fratelli Prinzivalle e Guido di Potenza. Ecc….Infatti, negli stessi Registri Angioini, e propriamente nell’atto di costituzione del Principato di Salerno, si legge che Carlo d’Angiò nel donare quest’ultimo, insieme alla contea ecc…., oltre Monteforte e Magliano (Francesco di Monteforte), Camerota e Molpa (Egidio di Blemur), Novi (Riccardo di Marzano) e Castelnuovo (Guido di Alemagna)(38).”.

I GIFFONE DI AJETA E TORTORA IN EPOCA ANGIOINA

Nel 1267, RINALDO CIFONE, figlio di Gilberto Cifone e padre di Paliana di Castrocucco, feudatario di Tortora e Ajeta ai tempi di Manfredi e Corradino dovette cedere il feudo a Riccardo di Lauria (quello d’epoca Angioina)

Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg. parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nei documenti feudali infatti risulta che……Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era RINALDO, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496). Nel 1276 il paese contava una popolazione di soli 538 abitanti ed era tassato di 10 once, 22 tarì, 16 grani. Nel 1326 Tortora pagava la decima al clero di Aieta, con tutto che aveva un clero proprio con quattro chiese: Il Purgatorio, S. Sofia, S. Vito e S. Sebastiano.”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Chi fosse questo Rinaldo Cifone, figlio di Gilberto Cifone che “però perdette il feudo poco tempo dopo.” ? Questo “Rinaldo Cifone” era il padre di Paliana di Castrocucco che aveva sposato Riccardo di Lauria in epoca Sveva. Forse, dopo il 1267 egli perse il feudo a causa della venuta della casa Angioina. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Infatti, Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei Luoghi della Calabria – vol. I, da A-B”, a p. 21, alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E’, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò nella famiglia Lauria.”. Dunque, il Valente scriveva che da Gilberto de Giffone, il feudo di Ajeta passoò da una sua erede alla famiglia Lauria. Si tratta di Paliana di Castrocucco che sposò Riccardo di Lauria. Paliana di Castrocucco fu “l’erede” di cui parlava il Valente. Infatti, il feudo di Ajeta che in età Normanna apparteneva a Gilberto de Giffone passò poi in seguito al figlio Rinaldo de Giffone che a sua volta lo dovette cedere in dote alla figlia Paliana di Castrocucco. Come vedremo in seguito questa “Paliana o Palliana di Castrocucco” che, aveva sposato il Riccardo di Lauria (quello d’epoca Angioina e fratello di Ruggero di Lauria) era figlia di RINALDO DE GIFFONE. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora” su Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137). Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480”. La Lamboglia, nella sua nota si riferiva ai Registri della Cancelleria Angioina che saranno pubblicati dal Filangieri. Dunque, questo feudatario “RINALDO GIFFONE” era il padre dell’altra Paliana di Castrocucco che si sposerà con il Riccardo di Lauria d’epoca Angioina e fratello del grande ammiraglio Ruggero di Lauria. Riguardo i possedimenti che si portarono ai Loria e che erano amministrati dai Giffone, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25,riferendosi però all’altro Riccardo di Lauria, padre dell’altro Riccardo di Lauria e Ruggero di Lauria, ed al primo matrimonio con l’altra Paliana di Castrocucco scrivevano che: Riccardo……Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra..

Nel 1269, dopo la morte di Corradino di Svevia re Carlo I d’Angiò

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riportata da alcuni studiosi secondo cui all’epoca della discesa di Corradino di Svevia le galee di Federico Lancia e di Riccardo Filangieri si portarono nel Golfo di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, parlando di Tortorella, citava una notizia su Corradino di Svevia nelle nostre terre a proposito di una lettera del 1279 di Carlo I d’Angiò che citava la terribile sua repressione dei ribelli di Tortorella che avevano patteggiato con Corradino di Svevia, figlio dell’imperatore Corrado IV.  In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. La notizia citata dall’Ebner (…), era tratta da una lettera del 1279 di re Carlo I d’Angiò che citava l’episodio in cui Corradino di Svevia, prima di perdere la battaglia di Tagliacozzo e prima della sua cattura e uccisione avvenuta a Napoli ad opera dello stesso Carlo I d’Angiò. La notizia si riferisce ad eventi accaduti prima della battaglia di Tagliacozzo. La battaglia di Tagliacozzo fu una battaglia combattuta nei piani Palentini il 23 agosto 1268 tra i ghibellini sostenitori di Corradino di Svevia e le truppe angioine di Carlo I d’Angiò, di parte guelfa. Dunque la notizia tratta dalla lettera di re Carlo I d’Angiò, riguarda eventi accaduti o nello stesso anno della battaglia (a. 1268) o l’anno precedente (a. 1267). Credo si tratti di un evento antecedente al 23 agosto 1268. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 ed in proposito alla citata lettera, scriveva che: “Diversamente interessante una lettera di re Carlo I al giustiziere di Principato di Terra Beneventana del 1279 (7) che ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia. Come è noto, chiamato da costoro dopo la morte di re Manfredi (1266), nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, il quale fu accolto trionfalmente a Roma…..Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offizza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Ecc…”. Ebner, a p. 676, nella sua nota (7), postillava che il documento è “(7) Reg. 33, f. 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Leggendo i Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Jole Mazzoleni (….) e  pubblicati da Riccardo Filangieri (…), vol. XX, a pp. 141-142. Riccardo Filangieri (…), a p. 142, la Mazzoleni (…) postillava che il documento era tratto da Minieri-Riccio (…), ‘il Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò etc..’ a p. 7 (trascrizione parziale) ecc….

Registri angioini, Filangieri, vol. XX, p. 141, n. 324

La Mazzoleni, a p. 142, postillava che il documento angioino oltre che dal Minieri-Riccio era stato tratto anche da: “Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”. Leggendo i Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri e  pubblicati da Jole Mazzoleni (…), vol. XX, a pp. 141-142, pubblicati dall’Accademia Pontaniana (…), a p. 141, al n. 324, del Registro n…….., la Mazzoleni postillava che il documento era tratto da: “Fonti: Minieri-Riccio, il Regno etc., p. 7 (trascrizione parz.) id.; Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”. Il Minieri-Riccio (…) si riferiva al testo edito nel 1900 di Pietro Braida,  La responsabilità di Clemente IV. e di Carlo 1. d’Anjou nella morte di Corradino di Svevia / Pietro Brayda. Rileggendo il Minieri Riccio (…), edizione di Firenze del 1875, a p. 7 per l’anno 1279, in proposito scriveva che: “Che dopo la sconfitta di Corradino egli ordinò a Ruggiero di Sanseverino Conte dè Marsi di tosto farli arrestare, ma essi si salvarono con la fuga. Di che egli dolente fece diroccare le loro case e svellere le loro vigne, e quei suoli e gli altri loro beni li diede in amministrazione prima ad un certo Alduino e poi a Giovanni Gallina, i quali essendosene impadroniti, esso re Carlo ordina rivendicarli (5).”. Il Minieri-Riccio, a p….., nella sua nota (5) postillava che: (5) Reg. Ang. 1278-1279, H n. 33, fol. 93.”. Minieri-Riccio (…), a p….., nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cum vexillo ad Aquilam”. Sempre il Minieri Riccio, a p…., nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. Ang. 1278. B. n. 30, fol. n. 75 t.” e nella nota (3) postillava che: “(3) Ivi fol. 94, il 1°”. Sebbene dell’interessante episodio di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, l’Ebner scrivesse: “Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo, effettivamente l’episodio non viene registrato negli ‘Annali’ dei diversi studiosi dell’epoca ma bisognerà continuare ad indagare l’interessante notizia. Dunque, l’Ebner (…), il Minieri-Riccio (…) e la Mazzoleni, ci ricordano che i ‘proditores’ (ribelli) puniti e segnalati da Carlo I d’Angiò in quanto partigiani di Corradino di Svevia furono i militi: Roberto de Bertanoni, Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Offizza della Terra di Tortorella. Questi militi, secondo Carlo I d’Angiò andarono sulla costa di Policastro per incontrare con il vessillo reale di Corradino le galee di Federico Lancia e Riccardo Filangieri. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Infatti, Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: Dopo la sconfitta di Corradino, re Carlo ordinò a Ruggiero Sanseverino, conte di Marsico, di fare arrestare i traditori di Tortorella, i quali si erano già messi in salvo con la fuga. Carlo I d’Angiò, ordinò di distruggere le loro case, svellere le loro vigne, distruggere i raccolti e dare i loro beni in amministrazione, prima ad un certo Arduino, e poi a Giovanni Gallina, i quali se ne erano già impadroniti. Il Re pertanto ordinò al giustiziere di estromettere costoro prendendo in consegna tali beni.”. Angelo Bozza (…), nel vol. I, a p. 368, per l’anno 1268 (dopo la morte di Corradino di Svevia) in proposito scriveva che: “Carlo I. premia i suoi Baroni, e fra gli altri, investe Guglielmo Visconte milanese del contado di Conza, e fra gli altri investe Simone di Monforte di quello della Padula, Guglielmo Galardo di Molpa e Camerota, Ruggiero da Sanseverino di quelli di Sanseverino e di Marsico.”. Riguardo i militi segnalati e puniti da Carlo I d’Angiò in quanto partigiani di Corradino di Svevia: Roberto de Bertanoni, Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Offizia della Terra di Tortorella. Questi militi, secondo Carlo I d’Angiò andarono sulla costa di Policastro per incontrare con il vessillo reale di Corradino le galee di Federico Lancia. Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, in proposito scriveva che: “Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8).”. L’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 163 leggiamo altro mentre a p. 153 si trova segnato il documento n. 312 segnalato da Ebner (…). Nel documento n. 312, del Registro XXXVII, a p. 153, leggiamo che: “312. – (Margarite Guarne vidue qd. Matthei de Padula concedit an. provisionem unc XX super bonis Iohannis de Procida proditoris, in excambium castrum Sanse, Turturelle e Casalisnovi, que tenebat pro dotario). (Reg. 1272,  XV ind., f.  LXXXVIII, t) e, poi postilla: “Fonti:  De Lellis, l.c., n. 646.”

Carlo I d’Angiò dopo la morte di Corradino

Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Da altri registri notizie di un ribelle locale (13), ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (13) postillava che:  ” (13) Anni 1269-1272. Reg. 6, ff 151-154 = vol. VII, p. 260.”. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. VII, della ricostruzione dei registri angioini, registro n. “AD ADDITIONES REG. XIV”, a p. 260, nel documento n. 1 dove è citato un ribelle locale, un certo “Nicolam de Camerota. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Da altri registri notizie ….e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14),…..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (14) postillava che:  “(14) Reg. 10, f 41 = vol. VII, p. 15, n. 89.”. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. VII, della ricostruzione dei registri angioini, registro n. XXIV, a p. 15, al n. 29 (non 89), è scritto: “29. – Mag. Tancredus de Messana et Guillelmus de Savarisius creantur Iudices Camerote) (Reg. 10, f. 4. t.).”. La Mazzoleni postillava che: “Fonti: Chiarito, l.c., Sicola, l.c.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’ all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Da altri registri notizie….nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (15) postillava che:  “(15) Camerota pro focul. XXXVII, unc. XIX, tar. VII et mentium: vol. VIII, p. 239. Cfr. ad Agropoli.”.

Il regno Angioino e la prima Guerra del Vespro nel Golfo di Policastro

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(Fig….) Busto di Carlo I d’Angiò, della statua marmorea posta sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli

Alla dominazione Normanna fece seguito la dominazione Sveva e poi subentrarono gli Angioini di Carlo I d’Angiò che sconfisse Manfredi a Benevento nell’anno 1270. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Carlo I d’Angiò (Parigi, 21 marzo 1226 – Foggia, 7 gennaio 1285), figlio del re di Francia, Luigi VIII il Leone e di Bianca di Castiglia, fu re di Sicilia dal 1266 fino alla sua cacciata dall’isola nel 1282 in seguito ai Vespri Siciliani. Continuò a regnare sui territori peninsulari del Regno, con capitale Napoli, con il titolo di re di Napoli, fino alla sua morte, avvenuta nel 1285. Soprattutto dopo la sua cacciata dalla Sicilia, Carlo I d’Angiò, che regnava sul Regno di Napoli, con capitale Napoli, dovette affrontare le continue scorribande Aragonesi.  Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo (1254 – Napoli, 5 maggio 1309), figlio di Carlo I d’Angiò, prima re di Sicilia poi di Napoli, e di Beatrice di Provenza, ultimogenita del conte di Provenza, Raimondo Berengario IV, e di Beatrice di Savoia, fu re di Napoli dal 1285 alla morte, avvenuta nel 1309. Oltre ad essere sovrano del Regno di Napoli, Carlo II fu principe di Salerno dal 1266, poi conte d’Angiò e del Maine, conte di Provenza, principe di Taranto, re d’Albania, principe d’Acaia e re titolare di Gerusalemme. Carlo Martello d’Angiò (Napoli, 8 settembre 1271 – Napoli, 12 agosto 1295) era il figlio primogenito di Carlo II d’Angiò. Fu Principe di Salerno dal 1289 e Re titolare d’Ungheria dal 1290 fino alla sua morte. Papa Clemente, intanto offriva l’investitura del regno a Carlo I d’Angiò il quale, una volta in possesso della Corona, con l’appoggio dei Guelfi sconfiggeva Manfredi a Benevento. Era l’anno 1266. Carlo passava quindi a punire coloro che avevano patteggiato per gli Svevi. Il Regno di Napoli, come Stato sovrano, vide una grande fioritura intellettuale, economica e civile sia sotto le varie dinastie angioine (1282-1442), sia con la riconquista aragonese di Alfonso I d’Aragona (1442-1458). Sul finire del XIII secolo, vi fu un arresto dello sviluppo di tutto il ‘Cilento‘ ed anzi il ritorno a condizioni di vita difficili a causa della ‘Guerra del Vespro’, la guerra tra gli Angioini (francesi) e gli Aragona (Spagnoli in Sicilia) che volevano impossessarsi del Regno di Napoli. Le Guerre del Vespro furono una serie di guerre che ebbero inizio dopo la rivolta dei Vespri siciliani avvenuta a Palermo nel 1282 e che portò alla cacciata degli Angioini dalla Sicilia. Le “guerre del Vespro” furono una serie di guerre che ebbero inizio dopo la rivolta dei Vespri Siciliani avvenuta a Palermo nel 1282 e che portò alla cacciata degli angioini dalla Sicilia. La prima fase del conflitto ebbe termine nel 1302 con la pace di Caltabellotta e la divisione del regno di Sicilia tra il regno di Trinacria (agli aragonesi) e il regno di Napoli (agli angioini) divisione che perdurò fino al 1816 con la nascita del regno delle Due Sicilie. La prima fase del conflitto ebbe termine nel 1301 con la pace di Caltabellotta e la divisione del regno di Sicilia tra il regno di Trinacria (agli aragonesi) e il regno di Napoli (agli angioini) fino alla riunificazione del Regno di Sicilia, sotto gli angioini alla morte di Federico III d’Aragona. Alla stipula della Pace di Caltabellotta (1302) seguì la formale divisione del regno in due: Regnum Siciliae citra Pharum (noto nella storiografia moderna come Regno di Napoli) e Regnum Siciliae ultra Pharum (anche noto per un breve periodo come Regno di Trinacria e noto nella storiografia moderna come Regno di Sicilia). Pertanto questo trattato può essere considerato l’atto di fondazione convenzionale dell’entità politica oggi nota come Regno di Napoli. Con la morte di Corradino, per mano degli Angioini, i diritti svevi sul trono di Sicilia passarono ad una delle figlie di Manfredi: Costanza di Hohenstaufen, che il 15 luglio 1262 aveva sposato il re d’Aragona Pietro III. Il partito ghibellino di Sicilia che precedentemente si era organizzato attorno agli svevi Hohenstaufen, fortemente scontento della sovranità della dinastia angioina sull’isola, cercò il sostegno di Costanza e degli aragonesi per organizzare la rivolta contro il potere costituito. Iniziò così la rivolta del Vespro o i ‘Vespri Siciliani. Questa è stata a lungo considerata l’espressione di una ribellione popolare spontanea contro il peso della fiscalità ed il governo tirannico «della mala Signoria Angioina», come la definì Dante Alighieri; ma questa interpretazione ha lasciato ormai spazio ad una valutazione più attenta. Nel 1287, quando era in corso la guerra del Vespro (1282-1302), gli aragonesi sfondarono la linea difensiva angioina. In questo tremendo conflitto, Policastro ed il porto naturale di Sapri, ebbero un importante ruolo che andrebbe ulteriormente indagato. Nel XIII secolo, alcuni centri del ‘basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi che, dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Nel XVI secolo la ‘Guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra Carlo II d’Angiò contro Pietro d’Aragona ed i saraceni Almugaveri che volevano conquistare il Regno di Napoli, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incidendo sulle condizioni già precarie delle popolazioni. Durante la dominazione Angioina dei francesi di Carlo I d’Angiò (fine secolo XIII), costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi (spagnoli) che, dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino (i francesi d’Angiò). Nel 1287, quando era in corso la guerra del Vespro (1282-1302), gli aragonesi sfondarono la linea difensiva. Sotto i Sanseverino, di nuovo il Cilento ebbe di nuovo una relativa crescita demografica ed economica. Anche Policastro ricevè attenzioni dal nuovo feudatario e dalla corte Angioina e con esso anche il territorio di Sapri, dove era il porto. Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Di Luccia, scriveva che: “Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il secolo XIII e, al tempo degli Angioini, raggiunse un’importanza strategica e castrense notevolissima (Di Luccia, p. 8). Nel 1284, troviamo Policastro custodita dal milite e giudice Taddeo di Firenze, affiancato e coadiuvato da 65 soldati armati.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: In due carte quattrocentesche, dell’epoca della guerra del Vespro, si nota l’impotanza che gli Angioini annettevano a Policastro, il cui castello era stato trasferito dal feudatario alla R. Curia. Nel 1284, la città era custodita dal milite Taddeo di Firenze., al quale furono trasferiti altri 65 servienti armati.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”, ma dell’interessante notizia delle due carte quattrocentesche, non vi è traccia. Sempre i due studiosi riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Nel 1320, a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona Policastro fu ridistrutta, da marinai d’una flotta genovese al comando di Corrado Doria: ‘Terram Policastri expugnavit improbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit’. Quattro anni dopo nel 1324, re Roberto permise ecc…”. Al periodo della lunga guerra del Vespro, che si combattè principalmente sulle nostre coste e che vedeva Policastro e tutti i paesi rivieraschi impegnati in prima fila, ho dedicato ivi un mio saggio. Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Riguardo il Castello della Molpa all’epoca angioina, l’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Indagando ulteriormente sulla notizia dataci dal Campagna (…), secondo cui a Policastro, vi fossero stanziati definitivamente nuclei di Saraceni, in qualità di predoni mercenari, non sono riuscito a scovare l’origine o la fonte bibliografica della sua interessantissima citazione. Il Campagna, citava la notizia dopo aver parlato delle invasioni vandaliche ai tempi della guerra Gota e poi, prosegue con quelle dei Saraceni che subì la vecchia Policastro. Non mi risulta che la stessa, interessantissima notizia sia stata citata nel ‘Chronicon’ manoscritto del Mannelli (…), a cui ho dedicato ivi un mio saggio. Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), su cui bisognerebbe ulteriormente indagare. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della famiglia Grimaldi a Policastro. Matteo Camera (…), nel vol. II, a pp. 309-314. Infatti, Matteo Camera (…), a p. 309, in proposito scriveva che: “Oltre a quanto abbiamo dinanzi accennato intorno la città di Policastro, la quale era stata manomessa dai siciliani, e simultaneamente incendiata d agguagliata al suolo dai genovesi (v. av. pag. 274), dobbiamo aggiungere intorno ad essa talune altre peripezie che gli scrittori contemporanei non seppero nè punto nè poco tramandarci. Questa città pingue ed ubertosa dell’antica Lucania, nobile per la sua origine (2), ed a niuu altra seconda nelle sciagure, era stata sempre mantenuta e conservata nel regio demanio.”. Dunque, il Camera a p. 309, nella sua nota (2) postillava della storia di Policastro e prima quella dell’antica Bussento. Ricordiamo che nella guerra del Vespro, ebbe notevole ruolo un nostro conterraneo, il grande ammiraglio Ruggero di Lauria che combattè per conto della casata Aragonese che voleva conquistare il Regno di Napoli angioino. Sotto i Sanseverino, di nuovo il Cilento ebbe di nuovo una relativa crescita demografica ed economica. Anche Policastro ricevè attenzioni dal nuovo feudatario e dalla corte Angioina e con esso anche il territorio di Sapri, dove era il porto. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: Però, sia per il tumulto dei Vespri, le cui conseguenze, per oltre un ventennio, furono esiziali alle nostre coste, sia per la dissoluzione endemica della corte angioina, e per le guerre che ne dilaniarono i rami di Napoli, di Durazzo e d’Ungheria, la nota famiglia subì fasi alterne nel governo del feudo, anche con soluzione di continuità. All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Luria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi di famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 101, nella sua nota (126) postillava che: “Prima della divisione in ‘Principato Citra’ o ‘Citeriore’ (il Salernitano) e in ‘Principato Ultra’ (l’Avellinese) attuata da Carlo I d’Angiò nel 1284, il Principato tout court comprendeva le aree di ambedue le province. Nel 1299 Carlo II lo Zoppo assegnò al ‘Principato Citra’ circa 142 ‘Terre’, fra cui ‘Rofranum, Alfanum, Sansa, Turturella, Paludum (Padula) Rocca de Gloriosa, S. Joannus ad Pirum, Casella, Mongerànum (Morigerati), Torraca, Policastrum (C. Carucci, Codice Diplomatico etc., op. cit.,  III, pp. 408-411.”. Sempre il Fusco (…), parlando di Caselle in Pittari verso la caduta del Regno Angioino, a p. 51, in proposito scriveva che: “Dopo gli anni difficili della Guerra del Vespro e i devastanti eventi naturali verificatisi intorno alla metà del XIV secolo (la carestia del 1343, la peste  del 1348 con rigurgiti nel 1383, il terremoto del 1349)(140), la ‘Terra di ‘Casella’ aveva conosciuto non solo un incremento demografico ma anche un certo miglioramento economico, che erano poi continuati per buona parte del Quattrocento.”. Il Fusco a p. 103, nella sua nota (140) postillava che: “(140) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 170”. Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati’, pubblicato nel 2001, a p. 46-47, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, così liquidava la storia delle nstre terre: “Il papa Clemente IV di origine francese, offrì a Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, il Regno di Sicilia (che comprendeva anche il Cilento e quindi Morigerati): alla Chiesa veniva garantita l’abolizione delle leggi melfitane e il distacco definitivo dell’Italia meridionale dal trono imperiale. La storia delle nostre terre si confonde con quella più in generale dell’Italia guelfa e ghibellina. Con Carlo d’Angiò riprende vigore la parte guelfa, ovunque, e a Benevento Manfredi viene sconfitto e ucciso, quei baroni che già con Federico II erano stati estromessi dalla politica, con il francese furono reintegrati nei feudi tolti loro dall’Imperatore. I feudatari dovevano, però, risiedere, di fatto, nei loro possedimenti. Il Principato di Salerno fu diviso in Citra e Ultra, riferiti alla Serra di montoro, la Scuola Medica Salernitana fu privata d’alcuni diritti in favore di Napoli, che diventava la città più importante anche a discapito dell’ex capitale, Palermo, ma il 30 marzo 1282 la popolazione siciliana iniziava una rivolta sanguinosa che è passata alla storia coma la Guerra del Vespro e che consegnerà nelle mani degli Aragonesi la Sicilia. Per contrastare i francesi fu chiamato Pietro d’Aragona, marito di Costanza d’Altavilla, figlia di Manfredi. Gli Angioini cercarono di radunare un esercito per opporsi agli spagnoli, ma ad Eboli luogo di raduno dell’esercito francese per contrastare gli Aragonesi si presentarono solo dieci uomini. Ecc…”. Sappiamo che le cose non andarono proprio nel modo descritto dal Gentile che sulla scorta di altri studiosi locali della parte Pestana, tendono a ridurre le notizie storiche a quei luoghi mortificando quelle che invece rappresentano a pieno titolo le nostre terre. 

Le fortificazioni e i castelli nel basso Cilento all’epoca della Guerra del Vespro

Riguardo la Guerra del Vespro, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, a p. 18, in proposito scriveva che: “L’aspetto che più ci interessa del conflitto siciliano è costituito dall’invasione dei Siculo-Aragonesi in Calabria e la resistenza che vi si oppose la casa angioina sulla frontiera del Principato 836). Il massiccio montuoso del Cilento, infatti, costituiva un ostacolo insormontabile e l’esercito  napoletano vi si attestò, avvantaggiandosi delle favorevoli condizioni naturali nonchè della perizia di uno dei suoi comandanti, Tommaso Sanseverino conte di Marsico. Questi potè contrastare l’invasore mercè le valide opere difensive costituite dai preesistenti castelli della zona, che occupavano importanti strategiche dominanti il territorio. La validità del sistema difensivo non cessò neanche quando i Siciliani riuscirono ad occupare le importanti posizioni di Policastro, Castellabate, Castelcivita e Padula, tanto è vero che, malgrado fossero giunti fino a Salerno, non riuscirono mai a sconfiggere l’esercito del Sanseverino, che impedì ogni ulteriore progresso; posizione di rilievo ebbero dunque i castelli cilentani. Nella zona, che all’epoca dei Longobardi era divisa in tre castaldati (37), furono costruite, sin da quel tempo, importantissime opere di fortificazione in luoghi opportuni, quasi sempre in alto sulla cima dei monti o su rupi, opportune allo sbocco di una valle sul mare o nel piano. Si era costituita, nel tempo, una serie organica di fortificazioni, rispondente ad un piano prestabilito e saggiamente attuato in modo da costuire, da questo lato, una valida difesa di tutto il Principato. Nell’attuare la difesa contro gli invasori fu fortificata, per prima, Policastro, a difesa della valle del Bussento e per impedire l’approdo delle navi provenienti dalla Sicilia; furono anche aggiunte altre opere sussidiarie a Capitello e a Santa Marina (sulla destra), oltre quelle di Bosco, ed ai piedi del monte Bulgheria (a sinistra). Alle spalle di questa prima linea difensiva ne fu apprestata un’altra a Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castel Ruggiero; dato però che questa linea presentava un punto debole nelle valli del Lambro e del Mingardo, venne fortificato l’antico castello di Molpa, che dominava sia il mare che le due valli. Furono anche munite Castelluccio e San Severino, che si avvantaggiarono del terreno scosceso della zona. Sempre sul mare, poi, fu fortificato il Castellammare della Bruca ecc..ecc..”.

Il castello Normanno e poi Angioino di Caselle in Pittari

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Ad ogni modo soltanto con gli Angioini (negli anni 1279-1280 Carlo I tassava tutte le ‘Terre’ del Cilento e del Vallo, fra cui ‘Casolla’, per far fronte al pagamento delle milizie)(116), in particolare negli anni della disastrosa Guerra del Vespro (1282-1302) conbattuta fra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia, ‘Casolla’ dovette costituire uno dei ‘castra’ (fortezze) della seconda linea difensiva interna insieme con Torraca, Tortorella, Rocca Gloriosa e Torre Orsaia (117). Le due Valli del Bussento e del Mingardo, infatti, che in ‘Policastrum’ avevano la loro porta d’ingresso, furono costellate di ‘castra’ per la difesa contro la soldataglia degli Almugàveri assoldata dagli Aragonesi (118). E se alla foce del Bussento il ‘castrum Policastri’ era il più difeso anche con il concorso di quelli meglio attrezzati dell’interno (‘castrum Policastri debet reparari per homines Turturelle….Sanse…Turrace…Rofrani)(119) e dalle sorgenti dei due importanti corsi d’acqua erano attivi quelli di ‘Roffrànum’ (120) e di ‘Sansa’ (121) (che costituivano la terza linea), allora anche il ‘castrum Caselle’ nel medio corso dovette ricoprire qualche importanza e patire le misere condizioni di guerra, tanto da essere esonerato più volte dal pagamento delle imposte: ‘satis est notorium quod ex presentis guerre discrimine pars regni multa dispèndia subiit….dapna pergràvia deploràvit….itaque statuimus terras et loca ipsa eximendas a solutione presentis collecte…Nomina terràrum et locòrum sunt hec: Padula, Sansa, Rufranum, Caselle, Policastrum (122). L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123). In quanto fortezza (‘castrum’), l’abitato doveva contare su d’una solida cinta muraria e su d’un castello turrito che si elevava sulla sommità del poggio (124). Delle mura, innalzate sulla nuda roccia e interrotte soltanto dalle porte d’accesso al ‘castrum’, non v’è traccia; del castello invece ancora sfida il tempo e le intemperie una torre cilindrica (125) in parte diruta, forse l’antico ‘maschio’ della fabbrica difensiva. Elevato probabilmente in epoca normanna e ampliato in quella sveva, soltanto con gli Angioini il castello dovette assumere l’aspetto di vera e propria fortificazione in concomitanza con la funesta guerra del Vespro. In via Indipendenza, nella parte orientale dell’abitato, si aprono nella muraglia ampie cavità denominate ‘u Carcere’, probabilmente gli antichi punti delle prigioni del castello. Alla fine del XIII secolo Caselle entrò a far parte ufficialmente del ‘Principato Citra’ con le assegnazioni di Carlo II lo Zoppo (126)”.

Caselle torre medievale

(Fig…) Caselle in Pittari – torre medievale

Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (117) postillava che: “(117) F. Fusco, Quando la storia etc., p. 206.”. Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (118) postillava che: “(118) Nel 1284 Carlo I d’Angiò nominò Ruggiero II Sanseverino (figlio di Tommaso), conte di Marsico e barone di Cilento, comandante generale dell operazioni belliche nel ‘Principato’. Insieme col figlio Tommaso II provvide alla costituzione dei ‘castra’ ed alla richiesta al re di esonero dalle tasse per le martoriate popolazioni delle due Valli.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (119) postillava che: “(119)C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII, Subiaco, Tipografia dei Monasteri, 1931-1946, I, p. 57. (Il Castello di Policastro deve essere riparato dagli abitanti di Tortorella, Sanza, di Torraca, di Rofrano).”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (120) postillava che: “(120) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc, cit. , p. 169 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (121) postillava che: “(121) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 206 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (122) postillava che: “(122) ASN, Reg. Ang., n. 58, fol. 198. (E’ del tutto noto il fatto che per i guasti della presente guerra parte del Regno ha subito molte perdite, ha patito danni grafissimi….per questo abbiamo deciso che le terre e il luoghi coinvolti siano esentati dal pagamento della tassa attuale…Le terre e i luoghi sono i seguenti: Padula, Sanza, Rofrano, Caselle, Policastro).”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) AA.VV., Storia delle Terre, cit., I, p. 215.”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (124) postillava che: “(124) Ancora oggi la parte più elevata dell’abitato è detta ‘o Castiedo (il Castello). Il Castello raffigurato sullo stemma comunale è quello marchionale (non l’antico) turrito e merlato alla guelfa (su antiche carte dell’Archivio Diocesano di Policastro è riprodotto anche un altro stemma, ma più antico, costituito da una plama e dall’effige di San Michele.”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (125) postillava che: “(125) Alta 13 m., è l’unico indizio che farebbe pensare ad una fabbrica angioina: “Le torri cilindriche sono una caratteristica ed una costante negli interventi architettonici angioini” (A. La Greca, I beni culturali etc., p. 43). Torri cilindriche “angioine” sopravvivono ancora a Padula (torri di casa Tepedino, in via Nicotera, e di casa Marsicovetere in Piazza Trieste e Trento: cfr. AA.VV., Padula – Prima e durante la Certosa – I luoghi, i monumenti e le vicende della sua storia, a cura dell’Associazione Amici del Càssaro, Lagonegro, Grafiche Zaccara, 1995, p. 38 e 120), a Castelcivita, a Capaccio Vecchia, a Velia (cfr. A. D’Angelo, Velia e il Cilento – il Cilento sulle orme degli Eleati percorrendo gli scavi di Velia, Ascea, Marina, Paolino Editore, 1991, p. 109): sono costruzioni possenti, altre, con scarpinata di sostegno alla base, coronate di beccatelli. Cfr. P. Peduto, Archeologia medievale in Campania, in AA.VV., Cultura materiale, arte e territorio in Campania, a cura della ‘Voce della Campania’, Napoli, 1978 – 9, pp. 247-262.”.

L’INDAGINE GEO-STORICA ATTRAVERSO LO STUDIO CARTOGRAFICO

Le strade all’epoca Sveva

Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla).

Per la ricostruzione storica delle nostre terre e dei nostri luoghi nel periodo medievale, dai primordi fino al XVI secolo in poi, la documentazione sulle fonti storiche sono molto scarse. Delle poche fonti e documentazione a noi pervenutaci, la cartografia medievale, e con essa le carte nautiche e portolani antichi, rappresentano delle valide testimonianze per la toponomastica dell’epoca. Attraverso la toponomastica medievale, che figura sulle carte antiche, possiamo suffragare alcune ipotesi sull’esistenza o meno di alcuni centri antichi. Come è noto, la cartografia (le carte geografiche), manoscritte dell’antichità, possono fornire un valido contributo alla storiografia ed alla toponomastica dei luoghi in quanto, attraverso una serie di informazioni in essa contenute si può risalire all’epoca, alle origini di un luogo nell’antichità e quindi alla sua presenza, come ad esempio il toponimo di un luogo nell’antichità o la sua approssimativa ubicazione. L’antica cartografia manoscritta rimane una valida testimonianza del passato dei luoghi e della geografia più in generale. E’ attraverso alcune antiche carte geografiche e/o portolani o carte nautiche medievali, in cui figura l’originanario toponimo di Sapri, che possiamo affermare con sufficiente certezza che questo centro, sia pur scalo marittimo di minore importanza (non figura mai in rosso), sia stato conosciuto nell’antichità. La scoperta del toponimo ‘Sapri’, in alcune carte medievali manoscritte, testimonia e prova l’esistenza documentata di un approdo o un porto conosciuto dal nome di ‘Sapri’ nel XVI sec. Il toponimo di Sapri si ritrova, talvolta modificato in ‘Sapra’ o ‘Safri’ tra i centri costieri annoverati in molte carte nautiche e portolani del XIII e XIV secolo. Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: La cartografia medioevale, e con essa le carte nautiche e portolani antichi, rappresentano delle valide testimonianze per la toponomastica dell’epoca. Attraverso la toponomastica medioevale, che figura sulle carte antiche, possiamo suffragare alcune ipotesi sull’esistenza o meno di alcuni centri antichi. E’ attraverso alcune antiche carte geografiche e portolani medioevali, in cui figura il toponimo di Sapri, che possiamo affermare con sufficiente certezza che questo centro, sia pur scalo marittimo di minore importanza (non figura mai in rosso), sia stato conosciuto nell’antichità. Il toponimo di Sapri si ritrova, talvolta modificato in ‘Sapra’ o ‘Safri’ tra i centri costieri annoverati in molte carte nautiche e portolani del XIII e XIV secolo. L’insigne studioso di toponomastica e cartografia antica Roberto Almagià, nel suo “Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali “(83), faceva notare come il toponimo di Sapri, insieme a Policastro (Panicastro), Palinuro (Palinudo) e Maratea (Maratia), figurano tra le località costiere di alcune carte geografiche e nautiche medioevali. Nell’interessante prospetto (84), leggiamo che Sapri risulta annoverato nella Carta nautica detta ‘ Carta Pisana’ (fig.19 )(85)……E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona  (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: “terram Policastri expugnavit imporbe concremavit  pariter et homines totaliter spoliavit”, e più tardi, nel 1324, lo stesso Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti” viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi “(99). Sapri, figura anche sul “Portolano del Mediterraneo”, di Guglielmo Soleri, del 1385 circa (fig. 26) (100); figura pure sulla carta nautica del cartografo Mecia de Viladestes, del 1413 (fig. 27) (101).”. Alcune di queste carte nautiche in cui figura il porto di Sapri o il piccolo scalo marittimo di Sapri, sono elencate nel prospetto che Roberto Almagià (…), pubblicò nel suo ‘Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali’, capitolo tratto dal suo ‘Monumenta Italia Cartographica’, che pubblicò nel lontano 1929. A p. 68, del testo citato in “Appendice” possiamo leggere:

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(Fig….) Prospetto tratto da Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in ‘Monumenta Italia Cartographica’, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, p. 68.

L’antico porto di “Panecastro” all’epoca Angioina

Nel 6 marzo 1270, Carlo I d’Angiò ordina ai portolanati di Policastro di….

I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. Nel documento angioino del 1271 (…), alcuni centri non vengono citati ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300, la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il Portus saprorum di Policastro (…).Troviamo il portolanato di Policastro, col suo porto da cui forse dipendeva l’ampia baia di Sapri, in documento del 6 marzo 1270 tratto dalla Cancelleria di re Carlo I d’Angiò. Nel vol. III della “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri – 1269-1270”, pubblicato da Riccardo Filangieri (…) e, a cura di Jole Mazzoleni (…), è trascritto un documento del 1270 dove si cita il “de Portulanato Policastro”. Si tratta del vol. III del Filangieri che contiene, in questo caso il Registro XIII, l’unico registro Angioino, arrivato a noi intatto. A p. 106, è pubblicata la trascrizione del documento n° 82:

Filangieri R., op. cit., p. 107, vol. III

Nel documento n. 82 del registro XIII si legge che: “82. Scriptum est eidem (Iustitiario Principatus etc.) ut citet infrascriptos officiales, sub pena L unc. auri, ut XV presentis mensis martii cum omnibus rationibus et toto residuo quod dare teneantur, coram Mag. Rationalibus Magne Curie Regni debeant comaprere. Nomina vero….et officia que gesserunt ecc…Nicolaus Cavasilice, Mattheus de Cioffo, de Portulanatu Policastri; ecc…”. La Mazzoleni, a p. 106, nella sua nota al documento postillava che esso proveniva da: “Fonti: Ruocco, La prov. di Princ. Citra, in ‘Arch. stor. Salern., n. s. II, p. 313 sg. (trascriz.); Ciarito, Repert., cit., f. 264 e t.”. Dunque, la Mazzoleni citava il testo di Ruocco, La provincia di Principato Citra’, che stà in Archivio Storico Salernitano, n. s. II, si veda p. 313. Si tratta del saggio di Giobbe Ruocco, ‘La Provincia di Principato Citra, vista attraverso i documenti della sua storia etc…’, che abbiamo trovato in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, anno III, n.s., fascicolo I Gen. Marz. 1935 in Appendice la recensione del saggio, oppure Anno II nuova serie Gen. Marz. 1934, XII, in ‘Recensioni’, a p. 313. Giobbe ruocco, pubblicava la trascrizione integrale di alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina non ancora andati distrutti dal rogo del 1942 nel sito vicino Nola e la Mazzoleni li utilizza per la ricostruzione. Quì si tratta del documento del 1270.

Ruocco Giobbe, in ASS, p. 313

Ruocco (…), a p. 313, in proposito scriveva che: “1270, a. V di Carlo I d’Angiò, re di Sicilia, XIII indizione, 6 marzo, Capua. Reg. n. 5 (Carolus I. C), f. 32 t. Riportiamo per maggiore precisione il n. XXXIII che riferisce il foglio medesimo. Altro ordine simile si legge al foglio 6-6- t. e porta la stessa data del 6 marzo. Carlo I d’Angiò ordina al Giustiziero del Principato di citare alcuni ufficiali a comparire, sotto pena di cinquanta once d’oro, avanti i maestri razionali della grande Curia, affinchè consegnino quello che ancora debbono per gli uffici che essi occuparono sotto Pietro Challis, ecclesiastico della Curia di Parigi.”. Notiamo però dele differenze con la trascrzione della Mazzoleni in quanto in Ruocco a p. 314 il documento trascritto dice:  “Nicolaus Cavasilice (de Salerno), Matheus de Cioffo de portulanatu Policastri, ecc..”. Dunque secondo la trascrizione del Ruocco, per il portolanato di Policastro, comparivano i nomi di certi Nicola Cavasilice di Salerno e di Matteo de Cioffo. Il cognome “de Cioffo” poi nel tempo si è trasformato in Cioffi. Dunque, secondo questo documento della Cancelleria Angioina di Carlo I d’Angiò, nel 6 marzo 1270, il re ordinava ad alcuni ufficiali, tra cui Matteo de Cioffo del portolanato di Policastro, di comparire davanti alla Curia per indebite usurpazioni per gli uffici che essi occuparono sotto Pietro Challis, ecclesiastico della Curia di Parigi. Dunque, il documento è interessante per la dizione che riporta di “Portolanatu” di Policastro. Cosa era il Portolanato ?. Un porto o un distetto portuale da cui forse dipendeva il porto di Sapri con la sua ampia baia ?. Nel vocabolario troviamo che il termine significa ‘portolanato’ s. m. [der. di portolano], ant. – L’insieme delle funzioni del portolano, e la sua carica. Gran portolanato, magistratura che durante la dominazione. Dunque, nel 6 marzo 1270 a Policastro vi erano due ufficiali Nicola Cavaselice di Salerno e Matteo de Cioffo che sovraintendevano al suo porto. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dunque secondo il Carucci (…), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel porto di Policastro nel 1284, vi erano diverse navi per la guerra del Vespro. Dunque, secondo questa notizia dataci dal Minieri Riccio e poi dal Carucci, a Policastro nel 1284, vi era un porto che doveva essere pure molto grande. Ma, per detta notizia, i due studiosi citano pag. 145 del vol. II di Carucci (…). Ma il Carucci a p. 145, parlando dell’anno 1284, cita il documento “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Invece, sempre dal Carucci (…), vol. II, pp. 149-150, apprendiamo di un altro documento del 2 maggio 1284 “XLVI 1284, 2 maggio, Napoli”, tratto dal “Reg. ang. n. 45, fol. 85 b. L’11 maggio il principe manda gli stessi ordini a Ruggiero di Sangineto, giustiziere di Terra di Lavoro e del Molise (Reg. n. 49, fol. 150a).”, dove il principe di Salerno scrive al viceammiraglio della flotta del Regno di Sicilia Jacopo Bursone e impartisce istruzioni per le segnalazioni dalle torri marittime da farsi nel caso di passaggio di navi memiche. Il Carucci (…), nel vol. II, a pp. 149-150-151, pubblicando l’antico documento  “XLVI 1284, 2 maggio, Napoli”, egli scrive che: “Il Principe di Salerno manda al giustiziere del Principato gli ordini riguardanti i segnali che si debbono fare dalle persone addette alla custodia delle torri del litorale da Policastro a Castellammare, per far conoscere il passaggio o lavvicinarsi di navi nemiche. Le università, cui spetta, debbono tenere d’ora innanzi custodi su torri o in altri luoghi, non lungi dal mare, di notte e di giorno. Ecc…ecc…”. Il documento è ivi pubblicato innanzi.  Giulio Schmiedt (…), nel suo ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nel 1975 dall’I.G.M., parlando dell’antico scalo marittimo di ‘Buxentum’, a p. 78, in proposito scriveva che: “La topografia della città non è stata ancora accertata e nulla si conosce sullo scalo….Sappiamo solo che nel medioevo, dopo la distruzione del ‘Castrum’ da parte di Roberto il Guiscardo (1055) lo scalo era frequentato. Infatti il Compasso da Navigare lo cita, come negli itinerari antichi, dopo Palinuro: “….De Palanuda a Panicastro XXV millara per greco per lo levante…”. Attualmente lo scalo è completamente interrito e i moderni portolani avvertono che è consigliabile tenersi al largo di Policastro (171).”. Dunque, lo Schmiedt (…) citava il “lo Compasso de Navigare” a cui ho dedicato ivi un mio saggio. L’esemplare più antico di portolano per il Mar Mediterraneo che conosciamo è ‘Lo Compasso de navegare (…), realizzato da un autore anonimo, forse di origine italiana, e, scritto in lingua volgare medievale. Il più antico portolano conosciuto, denominato ‘Lo Compasso de navegare’, probabilmente realizzato in Toscana nello stesso periodo della guerra del Vespro e della partecipazione genovese alle operazioni militari (…). E’ il titolo di un’opera manoscritta in lingua volgare da un autore anonimo, che non si può però definire toscano, genovese o veneziano, essendo frequenti i voca­boli catalani, provenzali, arabi e bizantini. La scoperta di quest’opera medievale di estrema importanza per lo studio della toponomastica e della cartografia medievale, è dovuta al suo scopritore, lo studioso medievalista italiano Bacchisio Raimondo Motzo che scoprì e studiò il testo medievale contenuto all’interno del Codice Hamilton 396, ormai dimenticato dagli studiosi (…) e, conservato e custodito presso la Biblioteca dello Stato Prussiano di Berlino (oggi Biblioteca Municipale di Berlino, o Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…) e, pubblicato nel 1947 dallo stesso Bacchisio R. Motzo (…) nell’opera che vediamo ( Fig….) (..). Si tratta del più antico portolano conosciuto, relativo alla totalità del Mediterraneo che sino ad oggi sia stato rinvenuto. Gli studiosi De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin (…), nel loro ‘I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo’, a p. 193, riferendosi al navigante del XIII secolo, così scrivono in proposito: “Egli dispone tra l’altro di un libro del mare, una specie di manuale nautico che risale ai peripli dell’Antichità. Il più antico attualmente esistente, il Compasso da navigare, è custodito alla Biblioteca municipale di Berlino ( Ms Hamilton 397) per il marinaio di allora esso era ciò che il “portolano” era per il navigatore dei nostri giorni. Porta la data di gennaio 1296 e sarebbe dello stesso periodo della ‘Carta pisana’. Secondo il professor Motzo, proprio quella stessa carta (o una simile) gli era aggiunta. Nonostante siano complementari, il manuale e la carta avranno fortune diverse; attualmente il manuale antico è molto più raro della carta nautica di cui contiamo , per il XIV e XV secolo, un centinaio di esemplari.”. Lo studioso medievalista Bacchisio R. Motzo, nella sua opera (Fig….), scriveva in proposito: “Il Compasso de navegare è un’opera italiana composta tra il 1250 e il 1265 all’incirca, in due parti che si completavano a vicenda: il portolano, cioè la guida scritta, per navigare nel Mediterraneo, e la carta nautica del Mediterraneo stesso”. Il Motzo, lo fa risalire alla metà del Duecento sulla base di confronti filologici con altre versioni dello stesso testo  nello stesso periodo della guerra del Vespro e della partecipazione genovese alle operazioni militari (…), infatti, il testo scritto in latino volgare, si apre con l’indicazione: “In nomine Domini Nostri Iesu Christi, amen. Incipit Liber Compassuum MCCLXXXXVI. de mense ianuari fuit inceptum opus istud”. Ma si tratta della data della copia; il testo primitivo del Compasso, secondo il Motzo, sarebbe stato composto quarant’anni prima, esattamente tra il 1250 e il 1265. Rispetto all’originale, il testo presenta tutta una serie di aggiunte minori, di ampliamenti e rifacimenti, oltre a contenere non pochi errori dovuti alla trascuratezza dei successivi copisti e all’aver in più la descrizione delle coste del Mar Nero. Recentemente, ho potuto esaminare de visu l’opera originale medievale annessa al Codice Hamilton 396, (Fig…..), conservata alla Biblioteca Municipale di Berlino e, quì riportiamo la pagina 17r del testo medievale (che riguarda le nostre coste), che pubblichiamo le due fotoriproduzioni delle due pagine originali (Fig…..) tratte dal Codice Hamilton 396 e, fotografate dalla mia amica fotografa Claudia Obrocki, su cortese autorizzazione immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…). Cosa dice il testo originale medievale delle pagine n. 16r e n. 17r del Codice Hamilton 396 (Figg….)?. Recentemente la studiosa Alessandra Debanne, ha rivisto e tradotto, il testo pubblicato dal Motzo (Fig….), pubblicandolo in un suo testo dove cura la traduzione del testo medievale del Codice Hamilton 396 (Figg…..), del testo scritto originale in una gotica minuscola libraria della fine del secolo XIII. L’immagine di Fig…., illustra la traduzione della pagina n. 17r del ‘Lo Compasso de navegare’ (5): Capo d(e) Mine(r)ba. Primariamente d(e) Menerba a Salerno xxx mil (lara) / p(er) greco verlo levante. De Salerno a lo capo de la Li/cosa l mil(lara) entre mecco dì e sirocco. De Licosa /20/ al capo de Palanua l mil(lara) p(er) sirocco ver lo leva(n)te. / De Palanuda a Panicastro xxv mil (lara) per greco v(er)lo levante. De Panicastro a Scalea xxv mil (lara) per / mecco di ver lo sirocco. Sopre Scalea à I° isola ecc…ecc..” (pag. 17r) (Fig…..):

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(Fig….) Codice Hamilton 396 – pagina 16v (Lo Compasso de navegare), anonimo, gennaio 1296 (originale). Foto di Claudia Obrocki, 2017, per cortese autorizzazione immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…).

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(Fig….) Codice Hamilton 396, pagina 17 r del Compasso de navegare, anonimo, gennaio 1296 (originale). Foto di Claudia Obrocki, 2017, su cortese autorizzazione per la pubblicazione delle immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino.

“Lo Compasso de navegare”, cita ‘Palanuda’ (Palinuro), ‘Panicastro (Policastro) e Scalea e, non parla di Sapri. Si deve però precisare che dall’esame del testo medievale originale, anche per altre coste, l’opera si limita ad indicare le distanze in miglia da un porto importante all’altro, citando solo i toponimi dei porti maggiori e, tralasciando i porti e gli scali marittimi minori. Noi crediamo che l’opera medievale citasse solo gli scali marittimi maggiori o porti franchi, quelli che nella ‘Carta Pisana’ (Fig. 2-3), vengono segnati in rosso) ed è per questo motivo che non cita il porto o scalo marittimo di Sapri che invece figura sulla probabile carta nautica ad esso annesso, la Carta nautica detta Carta Pisana (Fig….), dove invece figura con il toponimo di ‘Sapra’. Lo Schmiedt (…), a p. 78, nella sua nota (171) postillava che: “(171) Nel ‘Portolano del Mediterraneo’ (Basso Tirreno e Ionio Occidentale) a p. 166 viene esplicitamente ricordato che le isobate dei m 5 passano a m 600 da Policastro.”. Nella cartografia nautica, le linee batimetriche (o isobate dal greco “a uguale profondità”) sono rappresentate da sottili linee continue che uniscono i punti che hanno la stessa profondità. Quindi lungo una linea batimetrica la profondità è sempre uguale. Sono le curve di livello che si trovano sotto il livello del mare. Dunque, lo Schmiedt (…), nella sua nota postillava che a Policastro il fondale diventava insicuro perchè notevolmente profondo. E’ probabile che la particolare profondità delle isobate marine nel tratto di costa antistante la città di Policastro Bussentino sia dovuta alla forza di erosione del mare che ha scavato il fondale a mare aperto. Dunque, se questa è l’attuale situazione ci chiediamo dove fosse la vecchia foce del fiume Bussento e dove si trovasse l’antico scalo marittimo o piccolo porto della Polis-Castrum. Lo Schmiedt (…), affermava che nei pressi dell’attuale Policastro Bussentino, l’antica Pyxous e Buxentum, uno scalo marittimo doveva essere frequentato ma, di cui però, non si conosce l’esatta ubicazione. In uno dei miei saggi ho cercato di approfondire alcune notizie che riguardano l’epoca del normanno Roberto il Guiscardo ed il trasporto di uomini dalla e verso la Calabria (Nicotera per il Malaterra). Ma dette notizie non dicevano quale fosse stato e dove si trovasse lo scalo marittimo da cui partissero i leggeri legni. Lo Schmiedt (…), proseguendo il suo racconto su Policastro, dopo aver citato il portolano più antico conosciuto chiamato “lo Compasso de Navigare”, di cui ho parlato in un altro mio saggio aggiunge che: “Le recenti trasformazioni della zona si possono desumere raffrontando la fotografia aerea (1954) con la prima carta topografica dell’I.G.M. (1871). Dal raffronto risulta che il fiume nel 1871 sfociava in mare in direzione est dopo aver percorso un ampio meandro, mentre attualmente esso si immerge in mare verso sud con un alveo rettilineo molto più proteso. Nell’antichità come si può desumere dalle tracce dei vecchi terrazzamenti fluviali ricavabili sulla fotografia aerea, la foce del fiume era molto più arretrata (circa 3500 m). Lo scalo fluviale, si può quindi collocare sul terrazzo marino di riva sinistra, situato a sud-ovest dell’attuale abitato di Policastro.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 484, in proposito scrivevano che: “….produsse via via l’impaludamento del territorio, causa della formazione della medievale Policastro, almeno a quanto ipotizza uno studioso (7).”. Natella e Peduto, nella nota (7) si riferivano al Racioppi (…), a p. 524. Dunque, secondo il Racioppi (…), in seguito alla formazione della pianura alluvionale ed il suo progressivo impaludamento, nacque la nuova città medievale di Policastro. Io credo che l’antico porto di Policastro fosse posto sulla linea di costa appena superata l’attuale foce del fiume, dove attualmente si trova la marina di Torre Oliva, di fronte alla collina di Marcaneto verso la marina di Scario. All’epoca l’insenatura e la linea di costa era diversa ed arrivava dove attualmente sulla statale SS. 18 si trova l’incrocio per svoltare in direzione di Scario. Vi sono diversi elementi e testimonianze, tante delle quali oggi scomparse che ci indicano con sufficiente certezza che in quel posto vi fossero delle attrezzature portuali. Dall’indagine geo-storica condotta attraverso le antiche carte corografiche in nostro possesso possiamo avanzare alcune interessanti ipotesi. Infatti, come si può leggere sulla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…) ed illustrata in Fig. 2, nell’area che traguarda dove attualmente è la foce del fiume, dopo Policastro in direzione di Scario, forse la “Marina dell’Olivo”, si vedono chiaramente indicati due toponimi antichissimi: “Sirsto” posto al di quà della foce del fiume e al di là della foce del fiume, verso Scario, si trova il “Casale della Olia”. Un ‘Casale della Olia’ ?, il casale dell’Olio ?. Purtroppo per motivi di spazio digitale non è stato possibile mostrarvi l’ingrandimento dell’interessantissima carta d’epoca Aragonese. Devo altresì precisare che nella carta simile pubblicata da Vladimiro e La Greca (…), che a mio avviso non è l’originale delle carte Aragonesi trafugate da Carlo VIII in Francia, è scritto “Casale della Oliva” e “Sirsio”. La presenza in epoca Angioina e poi Aragonese di alcuni casali posti lungo la fascia di costa che va da Policastro e S. Giovanni a Piro, dovrebbe essere ulteriormente indagata. Io credo che proprio quell’area potrebbe riservarci alcune sorprese. Il Vassalluzzo (…), in proposito scriveva che: “…e, nel secolo scorso, ‘Orecchio di Porco’ dai marinai. Scrive sempre il Vassalluzzo (…), parlando di S. Giovanni a Piro che: “Sarebbero stati questi ultimi abitatori a dare alla marina il nome di ‘Scarios’ (occidentale, sinistro), così detto perchè il luogo dove essi erano si trovava ad occidente dell’altro dell’Olivo, occupato precedentemente dai Sanniti. Però noi inclineremo a derivare il nome di questa marina da ‘Scarios’, piccolo cantiere navale. Come successe nella razzia guidata da Dragus Rais, approdavano sempre nel porto della marina dell’Olivo. In quella dolorosa occasione il nostro borgo fu raso al suolo e non fu più riedificato. Il nostro territorio passò allora sotto il dominio dei Carafa di Policastro.”. Dunque il Vassalluzzo, parlando di S. Giovanni a Piro, ci parla della “Marina dell’Olivo” e lo fa sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (…). Io credo che il porto di Policastro funzionante all’epoca degli Angioini e forse pure degli Aragonesi fosse prorio verso la Marina dell’Olivo. Il Vassalluzzo, scrive sulla scorta di Ebner che citava il Palazzo (…) e soprattutto il Laudisio (…) e il Di Luccia (…) che hanno scritto sull’invasione di Dragut Pascià (…) sulle nostre spiagge nel 1500. Sull’evento del Dragut scrisse anche Onofrio Pasanisi che descrisse lo sbarco ed i porti interessati dalla furia ottomana del 1542. Nel 1320, a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: “terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit”, e più tardi, nel 1324, lo stesso Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti, “viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 339-340, riferendosi al locale porto di Policastro, in proposito scriveva che: “Nel locale porto, come quello di Agropoli e della “marittima Pestarum”, veniva stivato il grano per Genova dai mercanti che ne acquistavano nei luoghi (56), come pure da Capaccio, dalla piana dei locali conti.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 340, nella sua nota (56) postillava che: “(56) Silvestri, cit., p. 28.”. Pietro Ebner, dunque citava Alfonso Silvestri (…) che nel suo ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, pubblicato nel 1956. Infatti, Alfonso Silvestri (…), a p. 28, in proposito scriveva che: “………………”. Non so se Ebner (…) si riferisse a questo scritto del Silvestri (…) che in verità ha dedicato altri suoi scritti al periodo ed all’evoluzione della popolazione nel Cilento. Infatti Alfonso Silvestri (…), nel ….. scrisse pure: ‘Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo’, ripubblicato nel 1989 da Pietro Laveglia. Alcuni centri non vengono citati come quello di Sapri ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300, la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: In due carte quattrocentesche, dell’epoca della guerra del Vespro, si nota l’impotanza che gli Angioini annettevano a Policastro, il cui castello era stato trasferito dal feudatario alla R. Curia. Nel 1284, la città era custodita dal milite Taddeo di Firenze., al quale furono trasferiti altri 65 servienti armati.. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”, ma dell’interessante notizia delle due carte quattrocentesche, i due studiosi Natella e Peduto e il Carucci (…), non forniscono alcun riferimento bibliografico. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: Il 26 di giugno 1275 re Carlo, da Monforte, scriveva al giustiziere del Principato di accogliere la richiesta “homines Salerni et Policastri” di armare, per lo Stato, solo quattro delle cinque galee “quod ad ornationem ipsarum omnium galearum sunt penitus impotentes” ordinando che all’armamento “cum dictis hominibus” concorressero anche “homines districtis earumdem terrarum” (38).”. Ebner nella sua nota (38) a p. 337, vol. II, postillava che: “(38) Reg. 21, f 253 t = Monteforte Irpino.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino, a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dunque, i due studiosi, Natella e Peduto, sulla scorta del Carucci, riferivano la notizia del momentaneo stanziamento di soldati Almugaveri a Policastro, nell’anno 1287. Vediamo cosa dice il Carucci. Il Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…),  a pp. 121, cita un documento del XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi nei porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, er mare in piccole barche, a Nicotera per i bisogni dell’esercito. Non riechieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrov.”. Il Carucci a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Il Natella e Peduto, citavano Carlo Carucci che nel 1934, scrisse ‘Codice Diplomatico Salernitano del sec. XIII’, ma citava il tomo II, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934.

Il porto di Policastro all’epoca Angioina, il porto dei Genovesi

Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “16. Il Porto dei Genovesi. Presto si fa distuggere. Ad opera terminata, rimangono cadaveri disseminati, valori patrimoniali distrutti e gente impoverita senza tetto. A questi inconvenienti si poteva passa sopra…; ma era in gioco il trono di Napoli, come pure quello di Sicilia, perchè mancava il punto strategico di appoggio: Policastro. Quattro anni dopo la distruzione, che si era dimostrata indifendibile, ma sul posto della distruzione, che si era dimostrata indifendibile, ma sul posto antico, entro le mura del Guiscardo. Per il ripopolamento sono destinati i ‘Genovesi’ (già in possesso dei larghi privilegi di Napoli) che si sono dimostrati un prezioso aiuto per gli Angioini, grazie all’esperienza di navigatori (76). Che i Genovesi distruggono la città per conto del re Aragonese, e quattro anni dopo la ricostruiscono per conto del re Angioino, non deve meravigliare: gli affari sono affari; i marinai sono soldati, assoldati da chi paga. Le battaglie navali vanno combattute in gran parte da marinai, istruiti nelle repubbliche marinare. Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Il genovese ‘Bartolomeo Roveti’ si presenta al re ed offre di ricostruire e di ripopolare Policastro. Il re lo nomina capitano della città a vita, e, inoltre, gli dà per 25 anni la giurisdizione sui Genovesi e sugli immigrati di Policastro (77). Ecc.. . Il Tancredi (…), forse sulla scorta di Romolo Caggese (…) che di quegli anni ha scritto di Policastro, a p. 28, in proposito scriveva che: “Le mura che il Doria rase al suolo in modo tanto perfetto che non rimase pietra, quelle mura appartenevano ad una Policastro che è scomparsa.”. In sostanza quì il Tancredi parla del castrum e delle mura Federiciane che Federico II di Svevia fece rinforzare. Sempre il Tancredi (…), proseguendo il suo racconto su Policastro, a p. 28 scriveva che: “Ben s’accorse Federico dell’importanza strategica del luogo, ma anche dell’insalubrità dell’aria e dell’inusabilità del porto fluviale, ormai molto lontano dalla città (non sappiamo di quanto; oggi la distanza è di circa 4 km.), ed in più richiedeva un enorme e continuo lavoro di manutenzione. Perciò Federico costruì un nuovo porto in riva al mare, dove l’insabbiatura non era da temere; questo porto fu fortificato e connesso al Castellaro con mura. Il luogo era, inoltre, più sano e si trovava a circa 2 km. da Policastro vecchia, in direzione di Capitello. La riva del mare era allora più verso monte, al di là dell’odierna strada statale n. 18. Le fortificazioni sono completamente scomparse e i residui sono coperti di vegetazione. Il Doria ha fatto un lavoro completo. Rimane soltanto la parte superiore d’un acquedotto, che portava acqua dolce alle navi, ed il nome di “Porta di Mare”, che la contrada porta ancora, perchè il luogo era compreso nella cinta fortificata. Un lungo tratto di questa cinta si scoprì e si distrusse, quando fu costruita la ferrovia (1890-95).”. Dunque l’ipotesi suggestiva del Tancredi che voleva che l’antico porto angioino di Policastro dei genovesi fosse nella contrada “Porta di Mare” posta più o meno dove attualmente vi è un campeggio dopo il cimitero di Capitello e vicino ai ruderi del cosiddetto Castellaro di Capitello.

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(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…).

Come ho già scritto, non propendo per l’ubicazione di uno scalo portuale nell’area del Castellaro di Capitello, ipotesi questa del Tancredi che andrebbe ulteriormente verificata. Certo è che nella carta illustrata nell’immagine non troviamo alcun riferimento ad uno scalo fluviale o portuale eppure essa è di poco posteriore all’epoca Angioina.

Nel 1269, la Molpa in un documento pubblicato dal Trinchera

Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 190 e ssg. parlando di “Molpa”, nella nota (2) postillava: “.. – in una carta del 29 novembre 1269 (pubblicata in sommario, nel ‘Syllab. mebran. ad r. Siclae pertinent. Napoli, 1824, vol. I, p. 23) io trovo attestata la esistenza di Molpa; poichè vi si dà atto in fitto, per oncie 22, la gabella di Camerota, di Palinuro e di Melopae’.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”. Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Un documento angioino del 29 novembre 1269, del quale abbiamo solo il regesto, ricorda l’aggiudicazione della “Cabellam Camarotae, Melopue (sic), et Palinuri pro uncis auri 22″ (A.A. Scotti), Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824, vol. I, n. 8, p. 23”. Angelo Antonio Scotto, a p. 23, del suo “Syllabus membranarum ad Regiae Siclae Archivum pertinentium”,  a p. 23 riportava il documento n. 8, dove è scritto: “N. 8 – Olim Arca B. Fasciculus 49 N. 5. – 1269 Novembris 29. Indictione 13. Caroli I. anno V. Camarotae – Iohannes Iudex Camerotae, ut uxsequatur mandatum Ursonis Bombae Vicesecreti Principatus, et Terrae Beneventi, quod excribitur post subhastationem, et fideiussionem locat Thomasio de Salerno, et Nicolao Murmurio, Cabellam Camerotae, Molopae, et Palinuri pro unciis auri 22 ponderis generalis. Per Riccardum Notarium Camerotae.”, il cui significato è il seguente:  Giovanni Giudice di Camerota, per eseguire l’ordine di Ursone Bomba, vicesegretario del Principato, e della Terra di Benevento, che è scritto dopo l’asta, e dà in garanzia a Thomasio de Salerno e Nicolaus Murmurius, i capelli di Camerota , Molopa, e Palinuri per once d’oro di peso complessivo 22. Di Riccardo Notaio di Camerota.”

Nel 1290,  porti di Sapri e di Policastro citati sulla “carta Pisana”, la carta nautica più antica conosciuta

Pietro Ebner (…), parlando di Sapri in età Angioina, in proposito scriveva che: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Ebner, a p. 592, dice che per quanto riguarda Sapri, il ‘Cedolario’, rinvia a Policastro. Ma non è così come vedremo. Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: Nell’interessante prospetto (84), leggiamo che Sapri risulta annoverato nella Carta nautica detta ‘ Carta Pisana’ (fig.19 )(85). L’Almagià in proposito così si esprimeva: ” il più antico monumento di (cartografia nautica medioe vale) giunto fino a noi,è così detta ‘Carta Pisana’, riprodotta per la parte che riguarda l’Italia nella tav.III,la quale è sicuramente di fattura genovese (l’appellativo ‘pisana’ deriva dalla famiglia che la possedette ) ed appartiene al penultimo decennio del secolo XIII. Un prodotto che rappresenta la coordinazione dei rilievi dei mari onde si compone il bacino del Mediterraneo, fatto ad uso dei naviganti, con l’indicazione del contorno costiero, degli approdi,ecc..” (86). La ‘Carta Pisana’, il cui originale risale al 1290 circa, è di autore anonimo ed è conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Le studiose De La Ronciere e Mollat Du Jourdin, che hanno recentemente pubblicato un bellissimo libro sui portolani, (87) da cui abbiamo tratto gran parte delle illustrazioni a colori che quì pubblichiamo, a proposito della ‘Carta Pisana’, così si esprimevano: “Disegnata a penna su un foglio in pergamena, questa prima carta nautica riesce a dare – con grande esattezza di proporzioni il tracciato delle coste e delle isole del bacino del Mediterraneo… Come tutti i documenti di questo tipo, i nomi dei porti sono scritti perpendicolarmente e all’interno della linea di costa, alcuni in nero (come ‘Sapra’), altri considerati più importanti, in rosso” (come Policastro). Abbiamo riprodotto l’immagine ingrandita, a colori, pubblicata da De La Ronciere, nella speranza che il toponimo di ‘Sapra’  fosse più leggibile.”. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri, ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare durante la Guerra del Vespro (…), la guerra che fu combattuta proprio sulle nostre coste tra gli Angioini e gli Aragonesi. L’indagine toponomastica, condotta attraverso lo studio delle fonti e della cartografia manoscritta medievale, dei peripli, delle carte nautiche e portolani, identifica, sia pure solamente porto e non come un vero e proprio centro abitato quale è stato Policastro (segnato in rosso), Sapri, insieme a Palinuro, Maratea e Policastro, viene annoverato come luogo tra gli scali marittimi della nostra costa, segnati nelle carte nautiche esistenti più antiche che conosciamo come la ‘Carta Pisana’ (Fig….), risalente a forse prima del 1290 (…) (Fig….). Nella ‘Carta Pisana’, sotto i porti di Policastro, segnato in rosso ‘Panecastro, si può leggere il toponimo di Saprà o Sapra. La presenza dello scalo marittimo di Sapri sulla più antica carta nautica conosciuta e risalente proprio all’epoca della ‘Guerra del Vespro’ che fu combattura proprio sulle nostre coste, attesta che il centro marittimo di Sapri esisteva ed era perfettamente conosciuto. L’assenza sui registri angioini di un ‘portum’, o del feudo di Sapri, la sua assenza nei Registri Angioini che censivano la popolazione, dimostra che alla epoca, la guerra del Vespro, aveva fatto calare sensibilmente il numero degli abitanti del piccolo centro costiero, ma questa notizia, non dimostra affatto che il piccolo centro costiero di Sapri non esistesse al tempo del Regno angioino. Infatti, la presenza genovese nella zona, la presenza nella zona di uomini della Repubblica marinara di Genova, giustifica la presenza dello scalo portuale di Sapri o ‘Portum’ sulle prime carte nautiche o portolani manoscritti giunte fino a noi dall’epoca del Regno di Napoli angioino e, redatte da cartografi genovesi, pagati dalla Repubblica marinara di Genova che, all’epoca partecipava alle operazioni militari per la conquista del Regno di Napoli angioino (…). L’indagine toponomastica, condotta attraverso lo studio delle fonti e della cartografia manoscritta medievale, dei peripli, delle carte nautiche e portolani, identifica, sia pure solamente porto e non come un vero e proprio centro abitato quale è stato Policastro (segnato in rosso), Sapri, insieme a Palinuro, Maratea e Policastro, viene annoverato come luogo tra gli scali marittimi della nostra costa, segnati nelle carte nautiche esistenti più antiche che conosciamo come la ‘Carta Pisana’ (Fig….), risalente a forse prima del 1290 (…) (Fig….). Nella ‘Carta Pisana’, sotto i porti di Policastro, segnato in rosso ‘Panecastro, si può leggere il toponimo di Sapra. La presenza dello scalo marittimo di Sapri sulla più antica carta nautica conosciuta e risalente proprio all’epoca della ‘Guerra del Vespro’ che fu combattura proprio sulle nostre coste, attesta che il centro marittimo di Sapri esisteva ed era perfettamente conosciuto.

carte_pisane_portolan(Fig….) La ‘Carta Pisana’, esemplare conservato alla BNP (…).

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(Fig….) Ingrandimento della carta nautica detta ‘Carta Pisana’ (Fig….), con il particolare delle coste tirreniche dell’Italia meridionale, tratta dal testo di Jerry Brotton (…).

Nel 1375, i porti di Sapri e di Policastro citati nell’Atlante Catalano di Carlo V

Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: Ritroviamo Sapri, nella “carta nautica del Mediterraneo” dell’Atlante Catalano di Carlo V, della prima metà del secolo XIV. (98). E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona  (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: ” terram Policastri expugnavit imporbe concremavit  pariter et homines totaliter spoliavit”.”. In un mio precedente studio (…), in proposito scrivevo che: “Ritroviamo Sapri chiaramente menzionato anche sulla ‘carta nautica del Mediterraneo’..” (fig….) (…). Si tratta della ‘carta nautica del Mediteraneo’ dell’Atlante Catalano di Carlo V, della prima metà del secolo XIV, carta nautica spagnola, del cosiddetto “Atlante catalano” – anonimo e non datato ma attribuito ad Abramo Cresques (…), cartografo ebreo operante a Maiorca (Scuola Maiorchina) verso il 1375 – forse commissionato dalla Casa d’Aragona per farne omaggio a Carlo V di Francia (Fig….).

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(Fig….) Atlante Catalano di Carlo V di Abramo Cresques (…), della metà del XIV secolo

Le fortificazioni costruite nel Golfo di Policastro da Federico II di Svevia poi in seguito rinforzate dagli Angioini e dagli Aragonesi per la difesa anticorsara

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(Fig….) Torre Angioina a Novi Velia

I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. A partire da questo anno e fino al 1268 fu sotto la giurisdizione degli Svevi, a cui succedettero gli Angioini fino al 1435. Gli Angioini potenziarono ulteriormente le fortificazioni che formava con i castelli di Palinuro e di San Severino una cinta difensiva che si rivelò di importanza vitale nella guerra contro gli Aragonesi. Le difese però non resistettero all’invasione dei pirati Saraceni, noti come Corsari d’Africa, che all’alba dell’11 giugno 1464 la rasero al suolo, facendo schiava la sua gente (coloro che riuscirono a fuggire trovarono rifugiò nell’entroterra ed in particolare a Centola ed a Pisciotta) e decretando per sempre la fine dell’abitato di Molpa. Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania”, a p. 366, parlando della città fortificata e del castello di Molpa, oggi scomparso, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Dunque l’Antonini (…), parlando di Molpa, citava Gil de Blemur e il suo castello, un personaggio o feudatario che viene citato anche nel “Registro del Borrelli”, ovvero nel “Catalogus Baronum”, un registro dei feudatari che risale a molto prima del 1189 e che molto probabilmente la copia che oggi esiste pubblicata dal Borrelli (…), risale all’epoca Angioina. L’Antonini (…), scriveva che il castello di Molpa, fu tolto a Gil de Blemur da Carlo I d’Angiò. Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Sotto i Sanseverino, di nuovo il Cilento ebbe di nuovo una relativa crescita demografica ed economica. Anche Policastro ricevè attenzioni dal nuovo feudatario e dalla corte Angioina e con esso anche il territorio di Sapri, dove era il porto. Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. A seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro ed il suo territorio, si trovò al centro degli scontri. Furono proprio il Golfo di Policastro e le nostre coste, teatro dei sanguinosi scontri terrestri e navali per il possesso del Regno di Napoli. Le torri ed i castelli, costruiti dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 103 nel suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il territorio di Lentiscosa….Più che l’attuale paese, era conosciuto e frequentato il suo porto alla cui guardia, in epoca angioina, fu eretta una torre, detta Anforisca, alla cui cura erano tenuti sia gli abitanti della baronia di Camerota che di S. Giovanni a Piro (1279). Nelle carte Vaticane e in documenti notarili della stessa epoca il nome era ‘Lanfrasca’ e a Fisco, da cui poi in epoca successiva Rinfreschi, Linfreschi e oggi Infreschi. Ecc…”. Al periodo della lunga guerra del Vespro, che si combattè principalmente sulle nostre coste e che vedeva Policastro e tutti i paesi rivieraschi impegnati in prima fila, ho dedicato ivi un mio saggio. Sempre l’Ebner (…), a p. 339, parlando di Policastro al tempo della dominazione Angioina, in proposito scriveva che: “Il 3 gennaio 1300, da Napoli, re Carlo ordinò a Landolfo Rumbo di Napoli, “vicario principatus Salerni et eiusdem terre straticoto” di pagare alle persone che invierà Tommaso Sanseverino i “duo mandato nostra pridem direximus” sulle entrate “civitate Salerni” per la custodia “castro S. Severini de Camerota” e per quello di Policastro (51).”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 339, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Reg. 97, f. 126″. Furono gli Angioini a pensare a un sistema permanente e completo di difesa e di segnalazione con fumo e fuochi dall’alto di torri collocate in promontori e in vista una dell’altra. Tale sistema fu realizzato solo in minima parte, anche a causa dei continui cambiamenti politici e finì per passare sotto il controllo dei feudatari e delle famiglie che intendevano proteggere i propri territori, piuttosto che le popolazioni dei centri abitati. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Sulle Torri cosiere costruite all’epoca di Federico II di Svevia e quelle successive costruite in epoca Angioina, al tempo della disastrosa per le nostre terre “Guerra del Vespro”, che le interessò particolarmente, poco si è scritto e, poco si è detto e si è indagato. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. In particolare per il casale citato, ci conforta l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – dove essi vengono citati. La carta inedita, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, riveste una particolare importanza per i nomi dei luoghi o toponimi in essa citata, inoltre essa, è forse l’unica testimonianza cartografica dei due toponimi in questione che, ritroviamo solo in questa carta. Come si può vedere, nell’immagine sopra che illustra la carta in questione, nelle campagne poste a ridosso della fascia costiera di Sapri, e dopo il centro abitato di Sapri, andando verso Acquafredda, si possono leggere alcuni nomi di luogo, dei quali non conosciamo l’origine e che oggi sono del tutto scomparsi o di cui rimangono pochi ruderi. Nella carta in questione sono segnate con il colore rosso dei piccoli centri urbani o gruppi di costruzioni, che stanno ad indicare piccoli casali o borghi. Guardando la carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, d’epoca Aragonese, dunque molto più antica del ‘Croquì’, ci accorgiamo che, all’altezza e di fronte lo scoglio dello Scialandro, che pure è segnato, vediamo riportata solo la figura colorata in rosso di una torre ma senza l’indicazione del suo nome. Nella stessa carta d’epoca aragonese, all’altezza dell’attuale Canale di Mezzanotte, vediamo indicata un’altra torre (sempre di colore rosso) che anche quì non è scritto il suo nome ma io credo fosse propio la Torre dello Scialandro. Le due torri, segnate lungo la costa ad oriente di Sapri e sul monte Ceraso, nella carta d’epoca Aragonese, indicate solo con il disegno di una torre ma senza i nomi, io credo siano proprio le torri citate da Scipione Mazzella Napolitano (…), segnalate nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig….) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…).

Tuttavia, per citare alcuni documenti d’epoca Federiciana, riguardanti le nostre coste, ho tratto alcune interessanti notizie da Onofrio Pasanisi (…), che nel 1926, pubblicò  l’interessante saggio ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’. Il Pasanisi (…), a p. 432, in proposito diceva che: “Nulla sappiamo della venuta del Salazar negli altri due versanti del Jonio e del Tirreno (3). Solo ci risulta che in Principato Citra ed in Basilicata fu iniziata da parte di molti partitari la costruzione delle torri ordinata sin dal 1566. Torri si costruivano da ‘Castellammare della Bruca’ al ‘Monte Palinuro’ da parte di Cola Vito Fasano ed ancora le seguenti per conto di altri: ecc.., alla ‘Punta della Licosa’ (idem), nelle località di ‘Camerota’, ‘Zancale’, ‘Maresca’, Calabianca’, e ‘Farconara’ e, nel luogo istesso ove esisteva l’altra torre ‘Amforisca’ dei tempi di Angioini, al capo ‘Infreschi’ cioè (1). Sette torri inoltre del partito di mastro Scipione Fasano si costruivano “nella marina di levante” di Basilicata (2).”. Il Pasanisi, a p. 433, nella sua nota (1), in proposito postillava che: “(1) In un documento riportato dal Camera (Memorie storico-diplomatiche ecc.., vol. I, pag. 14 in nota)), dell’anno 1277, si dà ordine all’università di Camerota e S. Giovanni a Piro di porre guardie nella torre detta ‘Amforisca’. Ora capo Imfreschi si trova precisamente fra Camerota e S. Giovanni a Piro. Ecc…”, di cui parlerò in seguito. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria.”. Forse lo studioso Orazio Campagna, senza citare alcun riferimento bibliografico dava queste notizie delle fortificazioni apportate a Bosco, S. Marina ecc.. traendo la notizia da p. 18 del Santoro (…).

I GIFONE O GIFFONI DI AJETA E TORTORA

Nel 1267, RINALDO GIFONE, figlio di Gilberto Cifone e padre di Paliana di Castrocucco, feudatario di Tortora e Ajeta è confermato feudatario di Aieta e di Tortora da re Carlo I d’Angiò

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “I più antichi documenti feudali però che ci è stato possibile rinvenire su Tortora, si riferiscono al periodo angioino. Uno di essi è un rescritto reale che conferma Rinaldo CIFONE nel possesso di Tortora, pervenutogli dal padre Gilberto e dai suoi predecessori e reca la data del 1267. Il testo è il seguente: “Raynaldo de Turtura, provisio pro confirmatione castri Turturis quod fuit quondam Giliberti patris sui et predecessorum suorum”. V’è poi un atto d’assenso, anche reale, del 23 novembre 1270 per lo stesso Rinaldo, il quale aveva chiesto al re di poter contrarre matrimonio con Devidea de Insula. Abbiamo inoltre trovato un messaggio reale indirizzato al giustiziere della valle del Crati, da cui dipendeva Tortora, recante la data del 16 luglio 1267, col quale viene dato l’ordine al giustiziere stesso di non molestare Rinaldo Cifone che evidentemente aveva prodotto istanza al re avverso la condotta del Magistrato distrettuale nei suoi confronti. Fa scrivere, infatti, Carlo I d’Angiò: “Ex parte Raynaldi de Turtura fuit nobis expositum quod licet tam pater quam progenitores sui castrum Turturis a tempore quo non exat memoria tenuerunt pacifice et quiete. Tu tamen auctoritate cuiusdam mandate Karoli primogeniti nostri eundem Raynaldum, eo non vocato neque admonito, intendis possessione dicti castri destituere. Unde supplicavit Quare fidelitati tuae mandamus quatenus, si premissis veritas suffragatur, eum non destituas vel molestes”. Che significa: “Provvedimento per la conferma del territorio di Tortora a Rinaldo di Tortora che fu di Gilberto suo padre e dei suoi predecessori. Da parte di Rinaldo di Tortora ci è stato esposto che tanto il padre quanto gli altri suoi antenati ebbero da tempo immemorabile il continuo e pacifico possesso del territorio di Tortora. Ma che tu facendo uso dell’autorità d’un non so quale ordine del nostro figlio primogenito Carlo intendi spogliare del possesso di detto territorio Rinaldo medesimo, senza averlo chiamato in giudizio né ammonito. Perciò facciamo appello alla tua fedeltà di non destituirlo né molestarlo, se le premesse rispondono a verità”. Qui si cela una storia d’intrighi e d’interessi, non sappiamo fino a che punto confessabili, determinati certo da preoccupazioni di carattere politico. I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc……Ma evidentemente Pallanza d’Aieta e i suoi vassalli cercavano d’insinuare il dubbio nell’animo del giustiziere della Valle del Crati circa i proclamati sentimenti di devozione verso casa d’Angiò da parte dei GIFONI che venivano accusati d’aver simpatie per la Casa degli Svevi e d’aver riposto le loro speranze da parte del nobile ma sfortunato tentativo di Corradino di riconquista del Regno di Sicilia, conclusosi col triste e sanguinoso eccidio di Piazza del Mercato a Napoli nel 1268. E’ nota la letteratura dell’avvenimento attraverso i secoli, come è parimenti nota la lirica del romantico Aleardo Aleardi che raggiunge punti di elevata commozione: etc…..Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore…..Ecc…”. Sempre sui “Gifone di Tortora” e Rinaldo “GIFONE” poi in seguito “cifone” di Tortora, Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a pp. 50-52-52, in proposito scriveva che: “Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore. Ecc…”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, ecc..”. Il Fulco, sempre sui Gifone o Cifone continuando il suo racconto aggiunge che: “Comunque della spoliazione di Tortora si ha indiretta conferma dal bollettino araldico, dal quale veniamo informati che l’altro ramo dei Gifoni stanziato a Polistena e a Tropea fu confermato nei propri feudi. Lo stemma di questa famiglia consisteva in uno scaccato di nero e di argento di sei file con fascia diagonale in rosso. Oltre a Rinaldo, Bernardo e Tommaso che furono signori di Tortora, si distinsero in questa famiglia Gerardo Gifone che fu Contestabile di Carlo I in Calabria. Etc…”Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg. parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nei documenti feudali infatti risulta che……Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era RINALDO, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496). Nel 1276 il paese contava una popolazione di soli 538 abitanti ed era tassato di 10 once, 22 tarì, 16 grani. Nel 1326 Tortora pagava la decima al clero di Aieta, con tutto che aveva un clero proprio con quattro chiese: Il Purgatorio, S. Sofia, S. Vito e S. Sebastiano.”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Chi fosse questo Rinaldo Cifone, figlio di Gilberto Cifone che “però perdette il feudo poco tempo dopo.” ? Questo “Rinaldo Cifone” era il padre di Paliana di Castrocucco che aveva sposato Riccardo di Lauria in epoca Sveva. Forse, dopo il 1267 egli perse il feudo a causa della venuta della casa Angioina. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Infatti, Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei Luoghi della Calabria – vol. I, da A-B”, a p. 21, alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E’, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò nella famiglia Lauria.”. Dunque, il Valente scriveva che da Gilberto de Giffone, il feudo di Ajeta passò da una sua erede alla famiglia Lauria. Si tratta di Paliana di Castrocucco che sposò Riccardo di Lauria. Paliana di Castrocucco fu “l’erede” di cui parlava il Valente. Infatti, il feudo di Ajeta che in età Normanna apparteneva a Gilberto de Giffone passò poi in seguito al figlio Rinaldo de Giffone che a sua volta lo dovette cedere in dote alla figlia Paliana di Castrocucco. Come vedremo in seguito questa “Paliana o Palliana di Castrocucco” che, aveva sposato il Riccardo di Lauria (quello d’epoca Angioina e fratello di Ruggero di Lauria) era figlia di RINALDO DE GIFFONE. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora” su Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”.

I GIFONE O GIFFONI DI AJETA E TORTORA

Nel 1267, RINALDO GIFONE, figlio di Gilberto Cifone e padre di Paliana di Castrocucco, feudatario di Tortora e Ajeta è confermato feudatario di Aieta e di Tortora da re Carlo I d’Angiò

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “I più antichi documenti feudali però che ci è stato possibile rinvenire su Tortora, si riferiscono al periodo angioino. Uno di essi è un rescritto reale che conferma Rinaldo CIFONE nel possesso di Tortora, pervenutogli dal padre Gilberto e dai suoi predecessori e reca la data del 1267. Il testo è il seguente: “Raynaldo de Turtura, provisio pro confirmatione castri Turturis quod fuit quondam Giliberti patris sui et predecessorum suorum”. V’è poi un atto d’assenso, anche reale, del 23 novembre 1270 per lo stesso Rinaldo, il quale aveva chiesto al re di poter contrarre matrimonio con Devidea de Insula. Abbiamo inoltre trovato un messaggio reale indirizzato al giustiziere della valle del Crati, da cui dipendeva Tortora, recante la data del 16 luglio 1267, col quale viene dato l’ordine al giustiziere stesso di non molestare Rinaldo Cifone che evidentemente aveva prodotto istanza al re avverso la condotta del Magistrato distrettuale nei suoi confronti. Fa scrivere, infatti, Carlo I d’Angiò: “Ex parte Raynaldi de Turtura fuit nobis expositum quod licet tam pater quam progenitores sui castrum Turturis a tempore quo non exat memoria tenuerunt pacifice et quiete. Tu tamen auctoritate cuiusdam mandate Karoli primogeniti nostri eundem Raynaldum, eo non vocato neque admonito, intendis possessione dicti castri destituere. Unde supplicavit Quare fidelitati tuae mandamus quatenus, si premissis veritas suffragatur, eum non destituas vel molestes”. Che significa: “Provvedimento per la conferma del territorio di Tortora a Rinaldo di Tortora che fu di Gilberto suo padre e dei suoi predecessori. Da parte di Rinaldo di Tortora ci è stato esposto che tanto il padre quanto gli altri suoi antenati ebbero da tempo immemorabile il continuo e pacifico possesso del territorio di Tortora. Ma che tu facendo uso dell’autorità d’un non so quale ordine del nostro figlio primogenito Carlo intendi spogliare del possesso di detto territorio Rinaldo medesimo, senza averlo chiamato in giudizio né ammonito. Perciò facciamo appello alla tua fedeltà di non destituirlo né molestarlo, se le premesse rispondono a verità”. Qui si cela una storia d’intrighi e d’interessi, non sappiamo fino a che punto confessabili, determinati certo da preoccupazioni di carattere politico. I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc……Ma evidentemente Pallanza d’Aieta e i suoi vassalli cercavano d’insinuare il dubbio nell’animo del giustiziere della Valle del Crati circa i proclamati sentimenti di devozione verso casa d’Angiò da parte dei GIFONI che venivano accusati d’aver simpatie per la Casa degli Svevi e d’aver riposto le loro speranze da parte del nobile ma sfortunato tentativo di Corradino di riconquista del Regno di Sicilia, conclusosi col triste e sanguinoso eccidio di Piazza del Mercato a Napoli nel 1268. E’ nota la letteratura dell’avvenimento attraverso i secoli, come è parimenti nota la lirica del romantico Aleardo Aleardi che raggiunge punti di elevata commozione: etc…..Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore…..Ecc…”.

Sempre sui “Gifone di Tortora” e Rinaldo “GIFONE” poi in seguito “cifone” di Tortora, Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a pp. 50-52-52, in proposito scriveva che: “Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore. Ecc…”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, ecc..”. Il Fulco, sempre sui Gifone o Cifone continuando il suo racconto aggiunge che: “Comunque della spoliazione di Tortora si ha indiretta conferma dal bollettino araldico, dal quale veniamo informati che l’altro ramo dei Gifoni stanziato a Polistena e a Tropea fu confermato nei propri feudi. Lo stemma di questa famiglia consisteva in uno scaccato di nero e di argento di sei file con fascia diagonale in rosso. Oltre a Rinaldo, Bernardo e Tommaso che furono signori di Tortora, si distinsero in questa famiglia Gerardo Gifone che fu Contestabile di Carlo I in Calabria. Etc…”Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg. parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nei documenti feudali infatti risulta che……Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era RINALDO, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496). Nel 1276 il paese contava una popolazione di soli 538 abitanti ed era tassato di 10 once, 22 tarì, 16 grani. Nel 1326 Tortora pagava la decima al clero di Aieta, con tutto che aveva un clero proprio con quattro chiese: Il Purgatorio, S. Sofia, S. Vito e S. Sebastiano.”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Chi fosse questo Rinaldo Cifone, figlio di Gilberto Cifone che “però perdette il feudo poco tempo dopo.” ? Questo “Rinaldo Cifone” era il padre di Paliana di Castrocucco che aveva sposato Riccardo di Lauria in epoca Sveva. Forse, dopo il 1267 egli perse il feudo a causa della venuta della casa Angioina. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Infatti, Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei Luoghi della Calabria – vol. I, da A-B”, a p. 21, alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E’, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò nella famiglia Lauria.”. Dunque, il Valente scriveva che da Gilberto de Giffone, il feudo di Ajeta passoò da una sua erede alla famiglia Lauria. Si tratta di Paliana di Castrocucco che sposò Riccardo di Lauria. Paliana di Castrocucco fu “l’erede” di cui parlava il Valente. Infatti, il feudo di Ajeta che in età Normanna apparteneva a Gilberto de Giffone passò poi in seguito al figlio Rinaldo de Giffone che a sua volta lo dovette cedere in dote alla figlia Paliana di Castrocucco. Come vedremo in seguito questa “Paliana o Palliana di Castrocucco” che, aveva sposato il Riccardo di Lauria (quello d’epoca Angioina e fratello di Ruggero di Lauria) era figlia di RINALDO DE GIFFONE. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora” su Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”.

Nel 1268, Enrico (per il Collenuccio) o Guglielmo (per l’Antonini), “il vecchio conte di Rivello”, partigiano di Corradino di Svevia

Angelo Bozza (…), sulla scorta del Collenuccio e del Summonte, nel vol. I, a p. 367, per l’anno 1266 (dopo la morte di Manfredi) in proposito scriveva che: “Alla fama della venuta di Corradino, molte provincie del regno, maltrattate da governatori francesi si ribellarono contro Carlo. Capi della ribellione Enrico, vecchio conte di Rivello, ecc…”. Pandolfo Collenuccio (…), nel libro IV del suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’, edito nel 1591, ci parla del conte di Rivello “Enrico” o “Arrigo” vissuto al tempo di Federico II di Svevia e dopo con la venuta di Corrado IV e poi di Corradino di Svevia. Il Collenuccio (…), ci parla del feudatario di Rivello e lo chiama, dice l’Antonini erroneamente “Enrico, vecchio Conte di Rivello” a cui l’Antonini si riferisce quando aggiunge che egli “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Dunque, secondo il Collenuccio (…), alla morte di Federico II di Svevia, suo figlio legittimo Corrado IV divenuto Imperatore ed erede del Regno di Sicilia, di cui faceva parte Napoli e le nostre terre, commise il governo di Napoli ad Enrico o “Arrigo” (l’Antonini lo chiama Guglielmo), vecchio Conte di Rivello. Il Collenuccio (…) aggiunge pure che Enrico, il vecchio conte di Rivello “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Il Collenuccio (…), a p. 62, in proposito scriveva che: “Avuto adunque Napoli in questo modo Corrado, fu  Re universale del Regno senza alcuna contradittione, et la riformatione di esso, commise ad Enrico, vecchio Conte di Rivello, et il governo di Napoli. Stando adunque in istato pacifico volto ai piaceri, Enrico fanciullo suo fratello, figliuolo della Regina Isabella, partì di Sicilia, à chi Federico l’havea lasciata, per venire a far riverenza al Re. In sua compagnia vi era un Capitano Saracino detto Giovanni Moro, ecc…ecc... Il Collenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 57 a, parla di ‘Guglielmo, ribelle di Federico II’. Per i fatti, di cui ha parlato anche l’Antonini a p. 443 della sua ‘Lucania’, prendendo le mosse dal racconto che fece lo storico Pandolfo Collenuccio. L’Antonini (…), parlando di Lagonegro, l’antica ‘Nerulo‘, ‘Lagonegro e sue montagne’, p. 183, Parte II, Discorso I. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 442, continuando il suo racconto su Rivello, a pp. 442-443, nella sua nota (I), posillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”Dunque, l’Antonini (…), riguardo a Rivello, sulla scorta del Collenuccio (…) scrive in proposito che fu conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II fu conosciuto da Corrado di Svevia, come uomo di gran senno e di consumata prudenza, destinandolo alla riformazione del Regno. L’Antonini si riferisce a Corrado IV, che ottenne la successione al Regno dopo la morte del padre Federico II di Svevia. Secondo l’Antonini, l’imperatore Corrado IV, succeduto al padre Federico II di Svevia nel Regno di Sicilia, conosciuto Guglielmo conte di Rivello (Enrico o Arrigo per il Collenuccio) lo destinò alla “riformazione del Regno”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei popoli etc…”, a p. 177, parlando dei moti scoppiati nel Regno di Sicilia dopo la morte di Federico II di Svevia per la sua successione, impossessatosi del Regno il figlio Corrado IV e della discesa di Corradino nel Regno per toglielo allo zio Manfredi, scrivendo sulla scorta del libro IV del Collenuccio (…) e del libro II del Summonte (…), scriveva che: “La prima città a ribellarsi (dice uno storico (2), assommando gli sparsi fatti) quando re Carlo era in Abruzzo contro Corradino, fu Lucera; poi Andria, Potenza, Venosa ecc..ecc…Capi della ribellione furono Roberto di Santa Sofia (1) con Raimondo, suo fratello, Pietro e Guglielmo, fratelli, Conti di Potenza, Enrico il vecchio Conte di Rivello, e un altro Enrico di Pietrapalomba (2), tedesco, ecc…Questi, scorrendo la Puglia, Capitanata e Basilicata, ogni cosa rivoltarono, ponendo a sacco le terre che facevano resistenza; le quali furono Spinazzola, Lavello, Minervino, ecc..ecc…Solo si tennero queste terre, perchè avevano fortezze e presidi, Gravina, Montepeloso, Melfi, Troia, Barletta, Trani, Molfetta, Bitonto e Bari.”, ma quando Carlo ebbe vinto, non fu terra, ne castello in Puglia, nè in Basilicata ecc..ecc..”. Il Racioppi (…), a p. 176, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Collenuccio, Stor., lib. IV e Summonte, Storia, ecc.. che ne ricopia le parole, II, p. 220.”. Il Racioppi (…), riguardo le ribellioni nel Regno con Corradino di Svevia ed alcuni feudatari delle nostre terre, citava il Summonte G.A. (…), che nel suo ‘Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli’, edito nel 1675 e nel 1602, tomo II, Libro III, a p. 121, in proposito scriveva che: “…capi della ribellione furono Roberto di santa Sofia, che spiegò la bandiera dell’Acquila, e Ramondo suo fratello Pietro, e Guglielmo fratelli conti di Potenza, Henrico, il Vecchio Còte di Rivello, & un altro Enrico ecc..ecc……contro li quali rubelli per tenerli in freno era stato deputato Ruggiero Sanseverino dal Re, con altri come è detto: & egli co’l suo esercito se n’era passato il passo levatosi dall’assedio di Lucera, havedo inteso che Corradino se ne veniva nel Regno: ecc..ecc..”. Dunque anche il Summonte (…), oltre al Collenuccio (…), lo chiamava Henrico vecchio conte di Rivello, diversamente dall’Antonini che voleva fosse Guglielmo e non Enrico. Il Racioppi, a p. 177, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Pietrapalomba era un castrum a sinistra dell’Ofanto, e il suo territorio oggi appartiene al paese che ha mutato il vecchio nome di Carbonara in quello di Aquilonia. – ecc..”. Dunque il Racioppi, a p. 177, vol. II, ci parla della conquista del Regno da parte di Carlo I d’Angiò e della sconfitta di Corradino di Svevia e dei suoi partigiani e, sulla scorta del Collenuccio (…) ed in particolare del libro V ci parla, come il Collenuccio del milite e feudatario Enrico, vecchio conte di Rivello.

Nel 1269, Riccardo di Lauria (figlio di Riccardo di Lauria d’epoca Sveva)

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 46, in proposito scriveva che: Già dal luglio 1269, infatti, re Carlo affida a Roberto di Lauria e ad Egidio de Vinetta il compito di catturare i ribelli del Giustizierato di Calabria, di Val di Crati e di Terra Giordana e di tenere prigionieri i principali proditori (130).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (130) postillava che: “(130) RCA, vol. II, pp. 100-101, n. 369 e p. 101, n. 372.”.

Nel 1269, Carlo I d’Angiò donò a ‘Gille o Gille de Blèmur’ (Egidio di Blemur) il Castello di Molpa e Camerota

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) dell’Antonini (…) a p. 366. Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri (…) e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a Gil de Blemur” il castello della Molpa. Inoltre, l’Ebner si riferisce ad un ‘Egidio de Blemur’, feudatario di Camerota all’epoca angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272.  La stessa discrasia si ripete per il feudatario di Camerota “Gil de Blemur” quando ne parla l’Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. L’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a Gil de Blemur” il castello della Molpa e invece il documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina pubblicato dal Filangieri (…) e citato dall’Ebner (…) ci dice il contrario.  L’Ebner si riferisce ad un Egidio de Blemur, feudatario di Camerota all’epoca Angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272 e dunque non si poteva trattare dello stesso Gil (normanno) di cui parlano i due studiosi Augurio e Musella (…), di cui parlerò innanzi. I due studiosi Augurio e Musella (…), parlano di “Gibel di Lauria”, feudatario della Contea di Lauria. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10).”, e nella sua nota (10) postillava che:  “(10) Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Riccardo Filangieri (…), nel vol. I della ricostruzione dei Registri Angioini, a p. 287 (e non a p. 294), nel registro n. VI, riguardo il documento n. 407, in proposito scriveva: “407.- (Carlo I ordina che ritornino in possesso della R. Curia i castelli di Macopa (?), Camerota e S. Severino, tenuti già dal fu Guglielmo Gagliardo milite, “Datum in obsidone Lucerie, XX, Julii,  XX ind.”.) (Reg. 4, f. 148 t.).”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’ all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che:  ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”Dunque, riguardo la nota (11), postillata da l’Ebner, andando al Registro della Cancelleria angioina n. XXII, a p. 132 del vol. VI, pubblicato dal Filangieri (…) troviamo scritto al n. 644: “644. – (Mandatum ut respondeatur Egidio de Blemur, mil., de iuribus et redditibus castrorum Camerote et Melope in Principatu, per Regem sibi concessorum) (Reg. 10, f. 41 t.).”. Il Filangieri a p. 132 del vol. VI postillava:  “Fonti: Chiarito, rep. cit., f. 57 t.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’ all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che:  “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Dunque, riguardo la nota (12), l’Ebner scriveva che nel medesimo Registro, ovvero si riferiva al Registro della nota (11), ovvero al registro pubblicato da Riccardo Filangieri (…), nel vol. IV della ricostruzione dei Registri Angioini,  n. XXII, p. 389, n. 618. Il Filangieri (…), nel vol. VI della ricostruzione dei registri angioini, a p. 388 (non 389), nell’‘Indice analitico’ riportava: “Blemur (de) Egidio, mil., sig. di Camerota, 92, 131,  132, 339.”. Nel Filangieri (…), vol. VI, a p. 127, al n. 618 del registro XXII, si legge un’altra cosa. Nel Filangieri (…), vol. VI, a p. 92, al documento n. 362 leggiamo: “362. – (Mandatum de solvenda pecunia Egidio de Blemur)(Reg. 13, f. 89), e per il documento postillava: “Fonti: Chiarito, l.c.”. Sempre il Filangieri, vol. VI, a p. 131, citava il documento n. 638, dove è scritto: “638. – (Egidio de Blemur, mil. donat Rex castra Camerote et Malope in Principatu)(Reg. 10, f. 41).”. Per questo dcumento il Filangieri postillava: “Fonti: Sicula, l.c., Chiarito, l.c.”Sempre il Filangieri, vol. VI, a p. 339, nel registro XXII, citava il documento n. 1834, dove è scritto: “1834. – Egidius de Blemur receptus est de hospitio Regis) (ibidem).”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. E’ interessante ciò che scrive l’Ebner (…), su ‘Gil de Blemur’ nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Dunque, la Pollastri (…), cita Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, che a p. …, cita alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina e pubblicati dal Filangieri (…). In particolare il Pispisa (…), cita i documenti angioini pubblicati dal Filangieri (…), nel vol. VIII, da p. 183 a p. 193, dove a pp. 182 e 183 troviamo il documento del Registro XXXVII, che il Filangieri postilla essere tratto da “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668”, e dove troviamo tra i feudatari oggetti di donazioni da parte di Carlo I d’Angiò il: “; Edigius de Blemur pro castro Camerote et Melope et pro castro Sancti Nicandri.”. Lo stesso documento citato da Ebner lo troviamo nel vol. VIII dei Registri Angioini pubblicati da Riccardo Filangieri, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) dove a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che:  ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (10) postillava che:  “(10) Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che:  ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che:  “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (13) postillava che:  ” (13) Anni 1269-1272. Reg. 6, ff 151-154 = vol. VII, P. 260.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (14) postillava che:  “(14) Reg. 10, f 41 = vol. VII, p. 15, n. 89.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (15) postillava che:  “(15) Camerota pro focul. XXXVII, unc. XIX, tar. VII et mentium: vol. VIII, p. 239. Cfr. ad Agropoli.”. Di ‘Gil de Blemur’ è interessante ciò che Ebner (…), nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo i documenti che possono testimoniare a quali feudatari, tra cui quelli delle nostre zone, re Carlo I d’Angiò sequestrò i beni perchè avevano patteggiato con Manfredi, Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che:  ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) di Antonini (…) a p. 366. Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”.

Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Vittorio Bracco (…), che, nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 39-40, nella nota (24) postillava che: “(24)…..il luogo di Molpa, lungo il profilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e questo paese è generalmente indicato dalla tradizione come sopravvivenza del centro scomparso……Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: ne abbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Economia e società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 272 parlando degli “Statuti di Camerota”, in proposito scriveva che: “Con Camerota (v.) il casale venne concesso nel 1271 da re Carlo a Egidio di Blemur.”. Sempre Ebner, a p. 102, vol. II, in proposito scriveva pure che: “Dai Registri angioini (1266-1267) si rileva la concessione di re Carlo “a Gilé de Belmur (di) casal Melope, castel Camerote e casal Sant Gregore”. Nell’archivio cavense una pergamena (ined. ABC, LV 110) del gennaio 1269, XI, segnala la compra-vendita di una vigna effettuata da Guido di Camerota. Nel 1271 il casale era ancora in possesso di Egidio di Blemur.”.

Nel 1266 o 1271 (per Mazziotti ?), CARLO II D’ANGIO’ DETTO LO ZOPPO DIVIENE PRINCIPE DI SALERNO

Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo (1254 – Napoli, 5 maggio 1309), figlio di Carlo I d’Angiò, prima re di Sicilia poi di Napoli, e di Beatrice di Provenza, ultimogenita del conte di Provenza, Raimondo Berengario IV, e di Beatrice di Savo, fu re di Napoli dal 1285 alla morte, avvenuta nel 1309. Oltre ad essere sovrano del Regno di Napoli, Carlo II fu principe di Salerno dal 1266, poi conte d’Angiò e del Maine, conte di Provenza e di Forcalquier, principe di Taranto, re d’Albania, principe d’Acaia e re titolare di Gerusalemme. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Galvano e Federico Lancia ai tempi di Corradino di Svevia e della battaglia di Tagliacozzo dove Carlo I d’Angiò, vinse le armate ghibelline e Sveve,  sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 133 scriveva che: II. Pochi anni dopo il re Carlo, con rescritto dell’11 giugno 1271 conferiva al suo primogenito Carlo II, il principato di Salerno (2). Con tale concessione, che si conservava nell’archivio della Zecca di Napoli, e che è stata pubblicata da varii scrittori, gli fu data soltanto la giurisdizione civile nel Principato, ed unicamente nel circuito delle mura di Salerno anche la giurisdizione criminale (3).”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giannone, vol. 4°, lib. 22, pag. 399; Freccia, ‘De Subfeudis, ed. 2°, pag. 170.”.

Nel 1269, l’ordine al Giustiziere di Principato d’inviare Nicola di Tortorella di Padula

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento’ nel vol. II, a p. 242, parlando di Padula in proposito scriveva che: “Del 1269 è un ordine al giustiziere di Principato e Terra beneventana d’inviare 40 cavalieri del giustizierato in Romagna, tra essi Nicola di Tortorella di Padula che deve approntare la quinta parte di un milite (6).”. Ebner (…) a p. 242 nella sua nota (6) postillava che: “(6) Reg. 1269, S, f 53 = vol. IV, p. 39, n. 237.”.

Nel 1269, re Carlo I d’Angiò concede Tortorella, Sanza e Roccagloriosa a ‘Onorato di Moliers’, togliendoli al proditores Roberto di Tortorella

Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini e poi tra aragonesi e angioini (metà XIII secolo-inizio XIV secolo), purtroppo scarsamente documentato, Tortorella, con i suoi casali, fu soggetta a diversi passaggi di proprietà. Nel ‘Liber Donationum Caroli Primi’ databile alla seconda metà del XIII secolo (probabilmente 1269) si legge che il Re Carlo I d’Angiò concede il castrum di Tortorella, insieme a quello di Sanza e di Roccagloriosa, a Onorato di Moliers (33). Successivamente passò per la somma di 40 once d’oro, nelle mani del milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran) in cambio del Casale di Trecase, che si trovava nel Giustizierato di Terra d’Otranto, e di altri beni a Brindisi (34).”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominanturvaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato  circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind.,  f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella. Il milite Roberto di Tortorella, ex partigiano di Manfredi e forse anche di Corradino di Svevia, con Carlo Martello, riscatterà la sua posizione.

Nel 1269, re Carlo Martello concesse Roccagloriosa a Enrico Forniero de Moliers

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “Nello stesso anno re Carlo concede Roccagloriosa a Enrico Forniero de Moliers (16), cui successe Onorato, il quale, oltre ad avere la “previsio” sulla concessione di Roccagloriosa (17), restituì poi alla Curia regia (demanio) il feudo donatogli dal re in cambio del castello di Spigno (giustizierato della Terra di Lavoro e Molise) per sè e per i suoi discendenti (18). Da ciò l’ordine reale di revoca della concessione del castello di Roccagloriosa a Onorato Fornerio (de Moliers) (19).”. Ebner a p. 417, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Reg. 4, f 153 t = Reg. C. Carucci cit.,  I, p. 281, n. 351 (‘Henrico de Fornerio de Moliers’ concessione di ‘Rocca de Gloriosa (…) Datum in obsidione Lucecerie V juilii, XIII.”. Ebner a p. 417, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Onorato de Moliers, ‘provisio concessione terre Rocce Gloriose’, Reg. 6, f 18 = vol. IV, p. 115, n. 721. Sul mandato di pagamento, v. pure Reg. 13 f 92 = vol. VI, p. 94, n. 379. Reg. 1271 D, f 18 = vol. III, p. 16, n. 99 conferma della concessione a Onorato Moliers de Roccagloriosa; Reg. 1271 d, F. 16 = vol. III, p. 15, n. 90. Provisione a ‘Guidotto de Moliers fratri et procuratori terrarum Honorato (…) pro vassallis suis, quia fuerunt fidelis. Lucera 9 settembre, XIII.”. Ebner a p. 417, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Reg. 6, f 246 t = vol. IV, p. 77, n. 498.”. Ebner a p. 417, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Reg. 13, f 169 t = vol. IV, p. 121, n. 812, Cfr. Reg. 13, f 126 t = vol. VI, p. 79, n. 257.”.

Nel 1269, il castello di S. Severino passa alla Regia Curia

Angelo Bozza (…), nel vol. I, a p. 368, per l’anno 1268 (dopo la morte di Corradino di Svevia) in proposito scriveva che: “Carlo I. premia i suoi Baroni, e fra gli altri, investe Guglielmo Visconte milanese del contado di Conza, e fra gli altri investe Simone di Monforte di quello della Padula, Guglielmo Galardo di Molpa e Camerota, Ruggiero da Sanseverino di quelli di Sanseverino e di Marsico.”. Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 542, parlando di S. Severino di Centola (di Camerota), in proposito scriveva che: “Del castello e della sua importanza strategica durante la guerra angioino-aragonese, sono poi numerose notizie nei ‘Registri angioini’, i quali ci informano dei suoi castellani che, per ordine regio, vi si avvicendavano e dei passaggi feudali dell’ambito ma pericoloso castello troppo esposto alle insidie e alle incursioni degli almogàveri. Nel 1269 il castello della Molpa, Camerota e Sanseverino, tenuti dal milite Guglielmo Gagliardi, per ordine del re Carlo I, vennero restituiti alla regia Curia (12). Poi il castello di Sanseverino, con l’omonimo suo casale, passarono a Pandolfo di Fasanella (v.) e poi di nuovo alla Curia.”. L’Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 542, vol. II postillava che: “(12) Reg. 4, f 148 t = Reg. C a = vol. I, Napoli, 1950, p. 294, n. 402. Castello di Macopa (ma Malopa = Molpa), Camerota e Sanseverino. ‘Datum in obsidione Lucerie, XX julii, XX ind. (= a. 1269).”. Rileggendo il vol. I della ricostruzione dei Registri tratti dalla Cancelleria Angiona pubblicati da Riccardo Filangieri (…), pubblicato dall’Accademia Pontaniana, a p. 294, per il documento n. 402, non leggiamo la stessa notizia che invece leggiamo nell’altro documento citato sempre dall’Ebner nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10).”, e nella sua nota (10) postillava che:  “(10) Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”, di cui ho parlato più avanti. Infatti, rileggendo il vol. I, della ricostruzione dei registri tratti dalla Cancelleria Angioina pubblicati e a cura di Riccardo Filangieri (…), a p. 287 (e non a p. 294), nel registro n. VI, riguardo il documento n. 407 (e non il documento n. 402, indicato da Ebner), troviamo scritto che: “407.- (Carlo I ordina che ritornino in possesso della R. Curia i castelli di Macopa (?), Camerota e S. Severino, tenuti già dal fu Guglielmo Gagliardo milite, “Datum in obsidone Lucerie, XX, Julii,  XX ind.”.) (Reg. 4, f. 148 t.).”, dove il Filangieri postillava che il documento era tratto da: “Fonti: Not. comunicata da F. Scandone”. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia‘, a p. 20, parlando di S. Severino di Centola, in proposito scriveva che: “Il Castello di S. Severino, elemento di un formidabile sistema di difesa che comprendeva anche il castello di Camerota, le fortificazioni della Molpa e il Castelluccio sul Mingardo, rivestì notevole importanza strategica durante la guerra angioina-aragonese e fu fortezza inaccessibile, un osso duro per tutte le orde nemiche che ne tentarono l’assedio. Se ne dovettero rendere conto anche gli Almugàveri che, nelle loro ripetute scorrerie, lasciarono negli strapiombi di San Severino innumerevoli vittime. Nel 1269 i castelli di Molpa, Camerota e San Severino, tenuti dal milite Guglielmo Gagliardi, per ordine del re Carlo I, venivano restituiti alla Regia Curia..

forse i resti del castello

(Fig…) Borgo e Castello di S. Severino di Centola

borgo-san-severino-002

(Fig…) Gola della Dragara o detta del ‘Diavolo’, nei pressi di S. Severino di Centola

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(Fig…) Antonini (…), pp…

Castel Mandelmo a Licusati-Castelluccio

(Fig….) Castel Mandelmo a Licusati

Nel 1269, a Roccagloriosa Ruggiero di Polla venne nominato castellano

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “Maggiori notizie ci sono pervenute dell’età angiona, a partire dal 1269, quando Ruggiero di Apolla (Polla) venne nominato castellano di Roccagloriosa (15).”. Ebner a p. 417, nella sua nota (15) postillava che: “(15) ‘Reg. 1269 S, f 226 = vol. IV, p. 161, n. 1073. Cfr. pure ‘Reg. 10, f 41 t = vol. IV, p. 132, n. 643 sul mandato di pagamento della gagia a Ruggiero.”.

Nel 1269, ‘Gille de Blemur’, e il Castello di Molpa e Camerota

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (10) postillava che:  “Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che:  ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che:  “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (13) postillava che:  ” (13) Anni 1269-1272. Reg. 6, ff 151-154 = vol. VII, P. 260.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (14) postillava che:  “(14) Reg. 10, f 41 = vol. VII, p. 15, n. 89.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (15) postillava che:  “(15) Camerota pro focul. XXXVII, unc. XIX, tar. VII et mentium: vol. VIII, p. 239. Cfr. ad Agropoli.”. Di ‘Gil de Blemur’ è interessante ciò che Ebner (…), nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo i documenti che possono testimoniare a quali feudatari, tra cui quelli delle nostre zone, re Carlo I d’Angiò sequestrò i beni perchè avevano patteggiato con Manfredi, Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che:  ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) di Antonini (…) a p. 366. Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a Gil de Blemur” il castello della Molpa. Inoltre, l’Ebner si riferisce ad un Egidio de Blemur, feudatario di Camerota all’epoca Angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272 e dunque non si poteva trattare dello stesso Gil (normanno) di cui parlano i due studiosi Augurio e Musella (…).

Nel 1269, il villaggio di Roccagloriosa si ribella agli Angioini

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: A quel periodo è forse da ascrivere la ribellione del villaggio. A sedarla il re invia, quali capitani, Matteo di Fasanella e Anfuso di Vinay ordinando al giustiziere di Principato di fornire ogni aiuto ai predetti cavalieri nel compimento del loro mandato (20). Della previsione “pro hominibus castri Rocce de Gloriose pro regio demanio” (21) non sappiamo se venne disposta prima o dopo la ‘jaquerie’ di cui ci sono ignote le cause.”. Ebner a p. 417, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Reg. 13, f 125 t = vol. VI p. 78, n. 248. Non sappiamo se è da collocar in quel tempo ciò che i compilatori del vol. XIII (p. 102, n. 380 = Reg. 21, f 299) attribuiscono a Gentile e Pandolfo di Petruso, ribelli, dom. Gloriose etc.”. Ebner a p. 418, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Reg. 13 f 125 = vol. VI , p. 78, n. 248.”. 

Nel 1269, re Carlo Martello ordina a Roccagloriosa di versare 22 once d’oro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: Anche nel periodo venne ordinato all’università di versare al fisco 22 once per avere occultato 88 fuochi (22).”. Ebner a p. 418, nella sua nota (22) postillava che:  “(22) Cfr. ad Agropoli.”.

Nel 1269, il re Carlo Martello ordina di immettere a Roccagloriosa Giacomo de Florio, figlio di Riccardo Florio

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: A seguito di un esposto, poi, il re ordina al giustiziere di Basilicata (23) di immettere “in corporalem possessionem” Giacomo del fu Riccardo de Florio, spogliato ai tempi di re Manfredi della metà di Roccagloriosa e della terza parte di Tito che re Carlo gli aveva poi restituiti e che “tenuti pacifice” sebbene ora pare che venga insediato nel possesso.”. Ebner a p. 418, nella sua nota (23) postillava che:  “(23) Reg. 4, f 36 t = Reg. C in Carucci, op. cit., I, p. 228, n. 153. Immettere ‘incorporalem possessionem dictarum partium Gloriose et Titi (…) nec permittere eam (…) molestari.”.

Nel 1269, re Carlo I d’Angiò, scrive della ribellione di Nicola de Jannuccio di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: Nel 1269 il re ordinava di non molestare Nicola di Giannuzzi (“Jannucio”) di Policastro per la ribellione commessa da quella popolazione, perchè avvenuta in sua assenza (34).”. Pietro Ebner (…), a p. 337, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Reg. 1269, S, f 45 = vol. IV, p. 34, n. 196.”. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, nel suo vol….., a p….., parlando di Policastro scriveva che: “Dai registri Angioini si rileva un’ordinanza di Re Carlo I d’Angiò (Reg. 1269 S, f. 45) che invitava le autorità a non molestare Nicola de Jannuccio (Giannucci), per la ribellione commessa da Policastro perchè questa si era verificata durante la sua assenza. Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì.”. L’Ebner (…), in proposito scriveva che: Dai registri Angioini si rileva un’ordinanza di Re Carlo I d’Angiò (Reg. 1269 S, f. 45) che invitava le autorità a non molestare Nicola de Jannuccio (Giannucci), per la ribellione commessa da Policastro perchè questa si era verificata durante la sua assenza.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, a p. 191, parlando di Policastro, nella sua nota (16) postillava che: “REGESTA CHARTARUM ITALIAE, op. cit., pag. 49. Ecco il testo intgrale: “Nicola de Jannuzzo de Policastro provvisio quod non molestur pro ribellione commissa per dictam terram quia ipse absens ab illa fuit” (anno 1269).”. L’opera a cui si riferiva il Vassalluzzo (…), ‘Regesta Chartarum Italiae’, che contiene e cita la notizia sulla ribellione di Nicola Jannuzzo è postillata nella sua nota (5) a p. 152 “Gli atti perduti della cancelleria angioina, parte I, vol. I, a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1939.”.

Nel 1269, a Policastro il giudice Ruggiero di Policastro, ordina al vescovo di esibire le decime riscosse

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Nel 1269,…vi è pure un ordine di recupero dall’erede del Giudice Ruggiero di Policastro; un ordine di esibizione delle decime al vescovo di Policastro (35); la nomina del bàiulo di Policastro a “prepositus” alla strada che dal ponte sul Sele andava fino a Polla e alla strada che da Policastro andava a San Giovanni a Piro e poi fino a Tropea (36).”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Reg. 10, f. 41 t = vl. VI, p. 132, n. 642”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (36), postillava che: “(36) Reg. 10, f. 115 t e 115 bis = vol. VI, pp. 237-238, n. 1266.”. Sempre l’Ebner (…) scriveva la stessa notizia parlando di S. Giovanni a Piro “Nel Reg. 10, f. 110 t e 115 bis, l’ordinanza che il baiulo di Policastro era “prepositus” alle strade del ponte del Sele a Polla, da Policastro a S. Giovanni a Piro e da Policastro a Tropea. Vi è pure un’ordinanza per la riscossione di 121 oncie per aver occultati 124 fuochi.”.

Il 16 marzo 1270, re Carlo I d’Angiò, donò i beni a Policastro del ‘proditores’ (ribelle) Bartolomeo di Torraca che aveva patteggiato per Manfredi

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, precisamente nell’anno 1270 Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti ad un certo, “Bartolomeo di Torraca, chiamato Proditor, che possedeva beni a Policastro e per punirlo glieli tolse. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “In età angioina è poi notizia di Bartolomeo di Torraca, “proditor”, il quale possedeva beni a Policastro (5).”. Ebner, a p. 664, nella sua nota (5), postillava che la notizia era tratta da: “(5) Reg. 5, f 34, 16 marzo a. 1270, XIII = vol. III, p. 107, n. 85”. Infatti, rileggendo il vol. III della ricostruzione dei Registri Angioini, pubblicati da Riccardo Filangieri, a p. 107, il documento n. 84, del registro XIII, leggiamo: ” 86. – (‘Bartolomeo de Torraca’, “proditor”, ‘possedeva beni in Policastro, sub. dat. XVI martii XIII ind., anno 1270) (Reg. 5, f. 34).”. Riccardo Filangieri nel vol. III, a p. 107, postillava in proposito che: “Fonti: Scandone ms. in Arch.; Minieri Riccio, ms. in Arch.”. Il Filangieri, citava Francesco Scandone. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Scandone scrisse dei poeti siciliani ai tempi di Federico II di Svevia e di suo figlio Manfredi e riportava diversi documenti. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un Andrea di Torraca potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”.

Nel 1269, re Carlo I d’Angiò concede Tortorella ed i suoi casali di Battaglia e Casaletto, Sanza e Roccagloriosa a ‘Onorato di Moliers’, togliendoli al proditores Roberto di Tortorella

Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini e poi tra aragonesi e angioini (metà XIII secolo-inizio XIV secolo), purtroppo scarsamente documentato, Tortorella, con i suoi casali, fu soggetta a diversi passaggi di proprietà. Nel ‘Liber Donationum Caroli Primi’ databile alla seconda metà del XIII secolo (probabilmente 1269) si legge che il Re Carlo I d’Angiò concede il castrum di Tortorella, insieme a quello di Sanza e di Roccagloriosa, a Onorato di Moliers (33).”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominanturvaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni di stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato  circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind.,  f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella. Il milite Roberto di Tortorella, ex partigiano di Manfredi e forse anche di Corradino di Svevia, con Carlo Martello, riscatterà la sua posizione.

Nel 1269, i fratelli GIACOMO, ROBERTO e RICCARDO DI LAURIA e, lo stato di Laino, in epoca Angioina 

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Non si perdono invece le tracce di un Giacomo, di un Roberto e di un altro Riccardo di Lauria, fratelli, citati in un diploma angioino del 21 luglio 1269 e detti custodi del Castello di Laino (104). I tre erano infatti ricorsi all’autorità di Carlo I d’Angiò per chiedere la riscossione delle paghe loro (e di 25 servienti) sino a quel momento non percepite, avendo i Lauria prima espugnato il castello di Laino, in mano ai partiggiani di Corradino, e successivamente anche ottenutone la custodia dal giustiziere di Val di Crati. Evidentemente i Loria non si erano deputati affatto soddisfatti, né era bastoto loro il provvedimento per il quale re Carlo, il 13 giugno 1269, aveva già designato Roberto castellano del Castello di Laino, se quel Roberto di Laveria citato nel diploma (105), sembra essere, sulla fede del contenuto specifico, una regestazione onomastica impropria assunta dal Minieri Riccio (106) o in tal forma a lui derivata da un errore di scrittura del cancelliere. Non è neppure da escludere che la designazione risponda ad un provvedimento a caldo a favore di Roberto, mostrando infatti la documentazione collaterale un singolare avvicendamento di cariche con un Guglielmo di La Forest milite (107), già castellano del Castello di Laino al 1269 (108), declassato, nello stesso anno, quindi a custode (109).”. La Lamboglia, a p. 44 proseguendo scrive che: “…., mentre i rimanenti Jacobo (Giacomo) e Riccardo vengono esentati, dal prestare servizio militare in Acaia in soccorso di Guglielmo II di Villeharduin (115), poichè non posseggono un intero feudo (116). Di Giacomo di Lauria – comunque feudatario – sia pure di una porzione di feudo – nulla si dice invece nei documenti di cancelleria superstiti, se non quel poco che si ricava da un regesto di un documento, fatto a suo tempo dal Minieri-Riccio, e datato 18 luglio del 1271. In esso, re Carlo ordina al giustiziere della Basilicata di far pagare a Giacomo di Lauria, dai suoi vassalli, la sovvenzione dovuta secondo le consuetudini del Regno, poichè questo doveva essere cinto cavaliere ed insieme a Ruggero Sanseverino, conte di Marsico e vicario del Re a Roma, portarsi in quella città per faccende non del tutto precisate (117).”.

Lamboglia, p. 43

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: Tale d’altronde era lo stato di Laino occupata da Giacomo, Roberto e Riccardo di Lauria, i quali ricorrono nel 1269 al re Carlo I d’Angiò perché, avendone espugnato il Castello tenuto dai fautori di Corradino e avendone ottenuto la custodia dal Giustiziere della Valle del Crati con una guarnigione di 25 uomini (che il documento chiama servienti) da quel tempo non avevano mai riscosso il loro soldo. Re Carlo I fa ripondere da Foggia in data 21 luglio ordinando al Giustiziere Matteo di Fasanella di soddisfare il Lauria in ragione d’un’oncia al mese per essi e mezzo augustale per ciascuno per i “servienti” dal giorno in cui fu ad essi affidata la custodia del Castello ribelle di Laino fino al 1° agosto dello stesso anno 1269. Ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Confermerebbe la prima ipotesi – quella cioè che individuerebbe Roberto, Giacomo e Riccardo di Lauria quali zii paterni di Ruggero – un documento angioino del 1306-1307 recante la ‘Forma commissionis officii viceamiracie’, che nell’ultimo capoverso annota: “PRESCRIPTA (sic) forma concessa fuit de novo dom. Riccardo de Lauria patruo dom. Rogerii de Lauria antiquitus tamen predecessoribus fuit in alia forma concessa (….)(123).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (123) postillava che: “(123) RCA, vol. XXXI, p. 71-74, n. 41.”.

Nel 23 giugno 1270, Guglielmo Ruggiero di Lauria

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 46, in proposito scriveva che: “Guglielmo Ruggiero di Lauria – con buona probabilità altro esponente collaterale della famiglia – citato in un precedente documento del 23 giugno 1270, nel quale è riferito in forma di regesto che tal Guglielmo Ruggiero era ricorso al Re, insieme ad altri interessati, relativamente alla mancata quaternazione di un campo già oggetto di compravendita (125).”. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (125) postillava che: “(125) RCA, vol. IV, p. 164, n. 1093.”.

Nel 1270, “Andree de Torraca Proditoris” possedeva beni “alia bona in Policastro” che, Carlo I d’Angiò, nello stesso anno donò ad altri

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, nell’anno 1270, Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti in passato ad un certo “Andrea ribelle di Torraca. Recentemente in un testo a stampa su ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, Giorgio Mallamaci (…), parlando di Torraca all’epoca Angioina, sulla scorta di Ebner (…) e senza mai fornire alcuna citazione bibliografica a p. 33, in proposito scriveva che: “Un altro nome è quello di un certo Andree de Torraca il quale compare nei ‘Registri della Cancelleria Angioina’ ricostruiti da R. Filangieri; in tali documenti viene specificato che nel 1270 è stata effettuata la donazione da parte del re (Federico II) all’ostiario (custode) Rinaldo di Poggiolo un castello di Vineoli nel giurisdizionato di Basilicata, un castello di Conca di Campania, insieme con altri beni a Policastro che furono di Andree da Torraca. Più precisamente in esso vi si legge che “760 – Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli in Iustitiarato Basilicate, castrum Concae et aliab, que fuerunt Andree de Torraca, Prodi-Toris (Reg. 6, fol. 16).”. Il Mallamaci (…) parla di una donazione di Federico II di Svevia che è un evidente errore quando invece l’Ebner (…), correttamente parla di una donazione di Carlo I d’Angiò. Sono peraltro interessanti le citazioni bibliografiche dell’Ebner che cita il Filangieri (…). Dunque, la notizia che re Carlo I d’Angiò (e non Federico II di Svevia), nel 1270 donava al custode (ostiario) Rinaldo di Poggiolo alcuni castelli in Basilicata insieme ad altri beni a Policastro che furono di Andree di Torraca “Prodi-Toris” (‘proditor’), proviene da Pietro Ebner (…). Addirittura l’Ebner dirà di Andrea di Torraca “il ribelle”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 538, parlando di Policastro, in proposito riportava una notizia simile e scriveva che: “Nel Reg. 6, f 16 è la notizia della donazione di re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolo del castello di Vineolo in Basilicata e di “alia bona” in Policastro “que fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Del ribelle Andrea di Torraca è pure notizia negli stessi ‘Registri’ (6). Ecc…”. Ebner nella sua nota (6), postillava che: “(6) Reg. Cancelleria Angioina IV, p. 113, n. 760 (v. a Policastro).”. Riguardo l’interessantissima notizia, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: “Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì. Nel Reg. 6, f. 16 è la notizia della donazione di Re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata e di ‘alia bona’ in Policastro “quae fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Dal Reg. 10, f. 41 t l’ordine “de exibitione decimarum Episcopo Policastrensis”.”. Infatti, leggendo il vol. IV della ricostruzione dei Registri della Cancelleria Angioina pubblicati da Riccardo Filangieri (…) e, curato dalla Jole Mazzoleni (…), a p. 113, nel documento n. 760 del registro XIV si legge che: “760. Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli, in Iustitiariatu Basilicate, castrum Conche et alia bona in Policastro, que fuerunt Andree de Torraca proditoris). (Reg. 6, f. 16).”.

Filangieri Riccardo, Jole Mazzoleni, vol. IV, p. 113

Il documento che riguarda Andrea di Torraca che postillava l’Ebner è (Reg. 6, fol. 16, n. 760).”, e la Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dunque, secondo il documento angoino pubblicato dalla Mazzoleni (vol. IV, p. 113 del Filangieri), scriveva che Carlo I d’Angiò, nel 1270 aveva donato all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata ed altri beni (“alia bona”), forse terreni e proprietà immobiliari a Policastro, che erano stati posseduti dal “proditores” (ribelle) Andrea di Torraca. Dunque, secondo il documento angioino, il ribelle e milite Andrea di Torraca, forse ai tempi di re Manfredi, possedeva un castello di Vineolo in Basilicata. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, riguardo il milite e ribelle ‘proditores’ ‘Andree de Torraca’, la Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di M. Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito M., Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6”. Dunque, il documento citato dall’Ebner (…) che riguarda il “proditores” “Andree de Turraca” è citato nel foglio n. 322 t, contenuto nei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito. Dove si trova questo foglio ?. In quale dei registri è stato registrato ?. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Dunque, secondo il documento federiciano pubblicato dalla Mazzoleni, Andrea di Torraca dovrebbe essere stato un milite che ai tempi di re Manfredi e di Corradino doveva avere un castello a Vineolo o “Vineoli” (del “giustizierato” dice il Mallamaci) in Basilicata. Ma del castello o del centro di Vineoli o Vineolo nel giustizierato di Basilicata non si riesce a capire quale fosse. Forse è il castello di Lagopesole, uno dei più belli e l’ultimo fatto costruire da Federico II di Svevia.

Il 16 marzo 1270, re Carlo I d’Angiò, donò i beni a Policastro del ‘proditores’ (ribelle) ‘Andree de Torraca’ che aveva patteggiato per Manfredi

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, nell’anno 1270, Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti in passato ad un certo “Andrea ribelle di Torraca. Recentemente in un testo a stampa su ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, Giorgio Mallamaci (…), parlando di Torraca all’epoca Angioina, sulla scorta di Ebner (…) e senza mai fornire alcuna citazione bibliografica a p. 33, in proposito scriveva che: “Un altro nome è quello di un certo Andree de Torraca il quale compare nei ‘Registri della Cancelleria Angioina’ ricostruiti da R. Filangieri; in tali documenti viene specificato che nel 1270 è stata effettuata la donazione da parte del re (Federico II) all’ostiario (custode) Rinaldo di Poggiolo un castello di Vineoli nel giurisdizionato di Basilicata, un castello di Conca di Campania, insieme con altri beni a Policastro che furono di Andree da Torraca. Più precisamente in esso vi si legge che “760 – Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli in Iustitiarato Basilicate, castrum Concae et aliab, que fuerunt Andree de Torraca, Prodi-Toris (Reg. 6, fol. 16).”. Il Mallamaci (…) parla di una donazione di Federico II di Svevia che è un evidente errore quando invece l’Ebner (…), correttamente parla di una donazione di Carlo I d’Angiò. Sono peraltro interessanti le citazioni bibliografiche dell’Ebner che cita il Filangieri (…). Dunque, la notizia che re Carlo I d’Angiò (e non Federico II di Svevia), nel 1270 donava al custode (ostiario) Rinaldo di Poggiolo alcuni castelli in Basilicata insieme ad altri beni a Policastro che furono di Andree di Torraca “Prodi-Toris” (‘proditor’), proviene da Pietro Ebner (…). Addirittura l’Ebner dirà di Andrea di Torraca “il ribelle”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 538, parlando di Policastro, in proposito riportava una notizia simile e scriveva che: “Nel Reg. 6, f 16 è la notizia della donazione di re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolo del castello di Vineolo in Basilicata e di “alia bona” in Policastro “que fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Del ribelle Andrea di Torraca è pure notizia negli stessi ‘Registri’ (6). Ecc…”. Ebner nella sua nota (6), postillava che: “(6) Reg. Cancelleria Angioina IV, p. 113, n. 760 (v. a Policastro).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: “Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì. Nel Reg. 6, f. 16 è la notizia della donazione di Re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata e di ‘alia bona’ in Policastro “quae fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Dl Reg. 10, f. 41 t l’ordine “de exibitione decimarum Episcopo Policastrensis”.”. Infatti leggendo il vol. IV della ricostruzione dei Registri della Cancelleria Angioina pubblicato e curato da Riccardo Filangieri, a p. 113, nel documento n. 760 si legge che: “760. Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli, in Iustitiariatu Basilicate, castrum Conche et alia bona in Policastro, que fuerunt Andree de Torraca proditoris). (Reg. 6, f. 16).”. Il documento che riguarda Andrea di Torraca che postillava l’Ebner è (Reg. 6, fol. 16, n. 760).”, e il Filangieri (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e del Filangieri, riguardo il milite e ribelle ‘proditores’ ‘Andree de Torraca’, il Filangieri, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti, riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di Chiarito (…), del Borrelli (…) e di Scandone (…). Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904.  Per M. Chiarito (…), Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6, ecc…Riguardo invece il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola S., voll. II, ovvero Sicola S., Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. 

Nel 6 marzo 1270, Carlo I d’Angiò ordina ai portolanati di Policastro di….

Nel vol. III della “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri – 1269-1270”, pubblicato da Riccardo Filangieri (…) e, a cura di Jole Mazzoleni (…), è trascritto un documento del 1270 dove si cita il “de Portulanato Policastro”. Si tratta del vol. III del Filangieri che contiene, in questo caso il Registro XIII, l’unico registro Angioino, arrivato a noi intatto. A p. 106, è pubblicata la trascrizione del documento n° 82:

Filangieri R., op. cit., p. 107, vol. III

Nel documento n. 82 del registro XIII si legge che: “82. Scriptum est eidem (Iustitiario Principatus etc.) ut citet infrascriptos officiales, sub pena L unc. auri, ut XV presentis mensis martii cum omnibus rationibus et toto residuo quod dare teneantur, coram Mag. Rationalibus Magne Curie Regni debeant comaprere. Nomina vero….et officia que gesserunt ecc…Nicolaus Cavasilice, Mattheus de Cioffo, de Portulanatu Policastri; ecc…”. La Mazzoleni, a p. 106, nella sua nota al documento postillava che esso proveniva da: “Fonti: Ruocco, La prov. di Princ. Citra, in ‘Arch. stor. Salern., n. s. II, p. 313 sg. (trascriz.); Ciarito, Repert., cit., f. 264 e t.”. Dunque, la Mazzoleni citava il testo di Ruocco, La provincia di Principato Citra’, che stà in Archivio Storico Salernitano, n. s. II, si veda p. 313. Si tratta del saggio di Giobbe Ruocco, ‘La Provincia di Principato Citra, vista attraverso i documenti della sua storia etc…’, che abbiamo trovato in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, anno III, n.s., fascicolo I Gen. Marz. 1935 in Appendice la recensione del saggio, oppure Anno II nuova serie Gen. Marz. 1934, XII, in ‘Recensioni’, a p. 313. Giobbe ruocco, pubblicava la trascrizione integrale di alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina non ancora andati distrutti dal rogo del 1942 nel sito vicino Nola e la Mazzoleni li utilizza per la ricostruzione. Quì si tratta del documento del 1270.

Ruocco Giobbe, in ASS, p. 313

Ruocco (…), a p. 313, in proposito scriveva che: “1270, a. V di Carlo I d’Angiò, re di Sicilia, XIII indizione, 6 marzo, Capua. Reg. n. 5 (Carolus I. C), f. 32 t. Riportiamo per maggiore precisione il n. XXXIII che riferisce il foglio medesimo. Altro ordine simile si legge al foglio 6-6- t. e porta la stessa data del 6 marzo. Carlo I d’Angiò ordina al Giustiziero del Principato di citare alcuni ufficiali a comparire, sotto pena di cinquanta once d’oro, avanti i maestri razionali della grande Curia, affinchè consegnino quello che ancora debbono per gli uffici che essi occuparono sotto Pietro Challis, ecclesiastico della Curia di Parigi.”. Notiamo però dele differenze con la trascrzione della Mazzoleni in quanto in Ruocco a p. 314 il documento trascritto dice:  “Nicolaus Cavasilice (de Salerno), Matheus de Cioffo de portulanatu Policastri, ecc..”. Dunque secondo la trascrizione del Ruocco, per il portolanato di Policastro, comparivano i nomi di certi Nicola Cavasilice di Salerno e di Matteo de Cioffo. Il cognome “de Cioffo” poi nel tempo si è trasformato in Cioffi. Dunque, secondo questo documento della Cancelleria Angioina di Carlo I d’Angiò, nel 6 marzo 1270, il re ordinava ad alcuni ufficiali, tra cui Matteo de Cioffo del portolanato di Policastro, di comparire davanti alla Curia per indebite usurpazioni per gli uffici che essi occuparono sotto Pietro Challis, ecclesiastico della Curia di Parigi. Dunque, il documento è interessante per la dizione che riporta di “Portolanatu” di Policastro. Cosa era il Portolanato ?. Un porto o un distetto portuale da cui forse dipendeva il porto di Sapri con la sua ampia baia ?. Nel vocabolario troviamo che il termine significa ‘portolanato’ s. m. [der. di portolano], ant. – L’insieme delle funzioni del portolano, e la sua carica. Gran portolanato, magistratura che durante la dominazione. Dunque, nel 6 marzo 1270 a Policastro vi erano due ufficiali Nicola Cavaselice di Salerno e Matteo de Cioffo che sovraintendevano al suo porto.

Nel 1269, i fratelli GIACOMO, ROBERTO e RICCARDO DI LAURIA e, lo stato di Laino, in epoca Angioina

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: Tale d’altronde era lo stato di Laino occupata da Giacomo, Roberto e Riccardo di Lauria, i quali ricorrono nel 1269 al re Carlo I d’Angiò perché, avendone espugnato il Castello tenuto dai fautori di Corradino e avendone ottenuto la custodia dal Giustiziere della Valle del Crati con una guarnigione di 25 uomini (che il documento chiama servienti) da quel tempo non avevano mai riscosso il loro soldo. Re Carlo I fa ripondere da Foggia in data 21 luglio ordinando al Giustiziere Matteo di Fasanella di soddisfare il Lauria in ragione d’un’oncia al mese per essi e mezzo augustale per ciascuno per i “servienti” dal giorno in cui fu ad essi affidata la custodia del Castello ribelle di Laino fino al 1° agosto dello stesso anno 1269. Ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 44 proseguendo scrive che: Di Giacomo di Lauria – comunque feudatario – sia pure di una porzione di feudo – nulla si dice invece nei documenti di cancelleria superstiti, se non quel poco che si ricava da un regesto di un documento, fatto a suo tempo dal Minieri-Riccio, e datato 18 luglio del 1271. In esso, re Carlo ordina al giustiziere della Basilicata di far pagare a Giacomo di Lauria, dai suoi vassalli, la sovvenzione dovuta secondo le consuetudini del Regno, poichè questo doveva essere cinto cavaliere ed insieme a Ruggero Sanseverino, conte di Marsico e vicario del Re a Roma, portarsi in quella città per faccende non del tutto precisate (117).”. La Lamboglia, a p. 44, nella nota (117) postillava che: “(117) RCA, vol. VI, p. 89, n. 336; e C. Minieri Riccio, Il Regno di Carlo I d’Angiò negli anni 1271 e 1272, Firenze, 1875, p. 28: “(Carlo I) ordina al Giustiziero di Basilicata di far pagare a Giacomo di Lauria, dà suoi vassalli, la sovvenzione dovuta secondo le consuetudini del Regno, dovendo cingersi cavaliere e poi insieme a Ruggiero Sanseverino conte de’ Marsi e suo Vicario in Roma portarsi in quella città ‘pro nostri servitiis'”

GIACOMO DI AIETA E PALLANZA DI CASTROCUCCO

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: I Gifoni, ……., erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti.”. Dunque, Amedeo Fulco ci dice che “Pallanza” era vedova di “Giacomo d’Ageta o di Aieta” che era stato il feudatario di Aieta e Tortora e che il feudo, fu confiscato alla vedova Pallanza per mancanza di discendenti. Sulla “Pallanza di Castrocucco” ha scritto Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137). Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava che: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi overo insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25.”. Augurio e Musella (….), infatti, a p. 25, in proposito scrivevano che: “Riccardo di Lauria……Fu vicerè nel bare ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Ferleto e Guardiola in Calabria ‘Citra’; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze ecc…”. Augurio e Musella scrivono che il nome di Riccardo di Loria si trova annotato nel ‘Catalogus Baronum’, ma su Paliana Pascale di Castrocucco nessuna postilla.

Nel 1271, RINALDO GIFONE di TORTORA è citato in giudizio da Pallanza di Castrocucco, vedova di Giacomo di Aieta

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: Rinaldo di Tortora, invece, è citato nell’ottobre del 1271 a comparire davanti alla Gran Corte di Napoli per discolparsi.”. Sulla faccenda, sempre Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: Qui si cela una storia d’intrighi e d’interessi, non sappiamo fino a che punto confessabili, determinati certo da preoccupazioni di carattere politico. I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc……Ma evidentemente Pallanza d’Aieta e i suoi vassalli cercavano d’insinuare il dubbio nell’animo del giustiziere della Valle del Crati circa i proclamati sentimenti di devozione verso casa d’Angiò da parte dei GIFONI che venivano accusati d’aver simpatie per la Casa degli Svevi e d’aver riposto le loro speranze da parte del nobile ma sfortunato tentativo di Corradino di riconquista del Regno di Sicilia, conclusosi col triste e sanguinoso eccidio di Piazza del Mercato a Napoli nel 1268. ……..poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore…..Ecc…”. Sempre sui “Gifone di Tortora” e Rinaldo “GIFONE” poi in seguito “cifone” di Tortora, Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a pp. 50-52-52, in proposito scriveva che: “Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore. Ecc…”.

Nel 1271, CARLO II D’ANGIO’ VA IL PRINCIPATO DI SALERNO

Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Galvano e Federico Lancia ai tempi di Corradino di Svevia e della battaglia di Tagliacozzo dove Carlo I d’Angiò, vinse le armate ghibelline e Sveve,  sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 133 scriveva che: II. Pochi anni dopo il re Carlo, con rescritto dell’11 giugno 1271 conferiva al suo primogenito Carlo II, il principato di Salerno (2). Con tale concessione, che si conservava nell’archivio della Zecca di Napoli, e che è stata pubblicata da varii scrittori, gli fu data soltanto la giurisdizione civile nel Principato, ed unicamente nel circuito delle mura di Salerno anche la giurisdizione criminale (3).”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giannone, vol. 4°, lib. 22, pag. 399; Freccia, ‘De Subfeudis, ed. 2°, pag. 170.”.

Nel 1271, i SANSEVERINO riebbero le loro terre e la baronia del Cilento

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, in proposito sosteneva che: “Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano. Riottenuto l’esteso feudo, i Sanseverino tennero il Cilento fino al 1552, anno che coincise con il declino definitivo della potente famiglia. Il suo ultimo feudatario fu Ferdinando che dovette riparare in esilio per aver appoggiato i francesi.”.

Nel 1271, Erberto di Aureliano diventa feudatario della terra di Laino

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 43, in proposito scriveva che: “Tuttavia tal ‘Roberto di Laveria’ sembra essere stato insediato nella carica soltanto in via provvisoria, poichè Guglielmo è ancora indicato come castellano in documenti della XIV Indizione (1270-1272)(110) e della XIV-XV Indizione (1271-1272)(111), e nel ruolo pare rimanere fino almeno alla sua nuova destituzione, a favore, questa volta, di un Erberto di Aureliano (112) che diventa anche signore feudale della terra di Laino (XV, Indizione, anni 1271-1272)(113).”.

Lamboglia, p. 43

Nel 1271, RUGGERO SANSEVERINO

Nel 1270-1271 (?), il feudo di Torraca passò nelle mani di Francesco Sanseverino

Nutro dei dubbi sulla notizia dataci da uno storico locale che ha scritto su Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’ recentemente pubblicato in e-book, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, nel 1270, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo sulla scorta della ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti) scriveva che Ruggero di Lauria appartenesse alla celebre famiglia dei Sanseverino. Il Mallamaci (…), a p. 32, in proposito scriveva che: “Nel 1270 il feudo passò nelle mani del nobile Francesco Sanseverino, conte di Lauria, ecc..”. Dunque, in questo interessantissimo passo, il Mallamaci, a p. 32, poneva all’anno 1270 il subentro nella proprietà del feudo di Torraca a Francesco Sanseverino, Conte di Lauria e di Cuccaro.  Inoltre, sempre il Mallamaci, a p. 34 confermava questa notizia collegandola con la storia di Torraca e, parlando delle fortificazioni nel Golfo di Policastro ai tempi della Guerra del Vespro (1285-1302) e riferendosi al feudo di Torraca scriveva che: “Non si deve dimenticare che il feudo a cui apparteneva il castello, era in quel periodo di proprietà del già citato ammiraglio Ruggiero di Lauria della famiglia dei Sanseverino.”. Addirittura il Mallamaci afferma che Ruggero di Lauria sarebbe della famiglia dei Sanseverino. Non so dove abbia tratto il Mallamaci queste notizie su Torraca il quale non cita nessun riferiento bibliografico. Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1270, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Sulla figura di Ruggero di Lauria e del padre Riccardo, Conti di Lauria, ho parlato ivi e innanzi. In efetti, è molto probabile che il feudo di Torraca in epoca angioina facesse parte della Contea più vasta di Lauria che comprendeva diersi casali e possedimenti. Il feudo di Torraca, nei primi anni del 1200 doveva appartenere alla famiglia Lancia, da cui proveniva Ruggero di Lauria, infatti, il padre Riccardo di Lauria, Conte di Lauria, aveva sposato Isabella Lancia. Dunque, la madre di Ruggero di Lauria era una Lancia. La celebre famiglia dei Lancia possedette i feudi e le contee della nostra zona fino alla morte di Corradino e caddero in disgrazia con l’avvento della casata angioina. Nel 1270, in seguito la sconfitta di Manfredi di Svevia a Benevento, nel Regno di Napoli, subentrò il giovane Carlo I d’Angiò. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Ruggero Sanseverino, nel 1266 partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento contro Manfredi di Svevia e al fianco di Carlo I d’Angiò sconfisse Manfredi. Nel 1270 i Sanseverino, al tempo della dominazione Angioina divennero nuovamente potentissimi ed ebbero restituiti tutti i feudi che gli aveva confiscato Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio’. Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggero Sanseverino divenne plenipotenziario degli Angiò nel basso Cilento e Francesco Sanseverino, conte di Lauria e feudatario di Torraca e Laurito. Dunque, l’ipotesi del Mallamaci è ancora tutta da verificare ma ha del fondamento. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. Mi chiedo se fosse plausibile la notizia secondo cui il subfeudo di Torraca fosse passato da Francesco Sanseverino a Tommaso Monforte di Laurito nel 1284, ovvero 107 anni prima. Se le notizie contenute nei documenti “le pergamene di Laurito” pubblicate dalla Mazzoleni (…), fossero esatte, mi chiedo come fosse possibile che Biancuccia Mercadante di Torraca, fosse stata sposata a Tommaso di Monforte di Laurito 107 anni prima delle notizie che riguardavano i loro figli Antonello e Giovannella 107 anni dopo.  Dunque, credo che ciò che scriveva Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio‘ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, in seguito, nel 1271, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo che scrivesse sulla scorta del ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti), parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano. Riottenuto l’esteso feudo, i Sanseverino tennero il Cilento fino al 1552, anno che coincise con il declino definitivo della potente famiglia. Ecc…”, non centrasse proprio nulla riguardo il subfeudo di Torraca. Matteo Mazziotti a p. 135, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico.”. Chi era Francesco Sanseverino ?. Chi erano i Monforte di Laurito ? Tommaso Sanseverino aveva avuto un figlio, Enrico Sanseverino a cui Roberto d’Angiò assegnò la baronia del Cilento e la Contea di Marsico (1) (dal Gatta, ‘Memorie della Lucania‘, etc.., p. 162), ma morì presto a soli 21 anni. Sul periodo e sulla famiglia Lancia ha scritto Matteo Mazziotti (…) che in proposito, nella sua “La Baronia del Cilento etc…”, nel suo cap. V, dopo aver parlato della fine della famiglia Lancia, a p. 133, così scriveva che: “Pochi anni dopo il re Carlo, con rescritto dell’11 giugno 1271 conferiva al suo primogenito Carlo II, il principato di Salerno (2). Vennero allora restituiti a Ruggiero Sanseverino tutti gli antichi feudi della famiglia, tra cui le contee di Sanseverino e di Marsico e la baronia del Cilento (4). Però siccome dopo la congiura di Capaccio parecchi casali della Baroniaa erano stati usurpati, per determinare quali ne avessero fatta parte, si dovette ricorrere a vecchi testimoni. Fu così redatto nel 1276 un apposito processo, nel quale si accertarono i beni da restituirsi al Sanseverino cosi: “Rocca Cilento, ecc..ecc..III. Dalle nozze della contessa Fiesco non sembra che Ruggiero avesse avuto prole. Morta costei, egli aveva sposato Teodora dei Conti d’Acquino la quale gli diede un figlio a nome Tommaso, giovine di grande destrezza ecc…Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2). Signore anche di Diano ottenne dai monaci di Montevergine la concessione di una piccola chiesa dedicata a S. Lorenzo nella pianura sotto Padula ed ivi edificò lo splendido monumento d’arte che è la Certosa di S. Lorenzo di Padula. Morì nel 1320.”.

Nel 1271, Carlo Martello dispensa Roccagloriosa dal versamento di 200 once d’oro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 418, in proposito scriveva che: Del 1271 (Reg. A, f. 154) è un ordine al giustiziere di non esigere le 200 once d’oro dall’Università di Roccagloriosa, dalla stessa università promesse alla R. Camera per la conservazione in demanio del feudo, perchè esso è stato concesso dal re a Onorato da Moliers, detto Forriero, milite e familiare. Nello stesso anno (Reg. A, f 29 t) il re ordinava che i vassalli di Roccagloriosa prestassero ubbidienza al milite Fornerio (o Forrerio), cioè Onorato de Moliers.”. Ebner a p. 418, nella sua nota (22) postillava che:  “(22) Cfr. ad Agropoli.”.

Nel 1271, Carlo Martello concesse Roccagloriosa a Franco de Guaysmali

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: Si legge nel ‘Liber donationum’ (24) della concessione a Franco de Guaysmali e suoi eredi del castello di Spina, concesso a Onorato de Moliers in cambio di quello di Roccagloriosa e altri feudi.”. Ebner a p. 418, nella sua nota (24) postillava che:  “(24) Reg. 7, f 57 t sgg. (‘Liber donationum’ = vol. II, p. 254, n. 73) ‘Die XXVI febrarurii XIV ind. (1271) apud Capuam. Franco de Guaysmali et heredibus etc (conceditur) Castrum Spinei (Spino, Terra di Lavoro) quod concessum fuerat Honorato de Moliers (signore di Sanza), quod resignavit Curie pro excambio Rocce de Gloriose, quam habuit a Rege pro unciis LXXX et bona que fuerunt’ di altri in Terra di Lavoro.”.

Nel 1271, Carlo Martello concesse Roccagloriosa e Sanza a Erberto d’Orleans

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: Roccagloriosa fu concessa a “Herberto de Aureliano (Erberto d’Orleans) conceduntur Rocca Gloriosa et Sansa” (v.)(25), il quale aveva rinunziato ad alcuni feudi del giustizierato di Val Crati e Terra Giordana (26).”. Ebner a p. 418, nella sua nota (25) postillava che:  “(25) Reg. 7, f 101 t = vol. II, p. 264, n. 124 ‘Liber donationum’.”. Ebner a p. 418, nella sua nota (26) postillava che:  “(26) Reg. 26, f 61 e t = vol. XV, p. 46, n. 194 (“Donati Herberto de Aurelianis, mil. et fam., resignanti in manibus Curie terram Brahalle (Calabria) de justitierato Vallis Gratis et Terre Jordane terras Rocce Gloriose et Sanse de justitieratu Principatus et Terre Beneventane.”.

Nel 1271, il milite Alessandro di Policastro prende possesso del monastero di Curacio in territorio di Castelluccio (Calabria ?)

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: Nel 1271 è un ordine al milite Alessandro di Policastro di prendere possesso del monastero di Curacio, in territorio di Castelluccio (Calabria ?) che il re gli aveva donato (37). ecc..”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Reg. 1271, A., f. 111 = vol. VII, p. 205, n. 162.”. Ancora Ebner, parlando di Policastro scriveva che: “Nel Reg. 1271, A f. 111, l’ordine al milite di Alessandro di Policastro di prendere possesso del monastero di Curacio (Castelluccio) donategli dal Re.”.

Nel 1 dicembre 1271, re Carlo I d’Angiò chiede una tassa per ogni paese del basso Cilento

A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. “ (1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (5)Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (12) e dal Del Mercato (13), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (12), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (12), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41”  e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″. A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino, il piccolo porticciolo di Sapri, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare tanto che, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Infatti, nel documento tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (….), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: ( riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum.” (…). Nel XIII secolo, alcuni centri del basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, subìrono notevoli danni. Infatti, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271 (…), riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: (riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum 124” (…). Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri.” (1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (…)Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (…), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41″  e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″.

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(Fig….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (…) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Il Carucci (…), trae il documento (…) dal Minieri-Riccio (…), che lo pubblicava a p. 41 (Fig…). Il Minieri-Riccio, nel documento (…), in questione che pubblicò nel 1852, scriveva in proposito come si può leggere nell’immagine di Fig….: “1 Dicembre. Ivi. Re Carlo ordina a Gualtiero di Collepietro Giustiziere di Principato e Terra Beneventana, di raccogliere il residuo della esazione de’ fuocolari dell’anno della 12° indizione, ed all’uopo gli manda la ‘Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita per collactionem factam de quaternis particularibus generalis subventionis ad quaternos de focolaribus pro quibus subscripte terre et loca tenentur ad rationem de augustali uno proquolibet foculari pro primo et secundo mense sub magistratu Gualterii de Collepetro Iustidiarii Principatus et Terre Beneventane in anno XII Indictionis. Le quali terre sono: Ecc…per i seguenti focolari:” ed  elenca i centri con la nota (172)(…). I paesi con i relativi corrispondenti focolari registrati che riguardano le nostre terre, sono:Cilento f. 110. on. 27 t. 15, Pisciotto f. 27. on. 6. t. 22 1/2, Alfano f. 3 t. 22 1/2, Cucculo f. 477. on. 119. t. 7 1/2, S. Severino di Cammarota f. 9. on. 2. t. 7 1/2, Cammarota (Camerota) f. 77. on. 19. t. 7 1/2, Corneto f. 2. t. 15, Tropano f. 3 t. 22 1/2, Rofrano f. 2. t. 15, Sansa f. 33. on. 8. t. 7 1/2, Padula f. 78. on. 19 t. 15, Rocca Gloriosa f. 88. on. 22., S. Giovanni a Piro f. 6. on. 1. t. 15, Policastro f. 124. on. 31.”. Poi aggiunge: “Et pro secundo mense in subscriptis terris ribelibus de prescriptis videlicet: – Policastro f. 124 ecc..”  (26).

p. 41p. 42

p. 44

(Figg….) Stesso documento Angioino del 1271 (…), pubblicato Minieri-Riccio Camillo (…), nel suo ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò negli anni dal 1271 ecc…’ , pp. 41 e s., dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Il documento Angioino (…) è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, (…), dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. 

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(Figg….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Nel documento angioino, alcuni centri non vengono citati ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300, la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il Portus saprorum di Policastro (…).

Nel 1272, re Carlo I d’Angiò dona i beni del “Proditores”, ribelle, Giovanni de Pisis (o de Pisio) di Policastro, partigiano di Manfredi di Sicilia

Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…”. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò.  Fra questi nomi che la Pollastri sulla scorta di Pispisa (…) dice troviamo Giovanni de Pisis di Policastro e Roberto di Tortorella.  Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato  circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind.,  f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella.

Nel 1272, Carlo I d’Angiò dona i beni del “Proditores”, ribelle, Roberto di Tortorella partigiano di Manfredi di Sicilia

Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò.  Fra questi nomi che la Pollastri sulla scorta di Pispisa (…) dice troviamo Giovanni de Pisis di Policastro e Roberto di Tortorella.  Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato  circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind.,  f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Tortorella.

Nel 1272, Margherita Guarna vedova di Matteo di Padula, accetta il casale di Tortorella

Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito scriveva che: “Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8).”. L’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 163 leggiamo altro e invece a p. 153 si trova segnato il documento n. 312 segnalato da Ebner (…). Nel documento n. 312, del Registro XXXVII, a p. 153, leggiamo che: “312. – (Margarite Guarne vidue qd. Matthei de Padula concedit an. provisionem unc XX super bonis Iohannis de Procida proditoris, in excambium castrum Sanse, Turturelle e Casalisnovi, que tenebat pro dotario). (Reg. 1272,  XV ind., f.  LXXXVIII, t) e, poi postilla: “Fonti:  De Lellis, l.c., n. 646.”

Nel 26 giugno 1275, re Carlo accoglieva la supplica di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: Il 26 di giugno 1275 re Carlo, da Monforte, scriveva al giustiziere del Principato di accogliere la richiesta “homines Salerni et Policastri” di armare, per lo Stato, solo quattro delle cinque galee “quod ad ornationem ipsarum omnium galearum sunt penitus impotentes” ordinando che all’armamento “cum dictis hominibus” concorressero anche “homines districtis earumdem terrarum” (38).”. Ebner nella sua nota (38) a p. 337, vol. II, postillava che: “(38) Reg. 21, f 253 t = Monteforte Irpino.”.

Nell’8 gennaio 1276, in un diploma angioino, Giacomo (Iacopo), Roberto, Riccardo e Ruggero (aliis de Lauria), feudatari di Lauria, Lagonegro e Castelluccio

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: Ciò spiegherebbe anche perchè accanto agli stessi Iacopo (Giacomo), Roberto e Riccardo, un diploma angioino dell’8 gennaio 1276, menzioni poi anche un Ruggero, quale signore di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio. Il documento riferisce chiaramente infatti che Riccardo di Lauria presta servizio militare a Capua per sé, per Giacomo, Roberto e Ruggero e ‘aliis de Lauria’, in ragione appunto della titolarità dei sovramenzionati feudi. La notizia è infatti qui doppiamente significativa, valida a dimostrare cioè oltre il grado di parentela tra i quattro, anche la reintegrazione di Ruggero negli aviti possedimenti, per quanto egli non fosse propriamente di stanza nel Regno (124). Ferme infatti restando le riserve cautelari del caso, può essere data come altamente probabile la coincidenza tra il Ruggero del diploma angioini del ’76 ed il Nostro, sulla base dell’unico elemento ma abbastanza persuasivo per il quale, a questa data, le fonti non presentano doppioni omonimi, ecc…”. La Lamboglia, a p. 46, nella sua nota (124) postillava: “(124) RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65.”.

Nel 1275, i due fratelli Riccardo di Lauria e Ruggero di Lauria si accordano per il possesso dei castelli di Ajeta e di Tortora

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p….., in proposito scriveva che: Analogamente, la medesima situazione documentale, mostrando vuoti d’informazione difficilmente colmabili, non consente di gettare ulteriore luce sulle vicessitudini della famiglia di Ruggero prima e dopo i fatti del Vespro, né permette di stabilire una cronotassi genealogica certa ed inequivocabile tra i suoi membri, se non a patto di accogliere le notizie delle fonti indirette, che citano e riferiscono di particolari ulteriori (140), oggi, non più evidenti dai regesti dei Registri angioini ricostruiti.”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (140) postillava che: “(140) In proposito, esemplare è il documento citato da Giacomo Racioppi, opportunamente confrontato col regesto presente in RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65: «[Ruggero]……Ci è noto da altro titolo (…) che pel possesso dei castelli di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo……”, in G. RACIOPPI, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Ristampa anastatica dell’edizione di Roma 1902, Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma 1970, (1a ed., Roma, Loescher, 1889), 2 voll., vol. 2, p. 180.”. Dunque, la Lamboglia, a p. 49, nella sua nota (140) postillava che il documento da cui era stata tratta la notizia dal Racioppi era stato “(140) …..opportunamente confrontato col regesto presente in RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65: ecc…”. Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3). Ci è noto da altro titolo (4) che pel possesso dei castelli di Ajeta e di Tortora surse litigio tra Riccardo eRuggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo. La quale non ebbe il casato dei ‘Cloria’, come altri ha detto (5), o per isbaglio, o per artifizi ecc…”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro“. Il Racioppi, nel vol. II, a p. 180, nella sua nota (4) postillava che: “Nella ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grasta (in Ajeta) di Vincenzo LOmonaco (Napoli, 1858), che dice avere avuto le notizie dal ben noto erudito napoletano Minieri-Riccio – Ap. Palmieri, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugg. di Lauria. – Lagonegro 1883 (II edizione. p. 11).”. La notizia venne riportata anche da Vincenzo Lomonaco (…), nel suo, ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858, a p. 12 in proposito scriveva che: N’era signore Riccardo uno dei baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litizio tra i suoi figliuoli l’uno chiamato Riccardo siccome il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna, e quel che forma la gloria principale, per la sua grande valentia nelle cose guerresche e marittime, la quale fu per lo più sorrisa da propizia fortuna. Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Ajeta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente: e tal convenzione era addì 12 aprile 1301 rifermata dal Sovrano beneplacito di Carlo II. Ecc…. Stessa notizia, sulla scorta del Lomonaco la citò il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (….), nel suo “Ruggiero di Lauria etc.,…”, a p. 10, citava Vincenzo Lomonaco (…) e scriveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna……Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Aieta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente”……Si inferisce inoltre dalle parole citate dal Sig. Lomonaco, che Ruggiero avendo ceduti al fratello Riccardo i castelli di Aieta e Tortora, la baronia di Lauria dovette necessariamente rimanere per se, perchè apparisce nel modo più lampante degli Annali del regno di Aragona, libro III, Capo 81, pag. 203, che il padre di lui era specificatamente, Signore di Lauria. Le terre di Basilicata, oltre quelle di Calabria e nel Principato, che furono restituite a Ruggiero da Carlo II d’Angiò, dietro la pace tra essi avvenuta, non sono forse i possedimenti che Ruggiero aveva in Lauria ? (2).”. Il Palmieri, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Costanzo lib. 3 e Summonte p. 2, lib. 3, Capo 2.”. Dunque, sia il Racioppi, che il Lomonaco che il Palmieri riportavano questa notizia sulla scorta del Di Costanzo (….9 e del Summonte (….).

Nel 1276, il Processo per la reintegra o restituzione dei beni avocati dagli Svevi ai Sanseverino

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – etc…”, a p. 152 parlando dell’epoca Angioina, in proposito scriveva che: “Preso possesso del Regno di Sicilia, Carlo I d’Angiò restituì a Ruggiero Sanseverino, per il valido aiuto da questi fornitogli nella recente conquista, il feudo che era stato del padre Tommaso I e quelli che erano stati dello zio Guglielmo II: la contea di Marsico con le città di Atena, Diano (1) e Sala, la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento (2). Poichè molti casali di questa baronia erano stati usurpati durante le vicende seguite alla congiura di Capaccio, per accertare quali fossero da restituire al Sanseverino fu istituito nel 1276 quello che fu detto: ‘Processo della reintegrazione dei beni alla Corona (3), in base al quale, ascoltati i testimoni, fu stabilito che la baronia del Cilento era costituita da: etc….”. Dunque, molti beni e feudi incamerati dalla Regia Curia di Federico II di Svevia, in seguito alla congiura di Capaccio, vennero reintegrati da Carlo I d’Angiò e vennero accertati attraverso lunghi processi con testimoni istituiti nel 1276 e chiamati “Processo della reintegrazione dei beni alla Corona”. Questi documenti, tratti dalla cancelleria Angioina, alcuni dei quali pubblicati da Carlo Carucci ci hanno fornito alcune notizie d’epoca Federiciana. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Teggiano”. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (3) postillava che: “(3) V. Mazziotti, cit., p. 134; Senatore, cit., pp. 38-39.”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 391-392, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Nel processo di restituzione dei beni dei Sanseverino, esistente nell’Archivio della R. Camera e poi smarrito, ordinato da re Carlo (1276) si leggeva (VENTIMIGLIA, cit. p. 53): “Item predicti testes de Cilento sacramento eorum dixerunt, quod comiti Rogerio de Sancto Severino fuerunt restituita per Dominum Nostrum Regem post felicem ingressum eiusdem etc….”……Diamo per scontata la notizia dell’esistenza del processo del 1276, ma non si sa da dove il Ventimiglia (p. 53) abbia tratto le notizie sull’esistenza di esso nell’Archivio della R. Camera disperso poi nella rivoluzione del Macchia e della copia, pure dispersa, che era nella “Libreria dei chierici regolari di S. Giuseppe de’ Vecchi”, scritta da P. D. Carlo Borrello (p. 11 sg.)”. Il Cantalupo citava Domenico Ventimiglia (….) ed il suo “Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania etc…”. Il Ventimiglia, a p. 53 parlando del “Galdo” scriveva che:

Ventimiglia D., p. 53

Nel 1276, Ruggero II Sanseverino (conte di Marsico) e la Baronia di San Severino di Camerota (oggi di Centola)

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, in proposito scriveva che: “Federico spogliò i ribelli ed i loro familiari di tutti i feudi e diede le contee di Marsico e di Sanseverino a Guglielmo de Villano (4). Questi restituì a sua volta la baronia di Cilento all’Imperatore, che la concesse prima al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido signore di Pozzuoli (1).”. Sempre il Cantalupo, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965. Il Cantalupo, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. il doc. del Capasso, appresso cit., in nota”. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio (B. CAPASSO, Hist. Diplom., ….cit. p. 346).”. Infatti, il Cantalupo citava il noto documento pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Una parte del documento riguarda Ruggero II Sanseverino che all’epoca dell’angioino non sarà più un giovane di 12 anni salvatosi dallo sterminio della “Congiura di Capaccio”.

Capasso, HD, p. 346

(Fig….) Capasso Bartolomeo, Hist. Diplom., p. 436

E’ un importante documento tratto dalla cancelleria Angioina che ci fa capire alcune notizie storiche sul periodo Federiciano. I notai di Carlo I d’Angiò scrivevano che: “Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio”, ovvero che: “Al conte Rugerio de San Severino, Rocca Cilento fu restituita alle case che l’imperatore Federico concesse a Sir Guglielmo de Villano, perché scambiò la detta Rocca con le case, e San Severino con la compagnia dei Marsici; poi fu concessa dal lo stesso generale al signore Guido de Putiolo, e poi l’imperatore rammentò lo scambio che era stato fatto col conte Ruggero”. Scrive sempre Matteo Mazziotti, che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”.

Nel 26 febbraio 1277, il principe di Salerno ordina a tutti i giustizieri del regno

Tuttavia, per citare alcuni documenti d’epoca Federiciana, riguardanti le nostre coste, ho tratto alcune interessanti notizie da Onofrio Pasanisi (…), che nel 1926, pubblicò  l’interessante saggio ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’. Il Pasanisi, a p. 441, ci parla delle origini delle torri marittime ed in proposito nella sua nota (1), postillava che: “(1) Torri come mezzo di difesa e di vedetta contro repentini assalti della costa furono in uso da noi, come in tutti i paesi marittimi, sin dalla più remota antichità. Tutto il regno era circondato da torri; ordini circolari erano stati dati ai giustizieri circa la riparazione e la guardia di esse. (Syllabus membr. ad R. Siclae Arch., pert., vol. I, fol. 244, 262 ecc…Reg. Ang. , vol. 6, fol. 172 e specialmente Minieri-Riccio, Diario Angioino, pag. 12; ‘Nuovi studi’, ecc.., pag. 10; ‘Regno di Carlo I d’Angiò dal 12-I-1273 al 31-XII-1273, pag. 4 ecc..).”. Dunque, nella nota (1), a p. 441, il Pasanisi (…), cita il testo di Minieri-Riccio (…), che nel suo ‘Diario Angioino’, a p. 12, in proposito cita un documento Angioino del “26 Sabato”, “Febbraio Indizione 12°”, dell’anno 1277, e, così scriveva che: “26 Sabato. Il Principe ordina a tutti i Giustizieri del Regno che tanto nelle torri che in tutti i luoghi marittimi si facciano i fari per potere avvisare l’approssimarsi del nemico e dei ribelli, avendo saputo che i Siculi-Aragonesi con gran numero di vascelli si preparavano a passare contro il continente (38).”. Il Minieri-Riccio (…), a p……, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Reg. Ang. 1284, riassunto dal De Lellis, ivi fol. 93 t.”. Il Pasanisi (…), riguardo questo documento si rifaceva anche al testo del De Lellis (…).

Nel 1277-78, le terre di Lauria, Lagonegro nella “Taxationis generalis subventionis in Iustitieratus Basilicate” ed in altri documenti fiscali d’epoca Angioina

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 46, in proposito scriveva che: “Quanto al valore economico delle terre, antichi possedimenti dei Lauria (126) e la causa della confisca, il Giustiziere nulla dice di sapere a riguardo. Su di esse vengono solo ribadite le prerogative curiali e la giurisdizione dei Loria (127). Ma che di queste terre vi fosse un sistema di insuffeudazione sembra più che certo, sia per quanto si diceva a proposito della designazione a cavaliere di Giacomo di Lauria alcune righe addietro, sia per ciò che si evincerebbe da un altro diploma angioino perduto e transumato dal De Lellis (128), nel quale si inviava al gistiziere di Val di Crati e di Terra Giordana, tra il 1278 ed il 1279, l’ordine di definire il confine delle terre sul versante meridionale del Giustizierato di Basilicata, evidentemente per il sorgere di controversie tra i vari piccoli feudatari, ivi titolari (129).”. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (126) postillava che: “(126) dalla Cedola ‘Taxationis generalis subventionis in Iustitieratus Basilicate’ (sic) e relativa ancora al 1277, si apprende che la terra di Lagonegro deve per 120 fuochi 30 once, quella di Lauria deve per 241 fuochi 40 once, 8 tarì e 8 grani, in RCA, vol. XXIII, p. 310-314, n. 400. Sul confronto dei fuochi per ciascuno altro centro menzionato, si deduce per le terre di Lagonegro un popolamento medio e per Lauria un popolamento medio-alto. Su questi temi già il G. Racioppi, Geografia e demografia della Provincia di Basilicata nei secoli XIII e XIV, Archivio Storico per le Province Napoletane, XV, 1890, pp. 565-582 e S.N. Cianci, I Campi pubblici in alcuni castelli del Medioevo in Basilicata. Studi giuridico-feudale con documenti, Napoli, Tip. R. Pesole, 1891. Relativamente, invece, alle modalità di esazione dei vari distretti le indagini propografiche sono tuttora in corso; nondimeno, per i primi risultati si vedano S. Morelli, Giustizieri e distretti fiscali nel Regno di Sicilia durante la prima età angioina, in Medioevo e Mezzogiorno Mediterraneo. Studi in onore di M. Del Treppo, a cura di G. Rossetti e G. Vitolo, 2 voll., vol. 2, Napoli, Liguori editore, 2000, vol. 1, pp. 301-323, segnatamente pp. 303-312.”. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (127) postillava che: “(127) STHAMER, V. Lehensrestitutionen in der Basilicata, p. 624.”. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (128) postillava che: (128) Gli atti perduti della Cancelleria angioina transuntati da Carlo De Lellis, Parte I, Il regno di Carlo I, vol. I, a cura di B. MAZZOLENI, Roma, ISIME, 1939 (Regesta Chartarum Italiae, XVII), p. 382, n. 96: «Terrisio de Gant milititenenti castrum Mercuri, Raynaldo et Fanuel tenentibus terram Ursomartis, Girardo de Arenis tenenti terras Brahalle et Sancti Donati, Rogerio tenenti terram Berbicarii, Riccardo tenenti terram Sancti Blasii, et Giliberto tenenti terram Papasideri, provisio pro ponendis confinibus inter dictas terras (fol. 29 t.)». “. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (129) postillava che: (129) RCA, vol. XX, p. 248, n. 662. Quanto alle terre suffeudatarie facenti capo alla baronia di Lauria in un arco temporale compreso tra il 1269 ed il 1343, si veda la carta Feudataires de Basilicate (1269-1343), approntata da S. POLLASTRI, L’aristocratie napolitaine au temps des Angevins, in N.-Y. TONNERRE et E. VERRY (sous la direction de), Les Princes angevins du XIIIe au XVe siècle. Un destin européen, Actes des journées d’étude des 15 et 16 juin 2001 organisées par l’université d’Angers et les Archives départementales de Maine-et-Loire, Rennes, Presses universitaires de Rennes-Conseil général de Maine-et-Loire, 2003, p. 179. I dati archivistici elaborati cartograficamente individuano, nei confini della baronia di Lauria, le terre suffeudatarie di Lagonegro, Rivello, Trecchina, Avena (sulla costa tirrenica), Maratea, Papasidero, Rotonda nella valle di Laino e Castelluccio.”.

Nel 1277, PALLANZA o PALIANA DI CASTROCUCCO e RICCARDO DI LAURIA si uniscono in matrimonio

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137). Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480”. La Lamboglia, nella sua nota si riferiva ai Registri della Cancelleria Angioina che saranno pubblicati dal Filangieri. Dunque, questo feudatario “RINALDO GIFFONE” era il padre dell’altra Paliana di Castrocucco che si sposerà con il Riccardo di Lauria d’epoca Angioina e fratello del grande ammiraglio Ruggero di Lauria. Riguardo i possedimenti che si portarono ai Loria e che erano amministrati dai Giffone, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25,riferendosi però all’altro Riccardo di Lauria, padre dell’altro Riccardo di Lauria e Ruggero di Lauria, ed al primo matrimonio con l’altra Paliana di Castrocucco scrivevano che: Riccardo……Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra..

Nel 1277, RINALDO GIFONE di TORTORA, si presenta davanti ai Giudici nel giudizio promosso da Paliana di Castrocucco o Pallanza di Aieta (Fulco)

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: Rinaldo di Tortora, invece, è citato nell’ottobre del 1271 a comparire davanti alla Gran Corte di Napoli per discolparsi. Vi giunge però quando i Magistrati sono in ferie e l’atto di citazione gli viene prorogato per tutta la durata del mese, come attesta il seguente rescritto: “Cum Raynaldus de Turtura citatus coram Magna Curia se presentavit in die feriali quo iudices de licentia regia se absentaverunt, mandat ut terminus citationis prorogetur per totum mensem octubris”. Poichè Rinaldo di Tortora – dice il rescritto – citato davanti alla Gran Corte si è presentato di giorno feriale nel quale i giudici per licenza del Re sono in vacanza, si comanda che il termine della citazione sia prorogato per tutto il mese di ottobre”. Non ci è dato però di sapere con esattezza, per mancanza di documentazione, quale fosse l’esito del proceso; ma dobbiamo senz’altro propendere per l’ipotesi della destituzione dei Gifoni da Feudatari di Tortora, dove rimasero privati cittadini, sostituiti nel dominio da uno dei fratelli Lauria, già stanziati a Laino.”.

Nel 1277, Riccardo di Lauria (figlio di Riccardo di Lauria) e Palearia di Castrocucco (figlia di Rinaldo) si uniscono in matrimonio

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: La figura di questo Riccardo di Lauria di età primo-angioina è poi oltremodo interessante per il biografo di Ruggero, poiché mostrerebbe nuovamente come sia stata plausibile la sovrapposizione di notizie di cui si diceva all’inizio, poi riversatasi in vari travasi bibliografici.. Riguardo l’altro “Riccardo di Lauria”, sposato nel 1277, epoca Angioina, la Lamboglia aggiungeva pure che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Nondimeno, queste singolari coincidenze non sgombrano il campo dalla eventualità che vi sia stata proprio una sovrapposizione di figure per via dell’omonimia. E che dunque debba essere quantomeno ventilato il dubbio che il padre di Ruggero fosse quel Riccardo di età sveva, tanto accreditato dalla tradizione, e che tale anche si chiamasse. La situazione documentale non consente di risolvere l’aporia su Riccardo, il quale sarebbe da indicare, a questo punto del discorso, più correttamente solo come presunto padre di Ruggero, secondo un’opzione metodologica che preferisce considerare i dati della tradizione e il perché del consolidarsi di una tradizione, rispetto alla soluzione più economica di Andreas Kiesewetter, secondo cui del padre di Ruggero non si conosce il nome (139). Analogamente, la medesima situazione documentale, mostrando vuoti d’informazione difficilmente colmabili, non consente di gettare ulteriore luce sulle vicessitudini della famiglia di Ruggero prima e dopo i fatti del Vespro, né permette di stabilire una cronotassi genealogica certa ed inequivocabile tra i suoi membri, se non a patto di accogliere le notizie delle fonti indirette, che citano e riferiscono di particolari ulteriori (140), oggi, non più evidenti dai regesti dei Registri angioini ricostruiti.”. La Lamboglia (….), a p. 47, nella nota (139) postillava che: “(139) Cfr. KIESEWETTER (a cura di), Lauria, Ruggero di, p. 98.”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (140) postillava che: “(140) In proposito, esemplare è il documento citato da Giacomo Racioppi, opportunamente confrontato col regesto presente in RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65: «[Ruggero] Crebbe in corte di Aragona(…); ove il re gli die’ sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ed ivi si segnalò capitano di navi catalane in fatti audacissimi sopra i Saraceni (…). Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di Carlo II [sic] parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo Lauria per sé, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegra e di Castelluccio(…). Ci è noto da altro titolo(…) che pel possesso dei castelli di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo. La quale non ebbe il casato di Cloria, come altri hanno detto (…), o per isbaglio, o per artifizi di genealogisti, ma sì di Lorìa, che è parola stessa di Laurìa, con fonetismo francese, come è ritenuto fosse pronunziato il temuto nome nella corte francese dei re angioini (…)», in G. RACIOPPI, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Ristampa anastatica dell’edizione di Roma 1902, Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma 1970, (1a ed., Roma, Loescher, 1889), 2 voll., vol. 2, p. 180. (141) Cfr. P. HERDE, Die Schlacht bei Tagliacozzo, Eine historisch-topographische Studie, «Zeitschrift für Bayerische Landesgeschichte», 25, 1962, pp. 679-744. (142) In proposito, si rimanda, soprattutto alle ricerche di E. PISPISA, Il regno di Manfredi. Proposte di interpretazione (vd. nota n. 35) e ID., I Lancia, gli Agliano e il sistema di potere organizzato nell’Italia meridionale ai tempi di Manfredi, in Bianca Lancia D’Agliano, pp. 165-181, e segnatamente, pp. 165-173 (ristampato anche in ID., Medioevo meridionale. Studi e ricerche, Messina, Intilla Editore, 1994, pp. 121-144).”. Infatti, Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Crebbe in corte d’Aragona (1); ove il re gli diè sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ….Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro“. Infatti, in Michele Amari (…), nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona, scriveva che: “Sorridea Pietro, e a far disegni, non querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida (4). Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), venuto era fanciullo seguendo la regigna Costanza con madonna Bella madre sua, nutrice della reina, ecc..ecc..”. L’Amari a p. 83 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Saba Malaspina, cont., pag. 340-342. Per vero egli non scrive il nome di Corrado Lancia ma solo di Loria e Procida, e, aggiunge altri usciti italiani, ma ritraendosi dal Montaner  la grande riputazione di Corrado a corte d’Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.“. L’Amari (…), a p. 83, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93” e nella sua nota (6) l’Amari postillava: “(6) Bartolomeo de Neocastro, cap. 83. Nel Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1291 A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8,  forse di gennaio 1275, o 1276, ch’e è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per se, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne, tutti della stessa famiglia, che avevano diviso fra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.”. Dunque, la notizia citata da Ebner e tratta da Michele Amari è confermata. L’Amari (…), a p. 83 del cap. V, sulla scorta del diploma o privilegio tratto dai registri della Cancelleria Angioina di Carlo II d’Angiò dell’anno 1291, un documento del 1275 o 1276, che indicava la divisione delle proprietà dei Loria o di Roberto di Lauria padre di Ruggiero di Lauria, tra cui i castelli di Lauria (“Loria”), Lagonegro (“Lagonessa”) e Castelluccio in Basilicata, con i tre figli: Giacomo, Roberto e Ruggiero di Lauria. Dunque, l’Amari, traeva la notizia dal cronista Bartolomeo da Neocastro. Bartolomeo di Neocastro (…), o Bartholomaeus de Neocastro era un cronista che morì nel 1295. Fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino ‘Historia Sicola’. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (131) postillava che: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.

Nel 1277, la terra di Lauria viene restituita ai Loria

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Solamente infatti con l’avvento dell’Angioino e nel 1277, per ordine di ‘Ferrerium vel Sperronum’, allora giustiziere di Basilicata, tali possedimenti ritornano definitivamente ai Loria. Il Giustiziere afferma infatti che su queste terre servivano per designazione della curia imperiale gli antenati dei Loria (122).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (122) postillava che: “(122) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 623″.

Nel 1277, i due fratelli Riccardo di Lauria e Ruggero di Lauria (celebre ammiraglio), figli di Riccardo di Lauria

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: La figura di questo Riccardo di Lauria di età primo-angioina è poi oltremodo interessante per il biografo di Ruggero, poiché mostrerebbe nuovamente come sia stata plausibile la sovrapposizione di notizie di cui si diceva all’inizio, poi riversatasi in vari travasi bibliografici.. Riguardo l’altro “Riccardo di Lauria”, sposato nel 1277, epoca Angioina, la Lamboglia aggiungeva pure che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Nondimeno, queste singolari coincidenze non sgombrano il campo dalla eventualità che vi sia stata proprio una sovrapposizione di figure per via dell’omonimia. E che dunque debba essere quantomeno ventilato il dubbio che il padre di Ruggero fosse quel Riccardo di età sveva, tanto accreditato dalla tradizione, e che tale anche si chiamasse. La situazione documentale non consente di risolvere l’aporia su Riccardo, il quale sarebbe da indicare, a questo punto del discorso, più correttamente solo come presunto padre di Ruggero, secondo un’opzione metodologica che preferisce considerare i dati della tradizione e il perché del consolidarsi di una tradizione, rispetto alla soluzione più economica di Andreas Kiesewetter, secondo cui del padre di Ruggero non si conosce il nome (139). Analogamente, la medesima situazione documentale, mostrando vuoti d’informazione difficilmente colmabili, non consente di gettare ulteriore luce sulle vicessitudini della famiglia di Ruggero prima e dopo i fatti del Vespro, né permette di stabilire una cronotassi genealogica certa ed inequivocabile tra i suoi membri, se non a patto di accogliere le notizie delle fonti indirette, che citano e riferiscono di particolari ulteriori (140), oggi, non più evidenti dai regesti dei Registri angioini ricostruiti.”. La Lamboglia (….), a p. 47, nella nota (139) postillava che: “(139) Cfr. KIESEWETTER (a cura di), Lauria, Ruggero di, p. 98.”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (140) postillava che: “(140) In proposito, esemplare è il documento citato da Giacomo Racioppi, opportunamente confrontato col regesto presente in RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65: «[Ruggero] Crebbe in corte di Aragona(…); ove il re gli die’ sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ed ivi si segnalò capitano di navi catalane in fatti audacissimi sopra i Saraceni (…). Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di Carlo II [sic] parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo Lauria per sé, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegra e di Castelluccio (…). Ci è noto da altro titolo (…) che pel possesso dei castelli di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo. La quale non ebbe il casato di Cloria, come altri hanno detto (…), o per isbaglio, o per artifizi di genealogisti, ma sì di Lorìa, che è parola stessa di Laurìa, con fonetismo francese, come è ritenuto fosse pronunziato il temuto nome nella corte francese dei re angioini (…)», in G. RACIOPPI, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Ristampa anastatica dell’edizione di Roma 1902, Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma 1970, (1a ed., Roma, Loescher, 1889), 2 voll., vol. 2, p. 180. (141) Cfr. P. HERDE, Die Schlacht bei Tagliacozzo, Eine historisch-topographische Studie, «Zeitschrift für Bayerische Landesgeschichte», 25, 1962, pp. 679-744. (142) In proposito, si rimanda, soprattutto alle ricerche di E. PISPISA, Il regno di Manfredi. Proposte di interpretazione (vd. nota n. 35) e ID., I Lancia, gli Agliano e il sistema di potere organizzato nell’Italia meridionale ai tempi di Manfredi, in Bianca Lancia D’Agliano, pp. 165-181, e segnatamente, pp. 165-173 (ristampato anche in ID., Medioevo meridionale. Studi e ricerche, Messina, Intilla Editore, 1994, pp. 121-144).”. Infatti, Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Crebbe in corte d’Aragona (1); ove il re gli diè sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ….Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro“. Infatti, in Michele Amari (…), nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona scriveva che: “Sorridea Pietro, e a far disegni, non querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida (4). Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), venuto era fanciullo seguendo la regigna Costanza con madonna Bella madre sua, nutrice della reina, ecc..ecc..”. L’Amari a p. 83 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Saba Malaspina, cont., pag. 340-342. Per vero egli non scrive il nome di Corrado Lancia ma solo di Loria e Procida, e, aggiunge altri usciti italiani, ma ritraendosi dal Montaner  la grande riputazione di Corrado a corte d’Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.“. L’Amari (…), a p. 83, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93” e nella sua nota (6) l’Amari postillava: “(6) Bartolomeo de Neocastro, cap. 83. Nel Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1291 A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8,  forse di gennaio 1275, o 1276, ch’e è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per se, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne, tutti della stessa famiglia, che avevano diviso fra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.”. Dunque, la notizia citata da Ebner e tratta da Michele Amari è confermata. L’Amari (…), a p. 83 del cap. V, sulla scorta del diploma o privilegio tratto dai registri della Cancelleria Angioina di Carlo II d’Angiò dell’anno 1291, un documento del 1275 o 1276, che indicava la divisione delle proprietà dei Loria o di Roberto di Lauria padre di Ruggiero di Lauria, tra cui i castelli di Lauria (“Loria”), Lagonegro (“Lagonessa”) e Castelluccio in Basilicata, con i tre figli: Giacomo, Roberto e Ruggiero di Lauria. Dunque, l’Amari, traeva la notizia dal cronista Bartolomeo da Neocastro. Bartolomeo di Neocastro (…), o Bartholomaeus de Neocastro era un cronista che morì nel 1295. Fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino ‘Historia Sicola’. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “La mancanza di fonti preclude ogni possibilità di una esposizione cronologica nella successione delle baronie nel governo di Ajeta. Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono a lungo la Terra furono i de Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Dunque, il Campagna scrive che la Terra di Ajeta era passata da un Giffone a Riccardo di Lauria. Chi fosse questo Riccardo di Lauria Signore della Terra di Ajeta ?. Il Campagna lo spiega nella sua nota (104) a p. 220 dove postillava che: “(104) Riccardo sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, ‘Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, 1904.”. Il Campagna, sempre a p. 220, continuando il suo racconto ci parla di questo Riccardo di Lauria e scrive che: “Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggero di Lauria, in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V. E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Dunque, per l’altro Riccardo di Lauria, il Campagna scrive sulla scorta del Pepe (….). Il Campagna a pp. 220-221 prosegue e scriveva che: “Però, sia per il tumulto dei Vespri, le cui conseguenze, per oltre un ventennio, furono esiziali alle nostre coste, sia per la dissoluzione endemica della corte angioina, e per le guerre che ne dilaniarono i rami di Napoli, di Durazzo e d’Ungheria, la nota famiglia subì fasi alterne nel governo del feudo, anche con soluzione di continuità. All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo investito il 14 ottobre 1308, e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Lauria, ecc…”. Il Campagna, a p. 220, nella nota (106) postillava che: “V. Lomonaco, Monografia sul Santuario, etc., op. cit.”. Si tratta del testo di Vincenzo Lomonaco (…), ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858. Infatti, prima del Campagna, nel secolo precedente, il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo “Ruggiero di Lauria etc.,…”, a p. 10, citava Vincenzo Lomonaco (…) e scriveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna….Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Aieta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente”……Si inferisce inoltre dalle parole citate dal Sig. Lomonaco, che Ruggiero avendo ceduti al fratello Riccardo i castelli di Aieta e Tortora, la baronia di Lauria dovette necessariamente rimanere per se, perchè apparisce nel modo più lampante degli Annali del regno di Aragona, libro III, Capo 81, pag. 203, che il padre di lui era specificatamente, Signore di Lauria. Le terre di Basilicata, oltre quelle di Calabria e nel Principato, che furono restituite a Ruggiero da Carlo II d’Angiò, dietro la pace tra essi avvenuta, non sono forse i possedimenti che Ruggiero aveva in Lauria ? (2).”. Il Palmieri, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Costanzo lib. 3 e Summonte p. 2, lib. 3, Capo 2.”Il Lomonaco, a p. 12 in proposito scriveva che: Dopo le più lunghe pazienti e minuziose indagini fatte nell’archivio del nostro Regno si sono raccolti i seguenti fatti e documenti. La terra di Ajeta si appartiene fin dai tempi di Carlo I. d’Angiò alla illustre prosapia detta or ‘de Cloyra, or ‘de Cloyra’, or ‘Loria’, or ‘Lauria’. N’era signore Riccardo uno dei baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litizio tra i suoi figliuoli l’uno chiamato Riccardo siccome il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna, e quel che forma la gloria principale, per la sua grande valentia nelle cose guerresche e marittime, la quale fu per lo più sorrisa da propizia fortuna. Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Ajeta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente: e tal convenzione era addì 12 aprile 1301 rifermata dal Sovrano beneplacito di Carlo II. A Ruggiero successe il figliuolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu investito ai 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello, figliuolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che n’ebbe l’investitura ai 10 marzo 1310. Estinta colla morte di questo ultimo la linea discendente maschile di Ruggiero de Cloria; Carlo Duca di Calabria e Vicario Generale di suo Padre Roberto dichiarò devoluti alla corona i feudi possedut dalla famiglia suddetta tranne quelli assegnati per dote alle sorelle di Ruggiero Berengario. Si legge nell’Archivio generale una supplica della vedova di costui Giovanna di Tortora, con cui chiese ed ottenne dal Re Roberto addì 8 luglio 1331, che le fosse condonato il pagamento dell’aloe in once 28, tarì 26, e grana 5 per la Rocca di Ajeta (Rocce di Ageta) che disse per le precedenti guerre ridotta a stato deplorevole, e presso che disabitata: (ognuno conosce quanta parte si ebbe la famiglia de Loria nell’uragano politico onde fu sì miseramente e lungamente agitato il nostro Reame).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 205, parlando anche di Rivello, in proposito citava il Pesce (…) e, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).“. Il Campagna, nella sua nota (29) a p. 205, postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”. Scrive sempre il Palmieri che: “Se dunque il padre di Ruggiero, che si chiamava Riccardo, aveva il cognome di de Cloira, Ruggiero figlio a Riccardo Barone e giustiziere della Basilicata, doveva avere come al padre il Cognome di de Cloira.”Il Palmieri (…), a p. 10, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le notizie di cui fa cenno il Sig. Lomonaco furono rilevate dal grande Arch. di Napoli dal suo amico Minieri Riccio, solerte cultore di patria antichità.”. Il testo citato dal Palmieri nella sua nota (1) si riferisce agli Archivi Angioini pubblicati dal Minieri Riccio (…) e poi ricostruiti dalla Jole Mazzoleni (…). Dunque, secondo il Lomonaco (…), dopo la morte di Riccardo di Lauria, nel 12 aprile 1301, i due suoi figli Ruggiero e Riccardo di Lauria, si divisero i beni ed i feudi e a Ruggiero di Lauria, l’ammiraglio, andarono i possedimenti di Lauria. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà, ci informa che: “Da un documento del 12 giugno 1453, citato anche dal Vanni (8), risulta che Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, aveva fatto donazione del feudo del fratello Alfonso. Fu così che i Loria entrarono nella storia della Terra di Majerà e ne determinarono le sorti per, circa, un secolo e mezzo (9).”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Dal Quinternione primo della R. Camera, fol. 264, e fol. 265, R. Assenso ad una Supplica al re Alfonso I, scritta dal notaio Pietro Bono di Maratea, “Cronica di Majerà” cit.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà e della nobile famiglia dei de Cloira o Loria,  nella sua nota (9) postillava che: “(9)…..Come già scritto, Riccardo di Lauria, figlio dell’Ammiraglio, aveva sposato Pippa Sambiasi, figlia di Ruggiero e Costanza Isabella Sangineto, signore di Majerà. Con Vittoria e Geronimo la famiglia decadde, “non possedendo altro, che la Terra di Majerà”, Vanni, op. cit.”. Il Campagna, scrivendo che Riccardo di Lauria fosse figlio (dell’Ammiraglio) di Ruggiero di Lauria si sbagliava perchè il Riccardo di Lauria non era il figlio di Ruggiero di Lauria ma era suo fratello. Riccardo e Ruggiero erano entrambi figli di Riccardo di Lauria padre, amico di re Manfredi. Il Campagna (…), nella sua nota (6) a p. 72 della ‘Storia di Majerà’, postillava che: “E’ importante rilevare che da Costanza Isabella e Ruggiero (Sambiasi o Sambiase) nacquero Matteo, Filippo, Giacomo e Pippa, che andò sposa a Riccardo di Lauria, figlio del noto ammiraglio.”Il Campagna (…) a p. 72, in proposito a Majerà scriveva che: “Dal 1271-1272 risulta signore di Majerà Guglielmo Matera, cosentino (5). Dai Matera il feudo passò ai Sangineto. Intorno al 1329 ne era signore Costanza Isabella, che, in seconde nozze, lo portò in dote a Ruggero Sambiasi II (6). Costanza Isabella era sorella di Filippo Sangineto, conte di Altomonte e di Corigliano.”. Dunque, secondo il Campagna (…) Costanza Isabella e Ruggiero Sambiasi o Sambiase, nacque Pippa Sambiase che sposò Riccardo di Lauria. Riccardo di Lauria il fratello dell’ammiraglio Ruggero ?. Orazio Campagna confondeva con Riccardo di Lauria e di Tortora fratello di Ruggiero di Lauria. Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 84, parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “A Tortora il passaggio dei poteri dai Normanni agli Svevi non fu nemmeno avvertito, in quanto i Cifone continuarono a conservare il feudo. Nei documenti feudali infatti risulta che nel 1239 Federico II confermò nel feudo Gilberto Cifone. Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era Rinaldo, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Dunque, il Pucci (…), ci parla di un certo Gilberto Cifone. Sarà Gilberto o il Gilbert di Loria ?. Gilberto Cifone. Su Gilberto Cifone, il Pucci (…) lo cita ancora a p. 85 scrivendo che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496). Nel 1276 il paese contava una popolazione di soli 538 abitanti ed era tassato di 10 once, 22 tarì, 16 grani. Nel 1326 Tortora pagava la decima al clero di Aieta, con tutto che aveva un clero proprio con quattro chiese: Il Purgatorio, S. Sofia, S. Vito e S. Sebastiano.”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. I due studiosi Augurio e Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria – Signore del Mediterraneo’, a p. 34, scrivono che Ruggierone (figlio di Ruggiero di Lauria): Sposò Giovanna, figlia di Rinaldo di Tortora, ed ebbe un figlio di nome Riccardo (di lui parleremo in seguito).”. Dunque secondo i due studiosi che hanno basato la loro ricostruzione storiografica sul Muntaner (…), il figlio di Ruggero di Lauria, Ruggierone di Lauria, morto giovanissimo all’età di 22 anni, sposatosi con Giovanna di Tortora ebbe un figlio chiamato Riccardo di Lauria che sarà signore di Tortora. Ruggierone di Lauria e Giovanna di Tortora, figlia di Rinaldo di Tortora ebbero un figlio chiamato Riccardo.

Nel 1277, si ordina all’Università di Camerota e di S. Giovanni a Piro

Lo storico Onofrio Pasanisi (…), nel suo La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’, pubblicato nel 1926, sulla scorta di Minieri-Riccio (…) che a p. 12 del  suo ‘Diario Angioino’, aveva pubblicato nel 1800 diversi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, a p. 441, cita il documento: del “26 Sabato”, “Febbraio Indizione 12°”, dell’anno 1277, e, così scriveva che: “26 Sabato. Il Principe ordina a tutti i Giustizieri del Regno che tanto nelle torri che in tutti i luoghi marittimi si facciano i fari per potere avvisare l’approssimarsi del nemico e dei ribelli, avendo saputo che i Siculi-Aragonesi con gran numero di vascelli si preparavano a passare contro il continente (38).”. Il Minieri-Riccio (…), a p……, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Reg. Ang. 1284, riassunto dal De Lellis, ivi fol. 93 t.”. Il Pasanisi (…), riguardo questo documento si rifaceva anche al testo del De Lellis (…). Onofrio Pasanisi (…), a p. 433, nella sua nota (1), in proposito postillava che: “(1) In un documento riportato dal Camera (Memorie storico-diplomatiche ecc.., vol. I, pag. 14 in nota)), dell’anno 1277, si dà ordine all’università di Camerota e S. Giovanni a Piro di porre guardie nella torre detta ‘Amforisca’. Ora capo Imfreschi si trova precisamente fra Camerota e S. Giovanni a Piro. Penso per conseguenza che Infreschi non sia altro che una corruzione dell’antico nome latino ‘Amforisca’ dato alla contrada, che derivava tale denominazione del fatto che in quel luogo, come ancora oggi, si estraeva l’argilla per la fabbricazione dei vasi di terra cotta, la cui industria è tutt’ora fiorente in alcuni vicini paesi. In detto documento trovo inoltre menzione delle torri di ‘Tresino’ (Castellabate); di ‘Licosa’ (idem); di ‘Castellammare della Bruca’ (in territorio); di ‘Palinuro‘ (idem), nelle istesse località cioè dove vennero edificate nel secolo XVI quelle della R. Corte.”. Il Pasanisi (…), a p. 433, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Percett. prov., Fascio 119 – Inc. “Conto di Gio. Ant. Nave R. Percettore della prov. di Principato Citra per gli anni 1569-70″, fol. 180 e sgg., 194 e seg., ed ivi per i nomi dei partitari, cessionari, soprastanti ecc..”. Alle cose sin quì riportate dal Pasanisi, dove lui stesso, parlando della torre di ‘Amforisca’, dice “dei tempi Angioini”, confermano che le torri elencate nel documento del 1277, riportato in nota dallo stesso Pasanisi, confermano che queste torri erano già preesistenti al programma della R. Corte. Il Pasanisi, scrive che alcune di queste torri, fossero d’epoca Angioina, ma io credo fossero già preesistenti all’epoca Federiciana. Il Pasanisi (…), a p. 433, nella sua nota (1), cita un documento del 1277, tratto dal testo di Matteo Camera (…), ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi’, vol. I, pag. 14. Nella sua edizione del 1876, nel suo Cap. II, nella sua nota (6), a pp. 14-15, Matteo Camera (…) riporta una ‘provvisores’ di re Carlo I d’Angiò del 1277, ed in proposito scriveva che: “(6) In un’altra provvisione dello stesso re Carlo, indirizzata al Giustiziere di Principato, stà scritto: “Jiusticiario Principatus, licterae responsales, de custodia maritimarum et de faciendis fanis in turribus consuetis sub periculo Universitatum inter quae tatuti sunt videlicet, Universitas Cilenti in turri quae dicitur Caricla; Universitas Castri Abbatis in tutti quae dicitur Licosa; Universitas Agropoli in turri quae dicitur Tresine; Universitas Castrimari de Bruca in turri quae dicitur Issica; ecc… Università San Severini de Camerota in turri quae dicitur Palus nudus (sic!): Universitas Camerotae et S. Johannis ad Pirum in turri quae dicitur Amforisca; ecc..”. Il documento del 1277, epoca Angioina, è del “‘Sub die 19 aprilis, VI Indict. 1277′., tratto da Ex Regest. Caroli I, 1 an. 1278-1279, lit. H., fol. 93 v.”. Dei 1066, documenti inediti provenienti dall’Archivio Angioino dell’Archivio di Stato di Napoli, il Carucci (…), nel suo vol. I, del suo ‘Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo’, non vi è traccia di questo del 1277, pubblicato da Matteo Camera (…). Il documento è pubblicato dal Minieri-Riccio. Dunque, nel documento “provvisione” del 1277, in cui re Carlo I d’Angiò, scriveva al Giustiziere del Principato, si ordinava alle università (i Comuni del tempo), per esempio a quella di  “Camerota e S. Giovanni a Piro di porre guardie nella torre detta ‘Amforisca”. Questo documento del 1277, conferma la mia ipotesi che alcune torri elencate da Scipione Mazzella Napolitano (…) e che risultano in alcuni documenti della Real Corte Vicereale siano stati realizzati all’epoca Vicereale, ma erano già preesistenti e furono oggetto di opere di rinforzo o di rifacimento parziale. La Torre dell’Amforisca a Camerota, è una delle tanti torri forse fatte costruire dai Normanni e poi in seguito fatte rimaneggiare dall’imperatore Federico II di Svevia, che li avocò nella Regia Curia. Forse questo è lo stesso documento di cui ci parla il sacerdote Mario Vassalluzzo (…) che, a p. 71, in proposito alla Torre di Tresino scriveva che: Nel 1277, però sotto il regno degli Angioini, essa appartiene alle Università di Agropoli. Infatti è a questa Università che il re Carlo, tramite il Giustiziere del Principato Citra, si rivolge perchè si preoccupi della custodia della torre e delle segnalazioni necessarie (32). Il Vassalluzzo, a p. 72, nella sua nota (33), postillava che:  “(32) Camera, op. cit. vol. I, p. 15.”. Anche il Vassalluzzo (…), a p. 71, nella sua nota (32), si riferiva all vol. I, pag. 15 del testo di Matteo Camera (…), ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi’. Matteo Camera (…) postillava che il documento era conservato in “Ex Regesta Caroli 1, anno 1278”.

Nel 1277, la grancia di Sant’Angelo di Campora

Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione. Una delle grange in particolare, quella di Sant’Angelo di Campora, fu oggetto di una contesa nel 1277, per derimere la quale intervenne lo stesso Carlo d’Angiò. Questi, su istanza dell’abate, scrisse al giustiziere del Principato e di Benevento, affinchè costringesse Simone di Bosco, signore di Campora, a restituire la grangia del monastero di Rofrano e quella di Novi (6).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (6) postillava che: “(6) Barone 1905.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nel territorio di Campora vi era la grangia del monastero di Sant’Angelo, locata ad un notaio di Laurino, tal ‘Jo (hannes’) ‘Buono’, la cui famiglia possedeva quella grangia già da novant’anni, che corrispondeva annualmente al monastero soltanto una libra di cera (c. 63r).”.

Nel 1277, la popolazione e la tassazione dei fuochi di Torraca

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Dai ‘Cedolari Angioini’ del 1277 si possono rilevare i dati demografici della popolazione del paese, ma questi sono da ritenersi largamente approssimativi, poichè trattasi di rilevamenti ai fini fiscali. Nel calcolo non si prendevano in considerazione varie categorie di abitanti, come i nobili, gli ecclesiastici ed i militari.”.

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 657 parlando del casale di Castellabate, in proposito scriveva che: “Dell’età angioina vi sono altri documenti che ci informano degli eventi occorsi nel territorio, specialmente durante la guerra angioina-aragonese, quando………..Oltre le notizie che si rilevano dal codice dell’abate Tommaso (7), va ricordato che già nel 1274 re Carlo aveva ordinato (8) alle autorità locali di obbedire ai militi Guglielmo di Dragone e Riccardo Veterese, nominati custodi del litorale “a Policastro usque Castrum Abbatis” contro genovesi, ecc..”. Pietro Ebner a p. 657 nella sua nota (8) postillava che: “(8) Reg. 8, f 35, 22 luglio 1274, Lagopesole = Carucci, cit., I, pp. 440-302.”.

Nel 1278, Tortorella (ed i suoi casali di Casaletto e Battaglia) è concessa al milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran)

Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Successivamente passò per la somma di 40 once d’oro, nelle mani del milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran) in cambio del Casale di Trecase, che si trovava nel Giustizierato di Terra d’Otranto, e di altri beni a Brindisi (34). Dai ‘Registri angioini’ risulta inoltre che, nel 1278, il cavaliere Nasone era anche signore di Battaglia.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni di storia e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 675 parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “I ‘Registri’ angioini ci informano che….Il feudo passò poi al milite Nasone di Galarato o Galenzano (Galeran), il quale aveva restituito alla Curia il casale di Trecase nel giustizierato di Terra d’Otranto e altri beni a Brindisi, ricevendone appunto la terra di Tortorella nel giustizierato di Principato e Terra Beneventana (3). Il feudo era stato concesso al milite Nasone per 40 once d’oro (4). Troviamo ancora notizie di questo cavaliere nel 1278, quando risulta signore anche di Battaglia (5) (vedi) e poi quale custode delle strade di Ascoli in Capitanata (6).”. Ebner, a p. 675, nella nota (3) postillava che: “(3) Reg. 28, ff 69 t e 70 = vol. XIX, p. 46, n. 159.”. Ebner, a p. 675, nella nota (4) postillava che: “(4) Reg. 7, f 102 = vol. II, p. 264, n. 125”. Ebner a p. 675, nella nota (5) postillava che: “(5) Reg. 1278 C, f 135 t = vol. XXI, p. 298, n. 259”. Ebner a p. 675, nella nota (6) postillava che: “(6) Reg. 4, f 111,= vol. II, p. 126, n. 487 (Nasone de Galarato commictitur custodia stratarum Escoli = Ascoli in Capitanata. Su questo Nasone cfr. pure Reg. 4, f 31 = vol. II, p. 56, n. 200 sulla custodia del castello di Pietra Montecorvino (castrum Petre): Foggia VII aprile, XII ind.”.

Nel 1277, RUGGERO DI LAURIA e la Contea di Lauria

Leggiamo da Wikipidia che A Ruggiero di Lauria fu concesso di fregiarsi dei titoli di signore di Lauria, di Lagonegro (dal 1297), di Rivello, di Maratea, di Castelluccio, di Rotonda, di Papasidero e di Laino (dal 1301), di Gerba (dal 1284), di Cercara (per lettera di Bonifacio VIII, 11 agosto 1295), di Castellammare (da Carlo II, 22 febbraio 1301); ammiraglio del regno di Aragona e Sicilia, grande ammiraglio di Carlo II d’Angiò e, infine, barone di Cocentaina. Il 31 agosto 1302, con la pace di Caltabellotta che chiudeva la lunga guerra del Vespro, Ruggiero fece atto di sottomissione a Federico di Sicilia il quale, a seguito di ciò, gli rese i possedimenti confiscati. Nel 1279 rimase vedovo di Margherita, sorella di Corrado e Manfredi Lancia dalla quale aveva avuto un figlio, Ruggiero, e tre figlie, Beatrice, Gioffredina e Ilaria. Si ritirò in Catalogna e morì a Cocentaina, presso Valencia, nel gennaio del 1305. Ruggiero di Lauria, morì nel 19 gennaio 1305 a Cocentaina in Spagna, lasciando eredi i suoi figli. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, in proposito scriveva che: “Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro”. Racioppi (…), a p. 180, continuando il suo racconto scriveva che: “Ci è noto da altro titolo (4) che del possesso di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, ecc..ecc..”. Il Racioppi a p. 180, nella sua nota (4) postillava che: “Nella ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grazia (in Aieta) di Vinc. Lomonaco (Napoli, 1858), che dice avere avuto le notizie dal ben erudito napoletano Minieri-Riccio – Ap. Palmieri, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugg. di Lauria’ – Lagonegro 1883 (II edizione, p. 11).”. I suoi beni furono ereditati da suo figlio Ruggiero e, alla morte di questi, da Berengario. I due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a p. 20, segnalano che il Muntaner (…), nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, pubblicato nel 1844 voleva che “la sua baronia era in Calabria e comprendevasi di ventiquattro castella riunite; e il loco principale di questa baronia chiamasi Lauria” (10). I due studiosi citano anche il tomo II, p. 294 del ‘Dell’historia della Città e Regno di Napoli‘. I due studiosi citano Prospero Parisio (…) “in quella sua topografia di Calabria, ove dice che gli fu cosentino” (11).”. Prospero Parisio fu un cartografo di poco successivo all’Alberti (…), che pure ho citato diverse volte e molto citato dall’Antonini e dal Gatta (…). I due studiosi scrivono ancora che: “lo scrittore di patrie memorie cosentine, Girolamo Sambiase, nel 1639, affermava che “non è di noi chi dubiti, che non sia figlio della nostra patria” (12). I due studiosi a p. 21, nella loro nota (12) postillavano che: “(12) G. Sambiase, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Napoli, 1639, pp. 89-95.”. I due studiosi a p. 21 citano un biografo dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria, il V. Visalli (…), che nel 1900, scrisse ‘Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche’. Secondo Wikipidia, Ruggiero di Lauria ebbe come figli Ruggiero e Brengario, mentre Orazio Campagna ci parla di Riccardo di Lauria. Il sacerdote Nicola Palmieri (…), citando Vincenzo Lomonaco (…), ovvero il suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858, a p. 10 in proposito riportava le parole di Lomonaco e riferendosi ai due fratelli figli di Riccardo di Lauria, riferiva che: “dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna….Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Aieta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente”……Si inferisce inoltre dalle parole citate dal Sig. Lomonaco, che Ruggiero avendo ceduti al fratello Riccardo i castelli di Aieta e Tortora, la baronia di Lauria dovette necessariamente rimanere per se, perchè apparisce nel modo più lampante degli Annali del regno di Aragona, libro III, Capo 81, pag. 203, che il padre di lui era specificatamente, Signore di Lauria. Le terre di Basilicata, oltre quelle di Calabria e nel Principato, che furono restituite a Ruggiero da Carlo II d’Angiò, dietro la pace tra essi avvenuta, non sono forse i possedimenti che Ruggiero aveva in Lauria ? (2).. Il Palmieri, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Costanzo lib. 3 e Summonte p. 2, lib. 3, Capo 2.”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 205, parlando anche di Rivello, in proposito citava il Pesce (…) e, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).“. Il Campagna, nella sua nota (29) a p. 205, postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”.

Nel 1278, Morigerati in epoca Angioina

Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati‘, pubblicato nel 2001, a p. 52, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, dissertando sui diversi toponimi che Morigerati ha sulla documentazione d’epoca Angioina scriveva che: “A conferma di quanto detto si richiamano i Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti dal Filangieri, sotto l’anno 1278 riporta “Mugeralio” come feudo di Policastro: “Provisio contra à Robertum de Loysio de Mugeralio tenetem occupatum casalem Mugeralii situm prope Policastrum” (4). Si vede che l’abbazia di Rofrano è in decadenza, per i cambiamenti politici e la sua autorità non è più la stessa, ciò succederà ovunque nel Cilento, in riferimento ai basiliani che vedono diminuire, a poco a poco, le terre che prima erano di loro pertinenza: i signori dei feudi vicini si impossessano delle loro tere anche perchè viene a mancare la protezione del re. Si legge in un altro registro della Cancelleria: “Mentio euiusdam controversie pro nonnulis bonis feudalibus inter procuratores R. Fisci et….Robertum de Morigeralibus”. (5), è passato solo un anno e il nome viene riportato diversamente. Questo Roberto de Loisio aveva proditoriamente occupato il ‘casalem Mugeralii’ comportandosi come un feudatario, un fatto accaduto anche in altri centri quali Sacco e Monforte, sempre secondo la stessa fonte e che costringe il potere centrale ad intervenire. Fra i documenti normanni del 1150 e quelli angioini del 1278, è presente un’altra registrazione con un nome diverso ma similare: ecc..ecc…E’ il nome di Morigerati che appare nei documenti ufficiali che testimoniano come questa zona, già abitata per il passato, abbia ripreso vita e quindi deve partecipare alle difese del castello di sua pertinenza e di suo utilizzo in caso di bisogna. Sempre dai preziosi Registri angioini apprendiamo che nel 1279-80 erano state pagate le particolari sovvenzioni di un anno per le paghe delle milizie, tra gli altri è citato il nome di Morigerano (7). Altro nome nel 1284 quando vennero elencati i nomi di tutte le terre del Principato Ultra e Citra, sotto il re Carlo II d’Angiò, l’atto poi venne stilato nell’agosto del 1299 e per Morigerati si legge “Moregeranum” (sic Morigeranum)” (8). Nel 1294 altro nome, “Morigerarium”. Per i diversi nomi vale la spiegazione di cui sopra.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (4) postillava che: “(4) I Registri della Cancelleria Angioina a cura di R. Filangieri, n. XXI, pag. 255.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (5) postillava che: “(5) I Registri della Cancelleria Angioina a cura di R. Filangieri, n. XXII, pag. 126.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I Registri della Cancelleria Angioina, cit., sub anno 1279-80.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Carucci C., op. cit.,  1946, vol. III, pagg. 406-411.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Figlio di Ruggiero e Teodora D’Aquino, sorella di S. Tommaso d’Aquino, è il più potente signore feudale del suo tempo. Dove c’è pericolo il re Carlo lo invia per porre rimedio. è signore di molte tere nel Cilento, tra le altre la città fortificata di Policastro e il territorio circostante.”.

Nel 1279, re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Corradino di Svevia fa punire i ribelli che avevano patteggiato per Corradino di Svevia

Riguardo i militi segnalati e puniti da Carlo I d’Angiò in quanto partigiani di Corradino di Svevia: Roberto de Bertanoni, Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Offizia della Terra di Tortorella. Questi militi, secondo Carlo I d’Angiò andarono sulla costa di Policastro per incontrare con il vessillo reale di Corradino le galee di Federico Lancia e Riccardo Filangieri, il Minieri-Riccio (…), ‘il Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò etc..’ a p. 7 (trascrizione parziale) ecc…Rileggendo il Minieri Riccio (…), edizione di Firenze del 1875, a p. 7 per l’anno 1279, in proposito scriveva che: “Che dopo la sconfitta di Corradino egli ordinò a Ruggiero di Sanseverino Conte dè Marsi di tosto farli arrestare, ma essi si salvarono con la fuga. Di che egli dolente fece diroccare le loro case e svellere le loro vigne, e quei suoli e gli altri loro beni li diede in amministrazione prima ad un certo Alduino e poi a Giovanni Gallina, i quali essendosene impadroniti, esso re Carlo ordina rivendicarli (5).”. Il Minieri-Riccio, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Reg. Ang. 1278-1279, H n. 33, fol. 93.”. Infatti, Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: Dopo la sconfitta di Corradino, re Carlo ordinò a Ruggiero Sanseverino, conte di Marsico, di fare arrestare i traditori di Tortorella, i quali si erano già messi in salvo con la fuga. Carlo I d’Angiò, ordinò di distruggere le loro case, svellere le loro vigne, distruggere i raccolti e dare i loro beni in amministrazione, prima ad un certo Arduino, e poi a Giovanni Gallina, i quali se ne erano già impadroniti. Il Re pertanto ordinò al giustiziere di estromettere costoro prendendo in consegna tali beni.”. Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, nella sua nota () e, in proposito scriveva che: “Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8).”. L’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 163 leggiamo altro mentre a p. 153 si trova segnato il documento n. 312 segnalato da Ebner (…). Nel documento n. 312, del Registro XXXVII, a p. 153, leggiamo che: “312. – (Margarite Guarne vidue qd. Matthei de Padula concedit an. provisionem unc XX super bonis Iohannis de Procida proditoris, in excambium castrum Sanse, Turturelle e Casalisnovi, que tenebat pro dotario). (Reg. 1272,  XV ind., f.  LXXXVIII, t) e, poi postilla: “Fonti:  De Lellis, l.c., n. 646.”. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello.

Nel 1279, re Carlo I d’Angiò in una lettera parla e fa punire i cavalieri ribelli che patteggiarono per Corradino di Svevia

In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 (7). Ebner, in proposito alla citata lettera, postillava nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: “ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia.”. Poi l’Ebner, continuando il suo racconto a proposito della lettera di Carlo d’Agiò, scriveva che: “Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Dopo la sconfitta di Corradino, re Carlo ordinò a Ruggiero Sanseverino, conte di Marsico, di fare arrestare i traditori di Tortorella, i quali si erano già messi in salvo con la fuga. Carlo I d’Angiò, ordinò di distruggere le loro case, svellere le loro vigne, distruggere i raccolti e dare i loro beni in amministrazione, prima ad un certo Arduino, e poi a Giovanni Gallina, i quali se ne erano già impadroniti. Il Re pertanto ordinò al giustiziere di estromettere costoro prendendo in consegna tali beni.”. Pietro Ebner (…) a p. 676, vol. II, nella sua nota (7) riguardo la lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 postillava che: “Reg. 33, f 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Infatti, rileggendo il XX volume della ricostruzione dei Registri tratti dalla Cancelleria angioina di Carlo I d’Angiò, a cura di Jole Mazzoleni, pubblicati dall’Accademia Pontaniana, a pp. 141-142, al n. 324 (anno 1279), la Mazzoleni postillava che il documento era tratto da: “Fonti: Minieri-Riccio, il Regno etc., p. 7 (trascrizione parz.) id.; Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”, dove si legge il seguente testo: “324. – (Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e T. Beneventana, ecc..ecc…Dopo al sconfitta di Corradino ordinò a Ruggero di Sanseverino conte de Marsi di tosto farli arrestare, ma essi si salvarono con la fuga. Di che egli dolente fece diroccare le loro case e svellere le loro vigne e quei suoli e gli altri loro beni diede in amministrazione prima ad un certo Alduino e poi a Giovanni Gallina, i quali, essendosene impadroniti, ordina di rivendicarli.). Dat. ap. Turrim S. Herasmi prope Capuam, IV apr. (1279). (Reg. 33, f. 93).”. A p. 142, la Mazzoleni (…) postillava che il documento era tratto da Minieri-Riccio (…), ‘il Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò etc..’ che a p. 7 iportarta la trascrizione parziale del documento. Rileggendo il Minieri Riccio (…), edizione di Firenze del 1875, a p. 7 per l’anno 1279, il Minieri-Riccio (…), in proposito scriveva che: “Aprile 4 – Torre di S. Erasmo presso Capua – Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e Terra Beneventana ecc..ecc… Che dopo la sconfitta di Corradino egli ordinò a Ruggiero di Sanseverino Conte dè Marsi, di tosto farli arrestare, ma essi si salvarono con la fuga. Di che egli dolente fece diroccare le loro case e svellere le loro vigne e quei suoli e gli altri loro beni diede in amministrazione prima ad un certo Alduino e poi a Giovanni Gallina, i quali, essendosene impadroniti, ordina di rivendicarli (5).”. Minieri-Riccio (…), a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Reg. Ang. 1278-1279, H, n. 33, fol. 93.”che è il documento di cui la Jole Mazzoleni postillava essere stato tratto oltre che dal Minieri-Riccio, anche dal “Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”. Infatti, anche Angelo Bozza (…), sulla scorta del Minieri-Riccio (…), nel suo vol. I, a p. 368, per l’anno 1268 (dopo la morte di Corradino di Svevia) in proposito scriveva che: “Carlo I. premia i suoi Baroni, e fra gli altri, investe Guglielmo Visconte milanese del contado di Conza, e fra gli altri investe Simone di Monforte di quello della Padula, Guglielmo Galardo di Molpa e Camerota, Ruggiero da Sanseverino di quelli di Sanseverino e di Marsico.”. Riguardo i militi segnalati e puniti da Carlo I d’Angiò in quanto partigiani di Corradino di Svevia: Roberto de Bertanoni, Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Offizia della Terra di Tortorella. Sebbene dell’interessante episodio di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, l’Ebner scrivesse: “Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo”, effettivamente l’episodio non viene registrato negli ‘Annali’ dei diversi studiosi dell’epoca ma bisognerà continuare ad indagare l’interessante notizia.

Nel 1279-1280, il casale“casalis Libonatorum” è concesso a Rodolfo de Lotteris

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 741 parlando di ‘Vibonati’ scriveva che: “La prima sicura è dell’età angioina e riguarda la concessione a Rodolfo de Lotteris della metà del “casalis Libonatorum” (9).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Reg. 8, f 3 = vol. XXIII, p. 4, n. 10 – 1279-1280: (Fit mentio Rodulfi de Locteris (Rodolfo de Lotteris) mil. cui conceditur medietas casalis Libonatorum.”.

Nel 1284 (?), Francesco Sanseverino, conte di Lauria e di Cuccaro, concesse a Tommaso Monforte di Laurito il subfeudo di Torraca

Nutro dei dubbi sulla notizia dataci da uno storico locale che ha scritto di Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, nel 1270, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo sulla scorta della ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti), scriveva che Ruggero di Lauria appartenesse alla celebre famiglia dei Sanseverino. Il Mallamaci (…), a p. 32, in proposito scriveva che: “Nel 1270 il feudo passò nelle mani del nobile Francesco Sanseverino, conte di Lauria, che nel 1284 lo diede in subfeudo ai Laurito, in altre parole ad un certo Tommaso Monforte di Laurito. Tra questa famiglia, il personaggio più rappresentativo fu Ruggero di Lauria. Nato a Lauria il 17 gennaio 1245 e morto a Valencia, 1305, è stato uno dei più celebri ammiragli al servizio dei sovrani aragonesi. Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia, ecc…”. Dunque, in questo interessantissimo passo, il Mallamaci, a p. 32, poneva all’anno 1270 il subentro nella proprietà del feudo di Torraca a Francesco Sanseverino, Conte di Lauria e, scrive pure che questi nell’anno 1284 lo diede in ‘subfeudo’ a Tommaso Monforte di Laurito. Il Mallamaci scriveva pure che alla famiglia di Tommaso Monforte di Laurito apparteneva il celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria. Inoltre, sempre il Mallamaci, a p. 34 confermava questa notizia collegandola con la storia di Torraca e, parlando delle fortificazioni nel Golfo di Policastro ai tempi della Guerra del Vespro (1285-1302) e riferendosi al feudo di Torraca scriveva che: “Non si deve dimenticare che il feudo a cui apparteneva il castello, era in quel periodo di proprietà del già citato ammiraglio Ruggiero di Lauria della famiglia dei Sanseverino.”. Addirittura il Mallamaci afferma che Ruggero di Lauria sarebbe della famiglia dei Sanseverino. Non so dove abbia tratto il Mallamaci queste notizie su Torraca il quale non cita nessun riferiento bibliografico. Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1271, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Sulla figura di Ruggero di Lauria e del padre Riccardo, Conti di Lauria, ho parlato ivi e innanzi. In efetti, è molto probabile che il feudo di Torraca in epoca angioina facesse parte della Contea più vasta di Lauria che comprendeva diersi casali e possedimenti.Il feudo di Torraca, nei primi anni del 1200 doveva appartenere alla famiglia Lancia, da cui proveniva Ruggero di Lauria, infatti, il padre Riccardo di Lauria, Conte di Lauria, aveva sposato Isabella Lancia. Dunque, la madre di Ruggero di Lauria era una Lancia. La celebre famiglia dei Lancia possedette i feudi e le contee della nostra zona fino alla morte di Corradino e caddero in disgrazia con l’avvento della casata angioina. Nel 1270, in seguito la sconfitta di Manfredi di Svevia a Benevento, nel Regno di Napoli, subentrò il giovane Carlo I d’Angiò. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Ruggero Sanseverino, nel 1266 partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento contro Manfredi di Svevia e al fianco di Carlo I d’Angiò sconfisse Manfredi. Nel 1270 i Sanseverino, al tempo della dominazione Angioina divennero nuovamente potentissimi ed ebbero restituiti tutti i feudi che gli aveva confiscato Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio’. Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggero Sanseverino divenne plenipotenziario degli Angiò nel basso Cilento e Francesco Sanseverino, conte di Lauria e feudatario di Torraca e Laurito. Dunque, l’ipotesi del Mallamaci è ancora tutta da verificare ma ha del fondamento.  Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1271, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Infatti, i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. Mi chiedo se fosse plausibile la notizia secondo cui il subfeudo di Torraca fosse passato da Francesco Sanseverino a Tommaso Monforte di Laurito nel 1284, ovvero 107 anni prima. Se le notizie contenute nei documenti “le pergamene di Laurito” pubblicate dalla Mazzoleni (…), fossero esatte, mi chiedo come fosse possibile che Biancuccia Mercadante di Torraca, fosse stata sposata a Tommaso di Monforte di Laurito 107 anni prima delle notizie che riguardavano i loro figli Antonello e Giovannella 107 anni dopo.

Nel 14 ottobre 1282, re Carlo I d’Angiò nominò Ruggero Sanseverino, capitano generale nella Basilicata e nel Principato

Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, parlando di Ruggero Sanseverino ai tempi di Carlo I d’Angiò, e sulla scorta del manoscritto di Nicolò Iamsilla (…), a pp. 133-134-135 scriveva che: ….e vi rimase come governatore fino al 14 ottobre 1282, in cui il re lo richiamò per avvalersene quale suo capitan generale nella Basilicata e nel Principato (2). Padre e figlio furono di grande giovamento agli Angioini nelle loro guerre, avendo Carlo II principe di Salerno affidata la custodia di questa città contro i ribelli a Ruggiero, ed al figliuolo di lui Tommaso il littorale da Salerno a Policastro (1, p. 135). Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, ivi, lib. 20°, pag. 134.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico napoletano”.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”.

Nel 28 luglio 1283, Carlo II d’Angiò, principe di Salerno acconsente al trasporto di derrate dal porto di Policastro

Di certo, la stessa notizia degli Almugaveri a Policastro, stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita da Carlo Carucci (…) e, dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dunque, i due studiosi, Natella e Peduto, sulla scorta del Carucci, riferivano la notizia del momentaneo stanziamento di soldati Almugaveri a Policastro, nell’anno 1287. Vediamo cosa dice il Carucci. Il Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…),  a pp. 121, cita un documento del XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi nei porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, per mare in piccole barche, a Nicotera per i bisogni dell’esercito. Non richieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrove.”. Il Carucci a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Così scriveva il Carucci (…), a p. 121, del vol. II.

Nel 1° maggio 1284, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno manda soldati a Taddeo di Firenze a Policastro

Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Di Luccia, scriveva che: “Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il secolo XIII e, al tempo degli Angioini, raggiunse un’importanza strategica e castrense notevolissima (Di Luccia, p. 8). Nel 1284, troviamo Policastro custodita dal milite e giudice Taddeo di Firenze, affiancato e coadiuvato da 65 soldati armati.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: In due carte quattrocentesche, dell’epoca della guerra del Vespro, si nota l’impotanza che gli Angioini annettevano a Policastro, il cui castello era stato trasferito dal feudatario alla R. Curia. Nel 1284, la città era custodita dal milite Taddeo di Firenze., al quale furono trasferiti altri 65 servienti armati.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”, che si vede ivi illustrato e tratto dal Carucci (…):

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Nel 2 maggio 1284, Carlo II d’Angiò, principe di Salerno ordina istruzioni agli addetti della custodia delle Torri costiere del litorale dal Golfo di Policastro a Castellammare

Un documento del 2 maggio 1284, del Principe di Salerno, ci parla di Torri costiere costruite lungo le coste del Regno di Napoli, ed in particolare lungo le coste del basso Cilento, area di Policastro. Il documento del 1284, è uno dei primi documenti che attesta e dimostra che di torri costiere ve ne erano costruite ed esistenti sulla nostra costa già dall’epoca della guerra del Vespro. Il documento del 1284, fu pubblicato da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, del Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dal Carucci (…), vol. II, pp. 149-150, apprendiamo di un altro documento del 2 maggio 1284 “XLVI 1284, 2 maggio, Napoli”, tratto dal “Reg. ang. n. 45, fol. 85 b. L’11 maggio il principe manda gli stessi ordini a Ruggiero di Sangineto, giustiziere di Terra di Lavoro e del Molise (Reg. n. 49, fol. 150a).”, dove il principe di Salerno scrive al viceammiraglio della flotta del Regno di Sicilia Jacopo Bursone e impartisce istruzioni per le segnalazioni dalle torri marittime da farsi nel caso di passaggio di navi memiche. Il documento è ivi pubblicato innanzi. Infatti, il Carucci (…), nel vol. II, a pp. 149-150-151, pubblicando l’antico documento  “XLVI 1284, 2 maggio, Napoli”, egli scrive che: “Il Principe di Salerno manda al giustiziere del Principato gli ordini riguardanti i segnali che si debbono fare dalle persone addette alla custodia delle torri del litorale da Policastro a Castellammare, per far conoscere il passaggio o lavvicinarsi di navi nemiche. Le università, cui spetta, debbono tenere d’ora innanzi custodi su torri o in altri luoghi, non lungi dal mare, di notte e di giorno. Ecc…ecc…”, come possiamo leggere nel documento:

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(Figg…..) Policastro all’epoca Angioina, documenti tratti dal Carucci (…), pp. 149-150-151

Il Carucci (…), trae l’interessante documento dai Registri della Cancelleria Angioina, e a p. 150, per un altro simile documento postillava che: “Reg. ang. n. 45, fol. 85b. L’11 maggio il principe manda gli stessi ordini a Ruggiero di Sangineto, Giustiziere di Terra di Lavoro e del Molise (Reg. n. 49, fol. 150a)”, che attesta che dette torri costiere vi erano anche lungo la costa pugliese. Dal documento del 2 maggio 1284, possiamo trarre la notizia che all’epoca della guerra del Vespro, sulle nostre coste, da Policastro a Castellammare di Stabia, gli Angioini, ordinavano ai Giustizieri del Regno di Napoli (per il Principato Citra era Herberto de Aurelianeis), di fare delle segnalazioni nel caso di avvistamenti di navi o convogli nemici. Spiega come segnalare eventuali convogli di navi nemiche e dice che i segnali che si debbono fare dalle persone addette alla custodia delle torri del litorale da Policastro a Castellammare”, attestando che vi erano delle persone addette e pagate per la custodia di torri costiere. Questo documento parla espressamente di torri costiere e gli ordini ed istruzioni vengono impartiti espressamente per i custodi delle Torri costiere: i Torrieri, uomini armati pagati per la custodia di queste piccole fortificazioni costruite lungo le coste del basso Cilento. Già precedentemente e sempre all’epoca della guerra del Vespro, gli Agioini, davano notevole importanza alle fortificazioni costiere.

Nel 10 Maggio 1284, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno ordina al giustiziere del Principato di recarsi a Policastro

Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Carlo Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…),  a p. 145, pubblica un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”Dunque, la notizia riferitaci dal Campagna (…), a p. 260, secondo cui il presidio o il Castello di Policastro, fu occucato dagli Almugaveri, non è la stessa che riporta il Carucci (…), a p. 121 e p. 145, ma è diversa, come abbiamo visto. Infatti, il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”:

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NEL 1282-84, L’INVASIONE DELLA CALABRIA, BASILICATA E ALCUNI CENTRI DEL BASSO CILENTO

LE FONTI:

Riguardo le fonti dei Registri Angioini ricostruiti solo recentemente vorrei citare quanto scrive Adele Maresca Campagna (…), nella sua prefazione al testo “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, vol. XXXII. La Campagna a p. “Con questo volume si apprende la ricostruzione dei registri di Carlo II relativi alla III indizione (1289-90), riportati nel vol. XXX, dopo l’inserimento del ‘Formularium Curie Karoli secundi’, edito nel vol. XXXI. Fra i primi atti del re, rientrato a Napoli nel giugno 1289 e finalmente incoronato dal papa …..l’investitura di Carlo Martello, cui viene conferito il titolo di principe di Salerno e l’Onore di Monte Sant’Angelo, la creazione di 300 ecc….Nello stesso tempo il re nomina Roberto conte d’Artois, già “baiulo” nel periodo della sua prigionia, capitano generale del regno: per i meriti acquisiti sui campi di battaglia, “ob peritiam militatem” e per la sua conoscenza di uomini e cose. …..Carlo Martello è pure affiancato da una specie di consiglio di reggenza composto dal Vescovo di Capaccio, vice-cancelliere e guardasigilli, dal marescalco Anselmo di Chevreuse, da Ludovico de Mons, ecc…”. Inoltre, sempre riguardo le fonti storiche per il periodo della guerre del Vespro Sicilano, vi sono alcuni chronicon scritti da cronisti dell’epoca. E’ stato scritto sulla figura di Ruggiero di Lauria, ammiraglio della flotta Siculo-Aragonese di Pietro II d’Aragona prima e di Giacomo II d’Aragona re di Sicilia che ebbero un ruolo fondamentale nei fatti di cui mi occupo in questo mio saggio. I due studiosi Francesco Augurio Francesco e Silvana Musella (…), nella ‘Introduzione’ del loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo‘, pubblicato a Lauria con la prefazione dell’On. Gianni Pittella, in proposito a p. 17 scrivevano che: “Le cronache di autori francesi, catalani e “italiani”, scritte in latino medioevale, catalano volgare, possono essere suddivise in due gruppi, a seconda dell’adesione alla fazione guelfa, stretta attorno alla Chiesa e agli angioini, o a quella ghibellina, di matrice filoimperiale e perciò in naturale sintonia con gli interessi siculo-aragonesi. Al primo gruppo appartiene l’Historia del fiorentino Giovanni Villani (1276-1348) che ricoprì più volte tra il 1316 e il 1328 l’ufficio di priore, per nomina di Carlo I d’Angiò, allora signore di Firenze. Nella sua opera, ripresa in toto dalle cronache di Ricordano e Giacchetto Malaspini, al punto da far parlare il Muratori di plagio, si distinguono nettamente due parti……ecc..ecc…Ancora più schierato sembra essere Saba Malaspina, probabilmente parente dei precedenti Malaspini, del quale sono incerte sia l’origine sia la cronologia. Per sua stessa ammissione fu scrittore pontificio al tempo di papa Martino IV, e decano della chiesa di mileto. La sua cronaca intitolata Rerum Sicularum Historia, databile tra il 1284 e il 1285, riferisce gli eventi compresi tra la morte dell’imperatore Federico II di Svevia e la morte di Carlo I d’Angiò (1285), parteggiando per la fazione guelfa ecc….Di un’altra veridicità sono i cronisti di parte opposta che rappresentano i più autorevoli riferimenti per lo studio del periodo storico in esame. Il messinese Bartolomeo di Nicastro, giurista, magistrato ecc…, nel 1286 ambasciatore di Giacomo II presso papa Onorio IV, ecc…redigere in lingua latina, prima in versi, poi in prosa, l’Historia Sicula, cronaca che riporta gli eventi compresi tra la morte dell’imperatore Federico II e il 1293. Il Nicastro, ecc…Niccolò Speciale, definito dall’Amari “uomo di alto stato e di molte lettere”, ambasciatore nel 1334 di re Federico III d’Aragona presso papa Benedetto XII, è autore anch’egli di una Historia sicula…..Lo stesso metro seguono due altri contemporanei che, pur essendo di origine catalana, furono organici alla storia di Sicilia. Il primo è Raimondo Muntaner, nativo di Peralada (1265 o 1275), milite al servizio di re aragonesi Pietro III, Giacomo II e Federico III, il quale tornato vecchio in patria, si dedicò alla stesura della Cronaca. Ben altra gravità si rileva in Bernardo d’Esclot che, ecc…La sua Cronaca, terminata con la morte di Pietro III nel 1285, è fondamentalmente la prima testimonianza della mira aragonese sul mondo mediterraneo. Ecc…..Per quel che concerne le fonti archivistiche italiane, sono stati consultati i volumi dei registri della cancelleria angioina e i repertori seicenteschi della stessa conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, relativi agli anni di cui non è stata effettuata la ricostruzione dopo la distruzione degli originali avvenuta durante l’ultimo conflitto mondiale. Di pari importanza è da considerar lo studio dei documenti conservati nell’Archivio della Corona d’Aragona, pubblicati in varie raccolte. Tra queste ricordiamo i volumi del Carini, Archivi e biblioteche di Spagna e i documenti diplomatici pubblicati nella collana Documenti per servire alla storia di Sicilia, a cura della Società siciliana per la storia patria., riportati nella bibliografia finale.”. Nei pochi documenti tratti dall’ormai perduta Cancelleria angioina, pubblicati da Michele Amari (…) e poi in seguito da Carlo Carucci, troviamo tracce di questo periodo storico. Michele Amari, utilizza spesso la cronistoria di Bartolomeo da Neocastro (…), i cui fatti narrati nella sua “Historia Sicula” ricorrono spesso nella narrazione dell’Amari. Bartolomeo di Neocastro, o Bartholomaeus de Neocastro è stato un cronista medievale, fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino Historia Sicula. Lo si ritiene nato nella prima metà del Duecento da una famiglia probabilmente originaria di Nicastro e quindi di provenienza calabrese. Si sa che era un giureconsulto messinese, che esercitò inizialmente funzioni giuridiche, prima di assumere incarichi burocratici di primo piano nella corte aragonese: nel 1286, ad esempio, fu inviato da Giacomo II° d’Aragona in missione diplomatica presso Onorio IV. Proprio tali notizie rivelano il valore della sua figura come testimone diretto e ravvicinato degli eventi narrati, dei quali fu in qualche caso spettatore dall’interno. Fu autore di una Historia Sicula dal 1250 al 1293, redatta in prosa latina. ll filo narrativo seguito dall’autore prende le mosse dalla morte di Federico II Imperatore (nel 1250) e si spinge fino all’estate del 1293, con la descrizione di un’ambasceria siciliana a Giacomo II d’Aragona, sbarcata a Barcellona il 3 luglio di quell’anno. Dunque, la narrazione del cronista Bartolomeo da Neocastro dovrebbe comprendere anche gli anni del 1287 e 1288 in cui alcuni nostri paesi furono occupati dagli Almugaveri. Molte notizie di quel periodo storico e della guerra del Vespro ci pervengono dalla cronistoria di Bartolomeo di Neocastro. Michele Amari (…) a p. 604 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Tutte queste fazioni con poco divario leggonsi in Bartolomeo de Neocastro, cap. 82 – Sala Malaspina, cont. p. 415 e 417.”. L’Amari si riferiva al chronicon di Bartolomeo de Neocastro pubblicato integralmente da Giuseppe del Re (…), nel suo Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia’. Le gesta dei due, di Giacomo e di Ruggiero, sono descritti in due cronache. Nella cronaca di Bernardo d’Esclot e la cronaca di Ramon Muntaner, due cronache tradotte e pubblicate da Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Augurio e Musella (…), proseguendo il loro racconto nel capitolo V “Da Malta a Napoli”, a p. 63 in proposito scrivevano che: “Ai primi di giugno del 1284, tirate le ancore e issate le vele, si fece rotta verso Napoli. Ruggiero di Lauria si preparava a combattere una delle più importanti battaglie navali della storia. Lungo la risalita costa costa, l’Ammiraglio non disdegnò di compiere piccole incursioni a terra. Giunto a Scalea, riuscì ad appropriarsi di quattro navi e di alcune tarìde che caricavano legname diretto a Napoli. Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Bernat Desclot (o d’Esclot, italianizzato in Bernardo; … – …) è stato un cronista catalano del XIII secolo. Fu autore dell’importante opera Llibre del rei en Pere e dels seus antecessors passats, in lingua catalana, meglio conosciuta come Crònica de Bernat Desclot, stampata per la prima volta nel 1616 e facente parte del corpus delle quattro Grandi cronache catalane. La sua cronaca incomincia nel 1207 e termina nel 1285, trattenendosi più diffusamente sull’epoca al di Pietro III d’Aragona (1276-1285): discorre, in particolare, sul vespro siciliano (come la cronaca di Ramon Muntaner), delle gloriose imprese dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, della prigionia del principe di Salerno, Carlo lo Zoppo (futuro re Carlo II d’Angiò), figlio di Carlo I d’Angiò.

Nel 1282, le forze Siculo-aragonesi (almugaveri) di Pietro III d’Aragona e Ruggiero di Lauria contro Carlo I d’Angiò

Quando Pietro III d’Aragona mosse guerra a Carlo I d’Angiò dopo il Vespri Siciliani del 30 marzo 1282 per ottenere il possesso di Napoli e della Sicilia, gli almogàver formarono l’elemento più efficace del suo esercito. La loro disciplina e ferocia, la forza con cui lanciavano i loro giavellotti e la loro attività li rese formidabili contro la cavalleria pesante dell’esercito angioino. Combattevano contro la cavalleria attaccando prima i cavalli invece dei cavalieri. Una volta che il cavaliere era a terra, era una facile vittima per gli almogàver. Con il termine catalano di Almogàver (aragonese: Almogabar, spagnolo: Almogávar, dall’arabo: al-Mugavari) si indica un gruppo di soldati della Corona d’Aragona, famosi durante la reconquista cristiana della Penisola Iberica. In italiano furono variamente chiamati come almogaveri, almogavari, mugaveri, mogaveri o almogravi. In questo particolare periodo storico, gli anni 1286 fino al 1293, si inserisce inoltre un altro personaggio che apparteneva alla casata dei spagnoli Aragonesi di Sicilia. Giacomo d’Aragona, detto il Giusto è stato Re Giacomo II di Aragona, di Valencia e Conte di Barcellona (1291–1327). Dal 1285 al 1296 fu anche re di Sicilia come Giacomo I. Dal 1291 al 1298 governò il regno di Maiorca, mentre fu Re di Sardegna dal 1297 al 1327. Alla morte del padre, nel novembre del 1285, il secondogenito, Giacomo il Giusto gli successe sul trono di Sicilia come Giacomo I, mentre, in quanto figlio maggiore, Alfonso III gli successe sul trono di Aragona e di Valencia e nelle contee catalane. Il regno di Sicilia per la verità si era diviso in due regni, quello di Napoli, sul continente e quello di Sicilia, che poi diverrà di Trinacria, sull’isola, ed era in stato di guerra permanente; Giacomo, raggiunta la Sicilia dove già si trovava la madre, Costanza, che la governava per conto del marito Pietro, aveva ricevuto in aiuto dal fratello, Alfonso, la flotta del Regno di Sicilia, al comando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, per cui aveva la superiorità assoluta in campo marittimo, infatti il 23 giugno del 1287, Lauria aveva sconfitto la flotta napoletana, a Castellammare, impadronendosi di 42 galere, mentre lo stesso giorno Giacomo aveva sventato un attacco contro Augusta. In un altro mio saggio mi sono occupato delle forse Siculo-aragonesi e turbe di Almugaveri che, a soldo di Pietro d’Aragona e poi di Giacomo, occuparono parte della Basilicata e della valle del Tanagro. In particolare si parlava di Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (49), postillava che: “(49) Nel 1289 a Gaeta, tra Carlo II e D. Giacomo d’Aragona fino a Ognissanti del 1291.”. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (50), postillava che: “(50) Comparvero per la prima volta in Aragona nel XIII secolo: soldati di fanteria leggera abilissimi nelle armi da lancio contro la cavalleria. Scorridori (il termine arabo passò poi nella lingia spagnola) feroci lasciarono tristi ricordi nella popolazione del Cilento, dove infierirono a volte con inumana crudeltà. Le compagnie originarie erano costituite da aragonesi, navarresi, majorchini, guasconi, soprattutto da catalani, agli ordini di rispettivi “adil” (= giuda) cui ano sottoposti con ferrea disciplina.”. Pietro Ebner (…), ci raccontava del periodo in cui, quando Pietro III d’Aragona mosse guerra a Carlo I d’Angiò dopo il Vespri Siciliani del 30 marzo 1282 per ottenere il possesso di Napoli e della Sicilia, gli almogàver formarono l’elemento più efficace del suo esercito. La loro disciplina e ferocia, la forza con cui lanciavano i loro giavellotti e la loro attività li rese formidabili contro la cavalleria pesante dell’esercito angioino. Combattevano contro la cavalleria attaccando prima i cavalli invece dei cavalieri. Una volta che il cavaliere era a terra, era una facile vittima per gli almogàver. Con il termine catalano di Almogàver (aragonese: Almogabar, spagnolo: Almogávar, dall’arabo: al-Mugavari) si indica un gruppo di soldati della Corona d’Aragona, famosi durante la reconquista cristiana della Penisola Iberica. In italiano furono variamente chiamati come almogaveri, almogavari, mugaveri, mogaveri o almogravi.

Nel 1284, RUGGERO DI LAURIA, ammiraglio della flotta Siculo-Aragonese

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa la resistenza di alcuni feudatari delle nostre terre che pattegiarono per gli ultimi regnanti della casa Sveva. Alla dominazione Normanna fece seguito la dominazione Sveva e poi subentrarono gli Angioini di Carlo I d’Angiò che sconfisse Manfredi a Benevento nell’anno 1266. Per la storia delle nostre terre nel periodo della terribile guerra del Vespro, la guera tra gli Angioini e gli Aragonesi, può rivelarsi utile indagare su un personaggio che ebbe un ruolo non secondario in quegli anni: Ruggiero di Lauria. Nel corso dello scoppio degli eventi bellici che determinarono la Guerra dei Vespri Siciliani, la guerra che si tenne verso la fine del XIII secolo tra i francesi Angioini e gli spagnoli Aragonesi del Regno di Sicilia per la conquista del Regno di Napoli, un dei personaggi di maggior rilievo fu proprio Ruggero di Lauria, un uomo delle nostre terre. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà e della nobile famiglia dei de Cloira o Loria,  nella sua nota (9) postillava che: “(9) La famiglia aveva tratto il predicato dal feudo di Lauria. Divenne di Loria con l’uso umanistico di latinizzare nomi, cognomi e predicati. Pare che fosse di origine normanna, messasi alle dipendenze del Principato di Salerno. Venne identificata con i De Cloirat di Normandia. Ebbe feudi che andavano da Lagonegro a Lauria, e fin sulle coste del Golfo di Policastro. Il rappresentante più illustre fu Ruggiero di Lauria, 1245-1304, eroico ammiraglio al servizio di Pietro III d’Aragona. Come già scritto, Riccardo di Lauria, figlio dell’Ammiraglio, aveva sposato Pippa Sambiasi, figlia di Ruggiero e Costanza Isabella Sangineto, signore di Majerà. Con Vittoria e Geronimo la famiglia decadde, “non possedendo altro, che la Terra di Majerà”, Vanni, op. cit.”. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. La notizia che, nel ‘400, il feudo di Torraca (comprese le terre ed il porto di Sapri), fossero assoggettate alla Baronia di Lauria dei Sanseverino, riguarda anche Tortorella e Casaletto Spartano. Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Anche in virtù dei possedimenti terrieri in Calabria, si racconta che Ruggiero fosse in realtà nato nel castello normanno o nel palazzotto d’Episcopio di Scalea, anziché a Lauria, così come risulterebbe anche da un documento in latino conservato, ma mai trovato, negli archivi della Corona d’Aragona (a Barcellona), che lo stesso Ruggiero avrebbe inviato personalmente al re Giacomo II («Así consta de una carta Latina que se conserva en el Archivio Real de la Corona de Aragón, escrita por Roger al Rey Don Jayme II»). Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Rugero di Lauria, dicono gli Annali di Aragona nel libro III, Cap. 81, p. 203, venne nella Spagna con D.a Bella sua madre insieme a D.a Costanza presso la quale stava di servizio. Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266). Fu Rugero Ammiraglio valoroso. Ecc…”. Il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri‘, pubblicato nel 1914, a p. 5, parlando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, in proposito scriveva che: “Il Maurolio, scrittore di cose Siciliane, l’appella pur esso Calabrese, ed aggiunge: “Cui galli patrem unterfecerunt.” (1). Ma quello che precisa la patria dell’illustre uomo, facendone di proposito minuta biografia, è lo storico Spaguolo Girolamo Zurita. Questi, nell’opera che ha per titolo: “Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49, che avuto l’incarico Rugero di Lauria di portarsi nella Basilicata per sollevarla contro il dominio di Carlo d’Angiò, ed a prò di Pietro d’Aragona venne anche in Lauria, e giunto in questo paese, dice chiaramente l’autore, d’esser stato dè suoi predecessori, cioè i suoi antenati vi avevano un dominio, un possesso. Ecco le sue testuali parole: “ecc..ecc..”. Sempre il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, scriveva che negli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Rugero di Lauria, dicono gli Annali di Aragona nel libro III, Cap. 81, p. 203, venne nella Spagna con D.a Bella sua madre insieme a D.a Costanza presso la quale stava di servizio. Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266). Fu Rugero Ammiraglio valoroso. Ecc…”. Il sacerdote Nicola Palmieri (…), a p. 10 cita Vincenzo Lomonaco (…), ovvero il suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858. Il Palmieri, a p. 10 in proposito sciveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna….Se dunque il padre di Ruggiero, che si chiamava Riccardo, aveva il cognome di de Cloira, Ruggiero figlio a Riccardo Barone e giustiziere della Basilicata, doveva avere come al padre il Cognome di de Cloira.”Il Palmieri (…), a p. 10, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le notizie di cui fa cenno il Sig. Lomonaco furono rilevate dal grande Arch. di Napoli dal suo amico Minieri Riccio, solerte cultore di patria antichità.”. Il testo citato dal Palmieri nella sua nota (1) si riferisce agli Archivi Angioini pubblicati dal Minieri Riccio (…) e poi ricostruiti dalla Jole Mazzoleni (…). Dunque, secondo il Lomonaco (…), dopo la morte di Riccardo di Lauria, nel 12 aprile 1301, i due suoi figli Ruggiero e Riccardo di Lauria, si divisero i beni ed i feudi e a Ruggiero di Lauria, l’ammiraglio, andarono i possedimenti di Lauria. E’ per questo motivo che secondo il Palmieri (…), il predicato di Lauria venne aggiunto al nome di Ruggiero. Dunque, secondo il Palmieri (…), sulla scorta dello Zurita (…), Ruggero di Lauria era figlio di “Donna Bella” (Isabella) Lancia che era al servizio (nutrice) di Costanza di Hoenstaufen. Isabella Lancia, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia. Dall’unione di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero), con Federico II di Svevia, nacque Manfredi di Svevia. Dunque, Ruggiero di Lauria e re Manfredi di Svevia erano cugini. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. Dunque, il nesso che legava la famiglia di Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, ai Lancia, nobile e potente famiglia al servizio della famiglia Sveva. Riccardo di Lauria, sposò in seconde nozze Isabella (“Donna Bella”) Lancia, sorella di Bianca Lancia, che come vedremo sarà l’ultima amante prima e sposa dopo di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacque Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia. E’ per questo motivo che, sebbene a Riccardo di Lauria, in seguito alla ‘Congiura di Capaccio’, Federico II di Svevia aveva tolto i possedimenti di Lauria e in Calabria, poi in seguito furono riacquistati e restituiti per la parentela che Riccardo di Lauria aveva con l’ultima moglie (o solo amante) di Federico II di Svevia. Bianca Lancia era nipote di Isabella (Donna Bella) Lancia, che in seconde nozze aveva sposato Riccardo di Lauria, conte di Lauria e padre di Ruggiero di Lauria. Di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero di Lauria) e sposa di Riccardo di Lauria), il genealogista seicentesco Filadelfo Mugnos e il Pirri, la vorrebbero figlia di Corrado Lancia dei Duchi di Baviera, Conte di Fondi, grande figura della storia medioevale europea e sorella di Galvano Lancia, Signore di Brolo e Barone di Longi, Capostipite di tutti i Lanza di Sicilia. Forse il suo vero nome era Beatrice. Bianca Lancia, o Lanza, meglio Bianca d’Agliano (Arce ?, 1210 circa – poco dopo il 1250 ?), è stata l’ultima moglie dell’imperatore Federico II di Svevia, che egli sposò “in articulo mortis”. Dalla loro relazione nacquero tre figli, tra cui Manfredi. Sono frutto di ipotesi congetturali sia il nome Bianca sia la verosimile appartenenza ai Lancia. A partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero: Costanza (1230-1307) e Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266). Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Infatti, di Manfredi leggiamo su Wikipidia che: “Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia. Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino di Svevia dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258.”. Nel 1266, la dinastia Sveva viveva momenti difficili culminati, due anni più tardi, nella decapitazione del sedicenne sovrano Corradino di Svevia per volontà di Carlo I d’Angiò. Ruggiero si rifugiò a Barcellona con altri esuli siciliani vivendo con la madre Bella alla corte della regina Costanza, consorte dell’infante di Spagna e futuro re d’Aragona Pietro III, nonché figlia di Manfredi e cugina di Corradino. Fu armato cavaliere dall’infante Pietro insieme a Corrado I Lancia, di cui fu compagno di imprese e in seguito cognato. Ruggero servì i re d’Aragona Pietro III e Giacomo I (rispettivamente re di Sicilia coi nomi di Pietro I e Giacomo I) e il re di Sicilia Federico III, riportando numerose vittorie contro le flotte degli Angioini. Nel 1282 fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri Siciliani. Nel 1282 fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri Siciliani. Ruggiero di Lauria (Lauria o Scalea, 17 gennaio 1250 – Cocentaina, 19 gennaio 1305) fu un ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: Quattro anni dopo la strage di Capaccio, nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo. Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figliuolo di lui che lo elevò ai più alti onori. Ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca’: Giannone, lib. 18, pag. 581.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Parte 2°, discorso 3°, pag. 261.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca pub. da Gius. Del Re’, p. 117.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell'”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a pp. 206-207-208 scriveva che: “In seguito, morto Re Pietro, e sorte gravi sciagure fra i figli di lui Giacomo e Federico, Ruggiero parteggiò pel primo, che aveva assunto il trono dello stesso Re Giacomo, (e ciò rileviamo per eliminare ogni traccia di tradimento o fellonia) Ammiraglio della flotta franco-napolitana. Si trovò così egli a prestare l’opera sua a prò degli Angioini contro Federico nominato Re di Trinacria, e lo sconfisse in un combattimento navale al Capo Orlando, onde Re Carlo II d’Angiò – scrive il Giannone nel libro XXI, Cap. III, – “gli restituì non solo tutte le terre antiche sue “Calabria, in Basilicata ed in Principato, ma gliene donò molte “altre”. Fra tali feudi spettanti all’Ammiraglio Ruggiero, vanno ricordati Lauria, Lagonegro, Laino, Castelluccio, Maratea, Rivello, Rotonda, S. Chirico Raparo, Tortora, Tortorella ed altri, come rilevasi da Pietro Vincenti nel ‘Teatro dei Protonotari del Regno’. Così ebbe principio presso di noi, da sì alto personaggio nel 1297 – senza tener conto del periodo anteriore più oscuro ed ignorato – la serie dei Feudatari, e se si tien conto di tanto stipite, ecc..ecc…..”. Il 4 luglio 1299, a capo di un’armata angioina composta di settanta galee — trenta delle quali inviate da Giacomo II dalla Catalogna per far fronte agli impegni presi con il papa Bonifacio VIII quattro anni prima nel Trattato di Anagni — sconfisse i siciliani nella battaglia di Capo d’Orlando. Nello scontro seimila uomini della flotta avversaria morirono o caddero prigionieri, ma Federico sfuggì alla cattura. La storiografia ritiene verosimile che la fuga del sovrano fosse stata permessa o agevolata da Giacomo e dallo stesso Ruggiero che, nonostante fossero suoi nemici in battaglia, conservavano tuttora legami affettivi, sia di parentela che di pregressa fedeltà. Il 14 giugno 1300, nella battaglia di Ponza, Ruggiero sconfisse la flotta di Federico III, catturando il sovrano e Palmiero Abate. Il re riuscì nuovamente a fuggire, mentre Palmiero morì in prigionia. Il 31 agosto 1302, con la pace di Caltabellotta che chiudeva la lunga guerra del Vespro, Ruggiero fece atto di sottomissione a Federico di Sicilia il quale, a seguito di ciò, gli rese i possedimenti confiscati.

Nel 1283-84, le forze Siculo-aragonesi di Pietro III d’Aragona e Ruggiero di Lauria contro Carlo I d’Angiò

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate scriveva che: “Da una lettera (12) del 5 settembre del 1283 si apprende che gli almugaveri si erano spinti sino ai confini tra Basilicata e Principato saccheggiando le terre di Riccardo di Chiaromonte. Pertanto il principe Carlo ordinava al giustiziere delle due provincie di raccogliere armati e respingere “infideles Almugavari”.”. Dunque, l’Ebner (…), segnala che secondo i documenti angioini esistenti nell’Archivio di Stato di Napoli, poi andati persi nel rogo del 1943 ma pubblicati da Carlo Carucci (…), ed in particolare secondo la lettera del 5 settembre dell’anno 1283, si apprende che:  “….gli almugaveri si erano spinti sino ai confini tra Basilicata e Principato saccheggiando le terre di Riccardo di Chiaromonte.”. Ebner, nel vol. I,  a p. 658 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Reg. ang. 45 f 50 t Brindisi = Carucci, II, p. 126, n. 17.”. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II “La guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato” a pp. 125-126, pubblicò il documento n. 17, tratto dalla cancelleria angioina. Il Carucci in proposito a questo documento n. 17, datato 5 settembre 1283 scriveva che: “XVII. 1283, 5 settembre, Brindisi. Il principe Carlo, avendo saputo che gl’infedeli Almugaveri si erano spinti, come predoni, saccheggiando, fino alle terre del nobile Riccardo di Chiaromonte, site fra i confini delle provincie di Basilicata e di Principato, ordina ai giustizieri di quelle due provincie di raccogliere gente armata, a piedi e a cavallo, nelle terre vicine a quelle di detto RIccardo, accorrere personalmente ai luoghi invasi e difenderli con forza ed energia.”. Il Carucci a p. 125, postillava: “Reg, ang. n. 45, fol. 50b.”. Ebner postillava di Carlo Carucci (…) e si riferiva anche ad altri documenti (gli stessi) pubblicati nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano“, pubblicato in A.S.C.L. (….) e, dove a pp. 8-9 pubblicò questo documento citato da Ebner:

docum.-pp.-8-9-1

Riguardo i guerriglieri Almugaveri, lo storico Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’, pubblicato nel 1926, sulla scorta di Minieri-Riccio (…) che a p. 12 del  suo ‘Diario Angioino’, aveva pubblicato nel 1800 diversi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, a p. 441, cita il documento: del “26 Sabato”, “Febbraio Indizione 12°”, dell’anno 1277, e, così scriveva che: “26 Sabato. Il Principe ordina a tutti i Giustizieri del Regno che tanto nelle torri che in tutti i luoghi marittimi si facciano i fari per potere avvisare l’approssimarsi del nemico e dei ribelli, avendo saputo che i Siculi-Aragonesi con gran numero di vascelli si preparavano a passare contro il continente (38).”. Il Minieri-Riccio (…), a p……, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Reg. Ang. 1284, riassunto dal De Lellis, ivi fol. 93 t.”. Il Pasanisi (…), riguardo questo documento si rifaceva anche al testo del De Lellis (…). Nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Ecc..”. Dunque, il Cataldo (…), parlando del castello di Policastro, cita quel periodo storico in cui vie era una furibonda guerra tra la casata francese degli Angiò e gli spagnoli di Pietro d’Aragona per il possesso del Regno di Napoli. I fatti di cui ci occupiamo risalgono al 1287 quando da poco era salito al trono Carlo II° d’Angiò, detto lo Zoppo e, suo figlio primogenito Carlo Martello d’Angiò, era stato nominato Principe di Salerno nel …….che minorenne restò sotto la tutela del conte d’Artois fino alla maggiore età, come scriveva Pietro Ebner (…), nel suo vol. I, a p. 658 del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” : “Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), ecc..”.

Nel 1284, re Carlo I d’Angiò nominò Ruggero II Sanseverino

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (118) postillava che: “(118) Nel 1284 Carlo I d’Angiò nominò Ruggiero II Sanseverino (figlio di Tommaso), conte di Marsico e barone di Cilento, comandante generale delle operazioni belliche nel ‘Principato’. Insieme al figlio Tommaso II provvide alla costituzione dei ‘castra’ e alla richiesta al re di esonero dalle tasse per le martoriate popolazioni delle due Valli.”

Nel 1284, gli almugaveri di Giacomo II di Aragona (futuro re di Trinacria poi Sicilia) e Ruggiero di Lauria e l’invasione della Calabria, Basilicata e parte del Cilento

Augurio e Musella (…), proseguendo il loro racconto nel capitolo V “Da Malta a Napoli”, a p. 63 in proposito scrivevano che: “Ai primi di giugno del 1284, tirate le ancore e issate le vele, si fece rotta verso Napoli. Ruggiero di Lauria si preparava a combattere una delle più importanti battaglie navali della storia. Lungo la risalita costa costa, l’Ammiraglio non disdegnò di compiere piccole incursioni a terra. Giunto a Scalea, riuscì ad appropriarsi di quattro navi e di alcune tarìde che caricavano legname diretto a Napoli. Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri‘, pubblicato nel 1914, a p. 5, parlando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, in proposito scriveva che: “Il Maurolio, scrittore di cose Siciliane, l’appella pur esso Calabrese, ed aggiunge: “Cui galli patrem unterfecerunt.” (1). Ma quello che precisa la patria dell’illustre uomo, facendone di proposito minuta biografia, è lo storico Spaguolo Girolamo Zurita. Questi, nell’opera che ha per titolo: “Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49, che avuto l’incarico Rugero di Lauria di portarsi nella Basilicata per sollevarla contro il dominio di Carlo d’Angiò, ed a prò di Pietro d’Aragona venne anche in Lauria, e giunto in questo paese, dice chiaramente l’autore, d’esser stato dè suoi predecessori, cioè i suoi antenati vi avevano un dominio, un possesso. Ecco le sue testuali parole: “ecc..ecc..”. Sempre il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, scriveva che negli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Rugero di Lauria, dicono gli Annali di Aragona nel libro III, Cap. 81, p. 203, venne nella Spagna con D.a Bella sua madre insieme a D.a Costanza presso la quale stava di servizio. Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266). Fu Rugero Ammiraglio valoroso. Ecc…”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati‘, pubblicato nel 2001, a pp. 51-52-53, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “….è questo il periodo della cosiddetta Guerra del Vespro, duro per tutto il Regno, durissimo per Morigerati che viene a trovarsi a ridosso della linea di guerra, soggetta ad aggressioni lampo, a violenze di ogni genere, ecc…ecc…E’ questo il periodo che allontana Morigerati dall’abazia italo-greca di Rofrano….Il difensore per eccellenza fu Tommaso Sanseverino, responsabile della costa del Golfo, aiutato dagli abitanti delle campagne che nel luglio del 1283 scesero a difenderla da un attacco (10) dagli Aragonesi via mare. Gli Angioini non contenti del comportamento del capitano di Policastro Oddone di Brindisi, evocano il castello alla Regia Curia (11): questa era responsabile direttamente anche di tutta la costa per la larghezza di un tiro di balestra, cioè una fascia di circa 150 metri. La stessa Curia invia Pietro pilet (4 marzo 1284) Vicario del Principato per meglio vigilare sul castello e terre circostanti, unitamente a 50 stipendiari (truppe pagate) al comando di Rimbaldo de Alemannia, proprio per la presenza di bande nemiche in zona. Nuovo cambio, viene inviato il giudice Taddeo di Firenze, il primo maggio dello stesso anno per vigilare sulle terre prossime a Policastro (12). Accorre anche Tommaso Sanseverino e il 10 maggio altri armati. Si temono soprattutto le bande degli almugaveri, truppe irregolari che gli spagnoli ingaggiavano purchè facevano i lavori più pericolosi; questi ‘guerriglieri’ erano di fede musulmana, il loro obiettivo era la predazione più che l’occupazione vera e propria, essendo abilissimi scorridori. Grazie agli sforzi congiunti queste bande furono, per il momento respinte. Due anni dopo, il 24 maggio 1286 altro responsabile per la zona di Policastro nella persona di Erberto de Aurelianis che poteva prendere possesso anche delle saline, se erano ancora esistenti. Costui era un esperto di difese e lo troviamo signore in altre fortificazioni, a seconda delle esigenze. Ecc..”. Il Gentile (…), a pp. 58-59, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Carucci C., La Guera del Vespro nella frontiera del Principato, Subiaco, 1934, pag. 120. Per Policastro usata come deposito di viveri o armi vedi pag. 121, 249, 291, 304, 330, 331.”. Alla nota del Gentile che trae le notizie dal Carucci, aggiungo che egli si riferiva al vol. II del testo di Carlo Carucci (12), Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il Gentile (…), a pp. 58-59, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Cit., pag. 135.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Cit., pag. 145.”. Nella sua nota (10) il Gentile si riferisce al testo di Carlo Carucci (…), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Dunque, il Gentile nella sua nota postillava di Carucci (….), vol. II, pp. 120, 121, 249, 291, 304, 330, 331 e nella sua nota (11) postillava che: “(11) Cit., pag. 135.”. Anche Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “….negli anni della disastrosa Guerra del Vespro (1282-1302) conbattuta fra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia, ‘Casolla’ dovette costituire uno dei ‘castra’ (fortezze) della seconda linea difensiva interna insieme con Torraca, Tortorella, Rocca Gloriosa e Torre Orsaia (117). Le due Valli del Bussento e del Mingardo, infatti, che in ‘Policastrum’ avevano la loro porta d’ingresso, furono costellate di ‘castra’ per la difesa contro la soldataglia degli Almugàveri assoldata dagli Aragonesi (118). E se alla foce del Bussento il ‘castrum Policastri’ era il più difeso anche con il concorso di quelli meglio attrezzati dell’interno (‘castrum Policastri debet reparari per homines Turturelle….Sanse…Turrace…Rofrani)(119) e dalle sorgenti dei due importanti corsi d’acqua erano attivi quelli di ‘Roffrànum’ (120) e di ‘Sansa’ (121) (che costituivano la terza linea), allora anche il ‘castrum Caselle’ nel medio corso dovette ricoprire qualche importanza e patire le misere condizioni di guerra, tanto da essere esonerato più volte dal pagamento delle imposte: ‘satis est notorium quod ex presentis guerre discrimine pars regni multa dispèndia subiit….dapna pergràvia deploràvit….itaque statuimus terras et loca ipsa eximendas a solutione presentis collecte…Nomina terràrum et locòrum sunt hec: Padula, Sansa, Rufranum, Caselle, Policastrum (122). L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), el suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Carlo Carucci (…), nel lontano 1932, pubblicò un suo interessante saggio dal titolo ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘ (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II, 1932), pp. 1-7, dove egli, oltre a parlarci delle operazioni militari di Carlo II d’Angiò contro gli Aragonesi nella guerra detta del “Vespro Sciliano” fornisce pure una serie di documenti che poi in seguito pubblicherà anche sulla sua opera ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, in tre corposi volumi dove pubblicò moltissimi documenti tratti dagli Archivi Angioini nell’Archivio di Stato di Napoli non ancora distrutti nel rogo di San Paolo Belsito. Carlo Carucci (…), nel 1932, nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II), a pp. 4-5 in proposito scriveva che: “Ora, a tal proposito, molti documenti dell’Archivio di Stato di Napoli ci fan conoscere che, stando ancora a Reggio, Carlo d’Angiò intuì che i Siculi-aragonesi, avrebbero presto invasa la Calabria, ed infatti già delle bande, dette Almugaveri, avevano fatto qua e la degli sbarchi, e mandò ordini precisi a tutte le terre del Principato e della Calabria perchè si mettessero in stato di difesa. I maggiori preparativi egli opportunamente tenne che si dovessero fare……..e sul Golfo di Policastro, donde era possibile risalire a Nord, penetrare nella Basilicata o risalire l’impervio Cilento, ed uscire alla valle pestana. Organizzò quindi in quei due punti importanti linee di difesa. La prima, ….La seconda linea di difesa, sul Golfo di Policastro, fu affidata a Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggiero, conte di Marsico. E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Dunque, anche Carlo Carucci scriveva che “E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”Carlo Carucci (…), a p. 145, pubblicò un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”Di certo, le notizie degli Almugaveri a Policastro, stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro fu riferita da Carlo Carucci (…) e, dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino, a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.“. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dunque, i due studiosi, Natella e Peduto, sulla scorta del Carucci, riferivano la notizia del momentaneo stanziamento di soldati Almugaveri a Policastro, nell’anno 1287. Carlo Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…),  a pp. 121, cita un documento del XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi nei porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, per mare in piccole barche, a Nicotera per i bisogni dell’esercito. Non richieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrove.”. Il Carucci a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Sempre il Carucci (…), a p. 145, pubblica un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemic e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”Pietro Ebner (…), nel suo, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Roma , 1973, a pp. 120-121 e s. parla delle operazioni militari della Guerra del Vespro ed in proposito scriveva che: “La dura dominazione instaurata da Carlo d’Angiò determinò un malcontento che si diffuse ovunque nel regno. La nobiltà siciliana invitò subito Pietro III d’Argona alla cui corte si erano rifugiati Ruggiero di Lauria e il grande medico Giovanni da Procida, ad affrettarsi a liberarla dalla “schiavitù” di Carlo d’Angiò, che aveva tiranneggiato l’Isola, ecc…Sperarono nella libertà la Calabria (42), l’intero Principato con il Cilento, dove non mancarono riflessi della rivolta siciliana con significativi episodi d’incontrollata reazione che la progressiva carenza dell’autorità dello Stato non riuscì più a incanalare e contenere…..Il popolo di Roccagloriosa rifiutò di prestar giuramento al proprio feudatario: il salernitano Giovanni Mansella, che re Carlo aveva voluto podestà di Ascoli e poi capitano di guerra sulla frontiera del Principato (44). Ecc….(p. 120) 4. La guerra divampò per mare e per terra senza tregue, anche durante le trattative (49).”. Pietro Ebner, a p. 119 nella sua nota (42), postillava che: “(42) Pontieri E., Ricerche, p. 176 sgg, v. pure CDS, 20 gennaio 1275.”. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (44), postillava che: “(44) Reg. 59 f IIIa: Carlo II (Aix, 5 maggio 1292) concede a Giovanni Mansella il feudo di Rocca (Gloriosa): CDS, II, 189, v. pure  Reg. 59 f 19a, 59 f 80a, 59 f 192a e Reg. 60 f 283: ecc…”. Riguardo i guerriglieri Almugaveri, lo storico Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’, pubblicato nel 1926, sulla scorta di Minieri-Riccio (…) che nel 1800, a p. 12, del  suo ‘Diario Angioino’, aveva pubblicato diversi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, a p. 441, cita il documento: del “26 Sabato”, “Febbraio Indizione 12°”, dell’anno 1277, e, così scriveva che: “26 Sabato. Il Principe ordina a tutti i Giustizieri del Regno che tanto nelle torri che in tutti i luoghi marittimi si facciano i fari per potere avvisare l’approssimarsi del nemico e dei ribelli, avendo saputo che i Siculi-Aragonesi con gran numero di vascelli si preparavano a passare contro il continente (38).”. Il Minieri-Riccio (…), a p……, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Reg. Ang. 1284, riassunto dal De Lellis, ivi fol. 93 t.”. Dunque, il Pasanisi (…), riguardo questo documento lo traeva da Minieri-Riccio (…) che a sua volta lo traeva dal De Lellis (…). Al periodo della lunga guerra del Vespro, che si combattè principalmente sulle nostre coste e che vedeva Policastro e tutti i paesi rivieraschi impegnati in prima fila, ho dedicato ivi un mio saggio. Sappiamo, da alcuni documenti tratti dalla cancelleria Angioina che già nel 1284, gli Almugaveri e le forze Sicili-aragonesi avevano occupato e conquistato Scalea e che Carlo d’Angiò inviò truppe a liberarla. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Pietro Ebner (…), nel suo, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Roma , 1973, a pp. 120-121 e s. parla delle operazioni militari della Guerra del Vespro ed in proposito scriveva che: 4. La guerra divampò per mare e per terra senza tregue, anche durante le trattative (49). L’ultra ventennale lotta angioino-aragonese che, se per un verso logorò le forze angioine per l’altro risultò rovinosa per l’intero territorio del Cilento, soprattutto per la parte meridionale del basso Cilento a contenere l’avanzata dell’esercito assoldato dagli Aragonesi e costituito dai tristemente noti Almugàvari (50), ai quali si erano unite bande siciliane. I condottieri del tempo, resisi conto dell’importanza del Cilento, montagnoso e impervio, con sagace disegno unitario cercarono di creare un valido organismo difensivo che può considerarsi ancora oggi un capolavoro di strategia militare. Ecc..”. Più avanti l’Ebner a p. 123 continua scrivendo che: “Anche per impellenti bisogni venne in gran fretta trasferito materiale bellico dal castello di Melfi a Policastro (60). Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento ecc… Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Continuando il suo racconto il Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.” ho cercato di approfondire. Il Campagna, riferendoci la notizia citava i riferimenti bibliografici e, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. La notizia citata dal Campagna (…) e da Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari”. Infatti, il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri (…), nel fasc. IV dell’anno I, 1931 a p. 492, riferendosi al periodo in cui Carlo I d’Angiò affronta la campagna contro ……………………..,in proposito scriveva che: “Per lo stesso motivo duecento uomini vengono spediti per ordine del re, dal Giustiziere di Val di Crati e Terra Giordana, Porzio de Blanchefort, ad Amantea, che, avvisata dai nemici, è posta sotto la tutela di Guglielmo Sclavello (2)……A capo della guarnigione di ……Policastro ecc…sono affidate a Bertrando d’Artois (4). Tali disposizioni, prese nel novembre 1282, non furono sole e definitive: ordini e contrordini si susseguono con una celerità, che può essere soltanto spiegata dalle notizie che arrivano a Carlo I, a Reggio, e che divengono più tempestose nl volgere del dicembre. Si assicura, per esempio, che forti contingenti nemici stanno per assalire Scalea e che attraverso le gole di essa, si sarebbero aperto un varco nell’alta Calabria; parecchi fuoriusciti Calabresi che avevano trovato ospitalità presso Pietro d’Aragona, erano stati da questo rimandati nei rispettivi paesi, allo scopo di incitare gli animi e sollevarsi contro gli Angioini, e questi lavoravano ormai non senza frutto (5). Certo era diventata così critica la posizione degli Angioini in Calabria, che ne giunse……”. Il Pontieri, nel suo saggio a p. 492, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri-Riccio, Memorie, p. 13; Id., ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò dal 2 gennaio 1272 al 31 dicembre 1283, pag. 36. Ma i nomi non rispondono sempre esattamente alla lezione del Registro Angioino, da cui sono ricavati.”. Sempre il Pontieri a p. 492, nella sua nota (5) postillava che: “Minieri Riccio, Memorie, p. 15; Id., ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò dal 2 gennaio 1272 al 31 dicembre 1283, pag. 40.”. Domenico Tomacelli (….), nella sua, ‘Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, dal 1250 al 1303 di Domenico Tomacelli duca di Monasterace’, vol. I, sulla scorta del chronicon di Saba Malaspina (…), a pp. 273-274 e s., riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “Sopraggiunto il nuovo anno, gravissime ambasciate toccarono al vicario del d’Angiò, scarseggiando le provvisioni di bocca in terra ferma, si che l’esercito accampato a Nicotera, ebbe molto a patirne, e le terre di Santo Lucido, Scalea, Cetraro e Amantea, mosse dalla fame si dettero alla reina Costanza ed all’infante Giacomo, a patto che fussero provvedute di viveri. Il che, come fu assentito, prestamente dieci galee cariche di grano, ed una forte mano di almugaveri mandaronsi in quelle terre, con la quale cosa si provvide alla fame ed alla sicurtà dei terrazzani.”. Infatti, Michele Amari (…), nel suo ‘La Guerra del Vespro Siciliano, a p. 229 (cap. X)(si veda la ristampa  ed. Mazara, 1947, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata) e, nella sua opera del 1851 a p. 220 (cap. X), sulla scorta del Muntaner (…) e del chronicon di Saba Malaspina, riferendosi all’anno 1284 ed alla regina Costanza, che prese a cuore una penuria di viveri in Calabria, in proposito scriveva che: “Mandovvi pertanto con otto gelee un forte di almugaveri, e alcune teride cariche di grano; onde il pregio di esso d’un subito si ammezzò, (3) a grande sollievo dei terrazzani.”. L’Amari a p. 220, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Da quaranta a venti tarì la salma, dice il Malaspina.”. Dunque, l’Amari si riferiva al chronicon di Saba Malaspina che troviamo pubblicato nel testo di Giuseppe Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti, Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia, Napoli, 1868, vol. II, che in wikipedia leggiamo: il chronicon di Saba Malaspina in G. Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti, ordinati per serie e pubblicati, vol. II, pp. 387-388, 478. Interessante è ciò che a riguardo scriveva Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Muntaner e di B. d’Esclot (…) e a p. 273 nel suo capitolo CXIII parlando dell’inizio del 1284 e, riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “Quando si fu imbarcato, trovò che v’erano quaranta galee, quattro uscieri e quattro barche armate; si dissero addio e coll’aiuto del Signore partirono. Costeggiando la Calabria, e in sul bel principio toccarono Scalea; trovarono al porto di San Nicola di Scalea, trovarono quattro navi e parecchie teride che caricavano legname per far legna, alberi e antenne da galee e da uscieri per trasportarlo a Napoli. Poi s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Moisè, traducendo il Muntaner proseguendo il suo racconto e riferendosi all’ammiraglio della flotta Siculo-aragonese, Ruggiero di Lauria si portò davanti il porto di Napoli. Dunque, riguardo la notizia di Policastro, a me sembra che il Muntaner (…) sia chiaro. Il Muntaner (…) non cita almugaveri o Matteo Fortuna ma, parlando di  Ruggiero di Lauria, che chiama “l’almirante” scriveva che: “s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Moisè (….), nella sua ‘cronaca Catalana’, sulla scorta della cronaca di Ramon Muntaner postillava citando il testo “Cr. Cat. Vol. I”. Il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri‘, pubblicato nel 1914, a p. 5, parlando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, in proposito scriveva che: “Il Maurolio, scrittore di cose Siciliane, l’appella pur esso Calabrese, ed aggiunge: “Cui galli patrem unterfecerunt.” (1). Ma quello che precisa la patria dell’illustre uomo, facendone di proposito minuta biografia, è lo storico Spaguolo Girolamo Zurita. Questi, nell’opera che ha per titolo: “Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49, che avuto l’incarico Rugero di Lauria di portarsi nella Basilicata per sollevarla contro il dominio di Carlo d’Angiò, ed a prò di Pietro d’Aragona venne anche in Lauria, e giunto in questo paese, dice chiaramente l’autore, d’esser stato dè suoi predecessori, cioè i suoi antenati vi avevano un dominio, un possesso. Ecco le sue testuali parole: “ecc..ecc..”. Michele Amari (…), nel 1842 pubblicò, ‘Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII’, dove egli racconta questo periodo storico della guerra del Vespro Siciliano tra la casa d’Angiò e quella degli Aragona. L’Amari scriveva sulla scorta delle due cronache catalane di Ramon Muntaner e quella di Bernardo d’Esclot (…). L’Amari si rifà moltissimo alle notizie tratte dal cronista Bernardo di Neocastro (…). L’Amari, nel suo cap. X, a pp. 122-123 (a. 1283) in proposito scriveva che: “Ebbe in quel verno gran caro di vittuaglie in Italia. Donde Scalea, Santo lucido, Cetraro, Amantea, mosse dalla penuria o dalla mala contentezza (che Scalea, l’anno innanzi era stata la prima in terra ferma a darsi a re Pietro), si proffersero alla regina Costanza, s’ella provvedesse di viveri e difendesse; ecc…” (continua Cap. X, p. 123): “provvedessele di viveri e difendesse; la qual pratica condussero alcuni scaleotti usciti per omicidi e riparati in Sicilia; e volentieri la assentì la regina. Mandovvi pertanto con otto galee un forte di almugaveri, e alcune teride cariche di grano; onde il pregio di esso d’un subito si ammezzò (1), a grande sollievo dei terrazzani. Ma gli almugaveri messo piè a terra, diersi a infestare tutto val di Crati e Basilicata: contro i quali movendo il giustiziere di val di Crati con grosse torme di cavalli, aspettatolo a lor uso in una stretta gola, rupperlo di strage, e l’inseguirono infino a un castello del vescovo di Cassano. ove poser l’assedio. Ecc….”. L’Amari (…), a p. 123 nella sua nota (1) postillava che: “Da quaranta a venti tarì, dice Malaspina.”. I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria, nel cap. IV “Da Malta a Napoli”, sulla scorta della cronaca del Muntaner e del Zurita, a p. 60 in proposito scrivevano che: “Nell’autunno del 1283, il principe di Salerno Carlo lo Zoppo, reggente per conto del padre Carlo I d’Angiò, dopo aver affidato il comando delle truppe al conte Roberto d’Artois, lasciò Nicotera e si trasferì a Napoli per riorganizzare l’esercito. In seguito alla sua partenza la situazione in Calabria precipitò sia per il malcontento della popolazione locale sia per una grande carestia che aveva messo in ginocchio quasi tutta la regione. Nella primavera del 1284 le terre di Scalea (già ribellatasi l’anno prima agli angioini e passata cogli Aragonesi), San Lucido, Cetrara e Amantea avevano inviato ambasciatori alla regina Costanza chiedendo derrate alimentari in cambio della loro sottomissione. Prontamente la regina inviò due tarìde cariche di frumento scortate da otto galee armate con un buon numero di almogaveri. Quando il reggente Carlo lo Zoppo seppe che quattro castelli sul mare di notevole importanza strategica erano passati al nemico, spedì millecinquecento cavalieri provenzali e francesi con l’ordine di ripristinare l’autorità. Sbarcati a Scalea, furono subito affrontati in battaglia dagli almogaveri: la maggior parte fu uccisa o catturata.”. Augurio  Musella, nella loro nota (16) a p. 60 postillavano che: “(16) B. d’Esclot, op. cit., cap. CXVI”.

Nel …….1284, Pietro III di Aragona manda il conte di Modica, Federico Mosca a conquistare Scalea

Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri, riferendosi a dopo l’occupazione di Scalea, nel 1284, in proposito scriveva che: Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, ecc…”. Federico Mosca, conte di Modica di origine sveva del XIII secolo. Al servizio del re Pietro III di Aragona, detto il Grande, questi dopo essersi proclamato Re di Sicilia in quanto marito di Costanza di Hohenstaufen, figlia del Re Manfredi, l’11 novembre 1282 lo investì del titolo di Conte di Modica e lo nominò governatore del Val di Noto. L’Aragonese lo inviò in Calbria, dove a capo di una milizia costituita da 600 almogaveri attaccò gli Angioini, e devastò Scalea e il suo circondario, per poi dirigersi verso Reggio (1)(2). Wikipidia nelle sue note (1) e (2) postillava di: (1) Gaetani F. Emanuele, marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile, parte II, Lib. IV, Stamperia Santi Apostoli, 1757, p. 4 e nella nota (2) postillava: il chronicon di Saba Malaspina in G. Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti, ordinati per serie e pubblicati, vol. II, pp. 387-388, 478. Il Racioppi, nel suo raconto cita Michele Amari (…) che, nella sua ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’., riferendosi all’anno 1284, vol. II, cap. X, p. 219, in proposito scriveva che:

Amari, p. 219

Nel principio del 1284 o già nel 1283 (secondo alcuni), le forze Siculo-aragonesi conquistano Scalea

Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “La prima terra da loro occupata sul Tirreno fu Scalea al principio del 1284 (1), incitati dai fuoriusciti della terra stessa: e da qui partono inviti e fomiti di sollevamenti all’interno della regione, e da codesti incitamenti e dal mancare dei grani, poichè le navi inimiche intercettavano ogni commercio per mare, si resero al re di Sicilia le prossime terre di S. Lucido, di Cetraro ed Amantea, che ne ebbero vettovaglie e presidii. Da questi punti di passaggio all’interno, frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri sciolti e spediti, si spingono pel paese interno della Valle del Laino o Mércuri e del Noce; e il giustiziere di Val Crati che va loro incontro con squadre di cavalli intoppa in un agguato, e scampa appena; inseguito, e poi stretto da blocco in un castello presso Cassano. Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con altre torme di Almugavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni, e più in là (2) Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumnto per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promesse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182). Ecc..”. Il Racioppi (…), a p. 181, nella sua nota (1) postillava che: “(1) In Amari, Op. cit., secondo l’ultima ediz., cap. X, vol. II, 29.”. Racioppi, a p. 181, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Documento del 2 agosto 1284, in Amari, Op. cit., cap. XI, 229.”. Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Muntaner e di Maresclot e a p. 273 nel suo capitolo CXIII parlando dell’inizio del 1284 e, riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “Quando si fu imbarcato, trovò che v’erano quaranta galee, quattro uscieri e quattro barche armate; si dissero addio e coll’aiuto del Signore partirono. Costeggiando la Calabria, e in sul bel principio toccarono Scalea; trovarono al porto di San Nicola di Scalea, trovarono quattro navi e parecchie teride che caricavano legname per far legna, alberi e antenne da galee e da uscieri per trasportarlo a Napoli. Poi s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Moisè, traducendo il Muntaner proseguendo il suo racconto e riferendosi all’ammiraglio della flotta Siculo-aragonese, Ruggiero di Lauria si portò davanti il porto di Napoli. Dunque, riguardo la notizia di Policastro, a me sembra che il Muntaner (…) sia chiaro. Il Muntaner (…) non cita almugaveri o Matteo Fortuna ma, parlando di  Ruggiero di Lauria, che chiama “l’almirante” scriveva che: “s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Muntaner (in Moisè) nella sua ‘cronaca Catalana’ postillava citando il testo “Cr. Cat. Vol. I”. Michele Amari (…), nel 1842 pubblicò, ‘Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII’, dove egli racconta proprio questo periodo storico della guerra del Vespro Siciliano tra la casa d’Angiò e quella degli Aragona. L’Amari scriveva sulla scorta delle due cronache catalane di Ramon Muntaner e quella di Bernardo d’Esclot (…). L’Amari si rifà moltissimo alle notizie tratte dal cronista Bernardo di Neocastro (…). L’Amari, nel suo cap. X, a pp. 122-123 (a. 1283) in proposito scriveva che: “Sopraggiunto in Sicilia il conte di Modica, e con esso pochi cavalli e più feroci frotte di almugaveri, peggior travaglio diè a Basilicata. Prese alcune castella e la terra di san Marco; quivi della chiesa de frà minori fè un ridotto assai forte; mal conci ne rimandò Rizzardo Chiaromonte e altri baroni venuti con maschio valore contr’esso; i quali non furono punto imitati dagli altri feudatari del regno, scontentissimi del governo angioino. Invano di maggio dell’anno seguennte si fè appello alle milizie feudali del reame di Puglia per venire a oste a Scalea, e anco mandovvisi, sotto il comando di Ruggier Sangineto, gente assoldata in Toscana; perchè sempre tennero il fermo i nostri: e patiron provincie correrie, ladronecci, notturni assalti (2); che appena si crederebbe, standovi a manca il campo di Nicotera, a destra la capitale, e per tutto il regno guerriere voci e apparecchi.”. L’Amari a p. 123, nella sua nota (2) postillava che: “(2) D’Esclot, cap. 119. Saba Malaspina, cont., pag. 403, 404. Il primo dice dell’occupazione di quelle quattro terre; il Malaspina della sola Scalea.”. I due appelli al servigio feudale del reame di Puglia si leggono nel diploma del 30 ottobre 1283, nel citato Elenco delle pergamene del real Archivio di Napoli, vol. 1, pag. 257; e nei diplomi del 21 e 31 maggio 1284, ibidem, pag. 266, 268. – Nel r. Archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 81 a. t leggesi un diploma dato di Napoli a 28 aprile 12a Indiz. (1284) per 100 balestrieri e 200 arcieri a piè, venuti poco prima da Firenze, che si mandavano a Ruggiero Sangineto per ingrossar l’oste all’assedio di Scalea. Montaner, cap. 113, nomina alcuna delle terre occupate, e dice del mal contento nel reame di Puglia; ma confonde questa fazione con quella dell’armata che combattè poi nel golfo di Napoli.”. I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria, nel cap. IV “Da Malta a Napoli”, sulla scorta della cronaca del Muntaner e del Zurita, a p. 60 in proposito scrivevano che: “Nell’autunno del 1283, il principe di Salerno Carlo lo Zoppo, reggente per conto del padre Carlo I d’Angiò, dopo aver affidato il comando delle truppe al conte Roberto d’Artois, lasciò Nicotera e si trasferì a Napoli per riorganizzare l’esercito. In seguito alla sua partenza la situazione in Calabria precipitò sia per il malcontento della popolazione locale sia per una grande carestia che aveva messo in ginocchio quasi tutta la regione. Nella primavera del 1284 le terre di Scalea (già ribellatasi l’anno prima agli angioini e passata cogli Aragonesi), San Lucido, Cetrara e Amantea avevano inviato ambasciatori alla regina Costanza chiedendo derrate alimentari in cambio della loro sottomissione. Prontamente la regina inviò due tarìde cariche di frumento scortate da otto galee armate con un buon numero di almogaveri. Quando il reggente Carlo lo Zoppo seppe che quattro castelli sul mare di notevole importanza strategica erano passati al nemico, spedì millecinquecento cavalieri provenzali e francesi con l’ordine di ripristinare l’autorità. Sbarcati a Scalea, furono subito affrontati in battaglia dagli almogaveri: la maggior parte fu uccisa o catturata.”. Augurio  Musella, nella loro nota (16) a p. 60 postillavano che: “(16) B. d’Esclot, op. cit., cap. CXVI”. I due studiosi si riferivano al cap. CXVI di B. d’Esclot, una cronaca tradotta e pubblicata da Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Riguardo l’occupazione di Castellabate da parte di Giacomo II di Aragona, Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Infatti, Domenico Tomacelli, nel suo ‘Storia dè Reami di Napoli e Sicilia ecc…’, a p. 229, il Tomacelli non parlava di Castellabate e non si riferiva ai fatti accaduti nell’anno 1286 ma all’anno 1283 e riferiva di Mosca e dei suoi almugaveri in Calabria. Tomacelli a p. 229 in proposito scriveva che: “Libro III. Anno 1283. Il 14 febbraio…..fu a Reggio. Quindi, mentre re Carlo si credea di trionfar dell’avversario, combattendo con armi eguali ed in campo chiuso, costui toglievagli vilmente le terre soggette ridendosene e beffandosene; che non sol Reggio in questa maniera venne in potere all’Aragonese, ma ancora la terra di Scalea e l’altra di Gerace, e sì che quella aperse le porte a Federico Mosca conte di Modica che vi mandò per reggervi giustizia in nome di Pietro, e questa, come vide il naviglio dell’Aragonese, si affretto a chiedere uomini ed armi ecc…”:

Tomacelli, p. 229

Il Tomacelli a p. 229 nella sua nota (9) postillava che:

Tomacelli, nota 9 libro III

Nel 2 agosto 1284, Federico Mosca, conte di Modica, reggente a Scalea per conto di Pietro III d’Aragona entra in Basilicata e forse pure Maratea

Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri, riferendosi a dopo l’occupazione di Scalea, nel 1284, in proposito scriveva che: Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con altre torme di Almugavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni, ecc…”. Federico Mosca, conte di Modica di origine sveva del XIII secolo. Al servizio del re Pietro III di Aragona, detto il Grande, questi dopo essersi proclamato Re di Sicilia in quanto marito di Costanza di Hohenstaufen, figlia del Re Manfredi, l’11 novembre 1282 lo investì del titolo di Conte di Modica e lo nominò governatore del Val di Noto. L’Aragonese lo inviò in Calbria, dove a capo di una milizia costituita da 600 almogaveri attaccò gli Angioini, e devastò Scalea e il suo circondario, per poi dirigersi verso Reggio (1)(2). Wikipidia nelle sue note (1) e (2) postillava di: (1) Gaetani F. Emanuele, marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile, parte II, Lib. IV, Stamperia Santi Apostoli, 1757, p. 4 e nella nota (2) postillava: il chronicon di Saba Malaspina in G. Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti, ordinati per serie e pubblicati, vol. II, pp. 387-388, 478. Il Racioppi (…) a p. 182, continuando a discorrere su Matteo Fortuna, sulla scorta dell’Amari, scriveva che: “…..mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182). “Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimasto tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata.”. Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 ecc…”. Il Racioppi, vol. II, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. Domenico Tomacelli (….), nella sua, ‘Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, dal 1250 al 1303 di Domenico Tomacelli duca di Monasterace’, vol. I, sulla scorta del chronicon di Saba Malaspina (…), a pp. 273-274 e s., riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: Indi ad alcun tempo, quegli stessi almugaveri si spinsero fino alla Valle di Crati e alla vicina Basilicata, e comechè non bastavano ad arrestargli i pochi e scarsi armati che ivi aveva mandato il Vicario, si mettevano a recare per ogni dove la desolazione e la morte; quindi, fatti più forti da non pochi cavalli, e da una mano dè loro compagni, che gli menò appresso il conte di Modica, si dettero a travagliar le terre onde passavano di ladronecci, di stupri e di altre contumelie. Riccardo di Claremont, e Ruggier Sangineto, iti, l’un dopo l’altro, a snidar costoro di Basilicata, non riuscirono a cacciarli nè della terra di S. Marco, nè delle altre in chè si erano fortificati; sia che scarse tuttochè vigorosissime genti capitanassero, sia che veramente la gente d’ordinanza malamente potesse combattere contro questi ispidi e sanguinosi almugaveri, il cui mostrarsi e ritrarsi su per colli e balzi, era cosa veramente straodinaria. Nè il vicario fu più felice nell’ottenere soccorsi dà principi stranieri di quello delle sue armi erano stati nel respingere i barbari almugaveri: che, la veneta repubblica, udita la sconfitta subita a Malta, ecc…”. Il Racioppi cita Michele Amari, cap. XI, p. 227, dove l’Amari. Infatti, Michele Amari (…), nel suo ‘La Guerra del Vespro Siciliano, a p. 229 (cap. X)(si veda la ristampa  ed. Mazara, 1947, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata) e, nella sua opera del 1851 a p. 220 (cap. X), sulla scorta del Montaner (…) e del chronicon di Saba Malaspina, riferendosi all’anno 1284 ed alla regina Costanza, che prese a cuore una penuria di viveri in Calabria, in proposito scriveva che: “Mandovvi pertanto con otto gelee un forte di almugaveri, e alcune teride cariche di grano; onde il pregio di esso d’un subito si ammezzò, (3) a grande sollievo dei terrazzani. Ma gli almugaveri, messo piè a terra, diersi a infestare tutto Val di Crati e Basilicata: contro il quale muovendo il giustiziere di Val di Crati con grosse torme di cavalli, aspettatolo a lor uso in una stretta gola, ruppero con strage, e l’inseguirono infine a un castello del vescovo di Cassano, ove posero l’assedio.“: 

Amari, p. 220

Nel 1284, gli almugàvari di Pietro III d’Aragona e Ruggero di Lauria, al comando dell’adil Matteo Fortuna occuparono Scalea e poi Maratea

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continua a parlare degli Almugaveri e scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota. Fermati dalle munite vie interne, tentarono di aggirare gli Angioini per la via costiera, e risalire poi il corso dei fiumi, con la valida protezione della flotta che assaliva e distruggeva casali e torri, i cui prèsidi, a volte, non riuscivano a segnalarne in tempo gli arrivi. Si spinsero così fino a Castellabate (a. 1286), minacciando Salerno. Penetrarono pure in Basilicata, inoltrandosi fino a Taranto e nella Valle del Tanagro occuparono Padula e nella valle del Calore Civita Pantuliano (Castelcivita). Le notizie pervenuteci lasciano supporre che gli Aragonesi tendessero a una guerra di logoramento, cioè alla guerriglia, per la natura del terreno e per il tipo delle milizie impegnate, senza dubbio più portate agli improvvisi colpi di mano e quindi di razzie che al possesso stabile delle località occupate. La ferocia dei mercenari, assetati di sangue, di donne e di preda costrinse il popolo a difendersi. Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (60), postillava che: “(60) Reg. 48 f 185 e 194 t.“. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri (…), nel fasc. IV dell’anno I, 1931 a p……, riferendosi al periodo in cui Carlo I d’Angiò affronta la campagna contro ……………………..,in proposito scriveva che: “…….

Come già ho detto il Racioppi si riferiva a Michele Amari (…) ed al suo ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’. Infatti, Michele Amari, riguardo questi avvenimenti, riferendosi all’anno 1285 (in seguito all’occupazione della Basilicata), vol. II, a pp. 223-224 (Cap. XI), in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno precipitarono peggio le sorti degli Angioini. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, era rimasto impavido tutta la state nelle terre occupate in Basilicata, che non si crederebbe, ma forse Carlo lo spezzò, tutto intento al passaggio in Sicilia. Costui, incoraggiato dagli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte, d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montalto, Regina, Rende, Bracalla, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in Val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; ecc…ecc..”. Il Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. L’Amari, nell’edizione del 1851, scriveva questo passo a p. 248 e a p. 249 (cap. XI) riportava le sue interessanti note al testo:

Nel 1284, l’adelillo Matteo Fortuna ed i suoi almugàvari occupano Policastro, Camerota e la Basilicata

Lo storico Lagonegrese Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 190, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), parlando delle imprese di Ruggiero di Lauria, scriveva che: “Ammiraglio Ruggero, Conte di Lauria – il quale comandava così superbamente e trionfalmente la flotta Sicula-Catalana ai servizi di Pietro d’Aragona, e del quale dovremo occuparci in seguito nel periodo della dominazine feudale – necessariamente furono nella persecuzione prese di mira le città che dipendevano dal terribile avversario. Questi, non pago delle vittorie riportate sulla flotta napolitana, spinse i conflitti pure i terraferma, e frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri, si spingono nel paese interno della valle del Laino o Mercure e del Noce, secondo che vien riferito dall’Amari nella ‘Storia dei Vespri Siciliani’, il quale soggiunge in ‘Appendice’, documento 34035: “Matteo Fortuna, conduttiero di duemila Amulgavari, impavido era rimasto tutta la stase (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano e poscia Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre in Val Crati e Basilicata” (1).”. Il Pesce (…), a p. 190, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi la Storia del Racioppi – vol. II, p. 182.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “Ma questi nuclei, ce devastavano così i territori della Lucania meridionale, ricevevano nuovi rinforzi dalle altre bande di predoni sbarcate alla Scalea nei primi mesi del 1284 (35) In tale modo gli sforzi fatti dai feudatari delle truppe angioine non valsero a nulla, perchè ancora nei mesi estivi di quell’anno 1284, bande di Almugaveri guidate da Matteo Fortuna devastarono le terre al confine calabro-lucano occupando inoltre, con improvvisi colpi di mano, Morano, che però insieme a Castrovillari si ribellò ai Catalani il 19 gennaio 1286 (36), e vari altri luoghi: Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro (37) i cui territori confinavano in buona parte con i feudi dei Chiaromonte. I quali feudi sebbene a quest’epoca non comprendessero più tutti i castelli ed i casali elencati in un documento del 1267 (38), pure si estendevano ancora lungo la valle del Sinni; ai confini così del Principato, della Lucania e della Calabria.”. Il Cappelli a p. 383 nella sua nota (37) postillava che: “(37) M. Amari, op. cit., II, Appendici; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, p. 182, vol. II.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “La prima terra da loro occupata sul Tirreno fu Scalea al principio del 1284 (1), incitati dai fuoriusciti della terra stessa: e da qui partono inviti e fomiti di sollevamenti all’interno della regione, e da codesti incitamenti e dal mancare dei grani, poichè le navi inimiche intercettavano ogni commercio per mare, si resero al re di Sicilia le prossime terre di S. Lucido, di Cetraro ed Amantea, che ne ebbero vettovaglie e presidii. Da questi punti di passaggio all’interno, frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri sciolti e spediti, si spingono pel paese interno della Valle del Laino o Mércuri e del Noce; e il giustiziere di Val Crati che va loro incontro con squadre di cavalli intoppa in un agguato, e scampa appena; inseguito, e poi stretto da blocco in un castello presso Cassano. Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con alttre torme di Almugavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni, e più in là (2) Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumnto per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promesse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182). “Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimasto tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata.”. Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 si tenne pel re di Sicilia, con un presidio di Almugavari, Castellabate nel Cilento, poi vennero a patti: cessero il castello e restarono, a doppio stipendio, con re Carlo (2); torme di ventura, senza fede, temuti e temibili non meno agli amici che ai nemici.”. Il Racioppi (…), a p. 181, nella sua nota (1) postillava che: “(1) In Amari, Op. cit., secondo l’ultima ediz., cap. X, vol. II, 29.”.  . Racioppi, a p. 181, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Documento del 2 agosto 1284, in Amari, Op. cit., cap. XI, 229.”. Infatti, la notizia di Matteo Fortuna (…) la troviamo a p. 229, della ‘La Guerra del Vespro Siciliano, di Michele Amari, ristampa ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, pubblicato nel 1947. Amari (…) a pp. 223-224 (Cap. XI), in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno precipitarono peggio le sorti degli Angioini. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, era rimasto impavido tutta la state nelle terre occupate in Basilicata, che non si crederebbe, ma forse Carlo lo spezzò, tutto intento al passaggio in Sicilia. Costui, incoraggiato dagli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte, d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montalto, Regina, Rende, Bracalla, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in Val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; ecc…ecc..”. Il Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(2) In Amari. Op. cit., – Append., docum. 34 e 35.”. Per la notizia che cita il Racioppi (…), tratta da Michele Amari, dove l’Amari scrive che re Carlo manda a Maratea ecc..ecc.., Michele Amari riporta i riferimenti bibliografici a p. 249 del suo cap. XI del suo ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, IV° edizione, Firenze, Le Monier, 1851, scaricabile da Google libri. In essa l’Amari riporta pure in ‘Appendice’ il documento n. 3435 su Matteo Fortuna e citato dal Pesce (…). Amari (…), in ‘Appendice’ , da pp. 602 a p. 603 riporta il documento n. XXXIV e a p. 604 riporta il documento su Maratea n. XXXV, entrambi tratti dalla Cancelleria Angioina di re Carlo. Il doc. n. 34 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segn. 1299, A, f 43.”, mentre il doc. n. 35 è segnato:  “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1299, A f 36 a tergo.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Per questo argomento e questo periodo, i due studiosi citando Carlo Carucci (…) e, scrivono vol. II, pp. 121 e p. 145. Infatti, il Carucci (…), a p. 145, pubblicò il documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, ed in proposito scriveva che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 182 parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1). “Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimasto tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata.”. Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 ecc…”. In questo passaggio, il Racioppi, a p. 182 del vol. II, citava la nota (1) e postillava che: “(1) I documenti dell’archiv. di Napoli onde risultano queste notizie, sono cennati particolarmente in Amari, op. cit., cap. XI, 227.”. Come già ho detto il Racioppi si riferiva a Michele Amari (…) ed al suo ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’. Infatti, Michele Amari, riguardo questi avvenimenti, riferendosi all’anno 1285 (in seguito all’occupazione della Basilicata), vol. II, a pp. 223-224 (Cap. XI), in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno precipitarono peggio le sorti degli Angioini. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, era rimasto impavido tutta la state nelle terre occupate in Basilicata, che non si crederebbe, ma forse Carlo lo spezzò, tutto intento al passaggio in Sicilia. Costui, incoraggiato dagli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte, d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montalto, Regina, Rende, Bracalla, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in Val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; ecc…ecc..”. Il Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. L’Amari, nell’edizione del 1851, scriveva questo passo a p. 248 e a p. 249 (cap. XI) riportava le sue interessanti note al testo:

Amari, note p. 249

Michele Amari (…), nel 1842 pubblicò, ‘Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII’, dove egli racconta proprio questo periodo storico della guerra del Vespro Siciliano tra la casa d’Angiò e quella degli Aragona. L’Amari scriveva sulla scorta delle due cronache catalane di Ramon Muntaner e quella di Bernardo d’Esclot (…). L’Amari si rifà moltissimo alle notizie tratte dal cronista Bernardo di Neocastro (…). L’Amari, a p. 141, nel cap. XI e, riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno peggio precipitarono gli eventi. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, impavido era rimasto tutta la state nelle occupate terre di Basilicata; che non si crederebbe, ma forse Carlo per troppa fretta del passaggio in Sicilia, lo spezzò. Costui inanimito agli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montaldo, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; per contrario nei popoli presente l’esempio di Nicotra, vivi gli umori di ribellione; ed invano attorno con molti altri eccitando gli uomini di maggior seguito due frati calabresi della famiglia dei Lattari: talchè tutti alla nuova dominazione si volser gli animi; fecersi occultamente le bandiere con le insegne di Sicilia; e un soffio à Calabresi bastava chiarirsi. Il fè Tropea, mossa da due frati; e Strongoli, Martorano, Nicastro, Mesiano, Squillaci fece omaggio all’infante Giacomo…….Tutte le Calabrie perdevansi se non era pel conte d’Artois. Il quale, ecc…”.  E’ interennte ciò che l’Amari a p. 141, nella sua nota (1) postillava: “(1) Tutte queste fazioni con poco divario leggonsi in Bartolomeo de Neocastro, cap. 82. Ecc..” :

Amari, note p. 249

Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Ramon Muntaner (…) e di Bernardo d’Esclot (….) e, a p. 273 nel suo capitolo CXIII parlando dell’inizio del 1284 e, riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “Quando si fu imbarcato, trovò che v’erano quaranta galee, quattro uscieri e quattro barche armate; si dissero addio e coll’aiuto del Signore partirono. Costeggiando la Calabria, e in sul bel principio toccarono Scalea; trovarono al porto di San Nicola di Scalea, trovarono quattro navi e parecchie teride che caricavano legname per far legna, alberi e antenne da galee e da uscieri per trasportarlo a Napoli. Poi s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Moisè, traducendo il Muntaner proseguendo il suo racconto e riferendosi all’ammiraglio della flotta Siculo-aragonese, Ruggiero di Lauria si portò davanti il porto di Napoli. Dunque, riguardo la notizia di Policastro, a me sembra che il Muntaner (…) sia chiaro. Il Muntaner (…) non cita almugaveri o Matteo Fortuna ma, parlando di  Ruggiero di Lauria, che chiama “l’almirante” scriveva che: “s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Muntaner nella sua ‘cronaca Catalana’ postillava citando il testo “Cr. Cat. Vol. I”. I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria e, proseguendo il loro racconto nel capitolo V “Da Malta a Napoli”, a p. 63 in proposito scrivevano che: “Ai primi di giugno del 1284, tirate le ancore e issate le vele, si fece rotta verso Napoli. Ruggiero di Lauria si preparava a combattere una delle più importanti battaglie navali della storia. Lungo la risalita costa costa, l’Ammiraglio non disdegnò di compiere piccole incursioni a terra. Giunto a Scalea, riuscì ad appropriarsi di quattro navi e di alcune tarìde che caricavano legname diretto a Napoli. Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Dunque, i due studiosi, riferendosi a Ruggiero di Lauria, concludono scrivendo che: “Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Dunque, anche i due studiosi, sulla scorta delle cronache di Ramon Muntaner (…) e di Bernardo d’Esclot scrivono che Ruggiero di Lauria, diretto con la sua flotta siculo-aragonese a Napoli, distrugge Policastro. I due studiosi si riferivano al cap. CXVI di B. d’Esclot, una cronaca tradotta e pubblicata da Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Pietro Ebner riguardo l’occupazione di Policastro da parte degli Almugàvari. Ebner a p. 123, nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, in proposito scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota.”. Dunque, secondo l’Ebner Policastro fu occupata da Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri a p….., in proposito scriveva che: ………………………….

Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “Ma questi nuclei, che devastavano così i territori della Lucania meridionale, ricevevano nuovi rinforzi dalle altre bande di predoni sbarcate alla Scalea nei primi mesi del 1284 (35). In tale modo gli sforzi fatti dai feudatari delle truppe angioine non valsero a nulla, perchè ancora nei mesi estivi di quell’anno 1284, bande di Almugaveri guidate da Matteo Fortuna devastarono le terre al confine calabro-lucano occupando inoltre, con improvvisi colpi di mano, Morano, che però insieme a Castrovillari si ribellò ai Catalani il 19 gennaio 1286 (36), e vari altri luoghi: Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro (37) i cui territori confinavano in buona parte con i feudi dei Chiaromonte. I quali feudi sebbene a quest’epoca non comprendessero più tutti i castelli ed i casali elencati in un documento del 1267 (38), pure si estendevano ancora lungo la valle del Sinni; ai confini così del Principato, della Lucania e della Calabria.”. Il Cappelli a p. 383 nella sua nota (37) postillava che: “(37) M. Amari, op. cit., II, Appendici; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, p. 182, vol. II.”. Biagio Cappelli (…), postillando di “M. Amari”, si riferiva a Michele Amari (…), ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, IV° edizione, Firenze, Le Monier, 1851. Infatti, l’Amari, nel suo vol. II, nelle sue “Appendici”, riporta alcuni documenti storici che riguardano Matteo Fortuna e la sua invasione. Sono gli stessi documenti che vedremo innanzi che aveva già in precedenza citato Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889. Michele Amari (…), ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, nella sua ‘Appendici’ riporta alcuni documenti che riguardano Matteo Fortuna e l’invasione della Basilicata. L’Amari riporta il documento n. 3435 su Matteo Fortuna citato pure dal Pesce (…). Amari (…), in ‘Appendice’ , da pp. 602 a p. 603 riporta il documento n. XXXIV e a p. 604 riporta il documento su Maratea n. XXXV, entrambi tratti dalla Cancelleria Angioina di re Carlo. Il doc. n. 34 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segn. 1299, A, f 43.”, mentre il doc. n. 35 è segnato:  “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1299, A f 36 a tergo.. Anche Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 190, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), parlando delle imprese di Ruggiero di Lauria, scriveva che: “Ammiraglio Ruggero, Conte di Lauria – il quale comandava così superbamente e trionfalmente la flotta Sicula-Catalana ai servizi di Pietro d’Aragona, e del quale dovremo occuparci in seguito nel periodo della dominazine feudale – necessariamente furono nella persecuzione prese di mira le città che dipendevano dal terribile avversario. Questi, non pago delle vittorie riportate sulla flotta napolitana, spinse i conflitti pure in terraferma, e frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri, si spingono nel paese interno della valle del Laino o Mercure e del Noce, secondo che vien riferito dall’Amari nella ‘Storia dei Vespri Siciliani’, il quale soggiunge in ‘Appendice’, documento 34035: “Matteo Fortuna, conduttiero di duemila Amulgavari, impavido era rimasto tutta la stase (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano e poscia Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre in Val Crati e Basilicata” (1).”. Il Pesce (…), a p. 190, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi la Storia del Racioppi – vol. II, p. 182.”.

Nel 12 aprile 1284, Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo, reggente del Regno, spedì Ruggero di Sangineto a riconquistare Scalea

Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “Ma questi nuclei, ce devastavano così i territori della Lucania meridionale, ricevevano nuovi rinforzi dalle altre bande di predoni sbarcate alla Scalea nei primi mesi del 1284 (35).”. Il Cappelli a p. 389 nella sua nota (35) postillava che: “(35) Amari M., op. cit., vol. I, pag. 273; C. Carucci, op. cit., pag. 10, doc. n. VIII.”. Il documento citato dal Cappelli e pubblicato dal Carucci nel suo saggio……………………..è il documento n. VIII, in cui il principe Carlo Martello ordina che “che l’esercito di Calabria, al comando di Ruggero di Sangineto, si porti a riconquistare la terra di Scalea, di cui i Siculi-aragonesi si erano impadroniti.“. Il documento è datato: “1284, XII, ind. 12 aprile 1284, Napoli. Il documento è riassunto da Minieri-Riccio, loc. cit., tratto dal fol. 91b del reg. ang., n. 49.” :

docum., 10-11

I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria, nel cap. IV “Da Malta a Napoli”, sulla scorta della cronaca del Muntaner e del Zurita, a p. 60 in proposito scrivevano che: Quando il reggente Carlo lo Zoppo seppe che quattro castelli sul mare di notevole importanza strategica erano passati al nemico, spedì millecinquecento cavalieri provenzali e francesi con l’ordine di ripristinare l’autorità. Sbarcati a Scalea, furono subito affrontati in battaglia dagli almogaveri: la maggior parte fu uccisa o catturata.”.

Nel 2 maggio 1284, il reggente Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo spedì’ a Maratea Ruggiero di Sangineto per riconquistarla

Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri almugàvari, riferendosi a re Carlo I° d’Angiò che cercò di contrastare in tutti i modi l’avanzata delle forze Siculo-aragonesi di Pietro III d’Aragona e di Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: e più in là (2) Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumento per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promesse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182).”.

NEL 1285, CARLO II D’ANGIO’ “LO ZOPPO”

Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo (1254 – Napoli, 5 maggio 1309), figlio di Carlo I d’Angiò, prima re di Sicilia poi di Napoli, e di Beatrice di Provenza, ultimogenita del conte di Provenza, Raimondo Berengario IV, e di Beatrice di Savo, fu re di Napoli dal 1285 alla morte, avvenuta nel 1309. Oltre ad essere sovrano del Regno di Napoli, Carlo II fu principe di Salerno dal 1266, poi conte d’Angiò e del Maine, conte di Provenza e di Forcalquier, principe di Taranto, re d’Albania, principe d’Acaia e re titolare di Gerusalemme.

Nel 1285, muore Ruggero di Sanseverino

Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, parlando di Ruggero Sanseverino ai tempi di Carlo I d’Angiò, e sulla scorta del manoscritto di Nicolò Iamsilla (…), a pp. 133-134-135 scriveva che: Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, ivi, lib. 20°, pag. 134.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico napoletano”.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”.

Nel 1285, TOMMASO (II) SANSEVERINO, figlio di Ruggero II Sanseverino

Da Wikipedia leggiamo che Tommaso (II) Sanseverino era figlio di Ruggero II Sanseverino e di Teodora d’Aquino, sorella di San Tommaso, nacque nel 1255 circa. Nel 1284 al padre Ruggero II fu affidata da Carlo, principe di Salerno e, a quel tempo, Vicario Generale di suo padre Carlo I d’Angiò, la custodia e la difesa della città di Salerno dai ribelli (durante il periodo dei Vespri Siciliani), mentre Tommaso, che dallo stesso principe venne nominato capitano di guerra, era stato spedito a difendere il litorale che da Salerno va a Policastro. Morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula. Alla morte del padre Ruggero II Sanseverino, nel 1285, gli successe e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro dal 1291, signore di Atena dal 1295, signore di Postiglione dal 1295 (ma rinuncia nel 1298), signore di Sanza dal 1294, signore di San Severino di Camerota, Casal Boni Ripari, Pantoliano, Castelluccio Cosentino, Corbella, Monteforte (di Vallo), Serre e Padula dal 1301, signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Scorto’ il Duca di Calabria per accogliere il nuovo re Roberto di Napoli di ritorno da Avignone (ottobre 1310). Tommaso sentì molto l’influenza del santo zio, Tommaso d’Aquino, che più di una volta aveva soggiornato al castello di Sanseverino ove ebbe una delle sue estasi, infatti si interessò attivamente per la glorificazione dello zio. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Dunque, il Gatta scriveva di Tommaso II Sanseverino. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero Sanseverino e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 135 scriveva che: Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2). Questi per quanto prode nelle armi era altrettanto pio e devoto. Nella sua vita, che si protrasse durante i regni di Carlo II d’Angiò e parte di quello di Roberto, fece larghe donazioni alle chiese e specialmente a quella di S. Tommaso di Marsico che beneficò con quattro diplomi nel 1295, 1296, 1304, e 1314 (3). Signore anche di Diano ottene dai monaci di Montevergine la concessione di una piccola chiesa dedicata a S. Lorenzo nella pianura sotto Padula ed ivi edificò lo splendido monumento d’arte che è la Certosa di S. Lorenzo di Padula. In essa volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu posta questa epigrafe: ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico Napoletano”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1).”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”.  Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”.  Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che:  “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Nel 1291 Tommaso di Sanseverino aveva acquistato Centola, Polla e Cuccaro, nel 1294 Sanza, nel 1295 Atena, Postiglione, Sala Consilina, S. Severino di Camerota, Casal Buoni Ripari, Pantuliano, Castelluccio (Cosentino), Corbella, Monteforte (Cilento), Serre, Padula, nel 1301 e Policastro nel 1305. Ebbe inoltre confermate le baronie di Cilento, Diano, Lauria, S. Angelo a Fasanella e Magliano Vetere. Nel 1395 ebbe infine confermata la baronia di Diano e S. Arsenio. Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Felice Fusco (…), a p. 158, parlando del periodo di re Ladislao, nella sua nota (7) postillava riguardo il casale di Buonabitacolo che fu fondato nel 1333 dal suo figlio terzogenito Guglielmo III Sanseverino: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) ecc…”Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “….nel 1294, Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196). La pace di Caltabellotta (1302) chiuse la rovinosa guerra del Vespro e ridiede un pò di tranquillità alle martoriate contrade del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. Le agevolazioni fiscali da parte della Corona per un verso, l’opera benefica di Tommaso II Sanseverino (197) dall’altro permisero una relativa rinascita economica delle varie ‘Terre’. Nel 1306 il Sanseverino fondò la Certosa di Padula, effettuò opere di bonifica del Vallo (fece ripulire il canale del ‘Fossato’), si prese cura dei numerosi feudi tra cui il ‘Castrum Sanse’. Ecc….Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208 riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239. Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Quello di Lurino, ‘Li Lauri’, sorto con l’assenso di re Ladislao d’Angiò-Durazzo, fu portato in dote ai Sanseverino da Margherita di Vlamontone, che nel 1273 andò in sposa a Tommaso Sanseverino, il fondatore della Certosa di Padula. Il ‘castrum Laurini’ era stato concesso al padre di Margherita, Enrico di Valmontone, da Carlo I d’Angiò nel 1271 (cfr. P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Roma, ed. di Storia e Letteratura, 1982, II, p. 81). Tommaso Sanseverino comprò (1294) il ‘castrum Sanse’ da Tommaso Guilberto da Chiusano per 20 once annue (ASN, Reg. Ang., n. 77, fol. 14; F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale, in “Euresis”, VIII, (1992), p. 208). Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.

Nel 1285, gli Almugàveri conquistano Policastro

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, cap. XIV, a p. 183: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. La notizia dell’invasione almugàvari di Policastro nel 1285 riportata dal La Greca fu ricavata da Pietro Ebner (…), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 123 in proposito scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota.”. Dunque, secondo l’Ebner Policastro fu occupata da Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri a p….., in proposito scriveva che: ………………………..

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro è riferita, oltre che da Carlo Carucci (…) anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino) che, però a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che Policastro fosse caduta nell’anno 1287: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”

Nel 1285, una cruenta battaglia sulla Molpa tra angioini e aragonesi

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, cap. XIV, a p. 183: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; ecc…”. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. Dunque, l’Ebner non dice nulla riguardo l’occupazione della soldataglia degli Almugaveri. Ma, Amedeo La Greca (…), non riportava in merito alla notizia alcun riferimento bibliografico.

Nel 24 marzo 1286, il conte d’Artois Spinazzola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: Il 24 marzo 1286, XIII, il conte d’Artois, da Foggia, informava Tommaso Sanseverino di aver concesso a “Herberto de Aurelianis d’Orleans (…) usque ad beneplacitum regiorum heredum vel nostrum, ipsis et suis heredes (…) possideant” il feudo di Policastro, sito nel Principato, eccetto le locali saline se ve ne sono e la custodia delle terre a un tiro di balestra dal mare (39).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Reg. 53, f 1: “possideant ad opus terram Policastri, sitam in iusticiariatu Principatus (…) expeptis salinis, si que ibidem sunt.”.

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Carucci, p. 182

Nel 1286, il Castello di S. Severino 

Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia‘, a p. 20, parlando di S. Severino di Centola, in proposito scriveva che: “Nel 1286 il castello di San Severino, con l’omonimo suo casale, apparteneva a Lambucio di Sableto, mentre nell’ottobre del 1290 il conte d’Artois ne ordinava la consegna a Torgisio di Troisio, capitano del Principato di Salerno, con l’obbligo di curarne la custodia. Nel dicembre dello stesso anno Carlo Martello e lo stesso conte d’Artois, accogliendo la richiesta delgli abitanti del casale, ordinava a Tommaso Sanseverino di dare il possesso del feudo a Filippo Della Porta, per successione del padre che ne era stato il signore.”.

Nel 1286, Giacomo II di Aragona, re di Sicilia, conquistò Castellabate

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 657 parlando del casale di Castellabate, in proposito scriveva che: “Dell’età angioina vi sono altri documenti che ci informano degli eventi occorsi nel territorio, specialmente durante la guerra angioina-aragonese, quando Castellabate venne persino occupata da re Giacomo di Sicilia (a. 1286) che la visitò tre anni dopo. Ecc…”. Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Ramon Muntaner (…) e di Bernardo d’Esclot (….) e, a p. 283, nel suo capitolo CXVI riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “…vano qualche impiego o che presidiavano le castella, e in pochi furono tutti all’ordine e regunati a Messina; e il principe passò in Calabria con mille cavalli bardati e cento armati alla spedita a modo dei giannettarj. V’era eziando un buon nerbo di almogavari e di valletti di masnada. Delle quaranta galee allestite dall’almirante venti erano aperte in poppa, e avevano su quattrocento cavalieri e gran copia di almogavari. Così, colla grazia di Dio, il signor infante don Giacomo per terra e l’almirante per mare, se n’andarono occupando città, borghi, castella ed altri luoghi. Ora che dirò ?…….Fu tanto il coraggio e l’audacia tutta cavalleresca del signor infante don Giacomo che, dal momento in che mostrossi in Calabria fino al suo ritorno in Sicilia, fece la conquista di tutta la Calabria, tranne la sola rocca di Stilo, posta sopra un’alta montagna presso il mare. Oltre la Calabria tolse nel Principato tutta quella provincia che si distende fino a Castello dell’Abbate, alla distanza di trenta miglia da Salerno, e l’isola d’Ischia, come già avete saputo e per giunta quelle di Procida e di Capri; cui bisogna aggiungere dal lato di levante la città di Taranto, tutto il Principato, tutto il capo di Leuca, ecc…”. Poi, il racconto di Moisè (Ramon Muntaner) prosegue parlando nel cap. CXVII, della conquista della città di Gerbe. Amedeo La Greca (…), nel suo Appunti di Storia del Cilento, cap. XIV, a p. 183, riferendosi all’anno 1286 in proposito scriveva che: “….l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. Rileggendo “La Baronia del Cilento” di Matteo Mazziotti (…), nel suo capo IV “Il Castello dell’Abbate”, al punto VI, a pp. 54-55, egli scriveva che: “Una lunga serie di gravi avvenimenti scosse profondamente Castellabate nella guerra protrattasi per parecchi anni tra gli aragonesi e Carlo II d’Angiò. Il suo territorio fu occupato nel 1286 da Giacomo d’Aragona e la stessa fortezza cadde nelle mani di lui che vi si recò di persona nel 1289 (1) e ne conservò il possesso per diversi anni. In tale incontro Castellabate con i suoi casali fu miseramente saccheggiata dagli invasori. L’abate del tempo, Rainaldo, pochi anni dopo, perdurando la guerra, ritenne di non essere in grado di difendere validamente Castellabate e cedette nel 1299 per 10 anni il castello ed il paese a Giovanni di Monforte, conte di Squillace e ciambellano di Re Carlo II, riservandosi soltanto la giurisdizione spirituale (2)……Nello stesso anno le truppe angioine assediarono Catellabate e l’obbligarono a cedere. Innanzi al castello stesso, in data 3 marzo di quell’anno fu stipulata la resa.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che Giacomo II di Aragona, nel 1289 si recò di persona a Castellabate a far visita al suo castello e fortezza. Secondo il Mazziotti (…) che scriveva sulla scorta della cronaca del Jamsilla (…), di cui parlerò in seguito, re Giacomo II di Aragona fece visita a Castellabate nel 1289 dopo essere stato a Scalea e prima di partire definitivamente il 27 del mese per Gaeta. Dunque, il Mazziotti scriveva che Castellabate fu presa da Giacomo II di Aragona nel 1286. Il Mazziotti (…), a p. 55, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nella cronaca di Nicola IAMSILLA si legge: “Il Re facendo visita la terra di Scalea, Castellabate e così le isole di Capri, di Procida e d’Ischia e riposatosi alquanto in Ischia ai 27 giugno partì e l’ultimo del mese fu a Gaeta.”. Sulla cronaca di Nicola IAMSILLA, come lo chiama Matteo Mazziotti, si vedano le mie note bibliografiche. La sua cronaca fu pubblicata per la prima volta dall’Ughelli (…) ma poi in seguito la troviamo anche nel testo di Guiseppe Del Re (…), nel suo ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti, Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia‘, Napoli, 1868. La cronaca di Nicola IAMSILLA o JAMSILLA (…) si intitola ‘Historia Sicula’ che dopo gli anni 1255 è ripresa da un’altro cronicon, quello di Saba Malaspina. Riguardo le notizie riportate dal Mazziotti, come lui stesso scrive a p. 5: “Qualche accenno vi ha pure nell’opera già citata del Lenormant ed in una piccola, ma accurata monografia recente di Giuseppe Volpe di Pollica (1). Due soli lavori hanno importanza per la storia della regione e vengono dalla famiglia Ventimiglia di Vatolla, molto benemerita di questi studi. Francesco Ventimiglia, che pubblicò nel secolo XVIII le memorie del principato di Salerno, scrisse pure un’opera tuttora inedita, ‘Il Cilento illustrato’, ecc…Domenico Ventimiglia, suo degno figliuolo ecc…”. Dunque, il Mazziotti, dopo aver citato la cronaca di Nicola Iasmilla citava anche il testo di Giuseppe Volpe di Pollica, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento nel 1888. Infatti, è proprio da questo testo che il Mazziotti prende le notizie sull’assedio di Castellabate. Il Volpe (…), nell’edizione Ripostes, a p. 60, in proposito scriveva che: “III. Ma infierndo nel 1286 la guerra tra i principi angioini di Napoli e i sovrani aragonesi di Sicilia, non pure i casali suddetti soffrirono gravi danni, ma la stessa Castellabate, la quale veniva ostilmente occupata dalle armi di re Giacomo infino al 1292, saccheggiata indi ridotta a tal punto, che cinque anni dopo contava appena duecentosei famiglie, laddove prima ne numerava ben mille.”. Il Volpe però non riportava nessuna nota bibliografica. Il Volpe scrive che: “….e dai sofferti danni rinfrancatasi Castellabate cò suoi casali, lo stesso re Roberto, nel 1332, ne faceva restituzione a Guizzardo abate cavense (15).”. Il Volpe dunque, riferendosi all’anno 1332 quando Roberto d’Angiò restituisce il casale e la fortezza all’abate della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, a p. 66, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Arch. di Cava, arm. 1, lit. F n. 18.”. Siccome il casale e la fortezza di Castellabate era stata concessa alla Badia di Cava dei Tirreni ho consultato il Guillaume (…) a cui anche il Mazziotti si riferiva. Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877. Siccome il casale e la fortezza di Castellabate era stata concessa alla Badia di Cava dei Tirreni ho consultato il Guillaume (…) a cui anche il Mazziotti si riferiva. Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877. Riguardo l’occupazione di Castellabate, il Guillaume (…) è importante perchè egli scrisse la storia dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che possedette la Baronia di Castellabate occupata in seguito dagli Almugaveri di Giacomo II di Aragona. Infatti il Guillaume (…), parlando dell’Abate Leone II, a pp. 189-190 in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Cava, tutta angioina per sentimento, ebbe, come si può immaginare, molto a soffrire dalle turbative senza sosta rinascenti, che allora agitavano il sud dell’Italia. Innanzitutto, all’epoca della defezione della Sicilia a vantaggio degli Aragonesi (1282) perse tutte le proprietà che teneva in quest’isola, soprattutto a ‘Paternione’ e a ‘Petralia’. Più tardi (1286), Giacomo, figlio di Pietro III d’Aragona che regnava in Sicilia, mentre andava con una flotta numerosa mettere assedio davanti Gaeta, fece una discesa sulle coste della Lucania e ‘Castellabate’, con tutte le sue dipendenze, cadde nelle sue mani (15). Fu a gran pena che la regina Costanza, figlia di Manfredi e madre di Giacomo, ecc…(16). Quando ai possessi di Sicilia, malgrado tutti gli sforzi di Leone, non si riuscì a riaverli.”. Il Guillaume a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Poi sempre il Guillaume (…), a p. 190, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Vedi la Bolla di papa Nicola IV, che nel 1292 conferma questa transazione ecc…De Blasi, ‘Chronicon ecc..’.”. Dunque, il Guillaume citava Domenico Tomacelli (…), ‘Storia del Reame di Napoli’, pubblicato nel ……, la sua p. 231. Infatti, il Tomacelli (…), nel suo vol. II, a pp. 232-233, riferendosi a Ruggiero Sanseverino in proposito scriveva che: “…che con quelle bastavano a ridurre Castellabate e torlo dalle mani di quei bestiali almugaveri che vi si erano afforzati dentro fin dall’anno 1286, ecc…”. Per l’episodio del 1286 a Castellabate ha scritto pure Michele Amari (…), nel suo ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, ed infatti a p. 276, nel cap. XIII riferendosi alle forze Siculo-Aragonesi l’Amari in proposito scriveva che: “Entrando l’ottantasei, Taranto, Castrovillari e Morano, voltavano, sì, a parte angioina per non poter più dè rapaci almugaveri; ma con maggior audacia o disciplina, un’altra banda armata di almugaveri, spintasi in Principato, s’insignorì di Castell’Abate, presso Salerno. Non guarì appresso, Guglielmo Calcerando, che reggea le Calabrie per Giacomo, riprese e riperdè Castrovilla e Morano, e tenne sì viva la guerra, che lo scorcio della state i governanti angioini chiamavan tutte le forse feudali ad osteggiarlo. S’ebbe più avvantaggio a mare. Loria, andato in Catalogna con due galee e toltene seco altre sei dalle catalane, correa depredando le costiere di Provenza; …..Nello stesso tempo, Giacomo allestì due armatette, l’una di dodici galee nel porto di Palermo, capitanata da Bernardo de Sarriano, ….l’altra di venti galee nel porto di Messina, armata forse di Messinesi e di abitatori delle coste Orientali, e le diè a Bernardo Vilaraut. E l’una, a dì otto giugno, fè vela dritto verso il Golfo di Napoli, ove al primo espugnò Capri e Procida, ecc….”. Dunque è in questo passo che l’Amari ci parla della conquista ed occupazione di Castellabate che all’epoca era antica baronia dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Riguardo l’occupazione di Castellabate da parte di Giacomo II di Aragona, Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Infatti, Domenico Tomacelli, nel suo ‘Storia dè Reami di Napoli e Sicilia ecc…’, a p. 229, il Tomacelli non parlava di Castellabate e non si riferiva ai fatti accaduti nell’anno 1286 ma all’anno 1283 e riferiva di Mosca e dei suoi almugaveri in Calabria. Il Guillaume (…), a p. 190, nella sua nota (15), riguardo Castellabate e la sua occupazione postillava anche di: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an..”.  Il Guillaume si riferiva all’opera di Antonio Ludovico Muratori (…), Annali d’Italia dal principio dell’era volgare fino al 1749′ e, credo per l’anno 1286 che si trova nel tomo VII. Infatti, nella seconda edizione del Muratori (…), vol. XI, a p. 191, per l’anno 1286 troviamo scritto che: “All’incontro i Catalani presero il Castello dell’Abbate, situato trenta miglia da Salerno, e vi misero presidio. Nella festa della purificazione della Vergine, cioè il 2 di Febbraio, seguì in Palermo la solenne incoronazione del re di Sicilia dell’Infante Don Giacomo, ecc…”.  

Nel 1286, Policastro si libera degli almugàvari che l’avevano occupata

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123, dopo aver scritto che nello stesso anno del 1286 gli almugàvari avevano occupato Policastro scriveva pure che: Policastro approfittò della momentanea assenza degli Aragonesi per uccidere i 24 uomini del presidio di custodia, mettere in fuga gli altri e consegnare poi il castello al re.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.

Nel 1286, Roccagloriosa sventò la consegna del castello agli almugàvari da parte del feudatario Mansella

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continuando il suo racconto sull’invasione degli almugàvari scriveva pure che: Roccagloriosa, continuamente esposta agli assalti nemici, venne tolta al feudatario Giovanni Mansella perchè il castellano “spiritum diabolice perversionis eversus” aveva deciso (il disegno fu sventato dai cittadini) di consegnare la fortezza agli assediatnti (63).”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.

Nel 1286, Camerota insorse e si liberò degli almugàvari che l’occuparono

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continuando il suo racconto e riferendosi all’anno 1286 scriveva pure che: Camerota insorse liberandosi dagli oppositori.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.

Nel 1286, alcuni centri della Basilicata si ribellarono agli Almugaveri

Biagio Cappelli (…), sulla scorta di altri studiosi come Michele Amari e Giacomo Racioppi (…). Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “….l’anno 1284, bande di Almugaveri guidate da Matteo Fortuna devastarono le terre al confine calabro-lucano occupando inoltre, con improvvisi colpi di mano, Morano, che però insieme a Castrovillari si ribellò ai Catalani il 19 gennaio 1286 (36), e vari altri luoghi: Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro (37) i cui territori confinavano in buona parte con i feudi dei Chiaromonte. I quali feudi sebbene a quest’epoca non comprendessero più tutti i castelli ed i casali elencati in un documento del 1267 (38), pure si estendevano ancora lungo la valle del Sinni; ai confini così del Principato, della Lucania e della Calabria.”. Il Cappelli a p. 390 nella sua nota (37) postillava che: “(37) M. Amari, op. cit., II, Appendici; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, p. 182, vol. II.”. Biagio Cappelli, nella sua nota (37) citava Michele Amari (…), che nel ……scrisse ‘La guerra del Vespro Siciliano’, Milano, 1875. Nella nota (37) il Cappelli citava le “Appendici” del vol. II, dell’Amari (…) ed in particolare le sue “Appendici”. Riguardo invece i confini dei feudi, il Cappelli, citava alcuni documenti pubblicati dal Garufi. Infatti, il Cappelli, nella sua nota (38) a p. 390 postillava che: “(38) G.A. Garufi, Da Genusia romana al Castrum Genusium dei sec. XI-XIII, in A.S.C.L., a. III, pp.34-5, doc. n. 23. Laino infatti già nel 1274 non appare più tra i feudi dei Chiaromonte; cfr.: B. Cappelli, Laino ed i suoi Statuti, in A.S.C.L., a. I., pp. 415-16.”.

Nel 15 luglio 1287, i patti di tregua della pace di Oleron, non del tutto rispettata 

Dopo che un primo accordo, preso ad Oléron, nel 1287, fu bocciato dal Papa Nicola IV, il 27 ottobre 1288 a Canfranc, nel nord dell’Aragona, fu trovato un accordo che mantenendo lo status quo nel regno di Sicilia, prevedeva la liberazione del re di Napoli, Carlo (II) d’Angiò detto lo Zoppo, ancora prigioniero in Aragona, in cambio dei suoi tre figli che dovevano rimanere in ostaggio al suo posto. Dopo che Carlo II venne liberato ed incoronato, Re di Sicilia, dal papa a Rieti, il 19 giugno del 1289, il papa annullò gli impegni presi col Trattato di Canfranc e riprese la guerra in Sicilia contro Giacomo il Giusto. Nell’agosto dello stesso anno, però a causa dei mamelucchi che minacciavano Acri, fu siglata una tregua di due anni. Ritornando alla questione di re Giacomo II di Aragona re di Sicilia, e della guerra che in quegli anni, nonostante una tregua stipulata con gli Angioini, continuò le incursioni e le conquiste sul litorale Tirrenico, Carlo Carucci (…), vol. II, p. 185, nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Interessante è ciò che scrisse Amedeo La Greca (…) sull’argomento , nel suo Appunti di Storia del Cilento, cap. XIV, a p. 183 in proposito scriveva che: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. Per il periodo successivo all’anno 1287, ovvero dopo la stipula della tregua firmata tra gli angioini e gli aragonesi, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Ebner, in sostanza ci racconta che dopo la stipula della tregua (a. 1287), nell’anno 1288 e nell’anno 1288, Carlo Martello, nipote di Carlo I° d’Angiò e che alla sua morte fu messo sotto la tutela del conte d’Artois (Roberto d’Angiò), essendo nel 1285 il principe Carlo imprigionato in Spagna, era stato nominato reggente del Regno di Napoli insieme al cardinale Gerardo di Palma, con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che Carlo Martello riconquistò diverse posizioni che in precedenza erano state occupate dagli almugaveri. Secondo Ebner che si riferiva agli anni 1288 e 1289, Carlo Martello riconquistò il castello di Pantuliano ed ottenne per tradimento Policastro e Camerota. Solo Castellabate restò, come vedremo sempre nelle salde mani degli almugaveri e delle forze siculo-aragonesi di Ruggiero di Lauria e di re Giacomo II d’Aragona. Per la tregua firmata nel 1287 tra gli Angioini e Ruggero di Lauria hanno scritto i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato a Lauria nel 2000. I due studiosi, a p. 110, in proposito scrivevano che: “Fu così che dopo un primo accordo firmato il 15 luglio 1287 a Oleron in Bearn e non accettato il 27 ottobre del 1288 si giunse al trattato di Campofranco con cui Afonso III s’impegnava a liberare il principe Carlo lo Zoppo in cambio della consegna ecc…”. Dunque, in sostanza, a fronte della liberazione del principe Carlo detto lo Zoppo, figlio di Carlo I d’Angiò e futuro re Carlo II d’Angiò che nel frattempo era rimasto prigioniero degli aragonesi, i due contendenti vennero a patti e stipularono una tregua. Scarlata M. e Sciascia L., nel loro ‘Documenti sulla luogotenenza di federico d’aragona, acta siculo-aragonensia’, a p. 14 scrivevano che: “Dal punto di vista politico il Loria, avversario temibile sui mari, dispone quasi di una totale libertà d’azione tanto da concludere nel 1287 una tregua con l’angioino senza consultare il consiglio del re (28).”. I due autori a p. 14 nella nota (28) postillavano che: “(28) Cod. dipl., I, cit., Prefazione, p. CLXXIV e doc. CLXXXI, p. 421.”. I due autori si riferivano al testo di La Mantia (….), Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia, vol. I (anni 1282-1290), pubblicato a Palermo nel 1917. Il La Mantia, nella sua Prefazione al vol. I, a pp. CLXXIV in proposito scriveva che: “…; e lo scopo si sarebbe raggiunto se la tregua del Loria con gli Angioini di Napoli nel 1287 non avesse ecc…”. Per quel periodo e per l’anno 1287, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate. Ovunque, in vallate e pianure del Cilento vi era guerriglia. Pattuglie di Almugaveri si spinsero fino a Salerno. Ecc…”. Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, a p. 185, riferendosi a Carlo II d’Angiò e agli anni del 1289-1290 conclude quel periodo con le seguenti frasi: “Torna così in Francia e quindi in Italia, ecc….; a Rieti è coronato re dal papa e il 9 luglio ’89 entra in Napoli. Il papa però non approva il trattato e allora riarde la guerra per terra, specialmente sulla frontiera del Principato, e per mare. Re Giacomo si spinge fino a Gaeta, di cui occupa la rocca, ma ivi poi si trova assediato da truppe accorse da tutte le parti del Regno e, per opera del papa, da varie parti d’Italia. Nè manca, contravvenendo ai patti, di presenziare alle operazioni di assedio Carlo II.”.

Nel 1287, Camerota e Policastro vennero occupate dagli Almugaveri ( forse detti “mamelucchi”)

Alla morte del padre, nel novembre del 1285, il secondogenito, Giacomo il Giusto gli successe sul trono di Sicilia come Giacomo I, mentre, in quanto figlio maggiore, Alfonso III gli successe sul trono di Aragona e di Valencia e nelle contee catalane. Il regno di Sicilia per la verità si era diviso in due regni, quello di Napoli, sul continente e quello di Sicilia, che poi diverrà di Trinacria, sull’isola, ed era in stato di guerra permanente; Giacomo, raggiunta la Sicilia dove già si trovava la madre, Costanza, che la governava per conto del marito Pietro, aveva ricevuto in aiuto dal fratello, Alfonso, la flotta del Regno di Sicilia, al comando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, per cui aveva la superiorità assoluta in campo marittimo, infatti il 23 giugno del 1287, Lauria aveva sconfitto la flotta napoletana, a Castellammare, impadronendosi di 42 galere, mentre lo stesso giorno Giacomo aveva sventato un attacco contro Augusta. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate. Ovunque, in vallate e pianure del Cilento vi era guerriglia. Pattuglie di Almugaveri si spinsero fino a Salerno. Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Anche in questo passaggio l’Ebner (…), non cita alcuna fonte bibliografica. Dunque, la notizia che l’assalto di Policastro sia avvenuto nel 1287 è a mio avviso suffragata dalle lettere e diplomi degli anni successivi quando furono apprestati piani di attacco per la riconquista di buona parte di questi centri, soprattutto del centro di Castellabate che resistette fino alla disfatta avvenuta nell’anno 1299 e, di cui parlerò in seguito. Pietro Ebner riporta la notizia dell’occupazione di Agropoli da parte degli Almugaveri nell’anno 1287 e, dice l’Ebner, lo si deduce dalla lettera di re Carlo II d’Angiò che scrisse al milite Raimondo del Balzo (de Baucio). Nella lettera di re Carlo si elencano i ribelli. Pietro Ebner (…) scriveva che: Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate.”. Le notizie storiche che riguardano l’anno 1287, non sono suffragate da documenti di quell’anno. Infatti, Carlo Carucci (…), a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Pietro Ebner ne parla sempre nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I,a p. 469, parlando di Agropoli, dove dice che: “Poco dopo Agropoli cadeva in mano degli Almugaveri, per cui la rioccupazione dell’abitato e l’assedio del castello caduto prima del maggio 1295. Lo si deduca da una lettera di re Carlo in data 5 di quel mese., al milite Raimondo del Balzo (de Baucio).”. Dunque, in conclusione, ritengo dubbia la notizia dataci da alcuni di un occupazione di Policastro nel 1287. Le notizie che nell’anno 1287 si ripettettero alcune invasioni da parte degli almugaveri delle forze siculo-aragonesi di Giacomo I di Aragona e di Ruggiero di Lauria non sono suffragati da documenti di quell’anno. Rileggendo alcuni testi come quello Camillo Minieri-Riccio (…), Diario angioino dal 4 gennaio 1284 al 2 gennaio 1285, parte III, del 1873, che pubblicava gran parte dei documenti tratti dalla Cancelleria angioina conservati nell’Archivio di Stato di Napoli fino al 1943 quando furono dispersi a causa di un maledetto rogo, pare che non vi fossero documenti dell’epoca. Lo stesso Carlo Carucci (….) che nel 1934 ne ripubblicò buona parte nel suo vol. II, salta direttamente all’anno 1289. Credo che i fatti accaduti negli anni intorno al 1287 siano stati desunti dai documenti angioini degli anni successivi al 1288, che analizzerò ora, come ad esempio quello di cui parla Pietro Ebner a p. 658 nella sua nota (13) postillava che: ,“(13) Reg. ang. 54, f 27, 12 maggio 1290, Napoli = Carucci, II, p. 219, n. 119 “. Dunque, in questo caso Ebner postillando del documento angioino si riferiva a Carlo Carucci, vol. II del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Dunque, Ebner nel suo vol. II, p. 219, scrive documento n. 119. Si tratta di questo documento CXIX, del 1290, 12 Maggio, Napoli, in cui “il conte d’Artois dà licenza a Giovanni de Eusebio, abbate Sorrentino, di recarsi in barca, con cinque marinai che la conducano, a Ischia, Capri, Castellabate e, se sarà necessario alla ribelle isola di Sicilia, per ottenere la liberazione del fratello Pietro, ecc…”. Carlo Carucci (…), nel 1932, nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II), a pp. 4-5 in proposito scriveva che: “…..E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Per questo argomento e questo periodo, i due studiosi citando Carlo Carucci (…) e, scrivono vol. II, pp. 121 e p. 145. Infatti, il Carucci (…), a p. 145, pubblicò il documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, ed in proposito scriveva che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Dunque, il Carucci si riferiva ad un’invasione del 1284 non all’anno 1287, infatti, nel documento citato dal Carucci, il documento datato 21 aprile 1284, il principe di Salerno Carlo detto lo Zoppo scrive e ordina al giustiziere del Principato di recarsi a Policastro perchè si era saputo che: “che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato”. Dunque, il 21 aprile 1284 ancora non era certo che gli almugaveri invadessero il Principato ma si sapeva solo che essi avessero occupato Scalea ed alcuni centri della Basilicata. Le notizie di un’invasione del Principato arriveranno più tardi. Carlo Carucci (…), riguardo gli Almugaveri nell’anno 1287, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a p. 183 (vol. II), in proposito a quegli anni scriveva che: Poco dopo la morte di re Carlo, muore a Perugia Papa Martino IV e gli succede Onorio IV, ecc….Il conte d’Artois e il legato pontificio mettono audacemente piede in Sicilia; il re di Francia, Filippo, con grande esercito, valica i Pirenei e invade, vittorioso, la Catalogna; ……Ma la sagacia del re d’Aragona e il valore di Rugiero di Lauria cambiano improvvisamente il corso delle operazioni guerresche. D. Pietro assale l’esercito francese, che assedia Girona, e lo sconfigge; Ruggiero di Lauria sorprende, presso gli scogli delle Formiche, la flotta francese, la distrugge e sottopone a orribili torture quanti non hanno trovato la morte affogando nelle onde. L’esercito francese, decimato anche dalle malattie e dalle diserzioni, non può resistere alle molestie di D. Pietro e a quelle di Ruggiero di Lauria, che sbarcato a ….. Nel 1282, Ruggiero di Lauria fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri siciliani. Nella prima delle battaglie navali del golfo di Napoli (5 giugno 1284) si scontrò con la flotta angioina comandata da Carlo II° “lo Zoppo”, fatto prigioniero. Nel 1285 sconfisse angioini e genovesi e, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, anche Filippo III di Francia “l’Ardito” — in guerra da due anni contro la Corona d’Aragona — nella battaglia navale delle Formiche, presso Roses, in Catalogna. Il Carucci traeva da Minieri-Riccio (…). Il Carucci, a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Dunque, il Carucci, parlando del periodo in cui Ruggiero di Lauria cerca in tutti i modi di invadere il Regno di Napoli degli Angiò, scriveva che gli Almugaveri, dopo aver invaso la Basilicata e aver penetrato nella Valle del Tanagro, occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Così scriveva il Carucci (…), a p. 183, del vol. II. Il Carucci (…), a p. 184, in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula,; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli, ecc…”. La notizia citata da Orazio Campagna (…) e dai due studiosi Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari“. Sempre il Carucci in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Ed intanto giunge in Aragona dalle prigioni di Metagrifone e di Cefalù ed è mandato a Campofranco nei Pirenei il nuovo re di Napoli, Carlo detto lo Zoppo. Il dieci novembre, mentre le popolazioni di Siciliae d’Aragona sono in tripudio per le grandi vittorie riportate in terra di mare, muore a Villafranca Pietro, di appena quarantesei anni…Pel testamento fatto nell’87 e l”instrumentum donacionis’ dell’83 gli succede in Aragona il figlio Alfonso ed in Sicilia Giacomo. Questi è coronato re il 2 febbraio nella cattedrale di Palermo, e, continuando, senza perder tempo, le operazioni guerresche, scaccia dalla Sicilia il cardinale Gherardo e il conte d’Artois; fa saccheggiare le coste tirrene, specialmente quelle del ducato di Amalfi e del Principato ecc….”. Dunque, riepilogando i passaggi storici citati dal Carucci, si parla di Giacomo d’Aragona, detto il Giusto, il quale è stato Re Giacomo II di Aragona. Dal 1285 al 1286 fu anche re di Sicilia come Giacomo I. Dunque, il Carucci si riferiva agli anni tra il 1285 ed il 1286. Riguardo invece l’anno 1287, cioè l’anno in cui molti asseriscono molte notizie di invasioni nel Principato, sempre il Carucci (…), vol. II, a pp. 184-185, in proposito scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli. La popolazione in questa città è in sommossa, onde pare sicuro il dissolvimento del governo angioino. Ma Ruggiero di Lauria non sa profittare della vittoria: senza autorizzazione del suo re concede al conte d’Artois e al legato pontificio una tregua di due anni, riceve una grossa somma e torna in Sicilia, rovinando un’impresa così bene avviata. A Messina, il popolo furibondo ne domanda la morte, ma è salvato da Giovanni da Procida, ecc….Muore in questo stesso anno, 1287, papa Onorio IV e gli succede Niccolò IV; ecc…”. Riguardo la ricostruzione storica degli avvenienti negli anni 1287 e 1288, il Carucci, a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Infatti, il Carucci, nel suo vol. II, a p. 186, continua con un documento del 1289, riportando un documento del 1289 e, saltando i documenti ed il periodo del 1287 e 1288. Mi chiedo se il Carucci, in questo riepilogo storico si riferisse all’anno 1287 o si riferisse ad avvenimenti accaduti nell’anno prima ?. Sicuramente le notizie storiche degli avvenimenti che riguardano l’anno 1287 sono scarsissime e quelle certe risalgono, come vedremo meglio innanzi, agli anni 1290, dal 4 luglio al 4 dicembre 1290 in cui Carlo Martello, nominato vicario dal re Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo che si recò in Francia, inizia a preoccuparsi di riconquistare le posizioni perdute o i centri occupati del Principato, come Padula, Policastro, Sanza ecc…..Infatti, Carlo Carucci, riguardo gli anni successivi, come ad esempio l’anno 1290, in proposito scriveva che: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, non cessano da ambo le parti le rappresaglie e le operazioni guerresche, pur tra continue scambievoli proteste. Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di Pantuliano, oggi Castelcivita, sito in fondo alla valle del Calore, affluente del Sele, e ne scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, e tenta quindi di muovere con l’esercito contro Castellabate. Quest’ultima impresa però lo fallisce.”. Dunque, queste le uniche parole riguardo la conquista di Policastro che in questo passo il Carucci dice ad opera di Carlo Martello negli anni successivi al 1290. Questa è l’unica notizia certa riguardo l’occupazione di Policastro e di Camerota, forse avvenuta nell’anno 1287, da parte degli Almugaveri, perchè sappiamo dai documenti angioini che in seguito, nell’anno 1290, Policastro fu ottenuta da Carlo Martello, vicario nel Principato di Carlo II d’Angiò lo Zoppo, per un tradimento fatto alla guarnigione degli almugaveri che ivi si erano stanziati nel castello. Ma da quale notizia storica gli storici locali desumono che Policastro fu attaccata ed espugnata dagli almugaveri nell’anno 1287 ?. Non saprei dire. Posso solo dire che le cronache di Ramon Muntaner e di d’Esclot ci parlano di quel periodo storico che come scriveva il Carucci, riguardo l’anno 1287 scriveva  che: “Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli. La popolazione in questa città è in sommossa, onde pare sicuro il dissolvimento del governo angioino. Ecc..”, ovvero ci parla degli avvenimenti accaduti nel 1287 quando Ruggiero di Lauria si lancia all’assalto di Napoli. Carlo Carucci, parlando del periodo in cui Rugiero di Lauria cerca in tutti i modi di invadere il Regno di Napoli degli Angiò, scriveva che gli Almugaveri, dopo aver invaso la Basilicata e aver penetrato nella Valle del Tanagro, occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Il Carucci si riferisce a dopo l’anno 1286. Dunque, il Carucci a p. 185 del vol. II, riferendosi a l’anno 1287 scriveva che: “Muore in questo stesso anno, 1287, papa Onorio IV e gli succede Niccolò IV; ecc…”. In Carucci arriviamo al 1290, 5 settembre, quando da Eboli, Carlo Martello accoglie la supplica dei cittadini di Roccagloriosa e gli concede i proventi della loro bagliva che invece potevano utilizzare per la riparazione del castello. La città di Pantuliano venne assediata e riconquistata nel settembre del 1290 e, che il 13 ottobre 1290, la città di Policastro era libera dagli almugaveri e ritornata alla casa d’Angiò. E’ il documento CXLV pubblicato dal Carucci a p. 243, vol. II conservato nei Registri Angioini n. 54, fol. 241a. Di quel periodo e di Ruggiero di Lauria ha scritto Michele Amari (…), il quale, nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a pp. 291-292-293, riferendosi a dopo l’anno 1287, che salta completamente portandosi all’anno 1288-89, in proposito scriveva che: “Carlo II, intanto, passato di Provenza in Italia, fece omaggio del suo reame al papa; e funne coronato a Rieti il diciannove giugno milledugentottantanove, con grande allegrezza di tutta la parte guelfa d’Italia…….Perchè Giacomo, risolutamente l’assaltò, la primavera dell’ottantanove, intendendo la liberazione dello Zoppo e le successive negoziazioni, tirato ancora da una pratica con cittadini di Gaeta. Passa a Reggio, il quindici aprile, con quaranta tra teride e galee, montate da quattrocento cavalli, e dieci migliaia di fanti Messinesi e altri Siciliani; il quindici maggio muove lungo la costiera occidentale di Calabria, avanzandosi ei di terra con le genti, l’ammiraglio con la flotta, ecc…Occuparono Sinopoli, ecc…Arrendeasi indi a’ Siciliani Amantea, ecc…Giacomo, lasciata Belvedere, strinse duramente quest’altra fortezza ecc… Toccò Scalea, Castell’Abate, Capri e Procida, che per lui si teneano; soprastette in Ischia ecc..”. Poi a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare. Ricantando le bravate dei baroni di Carlo,…….ecc…, ma il guelfo Villani accetta esser tornato utilissimo quell’accordo al regno di Puglia; e Carlo stesso ecc…dall’esser rimasto Giacomo signore della più parte delle Calabrie, oltre le terre occupate qua e la per altre province; e da altri onorevoli patti ecc..”. L’Amari, a p. 295 scriveva che Giacomo II di Aragona il 7 settembre prese il porto di Messina, “dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare“. Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. In questo passo l’Amari parla del Patto di Gaeta tra Giacono II di Aragona e Carlo II d’Angiò. Dunque, l’Amari scrive Ognissanti del 1291. Di quegli anni e, delle incursioni degli Almugaveri nelle nostre terre nell’anno 1287 ha scritto Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati’, pubblicato nel 2001, a pp. 51-52-53 e, parlando di Morigerati all’epoca Angioina, riferendosi all’anno 1287, in proposito scriveva che: L’accenno all’esistenza o meno delle saline ci mostra un quadro tragico: se la popolazione abbandona le preziose saline vuol dire che la guerra stava creando danni seri e, infatti, la situazione muta nel 1287 allorchè il baluardo Cilento venne attaccato dagli almugaveri che scendevano dai monti, e via mare con due flotte da 12 e 20 galee, una di queste assale Policastro. L’attacco congiunto ottenne l’effetto voluto: davanti a queste truppe la città cadde e gli abitanti vennero uccisi o fatti prigionieri, pochi si salvarono con la fuga. Per tre anni, le terre del basso Cilento rimasero in potere degli almugaveri con conseguenze facilmente intuibili; sarà Carlo Martello, Vicario del regno, a liberarle nell’anno 1290 con il valido aiuto di Guglielmo Pellegrino (o Peregrino) e Leonardo di Alatri che vennero ricompensati per il loro valore con l’assegnazione del feudo di Sanza in parti uguali (13). Due erano i punti fortificati, essendo praticamente ai confini tra Aragonesi e Francesi: Policastro e Roccagloriosa; dunque Morigerati venne a trovarsi sulla linea di guerra: è questo il periodo di maggiore depauperamento per il terrore delle aggressioni Aragonesi. Viene organizzato anche il reperimento di viveri affinchè gli abitanti non abbandonassero le terre e le difese, non potendo provvedere con la normale semina-raccolto (14). Chi riesce ad uccidere almugaveri viene pagato (15) e vengono organizzate bande di armati per combatterli, quella che agisce nel territorio del Bussento è al comando di Rainaldo di S. Dena che, all’occorrenza, ha il permesso non solo di ritirarsi nel castello, ma di rifornirsi di quanto occorre (16)….Tra il luglio ed agosto del 1296 gli almugaveri attaccano in forze e arrivano a scorazzare fino al fiume Sele, il castello viene colpito il primo agosto….”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 142.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cit., 13 ott. 1290 vendita di frumento, orzo e miglio a Policastro, 25 gennaio 1291 richiesta del re di provvedere di viveri la zona in questione.”. Il Gentile (…), a p. 59, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cit.,  pag. 149, 16 ottobre 1290.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cit., pag. 291, Trani, 13 gennaio 1292. L’ordine del re pervenne al castelliere di Policastro.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cit., pag. 288, 2 novembre 1291.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Cit., pag. 145.”. Carlo Carucci (…), citato dal Gentile, a p. 120 e 121 riporta i due documenti angioini, il documento XIII a p. 119 del 17 marzo 1283 da Melfi in cui Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo, primogenito del re e principe di Salerno, informa le autorità di avere affidato a Tommaso Sanseverino la difesa del Principato e poi l’altro documento, il n. XV, del 28 luglio 1283, da Nicotera dove Carlo Martello d’Angiò, principe di Salerno “scrive alle persone addette alla custodia del Golfo di Policastro ecc…”. Il Gentile cita sempre il Carucci e cita anche il vol. II, le pp. 249, 291, 304, 330, 331, di cui parlerò innanzi. In questo passo però il Gentile, sebbene io credo faccia riferimento solo al Carucci (…), egli non riporta nessuna nota bibliografica. La notizia del Gentile che scrive: “….la situazione muta nel 1287 allorchè il baluardo Cilento venne attaccato dagli almugaveri che scendevano dai monti, e via mare con due flotte da 12 e 20 galee, una di queste assale Policastro. L’attacco congiunto ottenne l’effetto voluto: davanti a queste truppe la città cadde e gli abitanti vennero uccisi o fatti prigionieri, pochi si salvarono con la fuga., ovvero la notizia che nell’anno 1287 gli almugaveri occuparono il baluardo del Cilento. Carucci dice addirittura che le forze siculo-aragonesi vennero via mare con due flotte di galee ed una di queste assalì Policastro, mettendo in fuga quei pochi cittadini rimasti. Credo che il Gentile, come dicevo, avesse preso questa notizia dal Carucci che nel suo vol. II, a pp. 184-185, diceva solo che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, …….occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno.”, senza però documenti a suffragio delle notizie riferite. Infatti il Gentile a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 142.”, riferendosi a p. 142 del vol. II del Carucci che però non parla dell’anno 1287 ma parla dell’anno 1284. Io credo che le notizie riferibili all’anno 1287 siano state desunte dagli avvenimenti e dai documenti degli anni 1289-90. Infatti, il Gentile, proseguendo il suo racconto scriveva pure che: “Per tre anni, le terre del basso Cilento rimasero in potere degli almugaveri con conseguenze facilmente intuibili;…”. Dunque, se gli almugaveri dovettero sloggiare nel 1290 va da se che avendo occupato Policastro ed altri centri per tre anni, essi, erano arrivati nell’anno 1287. Il Gentile ci da la stessa notizia anche per Camerota. Il Gentile (….), a p. 93 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, a p. 93, parlando di Camerota in proposito scriveva che: “Camerota fu conquistata dagli Almugaveri nel 1287 e liberata nell’estate del 1290 da Carlo Martello che l’anno dopo scrive a Giovanni Bursone affinchè provveda ai bisogni della popolazione della zona e. ancora, nel 1292 gli abitanti vengono esonerati dalle tasse (vedi le pagine precedenti) e ancora una volta nel 1295, da Carlo II, su richiesta di Tommaso Sanseverino e ancora nel 1300.”. Dunque, il Gentile, riferisce che dopo l’occupazione degli Almugaveri nel 1287, Camerota fu liberata nell’anno 1290 da re Carlo Martello che nel frattempo era succeduto a Roberto d’Angiò. Angelo Gentile (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”. Dunque, il Gentile, ci informa che dopo l’occupazione di Camerota da parte delle forse Siculo-Aragonesi e degli Almugaveri al soldo di Giacomo d’Aragona, Camerota fu liberata dal prinicipe di Salerno Carlo Martello d’Angiò. Infatti, il Gentile riporta una notizia riportata anche da Ebner (…), nel suo vol. I di “Chiesa, popolo e baroni ecc…” che, a p. 583, parlando di Camerota scriveva che: “Il 25 gennaio 1291 Carlo Martello ordinò a G. Bursone, Tommaso Sanseverino e Raimondo di Avella, incaricati delle riscossioni fiscali, ecc….”.

Nel mese di Agosto del 1289, la tregua di Gaeta

Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. In questo passo l’Amari parla del Patto di Gaeta tra Giacono II di Aragona e Carlo II d’Angiò. Dunque, l’Amari scrive Ognissanti del 1291. Michele Amari (…), nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a pp. 291-292-293, in proposito scriveva che: “Carlo II, intanto, passato di Provenza in Italia, fece omaggio del suo reame al papa; e funne coronato a Rieti il diciannove giugno milledugentottantanove, con grande allegrezza di tutta la parte guelfa d’Italia…….Perchè Giacomo, risolutamente l’assaltò, la primavera dell’ottantanove, intendendo la liberazione dello Zoppo e le successive negoziazioni, tirato ancora da una pratica con cittadini di Gaeta. Passa a Reggio, il quindici aprile, con quaranta tra teride e galee, montate da quattrocento cavalli, e dieci migliaia di fanti Messinesi e altri Siciliani; il quindici maggio muove lungo la costiera occidentale di Calabria, avanzandosi ei di terra con le genti, l’ammiraglio con la flotta, ecc…Occuparono Sinopoli, ecc…Arrendeasi indi a’ Siciliani Amantea, ecc…Giacomo, lasciata Belvedere, strinse duramente quest’altra fortezza ecc… Toccò Scalea, Castell’Abate, Capri e Procida, che per lui si teneano; soprastette in Ischia ecc..”. Poi a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare. Ricantando le bravate dei baroni di Carlo,…….ecc…, ma il guelfo Villani accetta esser tornato utilissimo quell’accordo al regno di Puglia; e Carlo stesso ecc…dall’esser rimasto Giacomo signore della più parte delle Calabrie, oltre le terre occupate qua e la per altre province; e da altri onorevoli patti ecc..”. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato a Lauria nel 2000, a p. 110, riportano la stessa notizia ed in proposito scrivevano che: “Nella stessa primavera del 1289 Giacomo II, ……forte dell’appoggio dei nobili siciliani e dell’invincibile Ruggiero di Lauria, decise di muovere in modo risoluto contro il regno angioino. L’Ammiraglio, ….il 15 aprile con quaranta tra tarìde e galee, quattrocento cavalli, diecimila fanti e tutti nobili messinesi, salpò dal porto di Messina con il re che avrebbe risalito la penisola calabrese via terra con l’esercito, mentre lui con la flotta lo avrebbe protetto dal mare. In poco tempo Giacomo II riconquistò le terre che erano passate con i francesi: Sinopoli ecc….“. Sempre i due studiosi a p. 113 scrivevano che: “Concluso l’assedio di Sangineto, Giacomo II e l’Ammiraglio fecero vela verso il Principato. Dopo aver toccato Scalea, visitarono Castel dell’Abbate, nei pressi di Agropoli, distante trentaquattro miglia da Salerno, e da lì si portarono nelle isole del Golfo di Napoli, Capri, Ischia e Procida già in loro possesso. Il 27 giugno 1289 partirono per Gaeta, dove giunsero l’ultimo giorno del mese.”.

Nel 30 agosto 1289, re Giacomo II e Ruggiero di Lauria rischiarono la flotta a Palinuro

Michele Amari (…), nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare.”. L’Amari, a p. 295 scriveva che Giacomo II di Aragona il 7 settembre prese il porto di Messina, “dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare“. Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato a Lauria nel 2000, a p. 116, dopo aver parlato della tregua stipulata “con il trattato si stabiliva una tregua di due anni, “fino al dì d’Ognissanti del novantuno” in proposito scrivevano che: “Come nei patti i francesi levarono prima il campo. Il 30 agosto Ruggiero di Lauria fece vela verso la Sicilia. Giunto sul far della notte nei pressi di Palinuro fu investito da una grande tempesta di mare. Mentre procedeva innanzi alle altre galee, facendo strada, alcune furono inghiottite dalla forza delle onde. Soltanto il 7 settembre la galea dell’Ammiraglio, che ospitava anche Giacomo II, giunse nel porto di Messina seguita alcuni giorni dopo dai legni superstiti.”. Secondo i due studiosi questa notizia dovrebbe essere tratta dal chronicon di Bartolomeo Nicastro (…), cap. CXII.

Nel 1289, Giacomo II di Aragona, re di Sicilia, si ferma a far visita a Castellabate

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, pp 657-658 che ci parla degli Almugaveri e di Giacomo II d’Aragona nel 1287. Ebner, parlando del casale di Castellabate, in proposito scriveva che: “….Castellabate venne persino occupata da re Giacomo di Sicilia (a. 1286) che la visitò tre anni dopo.”. Rileggendo “La Baronia del Cilento” di Matteo Mazziotti (…), nel suo capo IV “Il Castello dell’Abbate”, al punto VI, a pp. 54-55 egli, parlando di Castellabate e riferendosi a re Giacomo II di Aragona, in proposito aggiungeva  che: “……che vi si recò di persona nel 1289 (1) e ne conservò il possesso per diversi anni. In tale incontro Castellabate con i suoi casali fu miseramente saccheggiata dagli invasori. L’abate del tempo, Rainaldo, pochi anni dopo, perdurando la guerra, ritenne di non essere in grado di difendere validamente Castellabate e cedette nel 1299 per 10 anni il castello ed il paese a Giovanni di Monforte, conte di Squillace e ciambellano di Re Carlo II, riservandosi soltanto la giurisdizione spirituale (2)……Nello stesso anno le truppe angioine assediarono Catellabate e l’obbligarono a cedere. Innanzi al castello stesso, in data 3 marzo di quell’anno fu stipulata la resa.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che Giacomo II di Aragona, nel 1289 si recò di persona a Castellabate a far visita al suo castello e fortezza. Secondo il Mazziotti (…) che scriveva sulla scorta della cronaca del Jamsilla (…), di cui parlerò in seguito, re Giacomo II di Aragona fece visita a Castellabate nel 1289 dopo essere stato a Scalea e prima di partire definitivamente il 27 del mese per Gaeta. Il Mazziotti (…), a p. 55, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nella cronaca di Nicola IAMSILLA si legge: “Il Re facendo visita la terra di Scalea, Castellabate e così le isole di Capri, di Procida e d’Ischia e riposatosi alquanto in Ischia ai 27 giugno partì e l’ultimo del mese fu a Gaeta.”. Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877 a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Dunque, il Guillaume citava Domenico Tomacelli (…), ‘Storia del Reame di Napoli’, pubblicato nel ……, la sua p. 231. Infatti, il Tomacelli (…), nel suo vol. II, a pp. 232-233, riferendosi a Ruggiero Sanseverino in proposito scriveva che: “…che con quelle bastavano a ridurre Castellabate e torlo dalle mani di quei bestiali almugaveri che vi si erano afforzati dentro fin dall’anno 1286, ecc…”. Riguardo l’occupazione di Castellabate da parte di Giacomo II di Aragona, Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Il Guillaume (…), a p. 190, nella sua nota (15), riguardo Castellabate e la sua occupazione postillava anche di: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an..”.  Il Guillaume si riferiva all’opera di Antonio Ludovico Muratori (…), Annali d’Italia dal principio dell’era volgare fino al 1749′ e, credo per l’anno 1289 che si trova nel tomo VII. Infatti, nella seconda edizione del Muratori (…), vol. XI, a p. 207, per l’anno 1289 troviamo scritto che: “Imbarcatosi di nuovo il Re Giacomo visitò Scalea, il Castello dell’Abbate, e le Isole di Capri, Procida e Ischia, che ubbidivano alla sua Corona, e perciocchè da alcuni della città di Gaeta gli era data speranza, che s’egli fosse venuto gli avrebbero aperte le porte della città.”.

Nel 6 settembre 1289, Carlo II d’Angiò ordina a Riccardo de Ruggiero e a Riccardo D’Aiello di recarsi al Castello di Tortorella

Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, nella sua nota (…) e, in proposito scriveva che: È del 1289 un ordine perentorio di Re Carlo II ai salernitani Riccardo de Ruggiero e Riccardo D’Aiello di recarsi immediatamente, sotto pena di confisca dei loro beni, rispettivamente al castello di Tortorella e a quello di Sanza, di cui erano possessori, per custodirli diligentemente “ne gravetur ab hostibus” (9)”. Ancora Ebner, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”. Forse è a questo “Riccardo de Ruggiero” che si riferiva Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, quando parlando di Tortorella ed i suoi casali di Casaletto e Battaglia all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel 1289 le Terre di Tortorella erano invece possedute da Riccardo de Ruggiero. Fu probabilmente in questo periodo che dette Terre di Tortorella entrarono a far parte del feudo di Lauria.”. Dunque, il Montesano riporta la notizia che nel 1289, la terra di Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia appartenevano ad un certo “Riccardo de Ruggero”, mentre Pietro Ebner ci parla di un ordine impartito da re Carlo II d’Angiò in cui si obbligava i “salernitani” “Riccardo de Ruggiero” a recarsi immediatamente “rispettivamente al castello di Tortorella”, “sotto pena di confisca dei loro beni”, “ne gravetur ab hostibus” (9)”. La notizia proviene dai Registri Angioini pubblicati da Carlo Carucci. Ebner, nella nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”. Dunque, Ebner postillava di Carlo Carucci e del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII. La notizia è tratta dal vol. II, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII, pag. 204, documento n. 97. Infatti, Carlo Carucci (….), a p. 204 parlando del documento n. 97, in proposito scriveva: “LXXXXVII. 1289, 6 settembre, Napoli. Carlo II ordina a Riccardo de Ruggiero e a Riccardo D’Aiello, salernitani, che, sotto pena della perdita dei loro beni, vogliano immediatamente portarsi l’uno al castello di Tortorella, l’altro a quello di Sansa, di cui sono rispettivamente padroni, e provvedere alla difesa di essi dai nemici.”. Il Carucci, a p. 204 postillava: “Reg. ang. n. 46, fol. 314b.”. Il Carucci riporta il testo del documento: “Riccardo Rogerii, militi, de Salerno. Fidelitati tue, sub pena ammissionis terre, quam tenes a curia nostra….precipimus quatinus, statim visis presentibus, qualibet mora et occasione cessantibus, ad terram tuam Turturelle te personaliter conferas et ipsius terre diligentem custodiam, de gravetur ab hostibus, curaturus (nel testo: moraturus). Data Neapoli, die VI septembris III indictionis. Similes facte sunt Riccardo de Agello, militi, de Salerno, quod conferat se ad terram suam Sanse, de verbo ad verbum, ut supra.”. Chi era questo “Riccardo Ruggerii” ?. Il Carucci scriveva che il documento angioino ci parla di due militi “Salernittani” al servizio di re Carlo II d’Angiò a cui fu ordinato di recarsi immediatamente presso i loro beni, ovvero il castello di Tortorella di cui era padrone. Dunque, nel 1289, il castello di Tortorella apparteneva al milite salernitano Riccardo Rogerio. Questo secondo l’interpretazione dei registri angioini che ne fa il Carucci. Io credo che questo “Riccardo Rogerii, militi, de Salerno”, fosse il Riccardo di Lauria, fratello del grande ammiraglio, Ruggero di Lauria che, nel 1289, insieme a Riccardo d’Ajello, che teneva il castello di Sanza, subivano le pressioni di Carlo II d’Angiò a causa della guerra del Vespro (1282-1302). Riguardo il personaggio Matteo D’Ajello ha scritto Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Negli ultimi anni della guerra i feudatari di ‘Sansa’ si avvicendano celermente, quasi a sottolineare la precarietà e l’instabilità dei tempi e del territorio bussentino. Infatti,, in appena un quarto di secolo, ben cinque Signori vengono menzionati dai ‘Registri Angioini’: nel 1278 Erberto d’Aureliano, che trova tempo e modo di impelagarsi in una contesa per motivi di confine col Signore di Padula Guglielmo di Saccovilla (‘contenncio vertitur inter herbertum de aureliano, tenentem….Terram Sanse et Guillelmum de Sanguenville tenetem terram Padule’)(192), nel 1289 Riccardo d’Aiello, di cui si è detto; nel 1290 Guglielmo Peregrino (193) e Leonardo de Alatri (un capitano degli Almugaveri!)(194) in parti uguali per aver restituito Policastrum al dominio regio (195); nel 1294 Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (192) postillava che: “(192) ASN, Reg. Ang., n. 28, fol. 109; A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, Unione Editrice, 1914-1930 (rist. an. a cura di Vittorio Bracco e Angelina Bracco, Salerno, Boccia, 1982), III, p. 11 6, doc. IX. Per altre notizie su Erberto d’Orléans, che fu tra l’altro anche Signore di ‘Policastrum e di Rocca Gloriosa, cfr., F. Fusco, Universale Capitulum etc., cit., p. 150, n. 21.”. Dunque, il Fusco scriveva che nel 1289 era padrone di Sanza Riccardo d’Aiello e questa notizia era tratta dai Registri Angioini. Felice Fusco, a pp. 206-207, in proposito scriveva che: “Sanza….partecipa – come si è detto – alle operazioni e alla difesa del ‘castrum Policastri’, è strenuamente difeso (nel 1299 Carlo II d’Angiò ordina al milite Riccardo d’Aiello (181) di recarsi subito ‘ad Terram suam Sanse’ per difenderla dagli attacchi nemici)(182), ecc…”. Il Fusco, a p. 206, nella nota (181) postillava che: “(181) Per questo personaggio cfr. F. Fusco, Universale Capitulum etc., cit. p. 149, n. 18.”. Il Fusco si riferiva al suo saggio “Universale Capitulum Terrae Sontiae, ovvero gli Statuti Municipali di Sanza”, Euresis, 1991, Salerno, Boccia. Il Fusco, a p. 206, nella nota (182) postillava che: “(182) ASN, Reg. Ang., n. 46, fol. 134”. Su Leonardo d’Alatro, il Fusco, a p. 208, nella nota (194) postillava che: “(194) Leonardo de Alatro, dopo essere stato capitano degli Almugàveri di ‘Policastrum’, si era convertito alla religione cattolica e alla causa angioina. Nel 1290 il Conte d’Artois gli concesse l’indulto e una rendita annua di 20 once d’oro. Ibidem”.

Le fonti dei Registri angioini per gli anni 1289-90

Riguardo poi le fonti dei Registri Angioini ricostruiti solo recentemente vorrei citare quanto scrive Adele Maresca Campagna (…), nella sua prefazione al testo “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, vol. XXXII. La Campagna a p. “Con questo volume si apprende la ricostruzione dei registri di Carlo II relativi alla III indizione (1289-90), riportati nel vol. XXX, dopo l’inserimento del ‘Formularium Curie Karoli secundi’, edito nel vol. XXXI. Fra i primi atti del re, rientrato a Napoli nel giugno 1289 e finalmente incoronato dal papa …..l’investitura di Carlo Martello, cui viene conferito il titolo di principe di Salerno e l’Onore di Monte Sant’Angelo, la creazione di 300 ecc….Nello stesso tempo il re nomina Roberto conte d’Artois, già “baiulo” nel periodo della sua prigionia, capitano generale del regno: per i meriti acquisiti sui campi di battaglia, “ob peritiam militatem” e per la sua conoscenza di uomini e cose. …..Carlo Martello è pure affiancato da una specie di consiglio di reggenza composto dal Vescovo di Capaccio, vice-cancelliere e guardasigilli, dal marescalco Anselmo di Chevreuse, da Ludovico de Mons, ecc…”.

Nel 1290, re Carlo Martello nominò Roberto di Tortorella, capitano di Padula

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 677, parlando del casale di Tortorella, in proposito scriveva che: “Nell’Abbadia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella.”. Nel novembre del 1290 (10), Girolamo, figlio di Guido, con il consenso della moglie, vendette un terreno con vigna a Policastro, “ubi Molinelli dicuntur”, per un’oncia d’oro al D.no Roberto di Tortorella.”. Ed ancora troviamo il milite Roberto di Tortorella nel 1291. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adoperarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula. L’Ebner a p. 677 nella sua nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III.”. Stessa notizia è riportata da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ e a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”. Ed ancora troviamo il milite Roberto di Tortorella nel 1291. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula. L’Ebner a p. 677 nella sua nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III.”. Stessa notizia è riportata da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ e a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”.

Nel 1290, Rainaldo S. Denna e la sua banda autorizzato a combattere ed a contrastare gli attacchi degli almugàvari

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 parlando degli almugàvari di Matteo Fortuna scriveva che: La ferocia dei mercenari, assetati di sangue, di donne e di preda costrinse il popolo a difendersi. Il notaio Ursone Massa, fuoriuscito da Castellabate, e Rinaldo di S. Denna di Padula costituirono, insieme ad altri e con assenso reale, bande simili a quelle degli Almugàvari, addestrandole alla guerriglia (62).”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 56 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1291 di Policastro scriveva che: Chi riesce ad uccidere almugaveri viene pagato (15) e vengono organizzate bande di armati per combatterli, quella che agisce nel territorio del Bussento è al comando di Rainaldo di S. Dena che, all’occorrenza, ha il permesso non solo di ritirarsi nel castello, ma di rifornirsi di quanto occorre (16)…”. Il Gentile (…), a p. 59, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cit.,  pag. 149, 16 ottobre 1290.”.Il Gentile si riferiva a Carlo Carucci (…), al suo vol. II “La Guerra de Vespro nella frontiera del Principato”, ed al documento pubblicato a p. 149, del 16 ottobre 1290. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cit., pag. 291, Trani, 13 gennaio 1292. L’ordine del re pervenne al castelliere di Policastro.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 244, parlando di Padula, scriveva solo che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso Sanseverino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor ecc….(28). Il conte d’Artois informa Tommaso Sanseverino che Rainaldo di S. Dena gli ha riferito che persone di Padula di cui non conosce i nomi, hanno uccise tre suoi soci e un loro prigioniero rubando anche cose appartenenti alla sua società. Il conte ordina (29) d’indagare e di infliggere punizioni ecc…“. Su questo personaggio Rainaldo di S. Denna o S. Dena, Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 244, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f. 66t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.” e, a p. 245, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. 56, f 69, Trani, 25 genn. 1292 = vol. II, p. 291, n. 185: “et plurima bona mobilia societatis: una banda, come quella di Ursone Massa di Castellabate che, autorizzate dal governo, avevano impreso a fare la guerriglia per rintuzzare quella degli almugaveri.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (28) si riferiva al Registro Angioino “C”, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli ma poi in seguito andato perso. Ebner postillava: “(28) Reg. 4, f. 66t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.” e, si riferiva al documento angioino n. 128 contenuto nel vol. I, a pp. 214-215 della II edizione del “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, a cura di Riccardo Filangieri (…), dove il n. 128 si postilla che: “Fonti: Minieroi-Riccio, ‘Alcuni fatti ecc…’, p. 44 (transun.); Faraglia, Saggio di corografia abbruzzese, in A.S.N., p. 436, ecc..”, dove per “Padula di Principato” erano previste 150 salme. Alcune notizie contenute in due documenti angioini del 1291, riguardano Rainaldo de S. Dena. Pare che questo personaggio di Padula, Rainaldo de S. Dena, capeggiasse una piccola banda che doveva talvolta intervenire contro gli attacchi degli Almugaveri nemici. Pare che a quei tempi, Tommaso Sanseverino che era stato nominato a sovrintendere alle operazioni militari delle forze angioine contro quelle spagnole di Pietro e poi di Giacomo d’Aragona dopo, avesse autorizzato la formazione di bande che operavano nelle nostre terre per creare disturbo agli assalitori ed intervenire in occasione dei numerosi assalti nemici. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Il Carucci (…), scrivendo che “gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula; ecc…”, riporta la stessa notizia che riportava Felice Fusco (…) tratta da Piero Cantalupo (…). Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Dunque, il Fusco si riferiva al testo di Cantalupo, vol. I, p. 215.

Nel 1290, Carlo Martello d’Angiò, figlio primogenito di re Carlo II d’Angiò assale e riconquista le posizioni occupate dagli Almugaveri a Civita Pantuliano, a Capaccio, ad Agropoli, Camerota e Policastro

Pietro Ebner (…) nel suo vol. II parlando di Pantoliano “villaggio scomparso” a p. 273 scriveva solo che: “Si legge ancora nei ‘Registri’ che il 5 settembre 1290 Carlo Martello inviò da Napoli Nicola Verticello in diversi centri del Principato per approntarvi balestrieri da riunire a Eboli per l’assedio di Pantoliano (3).”, e nella sua nota (3) postillava che: “(3) Reg. 54, f 132 = vol. II, , p. 238, n. 138, Eboli, 5 settembre 1290. Salerno, ecc..dovevano approntare i balestrieri per ‘Casale Pantuliani, civitas Pantuliani’.”. Forse notizie più precise riguardo l’occupazione degli Almugaveri a Pantoliano e poi Camerota e Policastro potrebbero essere contenute in questi documenti dell’anno 1290. Angelo Gentile, riferisce che dopo l’occupazione degli Almugaveri nel 1287, Camerota fu liberata nell’anno 1290 da Carlo Martello d’Angiò. Sull’occupazione di Policastro nel 1287, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, riportava alcuni documenti tratti dalla cancelleria angioina ed in particolare a pp. 249, 291, 304, 330, 331. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, parlando del periodo che va dal 4 luglio al 31 dicembre 1290, a p. 229 scriveva questo sunto: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, non cessano da ambo lep arti le rappresaglie e le operazioni guerresche, pur tra continue scambievoli proteste. Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di Pantoliano, oggi Castelcivita, sito in fondo alla valle del Calore, affluente del Sele, e ne scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, e tenta quindi di muovere con l’esercito contro Castellabate. Quest’ultima impresa però gli fallisce.”. Infatti, nelle pagine seguenti alla pagina 229, il Carucci pubblica i documenti che ci dicono degli assedi a Pantuliano, a Camerota e a Policastro. In particolare vediamo il documento n. CXXXVI del 5 settembre 1290, pubblicato dal Carucci a p. 237 e, in cui Carlo Martello d’Angiò accoglie la supplica degli abitanti di Roccagloriosa per le spese del castello ordinando che la bagliva raccolta servisse a questo. Il documento in questione è tratto dalla cancelleria angioina ma il Carucci che non riporta i rferimenti bibliografici. Il documento n. CXXXVIII pubblicato dal Carucci a p. 238 riguarda l’inizio delle operazioni militari che Carlo Martello condurrà per l’assedio di Civita Pantuliano, egli scrive da Eboli nel 5 settembre 1290. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 132a”. Sempre il Carucci pubblica a p. 241 il documento n. CXLII del 20 settembre 1290 in cui Carlo Martello scrive da Pantuliano ai cittadini di Roccagloriosa esonerandoli dal pagamento delle tasse. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 138b.”.

Nell’estate del 1290, Camerota fu liberata dagli Almugaveri

Angelo Gentile (…), a p. 93 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando di Camerota in proposito scriveva che: “Camerota fu conquistata dagli Almugaveri nel 1287 e liberata nell’estate del 1290 da Carlo Martello che l’anno dopo scrive a Giovanni Bursone affinchè provveda ai bisogni della popolazione della zona e ancora, nel 1292 gli abitanti vengono esonerati dalle tasse (vedi le pagine precedenti) e ancora una volta nel 1295, da Carlo II, su richiesta di Tommaso Sanseverino e ancora nel 1300.”. Dunque, il Gentile, ci informa che dopo l’occupazione di Camerota da parte delle forse Siculo-Aragonesi e degli Almugaveri al soldo di Giacomo d’Aragona, Camerota fu liberata dal principe di Salerno Carlo Martello d’Angiò, Vicario del Regno angiono. Infatti, il Gentile riporta una notizia riportata anche da Ebner (…), nel suo vol. I di “Chiesa, popolo e baroni ecc…” che, a p. 583, parlando di Camerota scriveva che: “Il 25 gennaio 1291 Carlo Martello ordinò a G. Bursone, Tommaso Sanseverino e Raimondo di Avella, incaricati delle riscossioni fiscali, ecc….”. Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse.

Nel 11 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da Matera ai militi del castello di Camerota per consegnarlo a Trogisio de Trogisio

Carlo Carucci, a p. 242 pubblica il documento n. CXLIII, del 11 ottobre 1290, in cui Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da matera e: “ordina a Giovanni de Rocco e ai suoi socii di consegnare il castello di S. Severino di Camerota, che tenevano per conto della regia curia, a Trogisio de Trogisio, capitano del Principato, il quale avrà cura di custodirlo con opportuna diligenza. Si recheranno poscia da Rainaldo de Avelia, per avere il premio del servizio prestato.”. Il documento pubblicato dal Carucci è tratto dalla cancelleria angioina: “Reg. ang. n. 54, fol. 147 b.”.

Nel 1290, il re concede a Pellegrino ed al ribelle Leonardo di Alatri i feudi di Policastro e Sanza e quindi con l’inganno si impossessa di Policastro

Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, parlando del periodo che va dal 4 luglio al 31 dicembre 1290, a p. 229 scriveva questo sunto: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, ecc…….Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di ………scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, eccc….”. Dunque, il Carucci riassume quel momento storico (a. 1290) in cui Carlo Martello d’Angiò, Vicario del Regno e di Carlo II d’Angiò, Re di Napoli, riesce ad impossessarsi di Policastro e di Camerota. Il Carucci però scriveva pure che: “Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota”. Carucci scriveva che Policastro ritornò alla fede Regia dei d’Angiò a causa del tradimento, di un inganno di Carlo Martello. Si, proprio così. Carlo Martello, nel 1290 si impossessa di nuovo di Policastro promettendo a Leonardo di Alatri o di Alatro, capo degli Almugaveri che avevano occupato Policastro nel 1287, il feudo di Sanza. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a pp. 337-338, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno 1290 il re concesse a Guglielmo Pellegrino e a Leonardo di Alatri, in porzioni uguali, il feudo di Sansa in premio per quanto avevano fatto per il ritorno di Policastro in potere sovrano (42). “. Ebner a p. 338 nella sua nota (42) postillava che:  “(42) Reg. 54, f 253 = Carucci, cit., II, p. 242.”. Questo documento è stato pubblicato da Carlo Carucci (…), vol. II, p. 242, doc. n. CXLIV del 1290: “Reg. ang. n. 54, fol. 253a.”, di cui il Carucci a p. 242 scriveva che: “Pel cattivo stato di conservazione della pergamena non è possibile un transunto letterale del documento, il quale riguarda la concessione della terra di Sansa a Guglielmo Pellegrino ed a Leonardo de Alatri, in porzioni eguali, in premio della parte da loro avuta nel ritorno di Policastro in potere del sovrano.”. E’ forse questo il documento che dimostra come Policastro fosse stato occupato dagli Almugaveri o comunque dalle forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. La liberazione dell’avamposto di Policastro e del suo Castello fu assicurato alla casa d’Angiò grazie alla promessa del feudo di Sanza al ribelle “Leonardo de Alatri o “ALATRO”, che come ho detto è dimostrato dal documento n. CXLIV del 1290 che è pubblicato dal Carucci nel vol. II a p. 242 e, come dimostra pure il documento n. CXLVIII, pubblicato a p. 246. Ma, il feudo di Sanza verrà tolto a Leonardo de Alatri come dimostra l’altro il documento n. CXLIX, pubblicato a p. 247 ed in cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore ecc..ecc..”. Su Leonardo d’Alatro, Felice Fusco (….), nel suo “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, nella nota (194) postillava che: “(194) Leonardo de Alatro, dopo essere stato capitano degli Almugàveri di ‘Policastrum’, si era convertito alla religione cattolica e alla causa angioina. Nel 1290 il Conte d’Artois gli concesse l’indulto e una rendita annua di 20 once d’oro. Ibidem”.

Nel 16 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte di Artois scrive da Spinazzola per pagare Leonardo di Campagna (o di Alatri) per fargli consegnare il castello di Policastro

Carlo Carucci (…), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, a p. 246 riportava il documento n. CXLVIII del 16 ottobre 1290, da Spinazzola in cui il conte d’Artois (Roberto d’Angiò) “informa Guglielmo Peregrino, capitano di Policastro, che Ugo di Brenne, Tommaso Sanseverino, Rainaldo d’Avella e Giacomo Bursone gli consegneranno 150 once d’oro, perchè compia quanto già a voce gli ha ordinato, e cioè: dia a Leonardo di Campagna (‘negli altri documenti, di ALATRO) quanto ancora gli si deve sulle 30 once promessegli; gli paghi le spese sostenute per sè, pel fratello e i serventi dal sabato, 7 ultimo scorso, fino al giorno in cui consegnerà il castello; paghi i creditori degli Almugaveri uccisi, in occasione della resa, in Policastro, e di quelli che fuggirono; compensi i danni arrecati al giudice Alfano e al notaio Tancredi da Guglielmo di Padula, già castellano di Policastro, il quale li teneva in sospetto di aspirare a tornare alla fede regia. Conservi il resto del danaro per gli stipendi suoi e dei serventi.”. Il Carucci, vol. II, a p. 246 postillava: “Reg. ang. n. 54, fol. 155a”. Sempre il Carucci (….), a p. 247 del vol. II cita un altro documento angioino che riguardava Policastro e gli Almugaveri vinti nel 1290. Deve riferirsi a questa notizia quando Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 56 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1287 di Policastro scriveva che: “sarà Carlo Martello, Vicario del regno, a liberarle nell’anno 1290 con il valido aiuto di Guglielmo Pellegrino (o Peregrino) e Leonardo di Alatri che vennero ricompensati per il loro valore con l’assegnazione del feudo di Sanza in parti uguali (13).“. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 242.”. Sempre Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, a pp. 247 e p. 250 pubblica due documenti tratti dalla cancelleria angiona che riguardano questo personaggio detto in un documento Leonardo di Camapgna e in un altro Leonardo de Alatro o Alatri. Questi due documenti che riguardano Policastro, sono del 1290 ed entrambi sono forse la riprova che a Policastro prima del settembre 1290 vi fossero stati per lungo tempo Almugaveri o forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I° d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. Carucci a p. 247 pubblica il documento n. CXLIX del 16 ottobre 1290, in cui il conte d’Artois scrive da Spinazzola e, di cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore, è tornato alla fede della Romana chiesa e del Re, ha innalzato sulle mura il vessillo regio e ha reso il castello. Concede perciò a lui, ai suoi parenti e a quanti furon con lui al servizio dei nemici, completo indulto nelle persone e negli averi, concede gli stipendi che spettavano a lui, al fratello e ai serventi fino al 5 ultimo scorso, dei quali già ha fatto dare un acconto da Guglielmo Peregrino, ivi destinato capitano e castellano, e gli farà pagare le spese fatte fino al giorno della consegna del castello. Ha inoltre dato ordineche nessuno gli dia molestia, sia in Policastro che fuori, e che lui e ai suoi eredi sia corrisposta dalla regia curia un’annua provvigione di 20 once d’oro.”. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 155a.”. Il Carucci, riguardo Leonardo di Alatri pubblica ancora un altro documento a p. 249 il doc. n. CL del 16 ottobre 1290, in cui sempre il conte d’Artois (Roberto d’Angiò) scrive da Spinazzola “informando Leonardo di Alatri d’aver nominato Guglielmo Pellegrino, connestabile di Melfi, castellano e capitano del castello e della terra di Policastro. Gli ordina quindi di consegnargli il castello colle munizioni, le armi, e ogni altra cosa in esso esistenti. Ordina poi al castellano di Melfi di prendere dal castello delle balestre coi rispettivi apparechi e delle casse di quadrelli e farle tenere allo stesso Peregrino e ordina a Ruggiero Costa di fare altrettanto, senza indugio o negligenza, dovendosi presto provvedere di munizioni il castello di Policastro.”. Il Carucci postillava essere il documento tratto da: “Reg. ang. n. 54, fol. 154b.”.

Nel 5 settembre 1290, re Carlo Martello ordinava che le tasse servivano a riparare il castello di Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 418, in proposito scriveva che: Più numerosi i riferimenti dal 1290, quando Rocca Gloriosa aveva subito e subiva non pochi danni dalla guerra angioina-aragonese. Il 5 settembre 1290 Carlo Martello ordina, a seguito di una supplica “Universi hominibus Rocce de Gloriosa”, che i proventi della bagliva vengano spesi nel luogo “in reparatione et fortificatione murorum ambitus terre vestre”. L’università era però tenuta a nominare due persone idonee e fedeli per seguire i lavori.”.

Nel 12 ottobre 1290, il re raccomandava la difesa di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re raccomandava di provvedere alla difesa di Policastro ordinando a Tommaso Sanseverino di corrispondere al capitano Guglielmo Pellegrino 150 once d’oro (40).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (40) postillava che:  “(40) Reg. 54, ff 152 e 155.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re ordinava a Guglielmo Pellegrino, “comestabulo di Melfie”, di condurre a Policastro 40 stipendiari a cavallo e 130 a piedi, di cui 30 dovevano rimanere sempre nel castello, come guarnigione. Nello stesso giorno il conte d’Artois comunica a tutti che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici a Policastro aveva levato sul castello il vessillo reale per cui concedeva a lui e ai suoi il più largo indulto (41).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (41) postillava che:  “(41) Reg. 54, f 155, v. pure Reg. 54, f 154 ter.”. Infatti, deve riferirsi a questa notizia quando Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. La notizia citata da Orazio Campagna (…) e dai due studiosi Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari“.

Nel 12 ottobre 1290, il re ordinava a Guglielmo Pellegrino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re ordinava a Guglielmo Pellegrino, “comestabulo di Melfie”, di condurre a Policastro 40 stipendiari a cavallo e 130 a piedi, di cui 30 dovevano rimanere sempre nel castello, come guarnigione. Nello stesso giorno il conte d’Artois comunica a tutti che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici a Policastro aveva levato sul castello il vessillo reale per cui concedeva a lui e ai suoi il più largo indulto (41).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (41) postillava che:  “(41) Reg. 54, f 155, v. pure Reg. 54, f 154 ter.”.

Nel 1290, il re concede a Pellegrino e ad Alatri i feudi di Policastro e Sansa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a pp. 337-338, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno 1290 il re concesse a Guglielmo Pellegrino e a Leonardo di Alatri, in porzioni uguali, il feudo di Sansa in premio per quanto avevano fatto per il ritorno di Policastro in potere sovrano (42). “. Ebner a p. 338 nella sua nota (42) postillava che:  “(42) Reg. 54, f 253 = Carucci, cit., II, p. 242.”. Questo documento è stato pubblicato da Carlo Carucci (…), vol. II, p. 242, doc. n. CXLIV del 1290: “Reg. ang. n. 54, fol. 253a.”, di cui il Carucci a p. 242 scriveva che: “Pel cattivo stato di conservazione della pergamena non è possibile un transunto letterale del documento, il quale riguarda la concessione della terra di Sansa a Guglielmo Pellegrino ed a Leonardo de Alatri, in porzioni eguali, in premio della parte da loro avuta nel ritorno di Policastro in potere del sovrano.”. E’ forse questo il documento che dimostra come Policastro fosse stato occupato dagli Almugaveri o comunque dalle forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. Credo però che questo documento avrebbe dovuto apparire dal Carucci non posteriore a quello di p. 247 (il documento n. CXLIX), in cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore ecc..ecc..”.

Nel 13 ottobre 1290, il conte d’Artois Spinazzola, per Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno il conte d’Artois, preoccupato delle condizioni economiche di Policastro, i cui abitanti non avevano  di che nutrirsi, ordinò l’acquisto di frumento, orzo, e miglio per l’ammontare di 180 once d’oro da trasportare e vendere ai locali (43).”. Ebner a p. 338 nella sua nota (43) postillava che:  “(43) Reg. 54, f 241, Napoli = Carucci, op. cit., II, p. 242: “maxima victualilium penuria (…) precimus quatimus illam quantitatem, inter frumentum, ordeum et milium (…) cuius pretium ascendat ad summam unciarum auri centum octuaginta (…) vendenda pro parte curie hominibus dicte terre aliisque fidelibus”.”. Infatti, Carlo Carucci nel suo vol. II pubblicherà questo documento a pp. 243-244 ed in proposito scriveva che: “Il conte d’Artois, considerando che gli abitanti di Policastro, ritornati alla fede regia, versano in estrema penuria di viveri, perchè non avvenga del loro castello qualche disgrazia, ordinano che si acquisti per 180 once d’oro una quantità di frumento, orzo e miglio, si trasporti a quella terra e si venda agli abitanti di essa.“. Il documento è il n. CXLV del 13 ottobre 1290 da Napoli: “Reg. ang. n. 54, fol. 241a.”:

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Nell’ottobre del 1290,

Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia‘, a p. 20, parlando di S. Severino di Centola, riferendosi al suo Castello, in proposito scriveva che: mentre nell’ottobre del 1290 il conte d’Artois ne ordinava la consegna a Torgisio di Troisio, capitano del Principato di Salerno, con l’obbligo di curarne la custodia. Nel dicembre dello stesso anno Carlo Martello e lo stesso conte d’Artois, accogliendo la richiesta delgli abitanti del casale, ordinava a Tommaso Sanseverino di dare il possesso del feudo a Filippo Della Porta, per successione del padre che ne era stato il signore.”.

Nel 16 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte d’Artois da Spinazzola scrive ai cittadini di Policastro

Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 27 e s. scrive in proposito che: “Nel 1210 il conte d’Artois di Spinazzola, in nome del Re, rilascia a Policastro una solenne dichiarazione e promessa: “Le mura e fortificazioni di Policastro non saranno mai distrutte”. Parola di Re Angioino (72).”. Il Tancredi a p. 27, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Carucci Carlo, Codice diplomatico Salernitano del sec. XIII, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1931, I, 189.” Ma la nota del Tancredi è totalmente errata in quanto il Carucci (…), nel suo vol. I, a p. 189, riporta un documento del 1237 di Federico II di Svevia. Infatti credo che la notizia sia da riferirsi ad altro documento. Il 16 ottobre 1290 il Conte d’Artois comunicò all’Università che Policastro sarebbe stata sempre demaniale. Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Carucci (vol. II, pp. 252-253-254), scriveva in proposito: Documento notevolissimo e probante della rilevanza politica raggiunta in quel tempo da Policastro, è quello che porta la data del 16 ottobre 1290, con il quale il conte d’Artois da Spinazzola informava i rappresentanti di Policastro che la loro città sarebbe stata sempre demaniale, sempre fortificata e mai distrutta (Muri civitatis eiusdem propter guerram presentem fortificentur in melius nec occasione aliqua diruatur), parole che poche città meridionali possono vantare a loro fama.”.

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(Fig….) Documento della Cancelleria Angioina, pubblicato da Carlo Carucci (…), op. cit., pp. 252-253-254

Nel novembre 1290, a Tortorella

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 677, parlando del casale di Tortorella, in proposito scriveva che: “Nell’Abbadia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella.”. Nel novembre del 1290 (10), Girolamo, figlio di Guido, con il consenso della moglie, vendette un terreno con vigna a Policastro, “ubi Molinelli dicuntur”, per un’oncia d’oro al D.no Roberto di Tortorella.”. L’Ebner a p. 677, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Laudisio, op. cit., p. 98 sg. 81 e 111.”.

Nel 1290, re Carlo Martello concesse il feudo di Roccagloriosa a Giovanni Mansella

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 419, in proposito scriveva che: “Intanto il re doveva aver concesso il feudo di Roccagloriosa a Giovanni Mansella, capitano a guerra nel Principato, se poi gli scrive (12 dicembre 1290) che, pur apprezzando la sua opera, i fatti non sempre l’hanno giustificata, come nel caso della scelta del castellano di Roccagloriosa, “homo ille, tuus, quem castellanum dicte Rocce prefecerat, spiritum diabolice perversionis eversus, Roccam ipsam conceperat prodere inimicis”, disegno di cui si accorsero i locali abitanti sventando così un evento che avrebbe costituito “in nostre maestatis obproprium et pregande dispendium”. Pertanto il re, ad evitare simili eventi “duximus ad nostram et rerum nostrarum demanium revocandum” il castello di Roccagloriosa, promettendo al Mansella di provvedere appena possibile a offrirgli un altro feudo (29).”. Ebner a p. 419, nella sua nota (29) postillava che:  “(29) Roma, 12 dicembre 1290, (V. n. 45).”. 

Nel 18 dicembre 1290, Carlo Martello e il suo tutore il conte d’Artois, per Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: Il 18 dicembre 1290 Carlo Martello e il suo tutore conte Roberto d’Artois scrissero “baiulis seo plateariis et universis hominibus Policastri” che, in considerazione dei danni sofferti, gli abitanti di Roccagloriosa sono liberi di acquistare e vendere, durante la fase bellica ogni utensile che credono nel territorio di Policastro senza pagare le relative tasse alla Curia (30).”. Ebner a p. 419, nella sua nota (30) postillava che:  “(30) Napoli, 18 dicembre 1290, Reg. 54, f 178 e f 178 t (19 dicembre per Alberico = Carucci, op. cit., p. 255, n. 154 e n. 256.”.

Nel 1291, TOMMASO II SANSEVERINO, conte i Marsico acquistò molti feudi del Cilento

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Nel 1291 Tommaso di Sanseverino aveva acquistato Centola, Polla e Cuccaro, nel 1294 Sanza, nel 1295 Atena, Postiglione, Sala Consilina, S. Severino di Camerota, Casal Buoni Ripari, Pantuliano, Castelluccio (Cosentino), Corbella, Monteforte (Cilento), Serre, Padula, nel 1301 e Policastro nel 1305.”.

Nel 20 settembre 1291, per Roccagloriosa, il conte Roberto d’Artois Spinazzola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: Il 20 settembre successivo Roberto d’Artois, considerando “fidei et devotionis constantiam quam homines Rocce de Gloriosa” hanno sempre serbato per la Casa regnante e i gravi danni subiti nelle proprietà e nelle persone, “pro fide ipsa servanda”, nella guerra che si combatteva, li esonera per 7 anni da tutte le imposte, compresi i residui (28).”. Ebner a p. 419, nella sua nota (28) postillava che:  “(28) Civita Pantuliano (odierna Castelcivita), 20 settembre 1290, Reg. 54, f 138 t = Carucci, op. cit., II, p. 241, n. 142: “concedimus eis quod ab omnibus collectis, generalibus subventionibus et alii mutuis et exctionibus et oneribus (…) hinc ad septennium sint immunes, liberi et exempti (…) Data in castris in obsidione civite Pantuliano, die XX septembris IIII indictionis.”.

Nel 21 febbraio 1291, Carlo Martello fece liberare l’Abbate del monastero di S. Pietro di Licusati

Angelo Gentile (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a pp. 595-596, riporta un documento simile a quello n. 35 riportato dall’Amari (…) che il Carucci riporta col n. CDXXXV, dove nell’anno 1299, 4 Aprile, Napoli, Castellabate: “Reg. ang., n. 96, fol. 36b. Ed. dall’Amari, op. cit., App. doc. XXXVII.”, in proposito presentava scrivendo che: “Re Carlo II confema parecchi patti stipulati tra Tommaso Sanseverino e gli Almugaveri di Castellabate, i quali, dopo la cessione del fortilizio, erano passati o tornati alla fede regia. Fa i nomi di questi Almugaveri.”.

Nel 16 settembre 1291, Ponzio di Boccabianca, castellano del castello di Policastro

Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, vol. II a p. 309, nella sua nota (4) parlando di Policatro, dop aver scritto: “Divenuta dipopolata essa Città, e distrutta dal ferro e dal fuoco, fu data in quest’anno 1324 dal re Roberto a Bertolomeo Roveto di Genova (4), ecc..ecc…”. Il Camera, a p. 309, nella sua nota (4) postillava in proposito che: “(4) Nel 1291, Policastro, era guardata e difesa da Ponzio di Boccabianca milite, capitano, e castellano di essa Città; il quale teneva alla di lui immediazione una scorta di 24 soldati (‘servientes’).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 420 e s., in proposito scriveva che: Il 16 conferma la nomina dei giudici Nicola di Tranto e Ubolotto del maestro Pietro per il nuovo anno, i quali dovranno prestare il giuramento nelle manii del capitano e castellano “Olivierius de Senes, castellanus Rocce de Gloriose” e a Ponzio castellano di Policastro (33).“. Ebner a p. 420, nella sua nota (33) postillava che:  “(33) Reg. 58, f 199, Napoli 3 novembre 1291.”.

Nel 21 marzo 1291, Giacomo de Bursone ordina la spesa per il castello di Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “Carlo Martello e il conte d’Artois ordinarono al giustiziere “quod si homines Rocce de Gloriosa dominum Albericum de Villa Mastria (…) sponte volunt, tam terram, quam castrum dicte Rocce dicto domino Alberico (…) assignare mandetis”. Dell’11 marzo del 1291 è poi un ordine di Giacomo de Bursone di rimettere il denaro necessario per il castellano e i serventi del castello di Roccagloriosa (31).”. Ebner a p. 419, nella sua nota (31) postillava che:  “(31) Napoli, 11 marzo 1291, Reg. 52, f 414.”.

Nel 15 settembre 1291, re Carlo Martello d’Angiò

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 419-420 e s., in proposito scriveva che: “Lo stesso Carlo Martello (15 settembre 1291, consente che l’università di Roccagloriosa scelga due persone per sopraintendere alle spese delle entrate della bagliva per riparare le mura e acquistare munizioni per la difesa della propria terra.”.

Nel 16 settembre 1291, re Carlo Martello 

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 420 e s., in proposito scriveva che: Il 16 conferma la nomina dei giudici Nicola di Tranto e Ubolotto del maestro Pietro per il nuovo anno, i quali dovranno prestare il giuramento nelle manii del capitano e castellano “Olivierius de Senes, castellanus Rocce de Gloriose” e a Ponzio castellano di Policastro (33).. Ebner a p. 420, nella sua nota (33) postillava che:  “(33) Reg. 58, f 199, Napoli 3 novembre 1291.”.

Nel 2 novembre 1291, Tortorella non è citata nell’ordine di Carlo II d’Angiò

Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: Durante tutto il XIV secolo l’intero territorio conobbe purtroppo un periodo di crisi e di recessione economica. Tale periodo ebbe probabilmente inizio nel 1282, anno in cui scoppiò la guerra del Vespro che vedeva contrapposti gli Aragonesi e gli Angioini per il dominio del Regno di Sicilia. Il Basso Cilento, sulla linea est-ovest Policastro-Basilicata, fu per diverso tempo campo di battaglia, con gli aragonesi che cercavano di sfondare da sud e gli angioini che, dalle postazioni fortificate di Policastro, Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castel Ruggero, impedivano in quel punto il passaggio ai nemici per la risalita alla penisola. Tortorella, con i suoi casali, come abbiamo visto, faceva parte delle terre di Ruggero di Lauria, ammiraglio della flotta aragonese e quindi probabilmente era un avamposto fortificato delle armate spagnole. A conferma di questo Tortorella, a differenza di ‘Padula, Sanza, Rufranum, Caselle, Sanctus Severinus de Camerota (…) non è menzionata nell’ordine impartito da Carlo II d’Angiò, datato 2 novembre 1291, al giustiziere del Principato circa gli esoneri fiscali alle popolazioni comprese in questa linea difensiva. Ecc…ecc…(p. 26). Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39).”. Nicola Montesano (…), a p. 26, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Gallotti – Polito De Rosa – In difesa della verità storica…pag. 4.”.

Nel 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina Roberto di Tortorella (ex partigiano di Manfredi) difensore e custode di Padula

Pietro Ebner (…), riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Devo però precisare a riguardo che ciò che scrive Ebner nella sua nota (28) non corrisponde alla numerazione del Carucci (…), in quanto guardando il vol. I di Carlo Carucci (…), “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), contenuto nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII,, non corrispondono le nummerazioni, ovvero a p. 221 vi è trascritto un altro documento. Troviamo invece il documento citato dall’Ebner nel Carucci C.,  op. cit., vol. II, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ , dove a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”. Il Carucci trascrive “Roberto Tortorella” ma si tratta del milite (ex ribelle e partigiano di Manfredi) Roberto di Tortorella. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula.

Nel 12 settembre 1292, Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 settembre 1292, da S. Erasmo, il principe Carlo concedeva a “Benetenutum de Policastro” 4 once d’oro per aiutarlo a liberare “quorundam filiorum suorum, quos eorumdem hostium carcer includit” (45).”. Ebner a p. 338 nella sua nota (45) postillava che:  “(45) Reg. 62, f 127 t: qui in presentis guerre discrimine ab hostibus damna gravia pertulit.”.

Nel 15 settembre 1292, Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 15 settembre 1292 il re accoglieva la supplica “baiulis Policastri” di devolvere le entrate della bagliva per la difesa della città.”.

Nel 3 novembre 1292, Carlo Martello d’Angiò

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: Il 3 novembre 1292 il re informa il figlio Carlo di aver concesso a Giovanni di Mansella di Salerno, e ai suoi eredi, il castello di Roccagloriosa con l’obbligo del pagamento di 50 once d’oro annue, accogliendo la sua rinuncia ai castelli di Fontana in Terra di Lavoro e di S. Lauro de Stricta (Castel S. Lorenzo) nel Principato. Il feudo concesso a Erberto d’Orleans, deceduto senza eredi, era stato lasciato, contrariamente alle leggi, ad Alberico di Villamastria al quale dovrà essere tolto e dato in possesso al Mansella (34). Nel comunicare al figlio la concessione fatta al Mansella, il re ricorda di far compilare gli inventari (vettovaglie, armi e munizioni) in duplice copia da consegnare una al Mansella e l’altra da inviare alla Curia. Al Mansella si chiarirà che armi e munizioni dovranno essere consegnati a richiesta (35). Il 9 giugno Carlo Martello trascrive la lettera di concessione feudale al giustiziere di Principato ordinando “prefatum Joannem Mansella de Salerno (…) in corporalem possessionem dicti Castri (…) assecurari facias” (36).”. Ebner a p. 420, nella sua nota (34) postillava che:  “(34) Aix, 5 maggio 1292, Reg. 59, f 3 = Carucci, op. cit., p. 294, n. 189.”. Ebner a p. 420, nella sua nota (35) postillava che:  “(35) Aix, 7 maggio 1292, Reg. 59, f 80 = Carucci, p. 296, n. 191.”.

Nel 11 settembre 1292, il principe Carlo scrive a Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 420 e s., in proposito scriveva che: “L’11 settembre 1292 il principe Carlo consente che la bagliva venga spesa per riparare “munorum ambitus dicte terre”. L’università nomini “duo fideles et ydoneos viros” (37). Il 12 settembre il principe Carlo indirizza una lettera “universis hominibus Rocce de Gloriosa” contenent un’ampia lode per come essi difendono la loro terra assicurandoli, anche a nome del padre, che saranno conservati come premio tutti i privilegi concessi (38). Dal 3 novembre è l’ordine di pagamento a “Oliverius de Senes, castellanus Rocce de Gloriosa, pro gagis suis et servientum Rocce predicte” per i mesi agosto-ottobre, di 33 once d’oro. Per Ponzio, castellano di Policastro e per 20 serventi, per due mesi, 20 once d’oro (39).”. Ebner a p. 420, nella sua nota (36) postillava che:  “(36) Napoli, 9 giugno 1292, Reg. 58, f 199 = ID, p. 299, n. 194.”. Ebner a p. 420, nella sua nota (37) postillava che:  “(37) S. Erasmo, 11 settembre 1292, Reg. 58, f. 19 = Carucci, op. cit., p. 322, n. 215.”. Ebner a p. 420, nella sua nota (38) postillava che:  “(38) S. Erasmo, 12 settembre 1292, Reg. 60, f 10 = ID., p. 323, n. 217.”. Ebner a p. 420, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Napoli 3 novembre 1292, Reg. 58, f 199 = ID., p. 289, n. 181.”.

Nel 1292, Castellabbate venne liberata dall’assedio degli almugaveri di Giacomo II di Aragona

Rileggendo “La Baronia del Cilento” di Matteo Mazziotti (…), nel suo capo IV “Il Castello dell’Abbate”, al punto VI, a pp. 54-55, egli scriveva che: “Una lunga serie di gravi avvenimenti scosse profondamente Castellabate nella guerra protrattasi per parecchi anni tra gli aragonesi e Carlo II d’Angiò. Il suo territorio fu occupato nel 1286 da Giacomo d’Aragona e la stessa fortezza cadde nelle mani di lui che vi si recò di persona nel 1289 (1) e ne conservò il possesso per diversi anni. In tale incontro Castellabate con i suoi casali fu miseramente saccheggiata dagli invasori. L’abate del tempo, Rainaldo, pochi anni dopo, perdurando la guerra, ritenne di non essere in grado di difendere validamente Castellabate e cedette nel 1299 per 10 anni il castello ed il paese a Giovanni di Monforte, conte di Squillace e ciambellano di Re Carlo II, riservandosi soltanto la giurisdizione spirituale (2)……Nello stesso anno le truppe angioine assediarono Catellabate e l’obbligarono a cedere. Innanzi al castello stesso, in data 3 marzo di quell’anno fu stipulata la resa.”. Riguardo le notizie riportate dal Mazziotti, come lui stesso scrive a p. 5: “Qualche accenno vi ha pure nell’opera già citata del Lenormant ed in una piccola, ma accurata monografia recente di Giuseppe Volpe di Pollica (1). Due soli lavori hanno importanza per la storia della regione e vengono dalla famiglia Ventimiglia di Vatolla, molto benemerita di questi studi. Francesco Ventimiglia, che pubblicò nel secolo XVIII le memorie del principato di Salerno, scrisse pure un’opera tuttora inedita, ‘Il Cilento illustrato’, ecc…Domenico Ventimiglia, suo degno figliuolo ecc…”. Dunque, il Mazziotti, dopo aver citato la cronaca di Nicola Iasmilla citava anche il testo di Giuseppe Volpe di Pollica, ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento nel 1888′. Infatti, è proprio da questo testo che il Mazziotti prende le notizie sull’assedio di Castellabate. Il Volpe (…), nell’edizione Ripostes, a p. 60, in proposito scriveva che: “III. Ma infierndo nel 1286 la guerra tra i principi angioini di Napoli e i sovrani aragonesi di Sicilia, non pure i casali suddetti soffrirono gravi danni, ma la stessa Castellabate, la quale veniva ostilmente occupata dalle armi di re Giacomo infino al 1292, saccheggiata indi ridotta a tal punto, che cinque anni dopo contava appena duecentosei famiglie, laddove prima ne numerava ben mille.”. Il Volpe però non riportava nessuna nota bibliografica. Il Volpe scrive che: “….e dai sofferti danni rinfrancatasi Castellabate cò suoi casali, lo stesso re Roberto, nel 1332, ne faceva restituzione a Guizzardo abate cavense (15).”.

Nel 21 marzo 1293, il principe Carlo manda aiuti a Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 421 e s., in proposito scriveva che: “Il 21 marzo 1293 il principe Carlo ordina al milite Giovanni di Zambrono, capitano a guerra nel Principato, di fornire “vir nobilis Johanne de Mansella de Salerno, miles”, una squadra di soldati e le necessarie “municiones” per la difesa della Rocca (40). Poi il principe segnala al giustiziere del Principato che a Giovanni di Mansella, “miles, familiari noster nonnuli vassalli sui (di Roccagloriosa) concessa sibi in feudum, ei recusant assecurationis iuramenta prestare ac ei ut eorum dominum obedire”. Ordina di costringere “dictos vassallos ad prestandum” tutti doveri cui sono tenuti (41).”. Ebner a p. 421, nella sua nota (40) postillava che:  “(40) Napoli, 21 marzo 1293, Reg. 60, f 96 = ID., p. 335, n. 232.”. Ebner a p. 421, nella sua nota (41) postillava che:  “(41) Caritate, 26 marzo 1293, Reg. = 170, f 257 = ID.,  p. 335, n. 233.”.

Nel 26 marzo 1293, re Carlo d’Angiò per Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 421 e s., in proposito scriveva che: Il 26 marzo re Carlo II d’Angiò informa il figlio Carlo Martello, vicario del Regno, di aver accolto la supplica “Universitates hominum Rocce de Gloriosa (…) e di aver revocata, quoque per nostra concessione, quam olim fcimus Johanni Mansella de Salerno (…) de Castri predicti” e di aver ricevuto il feudo di Roccagloriosa nel suo demanio. Non osi “prefatum Johannem (…) aliqua, dictis hominibus violenta vel qualis molestia inferatur” (42). Il 9 giugno il principe Carlo trascrive e invia “universi hominibus Rocce de Gloriosa” lalettera del padre che avoca al demanio il feudo togliendolo a Giovanni Mansella (43). Il re, però, comunica alle autorità del Principato che a Giovanni Mansella, che aveva ottenuto da lui il feudo di Roccagloriosa, ma che non aveva potuto esigerne i proventi per la revoca fattane al demanio, per le spese sostenute per la custodia del castello spettano tali proventi (44). Il 3 agosto dalla Provenza il re scrive alle autorità del Principato e al figlio Carlo Martello che avendo avocato al demanio Roccagloriosa, ha concesso all’ex feudatario Mansella i proventi non percepiti. Il Mansella è tenuto però, a custodire il feudo e di non approfittarne per infierire sugli abitanti (45).”. Ebner a p. 421, nella sua nota (42) postillava che:  “(42) Melfi, Reg. 60, f 283 = Carucci cit., II, p. 231. Ma v. Reg. 70, f 240 t = Carucci cit., p. 393, n. 284, dove il Carucci trascrive un ordine di re Carlo II ad Adenolfo Pandone, giustiziere del Principato, identico al precedente, ma datato Melfi 29 giugno 1294.”. Ebner a p. 421, nella sua nota (43) postillava che:  “(43) Napoli, 9 giugno 1293. Reg. 60, f 142 = Carucci, II, p. 339, n. 228.”. Ebner a p. 421, nella sua nota (44) postillava che:  “(44) Tarascona 1293. Reg. 61, f 120 t = ID., II, p. 340, n. 229.”. Ebner a p. 421, nella sua nota (45) postillava che:  “(45) Napoli, 3 agosto 1293. Reg. 56, f 35 t = Carucci, II, p. 344, n. 235. Vi è una certa discordanza di date sul succedersi degli eventi (v. pure oltre). Non si sa se attrribuire ciò a un errore di valutazione di date da parte del Carucci (v n. 42), del resto noto per la sua acribia.”.

Nel 21 maggio 1293, ordinava che per Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 21 maggio 1293 il principe ordinava che con le tasse di Policastro si dovevano pagare le spese per la difesa della città.”.

Nel 1293, GIACOMO (Jacopo) SANSEVERINO figlio di Ugo Sanseverino fa rinforzare il castello di Policastro

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”.  Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), parlando del ‘Castellaro’ di Capitello, scrivevano che: Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana!”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, a p. 416, parlando delle mura di Policastro, in proposito scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina; e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso il mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietra di taglio nel MCCCXCII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, siccome dall’Iscrizione che stà sulla porta di essa.”.

Portale dell'antico Castello a Policastro

(Fig…) Castello di Policastro – antico portale

Cattura

(Fig…) Torre mastio del castello di Policastro

Castello di Policastro, resti di una chiesa

(Fig…) Castello di Policastro – resti della Cappella comitale della chiesa del Castello

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “La torre del Castello, esistente ancora oggi nella parte alta, è del 1397 e fu costruita da Giacomo Sanseverino (Tav. VI, fig. 3). Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit.,  pag. 520.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554.”.

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(Fig…) Planimetria generale di Policastro con la cinta delle mura fortificate ed il castello tratta da P. Natella e P. Peduto ‘Pixous-Policastro’, p….

Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 30 e s. scrive in proposito che: Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”.

Nel 1294, Tommaso II Sanseverino comprò alcuni feudi del Vallo di Diano

Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “….nel 1294, Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196). La pace di Caltabellotta (1302) chiuse la rovinosa guerra del Vespro e ridiede un pò di tranquillità alle martoriate contrade del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. Le agevolazioni fiscali da parte della Corona per un verso, l’opera benefica di Tommaso II Sanseverino (197) dall’altro permisero una relativa rinascita economica delle varie ‘Terre’. Nel 1306 il Sanseverino fondò la Certosa di Padula, effettuò opere di bonifica del Vallo (fece ripulire il canale del ‘Fossato’), si prese cura dei numerosi feudi tra cui il ‘Castrum Sanse’. Ecc….Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Tommaso Sanseverino comprò (1294) il ‘castrum Sanse’ da Tommaso Guilberto da Chiusano per 20 once annue (ASN, Reg. Ang., n. 77, fol. 14; F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale, in “Euresis”, VIII, (1992), p. 208). Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.

Nel 1294, Carlo Martello vicario di Carlo I d’Angiò, nomina Tommaso II Sanseverino

Nel 1284 al padre Ruggero II fu affidata da Carlo (Martello), principe di Salerno e, a quel tempo, Vicario Generale di suo padre Carlo I d’Angiò, la custodia e la difesa della città di Salerno dai ribelli (durante il periodo dei Vespri siciliani), mentre Tommaso, che dallo stesso principe venne nominato capitano di guerra, era stato spedito a difendere il litorale che da Salerno va a Policastro.

Nel 5 febbraio 1294, il re ordinava al capitano di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 338 e s., in proposito scriveva che: Il 5 febbraio 1294, da Napoli, si ordinava al capitano di Policastro di esigere i diritti della bagliva e delle gabelle.”.

Nell’11 maggio 1294, il re dona 8 once d’oro al vescovo di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 338 e s., in proposito scriveva che: “L’11 maggio 1294, da Napoli, re Carlo concesse un assegno annuo di 8 once d’oro al vescovo di Policastro per i danni subiti, somma da prelevarsi dai proventi della dogana di Amalfi (46). In quello stesso giorno il re ordinava agli esattori dei diritti di dogana di Amalfi di versare ogni anno al vescovo di Policastro 8 once d’oro, a compenso dei danni subiti, consacrando l’ordine in pubblico istrumento (47).”. Ebner a p. 338, nella sua nota (46) postillava che:  “(46) Reg. 56, f 224 = Carucci, cit., II, p. 370: “Actentis gratis serviciis per (…) dominum Paganum episcopum Policastrensem (…) ac unciis auri octo (…) usque ad nostrum beneplacitum super iuribus et proventibus dohane Amalfie (…) duximus providendum.”. Ebner a p. 338, nella sua nota (47) postillava che:  “(47)Reg. 565, f 198 t.”.

Nel 31 maggio 1294, il notaio Nicola di Torraca si deve recare a Napoli da re Carlo II d’Angiò

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 421 e s., in proposito scriveva che: Il 31 maggio 1294 re Carlo elenca i nomi di alcuni capifamiglia di Roccagloriosa che devono recarsi a Napoli per prestare il giuramento di fedeltà (46).”. Ebner a p. 421, nella sua nota (46) postillava che:  “(46) Napoli, 31 maggio 1294. Reg. 66, ff 46 t = Carucci, cit., II, p. 381, n. 271. Si tenga presente che il giuramento di fedeltà non doveva essere prestato al re per l’avocazione al demanio dl feudo di Roccagloriosa, ma al Mansella che i vassalli si rifiutavano di prestare. Le persone che dovevano recarsi a Napoli erano: Notar Pellegrino, Giacomo de Caro, notaio Benuto Currento, notaio Nicola di Torraca, Giacomo Capoano, Francesco di Arciprete, Pacifico ecc…”. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II del ‘Codice diplomatico Salernitano etc..’, dal titolo: “La Guera del Vespro siciliano nella frontiera del Principato etc..’ a p. 381, riporta il documento n. CCLXXI, del 1284, 31 maggio, Napoli, dove egli scrive: “Carlo II ordina che parecchi cittadini di Roccagloriosa, di cui fa i nomi, si presentino a lui in Napoli, per prestare giuramento di fedeltà a Giovanni Mansella, nominato feudatario di quel paese. Incarica dell’esecuzione di questo suo mandato il giustiziere del Principato.”. Il Carucci, a p. 382, per il documento in questione postillava che esso era tratto da: “Reg. ang. n. 66, fol. 46b”. Il documento trascritto dal Carucci inizia con: “Iusticiario Principatus. Cum infrascriptis de Rocca de gloriosa ad prestandum assecurationis sacramenti Johanni Mansella de Salerno…militi, familiari nostro, cui Rocca ipsa per nostram excellentiam ecc…notarius Nicolaus de Torraca, ecc…”.

Nel 1294, re Carlo II d’Angiò esentò dalle tasse S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…), ci informa che Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato Historico-Legale’, pubblicato nel 1700, di cui abbiamo parlato in premessa, ci informava che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina come quello secondo cui, nel 1294, il re Carlo II esentò dalle tasse il villaggio soggetto al monastero di S. Giovanni. Infatti, il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato historico-legale etc..’, a p. 15, dopo aver parlato di un Breve di Papa Sisto IV per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Oltre li suddetti Bereui, ….., trovo vn processo fatto nel S. Conseglio di Napoli avanti l’Illustrissimo Camillo Sanfelice Regio Consigliere per l’atti di Gio: Andrea de Caro, il quale nel fol. 152 tiene giustificatione che nell’anno 1294. Carlo II Rè di Napoli trà l’altre assertiue dice: “Castrum S. Ioannis ad Pirum esse Monasterij S. Ioannis, & illius conteplatione conceditur exempio à funnctionibus fiscalibus stante dicti Castri depredatione ab ostibus” nel fol. 153. fino al foglio 158.”

Nel gennaio del 1295, Carlo Martello vicario del Regno per Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Nel gennaio del 1295 il vicario Carlo Martello, in considerazione “desolationes quas pro servanda illesa fide nostri culmini, patiantur” le famiglie di Roccagloriosa “per hostes Almugaveros” le esonera dal versare al fisco sovvenzioni e collette “usque ad nostrum beneplacium voluntatis” (47).”. Ebner a p. 421, nella sua nota (47) postillava che:  “(47) S. Erasmo, gennaio 1295, Reg. 66, f 231.”.

Il 20 novembre 1295, Roberto, vicario del Regno, esentò S. Giovanni a Piro dal pagamento delle tasse

Pietro Ebner (…), ci informa che Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato Historico-Legale’, pubblicato nel 1700, di cui abbiamo parlato in premessa, ci informava che il 20 novembre 1295, il vicario del Regno, Roberto, concesse agli abitanti di S. Giovanni a Piro, “quod est monasterij sancti Johannis ad pirum”, l’esenzione dalle tasse per cinque anni avendo subito dalle incursioni nemiche danni tali da obbligarli ad abbandonare il villaggio, purchè tornassero “ad lares proprios”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 66, f 229, Napoli = vol. II, p. 432, n. 321. ‘Justiciarius Principatus presenti et futuri. Ad casalem sancti Johannis ad pirum (…) propter incursus et depredatione hostium, desolatum, quod est monasterio sancti Johannis ad pirum, piùm vertentes consideracionis intuitum, casale ipsum et homines Universitati eiusdem per quinque annos, a principio anni presesentis (…) de generalibus subventionibus (…) ut interim ad fortunas deveniant pinguiores et qui eiusdem casalis deseruentur necessario incolatum propter presentem gratiam ad lares proprios eximimus (…) Presentes autem licteras restitui volumus presentandi postquam illa videritis quantum et quando fuerit oportunum’.”.

Nel 1295, Carlo II d’Angiò esonerò dal pagamento delle tasse gli abitanti di Camerota

Anche Gentile (….), a p. 93 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, a p. 93, parlando di Camerota in proposito scriveva che: “Camerota fu conquistata dagli Almugaveri nel 1287 e liberata nell’estate del 1290 da Carlo Martello che l’anno dopo scrive a Giovanni Bursone affinchè provveda ai bisogni della popolazione della zona e. ancora, nel 1292 gli abitanti vengono esonerati dalle tasse (vedi le pagine precedenti) e ancora una volta nel 1295, da Carlo II, su richiesta di Tommaso Sanseverino e ancora nel 1300.”.

Nel 1295, Carlo Martello riconquista il castello di Agropoli occupato dagli Almugaveri

Pietro Ebner, che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 469, parlando di Agropoli, dove dice che: “Poco dopo Agropoli cadeva in mano degli Almugaveri, per cui la rioccupazione dell’abitato e l’assedio del castello caduto prima del maggio 1295. Lo si deduce da una lettera di re Carlo in data 5 di quel mese., al milite Raimondo del Balzo (de Baucio). Nel ricordare a costui la nomina a comandante di quell’assedio così felicemente conclusosi, il re esonerava dall’incarico tenuto ordinandogli di riprendere l’incarico affidatogli dalla regia Curia (81)”. Ebner (…), a p. 469 del vol. I, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Reg. 65, f. 261, Roma = CDS, II, p. 414, n. 304.”. Dunque, Pietro Ebner riporta la notizia dell’occupazione di Agropoli da parte degli Almugaveri nell’anno 1287 e, dice l’Ebner, lo si deduce dalla lettera di re Carlo II d’Angiò che scrisse al milite Raimondo del Balzo (de Baucio). Nella lettera di re Carlo si elencano i ribelli. Ebner, dunque, nella sua nota scriveva che il documento è contenuto a p. 417 del vol. II del CDS che corrisponde al “Codice Diplomatico Salernitano del XIII secolo” di Carlo Carucci. Infatti il Carucci, vol II, a p. 414 riportava il documento n. 304 tratto dalla Cancelleria Angioina. Si tratta del documento:

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(Fig…) Carucci Carlo, op. cit., vol. II, p. 414, documento CCCIV del 5 maggio 1295

Infatti, per questo documento datato 5 maggio 1295 in cui re Carlo II° d’Angiò da Roma scrive a “Raymundo de Baucio”, il Carucci a p. 414, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Questo documento mostra che anche il castello di Agropoli cadde in potere dei nemici e fu poi riconquistato dopo operazioni di assedio dirette da Raimondo de Baucio.”, confermando ciò che aveva scritto Pietro Ebner, parlando di Agropoli ed a proposito dell’assedio ai guerriglieri Almugaveri del 1290, e che anni prima, presumibilmente nell’anno 1287, gli Almugaveri avessero occupato Agropoli ed altri centri. Il documento è tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo II d’Angiò: Reg. ang. n. 65, fol. 261a”.

Nel 20 aprile 1296, re Carlo ordina la sospensione del sequestro a Mansella

Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: Il 20 aprile 1296 re Carlo ordina al giustiziere del Principato di sospendere procedimento di sequestro e personale contro Giovanni Mansella, il quale presta servizio militare sul fronte di Policastro e della Rocca di Policastro. Perciò non si è presentato al principe Roberto. La cosa è nota a Tommaso Sanseverino (48). L’11 dicembre 1296, da Roma, re Carlo, sicuro di quanto possa fare e dire il conte di Marsico Tommaso Sanseverino, approva la promessa fatta dal conte “homines Rocce de Gloriosa quod eos ad nostum revocamus demanium et perpetuo teneremus in illo”. Ma poichè occorrerà pur dare un feudo al Mansella, in cambio gli abitanti di Roccagloriosa dovranno pagare le 50 once d’oro annue che versava il Mansella (se la somma risulta “onerosa, illa de quadraginta constituas”) “pro ipsius terre custodia et eius defensionis presidio contra hostes, donec guerra duraverit” (49).”. Ebner a p. 421, nella sua nota (48) postillava che:  “(48)Napoli, 20 aprile 1296, Reg. 81, f 30 e Reg. 87, f 156 t.”. Ebner a p. 421, nella sua nota (49) postillava che:  “(49) Roma, 11 dicembre 1286, Reg. 88, f 153; per il privilegio f 57 t.”.

Il 23 aprile 1296, il re Carlo II d’Angiò ordinò il pagamento al mercenario Pietro Mazza

E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo. Pietro Ebner aggiunge che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina alcuni dei quali sono pubblicati dal Di Luccia e Ebner ne cita alcuni:  7) Il 23 aprile del 1296 il re ordinò al giustiziere del Principato (10) di pagare mensilmente il dovuto al mercenario a cavallo Pietro Mazza, “qui custos est fortellicie Cripte sancti Johannis ad Pirum, prope Policastrum”. Lo stesso Pietro Mazza venne poi inviato al fronte, agli ordini di Raimondo Malobosco, capitano comandante “in dicta fronteria” (11). Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Napoli, 21 aprile 1295. Reg. 64, f 118 t = vol. II, p. 476, n. 364. Pagamenti da effettuarsi secondo consuetudine ai mercenari a cavallo operanti ‘in frontiera hostium in partibus Principatus’.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Napoli, 16 luglio 1295, Reg. 81, f. 113 e 82 f 119 t.”.

Nel 26 aprile 1296, il re da Napoli

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 338 e s., in proposito scriveva che: Il 23 aprile 1296, da Napoli, si ordinò al castellano di Castel Capuano di mandare balestre e quadrelle ai castelli di Policastro e Roccagloriosa (48). Il primo agosto 1296, da Napoli, il re scriveva al giustiziere del Principato di pagare gli stipendi al castellano e ai serventi del castello di Policastro e di provvedere alle necessarie riparazioni della torre maestra.”. Ebner a p. 338, nella sua nota (48) postillava che:  “(48) Reg. 87, f 160.”.

Nel 17 ottobre 1298, Policastro e il re da Napoli

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 339 e s., in proposito scriveva che: “Il 17 ottobre 1298, pure da Napoli, re Carlo II ordinò al giustiziere del Principato di comunicare agli abitanti di Policastro di averli esonerati dal pagamento dei residui delle precedenti tasse e dalla presente generale sovvenzione “pro fidei nostre cultu illibate servando, per depredationibus hostium, multipliciter sustulerunt” (50).”. Ebner a p. 338, nella sua nota (49) postillava che:  “(49) Reg. 64, f 142 t”.

Nel 4 aprile 1299, Roberto d’Angiò conferma i patti con gli almugàvari di Castellabate

Carlo Carucci (…), nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a pp. 595-596, riporta un documento simile a quello n. 35 riportato dall’Amari (…) che il Carucci riporta col n. CDXXXV, dove nell’anno 1299, 4 Aprile Napoli, Castellabate: “Reg. ang., n. 96, fol. 36b. Ed. dall’Amari, op. cit., App. doc. XXXVII.”, in proposito lo presentava scrivendo che: “Re Carlo II confema parecchi patti stipulati tra Tommaso Sanseverino e gli Almugaveri di Castellabate, i quali, dopo la cessione del fortilizio, erano passati o tornati alla fede regia. Fa i nomi di questi Almugaveri.”.

Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, vol. II, a p. 182, parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 si tenne pel re di Sicilia, con un presidio di Almugavari, Castellabate nel Cilento, poi vennero a patti: cessero il castello e restarono, a doppio stipendio, con re Carlo (2); torme di ventura, senza fede, temuti e temibili non meno agli amici che ai nemici.”. Il Racioppi, nel suo vol. II, a p. 182, nella sua nota (2) postillava che: “(2) In Amari. Op.cit., – Append., docum. 34 e 35.”. Il Racioppi postillando dell’Amari si riferiva a Michele Amari, ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, IV° edizione, Firenze, Le Monier, 1851 e cita due documenti che l’Amari riporta in “Appendice”, il documento nn. 34 e 35, ovvero due documenti del 1299. L’Amari scrive che re Carlo manda a Maratea ecc..ecc.., l’Amari riporta i riferimenti bibliografici a p. 249 del suo cap. XI e, riporta pure in ‘Appendice’ i documenti n. 34-35 su Matteo Fortuna, citati pure dal Pesce (…). Amari (…), in ‘Appendice’ , da pp. 602 a p. 603 riporta il documento n. XXXIV e a p. 604 riporta il documento su Maratea n. XXXV, entrambi tratti dalla Cancelleria Angioina di re Carlo. Questo che pubblichiamo è il documento n. XXXIV di Carlo II d’Angiò, già pubblicato dall’Amari a p. 602 in Appendice:

amari-la-guerra-del-vespro-sici-vol.-ii-p.-602

Amari, note p. 249

Il doc. n. 34 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segn. 1299, A, f 43.”, mentre il doc. n. 35 è segnato:  “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1299, A f 36 a tergo.”. Infatti, tutti e due i documenti sono datati all’anno 1299, allorquando questi nostri territori erano passati di nuovo sotto il controllo della casa Angioina, ovvero sotto il controllo di re Carlo II° d’Angiò che appunto rilascia diplomi ai paesi ed ai castellani di queste terre.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continuando il suo racconto sull’invasione delle forze Siculo-aragonesi e della liberazione successiva dei centri occupati da questi scriveva che: Camerota insorse liberandosi dagli oppositori. Policastro approfittò della momentanea assenza degli Aragonesi per uccidere i 24 uomini del presidio di custodia, mettere in fuga gli altri e consegnare poi il castello al re. A tutto provvedeva Tomaso Sanseverino che riprese anche Agropoli, occupata dal nemico il 1295, al cui castello inviò la moglie a presiedere la sua ricostruzione, dopo lla rinuncia fattane dal vescovo di Capaccio. Malgrado ogni sforzo Federico d’Aragona non riuscì a superare la linea Policastro-Basilicata, conservando invece Castellabate che fu visitata dallo stesso re Giacomo d’Aragona (a. 1289) e tenuta da Apparicio di Villanova con un forte presidio Siciliano, resistendo validamente all’assedio posto da Tommaso Sanseverino. Castellabate cadde solo per trattative approvate da re Carlo II a Napoli il 7 marzo 1299 e 4 aprile dello stesso anno (64).”, e poi a p. 129 continua e scrive che: “Nel 1309 buona parte del Cilento era stata occupata dagli Angioini, ma Castellabate venne restituita all’abbazia di Cava solo nel 1322.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (60), postillava che: “(60) Reg. 48 f 185 e 194 t.“. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.

Nel …….., vengono occultati i fuochi per il censimento

Da un documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”.

Nel 1299, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno assegnò al Principato Citra o Citeriore 142 ‘Terre’

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – linee di una storia etc…”, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alla fine del XIII secolo Caselle entrò a far parte ufficialmente del ‘Principato Citra’ con le assegnazioni di Carlo II lo Zoppo (126) ecc..”. Il Fusco, a p. 101, nella nota (126) postillava che: “Prima della divisione in ‘Principato Citra o Citeriore’ (il Salernitano) e in ‘Principatro Ultra’ (l’Avellinese) attuata da Carlo I d’Angiò nel 1284, il ‘Principato tout court comprendeva le aree di ambedue le province. Nel 1299 Carlo II lo Zoppo assegnò al Principato Citra circa 142 ‘Terre’, fra cui ‘Rofranum, Alfanum, Sansa, Turturella, Paludum (Padula) Rocca de Gloriosa, S.. Joannus ad Pirum, Casella, Mongerànum (Morigerati), Torraca, Policastrum (C. Carucci, Codice Diplomatico etc.., cit., III, pp. 408-411).”. Il Fusco si riferiva al testo di Carlo Carucci (….), Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, di cui il vol. III è ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel 1299 ‘Turturella’ viene anche citata nell’elenco dei paesi appartenenti al giustizierato del Principato Citra nel documento “attuativo” di divisione del giustizierato di Principato e della Terra Beneventana nei due giustizierati Citra e Ultra (36) a firma del re Carlo II d’Angiò. Tale divisione, resasi necessaria per l’eccessiva ampiezza del giustizierato (comprendeva grossomodo le attuali province di Salerno, Benevento e Avellino) era in realtà avvenuta formalmente già in data 12 giugno 1284 sotto Carlo I d’Angiò, ma evidentemente la ripartizione del territorio tra i due novelli giustizierati non fu facile e le questioni si protrassero a lungo (37).”Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (36) postillava che: “(36) La definizione corretta è: ‘Iusticiariatus a serri Montorii citra Salernum e Iusticiariatus a serri Montorii ultra Salernum’.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Archivio Storico per la Provincia di Salerno – Anno VI-I- nuova serie – Tip. F.lli Di Giacomo – 1932, pagg. 90-91.”.

Nel 1299, Tortorella

Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: Nel 1299 ‘Turturella’ viene anche citata nell’elenco dei paesi appartenenti al giustizierato del Principato Citra nel documento “attuativo” di divisione del giustizierato di Principato e della Terra Beneventana nei due giustizierati Citra e Ultra (36) a firma del re Carlo II d’Angiò. Tale divisione, resasi necessaria per l’eccessiva ampiezza del giustizierato (comprendeva grossomodo le attuali province di Salerno, Benevento e Avellino) era in realtà avvenuta formalmente già in data 12 giugno 1284 sotto Carlo I d’Angiò, ma evidentemente la ripartizione del territorio tra i due novelli giustizierati non fu facile e le questioni si protrassero a lungo (37).”Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (36) postillava che: “(36) La definizione corretta è: ‘Iusticiariatus a serri Montorii citra Salernum e Iusticiariatus a serri Montorii ultra Salernum’.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Archivio Storico per la Provincia di Salerno – Anno VI-I- nuova serie – Tip. F.lli Di Giacomo – 1932, pagg. 90-91.”.

Nel 1301, Riccardo di Tortorella, milite di Carlo I d’Angiò

Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, alle pp. 178-179 parla di Riccardo di Tortorella: “Affinchè ritornasse in Napoli il surriferito Riccardo Filangieri, denominato de Candita, il medesimo Monarca ebbe cura di spedire in Sicilia nell’anno 1301 Riccardo de Turturella con molti Siciliani, ch’erano stati all’uopo messi in libertà; siccome si desume da un documento seguente:

Ricco E., p. 178 su Riccardo di Tortorella

Ricca Erasmo, p. 179, su Riccardo di Tortorella

Nel 1300, le terre di Lauria, Lagonegro

Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 46, in proposito scriveva che: “Quanto al valore economico delle terre, antichi possedimenti dei Lauria (126) e la causa della confisca, il Giustiziere nulla dice di sapere a riguardo. Su di esse vengono solo ribadite le prerogative curiali e la giurisdizione dei Loria (127). Ma che di queste terre vi fosse un sistema di insuffeudazione sembra più che certo, sia per quanto si diceva a proposito della designazione a cavaliere di Giacomo di Lauria alcune righe addietro, sia per ciò che si evincerebbe da un altro diploma angioino perduto e transumato dal De Lellis (128), nel quale si inviava al gistiziere di Val di Crati e di Terra Giordana, tra il 1278 ed il 1279, l’ordine di definire il confine delle terre sul versante meridionale del Giustizierato di Basilicata, evidentemente per il sorgere di controversie tra i vari piccoli feudatari, ivi titolari (129).”. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (126) postillava che: “(126) dalla Cedola ‘Taxationis generalis subventionis in Iustitieratus Basilicate’ (sic) e relativa ancora al 1277, si apprende che la terra di Lagonegro deve per 120 fuochi 30 once, quella di Lauria deve per 241 fuochi 40 once, 8 tarì e 8 grani, in RCA, vol. XXIII, p. 310-314, n. 400. Sul confronto dei fuochi per ciascuno altro centro menzionato, si deduce per le terre di Lagonegro un popolamento medio e per Lauria un popolamento medio-alto. Su questi temi già il G. Racioppi, Geografia e demografia della Provincia di Basilicata nei secoli XIII e XIV, Archivio Storico per le Province Napoletane, XV, 1890, pp. 565-582 e S.N. Cianci, I Campi pubblici in alcuni castelli del Medioevo in Basilicata. Studi giuridico-feudale con documenti, Napoli, Tip. R. Pesole, 1891. Relativamente, invece, alle modalità di esazione dei vari distretti le indagini propografiche sono tuttora in corso; nondimeno, per i primi risultati si vedano S. Morelli, Giustizieri e distretti, le indagini propografiche sono tuttora in corso; nondimeno, per i primi risultati, si vedano S. MORELLI, Giustizieri e distretti fiscali nel Regno di Sicilia durante la prima età angioina, in Medioevo Mezzogiorno Mediterraneo. Studi in onore di M. Del Treppo, a cura di G. ROSSETTI e G. VITOLO, 2 voll, vol. 2, Napoli, Liguori Editore, 2000, vol. 1, pp. 301-323, segnatamente, pp. 303-312.”.

Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.

Nel 2 giugno 1300 re Carlo II d’Angiò esentava S. Giovanni a Piro dal pagamento delle tasse

E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo. Il 2 giugno 1300 re Carlo II scrisse al giustiziere che scrisse ai fedeli che a causa dei danni subiti dai fedeli locali vassalli, esonerava “hominum casalis sancti Johannis  ad Piro, de territori Policastrensi”, dal pagamento dei residui delle tasse e dalla metà della sovvenzione che proprio in quel momento si stava esigendo (13). Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Reg. 10, f 37 = vol. II, p. 673, n. 577.”.

Nel 1300, Policastro

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “La città tuttavia, dovette sopportare altre spoliazioni nel 1300, quando fu occupata da 3 milites e 500 uomini, avversi ai Ruffo, feudatari di Policastro.”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554.”.

Nel 3 gennaio 1300, re Carlo II d’Angiò

Pietro Ebner (…), a p. 339, del vol. II, in ‘Chiesa, Baroni etc…’, parlando di Policastro al tempo della dominazione Angioina, in proposito scriveva che: “Il 3 gennaio 1300, da Napoli, re Carlo ordinò a Landolfo Rumbo di Napoli, “vicario principatus Salerni et eiusdem terre straticoto” di pagare alle persone che invierà Tommaso Sanseverino i “duo mandato nostra pridem direximus” sulle entrate “civitate Salerni” per la custodia “castro S. Severini de Camerota” e per quello di Policastro (51).”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 339, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Reg. 97, f. 126″.

Nell’11 maggio 1300, re Carlo II d’Angiò esonerò gli abitanti di alcuni casali

Pietro Ebner (…), a p. 339, del vol. II, in ‘Chiesa, Baroni etc…’, parlando di Policastro al tempo della dominazione Angioina, in proposito scriveva che: L’11 maggio 1300, il re esonerò gli abitanti dei castelli di Sanseverino, S. Severino di Camerota, Policastro, Cilento e casali, Monteforte e Magliano dal pagamento delle tasse, dato che Tommaso Sanseverino era in Sicilia col duca di Calabria e che il figlio Ruggiero era stato fatto prigioniero con Filippo, Principe di Taranto (52).”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 339, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Reg. 181, f. 15, Napoli.”.

Nel 1302, Tommaso II Sanseverino, sposò Sveva d’Avezzano

Da Wikipedia leggliamo che Tommaso Sanseverino era figlio di Ruggero II Sanseverino e di Teodora d’Aquino, sorella di San Tommaso, nacque nel 1255 circa. Alla morte del padre Ruggero II Sanseverino, nel 1285, gli successe e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1).”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”.  Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”.  Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che:  “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Felice Fusco (…), a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio terzogenito di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III).”.

Nel 1305, Matteo Mansella feudatario di Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Nel 1305 era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (50).”. Ebner a p. 420, nella sua nota (50) postillava che:  “(50) A. Mazza, cit.,  p. 113.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dell’Ebner (…), che nel suo “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, nel suo vol. II a p. 422, che, sulla scorta di Mazza A. (…), p. 113 (vedi nota (50), scrive che nel 1305, era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (…). Pietro Ebner postillando citava Antonio Mazza (…), ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, pubblicato nel 1681, dove a p. 113 parlava dei Mansella. Infatti il Mazza (…), a p. 113 del suo ‘Rebus Salernitanis’ scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Indagando sull’origine del borgo chiamato Buonalbergo, vediamo che Buonalbergo si pensa che sia stata fondata da alcuni profughi degli antichi villaggi di Mondingo, Pescolatro e Faiella distrutti dai Barbari. I quali profughi ospitati dai Cenobiti della vicina chiesa di S. Maria, sorta sulle rovine di un tempio pagano, avrebbero chiamato quel luogo Alibergo. Ciò poté avvenire verso il 1000, poiché nella prima metà di questo secolo trovasi per la prima volta mentovato un ‘Gerardo de Bonne Herberg’, primo signore normanno dell’antica contea di Ariano. Egli vien detto il Gran Conte e fu il primo a chiamare Roberto il Normanno con il soprannome di Guiscardo e gli diede in moglie la propria zia Alberada. Le notizie su Gerardo di Buonalbergo non sono molte, soprattutto per quanto riguarda le sue origini. Sappiamo che la sua famiglia era di origine normanna ed era imparentata con gli Altavilla. Suo padre, Ubberto (?), era il fratello di Alberada, la prima moglie di Roberto il Guiscardo. È attestato nelle fonti a partire dal 1047, quando incontra il Guiscardo e gli offre la mano di sua zia Alberada e il suo aiuto, con 200 cavalieri, per conquistare la Calabria. Secondo alcune fonti sarebbe stato lui a dare per prima l’appellativo di Guiscardo (volpe = astuto) a Roberto d’Altavilla. Nel 1053 partecipa alla battaglia di Civitate al fianco del Guiscardo. Dopo questa data la vediamo titolare della Contea di Ariano, che governò fino alla morte nel 1086. La notizia sul signore di Roccagloriosa: Matteo Mansella (…), tratta dal Mazza (…), e dall’Ebner (…), è da collegarsi ad un’altra notizia di cui ci parla il De Blasii (…). Il De Blasiis (…), sulla scorta del Trinchera (…), che li aveva già pubblicati, nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti: “Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80., riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128., riferendosi ad un altro privilegio dell’anno 1126, illustrato nell’altra immagine.  Il De Blasii (…), si riferisce a due antichissime pergamene del 1097 e del 1126 in cui figura il personaggio Normanno Odo Marchisii. Dei due documenti ci siamo già occupati in un nostro saggio ivi pubblicato, perché riguardano ‘Scidro’ ed il territorio tra Vibonati e Sapri. Nell’anno 1097, Odo Marchisii, donava al monaco Sergio di Vibonati, il privilegio di poter costruire una chiesa o un monastero a ‘Scidro‘. Ma come abbiamo potuto accertare e detto in un altro mio saggio ivi pubblicato, riguardo l’origine del personaggio Normanno ‘Odo Marchisii’, egli era figlio di Emma (figlia di Alberada di Bonalbergo e di Roberto il Guiscardo) e di Oddone Bon Marchisio. Dunque, l’origine della famiglia Mansella (…), che dominò nel 1305 su Roccagloriosa, avvalora sempre di più la presenza all’epoca Normanna, sulle nostre terre delle famiglie dei Marchisio e dei Florio.

Nel 1305, il re Carlo II d’Angiò concesse Policastro a Tommaso II Sanseverino

Pietro Ebner (…), a p. 339, del vol. II, in ‘Chiesa, Baroni etc…’, parlando di Policastro al tempo della dominazione Angioina, in proposito scriveva che: Nel 1305, venne concessa a Tommaso Sanseverino la città di Policastro “de antiquo reali demanio” con la condizione “quosque de equivalenti excambio provideatur” (53).. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 339, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Reg. 1305, A, 46 = Camera, Annali delle due Sicilie, II, Napoli 1841-1860, pp. 118 e 373.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Matteo Camera (…), nel vol. II, a pp. 309-314. Infatti, Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 309, parlando della città di Policastro, in proposito scriveva che: Questa città pingue ed ubertosa dell’antica Lucania, nobile per la sua origine (2), ed a niuu altra seconda nelle sciagure, era stata sempre mantenuta e conservata nel regio demanio. Ma il secondo Carlo d’Angiò nel 1305 la concedette “in feudam nobile” e per l’annuo valore d’once 120 a Tommaso Sanseverino II conte di Marsico (3). Il suo figliolo Guglielmo, ciambellano del re Roberto, ebbe riconfermato il possesso di Policastro “utique de antiquo reali demanio, qui immediate a Curia tenebat”.”. Il Camera (…), a p. 309, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex regest. reg. Car. II an. 1304 lit. C Indict. III fol. 96; et an. 1305 lit. A. fol. 46: et lit. F. fol. 36. Vedi la pagina antecedente 118.”. Il Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 118, in proposito scriveva che: “Al conte di Marsico Tommaso Sanseverino fu data la città di Policastro ‘ de antiquo reali demanio’, colla condizione “quousque de equivalenti excambio provideatur” (2).”. Il Camera, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “Ex regest. Reg. an. 1305 lit. A. fol. 46.”. Nel 1397 la Contea passò alla famiglia Sanseverino, cui si deve la ricostruzione del castello e delle mura portata a termine nel 1455, come documenta un altorilievo posto sulla facciata della Cattedrale. Al periodo della lunga guerra del Vespro, che si combattè principalmente sulle nostre coste e che vedeva Policastro e tutti i paesi rivieraschi impegnati in prima fila, ho dedicato ivi un mio saggio. Pietro Ebner (…), a p. 339, sulla scorta del Camera (…), parlando di Policastro al tempo della dominazione Angioina, in proposito scriveva che: Nel 1305, venne concessa a Tommaso Sanseverino la città di Policastro “de antiquo reali demanio” con la condizione “quosque de equivalenti excambio provideatur” (53).”.

Nel 1305, Ruggero di Lauria, morte e successione nella Contea di Lauria

Da Wikipedia leggiamo che nel 1279 rimase vedovo di Margherita, sorella di Corrado e Manfredi Lancia dalla quale aveva avuto un figlio, Ruggiero, e tre figlie, Beatrice, Gioffredina e Ilaria. Si ritirò in Catalogna e morì a Cocentaina, presso Valencia, nel gennaio del 1305. Ruggiero di Lauria, morì nel 19 gennaio 1305 a Cocentaina in Spagna, lasciando eredi i suoi figli. I suoi beni furono ereditati da suo figlio Ruggiero e, alla morte di questi, da Berengario. I due studiosi a p. 21 citano un biografo dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria, il V. Visalli (…), che nel 1900, scrisse ‘Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche’. I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca. Il primo figlio ebbe nome Ruggerione…..Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Esaurina d’Entenca …..ed ebbe Berengario, ecc..ecc... Sempre i due studiosi Augurio e Musella, a p. 34, in proposito scrivevano che: “Da Bianca Lancia (errore Margherita) ebbe anche tre figlie femmine che furono sposate con i più importanti esponenti della nobiltà catalana o italiana. La maggiore, Beatrice, sposò Giacomo di Xirica, nipote del re Pietro III, uno dei primi baroni del regno. Pare che questo matrimonio sia stato fortemente voluto dal papa Bonifacio VIII (65) quando questi conferì a Ruggiero di Lauria il feudo di Aci in Sicilia. Di lei si conserva una lettera, datata Valencia 18 gennaio 1305, con la quale chiedeva al re Giacomo II d’Aragona alcune grazie in favore di Saurina d’Entenca, vedova del padre e per il fratello Ruggierone (66). La seconda, Costanza, sposò il nobile don Noto di Moncada mentre l’ultima, Goffredina, il conte di Sanseverino. Secondo il De Lellis quanti titoli e feudi ebbe Ruggiero nel continente, tanti passarono con questo matrimonio in casa Sanseverino. Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Saurina d’Entenca, figlia di Berengario d’Entenca, una delle famiglie più importanti di Aragona e Catalogna. Da questo matrimonio nacquero altri due figli, Carlo, Berengario e Margherita. Quest’ultima sposò in prime nozze Ugo di Chiaromonte, appartenente ad una delle prime famiglie di Sicilia, da cui discese Costanza di Chiaromonte, regina di Napoli. Ad Ugo di Chiaromonte fu affidato dall’Ammiraglio il baliato del figlio minore, Berengario. Dopo la morte di Ugo, Margherita sposò in seconde nozze Bartolomeo di Capua, ecc…ecc…”. I due studiosi, per la ricostruzione delle discendenza di Ruggiero hanno utilizzato la cronologia del Muntaner (…). Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel 1308, le terre di Lauria passarono ad Enrico Sanseverino, IV conte di Marsico e Gran Connestabile del Regno di Napoli, che sposa la contessa di Lauria Ilaria, figlia del famoso ammiraglio Ruggiero di Lauria, che conquistò fama e onori durante la guerra del Vespro. Ruggiero, oltre che del titolo di Grande Ammiraglio del Regno d’Aragona e di Sicilia e di signore di Lauria, si fregiò anche dei titoli di signore delle terre di Castelluccio, Lagonegro, Laino, Maratea, Papasidero, Rivello e Rotonda. Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria…..ecc…”.

Nel 1305, Ruggierone di Lauria successe al padre Ruggero di Lauria ma morì a 22 anni

Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “La mancanza di fonti preclude ogni possibilità di una esposizione cronologica nella successione delle baronie nel governo di Ajeta…..All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo investito il 14 ottobre 1308, e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106).”. Dunque, il Campagna, sulla scorta del Lomonaco (….) scriveva che nel feudo di Ajeta, a Ruggero di Lauria subentrò il figlio Ruggerone. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Luria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi di famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107). Il feudo di Ajeta ritornò, successivamente, ai Loria, fino a quando Tommaso ne fu estromesso, 1496, da Ferdinando II o Ferrandino, re di Napoli per la seconda volta (7 luglio 1495-7 ottobre 1496), dopo la partenza di Carlo VIII. Pare che Tommaso di Loria, avesse partecipato alla congiura dei Baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Ecc..ecc..”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”. Si tratta del testo di Vincenzo Lomonaco (…), ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858. Infatti, prima del Campagna, nel secolo precedente, il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo “Ruggiero di Lauria etc.,…”, a p. 10, citava Vincenzo Lomonaco (…) e scriveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna….Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Aieta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente”……Si inferisce inoltre dalle parole citate dal Sig. Lomonaco, che Ruggiero avendo ceduti al fratello Riccardo i castelli di Aieta e Tortora, la baronia di Lauria dovette necessariamente rimanere per se, perchè apparisce nel modo più lampante degli Annali del regno di Aragona, libro III, Capo 81, pag. 203, che il padre di lui era specificatamente, Signore di Lauria. Le terre di Basilicata, oltre quelle di Calabria e nel Principato, che furono restituite a Ruggiero da Carlo II d’Angiò, dietro la pace tra essi avvenuta, non sono forse i possedimenti che Ruggiero aveva in Lauria ? (2).”. Il Palmieri, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Costanzo lib. 3 e Summonte p. 2, lib. 3, Capo 2.”. Il Lomonaco, a p. 12 in proposito scriveva che: Dopo le più lunghe pazienti e minuziose indagini fatte nell’arcivio del nostro Regno si sono raccolti i seguenti fatti e documenti. La terra di Ajeta si appartiene fin dai tempi di Carlo I. d’Angiò alla illustre prosapia detta or ‘de Cloyra, or ‘de Cloyra’, or ‘Loria’, or ‘Lauria’. N’era signore Riccardo uno dei baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litizio tra i suoi figliuoli l’uno chiamato Riccardo siccome il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna, e quel che forma la gloria principale, per la sua grande valentia nelle cose guerresche e marittime, la quale fu per lo più sorrisa da propizia fortuna. Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Ajeta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente: e tal convenzione era addì 12 aprile 1301 rifermata dal Sovrano beneplacito di Carlo II. A Ruggiero successe il figliuolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu investito ai 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello, figliuolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che n’ebbe l’investitura ai 10 marzo 1310. Estinta colla morte di questo ultimo la linea discendente maschile di Ruggiero de Cloria; Carlo Duca di Calabria e Vicario Generale di suo Padre Roberto dichiarò devoluti alla corona i feudi possedut dalla famiglia suddetta tranne quelli assegnati per dote alle sorelle di Ruggiero Berengario. Si legge nell’Archivio generale una supplica della vedova di costui Giovanna di Tortora, con cui chiese ed ottenne dal Re Roberto addì 8 luglio 1331, che le fosse condonato il pagamento dell’aloe in once 28, tarì 26, e grana 5 per la ROcca di Ajeta (Rocce di Ageta) che disse per le precedenti guerre ridotta a stato deplorevole, e presso che disabitata: (ognuno conosce quanta parte si ebbe la famiglia de Loria nell’uragano politico onde fu sì miseramente e lungamente agitato il nostro Reame).”. Secondo il Lomonaco (…), dopo la morte di Riccardo di Lauria, nel 12 aprile 1301, i due suoi figli Ruggiero e Riccardo di Lauria, si divisero i beni ed i feudi e a Ruggiero di Lauria, l’ammiraglio, andarono i possedimenti di Lauria. E’ per questo motivo che secondo il Palmieri (…), il predicato di Lauria venne aggiunto al nome di Ruggiero. Il Lomonaco (…), riferendosi all’accordo stipulato tra i due fratelli Ruggiero e Riccardo di Lauria, figli entrambi del feudatario Riccardo, in proposito scriveva che: “….A Ruggiero successe il figliolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu ‘investito’ il 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello figliolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che ne ebbe l’investitura il 10 marzo 1310. Estinta colla morte di quest’ultimo colla morte discendente ecc…ecc…”. Secondo la ricostruzione storiografica delle origini di Ruggiero di Lauria che fanno i due studiosi Augurio e Musella (…), Ruggierone, figlio di Bianca Lancia e di Ruggiero di Lauria. Ruggierone sposò Giovanna, figlia di Rinaldo di Tortora da cui ebbe un figlio di nome Riccardo. I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, parlando della successione a Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca. Il primo figlio ebbe nome Ruggerione e, divenuto adulto, collaborò col padre in casi spesso complessi. Tra le carte conservate nell’Archivio Real de la Coron d’Aragon’ di Barcellona, pubblicate dallo Scarlata, troviamo il testamento di Ruggierone, stilato nel 1307 (64). Si tratta di un documento per uso interno della cancelleria. Entrando nel merito del documento troviamo che viene istituito erede univerale Berengario, figlio di secondo letto. Dispone inoltre che il debito contratto da Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, per il matrimonio contratto con la sorella Goffredina sia assegnato alla sorella Margherita per il suo matrimonio. Lascia, infine alla sorella Ilaria il feudo di Ricigliano in Calabria. Ruggierone, ricevette dal padre la baronia di Tirello, Ursomarso e Abbatemarco. Mostrava già i segni di uomo di gran merito quando morì a soli 22 anni. Sposò Giovanna, figlia di Rinaldo di Tortora, ed ebbe un figlio di nome Riccardo (di lui parleremo in seguito).”. Augurio e Musella, a p. 32, nella nota (64) postillavano che: “(64) M. Scarlata, op. cit., pp. 307-311.”. Augurio e Musella si riferivano al testo di Mario Scarlata (….), Carte reali diplomatiche di Giacomo II d’Aragona (1291-1327) riguardanti l’Italia, Palermo, 1993; Acta siculo-aragonensia, Palermo, 1972.

Nel 1305, Tommaso II Sanseverino, acquistò Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Nel 1291 Tommaso di Sanseverino aveva acquistato Centola, Polla e Cuccaro, nel 1294 Sanza, nel 1295 Atena, Postiglione, Sala Consilina, S. Severino di Camerota, Casal Buoni Ripari, Pantuliano, Castelluccio (Cosentino), Corbella, Monteforte (Cilento), Serre, Padula, nel 1301 e Policastro nel 1305. Ebbe inoltre confermate le baronie di Cilento, Diano, Lauria, S. Angelo a Fasanella e Magliano Vetere.”.

Nel 1306-1307, Riccardo, Giacomo, Roberto di Lauria, forse zii paterni di Ruggero di Lauria (Ammiraglio)

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Confermerebbe la prima ipotesi – quella cioè che individuerebbe Roberto, Giacomo e Riccardo di Lauria quali zii paterni di Ruggero – un documento angioino del 1306-1307 recante la ‘Forma commissionis officii viceamiracie’, che nell’ultimo capoverso annota: “PRESCRIPTA (sic) forma concessa fuit de novo dom. Riccardo de Lauria patruo dom. Rogerii de Lauria antiquitus tamen predecessoribus fuit in alia forma concessa (….)(123).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (123) postillava che: “(123) RCA, vol. XXXI, p. 71-74, n. 41.”. Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.

Nel 1306, Tommaso II Sanseverino costruisce la Certosa di S. Lorenzo a Padula

Da Wikipedia leggiamo che nel 1306 fu decisa da Tommaso II, la costruzione di un monumento certosino, i cui lavori iniziarono il 28 gennaio dello stesso anno, sotto la supervisione del priore della Certosa di Trisulti, sul sito di un preesistente cenobio (a Padula). il 17 aprile dello stesso anno, poi, il re Carlo II lo Zoppo ne confermo’ la fondazione. I lavori proseguirono, con ampliamenti e ristrutturazioni, fino al XIX secolo. Si tratta del complesso certosino più grande d’Italia, dichiarato nel 1998, patrimonio dell’umanità. Le ragioni della costruzione furono specialmente politiche. Sanseverino, con la costruzione della Certosa, voleva ingraziarsi i reali angioini del Regno di Napoli: i certosini erano un ordine religioso francese; la casa generalizia, fondata nel 1084 da San Brunone, si trovava a Grenoble, e non poteva quindi che essere graditissima al sovrano angioino, di cui Sanseverino era un fedelissimo, la fondazione di una Certosa a Padula. Quando questa fu in grado di poter accogliere i monaci di San Brunone, il conte Tommaso Sanseverino inviò al Generale di Grenoble, il privilegio di donazione. Poco dopo, riunitosi il Capitolo a Grenoble, furono mandati alla Certosa i padri e il priore Giovanni Tommaso da Vico, per stabilirvi l’osservanza della Regola. Inoltre la posizione della certosa consentiva il controllo del territorio, dei grandi campi fertili circostanti, dove venivano coltivati i frutti dai monaci che gestivano il complesso, oltre al controllo delle vie che portavano alle regioni meridionali del Regno di Napoli. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208 riferendosi a Sanza e a Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: Nel 1306 il Sanseverino fondò la Certosa di Padula, effettuò opere di bonifica del Vallo (fece ripulire il canale del ‘Fossato’), si prese cura dei numerosi feudi tra cui il ‘Castrum Sanse’. Ecc…”.

Nel 15 novembre 1306, Roberto d’Angiò

Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. III: “Classi e conflitti sociali”, a p. 280 in proposito scriveva che: “Gli appaltatori della gabella “auripellis, tintorie sete et cuculli” di Salerno, affermano, sula fine del 1306, che i neofiti Salernitani, hanno deciso di assumere alcuni detestabili atteggiamenti in pregiudizio grave dei gabellieri, e quindi del pubblico erario, esercitando “segretamente nelle loro case l’arte loro e incettando gran quantità di seta, per tutto il Salernitano fino a Policastro, per rivenderla alla fiera di S. Matteo, liberamente in frode dei diritti fiscali” (4).”. Il Caggese, a p. 280 del vol. I, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Reg. Ang., n. 164, c. 84-84t, 15 novembre 1306: “…..condixerunt setam et cucculum ecc…ecc..”.

Nel 14 ottobre 1308, Carlo di Loria o di Lauria, fratello di Ruggerone e figlio di Ruggero di Lauria, signore di Ajeta

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo investito il 14 ottobre 1308, e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Lauria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+ 1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi della famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107). Il feudo di Ajeta ritornò, successivamente, ai Loria, fino a quando Tommaso ne fu estromesso, 1496, da Ferdinando II o Ferrandino, re di Napoli per la seconda volta (7 luglio 1495-7 ottobre 1496), dopo la partenza di Carlo VIII. Pare che Tommaso di Loria avesse partecipato alla congiura dei baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Per questo motivo la Terra di Ajeta fu donata, per benemerenze, a Giovanni de Montibus. Nella conquista del Regno di Napoli da parte del visconte di Lautrec, Odet de Foix, 1528, Francesco di Loria, barone di Ajeta, con Simone Tebaldi di Capaccio ebbero l’incarico della conquista della Calabria. A Capo d’Orso la defezione del Loria determinò la vittoria navale della Lega, 27-28 aprile 1528 (109). I feudi sottoposti, anche indirettamente, ai Loria aprirono le porte ai francesi: Cirella, Ajeta, Tortora, Fiumefreddo, Abatemarco (110). Durante la riconquista spagnola (il Lautrec era morto tra il 15 ed il 16 agosto 1528), il castello di Ajeta oppose resistenza. Infine si arrese, ma fu confiscato e concesso ad un Loquingen (111).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca.”.  Sempre i due studiosi Augurio e Musella, a p. 34, in proposito scrivevano che: Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Saurina d’Entenca, figlia di Berengario d’Entenca, una delle famiglie più importanti di Aragona e Catalogna. Da questo matrimonio nacquero altri due figli, Carlo, Berengario e Margherita.”. I due studiosi, per la ricostruzione della discendenza di Ruggiero di Lauria hanno utilizzato la cronologia del Muntaner (…). Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Infatti, Vincenzo Lomonaco (…), nel suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858, parlando di Tortora e della successione a Ruggiero di Lauria dei suoi figli nella Contea di Lauria e Maratea, in proposito scriveva che: “….A Ruggiero successe il figliolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu ‘investito’ il 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello figliolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che ne ebbe l’investitura il 10 marzo 1310. Estinta colla morte di quest’ultimo colla morte discendente ecc…ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, ecc..ecc…”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”.

Nel 1308, Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia che appartenevano alla Contea di Lauria divendono feudo dei Sanseverino, quando Arrigo Sanseverino sposa Ilaria dell’Oria, figlia dell’Ammirglio

Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Nel 1308, le terre di Lauria passarono ad Enrico Sanseverino, IV conte di Marsico e Gran Connestabile del Regno di Napoli, che sposa la contessa di Lauria Ilaria, figlia del famoso ammiraglio Ruggiero di Lauria, che conquistò fama e onori durante la guerra del Vespro. Ruggiero, oltre che del titolo di Grande Ammiraglio del Regno d’Aragona e di Sicilia e di signore di Lauria, si fregiò anche dei titoli di signore delle terre di Castelluccio, Lagonegro, Laino, Maratea, Papasidero, Rivello e Rotonda. Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria la quale, in un matrimonio probabilmente più d’interessi che d’amore, pensò giustamente di porre il feudo di Lauria sotto la protezione delle effige della blasonata famiglia del marito. Da questa unione nacquero Tommaso e Ruggero. Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Aten. Viene nominato dal Re Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori. Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino ecc…”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’) riferendosi a Tommaso II Sanseverino a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) ……Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”.

ENRICO (ARRIGO) SANSEVERINO, figlio secondogenito di Tommaso II Sanseverino e la Valmontone

Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) ……il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Dunque, il Gatta scriveva che alla morte di Tommaso (II) Sanseverino, Sveva d’Avezzano, sua seconda moglie diede, con la licenza di re Carlo II d’Angiò, “….ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Tommaso Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): ecc…”.

Nel 1309, ILARIA DI LAURIA o Maria dell’Oria ed ENRICO II (“Arrigo”) SANSEVERINO successero nella Contea di Lauria

Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc….L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero. Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Dunque, secondo il Mazziotti, Enrico (“Arrigo”) di Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino, morì nel 1336 a Diano dove sono sepolte le sue spoglie. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”.  Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”.  Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che:  “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Lo storico locale di Lagonegro Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a p. 208 scriveva che: Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio….A Bartolomeo di Lauria successe, nel 1350, l’unica figlia ‘Ilaria’, la quale sposò ‘Arrigo Sanseverino’ ed ereditò pure il feudo di Lagonegro, trasmettendolo al figlio o nipote ‘Gaspare Sanseverino’. Così Lagonegro passò, con la Contea di Lauria, sotto il dominio della potentissima famiglia Sanseverino, la quale possedeva in feudo, per le varie ramificazioni sue, quasi tutta la Basilicata, ed ebbe tanta parte negli avvenimenti che si succedettero per lungo tempo nel Regno.”. Non mi ritorna la cronologia riportate dal Pesce se confrontate con il Mazziotti, che scriveva sulla scorta di una lapide sulla tomba sacello di Enrico Sanseverino a Diano che egli morì nel 1336, mentre il Pesce scriveva addirittura che solo nel 1350 sua moglie “Ilaria di Lauria” (per il Pesce e per altri) o “Maria dell’Oria” per il Mazziotti, avesse ereditato il feudo di Lauria solo nel 1350. Non mi ritorna pure la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Su un sito web che ci parla della familia dei Sanseverino e delle sue ramificazione leggiamo che Enrico Sanseverino IV conte di Marsico morì nel 1314 e gli successe il figlio Tommaso III Sanseverino. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314).”. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino a cui è legato il nome della Certosa di Padula, morì nell’anno 1314 e stessa notizia troviamo su un sito web. Non mi ritrovo con quanto scriveva il Pesce sulla successione del feudo di Lauria. Mi chiedo come potevano succedere nei feudi Ilaria di Lauria ed il marito Enrico di Sanseverino nel 1350 se Enrico Saneverino morì nell’anno 1314. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano e di Tommaso II di Sanseverino, in proposito scriveva che: Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita……Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Da wikipidia, in riferimento a Tommaso II Sanseverino leggiamo che succedette a suo padre, e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro, ecc.., signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, nacque primogenito dalla prima moglie di Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, Margherita di Valmontone di Ariano. In seguito, sempre secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, sposò Ilaria di Lauria, figlia dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria che gli portò in dote 2000 once d’oro, ebbero due figli: Tommaso III Sanseverino e Ruggero Sanseverino. Dunque, secondo gli archivi Angioini, il nesso che legava la famiglia di Ruggiero di Lauria ai Sanseverino fu il matrimonio della figlia Ilaria e Enrico di Sanseverino, figlio di Tommaso di Sanseverino, che in seconde nozze nel 1302 aveva sposato Sveva, Contessa di Tricarico. Il nesso che legava i Sanseverino con i Loria o la famiglia di Ruggiero di Lauria è il matrimonio con Ilaria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), dal matrimonio di Ilaria di Lauria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino, nacque Tommaso III di Sanseverino. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che:  “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Ebner riguardo il Volpi si riferisce a Giuseppe Volpi (…) e al suo Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio”, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II°, epigrafe a p. 57. Giuseppe Volpi (…), a p. 56 in proposito a Tommaso Sanseverino ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula data nel 1308 ai padri Certosini, riferendosi a quel periodo, scriveva che: “E in vero che piucche molto fioriva in quel secolo la pietà cristiana; imperocchè nello stesso tempo Maria di Loria figliuola dell’Ammiraglio Roggiero, e moglie di Arrigo Sanseverino (b) Contestabile del Regno nato dal suddetto Tommaso, fondò sette Conventi per gli Frati di S. Francesco, e tra questi quello dè Conventuali di Cuccaro, nella cui Sagrestia essendone stata posta la memoria, consumata poi nel tempo, fu rinnovata dal P. Maestro dè Rossi con un’altra iscrizione, con errore da lui intitolata ad Ilaria di Loria, la quale per essere stata sorella (c), e non figliuola dell’Ammiraglio Rogiero, non ebbe alcuna di queste Signorie, che egli le atribuisce, e che furono di Maria per ragion di Arrigo Sanseverino suo marito; onde crediamo, che il P. Maestro ingannato dalla similitudine del nome, posto che la prima lettera di Maria sia stata rosa dal tempo, senz’altra diligenza fare, giudicasse Ilaria la fondatrice. L’iscrizione è la seguente.”.

Volpi Giu, op. cit., p. 57

Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (a) postillava che: “(a) Camillo Tutini nel libro dè Contestabili del Regno”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (b) postillava che: “(b) Filiberto Campanile nella famiglia Sanseverina, Carlo De Lellis nella famiglia Sambiase.”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (c) postillava che: “(c) Registro del Re Roberto degli anni 1326 e 1327, presso Carlo De Lellis al luogo cit.”. Dunque, questo è ciò che scrive il Volpi sulla scorta del De Lellis e del Campanile. Pietro Ebner, scriveva che l’Antonini attibuisce la fondazione del monastero di Cuccaro ad Ilaria di Lauria, figlia dell’ammiraglio Ruggero di Lauria. Giuseppe Antonini (…), a p. 340 della sua “La Lucania”, nel discorso VI, a p. 336, in proposito a Cuccaro scriveva che: “Trovasi in questa terra un ricco Monistero di PP. Francescani, edificato già dalla pietà d’Ilaria di Loria, figlia del famoso Ruggieri, siccome ne faceva fede un’iscrizione posta nel Coro di questa Chiesa, oggi ingratamente tolta via. Ci è chi ha voluto, che quell’Ilariae (I) dovesse leggersi ‘Mariae’, e verrebbe ad esser sorella, non figlia di Ruggieri, quale l’iscrizione la chiamava; oltrechè la medesima da me più volte attentamente letta, a chiari caratteri diceva ‘Ilariae’; nè ci è mancato chi ad altri ancor abbia voluto questa fondazione attribuire, come fu il P. Ridolfo Toffiano’ nella ‘Storia della Religion Serafica al lib. II. dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato, così scrive: ‘Locus Cuccari, quem construxit Magister Antonius piscopus Acernanus. Extant ejus insigna in Choro’. Ma altamente in ‘Toffiani’ s’inganna, perchè in un pilastro superiore del Chiostro, oggi rinnovato, ho io letto il numero dell’anno della fabbrica MCCCXXXIII. quando il Vescovo morì nel MDX. ed oltre a ciò nell’atrio inferiore è dipinto a fresco il ritratto della medesima Ilaria fondatrice. Conservavasi con molta venerazione in una particolar cappella vicino al chiostro un considerabile pezzo del legno della Croce di Cristo nostro Signore, ed altre insigne reliquie ancora.L’Antonini (…) a p. 339, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Scipione Ammirato’ nella famiglia di Diano fa menzione di questa Ilaria, e la chiama vedova di Enrico Sanseverino, nipote di Ruggiieri, Conte di Marsico. ‘Filiberto Campanile’ nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”Dunque, l’Antonini (…), cita Scipione Ammirato (…) che nel suo ‘Delle Famiglie nobili napolitane’, Firenze, 1580-1651, la chiama “vedova di Enrico Sanseverino” e poi cita pure Filiberto Campanile (…) che nel suo ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile’, edito a Napoli il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, scriveva che nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”.

NEL 1309, ROBERTO D’ANGIO’

Roberto d’Angiò, detto il Saggio (Torre di Sant’Erasmo, 1277 – Napoli, 16 gennaio 1343), figlio del re Carlo II d’Angiò e della regina Maria Arpad d’Ungheria, fu nominato nel 1296, durante il regno di suo padre, primo duca di Calabria, titolo che manterrà fino alla sua incorazione a re di Napoli, avvenuta alla morte del padre nel 1309. Sarà sovrano del Regno di Napoli, assieme ai titoli di conte d’Angiò e del Maine, conte di Provenza, e re titolare di Gerusalemme, fino alla sua stessa morte, avvenuta nel 1343. Senza eredi legittimi in vita, Roberto sarà succeduto al trono dalla nipote Giovanna, figlia di suo figlio Carlo, duca di Calabria. La guerra, interrotta dalla morte di Enrico, proseguì contro i ghibellini Matteo Visconti e Cangrande della Scala. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tasata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico.”. Mazziotti, a p. 135, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187.”. Forse il Mazziotti postillando di Minieri Riccio nella sua nota (4) si riferiva a ‘Memorie della guerra di Sicilia.

Nel 1310, Torraca, Tortorella e Policastro nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

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Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.

Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)

  • Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV

Foglio 250 (v)

  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”.

Nel 1308, il ‘castrum Turricelle’ (Tortorella)

Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: Del ‘castri Turricelle’ viene fatto menzione anche nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, raccolta delle decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto fino a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.. Nicola Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di ) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana- 1948, pag. 479.”.

Nel 1310, nasce Tommaso III Sanseverino, V conte di Marsico, figlio di Arrigo (Errico) e di Ilaria di Lauria

Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina e, riferendosi ad Errico Sanseverino e della sua unione con Ilaria di Lauria, in proposito scriveva che: Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria la quale, in un matrimonio probabilmente più d’interessi che d’amore, pensò giustamente di porre il feudo di Lauria sotto la protezione delle effige della blasonata famiglia del marito. Da questa unione nacquero Tommaso e Ruggero. Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori.”. Dunque, Tommaso III Sanseverino nasce dall’unione di Errico Sanseverino e Ilaria di Lauria o dell’Oria, figlia del grande Ammiraglio. Nel 1310 diviene V conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Re Roberto d’Angiò lo nomina Gran Connestabile del Regno di Napoli. Nel 1330, alla morte del padre Errico, i possedimenti paterni cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero Sanseverino. Nel 1340, alla morte della madre, i possedimenti della madre cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero. Tommaso III Sanseverino muore il 27 aprile 1358. Riguardo la contea di Lauria, le notizie dateci dal Montesano contraddicono altre notizie intorno a Ruggero Berengario di Lauria, di cui parlerò innanzi. Infatti, Tommaso III Sanseverino dividerà i possedimenti paterni nel 1330 e quelli materni (della madre Ilaria), nel 1340. Dunque, secondo alcuni studiosi, Tommaso III Sanseverino diviene conte di Lauria ………….Su Tommaso III Sanseverino ha scritto pure Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento” riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc….L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Dunque, Matteo Mazziotti scriveva che Errico Sanseverino, padre di Tommaso III Sanseverino e di Ruggero Sanseverino, morì a soli 21 anni. Dunque, Errico (“Arrigo”) Sanseverino, marito di Ilaria dell’Oria, morì nel 1331. Infatti, il Montesano scrive dei possedimenti paterni passati a Tommaso III nel 1330. Mazziotti, a p. 136, riferendosi al primo figlio di Errico e Ilaria, ovvero a Tommaso III, in proposito dice che: “Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”.  Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che:  “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”.

Nel 10 marzo 1310, Ruggiero Berengario di Lauria, ultimo figlio di Ruggiero di Lauria, fu investito della Contea di Lauria

I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca.”.  Sempre i due studiosi Augurio e Musella, a p. 34, in proposito scrivevano che: Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Saurina d’Entenca, figlia di Berengario d’Entenca, una delle famiglie più importanti di Aragona e Catalogna. Da questo matrimonio nacquero altri due figli, Carlo, Berengario e Margherita. Quest’ultima sposò in prime nozze Ugo di Chiaromonte, appartenente ad una delle prime famiglie di Sicilia, da cui discese Costanza di Chiaromonte, regina di Napoli. Ad Ugo di Chiaromonte fu affidato dall’Ammiraglio il baliato del figlio minore, Berengario. Dopo la morte di Ugo, Margherita sposò in seconde nozze Bartolomeo di Capua, ecc…ecc…”. I due studiosi, per la ricostruzione della discendenza di Ruggiero di Lauria hanno utilizzato la cronologia del Muntaner (…). Infatti, Vincenzo Lomonaco (…), nel suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858, parlando di Tortora e della successione a Ruggiero di Lauria dei suoi figli nella Contea di Lauria e Maratea, in proposito scriveva che: “….A Ruggiero successe il figliolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu ‘investito’ il 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello figliolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che ne ebbe l’investitura il 10 marzo 1310. Estinta colla morte di quest’ultimo colla morte discendente ecc…ecc…. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Luria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi di famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107). Ecc..ecc..”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”. Dunque, secondo la ricostruzione storiografica delle origini di Ruggiero di Lauria che fanno i due studiosi Augurio e Musella (…), Ruggierone, figlio di Margherita Lancia e di Ruggiero di Lauria. Ruggiero di Lauria ebbe dall’altra moglie Saurina d’Entenca un altro figlio chiamato Ruggiero Berengario. Il Pucci (…), a p. 85 scrivendo che: “A Tortora….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496).”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Luria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi di famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”.

Nel 1313, la seconda guerra del Vespro nel Golfo di Policastro

La guerra però riprese nel 1313 quando Federico III rivendicò il titolo di re di Sicilia per il figlio Pietro. Si riuscì a trovare un primo accordo solo alla morte di Pietro (1342), quando salì al trono il figlio Ludovico sotto tutela di Giovanni d’Aragona, detto la «Pace di Catania» l’8 novembre 1347, che non fu ratificato dal parlamento siciliano. Nel XVI secolo la guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra il re francese Carlo II d’Angiò contro Pietro d’Aragona ed i saraceni Almugaveri che volevano conquistare il Regno di Napoli, si sviluppò  a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incidendo sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. In questo tremendo conflitto, Policastro ed il porto naturale di Sapri, ebbero un importante ruolo che andrebbe ulteriormente indagato. Certo è che, a causa delle operazioni militari della Guerra del Vespro, i piccoli borghi marinari del Cilento, subirono notevoli danni. Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo (…), scriveva in proposito: Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (….), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus'”.

Nel 1314, Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio primogenito di Tommaso (II) e sposo di Ilaria di Lauria muore

Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) ……il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Dunque, il Gatta scriveva che alla morte di Tommaso (II) Sanseverino, Sveva d’Avezzano, sua seconda moglie diede, con la licenza di re Carlo II d’Angiò, “….ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Tommaso Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): ecc…”.

Nel 1314, a Tortorella

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 677, parlando del casale di Tortorella, in proposito scriveva che: “Nell’Abbadia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella.”. Il 30 gennaio 1314 (11), per scadenza, vennero devoluti “in feudum nobile” tutti i beni che erano stati di Giovanni Lombardi di Tortorella, da parte di Tommaso Sanseverino a Silvio Vulcano di Padula. L’Ebner a p. 677, nella sua nota (11) postillava che: “(11) I, ABC, LXV 41, 30 gennaio 1314, XII”.

Nel 1314, Nicolò Arabito, milite di Policastro

Matteo Camera (…) nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, parlando dell’anno 1324 e dell’editto di re Roberto d’Angiò per Bartolomeo Roveti, a p. 313, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette di poi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.”.

Nel 31 dicembre 1317, il milite Iacopo Capano a Policastro

Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. III: “Classi e conflitti sociali”, a p. 334, parlando dell’acuirsi di forme “intollerabili” di violenze e soprusi dei feudatari locali, in proposito scriveva che: “A Policastro, Iacopo Capano, milite, scaccia violentemente i portulani, impedisce gli abitanti di fornire loro delle vettovaglie, e non permette che si esigano i diritti di uscita, da quella che egli considera terra assolutamente sua (2)!.”. Il Caggese, a p. 334 del vol. I, nella sua nota (2) postillava che: “(4) Reg. Ang., n. 212, c. 26, 31 dicembre 1317.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dei Capano, affidatari dei Lancia e dei Sanseverino, però si riferisce al 1343 quando con Tommaso II Sanseverino, Giacomo Capano assistettero all’incoronazione di Giovanna I.

Nel 1318 re Roberto d’Angiò signore di Genova

Già in possesso di vasti possedimenti in Piemonte, Roberto estese ulteriormente la propria influenza nella penisola: nel 1317 fu nominato dal papa senatore di Roma, nel 1318 divenne signore di Genova – di cui detenne la signoria sino al 1334 – e, nel 1319, di Brescia. Fu ricordato da Petrarca e Boccaccio come colto e generoso mecenate: il Petrarca, che gli dedicò l’Africa, volle addirittura essere esaminato da lui prima dell’incoronazione in Campidoglio (1341). Leggiamo da Wikipedia che nel 1319, Genova è assediata dall’esercito ghibellino di Marco Visconti, cui partecipano i Doria e gli Spinola fuoriusciti. Arriva a Genova per la parte guelfa il re di Napoli Roberto d’Angiò che nel 1324, dona Policastro a Bartolomeo Roveti di Genova. La guerra, interrotta dalla morte di Enrico, proseguì contro i ghibellini di Matteo Visconti e Cangrande della Scala. Dopo la morte del fratello Carlo Martello (1295), Roberto divenne erede al trono di Sicilia. Le lotte tra guelfi e ghibellini, che nella Repubblica presero il nome rispettivamente di “rampini” e “mascherati“, progredirono fino al 1270, anno in cui Oberto Doria e Oberto Spinola, a seguito di un’insurrezione ghibellina, divennero di fatto “diarchi” e riuscirono a governare la città per circa 20 anni, in pace. Le lotte intestine non cessarono nemmeno dopo i successi navali del XIII secolo. I troppi interessi economici in gioco, costrinsero ulteriormente il governo della città ad abbandonare le figure istituzionali precedentemente adottate, dai consoli in poi. Dopo ben cinque diarchie Doria-Spinola (ghibelline) e una Fieschi-Grimaldi (guelfa), intervallate da diverse forme di governo, fu così creata la carica di Doge, similmente a quello che già accadeva a Venezia. Simone Boccanegra, eletto nel 1339 (e a cui Giuseppe Verdi dedicò un’opera secoli più tardi), tentò di estromettere i nobili e coloro che erano coinvolti in lotte plurisecolari, dal governo cittadino.

Nel 13 dicembre 1318, Roberto d’Angiò, esenta dalle tasse il casale di S. Giovanni a Piro

Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. VI: “La finanza pubblica e la corte”, a p. 617, parlando delle imposizioni fiscali e dei diversi atteggiamenti della Curia angioina verso alcuni casali del Regno, in proposito scriveva che: “Altra volta, su i primi del trecento, come per il “castrum Milani” (Magliano), anche nel Principato, ogni fuoco dà un tarì e mezzo, cioè circa tre lire, prima della sciagura, per sentirsi costretta a dare tre tarì quando, ridotta la terra da 600 fuochi ad 80, la somma totale dell’imposta discende a….(3).”. Il Caggese, a p. 617 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Reg. Ang., n. 220, c. 311t- 312, 2 ottobre 1318. Vi si accenna a docc. del 12 giugno 1305 e 16 giugno 1309. — La stessa proporzione è osservata per il Casale “Sancti Johannis ad Piram prope Policastrum”, dipendente dall’abbate di quel Convento: Reg. Ang., n. 220, c. 320-321, 13 dicembre 1318 .”. Nel 1320, con il quale il re (re Roberto e non Carlo II d’Angiò) ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa. Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte, che facevano li habitatori di d. loco le quali in recognitione di dominio pagavano le risposte al Monastero, e dalla narrativa di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero, e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi anche un Breve di Sisto IV dell’anno 1473. dal quale si deduce che in quel tempo vi era detto Monastero, & in oltre, da una commissione del Rè Carlo Secondo inserita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc... Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”.

di luccia, p. 13

(Figg…) Di Luccia (…), op. cit.,  pp. 11-12

Nel 1320 (per Mazziotti) e 1321 (Fusco), muore Tommaso II Sanseverino (secondo il Mazziotti)

Da Wikipedia leggiamo che Tommaso II Sanseverino (1255 circa – 25 settembre 1324) è stato un nobile italiano, conte di Marsico e Tricarico, e barone di Sanseverino, noto per aver fondato la certosa di Padula, dal 1998 patrimonio UNESCO. Morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula (1). Wikipedia, nella nota (1) postillava che: “(1) Cappella del tesoro, sala del capitolo, cimitero antico e cappella del fondatore, su polomusealecampania.beniculturali.it (archiviato dall’url originale il 25 settembre 2018).”. Non mi ritorna però la cronologia del Mazziotti in quanto nella sua “La Baronia del Cilento” a p. 135, parlando di Tommaso II di Sanseverino scrive che: “In essa, volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu ecc…. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero Sanseverino e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 135 scriveva che: In essa volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu posta questa epigrafe: ecc…”. Anche Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”.

Nel 1° gennaio 1320, Bartolomeo di Lauria è Conte di Lauria e signore di Lagonegro

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a pp. 206-207-208 scriveva che: Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio. E’ notevole un diploma di grazie accordato, nel 1° gennaio del 1320, dal detto Bartolomeo in premio della fedeltà e dei servigi ottenuti dall’Unità e dai cittadini di Lagonegro. Assicurano il Falcone ed il Tortorella che dal diploma di grazie, nel quale Bartolomeo si denominava ‘utile signore di Lagonegro’, si conservava originariamente scritto su pergamena, nell’Archivio Comunale, ma esso è andato distrutto.”. Il Pesce a pp. 207-208, riporta l’intera trascrizione del docuumento o del privilegio di Bartolomeo trascritto dal Tortorella (…). Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.

Nel 1320, la popolazione dell’Università di Torraca nel “Generalis Subventio Angioino”

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: Nel ‘Generalis Subventio Angioino’ del 1320 vengono riportati per ciascuna “università”, ovvero per ogni attuale comune della provincia di Salerno, i valori dell’imposta applicata in proporzione al numero dei nuclei familiari e del loro reddito. Ogni nucleo familiare rappresentava un “fuoco”. Per risalire dal dato finanziario espresso in moneta del tempo, ossia “Once”, “Tari” e “Grana” a quello del numero dei fuochi, occorre adottare un moltiplicatore pari a circa 35 grani che rappresentava la tassazione focatica per ogni nucleo familiare di un piccolo centro come il nostro paese. Poichè ogni fuoco era composto da 6 persone è possibile ricavare il numero degli abitanti. Dal predetto documento si ricava che Torraca (e quindi anche il territorio di Sapri che ne faceva parte) nel 1320 veniva tassato per 1 oncia, 27 tarì e 10 grana. Poichè: 1 Oncia = 30 Tari = 600 Grana, nel nostro caso si ha per 1.27.10 1 Oncia = 600 Grana; 27 Tari = 540 Grana; 10 Grana = 10 Grana; Tot. = 1.150 Grana. Come si è già precisato, ogni fuoco era tassato con 35 Grana, si ottiene così: 1.150: 35 =32,86, ossia circa 33 fuochi che moltiplicato per 6, otteniamo: 33 fuochi x 6 (persone per fuoco) = 198 abitanti. Da quando sopra esposto è possibile tentare una stima del totale di abitanti; aggiungendone un 10 % di quelli non considerati nella tassazione focatica, arriviamo ad un numero complessivo di circa 220 anime.”. Il prelievo dell’imposta diretta rappresenta un tassello importante della politica fiscale angioina. La generalis subventio o colletta fu formalmente richiesta come tassazione straordinaria per la difesa del Regno ; tuttavia per la frequenza dell’esazione, essa si configurò, sostanzialmente, come un vero e proprio tributo ordinario e annuale. Nel solco dei cambiamenti già apportati dalla monarchia normanno-sveva, furono i primi due sovrani angioini, Carlo I e Carlo II, a intervenire nel sistema fiscale, precisando più compiutamente le funzioni degli ufficiali preposti alla riscossione dell’imposta e le procedure legate al prelievo. Le pratiche fiscali messe in atto nel corso del XIII secolo sono state ampiamente studiate nei lavori di Romolo Caggese, Giuseppe Galasso, Jean-Marie Martin, Serena Morelli e Giovanni Vitolo. Meno note sono invece le situazioni che si vennero a creare con i sovrani successivi, i quali non intervennero in maniera significativa in ambito fiscale, ma adottarono la politica già tracciata dai loro predecessori, declinandola secondo i contesti e le contingenze. Il presente lavoro si propone, pertanto, di offrire una panoramica sulle diverse modalità di applicazione del prelievo diretto nelle ancora poco studiate periferie del regno tra XIV e XV secolo, soffermandosi in particolare sulle due province di Terra di Bari e di Terra d’Otranto, sulla scorta della documentazione offerta dai Registri ricostruiti della Cancelleria Angioina, dai Libri Rossi e dai Codici Diplomatici. Verranno presi in considerazione alcuni interessanti aspetti dell’amministrazione fiscale : le competenze degli ufficiali preposti alla riscossione ; la serrata contrattazione tra la monarchia e le università ; le concessioni di riduzioni e remissioni di una parte o dell’itera somma da versare e infine la ripartizione dell’onere fiscale all’interno delle comunità.

Nel 10 setembre 1320-21, Policastro fu distrutta e occupata dalla flotta di Federico d’Aragona al comando del genovese Corrado Doria

Nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro fu riditrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: “terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit. Come scrissi nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: Ritroviamo Sapri, nella “carta nautica del Mediterraneo” dell’Atlante Catalano di Carlo V, della prima metà del secolo XIV. (98). E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona  (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: ” terram Policastri expugnavit imporbe concremavit  pariter et homines totaliter spoliavit“.”. Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. III: “Classi e conflitti sociali”, a p. 237 in proposito scriveva che: “Anzi, quando i feudatari fanno il loro dovere, come tra il 1319 e il ’20, nella campagna contro Rieti ed in quella, Federigo d’Aragona, sono generosamente esentati dal pagamento del tributo o della prestazione del servizio miltare (1). Il Duca di Calabria si limita ad ordinare ai portulani del Regno ed ai custodi dei passi montani di vigilare attentamente che ai nemici della Chiesa e del Re non fossero inviate le vettovaglie promesse dai Baroni (2).. Il Caggese, a p. 237 del vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Reg. Ang., n. 221, c. 216-216t, 10 settembre 1320. Rotta la tregua Federico occupò Policastro, dandola alle fiamme, e danneggiò “terram Iscle. Il Caggese, a p. 237 del vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(2) Reg. Ang. n. 254, c. 242t, 23 luglio 1324. La lettera del Papa è del 1° giugno.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Nel 1320, a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona Policastro fu ridistrutta, da marinai d’una flotta genovese al comando di Corrado Doria: ‘Terram Policastri expugnavit improbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit’.”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Ecc... I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515, nella loro nota (80) postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della famiglia Grimaldi a Policastro. Infatti, lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. II, nel cap. III: “Per la conquista della Sicilia”, a p. 190 in proposito scriveva che: “II. – Il 10 agosto 1230, tutti i Baroni e tutte le Università del Regno, obbligati a “dimitio militari servicio supra”, ebbero l’ordine di prepararsi alla guerra e di far buona guardia ai confini essendo virtualmente già rotta la tregua con la Sicilia (3). …i cittadini di Salerno furono invitati ad armarsi come meglio fosse stato loro possibile, per essere pronti a difendere con ogni mezzo la città minacciata (5), in collaborazione con quanti feudatari e uomini d’arme (continua a p. 191) vi si fossero trovati disponibili (1). Il pericolo urgeva; e in realtà la flotta siciliana, dopo aver gravemente danneggiato Policastro (2), aveva attaccata, forse il 10 e l’11 agosto, Ischia assolutamente indifesa distruggendone i pingui vigneti e i frutteti obertosi onde andava superba (3). Ormeggiata poi nelle acque di Ponza, indecisa se andare a dare l’assalto alla capitale o correre a Genova, l’armata facilmente vittoriosa, a cui si erano unite le galee dei Ghibellini genovesi comandate da Gerardo Spinola, ricevevano vettovaglie proprio dai fedelissimi di re Roberto.“. Caggese a p. 191, nella sua nota (2) a proposito dell’assalto a Policastro postillava che:  “(2) Vedi Camera, Annali, vol. II, p. 274 e fonti ivi citate. Vedi più compiutamente, la notizia  in Reg. Ang. n. 234, C 77-77t, 10 settembre 1320: “teram Policastri expugnavit improbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit…”.”. Matteo Camera (…), nel vol. II, a pp. 309-314. Infatti, Matteo Camera (…), a p. 309, in proposito scriveva che: “Oltre a quanto abbiamo dinanzi accennato intorno la città di Policastro, la quale era stata manomessa dai siciliani, e simultaneamente incendiata e agguagliata al suolo dai genovesi (v. av. pag. 274), dobbiamo aggiungere intorno ad essa talune altre peripezie che gli scrittori contemporanei non seppero nè punto nè poco tramandarci. Questa città pingue ed ubertosa dell’antica Lucania, nobile per la sua origine (2), ed a niuu altra seconda nelle sciagure, era stata sempre mantenuta e conservata nel regio demanio.”. Dunque, Matteo Camera (…), a p. 309 dei suoi “Annali”, vol. II, nella sua nota (2) riassume la storia di Policastro e di Bussento. Matteo Camera (…), ci parla della distruzione di Policastro da parte di Corrado Doria a p. 274.  Infatti, il Camera (…), nel suo vol. II, a p. 274, parlando dell’anno 1320, in proposito scriveva che: “Infrattanto Federico, impegnò il famoso Castuccio signore di Lucca, a porsi alla testa di quei fuoriusciti; e quindi fece partire da Sicilia una flotta di quarantadue navi, dirette dall’ammiraglio Corrado Doria di Genova, donde la corsa fu combinata col cammino dell’armata di terra. All’incontro, Roberto, pose in mare cinquanta legni che unì alle galee genovesi, sotto il comando del catalano Raimondo di Cardona, illustre capitano, che subito si condusse in cerca del nemico. L’ammiraglio siciliano scioltosi dal porto di Messina costeggiò dapprima il littorale delle Calabrie, ed a viva forza prese e distrusse la città di Policastro; “dum littora Calabriae excurrit, Policastren evertit” (1). Questa Città, probabilmente surta sulle rovine dell’antica ‘Bussento’ prendendo il nome di PALEOCASTRUM, o di antico castello, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Una tale catastrofe non fu mai rammentata dal nostro topografo Giustiniani (3). Dopo che l’ammiraglio siciliano ebbe distrutta Policastro, ch’ei trovò sguarnita di difensori, rivolse le prore verso Napoli, affin di farsi inseguire dalle galee angioine con maggiore ardore, e così dar tempo a Castruccio di raccogliere i fuoriusciti ghibellini, e di chiudere la piazza di Genova.”. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Th. Fazelli ‘de rebus Siculis’, poster decad. lib. IX – Anche il Maurolico scrisse: “Tota classis Genuam versus est navigarsi, Polycastrum in Calabria diripuit – Maurol. Sicanicae hist. lib. V.. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giustiniani, op. cit., tomo VII, vedi art. Policastro.”. Matteo Camera citava Tommaso Fazello (…), ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, pubblicato a Palermo nel 1560 e poi citava il Maurolico (…), di cui consiglio la lettura di Girolamo Di Marzo Ferro (…), ‘Della Storia di Sicilia dell’abate Maurolico’. Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, a p. 274, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Th. Fazelli ‘de rebus Siculis’, poster decad. lib. IX.”. Lo storico siciliano Tommaso Fazello o Fazzelli (…), nel 1560 pubblicò ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, scritto tutto in latino. Molto più tardi, in seguito, Remigio Fiorentino (…), lo ripubblicò integralmente tradotto in italiano, nel suo “Le due deche dell’Historia di Sicilia del Tomaso Fazello”, pubblicato a Venezia nel 1574. Nella traduzione del Fazello di Remigio Fiorentino (…), a p. 778 nel cap. IX, a p. 778, si legge che: “Nacque intanto in Genova tra i Dorij e i Spinoli, Ghibellini fuoriusciti, e tra i Grimaldi Flischi, e Malucelli, Guelfi che dominavano una gran sedizione: la onde i Guelfi chiamarono in loro aiuto il Re Ruberto, & i Ghibellini si raccomandarono al Re Federigo. Per la qual cosa, Federico l’anno di nostra salute MCCCXX, messa infreme un’armata di quaranta galere, andò alla volta di Genova: ma mentre ch’egli corseggiava per le riviere di Calabria, rovinò il castel di Policastro. Assaltò poi Voltiro, poco lontana da Genova, ecc…ecc…”. Dunque questo scriveva il Fazello secondo Remigio Fiorentino. L’interessante notizia, già in passato era stata accuratamente esaminata dagli studiosi di storia del Regno di Napoli. Infatti, anche il canonico Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, prendendo le mosse dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo Angioino, parlando di Policastro scriveva che: “Risorse gloriosa sotto il Regno dei Normanni, ma sotto i Re Angioni soggiacque a nuova disavventura, mentre bollendo le guerre tra i Re di Napoli e Sicilia nel 1320 fu assalita da Federico d’Aragona e diroccata, quando partì da Messina, per andare in aiuto ai Ghibellini di Genova, per quanto notò il Fozzelli. Rifatta di nuovo (dice questo medesimo Autore), ecc…ecc…”. Luca Mannelli, o Mandelli (…), scrisse nei primi anni del ‘600, un prezioso manoscritto intitolato ‘Lucania sconosciuta‘ (…), rimasto inedito, già conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno e, per molti secoli è stato introvabile e, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. In questo nostro studio, pubblichiamo tutto il Capitolo XI del Libro II, ovvero le pagine che ci parlano della storia di Camerota e di Policastro, proponendoci di pubblicare anche le pagine seguenti del manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, che riguardano il territorio fino a oltre Scalea. Luca Mannelli o Mandelli, era un frate Agostiniano (dell’Ordine di S. Agostino). Nella fortuna critica della sua “Lucania sconosciuta” c’è una palese contraddizione: da parte, il Mandelli è utilizzato e citato, dal Seicento in poi, fino ad oggi, dagli storici che si sono occupati del territorio lucano e poi salernitano; dall’altra, nonostante tale persistente ed indiscussa vitalità, la sua opera, tranne appunto la parte che riguarda il Vallo di Diano, è rimasta manoscritta. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini (…) e del Troyli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico sono stati i primi a comporre una storia organica dei nostri territori. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava (…). Il Padiglione (…), nel suo ‘La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati da Carlo Padiglione’, pubblicato nel 1876, a p. 262, leggiamo che:

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(Fig….) Pagina n. 50v, tratta dal Libro II, Cap. IX del  manoscritto del Mannelli (…)

Dunque, nel manoscritto del monaco Luca Mannelli o Mandelli (…), si cita lo storico siciliano Fazello (…). Come ho già precedentemente scritto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona  (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: ” terram Policastri expugnavit imporbe concremavit  pariter et homines totaliter spoliavit”, e più tardi, nel 1324, lo stesso Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti” viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi “(99). Sapri, figura anche sul “Portolano del Mediterraneo”, di Guglielmo Soleri, del 1385 circa (fig. 26) (100); ecc…. Riguardo l’episodio del 1320, che riguarda direttamente un distruzione di Policastro è quanto scriveva Rocco Gaetani sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani (…), a p. 29 in proposito scriveva che: “…per quanto notò il Fozzelli. Ecc…”. Il Gaetani (…), sulla scorta del Mannelli (…), a p. 29, citava Tommaso Fazello (….) (il Gaetani lo chiama Fozzelli), che nel 1560 scrisse il suo ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560. Il Fazello (…), nel suo Indice dei nomi e dei luoghi, alla lettera “P”, riporta: “Policastrum a Friderico Rege eversum 520”. Dunque, il Fazello parla di Policastro nell’anno 1320. Tommaso Fazello (…), nella sua opera sulla Sicilia, a p. 520, in proposito a Policastro scriveva che: “Gibellini verò Fredericum evocarunt. Anno itaq; fal. 1320. Fridericus Rex cum quadraginta triremium classe contra Genuam soluit. Sed dum littora Calabrie excurrit, Policastrum oppidum evertit. Deinde oppidum Voltirum ecc…”. Fazello riporta la notizia che nell’anno 1320 re Federico con 40 galee sbarcò a Policastro e la distrusse. Il Gaetani (…), sulla scorta del Mannelli (…), a p. 29, citava Tommaso Fazello (….) (il Gaetani lo chiama Fozzelli), che nel 1560 scrisse il suo ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560. Il Fazello (…), nel suo Indice dei nomi e dei luoghi, alla lettera “P”, riporta: “Policastrum a Friderico Rege eversum 520”.

Fazello, p. 520, estratto sulla distruzione di Policastro.PNG

(Fig….) Fazello Tommaso, op. cit., p…..

Dunque, il Fazello parla di Policastro nell’anno 1320. Alcune di queste carte nautiche in cui figura il porto di Sapri o il piccolo scalo marittimo di Sapri, sono elencate nel prospetto che Roberto Almagià (…), pubblicò nel suo ‘Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali’. Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, ecc…ecc….come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, al tempo degli Angiò. Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), su cui bisognerebbe ulteriormente indagare. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28, riferendosi a Policastro dopo la distruzione subita da Corrado Doria, in proposito scrive che: 16. Il Porto dei Genovesi. Presto si fa distuggere. Ad opera terminata, rimangono cadaveri disseminati, valori patrimoniali distrutti e gente impoverita senza tetto. A questi inconvenienti si poteva passa sopra…; ma era in gioco il trono di Napoli, come pure quello di Sicilia, perchè mancava il punto strategico di appoggio: Policastro. Quattro anni dopo la distruzione, che si era dimostrata indifendibile, ma sul posto della distruzione, che si era dimostrata indifendibile, ma sul posto antico, entro le mura del Guiscardo.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (77) postillava che: “(77) Caggese Romolo, op, cit.”. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 27 e s. scrive in proposito che: “Non passa molto tempo e nel 17 luglio 1320 ‘Federico d’Aragona’ dichiara la guerra e la settimana dopo, il 25 luglio, salpa una potente flotta, composta di 40 galee siciliane e 20 galee genovesi, sotto il controllo del genovese ‘Corrado Doria (73), e si dirige a Policastro per distruggerla. Il porto era punto di appoggio per i rifornimenti angioini; per indebolire le azioni del nemico, bisognava distruggerlo. Il governo di Napoli (Roberto d’Angiò) non si mosse affatto, abbandonando Policastro al suo destino. Dev’essere stato un assedio durante il mese di agosto 1320, perchè in data 10 settembre successivo leggiamo:  “Terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit(74), cioè la città di Policastro fu presa d’assalto, data alle fiamme, distrutta, e la sua popolazione completamente eliminata. Non sappiamo nulla sugli avvenimenti dell’agosto 1320, sulle azioni dei difensori, sulla finale sopraffazione, sull’eccidio e la cacciata degli abitanti, sull’incendio e la distruzione della città. I difensori sono forse periti; comunque non c’è dubbio che Corrado Doria abbia fatto diverse relazioni al suo re e che queste relazioni dovrebbero trovarsi negli archivi aragonesi di Saragozza e di Barcellona (Spagna). A quanto sappiamo, queste relazioni non furono mai cercate, per quanto sarebbero di grande interesse storico, per le ragioni che subito esporremo. Tali relazioni di Doria non sono nè a Saragozza, nè a Barcellona, ma forse a Palermo, sede della corte che avrebbe incaricato Doria.”. Il Tancredi, a p. 27, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Caggese R., Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, I, 1930, pp. 442-443.”. Il Tancredi, a p. 28, nella sua nota (74) postillava che: “(74) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 234, Carta n. 77.”. I Doria (detti anche D’Oria) sono un’antica e nobile famiglia originaria di Genova, con la cui storia spesso s’intreccia e s’immedesima la stessa storia familiari. Sino al XIV secolo i Doria primeggiarono, tra gare e rivalità, con le altre grandi famiglie feudali, gli Spinola, ghibellini come loro, e i Fieschi e i Grimaldi, due famiglie guelfe; dopo l’istituzione del dogato popolare (1339), perdono il predominio politico, ma conservano le tradizioni e le funzioni militari e navali; con Andrea Doria salgono all’apice della vita cittadina, e, anche perduta questa funzione predominante, conservano sempre per il numero, per le ricchezze e per le aderenze, grande importanza e autorità e hanno, anche in tempi più recenti e in momenti decisivi, una funzione quasi direttiva. Corrado Doria mantenne la carica solo per un breve periodo, durante il quale scoppiò il conflitto con Venezia. Verso la fine del 1297 diede le dimissioni e si recò in Sicilia, dove il re Federico III lo nominò grande ammiraglio, al posto di Ruggiero di Lauria. Mentre suo padre era riuscito a tenere Genova e se stesso fuori della guerra dei Vespri, il Doria prese posizione. Si trattava di una scelta rischiosa per la città, che veniva a trovarsi in grave urto con Carlo II d’Angiò che dominava l’Italia meridionale, dove Genova aveva notevoli interessi commerciali, e la Provenza, dove i fuorusciti guelfi genovesi trovavano appoggio e asilo per le loro azioni di saccheggio. Nel 1320, i ghibellini genovesi unirono le loro forze e allestirono una flotta di ventidue galere che, comandate dal Doria, insieme con quarantadue navi siciliane e con il sostegno dell’imperatore bizantino Andronico II, attaccarono alcune colonie genovesi nell’Europa sudorientale, arrecando gravi danni ai traffici di Genova con l’Oriente.

Nel 1321, GUGLIELMO (III) SANSEVERINO, figlio di Tommaso II e Sveva d’Avezzano successe al padre, nei feudi del Vallo di Diano

Nicola Montesano (…) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22 parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, il Montesano scriveva che Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio, Guglielmo Sanseverino. Dunque, Guglielmo Sanseverino era Conte di Capaccio. Il Montesano scriveva che alla morte di Guglielmo Sanseverino, non avendo figli maschi i suoi possedimenti furono ereditati e divisi tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino. Chi era Guglielmo Sanseverino ?. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208 riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) ……in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Ecc…”. Dunque, questo Guglielmo Sanseverino era il secondo figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. Guglielmo aveva altri tre fratelli: Giacomo (primogenito), Roberto e Ruggero, oltre ai due fratellastri figli della prima moglie del padre (Margherita di Valmontone): Ruggero ed Enrico. Il Fusco, a p. 208, in proposito scriveva che: Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Guglielmo (III) Sanseverino era figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. La madre di Guglielmo III Sanseverino, Sveva d’Avezzano, è stata la seconda moglie di Tommaso II Sanseverino ed era Contessa di Tricarico, figlia di Gismondo di Tricarico e vedova di Filippetto Polliceno. Dunque, anch’essa sposata in seconde nozze. Sulla discendenza di Guglielmo (III) Sanseverino, ha scritto Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 che, parlando del casale di Teggiano ci dice dei figli di Tommaso II Sanseverino, conte di Marsico (quello che fondò la Certosa di Padula) ed in proposito scriveva che: Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Ecc…”. Riguardo Guglielmo Sanseverino ne ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “della contea e della Signoria di Diano……Guglielmo (I) Saneverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ecc…”. Ebner prosegue a p. 639 coon Tommaso Sanseverino. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Tommaso Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che nei feudi di Diano ecc… successe Tommaso (III) Sanseverino, figlio di Enrico e Ilaria di Loria. Ebner scrive solo che Guglielmo III Sanseverino fu uno dei figli della seconda moglie di Tommaso II Sanseverino. Dunque, Ebner ci dice di Guglielmo (III) Sanseverino, che era figlio di Tommaso II e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano, contessa di Tricarico e con cui ebbe altri quattro figli: GIACOMO, GUGLIELMO III, ROBERTO III e RUGGERO III. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239……Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.

Nel 1321, re Roberto d’Angiò confermò le concessioni all’Università di Tortorella che nel 1021 fece Guaimario III

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15 in proposito scriveva che secondo un manoscritto: “….il longobardo Guaimario III principe di Salerno, ecc….”Nell’anno 1021″ concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Nel 1321 il Re Roberto confirmò lo stesso, e tolse le onze”, così come riportato nell'”In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella” (19), memoria redatta nell’aprile del 1931 da Francesco Polito – De Rosa, cofirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti. Sempre in questa “Memoria” si ricordano anche i nomi dei casali della Terra di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’).”. Il Montesano (…), a p. 16, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e dell ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Covane di Gaetano – Salerno 1931 – Appendice, p. 5.”. In Appendice però il Montesano riguardo questo testo aggiunge un autore “M. Gallotti” che dovrebbe essere il confirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti.”. Chi era l’autore di questa memoria scritta pubblicata a stampa, chi era Francesco Polito de Rosa, il cui memoriale scrive il Montesano “posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, ecc..” ? Il Montesano a p. 74, in proposito scrive che: L’unificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia in un unico Ente, secondouna leggenda che si tramanda nel corso degli anni e riportata anche dal Sostituto Procuratore del Re Francesco Polito-de Rosa nella sua memoria, datata 1931, “In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella”, avvenne nel 1810, per mano del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi ecc..ecc… (108).”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il Sostituto Procuratore del Re. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”.

Nel 1931, Francesco Polito-de Rosa, Sostituto Procuratore del Re firmò insieme a Mario Gallotti (podestà di Tortorella), la memoria sul comune di Tortorella

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15 in proposito scriveva che secondo un manoscritto: ….il longobardo Guaimario III principe di Salerno, “Nell’anno 1021” concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Nel 1321 il Re Roberto cofirmò lo stesso, e tolse le onze”, così come riportato nell'”In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella” (19), memoria redatta nell’aprile del 1931 da Francesco Polito – De Rosa, cofirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti. Sempre in questa “Memoria” si ricordano anche i nomi dei casali della Terra di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’).”. Il Montesano (…), a p. 16, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e dell ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Covane di Gaetano – Salerno 1931 – Appendice, p. 5.”. In Appendice però il Montesano riguardo questo testo aggiunge un autore “M. Gallotti” che dovrebbe essere il confirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti.”. Chi era l’autore di questa memoria scritta pubblicata a stampa, chi era Francesco Polito de Rosa, il cui memoriale scrive il Montesano “posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, ecc..” ? Il Montesano a p. 74, in proposito scrive che: “L’unificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia in un unico Ente, secondo una leggenda che si tramanda nel corso degli anni e riportata anche dal Sostituto Procuratore del Re Francesco Polito-de Rosa nella sua memoria, datata 1931, “In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella”, avvenne nel 1810, per mano del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi ecc..ecc… (108).”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il sostituto Procuratore del Re ai tempi del processo a Pisacane. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”. Da un articolo apparso su il Mattino, tratto dalla rete, troviamo scritto che: “Il secolo di Donna Maria festa al castello per la baronessa” – Festa il castello. Il piccolo borgo di Battaglia, deliziosa frazione di Casaletto Spartano (nel cuore del Cilento) si prepara a festeggiare «la baronessa». Il suo non è un compleanno come gli altri: Donna Maria Amato Polito compie cento anni. Donna Maria Amato Polito era la moglie dell’avvocato Giosuè, figlio di quel Giuseppe Gallotti che nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. La madre, nonna Menchina (Domenica).  Madre di cinque figli, Giuseppe (ex funzionario dell’Enpi), Prosperina e Carla (insegnante di lettere e storia dell’arte) e Mario (architetto), nonna di sette nipoti (uno di loro è sacerdote a Salerno) e dodici pronipoti, vive ancora giornate lunghe e intense passate a ricordare.

Nell’8 luglio 1324, Roberto d’Angiò concede per 25 anni Policastro al genovese Bartolomeo Roveti

Nel luglio del 1324, re Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti, “viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi (…). I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che, dopo l’anno 1320: Quattro anni dopo, nel 1324, re Roberto permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia, agli ordini di Bartolomeo Roveti, viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi. Le case furono ricostruite e Policastro ebbe migliore vita, in specie per le entrate della pesca.”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554 (forse p. 354). Ecc... I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515, nella loro nota (80) postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554 (forse p. 354). Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Matteo Camera (…), ci parla della distruzione di Policastro da parte di Corrado Doria a p. 274.  Infatti, il Camera (…), nel suo vol. II, a p. 274, parlando dell’anno 1320, in proposito scriveva che: “…Questa Città, probabilmente surta sulle rovine dell’antica ‘Bussento’ prendendo il nome di PALEOCASTRUM, o di antico castello, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Ecc..”. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”. Matteo Camera, in questo caso errava a scrivere “…Questa Città, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Ecc..”, in quanto, sebbene si potesse trattare come scrive il Camera di “filibustieri” (genovesi), nell’anno 1324 non la distrussero ma la colonizzarono ripopolandola su espressa volontà di re Roberto d’Angiò. Infatti il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, citato da Natella e Peduto (…), a pp. 442-443, vol. I, nel cap. IV: “Autonomie Municipali”, parlando di Roberto d’Angiò, in proposito scrive che: “Ma non mancano casi specialissimi nei quali il Re, per la difesa, economica e militare, insieme, ai luoghi ritenuti utilissimi alle ragioni dello Stato, crea dal nulla una Università, dotandola di privilegi e di facoltà molto feconde. Oltre il caso di Città Reale or ora ricordato, dovuto a preoccupazioni essenzialmente d’indole militare, è degno di particolare rilievo l’atto del 1324 col quale la terra di Policastro, nel Principato Ultra, quasi completamente devastata dalle continue guerre esterne ivi abbattutesi con estrema violenza, veniva rinvigorita di sangue genovese e riformata con ordinamenti di singolare interesse. Presentatosi, dunque, al Re, in Provenza, il cittadino genovese Bartolomeo Roveti, si offrì di ricostruire e ripopolare Policastro, che proprio dai Genovesi, tre anni prima, aveva ricevuto l’ultimo e più fiero colpo, deducendovi una copiosa colonia di suoi concittadini atti a ridare in poco tempo alla terra sventurata l’anica prosperità e l’antico splendore. Il Re accolse benevolmente e concesse, anzitutto, a Bartolomeo Roveti la qualità di Capitano della città a vita e, per ben 25 anni, il mero e misto imperio su i Genovesi non solo ma anche su quanti fossero ivi convenuti d’oltre Regno, riservando al regio Giustiziere del Principato la giurisdizione su gl’indigeni. Alla colonia è riservato l’uso delle consuetudini e delle leggi genovesi, per ciò che riguarda le eventuali liti da definirsi da arbitri, ed è concessa la facoltà di esercitare liberamente, pagati i diritti alla Curia regia, il commercio di spropriazione del frumento e dei cereali tutti, alla sola condizione che all’interno il frumento non costi più di due tarì e dieci grani il tomolo. Tutte le terre e le case di Policastro, appartenenti al demanio o a privati scomparsi o non solleciti di ritornarvi, nel termine massimo di diciotto mesi, sono concessi ai coloni con un censo da regolare in seguito, caso per caso; e, darano alla Curia quella somma che risulterà costituire la media delle entrate dell’ultimo quadriennio. Nessun barone, infine, potrà acquistare o costruire case in Policastro per un ventennio, e quelli che abitano nei dintorni sono tenuti, in caso di guerra, ad accorrere in difesa della città risorta (1). In questi casi quindi, la Università si fonda ‘ex novo’, come si fonda un castello ecc…ecc..”. Il Caggese (…), a p. 443, nella sua nota (1) postillava come di seguito: (1) Reg. Ang., n. 255, c. 22-23, 8 luglio 1324: “Bartholomeus Roveti de Ianua, constitutus in nostra presentia, dum in Provincie partibus moraremur, obtulit se nobis et efficaciter repromisit refectionem ac populationem facere civitatis eiusdem et in habitationem ipsam viros utique sufficientes et aptos ianuenses adducere in numero copioso”; ecc…”. La notizia è tratta da Matteo Camera (…). Infatti, due studiosi Natella e Peduto (…), citavano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. Infatti, Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 309, parlando della città di Policastro, in proposito scriveva che: Divenuta dipopolata essa Città, e distrutta dal ferro e dal fuoco, fu data in ques’anno (1324) dal re Roberto d’Angiò a Bartolomeo Roveto di Genova (4) con le seguenti condizioni: Che questi dovesse riedificarvi o ripararvi gli edifizi, e fare riabilitare il paese da una colonia di genovesi, ch’ei comanderebbe a titolo di capitania per la durata di 25 anni, esercitando su di essa il diritto sommo del ‘mero e misto imperio’ tranne però la podestà criminale – Che qualunque questione, litigio o causa che fra quelli nascesse, venisse risoluta secondo le leggi, usi, e consuetudini patrie del Comune di Genova – Che introducendosi in Policastro dè fuoriusciti, si sarebbero consegnati da esso Roveto nelle mani della regia Curia – Che potessero i naturali del luogo liberamente estrarre quivi delle vettovaglie pè luoghi devoti ed amici al sovrano ed alla S. Sede – Che tutte le case e poderi demaniali di Policastro, rimasti abbandonati, divenissero per sempre in proprietà dè nuovi abitatori e loro eredi. Che nessun barone infra la durata di 25 anni potesse quivi acquisire alcun terreno od innalzarvi nuovi edifizii ec. Ma perchè i nostri leggitori abbiano fatto, e faremo, ogni qual volta troveremo qualche lacuna presso gli antichi scrittori delle nostre patrie memorie (1, p. 310): “Robertus etc. Universis presentis indulti seriem inspecturis tam presentibus etc…””. Il Camera, a p. 309, nella sua nota (4) postillava in proposito che: “(4) Nel 1291, Policastro, era guardata e difesa da Ponzio di Boccabianca milite, capitano, e castellano di essa Città; il quale teneva alla di lui immediazione una scorta di 24 soldati (‘servientes’).. Il Camera (…) pubblica l’intero testo in latino del documento con cui re Roberto d’Angiò concede Policastro al genovese Bartolomeo Roveti. Il Camera, nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 312, alla fine del documento scritto in latino, in proposito scriveva che: “Datum ibidem per manus Bartholomei de Capua militis logothete et prothonotarii regni Sicilie anno Domini MCCCXXIIII nostrorum anno XVI (1).”, e nella sua nota (1) postillava che: (1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. n. 235 fol. 22 apud Reg. Archiv. Neap.”. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28, riferendosi a Policastro dopo la distruzione subita da Corrado Doria, riferendosi al castrum di Policastro, in proposito scrive che: “16. Il Porto dei Genovesi…..Per il ripopolamento sono destinati i ‘Genovesi’ (già in possesso dei larghi privilegi di Napoli) che si sono dimostrati un prezioso aiuto per gli Angioini, grazie all’esperienza di navigatori (76). Che i Genovesi distruggono la città per conto del re Aragonese, e quattro anni dopo la ricostruiscono per conto del re Angioino, non deve meravigliare: gli affari sono affari; i marinai sono soldati, assoldati da chi paga. Le battaglie navali vanno combattute in gran parte da marinai, istruiti nelle repubbliche marinare. Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Il genovese ‘Bartolomeo Roveti’ si presenta al re ed offre di ricostruire e di ripopolare Policastro. Il re lo nomina capitano della città a vita, e, inoltre, gli dà per 25 anni la giurisdizione sui Genovesi e sugli immigrati di Policastro (77). Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (77) postillava che: “(77) Caggese Romolo, op, cit.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”.

Nell’8 agosto 1324, re Roberto d’Angiò ed il ‘tenimento et porto di Sapri’

Pietro Ebner (…), parlando di Sapri in età Angioina, in proposito scriveva che: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Ebner, a p. 592, dice che per quanto riguarda Sapri, il ‘Cedolario’, rinvia a Policastro. Ma non è così come vedremo. Probabilmente Ebner non si era accorto dell’interesante citazione di cui stò accennando. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. All’epoca Angioina, Sapri aveva un porto che doveva essere conosciuto in quanto lo ritroviamo menzionato in un documento del 1324 tratto dai Registri della Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera, nei suoi “Annali”, nel 1860. L’antico documento (…) si riferisce ad un editto di re Roberto d’Angiò che concedeva la città di Policastro al soldato Bartolomeo Roveti, dopo l’avvenuta distruzione della città di Policastro che nel 1320 fu distrutta dalla flotta Aragonese al comando dell’ammiraglio genovese Corrado Doria. A Sapri, che in quegli anni doveva essere un piccolo villaggio marinaresco, doveva esistere un porto marittimo avendo la sua ampia baia un approdo e riparo sicuro per i vascelli che operarono durante la terribile guerra del Vespro tra gli Angioini e gli Aragonesi. La notizia di un porto a Sapri in epoca Angioina è provata e testimoniata proprio da questo documento di cui parlo. Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte il Porto di Sapri (“portus Sapri”). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 313, parlando della città di Policastro e continuando il suo racconto sull’editto di re Roberto d’Angiò che donava Policastro al milite genovese Bartolomeo Roveti (di cui ho parlato in un altro mio saggio sulla guerra del Vespro e la nostra terra all’epoca Angioina), in proposito aggiungeva e scriveva che: “Non appena fatto passaggio la nuova colonia genovese in Policastro, nacquero varie questioni peritoriali, possessoriali ec. su di esso territorio, alle quali re Roberto con suo editto pose termine – Rapportiamo questo altro documento storico anche inedito: “Robertus etc. Bonofiglio de Guardia militi magne nostre Magistro Rationali consiliario familiari et fideli suo gratiam etc….”. Il Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 314, trascrive il testo finale del documento: “Datum apud castrummaris de Stabia per Iohannem Grillum de Salerno etc. anno domini MCCCXXIIII die octavo augusti VII Indictionis. Regnum nostrorum anno XVI (1).”. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. 22 fol. 208.”.

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(Figg….) Documento del 1324, tratto dalla Cancelleria Angioina e da Matteo Camera (…), ‘Annali’, vol. II, pp. 313-314 (Archivio Attanasio)

Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus etc…”. Come si può leggere dal testo in latino dell’editto di re Roberto d’Angiò (…), trascritto integralmente da Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a pp. 313-314: Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus cum nemore magno ubi sunt venationes animalium silvestrium et glandes dossent percipi usque ad pretium sex unciarum per annum quem dictus Bonusfilius locare non potest dictis Ianuensibus nisi ex dominica jussione ad quod toliter ecc…” e, ancora: “…antiquo demanio certa tenimenta et terras que censuerunt pro certis pecuniis et victualium quantitatibus inter que est tenimentum Squisi et Portus Sapri qui locari possunt, dictum tenimentum Squisi pro unciis duabus et tenimentum portus Sapri qui locari potest annuis unciis auri quatuor petunt inde aliquid minui, ad quod taliter respondemus quod gratiose concessimus usque ad quindecim annos ad dictum vel alium consuetum censum seu pecuniam minime teneantur, ad sextum quod incipit Item terre demanii et tenimentorum prefatorum locari non possunt singulariter et divisim omnibus illis personis que apte essent ad recipiendum titulo locationis easdem eo quod persone ipse nondum venerunt omnes etc…”. Da cio che leggo si comprende che il re Roberto d’Angiò con questo editto oltre a Policastro dona al capitano Genovese Bartolomeo Roveti anche il tenimento e porto di Sapri. Sulla notizia della colonia dei Genovesi al comando di Bartolomeo Roveti che doveva ripopolare Policastro, ha scritto il canonico Luigi Tancredi (…) che però non si è accorto dell’interessante citazione di un “tenimenti e Portus Sapri”. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 29 e s. scrive in proposito che: Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”. Nell’editto del 1324 di re Roberto d’Angiò, si citano alcuni personaggi come ad esempio Niccolò Arrabito di Policastro e Buonfiglio di Guardia. Su entrambi il Camera ha postillato fornendoci alcune interessanti notizie.  Matteo Camera (…) a pp. 313-314, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Ecc….”.

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(Fig…) Foto dei primi dell’800 – “Sapri, marina”, un vecchio ‘gozzo’ dell’epoca (Archivio Storico Attanasio)

Nel 10 agosto 1324, re Roberto d’Angiò nomina Tommaso Sanseverino per la difesa del Golfo di Policastro

Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, citato da Natella e Peduto (…), nel suo vol. II, cap. III: “Per la conquista della Sicilia”, a p. 214, in proposito scriveva che: “Ampia e dispendiosa preparazione, in verità, incominciata o, meglio, ripresa nella seconda metà del 1324 ecc…. Anzitutto, bisognava pensare alla difesa delle coste ioniche e tirrene, interminabili, rigide, spesso altissime e con insenature frequenti capaci di offrire ospitalità feconda alle navi corsare del nemico…. e i Baroni che preferivano la facile vita della Capitale e di Castellammare, all’ombra della Corte, ricevettero l’ordine di recarsi immediatamente nelle loro terre specialmente marittime, per organizzare la difesa (2). Al Conte di Sanseverino fu affidata la difesa della costa tra Policastro e Ravello, Ruggero di Sangineto, Conte di Corigliano, ebbe l’incarico di difendere le coste tra Ravello e Cetara (I di p. 215), ecc…ecc…”. Romolo Caggese, nella sua nota (2) a p. 214 postillava che: “(2) Reg. Ang. n. 255 c. 41-41t, 10 agosto 1324.”. Il Caggese, a p. 215 nella sua nota (1) postillava della nomina al Sanseverino: “(1) Reg. Ang. n. 255 c. 217, 10 agosto 1324.”. Non mi ritorna però la cronologia del Mazziotti in quanto nella sua “La Baronia del Cilento” a p. 135, parlando di Tommaso II di Sanseverino scrive che: “In essa, volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu ecc….

Nel 25 settembre 1324, muore Tommaso II Sanseverino a 72 anni

Da Wikipedia leggiamo che Tommaso II Sanseverino (1255 circa – 25 settembre 1324) è stato un nobile italiano, conte di Marsico e Tricarico, e barone di Sanseverino, noto per aver fondato la certosa di Padula, dal 1998 patrimonio UNESCO. Morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula (1). Wikipedia, nella nota (1) postillava che: “(1) Cappella del tesoro, sala del capitolo, cimitero antico e cappella del fondatore, su polomusealecampania.beniculturali.it (archiviato dall’url originale il 25 settembre 2018).”. Non mi ritorna però la cronologia del Mazziotti in quanto nella sua “La Baronia del Cilento” a p. 135, parlando di Tommaso II di Sanseverino scrive che: “In essa, volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu ecc…. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero Sanseverino e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 135 scriveva che: In essa volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu posta questa epigrafe: ecc…”. Anche Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”.

Nel 1324, Roberto d’Angiò cita i Buonfiglio e gli Arrabito a Policastro

Nell’editto del 1324 di re Roberto d’Angiò, si citano alcuni personaggi come ad esempio Niccolò Arrabito di Policastro e Buonfiglio di Guardia. Su entrambi il Camera ha postillato fornendoci alcune interessanti notizie. Riguardo il milite “Bonofiglio de Guardia”, il Camera, a p. 311, nella nota (1) postillava come di seguito: “(1) Buonfiglio de Guardia milite ec., marito di Agnese de Vidauro, era feudatario della Terra di Sant’Angelo ad ‘Esca’, pervenutagli per successione paterna; e poi di Rocca San Felice (Princip. ult.) ch’ei comperò dal barone Mattia de Gesualdo che possedevala “in feudam antiqum”. Più tardi, il medesimo ‘Buonfiglio’ divenne siignore dè castelli di Malanotte, e di Penna de Domo in Abruzzo, vendutigli da Pietro ‘de Chinaveriis’.”. Il Camera (…) a pp. 313-314, nella sua nota (1), riguardo il documento inedito di cui parlo, nella sua nota (1) a p. 313 postillava che: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette dipoi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo di Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.”. Anche Pietro Ebner (…) ci ha parlato di Niccolò Arrabito ecc…L’Ebner (…), nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p….., parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’Archivio Cavense sono quattro atti di vendita (fino al 1400), dal marzo 1136, XIV (ABC, XXIII, 110) al 19 Agosto 1331, XIV (ABC, LXIX 77). Nella seconda (agosto 1136, XIV – ABC, XXIV, 2) è notizia di “Mobilia monacha” (…) filia quondam Landulfi, olim domini de Policastro”. Vi sono pure un atto di divisione (16 gennaio 1336, IX – ABC, LXVIII, 20) e uno di revoca dell’11 settembre 1337 (ABC, LXX, 47).”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 334, parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’archivio Cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo ecc…(24). Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 riguardanti Policastro (26).”. Ebner a p. 334 del vol. II, nella sua nota (26) postillava che: “(26) I, ABC, agosto XIII, Policastro: vendita di una casa nella Piazza di Policastro fatta da ‘nobilem virum D.no Tomaso de Arrabito militem de Policastro’ a Ruggiero di Lanciano per 2 once d’oro e 15 tarì.. Dunque, secondo quanto scrive e postillava il Camera, dopo la morte del padre Niccolò Arabito, il figlio Francesco Arabito ereditò dal padre alcuni beni feudali che il padre Niccolò possedeva. I beni feudali degli Arrabito furono poi rivenduti dal Francesco Arabito a Gabriele di Morra ed ai genovesi Percivallo e Gabriele Grimaldi. Matteo Camera, nel suo vol. II degli ‘Annali’ a p. 314, in proposito scriveva che: “Da ultimo , re Roberto, nel 1333 concedette in feudo “et ad vitam” la città di Policastro a Gabriele, Antonio, e Princivalle de Grimaldo di Genova, per l’anno valore di 120 once, tanto che essi che per Luciano de Grimaldo lor nipote (4): ma quegli abitanti ecc..ecc..”. Dunque, il feudo di Policastro doveva essere appartenuto agli Arrabito almeno fino al 1333. Pietro Ebner, a p. 339, nella sua nota (53) postillava di una bolla conservata negli Archivi Cavensi circa una lite per la Curia e un beneficio del 1407, e la vendita di Simon Giacomo d’Arabito, canonico di Policastro ecc…

Nel 1326, una causa di confini fra la terra di Rofrano

Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, contributo al testo in questione di Susanna Passigli (…) che a p. 376, in proposito scriveva che: ” (25) Regno di Napoli. Al 1326 risale una causa per questioni di confini fra la terra di Rofrano e quella di Novi, in occasione della quale Carlo figlio di re Roberto ordinò al giustiziere del Principato citeriore di provvedere alla esatta confinazione dei due territori (7).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (7) postillava che: “(7) ‘Ibidem’, atti del 25 gennaio e del 24 febbraio 1326, dai Registri angioini, vol. 249, f. 309 e vol. 263, f. 220b.”.

Nel 1330, Rinaldo di Sassano cercò di conquistare Policastro

Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: Cinque anni appresso, un certo Rinaldo de Sussano figlio di Pietro, radunata una squadra di fuoriusciti “cum comitiva illicita” fece grandi sforzi per espugnare Policastro e Castelluccio ‘de Alfano’; ma non vi riuscì (3).”. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1330 lit. B. fol. 126 v.”.

Nell’11 luglio 1330, tre ‘milites’ di Rivello occuparono Policastro feudo dei Ruffo di Calabria

Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: Soltanto sei anni dopo, scoppia una faida (1330) contro i ‘Ruffo’, che, nel 1229 erano feudatari di Policastro, ed arrivano tre condottieri (milites) con 500 uomini, che cacciano i funzionari dei Ruffo dalla città (81). E i Ruffo? I Ruffo occupano Gerace, che è dominio regio, e portano via gli abitanti che riducono a servi, perchè hanno bisogno di mano d’opera sui loro territori. E’ un atto di manifesta violazione di un regio dominio, ma i Ruffo dichiareranno più tardi che gli abitanti si sono rifugiati nei loro territori. E chi osa contraddire al potente? Il feudo di Policastro nel 1229 passa a Giovanni Ruffo (famiglia dalla quale discende Paola del Belgio) e nel 1348 alla famiglia genovese dei ‘Grimaldi’ (82), ancora regnante a Monte Carlo.. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Laudisio, op. cit., p. 36; Ughelli F., Italia Sacra, col. 542.”. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Di Luccia P.M., op. cit., p. 8.”. Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, citato da Natella e Peduto (…), nel suo vol. II, cap. V., “Il tramonto del Re”, a p. 354, parlando di Policastro, in proposito scriveva che nell’anno 1330: “Ma altre volte non si invocava l’Imperatore e si armavano, ciò non ostante, dei veri eserciti, come, per esempio,  nella selvaggia regione che si stende tra la Basilicata e la Calabria contro i Ruffo di Catanzaro.  Laggiù, a mezzo il 1330, tre ‘milites’ con un esercito di cinquecento uomini occuparono Policastro, feudo dei Ruffo, ne scacciarono i funzionari signorili, e mossero di la alla conquista di Roccabernarda e Misurata, altri feudi del Conte di Catanzaro,  con più numerose schiere e con ardimento reso temerario dalla vittoria (2).”. Il Caggese, a p. 354 nella sua nota (2) postillava che la notizia era tratta da: (2) Reg. Ang. n. 282, c. 52t – 53, 11 luglio 1330. I tre capi erano “Rogerius de Riveto, Nicolaus natus eius et Jordanus eiusdem cognominis” aiutati da “Fulco et Tancredus, similiter de Riveto”, tutti ‘milites’. Dunque, il Caggese traeva l’interessante notizia dai Registri della Cancelleria Angioina di Roberto d’Angiò: il Reg. Ang. n. 282, c. 52t – 53 dell’11 luglio 1330. Romolo Caggese, forse sulla scorta di Matteo Camera, per l’anno 1330, ci dice che a Policastro si portarono i tre ‘milites’ di Rivello che si opposero con 500 fanti contro lo strapotere dei Ruffo di Catanzaro. I tre militari capi della rivolta che occuparono Policastro erano di Rivello (“Riveto”) ed erano: Ruggiero di Rivello, Nicola e Giordano aiutati da Fulco e Tancredi di Rivello. In proposito ai Ruffo di Calabria ed alla contea di Policastro, essa fin dall’epoca federiciana apparteneva ai Ruffo di Catanzaro. Dalla Treccani on-line leggiamo che Pronipote (sec. 13º) di Pietro I, ritornò in Calabria con gli Angioini e vi ricostruì la fortuna della famiglia. Dopo aver debellato i fautori calabresi di Corradino (1268), s’impegnò, durante la guerra del Vespro, per conservare la Calabria agli Angioini, soprattutto con l’efficace difesa da lui fatta di Catanzaro (1280-81).

Nel 1330, a soli 21 anni muore Enrico (“Arrigo”) Sanseverino (figlio di Tommaso II) e marito di Maria dell’Oria o Ilaria di Lauria

Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento” riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc…L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso Ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”.  Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che:  “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”.Su un sito web che ci parla della familia dei Sanseverino e delle sue ramificazione leggiamo che Enrico Sanseverino IV conte di Marsico morì nel 1314 e gli successe il figlio Tommaso III Sanseverino. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314).”. Dunque, secondo l’Ebner, nel 1314, morì Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino a cui è legato il nome della Certosa di Padula, che era ancora vivo. Il nonno di Tommaso III Sanseverino, Tommaso II Sanseverino alla morte del padre Enrico ra ancora vivo. Infatti, Tommaso II Sanseverino morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula.

Nel 1330, TOMMASO III SANSEVERINO, V Conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento, Lauria, e Diano

In un sito sul web sui Sanseverino leggiamo che Tommaso III (1311 † 1358), figlio di Enrico († 1314) 4° Conte di Marsico fu il 5° conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Gran Connestabile del Regno di Napoli, sposò nel 1326 in prime nozze Sibilla Pipino, figlia di Nicola Conte di Minervino e nel 1337, in seconde nozze, Margherita de Clignet, figlia ed erede di Giovanni de Clignet, Signore di Caiazzo e di Margherita Stendardo dei Signori di Arienzo e Arpaia. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Enrico Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso Ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Dunque, Matteo Mazziotti scriveva che Errico Sanseverino, padre di Tommaso III Sanseverino e di Ruggero Sanseverino, morì a soli 21 anni. Dunque, Errico (“Arrigo”) Sanseverino, marito di Ilaria dell’Oria, morì nel 1331. Infatti, il Montesano scrive dei possedimenti paterni passati a Tommaso III nel 1330. Mazziotti, a p. 136, riferendosi al primo figlio di Errico e Ilaria, ovvero a Tommaso III, in proposito dice che: “Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”.  Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che:  “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Il Mazziotti, parlando di Tommaso (III) di Sanseverino scrive che egli era figlio di Ilaria di Lauria (“Maria dell’Oria”) ed Enrico Sanseverino e fratello di Ruggero, era nato nel 1310 e che nel 27 aprile 1358 morì dopo aver sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita……Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 febbraio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Dunque, secondo l’Ebner, Tommaso III Sanseverino era figlio primogenito di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino e di Ilaria di Lauria e nipote del nonno Tommaso II Sanseverino. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè Barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re anche Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori. Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, Tommaso III Sanseverino nasce dall’unione di Errico Sanseverino e Ilaria di Lauria o dell’Oria, figlia del grande Ammiraglio. Nel 1310 diviene V conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Re Roberto d’Angiò lo nomina Gran Connestabile del Regno di Napoli. Nel 1330, alla morte del padre Errico, i possedimenti paterni cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero Sanseverino. Nel 1340, alla morte della madre, i possedimenti della madre cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero. Tommaso III Sanseverino muore il 27 aprile 1358. Secondo l’Ebner, nel 1330, alla morte di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, suo figlio Tommaso III Sanseverino gli successe nei feudi tra cui quello di Teggiano (e di Lauria ?), essendo pure figlio di Ilaria di Lauria. Dopo il primo matrimonio, Tommaso III Sanseverino, sposò Margherita Clignetta di Caiazzo da cui ebbe i due figli Antonio,  Francesco poi conte di Lauria e, Luisa. Infatti, Pietro Ebner (…), a p. 639, in proposito scriveva che: Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa….ecc..ecc..”. Dunque, Ebner dice che alla morte di Tommaso III Sanseverino, figlio di Errico e di Ilaria, gli successero nella contea di Lauria i figli della seconda moglie: Francesco e Luisa. Ebner scrive pure che: Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 febbraio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner scriveva che morto Tommaso III Sanseverino nel 1358, il 24 febbraio 1359 gli successe il figlio Antonio, V conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca D’Andria. Ebner, vol. II, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”.

Nel 19 agosto 1331, a Policastro, alcuni rogiti

Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p….., parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’Archivio Cavense sono quattro atti di vendita (fino al 1400), dal marzo 1136, XIV (ABC, XXIII, 110) al 19 Agosto 1331, XIV (ABC, LXIX 77).”.

Nel ……, Roberto d’Angiò esentò il casale di S. Giovanni a Piro dal pagamento della tassa per la riparazione del castello di Roccagloriosa

E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo. La notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”.

Nel 19 agosto 1331, Giovanni Molenaro vende a Giovanni Giordano una vigna a Policastro

Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p….., parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’Archivio Cavense sono quattro atti di vendita (fino al 1400), dal marzo 1136, XIV (ABC, XXIII, 110) al 19 Agosto 1331, XIV (ABC, LXIX 77).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 334, parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’archivio Cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo ecc…(24). Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 riguardanti Policastro (26).”. Ebner a p. 334 del vol. II, nella sua nota (26) postillava che: “(26)…….I, ABC, LXVIII, 20, 16 gennaio 1326, IX: divisione di beni nella città di Policastro fatta tra il priore del monastero di S. Lorenzo di Padula e il nobile Giovanni Abellante di Policastro. Notaio Pietro de Donadeo. I, ABC, LXIX 77, 19 agosto 1331: Giovanni Molenaro con la moglie Maria vendono una vigna a Policastro in località Salenare a Giovanni Giordano, abitante in ‘casale Saponi pertinentiarum Policastri’ per 18 tarì d’oro. Notaio Pietro di Donato di Policastro. I, ABC, LXX 49. Bianca Ferraro di Policastro revoca l’oblazione di sè e dei suoi beni fatta al monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, presente il vescovo di Policastro.”.

Nel 1331-32, Francesco Arabito signore di Policastro (figlio di Nicolò Arabito) secondo Matteo Camera e i registri angioini

Matteo Camera (…) nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, parlando dell’anno 1324 e dell’editto di re Roberto d’Angiò per Bartolomeo Roveti, a p. 313, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava della famiglia degli Arabito o Arrabito, in particolare di Nicolò e di Francesco suo figlio che secondo i documenti della Cancelleria Angioina inediti e da lui pubblicati risulta che: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette dipoi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.”.

Nel 1333, GUGLIELMO (III) SANSEVERINO ed il casale di Buonabitacolo

Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di MarsicoMa chi era questo Guglielmo Sanseverino che nel 1333 concesse ai cittadini di Casalnuovo ecc…Si tratta di Guglielmo (III) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. Sulla discendenza di Guglielmo (III) Sanseverino, ha scritto Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 che, parlando del casale di Teggiano ci dice dei figli di Tommaso II Sanseverino, conte di Marsico (quello che fondò la Certosa di Padula) ed in proposito scriveva che: Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Ecc…”. Dunque, Ebner ci dice di Guglielmo (III) Sanseverino, che era figlio di Tommaso II e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano, contessa di Tricarico e con cui ebbe altri quattro figli: GIACOMO, GUGLIELMO, ROBERTO e RUGGERO III. La madre di Guglielmo III Sanseverino, Sveva d’Avezzano, è stata la seconda moglie di Tommaso II Sanseverino ed era Contessa di Tricarico, figlia di Gismondo di Tricarico e vedova di Filippetto Polliceno. Dunque anch’essa sposata in seconde nozze. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Ecc…ecc…E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di MarsicoDunque, secondo Felice Fusco, Guglielmo (III) Sanseverino era un fratellastro di Giacomo Sanseverino, era figlio di Tommaso II Sanseverino ed era nonno di Ruggero Sanseverino. Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Infatti, poco dopo, nell’anno 1333, re Roberto d’Angiò, concesse il feudo di Policastro ai Grimaldi. Il Camera (…), scriveva  per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico…..ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).”. Dunque, secondo Matteo Camera, Guglielmo III Sanseverino, nel 1333 dovette lasciare il feudo di Policastro che passò alla Curia e poi per decisione di Roberto d’Angiò fu donato ai Grimaldi di Genova. Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della famiglia Grimaldi a Policastro. Matteo Camera (…), citato da Natella e Peduto (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Da ultimo, re Roberto d’Angiò, nel 1333 concedette in feudo “et ad vitam” la città di Policastro a Gabriele, Antonio, e Princivalle de Grimaldo di Genova, per l’annuo valore di 120 once, tanto per essi che per Luciano de Grimaldo lor nipote (4): ma quegli abitanti ricusarono di prestar loro giuramento di vassallaggio “juramentum assicurationis”, e di pagare i proventi giurisdizionali (5) – Ecco come Roberto accarezzava i Grimaldi di Genova che tenevano per la parte guelfa (v. av. pag. 134.).”. Nicola Montesano (…) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22 parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”.

Nel 1333, Ilaria di Lauria fondò il monastero francescano dei Conventuali di Cuccaro Vetere

Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che:  “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Ebner riguardo il Volpi si riferisce a Giuseppe Volpi (…) e al suo Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio”, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II°, epigrafe a p. 57. Giuseppe Volpi (…), a p. 56 in proposito a Tommaso Sanseverino ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula data nel 1308 ai padri Certosini, riferendosi alla metà del ‘300, scriveva che: “E in vero che piucche molto fioriva in quel secolo la pietà cristiana; imperocchè nello stesso tempo Maria di Loria figliuola dell’Ammiraglio Roggiero, e moglie di Arrigo Sanseverino (b) Contestabile del Regno nato dal suddetto Tommaso, fondò sette Conventi per gli Frati di S. Francesco, e tra questi quello dè Conventuali di Cuccaro, nella cui Sagrestia essendone stata posta la memoria, consumata poi nel tempo, fu rinnovata dal P. Maestro dè Rossi con un’altra iscrizione, con errore da lui intitolata ad Ilaria di Loria, la quale per essere stata sorella (c), e non figliuola dell’Ammiraglio Rogiero, non ebbe alcuna di queste Signorie, che egli le atribuisce, e che furono di Maria per ragion di Arrigo Sanseverino suo marito; onde crediamo, che il P. Maestro ingannato dalla similitudine del nome, posto che la prima lettera di Maria sia stata rosa dal tempo, senz’altra diligenza fare, giudicasse Ilaria la fondatrice. L’iscrizione è la seguente.”.

Volpi Giu, op. cit., p. 57

Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (a) postillava che: “(a) Camillo Tutini nel libro dè Contestabili del Regno”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (b) postillava che: “(b) Filiberto Campanile nella famiglia Sanseverina, Carlo De Lellis nella famiglia Sambiase.”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (c) postillava che: “(c) Registro del Re Roberto degli anni 1326 e 1327, presso Carlo De Lellis al luogo cit.”. Dunque, questo è ciò che scrive il Volpi sulla scorta del De Lellis e del Campanile. Pietro Ebner, scriveva che l’Antonini attibuisce la fondazione del monastero di Cuccaro ad Ilaria di Lauria, figlia dell’ammiraglio Ruggero di Lauria. Giuseppe Antonini (…), a p. 340 della sua “La Lucania”, nel discorso VI, a p. 336, in proposito a Cuccaro scriveva che: “Trovasi in questa terra un ricco Monistero di PP. Francescani, edificato già dalla pietà d’Ilaria di Loria, figlia del famoso Ruggieri, siccome ne faceva fede un’iscrizione posta nel Coro di questa Chiesa, oggi ingratamente tolta via. Ci è chi ha voluto, che quell’Ilariae (I) dovesse leggersi ‘Mariae’, e verrebbe ad esser sorella, non figlia di Ruggieri, quale l’iscrizione la chiamava; oltrechè la medesima da me più volte attentamente letta, a chiari caratteri diceva ‘Ilariae’; nè ci è mancato chi ad altri ancor abbia voluto questa fondazione attribuire, come fu il P. Ridolfo Toffiano’ nella ‘Storia della Religion Serafica al lib. II. dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato, così scrive: ‘Locus Cuccari, quem construxit Magister Antonius piscopus Acernanus. Extant ejus insigna in Choro’. Ma altamente in ‘Toffiani’ s’inganna, perchè in un pilastro superiore del Chiostro, oggi rinnovato, ho io letto il numero dell’anno della fabbrica MCCCXXXIII. quando il Vescovo morì nel MDX. ed oltre a ciò nell’atrio inferiore è dipinto a fresco il ritratto della medesima Ilaria fondatrice. Conservavasi con molta venerazione in una particolar cappella vicino al chiostro un considerabile pezzo del legno della Croce di Cristo nostro Signore, ed altre insigne reliquie ancora. Le più ragguardevoli famiglie dè convicini Baroni avevano in questo Monistero le di loro proprie cappelle, e sepolchi: molti di esse oggi sono estinte (I), specialmente l’Oristanio, riguardevole per lo possesso di tanti feudi, confiscatigli poi per ribellione, siccome nelle ‘decisioni di Matteo d’Afflitto’ si legge.”L’Antonini (…) a p. 339, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Scipione Ammirato’ nella famiglia di Diano fa menzione di questa Ilaria, e la chiama vedova di Enrico Sanseverino, nipote di Ruggiieri, Conte di Marsico. ‘Filiberto Campanile’ nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”Dunque, l’Antonini (…), cita Scipione Ammirato (…) che nel suo ‘Delle Famiglie nobili napolitane’, Firenze, 1580-1651, la chiama “vedova di Enrico Sanseverino” e poi cita pure Filiberto Campanile (…) che nel suo ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile’, edito a Napoli il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, scriveva che nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”. Il Mazziotti, a p. 145, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania, pag. 176; Racioppi, op. cit., vol. V, pag. 188.”. Riguardo il Racioppi citato dal Mazziotti, egli, nella sua opera “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”.

Nel 13… (?), RUGGERO SANSEVERINO, figlio di Giacomo Sanseverino

Riguardo Giacomo Sanseverino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, parlando del figlio Americo in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.”. Dunque, Felice Fusco, riguardo Giacomo Sanseverino, sulla scorta di Pietro Ebner, scriveva che Americo Sanseverino era “Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (128) postillava che la notizia era tratta da: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Sbaglia Ebner (ivi) quando come pare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo per dire.”. Dunque, secondo il Fusco, Ruggero di Sanseverino, padre di Americo, era il figlio di Giacomo Sanseverino, figlio primogenito di Tommaso II di Sanseverino (fondatore della Certosa di Padula) e di Sveva d’Avezzano. Ruggero Sanseverino, il padre di Americo, fu il 2° conte di Tricarico (altro ramo dei Sanseverino) e dunque Americo di Sanseverino fu il 3° conte di Tricarico. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Da Tommaso l’unico Giacomo, da cui il progenitore Ruggiero (secondo conte di Tricarico), Venceslao (terzo Conte), Stefano (conte di Matera) e Americo.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di Re Roberto. Il Tutini cit.,  pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”.

Nel 1333-1334, Guglielmo III Sanseverino, figlio di Tommaso II e padre di Giacomo, rinuncia a Policastro

Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”.

Nel 1333-1334, re Roberto d’Angiò concesse ai Grimaldi di Genova il feudo di Policastro

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, il castello di Policastro, nell’anno 1348 ebbe un rifacimento ed ampliamento proprio ai tempi di Luciano e Gabriele Grimaldi, feudatari di Policastro. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. IV: “Autonomie Municipali”, a pp. 458-459, parlando dell’acuirsi di forme “intollerabili” di violenze e soprusi dei feudatari locali, in proposito scriveva che: “A Policastro, che, come vedremo, fu ripopolata di genovesi nel 1324, ardono conflitti gravisimi tra quella Università ed i signori Grimaldi e fratelli, feudatari della terra, circa l’elezione dei giudici locali: conflitti, che finiscono con la vittoria dei signori (1).”. Il Caggese, a p. 459 del vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Reg. Ang., n. 286, c. 98-98t, 5 agosto 1332. Si stabiliscono che: “magister iuratus nullatenus eligitur, quodque duo probi homines de civitate iamdicta expressius niminandi ac per dominorum ipsorum vicarium approbandi…..malefactores et delinquentes….de personis capere valeant ipsosque captovos….assignare Justitiariis regionis….”.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della famiglia Grimaldi a Policastro. Matteo Camera (…), citato da Natella e Peduto (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: Da ultimo, re Roberto d’Angiò, nel 1333 concedette in feudo “et ad vitam” la città di Policastro a Gabriele, Antonio, e Princivalle de Grimaldo di Genova, per l’annuo valore di 120 once, tanto per essi che per Luciano de Grimaldo lor nipote (4): ma quegli abitanti ricusarono di prestar loro giuramento di vassallaggio “juramentum assicurationis”, e di pagare i proventi giurisdizionali (5) – Ecco come Roberto accarezzava i Grimaldi di Genova che tenevano per la parte guelfa (v. av. pag. 134.).”. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ex regest. Reg. Roberti an. 1337-1338-1339 fol. 71v.”. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ex regest. Reg. Roberti an. 1333-1334 lil. B. fol. 81.”. Dunque, il Camera (…), scriveva che Policastro fu concesso in feudo da re Roberto d’Angiò a Gabriele, Antonio, Princivalle della famiglia genovese dei Grimaldi ed al loro nipote Luciano Grimaldi. Dunque secondo Matteo Camera (…), il feudo di Policastro fu concesso alla famiglia guelfa Genovese dei Grimaldi da re Roberto d’Angiò nell’anno 1333, mentre come vedremo innanzi il Di Luccia (…), del 1700, sulla scorta dell’Ughelli (…) era di avviso contrario. Matteo Camera (…), nel suo vol. II dei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, a p. 134, dopo aver parlato dei favori e protezioni godute dalla famiglia Doria di Genova, ci parla dei Grimaldi ed in proposito scriveva che: “Favori e protezioni ebbero pur anco dà sovrani Carlo II e Roberto, li Grimaldi, Maruccelli, Lomellini, ed altri di Genova dimoranti in Napoli. Grabriele, Antonio e Percivallo dè Grimaldi, figliuoli di Gasparre, furono provvisionati di once 50 annualmente; e loro fu data la Città di Policastro per qulche tempo. Il succennato Gabriele, fu Giustiziere in Basilicata, e poi negli Abruzzi (1318).”. Dunque, il Camera (…), scriveva che re Roberto d’Angiò concesse ai Grimaldi il feudo di Policastro per un pò di tempo ma senza citare nessun documento scriveva che Gabriele Grimaldi fu Giustiziere di Basilicata prima del 1318. Matteo Camera scrive pure che gli abitanti di Policastro si ribellarono e non vollero prestare giuramento ai nuovi feudatari di prestar loro giuramento di vassallaggio “juramentum assicurationis”, e di pagare i proventi giurisdizionali (5) – Ecco come Roberto accarezzava i Grimaldi di Genova che tenevano per la parte guelfa. Matteo Camera, a p. 314, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ex regest. Reg. Roberti an. 1337-1338-1339 fol. 71v.”. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ex regest. Reg. Roberti an. 1333-1334 lil. B. fol. 81.”. Dunque, il Camera per la notizia dei Grimaldi si riferiva ai registri angioini di re Roberto d’Angiò per gli anni 1333, 1334. Sempre Matteo Camera (…) nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, parlando dell’anno 1324 e dell’editto di re Roberto d’Angiò per Bartolomeo Roveti, a p. 313, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette dipoi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930,parla della famiglia Grimaldi nel suo vol. I ap. 459, come ho già scritto. Caggese scrive pure di Antonio Grimaldi a p. 299 del vol. II, op. cit. in cui scriveva che: “,…e gli esuli, scacciati in patria dalla rivolta contro la Signoria angioina, ecc..ecc…Antonio Grimaldi, che un giorno riceverà da Giovanna I un vistoso compenso alla ben provata fedeltà, può vivere pacificamente a Nizza, sotto l’egida della protezione del Re (6), come altri suoi concittadini, mercanti arricchiti, possono liberamente entrare a far parte della nobiltà provenzale ricorrendo sempre utilmente alla protezione del Re anche contro lo zelo eccessivo dei Siniscalchi (7).”. Il Caggese, a p. 299 del vol. II, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Arch. des Bouch. du Rh., B, 195, c. 5, 17 febbraio 1338: “de permictendo construi facere galeas per ecc…ecc..”. Sempre il Caggese, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Ibidem, B., 195, c. 21, 27 giugno 1340: “….de novitatibus factis per officiales Provincie contra Ruffum Salvagnis de Janua et eius fratres ratione castri Sancti Albani quod tenet idem Ruffus”.”. Poi sempre il Caggese, nel vol. II a p. 294, scrive di Grimaldi Carlo scrivendo che: “Ventimiglia poteva servire efficacemente a guardare ecc…ed ecco che Carlo Grimaldi, genovese, e Filippo di Sangineto, Siniscalco angioino di Provenza, si dettero a lavorare gli animi, ecc..”. Dunque, in riferimento ad Antonio Grimaldi genovese, il Caggese scrive che ai tempi della Regina Giovanna I d’Angiò ricevette da questa una buona dote per la sua fedeltà. Ed è forse la stessa notizia ed allo stesso periodo a cui si riferiva Pietro Marcellino di Luccia (…) che, nel 1700, nel suo ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, e da questo nell’anno 1348, in Gabriello, e Luciano Grimaldi, ……..come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia, scriveva che nel 1348 il feudo di Policastro passò a Gabriele e Luciano Grimaldi, rilevandolo da un documento dell’epoca della Regina Giovanna I d’Angiò confermata da re Ladislao suo cuginoIl Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Il Di Luccia, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che nel 1348, Policastro era feudo e apparteneva alla celebre famiglia genovese dei Grimaldi. Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, e dei Grimaldi di Genova. Stessa notizia ci dà il Laudisio (…) che cita il Di Luccia (…). Infatti, il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “….Il feudo di Policastro nel 1229 passa a Giovanni Ruffo (famiglia dalla quale discende Paola del Belgio) e nel 1348 alla famiglia genovese dei ‘Grimaldi’ (82), ancora regnante a Monte Carlo.. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Laudisio, op. cit., p. 36; Ughelli F., Italia Sacra, col. 542.”. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Di Luccia P.M., op. cit., p. 8.”. Dunque, il Tancredi (…), fornisce un diverso riferimento bibliografico circa i Grimaldi di Genova a Policastro, cita altri riferimenti bibliografici e cita il Laudisio (…) e l’Ughelli (…). Il Di Luccia (…), cita l’Ughelli (…), ovvero la sua ‘Italia Sacra‘, op. cit. ed in particolare il tomo VII, col. 542. Infatti, l’Ughelli (…), del 1560, nel vol. VII a p. 758, parlando di “Policastrenses Episcopi”, in proposito alla storia di Policastro scriveva che: “…, pervenit deinde ad Ioannem Rufum, anno 1299. Sub Ioanna I Regina, Gabriello & c. Luciano Grimaldis cessit Imperio, regnate deinde Ferdinàdo Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Domino sult ecc…. Dunque l’Ughelli, scriveva che nel 1299 Policastro fu donata ai Ruffo di Calabria e solo con la Regina Giovanni I d’Angiò i Grimaldi (Gabriele e Luciano) ebbero Policastro fino a che subentrano i Petrucci della casa regnante Aragonese. Dunque, ciò che scriveva l’Ughelli (…), che voleva che i Grimaldi fossero i feudatari di Policastro da quando regnava la Regina Giovanna I d’Angiò, e non da Roberto d’Angiò, il Caggese scriveva che essi regnavano su Policastro dal 1348, ovvero ai tempi della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò, o Giovanna I di Napoli, figlia di Carlo d’Angiò, duca di Calabria, fu regina di Napoli dal 1348 al 1381, anno in cui fu deposta dal cugino Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale salirà al trono di Napoli con il nome di Carlo III e un anno dopo la farà assassinare. Anche il Laudisio (…), citato dal Tancredi (…), riporta la stessa notizia sulla scorta dell’Ughelli (…). Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), il vol. III, su cui bisognerebbe ulteriormente indagare.

Nel 1333, Tommaso Arabito (figlio di Nicolò Arabito), Sindaco dell’Università di Policastro

Matteo Camera (…) nei suoi “Annali”, parlando dell’anno 1324 e dell’editto di re Roberto d’Angiò per Bartolomeo Roveti, a p. 313, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, …..ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette di poi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.”. Riguardo a Tommaso Arabito o Arrabito, secondo figlio di Nicolò Arabito, di cui ho già parlano per l’anno 1314, oltre alla citazione di Matteo Camera, ne ha parlato Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 334, parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’archivio Cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo ecc…(24). Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 riguardanti Policastro (26).”. Ebner a p. 334 del vol. II, nella sua nota (26) postillava che uno dei quattro documenti conservati nell’Archivio della Badia di Cava dei Tirreni riguarda un certo Tommaso Arrabito, nobile di Policastro: “(26) I, ABC, agosto XIII, Policastro: vendita di una casa nella Piazza di Policastro fatta da ‘nobilem virum D.no Tomaso de Arrabito militem de Policastro’ a Ruggiero di Lanciano per 2 once d’oro e 15 tarì.. Secondo questo documento conservato negli arcivi cavensi il nobile Tommaso Arrabito, uno dei due figli di Niccolò Arrabito, nel 1331-1332 vendette una casa nella piazza di Policastro a Ruggiero Lanciano.

Nel 16 gennaio 1336, a Policastro divisione di beni

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 334, parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’archivio Cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo ecc…(24). Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 riguardanti Policastro (26).”. Ebner a p. 334 del vol. II, nella sua nota (26) postillava che:“(26)…….I, ABC, LXVIII, 20, 16 gennaio 1326, IX: divisione di beni nella città di Policastro fatta tra il priore del monastero di S. Lorenzo di Padula e il nobile Giovanni Abellante di Policastro. Notaio Pietro de Donadeo.”.

Nel 1336, alcune vendite a Policastro

Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p….., parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’Archivio Cavense sono quattro atti di vendita (fino al 1400), dal marzo 1136, XIV (ABC, XXIII, 110) al 19 Agosto 1331, XIV (ABC, LXIX 77). Nella seconda (agosto 1136, XIV – ABC, XXIV, 2) è notizia di “Mobilia monacha” (…) filia quondam Landulfi, olim domini de Policastro”. Vi sono pure un atto di divisione (16 gennaio 1336, IX – ABC, LXVIII, 20) e uno di revoca dell’11 settembre 1337 (ABC, LXX, 47).”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 334, parlando di Policastro in proposito scriveva che: “Nell’archivio Cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo ecc…(24). Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 riguardanti Policastro (26).”. Ebner a p. 334 del vol. II, nella sua nota (26) postillava che: “(26)…….I, ABC, LXVIII, 20, 16 gennaio 1326, IX: divisione di beni nella città di Policastro fatta tra il priore del monastero di S. Lorenzo di Padula e il nobile Giovanni Abellante di Policastro. Notaio Pietro de Donadeo. I, ABC, LXIX 77, 19 agosto 1331: Giovanni Molenaro con la moglie Maria vendono una vigna a Policastro in località Salenare a Giovanni Giordano, abitante in ‘casale Saponi pertinentiarum Policastri’ per 18 tarì d’oro. Notaio Pietro di Donato di Policastro. I, ABC, LXX 49. Bianca Ferraro di Policastro revoca l’oblazione di sè e dei suoi beni fatta al monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, presente il vescovo di Policastro.”.

Nel 1339-40, Francesco Arabito signore di Policastro (figlio di Nicolò Arabito) rivendette alcuni feudi a Goffredo Morra e a Percivallo e Gabriele Grimaldi di Genova

Matteo Camera (…) nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, parlando dell’anno 1324 e dell’editto di re Roberto d’Angiò per Bartolomeo Roveti, a p. 313, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108Costui vendette dipoi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v..

Nel 1340, re Ludovico ordinava al Conte di Policastro assistenza all’Abate di S. Giovanni a Piro

Nel 1342 muore Guglielmo (III) Sanseverino e si apre la successione dei feudi

Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Il Fusco, a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Guglielmo nel 1342, il ‘castrum’ di ‘Sansa’ restò ancora in potere dei Sanseverino col figlio Tommaso e, per successione, pervenne ad Americo Sanseverino, del ramo dei Signori di Padula, Laurino e Capaccio (1433)(202), il quale lo lasciò al figlio Guglielmo che, per aver preso parte alla Congiura dei Baroni etc…”. Dunque, secondo il Fusco, Guglielmo Sanseverino morì nel 1342, anno in cui si aprì la successione ai beni paterni. Sanza e gli altri casali del feudo passarono per successione al figlio Tommaso (III) Sanseverino ed ancora per successione il feudo passò ad Americo Sanseverino, del ramo dei signori di Padula, Laurino e Capaccio (1433), ed ancora al figlio suo Guglielmo (III) Sanseverino che per aver preso parte alla Congiura dei Baroni il feudo gli fu confiscato. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.Nicola Montesano (…) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22 parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Secondo il Montesano, il feudo di Tortorella, che apparteneva a Guglielmo Sanseverino, scrive il Montesano,“conte di Capaccio”, “alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”

Nel 1342, GIACOMO SANSEVERINO, figlio di Tommaso II Sanseverino

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico. Matteo Mazziotti, a p. 145, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania, pag. 176; Racioppi, op. cit., vol. V, pag. 188.”. Riguardo il Racioppi citato dal Mazziotti, egli, nella sua opera “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”.

Gatta, Memorie, p. 162

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Ecc…ecc…E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (132) postillava che la notizia era tratta da: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), ecc..”. Devo però precisare che la notizia dataci dal Fusco (…) tratta da probabilmente dal testo di G. Pecori (…), riguardo il nonno – scrive sempre il Fusco – Guglielmo Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino, non mi pare collimi con un’altra interessantissima notizia che proviene da Matteo Camera (…). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “I Sanseverino possedevano ancora il feudo nel 1333 con Giacomo di Sanseverino (27), primogenito di secondo letto di Tommaso, secondo conte di Marsico, per parte di sua madre Sveva Avezzano. Era pure conte di Mileto, barone di Cilento e primo Conte di Tricarico. Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc..Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…..Sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco. Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni e dei titoli al fratello Antonello (sposò Giovannella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi. Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ma vennero poi reintegrati nei loro beni con il privilegio di re Ferrante II del 15 agosto 1486. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Da Tommaso l’unico Giacomo, da cui il progenitore Ruggiero (secondo conte di Tricarico), Venceslao (terzo Conte), Stefano (conte di Matera) e Americo.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di Re Roberto. Il Tutini cit.,  pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”.

Nel 1343 –  GIOVANNA I D’ANGIO’

Roberto d’Angiò, fino alla sua stessa morte, avvenuta nel 1343. Senza eredi legittimi in vita, Roberto sarà succeduto al trono dalla nipote Giovanna, figlia di suo figlio Carlo, duca di Calabria. Giovanna I d’Angiò, o Giovanna I di Napoli (Napoli, 1327 circa – Muro Lucano, 12 maggio 1382), figlia di Carlo, duca di Calabria, e della duchessa Maria di Valois, fu regina di Napoli dal 1343 al 1381, anno in cui fu deposta dal cugino Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale salirà al trono di Napoli con il nome di Carlo III e un anno dopo la farà assassinare nella fortezza di Muro Lucano, ove era rinchiusa. Luigi I d’Angiò-Valois, figlio secondogenito del re di Francia Giovanni II, detto il Buono, fu prima creato conte e poi duca d’Angiò. Nel 1380 la regina Giovanna I, sovrana di Napoli e priva di eredi, lo designò come suo legittimo erede al trono di Napoli, ma nel 1382 Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale era stato designato erede prima di lui, entrò a Napoli facendo incarcerare e poi uccidere la regina Giovanna I, proclamandosi re. Luigi I si definì re di Napoli fino alla morte, avvenuta nel 1384, e le pretese al trono e il titolo vennero ereditate dal figlio Luigi II.

Nel 1343, Giovanna I ed i Capano 

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, in proposito sosteneva che: “Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc….”, a p. 137, in proposito scriveva che: “IV. All’incoronazione di Giovanna I avvenuta nell’anno 1343 assisteva, oltre Tommaso Sanseverino e molti baroni, un nobile a nome Giacomo Capano che dette al suo cognome un gran lustro nel Cilento. La famiglia di lui ebbe origine in Montecorice, ove aveva per cognome Capam da cui poi sarebbe venuto quello di Capano (1), come si desume da un’epigrafe che si trova nella chiesa di San Francesco presso Lustra. Su una lapide che covre una tomba vedesi effiggiato un guerriero ed incise queste parole: ………………….La famiglia Capano da Montecorice passò a Rocca e poi ebbe case a Salerno ed a Napoli. Giacomo Capano, maestro razionale e regio consigliere sotto Roberto, da cui ottenne varii feudi, fu armato cavaliere nel 23 marzo 1343 dal Principe Andrea marito della regina Giovanna. Costei, che lo predilegeva, volle nella circostanza della nomina di lui cavaliere donargli una cotta di lana verde con vaio per fregiarsene in tale rincontro, come si rileva dal seguente mandato di pagamento: …………..”.

Nel 1345, AMERICO SANSEVERINO, succede al padre Ruggero e diventa 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc…”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Chi era Americo Sanseverino ?. Riguardo questo feudatario, Americo Sanseverino, Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Da Tommaso l’unico Giacomo, da cui il progenitore Ruggiero (secondo conte di Tricarico), Venceslao (terzo Conte), Stefano (conte di Matera) e Americo.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto. Il Tutini, cit. , pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) ‘Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonabitacolus, Sansa’”. Dunque, in questa nota, Ebner postillava di un Americo Sanseverino che nel 1345 successe al padre, un altro Americo Sanseverino, nel possesso di alcuni casali e terre cilentane tra cui Laurino e Caselle. Sempre Ebner (…), nella sua nota (28) precisa che il padre di questo Americo Sanseverino era “nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto”. Riguardo alla nota (28) dell’Ebner a p. 82, dove scrive che questo Americo: Era nato da un altro Americo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di Re Roberto ecc..”, Ebner lo ripete anche parlando del casale di Capaccio a p. 610 del vol. I, dove però, pur riferendosi alla stessa fonte (al Tutini) lo chiama “Arrigo”. Americo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto d’Angiò. Sempre l’Ebner (…) a p. 610 del vol. I, di “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di Capaccio, nella sua nota (46), lo chiama “Arrigo” ed in proposito cita lo stesso pp. 78-80 del Tutini (…) postillando che: “(46) Nella colletta di Principato Citra, disposta per il trionfo di re Alfonso, Arrigo risulta il primo barone della Provincia, scrive C. Tutini, cit. pp. 78 e 80: “Comes Caputatii, Aquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Caputatium, Caselle, Trentinaria, Mons fortis, Marginariatu, Contronum, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Bonabitacolus, Sanza.”. Ebner (…), nella sua nota (46) citava Camillo Tutini (…), ovvero il suo: “Dell’origine e fundazione dè Seggi di Napoli e il libro di De Lellis etc..’ pubblicato a Napoli nel 1754. Il Tutini (…), come scrive l’Ebner che lo cita e che a pp. 78-80 in proposito, parlando dei Maestri Giustizieri nel Regno di Napoli al tempo di Roberto d’Angiò scriveva su Americo Sanseverino fosse nato da un altro Americo Commestabile di re Roberto d’Angiò “il comes Caputatii” che (possedeva): “Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”.

Tutini, p. 80

(Fig…) Camillo Tutini, op. cit., p. 80

Dunque, secondo il Tutini (…) al tempo di re Roberto d’Angiò, vi era un “Comes Caputatii” (che possedeva) alcuni casali ed era chiamato Americo o Arrigo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto. Felice Fusco (…), il quale, parlando del casale e del faudo di Caselle in Pittari, a p. 101, nella sua nota (128), nel suo “Caselle in Pittari – linee di una storia etc..”, riferendosi al passo dell’Ebner postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Sbaglia Ebner (ivi) quando come pare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo per dire.”. Di sicuro però devo segnalare che si parla di un Americo nel 1345 alla successione del padre Ruggero di Sanseverino. Un Americo nel 1345 alla successione dei feudi appartenuto al defunto suo padre Ruggero Sanseverino, figlio del nonno Giacomo e un Americo che il 27 febbraio 1433 viene nominato da re Alfonso I d’Aragona 1° conte di Capaccio e del Principato Citeriore. Dunque, Americo Sanseverino era il figlio terzogenito di Ruggero Sanseverino, figlio di Giacomo Sanseverino, figlio primogenito di Tommaso II di Sanseverino e di Sveva d’Avezzano. Ruggero Sanseverino, il padre di Americo, fu il 2° conte di Tricarico (altro ramo dei Sanseverino) e dunque Americo di Sanseverino fu il 3° conte di Tricarico. Dunque, riguardo Americo Sanseverino, il Fusco scriveva, forse sulla scorta del Pecori (…) che, egli sbagliava scrivendo “…quando – come pare – ritiene Americo figlio di un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo per dire.”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Devo però precisare che la notizia dataci dal Fusco (…) tratta da probabilmente dal testo di G. Pecori (…), riguardo il nonno – scrive sempre il Fusco – Guglielmo Sanseverino (padre di Tommaso II Sanseverino), non mi pare collimi con un’altra interessantissima notizia che proviene da Matteo Camera (…). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Di questo Americo Sanseverino ha parlato anche Felice Fusco (…) che lo cita in un suo saggio su Sanza e Buonabitacolo ed anche in un suo libro sulla storia di Caselle. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in Pittari, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati). Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134)…”. Dunque, Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner parla di due Americo Sanseverino: il primo è “Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.” che secondo lui aveva avuto un figlio chiamato Tommaso e che a sua volte ebbe un altro figlio chiamato anch’esso Americo. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel suo cap. 5, parlando dei Cpano e della Baronia del Cilento, a p. 144, riferendosi ad un documento, una Sentenza del 7 luglio 1386 pronunziata in Rocca Cilento, dove è trascritto un ordine di Tommaso I di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Lo stesso documento ci informa che la Baronia in quell’anno fu invasa da un tal Amerigo de Cucarito, ed essendo stato, fra gli altri, spogliato dei suoi beni un tale Petruccio de Rayno di Vetrale, piccolo casale di Matonti, egli ricorse ai Capano ecc..”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8) ecc…Quando i Sanseverino che erano scampati alle stragi di re Ladislao riottennero i loro feudi, non poterono più assicurare la promiscuità territoriale ai ‘naturali’ della fascia pedemontana del Cervato, i quali, a distanza di qualche decennio, erano già scontenti delle divisioni operate da Ladislao. Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Sempre a proposito di Guglielmo Sanseverino il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae‘ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Alcontrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”. Dunque, riguardo il Guglielmo Sanseverino, il Fusco si riferiva all’altro Guglielmo figlio di Tommaso Sanseverino, vissuto ai tempi di Carlo d’Angiò.

Nel 1347, è l’anno della peste nera o bubbonica

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel 1347, anno della “Peste nera” si ha un repentino calo degli abitanti. La terribile epidemia, a detta di molti storici, falcerà il 58 % dell’intera popolazione della Provincia di Salerno, per cui Torraca alla fine di quest’anno , potrebbe aver perso, rispetto al 1320, più della metà delle sue genti.”. Interessante è ciò che scriveva Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”.

Nell’8 luglio 1348, i re Ludovico e Giovanna I d’Angiò, scrivono a “Vallerano dei Grimaldis”, Conte di Policastro, per l’assistenza all’Abate di S. Giovanni a Piro

Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte,…..ecc…e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, ecc…..inserita (?) nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..”.

Di Luccia, lettera di re Ludovico, p. 12.PNG

Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia, scriveva che nel 1348 il feudo di Policastro passò a Gabriele e Luciano Grimaldi, rilevandolo da un documento dell’epoca della Regina Giovanna I d’Angiò confermata da re Ladislao suo cugino.  Il Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Il Di Luccia, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che nel 1348, Policastro era feudo e apparteneva alla celebre famiglia genovese dei Grimaldi. Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, e dei Grimaldi di Genova. Stessa notizia ci dà il Laudisio (…) che cita il Di Luccia (…). Infatti, il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “….Il feudo di Policastro nel 1229 passa a Giovanni Ruffo (famiglia dalla quale discende Paola del Belgio) e nel 1348 alla famiglia genovese dei ‘Grimaldi’ (82), ancora regnante a Monte Carlo.. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Laudisio, op. cit., p. 36; Ughelli F., Italia Sacra, col. 542.”. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Di Luccia P.M., op. cit., p. 8.”. Dunque, il Tancredi (…), fornisce un diverso riferimento bibliografico circa i Grimaldi di Genova a Policastro, cita altri riferimenti bibliografici e cita il Laudisio (…) e l’Ughelli (…). Il Di Luccia (…), cita l’Ughelli (…), ovvero la sua ‘Italia Sacra‘, op. cit. ed in particolare il tomo VII, col. 542. Infatti, l’Ughelli (…), del 1560, nel vol. VII a p. 758, parlando di “Policastrenses Episcopi”, in proposito alla storia di Policastro scriveva che: “…, pervenit deinde ad Ioannem Rufum, anno 1299. Sub Ioanna I Regina, Gabriello & c. Luciano Grimaldis cessit Imperio, regnate deinde Ferdinàdo Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Domino sult ecc…”. Dunque l’Ughelli, scriveva che nel 1299 Policastro fu donata ai Ruffo di Calabria e solo con la Regina Giovanni I d’Angiò i Grimaldi (Gabriele e Luciano) ebbero Policastro fino a che subentrano i Petrucci della casa regnante Aragonese. Dunque, ciò che scriveva l’Ughelli (…), che voleva che i Grimaldi fossero i feudatari di Policastro da quando regnava la Regina Giovanna I d’Angiò, e non da Roberto d’Angiò, il Caggese scriveva che essi regnavano su Policastro dal 1348, ovvero ai tempi della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò, o Giovanna I di Napoli, figlia di Carlo d’Angiò, duca di Calabria, fu regina di Napoli dal 1348 al 1381, anno in cui fu deposta dal cugino Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale salirà al trono di Napoli con il nome di Carlo III e un anno dopo la farà assassinare. Anche il Laudisio (…), citato dal Tancredi (…), riporta la stessa notizia sulla scorta dell’Ughelli (…). Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), il vol. III, su cui bisognerebbe ulteriormente indagare.

Nel 1348, la Regina Giovanna I d’Angiò concesse privilegi ad Antonio Grimaldi di Genova che poteva vivere felice a Nizza

Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930,parla della famiglia Grimaldi nel suo vol. I ap. 459, come ho già scritto. Caggese scrive pure di Antonio Grimaldi a p. 299 del vol. II, op. cit. in cui scriveva che: “,…e gli esuli, scacciati in patria dalla rivolta contro la Signoria angioina, ecc..ecc…Antonio Grimaldi, che un giorno riceverà da Giovanna I un vistoso compenso alla ben provata fedeltà, può vivere pacificamente a Nizza, sotto l’egida della protezione del Re (6), come altri suoi concittadini, mercanti arricchiti, possono liberamente entrare a far parte della nobiltà provenzale ricorrendo sempre utilmente alla protezione del Re anche contro lo zelo eccessivo dei Siniscalchi (7).”. Il Caggese, a p. 299 del vol. II, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Arch. des Bouch. du Rh., B, 195, c. 5, 17 febbraio 1338: “de permictendo construi facere galeas per ecc…ecc..”. Sempre il Caggese, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Ibidem, B., 195, c. 21, 27 giugno 1340: “….de novitatibus factis per officiales Provincie contra Ruffum Salvagnis de Janua et eius fratres ratione castri Sancti Albani quod tenet idem Ruffus”.”. Poi sempre il Caggese, nel vol. II a p. 294, scrive di Grimaldi Carlo scrivendo che: “Ventimiglia poteva servire efficacemente a guardare ecc…ed ecco che Carlo Grimaldi, genovese, e Filippo di Sangineto, Siniscalco angioino di Provenza, si dettero a lavorare gli animi, ecc..”. Dunque, in riferimento ad Antonio Grimaldi genovese, il Caggese scrive che ai tempi della Regina Giovanna I d’Angiò ricevette da questa una buona dote per la sua fedeltà.

Nel 1300 e 1400, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano) e la Signoria dei SANSEVERINO

Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”.

Nel 1350, Francesco Sanseverino, Conte di Lauria e Signore di Cuccaro sposò Caterna dei Conti di Celano

Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando del feudo di Tortorella all’epoca angioina e del periodo di successione alla morte di  Tommaso III di Sanseverino, in proposito scriveva che: Nel 1395 Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso che aveva sposato nel 1350 Caterina dei conti di Celano, diventa il 1° Conte di Lauria.”. Nicola Montesano, nell’ultima frase si riferiva a Tommaso III di Sanseverino ed al suo figlio secondogenito Francesco di Sanseverino, figlio della seconda sua moglie. Il Montesano, sulla scorta di Ebner, scrive che Francesco Sanseverino nel 1350 aveva sposato Caterina dei Conti di Celano e nel 1395 divenne il 1° Conte di Lauria.

Nel 1352 “Andrea di Castelluccia” (Mercadante), padre di “Iancuccia” (Biancuccia) Mercadante di Torraca

Da alcune ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea di Castelluccio. Pietro Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’Angiò re a. VII. Biancuccia figlia del fu Andrea Mercatante di Castelluccia e moglie di Antonello di Diano, nomina Maso Valente di Diano suo procuratore per vendere la metà del castello di Torraca in Principato Citra a Matteo di Laurito.” e, postillava: “Giudice a. Romano di maestro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Pietro Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), nel suo “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, a p. 664, in proposito a Torraca scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano” e, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. La Mazzoleni (…) a p. 134, riguardo il documento n. VI (pergamena di Laurito n° 5). La Mazzoleni in proposito scriveva che:  “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano –  Luigi II d’A. re a. VII” e, poi scriveva il seguente testo: “Biancuccia figlia del fu Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 5 postillava che: “Giud. an. Romano di mastro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Ma chi era l’“Andrea di Castelluccia”, padre di “Iancuccia” Mercadante di Torraca che aveva sposato Tommaso di Monforte di Laurito ?. Riguardo l’Andrea di Castelluccia, citato da Ebner, doveva trattarsi di un milite al servizio della famiglia dei Sanseverino originario di Castelluccia, un casale vicino Roccadaspide. Dunque, Pietro Ebner ha scritto di Andrea di Castelluccia, padre di Iancuccia Mercadante, ovvero Andrea Mercadante di Castelluccia. Ebner (…), parlando di Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante di Torraca, scriveva che “Andree de Castelluccia” risultava “quondam”, ovvero egli fu, ovvero era Andrea Mercadante di Castelluccia era morto. Dunque, siccome la pergamena a cui si riferiva la Mazzoleni è del 1391, significa che nel 1391 Andrea Mercadante di Castelluccia era già morto nel 1391. Ma quando è morto il padre di Biancuccia Mercadante ?. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni, riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino i Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito.”. Ebner (…), come ho già detto, traeva questa notizia da alcune pergamene dette di Laurito pubblicate da Jole Mazzoleni. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano.di cui il testo scritto è il seguente: “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Dunque, secondo il documento pubblicato dalla Mazzoleni (…), risulta che nel 1352 Andrea di Castelluccia era Giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota ai tempi di Tommaso II Sanseverino feudatario del basso Cilento. Dunque, se come risulta dalla pergamena n° 2 risulta che nell’anno 1352 Andrea Mercadante di Castelluccia aveva ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino, vuol dire che egli morirà molto più tardi e che nell’anno 1352 egli ricopriva a pieno titolo le cariche attribuitegli dal Sanseverino.  Dal documento pubblicato dalla Mazzoleni (…), risulta che Andrea di Castelluccia nel 1352 risultava Giustiziere e vicario della terra di Cuccaro. Se, come scrive la Mazzoleni (…), sulla scorta di un documento tratto dalla Cancelleria Angioina, Andrea di Castelluccia, nel 1352 (epoca di Carlo II d’Angiò) era “giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, ….”, dobbiamo riferirci all’epoca del 1352, all’epoca di Tommaso II Sanseverino. Per saperne di più, guardiamo all’epoca dell’anno 1352, ai tempi di Tommaso II Sanseverino se risultano notizie intorno alla figura del milite Andrea Mercadante padre di Biancuccia nella baronia di Laurito, e nelle terre o casali di Cuccaro e di S. Severino di Camerota. Riguardo il casale di “Castelluccia”, ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p. 261 del vol. I. Ebner in proposito scriveva che: “Castelluccia (fino al 1863, odierno Castelcivita). Già nell’ottobre del 1117 è menzione ‘del loco Castelluczo’, più tardi (settembre 1157) di ‘habitantes ubi Castelluctium dicitur’. Ne è notizia ancora in una concessione enfiteutica dell’agosto 1257. Dai ‘Reg. ang.’ risulta che avesse occultato sei fuochi per un’oncia e mezza. Fu sempre dei Sanseverino di Cilento. Avocato al fisco per fellonia dei Sanseverino, fu poi concesso da re Federico a Giovanni di Cardona. Nei suoi pressi le rovine di Pantuliano.”. Dunque, Ebner scrive che questo casale oggi corriponde all’odierno Castelcivita, un comune vicino Roccadaspide. Situato alle pendici meridionali degli Alburni e a nord-est del territorio cilentano, sorge su uno sperone naturale, con case a cascata, a 587 m sul livello del mare. Castelcivita è un nome recente: infatti, come molti paesi della Campania costruiti sull’alto di qualche montagna e poi distrutti, ha subito varie denominazioni. È indicato già in un documento del 1171, come in quelli angioini aragonesi, con il nome di Castelluccia, ad indicare l’originario Castella, piccola piazzaforte, del periodo romano. Si pensa che la recinzione totale di Castelcivita sia opera di Pandolfo di Fasanella, gran feudatario, il quale la fece costruire per ordine di Carlo I d’Angiò. Sul casale di Castelluccia ha scritto Pietro Ebner nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, dove a p. 670 del vol. I, in proposito all’epoca di Andrea Mercadante e a Federico II di Svevia scriveva che: “Da una disposizione reale, risalente forse alla stessa di Federico II circa i casali tenuti a contribuire alla manutenzione di alcuni castelli, risulta che era signore “castri Castelluccia” Erberto d’Orleans (4)”. Ebner nella nota (4) postillava che: “(4) Reg. 21, f 179 t = vol. XI, p. 76, n. 252 (Rex mandat ne homines etc..)”. Ebner riguardo la sua nota postillava e si riferiva al vol. XI della Ricostruzione dei Registri Angioini pubblicati da Riccardo Filngieri (…). Devo precisare che il personaggio di cui tratto, il milite ‘Andrea di Castelluccia’, padre di Biancuccia Mercadante, dunque probabilmente Andrea Mercadante di Castelluccia (oggi Castelcivita), ha vissuto in epoca angioina.  Riguardo il castello ed il casale di S. Severino di Camerota, leggendo il vol. II del ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’ di Pietro Ebner a p. 544, non troviamo nessuna notizia circa il giustiziere della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino, Andrea di Castelluccia, ma troviamo conferma che il feudo era sotto Tommaso II Sanseverino e forse posseduto da Girolamo di Morra il quale lo vendette ad Annibale Antonini.

Nel 1 novembre 1352, “Andrea di Castelluccia” (Mercadante), padre di “Iancuccia” (Biancuccia) Mercadante di Torraca  è Giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota

Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino i Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Da alcune ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea di Castelluccio. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni (…), riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano. di cui il testo scritto è il seguente:  “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Riguardo al milite Andrea Mercadante di Castelluccia ho già scritto.

Nel 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI e la sua bolla di Avignone con la quale unisce alcuni monasteri e abbazie alla basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore in Roma

Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia….Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordnaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Dopo il detto fin quì (il tutto che si è venuto fatto di raccogliere sulla Chiesa policastrense) chiuderemo questo articolo notando i luoghi su i quali si estende la giurisdizione episcopale. Essi sono: ‘Acqua della Vena’, Bosco, Battaglia, Camerota, Capitello, Celle, Casaletto, Lentiscosa, Lauria, Latronico, Lagonegro, Morigerati, Poderia, Policastro, Roccagloriosa, Rocchetta, Rivello, Spani Sicilì, Sapri, S. Costantino, S. Cristoforo, Santa Marina, S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Trecchiena, Torraca, Tortorella, Vibonati'”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Concilio Tridentino, Sessione 24, Capitolo 18, ‘de Reformat’.”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex Bull., 21 novem. anno 1777.”.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio Gaetano, op. cit., p. 539

La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore”

Nel 27 aprile 1358, muore Tommaso III di Sanseverino

Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Enrico di Sanseverino sposo di Ilaria di Lauria o Maria dell’Oria, a pp. 135-136, riferendosi a Tommaso III Sanseverino, figlio di Ilaria di Lauria e Enrico Sanseverino da poco morto e fratello di Ruggiero Sanseverino dei Conti di Marsico,  in proposito scriveva che: L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso Ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero. Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Dunque, il Mazziotti, parlando di Tommaso III di Sanseverino scrive che egli era figlio di Ilaria di Lauria (“Maria dell’Oria”) ed Enrico Sanseverino e fratello di Ruggero, era nato nel 1310 e che nel 27 aprile 1358 morì dopo aver sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè Barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re anche Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori, successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”.

Nel 24 Maggio 1358 o 1359, Antonio Sanseverino, V conte di Marsico, successe al padre Tommaso III Sanseverino (figlio di Enrico e di Ilaria)

Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc…ecc…”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria che gli portò in dote 1500 once d’oro.”

Nel 1359, Francesco Arabito (di Policastro e figlio del defunto Nicolò), vendette certi beni al nobile Giacobello di Marsico

Riguardo la nobile famiglia degli Arabito o Arrabito (a Policastro), il canonico Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, sulla scorta dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo Angioino, parlando di Policastro scriveva che: Fiorì molta nobiltà in Policastro, la quale dopo l’ultima sua desolazione si ridusse ad habitare altrove, ma perchè si conosca qual fusse, e s’abbia qualche piccola notizia d’alcune poche famiglie che da questa Città trassero origine, noterò quelle notizie che mi sono abbattuto vederne. Fu nobilissima famiglia de Arrabito (1) (p. 32) di cui oltre le memorie che se ne ritrovano negli Archivii Reali, leggesi fra pergamene raccolte dal P. M. Giovan Battista Prignano il nobil sig. Francesco de Arrabito Cavaliere di Policastro nel 1359 vender certe robbe, che haveva in detta Città al nobile Giacobello di Marsico, di cui si vede in un altra cartola fusse moglie la nobile signora Bettruda di Raone (2). Evvi anco il testamento di Catarina di Montitehio moglie del nobile Michele de Arrabito fatto nell’anno 1408. Altre scritture esser mi ricordo haver lette di queste famiglie, nelle quali sempre son chiamate nobili e Cavalieri e di Policastro le persone nominatevi; ma basti accennare questo poco, poichè non ho altre notizie se sia estinta, o pure in altro luogo trasferita.”. Il Gaetani (…), a p. 32, nella sua nota (1) postillava che: “(1) De Arrabito fam.”. Il Gaetani, a p. 32, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363.”. Riguardo la citazione di Gaetani delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano, di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi e che furono poi pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’, forse raccolte e pubblicate dal Fortunato nell’inedito ‘Codice diplomatico potentino’,  costituito da 55 documenti che dal 1178, giungono al 1500, forse pubblicati nel testo ‘Badie, Feudi e Baroni della Valle di ..‘, poi in seguito pubblicate dal Pedio (…). Invece forse si tratta di Prignani Giovan Battista, ‘Memorie storiche della città di Salerno‘, un manoscritto.  Manoscritto; 1601-1657 data stimata (codice donato alla Biblioteca Angelica nel 1657). Delle famiglie di Salerno’. Tomo primo (1r). Riguardo l’interessante manoscritto del Prignano (…), ne parla Giovanni Granito (…), nel suo saggio Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma’, che stà in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. Giovanni Granito (…), op. cit., a p. 81, in proposito scriveva che: “…………..”.

Granito, op. cit. , p. 81

Riguardo l’altra citazione del Gaetani (…), del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…), si tratta del manoscritto che egli scrisse nei primi anni del ‘600, un prezioso manoscritto intitolato ‘Lucania sconosciuta (…), rimasto inedito, già conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno e, per molti secoli è stato introvabile e, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. In questo nostro studio, pubblichiamo tutto il Capitolo IX del Libro II, ovvero le pagine che ci parlano della storia di Camerota e di Policastro, proponendoci di pubblicare anche le pagine seguenti del manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, che riguardano il territorio fino a oltre Scalea. Luca Mannelli o Mandelli, era un frate Agostiniano (dell’Ordine di S. Agostino). Nella fortuna critica della sua “Lucania sconosciuta” c’è una palese contraddizione: da parte, il Mandelli è utilizzato e citato, dal Seicento in poi, fino ad oggi, dagli storici che si sono occupati del territorio lucano e poi salernitano; dall’altra, nonostante tale persistente ed indiscussa vitalità, la sua opera, tranne appunto la parte che riguarda il Vallo di Diano, è rimasta manoscritta. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini (…) e del Troyli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico sono stati i primi a comporre una storia organica dei nostri territori. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava (…). Il Padiglione (…), nel suo ‘La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati da Carlo Padiglione’, pubblicato nel 1876, a p. 262, leggiamo che:

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(Fig….) Pagina n. 50r, tratta dal Libro II, Cap. IX del  manoscritto del Mannelli (…)

Nel 1359, Francesco de Arrabito vendette alcune proprietà a Policastro a Giacobello de Marsico

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: ‘Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal sig. Scipione Volpicella (…) e, di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio – riguardo l’epoca Aragonese e Vicereale nel Golfo di Policastro, il Capitolo XI del manoscritto del Mannelli, a p. 32 parlando delle famiglie nobili ed importanti di Policastro, in proposito è scritto che: “famiglia de Arrabito (1) di cui oltre le memorie che se ne ritrovano negli Archivii Reali, leggesi fra pergamene raccolte dal P. M. Giovan Battista Prignano il nobil sig. Francesco de Arrabito Cavaliere di Policastro nel 1359 vender certe robbe, che haveva in detta Città al nobile Giacobello di Marsico, di cui si vede in un altra cartola fusse moglie la nobile signora Bettruda di Raone (2). Evvi anco il testamento di Catarina di Montitehio moglie del nobile Michele de Arrabito fatto nel 1408. Altre scritture esser mi ricordo haver lette di queste famiglie, nelle quali sempre son chiamate nobili e Cavalieri e di Policastro le persone nominatevi; ma basti accennare questo poco, poichè non ho altre notizie se sia estinta, o pure in altro luogo trasferita.”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 32 così postillava che: “(1) De Arrabito fam.”. Il Gaetani (…), nella sua nota (2) a p. 32 così postillava che:  “(2) Archivio P. Prignano. 1359 fascicolo 0. numero 12 – II fascicolo p. 1363.”. Dunque, Rocco Gaetani traeva alcune interessanti notizie su alcune nobili famiglie di Policastro in alcune pergamene raccolte nel testo di P.M. Giovan Battista Prignano (…). Riguardo la citazione di Gaetani (…) delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano (o Prignani), di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi che, in seguito, furono pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’. Su questo autore ha scritto Granito G. (…), nel suo ‘Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” anno II, 1, 1984, pp. 81-87. In Granito (…), del suo saggio a p. 86, nella sua nota (1) postillava che: : “(1) G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno, manoscritto n. 276, in Biblioteca Angelica di Roma, sul frontespizio leggesi “F. Philippus Vicecomes Episcopus Catanzarij olim Generalis Bibliothecae Angelicae donavit anno 1657.”.

Granito G., op. cit. in BSPS, 84, a. II, n. 1, p. 86.PNG

Il Granito (…), nella sua prima pagina del saggio segnalava che i due testi del Prignani (…) erano stati già segnalati dal Cantalupo (…). Infatti, il Cantalupo (…), nel suo “Il feudo vescovile di Agropoli etc..” che si trova nel Bollettino storico per la provincia di Salerno e Principato Citra’, anno II, n. 2 (1983), a p. 36 nella sua nota (103), postillava che: “(103) ecc..:

Cantalupo, Archivio Storico ..principato Citra, anno II, n. 2 (1983), nota 103, p. 36,.PNG

(Fig…) Cantalupo, op. cit. in ‘BSPPC’, anno II, n. 2 (1983), p. 36, nota (103)

Dove egli scrive di averli personalmente scoperti nella Biblioteca Angelica di Roma dove essi sono conservati con la collocazione ms. 276 e 277. Il Cantalupo (…), riguardo un documento di Tommaso Sanseverino postillava dei ue testi del Prignano (…), che furono segnalati per la prima volta nel manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (…), da cui ha attinto Rocco Gaetani (…). Il Cantalupo scrive che: “Nei due volumi dell’opera trattò diffusamente, sulla scorta di una precisa documentazione tratta dagli archivi dell’epoca, la storia di 84 famiglie che ebbero feudi e titoli nobiliari soprattutto nel Principato Citra.”. Dunque, i due volumi del Prignani costituiscono una fonte importantissima per la storia delle nostre terre.

Nel 20 agosto 1372, la fine della guerra del Vespro Siciliano

La fine del conflitto con gli Angioini si ebbe con il Trattato di Avignone che, segnò il distacco definitivo del Regno di Napoli dal Regno di Sicilia. La guerra fra Sicilia e Napoli si sarebbe chiusa solo il 20 agosto 1372 dopo ben novanta anni, con il trattato di Avignone, firmato da Giovanna d’Angiò e Federico IV d’Aragona con l’assenso di papa Gregorio XI, con il riconoscimento formale dei due regni, di Sicilia e di Napoli. La guerra che però era ripresa nel 1313 quando Federico III rivendicò il titolo di re di Sicilia per il figlio Pietro. Si riuscì a trovare un primo accordo solo alla morte di Pietro (1342), quando salì al trono il figlio Ludovico sotto tutela di Giovanni d’Aragona, detto la «pace di Catania» l’8 novembre 1347, che non fu ratificato dal parlamento siciliano. La guerra fra Sicilia e Napoli si sarebbe chiusa solo il 20 agosto 1372 dopo ben novanta anni, con il trattato di Avignone, firmato da Giovanna I d’Angiò e Federico IV d’Aragona con l’assenso di papa Gregorio XI, con il riconoscimento formale dei due regni, di Sicilia e di Napoli.

Nel 1373, Biancuccia (“Iancuccia”) Mercadante, figlia di “Andree de Castelluccia” ( Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota

“Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, era figlia di “Andree de Castelluccia” (Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e Vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota nell’anno 1352, quando secondo una pergamena pubblicata dalla Mazzoleni, risulta avere ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino. Sempre secondo alcune ‘pergamene di Laurito’, nel 1390 fu rogato il testamento del suo primo marito Tommaso di Monforte di Laurito a favore dei figli Antonello e Giovannella ancora minori. Dalle pergamene pubblicate dalla Mazzoleni non si evince la data in cui Tommaso di Monforte di Laurito aveva sposato Biancuccia Mercadante ma possiamo dedurla dal testamento del 1390. Infatti, presumibilmente la data del matrimonio risale all’anno 1373, ovvero 17 anni prima che il padre dei due pupilli, anno 1390, fece testamento prima di morire. Sappiamo sempre dalle pergamene di Laurito che, Biancuccia Mercadante di Torraca, dopo la morte del marito Tommaso di Monforte di Laurito, avvenuta presumibilmente dopo aver fatto testamento nell’anno 1390, si risposò nuovamente con Antonio Pellegrino di Diano (Teggiano). Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Riguardo i beni mobili ed immobili lasciati nel testastamento da Tommaso di Monforte di Laurito ai due figli Antonello e Giovannella ed alla prima moglie Biancuccia Mercadante, madre dei due ragazzi minorenni, la cui tutela fu afidata al loro zio Matteo di Monforte cugino di Tommaso, la Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “….le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, ecc…” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Riguardo l’origine di “Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, scriviamo sulla scorta di alcune pergamene di Laurito, cosiddette e pubblicate dalla Jole Mazzoleni (…). Jole Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “…..marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, ecc…”. La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano” e, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. La Mazzoleni (…) a p. 134, riguardo il documento n. VI (pergamena di Laurito n° 5). La Mazzoleni in proposito scriveva che:  “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano –  Luigi II d’A. re a. VII” e, poi scriveva il seguente testo: “Biancuccia figlia del fu Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 5 postillava che: “Giud. an. Romano di mastro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Dunque, dalle Pergamene di Laurito pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea Mercadante di Castelluccia, un casale vicino Roccadaspide. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni, riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano.” di cui il testo scritto è il seguente:  “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che:  “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Poi Ebner sempre a p. 523 scriveva pure che: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia giustiziere e vicario della baronia di Laurito di accertare ecc…ecc…”. Ebner, a p. 524 scriveva che: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria.”.

Nel 1373 (?), Tommaso Monforte di Laurito sposò “Iancuccia” Biancuccia Mercadante

“Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, era figlia di “Andree de Castelluccia” (Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e Vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota nell’anno 1352, quando secondo una pergamena pubblicata dalla Mazzoleni, risulta avere ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino. Sempre secondo alcune ‘pergamene di Laurito’, nel 1390 fu rogato il testamento del suo primo marito Tommaso di Monforte di Laurito a favore dei figli Antonello e Giovannella ancora minori. Dalle pergamene pubblicate dalla Mazzoleni non si evince la data in cui Tommaso di Monforte di Laurito aveva sposato Biancuccia Mercadante ma possiamo dedurla dal testamento del 1390. Infatti, presumibilmente la data del matrimonio risale all’anno 1373, ovvero 17 anni prima che il padre dei due pupilli, anno 1390, fece testamento prima di morire. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito ecc….(8). Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figliuoli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “….come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, ecc…(2).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”. Ma quando Tommaso di Monforte di Lauito avesse sposato Biancuccia non ci è dato sapere. Nè sapiamo quando, dopo la morte di Tommaso di Monforte di Laurito, Biancuccia, si risposò con Antonio Pellegrino di Diano.Di sicuro possiamo dire che, se come è vero che il testamento di Tommaso Monforte di Laurito era stato rogato nel 1390, prima che lui morisse e, che dallo stesso testamento risulta che i suoi due figli e di Biancuccia, Antonello e Giovannella erano stati lasciati alla tutela del cugino Matteo, vuol dire che essi erano ancora minorenni e quindi possiamo far risalire il matrimonio tra Tommaso di Monforte di Laurito e Biancuccia Mercadante a 17 anni prima ovvero al 1373 circa. Chi era questo Tommaso di Monforte di Laurito, citato da Ebner e nelle ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Mazzoleni ?. Era il primo marito di “Iancuccia” Biancuccia Mercadante di Torraca. Dunque, secondo alcune pergamene pubblicate dalla Jole Mazzoleni, si evince che nel 1390, Tommaso di Monforte di Laurito, prima di morire lasciando vedova sua moglie Biancuccia Mercadante di Torraca, fa testamento a favore dei suoi due figli e della moglie. Riguardo i Monforte di Laurito, la Mazzoleni in “Notizie per la storia di Laurito e della Famiglia Monforte (1344-1770)”, in R.S.S., in roposito scriveva che: “Nel 1344 (2) i Signori del casale si chiamano ancora di Laurito nelle persone di Ruggero e del nipote Iaquinuccio, mentre nel 1352 i Monforte sono già indicati onomasticamente come feudatari, con Giovanni Monforte detto di Laurito, che tiene il casale in feudo nobile per metà del servizio militare, e a cui si rivolge Tommaso Sanseverino, (3) conte di Marsico per stabilire i contributi finanziari ai quali è obbligato il subfeudo. La morte di Giovanni, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco Sanseverino, conte di Lauria.”. Sui Monforte di Laurito Pietro Ebner riporta la stessa notizia a p. 339, vol. II, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta di Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, a p. 102, parlando di Laurito, in proposito alle origini dei Monforte in proposito scriveva che: “Da un altro ‘Registro’ (7) si apprende che nel 1336 un ramo della famiglia Monforte si era trasferito a Laurito”. Tommaso Monforte di Laurito, nel 1344, era il feudatario di Laurito un piccolo centro del basso Cilento nella Diocesi di Capaccio. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino i Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12). Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, sulla scorta delle pergamene di Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1348 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14). Il 30 aprile del 1407 Nicola di Monforte alias di Laurito, signore dell’altra metà si divesero un ‘hospicium’ posseduto in comune “in platea pubblica” (15). Il 17 novembre del 1414 Giovanna II ordinò (16) al nobile Corrado Curialis di S. Severino d’immettere Guglielmo di S. Barbaro di Sanseverino nel possesso della metà del casale di Laurito vendutogli con regio assenso da Masello di Laurito, tutore di Mazeo e Giacomo di Laurito per 70 once da devolvere a soddisfare i diritti dotali della madre (Perna Bigotta di Sala) dei predetti pupilli e di far prestare l’omaggio dovuto dai vassalli al suddetto Guglielmo Barbato. Infatti, l’8 dicembre 1414 (17), presente Corrado Curialis di Sanseverino, i capifamiglia della metà di Laurito spettantegli prestarono la dovuta ‘asseciratio’ al nuovo feudatario. Nel 1427 Giovanna II confermò ai capifamiglia la separazione di Laurito da Cuccaro (18).”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (16) postillava che: “(16) VIII, Napoli = Mazzoleni cit., pergamena n. 17, p. 137.”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Mazzoleni, cit., pergamena n. 18, VIII, Laurito, giudice ‘ydiota’ Giacomo di Stabile di Laurito e notaio Benuto di not. Prisciano di Rocca Gloriosa. ‘Nomina vero et cognomina ipsorum vassallorum et hominum ipsius terre sive casalis Lauriti sunt hec videlicet: Ntarius Cirillus de Porta tam nimine ecc…”. Ebner (…), riguardo le ‘pergamene di Laurito’, a p. 102, del vol. II, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Mazzoleni, pergamene 4-5-6-7.”. Riguardo le “Pergamene di Laurito”, conservate all’Archivio di Stato di Napoli e, da cui l’Ebner ha tratto l’interessante notizia che riguarda pure il feudo di Torraca, ne parla la Jole Mazzoleni (…) a p. 126 nel testo Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), pubblicato nella rivista ‘Rasssegna Storica Salernitana’, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s., Anno XII, N. 1-4, gennaio-dicembre 1951, a p. 126. La Mazzoleni ne parla anche nel testo ‘Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630)’ acquistate anni fa dall’ASN, che stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140. La Mazzoleni (…) a p. 126, in proposito scriveva che: “Il recente acquisto di un gruppo di 22 pergamene dei secoli XIV-XVII, fatto dall’Archivio di Stato di Napoli, ci permette di offrire alcuni particolari interessanti Laurito, piccolo centro del Salernitano, in diocesi di Capaccio, e la sua storia feudale prima come suffeudo concesso dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria ai Monforte, indi come ducato autonomo di questi ultimi. Dal contenuto dei singoli documenti di cui riportiamo un ampio regesto, si rileva anzitutto l’ininterrotto rapporto di dipendenza dai Monforte dai Sanseverino come suffeudatari fino al secolo XVII. Ecc..”. Dunque, la prima cosa che devo dire è che Tommaso (“di” dice Ebner) Monforte di Laurito e Tommaso Sanseverino e Francesco Sanseverino sono tre persone diverse. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Francesco Sanseverino, conte di Lauria e Signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis’ (12).”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni a p. 138 riportando la pergamena n….. (documento suo n. XX) in proposito scriveva che: “XX. 1438, 24 ottobre, II , Rocca Gloriosa.” e, postilava che: “Trans. il 1454, 1° gennaio (v. n. 21). Perg. n° 15.”.

1382 –  CARLO III D’ARAGONA-DURAZZO

Luigi I d’Angiò-Valois, la regina Giovanna I d’Angiò, sovrana di Napoli e priva di eredi, lo designò come suo legittimo erede al trono di Napoli, ma nel 1382 Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale era stato designato erede prima di lui, entrò a Napoli facendo incarcerare e poi uccidere la regina Giovanna I, proclamandosi re. Luigi I si definì re di Napoli fino alla morte, avvenuta nel 1384, e le pretese al trono e il titolo vennero ereditate dal figlio Luigi II.

Nel 1381, Matteo di Monforte di Laurito, zio e tutore degli eredi Antonello e Giovannella figli di Tommaso Monforte, ebbe riconosciuti i diritti sul feudo di Laurito ed il suffeudo di Torraca dal giurista Arcamone nella causa davanti al parlamento di Carlo III d’Aragona-Durazzo

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 103, parlando di Laurito, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito scriveva che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, asserendo: che alla morte di Giovanni di Laurito era già premorto il primogenito Antonio, che essendo incapace il secondogenito Giovanni Nicola, e morto in età infantile il terzogenito Giovannello, non vi era a chi assegnare il suffeudo. Si oppose Matteo di Laurito, il quale richiamandosi all’infeudamento ‘iure langobardarum’ del feudo affermò che esso doveva essere assegnato a lui quale zio paterno. Tali ragioni, per le oposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento da Carlo III d’Aragona-Durazzo. Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione.”.

Mazzoleni, p. 136

(Fig…) Mazzoleni, p. 132, pergamena n° 3, anno 1381

Carlo d’Angiò-Durazzo, figlio di Luigi, III duca di Durazzo, e di Margherita Sanseverino, fu re di Napoli con il nome di Carlo III, dal 1382, e re d’Ungheria con il nome di Carlo II detto il Breve, dal 1385. La Mazzoleni in “Notizie per la storia di Laurito e della Famiglia Monforte (1344-1770)”, in R.S.S., in roposito scriveva che: “La morte di Giovanni, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco Sanseverino, conte di Lauria.”. Dunque, dalle ‘Pergamene di Laurito‘ sappiamo che nel 1381, dopo la morte di suo fratello Giovanni di Monforte di Laurito, Matteo di Monforte di Laurito, cugino del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, governava sul feudo e la Baronia di Laurito. La Mazzoleni, scriveva “per le ragioni che ora spiegheremo..”. La Mazzoleni, spiega che dopo la morte di Giovanni Monforte, poichè i due suoi figli, Antonio era morto e Giovanni Nicola era stato ritenuto incapace e pure il suo figlio Giovannello era morto, Francesco Sanseverino si era ripreso il feudo di Laurito e l’aveva donato al fratello Luigi per poi ricomprarlo di nuovo.  Matteo di Monforte nella sua qualità di zio paterno dei mancati feudatari legittimi, si oppose ed ebbe riconosciuti i diritti nella successione del casale dal giurista Bartolomeo Arcamone. La Mazzoleni, sulla scorta delle ‘Pergamene di Laurito’ scriveva che nel 1381 morì Giovanni Monforte feudatario di Laurito e suo fratello Matteo Monforte cade in discordia con il conte di Lauria, Francesco Sanseverino, feudatario di Laurito. Dunque, secondo Pietro Ebner, sulla scorta delle pergamene di Laurito pubblicate dalla Mazzoleni, dopo il 1381, quando Francesco Sanseverino si riprese il feudo di Laurito, Matteo di Monforte di Laurito, zio paterno dei due eredi di Tommaso di Monforte, Antonio e Giovannella, si oppose e si adirò alla corte di Carlo III d’Aragona-Durazzo dal quale ottenne la Sentenza di Bartolomeo Arcamone che gli riconobbe i diritti di successione sul feudo di Laurito. Infatti, la Mazzoleni, scrive pure che dopo la sentenza emessa dal giurista Bartolomeo Arcamone. Pietro Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. La Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che:  “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.“.

Nel 1381, Francesco Sanseverino cedette il feudo di Laurito a Matteo di Monforte

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 103, parlando di Laurito, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito scriveva che: “Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento once d’oro in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11).”. Ebner a p. 103, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Mazzoleni, cit., pergamene 4-5-6-7”.

Mazzoleni, p. 136

(Fig…) Mazzoleni, p. 132, pergamena n° 3, anno 1381

Nel 1383-1384, muore Antonio di Sanseverino, figlio di Tommaso III Sanseverino

Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso III Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria che gli portò in dote 1500 once d’oro.”Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”.

Nel 1384, Tommaso IV di Sanseverino, V conte di Marsico successe al padre Antonio

Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Antonio di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Tommaso IV ed in proposito scriveva che: “….nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc…ecc…”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”.

Nel 1300 e 1400, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano) e la Signoria dei SANSEVERINO

Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Ecc…”.

Nel 1386, Tommaso IV Sanseverino dei Conti di Marsico, signore di Laurino, Padula, Casaletto, Sanza, Buonabitacolo, Caselle ecc..

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Alla fine del XIII secolo Caselle….e nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella‘. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..ecc…”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che: “Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, p. 82.”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Sbaglia Ebner (ivi) quando – come appare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo a dire”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms. Napoli, 1890 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione cuulturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci, Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sansee’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Felice Fusco (…), a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”.

Nel 1386, TOMMASO IV SANSEVERINO, figlio di Giacomo e padre di Americo

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (130) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitaculum‘) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, done il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”.

1386 –  LADISLAO I D’ANGIO’- DURAZZO

Ladislao I di Napoli, detto il Magnanimo, noto anche come Ladislao d’Angiò-Durazzo o Ladislao di Durazzo, figlio del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, al 1414, anno della sua stessa morte. Fu l’ultimo erede maschio legittimo degli Angiò-urazzo, ramo collaterale della dinastia estintasi nel ramo principale nel 1382 con Giovanna I di Napoli, gli Angioini. Dopo la morte gli succedette la sorella Giovanna II, poi morta anch’ella senza eredi; la corona andò infine a Renato d’Angiò-Valois, ultimo re della dinastia degli Angioini nel Regno di Napoli. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Ecc..”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò.

Nel 20 luglio 1387, muore Tommaso (IV) Sanseverino che era succeduto al padre Antonio

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria che gli portò in dote 1500 once d’oro.”Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile. Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2).”.

Dopo il 20 luglio 1387, LUIGI SANSEVERINO successe al padre Tommaso IV Sanseverino

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “VIII…..Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2). Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Matteo Mazziotti (…) in proposito, nella sua “La Baronia del Cilento etc…”, nel suo cap. VII, dopo aver detto della Baronia del Cilento ai tempi delle guerre tra re Ladislao e Luigi, prima a p. 136 e p. 144 parlando della discendenza di alcuni dei Sanseverino, in proposito scriveva che: (p. 144) VIII. – Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile. Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsini contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2).”. Il Mazziotti, parlando dei quatro figli tra cui Luigi Sanseverino e del secondogenito Francesco, si riferiva al loro padre Tommaso IV di Sanseverino che Ebner scrive essere morto non prima del 20 luglio 1387 e che a lui gli successe il figlio primogenito Luigi Sanseverino. Il Mazziotti, a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “1-2- Ventimiglia, Difesa storico-diplomatica’, a p. 179 nota a. e poi ancora Ventimiglia, op. cit., pag. 180.”. Sempre il Mazziotti (…), a p. 144, parlando sempre di Francesco Sanseverino, in proposito scriveva che: “Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui soltanto che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad altro ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”.

Nel 1387, FRANCESCO SANSEVERINO, figlio secondogenito della seconda moglie di Tommaso IV Sanseverino, alla morte di Tommaso IV, figlio del fratello Antonio divenne Conte di Lauria e di Lagonegro

Matteo Mazziotti (…) in proposito, nella sua “La Baronia del Cilento etc…”, nel suo cap. VII, dopo aver detto della Baronia del Cilento ai tempi delle guerre tra re Ladislao e Luigi, prima a p. 136 e p. 144 parlando della discendenza di alcuni dei Sanseverino, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile. Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2).”. Matteo Mazziotti, si riferiva a Tommaso IV di Sanseverino che alla sua morte avvenuta il 20 luglio 1387, aveva lasciato quattro figli, tra cui Francesco Sanseverino, figlio di Francesca Orsini dei Conti di Nola. Tommaso IV era figlio di Antonio Sanseverino che successe al fratello Tommaso III. Francesco di Sanseverino era figlio di Tommaso IV e di Francesca Orsini. Il Mazziotti scrive pure che i suoi quattro figli, alla morte del padre Tommaso IV, essendo ancora tutti minorenni furono allevati dalla madre Francesca Orsini contessa di Marsico e di S. Severino, come si rileva da un diploma del 1388. Il Mazziotti, a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “1-2- Ventimiglia, Difesa storico-diplomatica’, a p. 179 nota a. e poi ancora Ventimiglia, op. cit., pag. 180.”. Dunque, Francesco Sanseverino, aveva pochi anni quando morì il padre nel 1387. Il Mazziotti, parlando dei quatro figli tra cui Luigi Sanseverino e del secondogenito Francesco, si riferiva al loro padre Tommaso IV di Sanseverino che Ebner scrive essere morto non prima del 20 luglio 1387 e che a lui gli successe il figlio primogenito Luigi Sanseverino. Il Mazziotti si riferiva all’opera di Mariano Ventimiglia, Difese storico-diplomatico-legale della giurisdizione civile del monastero di SS. Trinità della Cava nel feudo di Tramutola, Napoli, 1881. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina e del periodo di successione alla morte di  Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano. A Roberto spetta, come da conferma rilasciata due secoli dopo da Luigi XII a Blois nel 1505, insieme a ‘Capaccio’, le terre di ‘Totorella, Trementana, Magliano, Laurino, La Palude (Padula), Montesano, Casalnuovo, Lanza, Lo Tito, Gazanello, La Scalea, Lagonegro, Ravello, Verbicaro e Lo Sasso (35). Nel 1395 Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso che aveva sposato nel 1350 Caterina dei conti di Celano, diventa il 1° Conte di Lauria.”. Nicola Montesano (…), a p. 22, nella sua nota (35) in proposito postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, Nicola Montesano, parlando di Casaletto Spartano, scriveva che nel 1395 Francesco Sanseverino, figlio secondogenito di Tommaso IV Sanseverino, nel 1350 aveva sposato Caterina dei Conti di Celano. Chi era Francesco Sanseverino ?. Chi erano i Monforte di Laurito ? Tommaso Sanseverino aveva avuto un figlio, Enrico Sanseverino a cui Roberto d’Angiò assegnò la baronia del Cilento e la Contea di Marsico (1) (dal Gatta, ‘Memorie della Lucania’, etc.., p. 162), ma morì presto a soli 21 anni. Scrive sempre il Mazziotti riferendosi ai tempi delle lotte tra Luigi d’Angiò ed il futuro re Ladislao, cita un episodio in cui re Ladislao fece prigionieri divesi dignitari dei Sanseverino che avevano patteggiato per Luigi II d’Angiò ai tempi del 1389 e in proposito scriveva che: “…..Ladislao intanto, …Altri dei Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti, a p. 145, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania, pag. 176; Racioppi, op. cit., vol. V, pag. 188.”. Riguardo il Racioppi citato dal Mazziotti, egli, nella sua opera “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta (…), nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a p. 163, parlando di Ugo Sanseverino di Chiaromonte figlio di “Giacopo” Sanseverino, figlio di Enrico Sanseverino e di Ilaria di Lauria, in proposito scriveva che:

Gatta, Memorie, p. 163

Dunque, secondo il Mazziotti, Tommaso IV di Sanseverino morì nel 1387 lasciando quattro figli minorenni, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsini contessa di Marsico e di S. Severino. Dunque, forse si tratta del Francesco Sanseverino secondogenito di Tommaso IV di Sanseverino. Dunque, secondo il Mazziotti, questo Francesco Sanseverino, conte di Lauria doveva essere il conte di Lauria che si era salvato dalla sua ribellione contro Re Ladislao Durazzo. Infatti, Carlo Pesce (…), a p. 209, parlando di Lagonegro, si ricollega alla ricostruzione storica del Summonte e del Mazziotti, riguardo il feudatario conte di Lauria ai tempi di Re Ladislao ed alla ribellione avvenuta. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, secondo il Pesce, ai tempi di Re Ladislao, nel 1403, il conte di Lauria era Gaspare Sanseverino. Non mi ritorna la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Altre interessanti notizie sul Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, le ritroviamo nelle cosiddette “Pergamene di Laurito”. Riguardo le “Pergamene di Laurito”, conservate all’Archivio di Stato di Napoli e, da cui l’Ebner ha tratto l’interessante notizia che riguarda pure il feudo di Torraca, ne parla la Jole Mazzoleni (…) a p. 126 nel testo ‘Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770)’, pubblicato nella rivista ‘Rasssegna Storica Salernitana’, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s., Anno XII, N. 1-4, gennaio-dicembre 1951, a p. 126 e s., riporta i testi trascritti delle pergamene acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli nel ‘Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630)’, da p.132 e s. La Mazzoleni (…) a p. 126, in proposito scriveva che: “Il recente acquisto di un gruppo di 22 pergamene dei secoli XIV-XVII, fatto dall’Archivio di Stato di Napoli, ci permette di offrire alcuni particolari interessanti Laurito, piccolo centro del Salernitano, in diocesi di Capaccio, e la sua storia feudale prima come suffeudo concesso dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria ai Monforte, indi come ducato autonomo di questi ultimi. Dal contenuto dei singoli documenti di cui riportiamo un ampio regesto, si rileva anzitutto l’ininterrotto rapporto di dipendenza dai Monforte dai Sanseverino come suffeudatari fino al secolo XVII. Ecc..”. Dunque, in questo passo, la Mazzoleni, scriveva che il piccolo centro di Laurito venne concesso ai Monforte dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria. Dalle pergamene di Laurito acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli e poi pubblicate dalla Mazzoleni, si può ricostruire i passaggi feudali ai Sanseverino fino al secolo XVII, ed in particolare sulla figura di Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso II Sanseverino morto nel 1350. La Mazzoleni (…), nel suo saggio sulle ‘pergamene di Laurito’ continuando il suo racconto scriveva che: “La morte di Giovanni Monforte detto di Laurito, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Ecc..”. La Jole Mazzoleni, nel suo saggio ricostruisce alcuni passaggi feudali riguardo i Monforte di Laurino e Francesco Sanseverino, Conte di Lauria. Ebner, a p. 102, parlando di Laurito, scrive pure che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, Conte di Lauria e signore di Cuccaro, si riprese il villaggio di Laurito, concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, asserendo: che alla morte di Giovanni di Laurito era già premorto il primogenito Antonio, che essendo incapace il secondogenito Giovanni Nicola e morto in età infantile il terzogenito Giovannello, non vi era a chi assegnare il suffeudo. Si oppose Matteo di Laurito, il quale richiamandosi all’infeudamento ‘iure langobardorum’ del feudo affermò che esso doveva essere assegnato a lui quale zio paterno. Tali ragioni, e le opposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento convocato da Carlo III d’Aragona-Durazzo e, quindi con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento oncie in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo di Laurito era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11). Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione (11).”. Ebner, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Mazzoleni, pergamene 4-5-6-7.”. Dunque, sulla scorta di alcuni documenti pubblicati dalla Jole Mazzoleni (…), il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, Conte di Lauria, che concesse in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito. Scrive ancora la Mazzoleni, a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “Il Sanseverino, anzi, con il consenso della moglie Caterina di Celano, glielo dona ricevendone ecc… (1). Dieci anni dopo il feudo è diviso in due parti e l’amministrazione feudale è frazionata in due rami dei Monforte, come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Di Francesco Sanseverino ha scritto anche Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, che, parlando di Laurito (un villaggio unito a Cuccaro e da non confondere con Laurino), a p. 102, scriveva di Francesco Sanseverino, Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro (forse), scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre)….”. Ebner (…), sempre sulla scorta dei registri Angioini, a p. 664, del suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, parlando di Torraca, riferisce che il Feudo di Torraca, e quindi, anche il territorio Saprese ed il suo “Porto”, appartenessero al   “feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre). Ecc…“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Ebner, nella sua nota (7), postillava che la notizia era tratta da p. 134 dell’opera citata di Jole Mazzoleni (…), che pubblicò le Pergamene di Laurito. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, sulla scorta delle pergamene di Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1348 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14). Il 30 aprile del 1407 Nicola di Monforte alias di Laurito, signore dell’altra metà si divesero un ‘hospicium’ posseduto in comune “in platea pubblica” (15). Il 17 novembre del 1414 Giovanna II ordinò (16) al nobile Corrado Curialis di S. Severino d’immettere Guglielmo di S. Barbaro di Sanseverino nel possesso della metà del casale di Laurito vendutogli con regio assenso da Masello di Laurito, tutore di Mazeo e Giacomo di Laurito per 70 once da devolvere a soddisfare i diritti dotali della madre (Perna Bigotta di Sala) dei predetti pupilli e di far prestare l’omaggio dovuto dai vassalli al suddetto Guglielmo Barbato. Infatti, l’8 dicembre 1414 (17), presente Corrado Curialis di Sanseverino, i capifamiglia della metà di Laurito spettantegli prestarono la dovuta ‘asseciratio’ al nuovo feudatario. Nel 1427 Giovanna II confermò ai capifamiglia la separazione di Laurito da Cuccaro (18).”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (16) postillava che: “(16) VIII, Napoli = Mazzoleni cit., pergamena n. 17, p. 137.”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Mazzoleni, cit., pergamena n. 18, VIII, Laurito, giudice ‘ydiota’ Giacomo di Stabile di Laurito e notaio Benuto di not. Prisciano di Rocca Gloriosa. ‘Nomina vero et cognomina ipsorum vassallorum et hominum ipsius terre sive casalis Lauriti sunt hec videlicet: Notarius Cirillus de Porta tam nimine ecc…”. Nel 1397 la Contea di Policastro passò alla famiglia Sanseverino, cui si deve la ricostruzione del castello e delle mura portata a termine nel 1455, come documenta un altorilievo posto sulla facciata della Cattedrale. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 30 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Francesco Sanseverino, conte di Lauria e Signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis’ (12).”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni a p. 138 riportando la pergamena n….. (documento suo n. XX) in proposito scriveva che: “XX. 1438, 24 ottobre, II , Rocca Gloriosa.” e, postilava che: “Trans. il 1454, 1° gennaio (v. n. 21). Perg. n° 15.”. Sappiamo che il Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, era anche Duca di Scalea da cui provennero i Palamolla. Infatti, dopo Biancuccia di Mercadante di Torraca, Torraca fu acquistata dai Gambacorta e poi dai Palamolla di Scalea. La notizia che, nel ‘400, il feudo di Torraca (e dunque, comprese le terre ed il porto di Sapri), fossero assoggettate alla Baronia di Lauria dei Sanseverino, riguarda anche Tortorella e Casaletto Spartano. Dunque, per il XIII secolo e oltre, per la storia di Sapri, del suo porto e delle terre dipendenti forse dal feudo di Torraca, bisognerà indagare sulla storia dei feudatari di Torraca, di Lauria e di Policastro. Secondo l’Ebner, Torraca (e forse anche il territorio Saprese ed il suo Porto), erano dipendenze di Policastro. Biancuccia Mercadante di Torraca, insieme al primo suo marito Tommaso Monforte di Laurito, possedeva il suffeudo di Torraca, concesso dal conte di Lauria Francesco Sanseverino. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario ((nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni (…) a p. 138 della sua opera “Pergamene di Laurito” in Rassegna Storica Salernitana, 1951, pubblicava la Pergamena n° 15 (documento n° XX), e scriveva che: “1438, 24 ottobre, II, Rocca Gloriosa. Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro conferma a Jacobello di monforte la concessione della metà del casale di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’.”. La Mazzoleni a p. 138 postillava che: “Trans. il 1454, I° gennaio (v. n. 21). Pergam. n° 15”.

Mazzoleni, op. cit. RSS, p. 138, pergamena XX

Nel 28 settembre 1390, Tommaso Monforte, Signore di Laurito, sul capezzale di morte fa testamento e lascia i suoi beni (il castello di Torraca suffeudo dei Sanseverino e a Policastro) per metà ai figli Antonello e Giovannella e per metà alla moglie Biancuccia Mercadante di Torraca

Jole Mazzoleni (…), a p. 127,riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figloli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “….come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela del cugino Matteo finchè in minore età, con l’obbligo per Antonello di maritare convenientemente la sorella all’età giusta e per la figlia che ottenuta la dote di paraggio rinunzi ai beni paterni a favore dei suddetti Antonello e Matteo; chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”.

Mazzoleni, R.S.S., p. 133

(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 127

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8). Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Riguardo i beni mobili ed immobili lasciati nel testastamento da Tommaso di Monforte di Laurito ai due figli Antonello e Giovannella ed alla prima moglie Biancuccia Mercadante, madre dei due ragazzi minorenni, la cui tutela fu afidata al loro zio Matteo di Monforte cugino di Tommaso, la Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “….le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, ecc…” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”.

Nel 1390, muore Tommaso di Monforte, Signore di Laurito e marito di Biancuccia Mercadante di Torraca

Dunque, dal documento pubblicato dalla Jole Mazzoleni (…) (testamento) si evince che Tommaso Monforte, Signore di Laurito e primo marito di Biancuccia Mercadante di Torraca, ai tempi di re Ludovico II d’Angiò, il 28 settembre 1390, sul capezzale di morte, subito prima di morire fa testamento e chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.

Nel 1390, Matteo di Monforte di Laurito, è nominato tutore dei due figli di suo cugino Tommaso di Monforte di Laurito

Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela del cugino Matteo finchè in minore età, con l’obbligo per Antonello di maritare convenientemente la sorella all’età giusta e per la figlia che ottenuta la dote di paraggio rinunzi ai beni paterni a favore dei suddetti Antonello e Matteo; chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”.

Mazzoleni, R.S.S., p. 133

(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 127

Nel 1391, Biancuccia Mercadante si risposa con Andrea (per la Mazzoleni) o Antonio (per Ebner) Pellegrino di Diano (Teggiano)

Si rileva sempre dalle ‘Pergamene di Laurito’ publicate dalla Mazzoleni (…) che dopo la morte del suo primo maito, Tommaso di Monforte di Laurito con cui Biancuccia Mercadante di Torraca aveva avuto due figli, Antonello e Giovannella, dati in tutela al cugino di Tommaso Matteo di Monforte di Laurito, si risposa con Andrea (per la Mazzoleni) o Antonio (per Ebner) Pellegrino di Diano, l’odierno Teggiano. Infatti, sempre da dette pergamene si rileva che il suo primo marito, nell’anno 1390, aveva fatto testamento in favore dei due figli Antonello e Giovannella e della moglie BIancuccia. Devo però precisare che ci si riferisce all’atto del 1390 in cui il testamento fu rogato dal notaio de Caso. Nel testamento però il Tommaso di Monforte, primo marito della Biancuccia, affida al cugino Matteo di Monforte il tutoraggio o la tutela dei due figli minorenni. Mi chiedo come mai se, come risulta dal testamento, nell’anno 1390, i due figli (minorenni) dovevano essere affidati alla tutela del cugino Matteo e non alla madre Biancuccia ? Forse che la Biancuccia si era già risposata?. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “….mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano,….. (2)”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”.

Nel 19 febbraio 1391, Biancuccia Mercatante nominò Maso Valente di Diano suo procuratore per la vendita di metà del castello e di Torraca ad Antonello e Giovanella Monforte di Laurito, figli suoi e del suo primo marito Tommaso Monforte di Laurito

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. La notizia riguarda in parte il casale ed il feudi di Laurito ed i parte quello (suffeudo) di Torraca, dunque anche del ‘portus’ di Sapri che all’epoca era nel territorio del feudo di Torraca. I documenti pubblicati dalla Mazzoleni e citati da Ebner (…), attestano che ai tempi di Luigi II d’Angiò, nel 1391, Biancuccia Mercatante e suo figlio Antonello Monforte di Laurito, possedessero la metà del suffeudo ed il castello di Torraca ed altri beni burgensatici e feudali (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro. I documenti attestano e citano Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), risposatasi con Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte. Jole Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “XI 1397, 13 ottobre, VI, Napoli, Luigi II d’Angiò re a. XIVSorta contesa tra Antonio Pellegrino di Diano, marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, e Matteo di Monforte, tutore e balio di Antonello e Giovannella, figli ed eredi del defunto Tommaso per le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, e nella quarta, i contendenti vengono ad uno accordo per salvaguardare i diritti dei pupilli, avendo arbitri della contesa il vescovo di Policastro per Matteo e il milite Roberto de Pantaleone per Antonio Pellegrino.” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: Il 19 febbraio 1391 Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano, nominò Maso Valente di Diano procuratore per la vendita a Matteo di Laurito della metà del castello (villaggio) di Torraca (7), in Principato Citra.”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’Angiò re a. VII. Biancuccia figlia del fu Andrea Mercatante di Castelluccia e moglie di Antonello di Diano, , nomina Maso Valente di Diano suo procuratore per vendere la metà del castello di Torraca in Principato Citra a Matteo di Laurito.” e, postillava: “Giudice a. Romano di maestro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”.

Mazzoleni Jole, in RSS, 1951, p. 134

(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p……

Dunque, la Mazzoleni riguardo questo documento postillava che si trattava della pergamena n. 5 transunta il 25 marzo 1391 e di vedere nella sua nota (7). La Mazzoleni, parlando delle 22 pergamene a p. 129, nella sua nota (7) postillava che: “(7) A. S. N. – Significatorie del relevi, vol. 222, fol. 77 t “. Dunque, secondo questo documento del 1391, scritto a Diano, Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte,  ai tempi di Luigi II d’Angiò, possedeva metà del castello di Torraca “…e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti…”, insieme al figlio Antonello Monforte di Laurito.

Nel 25 marzo 1392, Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia Mercadante vendette la metà del castello e di Torraca a Matteo Monforte di Laurito, procuratore di Antonello e Giovanella Monforte di Laurito, figli di Biancuccia e di Tommaso Monforte di Laurito

Biancuccia Mercadante di Torraca, figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio e, vedova di suo primo marito, Tommaso di Laurito, il 25 marzo 1392, vendette Torraca a Matteo di Monforte di Laurito. Dunque, da questi antichi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, pubblicati per la maggior parte da Jole Mazzoleni (…), sappiamo che famiglia dei “Mercatante” (Mercadante), era un’antica famiglia prima di Castelluccio e poi di Torraca. Ricordiamo che questa antica famiglia, diede i natali al celebre pittore Biagio Mercadante. Dunque, se la sua ava, Biancuccia Mercadante era proprietaria di Torraca perchè sposa al suo primo marito Tommaso Monforte di Laurito che aveva ricevuto dal Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, il suffeudo di Torraca, e se la Biancuccia era la figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio, può esserci un legame tra questa famiglia ed i Sanseverino di Lauria ? O forse il legame era più semplicemente con Tommaso di Monforte di Laurito che ebbe il suffeudo di Torraca in dono dal Conte di Lauria. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie storiche che riguardano il feudo di Torraca in epoca Angioina ed in particolare all’epoca della Guerra del Vespro siciliano. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. La notizia riguarda in parte il casale ed il feudi di Laurito ed i parte quello (suffeudo) di Torraca, dunque anche del ‘portus’ di Sapri che all’epoca era nel territorio del feudo di Torraca. I documenti pubblicati dalla Mazzoleni e citati da Ebner (…), attestano che ai tempi di Luigi II d’Angiò, nel 1391, Biancuccia Mercatante e suo figlio Antonello Monforte di Laurito, possedessero la metà del suffeudo ed il castello di Torraca ed altri beni burgensatici e feudali (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro. I documenti attestano e citano Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: Il 25 marzo 1392 Maso Valente, procuratore di Biancuccia, vedova  di Tommaso di Laurito, vendette a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8).. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”, mentre nella sua nota (8), postillava che: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VII 1392 (1391) 25 marzo, XIV – Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. re a. VII”, il testo della Mazzoleni è il seguente: Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia vedova di Tommaso di Laurito vende a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca, in Principato Citra, che Biancuccia aveva in  comune con Antonello, figlio del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi, per il prezzo di 30 once.”. La Mazzoleni, per la pergamena n. VII (Pergamena n. 5) scrive ancora che: “E’ usato lo stile dell’incarnazione fiorentino. Giud. an. ‘ydiota’ Guglielmotto de Sabino in Rocca Gloriosa, not. Giovanni de Caro. Pergamena n. 5.”. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, pubblica l’altro documento o pergamena del 1391 o 1392 del 25 marzo, scritto a Rocca Gloriosa che è l’atto di vendita stipulato a Rocca Gloriosa per 30 once d’oro. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dall Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VII 1392 (1391) 25 marzo, XIV – Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. re a VII.  – Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia vedova di Tommaso di Laurito vende a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca, in Principato Citra, che Biancuccia aveva in comune con Antonello, figlio del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi, per il prezzo di 30 once.”. La Mazzoleni, postillava che: “E’ usato lo stile dell’incarnazione fiorentino. Giud. an. ‘ydiota’ Guglielmotto de Sabino di Rocca Gloriosa, not. Giovanni de Caro. Perg. n° 5.”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 5. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, riportava il documento n. VIII e scriveva che: “VIII 1392 (1391) 25 marzo, VI (sic) (XIV), Rocca Gloriosa Luigi II d’A. a. VII. – Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini”, del 14(00), 10 luglio, VIII.”, e postilava che: “Perg. n° 6”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 6. Ebner, nella sua nota (54) a p. 339, postillava che: “(54) Mazzoleni Jole, Pergamene di Laurito, op. cit., p. 153.”. Secondo la Jole Mazzoleni (v. la nota (8): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso”), la metà del feudo di Torraca (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria, che, secondo una pergamena di Laurito, l’aveva dato in suffeudo al feudatario di Laurito, Tommaso di Monforte, marito di Biancuccia Mercadante di Torraca. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Il testo della Mazzoleni per la pergamena n. VII ovvero la pergamena originale n. 6 è il seguente: “Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini” del 14(00), 10 luglio, VII. Perg. n° 6.”. Poi la Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che:  “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.”.

Nel 1395, Francesco di Sanseverino, divenne il 1° conte di Lauria

Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando del feudo di Tortorella all’epoca angioina e del periodo di successione alla morte di  Tommaso III di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano. A Roberto spetta, come da conferma rilasciata due secoli dopo da Luigi XII a Blois nel 1505, insieme a ‘Capaccio’, le terre di ‘Totorella, Trementana, Magliano, Laurino, La Palude (Padula), Montesano, Casalnuovo, Lanza, Lo Tito, Gazanello, La Scalea, Lagonegro, Ravello, Verbicaro e Lo Sasso (35). Nel 1395 Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso che aveva sposato nel 1350 Caterina dei conti di Celano, diventa il 1° Conte di Lauria.”. Nicola Montesano, nell’ultima frase si riferiva a Tommaso III di Sanseverino ed al suo figlio secondogenito Francesco di Sanseverino, figlio della seconda sua moglie. Il Montesano, sulla scorta di Ebner, scrive che Francesco Sanseverino nel 1350 aveva sposato Caterina dei Conti di Celano e nel 1395 divenne il 1° Conte di Lauria.

Ne 4 ottobre 1397, Luigi II d’Aragona assentì e confermò la vendita della metà di Torraca e del castello che passò nelle mani di Matteo Monforte di Laurito

Jole Mazzoleni (…), a p. 127,riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figloli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Pietro Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), parlando di Torraca, a p. 664, scriveva che: Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, su richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. L’Ebner, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 135, riporta il seguente documento: “X. 1397, 4 ottobre, VI, Napoli Luigi II d’A. re a. XIV” ed il testo della Mazzoleni è il seguente: “Luigi II d’A., a richiesta di Matteo di Monforte tutore di Giovannella e Antonello, figli del fu Tommaso di Monforte e di Biancuccia Mercadante, gli concede assenso e conferma per la vendita della metà del castello di Torraca nelle pertinenze di Policastro e Turturella fattagli da Biancuccia che lo teneva in feudo dal conte di Lauria, verso il quale si devono sempre rispettare gli obblighi feudali.”. La Mazzoleni a p. 135 per il documento n. X (pergamena n. 18), postillava che: “Priv. transuntato il 1528, 14 aprile Laurito a richiesta di Ferdinando Monforte (v. n. 24). Perg. n° 18.”.

Mazzoleni, in RS.S., p. 135

(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit. p. 135

La notizia, secondo l’Ebner (v. p. 664), si rileva da un documento di Laurito, il transunto della pergamena VIII, di Roccagloriosa, del giudice Guglielmo di Roccagloriosa e del notaio Giovanni Caso. Sempre l’Ebner (…), a p. 664 del vol. II, riferendosi a Biancuccia Mercatante, in proposito scriveva che: “….gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.” e, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli. Ebner (…), a p. 339, del suo vol. II, di ‘Chiesa, ecc…’, parlando di Policastro, cita Biancuccia Mercadante di Torraca e, scriveva in proposito: “Il 13 ottobre 1397, a Napoli, arbitri il vescovo di Policastro, per Matteo di Monforte di Laurito, e il milite Roberto di Pantaleone, per Antonio Pellegrino di Diano, (secondo) marito di Biancuccia Mercadante (di Torraca), vedova di Tommaso di Monforte ( di Laurito, prima marito), si giunse ad un accordo circa i diritti dei pupilli di Tommaso, rappresentati da Matteo e quelli di Biancuccia rappresentati dal secondo marito (54).”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, vol. II, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta di Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, a p. 102, parlando di Laurito, in proposito alle origini dei Monforte in proposito scriveva che: “Da un altro ‘Registro’ (7) si apprende che nel 1336 un ramo della famiglia Monforte si era trasferito a Laurito” e, poi scrive ancora sempre a p. 102 che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale però lo ricomprò. Si oppose Matteo di Laurito. Il giureconsulto Matteo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione del feudo di Laurito. Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo ricevendone cento once in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Il 18 novembre 1404 re Ladislao separò (12) il villaggio di Laurito da Cuccaro. Tale separazione, però, non esentò l’antico feudatario dall’obbligo della dipendenza dai Sanseverino conti di Marsico. Infatti, nel 1448 Fancesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione ecc..ecc..”. Jole Mazzoleni, a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “Il Sanseverino, anzi, con il consenso della moglie Caterina di Celano, glielo dona ricevendone ecc… (1). Dieci anni dopo il feudo è diviso in due parti e l’amministrazione feudale è frazionata in due rami dei Monforte, come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Il testo della Mazzoleni per la pergamena n. VII ovvero la pergamena originale n. 6 è il seguente: “Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini” del 14(00), 10 luglio, VII. Perg. n° 6.”. Poi la Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che:  “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.”. La Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “XI 1397, 13 ottobre, VI, Napoli, Luigi II d’Angiò re a. XIV – Sorta contea tra Antonio Pellegrino di Diano, marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, e Matteo di Monforte, tutore e balio di Antonello e Giovannella, figli ed eredi del defunto Tommaso per le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, e nella quarta, i contendenti vengono ad uno accordo per salvaguardare i diritti dei pupilli, avendo arbitri della contesa il vescovo di Policastro per Matteo e il milite Roberto de Pantaleone per Antonio Pellegrino.” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”.

Nel 1400, muore Luigi Sanseverino, conte di Marsico e figlio di Tommaso IV

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “VIII…..Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2). Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”.

Nel 1400, Tommaso V di Sanseverino, conte di Marsico successe al padre Luigi

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi a Luigi Sanseverino nella successione del padre Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che dopo la morte di Luigi Sanseverino, successe nella contea di Marsico il primogenito Tommaso V di Sanseverino. Siccome, il Mazziotti scriveva che Luigi di Sanseverino era ancora in vita nel 1400, la sua morte e successione del figlio Tommaso V avvenne nei primi anni del 1400.

Nel 1400, Luigi Sanseverino, figlio di Tommaso IV

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile. Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2). Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Dunque, secondo il Mazziotti, Luigi Sanseverino, Conte di Marsico e figlio del defunto Tommaso IV, ebbe due figli: Tommaso VII e Giovanni Sanseverino che, alla morte dello zio Tommaso V, morto senza eredi, succederà nella Contee dei Sanseverino.

Nel 1400, TOMMASO (VII) SANSEVERINO, conte di Marsico successe al padre Luigi

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone.”. Dunque, secondo la successione e secondo quanto scrive il Mazziotti, alla morte di Luigi Sanseverino, succederà il figlio Tommaso che io chiamo Tommaso VII di Sanseverino che ebbe in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figlia chiamata Diana Sanseverino. Ma purtroppo, la figlia Diana alla sua morte non potè ottenere i feudi e le contee essendo femmina. I feudi e le Contee dei Sanseverino dei Conti di Marsico furono concesse da re Alfonso I d’Aragona che le concesse allo zio Giovanni Sanseverino. Diana non potè ottenere quanto gli spettasse per successione nemmeno alla morte dello zio Giovanni che lasciò i suoi beni ai figli Luigi, Barnaba e Roberto che divenne Principe di Salerno essendo ella dichiarata decaduta per ribellione. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) ecc…”.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava  “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strageenumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.

Nel 1414, re Ladislao I di Durazzo, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.

Nel 1414, muore Ladislao I di Durazzo

Ma i progetti dell’ambizioso sovrano erano destinati a non realizzarsi mai. Colpito da una malattia, re Ladislao I rientrò a Napoli, dove morì il 6 agosto 1414 all’età di appena 38 anni. In molti hanno sollevato il dubbio che la sua morte non sia avvenuta per cause naturali, bensì per avvelenamento, messo in atto da Firenze per liberarsi della sua minaccia. In realtà, si sa che la morte fu dovuta a una malattia infettiva dell’apparato genitale (forse alla prostata), causata dalle abitudini sessuali dissolute e promiscue[1]. Con la sua scomparsa, senza lasciare eredi, la corona di Napoli passò alla sorella Giovanna, che regnò fino alla morte, nel 1435, ultima sovrana della Casa d’Angiò di Napoli. L’imponente monumento sepolcrale nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, fatto erigere dalla sorella Giovanna, ne custodisce le spoglie.

1414 –  GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli

Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato, vescovo di Policastro, fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto di Principato (12) e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). Dopo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1418, il feudo di Policastro era posseduto da Carlo Carrafa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a pp. 539-540, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Il feudo nel 1418 era posseduto da Carlo Carrafa (14), feudo confermato da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (ducati 5000)) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, ecc…ecc…”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna II d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

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Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno:Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.

Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

1435 –  muore Giovanna II d’Angiò – Durazzo

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Dal 1435 al 1432, Renato di Valois-Angiò

Renato di Valois-Angiò, noto come Renato I di Napoli, detto il Buono (Angers, 16 gennaio 1409 – Aix-en-Provence, 10 luglio 1480), fu Duca d’Angiò e Conte di Provenza e di Forcalquier dal 1434, Duca di Bar dal 1430, e Duca di Lorena dal 1431 al 1453 come consorte di Isabella di Lorena. Fu anche Re di Napoli dal 1435 al 1442, anno della sua deposizione e cacciata dal Regno per mano di Alfonso V, re d’Aragona. Fu inoltre Re titolare di Gerusalemme dal 1438, Re titolare d’Aragona (con incluse Sicilia, Sardegna, Maiorca e Corsica) dal 1466, e, dopo la sua deposizione, anche Re titolare di Napoli dal 1442. Suo fratello Luigi III era stato designato come erede del Regno di Napoli dalla regina Giovanna II, ultima degli Angiò-Durazzo; tuttavia questi morì prima della regina, nel 1434, e tutti i titoli passarono a Renato. Fu per questo motivo che Renato divenne il primo, ma anche l’ultimo, re di Napoli della dinastia dei Valois-Angiò.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840.

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(2) Natella P. Peduto P., ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista dell’I.G.M. ‘L’Universo’, ed. I.G.M. Firenze, Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(3) Volpe F., Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Storico Attanasio)

(4) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio. Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

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(4)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(5) (Figg. 5) “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: “, datato 1 Dicembre 1271, era conservato al Grande Archivio di Napoli, oggi Archivio di Stato di Napoli. E’ un documento d’epoca Angioina, “….in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita”. Il documento Angioino è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Il documento è stato pubblicato anche dal Carucci C., Codice diplomatico salernitano del secolo XIII,  (…), vol. I, ovvero ” 1201-1281- Salerno durante la dominazione sveva e quella del primo angioino – a cura di Carlo Carucci”, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, p. 400 e 401, che postillava a p. 400 che era stato tratto da Minieri-Riccio  che a sua volta l’aveva tratto da “Napoli. Archivio di Stato. Reg. Ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, in Minieri Riccio, p. 41”.  Minieri-Riccio (…), op. cit. p. 41 e s., pubblica il documento a p. 41 sotto “Anno 1271, indizione 15°, dal 1 Settembre 1271 al 31 Agosto 1272”, e che nella sua nota (172), a p. 118, postillava che il documento era così collocato: “Reg. 1272 A. n. 13 fol. 186-187 t.”. Purtroppo, questo documento angioino non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri, hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta.  Purtroppo, la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. Riguardo i Registri Angioini all’Archivio di Stato di Napoli, i Registri di Carlo I d’Angiò, si veda Filangieri R., I registri della Cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di R. Filangieri, Napoli 1950, reg. VI, 427 p. 299; si veda pure: Dierreu Paul, Les Archives Angevines de Naples, etude sur les Registres du Roi Charles I (1265-1285), par Paul Durrieu, Tomo I, Paris, ed. E. Thorin, 1886; Mazzoleni Jole……………………………………………

(…) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651 (Archivio storico e digitale Attanasio)

(…) Bosio (J.) Giacomo, ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso’, Napoli, 1600; si veda vol. III, fol. 177 (Archivio Storico e digitale Attanasio); secondo il Guzzo (…), si veda parte III, a p. 136

(…) Campanile Filiberto, L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(…) Volpi Giuseppe, Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II° edizione (Archivio Storico Attanasio)

(…) P. Toffiano Ridolfo, Storia della Religion Serafica al lib. II, dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato parla dei monasteri Francescani nel basso Cilento, edificati da Ilaria di Lauria

(…) P. Pietro Antonio di Venezia M.O. Riformato, Giardino Serafico istorico ecc..ecc…L’edizione è di Venezia MDCCX (1710). Si veda la parte III, pag. 489, Capitolo V

(…) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, pp. 67, stà in ‘Coste liguri e tirreniche della penisola’, p. 68.

(…) ibidem, questa carta riprodotta nel testo di Almagià R., op. cit., tav. III, p. 3, crediamo fosse riportato ‘Sapra‘ e non Saprì. Noi pubblichiamo quella tratta dal testo di De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, Tav. 1 (Archivio Storico Attanasio)

(…) (Figg…..) tratta da Brotton J., Le grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53

(7) (Fig….) ibidem, questa carta riprodotta nel testo di Almagià R., op. cit., tav. III, p. 3, crediamo fosse riportato Sapra. Noi pubblichiamo quella tratta dal testo di De La Ron-ciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, tav. 1, a colori.

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(8) Ebner Pietro, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Roma , 1973, ed. di Sroria e Letteratura (Archivio Storico Attanasio)

(8) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 591, 592. Si veda pp. 538 e s. su Policastro; si veda pure vol. I, p. 592-593; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(6) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Storico Attanasio)

(10) Bacchisio Raimondo Motzo, Il Compasso da Navigare, Opera italiana della metà del secolo XIII, Cagliari, Annali della facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Cagliari, VIII, 1947, p. 166.

(11) (Fig….) Carta del Mediterraneo, tratta dall’Atlante Catalano del 1375 (circa), donato al Re di Francia Carlo V, Conservata presso la Biblioteca Nazionale di Parigi e riprodotta dal Mazzetti (Mazzetti E., op. cit., vol. I, Tav. I), Parigi, B.N.P.., Ms espanol 30.

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(12) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, si veda vol. I, p. 223 e p. 236, dai seguenti titoli:  il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), p. 400 e 401 (Archivio Storico Attanasio – copia digitale. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito). Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il vol. III ha il seguente titolo: ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Il vol. IV ha il seguente titolo: ‘Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV’, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(13) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Ho scritto era perchè purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

(14) (Fig…..) l’immagine è tratta dalla carta nautica più antica conosciuta: la ‘Carta Pisana’,  l’ingrandimento ed il particolare delle coste tirreniche dell’Italia meridionale, tratta dal testo di Jerry Brotton, Le grandi mappe, editore Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53.

(15) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio)

Pasanisi, p. 32, Archivio storico per la prov di Sa, 1935, fasc. 1°

(…) Pasanisi Onofrio, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e  sgg.. (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)

(…) Santoro Lucio, Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro G., L’Economia della Provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio (1862-1962), Salerno, 1966; si veda pure: Santoro Lucio, ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi immagini, 1982 (Archivio Attanasio)

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(16) Vassalluzzo Mario, ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975 (Archivio Storico Attanasio)

(17) Vassalluzzo Mario, op. cit. (16), p. 228.

(…) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amm.va, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

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(18) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un esemplare che gli fu mostrato da Scipione Volpicella. Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  In particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (2), riportandone solo l’intestazione (Archivio Attanasio).

(18) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(18) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906, ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 2000; si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, ristampa a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento Salerno, 2000

(20) Franciosa L., Il Cilento, ed. ‘Ipocratica’, Serie II, n. 1, Salerno

(21) Cassese L., La statistica ecc.., stà in ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, Salerno (Archivio Storico Attanasio)

(22) Marzolla B., Atlante corografico storico-statistico del Regno delle due Sicilie, Napoli

(23) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli

(24) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Attanasio)

Amari, front

(25) Amari Michele, Storia dei Musulmani di Sicilia, II edizione con note di Carlo Alfonso Nallino, Vol. I-II, ed. Romeo Prampolini, Catania, 1933 – XI.; si veda anche vol. I, p. 344 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: La guerra del Vespro Siciliano, Milano, 1875, vol. I-II (Archivio Attanasio); si veda pure: La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852 (Archivio Attanasio); si veda pure Amari Michele, La Guerra del Vespro Siciliano, ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, 1947 (Archivio Attanasio)

(26) Minieri-Riccio, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s. (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore, per il ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, si veda pure: C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181.

(27) Hillard-Breholles J.L.A., Historia diplomatica di Federici Secundi, Paris, 1852; si veda questo testo fondamentale per i documenti Federiciani-Svevi dal 1215 al 1220.

(28) Gli Archivi Angioini, conservati nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

(…) Fazello Tommaso, ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560, si veda cap. IX (Archivio Attanasio)

(…) Ruggiero di Lauria, nella prima delle battaglie navali del golfo di Napoli (5 giugno 1284) si scontrò con la flotta angioina comandata da Carlo II “lo Zoppo”, fatto prigioniero. Nel 1285 sconfisse angioini e genovesi e, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, anche Filippo III di Francia “l’Ardito” — in guerra da due anni contro la Corona d’Aragona — nella battaglia navale delle Formiche, presso Roses, in Catalogna. Nel 1288 Ruggiero sconfisse definitivamente gli angioini benché armato solo di quaranta navi contro le ottanta degli avversari, garantendo così la supremazia della flotta siculo-catalana nel Mediterraneo occidentale. Dopo la seconda vittoria Ruggiero, senza l’autorizzazione del re, vendette una tregua al conte Roberto II d’Artois e al cardinale Gerardo Bianchi da Parma. I siciliani disapprovavano tale tregua perché la ritenevano inutile e dannosa; secondo loro la vittoria, favorita dalla vacanza della Santa Sede, avrebbe scoraggiato definitivamente gli angioini da ulteriori rivendicazioni del loro territorio. Tuttavia i rapporti tra Ruggiero e il giovane sovrano si deteriorarono e, quando il primo passò dalla parte degli angioini, Federico fece espugnare il castello (1297) entro il quale si erano asserragliati i ribelli. Per riuscire nell’impresa il re fece costruire una torre mobile in legno, chiamata cicogna, alta quanto la rupe lavica e dotata di un ponte alla sommità per rendere agevole l’accesso al castello. In seguito Ruggiero si trincerò a Castiglione di Sicilia, suo feudo e residenza estiva, dove fu assediato e quindi sconfitto. Arrestato, fuggì da Palermo e abbandonò la Sicilia insieme alla sua seconda moglie, la nobildonna catalana Saurina d’Entença, che diede a Ruggiero quattro figli, Roberto, Berengario, Carlo e Margherita. I suoi numerosi possedimenti in Sicilia, Calabria e Africa furono subito confiscati da parte di Federico. Il 4 luglio 1299, a capo di un’armata angioina composta di settanta galee — trenta delle quali inviate da Giacomo II dalla Catalogna per far fronte agli impegni presi con il papa Bonifacio VIII quattro anni prima nel Trattato di Anagni — sconfisse i siciliani nella battaglia di Capo d’Orlando. Nello scontro seimila uomini della flotta avversaria morirono o caddero prigionieri, ma Federico sfuggì alla cattura. La storiografia ritiene verosimile che la fuga del sovrano sia stata permessa o agevolata da Giacomo e dallo stesso Ruggiero che, nonostante fossero suoi nemici in battaglia, conservavano tuttora legami affettivi, sia di parentela che di pregressa fedeltà. Il 14 giugno 1300, nella battaglia di Ponza, Ruggiero sconfisse la flotta di Federico III, catturando il sovrano e Palmiero Abate. Il re riuscì nuovamente a fuggire, mentre Palmiero morì in prigionia.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)

(…) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

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(…) Perito Enrico, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926 (Archivio Storico Attanasio)

Mazzoleni

(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s. (Archivio Storico Attanasio); segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure l’opera di Mazzoleni Jole, ‘Gli atti perduti della cancelleria angioina’, parte I, vol. I, a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1939; si veda pure J. Mazzoleni, ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974, p. 36.

(…) Mazzoleni Bianca (a cura di) Gli atti perduti della Cancelleria Angioina transuntati da Carlo de Lellis pubblicati sotto la direzione di Riccardo Filangieri, in ‘R. Istituto Storico Italiano Per il Medioe Evo, Regesta Chartarum Italiae’, parte I, Il Regno di Carlo I, vol. I (a cura di Mazzoleni Bianca), Roma, 1939.

Luca Mannelli, manoscritto

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, la cui datazione potrebbe risalire a molto prima del ‘600. Scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, credeva che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371 (anno 1601-1700). Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (13). Si veda pure Padiglione C. (14), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (4), op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano I, è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit. (6), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v.

I Quinternioni feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni“. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, a p….., possiamo leggere che: “……

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

(…) Il Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche.

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

(…) Mercati Giovanni, Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Bianchini Luigi, Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40

(…) Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli

(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479.

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio)

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia, Unione Grafica, Lugio, 1997 (Archivio Storico Attanasio)

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Azzarà G., I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335

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(…) Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986

(…) Sinno A., Commercio e industria nel Salernitano dal XIII secolo ai primordi del XIX secolo, Salerno, 1954, parte II, p. 130 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri Alfonso, Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mazza Antonio, Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681 (Archivio Storico Attanasio)

(…) De Lellis Carlo, Supplemento a Napoli Sacra di D. Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli, 1654 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure:

 
De Lellis, Carlo <fl. 1663-1671>
Caserta : Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893

di Carlo De Lellis per i Notamenti e repertori della Cancelleria Angioina si veda pure ‘Notamenta ex registris Caroli II: Roberti et Caroli ducis Calabriae’ (ms. del XVII sec.). Napoli: Archivio di Stato di Napoli, vol. III, IV e IV bis.

(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Nel 1947 Bachisio Raimondo MOTZO, pubblicava il testo di un Portolano medievale, il Codice Hamilton 396 (Ms. Hamilton 396), custodito allora presso la Biblioteca dello Stato Prussiano di Berlino (oggi Biblioteca Municipale di Berlino o Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino), un testo anonimo, data­to 1296, intitolato Compasso de  Navegare. Si tratta del più antico portolano relativo alla totalità del Mediterraneo che sino ad oggi sia stato rinvenuto. È un’opera italiana scritta in volgare, che non si può però definire toscano, genovese o veneziano, essendo frequenti i voca­boli catalani, provenza- li, arabi e bizantini. Si potrebbe parlare, come disse il Motzo, di una “lingua franca” deri- vante dalla fusione di diversi idiomi e dialetti, che veniva parlata dai marinai di tutto il mondo lati­no per intendersi tra loro.  Il lavoro del Motzo non si è limitato alla pubblica- zione di tale manoscritto, peraltro preziosissimo per la mole dei dati contenuti e per la sua originalità, ma è stato accompagnato da una lunga parte  introduttiva nella quale è stata affrontata la questione relativa all’origi­ne e all’evoluzione dei portolani e delle car- te nautiche che,  nati contemporaneamente, si completavano a vicenda durante la navi- gazione. Il Motzo annunciava inoltre l’intenzione di curare la stampa di altri tre porto- lani derivanti dal Compasso e far così un “Corpus” che evidenziasse il contributo fornito dall’Italia alla Storia della navigazio­ne. Si riferiva, in particolare, ai codici di Grazia Pauli (fine XIV seco­lo), di Carlo di Primerano (metà XV secolo) e di Giovanni da Uzzano (metà XV secolo), alcuni esemplari dei quali si trovano custoditi nella Biblioteca Nazionale e in quella Riccardiana di Firenze e nella Biblio­teca Universitaria di Cagliari. L’avanzare del- l’età impedì al Motzo di portare a compimento il suo progetto, che si interruppe con la trascrizione dei tre manoscritti. Il codice Hamilton 396 – II cosiddetto codice Hamilton, è attualmente custodito nella Biblioteca dello Stato Prussiano di Berlino. Scritto su buona pergamena, misura cm. 21 x 14 e consta di 107 carte. La scrittura è una gotica libraria della fine del XIII secolo. Riguardo al contenuto, esso si divide in tre parti. Nella prima sono descritte le coste da capo San Vincenzo in Portogallo a Gibilterra; seguono le coste della Spagna mediterranea, Francia, Italia, della penisola Balcanica fino ad Istanbul, del- l’Anatolia, Siria, Palestina e ancora dell’Africa settentrionale fino a Capo Spartel, ed infine le coste atlantiche del Marocco fino a Saffì. Sono precisate le distanze tra le diverse loca- lità calcolate in miglia, sempre associate alle direzioni date in base alla rosa dei venti (o compasso). Si trovano poi informazioni sui fondali marini, le correnti, le secche, i venti dominanti e sui procedimenti di attracco e sbarco. La seconda parte ha un doppio ogget- to: da un lato raccoglie un gran numero di traversate o percorsi attraverso il mare aperto (pelei o pileggi) da un punto all’altro generalmente lontani di coste continentali e insulari, con menzione delle distanze e delle direzioni; dall’altro descrive il periplo delle grandi isole: le Baleari, la Sardegna, la Corsica, la Sicilia, le Egadi, le Eolie, Malta, Creta, Milo, Ci- pro. La terza parte, contenente la descrizione delle coste del Mar Nero, è sicuramente un’aggiunta successiva trovandosi dopo l’explicit.  Il manoscritto è di origine italiana. Secondo il Motzo sarebbe stato composto in Toscana, più precisamente a Pisa. Infatti la descrizione delle coste catalane, di quelle francesi e provenzali, dell’Italia meridionale e dell’Adriatico è piuttosto sommaria, rispetto a quella delle coste liguri, toscane, corse e sarde. Ciò porta ad escludere Catalani, Francesi, Provenzali, ma anche Italiani del meridione e Veneziani. Due lunghi segni di richiamo al principio della carta 14, descri- zione di Porto Pisano, e all’inizio della carta 15, descrizione di Monte Argentario con por- to Ercole e porto Santo Stefano, che non hanno riscontro nel resto del manoscritto, lo ri- connettono con la Toscana. Con tutta probabilità dovette appartenere ad un navigatore pisano. Il fondo della lingua del Compasso, pur con infiltrazioni di altri idiomi e dialetti, è sostanzialmente toscano, non ripulito dall’uso letterario, ma così come era  parlato dai marinai abituati ad andare di porto in porto. Il Compasso non comprendeva in origine la descrizione delle coste del Mar Nero. Se l’autore fosse stato un genovese non avrebbe di certo omesso di descriverlo, essendo fortissimi gli interessi genovesi in quel mare.

(…) Trattasi del già citato portolano pubblicato da B. R. MOTZO sotto il titolo: Il Compasso da Navigare, opera italiana detta metà del secolo XIII, stà in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, Cagliari, voI. VIII, 1947, pag. 166; la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Debanne A., Lo Compasso de navegare, Edizione del Codice Hamilton 396, Editore Peter Lang Gmbh, Internationaler Verlag Der W, 2011, pag. 48. la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Debanne è la pagina n. 17 r (Fig….).

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(…..) Debanne Alessandra, Lo Compasso de navegare, Edizione del Codice Hamilton 396, Editore Peter Lang Gmbh, Internationaler Verlag Der W, 2011, pag. 48 (Archivio Storico Attanasio)

(…) De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, pag. 193 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mallamaci Giorgio, Torraca – Storia di un borgo del Cilento, ed. e-book,

Per la Bibliografia su Ruggiero di Lauria

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(…) Palmieri Nicola, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri, Lauria, (PZ), Tipografia editrice F.lli Rossi, ed. 1898 e 1914 (Archivio Attanasio)

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(…) Zurita Girolamo, Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49 (Archivio Attanasio)

(…) Caggese Romolo, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, vedi vol. I, pp. 442-443; vedi vol. II, p. 191- 554; dello stesso autore si veda: Caggese Roberto, L’Alto Medioevo, ed. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1937 (Archivio Attanasio)

(…) Summonte G. A., Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli, 1675, tomo II, pp. 294; si veda edizione Gio Jacomo Carlino, Napoli, 1602 (Archivio Attanasio)

(…) Scotti…., Syllabus membranorum ad Regiae Siciliae Archivum pertinientium, Napoli, ed. …., 1814, vol. III, p. 3 (Archivio Attanasio)

(…) Del Giudice Giuseppe, Codice diplomatico del Regno di Carlo I e II d’Angiò – dal 1265 al 1309, Napoli, 1863 (Archivio Storico Attanasio), dove il Del Giudice pubblicava il testo dello Scotti e poi dell’Aprea

(…) Lomonaco Vincenzo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, Napoli, ed……, 1858 (Archivio Attanasio)

(…) Amari Michele, Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII, Palermo, tip. Empedocle, 1842 (Archivio Attanasio)

(…) Pontieri Ernesto, Un Capitano della Guerra del Vespro, stà in ‘ASCL’, I (1931), fasc. III e IV; idem ‘Ricerche sulla crisi della Monarchia siciliana nel secolo XIII’, Napoli, 1958 (Archivio Attanasio)

(….) Augurio Francesco e Musella Silvana, Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo, ed. Associazione Mediterraneo, Lauria, 2000 (Archivio Attanasio)

Muntaner

(…) Moisè Filippo, in questo testo il Moisè pubblica la traduzione di Raimondo Muntaner, Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot, Firenze, 1844 (Archivio Attanasio)

(…) Parisio Prospero, Topografia di Calabria, ed. …..

(…) Visalli V., Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche, Messina, 1900

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, ed. Loesher, 1889 (Archivio Attanasio)

(…) Menager Leon Robert, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in rivista di ‘Storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 55-70. Il Pratesi (…), ritiene che il Menager abbia dimostrato l’autenticità di un documento del 1065, proveniente dall’Archivio Aldobrandini; si veda pure dello stesso autore: L.R. Menager, ‘Recueil des actes ducs normands d’Italie (1046-1127), I: Les premiers ducs (1046-1087)’, Bari 1981 (Società di Storia patria per la puglia, Documenti e monografie 45), nr. 43, pp. 136-141 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle)’, stà  in ‘Roberto il Guiscardo e il suo tempo’, Bari 1973

(…) Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’, ed. Orizzonti Meridionali, 2014 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Finke H., Acta aragonensia, Berlino, 1908 (Archivio Attanasio)

(….) De rebus Regni Siciliae (9 settembre 1282-26 agosto 1283) Documenti inediti estratti dall’Archivio della Corona d’Aragona e pubblicati dalla Sovrintendenza agli Archivi della Sicilia, Palermo, 1882.

(…) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

Barrio, parte I, libro II, p. 139

(Fig…) Barrio (…), Tomo V, parte I, libro II, p. 139

Jamison, Cataloggo dei baroni

(…) Jamison M. Evelyn, Catalogus baronum, ed. ISIPME, Roma, 1972, ristampa (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pucci Michelangelo, Tortora – Natura Storia Cultura, ed. Zaccara, Lagonegro (PZ), 2017 (Archivio Storico Attanasio)

(…) AA.VV., ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255

(…) Fulco Amedeo, Memorie storiche di Tortora, ed. Libreria Intercontinentalia, Napoli,  1960, nuova edizione Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52

(…) Manco Carmine, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969

(…) Vincenti Pietro, Teatro degli uomini illustri che furono protonotari del Regno di Napoli, Napoli, Gio Battista Sttile, 1607 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(….) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana, ed. Lighnthing Source UK Ltd, 2016 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pacichelli Giovan Battista, Il Regno di Napoli in Prospettiva, Napoli, ed.

(…) Mons. Damiano D., Maratea nella storia e nella luce della fede, ed. Missioni O.M.I., Roma (Archivio Storico Attanasio)

(…) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651 (Archivio storico e digitale Attanasio)

(…) Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), pARIS, 1886-1887.

(…) G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) ed. Società di Storia Patria, Roma,

(…) Vincenzio N., Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III

(…) Moscati R., Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoetane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.

(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, a cura di Raffaele Ferdinando Marino, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fusco Felice, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in “Euresis”, VIII (1992); ‘Capitulationes et Pacta Terrae Rofrani, ovvero gli antichi Statuti municipali di Rofrano, ivi, XI (1995)

(…) Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Riccardo Filangieri, Introduzione, in Gli atti perduti della cancelleria angioina transuntati da Carlo De Lellis, pubblicati sotto la direzione di Idem, parte I, vol. I («Regesta chartarum Italiae»), Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1939, pp. VII-LII; Idem, Programma di ricostruzione dell’archivio della Cancelleria Angioina, in «Notizie degli Archivi di Stato», VIII (1948), pp. 36-38; Idem, Prefazione, in I registri della cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di Idem, Napoli, Accademia Pontaniana, 1950, pp. V-XII; Idem, Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane compilati da Carlo De Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII (1927), ora in Idem, Scritti di paleografia e diplomatica, di archivistica e di erudizione, Roma, Ministero dell’interno 1970, pp. 173-200; Jole Mazzoleni, Storia della ricostruzione della cancelleria angioina, Napoli, Accademia Pontaniana, 1987; Stefano Palmieri, Degli archivi napolitani. Storia e tradizione, Bologna, il Mulino, 2002, pp. 250 sgg.

(….) Prignani Giovan Battista, riguardo la citazione di Gaetani (…) delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano (o Prignani), di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi e che furono poi pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’, forse raccolte e pubblicate dal Fortunato nell’inedito ‘Codice diplomatico potentino’,  costituito da 55 documenti che dal 1178, giungono al 1500, forse pubblicati nel testo ‘Badie, Feudi e Baroni della Valle di ..‘, poi in seguito pubblicate dal Pedio (…). Invece forse si tratta di Prignani Giovan Battista (…), ‘Memorie storiche della città di Salerno’, forse un manoscritto.  Manoscritto; 1601-1657 data stimata (codice donato alla Biblioteca Angelica nel 1657). ‘Delle famiglie di Salerno’. Tomo primo (1r). Delle famiglie di Salerno. Tomo secondo (1r del ms. 276); il tomo primo è nel ms. 276. Si veda: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152. G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]. M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]. G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80). In Granito (…), del suo saggio a p. 86, nella sua nota (1) postillava che: : “(1) G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno, manoscritto n. 276, in Biblioteca Angelica di Roma, sul frontespizio leggesi “F. Philippus Vicecomes Episcopus Catanzarij olim Generalis Bibliothecae Angelicae donavit anno 1657.”. La Treccani on-line segnala: Fonti e Bibl.: Arch. segreto Vaticano, Registro Vaticano 42, f. 52; Roma, Bibl. Angelica, cod. 276: G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno normande (ms., 1641), f. 69. Aurelio Musi (…), scrive che questo importante testo del 1600 è conservato presso la Biblioteca Provinciale di Salerno, ms. 19, famiglie 1-103 e presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, Cronache e notizie di famiglie nobili salernitane, ms. X1V-H-22. Sul sito della Biblioteca Angelica di Roma, per il ms. 276, troviamo la seguente Bibliografia: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152; G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “”Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]; M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]; G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]; H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80).

Granito G., op. cit. in BSPS, 84, a. II, n. 1, p. 86

Granito, op. cit. , p. 81.PNG

Infatti il Cantalupo (…), nel suo “Il feudo vescovile di Agropoli etc..” che si trova nel Bollettino storico per la provincia di Salerno e Principato Citra’, anno II, n. 2 (1983), a p. 36 nella sua nota (103), postillava che: “(103) ecc..:

Cantalupo, Archivio Storico ..principato Citra, anno II, n. 2 (1983), nota 103, p. 36,.PNG

(Fig…) Cantalupo, op. cit. in ‘BSPPC’, anno II, n. 2 (1983), p. 36, nota (103)

Dove egli scrive di averli personalmente scoperti nella Biblioteca Angelica di Roma dove essi sono conservati con la collocazione ms. 276 e 277. Il Cantalupo (…), riguardo un documento di Tommaso Sanseverino postillava dei ue testi del Prignano (…), che furono segnalati per la prima volta nel manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (…), da cui ha attinto Rocco Gaetani (…). Il Cantalupo scrive che: “Nei due volumi dell’opera trattò diffusamente, sulla scorta di una precisa documentazione tratta dagli archivi dell’epoca, la storia di 84 famiglie che ebbero feudi e titoli nobiliari soprattutto nel Principato Citra.”.

(…) Pecori G., ‘Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms.’, Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47)

(…) Bruno I., Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino)

(…) Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.

(….) Carcani Gaetano, Constitutiones Regum Regni Utriusque Sicilae, Napoli, 1786 o si veda Liber Augustalis, sui registri della Cancelleria di Federico II di Svevia dal 1239 al 1240 perduti. Si veda pure i Repertori di Sigismondo Sicola,

(…) Ruocco Giobbe, La Provincia di Principato Citra, vista attraverso i documenti della sua storia etc…’, che abbiamo trovato in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, anno II, n.s., fascicolo I Gen. Marz. 1934, XII, in ‘Recensioni’, a p. 313. Giobbe ruocco, pubblica la trascrizione integrale di alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina non ancora andati distrutti dal rogo del 1942 nel sito vicino Nola e la Mazzoleni li utilizza per la ricostruzione.

(….) Tomacelli Domenico, Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, dal 1250 al 1303 di Domenico Tomacelli duca di Monasterace, Napoli, Tip. Fernandes, 1846 (Archivio Attanasio), vedi vol. I

(…) Saba Malaspina, La prima edizione del Liber gestorum regum Sicilie, limitata alla parte iniziale dell’opera, fu pubblicata nel 1713 da Étienne Baluze. Successive edizioni, sempre parziali e non di rado inaffidabili, furono curate da Giovanni Battista Caruso (Palermo 1723), Pieter Burmann e Johann George Graeve (Leiden 1723), Ludovico Antonio Muratori (Milano 1726), Rosario Gregorio (Palermo 1792). Nel 1868 Giuseppe Del Re fornì la prima edizione completa della cronaca riunendo la prima parte (1250-76) pubblicata dal Baluze e la seconda (1276-85) pubblicata dal Gregorio e affiancandola con una traduzione in italiano curata da Bruto Fabbricatore (Saba Malaspina, Rerum Sicularum historia, in Cronisti e scrittori sincroni napoletani, a cura di G. Del Re, II, Napoli 1868, pp. 203-408). Nel 1999 l’esigenza più volte rimarcata di un’edizione critica della cronaca malaspiniana è stata soddisfatta con la pubblicazione dell’ottima edizione curata da W. Koller e A. Nitschke, Die Chronik des Saba Malaspina, in Mon. Germ. Hist., Scriptores, XXXV, Hannover 1999.

Bernat Desclot (o d’Esclot, italianizzato in Bernardo; … – …) è stato un cronista catalano del XIII secolo. Fu autore dell’importante opera Llibre del rei en Pere e dels seus antecessors passats, in lingua catalana, meglio conosciuta come Crònica de Bernat Desclot, stampata per la prima volta nel 1616 e facente parte del corpus delle quattro Grandi cronache catalane. La sua cronaca incomincia nel 1207 e termina nel 1285, trattenendosi più diffusamente sull’epoca al di Pietro III d’Aragona (1276-1285): discorre, in particolare, sul vespro siciliano (come la cronaca di Ramon Muntaner), delle gloriose imprese dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, della prigionia del principe di Salerno Carlo lo Zoppo, figlio di Carlo d’Angiò.

(…) Carini Isidoro, Gli Archivi e le biblioteche di Spagna, Documenti ed allegati annessi alla Relazione di I. Carini, 2 voll., Palermo, 1884; dello stesso autore si veda pure: Carini Isidoro, De rebus regni Sicilie, a cura di I. Carini (anni 1282-83), Palermo, 1882

(….) Scarlata M. e Sciascia L., Documenti sulla luogotenenza di federico d’aragona, acta siculo-aragonensia, fonti per la storia della sicilia collana diretta da francesco giunta, vol. 2, ed. ilapalma, Renzo Mazzone editore, Palermo, 1978 (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda pure:

(…) Scarlata M., Carte reali diplomatiche di Giacomo II d’Aragona (1291-1327) riguardanti l’Italia, Palermo, 1993; Acta siculo-aragonensia, Palermo 1972;

(…) Giunta F., Giordano N., Scarlata M., Sciascia L., Acta siculo-aragonensia, I, 1 Documenti sulla luogotenenza di Federico d’Aragona a cura di, ed. Società Siciliana per la Storia Patria, Palermo, 1972 (Archivio Attanasio)

(…) La Mantia Giuseppe, Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia, vol. I (anni 1282-1290), Palermo, 1917 (Archivio Attanasio)

(…) Muratori Antonio Ludovico, Annali d’Italia dal principio dell’era volgare fino al 1749′, Napoli, 1753, tomo VII (Archivio Attanasio)

(…) Ventimiglia Mariano, Difese storico-diplomatico-legale della giurisdizione civile del monastero di SS. Trinità della Cava nel feudo di Tramutola, Napoli, 1881; dello stesso autore si veda pure: Degli uomini illustri del Real Convento del Carmine Maggiore di Napoli,

  • Moreno Echavarría, José María, Los almogávares, Círculo de Lectores.
  • Paul N. Morris, We have met devils! The Almogavars of James I and Peter III of Catalonia-Aragon, in Anistoriton, vol. 4, 2000.

Nel 1565, la ‘Platea delli beni e Rendite spettanti all’Abbadia posta nel Bosco’ o di S. Nicola a Bosco compilata da Giacomo de Vio

Gli Studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie intorno alle donazioni dei Principi Longobardi ad alcuni monasteri e cenobi italo-greci del basso Cilento, come il cenobio basiliano poi in seguito Badia benedettina di S. Nicola a Bosco.

Bosco

(Fig…) La Chiesa parrocchiale oggi di San Nicola a Bosco

Incipit

Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in seguito all’incarico datogli dalla Curia Diocesana di Policastro di redigere un trattato storico sull’antica abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, uno degli ultimi documenti che consultò fu una ‘platea dei beni e delle rendite’ che l’ultimo Abbate dell’antica Abbazia, ………………….., nel 1565, fece redigere. Si tratta di un documento del 1565, non più esistente ma che è di grande importanza per la storia del nostro territorio in quanto la sua storia è antichissima ed i suoi beni e possedimenti arrivavano fino alla Calabria. Atraverso questi ed altri documenti, non di minore importanza, possiamo tentare la ricostruzione storiografica di altri centri come Torraca, Sapri in Campania, Majerà e Grisolia in Calabria, Trecchina e Rivello in Lucania ed altri ancora. Attraverso questa documentazione manoscritta, ci viene data conferma di alcune notizie storiche intorno ai centri che ho elencato. Si tratta della “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Nicola a Bosco”, redatta da Girolamo De Vio nel 1565. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola a Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”.

Fonti: nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia

Dal punto di vista prettamente storiografico, il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…), di cui ha in seguito riferito Ferdinando Palazzo (…). Nel 1700, il giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia, nel suo L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’,

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a p. 39, sulla scorta del Di Luccia e del Laudisio (…), in proposito scriveva che: “Altra incursione segnalata dal Di Luccia (13) ecc..ecc..”. Il Palazzo nella sua nota (12) postillava che: “(12) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Il Palazzo nella sua nota (13) postillava che: “(13) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc…‘, a p. 129 parlava degli eventi in questione che purtroppo interessarono anche il casale di San Giovanni Piro. In seguito e sulla scorta del Di Luccia (…) ha scritto e citato gli episodi in questione anche Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 37-38-39. Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Un altro autore che ha scritto molto su questi episodi da cui poi in seguito si decise la costruzione generale delle Torri Vicereali lungo le nostre coste è stato Onofrio Pasanisi, nei suoi  La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI; poi in ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’; e poi in ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, Napoli, 1964. Lo studioso locale Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicato nel 1991, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il trattato del Di Luccia riguarda la controversia sorta tra il Cenobio e l’Università di S. Giovanni a Piro e il Vescovo e il Conte di Policastro, i quali avevano usurpato i poteri spirituali e temporali sui due enti, di competenza del Baronato e della Commenda Basiliana. L’autore dedica il libro al Card. Alfonso d’Aragona, che era intervenuto nella controversia giudiziaria e rendeva noto l’intento di volersi svincolare dalla indebita ingerenza del Vescovo e del Conte di Policastro, Carafa della Spina, con l’aiuto del Sindaco Oliviero di Lianza, 1° eletto del tempo, dell’eletto Francesco di Miele e dei cittadini.”. Infatti, il Di Luccia (…), nel suo trattato dedica la IV parte a dal 1587 al 1699 alla giudizio (Causa civile) intentata dai cittadini del Casale di S. Giovanni a Piro e dell’Abbate commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi e il conte di Policastro Carafa della Spina. Fu proprio a causa della controversia sorta soprattutto contro le indebite usurpazioni del Conte Carafa che il Di Luccia fu incaricato di scrivere il dotto trattato storico e legale. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e di S. Nicola a Bosco e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Ebner aggiunge che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina alcuni dei quali sono pubblicati dal Di Luccia: 1) Nel 1294, con il quale Re Carlo II esentò dalle tasse il villaggio soggetto al monastero di S. Giovanni; 2) Nel 1320, con il quale il re ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa; 3) re Ludovico che confermava tale dominio temporale; 4) Nel 1468, un documento (7) contenente  il consenso del re e del papa al giuramento di fedeltà da parte dei vassalli e cittadini di S. Giovanni a Piro all’abate del locale monastero; Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Dal suddetto ‘Archivio’ e processo, ff. 158 e 159.”5) la notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”; 6) Il 20 novembre 1295, il vicario del Regno, Roberto, concesse agli abitanti di S. Giovanni a Piro, “quod est monasterij sancti Johannis ad pirum”, l’esenzione dalle tasse per cinque anni avendo subito dalle incursioni nemiche danni tali da obbligarli ad abbandonare il villaggio, purchè tornassero “ad lares proprios”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 66, f 229, Napoli = vol. II, p. 432, n. 321. ‘Justiciarius Principatus presenti et futuri. Ad casalem sancti Johannis ad pirum (…) propter incursus et depredatione hostium, desolatum, quod est monasterio sancti Johannis ad pirum, piùm vertentes consideracionis intuitum, casale ipsum et homines Universitati eiusdem per quinque annos, a principio anni presesentis (…) de generalibus subventionibus (…) ut interim ad fortunas deveniant pinguiores et qui eiusdem casalis deseruentur necessario incolatum propter presentem gratiam ad lares proprios eximimus (…) Presentes autem licteras restitui volumus presentandi postquam illa videritis quantum et quando fuerit oportunum’.”; 7) Il 23 aprile del 1296 il re ordinò al giustiziere del Principato (10) di pagare mensilmente il dovuto al mercenario a cavallo Pietro Mazza, “qui custos est fortellicie Cripte sancti Johannis ad Pirum, prope Policastrum”. Lo stesso Pietro Mazza venne poi inviato al fronte, agli ordini di Raimondo Malobosco, capitano comandante “in dicta fronteria” (11). Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Napoli, 21 aprile 1295. Reg. 64, f 118 t = vol. II, p. 476, n. 364. Pagamenti da effettuarsi secondo consuetudine ai mercenari a cavallo operanti ‘in frontiera hostium in partibus Principatus’.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Napoli, 16 luglio 1295, Reg. 81, f. 113 e 82 f 119 t.”; 8)  documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”; 9) Il 2 giugno 1300 re Carlo II scrisse al giustiziere scrisse ai fedeli che a causa dei danni subiti dai fedeli locali vassalli, esonerava “hominum casalis sancti Johannis  ad Piro, de territori Policastrensi”, dal pagamento dei residui delle tasse e dalla metà della sovvenzione che proprio in quel momento si stava esigendo (13). Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Reg. 10, f 37 = vol. II, p. 673, n. 577.”; 10) L’8 luglio 1349 il conte di Policastro con reale provisione fu incaricato di tutelare gli interessi del monastero e dell’università, da non ritenere investitura. Oltre agli anzidetti mancano altri documenti del ‘300 che ci informino della badia e del suo casale.

Bosco, carta del Cilento

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…) (Archivio digitale Attanasio)

Il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc..’, a p. 128, parlando del Territorio di San Giovanni a Piro, accenna anche al territorio ed all’Abbazia di Bosco ed in proposito scriveva che:

Di Luccia, p. 128 su Bosco e l'Abbazia di Bosco.PNG

Dunque, il Di Luccia (…), scriveva che nel 1700, l’Abbazia di S. Nicola di Bosco era unita al Capitolo di S. Pietro di Roma dalla bolla di Pio IV e dalla ‘Rocca Gloriosa Terra sotoposta al Dominio delli Signori Baroni d’Afflitto, ecc…

Nel 1669, la causa civile tra i Conti di Policastro Carafa della Spina e il casale e l’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Ferdinando Palazzo (…) che, sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”. Dopo il 1587come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale‘. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 45, così scriveva dell’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700, scrisse un Trattato Storico-Legale sull’antica Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’. Il Cataldo (…), in proposito scriveva che: “L’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia, nonostante i suoi interventi in favore della Cappella Sistina, contro il Vescovo di Policastro, valendosi della “Bulla in Coena Domini” di papa Gregorio XIII (1° novembre 1579) contro gli usurpatori dei diritti appartenenti ad Enti autonomi religiosi, non riuscì ad appianare la situazione.”.

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(Fig…) Cataldo Giuseppe (…), op. cit., p. 45 (dattiloscritto – Archivio Storico Attanasio)

Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in seguito all’incarico datogli dalla Curia Romana di redigere un trattato storico sull’antica abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, uno degli ultimi documenti che consultò fu una ‘platea dei beni e delle rendite’ che l’ultimo Abbate dell’antica Abbazia, ………………….., nel 1565, fece redigere.

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas (Archivio Storico Attanasio)

Lo studioso locale Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicato nel 1991, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il trattato del Di Lùccia riguarda la controversia sorta tra il Cenobio e l’Università di S. Giovanni a Piro e il Vescovo e il Conte di Policastro, i quali avevano usurpato i poteri spirituali e temporali sui due enti, di competenza del Baronato e della Commenda Basiliana. L’autore dedica il libro al Card. Alfonso d’Aragona, che era intervenuto nella controversia giudiziaria e rendeva noto l’intento di volersi svincolare dalla indebita ingerenza del Vescovo e del Conte di Policastro, Carafa della Spina, con l’aiuto del Sindaco Oliviero di Lianza, 1° eletto del tempo, dell’eletto Francesco di Miele e dei cittadini.”. Pietro Ebner (…), riferendosi al casale di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali etemporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’ ecc.., scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”. Ferdinando Palazzo (…) che, sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei dueenti.”. Dopo il 1587come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”Infatti, il Di Luccia (…), nel suo trattato dedica la IV parte a dal 1587 al 1699 alla giudizio (Causa civile) intentata dai cittadini del Casale di S. Giovanni a Piro e dell’Abbate commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi e il conte di Policastro Carafa della Spina. Fu proprio a causa della controversia sorta soprattutto contro le indebite usurpazioni del Conte Carafa che il Di Luccia fu incaricato di scrivere il dotto trattato storico e legale. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”.

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marino Freccia, op. cit., p…..

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”. Sempre a proposito dell’interessante causa intentata nel 1669 dai cittadini di S. Giovanni a Piro, sulla scorta del Palazzo (….), a quanto ciò detto vorrei ricordare l’interessante notizia riguardante il passaggio della Commenda Basiliana di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina ricordata da Carlo Bellotta (….), in un suo studio recente che, a p. 13 riferendosi alla Causa civile intentata dai cittadini di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo di Policastro ed i Conti di Policastro Carafa della Spina di cui il Di Lùccia fu incaricato di istruire l’ampia sua memoria o “Trattato” (pubblicato nel 1700), in proposito scriveva che: “i “poteri” rivali della comunità sangiovannese non rinunciarono alle loro pressanti richieste sul territorio, dato che la causa giunse nel 1789, quasi un secolo dopo il suo inizio, all’attenzione di un tribunale. Il 12 giugno di quell’anno fu redatta una memoria, scritta per la Cappella del SS. Presepe e presentata alla Suprema Real Camera di Napoli in cui si percorrevano le vicende delle abbazie di San Giovanni a Piro, di San Leonardo in Salerno e di San Nicolò in Butramo e del loro passaggio alle dipendenze della Cappella Sistina. Purtroppo anche di questa causa non si hanno sentenze; l’unica certezza è che il Cenobio sangiovannese rimase in possesso della Cappella Sistina fino alle leggi eversive della feudalità emanate il 2 agosto 1806.”. Dunque esiste una “Memoria” scritta del 12 giugno 1789, scritta per la Cappella del SS. Presepe e redatta e presentata in una Causa tra vertente presso la Real Camera di Santa Chiara. La Real Camera di Santa Chiara era un organo del Regno di napoli nel periodo borbonico, con funzioni giurisdizionali e consultive, incaricato altresì di conservare gli atti della Cancelleria del Regno in sostituzione dell’abolito Consiglio Collaterale, di estrazione vicereale. La Real Camera fu istituita con una prammatica sanzione di Carlo di Borbone datata 8 giugno 1735, quando il sovrano era da pochissimo salito al trono ed era intenzionato ad istituire un “governo giusto, forte, uniforme e tranquillo, duraturo e incorruttibile“.

Le Baronie ecclesiastiche ed i feudi

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 167, sulla scorta di Pietro Ebner (…), e dello Schipa (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano quella del ‘vescovo-barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’igùmeno del cenobio greco di San Giovanni a Piro; e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Ecc…”. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) pare che, Policastro fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”Pietro Ebner (…), a p. 227, vol. I, nella sua nota (54) postillava che: “(54) Nel ‘Breve chronicon monasterii cavensi’ la notizia ‘ad a.’ 1092 della concessione alla Badia del dominio feudale nel Cilento: “Serenissimo Dux Rogerius (…) Cavensem omnem ditionem etc…”. Qui Ebner cita l’interessante passo tratto da ciò che lui chiama: ‘Breve chronicon monasterii cavensi’. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perchè si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I° I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). . Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dallo Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna (…), nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: “Di Bosco, il cui toponimo è senz’altro medievale (1), ho detto altrove (2) e dirò a proposito di S. Giovanni a Piro (v.). Il villaggio era attiguo alla badia di S. Nicola, con quella di S. Pietro di Licusati, ‘nullius dioecesis’ fino al 1850. Notizie che mancano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”.

La cappella di ‘Sancta Maria Laurentana‘ a Palinuro dipendente dall’Abbazia di Bosco, ancora citata in una Platea del 1666 ed in un “Inventarium bonorum” del 1579 conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana

A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: “Santo taumaturgo, S. Nicodemo esercitò il suo carisma anche a favore delle vittime delle scorrerie saracene, ecc…Cappelli sottolinea che la ‘Vita’ di S. Nicodemo, come pure quella di S. Saba, specifica che il luogo dove egli si era stabilito era una zona che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata al culto degli dei infernali. L’agiografo infatti narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con le forme più varie, mostruose e allettanti. Il riferimento sarebbe in questo caso al culto di Palinuro e alla grotta delle Ossa, perchè per le sue tremende tempeste il Capo “ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva” (3). La localizzazione dell’eremitaggio di S. Nicodemo si rende a questo punto possibile e verosimile poco più a valle dell’antica area culturale dedicata a Palinuro sulla collina di S. Paolo, posta in posizione elevata, visibile dal mare, e della quale abbiamo già fatto cenno. Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Il Barra, a p. 178 scriveva che a Palinuro vi era un’antica laura basiliana dal titolo originario “S. Maria di Loreto”, poi secoli dopo, nel 1600 cambiato in “S. Maria Laurentana”, come si evince da una platea dei beni del 1666. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666”, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. infatti sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Dunque, secondo la Platea del 1666 dei beni di Centola e Pisciotta, a Palinuro vi era un piccolo eremo, in origine basiliano, “un’antica laura” (come scrive il Barra) che dipendeva dall’Abbazia di S. Nicola a Bosco. Il Barra (…), a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “L’Avvocato fiscale della R. Udienza di Salerno. Questi così riferì il 28 agosto 1792: …” e quindi, il Barra, a p. 182 pubblica la risposta della R. Camera di S. Chiara trasmessa al sovrano: “Che vi esiste una Cappella sotto il titolo di S. M. Lauretana eretta in un fondo della Badia del Bosco soggetta al Capitolo di S. Pietro di Roma, con due altari, senza che però vi fosse custodita per conservarsi il SS. Sacramento dell’Eucarestia, e senza che vi fosse luogo destinato per la conservazione dell’Oglio Santo, nè fonte battesimale. Che in tal Cappella nè giorni festivi si celegra una Messa, quando però la stagione e il buon tempo lo permettono, dal Cappuccino residente nel Convento di Centola, con licenza e permesso del Vicario del Bosco, dal quale niente se li corrisponde per detta celegrazione di Messa, ma quei poveri abitatori, per quanto le loro debolezze le comportano, l’uniscono ecc…” Riguardo a questa ‘Platea di Beni’ del 1666 pubblicata dal Prof. Massimino Iannone di Pisciotta, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una ‘Platea di beni’ del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”.

Nel 1462, l’Abbazia di S. Giovanni a Piro passò in Commenda al Cardinale Bessarione

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; ecc..ecc…”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dallo Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna a p. 262, nella sua nota (109) postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pp. 150-151; B. Cappelli, Il Monastero Basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n. s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robinson, ‘History and Chartulary, etc., op. cit., M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna (…), nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo “Il “Cenobio” basiliano di S. Giovanni a Piro” (si veda ultima edizione ristampa) a p. 57, nel cap. III, in proposito scriveva che: “A distanza di lunghi anni e, cioè, nel 1462, “con provvedimento fatto in Napoli”, – come scrive il Di Luccia – fu commendata anche la Chiesa Basiliana di San Giovanni a Piro, investendo del beneficio il grande umanista Cardinale Giovanni Bessarione, nato il 2 gennaio 1402 a Trebisonda, città della Grecia, detta dai Turchi “Terrabossam”, anche egli appartenente all’Ordine dei Basiliani nel Monastero di Grottaferrata, fondato da S. Nilo (906-1005) nella ridente cittadina laziale, tanto celebre per i suoi fossati, per i “torrioni” del Sangallo e del Bramante e per le pregevoli opere del Domenichino e del Carracci.”. Proseguendo il racconto il Palazzo si dilunga sulla data dell’investitura al Bessarione che secondo il Lipinsky sarebbe quella del 1473 mentre per il Di Luccia sarebbe stata 1462. Il Palazzo, sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 59 scriveva che: “…, l’ipotesi affacciata dal Di Luccia, che, cioè, lo stesso avrebbe rinunciato al Beneficio nel 1468, in favore di Monsignor Andrea Del Nero, il quale avrebbe preso possesso dell’alto Ufficio il 17 Dicembre di detto anno (6), ecc..ecc..Il Di Luccia non esclude, inoltre, che per una confusione di nome si sia generato un equivoco in quanto detto Del Nero potrebbe essere quel Francesco Del Nero, che sostituì il Gaza nel periodo che questi fu richiamato a Roma al servizio del Cardinale Niceno, ma noi non abbiamo alcun elemento ecc..ecc..”. Il Palazzo nella sua nota (6) a p. 59 postillava che: “(6) Di Lùccia: pag. 23, op. cit.”. Sempre il Palazzo a p. 60, in proposito alla data di investitura del Cardinale Bessarione scriveva che:  “Comunque, se si pensa che gli “Statuti” del Gaza portano la data del 7 ottobre 1466, bisogna, bisogna, senza alcun dubbio, ritenere che il Cardinale Bessarione, a quell’epoca, aveva già ottenuta la nomina a Commendatore, altrimenti non avrebbe potuto nominare il Gaza suo Procuratore per mancanza del requisito giuridico che l oautorizzava ad essere suo mandante….bisogna ritenere senza alcun dubbio, che la Bolla di investitura del Bessarione fu emessa nel 1462 da Papa Pio II (Enea Piccolomini), che resse il Pontificato dal 1458 al 1464, e non da Papa Sisto IV, che fu Papa dal 1471 al 1484.”.

Nel 1556, Andrea De Vio, Abate Commendatore indisse il Sinodo dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – D. Andrea De Vio (1534-61); D. Girolamo De Vio (1561-87).”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: 6) A. Andrea De Vio, di Gaeta, ottenne la Commenda per cessione o per traslazione, fattagli dallo zio, ed ebbe per Vicario l’Abate Tommaso De Thomasijs.  Questi nel 1555 indisse il “Sinodo di S. Giovanni a Piro”. Il Sinodo consta di 19 disposizioni. 7) D. Girolamo De Vio, nipote di Andrea, ultimo Commendatore, fu investito nel 1561 da Papa Pio IV (35), dopo la rinunzia dello zio, come dimostrerebbe una lapide già esistente nella Chiesa Parrocchiale e non più ritrovata. Non si hanno documenti dell’attività di quest’ultimo Commendatore: tanto erano differenti le condizioni del Cenobio, che un solo frate risiedeva nel Convento, come attesta la stessa Bolla di Pio IV: “…in quo (convento) unicus Monacus dicti Ordinis (Basiliani) de praesente reperitur…” (36).”. Il Tancredi (…), a p. 64, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Milanese, Giovan Angelo dei Medici: 25.XII.1559, 6.I.1560 – 9.XII.1565.”. Il Tancredi, a p. 65, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Di Luccia P. M., op. cit., p. 29: “nel quale (Convento) si trova al presente un solo Monaco del detto Ordine.””. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Nel 1556, per ordine dell’abate commendatario Andrea de Vio venne tenuto un Sinodo (v. Cap. IV, 4, n. 13) di cui il Di Luccia riporta integralmente (pp. 65-69) il testo da una copia esistente ai suoi tempi “in Arca intus Sacristiam Parochialis Ecclesiae S. Petri Terrae S. Ioannis ad Pirum”. Vi è la notizia di tutti i sacerdoti del periodo. Nel 1561 nella badia vi era un solo monaco. Se ne legge nella bolla di Pio V di concessione in commenda a Gerolamo de Vio (“in quo unus Monachus dicti Ordinis de presenti reperitur”). Si ha poi notizia Nunzio Greco di Camerota, abate di S. Giovanni a Piro, segretario del Cappellano maggiore e della suprema giunta dei vescovi. Poi di Filippo Stanziola, abate commendatario di S. Giovanni a Piro e di S. Cono di Camerota, vicario generale iin spiritualibus’ dei reali eserciti e rettore della chiesa della Nunziatella di Napoli.”.

Nel 1561, la bolla di papa Pio V elesse Girolamo de Vio, Abate Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Nel 1561 nella badia vi era un solo monaco. Se ne legge nella bolla di Pio V di concessione in commenda a Gerolamo de Vio (“in quo unus Monachus dicti Ordinis de presenti reperitur”).”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta di una bolla di papa Pio V del 1561, riteneva che la concessione a commenda (elezione ad Abate Commendatario) dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro fu di papa Pio V e non di papa Pio IV come scrisse il Di Luccia. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – …..D. Girolamo De Vio (1561-87).”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: 7) D. Girolamo De Vio, nipote di Andrea, ultimo Commendatore, fu investito nel 1561 da Papa Pio IV (35), dopo la rinunzia dello zio, come dimostrerebbe una lapide già esistente nella Chiesa Parrocchiale e non più ritrovata. Non si hanno documenti dell’attività di quest’ultimo Commendatore: tanto erano differenti le condizioni del Cenobio, che un solo frate risiedeva nel Convento, come attesta la stessa Bolla di Pio IV: “…in quo (convento) unicus Monacus dicti Ordinis (Basiliani) de praesente reperitur…” (36).”. Il Tancredi (…), a p. 64, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Milanese, Giovan Angelo dei Medici: 25.XII.1559, 6.I.1560 – 9.XII.1565.”. Il Tancredi, a p. 65, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Di Luccia P. M., op. cit., p. 29: “nel quale (Convento) si trova al presente un solo Monaco del detto Ordine.””.

Nel 1564, il Capitolo di S. Pietro in Vaticano e la bolla di papa Pio V che assegnava alcuni monasteri e abbazie al Capitolo di S. Pietro in Vaticano

Riguardo il passaggio di alcuni monasteri grangie e Abbazie della nostra area al Capitolo di S. Pietro in Vaticano è interessante quanto ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco. Stessi riferimenti bibliografici il Barra (….), a p. 62 fornisce circa un’altra notizia che riguarda S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, ecc…”, dove egli scrive che:  “che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco ecc…” e che continua e scrive che:  “Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Il riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579 che, si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati – possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta.

Nel 20 giugno 1564, la bolla “Insuper eminenti” di papa Pio IV (o papa Pio V ?) che aggregava le Commende delle Abbazie di Bosco, Licusati, Camerota, Cuccaro, Centola ed Eremiti alla Cappella del Presepe del Capitolo di S. Pietro in Vaticano

Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, ecc..”Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), in proposito scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo Ebner (…), dalla bolla del 1564, di papa Pio V, si rileva che il monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, possedeva alcune grangie, tra cui quella di “S. Giovanni” a Camerota. Dalla bolla del 1564 di papa Pio V si rileva che il monastero di S. Pietro di Lucusati possedeva anche le seguenti grangie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Cecilia e S. Nazario con tutte le sue notevoli dipendenze. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”Nel secolo XVI, Papa Pio IV, con la bolla “Insuper eminenti” (datata 20 giugno 1564), assegnò l’Abbazia di San Nicola al capitolo San Pietro in Vaticano. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Nel 17…, il Giustiniani (…), scriveva su Bosco e diceva che:

Giustiniani, vol. II, p. 328

(Fig…) Giustiniani (…), vol. II, p. 328

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 559, parlando del casale di ‘Bosco’, citava “Il Giustiniani (10), ricorda poi che dopo la soppressione dei cenobi italo-greci, il monastero (di S. Nicola di Bosco), fu dato in commenda da Pio IV al Capitolo Vaticano, che Benedetto XIII, con la bolla 26 aprile 1726, concesse altre facoltà  che Benedetto XIV con bolla “ad honorem” dichiarò la badia di S. Pietro di Licusati (il Giustiniani dice “S. Pietro del Bosco”) di giurisdizione quasi episcopale.”. Ebner (…), nella sua nota (9) postillava che: “(9) Giustiniani, II, 1791, p. 328.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”.

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: “Di Bosco, il cui toponimo è senz’altro medievale (1), ho detto altrove (2) e dirò a proposito di S. Giovanni a Piro (v.). Il villaggio era attiguo alla badia di S. Nicola, con quella di S. Pietro di Licusati, ‘nullius dioecesis’ fino al 1850. Notizie che mancano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”. Ebner (…), nella sua nota (1), postillava che la notizia era tratta dal Carucci (…), ‘La Provincia di Salerno ecc..’, a p. 155. A proposito del toponimo di “Bosco” ne ho parlato in un altro mio saggio ivi sul casale di Bosco.  Ebner, a p. 555, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ebner, op. cit., pp. 121 e 305.”. Dunque, Pietro Ebner parlando del casale di Bosco diceva che il villaggio o il casale era molto vicino all’Abbazia di San Nicola di Bosco che, insieme all’altra abbazia di San Pietro di Licusati, queste erano entrambe abbazie dichiarate “nullius dioecesis” e che tali rimasero fino al 1850. Certo la notizia è plausibile perchè confermerebbe il passaggio dell’Abbazia di San Nicola di Bosco (grangia o dipendente dall’antichissima Abbazia di San Giovanni a Piro che come abbiamo visto passò integralmente alla Santa Sede e dunque sua diretta dipendenza e dunque “nullius dioecesis”, ovvero non dipendente da una sede Vescovile o dal Vescovo che nel nostro caso come vedremo sarà solo Amministratore nominato dal papa stesso. Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 555, vol. I postillava che la notizia era tratta da Ughelli (…), ‘Italia Sacra’, tomo VIII, p. 726. L’Ughelli (…), nel 1659, a p. 726 del suo Tomo VIII, non parla di Bosco ma ci parla di S. Sofia ecc……Ebner (….), nel vol. I, a p. 555, parlando sempre di Bosco scriveva che: “Notizie che mancavano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della Basilica vaticana di S. Pietro. Due anni or sono (1979) l’esame di una platea del 1613, ms. rinvenuto nell’ADV, mi consentì di fornire più ampi particolari anche sulla badia predetta e sul villaggio che contava 318 abitanti (5).”. Pietro Ebne a p. 555, vol. I, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner, ‘Dimensione fondiaria, cit. p. 178 sgg.”. In questo caso Ebner postillava di un suo saggio dal titolo: ………………………………………..Ebner a p. 556 continuava a scrivere dell’Abbazia di Bosco e diceva che: “Ai primi del ‘600 l’abbazia di S. Nicola di Bosco era sempre soggetta al Capitolo e ai canonici della Basilica di S. Pietro di Roma. Oltre all’amministrazione del capitolo romano ne esercitava la giurisdizione a mezzo di un vicario dipendente da un controllore residente a Napoli. Tra i vicari Lorenso Baldi di Roccagloriosa, di cui si apprende dal di Luccia (6).”. Pietro Ebner nella sua nota (6) postillava che: “(6) Di luccia, cit., p. 76”. Dal punto di vista storiografico alcune notizie storiche sulle Abbazie del luogo ci arrivano dall’Ughelli (…), che nel 1654, nel suo tomo VII, della sua ‘Italia Sacra’, scrisse sulla Diocesi di Policastro. L’avvocato Pietro Marcellino Di Luccia, che nel 1700, scrisse un “Trattato Storico-Legale” sull’antica Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sul casale di Bosco: “L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale”. Il Di Luccia (…), citava l’Ughelli (…), dove vi erano i primi accenni ai Cenobi basiliani e benedettini dell’area e, scriveva correttamente che egli parlava del Monastero di San Nicola di Bosco, nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, a p. 759 e 760. L’Ughelli (…), parlando della ‘Policastrenses Episcopi’ (Diocesi di Policastro), scriveva del “Altera S. Nicolai de Bosco” :

Ughelli, vol. VII, p. 759

(Fig…) Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, p. 759-760

Ughelli, vol. VII, p. 760, sulle abbazie

(Figg….) Ughelli (…), vol. VII – I ed., pp. 759-760

Pietro Ebner, riguardo la notizia che l’antico cenobio e poi abbazia di S. Giovanni a Piro che, la bolla n. 58 di Papa Sisto V aggregava alla Cappella del SS. Presepe  presso S. Maria Maggiore in Roma, citava l’Ughelli (…), nel suo vol. VII dell”Italia Sacra’, col. 762. L’abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, col. 762 parlando della ‘Policastrenses Episcopi’, scriveva di Bosco:  Abbatiae in hac dioecesi duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vaticanae Basilicae, altera sancti Ioannis ad Pinam unita capellae Praesepis S. Mariae Maioris de Vrbe, beneficia simplicia quam plura, virorum coenobia quatuor, Sanctimonialium septum nullum, quod enim erat in oppido Rocca gloriosa, Turca sustulerunt, hospitalia quatuor, laicorum sodalitia in singulis oppidis singula. Huius civitatis Episcoporum seriem ex actis Concistorialibus, & aliis erutam, monumementis hic ex fide subiecimus, interruptam tamen, & clumbem, cum nullum, relictum sit huius Ecclesia monumentum ab immani Turcarum direptione, miserè enim cum ciuitate omnia in cinerem redacta fuerunt. Sis monasterii Ord. S. Benedicti abitum Monachictum induit in eodem, deinde Cluniacum pergens sub disciplina S. Vgonis Abbatis per aliquot vixit annos, Restitutus est exinde suo Ganensi cenobio, vbi cum virtutibus excellere cepisset; petentibus Clero, & populo una eum Gisulpho Salerni Principe in Episcopopum Policastrensis Ecclesia ordinatus est, qui cum breve tempus illic expendisset exterioris vitae strepitum non ferens, relicta insula, ad monasterium rediit …”, che tradotto significa: “Le due abbazie della Diocesi di Policastro (in questa diocesi), sono state completamente lasciate in questa diocesi e l’abbazia, e l’altro di San Nicola di Bosco uniti al Capitolo della Basilica del Principe degli Apostoli del Vaticano, e l’altra è stata unita alla Cappella del presepe di Santa Maria Maggiore e le azioni di San Giovanni al Piro della costruzione della città, i benefici sono semplici, piuttosto che molti, degli uomini di suore appartenenti alle quattro, delle Suore del setto dell’assenza della giustizia, che nel comune di Rocca Gloriosa, perché era il glorioso, turco raccolse, gli ospedali, e quattro, e ciascuno dei laici dai loro compagni che in ogni città. Concistorio una serie di vescovi della città, sulla base delle evidenze di questo, e per gli altri, cioè, monumenti. Questo è uno della fede, è di interrompe, però, e Clumber, con l’assenza di giustizia, che è stato lasciato è la Chiesa, il memoriale di questo dal sfrenato saccheggio i turchi, sono stati ridotti in cenere misere, mentre eravamo tutti nella città di. Si prega di monastero ORD. S. outlet Monachictum lo stesso vestito, per poi tornare sotto la disciplina di Cluny abate di S. Vgonis vissuto per diversi anni dopo che è stato riportato al suo convento Ganensi, dove eccellono e la sua gente; su richiesta del clero, e alle persone in quello del principe di Salerno, l’Episcopopum Policastrensis Gisulphus la Chiesa è stato nominato da lui, che, quando rifletteva la vita esteriore, o il rumore di essere in grado di sopportare un breve periodo di tempo lì, ha lasciato l’isola, è tornato al monastero,..” :

ughelli, p. 759

(Fig….) Ughelli (…), tomo VII, p. 760

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(Fig….) Ughelli (…), vol. VII – II ed., pp. 542

L’Abbazia di S. Nicola di Bosco per circa 500 anni visse con giurisdizione autonoma, come “Badia Nullius Dioecesis”. Si tratta di un documento del 1565, non più esistente ma di grande importanza per la storia del nostro territorio in quanto la sua storia è antichissima ed i suoi beni e possedimenti arrivavano fino alla Calabria. Attraverso questi ed altri documenti, non di minore importanza, possiamo tentare la ricostruzione storiografica di altri centri come Torraca, Sapri in Campania, Majerà e Grisolia in Calabria, Trecchina e Rivello in Lucania ed altri ancora. Attraverso questa documentazione manoscritta, ci viene data conferma di alcune notizie storiche intorno ai centri che ho elencato. Si tratta della “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, redatta da Girolamo De Vio nel 1565. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”.

Nel 2 ottobre 1565, la ‘Platea dei Beni e Rendite spettanti all’Abbadia posta nel Bosco’, compilata da Giacomo De Vio, Procuratore incaricato da Tommaso De Thomasijs, Vicario di Andrea de Vio,  Abate Commendatario di S. Giovanni a Piro

la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbadia di Bosco – come quella Basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata di un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa nell’anno 571, il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tomasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato, in apposita “PLATEA”, dal suo Procuratore GIACOMO DE VIO, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. PresepeNoi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina. Con nostro vivo rincrescimento, però, abbiamo dovuto constatare come tale documento – che avrebbe potuto essere l’unico atto probatorio per poter dimostrare i diritti territoriali di questo Comune, di fronte ai Comuni contermini – non può avere alcuna efficacia giuridica perchè manca della firma del compilatore o, comunque, di autentica di pubblico ufficiale, per cui non ha alcun valore probatorio per poter accertare i veri confini territoriali del nostro Comune, l’incertezza dei quali fa sorgere continue e dispendiose controversie, specialmente con Camerota.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Il Palazzo (…), a p. 110, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Di Luccia: pag. 26, op. cit. “. Il Palazzo (…), a p. 110, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Di Luccia: pag. 26, op. cit.”. Ferdinando Palazzo (…), sempre a pp. 110-111, riferendosi sempre alla “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni di Bosco”, compilata nel 1565 da Giacomo De Vio, nominato Procuratore della Badia, scriveva pure che l’avesse vista e consultata in casa della famiglia Carboni-Viviani di Bosco. Il Palazzo (…), citava la interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Il Di Luccia (…), riferendosi al monastero di S. Giovanni a Piro, detta “Badia” (Abbazia), in proposito scriveva che: “Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2 Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. ecc…”. Delle antiche donazioni di beni alla Chiesa del basso Cilento, da parte dei principi Longobardi, abbiamo pubblicato ivi un altro nostro studio. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 64, ci informa che: 4) D. Antonio De Bacio, amministratore dell’Ente mediante il Vicario Tommaso De Tommasijs, pare che abbia avuto per Procuratore D. Girolamo Sursaja, perchè era nel luogo e conosceva gli usi della vasta zona terriera del patrimonio basiliano……...6) A. Andrea De Vio, di Gaeta, ottenne la Commenda per cessione o per traslazione, fattagli dallo zio, ed ebbe per Vicario l’Abate Tommaso De Thomasijs.  Questi nel 1555 indisse il “Sinodo di S. Giovanni a Piro”. Il Sinodo consta di 19 disposizioni.”. Pietro Ebner, nel vol. I del suo “Chiesa baroni e popoli nel Cilento”, a p. 154, nel capitolo V “Monasteri e Chiese ricettizie”, in proposito scriveva che: Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti,…”. Il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato historico legale etc…’, a p. 26, parlando di Andrea de Vio, VI Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il sesto fù Andrea de Vio di Gaeta forsi nepote di detto Cardinale, quale hauerà hauuto l’Abbadia, o per cessione, o traslatione fattali dal medesimo, stante che nell’anno 1539. il medesimo Abbate di Tomaso esercitava il Vicariato per lui come giustificationi, che si addurranno appresso, e questo mediante Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2. Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti  all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. II. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”.

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(Fig….) P.M. Di Luccia (…), op. cit., p. 26

Dunque, secondo il Di Luccia (…), che a p. 26, ci parla di Giacomo De Vio (nipote del Cardinale De Vio), nominato Procuratore di Tommaso de Tommasjis, Vicario di D. Andrea de Vio, sesto Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Giacomo de Vio, il 2 ottobre 1565, compilò una “Platea di Beni e di Rendite” che appartenevano alle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e S. Nicola di Bosco. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, con giurisdizione autonoma spirituale e temporale. Di questa autonomia riferiscono non solo gli atti di ordinaria amministrazione dei Padri, ma soprattutto Mons. Angelo Oliverio, Vescovo di Acerra, quando, ordinando Diacono Antonio Ferrari della terra di S. Giovanni a Piro, con la dicitura ‘nullius dioeceseos’ (14), afferma che il territorio Basiliano, cui il Ferrari apparteneva, era fuori di ogni giurisdizione diocesana.”. La notizia era stata tratta dal Di Luccia (…). Il Vescovo di Acerra, Mons. Oliviero, ordinò Antonio Ferrari, diacono della terra di S. Giovanni a Piro, nel…….e, la notizia del documento venne poi riportata dal Di Luccia (…), nel 1700, all’epoca del suo trattato istorico-legale. Dovrebbe trattarsi dell’Istrumento col quale si confermava la “Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” del 1565 redatta da Giacono De Vio, ad oggi non ancora reperita.

Nel 2 ottobre 1565, la Platea dei beni e delle Rendite del monastero di San Nicola di Bosco compilata Giacomo De Vio, Abate Commendatario

Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Rileggendo il Di Lùccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Dovrebbe trattarsi dell’Istrumento col quale si confermava la “Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Nicola di Bosco” del 1565 redatta da Giacono De Vio, ad oggi non ancora reperita. Dovrebbe trattarsi dell’Istrumento col quale si confermava la “Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Nicola di Bosco” del 1565 redatta da Giacono De Vio, ad oggi non ancora reperita. Dunque, riguardo il documento notarile del notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco che redasse l’Istrumento (l’Atto) con il quale la Cappella del Santo Presepe della chiesa di S. Maria Maggiore in Roma, il 13 novembre del 1587, essendo morto l’ultimo Abbate Commendatario, entrò in possesso dei beni delle due Abbazie tra cui quella di S. Nicola di Bosco, elencati in apposita platea redatta nel ……da Girolamo de Vio, il Di Luccia (…), cita il tomo VII dell’“Italia Sacra” dell’Ughelli (colonna n. 762) e dice che l’antico documento notarile (Istrumento pubblico) rogato dal notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco e legalizzato dal sig. D. Alessandro di Tomase Vicario di Policastro si trovava nell’Archivio della Cappella Sistina, “lib. II fol. 622.” e poi in altra pagina scriveva che: “….che si addurranno appresso, e questo mediante Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2. Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti  all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. II. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Dunque, si tratta del libro II, volume (fol.) n. 662 o 233 ?. Riguardo l’Ughelli (…), citato da Ebner, ovvero la col. 762 del vol. VII, è citato pure dal Di Luccia quando parla della giurisdizione spirituale di S. Giovanni a Piro ed a p. 76 parla di Bosco:

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Il Di Luccia (…), sempre riguardo l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, cita la “Platea dei beni di Bosco” redatta da Girolamo de Vio nel 1565. Il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato historico legale etc…’, a p. 26, parlando di Andrea de Vio, VI Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il sesto fù Andrea de Vio di Gaeta forsi nepote di detto Cardinale, quale hauerà hauuto l’Abbadia, o per cessione, o traslatione fattali dal medesimo, stante che nell’anno 1539. il medesimo Abbate di Tomaso esercitava il Vicariato per lui come giustificationi, che si addurranno appresso, e questo mediante Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2. Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti  all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. II. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”.

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(Fig….) P.M. Di Luccia (…), op. cit., p. 26

Nel 1585, la costruzione della Cappella Sistina o Cappella del SS. Presepe nella Basilica di S. Maria Maggiore o Basilica Liberiana a Roma fatta edificare da papa Sisto V, con i proventi del patrimonio dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro incorporate nel 1587 da papa Sisto V 

Nel 1700, in seguito ad un preciso incarico ricevuto il giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (….) pubblicò a Roma un trattato storico-legale dal titolo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….”. Il titolo del trattato del Di Luccia è eloquente. Egli trattò la questione relativa alla giurisdizione dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, la cui Baronia e ampi possedimenti furono occupati dal Vescovo di Policastro. Nel trattato, il Di Luccia fornisce diversi documenti storici sull’Abbazia e ci parla anche del passaggio dei suoi beni all’Insigne Cappella del SS. Presepe eretta dentro la Basilica Vaticana di S. Maria Maggiore a Roma voluta da papa Sisto V. Come abbiamo visto, nel 1473, papa Sisto V della Rovere promulgò un breve dove ………………………  La Cappella del SS. Presepe dentro le mura della Basilica di S. Maria Maggiore o Basilica Liberiana a Roma fu chiamata anche “Cappella Sistina” da non confondere con la famosa Cappella Sistina (in latino: Sacellum Sixtinum), dedicata a Maria Assunta in Cielo, è la principale cappella del palazzo apostolico, nonché uno dei più famosi tesori culturali e artistici della Città del Vaticano, inserita nel percorso dei Musei Vaticani. Fu costruita tra il 1475 e il 1481 circa, all’epoca di papa Sisto IV della Rovere, da cui prese il nome. Da Wikipedia leggiamo che esiste anche una “Cappella Sistina” nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, edificata da Sisto V, e una nella cattedrale di Savona, fatta edificare da Sisto IV come mausoleo per i propri genitori. Sisto V, nato Felice di Peretto da Montalto e a trent’anni Felice Peretti (Grottammare, 13 dicembre 1521 – Roma, 27 agosto 1590), è stato il 227º papa della Chiesa cattolica (226º successore di Pietro) dal 1585 alla morte; apparteneva all’ordine dei frati minori conventuali. Sempre da Wikipedia leggiamo che nella Basilica Liberiana o S. Maria Maggiore a Roma, nel secolo XVI furono fatti degli interventi tra cui la “Cappella Sistina”. Sisto V, grande protagonista della trasformazione urbanistica di Roma alla fine del XVI secolo, scelse la basilica come sede di fastosa sepoltura per sé medesimo, per la propria famiglia e per il suo grande protettore papa Pio V. A questo scopo incaricò il suo architetto Domenico Fontana, nel 1585, di erigere una nuova cappella monumentale, dedicata al Santissimo Sacramento, memorabile – oltre che per gli arredi e i materiali impiegati – perché integrava in sé l’antico oratorio del Presepe, con le sculture di Arnolfo, le connesse reliquie della mangiatoia e i rilievi realizzati dallo scultore Niccolò Fiammingo. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di basilica di Santa Maria Maggiore o basilica Liberiana (perché sul suo sito si pensava ci fosse un edificio di culto fatto erigere da papa Liberio, cosa tuttavia smentita da indagini effettuate sotto la pavimentazione), è una delle quattro basiliche papali di Roma, situata in Piazza dell’Esquilino sulla sommità dell’omonimo colle, sul culmine del Cispio, tra il Rione Monti e l’Esquilino. È la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte.

Nel 2 settembre 1583, la Sentenza della Real Corte che condannava il Conte e la Contessa di Policastro

Riguardo il processo “del Caro”, più volte citato dal Di Luccia (…), troviamo anche delle notizie in Pietro Ebner (…), nel suo  ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, dove, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria. Privati e autorità chiedevano a Roma di considerar bene che l’eventuale fittuario fosse persona “timorosa di Dio venga con proposito bono di governare e non opprimere e spolpare li vassalli” e di liberarli dal “Signor Conte di Policastro preteso padrone del Criminale”. Contro costui le autorità civili del paese si rivolgevano alla “Sacrae Regiae Maiestati” denunziando tutti i soprusi commessi nei confronti dei cittadini dal conte e dalla contessa di Policastro (27 aprile 1579). In data 2 settembre 1583 il Sacro Consiglio di Napoli ordinava al conte e alla contessa di Policastro di restituire a Mario de Caro le 1500 cipolle che il de Caro era andato con la barca ad acquistare in Calabria e sequestrargli dal loro “dohaniero (…) con altre gente armate in detta marina di S. Giovanni”.”. Dunque, Ebner (…), riguardo questo processo “del Caro” (come lo chiama il Di Luccia), scriveva che: “….le 1500 cipolle che il de Caro era andato con la barca ad acquistare in Calabria e sequestrargli dal loro “dohaniero (…) con altre gente armate in detta marina di S. Giovanni”.” e, aggiunge che nel 2 setembre 1583 il Sacro Consiglio di Napoli condannò il conte di Policastro e gli ordinava di restituire al de Caro le 1500 cipolle.

Nel 13 novembre 1587, l’atto stipulato davanti al Notaio Giovannantonio Molfesi di Bosco in cui la Cappella del SS. Presepe (Cappella Sistina) in S. Maria Maggiore (ex Liberiana) in Roma prende possesso dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e di altre Abbazie tra cui S. Nicola di Bosco

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1587 l’abbazia passava in dominio perpetuo (bolla “Gloriosa” di Sisto V, 1585-1590) alla Cappella del Presepe (29). Ecc..ecc…Di S. Giovanni a Piro venne preso possesso il 13 novembre 1587 (29). Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Pietro Ebner, a p. 495, del vol. II, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Istrumento per notar G. Antonio Molfesi di Bosco. Cfr. Ughelli, VII, p. 762.”. Dunque, l’Ebner, riguardo la notizia che l’antico cenobio e poi abbazia di S. Giovanni a Piro, che il 13 novembre 1587, venne preso in possesso dalla Cappella del Presepe presso S. Maria Maggiore in Roma, citava l’Atto (istrumento) del 13 novembre 1587 redatto dal Notaio Antonio Molfesi di Bosco, notizia questa tratta dall’Ughelli (…), nel suo vol. VII dell”Italia Sacra’, col. 762. Riguardo l’Atto notarile (Istrumento) del notaio di Bosco Giovanni Molfesi, rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Dunque, riguardo il documento notarile del notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco che redasse l’Istrumento (l’Atto) con il quale la Cappella del Santo Presepe della chiesa di S. Maria Maggiore in Roma, il 13 novembre del 1587, essendo morto l’ultimo Abbate Commendatario, entrò in possesso dei beni delle due Abbazie tra cui quella di S. Nicola di Bosco, elencati in apposita platea redatta nel ……da Girolamo de Vio, il Di Luccia (…), cita il tomo VII dell’“Italia Sacra” dell’Ughelli (colonna n. 762) e dice che l’antico documento notarile (Istrumento pubblico) rogato dal notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco e legalizzato dal sig. D. Alessandro di Tomase Vicario di Policastro si trovava nell’Archivio della Cappella Sistina, “lib. II fol. 622.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata  da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.  – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, furono materia di esoso sfruttamento a danno delle comunità religiose e dei cittadini del casale (si riferisce al casale di S. Giovanni a Piro), ecc…L’ingerenza dei Vescovi e dei Conti di Policastro nella predetta ‘Badia nullis Dioceseos’ fu per salvare il salvabile, poichè sarebbe lo stesso finita in mano altrui ecc…Dopo il 1587 le cose peggiorarono anche nel campo della giustizia penale, che veniva usurpata dal Conte di Policastro, che a sua volta amministrava la Giustizia mediante luogotenenti capaci di di ogni sorta di vessazioni….”. Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il “Cenobio” basiliano di S. Giovanni a Piro“, nel suo cap. IV ci parla del passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (Anno 1587), a pp. 84-85 in proposito scriveva che: “Intanto la Commenda Basiliana – come abbiamo detto innanzi – passava alla diretta dipendenza della Cappella Sistina, o del SS. Presepe, che ne pigliava possesso il 13 novembre 1587 e ciò avveniva in seguito ad atto pubblico stipolato dal Notaio Signor Giovannantonio Molfesi “del Bosco”, mentre la Sede Vescovile di Policastro era occupata da Monsignor Ferdinando Spinelli, ecc..”. Dunque, il Palazzo ci ricorda che la Cappella Sistina e la Santa Sede presero possesso dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro il 13 novembre 1587 secondo l’atto stipulato davanti al Notaio Giovannantonio Molfesi di Bosco. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – millennio della fondazione etc…”, a pp. 68-69 nel capitolo “III Periodo – Dal passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (1587) al giudizio contro il Vescovo e il Conte di Policastro”, sulla scorta del Palazzo, in proposito scriveva che: Della Commenda Basiliana di S. Giovanni a Piro, giunta ormai ad un grave stato di deperimento fu disposto il passaggio, nel 1587, alla diretta dipendenza della Cappella del SS. Presepe (Cappella Sistina), eretta da Papa Sisto V nella chiesa di S. Maria Maggiore o Liberiana in Roma. ………furono tutte sottoposte immediatamente alla Sede Apostolica e tutte esenti da qualsiasi giurisdizione dell’Ordinario con tutte le loro ragioni, azioni, rendite e beni, come si legge nella Costituzione adottata, in vigore della quale, correndo l’anno terzo del suo pontificato, detta Cappella il dì 13 novembre 1587, prese possesso dell’Abbadia di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il “Cenobio” basiliano di S. Giovanni a Piro“, nel suo cap. IV ci parla del passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (Anno 1587), a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “Passata la Commenda Basiliana alla dipendenza della Cappella Sistina (o del SS. Presepe), la Santa Sede avrebbe dovuto inviare sul posto un Vicario per l’amministrazione dell’Abbadia; invece, incaricò all’uopo il Vescovo di Policastro ponendo, così – come dice il Di Lùccia – “la spada in mano all’inimico, donde poi è venuta la totale perdita della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra”, ……mentre la Sede Vescovile di Policastro era occupata da Monsignor Ferdinando Spinelli, il quale, in conformità di precedenti intercorsi accordi, assumeva l’amministrazione del “Cenobio” Basiliano, ormai decaduto da ogni sua attività. Così il vasto territorio della Commenda e quello dell’annesso “Casale”, il cui perimetro complessivo – a quanto afferma il Di Lùccia – misurava ben “quindici miglia” divenne difatto un vero feudo diocesano, con evidenti manifestazioni di indebiti arricchimenti e con oppressioni di ogni genere, degne del più oscuro medioevo. Le terre concesse dai Longobardi ecc…ecc…Data la chiarezza dei Documenti riportati dal Di Lùccia nel suo “Trattato”, non potremmo attribuire direttamente al Vescovo di Policastro, Monsigor Ferdinando Spinelli (o Ferrante) Spinelli la responsabilità dei rilevanti o deprecati abusi. Riteniamo, piuttosto, che lo stesso dovette dare segno di estrema debolezza nei confronti dei suoi “affittatori”, i quali, agendo in suo nome, non osservavano, nell’esercizio del proprio mandato, ecc…ecc…”. Proseguendo il Palazzo trascrive e cita la lettera del 25 settembre 1587 che monsignor Spinelli scriveva al Cardinale Mont’Alto ecc…Riguardo il vescovo Ferdinando Spinelli, il Palazzo a p. 90 nella sua nota (7) postillava che: “(7) Si fa presente che, mentre nel “Trattato” del Di Luccia si parla del Vescovo “Ferrante Spinello o Spinelli”, nella Sala degli Stemmi del Palazzo Vescovile di Policastro si trova “Ferdinando Spinelli”. Sempre il Palazzo a p. 94 scriveva che: “Intanto, dopo il passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina, le cose si andarono sempre più aggravando, anche nel campo della giurisdizione giudiziaria penale, la quale veniva usurpata dal Conte di Policastro, che amministrava la giustizia a mezzo di luogotenenti poco scrupolosi e capaci di ogni sorta di vessazione.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

Di Luccia

(….) Di Luccia Pietro Marcellino, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….” pubblicato a Roma, nel 1700, stamperia Chracas.

(…) Fariello Antonio, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Campagna Orazio, Storia di Majerà, ed. Brenner, Cosenza, 1985 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

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(…) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Mercati Giovanni, Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p…. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli.

(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216–1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479

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(…) Volpi G., Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, ed. Riccio, Napoli, 1752, pp. 211 e 287.

I Quinternioni feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni“. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, a p….., possiamo leggere che: “……

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

(…) Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche.

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

Mazzoleni

(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951; segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol .12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Attanasio)

(…) Perito Enrico, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926 (Archivio Attanasio)

(…) Savaglio Antonello, ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’, ed. Orizzonti Meridionali, 2014 (Archivio Storico Attanasio)

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e  sgg.. (Archivio Storico Attanasio)

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(…) AA.VV. , Pietro Ebner  – Studi sul Cilento – ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988, vol. II, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Centro Studi ‘Pietro Ebner’, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 1999 (Archivio Storico Attanasio). In questo volume, Amedeo La Greca, pubblicava nel 1999 alcuni saggi pubblicati da Pietro Ebner tra il 1949 ed il 1988, in particolare, lo citiamo in quanto in esso vi è pubblicato il saggio di Pietro Ebner: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, si veda da pp. 217 e s.; stà in ‘Ricerche di storia sociale e religiosa’, n. 15-16, gennaio-dicembre 1979, pp. 163-194. In questo saggio Pietro Ebner, cita e pubblica per la prima volta una Platea di beni del 1613, inedita. La Platea dei beni dei Monasteri, conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Questo documento del 1613, è interessantissimo, perchè oltre al fatto che si rifà ad una precedente ‘Platea di beni’ del 1480, ci parla dei monasteri italo-greci di Licusati e di Bosco.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

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(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.